Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Radioterapia, la salute dei piccoli vasi "spia" di effetti collaterali sanitainformazione.it
La risposta alla radioterapia potrebbe dipendere anche dalla salute del microcircolo. È quanto suggerisce uno studio pubblicato su Radiotherapy and Oncology, che ha analizzato il rapporto tra le condizioni dei piccoli vasi sanguigni e il rischio di sviluppare effetti collaterali acuti dopo il trattamento. La ricerca ha coinvolto 314 pazienti con tumore della mammella, della prostata e della testa e del collo e ha valutato, prima dell’inizio della radioterapia, un parametro chiamato MicroVascular Health Score (MVHS). L’obiettivo era capire se lo stato del microcircolo potesse aggiungere informazioni utili alla previsione della tossicità radio-indotta e, in prospettiva, contribuire a una maggiore personalizzazione dei trattamenti.
Un microscopio per osservare il microcircolo
Per misurare il MVHS i ricercatori hanno utilizzato un microscopio sublinguale non invasivo, in grado di registrare immagini dei globuli rossi mentre attraversano i microvasi. Le immagini permettono di analizzare alcune caratteristiche funzionali e geometriche della microvascolarizzazione e di ricavare un punteggio complessivo sullo stato di salute del microcircolo. Il valore ottenuto è stato quindi inserito in un modello statistico insieme agli altri fattori potenzialmente in grado di influenzare la comparsa degli effetti collaterali, compresa la dose di radiazioni ricevuta.
Un punto in meno, rischio più alto
Nella popolazione complessiva dello studio è emersa una associazione significativa tra il MicroVascular Health Score e il rischio di sviluppare effetti collaterali acuti. In particolare, una riduzione di un punto del MVHS è risultata associata a un aumento del 31,9% del rischio di sviluppare sintomi indotti dalla radioterapia nei tre gruppi di pazienti analizzati. Il dato suggerisce quindi che le condizioni del microcircolo potrebbero rappresentare un elemento aggiuntivo per identificare, prima del trattamento, le persone maggiormente esposte alla tossicità acuta.
Verso una radioterapia più personalizzata
Il risultato più interessante dello studio riguarda proprio la possibilità di affiancare ai tradizionali parametri clinici e dosimetrici un’indicazione relativa alla condizione vascolare del paziente. La radioterapia è un trattamento fondamentale contro molti tumori, ma può provocare effetti collaterali acuti che variano da persona a persona. Comprendere in anticipo chi sia maggiormente predisposto potrebbe aiutare a migliorare la valutazione del rischio e, in prospettiva, a costruire strategie terapeutiche sempre più personalizzate. Il lavoro non dimostra però che il MVHS possa già essere utilizzato nella pratica clinica per decidere il trattamento. I risultati mostrano un’associazione tra salute del microcircolo e tossicità acuta e indicano il parametro come potenziale strumento predittivo, da validare ulteriormente. La ricerca apre così una nuova prospettiva: non guardare soltanto al tumore e alla quantità di radiazioni somministrata, ma considerare anche come l’organismo del singolo paziente, e in particolare il suo microcircolo, può rispondere al trattamento.
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Tumore del pancreas: sensori intelligenti per la chemioterapia Controcampus
Un gruppo di ricerca composto da Cnr-Nanotec, Tecnomed Puglia, Università del Salento e Asl Lecce ha creato una piattaforma di laboratorio in grado di simulare il tumore di ogni paziente e di monitorare la reazione ai farmaci chemioterapici.
Questa innovativa tecnologia è stata testata su un campione preclinico di pazienti operati per tumore al pancreas, mostrando risultati in linea con le osservazioni cliniche. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista internazionale Small.
Il tumore del pancreas rappresenta una delle neoplasie più difficili da trattare, con una bassa sopravvivenza a cinque anni e una risposta variabile ai farmaci che può differire significativamente da un paziente all’altro, soprattutto in presenza di effetti collaterali considerevoli. Trovare in modo tempestivo la terapia più adeguata per ciascun paziente è una delle sfide principali della medicina di precisione.
Per rispondere a questa esigenza, il team di ricerca ha realizzato un esperimento innovativo: sono stati prelevati campioni di tessuto tumorale da cinque pazienti, successivamente dissociati in cellule singole e incapsulati in piccole sfere di gel tridimensionali, denominate “tumorsfere”. Queste sono state sviluppate in combinazione con sensori ottici, capaci di misurare in tempo reale, senza necessità di ulteriori prelievi, le variazioni di acidità attorno a ciascuna cellula.
Risposta ai farmaci e risultati dello studio del tumore del pancreas a UniSALENTO
“Le tumorsfere sono state esposte a tre farmaci comunemente utilizzati nel trattamento del tumore al pancreas: il protocollo FOLFIRINOX, Gemcitabina e Paclitaxel”, afferma Loretta L. del Mercato, Dirigente di Ricerca di Cnr-Nanotec e di Tecnomed Puglia. “Le variazioni di acidità registrate durante il trattamento si sono dimostrate diverse a seconda del paziente e del medicinale utilizzato, mostrando una correlazione con la risposta delle cellule tumorali e fornendo indicazioni precoci sull’efficacia dei farmaci.”
I ricercatori hanno messo a punto una piattaforma di laboratorio che integra tecnologie di sensing e imaging avanzato con tessuti complessi estratti direttamente dai pazienti: “Sensori ottici microscopici, visibili in tempo reale, ci consentono di analizzare la reazione cellula per cellula del tumore riprodotto in modelli tridimensionali in vitro, avvicinando la ricerca alle specifiche necessità di ogni malato”, continua Del Mercato.
Prospettive future e validazione della piattaforma
“Nella pratica clinica, la verifica dell’efficacia di una terapia richiede settimane o mesi. Tuttavia, in questo studio, le previsioni ottenute in laboratorio attraverso le tumorsfere si sono dimostrate coerenti con l’andamento clinico reale in quattro pazienti su cinque, un segnale promettente verso terapie più personalizzate”, sottolinea Marcello G. Spampinato, Direttore del Dipartimento di Chirurgia generale e Specialistiche della ASL Lecce.
“Questo risultato è il frutto di una collaborazione sinergica tra ricerca traslazionale di base e pratica clinica, facilitata da Tecnomed Puglia, il centro congiunto tra Cnr e Università del Salento per la medicina di precisione, insieme all’Asl di Lecce. Il nostro prossimo obiettivo è validare questa piattaforma su un campione più ampio di pazienti, per determinarne il potenziale utilizzo come strumento concreto a supporto delle decisioni terapeutiche nei tumori più complessi”, conclude Giuseppe Gigli, Direttore Scientifico di Tecnomed Puglia.
Conclusioni sull’innovazione nella cura del tumore al pancreas
Questa innovativa piattaforma rappresenta una speranza significativa nella lotta contro il tumore del pancreas, offrendo la possibilità di personalizzare le terapie in base alla risposta individuale dei pazienti. La combinazione di tecnologie avanzate e approcci personalizzati potrebbe rivoluzionare il modo in cui affrontiamo questa malattia complessa, migliorando le prospettive di trattamento e la qualità della vita dei pazienti.
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Quella scoperta monzese che apre le speranze anche ai piccoli malati di leucemia linfoblastica acuta MonzaToday
Un’alterazione del gene PAX5 individua chiaramente un sottogruppo di leucemia linfoblastica acuta (LLA) pediatrica a prognosi sfavorevole, un’ipotesi discussa da tempo dagli esperti, ma finora non dimostrata definitivamente. Questo è quanto emerge da uno studio appena pubblicato sulla rivista Blood e condotto dai ricercatori del Centro di ricerca della Fondazione Tettamanti di Monza nell’ambito di una collaborazione internazionale che riunisce centri di cura italiani, tedeschi e austriaci.
