Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?5
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Tumori, la psilocibina potrebbe proteggere i nervi dai danni della chemioterapia mondosanita.it
Intervenire prima che la chemioterapia danneggi i nervi, anziché cercare di controllare dolore e disturbi della sensibilità quando il danno è ormai comparso.
È questa la strada indicata da uno studio del MD Anderson Cancer Center dell'Università del Texas, pubblicato su Science, che assegna un ruolo inatteso alla psilocibina, la sostanza psichedelica presente in alcuni funghi.
Nei modelli preclinici, appena due somministrazioni effettuate prima della chemioterapia hanno impedito la comparsa di ipersensibilità al freddo, protetto le terminazioni dei nervi sensitivi e preservato la sensibilità al tatto. L'effetto è stato osservato anche durante cicli ripetuti con cisplatino, paclitaxel e docetaxel, tre farmaci antitumorali noti per la loro potenziale neurotossicità.
Un punto era decisivo: proteggere i nervi senza proteggere anche il tumore. Nei modelli studiati, la psilocibina non ha compromesso l'attività antitumorale della chemioterapia.
La prospettiva riguarda la neuropatia periferica indotta dalla chemioterapia, un effetto avverso che può provocare dolore, formicolii, intorpidimento, alterata sensibilità al freddo e difficoltà nei movimenti. In alcuni pazienti può pesare anche sulla possibilità di proseguire i trattamenti alle dosi previste.
Il bersaglio è un recettore della serotonina
I ricercatori hanno cercato di capire perché la psilocibina funzionasse. La sostanza agisce attraverso il recettore serotoninergico 5-HT2A, conosciuto soprattutto per il suo ruolo negli effetti psichedelici.
Quando gli scienziati hanno bloccato questa via, la protezione neurologica è scomparsa. Al contrario, utilizzando un composto non allucinogeno capace di attivare lo stesso recettore hanno ottenuto un effetto neuroprotettivo simile.
Il passaggio successivo ha portato dentro le fibre nervose. Il cisplatino riduceva la disponibilità dei mitocondri — le strutture che forniscono energia alle cellule — e ne ostacolava lo spostamento lungo i nervi. La psilocibina ha invece preservato il loro “traffico” verso le terminazioni nervose, mantenendo disponibile l'energia necessaria dove il neurone ne ha bisogno.
È un meccanismo diverso dal semplice controllo del dolore: l'obiettivo non sarebbe attenuare il segnale doloroso dopo la lesione, ma cercare di evitare che il nervo perda progressivamente la propria capacità di funzionare.
Lo studio identifica così un possibile ruolo neuroprotettivo della via serotoninergica che finora non era stato utilizzato con questo obiettivo.
Perché la neuropatia è difficile da trattare
La neuropatia periferica può comparire durante la chemioterapia e continuare anche dopo la fine delle cure. Mani e piedi sono spesso le zone nelle quali compaiono formicolio, bruciore, intorpidimento o una sensibilità anomala al freddo.
Quando il danno nervoso si stabilizza può risultare persistente e le possibilità terapeutiche disponibili offrono benefici limitati.
Da qui l'interesse per un approccio preventivo. La novità del lavoro di MD Anderson sta proprio nel tentativo di rendere il nervo più resistente prima dell'esposizione ai farmaci neurotossici.
C'è poi un altro indizio interessante: il fatto che anche una molecola non allucinogena diretta verso 5-HT2A abbia prodotto una protezione simile suggerisce che l'effetto biologico potrebbe non dipendere necessariamente dall'esperienza psichedelica.
Potrebbe diventare un filone di ricerca autonomo, ma siamo ancora nel territorio delle ipotesi sperimentali. Non sappiamo se la protezione osservata nei modelli preclinici si riprodurrà nell'organismo umano né quale schema possa offrire il migliore equilibrio tra efficacia e sicurezza.
Moran Amit, Assistant Professor di Head and Neck Surgery all'University of Texas MD Anderson Cancer Center e corresponsabile dello studio, ritiene che il punto centrale sia quello di riuscire a prevenire il danno neurologico senza interferire con l'efficacia di una chemioterapia indispensabile contro il tumore.
La prospettiva aperta dal lavoro è quindi soprattutto preventiva: proteggere i nervi prima dell'esposizione ai farmaci neurotossici, anziché intervenire soltanto sui sintomi quando sono diventati persistenti.
Ora la prova nell'uomo: il trial
Il salto decisivo deve ancora avvenire. I risultati pubblicati su Science sono preclinici. La psilocibina non è una terapia approvata per prevenire o curare la neuropatia provocata dalla chemioterapia. I risultati descritti non dimostrano che il trattamento sia efficace o sicuro nei pazienti oncologici.
La psilocibina è una sostanza psicoattiva, presenta controindicazioni e possibili interazioni: non deve essere assunta autonomamente né utilizzata al di fuori di protocolli clinici autorizzati e sotto controllo medico. Chi è sottoposto a chemioterapia non deve modificare trattamenti oncologici o terapie di supporto sulla base di questi risultati sperimentali.
MD Anderson ha però già registrato NeuroGuard (NCT07227909), studio di fase II destinato a pazienti con tumore della mammella, del colon-retto o del distretto testa-collo che devono ricevere chemioterapie neurotossiche, fra cui taxani e composti del platino.
Il protocollo prevede 83 partecipanti e mette a confronto diversi approcci: un gruppo riceverà 25 mg di psilocibina in quattro somministrazioni, due prima dell'inizio della chemioterapia e due durante i cicli successivi; un secondo gruppo seguirà uno schema con dosi subpercettive; un terzo riceverà le cure di supporto standard. L'obiettivo principale sarà valutare sicurezza e capacità di prevenire o ridurre la neuropatia.
Al momento della verifica, il registro ClinicalTrials.gov indica lo studio come non ancora in fase di reclutamento. Sarà la sperimentazione clinica a stabilire se il meccanismo osservato in laboratorio possa tradursi in un vantaggio concreto per le persone sottoposte a chemioterapia.
Fino ad allora, la scoperta riguarda una possibile strategia per proteggere i nervi dalla neurotossicità dei farmaci antitumorali, non un trattamento disponibile.
Ed è forse questo l'aspetto più interessante del lavoro: spostare l'attenzione dal trattamento del dolore già comparso alla possibilità di prevenire il danno neurologico che può provocarlo.
Fonti essenziali
Science — Psilocybin prevents chemotherapy-induced peripheral neuropathy via mitochondrial trafficking preservation, 2026, DOI 10.1126/science.aec6116.
UT MD Anderson Cancer Center — Psilocybin prevents chemotherapy-related nerve injury and associated symptoms in preclinical models.
ClinicalTrials.gov — NeuroGuard: Psilocybin Trial for Preventing Chemo-induced Neuropathy, NCT07227909, studio clinico di fase II.
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“Mi restavano poche possibilità”: il viaggio in Cina per battere il cancro con la terapia CAR-T Giornale La Voce
Per anni è stata considerata una delle frontiere più promettenti della lotta contro il cancro. Oggi la terapia CAR-T, una delle forme più avanzate di immunoterapia, sta aprendo una nuova sfida globale: non solo contro i tumori, ma anche nella competizione tra sistemi sanitari. Il nuovo polo verso cui guardano sempre più pazienti internazionali non è soltanto negli Stati Uniti, dove questa tecnologia è nata e si è sviluppata, ma in Cina, e in particolare negli ospedali di Shanghai.
La storia di Michael Walters, 25 anni, racconta bene questa trasformazione. Giovane neozelandese, aveva appena iniziato il suo primo lavoro a tempo pieno dopo l’università quando gli è stato diagnosticato un linfoma non Hodgkin, un tumore del sangue. Dopo diversi cicli di chemioterapia, radioterapia e immunoterapia effettuati ad Auckland, la malattia non aveva risposto come sperato. La prospettiva era quella di cercare una nuova strada.
La risposta è arrivata dalla terapia CAR-T, una tecnica che utilizza lo stesso sistema immunitario del paziente come arma contro il tumore. In pratica, alcune cellule immunitarie vengono prelevate dal corpo, modificate geneticamente in laboratorio per riconoscere e attaccare le cellule cancerose, e poi reinfuse nel paziente.
Una tecnologia complessa e personalizzata, che per anni è rimasta confinata a pochi centri altamente specializzati e con costi molto elevati. Walters ha valutato diverse possibilità, dagli Stati Uniti all’Australia, ma il prezzo rappresentava un ostacolo enorme: in un ospedale australiano il trattamento sarebbe arrivato a costare circa 600 mila dollari. A Shanghai, presso il SinoUnited Hospital, la spesa è stata inferiore alla metà e il 18 agosto il giovane ha ricevuto la notizia più attesa: il linfoma era entrato in remissione completa.
“Ora apprezzo di più la vita”, ha raccontato Walters, spiegando che una decina di anni prima probabilmente non avrebbe avuto accesso a una possibilità simile. Una frase che riassume il cambiamento avvenuto nel campo dell’oncologia: malattie un tempo quasi sempre senza alternative oggi possono essere affrontate con strumenti costruiti sul singolo paziente.
La Cina ha trasformato la terapia CAR-T in un settore strategico. Il Paese ha seguito una strada diversa rispetto agli Stati Uniti, puntando sulla capacità industriale, sulla produzione rapida e sull’espansione dei centri specializzati. Secondo gli esperti, Pechino ha applicato alla medicina personalizzata un modello simile a quello utilizzato in altri comparti tecnologici: rendere più veloce e accessibile una tecnologia complessa.
Uno degli elementi che stanno attirando pazienti stranieri è soprattutto il rapporto tra costi e tempi. Negli Stati Uniti una terapia CAR-T può arrivare a costare tra 550 mila e 850 mila dollari, mentre in Cina il prezzo può scendere indicativamente tra 150 mila e 230 mila dollari. Una differenza enorme per chi deve affrontare un trattamento salvavita spesso non completamente coperto dai sistemi assicurativi.
Non è soltanto una questione economica. Gli ospedali internazionali cinesi stanno cercando di costruire un’offerta sanitaria rivolta anche ai pazienti stranieri: assistenza burocratica, supporto linguistico, gestione dei viaggi e una rete di specialisti in grado di seguire terapie che richiedono controlli molto complessi.
Anche altri pazienti hanno scelto questa strada. Josh Bronkhorst, 59 anni, amministratore delegato di una società di servizi finanziari, dopo la diagnosi di un tumore allo stomaco e all’intestino superiore si era sottoposto a chemioterapia e immunoterapia senza ottenere risultati soddisfacenti. Dopo aver saputo che un ulteriore ciclo di cure avrebbe avuto possibilità limitate di successo, ha deciso di recarsi in Cina per una terapia CAR-T sperimentale approvata dalle autorità locali.
La sua esperienza rappresenta un altro capitolo della nuova competizione mondiale sulla medicina del futuro. La Cina è infatti arrivata anche dove la ricerca internazionale aveva incontrato uno degli ostacoli più difficili: i tumori solidi. Nel giugno scorso le autorità cinesi hanno autorizzato una terapia CAR-T contro un tumore dello stomaco e del tratto superiore dell’intestino tenue, diventando il primo trattamento CAR-T approvato al mondo per questo tipo di neoplasie.
La sfida più grande resta proprio questa: estendere l’efficacia delle terapie cellulari oltre i tumori del sangue. Attualmente la CAR-T viene utilizzata soprattutto contro alcune forme di leucemia, linfoma e mieloma, spesso quando altri trattamenti hanno fallito. Restano inoltre possibili effetti collaterali importanti, tra cui reazioni infiammatorie legate all’attivazione massiccia del sistema immunitario.
Accanto ai successi, però, esistono anche zone d’ombra. La crescita della ricerca cinese ha sollevato interrogativi sulla trasparenza di alcune sperimentazioni cliniche e sui sistemi di controllo. Alcuni esperti hanno evidenziato come procedure più snelle possano favorire l’innovazione, ma allo stesso tempo aumentare i rischi se la supervisione non è adeguata.
La storia della terapia CAR-T resta comunque una delle più sorprendenti della medicina contemporanea. La prima grande svolta arrivò nel 2012 con Emily Whitehead, una bambina americana di sei anni affetta da leucemia, diventata il simbolo di questa rivoluzione dopo essere guarita grazie al trattamento. Oggi quella stessa tecnologia che sembrava fantascienza sta diventando una possibilità concreta per migliaia di pazienti.
La battaglia contro il cancro, dunque, non si combatte più soltanto con farmaci standardizzati, ma sempre più con terapie costruite sul singolo individuo. E la nuova mappa della medicina mondiale racconta un cambiamento inatteso: un paziente occidentale, davanti a una diagnosi difficile, oggi può guardare anche verso Shanghai per cercare una possibilità.
