Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
47.8/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
✅
Criteri Critici
Sono state eseguite all'Irccs Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona) le prime mastectomie profilattiche in Veneto utilizzando il "Da Vinci single port", massima espressione della chirurgia mini-invasiva in campo senologico oncologico. (ANSA)
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
60.7/100
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B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Tumore del polmone: la radioterapia "distrugge il serbatoio" e allunga la vita MilanoToday
Nel trattamento del carcinoma polmonare non a piccole cellule (Nsclc) metastatico, la radioterapia ad alte dosi sul tumore primario smette di essere solo una cura palliativa. Un nuovo documento di consenso dell'International association for the study of lung cancer (Iaslc), pubblicato sul Journal of thoracic oncology, ridefinisce questa pratica come un'opzione terapeutica attiva capace di prolungare la sopravvivenza. I dati più significativi riguardano i pazienti con mutazione del gene Egfr, per i quali l'integrazione della radioterapia ai farmaci riduce il rischio di morte del 38%.
Il “serbatoio” della malattia
Il cambio di paradigma poggia su una base biologica precisa: il tumore primario è la fonte principale delle metastasi e rimane la prima sede di progressione della malattia anche nei pazienti che rispondono alle terapie farmacologiche più avanzate. Nei soggetti trattati con farmaci moderni come Osimertinib, il polmone resta la sede della ricaduta in oltre il 60% dei casi. Colpire direttamente la massa originaria con dosi radicali significa eliminare il “serbatoio” della patologia, una strategia già efficace in altri tumori solidi come quelli della prostata o del nasofaringe.
I risultati della sperimentazione
Le evidenze scientifiche a supporto derivano da uno studio clinico di fase III condotto su 118 pazienti. La ricerca ha confrontato l'uso dei soli farmaci inibitori (Tki) con una combinazione di farmaci e radioterapia toracica radicale. I risultati indicano che la radioterapia ha aumentato la sopravvivenza globale mediana da 26,2 a 34,4 mesi, con un incremento netto di oltre otto mesi. Anche la sopravvivenza libera da progressione ha registrato un miglioramento, passando da 10,6 a 17,1 mesi.
La sicurezza del trattamento
Il documento internazionale approfondisce gli aspetti tecnici della cura, definendo dosi, tempi e modalità di frazionamento della radioterapia in relazione alla terapia sistemica. Grazie all'evoluzione tecnologica, l'approccio ad alte dosi è oggi considerato sicuro e gestibile. Le tossicità rilevate non hanno infatti compromesso la prosecuzione delle cure farmacologiche, rendendo l'integrazione dei trattamenti un percorso percorribile per la maggior parte dei pazienti con malattia metastatica.
Il contributo italiano
Ai lavori del panel multidisciplinare ha partecipato Andrea Riccardo Filippi, direttore della radioterapia dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano e socio dell’Associazione italiana di radioterapia e oncologia clinica (Airo). Secondo Filippi, il documento chiarisce che la radioterapia oncologica moderna è una risorsa di precisione che lavora “alla pari con le altre armi terapeutiche”. Per la prima volta, la comunità scientifica internazionale riconosce formalmente che colpire il tumore primario non è un semplice supporto, ma una scelta che incide direttamente sulla durata della vita.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
60.0/100
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Criteri Critici
Carcinoma polmonare metastatico: radioterapia ad alte dosi diventa opzione curativa sanitainformazione.it
Nel carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) metastatico, la radioterapia ad alte dosi diretta sul tumore primario dimostra di prolungare significativamente la sopravvivenza. Nei pazienti con mutazione di EGFR, uno studio randomizzato di fase III ha evidenziato una sopravvivenza globale mediana di 34,4 mesi rispetto ai 26,2 mesi ottenuti con la sola terapia farmacologica, con una riduzione del rischio di morte pari al 38%. Questi risultati hanno contribuito a spingere l’International Association for the Study of Lung Cancer (IASLC) a riconsiderare il ruolo della radioterapia sul tumore primario, trasformandola da intervento palliativo a vera opzione terapeutica. Le conclusioni sono contenute in un documento di consenso pubblicato sul “Journal of Thoracic Oncology”, elaborato da un panel multidisciplinare internazionale di radio-oncologi e oncologi medici. Per l’Italia ha preso parte ai lavori il professor Andrea Riccardo Filippi, Direttore della Struttura Complessa di Radioterapia dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e socio AIRO.
Il razionale biologico e le evidenze cliniche
Il cambiamento di prospettiva si basa su un razionale biologico ormai consolidato: il tumore polmonare primario rappresenta la principale fonte di diffusione metastatica e, anche nei pazienti che rispondono alle terapie sistemiche più innovative, rimane spesso la prima sede di progressione della malattia.
Nei pazienti con mutazione EGFR trattati con osimertinib, il polmone costituisce infatti la sede iniziale di recidiva in oltre il 60% dei casi. L’irradiazione radicale del tumore primario mira quindi a eliminare il principale “serbatoio” della malattia attraverso una strategia citoriduttiva già dimostratasi efficace in altri tumori solidi, come nasofaringe e prostata. Le evidenze più robuste riguardano proprio il NSCLC metastatico EGFR-mutato: lo studio randomizzato di fase III condotto da Sun e colleghi su 118 pazienti ha confrontato radioterapia toracica radicale (60 Gy) associata a un inibitore tirosin-chinasico (TKI) rispetto al solo TKI, mostrando un aumento della sopravvivenza globale mediana da 26,2 a 34,4 mesi (+8,2 mesi; HR 0,62; p=0,029) e della sopravvivenza libera da progressione da 10,6 a 17,1 mesi (+6,5 mesi; HR 0,57; p=0,004). Dati emergenti suggeriscono inoltre che, anche nei pazienti privi di alterazioni molecolari bersagliabili, l’escalation di dose della radioterapia toracica definitiva possa migliorare il controllo loco-regionale della malattia.
Sicurezza, tecnologia e nuove indicazioni terapeutiche
Il documento di consenso dedica ampio spazio agli aspetti pratici della pianificazione terapeutica, includendo dose, frazionamento, definizione dei volumi bersaglio e tempistiche di integrazione con la terapia sistemica. I dati disponibili indicano che la tossicità della radioterapia, quando combinata con trattamenti farmacologici, è generalmente ben controllabile e non compromette la prosecuzione delle cure oncologiche. Il progresso tecnologico della radioterapia moderna consente oggi di somministrare trattamenti ad alte dosi in modo preciso e sicuro, rendendo concretamente applicabile questo approccio terapeutico.
“Per la prima volta un consensus internazionale dice con chiarezza che, nel tumore del polmone metastatico, la radioterapia ad alte dosi sul tumore primario è una scelta terapeutica che può prolungare la vita, non un trattamento di supporto. Le evidenze più mature, soprattutto nei pazienti EGFR-mutati, mostrano un beneficio in sopravvivenza che nessun clinico oggi può ignorare. Il documento offre indicazioni operative su tempi, dosi e modalità di combinazione con le terapie farmacologiche, e fotografa una radioterapia oncologica moderna, di precisione, capace di lavorare alla pari con le altre armi terapeutiche”, afferma il professor Andrea Riccardo Filippi.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Talassemia in Sardegna, nuove speranze dalla terapia genica Radiolina
Talassemia in Sardegna, diagnosi e terapia genica al centro dell’incontro di Cagliari
play_arrow Talassemia in Sardegna, nuove speranze dalla terapia genica Fabio Leoni
Nel giorno internazionale della talassemia, il Bastione di Saint Remy illuminato rosso richiama l’attenzione sulle difficoltà affrontate quotidianamente dai pazienti sardi. Durante l’incontro organizzato al Microcitemico di Cagliari, associazioni e specialisti hanno discusso diagnosi, assistenza sanitaria e prospettive terapeutiche dedicate ai malati. La direttrice Susanna Barella ha dichiarato: “La qualità di vita è migliorata, ma resta una patologia molto complessa e impegnativa”. Secondo gli specialisti coinvolti nell’iniziativa sanitaria, la talassemia continua infatti ad avere conseguenze importanti sulla vita familiare, sociale e lavorativa dei pazienti.
Donazioni fondamentali
In Sardegna vivono attualmente mille pazienti affetti dalla forma trasfusione dipendente della talassemia, considerata tra le anemie ereditarie maggiormente severe e invalidanti. Ogni paziente necessita trasfusioni regolari ogni dieci oppure venti giorni, mentre il sistema sanitario regionale affronta costantemente carenze legate alle donazioni. Susanna Barella ha spiegato: “Il sangue è vitale per la talassemia, perché il paziente sopravvive solamente grazie all’apporto trasfusionale regolare”. La Sardegna consuma annualmente centodiecimila unità ematiche, ma riesce raccoglierne ottantamila, acquistando quindi importanti quantità aggiuntive da altre regioni italiane.