Che cosa cambia per i piccoli pazienti
I dati ottenuti nello studio, condotto sulla più ampia casistica pediatrica finora raccolta su questa alterazione, aprono una nuova possibile via terapeutica. Il sottogruppo di malattia a prognosi sfavorevole: PAX5 è un gene che funziona come un interruttore nello sviluppo dei linfociti B, le cellule del sangue coinvolte in questo tipo di leucemia, ne guida la corretta maturazione e, se alterato, può favorire la trasformazione tumorale.
La scoperta
I ricercatori hanno osservato che il sottogruppo di pazienti in cui questo gene risulta “riarrangiato”, cioè fuso in modo anomalo con un altro gene, presentano, fin dalla diagnosi, alcune caratteristiche cliniche di rischio più marcate. Tra queste vi è in particolare una conta più elevata di globuli bianchi, rispetto agli altri bambini con LLA ma privi di questa alterazione.
Che cosa succede ai pazienti con il gene PAX5
Il dato più rilevante riguarda però l’andamento della malattia dopo l’inizio della terapia: i pazienti che eliminano rapidamente la malattia minima residua (MRD), ovvero le poche cellule leucemiche ancora rilevabili con tecniche molecolari dopo le prime settimane di terapia, hanno una prognosi eccellente, del tutto sovrapponibile a quella degli altri bambini con LLA. Chi invece, al termine dell’induzione – ovvero la prima fase della terapia, che ha l’obiettivo di eliminare la maggior parte delle cellule leucemiche – presenta ancora tracce misurabili di malattia minima residua ha un esito significativamente peggiore rispetto a bambini con lo stesso livello di MRD, ma senza il riarrangiamento di PAX5. Entrambi i gruppi di pazienti sono stati trattati all’interno dello stesso studio clinico e con la stessa terapia intensificata, prevista per i pazienti a maggior rischio. Si tratta di un segnale che le attuali strategie di trattamento non riescono ancora a colmare del tutto questo svantaggio.
Una ricerca che dura da anni
Il gruppo di ricerca della Fondazione Tettamanti studia da anni le alterazioni di questo gene, fu infatti il primo a identificare un caso di traslocazione che coinvolge PAX5 in un bambino con leucemia. Da allora PAX5 è stato riconosciuto come uno dei bersagli più frequentemente colpiti in questa malattia, alterato in circa il 30% dei casi.
La prospettiva di una cura mirata
Nel corso dello studio i ricercatori hanno anche individuato un possibile bersaglio terapeutico. “Le cellule leucemiche PAX5-r (cioè con il riarrangiamento del gene PAX5) producono in eccesso la proteina codificata dal gene FLT3, che ne sostiene la crescita - spiega Nicolò Peccatori, medico pediatra, dottorando presso il Centro Tettamanti e primo autore dell’articolo -. Nei modelli preclinici sviluppati in laboratorio a partire dai campioni ottenuti dai pazienti, abbiamo osservato che queste cellule sono particolarmente sensibili al gilteritinib, un farmaco che blocca l'attività di questa proteina e che è già utilizzato in clinica contro altri tipi di leucemie, sia da solo sia in combinazione con il desametasone, uno dei farmaci cardine della terapia della LLA.”
I prossimi passi della ricerca
Si tratta per ora di risultati sperimentali, che aprono però la strada a nuovi studi per valutare se e come questo approccio possa essere sviluppato in futuro nella pratica clinica. “FLT3 è un gene già noto in altre forme di leucemia, dove la sua alterazione favorisce la crescita delle cellule tumorali - precisa Grazia Fazio, autrice senior dell’articolo e ricercatrice Project Leader al Centro di ricerca Tettamanti, dove coordina la linea di ricerca sul gene PAX5, sostenuta da un Investigator Grant AIRC -. Nella leucemia PAX5-r, pur non essendo mutato, risulta espresso in eccesso e ciò lo rende un potenziale bersaglio terapeutico. Da tempo ci stiamo occupando delle alterazioni del gene PAX5 sotto diversi aspetti. Tra gli altri, stiamo approfondendo in laboratorio come i farmaci che bloccano FLT3 possano in futuro essere usati per curare in modo più mirato ed efficace i pazienti con PAX5-r, che oggi hanno poche alternative terapeutiche specifiche.”
Lo studio sui piccoli pazienti
I ricercatori hanno analizzato i dati di 159 bambini e adolescenti con LLA PAX5-r trattati tra il 2001 e il 2024 in Italia, Germania e Austria, concentrando le analisi di prognosi sui 96 pazienti arruolati nello studio AIEOP-BFM ALL 2017 e confrontandoli con quasi 2.000 pazienti senza questa alterazione. Parallelamente hanno studiato il profilo biologico della malattia e valutato, in esperimenti di laboratorio su campioni derivati dai pazienti, l'efficacia di farmaci diretti contro FLT3, identificando una potenziale vulnerabilità terapeutica del sottogruppo PAX5-r. “Con i risultati di questo studio abbiamo dimostrato per la prima volta, su una casistica ampia e omogenea, l’andamento sfavorevole di questo sottogruppo commenta Giovanni Cazzaniga, professore associato di genetica medica presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca, responsabile dell'Unità di ricerca genetica della leucemia del Centro di ricerca Tettamanti, direttore Genetica medica dell'IRCCS San Gerardo dei Tintori -. Il dato più utile per la pratica clinica è che la prognosi negativa riguarda solo i pazienti che, dopo l’induzione, non hanno ancora eliminato completamente la malattia residua; un’informazione che potrà aiutare a individuare precocemente i bambini nei quali intensificare il trattamento. Insieme al gruppo collaborativo internazionale “Ponte di Legno”, che si occupa dei sottogruppi rari di leucemia, stiamo già lavorando per estendere questa valutazione anche a pazienti trattati con protocolli diversi, per confermare la prognosi osservata e capire quali approcci terapeutici diano i risultati migliori.” Lo studio è stato sostenuto da Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro e dal dottorato DIMET dell’Università di Milano-Bicocca.
L’attività di ricerca della Fondazione Tettamanti e del suo Centro di ricerca oggetto di questo studio è stata svolta nel contesto della convenzione con la Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori per lo svolgimento di progetti di ricerca congiunti.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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La giornalista della Bbc Maryam Moshiri annuncia di avere un tumore incurabile: cos'è la policitemia vera | Sk Sky TG24
La reporter britannica, volto noto dell'emittente televisiva, ha rivelato al Times di essere affetta da novembre 2024 da policitemia vera, una rara neoplasia cronica del sangue. “Dovrò passare il resto della mia vita a curarmi per questo”, ha dichiarato La giornalista della Bbc Maryam Moshiri ha annunciato di avere un tumore. La reporter britannica, volto noto dell'emittente televisiva, ha rivelato alTimesdi essere affetta da novembre 2024 da policitemia vera, una rara neoplasia cronica del sangue. “Sono passati due anni dalla diagnosi e sento di aver iniziato a capire molto meglio la malattia e il modo in cui influenza la mia vita. Ora la gestisco in una certa misura, quindi ho pensato che fosse davvero importante sensibilizzare l'opinione pubblica”, ha raccontato Moshiri. “Dovrò passare il resto della mia vita a curarmi per questo”, ha aggiunto. La policitemia vera è una rara malattia del sangue in cui il midollo osseo produce un numero eccessivo di cellule ematiche, soprattutto globuli rossi. Si tratta di una forma di neoplasia mieloproliferativa cronica, una patologia dovuta alla proliferazione anomala delle cellule del sangue che, circolando con maggiore difficoltà, può aumentare il rischio di trombosi. Tra i sintomi più comuni della policitemia vera ci sono mal di testa, vertigini, stanchezza, disturbi della vista e prurito sulla pelle. Alcuni pazienti possono presentare arrossamento del viso o delle mani, sensazione di bruciore e dolore alle estremità, oppure sudorazione notturna e perdita di peso. In altri casi, il primo segnale della malattia può essere proprio una complicanza trombotica: per esempio una trombosi venosa profonda, un'embolia polmonare, un infarto o un ictus.