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Tumori avanzati, 15.000 pazienti l’anno: come il test genomico guida le cure The Wom Healthy
La notizia in breve
Ogni anno, in Italia, circa 15.000 pazienti colpiti da tumore sono candidabili alla profilazione genomica estesa per personalizzare le terapie. A gestire tale percorso è il Molecular Tumor Board (Mtb), team multidisciplinare incaricato di definire la strategia terapeutica per i pazienti con malattia avanzata e privi di alternative. Con l’obiettivo di creare le competenze necessarie a questi gruppi di lavoro, prende il via la 2° edizione del Master Universitario di II livello in “Molecular Pathology and Molecular Tumor Board”, promosso dal Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia (DIPO) della Statale di Milano in collaborazione con Fondazione IRCSS Istituto Nazionale dei Tumori, IEO – Istituto Europeo di Oncologia, Ospedale Niguarda Cancer Center e Regione Lombardia.
Un miglioramento clinico emerge da uno studio real world dell’Int su oltre 1.800 casi esaminati dal Mtb, che ha registrato un significativo incremento di sopravvivenza per le persone trattate con terapie personalizzate stabilite in base alle indicazioni dell’organismo.
“È il primo master di questo tipo in Italia – spiega Giancarlo Pruneri, Ordinario di Anatomia Patologica al Dipo della Statale di Milano e Coordinatore del master -. Consente la formazione nei confronti delle moderne tecniche di profilazione molecolare dei tumori per evidenziare i biomarcatori, fondamentali per la scelta della terapia. Oggi la maggior parte delle neoplasie richiede una profilazione molecolare per individuare la cura più appropriata, in particolare nella malattia avanzata”.
I test di profilazione genomica estesa attualmente disponibili dispongono di pannelli in grado di analizzare anche 500 geni con un solo esame. In virtù della diminuzione dei costi, la previsione riportata indica che le analisi prognostiche e predittive diverranno parte ordinaria della pratica clinica oncologica e incrementeranno le valutazioni affidate ai Molecular Tumor Board. I dettagli sul master sono reperibili su www.mastermtb.it.
Che cosa significa profilare un tumore
La profilazione genomica analizza il tessuto tumorale, e in alcuni contesti materiale biologico circolante, alla ricerca di alterazioni molecolari che possano orientare la scelta terapeutica. Non serve soltanto a definire meglio il tipo di neoplasia: può identificare biomarcatori predittivi della possibile sensibilità o resistenza a determinati trattamenti.
Trovare un’alterazione, tuttavia, non significa automaticamente disporre di una terapia efficace. Occorre stabilire se quella caratteristica sia realmente responsabile della crescita tumorale, se esistano opzioni clinicamente utilizzabili e se siano adeguate alle condizioni della persona e alla fase della malattia.
Il ruolo del Molecular Tumor Board
Il Molecular Tumor Board integra competenze di oncologia, anatomia patologica, biologia molecolare, genetica, farmacologia e bioinformatica. Il suo compito è trasformare una grande quantità di dati complessi in un’interpretazione clinica, distinguendo le alterazioni rilevanti da quelle di significato incerto o prive di conseguenze terapeutiche dimostrate.
Questa valutazione è particolarmente delicata nelle neoplasie avanzate e quando le alternative consolidate sono limitate. La decisione non dipende quindi dal solo risultato del test, ma anche dalle caratteristiche del tumore, dai trattamenti precedenti, dalle condizioni generali e dalla solidità delle conoscenze disponibili.
Potenzialità e limiti
I pannelli estesi consentono di esaminare numerosi geni contemporaneamente, ma una maggiore quantità di informazioni non coincide necessariamente con un beneficio clinico. Alcune alterazioni sono rare, altre hanno un significato ancora incerto, mentre l’efficacia di una scelta terapeutica può variare tra tumori diversi anche in presenza dello stesso biomarcatore.
I risultati osservati nella pratica clinica possono offrire indicazioni importanti, ma richiedono un’interpretazione prudente: i pazienti selezionati per terapie personalizzate possono differire dagli altri per caratteristiche della malattia, condizioni generali e disponibilità di trattamenti. La medicina di precisione rappresenta dunque uno strumento sempre più rilevante, non una garanzia individuale di risposta.
Perché serve una formazione specifica
La qualità del percorso dipende anche dalla corretta gestione del campione, dall’affidabilità dell’analisi e dalla capacità di classificare le varianti genomiche. Servono inoltre competenze per affrontare reperti inattesi, compresa la possibile identificazione di alterazioni che potrebbero avere implicazioni ereditarie e coinvolgere anche i familiari.
La formazione multidisciplinare è quindi parte integrante della sicurezza clinica. L’obiettivo non è eseguire il maggior numero possibile di test, ma utilizzare la profilazione quando può rispondere a una domanda clinica concreta, interpretandone con rigore opportunità, limiti e incertezze.
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Tumore del pancreas: negli USA approvato daraxonrasib corrierenazionale.it
Tumore del pancreas metastatico, Fda approva daraxonrasib: raddoppia sopravvivenza rispetto alla chemioterapia
La Food and Drug Administration ha approvato daraxonrasib, che sarà commercializzato negli Stati Uniti con il marchio Rasonque, per il trattamento degli adulti con adenocarcinoma duttale pancreatico metastatico già sottoposti ad almeno una precedente terapia sistemica e non candidabili a una chemioterapia di combinazione.
Sviluppato da Revolution Medicines, daraxonrasib è il primo inibitore orale multiselettivo di RAS nella sua forma attiva, RAS(ON), ad arrivare sul mercato. L’approvazione introduce una nuova opzione terapeutica in una neoplasia caratterizzata da una prognosi particolarmente sfavorevole e da possibilità di trattamento ancora molto limitate dopo la progressione alla prima linea.
La decisione della Fda si basa sui risultati dello studio di fase III RASolute 302, nel quale daraxonrasib ha praticamente raddoppiato la sopravvivenza globale mediana rispetto alla chemioterapia scelta dallo sperimentatore: 13,2 mesi contro 6,7 mesi nella popolazione complessiva. Il trattamento ha inoltre ridotto del 60% il rischio di morte.
«L’approvazione offre un’opzione fondamentale ai pazienti che affrontano un tumore estremamente difficile e storicamente complesso da trattare», ha dichiarato Kyle Diamantas, acting commissioner della Fda. Secondo Angelo de Claro, direttore dell’Oncology Center of Excellence dell’agenzia, il farmaco ha prodotto «risultati senza precedenti in un’area caratterizzata da un forte bisogno terapeutico insoddisfatto».
L’adenocarcinoma pancreatico rappresenta il 90-95% delle circa 67.000 diagnosi annuali di tumore al pancreas negli Stati Uniti e comporta un carico di mortalità sproporzionatamente elevato a causa della diagnosi tardiva e delle opzioni terapeutiche storicamente limitate. Rasonque agisce prendendo di mira diverse forme della proteina RAS, un fattore oncogenico chiave presente nella stragrande maggioranza di questi tumori.
Una nuova strategia contro un bersaglio a lungo considerato “undruggable”
Le alterazioni di RAS, e in particolare di KRAS, rappresentano uno dei principali motori biologici dell’adenocarcinoma duttale pancreatico. Mutazioni di KRAS sono presenti in circa il 90% dei tumori pancreatici, ma per decenni la proteina è stata considerata sostanzialmente inattaccabile farmacologicamente, a causa della sua struttura e della mancanza di tasche facilmente accessibili alle piccole molecole.
Gli inibitori sviluppati negli ultimi anni hanno dimostrato che alcune specifiche varianti di KRAS possono essere colpite. Daraxonrasib compie un passo ulteriore perché non è diretto contro una singola mutazione: è progettato per interferire contemporaneamente con diverse forme attive di RAS, comprese le varianti G12, G13 e Q61, oltre a RAS wild-type.
Questa caratteristica amplia potenzialmente la popolazione trattabile e spiega perché lo studio registrativo abbia incluso sia pazienti con mutazioni RAS identificate sia soggetti nei quali non era stata documentata una specifica alterazione tumorale.
Lo studio RASolute 302
RASolute 302 è uno studio internazionale, randomizzato e in aperto, che ha coinvolto 500 adulti con adenocarcinoma duttale pancreatico metastatico precedentemente trattato con un regime contenente una fluoropirimidina oppure gemcitabina.
I partecipanti presentavano un performance status ECOG pari a 0 o 1 e sono stati assegnati in rapporto 1:1 a ricevere:
• daraxonrasib 300 mg per via orale una volta al giorno, in 248 pazienti;
• una delle quattro chemioterapie citotossiche scelte dallo sperimentatore, in 252 pazienti.
Gli endpoint primari erano la sopravvivenza globale e la sopravvivenza libera da progressione nei pazienti con tumori portatori di una mutazione RAS G12. Tra gli endpoint secondari figuravano gli stessi parametri nella popolazione complessiva, il tasso di risposta obiettiva e il tempo al deterioramento degli outcome riferiti dai pazienti. Il disegno dello studio è registrato su ClinicalTrials.gov.
Dimezzato il rischio di progressione
Nella popolazione con mutazione RAS G12, la sopravvivenza globale mediana è risultata pari a 13,2 mesi con daraxonrasib e a 6,6 mesi con la chemioterapia. L’ hazard ratio è stato di 0,40, corrispondente a una riduzione del 60% del rischio di morte.
Un risultato pressoché identico è stato osservato nella popolazione complessiva, comprendente anche i pazienti senza una mutazione RAS tumorale identificata: 13,2 mesi contro 6,7 mesi, con un hazard ratio ancora pari a 0,40.
Daraxonrasib ha prodotto un vantaggio rilevante anche in termini di sopravvivenza libera da progressione:
• 7,3 mesi contro 3,5 mesi nei pazienti con mutazione RAS G12, con una riduzione del 55% del rischio di progressione o morte;
• 7,2 mesi contro 3,6 mesi nella popolazione complessiva, con una riduzione del rischio del 51%.
Il tasso di risposta obiettiva confermata ha raggiunto il 33,2% con daraxonrasib rispetto all’11,8% con la chemioterapia nella popolazione RAS G12-mutata. Considerando tutti i partecipanti, le percentuali sono state rispettivamente del 31,6% e dell’11,2%.
I risultati dello studio sono stati presentati al congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology e pubblicati sul New England Journal of Medicine.
Benefici anche sul dolore e sulla qualità di vita
In una malattia aggressiva come il tumore pancreatico metastatico, il beneficio di un trattamento non può essere valutato soltanto attraverso il controllo radiologico della neoplasia. Particolarmente importanti sono quindi i risultati riferiti direttamente dai pazienti.
Rispetto alla chemioterapia, daraxonrasib ha prolungato da 3,8 a 9,2 mesi il tempo mediano al peggioramento del dolore correlato al tumore, riducendo del 49% il rischio di deterioramento.
Anche il tempo al peggioramento dello stato di salute globale e della qualità di vita è risultato superiore: 5,7 mesi con il nuovo farmaco contro 2,6 mesi con la chemioterapia.
Come funziona daraxonrasib
Daraxonrasib, precedentemente conosciuto con la sigla RMC-6236, è un inibitore non covalente “tri-complex”. La molecola si lega innanzitutto alla ciclofilina A, una proteina presente all’interno della cellula. Il complesso così formato riconosce RAS nella configurazione attiva legata al GTP e vi si aggancia.
La formazione di questo triplice complesso impedisce a RAS di interagire con i suoi effettori a valle, interrompendo i segnali che favoriscono la proliferazione e la sopravvivenza delle cellule tumorali.
In termini semplici, daraxonrasib utilizza una proteina cellulare come “ponte” per raggiungere e bloccare diverse forme attive di RAS. Questo meccanismo lo distingue dagli inibitori diretti contro una singola variante, come KRAS G12C.
Il profilo di sicurezza
Gli eventi avversi correlati al trattamento di grado 3 o superiore sono stati osservati nel 43,6% dei pazienti trattati con daraxonrasib, rispetto al 57,5% di quelli sottoposti a chemioterapia. Gli eventi avversi gravi correlati al trattamento si sono verificati rispettivamente nel 10,8% e nel 18,7% dei pazienti.
La sospensione definitiva causata da tossicità è stata necessaria nell’1,2% dei pazienti assegnati a daraxonrasib, contro l’11,2% nel gruppo chemioterapia.
Gli eventi avversi più comuni, considerando tutti i gradi di severità, sono stati:
• rash cutaneo, nell’85% dei pazienti;
• diarrea, nel 58%;
• stomatite, nel 53%;
• nausea, nel 46%;
• vomito, nel 37%.
Il profilo tossicologico richiederà quindi un’attenta gestione soprattutto degli eventi dermatologici e gastrointestinali, ma nello studio la frequenza delle interruzioni definitive è risultata nettamente inferiore rispetto alla chemioterapia.