Terapia genica
La terapia genica rappresenta oggi la principale speranza terapeutica per numerosi pazienti talassemici, dopo decenni caratterizzati esclusivamente dalle tradizionali trasfusioni periodiche. Secondo i dati illustrati durante l’incontro cagliaritano, ogni anno nascono ancora tra sei e dieci bambini affetti dalla patologia ereditaria. La direttrice Barella ha sottolineato: “Probabilmente quest’anno riusciremo a trattarne cinque, ma questa introduzione rappresenta comunque una svolta storica importantissima”. Gli specialisti del Microcitemico ritengono inoltre fondamentale aumentare prevenzione, diagnosi precoci e sostegno sanitario, favorendo contemporaneamente ricerca scientifica e informazione pubblica.
Intervista a cura di Paola Pilia
Caffè Corretto del 08-05-2026
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
La Procura regionale della Corte dei Conti per il Veneto indaga sulla pista da bob di Cortina. I magistrati contabili, come rivelato oggi da i quotidiani veneti del gruppo Nem, hanno aperto un fascicolo per un possibile danno erariale connesso allo Sliding ce…
La Procura regionale della Corte dei Conti per il Veneto indaga sulla pista da bob di Cortina. I magistrati contabili, come rivelato oggi da i quotidiani veneti del gruppo Nem, hanno aperto un fascicolo per un possibile danno erariale connesso allo Sliding centre costruito e utilizzato per le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Nello specifico, nel mirino della Procura ci sono eventuali illeciti legati alla riconsegna – siglata nei giorni scorsi dal Comune di Cortina, Fondazione Milano Cortina e Simico – per la riparazione di alcuni danneggiamenti riscontrati dopo i Giochi invernali.
Come aveva scritto Il Fatto Quotidiano, infatti, pochi giorni dopo la fine degli eventi olimpici il Comune aveva contestato danni per centinaia di migliaia di euro all’impianto, a seguito delle gare, e incaricato uno studio legale di seguire il contenzioso e l’acquisizione dell’opera costata più di 130 milioni di euro. A causa dei danni e del veto del Comitato olimpico internazionale, è anche saltato il campionato italiano degli sport di scivolamento che era previsto per il 10-12 marzo a Cortina. Era stato il direttore dei lavori Michele Titton, per conto di Simico, a effettuare un sopralluogo subito dopo le gare. Ha steso una relazione di 45 pagine, corredata di foto, che sempre Il Fatto Quotidiano aveva pubblicato: mostravano lo stato di abbandono della pista da bob e i danni all’impianto, con ben 112 segnalazioni.
Su quest’ultimo punto, la Procura veneta della Corte dei Conti vuole verificare se i problemi riscontrati siano imputabili alla gestione dell’impianto da parte della Fondazione Milano Cortina durante i Giochi o se siano antecedenti all’evento olimpico. In sostanza, verificare se vi sia un ammaloramento delle strutture, o un danneggiamento a causa del loro utilizzo. Ad oggi, spiegano i quotidiani veneti, non sono stati ancora formalizzati i danni erariali e le eventuali responsabilità, ma il fascicolo va avanti.
Società infrastrutture Milano Cortina (Simico), deve riprendere i lavori nel cantiere, perché l’impianto è ancora incompleto nonostante abbia funzionato per i Giochi e serviranno parecchi mesi prima di concludere l’appalto. Ma i danni alla pista da bob hanno bloccato la riconsegna della pista da bob per oltre un mese. Si tratta di una guerra tutta interna agli attori che ruotano attorno alla grande macchina olimpica. Simico e Pizzarotti, che ha eseguito i lavori, hanno sempre negato responsabilità: “Lo Sliding Centre di Cortina è stato realizzato e consegnato, a regola d’arte, in tempi record”, viene ribadito in un recente comunicato. Di conseguenza, sarebbe Fondazione Milano-Cortina a dover pagare i danni, causati secondo la loro versione dall’utilizzo dello Slinding Centre durante i Giochi.
Il Comune di Cortina, dal canto suo, parla di rimpallo di responsabilità. Ma non ha bloccato l’iter di riconsegna della pista, che è passata dalla Fondazione a Simico – per tramite del Comune – senza la sistemazione dei danni. “Sono state fatte delle riserve dove si verificheranno le responsabilità, certamente non imputabili all’amministrazione”, aveva assicurato il sindaco di Cortina, Gianluca Lorenzi. I magistrati contabili però vogliono vederci chiaro. Anche perché di mezzo ci sono le tasche dei cittadini. Questa vicenda è solo un antipasto di quello che potrà accadere nei prossimi anni, con il rischia che la pista diventi un peso economico insostenibile. Una società specializzata ha quantificato dal 2027 in poi spese di gestione annue crescenti, con un passivo di gestione di circa 600mila euro all’anno. A fronte dei danni documentati per una sola sessione di gare, seppur impegnativa come le Olimpiadi, la cifra prevista di 94mila euro all’anno per la manutenzione ordinaria appare irrisoria.
Salute: Rocco (Università Cattolica e Gemelli), “il futuro dell’urologia oncologica sarà definito dalla precisione con la quale sapremo scegliere la terapia giusta” - agensir.it
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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Criteri Critici
Salute: Rocco (Università Cattolica e Gemelli), “il futuro dell’urologia oncologica sarà definito dalla precisione con la quale sapremo scegliere la terapia giusta” agensir.it
(Foto Policlinico Gemelli)
Nuovi strumenti diagnostici e terapie di ultima generazione che rappresentano uno dei campi più avanzati dell’oncologia di precisione per la cura del carcinoma prostatico sono stati al centro del Congresso europeo di Urologia 2026 (European Association of Urology-Eau 2026), tenutosi di recente a Londra.
“Il messaggio trasversale che emerge dai tanti studi presentati – commenta Bernardo Rocco, professore ordinario di Urologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore della Uoc di Urologia della Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs – è chiaro: l’invito è ‘trattare in modo personalizzato’ i pazienti con tumore della prostata, aumentando la precisione delle scelte diagnostico- terapeutiche, lungo tutto il percorso di cura”.
Per la prima volta viene affermato che lo screening del tumore alla prostata può essere efficace quanto quello del seno nel ridurre la mortalità e individuare tumori clinicamente rilevanti.
La Eau presenta quindi un progetto europeo, Praise-U, che nasce con l’obiettivo di superare lo screening opportunistico del tumore della prostata, sviluppando un modello organizzato, basato sul rischio e strutturato in più fasi. “Nel complesso – dice Rocco – questi studi dimostrano che un approccio strutturato è in grado di migliorare l’identificazione dei tumori clinicamente rilevanti, riducendo al contempo procedure inutili, anche se la partecipazione della popolazione resta una sfida importante”.
Fondamentale è anche il ruolo dei Comprehensive Cancer Centres (Ccc), che rappresentano il fulcro organizzativo di questi programmi, favorendo l’integrazione tra specialisti, ospedali e reti oncologiche e assicurando percorsi diagnostico-terapeutici coordinati e standardizzati. “Nel complesso, Praise-U rappresenta un passo decisivo verso uno screening più efficace, equo e sostenibile a livello europeo, basato su evidenze, collaborazione e innovazione organizzativa”, evidenzia Rocco.
In questo contesto, molto importante è anche l’attenzione verso una diagnosi innovativa, in grado di cambiare le regole del gioco. Il messaggio emerso dall’Eau26 è coerente e trasformativo: la gestione del carcinoma prostatico sta diventando sempre più personalizzata, guidata da imaging di ultima generazione, dai test molecolari e dalla biologia del tumore ed è particolarmente attenta alla riduzione di test diagnostici e trattamenti inutili. “Il futuro dell’urologia oncologica – conclude Rocco – non sarà definito dal numero di terapie a disposizione, ma dalla precisione con la quale sapremo scegliere la terapia giusta per il paziente giusto”.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Criteri Critici
PREVENZIONE TUMORE AL SENO. DOMENICA 10 MAGGIO SANNIO DONNA ORGANIZZERA’ VISITE ECOGRAFICHE ALLE DONNE L’eco del Sannio
Domenica 10 maggio, dalle 9,00 alle 13,00, Sannio Donna ODV sarà presente al Corso Garibaldi, nei pressi del Palazzo della Prefettura, con il poliambulatorio mobile della Croce Rossa Italiana, in cui verranno praticate visite ed ecografie gratuite alle donne che ne faranno richiesta, a scopo prevenzione del tumore al seno.
La dottoressa Elisabetta Carfora, Direttrice dell’U.O.C. di Senologia dell’A.O. San Pio di Benevento eseguirà gli esami in ordine di arrivo e in numero compatibile con il tempo dedicato all’iniziativa.
