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Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
A 25 anni dall'11 settembre, esplodono le nuove diagnosi di tumore legate a Ground Zero: +75% in due anni mondosanita.it
Sono passati 25 anni dall’11 settembre 2001, ma il bilancio sanitario degli attentati alle Torri Gemelle continua a crescere. Oltre 57mila casi di tumore sono stati certificati tra le persone esposte alle conseguenze del disastro e, nella popolazione seguita dal programma sanitario di Northwell Health, le nuove diagnosi oncologiche certificate sono aumentate del 75% tra il 2023 e il 2025. Ancora più impressionante il dato sui tumori del polmone, il cui numero, secondo i medici, è raddoppiato negli ultimi cinque anni.
È l'eredità a lunghissimo termine della nube di polveri e detriti che avvolse Lower Manhattan dopo il crollo del World Trade Center: un miscuglio contenente sostanze cancerogene e tossiche i cui effetti continuano a manifestarsi a distanza di decenni. Una crisi sanitaria che i medici di Northwell Health definiscono un disastro che si sviluppa “al rallentatore”.
Tumori, nuovi casi aumentati del 75% in due anni
I nuovi dati sono stati diffusi da Northwell Health a pochi giorni dal 25esimo anniversario degli attentati. Nel suo World Trade Center Health Program, che segue una parte dei soccorritori esposti, i nuovi casi di tumore certificati sono passati da 177 nel 2023 a 235 nel 2025, con un aumento del 75%. E la crescita non sembra essersi fermata: nei primi sei mesi del 2026 sono già stati registrati altri 132 casi.
Complessivamente, nella coorte Northwell sono stati registrati 2.445 tumori in 1.489 persone fino a giugno 2026. I più frequenti sono quelli della prostata e della pelle, seguiti dalle neoplasie della mammella e dell'apparato urinario. Nel solo periodo compreso tra il 2023 e giugno 2026 sono stati registrati 811 nuovi casi, contro i 1.634 accumulati nell'intero decennio 2013-2022.
Il +75% va però interpretato correttamente: non significa che il rischio individuale di sviluppare un tumore sia aumentato del 75%, né che un incremento di questa entità sia stato osservato in tutte le persone esposte all'11 settembre. Il dato descrive l'aumento dei casi certificati nella popolazione seguita dal programma Northwell.
Oltre 57mila tumori legati all'11 settembre
La dimensione complessiva del fenomeno è molto più ampia. Il World Trade Center Health Program, istituito per monitorare e curare soccorritori e sopravvissuti esposti agli attentati, conta oggi circa 145mila iscritti. Northwell riferisce che sono ormai oltre 57mila i casi di tumore documentati e collegati all'esposizione all'11 settembre.
Il dato comprende non soltanto vigili del fuoco, poliziotti e altri soccorritori intervenuti tra le macerie, ma anche persone che vivevano, lavoravano o studiavano nell'area di Ground Zero. Secondo i dati più recenti riportati sul programma, i casi certificati tra i cosiddetti “survivors” hanno ormai superato quelli registrati tra i soccorritori: 28.913 contro 28.131.
Nel programma Northwell, inoltre, circa il 30% degli iscritti ha già affrontato un tumore. Jacqueline Moline, direttrice del Northwell WTC Health Program, ha sottolineato come negli anni immediatamente successivi agli attentati fossero soprattutto le patologie respiratorie a preoccupare i medici. Oggi, con l'allungarsi del periodo di latenza, sono invece i tumori a emergere con sempre maggiore frequenza. In particolare, secondo Moline, i casi di cancro al polmone sono raddoppiati nell'arco di appena cinque anni.
La nube tossica di Ground Zero e gli effetti che emergono decenni dopo
Quando le Torri Gemelle crollarono, una gigantesca nube di polvere ricoprì parte di Manhattan. Nei detriti erano presenti numerose sostanze potenzialmente pericolose e cancerogene, e centinaia di migliaia di persone furono potenzialmente esposte durante e dopo le operazioni di soccorso e rimozione delle macerie.
Il problema è che molti tumori possono richiedere anni o decenni prima di manifestarsi. Lo stesso World Trade Center Health Program prevede specifici periodi minimi di latenza affinché una neoplasia possa essere certificata come patologia collegata all'esposizione dell'11 settembre. Tra i tumori coperti dal programma figurano quelli di polmone e bronchi, prostata, tiroide, rene e vescica, melanoma, mesotelioma e numerose altre neoplasie.
È per questo che, a un quarto di secolo dagli attentati, i medici temono che il picco non sia ancora stato raggiunto. "La nostra paura è che le diagnosi di cancro continueranno ad aumentare nei prossimi 25 anni", ha avvertito Moline.
L'11 settembre provocò 2.977 vittime negli attentati, ma il suo bilancio non si è fermato a quella mattina. Venticinque anni dopo, le conseguenze dell'esposizione a Ground Zero continuano a produrre nuove diagnosi e nuove vittime, trasformando quella che fu una catastrofe concentrata in poche ore in un'emergenza sanitaria destinata a durare per decenni.
Mamdani, pubblicate 170mila pagine di documenti: "I leader hanno mentito"
Il sindaco di New York Zohran Mamdani l'8 settembre ha reso pubbliche oltre 170mila pagine di documenti municipali, custodite per più di vent'anni in 68 scatole, sulla qualità dell'aria a Ground Zero dopo l'11 settembre 2001.
Le carte, anticipate dal New York Times, mostrano che dieci mesi dopo il crollo delle Torri le autorità sanitarie trovavano ancora tracce di amianto fino a un chilometro di distanza, nonostante le rassicurazioni pubbliche sulla sicurezza dell'aria.
Tra i documenti spicca il cosiddetto "Harding memo", che discute la responsabilità legale della città sulla qualità dell'aria. Mancano ancora dei fascicoli, probabilmente persi. "Le persone", ha affermato Mamdani, "si sono ammalate perché i leader di cui si fidavano hanno mentito, dicendo loro che potevano respirare aria tossica in tutta sicurezza".
Fonti:
Northwell Health - Northwell’s World Trade Center Health Program cancer cases jumped 75 percent between 2023-25; new cases on pace to grow
Northwell Health - WTC Health Program
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Tumore seno, Fabi (Aiom): "13mila pazienti all'anno candidate a test genomico" adnkronos.com
"A fronte di circa 13mila pazienti potenzialmente candidate ogni anno, la media dei test effettuati tra il 2024 e il 2025 ha superato quota 2.500. Va considerato che la dotazione del Fondo nazionale dedicato ai test genomici non è più sufficiente. Le diagnosi aumentano, cresce il numero di pazienti idonee e abbiamo imparato a utilizzare questo strumento con la massima appropriatezza: per questo abbiamo inevitabilmente bisogno che il Fondo venga incrementato". Con queste parole Alessandra Fabi, consigliera nazionale Aiom - Associazione italiana di oncologia medica e responsabile Medicina di precisione in senologia presso la Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs di Roma, è intervenuta nel corso dell'incontro con la stampa 'Tumore al seno, i primi due anni di attività dell'Osservatorio nazionale sui test genomici', promosso oggi a Milano da Abbott.
Fabi si sofferma sulla necessità che ha spinto a istituire un Osservatorio sui test genomici: "Era necessario effettuare una valutazione e un'osservazione di quello che è stato un lavoro ormai pluriennale dei clinici e di tutta la parte tecnica - spiega - I risultati sono positivi: il primo messaggio è che i medici sono riusciti a portare in ogni ospedale la medicina di precisione attraverso il test genomico, imparando a utilizzarlo secondo criteri di appropriatezza nelle pazienti con un tumore precoce già operato, ormono-dipendente ed Her2-negativo, che rappresenta circa il 60% dei casi di tumore alla mammella".
Dai numeri emersi dall'Osservatorio "possiamo dire che il quadro generale è molto buono - osserva la consigliera Aiom - ma abbiamo ancora un ampio margine di miglioramento, soprattutto in alcune aree geografiche dove il numero di test eseguiti e prescritti rimane ridotto". Un divario dovuto "a fattori culturali, come il timore infondato di perdere tempo prezioso prima di avviare la chemioterapia, quando invece il test permette a metà delle pazienti di evitarla del tutto, ma anche a una complessa burocrazia ospedaliera che frena l'operato del singolo clinico".
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Criteri Critici
Salute mentale, la Valle d’Aosta rafforza la rete della prevenzione valledaostaglocal.it
La salute mentale non si misura soltanto nel momento in cui una persona arriva in ospedale o chiede aiuto dopo una crisi. Si misura anche nella capacità di riconoscere prima i segnali di sofferenza, accompagnare chi attraversa una fase di fragilità, mantenere un contatto dopo una dimissione e costruire intorno alla persona una rete che non lasci spazio all’isolamento. È dentro questa prospettiva che assumono particolare significato i dati diffusi dall’Assessorato regionale alla Sanità, Salute e Politiche sociali e dall’Azienda USL Valle d’Aosta sulle attività del Dipartimento Strutturale di Salute Mentale e, in particolare, della Struttura Complessa Psichiatria diretta dalla dottoressa Anna Maria Beoni.