Una revisione completata in tempi record
La domanda di approvazione è stata valutata attraverso il Commissioner’s National Priority Voucher, programma pilota della Fda destinato a medicinali in grado di rispondere a importanti priorità sanitarie nazionali.
La richiesta era stata accettata il 22 luglio 2026 e la decisione è arrivata poco più di un mese dopo, con circa sei mesi e mezzo di anticipo rispetto alla scadenza prevista. Il programma punta infatti a ridurre i tempi di valutazione a uno-due mesi, mantenendo invariati gli standard regolatori relativi a qualità, efficacia e sicurezza. Le caratteristiche del percorso sono illustrate dalla Fda.
Daraxonrasib aveva già ottenuto le designazioni di Breakthrough Therapy e farmaco orfano. Nel maggio 2026 la Fda aveva inoltre autorizzato un programma di accesso allargato per i pazienti con carcinoma pancreatico metastatico precedentemente trattato.
Verso le fasi più precoci della malattia
Lo sviluppo clinico di daraxonrasib non si ferma alla seconda linea. Nello studio di fase III RASolute 303 il farmaco viene valutato, da solo oppure associato a gemcitabina e nab-paclitaxel, come trattamento di prima linea del carcinoma pancreatico metastatico.
Lo studio RASolute 304 ne sta invece valutando l’impiego dopo la resezione chirurgica e il completamento della chemioterapia neoadiuvante o adiuvante, con l’obiettivo di stabilire se il blocco di RAS possa ridurre il rischio di recidiva.
Anche l’Europa ha avviato l’esame del dossier: nel luglio 2026 il Comitato per i medicinali per uso umano dell’Ema ha iniziato una revisione progressiva accelerata del farmaco.
Perché questa approvazione è importante
Il dato più rilevante è l’entità del beneficio: in una popolazione già trattata, daraxonrasib ha raddoppiato la sopravvivenza mediana rispetto alla chemioterapia, migliorando contemporaneamente il controllo della malattia, il tasso di risposta, il dolore e la qualità di vita.
L’approvazione segna inoltre l’ingresso nella pratica clinica di una nuova classe di terapie capaci di colpire simultaneamente più forme attive di RAS. Un bersaglio che per decenni era stato considerato “undruggable” diventa così il fulcro di una strategia terapeutica concreta per uno dei tumori con il maggiore bisogno di innovazione.
Daraxonrasib non rappresenta una cura e la resistenza alla terapia rimane una sfida da affrontare. Tuttavia, i risultati di RASolute 302 indicano un cambiamento sostanziale rispetto alle opzioni finora disponibili e aprono la strada allo studio del farmaco nelle fasi più precoci della malattia e in altri tumori dipendenti da RAS.
FDA Approves First in Class Targeted Therapy for Metastatic Pancreatic Cancer. News release. FDA. August 26, 2026. Accessed August 26, 2026 leggi
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Terapia ormonale sostitutiva e tumore al seno: rischio diverso in base a formulazione e profilo della donna Farmacista33
Oncologia
Menopausa
09 Settembre 2026
Terapia ormonale sostitutiva e tumore al seno: rischio diverso in base a formulazione e profilo della donna Il rischio di tumore al seno associato alla terapia ormonale sostitutiva in menopausa varia in base alla formulazione e a fattori individuali. Una revisione analizza le evidenze su estrogeni, progestinici e altre opzioni terapeutiche. di Redazione Farmacista33
Il rischio di tumore al seno associato alla terapia ormonale sostitutiva (Tos) in menopausa non è uniforme, ma varia in relazione a fattori individuali e biologici e alle caratteristiche della terapia utilizzata. A incidere sono, tra gli altri, peso e massa grassa, tipo di progestinico, insufficienza ovarica precoce e rischio genetico legato a BRCA. È quanto emerge da una revisione pubblicata su The Lancet Diabetes & Endocrinology, commentata dagli endocrinologi su Endocrinologia33, che ricostruisce quattro decenni di evidenze e indica la necessità di una valutazione individualizzata del rapporto tra rischi e benefici.
Tumore al seno e Tos, cosa emerge dagli studi
Il carcinoma mammario è il tumore più frequentemente diagnosticato nel sesso femminile, con 2,3 milioni di nuove diagnosi nel 2022 e il 14,1% dei decessi oncologici femminili. Nella popolazione post-menopausale, inoltre, l'80-85% delle neoplasie è positivo per il recettore degli estrogeni.
Le prime evidenze sull'associazione tra terapia ormonale sostitutiva e rischio di tumore al seno risalgono alla fine degli anni Ottanta e sono state successivamente approfondite dal Collaborative Group on Hormonal Factors in Breast Cancer, dal Million Women Study e dal Women's Health Initiative (Whi). Proprio il Whi, principale trial randomizzato sul tema, ha evidenziato un aumento del rischio di carcinoma mammario con la combinazione di estrogeni equini coniugati e medrossiprogesterone acetato. Un risultato differente è emerso nel braccio trattato con sola terapia estrogenica, nel quale è stata osservata una riduzione del rischio e della mortalità correlata. Negli anni successivi, per nessuno dei due regimi è comunque emerso un incremento significativo della mortalità per carcinoma mammario.
Peso, massa grassa, progestinici e Brca: i fattori che modificano il rischio
La revisione sottolinea che il rischio associato alla Tos non può essere considerato indipendentemente dalle caratteristiche della singola paziente. Tra i fattori che possono modularlo vengono indicati peso e massa grassa, il tipo di progestinico utilizzato, la presenza di insufficienza ovarica precoce e il rischio genetico legato al gene Brca.
Un'attenzione particolare riguarda quindi la composizione della terapia. Le formulazioni oggi maggiormente utilizzate, basate su estradiolo e progestinici di nuova generazione come progesterone micronizzato o didrogesterone, suggeriscono, secondo gli autori, un profilo di sicurezza più favorevole rispetto ai regimi studiati storicamente. Restano tuttavia necessarie conferme attraverso studi randomizzati su larga scala.
Dal tibolone al levonorgestrel, le evidenze sulle altre formulazioni
La revisione prende in esame anche alcune alternative ai tradizionali regimi estro-progestinici. Per il tibolone, il Million Women Study ha rilevato un incremento del rischio non inferiore a quello osservato con la sola terapia estrogenica.I tissue selective estrogen complexes hanno mostrato un impatto neutro sulla densità mammaria, a fronte però di minori benefici sui sintomi climaterici. Il dispositivo intrauterino al levonorgestrel è stato invece associato a un lieve aumento del rischio in caso di utilizzo prolungato.
Per estetrolo e testosterone, le evidenze disponibili sono ancora insufficienti per definire il possibile impatto sul rischio mammario.
Pregresso tumore al seno e insufficienza ovarica precoce
Un ambito particolarmente delicato resta l'impiego della terapia ormonale sostitutiva nelle pazienti con un pregresso carcinoma mammario. Secondo le linee guida Nice è controindicata nelle pazienti in trattamento con inibitori dell'aromatasi, mentre rimangono margini di utilizzo soltanto in casi selezionati. Differente è la valutazione nelle pazienti con insufficienza ovarica prematura, condizione nella quale, sottolinea la revisione, la terapia resta fortemente indicata e che richiede quindi una specifica considerazione all'interno della valutazione individuale del rischio.
Nel complesso, gli autori indicano la necessità di superare una valutazione uniforme della Tos e di considerare il profilo di rischio individuale, la formulazione utilizzata e il dosaggio. La prescrizione dovrebbe privilegiare il dosaggio minimo efficace ed essere accompagnata da un monitoraggio con rivalutazione periodica del rapporto rischio-beneficio, in attesa di dati più definitivi sull'impatto a lungo termine delle formulazioni ormonali moderne.
Fonte
https://www.doctor33.it/articolo/68679/terapia-ormonale-sostitutiva-e-tumore-al-seno-il-rischio-e-eterogeneo-non-un-dato-univoco
ph.cr.magnific
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Radioterapia, al Policlinico Campus Bio-Medico la cura si adatta al paziente: arriva l’acceleratore che usa l’IA in tempo reale Quotidiano Sanità
Cambiare il trattamento quando cambiano le condizioni del paziente. È questa la nuova frontiera della radioterapia adattativa, inaugurata oggi al Policlinico Campus Bio-Medico di Roma, in occasione della Giornata Mondiale della Radioterapia. Grazie all’integrazione tra imaging avanzato e intelligenza artificiale, il trattamento può essere ricalibrato durante il percorso terapeutico sulla base delle variazioni nella posizione, nella forma e nelle dimensioni del tumore e degli organi circostanti. L’obiettivo è rendere la radioterapia sempre più precisa, concentrando l’azione sulla malattia e limitando, per quanto possibile, l’esposizione dei tessuti sani. Il protagonista è il nuovo Adaptive Linac Ethos, acceleratore lineare di ultima generazione, che rende possibile una personalizzazione del trattamento in tempo reale. Il Policlinico Campus Bio-Medico è la prima struttura del Lazio e tra le prime in Italia a mettere in funzione questa tecnologia, oggi inserita nell’attività assistenziale in convenzione con il Servizio sanitario nazionale. Una tecnologia che, nelle parole dei protagonisti dell’inaugurazione, non rappresenta soltanto un salto in avanti sul piano tecnico, ma soprattutto un modo diverso di intendere la cura: più precisa, personalizzata e attenta alla persona.
Tosti: “La migliore tecnologia disponibile al servizio dei nostri pazienti”
È Carlo Tosti, Presidente della Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico, a inquadrare il nuovo investimento nel percorso di innovazione che da oltre trent’anni accompagna la missione della Fondazione. “La lotta contro il cancro richiede ogni giorno competenze, ricerca e tecnologie sempre più avanzate. L’introduzione di questo nuovo macchinario configura un ulteriore passo avanti nell’attività del nostro Policlinico. La sua capacità di adattarsi alle esigenze del paziente esprime bene il significato che attribuiamo al progresso scientifico: non un fine da perseguire in sé, ma uno strumento al servizio di una cura sempre più attenta all’individuo nella sua integralità. Questa tecnologia consente ai professionisti di lavorare con maggiore accuratezza e di rendere il trattamento meno invasivo per chi lo riceve. Permette inoltre di ridurre gli effetti collaterali, di rendere più agevole l’esperienza della terapia e di facilitare l’accesso alla macchina. È questa visione, fondata sull’incontro tra innovazione e attenzione alla persona, che da oltre trent’anni continua a orientare la missione della nostra Fondazione”.
Sormani: “La migliore tecnologia disponibile”, ma al centro resta la persona
L’evoluzione della radioterapia è stata profonda. Dagli acceleratori lineari introdotti oltre settant’anni fa si è arrivati a sistemi capaci di integrare immagini, elaborazione dei dati e intelligenza artificiale per rendere il trattamento sempre più dinamico. Paolo Sormani, Amministratore Delegato e Direttore Generale della Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico, sottolinea proprio la portata di questo passaggio: “Sono passati 73 anni dal primo trattamento radioterapico a Londra con un acceleratore lineare. In questi anni la tecnologia è evoluta moltissimo e siamo particolarmente orgogliosi, come Fondazione, di poter inaugurare oggi una nuova macchina. Si tratta di un sistema di radioterapia adattativa che permette di rifocalizzare il trattamento radioterapico a ogni seduta. Come? Attraverso un sistema avanzato di imaging e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. La nostra Fondazione vuole mettere a disposizione dei propri pazienti la migliore tecnologia disponibile sul mercato. Siamo la prima struttura del Lazio e una tra le primissime in Italia a disporre di questa tecnologia. Ma non solo. L’umanizzazione delle cure e il rapporto empatico tra operatore sanitario e paziente sono sempre il nostro faro, che si affianca alla tecnologia”. È proprio nell’equilibrio tra innovazione e relazione di cura che si colloca il nuovo sistema. L’intelligenza artificiale, in questo modello, non prende il posto del medico o degli altri professionisti coinvolti, ma offre nuovi strumenti per analizzare le immagini e supportare il processo decisionale.
Giannini: “La cura si adatti al paziente e non il paziente alla cura”
Il significato di questa innovazione va oltre l’aspetto strettamente tecnologico. Durante l’inaugurazione, Lamberto Giannini, Prefetto di Roma, ha posto l’accento sulla possibilità di rendere la radioterapia ancora più mirata e, al tempo stesso, di alleggerire il peso delle cure per chi le affronta. “Le capacità tecniche di questa macchina sono straordinarie. Offre la possibilità di mirare l’azione della radioterapia esclusivamente al punto in cui è presente la malattia e quindi di aggredirla. Questo permette di limitare gli effetti collaterali, ma anche di alleviare le sofferenze nel caso in cui ci sia una malattia che, purtroppo, ha ormai un decorso incurabile. Questo significa mettere al centro il paziente, la vita, con la massima attenzione. Che questa attrezzatura, poi, permetta di adattare la cura al paziente e non il contrario, è, a mio avviso, una piena esplicazione del diritto alla salute garantito dalla Costituzione”.
