📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?2
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Giani (Toscana): A Prato la radioterapia metabolica "olistica" che unisce cure e musica | Libero Quotidiano.it Libero Quotidiano
(Agenzia Vista) Roma, 28 aprile 2026 "E come dire, in quegli anni, in quel periodo, per togliere dalle mani le armi e mettere nelle mani un libro. E questo è davvero un messaggio non soltanto che ha contribuito sollecitando, esortando a leggere e quindi a riflettere, a pensare, a cercare di comprendere. Ha segnato, contribuito in maniera decisiva e fortemente alla costruzione della nuova Italia", così il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante il discorso al ricevimento di una delegazione del Premio Strega al Quirinale. Courtesy: Quirinale Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Presentata la 2a stagione di ‘Una Zebra in Corsia’ un podcast sul cancro: “Perché capire è un’azione di cura” Sestopotere
(Sesto Potere) – Cesena – 29 aprile 2026 – Presentata oggi, presso il Prime Center dello IOR (Istituto Oncologico Romagnolo) a San Cristoforo di Cesena, la 2a stagione di “Una Zebra in Corsia”, il podcast ideato dalla giovane ingegnera Chiara Pennuti, scomparsa lo scorso anno a causa di un sarcoma, e che affronta il cancro senza tabù, in modo chiaro e diretto. Perché capire è un’azione di cura.
Al podcast, realizzato grazie anche a professioniste e professioniste Prime Center e IRST, è legata una raccolta fondi su piattaforma di crowdfunding a favore della ricerca sui sarcomi.
“Una Zebra in Corsia” è progetto nato per contribuire a un racconto più aperto, consapevole e accessibile della malattia oncologica. Ideato da Chiara Pennuti, paziente oncologica scomparsa nel maggio 2025, il podcast nasce con l’obiettivo di rompere i tabù legati al cancro, affrontando la malattia in modo diretto, trasparente e profondamente umano. Dopo la sua scomparsa, il progetto prosegue oggi grazie all’impegno di un gruppo di amici e familiari, con il coordinamento di Martina Cavallucci, dando continuità alla sua visione.
Un progetto nato dalla comunità
La prima stagione è stata resa possibile grazie a una campagna di crowdfunding che ha coinvolto un’ampia comunità di sostenitori, permettendo non solo la realizzazione del podcast ma anche un sostegno concreto alla ricerca.
Sono stati raccolti oltre 6.000 euro, interamente destinati alla ricerca sui sarcomi presso l’IRST IRCCS di Meldola. In particolare, la donazione ha contribuito a sostenere due linee di ricerca: una focalizzata su approcci immunoterapici innovativi per il trattamento dei sarcomi e una dedicata allo studio delle caratteristiche biomolecolari di questi tumori rari, con l’obiettivo di sviluppare nuovi approcci terapeutici basati su nanofarmaci.
La raccolta fondi è tuttora attiva sulla piattaforma GoFundMe https://www.gofundme.com/f/una-zebra-in-corsia-chiara-pennuti
e resterà aperta per tutta la durata di pubblicazione delle puntate. Quanto raccolto, tolti i soli costi di produzione e diffusione del podcast, sarà devoluto a favore della ricerca sui sarcomi.
Dal racconto all’incontro
La prima stagione, realizzata in collaborazione con IRST IRCCS, ha affrontato temi centrali del percorso oncologico, tra cui comunicazione medico-paziente, psiconcologia, ruolo del caregiver e innovazione tecnologica, attraverso il contributo di pazienti, professionisti sanitari e cittadini.
Il progetto ha trovato anche una dimensione pubblica con l’evento del 27 settembre 2025, all’interno del Festival del Buon Vivere, presso i Musei San Domenico di Forlì, dove il podcast è stato portato dal digitale al vivo, coinvolgendo professionisti, pazienti e cittadini in un dialogo aperto sui temi della diagnosi, della comunicazione e del prendersi cura.