Nei primi otto mesi del 2026 gli Ambulatori per la prevenzione dei suicidi hanno effettuato complessivamente 336 prestazioni: 123 rivolte direttamente ai pazienti per attività di prevenzione e supporto e 213 colloqui con i familiari. È un dato che supera già le 246 prestazioni registrate nell’intero 2025, a conferma di un'attività che si sta progressivamente strutturando e ampliando.
Parallelamente è cresciuto il lavoro di monitoraggio telefonico. Tra gennaio e agosto 2026 sono state effettuate 860 telefonate, contro le 669 dello stesso periodo del 2025, con un incremento del 28,6%. Il nuovo sistema di monitoraggio ha coinvolto finora 56 pazienti: 14 provenienti dall’SPDC, il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, nell’ambito della prevenzione suicidi, 8 dall’SPDC per il monitoraggio telefonico, 1 su segnalazione dello psichiatra e 33 attraverso accesso spontaneo.
Dietro questi numeri c’è un cambiamento importante nell’organizzazione dell’assistenza. Il monitoraggio dopo la dimissione prevede richiami telefonici programmati dagli infermieri del Centro di Salute Mentale, visite domiciliari, verifica dell’aderenza alle terapie e attivazione tempestiva degli interventi quando emergono segnali di rischio. A questo si aggiunge un’équipe dedicata che si riunisce ogni settimana per condividere i casi più complessi, aggiornare le procedure tra SPDC e CSM e coordinare le risposte dei diversi servizi.
Nei primi otto mesi del 2026 sono stati inoltre registrati 383 accessi al triage infermieristico del Centro di Salute Mentale. Il numero complessivo degli accessi è inferiore rispetto allo stesso periodo del 2025, ma il dato va letto insieme alla crescita dell’attività di monitoraggio telefonico, che indica una progressiva evoluzione verso forme di assistenza capaci di seguire la persona anche oltre il momento dell’accesso.
Particolarmente significativo è il rapporto tra accesso e presa in carico. Tra marzo e agosto 2026, su 275 accessi per i quali è disponibile l’esito, 212, pari al 77,1%, si sono trasformati in un vero percorso assistenziale. Se si considerano soltanto le persone che non erano mai state precedentemente seguite dal Centro di Salute Mentale, la percentuale sale all’84,9%: 90 prese in carico su 106 nuovi accessi. Nella fascia d’età compresa tra 26 e 45 anni raggiunge addirittura il 94,4%.
È un elemento che racconta una sanità che prova a spostare il proprio baricentro: dalla sola gestione dell’emergenza alla costruzione di percorsi di continuità. E proprio questa capacità di accompagnare le persone può diventare decisiva in un ambito nel quale arrivare prima significa spesso poter intervenire prima che una situazione di disagio si trasformi in una crisi.
«L’attività che stiamo sviluppando si muove su due direttrici complementari», spiega la dottoressa Anna Maria Beoni, direttrice della SC Psichiatria e del Dipartimento di Salute Mentale. Da una parte, sottolinea, occorre «rafforzare la capacità dei nostri servizi di accogliere, prendere in cura e seguire nel tempo le persone», anche attraverso il monitoraggio successivo alla dimissione e il coinvolgimento delle famiglie. Dall’altra, però, la prevenzione «riguarda tutta la comunità» e richiede una rete non soltanto sanitaria, capace di intercettare il disagio prima che diventi emergenza.
È probabilmente questo il passaggio più delicato dell’intera strategia. Una quota significativa delle persone che muoiono per suicidio, osserva Beoni, non è mai arrivata ai servizi specialistici, «forse anche per l’assenza di una malattia psichiatrica». Da qui la necessità di coinvolgere medicina generale, servizi sociali, scuole, famiglie e territorio: non soltanto per curare una patologia, ma per riconoscere situazioni di sofferenza che possono avere origini molto diverse.
La dimensione sanitaria, infatti, si intreccia inevitabilmente con quella sociale. Dal 2024 il Dipartimento di Salute Mentale ha avviato un percorso di integrazione con i Punti Unici di Accesso, i PUA, servizio regionale gratuito di accoglienza, ascolto e orientamento ai servizi socio-assistenziali e socio-sanitari, articolato in otto sportelli territoriali e attraverso un numero verde. Quando gli assistenti sociali del PUA individuano situazioni caratterizzate da disagio psichico o da un’urgenza clinica, la persona può essere indirizzata direttamente al triage infermieristico del Centro di Salute Mentale. Nei primi otto mesi del 2026 sono state 12 le segnalazioni provenienti dal PUA verso il servizio sociale della SC Psichiatria.
La rete si estende inoltre alle scuole, con interventi dedicati all’intercettazione del disagio adolescenziale, attività sulla gestione dell’ansia e formazione del personale docente e degli operatori sanitari sul rischio suicidario. A questa dimensione si affiancano le collaborazioni con il volontariato e con gli altri soggetti della comunità. Una strategia che, sul piano politico, significa riconoscere che la salute mentale non può essere confinata dentro le strutture sanitarie e che la prevenzione richiede un investimento stabile sull’intero tessuto sociale.
È dentro questo quadro che vanno letti anche i dati epidemiologici. Dal 1° gennaio al 31 agosto 2026 in Valle d’Aosta sono stati registrati 14 suicidi, 9 uomini e 5 donne. Delle persone decedute, 7 risultavano seguite dai servizi di Psichiatria o dal SerD, mentre altre 7 non risultavano in carico ai servizi specialistici.
Tra giugno e agosto si sono verificati 7 dei 14 episodi registrati dall’inizio dell’anno. Un dato che impone attenzione, ma che deve essere interpretato con prudenza, soprattutto in una realtà demografica come quella valdostana, dove numeri assoluti molto contenuti possono determinare oscillazioni percentuali rilevanti. L’analisi epidemiologica del Dipartimento richiama infatti la necessità di utilizzare serie pluriennali e di non attribuire a un singolo anno un significato che può essere valutato soltanto nel tempo.
La serie più recente indica 22 casi nel 2023, 20 nel 2024 e 15 nel 2025. Non emerge dunque un andamento progressivamente crescente. Più interessante, per comprendere la natura del fenomeno, è osservare quanti fossero conosciuti dai servizi di salute mentale: 8 su 22 nel 2023, 11 su 20 nel 2024, 6 su 15 nel 2025 e 7 su 14 nei primi otto mesi del 2026.
Il dato suggerisce una considerazione che va oltre la semplice organizzazione sanitaria. Il suicidio è un fenomeno multifattoriale, nel quale possono convergere condizioni psicologiche e psichiatriche, fragilità familiari e relazionali, difficoltà economiche, solitudine, trasformazioni sociali e culturali. Per questo la prevenzione non può limitarsi alla capacità dei servizi specialistici di prendere in carico chi arriva alla loro porta. Deve interrogare il modo in cui una comunità riconosce e affronta il disagio.
È la linea sulla quale insiste l’assessore alla Sanità, Salute e Politiche sociali Carlo Marzi, ricordando che il fenomeno è affrontato in Valle d’Aosta da anni attraverso un percorso strutturato. «Una prevenzione efficace non è solo sanitaria, ma passa attraverso la capacità di tutta la comunità di saper intercettare precocemente il disagio e sostenere le persone nelle diverse fasi della vita», afferma l’assessore. In questa prospettiva, nel 2022 è stato avviato il Progetto regionale per la prevenzione del suicidio con la costituzione di un Tavolo interistituzionale destinato a coordinare in maniera stabile gli ambiti sanitari, sociali, educativi e territoriali, insieme agli organismi di presidio e sicurezza.
Il Tavolo, riunitosi da ultimo il 6 maggio 2026, mette attorno allo stesso tavolo Assessorati regionali, Azienda USL, volontariato, Forze dell’ordine, Vigili del fuoco, Corpo forestale, Diocesi di Aosta, Università della Valle d’Aosta, CELVA, Chambre Valdôtaine e organi di informazione. Una composizione ampia che rivela la scelta politica di affrontare il fenomeno non come una questione esclusivamente sanitaria, ma come una responsabilità collettiva.
Negli anni sono stati sviluppati programmi dedicati alla prevenzione e al benessere psicologico di adolescenti e adulti, percorsi di formazione per operatori sanitari, sopravvissuti e «sentinelle» del territorio, attività rivolte alle Forze dell’ordine, interventi per la messa in sicurezza dei luoghi a rischio e collaborazioni con altre Regioni e Province autonome.
«Il grande lavoro messo in piedi ha come primo obiettivo anche quello di combattere lo stigma e parlare di un tema spesso considerato un tabù», sottolinea ancora Marzi. Parlare di suicidio, spiega l’assessore, significa far crescere «la coscienza collettiva e la volontà di contrastare insieme questo fenomeno». E soprattutto significa non ridurre tutto a una questione di statistiche: «anche dietro un solo caso si cela una tragedia familiare». La Valle d’Aosta, rivendica Marzi, «ha scelto di dotarsi di una politica specifica e programmata» e di costruire una rete sempre più ampia.