Ramella: “Si adatta al paziente, al tumore, giorno per giorno”
A spiegare cosa cambia nella pratica clinica è Sara Ramella, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Radioterapia Oncologica della Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico. Con l’Adaptive Linac Ethos, il piano radioterapico può essere rivalutato sulla base delle immagini acquisite durante il percorso, tenendo conto delle modificazioni che possono interessare il tumore e gli organi circostanti. Una possibilità particolarmente significativa per le sedi anatomiche più soggette a variazioni, come polmone, testa-collo e area addomino-pelvica. “Con l’Adaptive Linac Ethos abbiamo la possibilità di gestire e ottimizzare il trattamento in modo molto più preciso, perché la macchina può adattarsi alle condizioni del paziente e del tumore, giorno dopo giorno – spiega Ramella – . Grazie all’intelligenza artificiale possiamo realizzare una personalizzazione in tempo reale, tenendo conto dei cambiamenti che si verificano nel corso della terapia, nella forma, nelle dimensioni e nella posizione della malattia e degli organi circostanti. Questo ci permette di concentrare la dose dove serve e di risparmiare maggiormente i tessuti sani, con possibili benefici anche sulla tollerabilità delle cure. L’intelligenza artificiale non sostituisce l’expertise dei sanitari coinvolti nel processo decisionale, ma rappresenta un’opportunità. Far crescere la tecnologia è il nostro compito, tuttavia non dimenticando, come dice Papa Leone XIV, di metterci il cuore, a sostegno della persona malata”.
L’IA come strumento, non come sostituto del professionista
È anche questo uno dei punti centrali dell’introduzione dell’intelligenza artificiale in sanità: utilizzare la capacità di elaborare grandi quantità di informazioni senza sottrarre spazio alla responsabilità e all’esperienza dei professionisti. Un aspetto sottolineato anche da Titti Di Salvo, Presidente del Municipio IX Roma Capitale, che guarda alla nuova tecnologia non soltanto dal punto di vista sanitario, ma anche come elemento dell’offerta di salute del territorio. “Oggi l’offerta di salute del mio Municipio si arricchisce di una strumentazione veramente eccezionale, perché si tratta di un’apparecchiatura che si adatta concretamente alle esigenze del paziente nel momento in cui sta affrontando le cure. È una dimostrazione ulteriore di quanto il Policlinico Campus Bio-Medico sappia interpretare il proprio ruolo nella cura delle persone e, al tempo stesso, nella cura del territorio. Ma questa strumentazione aggiunge un altro elemento importante: dimostra, ancora una volta, che l’intelligenza artificiale non toglie, ma aggiunge. La paura che l’intelligenza artificiale possa sottrarre lavoro o capacità di controllo è totalmente smentita da questa tecnologia. Per questo, le politiche pubbliche devono guidare la cura e il privato deve interagire con le istituzioni pubbliche, per offrire una risposta completa e sempre più avanzata alle necessità delle persone”. Il nuovo acceleratore si inserisce, infatti, in un’attività di radioterapia già caratterizzata da numeri rilevanti. La UOC di Radioterapia oncologica opera in convenzione con il Servizio sanitario nazionale nelle sedi di Trigoria e del Campus Bio-Medico Longoni – Medical Center, nel Prenestino. Nel 2025 ha seguito complessivamente quasi 7mila pazienti, erogando oltre 149mila prestazioni. Nei primi sei mesi del 2026 i pazienti sono stati quasi 5mila, con oltre 72mila prestazioni.
Il peso della radioterapia nella cura dei tumori
L’investimento arriva in un contesto nel quale il cancro continua a rappresentare una delle principali sfide per i sistemi sanitari. In Italia, secondo i dati AIOM riportati nel comunicato, nel 2025 sono state stimate circa 390mila nuove diagnosi di tumore. La radioterapia rappresenta una componente fondamentale del percorso oncologico: secondo l’ultimo rapporto FAVO, oltre il 60% dei pazienti oncologici necessita di radioterapia nel corso del proprio iter terapeutico. Per AIRO, inoltre, la radioterapia contribuisce al 42% delle guarigioni complessive. Non si tratta quindi di una tecnologia riservata a una singola tipologia di tumore. La radioterapia può essere utilizzata nel trattamento di tutti i principali tipi di neoplasia e la possibilità di adattare la terapia nel corso delle sedute può risultare particolarmente interessante quando le condizioni anatomiche sono soggette a variazioni.
Una nuova idea di personalizzazione
L’Adaptive Linac Ethos porta dunque dentro la pratica clinica un concetto che sta diventando sempre più centrale in oncologia: la personalizzazione non come semplice scelta iniziale del trattamento, ma come processo che può accompagnare l’intero percorso di cura. La tecnologia permette di osservare nuovamente il paziente, confrontare la situazione con quella prevista dal piano terapeutico e valutare, seduta dopo seduta, se sia necessario modificare il trattamento. Una possibilità che punta a migliorare la precisione e a proteggere maggiormente gli organi sani circostanti. Ma dalle parole dei protagonisti emerge un messaggio altrettanto importante: la macchina può cambiare ogni giorno, mentre il principio che guida il lavoro dei professionisti deve rimanere stabile. È la persona malata il punto di riferimento della tecnologia. E proprio qui si trova il senso dell’innovazione inaugurata al Policlinico Campus Bio-Medico: non chiedere al paziente di adattarsi alla macchina, ma utilizzare la macchina perché sia la cura ad adattarsi, il più possibile, al paziente.
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L'Ospedale Civile incoraggia gli uomini a sottoporsi a una diagnosi precoce del tumore alla prostata. Universidad de Guadalajara
Tutti gli uomini di età superiore ai 50 anni dovrebbero sottoporsi annualmente al test dell'antigene prostatico specifico (PSA) e a una visita specialistica per la diagnosi precoce del tumore alla prostata.
Nel contesto della Giornata internazionale dell'uomo, che si celebra ogni 19 novembre, le autorità del Vecchio Ospedale Civile di Guadalajara “Fray Antonio Alcalde” hanno invitato l'intera comunità maschile a partecipare alla Campagna gratuita di diagnosi precoce del cancro alla prostatache viene effettuata nella suddetta unità ospedaliera, nonché nel Nuovo Ospedale Civile di Guadalajara “Dr. Juan I. Menchaca”.
Durante la cerimonia commemorativa della Giornata internazionale dell'uomo, in cui è stato tagliato un nastro blu a simboleggiare l'importanza della salute maschile, il dottor Rafael Santa Ortiz, direttore del Vecchio Ospedale Civile di Guadalajara "Fray Antonio Alcalde", ha sottolineato che il tumore alla prostata è il tumore più frequente negli uomini, seguito dal tumore al polmone, al colon-retto e allo stomaco.
"Per prevenire il cancro alla prostata, tutti gli uomini di età superiore ai 50 anni dovrebbero sottoporsi annualmente al test dell'antigene prostatico specifico (PSA), nonché a una visita specialistica per individuare precocemente eventuali anomalie alla prostata o un possibile tumore in fase di sviluppo", ha dichiarato il direttore dell'Old Civil Hospital.
Santana Ortiz ha riferito che durante la campagna di screening per il cancro alla prostata dello scorso anno (2023), sono stati visitati complessivamente 252 pazienti, di cui 15 hanno richiesto una biopsia e, tra questi, a 8 è stato diagnosticato un cancro alla prostata; fortunatamente, questi pazienti stanno attualmente bene.
"Anche se a una sola persona venisse diagnosticato questo tipo di cancro, vale la pena impegnarsi e lavorare in squadra per individuare la malattia il prima possibile", ha affermato.
Va notato che il Servizio di Urologia del Vecchio Ospedale Civile di Guadalajara "Fray Antonio Alcalde" effettua in media 3.500 consulti all'anno, di cui circa il 20% riguarda problemi alla prostata, ovvero 700 pazienti.
Nel 2023, sono stati rilevati circa 140 casi di cancro alla prostata, di cui il 65% in stadio avanzato, e i pazienti sono stati indirizzati al Servizio di Oncologia per il trattamento.
In Messico, il tasso di mortalità per cancro alla prostata è di 9.8 decessi ogni 100 uomini e, secondo i dati dell'INEGI (Istituto Nazionale di Statistica e Geografia) e del Ministero Federale della Salute, rappresenta la principale causa di cancro e di morte correlata al cancro negli uomini. Si stima che circa sei casi su dieci di cancro alla prostata vengano diagnosticati in uomini di età superiore ai 65 anni.
Attraverso i suoi due reparti ospedalieri e il servizio di Urologia, l'Ospedale Civile di Guadalajara sta portando avanti per tutto il mese di novembre la Campagna Gratuita per la Diagnosi Precoce del Cancro alla Prostata, rivolta agli uomini di età superiore ai 45 anni. A questi uomini viene offerto un test dell'antigene prostatico specifico (PSA) e, a breve termine, viene fissata una visita medica con un urologo per la valutazione del risultato del test, la redazione dell'anamnesi e, se necessario, un esame obiettivo.
Presso il Vecchio Ospedale Civile di Guadalajara “Fray Antonio Alcalde”, si svolge la Campagna di Diagnosi Precoce del Cancro alla Prostata, dal lunedì al venerdì, dalle 09:00 alle 13:40, al piano terra dell'edificio del Clinico Ambulatoriale (Via Coronel Calderón n. 777, Col. El Retiro).
Nel frattempo, presso il Nuovo Ospedale Civile di Guadalajara “Dr. Juan I. Menchaca”, la campagna si svolge dal lunedì al venerdì, dalle 08:30 alle 12:00, allo sportello 3 del Primo Ambulatorio, al piano terra dell'ospedale (via Salvador Quevedo y Zubieta n. 750, Col. Independencia).
La Giornata internazionale dell'uomo fu originariamente promossa nel 1992 da Thomas Oaster, direttore del Centro di studi sugli uomini presso l'Università del Missouri-Kansas; tuttavia, solo nel 1999 la data fu ufficialmente istituzionalizzata a livello mondiale per commemorare il 19 novembre di ogni anno, con l'obiettivo di promuovere temi come la salute maschile.
Attentamente
“Pensa e agisci”
“30 anni di autonomia dell'Università di Guadalajara e della sua organizzazione in rete”
Guadalajara, Jalisco, 19 novembre 2024
Testo: Ospedale civile di Guadalajara
Fotografie: Jorge Iñiguez
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Criteri Critici
«Nonostante tutto», i ragazzi dell'Istituto dei Tumori e la terapia di raccontarsi in un film Corriere della Sera
di Elisabetta Soglio
Le attività espressive di Progetto Giovani, da 15 anni nella Pediatria oncologica, in un documentario sostenuto da Mediafriends e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nell'ambito di «Che spettacolo!»
Un momento sul set (foto di Alice Patriccioli)
Il potere del raccontarsi. Anche in una corsia di ospedale. Anche in un’eta in cui pensi a tutto tranne che al cancro. Da quindici anni al settimo piano dell’Istituto dei Tumori di Milano nel reparto di Pediatria oncologica, con Progetto Giovani questo potere si trasforma in espressione artistica, consente la rielaborazione della diagnosi e a volte anche di un lutto, crea un gruppo di adolescenti coeso che fa dell’amicizia e del divertimento un’arma potentissima. Una forza così trascinante che è uscita dai muri dell’ospedale diventando di volta in volta una canzone che ha fatto il botto sui social, una graphic novel di cui hanno parlato i quotidiani, e poi anche la sit com «Ho preso un granchio», in due edizioni.
Proprio partendo da questa serie, sempre seguendo le idee di ragazze e ragazzi del Progetto, è nato il docufilm «Nonostante tutto», che grazie al sostegno di Mediafriends approda domani alla Mostra del Cinema di Venezia, accanto al gotha di registe e registi, attrici e attori, intellettuali. Doveva essere un back stage, ne è risultato un racconto in cui il filo narrativo sono le tante voci dei ragazzi che condividono la quotidianità, le fatiche, le paure e le risate. «Ho pianto solo due volte, per la diagnosi e quando ho dovuto smettere con il basket»; «Un altro problema della malattia è la reazione degli amici e quello che puoi fare è tenerti accanto le persone giuste»; «Ci sono giornate buone e altre meno buone, però qui dentro ridiamo molto e giochiamo molto». Il professor Andrea Ferrari, che ha ideato e fa crescere Progetto Giovani insieme allo staff dei colleghi medici e di psicologi ed educatori, spiega che «anche questo modo di stare insieme fa parte della terapia, perché per loro è fondamentale tirare fuori quello che hanno dentro, ma è più facile farlo con queste modalità espressive piuttosto che con il medico o lo psicologo». E ridere? «Essere autoironici - prosegue Ferrari - non significa essere irriverenti. Perché non si ride della malattia ma dentro la malattia».