Il progetto continua nella seconda stagione
La nuova stagione rappresenta un’evoluzione del progetto: accanto alla dimensione narrativa, il podcast propone un approfondimento su temi concreti del percorso di cura: alimentazione, attività fisica e diritti del paziente oncologico, argomenti che Chiara Pennuti aveva già individuato come centrali e che oggi vengono sviluppati con il contributo di professionisti e professioniste del settore sanitario.
L’obiettivo è offrire strumenti informativi chiari e accessibili, ampliando lo sguardo sulla cura oltre l’aspetto strettamente clinico, per accompagnare pazienti e caregiver in un percorso più consapevole ed informato.
I temi della seconda stagione
Quattro ambiti chiave sono stati raccontati attraverso il contributo di professionisti e professioniste che ogni giorno lavorano accanto ai pazienti, offrendo uno sguardo concreto su aspetti spesso poco approfonditi del percorso oncologico.
Alimentazione e cancro
Il rapporto tra nutrizione e malattia oncologica è stato affrontato con un approccio scientifico ma al tempo stesso vicino alla quotidianità dei pazienti. Sono intervenuti Sara Boni, dietista del Prime Center IOR, e Giandomenico Di Menna, oncologo dell’IRST del gruppo mammella e ginecologico, approfondendo il ruolo dell’alimentazione come parte integrante del percorso di cura.
Particolare attenzione è stata dedicata all’impatto delle terapie su appetito, gusto e peso corporeo, così come alla necessità di un approccio personalizzato, capace di adattarsi alle condizioni e ai bisogni della persona. È stato inoltre affrontato il tema della disinformazione, evidenziando i rischi legati a diete estreme o prive di basi scientifiche e sottolineando l’importanza di un’educazione alimentare consapevole e basata su evidenze.
Attività fisica e cancro
Il tema del movimento durante le terapie è stato affrontato da Danilo Ridolfi, trainer oncologico e fisioterapista, Mattia Pirani, trainer oncologico, entrambi attivi presso il Prime Center. L’episodio ha approfondito il valore dell’attività fisica come parte integrante del percorso di cura, non solo per il miglioramento delle capacità fisiche, ma anche per il benessere psicologico e la qualità della vita
Sono stati trattati aspetti concreti legati alla gestione della fatigue oncologica, alla possibilità di adattare l’esercizio in presenza di sintomi come dolore, nausea o spossatezza, e al ruolo della riabilitazione nei percorsi di recupero dopo interventi chirurgici o trattamenti intensivi. È emersa inoltre l’importanza di un accompagnamento professionale, in grado di costruire percorsi sicuri e personalizzati.
Diritti del paziente oncologico
Un tema spesso percepito come complesso e burocratico è stato affrontato con taglio pratico da Daniele Di Pierro, responsabile provinciale del patronato EPACA Forlì-Cesena. L’episodio ha offerto un quadro orientativo sui principali strumenti a disposizione dei pazienti, tra cui invalidità civile, Legge 104, tutele lavorative e sostegni economici, oltre ai servizi di consulenza disponibili per pazienti e caregiver.
È stata evidenziata la difficoltà, per molte persone, di orientarsi in un sistema articolato proprio nel momento di maggiore fragilità, e il ruolo fondamentale dell’accompagnamento da parte di figure competenti. Come sottolineato dallo stesso Di Pierro,
“per rivendicare un diritto è necessario conoscerlo”.
Fine vita e autodeterminazione
La stagione si è chiusa con una riflessione su un tema complesso e delicato, affrontato da Marco Maltoni, direttore della rete cure palliative della Romagna, e Andrea Ansalone, coordinatore della cellula Luca Coscioni “Chiara Pennuti” di Forlì-Cesena, intitolata a Chiara in riconoscimento del suo impegno come volontaria attiva sul territorio.