Come di consueto, la presenza del camper e l’insegna dell’associazione, che da anni si occupa di prevenzione del tumore alla mammella, vogliono essere un richiamo a tutte le donne sull’importanza di sottoporsi agli screening che le ASL offrono, in maniera gratuita, a tutte le donne in età compresa dai 50 ai 69 anni.
Sannio Donna è un’Associazione di volontariato e in quanto tale non si sostituisce alle Istituzioni Sanitarie, che sono inoltre particolarmente solerti ed efficaci in tema di prevenzione e cura del tumore al seno, ma collabora con queste in un rapporto di reciproca integrazione per il benessere delle cittadine del Sannio.
Attualmente Benevento può vantare di avere a capo delle due grandi Aziende Sanitarie due donne particolarmente sensibili alla salute di genere e questo momento segnatamente favorevole deve indurre le donne ad affidarsi con fiducia ai presidi sanitari che si adoperano per la loro salute.
Sannio Donna, come sempre, nel mese dedicato alla prevenzione, scende in campo con opere concrete, con la piena consapevolezza che queste iniziative, piuttosto che argomentazioni simboliche o, peggio, dissertazioni da tastiera, siano un efficace difesa del diritto delle donne alla cura di se stesse.
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
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63.7/100
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Criteri Critici
Carcinoma della prostata: dalla terapia ‘a taglia unica’ alla medicina di precisione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS
Carcinoma della prostata: dalla terapia ‘a taglia unica’ alla medicina di precisione
Tutte le novità nel campo della diagnosi e del trattamento del tumore prostatico, presentate all’ultimo congresso della Società Europea di Urologia (EAU 2026), commentate dal Professor Bernardo Rocco, direttore dell’Urologia della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS. Ogni anno in Italia si registrano oltre 40.000 nuovi casi di tumore della prostata, il più diffuso tra la popolazione maschile. Sono oltre 500.000 le persone che convivono con questa diagnosi.
Nuovi strumenti diagnostici e terapie di ultima generazione che rappresentano uno dei campi più avanzati dell’oncologia di precisione per la cura del carcinoma prostatico sono stati al centro del Congresso Europeo di Urologia 2026 (European Association of Urology 2026), tenutosi di recente a Londra.
Finita l’era della semplice “applicazione di protocolli”, siamo ufficialmente entrati in quella della selezione sempre più raffinata dei pazienti e della personalizzazione delle terapie.
“Il messaggio trasversale che emerge dai tanti studi presentati – commenta Bernardo Rocco, professore ordinario di Urologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore della UOC di Urologia della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS – è chiaro: l’invito è ‘trattare in modo personalizzato”’ i pazienti con tumore della prostata, aumentando la precisione delle scelte diagnostico- terapeutiche, lungo tutto il percorso di cura”.
Screening del tumore della prostata: novità verso una strategia realmente personalizzata
Per la prima volta viene affermato che lo screening del tumore alla prostata può essere efficace quanto quello del seno nel ridurre la mortalità e individuare tumori clinicamente rilevanti. Analizzando dati tedeschi dello studio PROBASE, i ricercatori hanno confrontato il test PSA con risonanza magnetica e la mammografia, trovando risultati simili nella capacità di identificare tumori aggressivi.
La EAU presenta quindi un progetto europeo, PRAISE-U, che nasce con l’obiettivo di superare lo screening opportunistico del tumore della prostata, sviluppando un modello organizzato, basato sul rischio e strutturato in più fasi (PSA, calcolatori di rischio, risonanza magnetica e biopsia selettiva). Negli ultimi anni sono stati avviati diversi studi pilota in vari Paesi europei, adattati ai diversi contesti sanitari locali: alcuni hanno sperimentato test domiciliari, altri sistemi centralizzati di invito e percorsi clinici dedicati. “Nel complesso – dice il professor Rocco – questi studi dimostrano che un approccio strutturato è in grado di migliorare l’identificazione dei tumori clinicamente rilevanti, riducendo al contempo procedure inutili, anche se la partecipazione della popolazione resta una sfida importante”.
Un aspetto centrale emerso è la costo-efficacia del modello PRAISE-U: le analisi preliminari indicano che uno screening adattato al rischio può garantire benefici in termini di qualità di vita e sostenibilità economica rispetto ai modelli meno organizzati, grazie a una migliore selezione dei pazienti e a un uso più razionale delle risorse.
Fondamentale è anche il ruolo dei Comprehensive Cancer Centres (CCC), che rappresentano il fulcro organizzativo di questi programmi. I CCC favoriscono l’integrazione tra specialisti, ospedali e reti oncologiche, assicurando percorsi diagnostico-terapeutici coordinati e standardizzati. In parallelo, la creazione di hub di conoscenza e database condivisi consente di raccogliere dati prospettici su larga scala, essenziali per affinare gli algoritmi e guidare future politiche sanitarie.
“Nel complesso, PRAISE-U rappresenta un passo decisivo verso uno screening più efficace, equo e sostenibile a livello europeo, basato su evidenze, collaborazione e innovazione organizzativa” – conclude il professor Rocco.
In questo contesto, molto importante anche l’attenzione verso una diagnosi innovativa, in grado di cambiare le regole del gioco. Di rilevanza i risultati dello studio PRIMARY-2 sull’utilizzo della PET/CT con [68Ga] Ga-PSMA-11 nei pazienti con risonanza magnetica dubbia o negativa; questo nuovo esame ha dimezzato il numero di uomini sottoposti a biopsia prostatica, senza compromettere la possibilità di riconoscere la presenza di tumori clinicamente significativi.
“Ridurre il numero delle biopsie inutili, senza mancare la diagnosi di tumori aggressivi – commenta il professor Rocco – è esattamente il tipo di progresso che definisce la medicina moderna. Sono diverse, tuttavia, le questioni che restano aperte: la diffusione e disponibilità dell’imaging avanzato e la sua reale integrazione nei percorsi diagnostici, già basati sulla risonanza magnetica”.
Carcinoma prostatico metastatico ormono-sensibile: dall’intensificazione della terapia, alla selezione biologica
Per il carcinoma prostatico metastatico ormono-sensibile (mHSPC), l’attenzione si sta spostando dalla semplice intensificazione delle terapie, alla scelta del trattamento guidata, dall’età del paziente, dal timing di comparsa delle metastasi e dalla biologia molecolare del tumore. “Sono diverse le direttrici principali che emergono per questo tumore: il ruolo crescente dei biomarcatori (BRCA, PTEN), il possibile utilizzo precoce dei PARP-inibitori in pazienti selezionati. Non basta più sapere che una combinazione di trattamenti funziona – commenta l’esperto -. Dobbiamo capire in chi funzionano davvero e per quanto tempo”.
Biopsia liquida (ctDNA): dalla ricerca, alla pratica clinica
Il DNA tumorale circolante (ctDNA o biopsia liquida) sta entrando progressivamente nella pratica clinica. La sua utilità appare al momento maggiore nei pazienti con malattia avanzata e in fase di progressione, mentre resta limitata nei contesti a basso carico tumorale. Il ctDNA è particolarmente utile per identificare mutazioni del DNA utili per orientare la scelta terapeutica e nel monitoraggio dinamico della risposta o della resistenza ai trattamenti anti-tumorali.
“Il ctDNA non è ancora un test molto diffuso – commenta il professor Rocco – ma potrebbe rappresentare uno strumento decisivo in scenari clinici selezionati”.
Una nuova filosofia per il carcinoma della prostata
In conclusione, il messaggio emerso dall’EAU26 è coerente e trasformativo: la gestione del carcinoma prostatico sta diventando sempre più personalizzata, guidata da imaging di ultima generazione, dai test molecolari e dalla biologia del tumore ed è particolarmente attenta alla riduzione di test diagnostici e trattamenti inutili. “Il futuro dell’urologia oncologica – conclude il professor Rocco – non sarà definito dal numero di terapie a disposizione, ma dalla precisione con la quale sapremo scegliere la terapia giusta per il paziente giusto”.
Il carcinoma della prostata rappresenta oggi uno dei campi più avanzati dell’oncologia di precisione. L’evoluzione descritta dagli studi presentati all’EAU26 non è solo tecnologica, ma concettuale: sposta il baricentro dalla quantità, alla qualità delle decisioni cliniche. Una direzione chiara, ma ancora un work in progress, dove ricerca, tecnologia e clinica dovranno integrarsi sempre di più per migliorare davvero gli esiti dei pazienti.
Maria Rita Montebelli
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Tumori del sangue, nuova terapia Car T dà remissione a basse dosi ANSA
Sviluppata una terapia Car T di nuova generazione che, somministrata a basse dosi, ha permesso di ottenere la completa remissione di un tumore del sangue anche senza la chemioterapia che viene di solito somministrata prima dell'infusione delle cellule. Il risultato dello studio clinico di fase 1 è pubblicato sulla rivista Cell dal team dell'immunologo italiano Luca Gattinoni all'Istituto Leibniz per l'immunoterapia in Germania, in collaborazione con il National Cancer Institute statunitense e l'Irccs Humanitas Research Hospital di Rozzano.