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Tumore al seno: e se il segreto per fermarlo fosse in questa molecola? The Wom Healthy
Quando si parla di tumore al seno, il punto più delicato spesso non è solo la massa iniziale, ma la capacità di alcune cellule di attecchire altrove e crescere in altri organi. Per chi convive con una diagnosi di forma aggressiva, capire che cosa favorisce questa diffusione non è una curiosità da laboratorio: può diventare il primo passo per immaginare cure più mirate. Un nuovo studio si concentra proprio su questo, in un sottotipo difficile da trattare come il carcinoma mammario triplo negativo.
Che cosa ha studiato davvero
I ricercatori hanno esaminato il ruolo di una piccola molecola regolatrice, chiamata miR-342, nel comportamento metastatico del tumore triplo negativo. In parole semplici, si tratta di un microRNA, cioè di un frammento che aiuta a modulare l’attività di molti geni.
Lo studio non è stato condotto su pazienti trattati in clinica, ma su modelli sperimentali: cellule tumorali, animali e analisi di grandi banche dati di tumori umani. L’obiettivo era capire se bassi livelli di miR-342 favorissero la crescita delle metastasi e se questa vulnerabilità potesse essere contrastata con farmaci già disponibili.
I risultati principali
Il dato più interessante è che aumentare miR-342 nei modelli studiati ha ridotto in modo netto la capacità delle cellule tumorali di formare metastasi in crescita. Il punto cruciale è che l’effetto non sembra riguardare tanto la sopravvivenza iniziale delle cellule disseminate, quanto la loro capacità di espandersi e formare colonie secondarie.
Sul piano biologico, miR-342 sembra frenare una rete di geni collegata al fattore E2F, coinvolto nella proliferazione cellulare. Quando miR-342 è basso, questa rete risulta più attiva. Nei dati provenienti da tumori umani, livelli ridotti di miR-342 o del gene associato EVL erano collegati a prognosi peggiore e a una maggiore attivazione della via E2F.
C’è anche un passaggio terapeutico potenzialmente rilevante. Nei modelli di laboratorio, un inibitore di CDK4/6, palbociclib, ha ridotto la crescita delle colonie metastatiche e ha imitato in parte l’effetto biologico di miR-342, spegnendo geni legati a E2F.
Perché può interessare nella vita reale
Per il tumore triplo negativo le opzioni mirate sono più limitate rispetto ad altri sottotipi di carcinoma mammario. Per questo ogni indizio su chi potrebbe beneficiare di una terapia più personalizzata merita attenzione.
Il messaggio pratico, almeno per ora, non è che esista una nuova cura pronta all’uso. È piuttosto questo: alcuni tumori potrebbero avere una fragilità biologica riconoscibile, e in futuro questa informazione potrebbe aiutare a selezionare meglio i trattamenti, invece di usare lo stesso approccio per tutti.
Per una persona comune significa anche capire un aspetto importante della medicina moderna: non conta solo dove nasce il tumore, ma anche quali circuiti molecolari lo alimentano.
Che cosa non possiamo concludere
Serve molta cautela. Questo studio è preclinico. I risultati vengono da modelli animali, cellule e analisi di dati biologici, non da una sperimentazione che dimostri un beneficio nei pazienti.
Ma c’è di più. Gli stessi dati suggeriscono che la perdita di miR-342 da sola non basta a spiegare tutta la capacità metastatica. Anche la possibile utilità degli inibitori di CDK4/6 dipenderebbe da altri fattori, come lo stato funzionale di una proteina chiamata RB e l’eventuale presenza di vie alternative che il tumore può usare.
Quindi non si può dire che tutti i tumori triplo negativi rispondano a questa strategia, né che il farmaco osservato in laboratorio debba essere usato in automatico in questo contesto.
Che cosa ci si può portare a casa
Il valore di questo lavoro sta soprattutto nell’aver individuato una ipotesi biologica credibile: in una parte dei tumori triplo negativi, bassi livelli di miR-342 e alta attività di E2F potrebbero favorire la crescita delle metastasi.
È un risultato promettente perché suggerisce un possibile criterio per distinguere sottogruppi di pazienti e testare terapie in modo più preciso. Ma resta un passaggio intermedio, non una conclusione clinica definitiva. Per trasformarlo in cura servono studi sull’uomo ben progettati, con pazienti selezionati in base al loro profilo molecolare.
Per ora, più che cambiare subito la pratica, questo studio aiuta a capire meglio come alcune metastasi si sviluppano e dove, forse, si potrà intervenire in futuro.
Fonte scientifica
Paper originale: Metastasis of triple negative breast cancer is regulated by a targetable miR-342-E2F network
Rivista: EMBO Molecular Medicine
DOI: 10.1038/s44321-026-00496-4
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Criteri Critici
Oveporexton, svolta nel trattamento della narcolessia di tipo 1: i risultati degli studi di fase 3 My-personaltrainer
I dati emersi segnano uno spartiacque fondamentale per la medicina del sonno: per la prima volta, infatti, i clinici hanno a disposizione un farmaco in grado di agire direttamente sulla biologia sottostante della malattia, anziché limitarsi a gestirne in modo palliativo i molteplici e complessi sintomi.
Il panorama terapeutico dei disturbi del sonno si prepara a vivere una vera e propria rivoluzione. I risultati completi di due attesissimi studi clinici di fase 3 sull'efficacia e la sicurezza del principio attivo oveporexton (noto con il nome commerciale Orzeyful) nel trattamento della narcolessia di tipo 1 (NT1) sono stati recentemente pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica The New England Journal of Medicine (NEJM).
Grazie a queste solide evidenze, oveporexton è stato ufficialmente approvato dalla FDA nell'agosto 2026 per l'uso negli adulti, aprendo la strada a una vera e propria rivoluzione nel trattamento globale della malattia.
I trial internazionali FirstLight e RadiantLight, i cui dati sono stati pubblicati sul NEJM, hanno dimostrato un'efficacia clinica radicale dopo 12 settimane di trattamento:
Fino all'avvento di questa nuova classe farmacologica, l'approccio terapeutico tradizionale si basava su un mix di farmaci sintomatici: stimolanti del sistema nervoso centrale per contrastare la sonnolenza, farmaci antidepressivi prescritti off-label per inibire gli attacchi di cataplessia e sedativi centrali (come il sodio ossibato) per cercare di consolidare il riposo notturno. Una politerapia che, pur offrendo sollievo, non sfiorava il problema patogenetico centrale, rivelandosi spesso gravata da interazioni, effetti collaterali e da un'efficacia limitata nel restituire al paziente una reale sensazione di normalità.
Alla base di questo complesso quadro clinico vi è una carenza fisiologica specifica: il deficit di orexina (o ipocretina ), un neuropeptide prodotto dall'ipotalamo, fondamentale per la regolazione del ciclo sonno-veglia e per il mantenimento dello stato di allerta.