La parola che ha fatto la differenza in questi 12 anni di Progetto Giovani è «insieme»: «I ragazzi - conferma il professor Andrea Ferrari - si riuniscono e decidono che cosa fare, quale proposta portare avanti, come gestirla. Anche nel caso della sitcom, la prima edizione è stata realizzata interamente da loro, dalla scelta del tema alla sceneggiatura e poi il girato e le colonne sonore». La seconda edizione è arrivata quasi naturalmente, con qualche mezzo a disposizione in più e con dei camei di amici del Progetto Giovani, come Gerry Scotti e Aldo Giovanni e Giacomo.
L’idea poi di produrre un documentario sul back stage di questa esperienza si è trasformata in un altro lavoro collettivo, iniziato con qualcuno che non c’è più, mescolando sempre chi è guarito ma resta legato al Progetto e frequenta il settimo piano del’Istituto per aiutare gli altri ad affrontare il percorso dell’accettazione della malattia, delle terapie, del rischio isolamento e depressione, della voglia di esprimersi e vivere.
Il docufilm che arriva domani alla Mostra del Cinema di Venezia parte da ragazze e ragazzi per indagare come una diagnosi oncologica in piena adolescenza cambi il rapporto con il proprio corpo, con gli altri e con il futuro. Scritto da Cristiano Nardò e Tobia Passigato e diretto dallo stesso Nardò, il documentario si è poi inserito nel percorso di Mediafriends che dal 2003 promuove iniziative di solidarietà sociale coinvolgendo il Gruppo Mediaset. Al Lido i ragazzi e le ragazze saliranno sul palco di Sala Incontri all’Hotel Excelsior domani alle 12 insieme a Ferrari e a Nardò. Prima di loro Alessandro Billi, vicepresidente di Mediafriends (ente filantropico di Mediaset, Mondadori e Medusa) Giampaolo Letta, presidente di Medusa e monsignor Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo spiegheranno perché e come si è arrivati fino a qui. Una scelta, come anticipa Pier Silvio Berlusconi, chairman e ceo Mediaforeurope, che si spiega così: «Portare alla Mostra del Cinema di Venezia “Nonostante tutto”, un cortometraggio che racconta i ragazzi dell’Istituto dei Tumori mettendo al centro le loro vite, non la malattia, per Mediafriends e per tutta Mediaset significa molto. Significa raccontare le loro storie, i loro sogni, la voglia di guardare avanti. Essere al loro fianco e dare voce a tutto questo è ciò che per noi conta davvero».
Il professor Ferrari ha preparato i ragazzi, che saranno accompagnati da qualche genitore, da un pezzo dell’equipe («Perché il nostro istituto, a partire dalla dottoressa Massimino che dirige la Pediatria oncologica, ci ha sempre sostenuto in questo percorso»): «Siamo sicuri che anche questo momento contribuirà a creare coesione fra di loro e fiducia nel presente e nel futuro». Fino alla prossima idea...
Il farmaco antitumorale combinato di Inhibrx riduce le dimensioni dei tumori in uno studio sul cancro della testa e del collo in fase intermedia - TradingView
📰 TradingView📅 2026-09-08T17:21:30
farmaco antitumorale
Il farmaco antitumorale combinato di Inhibrx riduce le dimensioni dei tumori in uno studio sul cancro della testa e del collo in fase intermedia TradingView
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Terapia genica in Cina, muoiono due bambini: cosa sta accadendo nei laboratori di Pechino? Demografica
Correggere i “difetti” del Dna per curare malattie rare. È questo il meccanismo dietro la terapia genica che in Cina ha appena causato la morte di due bambini. I test clinici condotti nei laboratori di Pechino non sono passati inosservati e hanno sollevato forti preoccupazioni a livello internazionale. Non si tratta solo di una discussione sui rischi inevitabili della medicina sperimentale, ma di un problema di etica, trasparenza e controlli mancati.
La rivista scientifica Nature ha ricostruito quanto accaduto, accendendo i riflettori su dinamiche che rischiano di compromettere la credibilità dell’intera ricerca biomedica cinese e che ha coinvolto Stati Uniti, Europa e Russia in casi di cronaca simili.
Test sui pazienti nonostante i danni alle scimmie
Il primo dramma riguarda una bambina di sei anni, deceduta a marzo dello scorso anno. La piccola soffriva della sindrome di Snijders Blok-Campeau, una malattia genetica rara che causa ritardi nello sviluppo intellettivo e alcune differenze fisiche. Per curarla, spiega Nature, un gruppo di ricerca guidato dal neuroscienziato Zilong Qiu e dal medico Yongguo Yu ha tentato una strada innovativa: usare un piccolo virus innocuo, modificato in laboratorio, come una sorta di “navetta” (o vettore virale) per trasportare il gene corretto direttamente nella colonna vertebrale e, da lì, al cervello della bambina.
Un’inchiesta condotta da Science ha rivelato dettagli inquietanti sulla sicurezza del test. Un mese prima di trattare la bambina, i ricercatori avevano ricevuto i risultati di uno studio sulle scimmie. Tutti e quattro gli animali sottoposti alla cura avevano sviluppato gravi danni al fegato: un evidente pericolo che i medici hanno deciso di ignorare e procedere comunque sull’essere umano.
La comunità scientifica ha fatto notare che la bambina presentava sintomi lievi chiedendo quando abbia senso rischiare la vita di un paziente con una terapia così estrema se la sua condizione non è grave o letale?
Nel gennaio di quest’anno, il professor Qiu ha pubblicato uno studio proprio su Nature per dimostrare che la terapia funzionava sui topi. Ma in nessuna fase della pubblicazione è stato menzionato il fatto che la cura fosse già stata testata su una bambina e che questa fosse morta cinque mesi prima. Ora l’Università ha avviato un’indagine interna e la rivista ha inserito una nota di avvertimento sullo studio.
Il secondo caso: la distrofia muscolare e un anno di silenzio
La seconda vicenda riguarda un’azienda biotecnologica, la HuidaGene, che stava testando una terapia genica contro la distrofia muscolare di Duchenne, una terribile malattia che indebolisce progressivamente i muscoli ed è purtroppo fatale. In questo caso, un bambino è deceduto a causa di una gravissima complicazione polmonare. Poiché la distrofia di Duchenne è una patologia mortale, la scelta etica di tentare una cura rischiosa era più comprensibile rispetto al caso precedente. Tuttavia, gli scienziati ipotizzano che il decesso sia stato causato da una dose eccessiva del virus-navetta utilizzato per la terapia.
Ma a far discutere è stato soprattutto il comportamento dell’azienda: il decesso è stato reso pubblico solo il 5 agosto di quest’anno, un anno dopo la morte del bambino, e solo in seguito alle pressanti domande dei giornalisti della testata medica Stat. Tenere nascosto un simile evento per dodici mesi impedisce ad altri scienziati nel mondo di studiare l’accaduto per rendere più sicure le proprie ricerche.
Un precedente famoso
Non è la prima volta che si verificano casi di questo tipo. Il precedente storico più famoso risale al 1993 negli Stati Uniti: la morte del diciottenne Jesse Gelsinger. Jesse fu la prima persona a morire in assoluto durante un test di terapia genica. Anche lui aveva una malattia genetica non letale e anche in quel caso i medici ignorarono alcuni segnali di tossicità.
Quella morte fermò il settore per anni, ma portò a regole severissime negli Stati Uniti per proteggere i volontari dei test clinici. Oggi la Cina si trova davanti a un bivio simile.
La reazione di Pechino: stop ai “test facili” negli ospedali
Fino a poco tempo fa, in Cina i ricercatori potevano avviare i cosiddetti “test promossi dagli investigatori”: sperimentazioni rapide condotte direttamente all’interno dei singoli ospedali, senza bisogno del via libera formale dell’agenzia nazionale del farmaco. Se da un lato questo sistema ha permesso alla Cina di correre velocemente nella ricerca medica, dall’altro ha creato una pericolosa mancanza di controlli.
Il governo di Pechino è corso ai ripari: a maggio è entrata in vigore una legge che impone una stretta rigorosa. Da oggi, ogni test clinico di questo tipo deve essere registrato entro cinque giorni presso le autorità sanitarie nazionali, le quali pretendono prove di sicurezza rigorose sugli animali prima di toccare un essere umano e hanno il potere di bloccare immediatamente i test se qualcosa va storto.
La sfida per la Cina, e per la scienza globale, sarà trovare il giusto equilibrio: scrivere regole abbastanza severe da proteggere la vita dei pazienti, ma senza bloccare del tutto la ricerca scientifica, che rimane l’unica speranza per trovare una cura a malattie oggi incurabili.
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Radioterapia, cure all’avanguardia anche per tumori rari: oltre 2500 pazienti l’anno in tre ospedali toscani La Nazione
Firenze, 8 settembre 2026 – Tecniche all’avanguardia per la cura dei tumori: nei tre ospedali della Asl Toscana centro ieri, 7 settembre, è stato celebrato il World Radiotherapy Awareness Day, la Giornata Mondiale della Radioterapia, per sensibilizzare riguardo l’importanza della Radioterapia stessa nella cura dei pazienti oncologici.
Il personale della radioterapia dell'ospedale di Prato
Trattamenti personalizzati
La radioterapia, da sola o in associazione a chirurgia e terapie sistemiche, è uno strumento fondamentale nella cura delle malattie oncologiche: più del 50% dei pazienti oncologici ne ha bisogno nel corso della malattia, con benefici sulla qualità di vita di milioni di persone nel mondo. La Radioterapia è una disciplina che coniuga tecnologia all’avanguardia con esperienza clinica per offrire a ogni paziente un trattamento strettamente personalizzato, ad alta efficacia e scarsa invasività.
Le strutture di Firenze, Prato e Pistoia
Il Dipartimento Oncologico, diretto dalla Dott.ssa Silvia Scoccianti, comprende tre Strutture operative complesse di Radioterapia: Firenze (Ospedale Santa Maria Annunziata, diretta dalla stessa Dott.ssa Scoccianti), Prato (diretta dalla Dott.ssa Beatrice Detti) e Pistoia (Ospedale San Jacopo, diretta dal Dott. Marco Stefanacci). Le strutture offrono tecniche radioterapiche avanzate e personalizzate sia per i tumori a maggiore incidenza (mammella, polmone, ginecologici, gastroenterici, prostata, cute), sia per neoplasie più rare (cerebrali, del distretto otoiatrico, pancreas, linfomi).
Eccellenza Santa Maria Annunziata
La Struttura operativa complessa di Firenze presso l’ospedale Santa Maria Annunziata è inoltre centro di eccellenza nazionale per la radiochirurgia dei pazienti neuro-oncologici, come attestato dalla certificazione ISRS (International Stereotactic Radiosurgery Society). Particolare cura è dedicata all'umanizzazione degli ambienti, con arredi e ambientazioni naturalistiche e un progetto di musicoterapia che permette ai pazienti di ascoltare la propria playlist durante i trattamenti.
Radioterapia, in Toscana curati oltre 2500 pazienti in un anno nei tre ospedali della Asl Toscana Centro
Oltre 2500 pazienti l’anno
Ogni anno le tre Strutture trattano complessivamente oltre 2500 pazienti, accompagnandoli in ogni fase del percorso oncologico, dalla diagnosi al follow-up, grazie al lavoro quotidiano di medici radioterapisti, specialisti in fisica medica, tecnici sanitari di radiologia medica, infermieri e OSS.
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Fibrosi cistica, 3,4 milioni per la ricerca: la sfida è superare le mutazioni che oggi non hanno ancora una cura Giornale La Voce
Un segnale di arresto inserito nel punto sbagliato del codice genetico può impedire a una cellula di completare una proteina essenziale. Per una parte delle persone con fibrosi cistica, le cosiddette mutazioni stop producono proprio questo effetto e restano fuori dalla portata delle terapie dirette oggi disponibili. È a questo vuoto, insieme alle infezioni, all’infiammazione e alla variabilità della risposta ai farmaci, che guardano i nuovi investimenti annunciati dalla Fondazione italiana impegnata nella ricerca sulla malattia.
Nove linee di ricerca, una scelta strategica
L’annuncio arriva nella Giornata mondiale della fibrosi cistica, l’8 settembre, e mette insieme due dimensioni che, in questa malattia, non possono essere separate: la complessità della ricerca e la capacità di sostenerla nel tempo. La Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica Ets (FFC Ricerca) ha stanziato oltre 3,4 milioni di euro, distribuiti nell’arco di tre anni, per otto progetti selezionati attraverso i bandi 2026 e per un nuovo programma strategico internazionale, Restart-CFTR.