L’episodio ha affrontato il tema del fine vita mettendo al centro il concetto di dignità della persona, il ruolo delle cure palliative e la possibilità di scelta nei percorsi assistenziali, tra assistenza domiciliare e hospice. Ampio spazio è stato dedicato anche agli strumenti di autodeterminazione oggi disponibili, come il consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento (DAT), nonché al quadro normativo attuale e al ruolo dell’informazione nel rendere le persone più consapevoli e preparate ad affrontare anche le fasi più delicate della malattia.
Esperienza del paziente
Accanto agli approfondimenti con i professionisti, la stagione dà spazio anche alla voce diretta di chi ha vissuto il percorso oncologico. In questo contesto, Licia, paziente seguita presso IRST e Prime Center, ha condiviso la propria esperienza, offrendo uno sguardo personale e autentico su ciò che accade dopo una diagnosi.
Il racconto ha attraversato le diverse fasi del percorso: dalla scoperta della malattia alle terapie, fino alla gestione degli effetti collaterali, mettendo in luce il modo in cui ciascuna persona prova a trovare il proprio equilibrio tra dimensione clinica, emotiva e quotidiana.
Particolare attenzione è stata dedicata al concetto di “cura a 360°”, che integra accanto alle terapie farmacologiche anche attività fisica, supporto psicologico e pratiche come mindfulness e meditazione, evidenziando il valore di un approccio che consideri la persona nella sua interezza.
Le voci del progetto
Martina Cavallucci, coordinatrice del progetto:
“Questa seconda stagione nasce dal desiderio di dare continuità a ciò che Chiara aveva iniziato. Portare avanti questo progetto, per me, significa restare vicina alla sua visione e trasformarla in qualcosa di utile anche per altri. Parlare di cancro senza tabù significa rendere accessibili informazioni concrete, ma anche riconoscere che il percorso oncologico non è solo fatto di terapie: è fatto di vita quotidiana, di scelte, di fragilità e di cura.”
Giancarlo Pennuti, padre di Chiara:
“Diciamocelo: la parola che inizia con la “C” fa paura a tutti. Di solito, quando si parla di oncologia, la gente cambia stanza o abbassa lo sguardo. Chiara aveva deciso di alzare il volume.
– Il Tabù: Sdoganato.
– Le Parole: Quelle che fanno male, ma che servono.
– Le Esperienze: Quelle che nessuno posta nelle storie.
Un podcast per raccontare l’oncologia oltre i camici bianchi. Si parla di quello che succede quando la vita ti mette davanti a una sfida che non avevi pianificato. Niente giri di parole, solo la verità di chi sa cosa significa lottare, cadere e rialzarsi (anche se fa schifo). Perché parlare è la prima forma di cura.”
Un progetto sostenuto da istituzioni e comunità
Il progetto è reso possibile grazie alle donazioni, che consentono sia la realizzazione del podcast sia il sostegno alla ricerca oncologica.
Il progetto è inoltre realizzato in collaborazione con IRST IRCCS “Dino Amadori” di Meldola, IOR (Istituto Oncologico Romagnolo) e Prime Center, che contribuiscono con il coinvolgimento di professionisti e il supporto istituzionale.
La prima puntata della nuova stagione sarà disponibile a partire dall’8 maggio, con pubblicazione settimanale su YouTube e Spotify.
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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48.5/100
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Criteri Critici
A Palazzo della Regione, sabato 9 maggio, si parlerà di prevenzione del tumore al seno Vita Trentina
Il tumore al seno in fase iniziale è sempre più curabile grazie ai progressi della ricerca e alla diagnosi precoce. Tuttavia, esiste nel tempo un rischio di recidiva: fondamentali i trattamenti innovativi e il dialogo aperto medico-paziente.
Sabato 9 maggio, alle ore 10 a Trento, clinici, rappresentanti dei pazienti e delle Istituzioni nazionali e locali si confronteranno in un incontro aperto alla partecipazione del pubblico: l’evento “Tumore al seno: perché parlarne può salvare la vita?”, che si terrà presso il Palazzo della Regione (Sala del Consiglio Regionale, Piazza Dante, 16), promosso da Salute Donna e Salute Uomo con il contributo non condizionato di Novartis e il patrocinio della Provincia Autonoma di Trento e della Presidenza del Consiglio regionale, sarà occasione di confronto per diffondere una informazione corretta e rafforzare la cultura della cura basata su consapevolezza, dialogo e qualità di vita.