Prima di comprendere la portata innovativa della nuova molecola, è fondamentale inquadrare la patologia. La narcolessia di tipo 1 è una malattia neurologica cronica profondamente debilitante, caratterizzata da un ventaglio di sintomi che si manifestano e interferiscono pesantemente sia durante il giorno che nelle ore notturne.
Oveporexton rappresenta un netto cambio di paradigma clinico. Si tratta di un agonista orale selettivo del recettore dell'orexina 2 (OX2R). In parole semplici, il farmaco, assunto per via orale , è in grado di legarsi in modo mirato ai recettori OX2R, simulando l'azione del neuropeptide mancante e ripristinando la corretta segnalazione neurologica.
Entrambi i trial clinici hanno valutato ben 14 endpoint primari e secondari. I ricercatori hanno misurato in modo certosino l'impatto del farmaco su veglia, sonnolenza, frequenza della cataplessia, gravità complessiva della malattia e qualità della vita percepita dai soggetti. A testimonianza dell'ottima accoglienza della terapia, oltre il 95% dei pazienti che ha completato queste sperimentazioni iniziali ha scelto di proseguire il trattamento arruolandosi in uno studio di estensione a lungo termine, tuttora in corso.
I dati pubblicati sul NEJM, in un lavoro a firma di un team di ricerca internazionale guidato da esperti del calibro di Yves Dauvilliers, Emmanuel Mignot, Jakub Antczak e Isabelle Arnulf, derivano da un rigorosissimo programma clinico. L'analisi si è basata su due studi di fase 3, randomizzati e controllati con placebo, della durata di 12 settimane:
I risultati sull'efficacia: una trasformazione clinica radicale
L'aspetto che ha maggiormente entusiasmato la comunità psichiatrica e neurologica è l'entità dei benefici registrati, definiti come "senza precedenti". In entrambi gli studi, oveporexton ha mostrato miglioramenti statisticamente significativi (P<0,001) rispetto al placebo su tutte le misurazioni effettuate. I benefici terapeutici si sono manifestati fin dalle primissime valutazioni e si sono mantenuti solidi e costanti fino alla fine della dodicesima settimana.
Azzeramento o drastica riduzione della cataplessia
L'impatto sintomatologico sulla cataplessia è stato dirompente. I tassi mediani di attacchi cataplettici settimanali sono crollati di una percentuale compresa tra il 79,0% e l'88,8% nei gruppi trattati con oveporexton, contro una riduzione modesta del 27,7% - 39,1% nei gruppi sottoposti a placebo.
Inoltre, il farmaco ha abbattuto la gravità della malattia in ogni singolo dominio misurato dalla Narcolepsy Severity Scale (NSS-CT), comprendendo l'eccessiva sonnolenza, le allucinazioni e la fastidiosa paralisi del sonno. Oltre il 70% dei soggetti trattati ha raggiunto il livello di gravità più lieve in assoluto previsto dalla scala (punteggio compreso tra 0 e 14). Da notare come il dosaggio maggiore (2 mg) abbia mostrato spiccati benefici aggiuntivi sul miglioramento del sonno notturno disturbato.
Ripristino di parametri di veglia normali
Per valutare l'effettiva prontezza cognitiva e la riduzione della sonnolenza in contesti asettici e non stimolanti, i ricercatori hanno impiegato rigorosi strumenti standardizzati, scoprendo che le dosi di Oveporexton hanno permesso ai pazienti di eguagliare i soggetti sani. Nello specifico:
Nel Maintenance of Wakefulness Test (MWT), un test oggettivo che misura la capacità di restare svegli in condizioni soporifere, i pazienti in trattamento hanno agevolmente superato la soglia di normalità dei 20 minuti.
(MWT), un test oggettivo che misura la capacità di restare svegli in condizioni soporifere, i pazienti in trattamento hanno agevolmente superato la soglia di normalità dei 20 minuti. Nella Epworth Sleepiness Scale (ESS), un questionario validato per misurare la sonnolenza diurna soggettiva, il punteggio è sceso stabilmente a ≤10, indicatore di un livello del tutto fisiologico e normale.
Qualità della vita e percezione dei pazienti
Il netto miglioramento dei parametri clinici ha trovato immediato e felice riscontro nella vita reale. Il 97% dei pazienti trattati ha riferito un miglioramento marcato nella scala di auto-valutazione Patient Global Impression of Change. La maggioranza ha inoltre raggiunto o superato i parametri di normalità tipici della popolazione sana nei questionari standard per la qualità della vita legata alla salute (SF-36 e EQ-5D-5L).
Il Dr. Emmanuel Mignot, Principal Investigator dello studio FirstLight, ha fornito una chiara chiave di lettura di questi numeri: "Le persone che vivono con la narcolessia di tipo 1 affrontano sintomi persistenti durante il giorno e la notte, che possono avere un impatto su molti aspetti della vita quotidiana. I dati di fase 3 appena pubblicati rafforzano il potenziale di Oveporexton di trasformare il modo in cui affrontiamo questa patologia nella pratica clinica, passando dalla mera gestione dei singoli sintomi al trattamento della malattia stessa".
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Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?5
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
L’Oncologia di Teramo è uno dei sei centri certificati Mascc in Italia Abruzzo Popolare
L’Oncologia di Teramo è uno dei sei centri certificati Mascc in Italia
scritto da Redazione Abruzzo Popolare |
Questa mattina, nel reparto di Oncologia dell’ospedale di Teramo, è stata presentata la targa della certificazione Mascc che identifica il reparto come centro di eccellenza per le cure di supporto in oncologia. Si tratta di una certificazione internazionale di particolare valore, assegnata alle strutture che hanno sviluppato un modello di assistenza nel quale la cura della malattia e la cura della persona procedono insieme.
L’Oncologia di Teramo è uno dei sei centri italiani riconosciuti dalla Mascc, insieme ad altre realtà di riferimento come l’Istituto nazionale dei tumori e l’Humanitas di Milano, e uno dei 40 centri attualmente riconosciuti a livello mondiale.
Alla cerimonia erano presenti il direttore generale della Asl di Teramo Maurizio Di Giosia, il direttore di presidio Guido Angeli, la direttrice della Uoc Oncologia Katia Cannita, il capo del Dipartimento oncologico e direttore della Uoc Radioterapia Carlo D’Ugo, Federica Aielli oncologa del Mazzini referente del progetto Mascc e il personale del reparto.
L’Oncologia di Teramo aveva ottenuto per la prima volta la certificazione nel 2022, oggi viene confermata per il secondo triennio, a testimonianza della continuità di un percorso che negli anni ha ulteriormente consolidato e ampliato le attività dedicate alla terapia di supporto.
“È una certificazione che ci rende particolarmente orgogliosi perché racconta un modo di intendere l’oncologia”, ha commentato Cannita, “abbiamo scelto di investire non soltanto sulle migliori terapie antitumorali, ma sulla persona che deve affrontarle. La qualità di vita non è un elemento accessorio: è parte della cura”.
Il riconoscimento è il risultato del lavoro di una grande équipe multidisciplinare, composta da medici, infermieri, operatori sociosanitari, psicologi, nutrizionisti, medici agopuntori, musicoterapeuti, professionisti dell’attività fisica e altre figure specialistiche. Una squadra che negli anni ha sviluppato percorsi dedicati ai diversi bisogni della persona, dal sostegno psicologico e nutrizionale all’attività fisica e alla musicoterapia, fino alla gestione delle conseguenze dei trattamenti e ai percorsi dedicati al linfedema dell’arto superiore e ai disturbi legati all’atrofia vulvo-vaginale.