Le ricerche finanziate sono state individuate tra 69 proposte: 54 presentate al bando annuale e 15 nell’ambito dei bandi intitolati a Gianni Mastella, pediatra e pioniere della ricerca italiana sulla fibrosi cistica, cofondatore della Fondazione e suo direttore scientifico fino al 2021. Nei nuovi studi saranno coinvolti complessivamente 17 ricercatori e ricercatrici, con ruoli di principal investigator o partner.
La Fondazione ha scelto di concentrare una quota rilevante delle risorse su Restart-CFTR, riducendo il numero complessivo dei progetti rispetto ad altre edizioni ma puntando su programmi considerati di particolare rilievo scientifico. Il direttore scientifico Carlo Castellani ha spiegato che la ricerca sulle mutazioni stop richiede continuità, investimenti e una prospettiva di lungo periodo: non una promessa di cura immediata, dunque, ma il tentativo di costruire una strada terapeutica dove oggi rimane un vuoto.
Che cosa accade quando il gene incontra uno “stop”
La fibrosi cistica è una malattia genetica dovuta ad alterazioni del gene CFTR, che contiene le istruzioni per produrre una proteina essenziale alla regolazione del passaggio di sali e acqua attraverso le cellule epiteliali. Quando la proteina è assente o funziona male, le secrezioni diventano più dense. Le conseguenze riguardano soprattutto l’apparato respiratorio e quello digerente: nei bronchi il muco favorisce infezioni ricorrenti e infiammazione cronica, mentre a livello pancreatico può ostacolare il normale assorbimento dei nutrienti.
Le mutazioni stop appartengono a quel gruppo di alterazioni genetiche che interrompono prematuramente la lettura delle istruzioni contenute nel gene. È come se, durante la costruzione della proteina CFTR, comparisse un ordine di arresto prima che il lavoro sia terminato. La cellula produce così una proteina incompleta oppure elimina l’RNA messaggero difettoso prima ancora che possa essere utilizzato.
Questa caratteristica rende le mutazioni stop particolarmente difficili da trattare. I modulatori di CFTR, che hanno cambiato la prospettiva terapeutica per molte persone, agiscono infatti su una proteina presente ma difettosa, aiutandola a raggiungere la membrana cellulare o a funzionare meglio. Se la proteina non viene prodotta in quantità sufficiente, il bersaglio farmacologico può invece mancare. Per questo la ricerca sta esplorando strategie differenti: proteggere l’RNA dalla degradazione, superare il segnale di arresto oppure fornire alle cellule istruzioni genetiche corrette.
Restart-CFTR e la scommessa delle molecole di RNA
Il progetto Restart-CFTR si concentra sugli ACE-tRNA, molecole di RNA progettate per consentire alla cellula di oltrepassare lo stop prematuro e completare la sintesi della proteina CFTR. L’obiettivo è ambizioso: ripristinare una produzione di proteina sufficientemente integra e funzionale nelle cellule interessate dalla malattia.
La logica scientifica è promettente, ma il percorso resta preclinico e presenta ostacoli importanti. Non basta dimostrare che una molecola possa correggere il processo in un sistema sperimentale: occorre trasportarla nelle cellule delle vie aeree, raggiungere una quantità adeguata di tessuto, ottenere un effetto sufficientemente duraturo e limitare le reazioni indesiderate. Il cosiddetto delivery, cioè la consegna della terapia al bersaglio biologico, è uno dei passaggi decisivi per numerose tecnologie basate su RNA e terapia genica.
Restart-CFTR dovrà quindi lavorare sia sul meccanismo di correzione sia sui sistemi capaci di veicolare le molecole nell’epitelio respiratorio. Parlare di “possibile terapia” è corretto solo mantenendo chiara questa distanza: il progetto non mette ancora a disposizione un trattamento, ma intende produrre le conoscenze e le prove necessarie per valutare se l’approccio possa avanzare verso lo sviluppo clinico.
Dal difetto genetico alle infezioni: i fronti aperti
Il portafoglio 2026 non si limita alle mutazioni stop. I progetti coprono i principali nodi ancora irrisolti della fibrosi cistica, seguendo una visione nella quale la correzione del difetto genetico deve procedere insieme al controllo delle infezioni, dell’infiammazione e delle complicanze cliniche.
Il progetto FFC#1/2026 cercherà nuovi bersagli molecolari per impedire che l’RNA di CFTR contenente una mutazione stop venga eliminato troppo rapidamente. Aumentarne la stabilità potrebbe creare condizioni più favorevoli per altre strategie correttive e offrire nuove opzioni a persone che non dispongono di farmaci capaci di agire sulle cause della malattia.
Un secondo studio, vincitore della Gianni Mastella Research Fellowship 2026, sarà guidato da Marco Mergiotti, ricercatore del Dipartimento di Biotecnologie molecolari e Scienze per la salute dell’Università di Torino. Il progetto, della durata di tre anni, analizzerà i meccanismi che regolano trasporto, stabilità e apertura del canale CFTR sulla membrana cellulare, con l’obiettivo di comprendere come potenziare l’effetto dei modulatori.
Il tema della risposta non uniforme ai farmaci è al centro anche di FFC#2/2026. I modulatori hanno prodotto benefici rilevanti, ma non tutte le persone rispondono nello stesso modo. Mutazioni rare, danni cellulari già consolidati, infiammazione persistente e stress ossidativo possono condizionare l’efficacia. Lo studio testerà molecole antinfiammatorie per verificare se la riduzione di questi processi possa migliorare la risposta terapeutica.
Fibrosi cistica, 3,4 milioni per nove progetti: la ricerca prova a superare le mutazioni stop
La sfida dei batteri difficili da trattare
Tre progetti riguardano le infezioni broncopolmonari, una componente centrale della malattia. Il muco denso ostacola la normale pulizia delle vie respiratorie e crea un ambiente favorevole alla persistenza dei microrganismi. Con il tempo, le infezioni possono diventare croniche, richiedere cicli ripetuti di antibiotici e contribuire al deterioramento della funzione polmonare.
Due studi si concentreranno su Pseudomonas aeruginosa. FFC#4/2026 valuterà la possibilità di riposizionare farmaci già impiegati in altre patologie per colpire una proteina che aiuta il batterio a resistere in condizioni sfavorevoli e a sottrarsi alle difese immunitarie. Il riutilizzo di farmaci conosciuti può offrire vantaggi, perché parte delle informazioni sulla loro farmacologia è già disponibile, ma efficacia e sicurezza nella nuova indicazione devono comunque essere dimostrate.
FFC#5/2026 lavorerà invece allo sviluppo di un vaccino capace di proteggere da diverse varianti di Pseudomonas e di prevenire, o almeno limitare, la cronicizzazione dell’infezione. Anche in questo caso si tratta di un obiettivo di ricerca, non di uno strumento già disponibile nella pratica clinica.
Il progetto FFC#3/2026 affronterà Mycobacterium abscessus, microrganismo particolarmente difficile da eradicare. La strategia prevede l’impiego di un anticorpo come “navetta” per trasportare l’antibiotico dentro le cellule infettate, aumentando la precisione con cui il farmaco raggiunge il bersaglio. L’approccio cerca di superare uno dei problemi più insidiosi delle infezioni intracellulari: la difficoltà di ottenere concentrazioni efficaci del medicinale esattamente dove il batterio si nasconde.
Infiammazione, gravidanza e medicina personalizzata
Un altro progetto, FFC#6/2026, indagherà l’origine dell’infiammazione cronica caratteristica della fibrosi cistica. I ricercatori intendono verificare se alcune alterazioni possano avere origine nel midollo osseo e se sia possibile intervenire sui meccanismi che alimentano una risposta infiammatoria persistente. È una prospettiva importante perché l’infiammazione, pur rappresentando una risposta di difesa, può danneggiare progressivamente il tessuto polmonare quando diventa eccessiva o non si risolve.
FFC#7/2026 studierà invece il ruolo della proteina CFTR nello sviluppo della placenta e contribuirà a definire meglio il profilo di sicurezza dei modulatori durante la gravidanza. Il tema è destinato ad assumere un peso crescente: il miglioramento delle cure sta modificando le prospettive di vita e i progetti familiari delle persone con fibrosi cistica, rendendo necessarie evidenze più solide per accompagnare le decisioni terapeutiche prima e durante la gestazione.
Nel complesso, la selezione 2026 mostra come la ricerca si stia spostando verso una medicina sempre più stratificata. La stessa diagnosi può comprendere mutazioni, manifestazioni cliniche e risposte ai trattamenti molto diverse. Non esiste quindi un’unica soluzione adatta a tutti: servono terapie capaci di intervenire sul difetto di base, strumenti per prevedere la risposta individuale e strategie contro infezioni e infiammazione che continuano a incidere sulla vita quotidiana.
Oltre 46 milioni investiti dal 2002
Con i nuovi finanziamenti, la Fondazione dichiara di avere sostenuto dal 2002 un totale di 522 iniziative di ricerca, destinando al settore più di 46 milioni di euro. È un investimento costruito attraverso bandi competitivi, programmi strategici e raccolta fondi diffusa sul territorio.
Il dato economico misura soltanto una parte del lavoro. Per una malattia rara, costruire una rete di laboratori e competenze significa evitare la frammentazione, condividere modelli sperimentali, avvicinare discipline differenti e dare continuità anche alle linee di studio più rischiose. La selezione dei progetti, tuttavia, non equivale a una garanzia di successo: la ricerca biomedica procede attraverso verifiche successive e una parte delle ipotesi può non superare le prove di efficacia, riproducibilità o sicurezza. Proprio per questo risultano decisivi il rigore della valutazione e la disponibilità di risorse lungo più anni.
Ciclamini e biciclette per finanziare i laboratori
Alla ricerca scientifica si affianca la mobilitazione nazionale di ottobre. La documentazione ufficiale di FFC Ricerca presenta quella del 2026 come la XXIV Campagna Nazionale, mentre l’articolo ANSA la indica come venticinquesima. Nei fine settimana del mese i volontari delle Delegazioni e dei Gruppi di sostegno distribuiranno il Ciclamino della Ricerca in numerose piazze italiane e nei punti vendita Tecnomat, raccogliendo risorse per i programmi scientifici e informazioni sulla malattia.
Ad aprire la campagna sarà il XIV Charity Bike Tour, in programma dal 30 settembre al 3 ottobre 2026 lungo un itinerario a tappe tra Lecco e Biella. L’iniziativa, ideata nel 2012 dal presidente della Fondazione Matteo Marzotto, coinvolgerà campioni ed ex campioni dello sport, volontari e persone con fibrosi cistica. Sono annunciati, tra gli altri, Gianni Bugno, Davide Cassani, Francesco Moser, Gilberto Simoni, Stefano Zanini, Alessandra Fior e Bruno Sanetti, insieme allo storico gruppo di biker solidali.
Il percorso attraverserà laghi e montagne in quattro giornate di pedalate, incontri pubblici e testimonianze. Il valore dell’iniziativa non risiede soltanto nella raccolta fondi: portare la fibrosi cistica fuori dai centri specialistici significa rendere visibile una malattia impegnativa, spesso poco conosciuta nelle sue conseguenze quotidiane, e spiegare perché l’arrivo di terapie molto efficaci per una parte dei pazienti non abbia esaurito il bisogno di ricerca.
Sapere di essere portatori sani
Dal 19 al 25 ottobre 2026 si terrà inoltre la terza Settimana di sensibilizzazione sul test del portatore sano, intitolata “1 su 30 e non lo sai” e patrocinata, secondo la comunicazione ufficiale della Fondazione, dall’Associazione nazionale Comuni italiani (ANCI). La fibrosi cistica si trasmette con modalità autosomica recessiva: una persona nasce con la malattia quando eredita due copie mutate del gene CFTR, una da ciascun genitore.
I portatori sani hanno una sola copia mutata e generalmente non manifestano la malattia. Se entrambi i componenti di una coppia sono portatori, per ciascuna gravidanza esiste una probabilità del 25% che il figlio erediti entrambe le copie alterate e nasca con fibrosi cistica. La Fondazione stima che in Italia sia portatrice circa una persona su 30, spesso senza saperlo. La campagna punta perciò a promuovere un’informazione corretta sul test genetico e sul ruolo della consulenza specialistica, evitando che un dato di rischio complesso venga trasformato in allarmismo.
In Italia la diagnosi precoce della fibrosi cistica è sostenuta anche dallo screening neonatale, gratuito e obbligatorio dal 1992 per questa patologia, oltre che per fenilchetonuria e ipotiroidismo congenito. Individuare precocemente la malattia consente di avviare tempestivamente presa in carico, monitoraggio nutrizionale, prevenzione e trattamento delle complicanze.