La terapia Car T (basata su linfociti T geneticamente modificati per riconoscere e distruggere le cellule tumorali) ha rivoluzionato il trattamento dei tumori ematologici, tuttavia molti pazienti non ottengono benefici duraturi, spesso perché le cellule infuse non riescono a espandersi o a persistere. Per risolvere questo problema, i ricercatori si sono focalizzati su un prodotto cellulare più definito: una popolazione altamente omogenea di cellule T staminali di memoria (Tscm), dotata di una forte capacità di autorinnovamento e proliferazione.
Nella sperimentazione clinica di fase 1 sui pazienti, si è scoperto che queste cellule Tscm modificate in laboratorio (Car Tscm) mostrano una maggiore espansione e persistenza rispetto alle cellule Car T standard, consentendo risposte complete a basse dosi anche senza la chemioterapia che viene tipicamente somministrata prima dell'infusione delle cellule per favorirne l'attecchimento. La terapia ha anche dimostrato un buon profilo di tollerabilità, con la manifestazione di effetti collaterali lievi.
Oltre ai risultati clinici, lo studio ha chiarito come le cellule infuse si comportano all'interno del corpo. A differenza delle cellule Car T convenzionali, che esauriscono le loro riserve staminali, le cellule Car Tscm mantengono un pool auto-rinnovante e duraturo perché non si differenziano tutte in una volta, ma vengono reclutate in piccole ondate successive.
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All’Ospedale Del Ponte di Varese il centro per la cura del tumore ovarico: "È subdolo, attenzione ai segnali del corpo" VareseNews
È una malattia che procede in silenzio, spesso senza dare segnali chiari fino a quando non è già in fase avanzata. Il tumore ovarico è la quinta causa di morte per cancro nelle donne e la neoplasia più letale dell’apparato genitale femminile. La fascia più a rischio è tra i 50 e i 70 anni.
In occasione della Giornata Mondiale per la sensibilizzazione su questa patologia che si celebra l’8 maggio, il professor Fabio Ghezzi, direttore della clinica ostetrica e ginecologica dell’Ospedale Del Ponte di Varese, spiega la malattia, i suoi segnali, le cure possibili e le prospettive che la ricerca sta aprendo.
L‘Ospedale Del Ponte è uno dei nove hub regionali lombardi per il trattamento di questo tumore, un riconoscimento riservato ai centri che garantiscono elevati volumi di attività, esperienza consolidata e un’organizzazione multidisciplinare dedicata.
Solo nel 2025 sono stati eseguiti oltre 100 interventi correlati al cancro ovarico, di cui 80 per patologie conclamate e 25 di tipo profilattico. Un’attività in crescita costante dal 2018 ad oggi.
Ascoltare il corpo, prima di tutto
«Una prevenzione vera e propria purtroppo non c’è – spiega il professor Ghezzi – perché è un tumore silente, subdolo, che nella maggior parte dei casi si scopre quando è già in fase avanzata». In assenza di uno screening efficace, l’unica strada è imparare a riconoscere i segnali deboli che il corpo invia. Un intestino che cambia le sue abitudini, una distensione addominale che le donne spesso attribuiscono all’età, dolori cronici all’addome che perdurano per settimane, la sensazione di dover urinare frequentemente nonostante le analisi risultino negative, dolori nei rapporti sessuali che prima non c’erano. Disturbi sfumati, quasi impercettibili, che però meritano attenzione. La diagnosi passa attraverso l’ecografia e la visita ginecologica (meglio una volta all’anno), e non esiste uno stile di vita specifico per prevenire questa neoplasia, al di là delle indicazioni valide per tutti: evitare il fumo, limitare l’alcol, praticare attività fisica regolare.
Un modello di cura multidisciplinare
La forza del centro varesino sta nell’approccio integrato. Ginecologi oncologi, radiologi, anatomopatologi, oncologi, radioterapisti, genetisti e anestesisti lavorano insieme su ogni singolo caso, all’interno di una rete Hub-Spoke che collega l’ospedale varesino con i presidi territoriali per garantire accessi rapidi e diagnosi tempestive.
La struttura dispone di sale operatorie di ultima generazione con chirurgia miniinvasiva e 3D, di ambulatori dedicati alle donne ad alto rischio ereditario con percorsi personalizzati di sorveglianza, e di un day hospital specifico per la continuità delle terapie chemioterapiche prima e dopo l’intervento, con un team medico-infermieristico dedicato.
«Nel tumore ovarico – commenta ancora il professor Ghezzi, ordinario dell’Università dell’Insubria – l’obiettivo della chirurgia è la rimozione totale della malattia: solo questo traguardo può cambiare realmente la prognosi. La centralizzazione delle cure in centri specializzati non è una scelta burocratica, ma un fattore determinante per la vita delle pazienti.Un centro d’eccellenza non è solo una sala operatoria, ma un sistema complesso che accoglie la donna dalla diagnosi al follow-up. Il vero valore dell’assistenza si misura nella qualità dell’integrazione tra i diversi professionisti e nella continuità della cura».
Ricerca e nuove prospettive
L’attività clinica si intreccia con la ricerca scientifica, condotta in sinergia con il Centro di Ricerca in Ginecologia Oncologica dell’Università dell’Insubria e riconosciuta più volte dalla European Society of Gynecological Oncology. Questa collaborazione consente di partecipare a trial clinici internazionali e di offrire alle pazienti un accesso precoce a farmaci innovativi, trasferendo rapidamente le scoperte della ricerca nella pratica quotidiana.
La medicina di precisione sta cambiando la prognosi della malattia. L’uso di farmaci mirati, come gli inibitori di PARP, unito a tecniche chirurgiche sempre più raffinate, sta migliorando sensibilmente i risultati. L’obiettivo oggi non è soltanto prolungare la sopravvivenza, ma garantire una qualità della vita superiore attraverso cure sempre più personalizzate.
Un traguardo ancora lontano dalla piena realizzazione, ma verso il quale, anche grazie a centri come quello di Varese, la medicina sta avanzando con passi sempre più concreti.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Il grande inganno delle Olimpiadi. Peggio, il potere assoluto del Comitato Olimpico Internazionale nei confronti dei Paesi che ospitano i Giochi invernali ed estivi, a cui impone regole ferree, ma soltanto a propria autotutela, incurante dei debiti e dei disa…
Il grande inganno delle Olimpiadi. Peggio, il potere assoluto del Comitato Olimpico Internazionale nei confronti dei Paesi che ospitano i Giochi invernali ed estivi, a cui impone regole ferree, ma soltanto a propria autotutela, incurante dei debiti e dei disastri ambientali che vengono lasciati in eredità. L’esperienza appena vissuta dall’Italia con Milano Cortina 2026 è già stata clonata ed è destinata a causare gli stessi effetti nefasti in quelli che saranno i Giochi delle Alpi Francesi 2030 e di Brisbane, in Australia, nel 2032. Nella sede del Parlamento europeo, riuniti dall’eurodeputata Cristina Guarda del gruppo Verdi/Alleanza Libera Europea, si sono confrontati giornalisti ed esponenti di movimenti che si stanno occupando dei tre appuntamenti olimpici, analizzandone l’organizzazione e le spese folli, le promesse mancate di sostenibilità economico-ambientale e l’eredità negativa lasciata sui territori.
Al di là delle diverse caratteristiche nazionali, sul banco degli accusati è finito soprattutto il Cio, un ente di diritto privato svizzero apparentemente senza scopo di lucro, che lascia dietro di sé buchi di bilancio e gravi problemi per i paesi ospitanti. “Oro, neve e cemento. I costi nascosti dei grandi eventi” è il tema che ha accomunato una riflessione transnazionale che il 13 maggio prossimo culminerà con una manifestazione di protesta davanti alla sede di Losanna per chiedere al Cio di abolire le Olimpiadi.
“Abbiamo toccato con mano il mancato rispetto delle regole nel corso dei sei anni di preparazione di Milano Cortina 2026. Con fatica, a volte con frustrazione, abbiamo misurato le spese, i costi, gli sprechi nella costruzione delle opere, i danni alla montagna, che ho anche denunciato alla Commissione Europea” ha introdotto l’onorevole Guarda. Gli italiani che sono intervenuti hanno analizzato il caso dei Giochi appena conclusi, al di là della narrazione ufficiale secondo cui sarebbero stati un successo. I soldi spesi (2 miliardi per l’organizzazione, 4-5 miliardi per le opere pubbliche), i debiti accumulati (almeno 300 milioni di euro) e le 50 opere incompiute ne sono la più clamorosa confutazione. Soltanto la controinformazione e la vigilanza civica delle associazioni hanno svelato la realtà, anche attraverso il monitoraggio del piano edilizio.