Particolare attenzione è stata riservata alla prevenzione e alla riduzione della caduta dei capelli associata ad alcuni trattamenti chemioterapici, attraverso apparecchiature dedicate e attività di medicina oncologica estetica in collaborazione con le associazioni dei pazienti.
Integrare precocemente le cure di supporto nel percorso oncologico “significa aiutare il paziente a tollerare meglio i trattamenti, mantenere la propria autonomia e le proprie capacità funzionali e affrontare anche gli aspetti psicologici e sociali della malattia”, ha aggiunto Cannita.
L’attenzione prosegue anche dopo la conclusione delle terapie, quando possono rimanere bisogni fisici e psicologici e nella quale diventa importante sostenere il recupero del benessere e della quotidianità.
“La conferma della certificazione Mascc consolida un modello di cura che mette la persona al centro. È il risultato di un percorso costruito grazie al lavoro quotidiano di una squadra qualificata, a cui va un ringraziamento sincero. Non è un punto di arrivo, ma uno stimolo a proseguire sulla strada dell’innovazione e dell’integrazione delle competenze, avendo sempre più a cuore la qualità di vita dei pazienti”, ha sottolineato Di Giosia.
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Melanoma, parrucchieri ed estetisti «sentinelle» per la prevenzione La Provincia di Cremona
NAPOLI - Sono 800 ogni anno in Italia le diagnosi di melanoma che colpiscono cuoio capelluto e apparato ungueale. Zone spesso escluse dall’auto-osservazione quotidiana o scambiate per semplici inestetismi. Per intercettare queste lesioni prima che sia troppo tardi, la Fondazione Melanoma lancia un appello e promuove un’iniziativa di sensibilizzazione rivolta a parrucchieri ed estetisti, chiamandoli a diventare vere e proprie «sentinelle» nella prevenzione dei tumori cutanei.
La proposta è stata lanciata in occasione dell’ottava edizione di «We in Action», evento multidisciplinare dedicato all’importanza di fare squadra nella prevenzione e alle nuove frontiere nella lotta contro i tumori cutanei, a Napoli, che ha visto come testimonial, per il terzo anno consecutivo, il campione di calcio Giuseppe Bergomi.
«Sebbene la testa e il collo rappresentino soltanto il 9% della superficie corporea, questa zona concentra circa il 20% di tutti i casi di melanoma in Italia – spiega Paolo Ascierto, professore ordinario di Oncologia all’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus –. Di questi, oltre un terzo (35%) si sviluppa direttamente sotto la chioma. In quest’area, il melanoma viene spesso definito “killer invisibile”: i capelli lo nascondono alla vista del paziente, la forte vascolarizzazione della zona ne facilita la diffusione e la lesione tende a crescere in profondità più rapidamente».
Il risultato è un tasso di sopravvivenza a 10 anni che si attesta attorno al 60%, un dato nettamente inferiore rispetto ai melanomi che compaiono sugli arti o sul tronco. Ed è qui che i parrucchieri possono entrare in gioco.
«Separare le ciocche dei capelli e questo consente di osservare la cute da angolazioni che nessuno di noi potrebbe mai raggiungere da solo allo specchio – dichiara Ascierto –. Segnalare con discrezione una macchia scura, asimmetrica o nuova durante un lavaggio o un taglio può fare la differenza tra una diagnosi tempestiva e una malattia avanzata».
Cuoi capelluto soffre di scarsa visibilità, l’unghia soffre di sottovalutazione.
«Il melanoma della matrice ungueale – spiega Ascierto – è una forma rara ma aggressiva, pari a circa 130-300 casi l’anno in Italia, che si manifesta come una banda longitudinale scura sulla lamina ungueale (melanonichia)».
Uno studio recente, pubblicato sulla rivista Clinical and Experimental Dermatology, ribalta il falso mito che questo tumore colpisca solo in età avanzata.
«Lo studio condotto su pazienti fino a 40 anni d’età, inclusi adolescenti e under 30, dimostra che il melanoma dell’unghia può insorgere subito dopo la pubertà – evidenzia Ascierto –. In questa fascia d’età, le lesioni vengono frequentemente scambiate per traumi da sport, ematomi o micosi. L’estetista o l’onicotecnica, rimuovendo smalti o ricostruzioni, è la prima figura in grado di notare striature scure verticali di ampiezza, forma o colore irregolare; cambiamenti progressivi nella pigmentazione della linea nel tempo, scurimento della cuticola o della cute attorno all’unghia (segno di Hutchinson)».
Ma attenzione: parrucchieri ed estetisti non devono fare diagnosi, compito che resta di esclusiva pertinenza del dermatologo.
«Il loro ruolo è esclusivamente quello di “campanello d’allarme”: un invito gentile e riservato rivolto al cliente a far controllare dal medico una macchia insolita o una striscia sull’unghia che non accenna a scomparire – conclude Ascierto –. Chiediamo ai professionisti del settore beauty di fare squadra con noi. Con un piccolo gesto di attenzione in più, una semplice seduta in salone o in centro estetico può trasformarsi nel primo passo per salvare una vita».
«Nella mia carriera ho imparato che le partite più importanti non si vincono mai da soli, ma grazie a un lavoro di squadra dove ognuno ha un ruolo fondamentale – dichiara il campione Giuseppe Bergomi, storico testimonial di We in Action –. In questa battaglia contro il melanoma, parrucchieri ed estetisti possono diventare nostri preziosi compagni di squadra: non come “centravanti” della diagnosi, compito che spetta solo ai medici, ma possono servire l’assist vincente. Guardare dove gli altri non arrivano, notare un dettaglio e fare la segnalazione giusta al momento giusto: è così che si fa squadra per salvare una vita».
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Tumore del pancreas: sensori “intelligenti” nei tessuti misurano la risposta alla chemioterapia Panorama della Sanità
Un team di ricerca di Cnr-Nanotec, Tecnomed Puglia, Università del Salento e Asl Lecce ha sviluppato una piattaforma di laboratorio che riproduce il tumore di ciascun paziente e ne misura la risposta ai farmaci chemioterapici. Sperimentata su un campione preclinico di pazienti operati per tumore del pancreas, la piattaforma ha mostrato risultati coerenti con l’andamento clinico osservato. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista internazionale Small
Il tumore del pancreas è tra le neoplasie più difficili da trattare: la sopravvivenza a cinque anni resta molto bassa e la risposta ai farmaci può variare significativamente da paziente a paziente, anche a fronte di effetti collaterali importanti. Individuare precocemente la terapia più efficace per ciascun paziente rappresenta quindi una delle principali sfide della medicina di precisione.
Per affrontare questa esigenza, un team di ricerca dell’Istituto di Nanotecnologia del Consiglio nazionale delle ricerche di Lecce (Cnr-Nanotec), Tecnomed Puglia, Università del Salento e ASL Lecce ha realizzato uno studio innovativo: sono stati prelevati campioni di tessuto tumorale di cinque pazienti, quindi dissociati in singole cellule e incapsulate in minuscole sfere di gel tridimensionali, le cosiddette “tumorsfere” da loro messe a punto, insieme a sensori ottici, sviluppati dallo stesso team, capaci di misurare in tempo reale, senza ulteriori prelievi, le variazioni di acidità nello spazio intorno a ogni singola cellula.