Il filo che unisce screening, test del portatore, ricerca sull’RNA, controllo delle infezioni e raccolta fondi è la necessità di non confondere i progressi già ottenuti con un traguardo definitivo. Per molte persone la terapia è cambiata profondamente; per altre, soprattutto in presenza di determinate mutazioni, il trattamento del difetto di base resta ancora fuori portata. I nove programmi sostenuti nel 2026 partono precisamente da questa distanza: trasformare ciò che oggi è un’ipotesi di laboratorio in una possibilità verificabile, senza lasciare fuori chi non dispone ancora di una cura mirata.
Fonti:
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Tumore della prostata: siamo pronti per uno screening con RM senza mezzo di contrasto? Quotidiano Sanità
Il tumore della prostata è tra i più diagnosticati nell’uomo e una delle principali cause di morte oncologica, con un’incidenza che cresce con l’età. La diagnosi precoce delle forme clinicamente significative può consentire trattamenti tempestivi e più mirati; un percorso ben selezionato può, al tempo stesso, evitare procedure non necessarie nelle forme indolenti, con benefici per la qualità di vita e per l’impiego delle risorse sanitarie. Eppure, a differenza di quanto accade per la mammella o il colon-retto, per la prostata non esiste ancora un programma di screening organizzato consolidato. La ragione è nota: lo strumento su cui ci si è basati finora, il dosaggio del PSA (antigene prostatico specifico), non ha mai soddisfatto pienamente i requisiti di un test di screening ideale: sicuro, accurato, accettabile e sostenibile.
I limiti dello screening basato sul solo PSA
Il PSA può intercettare molti tumori, ma non distingue con sufficiente precisione quelli destinati a incidere sulla sopravvivenza dalle forme indolenti, che potrebbero non dare mai sintomi. Un grande studio europeo su ampia scala ha dimostrato che uno screening intensivo basato sul PSA può ridurre la mortalità specifica (del 20% a 16 anni nello studio ERSPC, fino al 35% a 18 anni nello studio di Göteborg). Tuttavia, il prezzo di questo approccio è alto: nello stesso studio ERSPC la sovradiagnosi è stimata tra il 30 e il 40%, con biopsie e trattamenti spesso non necessari. È questo il nodo che un buon programma di screening deve sciogliere.
La risonanza magnetica cambia le regole del gioco
Negli ultimi anni la risonanza magnetica (RM) ha trasformato il percorso diagnostico del tumore prostatico: usata prima della biopsia, aumenta l’identificazione delle forme clinicamente significative e riduce sia le biopsie inutili sia la diagnosi di tumori a basso rischio. Da qui l’idea di utilizzarla anche per lo screening. Particolarmente promettente è la RM senza mezzo di contrasto (biparametrica, o bpRM): rispetto a quella multiparametrica offre tempi di acquisizione più brevi, costi inferiori e flussi di lavoro più semplici, con performance diagnostiche che, nei dati più recenti e in contesti selezionati, risultano comparabili a quelle della RM multiparametrica. L’assenza del mezzo di contrasto semplifica inoltre il percorso, elimina i rischi correlati alla sua somministrazione e riduce l’impegno organizzativo.
Due strategie possibili: RM di primo livello o selezione basata sul rischio
Sul come integrare la RM nello screening si confrontano due modelli. Nel primo, MRI-first, la risonanza viene offerta a tutti gli uomini invitati e la biopsia solo a chi presenta reperti sospetti: massimizza la capacità di individuare i tumori significativi, ma richiede grande disponibilità di apparecchiature e radiologi esperti, con costi non trascurabili. Nel secondo modello, basato sulla stratificazione del rischio, si parte da una valutazione iniziale (tipicamente il PSA) e la RM viene riservata, come test di secondo livello, ai soggetti a rischio più alto. Sarà comunque la RM a definire i soggetti candidati a biopsia prostatica. Le evidenze attuali indicano quest’ultimo approccio come la via più pragmatica e sostenibile per programmi di popolazione, perché concentra la risorsa-RM dove è più probabile che porti un beneficio reale.
I risultati di alcuni importanti studi internazionali sostengono questa direzione. Nei trial Göteborg-2, PROBASE, ProScreen e Stockholm3-MRI l’uso della RM dopo il PSA ha permesso di dimezzare o ridurre drasticamente le biopsie e di abbattere la diagnosi di tumori non clinicamente significativi, mantenendo l’identificazione delle forme più aggressive. Tuttavia, un dato di particolare interesse per chi programma i servizi arriva dal trial italiano PROSA, che ha incluso una valutazione economica dalla prospettiva del pagatore: la strategia MRI-first ha mostrato un rapporto incrementale costo-efficacia di 2.201,75 euro per ogni caso aggiuntivo di tumore clinicamente significativo diagnosticato. Questi risultati indicano che la bpRM può essere non soltanto clinicamente efficace, ma anche costo-efficace.
Premesse irrinunciabili: qualità delle immagini ed esperienza dei lettori
Perché tutto questo funzioni, non basta aumentare il numero degli esami: la qualità della RM non può essere lasciata al caso. Le sequenze devono essere acquisite sempre secondo gli standard tecnici raccomandati dalle linee guida internazionali e sono necessari programmi di accreditamento dei centri, formazione e certificazione dei lettori e sistemi di controllo qualità, per ridurre la variabilità tra strutture. Resta inoltre il problema dell’interpretazione: negli uomini più giovani, le caratteristiche fisiologiche della prostata possono generare reperti dubbi. Nello studio PROBASE, ad esempio, quasi la metà degli esami RM è risultata di interpretazione equivoca. L’esperienza dei radiologi lettori rimane quindi un elemento imprescindibile.
Capacità, costi ed equità: il vero banco di prova
Se la promessa clinica è solida, gli ostacoli organizzativi restano importanti. La RM è una risorsa costosa e sotto pressione: anche nei Paesi ad alto reddito (25-30 apparecchi per milione di abitanti) la capacità è già fortemente impegnata dalla domanda diagnostica e l’estensione a uno screening di popolazione richiederebbe un aumento di apparecchiature e personale difficilmente realizzabile nel breve-medio periodo. Nei contesti con meno risorse il rischio è concreto: ampliare le disuguaglianze invece di ridurle. Per questo l’equità di accesso va considerata fin dall’inizio, distinguendo modelli diversi per contesti diversi: la RM al centro del percorso dove esiste capacità adeguata, il rafforzamento del triage con PSA dove non c’è.
Intanto, l’interesse istituzionale cresce, sebbene con prudenza. La raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 2022 incoraggia a esplorare percorsi organizzati e stratificati per rischio e la RM come esame selettivo di approfondimento. In Svezia il programma OPT è già realtà in gran parte delle regioni, il progetto europeo PRAISE-U sta testando algoritmi PSA-più-RM in diversi Stati membri e nel Regno Unito lo studio TRANSFORM arruolerà fino a 300.000 uomini per confrontare i diversi approcci.
L’intelligenza artificiale potrebbe contribuire a migliorare efficienza, riproducibilità e tempi di lettura, anche a supporto dei radiologi meno esperti; il suo ruolo nello screening di popolazione deve tuttavia essere ancora validato.
La domanda decisiva è: siamo pronti?
La risposta onesta è: non completamente, ma la rotta è tracciata. La RM ha le carte in regola per superare molti dei limiti dello screening basato sul solo PSA, individuando meglio i tumori aggressivi e riducendo sovradiagnosi e biopsie non necessarie. Mancano, tuttavia, dati a lungo termine, in particolare sull’impatto in termini di mortalità e sugli intervalli ottimali di ripetizione dei test. Inoltre, restano da definire protocolli, soglie interpretative e strategie di follow-up.
La RM potrà ricoprire un ruolo cruciale in una strategia di screening stratificata per rischio, sostenuta da rigorosi standard di qualità e da un’attenzione costante all’equità. Un cambiamento che chiama in causa insieme medici, pazienti, decisori politici e dirigenti sanitari: perché uno screening più intelligente funziona solo se è anche accessibile, sostenibile e ben governato.
Bibliografia
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Emanuele Messina, Valeria Panebianco – Sezione di Studio Radiologia Uro-genitale della SIRM
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
55.6/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Radioterapia, l’Annunziata centro d’eccellenza nazionale: così si combatte il cancro con tecnologia e umanità QuiAntella.it
L’ospedale di Ponte a Niccheri è un punto di riferimento per i pazienti oncologici, con una specializzazione di livello nazionale nella radiochirurgia neuro-oncologica. Tecnologie avanzate, trattamenti personalizzati e attenzione alla qualità di vita
Il personale della Radioterapia dell’Annunziata
La tecnologia più avanzata, ma anche la musica, gli ambienti pensati per mettere a proprio agio i pazienti e soprattutto un percorso costruito intorno alla persona. È questa la Radioterapia dell’ospedale Santa Maria Annunziata, a Ponte a Niccheri, che si conferma uno dei punti di riferimento dell’Azienda Usl Toscana centro nella cura dei tumori.
In occasione del World Radiotherapy Awareness Day, la Giornata Mondiale della Radioterapia celebrata ieri, l’azienda sanitaria ha acceso i riflettori su una disciplina che rappresenta uno degli strumenti fondamentali nella lotta contro le malattie oncologiche: oltre il 50% dei pazienti oncologici ne ha bisogno nel corso della propria malattia, da sola oppure insieme alla chirurgia e alle terapie sistemiche.
All’Annunziata opera la Struttura operativa complessa di Radioterapia di Firenze, diretta dalla dottoressa Silvia Scoccianti, che guida anche l’intero Dipartimento Oncologico dell’Azienda Usl Toscana centro. La struttura di Ponte a Niccheri non è però soltanto un presidio per il territorio: è anche un centro di eccellenza nazionale per la radiochirurgia dei pazienti neuro-oncologici, riconosciuto dalla certificazione ISRS, l’International Stereotactic Radiosurgery Society.
La Radioterapia combina tecnologia di precisione ed esperienza clinica per offrire trattamenti sempre più personalizzati, efficaci e poco invasivi. All’Annunziata vengono affrontate sia le neoplasie più frequenti, come quelle della mammella, del polmone, della prostata, dell’apparato ginecologico e gastroenterico, sia tumori meno comuni, compresi quelli cerebrali, del distretto otorinolaringoiatrico, del pancreas e i linfomi.
Ma la cura non si esaurisce nella macchina e nella tecnologia. Una particolare attenzione è dedicata anche all’umanizzazione degli ambienti, con arredi e ambientazioni ispirati alla natura. E c’è persino la musica: grazie a un progetto di musicoterapia, durante i trattamenti i pazienti possono ascoltare la propria playlist, portando nella sala di radioterapia qualcosa di personale e familiare.
Quello dell’Annunziata fa parte di una rete che comprende le tre strutture operative complesse di Radioterapia dell’Azienda Usl Toscana centro: oltre a Firenze, quelle di Prato, diretta dalla dottoressa Beatrice Detti, e Pistoia, all’ospedale San Jacopo, diretta dal dottor Marco Stefanacci.
Complessivamente le tre strutture seguono ogni anno oltre 2.500 pazienti, accompagnandoli nelle diverse fasi del percorso oncologico, dalla diagnosi al follow-up. Un lavoro di squadra che coinvolge medici radioterapisti, specialisti in fisica medica, tecnici sanitari di radiologia medica, infermieri e operatori sociosanitari.
E proprio l’Annunziata, con la sua specializzazione nella radiochirurgia neuro-oncologica e il lavoro quotidiano rivolto ai pazienti del territorio, rappresenta uno dei tasselli più qualificanti di questa rete: un luogo dove l’alta tecnologia prova a convivere con un principio altrettanto importante, quello di rendere la cura il più possibile vicina alla persona.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?5
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
56.7/100
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Criteri Critici
Profilazione genomica nei tumori, perché conviene ai pazienti la Repubblica
Conoscere più a fondo il tumore, per capire come trattarlo. È il principio guida della medicina di precisione, ancor di più nelle analisi di profilazione genomica che consentono di capire nel dettaglio quali sono le caratteristiche molecolari del tumore in grado di predire la risposta alle terapie. Grazie a test capaci di analizzare in un unico esame centinaia di geni, a costi sempre più ridotti, che possono indirizzare le decisioni dei clinici e migliorare la sopravvivenza dei pazienti. Oggi in Italia si stima che siano circa 15 mila i pazienti con tumore candidati a ricevere una profilazione genetica estesa sulla base delle indicazioni del Molecular Tumor Board (Mtb), e per formare specialisti nel campo sta per partire il Master Universitario di II livello in “Molecular Pathology and Molecular Tumor Board”, promosso dal Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia (Dipo) della Statale di Milano, in collaborazione con Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori, Ieo - Istituto Europeo di Oncologia, Ospedale Niguarda Cancer Center e Regione Lombardia.