Al di là del caso italiano ha colpito la convergenza con quanto sta accadendo in Francia e Australia. Della prima situazione hanno parlato Fabianne Grebert, consigliere regionale Auvergne Rhône-Alpes, Delphine Larat del Collettivo JO203 e Johanna Jelensperger del gruppo Briançon Territoire Vivant. In particolare Larat ha detto: “Non siete voi italiani ad aver commesso errori, se pur opponendovi non siete riusciti a fermare le Olimpiadi. Quegli ‘errori’ sono le conseguenze del modello olimpico, così come voluto dal Cio, a cui vanno attribuite le responsabilità. Perché il modello è sempre lo stesso”. Ed è infatti il Cio a sguazzare nei soldi, lasciando agli altri i debiti. “E’ il Cio che ha bisogno delle Olimpiadi, per esistere, e lo fa imponendo la Carta Olimpiaca e dettando le proprie condizioni ai Paesi ospitanti, che si adattano a un rapporto squilibrato con sforamento cronico dei costi, deregulation delle procedure, divieto di manifestare il dissenso”.
Il finanziamento pubblico delle Olimpiadi ha raggiunto in Francia il 26 per cento. “Siamo mobilitati da tre anni – ha spiegato Larat – e misuriamo come quello che è accaduto in Italia stia avvenendo anche da noi, a cominciare dalla mancata consultazione delle popolazioni, a cui spetterebbe di decidere se vogliono i grandi eventi sui loro territori”. Un esempio negativo si profila a Besancon dove una storica fortezza sarà trasformata in villaggio olimpico, con la costruzione perfino di ascensori per gli atleti, mentre si costruirà un collegamento stradale dedicato per il trasporto pubblico verso alcune sedi di gara.
Dall’Australia si è alzata la voce di Neil Peach del movimento Games WatchDog2032. “Vi porto le prove che si tratta di costi non solo economici, ma anche morali e ambientali. A Brisbane, che è un luogo famoso per la sua biodiversità unica, la promessa di Olimpiadi verdi ha funzionato come un cavallo di Troia. Durante la fase di presentazione il cavallo è stato presentato al pubblico dipinto con i colori della sostenibilità e della salvaguardia dei nostri spazi verdi. Dopo che le Olimpiadi sono state assegnate dal Cio, è venuta a galla la verità nascosta. Il piano prevede uno stadio principale da 60mila posti e un centro acquatico proprio nel terreno protetto del grande Victoria Park di 64 ettari, un patrimonio aborigeno”. Come accaduto a Cortina e a Livigno, verranno abbattuti gli alberi. “Si tratta di duemila alberi secolari, mentre saranno spostati 300 mila metri cubi di terreno. Questo cancellerebbe il 70 per cento del parco. Ciò che è più allarmante è che il contratto con il Cio viene considerato come un semplice suggerimento, non un documento vincolante. Si costruisce su aree naturalistiche protette, ma il Cio ha risposto che la decisione sulle infrastrutture spetta all’ambito locale. Una trappola legale, con cui ha deciso di lavarsene le mani”.
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A 38 anni la diagnosi di malattia, oggi a 52 è triatleta e gareggia una volta all'anno
Un tumore al seno a 38 anni, definito dai medici "aggressivo". E poi la voglia di riprendersi la vita dopo le terapie, aggressive pure quelle, ma che finalmente a 40 anni si era lasciata alle spalle. Lei è Roberta Liguori, marchigiana, oggi cinquantaduenne. E di quel periodo ricorda le raccomandazioni del medico. "Potrebbe tornare" (riferito al tumore, per questo si fanno i controlli). E lei, ingegnere informatico, abituata a sistemare le cose, specie le più complesse, ha subito messo a posto quel bias che non le risuonava affatto dentro di sè: "Tutto potrebbe succedere, con buona pace degli algoritmi. Cosa posso fare ora per me, per stare e sentirmi meglio?". Sentite. Appena finita la chemioterapia Roberta si è allenata forte, voleva a tutti i costi partecipare a un Ironman, la più tosta delle competizioni del Triathlon, ossia una gara che comprende 3,86 km di nuoto, 180,260 km in bicicletta e 42,195 km di corsa (cioè la distanza della maratona), tutto in 12 ore e mezzo. Da quel traguardo chi l'ha fermata più, la Roberta. Ogni anno un Ironman e oggi siamo a dieci, "l'allenamento è parte del mio quotidiano". Si è pure qualificata ai mondiali per la sua categoria (non professionista) ed è stata a Kuna alle Hawai a sfidare triatlete di ogni parte del globo.
Volere è potere? "Ne sono convinta, non possiamo sapere quello che la vita ci riserverà in un futuro ma possiamo intervenire sempre partendo da quello che abbiamo". Val la pena seguire la svolta che ha preso l'esistenza di Roberta. "Nel 2000 mi trovavo in Brasile in un viaggio di lavoro e ho conosciuto una donna che tutti i giorni procurava il cibo a chi viveva nelle favelas: lei cucinava e i bambini venivano a prendere pasti e li portavano nelle loro case. Ho ampliato il suo progetto grazie alle donazioni che raccolgo in Italia e oggi in quel comedor si sfamano 300 famiglie tutti i giorni, attorno sono sorti un orto e un campo di calcio". Poi? "In Brasile ci torno almeno una volta all'anno ma ho cambiato lavoro. Non ero più adatta a lavorare in azienda, ne ho creata una mia mettendo a frutto un mio talento: riesco a motivare le persone. Ho seguito svariati corsi e master ed eccomi mental coach".
L'azienda si chiama come lei, Roberta Liguori, conta 18 collaboratori e ha un grosso seguito anche sui social. "L'approccio è psicologico ma non si ricercano le ragioni delle insoddisfazioni nel passato, piuttosto si forniscono gli strumenti per cambiare. Aiuto a capire in quale direzione abbiamo messo la nostra vita. Insegno a scegliere gli stati d'animo, a tener allenata la capacità di sognare oltre alle tecniche di Pnl (programmazione neurolinguistica) per dar concretezza agli obbiettivi". Roberta vive a Rimini e organizza corsi e seminari di più giorni.
Dice: "Niente si conquista senza la fatica e l'impegno. Non sono nata con un bel fisico, l'ho costruito con metodo e allenamento. Il benessere mentale è legato a quello fisico e a quello emotivo". E gli ostacoli? "Fondamentali per migliorare".
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Criteri Critici
Uno studio belga porta alla luce una nuova struttura della malattia: scoperti due ampi sottogruppi suddivisi in cinque più piccoli da curare con farmaci mirati. Stocchi: “Aperta la strada a una terapia di precisione”
Non c’è solo una malattia di Parkinson, ma più gruppi e sottogruppi, sfaccettature di una patologia che non può essere curata da un solo farmaco. Questo è il punto centrale del risultato a cui sono arrivati i ricercatori belgi del VIB (Vlaams Instituut voor biotechnologie) e della KU Leuven nel loro studio, pubblicato su Nature Communications. Un risultato che apre le porte a un nuovo modo di guardare al Parkinson e alle cure da somministrare. In sostanza, hanno concluso gli autori della ricerca, “per i pazienti è possibile predisporre trattamenti terapeutici personalizzati”, una cura ’su misura’ che eliminerebbe probabili fallimenti per centrare l’obiettivo, che è quello di aprire la strada alla guarigione.
Il Parkinson
In Italia 300.000 persone soffrono di questa patologia neurodegenerativa. Quando si parla di Parkinson il riferimento va a un disturbo neurodegenerativo cronico e progressivo che di solito colpisce dopo i 50-60 anni. Interessa il controllo dei movimenti provocando tremore a riposo, rigidità muscolare, bradicinesia (lentezza) e instabilità posturale. Ma può generare anche problemi non motori come disturbi del sonno (fase REM), iposmia (riduzione olfatto), stitichezza, depressione, ansia e riduzione dell'espressione. A monte di questo disturbo c’è la perdita di neuroni dopaminergici e l'accumulo di α-sinucleina (corpi di Lewy).
La causa esatta è in gran parte sconosciuta (idiopatica), ma coinvolge una combinazione di fattori genetici e ambientali, come l'esposizione a pesticidi, solventi e idrocarburi. Entrano in scena geni diversi. Ma la lente d’ingrandimento con cui gli scienziati belgi hanno analizzato la patologia in questione, ha rivelato molto altro. “Nonostante sia classificato come un'unica malattia, il Parkinson può essere causato da mutazioni in molti geni diversi, che portano a meccanismi biologici sottostanti eterogenei”, hanno spiegato gli autori.