“Le tumorsfere sono state quindi esposte a tre farmaci utilizzati nel trattamento del tumore del pancreas: il protocollo FOLFIRINOX e i principi attivi Gemcitabina e Paclitaxel”, spiega Loretta L. del Mercato, Dirigente di Ricerca di Cnr-Nanotec e di Tecnomed Puglia. “Le variazioni di acidità misurate durante il trattamento sono risultate differenti, in funzione sia del paziente sia del farmaco, e sono state associate alla risposta delle cellule tumorali al trattamento, fornendo un’indicazione precoce della risposta ai farmaci”.
I ricercatori hanno creato una piattaforma di laboratorio innovativa che integra sensing e imaging avanzato con tessuti complessi prelevati direttamente da pazienti: “Minuscoli sensori ottici, osservati al microscopio in tempo reale, ci permettono di misurare cellula per cellula come il tumore di ciascun paziente, riprodotto in modelli 3D in vitro, reagisce a un farmaco in laboratorio, avvicinando la ricerca alle esigenze specifiche di ogni singolo malato”, prosegue Del Mercato.
“Nella pratica clinica scopriamo se una terapia funziona solo dopo settimane o mesi. In questo studio le previsioni ottenute in laboratorio dalle tumorsfere sono risultate coerenti con l’andamento clinico reale in quattro pazienti su cinque, un primo segnale incoraggiante verso terapie più personalizzate”, precisa Marcello G. Spampinato, Direttore del Dipartimento di Chirurgia generale e Specialistiche della ASL Lecce.
“Questo risultato nasce dalla stretta collaborazione tra ricerca traslazionale di base e clinica resa possibile da Tecnomed Puglia, il centro congiunto Cnr-Università del Salento per la medicina di precisione, insieme all’Asl di Lecce. Il prossimo obiettivo è validare la piattaforma su un numero più ampio di pazienti, per capire se potrà diventare in futuro uno strumento concreto di supporto alle decisioni terapeutiche nei tumori più difficili da trattare”, conclude Giuseppe Gigli, Direttore Scientifico di Tecnomed Puglia.
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Tumore al pancreas, sensori «intelligenti» misurano la risposta alla chemioterapia Il Messaggero
giovedì 10 settembre 2026, 10:18 - Ultimo aggiornamento: 10:19
Il tumore del pancreas è tra le neoplasie più difficili da trattare: la sopravvivenza a cinque anni resta molto bassa e la risposta ai farmaci può variare significativamente da paziente a paziente, anche a fronte di effetti collaterali importanti. Individuare precocemente la terapia più efficace per ciascun paziente rappresenta quindi una delle principali sfide della medicina di precisione.
Nuove strategie per personalizzare la terapia
Per affrontare questa esigenza, un team di ricerca dell’Istituto di Nanotecnologia del Consiglio nazionale delle ricerche di Lecce (Cnr-Nanotec), Tecnomed Puglia, Università del Salento e ASL Lecce ha realizzato uno studio innovativo: sono stati prelevati campioni di tessuto tumorale di cinque pazienti, quindi dissociati in singole cellule e incapsulate in minuscole sfere di gel tridimensionali, le cosiddette «tumorsfere» da loro messe a punto, insieme a sensori ottici capaci di misurare in tempo reale, senza ulteriori prelievi, le variazioni di acidità nello spazio intorno a ogni singola cellula.
«Le tumorsfere sono state quindi esposte a tre farmaci utilizzati nel trattamento del tumore del pancreas: il protocollo FOLFIRINOX e i principi attivi Gemcitabina e Paclitaxel», spiega Loretta L. del Mercato, Dirigente di Ricerca di Cnr-Nanotec e di Tecnomed Puglia. «Le variazioni di acidità misurate durante il trattamento sono risultate differenti, in funzione sia del paziente sia del farmaco, e sono state associate alla risposta delle cellule tumorali al trattamento, fornendo un’indicazione precoce della risposta ai farmaci».
Innovazione: sensori ottici e modelli tridimensionali
I ricercatori hanno creato una piattaforma di laboratorio che integra sensing e imaging avanzato con tessuti complessi prelevati direttamente da pazienti: «Minuscoli sensori ottici, osservati al microscopio in tempo reale, ci permettono di misurare cellula per cellula come il tumore di ciascun paziente, riprodotto in modelli 3D in vitro, reagisce a un farmaco in laboratorio, avvicinando la ricerca alle esigenze specifiche di ogni singolo malato», prosegue Del Mercato.
«Nella pratica clinica scopriamo se una terapia funziona solo dopo settimane o mesi. In questo studio le previsioni ottenute in laboratorio dalle tumorsfere sono risultate coerenti con l’andamento clinico reale in quattro pazienti su cinque, un primo segnale incoraggiante verso terapie più personalizzate», precisa Marcello G. Spampinato, Direttore del Dipartimento di Chirurgia generale e Specialistiche della ASL Lecce.
Verso una medicina sempre più di precisione
«Questo risultato nasce dalla stretta collaborazione tra ricerca traslazionale di base e clinica resa possibile da Tecnomed Puglia, il centro congiunto Cnr-Università del Salento per la medicina di precisione, insieme all’Asl di Lecce. Il prossimo obiettivo è validare la piattaforma su un numero più ampio di pazienti, per capire se potrà diventare in futuro uno strumento concreto di supporto alle decisioni terapeutiche nei tumori più difficili da trattare», conclude Giuseppe Gigli, Direttore Scientifico di Tecnomed Puglia.
Schema del processo di studio, dal tessuto tumorale prelevato dal paziente alla creazione delle tumorsfere con sensori ottici integrati, fino al test dei farmaci chemioterapici e al monitoraggio della risposta di ciascun paziente al trattamento. (Immagine tratta dallo studio pubblicato su Small).
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Terapia genica, remissione totale in 30 pazienti con malattie del sangue Futuro Prossimo
FP sul Fatto Quotidiano
Alberto Robiati e Gianluca Riccio guidano i lettori tra gli scenari del futuro: le opportunità, i rischi e le possibilità che abbiamo di realizzare il domani possibile.
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Prevenzione, truck Asl Na 1 Centro a Bagnoli nel weekend Gazzetta di Napoli
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Ritornano le giornate della prevenzione promosse dalla ASL Napoli 1 Centro, con una novità importante: agli appuntamenti del sabato si aggiungono anche quelli della domenica, per rendere ancora più semplice l’accesso ai servizi e favorire la partecipazione dei cittadini.
Medici, infermieri e operatori dei Distretti Sanitari saranno presenti con l’ambulatorio mobile dalle ore 9.00 alle ore 18.00 nelle piazze e nei quartieri della città, portando la sanità direttamente nei luoghi della vita quotidiana. Questo week end il Truck sarà in Viale della Liberazione, area adiacente ex Base Nato.
Durante le giornate sarà possibile effettuare gratuitamente o prenotare gli screening oncologici fondamentali: mammografia, Pap test, HPV test e ritiro del kit per la prevenzione del tumore del colon-retto, senza impegnativa e senza prenotazione.
Un impegno che si inserisce nel percorso di rafforzamento della medicina di prossimità e della prevenzione attiva, fortemente voluto dalla Direzione Strategica: “La prima prevenzione va fatta sul territorio”.
La prevenzione è un gesto semplice che può salvare la vita. Ti aspettiamo.