La profilazione genetica e il ruolo del Molecular tumor board
La profilazione genomica estesa è un’indagine approfondita delle caratteristiche del tumore, decisa e discussa dal Molecular tumor board, ovvero dal team di esperti multidisciplinare che si occupa dei casi più complessi, con malattia avanzata e privi di alternative terapeutiche. “La caratterizzazione genomica delle neoplasie consente di evidenziare i fattori predittivi, cioè i biomarcatori, fondamentali per la scelta della terapia - ha ricordato Giancarlo Pruneri, Ordinario di Anatomia Patologica al Dipo della Statale di Milano e Coordinatore del master - Oggi la maggior parte delle neoplasie richiede una profilazione molecolare per individuare la cura più appropriata, in particolare nella malattia avanzata”. Il master, in questo campo, si pone l’obiettivo di formare i partecipanti sulle principali tecniche di profilazione molecolare dei tumori: “Grazie all’acquisizione di queste competenze, i masterizzandi avranno la capacità di interpretare un report di biologia molecolare ottenuto con profilazione genomica estesa e di discuterne i risultati nel contesto del Mtb”.
Conoscere meglio il tumore può migliorare il controllo della malattia
Sulla base degli approfondimenti raccomandati, il Mtb indirizza infatti il paziente verso studi clinici o raccomanda farmaci off label, cioè non ancora approvati per quella neoplasia, ha aggiunto Giuseppe Curigliano, Ordinario di Oncologia Medica al Dipo della Statale di Milano, Presidente eletto Esmo (Società Europea di Oncologia Medica) e membro del Comitato Ordinatore del master: “Inoltre, può segnalare la necessità di ulteriori approfondimenti genetici, se il profilo tumorale suggerisce implicazioni germinali, cioè eredo-familiari. In questi casi, il counseling genetico diventa decisivo per individuare precocemente alterazioni molecolari anche in altri membri del nucleo familiare e per attivare programmi di sorveglianza”.
Le decisioni prese dal Mtb hanno un impatto diretto sul controllo della malattia.“Il Mtb fornisce una valutazione specialistica sul significato clinico delle alterazioni molecolari e sulle possibili ricadute terapeutiche - riprende Pruneri - È già stato dimostrato che l’approccio personalizzato, guidato dalla profilazione genomica completa all’interno del Mtb, migliora la sopravvivenza dei pazienti con malattia avanzata. Un risultato confermato anche in uno studio ‘real world’ condotto dall’Int su più di 1800 casi discussi dal Mtb: i pazienti trattati con farmaci personalizzati in base alle indicazioni del Molecular Tumor Board presentavano un significativo incremento di sopravvivenza”.
Il master alla Statale di Milano
Il master, alla seconda edizione, ha a disposizione 30 posti, ed è rivolto a un pubblico con diverse formazioni, proprio a riflettere il carattere multidisciplinare degli stessi Molecular Tumor Board. “Il master – riprende Pruneri - è indirizzato non solo agli anatomo-patologi, che hanno già una formazione professionale laboratoristica, ma anche a oncologi, biologi, biotecnologi, bioinformatici, farmacisti, farmacologi e tecnici di laboratorio sanitario biomedico con laurea magistrale, proprio per evidenziarne il carattere multidisciplinare. È prevista anche la partecipazione attiva alle riunioni dei Molecular Tumor Board dell’Int e di Ieo. In questo modo, viene offerta ai professionisti l’opportunità concreta di lavorare alla definizione del dato molecolare, che rappresenta la carta di identità del tumore”.
Accanto alla partecipazione alle riunioni dei Mtb, il master prevede anche 80 ore di tirocinio pratico presso il laboratorio di patologia molecolare dell'Int o dello Ieo. “Grazie alla significativa riduzione dei costi, è ragionevole prevedere che, nei prossimi anni, questo tipo di analisi prognostiche e predittive diverrà parte integrante della pratica clinica in oncologia e aumenteranno i casi discussi dai Molecular Tumor Board. Da qui l’importanza di formare tutti gli attori dell’oncologia di precisione, perché siano in grado di interpretare il dato molecolare”, conclude Gianluca Vago, Direttore del Dipo della Statale di Milano. Qui il bando e qui il sito del master, con informazione su costi, date delle prove, didattica e attività in programma; c’è tempo fino al 5 ottobre per presentare domanda di ammissione.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
60.0/100
Punteggio Totale
B
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Criteri Critici
Leucemia, la molecola intelligente che toglie lo scudo al tumore e lo spinge all'autodistruzione: Venetoclax spiegato My-personaltrainer
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In breve: Venetoclax, meccanismo d'azione e indicazioni Venetoclax è un farmaco oncologico ad azione mirata appartenente alla classe degli inibitori di BCL-2, impiegato nel trattamento della leucemia linfatica cronica (LLC) e della leucemia mieloide acuta (LMA) negli adulti. La molecola agisce sbloccando il meccanismo fisiologico dell'apoptosi (morte cellulare programmata), inducendo la distruzione autonoma delle cellule leucemiche. Somministrazione e profilassi delle complicanze Schema posologico: viene somministrato per via orale in forma di compresse. L'avvio della terapia richiede una titolazione graduale del dosaggio per prevenire l'insorgenza della sindrome da lisi tumorale (TLS) , complicanza metabolica acuta dovuta al rapido riversamento nel circolo sanguigno dei cataboliti cellulari.
viene somministrato per via orale in forma di compresse. L'avvio della terapia richiede una per prevenire l'insorgenza della , complicanza metabolica acuta dovuta al rapido riversamento nel circolo sanguigno dei cataboliti cellulari. Tossicità ed effetti avversi: le reazioni avverse più frequenti includono neutropenia, aumentata suscettibilità alle infezioni, anemia, piastrinopenia e disturbi gastrointestinali. Inquadramento clinico e interazioni L'impiego richiede un attento monitoraggio ematochimico, della funzionalità epatica e renale, oltre a un controllo rigoroso delle interazioni farmacologiche legate al metabolismo del citocromo CYP3A4. L'impiego del farmaco permette di strutturare protocolli terapeutici ad alta efficacia privi di chemioterapia classica (chemo-free).
Per quali leucemie viene usato venetoclax e come agisce Venetoclax è un agente antineoplastico sviluppato per inibire selettivamente la proteina BCL-2 (B-cell lymphoma 2). Nelle cellule emopoietiche sane, BCL-2 agisce come regolatore della sopravvivenza; in diverse neoplasie ematologiche, tuttavia, la proteina risulta iperespressa, consentendo agli elementi blastici di eludere i segnali fisiologici di morte cellulare e di prolungare in modo patologico la propria vita. Inibendo BCL-2, venetoclax ripristina la cascata del segnale apoptotico, spingendo le cellule malate all'autodistruzione. Le principali indicazioni terapeutiche nell'adulto comprendono: Leucemia linfatica cronica (LLC): impiegato in monoterapia o in associazione con anticorpi monoclonali anti-CD20 (come obinutuzumab o rituximab).
impiegato in monoterapia o in associazione con anticorpi monoclonali anti-CD20 (come obinutuzumab o rituximab). Leucemia mieloide acuta (LMA): utilizzato in combinazione con agenti ipometilanti (azacitidina o decitabina) o con basse dosi di citarabina in pazienti non idonei alla chemioterapia di induzione ad alte dosi. La somministrazione avviene per via orale mediante compresse. Per mitigare il rischio di complicanze metaboliche severe, il protocollo clinico prevede uno schema di incremento posologico graduale (ramp-up) nell'arco delle prime settimane. Il farmaco è classificato come medicinale ad esclusivo uso ospedaliero e richiede la prescrizione e il monitoraggio da parte dello specialista ematologo. Non è raccomandato in ambito pediatrico a causa della mancanza di dati definitivi sulla sicurezza ed efficacia in tale popolazione.
Rischi, effetti indesiderati e segnali da non sottovalutare L'impiego di venetoclax può associarsi all'insorgenza di reazioni avverse la cui tempestiva identificazione è essenziale per la continuità del trattamento. Effetti collaterali frequenti Le tossicità di maggiore rilievo clinico interessano la risposta emopoietica e la sorveglianza immunitaria: Neutropenia: marcata riduzione dei granulociti neutrofili circolanti, condizione che incrementa il rischio di manifestazioni febbrili, brividi, odinofagia o infezioni respiratorie.
marcata riduzione dei granulociti neutrofili circolanti, condizione che incrementa il rischio di manifestazioni febbrili, brividi, odinofagia o infezioni respiratorie. Infezioni sistemiche: complicanze di origine batterica, virale o fungina a potenziale decorso severo nei pazienti con immunodepressione .
complicanze di origine batterica, virale o fungina a potenziale decorso severo nei pazienti con . Citopenie ematiche: comparsa di anemia (manifesta con astenia profonda, pallore ed esiguità respiratoria) e piastrinopenia (caratterizzata da ecchimosi, porpora o epistassi).
comparsa di (manifesta con astenia profonda, pallore ed esiguità respiratoria) e (caratterizzata da ecchimosi, porpora o epistassi). Disturbi gastrointestinali e sistemici: nausea, emesi, diarrea, stipsi, mialgie, cefalea ed affaticamento generale. La comparsa di tali manifestazioni impone la segnalazione al medico per la valutazione di riduzioni posologiche, pause terapeutiche o la somministrazione di fattori di crescita emopoietici. La sindrome da lisi tumorale: cos'è e perché se ne parla La sindrome da lisi tumorale (TLS) costituisce la complicanza metabolica più severa correlata all'impiego di venetoclax, causata dalla rapida ed estesa distruzione delle cellule neoplastiche e dal conseguente rilascio sistemico del loro contenuto intracellulare. Tale evento provoca: Iperuricemia , iperpotassiemia ed iperfosfatemia .
, ed . Rischio di insufficienza renale acuta da precipitazione intratubulare di cristalli d'acido urico.
da precipitazione intratubulare di cristalli d'acido urico. Insorgenza di aritmie cardiache, tetania muscolare e stati confusionali. Protocolli di prevenzione obbligatori: Aumento scalare del dosaggio giornaliero nell'arco delle prime settimane di trattamento.
Esecuzione di controlli ematochimici ed elettrolitici ravvicinati.
Iperidratazione idrica (assunzione di 1,5–2 litri d'acqua al giorno) per promuovere la diuresi e l'escrezione dei cataboliti.
(assunzione di 1,5–2 litri d'acqua al giorno) per promuovere la diuresi e l'escrezione dei cataboliti. Somministrazione profilattica di agenti ipouricemizzanti (es. allopurinolo o rasburicase). Sintomi quali dolore lombare, anuria, dispnea improvvisa, cardiopalmo o nausea incoercibile richiedono un'immediata valutazione presso un presidio di pronto soccorso.
Prima di iniziare venetoclax: valutazioni, esami e interazioni La pianificazione del trattamento necessita di un'accurata stratificazione del rischio individuale. Condizioni da riferire al medico Prima di avviare la terapia, la paziente deve informare l'ematologo in caso di: Compromissione della funzionalità renale: un ridotto filtrato glomerulare aumenta la suscettibilità alla TLS e all'accumulo di acido urico.
un ridotto filtrato glomerulare aumenta la suscettibilità alla TLS e all'accumulo di acido urico. Epatopatie stabili o croniche: il metabolismo epatico della molecola può subire variazioni, determinando un incremento dei livelli ematici del farmaco.
il metabolismo epatico della molecola può subire variazioni, determinando un incremento dei livelli ematici del farmaco. Infezioni croniche o ricorrenti: pregresse infezioni virali (es. epatiti B o C) o tubercolari che potrebbero riattivarsi a causa dell'impatto sul sistema immunitario. Esami prima e durante la terapia Il monitoraggio di laboratorio comprende: Emocromo completo con formula leucocitaria: per quantificare i livelli di neutrofili, emazie e piastrine.
per quantificare i livelli di neutrofili, emazie e piastrine. Profilo di funzionalità epatica e renale: dosaggio di creatinina, azotemia, transaminasi e bilirubinemia.
dosaggio di creatinina, azotemia, transaminasi e bilirubinemia. Pannello metabolico della TLS: misurazione dei livelli ematici di acido urico, potassio, fosforo e calcio. Interazioni con altri farmaci e alimenti Venetoclax è metabolizzato prevalentemente dall'enzima CYP3A4 e trasportato dalla glicoproteina P-gp. È indispensabile segnalare all'ematologo l'assunzione di: Inibitori forti o moderati del CYP3A (es. ketoconazolo, claritromicina, ritonavir), che possono elevare notevolmente le concentrazioni plasmatiche del farmaco aumentando il rischio di tossicità.
Induttori del CYP3A (es. rifampicina, carbamazepina), che riducono l'efficacia terapeutica.
Prodotti fitoterapici contenenti Iperico (Erba di San Giovanni).
(Erba di San Giovanni). Pompelmo e arance amare (o i relativi succhi), che inibiscono l'enzima CYP3A intestinale e devono essere tassativamente esclusi dalla dieta.