Un’impostazione che trova un ulteriore elemento di lettura nelle parole del direttore sanitario dell’Azienda USL Mauro Occhi, che colloca la questione valdostana dentro una crisi più ampia. «È da oltre vent’anni che l’Organizzazione Mondiale della Sanità individua nel problema della salute mentale un’emergenza epidemiologica planetaria», osserva, evidenziando tuttavia come le organizzazioni sanitarie fatichino a mantenere il passo con la crescente domanda di assistenza. Uno dei nodi riguarda il personale, a partire dalla difficoltà di reperire psichiatri e altre figure professionali.
La Valle d’Aosta, spiega Occhi, presenta problemi di salute mentale simili a quelli degli altri territori dell’arco alpino, ma condivide con il resto d’Italia nuove forme di disagio, «quelle degli adolescenti in primo luogo». A incidere sono «l’intero ventaglio delle insicurezze epocali» e la precarietà dei tradizionali assetti sociali e relazionali. Anche per questo, secondo il direttore sanitario, il tema non può essere separato dalle scelte della politica e dall’organizzazione complessiva della società: costruire condizioni di convivenza migliori, sostenere il benessere e intervenire sui contesti di vita significa fare, indirettamente ma concretamente, anche prevenzione.
Il quadro che emerge, dunque, non è quello di una semplice crescita delle prestazioni. È il racconto di una trasformazione culturale e organizzativa che coinvolge sanità, politica e società. I 336 interventi degli Ambulatori per la prevenzione suicidi, le 860 telefonate di monitoraggio, l’84,9% di presa in carico tra i nuovi accessi e la costruzione di collegamenti sempre più stretti con scuole, servizi sociali, famiglie e territorio indicano una direzione precisa: provare ad arrivare prima.
In una piccola regione, dove la vicinanza tra istituzioni, servizi e comunità può rappresentare una risorsa straordinaria, la sfida è trasformare questa prossimità in una vera capacità di ascolto. La difficoltà nel reperire personale qualificato resta un problema concreto e riguarda la possibilità stessa di rendere stabile nel tempo questo modello. Ma altrettanto importante è non confondere la prevenzione con la sola risposta sanitaria. Se metà delle persone coinvolte negli episodi più gravi non era conosciuta dai servizi specialistici, significa che il confine decisivo si trova spesso prima dell’ospedale, prima della diagnosi, prima dell’emergenza.
Ed è forse proprio qui che la Valle d’Aosta può misurare l’ambizione della propria autonomia anche nel campo delle politiche sociali e sanitarie: nella capacità di costruire un sistema vicino alle persone, capace di utilizzare le proprie dimensioni contenute non come limite, ma come occasione per coordinare meglio le risposte. Perché, come ricordano le parole di Marzi, «anche dietro un solo caso si cela una tragedia familiare». E perché la salute mentale, nella lettura proposta da Occhi, non è più una questione confinata agli specialisti, ma una delle grandi sfide della convivenza contemporanea. La prevenzione, in definitiva, comincia molto prima che una persona chieda aiuto: comincia da una comunità capace di accorgersi che qualcuno sta facendo fatica e di non voltarsi dall’altra parte.
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Dopo tumori sangue, cellule modificate per curare l’artrite reumatoide Irpinia TV
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Tumore seno, D'Antona (Europa Donna): "Con test genomico terapia mirata" La Gazzetta del Mezzogiorno
Roma, 9 set. (Adnkronos Salute) - "In passato, nel 30% dei casi le donne affrontavano un trattamento chemioterapico che si rivelava purtroppo inutile. Oggi, invece, grazie al test" genomico "il numero di chemioterapie non necessarie si è ridotto drasticamente". Questo perché, "una volta eseguito il test, il patologo indica se ci sia o meno la necessità di sottoporsi al trattamento. A nostro avviso è fondamentale inserire questi test nei Lea, i livelli essenziali di assistenza". Sono le parole di Rosanna D'Antona, presidente di Europa Donna Italia, intervenendo all'incontro con la stampa 'Tumore al seno, i primi due anni di attività dell'Osservatorio nazionale sui test genomici', promosso da Abbott a Milano.
La presidente descrive il percorso di sensibilizzazione che il movimento che rappresenta ha messo in campo per aumentare la consapevolezza delle pazienti riguardo all'utilità del test genomico. "La prima fase è stata di informazione: abbiamo aggiornato tutte le associazioni che fanno parte di Europa Donna sui vantaggi di un test come questo - spiega - Abbiamo lavorato al fianco dei clinici e delle società scientifiche per raggiungere l'obiettivo del Fondo da 20 milioni di euro", istituito dalla legge di Bilancio 2020-2021 (legge 178/2020) per garantire il rimborso dei test genomici alle pazienti con tumore al seno in fase iniziale, ormono-responsivo e negativo per Her2, in tutta Italia. "Successivamente - aggiunge - abbiamo monitorato le Regioni più in difficoltà, quelle che non riuscivano a utilizzare le risorse, riscontrando che spesso le motivazioni erano di natura burocratica".
La presidente conclude poi soffermandosi ancora sull'importanza di inserire il test nei Lea: "In questo modo non si dovrà più discutere sulla disponibilità residua dei fondi e tutte le donne potranno accedere al test in maniera molto più agevole".
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Criteri Critici
Joe Biden sul tumore alla prostata: 'Alla diagnosi si era già diffuso' Sky TG24
L'83enne prende la parola, in occasione del mese della sensibilizzazione sulla malattia. "Quando l’abbiamo scoperto, si era già diffuso alle ossa", scrive l’ex presidente americano sul suo profilo X ascolta articolo Sceglici su: Google Discover Fonti Preferite
"Ogni settembre celebriamo il Mese della Consapevolezza sul Cancro alla Prostata. Quest'anno ha un significato ancora più personale per me". Lo ha affermato su X l’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden, 83 anni, che è tornato a parlare del cancro alla prostata che gli è stato diagnosticato la scorsa primavera. "Quest'anno più di 330.000 uomini americani ascolteranno le stesse parole che abbiamo ascoltato noi la scorsa primavera, quando mi è stato diagnosticato un cancro alla prostata. Quando lo abbiamo scoperto, si era già diffuso alle ossa".
Biden sottolinea l’importanza della prevenzione "Quando il cancro alla prostata viene diagnosticato in fase precoce, la sopravvivenza a cinque anni è vicina al 100%. Quindi parlatene con il vostro medico. Non rimandate", ha scritto Biden, ribadendo: “Se il tuo rischio è nella media, quella conversazione dovrebbe iniziare intorno ai 50 anni e le linee guida attuali prevedono uno screening ogni 2-4 anni. Se sei un uomo di colore, dovresti iniziare a 45 anni o anche prima: hai una probabilità quasi del 70% superiore di contrarre questa malattia e una probabilità da 2 a 4 volte maggiore di morirne. Una situazione scandalosa per il Paese più ricco del mondo". Approfondimento Health, tumore prostata: proposta SIU screening nazionale organizzato
Le cure e i medici L’ex presidente ha anche ringraziato i medici che lo stanno seguendo e ha dato un aggiornamento sulle sue condizioni: "La radioterapia dello scorso autunno ha funzionato come previsto e continuo a dedicarmi alle cose che mi stanno a cuore, come finire la mia autobiografia". Biden ha rivolto un appello agli uomini: "Parlate con i vostri medici. Ponete le domande difficili. Fatelo per voi stessi e fatelo per le persone che vi amano". E ha concluso: "E, qualunque cosa accada, non perdete la fede. Dio vi benedica". Approfondimento Joe Biden, il figlio Hunter: cancro diffuso alle ossa e molto doloroso
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Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Criteri Critici
L’IA potrebbe trovare la cura del cancro. Ma non ha abbastanza chip per farcela diregiovani.it
ROMA – È una delle promesse più grandi dell’era dell’intelligenza artificiale: trovare la cura per il cancro. Non tra secoli. Nella nostra vita. Il CEO di una delle aziende di chip più importanti al mondo ci crede davvero. Il problema è che i chip non bastano.
CHI LO DICE E PERCHÉ È CREDIBILE
Rene Haas, amministratore delegato di Arm Holdings e membro del consiglio di amministrazione di AstraZeneca fino all’aprile 2026, ha dichiarato alla BBC che l’intelligenza artificiale scoprirà una cura per il cancro entro la nostra vita.
Non è un visionario qualunque: guida l’azienda che progetta i chip presenti in quasi tutti gli smartphone del mondo, e conosce sia il lato tecnologico che quello farmaceutico.
COME L’AI POTREBBE FARCELA
Haas ha spiegato che i modelli di AI avanzati potrebbero simulare come il cancro interagisce con i marcatori del DNA, aprendo la strada a scoperte rivoluzionarie nella ricerca e nello sviluppo di farmaci.
In pratica: quello che il cervello umano non riesce a fare, elaborare miliardi di interazioni molecolari contemporaneamente, l’intelligenza artificiale potrebbe farlo in tempi molto più rapidi. Google DeepMind insieme all’Università di Yale ha già generato una nuova ipotesi sul comportamento cellulare del cancro, poi validata sperimentalmente.