Questa complessità ha da sempre rappresentato una sfida per lo sviluppo di trattamenti efficaci, poiché le terapie mirate a una singola via metabolica potrebbero non funzionare per tutti i pazienti. In particolare, il nuovo studio rivela che queste forme geneticamente diverse di Parkinson possono essere organizzate in distinti sottotipi molecolari, e ciò porta alla necessità di ripensare la malattia come un insieme di condizioni correlate e apre la strada appunto ad approcci terapeutici ’su misura’ per i singoli pazienti. "Quando i medici esaminano la malattia, vedono i sintomi clinici, che unificano le persone che ne sono affette - spiega il professor Patrik Verstreken, del Centro di Neuroscienze VIB-KU Leuven -. Ma quando si guarda più a fondo a livello molecolare, si scopre che si suddividono in sottocategorie. E questo è importante perché, in sostanza, non esiste un farmaco in grado di colpire le diverse disfunzioni molecolari presenti in tutti i casi di Parkinson”.
Lo studio
Come si sono mossi i ricercatori? Invece di partire da ipotesi su come diverse mutazioni genetiche potrebbero influenzare la malattia, hanno monitorato nel tempo il comportamento di modelli di moscerini della frutta portatori di mutazioni nei geni correlati al Parkinson e hanno utilizzato metodi computazionali e di apprendimento automatico imparziali per identificare i modelli. Così, lasciando che fossero i dati a guidare l'analisi, il team è stato in grado di scoprire raggruppamenti naturali della malattia in questi animali che non sarebbero stati evidenti utilizzando i metodi tradizionali basati su ipotesi.
"Siamo arrivati senza alcuna idea preconcetta su come una specifica mutazione avrebbe influenzato il nostro modello animale - sottolinea la dottoressa Natalie Kaempf, prima autrice dello studio -. Abbiamo sperimentato su animali con mutazioni in uno qualsiasi dei 24 geni diversi che causano la patologia e semplicemente monitorato il loro comportamento per diversi periodi di tempo". Svelata la struttura nascosta della malattia Questo modo di procedere ha acceso una luce in più sulla conoscenza del disturbo. Ha rivelato una struttura che in precedenza risultava nascosta all'interno della malattia, e ciò ha dimostrato che diverse forme genetiche si raggruppano naturalmente in sottotipi distinti.
“Abbiamo scoperto due ampi sottogruppi che possono essere suddivisi in cinque gruppi più piccoli di parkinsonismo”, precisa Verstreken. Quindi, abbandonando le ipotesi e lasciando che i modelli emergessero direttamente dai dati, lo studio ha fornito un quadro di riferimento efficace per comprendere la diversità biologica della malattia e orientare la ricerca futura verso interventi più precisi.
Mutazione genetica individuata nel 15 dei pazienti
A prendere posizione sull’argomento è Fabrizio Stocchi, professore di Neurologia all’Università San Raffaele di Roma e direttore del Centro Parkinson e Parkinsonismi e disturbi del movimento dell'Irccs San Raffaele. Con una premessa: “La malattia di Parkinson è caratterizzata da diversi sintomi motori e non motori che si manifestano con diverse combinazioni e intensità: alcuni pazienti hanno tremore, altri prevalentemente rigidità e lentezza, altri depressione e precoci disturbi cognitivi - dice Stocchi -. Anche l’effetto dei farmaci differisce da paziente a paziente”. E precisa: “Già da diversi anni erano stati individuati dei fenotipi clinici con progressione più benigna o con progressione più rapida, le forme con tremore tendono ad essere più benigne delle forme acinetico-rigide. Gli studi genetici hanno poi dimostrato che circa il 15% dei pazienti ha una mutazione genetica che molto raramente può essere trasmessa. Queste mutazioni portano ad alterazioni enzimatiche che sono all’origine del processo degenerativo. Studi recenti hanno dimostrato che nel 30% circa dei pazienti hanno un enzima iperfunzionante che può portare allo sviluppo della malattia come nei pazienti con mutazione LRKK2. Queste scoperte hanno portato allo sviluppo e allo studio di farmaci mirati alla disfunzione degli enzimi individuati”.
Quanto allo studio belga, Stocchi sottolinea: “La ricerca condotta su animali da esperimento geneticamente modificati dimostra che, nonostante i sintomi clinici caratterizzino una sindrome unica, le cause di questa sindrome possono essere diverse. Lo studio ha dei limiti: è fatto su animali da esperimento ed ha preso in considerazione soltanto le forme genetiche e tra queste quelle più rare. La sua rilevanza però è indubbia perché dimostra che gli animali possono essere raggruppati in sottogruppi basati su alterazioni biologiche comuni”.
Verso farmaci mirati
“Queste ricerche, effettuate su pazienti - conclude Stocchi - possono portare a individuare dei gruppi biologici che potrebbero essere trattati con farmaci mirati e portare ad una terapia di precisione”. Il prossimo passo Scoprire che il Parkinson non è uno solo e che un solo farmaco per curarlo potrebbe essere del tutto inefficace, ha spianato la strada verso nuove tappe da raggiungere. “Ora sappiamo che esistono diversi tipi di malattia di Parkinson - sottolinea Verstreken -. Grazie a queste sottocategorie, possiamo esaminare i pazienti con specifiche mutazioni, ricercare biomarcatori altrettanto specifici e sviluppare farmaci mirati per ciascun gruppo." I ricercatori sono riusciti a curare il fenotipo del Parkinson in modelli animali testando diversi composti su sottogruppi differenti. Hanno inoltre osservato che i diversi sottogruppi rispondono in modo diverso ai diversi composti. “Quando abbiamo preso un primo composto che curava il sottogruppo A e lo abbiamo testato sul sottogruppo B, quest'ultimo non è stato salvato - conclude Verstreken –. Il nostro studio dimostra che è possibile creare farmaci specifici per un sottogruppo che abbiano effetti positivi e siano realmente specifici per quel target. E lo stesso principio può essere applicato ad altri tipi di malattie”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Criteri Critici
Bari, al via il servizio di raccolta domiciliare di rifiuti sanitari per pazienti oncologici: ecco come funziona La Gazzetta del Mezzogiorno
Partirà da lunedì 11 maggio “Te.so.ra. – Terapie con Sostanze Radioattive”, il nuovo servizio gratuito di raccolta domiciliare dei rifiuti sanitari prodotti dopo cicli di radioterapia medico nucleare, rivolto ai pazienti residenti nel Comune di Bari.
L’iniziativa - promossa da ASL Bari, Amiu Puglia e Comune di Bari, con l’obiettivo di garantire una gestione sicura dei rifiuti e prevenire criticità nel sistema di raccolta urbana, è rivolta ai pazienti per lo più oncologici residenti nel Comune di Bari sottoposti a terapie con sostanze radioattive. Per attivare il ritiro dedicato, il paziente o il caregiver può contattare il Numero Verde AMIU Puglia 800 011 558, (raggiungibile sia da telefono fisso che da cellulare, dal lunedì al venerdì dalle ore 8.30 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 17.00, e il sabato dalle ore 8.30 alle 13.30. Il servizio non è attivo nelle giornate di domenica e nei festivi). La prenotazione consente di programmare il ritiro a domicilio, organizzato sulla base delle richieste giornaliere. I rifiuti devono essere raccolti in sacchetti chiusi, preferibilmente trasparenti o comunque ispezionabili a vista, e conservati temporaneamente in un luogo isolato. Nel giorno concordato, i materiali devono essere conferiti nei pressi del proprio civico per il ritiro, che avviene con modalità dedicate e senza costi per il cittadino, garantendo una gestione sicura e controllata.
“Sappiamo bene – ha detto il sindaco Leccese - come il tema dell’igiene urbana sia spesso al centro delle segnalazioni e delle lamentele dei cittadini. A volte le criticità dipendono da responsabilità nostre. Altre volte è l’inciviltà di pochi a generare disagi per molti. Ci sono però anche situazioni in cui il problema non è pienamente riconducibile a comportamenti scorretti. È il caso che abbiamo affrontato. Nelle scorse settimane abbiamo riscontrato una criticità legata al conferimento improprio di rifiuti particolari, in prevalenza materiali assorbenti utilizzati da pazienti oncologici contenenti residui di radiofarmaci. L’errato smaltimento di questa tipologia di rifiuti ha determinato disservizi significativi, dovuti allo stop forzato e contemporaneo di più mezzi per la raccolta. Da qui la necessità di strutturare un servizio di raccolta dedicato – ha concluso - rivolto ai pazienti sottoposti a queste terapie. Ancora una volta, la collaborazione tra ASL Bari, Comune e AMIU ha consentito di individuare in tempi rapidi una soluzione concreta, capace di coniugare tutela della salute, efficienza del servizio e attenzione ai cittadini”.