Interverranno l’On. Vanessa Cattoi, Deputata e Coordinatrice dell’Intergruppo Parlamentare “Insieme per un impegno contro il cancro” alla Camera; Anna Maria Mancuso, Presidente Salute Donna ODV e Coordinatrice del Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere”; Tiziana Sega, Responsabile Salute Donna ODV Sezione Ala (TN). Attesa la partecipazione di Maurizio Fugatti, Presidente della Provincia Autonoma di Trento; Roberto Paccher, Presidente del Consiglio Regionale del Trentino-Alto Adige; Mario Tonina, Assessore alla salute, politiche sociali e cooperazione della Provincia Autonoma di Trento.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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34.8/100
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Criteri Critici
Degenza in ospedale con il cane accanto e anche nelle sedute di chemioterapia. E' la nuova possibilità introdotta dall'azienda sanitaria Ulss 2 di Treviso attraverso un piano che rende strutturato un percorso avviato da anni. (ANSA)
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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41.1/100
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C
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Criteri Critici
Sicilia, studente di Medicina dona il midollo a un bimbo di due anni malato di leucemia Qui Salute Magazine
Un incontro durante il tirocinio che si trasforma in un gesto straordinario di altruismo. È la storia di Giorgio, giovane studente di Medicina originario di Ragusa e iscritto al terzo anno all’Università Kore di Enna, che ha scelto di donare il proprio midollo osseo a un bambino brasiliano di appena due anni affetto da leucemia.
Aveva conosciuto il piccolo in ospedale, durante il suo percorso formativo. Una storia che lo aveva colpito nel profondo e che non è mai riuscito a dimenticare, soprattutto sapendo che in famiglia non era stato trovato alcun donatore compatibile per il trapianto.
Dopo la compatibilità, ecco la donazione
Quando è arrivata la conferma della compatibilità, Giorgio non ha avuto dubbi: ha deciso di dire sì e offrire a quel bambino una concreta speranza di vita. Una scelta che racconta molto della sua sensibilità. Già donatore Avis e iscritto al registro per la donazione degli organi, ha affrontato il percorso con coraggio e convinzione.
La donazione di midollo osseo è un procedimento delicato, che richiede preparazione, sacrificio e anche una fase di recupero non semplice. Ma questo non ha fermato Giorgio, che oggi sta ancora affrontando le conseguenze fisiche dell’intervento, con la consapevolezza però di aver compiuto qualcosa di immensamente grande.
Il percorso di recupero
Per tornare pienamente in forma serviranno ancora alcune settimane, ma non c’è spazio per i rimpianti. Il suo gesto va oltre la medicina: è una testimonianza di umanità, responsabilità e speranza. Un esempio concreto di come il bene, a volte, passi da scelte silenziose ma capaci di cambiare una vita.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
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Giani (Toscana): A Prato la radioterapia metabolica "olistica" che unisce cure e musica L'Unione Sarda.it
Giani (Toscana): A Prato la radioterapia metabolica "olistica" che unisce cure e musica
(Agenzia Vista) Prato, 29 aprile 2026 "Prato, l'ospedale. Oggi abbiamo visitato ciò che può essere davvero unico in Italia... anzi, è unico in Italia: una radioterapia metabolica che, accompagnata dalla musica — ecco perché è presente anche l'assessore alla cultura Cristina Manetti — può dare al paziente quel qualcosa che veramente consente di superare, soprattutto nei tumori alla prostata, quelle fasi che oggi invece sono 'divorate' da terapie che non ottengono gli stessi risultati. Ma io direi che il nostro primario ce ne può parlare", così il Presidente della Regione Toscana Eugenio Giani in un video pubblicato sui social. Courtesy: Eugenio Giani Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev
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Criteri Critici
Dalla Sicilia la storia che commuove: studente di Medicina conosce bimbo malato di leucemia e gli dona il midollo QdS
Un ragazzo, studente di Medicina alla Kore di Enna, ha conosciuto un piccolo paziente affetto da leucemia e gli ha donato il midollo
Una storia commovente arriva da Enna. Un ragazzo, studente di Medicina originario di Ragusa, oggi al terzo anno all’Università Kore di Enna, ha conosciuto durante il tirocinio in ospedale un bambino brasiliano di due anni affetto da leucemia. Tra i due si è instaurato un meraviglioso rapporto di amicizia, con Giorgio – questo il nome del ragazzo – ha decido di donare al piccolo paziente il proprio midollo osseo.