IL PROBLEMA: I CHIP NON BASTANO
La sfida attuale è che la modellazione biologica richiesta è “troppo complessa” per i sistemi AI di oggi, un limite dovuto in gran parte a un settore dei semiconduttori che rimane in un “ambiente assolutamente vincolato dall’offerta”. In parole semplici: i data center AI nel mondo non hanno abbastanza chip per eseguire i calcoli necessari a simulare il funzionamento del DNA umano e la sua interazione con le cellule tumorali.
La carenza globale di semiconduttori, che affligge il settore dalla pandemia, non si è risolta. E finché non si risolve, anche le promesse più grandi dell’AI restano parzialmente bloccate.
QUANTO MANCA
Haas ha espresso forte fiducia che i futuri progressi hardware e nella modellazione chiuderanno il divario. Il problema non è “se”, è “quando“. E il quando dipende da quanti chip riusciremo a produrre, quanto velocemente, e a chi andrà la priorità nella loro distribuzione.
Oggi quella priorità va principalmente ai modelli linguistici e ai chatbot. La ricerca medica viene dopo.
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Criteri Critici
Ogni anno i test genomici per il trattamento del tumore del seno in stadio precoce andrebbero prescritti ad almeno 13mila donne in Italia e quindi il loro utilizzo va decisamente...
Breast Unit in campo
“La sensibilizzazione non deve riguardare solo l’oncologo medico ma tutti i professionisti che lavorano all’interno delle Breast Unit – prosegue Giancarlo Pruneri, Direttore del Dipartimento di Diagnostica Avanzata presso la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano -. Il carcinoma della mammella in fase precoce è sempre più curabile e guaribile, grazie all’evoluzione dei trattamenti che ha portato alla medicina di precisione. Il referto istopatologico e i dati molecolari, che oggi possiamo raccogliere, ci permettono una selezione migliore e più accurata delle terapie. I test genomici sono esami multigenici di biologia molecolare che forniscono maggiori informazioni, rispetto a quelle garantite dall’anatomia patologica “tradizionale”. Abbiamo a disposizione strumenti precisi per la previsione del beneficio della chemioterapia».
Sliding door per la chemio
«In Italia circa un terzo delle donne operate per il tumore del seno presentano 1-3 linfonodi ascellari positivi – aggiunge Corrado Tinterri, Professore Associato all’Humanitas University e Responsabile della Senologia alla Breast Unit dell’Humanitas Cancer Center di Rozzano -. Sono pazienti che hanno un alto rischio di recidiva della neoplasia e tutte le evidenze scientifiche, prodotte negli ultimi anni, documentano come il test genomico possa indicare l’eventuale utilità del trattamento chemioterapico. In particolare, gli studi TAILORx e RxPONDER ne hanno valutato l’efficacia tra le donne sia in post che in pre-menopausa. Secondo gli ultimi dati l’esame andrebbe prescritto a una paziente su quattro che ogni anno nel nostro Paese viene colpita dalla neoplasia mammaria».
Il ruolo dei pazienti
«Dal 2020 – conclude Rosanna D’Antona, Presidente di Europa Donna Italia – abbiamo iniziato un percorso in alleanza con la classe medica e le società scientifiche, per far arrivare la voce delle pazienti ai decisori. Abbiamo lanciato campagne che, con il contributo delle associazioni sul territorio, hanno raccolto oltre 15.000 firme, ottenuto attenzione pubblica e portato alla costituzione di un fondo nazionale da 20 milioni di euro annui, per garantire gratuitamente i test genomici alle donne che ne avevano indicazione. Molto, tuttavia, resta ancora da fare, a partire da equità di accesso e organizzazione dei percorsi. Vanno rimossi i ritardi burocratici e superati alcuni problemi organizzativi per garantire alle pazienti i medesimi diritti, su tutto il territorio. Siamo pronte, insieme alla nostra rete associativa, a fare la nostra parte».
Anticipare i test e ampliare i fondi
Si apre ora la seconda fase dei lavori dell’Osservatorio nazionale ed è previsto un ampliamento dei membri e il coinvolgimento delle associazioni di pazienti e delle Istituzioni. Nei prossimi mesi saranno organizzati tre incontri in Regioni “virtuose” (ad esempio, in Lombardia, Lazio e Campania). Saranno costituiti tavoli di lavoro operativi con il coinvolgimento diretto di direzioni generali, assessorati alla sanità, rappresentanti istituzionali e clinici di riferimento. «Vogliamo creare un dialogo più strutturato per garantire l’accesso a tutte le pazienti eleggibili – concludono gli esperti -. Per esempio, vi è la possibilità di anticipare l’esecuzione del test sulla biopsia diagnostica e ciò consentirebbe una migliore pianificazione terapeutica anche in ottica neoadiuvante, e quindi prima dell’intervento chirurgico. Potremmo avere una netta riduzione dei tempi complessivi dell’intero percorso di cura. Tuttavia, l’attuale quadro normativo nazionale non prevede il rimborso del test su biopsia ed eventuali modifiche richiederebbero un aggiornamento dei decreti. Bisogna infine valutare un possibile ampliamento del fondo nazionale di 20 milioni per l’acquisto dei test genomici».
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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Criteri Critici
Sepsi, 250mila casi in Italia: percorsi di cura ancora disomogenei Doctor33
La gestione della sepsi e dello shock settico resta caratterizzata da una forte disomogeneità organizzativa tra le strutture sanitarie italiane, con criticità nella disponibilità di percorsi diagnostico-terapeutici, nella gestione e nel follow-up dopo la dimissione.
La sepsi è una risposta disregolata dell'organismo a un'infezione che può determinare disfunzione d'organo e, nei casi più gravi, shock settico. In Italia si stimano circa 250.000 casi ogni anno, con 50.000-70.000 decessi, più di quelli di infarto del miocardio e ictus cerebrale, con il 40% dei ricoveri richiede il passaggio in Terapia Intensiva, con degenze mediamente tre volte più lunghe rispetto ad altre patologie acute. Tra i sopravvissuti, circa la metà sviluppa conseguenze a lungo termine, tra cui deficit cognitivi, disturbi della salute mentale e debolezza fisica persistente; eppure, resta largamente sconosciuta ai cittadini e priva di percorsi codificati uniformi in ogni struttura sanitaria. È quanto emerge dal position paper realizzato da Cittadinanzattiva con il contributo non condizionato di AOP Health, sulla base di un'indagine che ha coinvolto 172 professionisti sanitari.
Il Position Paper nasce da un'indagine civica condotta da Cittadinanzattiva che ha raccolto le risposte di 172 professionisti sanitari (prevalentemente infettivologi, specialisti di medicina d'urgenza e anestesisti-rianimatori) oltre a interviste qualitative con rappresentanti di società scientifiche e federazioni (FIMMG, SIAARTI, SIMEU, SIMIT, SITA) e di associazioni di pazienti (AIPAMM, ANNA Onlus, TI DO AIUTO, FORUM Nazionale delle Associazioni di Nefropatici, Trapiantati d'Organo e di Volontariato).
La tempestività del trattamento rappresenta un elemento determinante nell'esito clinico. Secondo i dati riportati nel position paper, ogni ora di ritardo nella somministrazione della terapia mirata dopo l'insorgenza dello shock riduce la probabilità di sopravvivenza di circa il 7-8%. Nella pratica clinica italiana, tuttavia, la gestione non appare uniforme nell'arco delle 24 ore. Il 68,6% dei professionisti intervistati rileva differenze significative tra turni diurni e feriali e turni notturni e festivi, attribuite soprattutto alla minore disponibilità di laboratori di microbiologia e personale nelle ore serali.
Le criticità non riguardano soltanto la fase acuta. Il 73,3% delle strutture non dispone di un percorso strutturato di follow-up per i sopravvissuti alla sepsi e, nella fase post-ospedaliera, il 38,4% dei pazienti non ha una figura professionale di riferimento. Tra le complicanze più frequentemente segnalate dai professionisti figurano quelle fisiche, indicate dal 58,1% degli intervistati, le difficoltà legate alla mancanza di riferimenti sul territorio (47,7%) e quelle cognitive (43%).
La criticità più frequentemente segnalata è la mancanza di percorsi uniformi e condivisi, indicata dal 55% dei professionisti per la sepsi e dal 41,9% per lo shock settico. Più del 30% degli intervistati riferisce che nella propria struttura non è presente un protocollo aziendale specifico per la diagnosi della sepsi e dello shock settico. Il 70,9% segnala inoltre criticità nella comunicazione e nel coordinamento tra le diverse unità coinvolte nella gestione del paziente. L'indagine evidenzia anche differenze rilevanti tra le aree del Paese. Un protocollo aziendale specifico per la sepsi è presente nell'84,6% delle strutture rappresentate dagli intervistati del Nord, nel 63,6% di quelle del Centro e soltanto nel 42,9% di quelle del Sud e delle Isole.
Anche la formazione presenta una distribuzione disomogenea: al Nord il 61,5% degli intervistati riferisce la disponibilità di corsi specifici, mentre al Sud e nelle Isole il 78,6% segnala l'assenza di una formazione dedicata. Oltre il 53% dei medici del Sud e delle Isole ritiene inoltre che le carenze organizzative incidano direttamente sulla sopravvivenza dei pazienti, rispetto al 41% dei medici del Nord.