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Di Battista, l’aggiornamento: “E’ in terapia intensiva prima del rientro in Italia” Spazio50
(Adnkronos) – Alessandro Di Battista "si trova nel reparto di terapia intensiva del quinto piano dell’Hospital Clínico Quirúrgico Hermanos Ameijeiras. Ci teniamo a ringraziare i medici, gli infermieri e i fisioterapisti che in queste ore si stanno prendendo cura di lui prima del rientro in Italia". Ad aggiornare sulle condizioni dell'ex deputato M5S è l'associazione 'Schierarsi', di cui Di Battista è fondatore e vicepresidente. Di Battista, colpito da un malore a Cuba a fine agosto e operato all'Avana solo sabato scorso, quando invece sarebbe dovuto tornare a Roma, secondo quanto apprende l'Adnkronos da fonti parlamentari, sarebbe pronto al rientro: l'assicurazione sanitaria, infatti, starebbe lavorando per riportare 'Dibba' nella Capitale già da venerdì. "Alessandro non vede l’ora di riprendere le sue battaglie e sta affrontando nel migliore dei modi la fase successiva all’intervento. Infine, ribadiamo la necessità di mantenere la massima prudenza nella diffusione delle informazioni", aveva spiegato ieri l'associazione in un post.
—politicawebinfo@adnkronos.com (Web Info)
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Lo scandalo dei "soldi necessari per accelerare la radioterapia": i soggetti coinvolti sono stati temporaneamente sospesi. Vietnam.vn
In merito alla denuncia secondo cui "del denaro sarebbe stato necessario inserire di nascosto nei registri contabili per accelerare la radioterapia" presso il reparto di radioterapia, oggi, 11 settembre, l'ospedale E ha inviato una relazione al Ministero della Salute . La direzione dell'Ospedale E ha dichiarato che, dopo aver ricevuto segnalazioni da un gruppo di giornalisti che avevano osservato pazienti inserire frequentemente denaro nei libretti degli appuntamenti di radioterapia e consegnarli nella sala di controllo dell'acceleratore di radioterapia (ad agosto 2026) presso il Dipartimento di Radioterapia, l'ospedale sta verificando l'accaduto e ha richiesto l'assistenza della Polizia di Hanoi per le indagini.
L'ospedale E ha richiesto l'intervento della polizia di Hanoi per chiarire le informazioni relative alle accuse secondo cui "del denaro verrebbe inserito di nascosto in un registro contabile per accelerare i trattamenti di radioterapia".
FOTO: OSPEDALE E Potrebbe interessarti Il reparto di radioterapia ha cinque membri del personale medico assegnati a lavorare nella sala di controllo dell'acceleratore di radioterapia; quattro di questi cinque membri del personale compaiono nel video fornito dai giornalisti. Secondo le testimonianze di queste persone, il personale addetto alla radioterapia non ha intenzionalmente sollecitato denaro, causato problemi o estorto denaro ai pazienti. Il personale non era a conoscenza del fatto che i pazienti avessero versato denaro nelle loro cartelle cliniche relative alla radioterapia; in alcuni casi, i pazienti hanno ricevuto dei regali di ringraziamento al termine del trattamento. Lo scandalo dei "soldi necessari per accelerare la radioterapia": i soggetti coinvolti sono stati temporaneamente sospesi. L'ospedale ha temporaneamente sospeso le persone coinvolte in attesa delle indagini; allo stesso tempo, terrà una riunione d'emergenza separata con il gruppo di pazienti sottoposti a radioterapia per raccogliere le loro testimonianze.
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"L'ospedale affronterà la questione in modo pubblico e deciso, assicurandosi che non pregiudichi le attività di esame e cura medica", ha affermato il direttore dell'Ospedale E. A seguito del feedback di cui sopra, il Dipartimento di Gestione delle Esami e dei Trattamenti Medici (Ministero della Salute) ha richiesto all'Ospedale E di rafforzare l'ispezione e la supervisione dei reparti, delle unità e delle strutture nell'espletamento delle mansioni professionali assegnate, al fine di individuare tempestivamente eventuali anomalie e apportare le opportune correzioni; di garantire il rigoroso rispetto delle normative e dei regolamenti professionali in materia di esami e trattamenti medici, nonché delle normative in materia di prevenzione e contrasto della corruzione, degli sprechi e delle pratiche scorrette.
Fonte: https://thanhnien.vn/vu-muon-xa-tri-nhanh-phai-kep-tien-tam-dinh-chi-nhung-nguoi-lien-quan-185260910231420999.htm
Leucemia mieloide acuta: la senescenza indotta dalla chemioterapia rende le cellule tumorali più riconoscibili dal sistema immunitario - Corriere della Sera
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Leucemia mieloide acuta: la senescenza indotta dalla chemioterapia rende le cellule tumorali più riconoscibili dal sistema immunitario Corriere della Sera
di Redazione Salute
Uno studio identifica un meccanismo attraverso cui la chemioterapia modifica le cellule tumorali e ne aumenta la capacità di attivare i linfociti T
Riproduzione AI di una cellula leucemica che una volta diventata senescente (in blu) interagisce con il linfocita T (in verde) tramite le molecole HLA
La chemioterapia non agisce sulle cellule tumorali soltanto eliminandole: in alcuni casi le cellule che sopravvivono al trattamento possono entrare in una particolare condizione, chiamata senescenza cellulare, nella quale smettono di crescere, ma rimangono vive e metabolicamente attive, modificando profondamente il proprio comportamento. I risultati dello studio hanno in particolare mostrato che, in un sottogruppo di campioni di pazienti con leucemia mieloide acuta (LMA), il processo indotto dalla chemioterapia ha avuto una conseguenza importante: le cellule leucemiche sono diventate più riconoscibili da parte dei linfociti T, le cellule del sistema immunitario capaci di individuare e attaccare cellule anomale. La ricerca è stata coordinata da Raffaella Di Micco, group leader dell’Unità di Senescenza nell’invecchiamento delle cellule staminali, differenziazione e cancro all’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica (SR-Tiget) e Professore Associato di Patologia presso la Scuola Universitaria Superiore IUSS di Pavia, e sostenuta anche da Fondazione AIRC.
I risultati, pubblicati sulla rivista Nature Communications, sono stati ottenuti grazie a esperimenti di laboratorio su campioni derivati da pazienti con leucemia mieloide acuta. I ricercatori hanno osservato che, quando le cellule leucemiche entrano in senescenza dopo la chemioterapia, aumenta sulla loro superficie l’espressione delle molecole HLA, che funzionano un po’ come “vetrine” molecolari: espongono piccoli frammenti di proteine della cellula e aiutano così i linfociti T a riconoscere che si tratta di una cellula anomala e ad attivarsi contro di essa.
I dati raccolti hanno inoltre permesso di identificare un meccanismo epigenetico, cioè un sistema che regola le attività dei geni senza modificare la sequenza del DNA. Tale meccanismo potrebbe spiegare perché il fenomeno si verifichi in alcuni campioni, detti per questo con “senescence high”, o ad alta senescenza, e non in altri, chiamati invece “senescence low” o a bassa senescenza. In questi ultimi, in particolare, alcuni programmi coinvolti nella risposta immunitaria sembrano rimanere maggiormente frenati.
Da qui è nata una seconda intuizione da parte dei ricercatori coinvolti nello studio: se questo “freno” contribuisce a rendere alcune cellule leucemiche meno riconoscibili da parte del sistema immunitario, intervenire sul meccanismo epigenetico potrebbe aumentare la loro visibilità immunologica. I ricercatori hanno quindi sperimentato, in esperimenti di laboratorio, un farmaco già approvato per uso clinico, in grado di agire su questo aspetto, ottenendo una maggiore esposizione delle molecole HLA e una migliore attivazione dei linfociti T. I risultati ottenuti non indicano ancora una nuova terapia per i pazienti, ma aprono alla possibilità di studiare la senescenza come potenziale biomarcatore della diversa risposta immunologica alla chemioterapia e di esplorare, in futuro, nuove strategie terapeutiche combinate.