L’amicizia tra Giorgio e il piccolo paziente
L’incontro col bambino gli era rimasto dentro, fino a trasformarsi in una decisione forte e profondamente umana: offrire una possibilità di vita a quel bambino che, in famiglia, non aveva trovato alcuna compatibilità per il trapianto. Giorgio, già donatore Avis e iscritto anche alla donazione degli organi, non ha esitato. Quando è arrivata la chiamata per la compatibilità, ha detto sì.
Donato il midollo osseo
La procedura per la donazione di midollo osseo non è semplice. Richiede preparazione, affrontare dolore fisico, possibili complicazioni e un periodo di recupero che può lasciare segni importanti sul corpo. Ma Giorgio non si è fermato davanti alle difficoltà. Oggi è a casa, ancora alle prese con le conseguenze della donazione. Per riprendersi completamente ci vorranno alcune settimane, ma lui non ha alcun rimpianto: Giorgio, la dimostrazione che umanità ed empatia possono ancora fare la differenza in questo mondo.
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Criteri Critici
Fibrosi cistica, una “correzione” genetica offre una speranza ai pazienti senza cure la Repubblica
La fibrosi cistica è una delle malattie genetiche più diffuse: ne soffrono oltre 100mila persone in tutto il mondo e riduce significativamente l’aspettativa di vita, dal momento che compromette gravemente la funzionalità respiratoria. È anche una delle malattie più studiate: oggi sappiamo che è causata da mutazioni nel gene Cftr che compromettono la produzione di una proteina essenziale per il trasporto di ioni cloro e bicarbonato. Sebbene negli ultimi anni la ricerca abbia introdotto farmaci modulatori efficaci, circa il 10% dei pazienti rimane escluso da ogni trattamento a causa di mutazioni rare o gravi che impediscono del tutto la sintesi della proteina. Ora, uno studio coordinato dall'Università di Trento e pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine identifica una strategia di editing genomico capace di correggere permanentemente il difetto molecolare in questa sottopopolazione di pazienti.
Un “correttore di bozze” per il dna
Il cuore della ricerca, guidata da Anna Cereseto e Alessandro Umbach, risiede nell'utilizzo dei cosiddetti “adenine base editors” (Abe): a differenza della tecnologia Crispr “classica”, che taglia la doppia elica del dna, questi strumenti agiscono come “correttori di bozze” molecolari estremamente precisi. La tecnologia, in particolare, è stata applicata alla mutazione 1717-1G>A, un difetto di splicing che impedisce la corretta lettura delle istruzioni genetiche. Attraverso l'uso di un sistema avanzato chiamato SpRY-ABE9, i ricercatori sono riusciti a modificare una singola lettera del codice genetico, sostituendo l'adenina patogena con una guanina e ripristinando così l'informazione corretta.