"Guarire da una sepsi non significa sempre tornare alla vita di prima. Le persistenti difficoltà fisiche, psicologiche e cognitive incidono significativamente sul recupero e sulla qualità di vita", sottolinea Nicola Latronico, professore ordinario di Anestesia e Terapia Intensiva dell'Università degli Studi di Brescia e direttore del Centro di Ricerca LOTO. "Senza una presa in carico continuativa, la transizione dall’ospedale al territorio rischia di lasciare pazienti e famiglie senza riferimenti adeguati, rendendo difficile riconoscere tempestivamente problematiche potenzialmente modificabili e garantire la continuità del percorso di cura e di recupero".
"La sepsi e lo shock settico rappresentano una sfida che riguarda il diritto dei cittadini alla sicurezza delle cure. Significa parlare di diagnosi precoce, tempestività degli interventi, qualità dei percorsi assistenziali e continuità della presa in carico. Con questo Position Paper abbiamo voluto offrire una prospettiva civica che possa contribuire a sostenere il miglioramento dei percorsi di cura" afferma Valeria Fava, Responsabile Coordinamento Politiche della Salute di Cittadinanzattiva.
Sulla base dei risultati dell'indagine, il position paper propone la standardizzazione dei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali a livello nazionale e la garanzia di standard uniformi nell'arco delle 24 ore. Tra le altre priorità indicate figurano il potenziamento della diagnostica microbiologica e delle tecnologie rapide, il rafforzamento degli organici e della formazione dei professionisti e l'attivazione di percorsi strutturati di follow-up e integrazione tra ospedale e territorio.
L'obiettivo è ridurre le differenze organizzative tra le strutture e garantire una presa in carico della sepsi che prosegua dalla fase acuta fino al recupero post-ospedaliero.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
55.6/100
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B
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❌
Criteri Critici
Tumore al pancreas: due nuovi studi per migliorare il trattamento della malattia la Repubblica
Due nuovi studi per migliorare il trattamento del tumore al pancreas, sfruttando la conoscenza delle caratteristiche biologiche del tumore e potenziando la medicina di precisione. Sono gli studi che si sono appena aggiudicati il primo bando per la ricerca clinica indipendente promosso da Fondazione Veronesi e da Ficog (Federazione dei gruppi oncologici cooperativi italiani). I vincitori sono Davide Melisi e Michele Reni, rispettivamente direttore dell’Uos di Terapie sperimentali in oncologia dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona e direttore del programma strategico di coordinamento clinico del Pancreas center all'Irccs Ospedale San Raffaele, con gli studi multicentrici BLAZE-PDAC (Basal-like PDAC with KRAS G12D/TGFβR2 therapy) e PACT-36 GIOTTO (Phase 3 GIOTTO trial in elderly pancreatic cancer).
Tumore al pancreas: a 5 anni è vivo solo l’11% dei pazienti
Quello sul pancreas, è uno dei campi nell’oncologia dove il bisogno di ricerca è maggiore, come ha ricordato Giuseppe Procopio, Presidente Ficog e Direttore del Programma Prostata presso la Fondazione Irccs Istituto Nazionale Tumori Milano: “I dati disponibili che evidenziano come in Italia a fronte di oltre 13 mila nuovi casi l’anno vi siano più di 14 mila decessi. La prevenzione secondaria è molto difficile mentre le opzioni di trattamento disponibili sono limitate, seppur in crescita negli ultimi anni. Tuttavia, finora non abbiamo ottenuto i progressi che abbiamo registrato in altre forme di cancro”. Il tumore al pancreas rimane infatti una delle neoplasie più difficili da curare, spesso perché diagnosticato in forme già avanzate: a cinque anni è vivo solo l’11% degli uomini e il 12% delle donne. “Proprio per questo la ricerca clinica deve essere incentivata il più possibile, in particolare quella indipendente che può trovare nuovi e più efficaci strumenti diagnostici-terapeutici. I Gruppi Cooperativi, che rappresentiamo, da anni sono impegnati in studi e sperimentazione che hanno a volte cambiato la pratica clinica a livello internazionale. Ci auguriamo che questo possa presto avvenire anche nella difficile gestione del paziente colpito da carcinoma pancreatico”.
Due nuovi studi per migliorare il trattamento del tumore al pancreas
I due progetti vincitori del bando proveranno a dare risposte ai bisogni clinici ancora insoddisfatti dei pazienti con tumore al pancreas ed esplorare nuovi ambiti di ricerca, ha aggiunto Valentina Gambino, coordinatrice delle piattaforme di ricerca e cura di Fondazione Umberto Veronesi Ets: “Lo studio coordinato dal professor Davide Melisi ha l’obiettivo di sfruttare le caratteristiche biologiche del tumore per capire quali pazienti potrebbero essere curati senza chemioterapia e utilizzando al suo posto farmaci di nuova generazione. Lo studio che verrà portato avanti dal professor Reni ha invece lo scopo di ottimizzare la selezione dei trattamenti nei pazienti anziani con un tumore metastatico del pancreas. Finanziare la ricerca indipendente significa colmare una grande necessità, a tutto vantaggio dei pazienti, per dare risposte concrete e in tempi brevi alle esigenze delle persone con tumore” .
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
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Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
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Criteri Critici
Biden: “La radioterapia ha funzionato come previsto” La Voce di New York
Joe Biden ha annunciato che la radioterapia a cui si è sottoposto lo scorso autunno per il tumore alla prostata “ha funzionato come previsto”. L’ex presidente americano, 83 anni, ha spiegato di essere profondamente grato ai medici e agli infermieri che continuano a seguirlo e che lo stanno aiutando a “tenere sotto controllo il cancro”.
La diagnosi di cancro
A Biden era stata diagnosticata nel maggio 2025 una forma aggressiva di cancro alla prostata già diffusa alle ossa. I medici avevano definito il tumore “ormonosensibile”, indicando una condizione nella quale la malattia può rispondere alle terapie ormonali. Biden aveva completato il ciclo di radioterapia nell’ottobre dello scorso anno. L’ex presidente ha scelto di rendere pubblico l’aggiornamento in occasione del mese della sensibilizzazione sul cancro alla prostata, sottolineando quanto quest’anno abbia per lui un significato “più personale”. Biden ha anche invitato gli uomini a parlare con i propri medici, fare domande e non rimandare i controlli: “Fatelo per voi stessi e per le persone che vi amano”.
Nel frattempo Biden continua a mantenere un profilo relativamente basso dopo la fine della sua presidenza. Tra gli impegni personali c’è anche la conclusione della sua autobiografia, Promise Me, America, prevista in uscita il 17 novembre, nella quale racconterà anche la gestione della pandemia e la decisione di non ricandidarsi nel 2024. L’annuncio arriva dopo mesi di aggiornamenti sulla salute dell’ex presidente, durante i quali la sua famiglia aveva parlato pubblicamente della gravità della malattia. Ora Biden comunica che il trattamento sta producendo l’effetto atteso, pur continuando a essere sottoposto alle cure e al monitoraggio dei suoi medici.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Sanita': oncologi, per tumore seno target 13mila test genomici l'anno Il Sole 24 ORE
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Roma, 9 set - Dal 2020 a oggi in Italia sono stati prescritti oltre 30mila test genomici per il trattamento del tumore del seno in stadio precoce. Sono esami ormai fondamentali nella pratica clinica quotidiana e possono indicare il rischio di ricomparsa della neoplasia. Al tempo stesso hanno un ruolo predittivo nell'individuare quali pazienti traggono beneficio della chemioterapia, dopo l'intervento chirurgico. Ogni anno andrebbero prescritti ad almeno 13mila donne nel nostro Paese e quindi il loro utilizzo va ampliato. Nel 2025 per esempio sono stati eseguiti, a livello nazionale, solo 9.800 test genomici (nel 2024 erano invece stati 8.700). E' poi necessario garantirne l'effettiva disponibilita' sull'intero territorio nazionale.
E' quanto si legge nel documento finale redatto dall'Osservatorio nazionale sui test genomici. Nato a fine 2024 si pone l'obiettivo di sensibilizzare sull'importanza di queste analisi molecolari. Ha visto la partecipazione di oncologi, senologi, anatomo-patologi che hanno svolto un'analisi dell'attuale situazione. Dal confronto tra gli specialisti sono emerse nuove proposte a tutela delle pazienti e della sostenibilita' del sistema sanitario nazionale. 'E' stato dimostrato come questi esami siano in grado di ottimizzare il ricorso alla chemioterapia - sottolinea Carmen Criscitiello, Consigliere Associazione italiana di Oncologia medica (Aiom) -. Nel trattamento del carcinoma mammario precoce HR+/HER2- possono diminuire del 48% l'utilizzo della chemioterapia nelle nostre pazienti'.
com-bag.