Comprehensive Cancer Care and Research Network IRST-AUSL Romagna, Breast cancer: from molecular signatures to clinical oncology - Regione Emilia-Romagna
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
48.5/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Comprehensive Cancer Care and Research Network IRST-AUSL Romagna, Breast cancer: from molecular signatures to clinical oncology Regione Emilia-Romagna
Biomarcatori predittivi, anticorpi farmaco-coniugati, intelligenza artificiale in radioterapia, terapie cellulari e nuove molecole in sviluppo clinico: sono questi i temi al centro del convegno internazionale "Breast Cancer Conference: from molecular signatures to clinical oncology", in programma il 18 e 19 giugno a Rimini.
Il programma scientifico si sviluppa in otto sessioni e riunisce oltre quaranta relatori provenienti da centri di eccellenza italiani e internazionali, tra cui Boston, Londra, Parigi, Anversa e Lisbona. Nelle due giornate si alterneranno aggiornamenti di scienza clinica, medicina traslazionale e oncologia di precisione, con sessioni dedicate alle strategie personalizzate nel carcinoma mammario avanzato e alle terapie cellulari innovative. Tra i temi di maggiore attualità trattati: il ruolo degli anticorpi farmaco-coniugati, la biopsia liquida come strumento di monitoraggio della malattia, i modelli tumorali tridimensionali per guidare la scelta terapeutica e l'impatto dell'intelligenza artificiale nella pianificazione della radioterapia.
Spazio anche alle dimensioni cliniche spesso non al centro del dibattito scientifico come la qualità della vita nelle giovani pazienti lungo-sopravviventi, la gestione del carcinoma mammario nelle pazienti anziane, le nuove prospettive nella prevenzione e nella ricerca traslazionale in cure palliative.
L'evento, che rientra nel programma formativo del Gruppo Oncologico Italiano di Ricerca Clinica - GOIRC, è organizzato nell'ambito del CCCRN - Comprehensive Cancer Care and Research Network IRST-AUSL Romagna e ha ottenuto il patrocinio di Istituto Oncologico Romagnolo - IOR, Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche - DIMEC Università di Bologna, Associazione Nazionale Italiana Senologi Chirurghi - ANISC, Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri CIPOMO, Federation of Italian Cooperative Oncology Groups, FICOG e Gruppo Italiano Mammella - GIM.
Direttore scientifico è il prof. Antonino Musolino, direttore del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia Clinica e Sperimentale dell'IRST IRCCS "Dino Amadori", che coordinerà i lavori insieme a un pool di faculty directors (responsabili didattici) composto da Annalisa Curcio (direttrice Chirurgia senologica Forlì-Ravenna), Lorenzo Gianni (responsabile Oncologia DH Rimini), Antonino Romeo (direttore Radioterapia Rimini) e Stefano Tamberi (direttore Oncologia Ravenna).
Il convegno è accreditato ECM in modalità residenziale con 11 crediti, ed è rivolto a medici chirurghi con specializzazione in oncologia, radioterapia, medicina interna, genetica medica e altre discipline correlate. L'iscrizione è gratuita e disponibile esclusivamente online su www.mitcongressi.it.
Sede della due giorni il Centro Congressi SGR di Rimini.
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
65.9/100
Punteggio Totale
A
Valutazione
✅
Criteri Critici
Linfoma a cellule T periferico ricaduto/refrattario, efficacia promettente e risposte durature con duvelisib pharmastar.it
L’inibitore orale di PI3K-δ e PI3K-γ duvelisib sembra avere un'efficacia promettente nei pazienti con linfoma a cellule T periferico (PTCL) recidivante o refrattario, mostrandosi in grado di produrre risposte profonde e durature. Lo evidenziano i risultati dello studio di fase 2 PRIMO, pubblicati di recente sul Journal of Clinical Oncology.
Nei 123 pazienti analizzati con PTCL trattati con duvelisib, il tasso di risposta obiettiva (ORR) è risultato del 48% (IC al 95% 39,1-56,8) secondo la valutazione di un comitato di revisori indipendenti (IRC), mentre il tasso di risposta completa è risultato del 33,3% (IC al 95% 25-41,7). Inoltre, la mediana di durata della risposta (DOR) è risultata di 7,9 mesi (IC al 95% 6,4-21,0), così come la mediana della durata della remissione completa (IC al 95% 6,4-22,7).
In più, la mediana della sopravvivenza libera da progressione (PFS) è risultata di 3,4 mesi (IC al 95% 1,8-3,9) e la mediana della sopravvivenza globale (OS) di 12,4 mesi (IC al 95% 8,4-22,7).
«Lo studio PRIMO conferma una significativa attività della monoterapia con duvelisib nei pazienti con linfoma a cellule T periferiche (PTCL) recidivante o refrattario», scrivono l’autrice principale dello studio Neha Mehta-Shah, professore associato di medicina presso la Washington University School of Medicine di St. Louis (Missouri), e i coautori. «Sulla base dell'efficacia complessiva e del profilo di sicurezza dimostrati nello studio PRIMO, duvelisib è stato incluso tra le opzioni terapeutiche per il linfoma a cellule T periferiche (PTCL) recidivante o refrattario nelle linee guida del National Comprehensive Cancer Network».
Lo studio PRIMO
Lo studio PRIMO (NCT03372057) è un trial multicentrico internazionale, in aperto, condotto in due fasi (dose optimization e dose expansion [PRIMO-EP]) in 45 centri. Nel trial sono stati arruolati pazienti di almeno 18 anni di età con una diagnosi di PTCL confermata dall’istologia, già sottoposti ad almeno due cicli precedenti di un regime di trattamento standard per il PTCL e con un performance status ECOG non superiore a a 2.
Erano esclusi dall’arruolamento pazienti con sottotipi di PTCL leucemici primari, pazienti già trattati con inibitori di PI3K o sottoposti a un trapianto allogenico di cellule staminali e pazienti con coinvolgimento del sistema nervoso centrale o con micosi fungoide trasformata.
Nella fase di ottimizzazione della dose dello studio, i partecipanti sono stati randomizzati in due coorti, una di 20 pazienti trattati con duvelisib 25 mg due volte al giorno e una di 13 pazienti trattati con duvelisib 75 mg due volte al giorno. Entrambe le coorti nella fase di ottimizzazione della dose hanno seguito cicli continui di 28 giorni. Nella fase di espansione della dose, i pazienti sono stati trattati con duvelisib 75 mg due volte al giorno per due cicli; successivamente, coloro che raggiungevano una risposta completa o parziale o una stabilizzazione della malattia venivano trattati con duvelisib 25 mg due volte al giorno (123 pazienti).
L'endpoint primario dello studio era l’ORR valutato dall’IRC, mentre erano endpoint secondari la sicurezza, la DOR, la PFS, l’OS e il tasso di controllo della malattia. Inoltre, erano endpoint esplorativi i biomarcatori.
Le caratteristiche dei pazienti
L'età mediana dei pazienti era di 65 anni (range: 21-92) e i partecipanti erano prevalentemente di razza bianca (74,8%) e di sesso maschile (54,5%).
Il tempo mediano dalla diagnosi iniziale era di 18,2 mesi (range: 0,2-195,5), mentre il tempo mediano dalla diagnosi più recente di recidiva o refrattarietà di 1,15 mesi (range: 0-142,9). L'istologia di base era PTCL non altrimenti specificato nel 43,1% dei casi, linfoma angioimmunoblastico a cellule T (AITL) nel 30,1%, linfoma anaplastico a grandi cellule (ALCL) nel 16,3% e un’altra istologia nel 10,6%.
Riguardo ai trattamenti precedenti, i pazienti avevano già effettuato una mediana di due linee di terapia (range: 1-9) e la maggior parte di essi ne aveva già effettuate tre o più (48%), il 23,6% dei pazienti ne aveva già effettuate due e il 27,6% una.
Al momento dello screening, il 4,1% dei pazienti aveva una malattia in stadio I, il 4,1% in stadio II, il 33,3% in stadio III e il 57,7% in stadio IV; per lo 0,8% dei pazienti il dato relativo allo stadio non era disponibile.
Quali erano i dati aggiuntivi per duvelisib nel PTCL?
Gli autori hanno analizzato i risultati anche nei diversi sottogruppi istologici. «Anche se lo studio PRIMO non era disegnato o con un potenza statistica sufficiente per confronti specifici fra i sottotipi, l’attività di duvelisib nel sottogruppo con AITL è risultata particolarmente incoraggiante», riferiscono la Mehta-Shah e i colleghi.
Infatti, l’ORR è risultato del 62,2% (IC al 95% 46,5-77,8) nel sottogruppo di 37 pazienti con AITL, 49,1% (IC al 95% 35,6-62,5) nei 53 con PTCL non altrimenti specificato e 15% (IC al 95% 0-30,6) nei 20 con ALCL, mentre i tassi di remissione completa sono risultati rispettivamente del 51,4% (IC al 95% 35,2-67,5), 30,2% (IC al 95% 17,8-42,5) e 15% (IC al 95% 0-30,6).