La leucemia mieloide acuta e la sfida delle recidive La leucemia mieloide acuta è un tumore del sangue aggressivo ancora difficile da curare, dall’evoluzione molto rapida ed estremamente eterogeneo. È caratterizzata dall’accumulo nel midollo osseo e nel sangue di cellule mieloidi immature, chiamate blasti, che interferiscono con la normale produzione delle cellule del sangue. Può insorgere a tutte le età, ma è più frequente nella popolazione anziana.
In Italia si stimano circa 50 nuovi casi di leucemia mieloide acuta ogni milione di abitanti ogni anno. A livello globale, secondo analisi basate sul Global Burden of Disease 2021, si stimavano circa 145.000 nuovi casi nel 2021.
La crescente conoscenza delle caratteristiche genetiche e molecolari della leucemia mieloide acuta ha permesso negli ultimi anni di affinare la classificazione della malattia e di introdurre terapie mirate. La chemioterapia rimane tuttavia il trattamento d’elezione per molti pazienti e, in determinate condizioni, può essere seguita dal trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche.
Una delle principali sfide è rappresentata dalle cellule leucemiche che sopravvivono ai trattamenti e possono contribuire alla persistenza o alla ricomparsa della malattia. Capire che cosa accade a queste cellule e come interagiscono successivamente con il sistema immunitario è quindi un tema centrale della ricerca sulla leucemia mieloide acuta.
Al San Raffaele questo filone di studi aveva già permesso di individuare meccanismi con cui, nelle recidive dopo trapianto, le cellule leucemiche possono ridurre l’espressione delle molecole HLA e sfuggire al riconoscimento immunitario. I nuovi risultati hanno permesso di analizzare il fenomeno opposto: che cosa accade alla visibilità immunologica della leucemia quando le cellule, in risposta alla chemioterapia, entrano in senescenza.
Che cosa succede alle cellule leucemiche dopo la chemioterapia I ricercatori hanno studiato campioni provenienti da 21 pazienti con leucemia mieloide acuta di nuova diagnosi, non ancora trattati con chemioterapia, esponendo in laboratorio le cellule leucemiche alla citarabina, un farmaco chemioterapico comunemente utilizzato nel trattamento della leucemia mieloide acuta.
Non tutti i campioni hanno risposto allo stesso modo. In 15 dei 21 campioni una quota delle cellule ha sviluppato, dopo il trattamento, caratteristiche compatibili con la senescenza: questi campioni sono stati definiti “senescence high”. Negli altri 6, classificati come “senescence low”, la risposta era molto meno evidente.
La senescenza non va confusa con la morte o la quiescenza cellulare. Una cellula senescente arresta la propria proliferazione, generalmente in modo stabile, ma rimane viva e metabolicamente attiva, modificando l’attività di numerosi geni e il rapporto con l’ambiente circostante. In oncologia questo fenomeno può avere effetti diversi. Nel breve periodo, l’arresto della proliferazione può contribuire al controllo del tumore e, come suggeriscono i risultati di questo studio, può rendere alcune cellule tumorali più riconoscibili dal sistema immunitario. Se però le cellule senescenti persistono a lungo nell’organismo, possono contribuire a creare un ambiente infiammatorio cronico che, in determinate condizioni, favorisce resistenza alle terapie e progressione della malattia.
Nel nuovo studio i ricercatori si sono concentrati soprattutto su ciò che avviene nelle prime fasi dopo il trattamento.
Le cellule in senescenza diventano più “visibili” al sistema immunitario Si è osservato che nei campioni “senescence high”, la chemioterapia attiva programmi molecolari legati all’infiammazione e agli interferoni e aumenta sulla superficie delle cellule leucemiche la presenza di molecole HLA di classe I e II.
L’effetto non era soltanto molecolare. Negli esperimenti di co-coltura, in cui le cellule leucemiche e i linfociti T dello stesso paziente venivano coltivati insieme per osservare la loro interazione, le cellule leucemiche “senescence high” trattate con chemioterapia inducevano una maggiore proliferazione dei linfociti T CD4+ e CD8+ rispetto a quelle “senescence low”.
I risultati di ulteriori esperimenti hanno confermato il ruolo delle molecole HLA: quando i ricercatori ne hanno bloccato la funzione, i linfociti T si sono attivati meno contro le cellule leucemiche, dimostrando che la maggiore visibilità di queste cellule dipende proprio dalle HLA. «I nostri risultati indicano che la senescenza indotta dalla terapia non è semplicemente uno stato in cui la cellula leucemica smette di proliferare. In alcuni campioni modifica anche il dialogo tra tumore e sistema immunitario, aumentando la capacità delle cellule leucemiche di presentare antigeni e di essere riconosciute dai linfociti T», spiega Raffaella Di Micco. «È però importante sottolineare che non tutti i campioni rispondono in questo modo: comprendere l’origine di questa differenza è proprio uno degli aspetti più interessanti del lavoro». Un “freno” epigenetico può ridurre la visibilità della leucemia.
Per capire perché alcune leucemie sviluppano questa risposta e altre no, i ricercatori hanno analizzato anche i meccanismi epigenetici, che regolano l’attività dei geni senza modificare il DNA. Tra questi c’è il complesso proteico PRC2, di cui EZH2 è una componente fondamentale.
«Nei campioni ‘senescence low’ – spiega Simona Fusco, co-prima autrice dell’articolo – abbiamo osservato una maggiore attività di questo sistema inibitorio prima del trattamento. Alcuni dei geni coinvolti nella risposta immunitaria risultavano così più “frenati” e quindi meno disponibili ad attivarsi. Ciò può contribuire a spiegare perché, dopo la chemioterapia, queste cellule aumentino meno l’espressione delle HLA e rimangano meno riconoscibili da parte del sistema immunitario».
Per verificare se fosse possibile intervenire su questo meccanismo, i ricercatori hanno trattato in laboratorio le cellule “senescence low” con tazemetostat, un farmaco già approvato per uso clinico, che inibisce selettivamente EZH2. Il trattamento ha ridotto il “freno” epigenetico in regioni del DNA coinvolte nella risposta immunitaria e infiammatoria e ha aumentato l’espressione delle molecole HLA di classe I e II. Le cellule trattate sono diventate inoltre più capaci di stimolare la proliferazione dei linfociti T CD4+ e CD8+.
Questo risultato indica che modificare farmacologicamente alcuni meccanismi epigenetici potrebbe rappresentare, in futuro, una possibile strategia per aumentare la riconoscibilità immunologica di alcune cellule leucemiche.
«Questi dati ci dicono soprattutto che la risposta alla chemioterapia può avere effetti immunologici diversa da paziente a paziente», aggiunge Di Micco. «Il prossimo passo sarà capire se la capacità delle cellule leucemiche di entrare in senescenza possa diventare anche un biomarcatore, utile a identificare i pazienti con una diversa risposta immunologica alla chemioterapia. Allo stesso tempo vogliamo approfondire la possibilità di combinare la chemioterapia con immunoterapie a base di cellule T ingegnerizzate e/o farmaci capaci di agire sui meccanismi epigenetici che regolano la visibilità delle cellule leucemiche al sistema immunitario. Sono prospettive che richiedono ancora verifiche su gruppi più ampi di pazienti e studi preclinici e clinici dedicati prima di poter pensare a un’applicazione nella pratica clinica».
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