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(RADIOCOR) 09-09-26 11:28:06 (0267)SAN 5 NNNN
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Criteri Critici
Chemioterapia e danni ai nervi: la psilocibina potrebbe prevenire la neuropatia periferica My-personaltrainer
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La lotta contro le patologie oncologiche richiede molto spesso il ricorso a terapie farmacologiche "aggressive". Se da un lato la chemioterapia rappresenta uno strumento salvavita fondamentale, dall'altro porta con sé effetti collaterali complessi e spesso invalidanti. Tra i più gravosi per la qualità della vita dei pazienti spicca la Neuropatia Periferica Indotta da Chemioterapia (CIPN), una condizione dolorosa per la quale, ad oggi, non esistono trattamenti preventivi approvati. Tuttavia, una recente scoperta scientifica, pubblicata sull'autorevole rivista Science, potrebbe aprire uno scenario del tutto inedito. I ricercatori dell'MD Anderson Cancer Center dell'Università del Texas hanno infatti dimostrato che la psilocibina, il noto composto psichedelico di origine fungina, potrebbe agire come un potente scudo protettivo per i nervi, impedendo i danni strutturali causati dai farmaci chemioterapici. Vediamo nel dettaglio cosa ha scoperto lo studio, come agisce questa molecola e quali prospettive future si delineano per i pazienti oncologici.
In breve: come la psilocibina potrebbe prevenire la neuropatia da chemioterapia La scoperta contro i danni ai nervi La neuropatia periferica indotta da chemioterapia (CIPN) colpisce fino al 60% dei pazienti oncologici, causando dolore e intorpidimento, e ad oggi non ha trattamenti preventivi.
colpisce fino al 60% dei pazienti oncologici, causando dolore e intorpidimento, e ad oggi non ha trattamenti preventivi. Uno studio preclinico su Science ha dimostrato che due dosi preventive di psilocibina proteggono le terminazioni nervose dai danni di alcuni chemioterapici, senza comprometterne in alcun modo l'efficacia antitumorale. Il ruolo del "traffico" mitocondriale I chemioterapici tendono a bloccare il trasporto di energia lungo i nervi. La psilocibina agisce preservando il traffico dei mitocondri, assicurando che il carburante cellulare continui a fluire lungo gli assoni.
Il meccanismo protettivo è stato verificato con successo anche tramite test su cellule e tessuti nervosi umani. Le prospettive cliniche e l'assenza di allucinazioni I ricercatori hanno testato anche il TBG , una molecola analoga priva di effetti psicoattivi, ottenendo la stessa neuroprotezione. Questo dimostra che il beneficio non è legato agli effetti allucinogeni.
, una molecola analoga priva di effetti psicoattivi, ottenendo la stessa neuroprotezione. Questo dimostra che il beneficio non è legato agli effetti allucinogeni. Trattandosi di risultati preclinici, la psilocibina non è ancora un trattamento approvato: saranno ora necessari rigorosi trial sull'uomo per confermarne la sicurezza e l'efficacia.
Cos'è la neuropatia periferica indotta da chemioterapia La neuropatia periferica indotta da chemioterapia (CIPN) è una tossicità neurologica che colpisce fino al 60% dei pazienti sottoposti a specifici regimi terapeutici neurotossici. Farmaci ampiamente utilizzati in oncologia, come i derivati del platino (ad esempio il cisplatino) e i taxani (paclitaxel e docetaxel), hanno la capacità di aggredire le cellule tumorali, ma al contempo possono danneggiare le terminazioni nervose periferiche. Questo danno si traduce in una serie di sintomi progressivi e spesso irreversibili che colpiscono prevalentemente le estremità del corpo, come mani e piedi. Tra i disturbi più comuni si annoverano: Formicolio persistente e intorpidimento.
Dolore acuto o trafittivo (dolore neuropatico).
Allodinia termica e meccanica (un'estrema e anomala ipersensibilità al freddo o al tatto).
Perdita di sensibilità tattile e difficoltà nei movimenti fini. Attualmente, il trattamento della CIPN è esclusivamente sintomatico. Nei casi più gravi, il dolore e la perdita di funzionalità sono tali da costringere gli oncologi a ridurre le dosi di chemioterapia o a sospendere prematuramente i cicli di trattamento, con potenziali ripercussioni sull'esito clinico globale.
La scoperta: la psilocibina come neuroprotettore Lo studio preclinico pubblicato su Science, guidato da un team di neuroscienziati e oncologi (tra cui Mario Heles e Moran Amit), ha indagato un potenziale utilizzo alternativo della psilocibina. Se finora questa molecola serotoninergica è stata studiata prevalentemente in ambito psichiatrico (per il trattamento di depressione resistente o stress post-traumatico), in questa sede è stata testata per le sue potenziali capacità neuroprotettive sul sistema nervoso periferico. Attraverso modelli murini (topi C57BL/6J) esposti a trattamenti con cisplatino, paclitaxel e docetaxel, i ricercatori hanno valutato l'impatto di un pre-trattamento a base di psilocibina. Il protocollo preventivo e i risultati osservati L'aspetto rivoluzionario della ricerca risiede nel tempismo e nell'efficacia del trattamento profilattico: Due sole dosi di psilocibina, somministrate prima dell'avvio della chemioterapia, si sono rivelate sufficienti per prevenire completamente l'ipersensibilità meccanica (il dolore al tatto) scatenata dal cisplatino.
Il mantenimento del trattamento preventivo in concomitanza con i cicli di chemioterapia ha preservato la protezione neurologica per un periodo di follow-up superiore agli 8 mesi, anche dopo sei cicli mensili di terapie aggressive.
I test comportamentali hanno confermato un'attenuazione dell'ipersensibilità al freddo e il mantenimento della densità delle fibre nervose intraepidermiche (IENF), che solitamente vengono distrutte dalla tossicità dei farmaci. Efficacia antitumorale invariata Un dubbio cruciale nell'associazione tra neuroprotettori e farmaci oncologici è il rischio che la protezione si estenda anche alle cellule tumorali, vanificando la cura. I ricercatori hanno fugato questa ipotesi: nei modelli animali portatori di tumore, la somministrazione di psilocibina non ha compromesso in alcun modo l'efficacia antitumorale della chemioterapia, né ha alterato i profili sistemici delle citochine. L'azione della sostanza si è rivelata estremamente mirata sul sistema nervoso.
Il meccanismo d'azione: salvare il "traffico" mitocondriale Ma come riesce una sostanza psicoattiva a proteggere fisicamente i nervi? Il merito risiede nella sua interazione con i mitocondri, le vere e proprie centrali energetiche delle cellule. Gli assoni, ovvero i lunghi prolungamenti dei nervi sensoriali, hanno un bisogno vitale di energia (ATP) per funzionare correttamente. I mitocondri viaggiano lungo questi assoni come automobili su un'autostrada, spostandosi verso le terminazioni nervose dove l'energia è maggiormente richiesta. I farmaci chemioterapici come il cisplatino inducono una grave disfunzione in questo meccanismo: bloccano il trasporto assonale attivo, paralizzando il traffico dei mitocondri e lasciando le terminazioni nervose "affamate" di energia. Senza ATP, il nervo si deteriora e insorge la neuropatia. La ricerca ha rivelato che la psilocibina è in grado di intervenire su questo blocco energetico. Agendo a livello periferico, la sostanza preserva la motilità e la velocità di trasporto dei mitocondri. A livello molecolare, questo avviene tramite l'attivazione dipendente dal recettore 5-HT2A di una specifica cascata di segnali (nota come pathway TrkB-Akt-PAK5-MAP2-KIF5B), abbinata alla rimobilitazione dei mitocondri ancorati da una proteina chiamata sintafilina. In parole semplici, la psilocibina assicura che il carburante cellulare continui a fluire lungo il nervo, prevenendone il degrado anatomico e funzionale. Al contempo, a livello del sistema nervoso centrale, l'indagine neurofisiologica tramite elettroencefalogramma (EEG) ha mostrato che la sostanza è in grado di ripristinare e normalizzare la normale attività sinaptica nella corteccia prefrontale mediale, difendendo anche le reti cerebrali dallo stress chimico indotto dalle terapie.
La conferma sui tessuti umani Per assicurarsi che queste scoperte non fossero limitate ai soli modelli animali, gli scienziati hanno verificato il meccanismo d'azione su tessuti umani ex vivo. Utilizzando neuroni sensoriali derivati da cellule staminali umane, gangli delle radici dorsali di donatori di organi e nervi periferici freschi prelevati chirurgicamente da 29 pazienti, i risultati sono stati confermati. L'osservazione cellulare dal vivo (kymography) ha mostrato in modo inequivocabile come il cisplatino immobilizzi i mitocondri nei nervi umani, e come l'aggiunta di psilocibina ne preservi il normale scorrimento e traffico assonale.
Lo snodo cruciale: protezione senza allucinazioni Essendo la psilocibina un potente psichedelico allucinogeno, il suo utilizzo su larga scala nella pratica oncologica quotidiana comporterebbe ovvie problematiche di gestione clinica e di sicurezza psichiatrica. Per tale motivo, gli studiosi hanno introdotto un ulteriore test farmacologico di estrema rilevanza, sperimentando una molecola definita TBG (un agonista del recettore 5-HT2A privo di effetti allucinogeni). I risultati sono stati sorprendenti: il composto non allucinogeno TBG ha garantito un livello di protezione contro l'ipersensibilità meccanica del tutto paragonabile a quello della psilocibina. Questo dato fondamentale dimostra che gli effetti neurologici protettivi derivano dall'attivazione del recettore serotoninergico e non dipendono in alcun modo dall'esperienza psichedelica. Ciò apre la strada alla futura sintesi di farmaci sicuri, capaci di proteggere i nervi senza alterare lo stato di coscienza del paziente.