Inoltre, la mediana di PFS è risultata rispettivamente di 8,3 mesi (IC al 95% 3,7-13,1), 3,4 mesi (IC al 95% 1,8-4,4) e 1,6 mesi (IC al 95% 1,1-1,7) e la mediana di OS rispettivamente di 18,1 mesi (IC al 95% 9,6-non valutabile [NE]), 11 mesi (IC al 95% 5,1-30,4) e 6,3 mesi (IC al 95% 1,8-20,1).
Il profilo di safety
Secondo gli autori, lo studio PRIMO ha dimostrato anche la tollerabilità di duvelisib nei pazienti con PTCL ricaduto/refrattario.
Il 97,6% dei pazienti ha manifestato effetti avversi emergenti dal trattamento (TEAE) di qualsiasi grado e il 74% dei pazienti TEAE di grado 3 o superiore.
I TEAE più comuni di qualsiasi grado (con un’incidenza almeno del 15%) sono stati gli aumenti dei livelli di alanina aminotransferasi (37,4%) e di aspartato aminotransferasi (35,8%), la diminuzione della conta dei neutrofili (33,3%), la diarrea (33,3%) e l’affaticamento (26%). I TEAE di grado 3 o superiore più comuni (con un’incidenza almeno del 5%) sono stati l’aumento dei livelli di aspartato aminotransferasi (17,1%), la diminuzione della conta dei neutrofili (17,9%), la diarrea (9,8%) e diminuzione della conta piastrinica (8,9%).
TEAE che hanno richiesto una sospensione del trattamento o una riduzione del dosaggio si sono manifestati rispettivamente nel 44,7% e nel 9,8% dei pazienti.
I passi futuri
«Questi risultati favorevoli supportano gli studi in corso su duvelisib nei pazienti con linfoma a cellule T sia di nuova diagnosi, sia già trattati», si legge nell’articolo.
Data la notevole attività clinica dimostrata da duvelisib nei pazienti con PTCL, riferiscono gli autori, il farmaco è in corso di sperimentazione, in combinazione con una terapia a base del regime chemioterapico CHOP, in pazienti con PTCL di nuova diagnosi in uno studio multicentrico statunitense (A051902, NCT04803201).
Inoltre, l’efficacia particolarmente marcata evidenziata da duvelisib nel sottogruppo di pazienti con AITL nello studio PRIMO fornisce un forte razionale per lo studio randomizzato di fase 3 TERZO™ (NCT06522737; EU CT: 2024-516605-23-00), attualmente in fase di arruolamento, nel quale si valuterà duvelisib rispetto a una chemioterapia a scelta dello sperimentatore (gemcitabina o bendamustina) in pazienti con linfoma a cellule T-helper follicolari nodali (nTFHL), ricaduto/refrattario.
Bibliografia
N. Mehta-Shah, et al. Duvelisib induces deep responses in PTCL: Final results of the phase 2 PRIMO trial of duvelisib in relapsed/refractory peripheral T-cell lymphoma. J Clin Oncol. 2026; doi:10.1200/JCO-25-03120. leggi
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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53.7/100
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Criteri Critici
GSK investe oltre 1 miliardo nell'RNA interference per una terapia di nuova generazione sul grasso viscerale pharmastar.it
GSK rafforza la propria pipeline nelle malattie cardiometaboliche siglando un accordo fino a 1,005 miliardi di dollari con Siran Biotechnology per lo sviluppo del candidato sperimentale SA030, un oligonucleotide siRNA a lunga durata d’azione. L’intesa prevede diritti globali (esclusa la Cina) e milestone legate allo sviluppo e alla commercializzazione.
Un approccio “first-in-disease”
Secondo quanto comunicato da SiranBio, SA030 è progettato come una terapia potenzialmente first-in-disease, mirata non solo all’obesità ma più in generale al rischio metabolico e vascolare che coinvolge organi come fegato, rene e polmone . Questo amplia il perimetro clinico del progetto rispetto alla sola riduzione del peso corporeo.
Target biologico: ALK7 e metabolismo adiposo
Il farmaco utilizza la tecnologia dell’RNA interference per silenziare ALK7, un recettore espresso nel tessuto adiposo che regola l’accumulo di grasso. L’attivazione di ALK7 infatti sopprime la lipolisi; al contrario, la sua inibizione favorisce la degradazione del grasso mantenendo la massa magra .
Questo approccio punta a una riduzione selettiva del grasso viscerale, considerato un driver chiave del rischio cardiometabolico.
Razionale clinico: oltre il peso, la qualità del grasso
L’interesse crescente verso SA030 riflette un cambio di paradigma: non conta solo quanto peso si perde, ma dove si accumula il grasso. Il targeting del tessuto adiposo viscerale potrebbe migliorare parametri come sensibilità insulinica, infiammazione e profilo lipidico, con potenziali benefici sistemici.
Complementarità con le terapie attuali
Un altro elemento chiave emerso è la complementarità del meccanismo rispetto a farmaci già disponibili come agonisti GLP-1 e inibitori SGLT2. Questo apre la strada a future strategie combinate per ridurre il rischio residuo non completamente controllato dalle terapie attuali.
Stato dello sviluppo
SA030 è entrato recentemente nella fase I clinica, con studi in corso per valutarne sicurezza, tollerabilità e farmacocinetica in soggetti sovrappeso o obesi . Il programma rappresenta uno dei primi tentativi clinici di colpire direttamente la biologia del tessuto adiposo tramite RNAi.
Un trend industriale in crescita
L’accordo conferma l’interesse crescente dell’industria per il targeting del grasso viscerale come leva terapeutica. Diverse aziende stanno esplorando pathway simili, consolidando l’idea che la modulazione selettiva del tessuto adiposo possa rappresentare una nuova frontiera nelle malattie metaboliche.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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45.6/100
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C
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❌
Criteri Critici
La madre biologica del bambino poi adottato da Nicole Minetti si prese cura del figlio durante i suoi primi mesi di vita. E poi tentò di vederlo quando era nell’Inau, ma le fu impedito. È quanto sostiene un ex fidanzato di María de los Ángeles González Coline…
L'uomo, nella testimonianza registrata dai media uruguaiani, contraddice quanto affermato dal giudice. Una fonte dell'Inau: "L'inchiesta interna è in corso, non possiamo sapere cosa sia vero e cosa no"
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La madre biologica del bambino poi adottato da Nicole Minetti si prese cura del figlio durante i suoi primi mesi di vita. E poi tentò di vederlo quando era nell’Inau, ma le fu impedito. È quanto sostiene un ex fidanzato di María de los Ángeles González Colinet, questo il nome della donna che risulta tuttora scomparsa. L’uomo, nella testimonianza registrata dai media uruguaiani, contraddice quanto affermato dal giudice: secondo la sua versione, sebbene sia vero che il minore è nato in un contesto di grave vulnerabilità, la madre ha cercato di prendersi cura di lui durante i primi mesi di vita.
Il testimone ha dichiarato che González Colinet “andò a trovare la bambina, ma la cacciavano via“, riferendosi a coloro che lavoravano presso il centro Inau dove si trovava il piccolo. “L’ho portata lì, e un paio di volte le hanno permesso di vederlo. Poi hanno iniziato a non farla più entrare“, ha aggiunto. Ha anche affermato che “a causa della tossicodipendenza di González Colinet”, l’Inau chiese che le venisse tolta la custodia del bambino. “L’ho persino portata al Tribunale di Pace e se n’è andata piangendo perché il giudice non glielo ha restituito”, ha aggiunto.
Secondo i registri dell’ospedale Pereira Rossell, dove il bambino è nato – scrivono i media locali – la madre è stata con il neonato per i primi otto giorni. Dopodiché, è intervenuto l’Inau e González Colinet non ha più avuto praticamente contatti continui con il figlio.
A questa testimonianza ha replicato una fonte dell’Inau, contattata dall’Ansa: “Le indiscrezioni circa la condotta della madre biologica e le testimonianze del suo ex vengono da persone a conoscenza della vicenda. Tuttavia finché l’inchiesta amministrativa non sarà conclusa, non possiamo sapere cosa sia vero e cosa no”. La fonte dell’Inau, sempre riguardo al fatto che la biologica del bambino avesse visto il minore un paio di volte mentre era ancora nell’istituto, ha aggiunto: “Bisogna ricordare che tutto questo è accaduto sotto una precedente amministrazione e dobbiamo analizzare tutte le azioni intraprese all’epoca, che coinvolgono molti documenti“.
L’indagine avviata all’interno dell’Inau sulla regolarità dell’adozione a favore della coppia Minetti-Cipriani – l’iter era iniziato anche con un’altra famiglia – è appena iniziata e si concluderà tra settimane: il procedimento prevede diversi controlli e analisi interne, come fanno sapere sempre dall’istituto.