Prospettive e cautela: verso la sperimentazione clinica Sebbene i risultati pubblicati su Science offrano una speranza concreta per milioni di pazienti oncologici, è imperativo sottolineare che ci troviamo in una fase di ricerca preclinica. La psilocibina e i suoi analoghi non sono attualmente approvati come terapia medica per la prevenzione o la cura della neuropatia da chemioterapia. Inoltre, i composti psicoattivi presentano rigide controindicazioni e potenziali interazioni farmacologiche. Non devono, in nessuna circostanza, essere assunti in autonomia al di fuori di sperimentazioni cliniche autorizzate, né tantomeno spingere i pazienti a modificare i protocolli oncologici stabiliti dai propri medici curanti. Il passo successivo, come auspicato dagli autori dello studio, richiederà l'avvio di trial clinici rigorosi per testare questa strategia profilattica (nota come agonismo 5-HT2A allineato ai cicli chemioterapici) sull'essere umano in vivo. L'obiettivo sarà accertare l'efficacia, determinare i dosaggi sicuri e confermare definitivamente che la neuroprotezione possa integrarsi nei percorsi di cura senza interferire con l'obiettivo primario: l'eradicazione del tumore.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Tumore al seno, i test genomici cambiano la cura: -48% di chemioterapie inutili insalutenews.it
Gli esperti: “Esami sempre più efficaci per personalizzare le terapie”. Per le donne colpite da carcinoma mammario in stadio precoce HR+/HER2- riducono del 48% il ricorso alla chemioterapia. Sono però ancora sottoutilizzati, soprattutto in alcune Regioni. Nel 2025 ne sono stati eseguiti solo 9.8000 mentre sono necessari a 13mila pazienti ogni anno
Milano, 9 settembre 2026 – Dal 2020 a oggi in Italia sono stati prescritti oltre 30mila test genomici per il trattamento del tumore del seno in stadio precoce. Sono esami ormai fondamentali nella pratica clinica quotidiana e possono indicare il rischio di ricomparsa della neoplasia. Al tempo stesso hanno un ruolo predittivo nell’individuare quali pazienti traggono beneficio della chemioterapia, dopo l’intervento chirurgico. Ogni anno andrebbero prescritti ad almeno 13mila donne nel nostro Paese e quindi il loro utilizzo va ampliato.
Nel 2025 per esempio sono stati eseguiti, a livello nazionale, solo 9.800 test genomici (nel 2024 erano invece stati 8.700). È poi necessario garantirne l’effettiva disponibilità sull’intero territorio nazionale. È quanto si legge nel documento finale redatto dall’Osservatorio Nazionale sui Test Genomici. Nato a fine 2024 si pone l’obiettivo di sensibilizzare a 360 gradi sull’importanza di queste analisi molecolari. Ha visto la partecipazione di oncologi, senologi, anatomo-patologi che hanno svolto un’analisi dell’attuale situazione. Dal confronto tra gli specialisti sono emerse nuove proposte a tutela delle pazienti e della sostenibilità del sistema sanitario nazionale. I risultati raggiunti, in questi primi due anni di attività, sono presentati oggi a Milano in conferenza stampa.
“È stato dimostrato come siano esami in grado di ottimizzare il ricorso alla chemioterapia – sottolinea Carmen Criscitiello, Consigliere Nazionale dell’AIOM/Associazione Italiana di Oncologia Medica – Nel trattamento del carcinoma mammario precoce HR+/HER2- possono diminuire del 48% l’utilizzo della chemioterapia nelle nostre pazienti. Questi test rivestono un ruolo estremamente importante nella personalizzazione delle terapie e nella de-intensificazione dei trattamenti. La chemioterapia deve essere somministrata laddove necessario e utile, in funzione della stima del rischio di recidiva di malattia e del beneficio atteso. Un’adeguata selezione delle pazienti può consentire di evitare un trattamento chemioterapico alle donne che non ne hanno necessità, con un risparmio in termini di effetti collaterali, ma anche di costi per l’intera collettività”.
“Negli ultimi anni l’adozione ai test è progressivamente aumentata in Italia e mostra un trend in crescita anche se con andamenti non ancora uniformi – prosegue Alessandra Fabi, Consigliere Nazionale AIOM – Riteniamo che queste differenze siano dovute soprattutto a una mancata o incompleta discussione multidisciplinare dei singoli casi di cancro. Non sempre vi è poi una formazione specifica dei professionisti sanitari e a volte si ricorre a test alternativi che però producono evidenze scientifiche differenti. L’insufficiente utilizzo è perciò dovuto anche a fattori “culturali” e non solo a motivi economici-organizzativi. Come Osservatorio Nazionale intendiamo proseguire anche nel 2027 nelle nostre attività prestando particolare attenzione a quelle Regioni dove è più necessario e urgente promuovere l’uso di questi strumenti diagnostici”.
“La sensibilizzazione non deve riguardare solo l’oncologo medico ma tutti i professionisti che lavorano all’interno delle Breast Unit – prosegue Giancarlo Pruneri, Direttore del Dipartimento di Diagnostica Avanzata presso la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – Il carcinoma della mammella in fase precoce è sempre più curabile e guaribile, grazie all’evoluzione dei trattamenti che ha portato alla medicina di precisione. Il referto istopatologico e i dati molecolari, che oggi possiamo raccogliere, ci permettono una selezione migliore e più accurata delle terapie. I test genomici sono esami multigenici di biologia molecolare che forniscono maggiori informazioni, rispetto a quelle garantite dall’anatomia patologica “tradizionale”. Abbiamo a disposizione strumenti precisi per la previsione del beneficio della chemioterapia”.
“In Italia circa un terzo delle donne operate per il tumore del seno presentano 1-3 linfonodi ascellari positivi – aggiunge Corrado Tinterri, Professore Associato all’Humanitas University e Responsabile dell’UO di Senologia alla Breast Unit dell’Humanitas Cancer Center di Rozzano – Sono pazienti che hanno un alto rischio di recidiva della neoplasia e tutte le evidenze scientifiche, prodotte negli ultimi anni, documentano come il test genomico possa indicare l’eventuale utilità del trattamento chemioterapico. In particolare, gli studi TAILORx e RxPONDER ne hanno valutato l’efficacia tra le donne sia in post che in pre-menopausa. Secondo gli ultimi dati l’esame andrebbe prescritto a una paziente su quattro che ogni anno nel nostro Paese viene colpita dalla neoplasia mammaria”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Radioterapia, al Campus Bio-Medico l’IA si adatta al tumore RomaSette
Inaugurato l’Adaptive Linac Ethos, tra i primi acceleratori di questo tipo in Italia e il primo a Roma e nel Lazio. Il trattamento può essere ricalibrato a ogni seduta in base alle condizioni del paziente
È stato inaugurato al Policlinico Campus Bio-Medico il nuovo Adaptive Linac Ethos, acceleratore lineare di ultima generazione che utilizza imaging avanzato e intelligenza artificiale per adattare il trattamento radioterapico alle condizioni del paziente durante ogni seduta. Il Campus Bio-Medico è tra le prime strutture in Italia e il primo ospedale a Roma e nel Lazio a dotarsi di questa tecnologia. Il macchinario, operativo presso l’Unità di radioterapia oncologica diretta da Sara Ramella, sarà utilizzato nell’attività assistenziale in convenzione con il Servizio sanitario nazionale.
A differenza della radioterapia tradizionale, il nuovo sistema permette di ricalibrare il trattamento sulla base delle variazioni nella forma, nelle dimensioni o nella posizione del tumore e degli organi circostanti. L’obiettivo è concentrare con maggiore precisione la dose sul tumore, preservando i tessuti sani e migliorando la tollerabilità delle cure. Particolarmente significativo l’impiego nei tumori di polmone, testa-collo e nella regione addomino-pelvica. «La possibilità di tener conto delle condizioni reali del paziente in tempo reale – spiega Ramella – ci consente di rendere il trattamento ancora più appropriato ed efficace». L’inaugurazione si è svolta alla presenza, tra gli altri, del presidente della Fondazione Carlo Tosti, dell’ad e direttore generale Paolo Sormani, del prefetto di Roma Lamberto Giannini e della presidente del Municipio IX Titti Di Salvo. La giornata si è conclusa con la benedizione di don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la Pastorale della salute della Cei.
Nel 2025 la Radioterapia oncologica del Campus Bio-Medico ha assistito quasi 7 mila pazienti, erogando oltre 149 mila prestazioni nelle sedi di Trigoria e del Campus Bio-Medico Longoni – Medical Center. Nei primi sei mesi del 2026 i pazienti sono stati quasi 5 mila. Per Carlo Tosti, il nuovo acceleratore rappresenta un ulteriore passo nel percorso di innovazione del Policlinico, con la tecnologia intesa come «strumento al servizio di una cura sempre più attenta all’individuo». L’investimento, per Paolo Sormani, punta a garantire trattamenti «sempre più efficaci, precisi e personalizzati», accessibili attraverso il Servizio sanitario nazionale.
9 settembre 2026
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L'Ospedale Civile di Guadalajara vi invita a partecipare al programma di screening per il tumore al polmone Universidad de Guadalajara
Ogni anno, presso l'HCG, vengono registrati almeno 140 nuovi casi di questo tipo di cancro, la maggior parte dei quali in fase avanzata.
Circa Il 90% dei pazienti affetti da tumore al polmone riceve la diagnosi in fase avanzata.quando i trattamenti convenzionali hanno scarsa efficacia, quindi diagnosi precoce È diventata la migliore opportunità per prevenire la progressione di questa malattia.
Nell'ambito di questi sforzi di screening per il cancro ai polmoni, nel Nuovo Ospedale Civile di Guadalajara “Juan I. Menchaca” Il programma sanitario è in fase di sviluppoDetetto ". , orientato a popolazione di età superiore ai 50 anni con fattori di rischio come il fumo cronico, ha spiegato il dottor Gustavo Rosales Chávez, pneumologo in servizio presso questo ospedale.
Questo programma fornisce attenzione gratuita Dal lunedì al venerdì dalle 09:00 alle 12:00 Durante una visita di 45 minuti, i pazienti vengono sottoposti a una TAC e a una spirometria per monitorare potenziali casi di tumore al polmone.
Lo specialista ha ribadito che le persone interessate a partecipare a questo programma di screening possono recarsi al Nuovo Ospedale Civile di Guadalajara oppure richiedere informazioni e appuntamenti al numero 3332-366030.
“La maggior parte delle persone ha un fattore di rischio correlato che può essere modificato"...come il fumo, ma l'impatto di una diagnosi tardiva è costato molte vite; è il tipo di cancro che uccide più persone al mondo."
Chávez Rosales ha sottolineato che, oltre al fumo, altri fattori di rischio per lo sviluppo del cancro ai polmoni includono l'esposizione a metalli pesanti o al fumo di legna.
Metodi alternativi
Il dottor Juan Carlos Vázquez Limón, primario del reparto di oncologia del vecchio ospedale civile di Guadalajara “Fray Antonio Alcalde”, ha spiegato che l'intervento chirurgico Spesso rappresenta un'alternativa per i pazienti nelle fasi iniziali, quando il cancro non si è diffuso ad altre parti del corpo oltre ai polmoni.
“L’obiettivo della diagnosi è che se troviamo il paziente in una fase precoce e lo portiamo in sala operatoria, Se l'intervento chirurgico viene eseguito in questa fase, l'aspettativa di vita a cinque anni può raggiungere l'80%. "Se siamo in fase due, la percentuale scende al 70%, ma in fase tre è molto difficile operare", ha spiegato.
Ha menzionato che esistono anche trattamenti alternativi che utilizzano la medicina di precisione, come l'immunoterapia o altre terapie. bersaglio.
Tuttavia, questi metodi non sono economici e di solito non sono disponibili alla popolazione generale, quindi da L'Ospedale Civile sta lavorando a protocolli e sperimentazioni cliniche con i pazienti per verificare l'efficacia di questi trattamenti.
Ha esortato il pubblico a recarsi all'Ospedale Civile per la diagnosi precoce del cancro ai polmoni o a richiedere informazioni telefonicamente. Se siete interessati a partecipare a questi studi clinici, chiamate il numero 3322-648799.
Lo specialista ha menzionato che presso l'Ospedale Civile di Guadalajara Ogni anno vengono registrati circa 140 nuovi casi di cancro ai polmoni.di cui tra il 70 e l'80 percento si trova al quarto stadio.
Aggiunto quello Questo tipo di cancro è uno dei più letali al mondo, con 300 milioni di casi.Nel caso del Messico, si stima che ogni anno vengano registrati ottomila nuovi casi.
Attentamente
"Piensa y Trabaja".
“1925-2025. Un secolo di pensiero e di lavoro”
Guadalajara, Jalisco, 27 novembre 2025
Testo: Pablo Miranda Ramírez
Foto: Abraham Aréchiga
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Il tasso di sopravvivenza dei pazienti affetti da HIV nello stato di Jalisco è in aumento. Universidad de Guadalajara
Nello stato di Jalisco si registrano 10.500 nuovi casi di HIV; ma grazie alla terapia antiretrovirale e alla perseveranza dei pazienti, questi godono di una migliore qualità della vita e raggiungono un'età avanzata.
Nell'ambito di XXVI Congresso Internazionale sui Progressi in Medicina (CIAM) 2025La conferenza, che affronterà i benefici e le esigenze della medicina di precisione, si concentrerà principalmente sull'HIV, che rappresenta un punto di riferimento per la medicina di precisione grazie ai molteplici test di laboratorio eseguiti per la diagnosi e l'adattamento del trattamento in base alle caratteristiche e ad altre patologie congenite che i pazienti possono presentare.
“Presso l'Ospedale Civile di Guadalajara vengono curati 4.000 pazienti affetti da HIV, su un totale di 10.500 in tutto lo stato di Jalisco, tra i quali si è registrato un aumento della sopravvivenza; grazie alle terapie antiretrovirali e all'impegno dei pazienti, godono di una migliore qualità della vita che permette loro di raggiungere la vecchiaia, cosa impensabile negli anni '80 e '90”, ha dichiarato la coordinatrice del modulo, la dottoressa Monserrat Álvarez Zavala.
Ha aggiunto che l'HIV è uno degli esempi più convincenti di medicina di precisione, perché la terapia antiretrovirale è una terapia mirata specificamente contro le molecole che compongono il virus, e non tutti i pazienti vengono trattati allo stesso modo perché non tutti convivono con lo stesso processo infettivo.
"Il nostro obiettivo è che tutte le persone infette raggiungano uno stato aviremico, e lo raggiungeremo con più trattamenti e molta ricerca", ha aggiunto Álvarez Zavala.
Pertanto, le attività da svolgere durante il congresso mireranno a offrire una visione completa e aggiornata delle strategie cliniche e diagnostiche utilizzate per affrontare le comorbidità nelle persone che vivono con l'HIV; a questo scopo, sono state programmate 20 presentazioni nel Biblioteca Pública del Estado de Jalisco Juan José Arreola (BPEJ).
Il dottor Aníbal Samael Méndez Clemente, che coordina anche il modulo sull'HIV, ha sottolineato che l'HIV è un'infezione che si è evoluta nel tempo, sia nella diagnosi che nel trattamento; inoltre, c'è una maggiore consapevolezza sia nella società che nella comunità medica per fornire un'assistenza completa.
“Dobbiamo sottolineare che il progresso della scienza e della medicina è legato alla tecnologia, che ci permette di personalizzare e approfondire le ricerche per determinare l'integrazione di tutti gli aspetti che compongono la malattia da HIV, poiché non si tratta solo di pillole, ma del supporto completo che viene fornito per rompere con la discriminazione”, ha affermato.
Una parte importante del trattamento completo consiste nel monitorare attentamente la comparsa di infezioni opportunistiche, che possono manifestarsi al momento della diagnosi iniziale o in un secondo momento. Méndez Clemente ha affermato che le infezioni più comuni sono la meningite criptococcica, la tubercolosi e, in alcuni casi, la sifilide.
Entrambi i medici hanno concordato sul fatto che i giovani di oggi sono più diligenti nell'aderire alle terapie, il che si traduce in un migliore controllo della malattia. Hanno aggiunto che nello stato di Jalisco si registra una maggiore prevalenza di infezioni tra gli uomini e che, in generale, si stanno compiendo sforzi per fornire un'assistenza completa per tutte le patologie che possono sviluppare o che hanno contratto in precedenza.
Medicina interna al CIAM 2025
Un altro modulo di grande rilevanza per la personalizzazione dei trattamenti è Medicina Interna, la cui coordinatrice, la Dott.ssa María Teresa Tapia de la Paz, ha spiegato che in questa occasione gli argomenti si concentreranno su reumatologia, malattie muscolari, cancro, malattie cardiovascolari e medicina d'urgenza ospedaliera.
L'Ospedale Civile di Guadalajara dispone di 96 posti letto e registra circa 15-20 ricoveri giornalieri, tra cui spiccano pazienti affetti da diabete mellito, ipertensione, ictus e cardiopatia ischemica.
Le lezioni della conferenza si terranno presso il Centro culturale universitario (CCU), principalmente nel Complesso per le arti performative di Santander (CSAE), il BPEJ e il Cineteca FICG. La registrazione e la consultazione del programma completo possono essere effettuate sul sito web. https://ciam.hcg.gob.mx/
Attentamente
"Piensa y Trabaja".
“1925-2025. Un secolo di pensiero e di lavoro”
Guadalajara, Jalisco, 20 febbraio 2025
Testo: Stampa UdeG
Foto: Abraham Aréchiga