Benefici clinici significativi
L’efficacia della terapia, frutto di una collaborazione internazionale che ha coinvolto il Tigem di Pozzuoli per l’analisi delle cellule polmonari e l’Università KU Leuven in Belgio per lo sviluppo degli organoidi tridimensionali, è stata testata in modelli preclinici avanzati utilizzando cellule dell'epitelio polmonare e organoidi intestinali derivati direttamente dai pazienti: i risultati mostrano che la correzione avviene con un’efficienza compresa tra il 13% e il 16%, con effetti collaterali minimi o non rilevabili. Sembrano percentuali basse, ma in realtà si tratta di un dato cruciale: la letteratura scientifica indica infatti che il ripristino di appena il 10% della funzionalità della proteina Cftr è sufficiente per ottenere un beneficio clinico significativo. Nei modelli polmonari, la terapia ha riportato il trasporto ionico a circa il 50% dei livelli osservati in individui sani, superando quindi ampiamente la soglia minima necessaria per la guarigione funzionale. Un altro elemento chiave dell'innovazione è il metodo di somministrazione: il correttore genetico viene infatti veicolato alle cellule sotto forma di rna messaggero (mRNA), che una volta effettuata la modifica permanente nel dna viene naturalmente degradato ed espulso dall'organismo, il che riduce drasticamente i rischi di tossicità a lungo termine o di modifiche genomiche indesiderate.
I prossimi passi: una terapia per inalazione
Nonostante i risultati promettenti, la sfida principale rimane ora il “delivery”, ovvero la capacità di far arrivare la terapia efficacemente all’interno dei tessuti polmonari, protetti dal muco tipico della malattia. Il team di Trento, supportato dalla Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica attraverso il progetto GenDel-CF, sta ora lavorando per sviluppare sistemi di trasporto che consentano, in futuro, la somministrazione del trattamento tramite una semplice inalazione. Se i prossimi test confermeranno la sicurezza del metodo, questa strategia potrebbe rappresentare una cura definitiva non solo per chi oggi non ha alternative, ma anche per i pazienti attualmente dipendenti dall'assunzione quotidiana di farmaci.
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Criteri Critici
Un modello di intelligenza artificiale sviluppato da Mayo Clinic è in grado di analizzare TAC addominali standard e rilevare segnali precocissimi di tumore al pancreas spesso invisibili ai radiologi. REDMOD ha identificato il 73% dei casi fino a 16 mesi prima…
Un modello di intelligenza artificiale sviluppato da Mayo Clinic è in grado di analizzare TAC addominali standard e rilevare segnali precocissimi di tumore al pancreas spesso invisibili ai radiologi. REDMOD ha identificato il 73% dei casi fino a 16 mesi prima della diagnosi clinica, contro il 39% ottenuto dagli specialisti Non solo meme e "deep fake": l'intelligenza artificiale potrebbe letteralmente salvare migliaia di vite. Un team dellaMayo Clinicha sviluppato REDMOD (Radiomics-based Early Detection MODel), un sistema basato sull'analisi avanzata delle immagini TAC che riesce a individuare segnali estremamente precoci deltumore duttale pancreaticoquando il pancreas appare ancora normale agli occhi dei radiologi. Il dato tecnico più rilevante riguarda la capacità del modello di esaminareTAC addominali di routinee riconoscere alterazioni invisibili all'occhio della maggior parte dei professionisti. Lo studio, riportato sulla rivistaGut, evidenzia che nei test condotti su scansioni eseguite mediamente16 mesi prima della diagnosi ufficiale, REDMOD ha identificato correttamente il73%dei futuri casi di cancro pancreatico, mentre i radiologi si sono fermati al39%. Lo studio ha coinvolto219 TACprovenienti da pazienti che hanno successivamente sviluppato la malattia e1243 scansioni di controllodi soggetti sani. Dopo la fase di addestramento, il sistema è stato validato su63 casi pre-diagnosticie430 controlli, confermando unaspecificità dell'88%nell'escludere correttamente i pazienti senza tumore. Un altro aspetto interessante riguarda la stabilità nel tempo: nei pazienti sottoposti a scansioni ripetute,il punteggio di rischio generato dall'AI ha mostrato una coerenza compresa tra il 90% e il 92%, elemento che rafforza l'affidabilità del modello nel monitoraggio longitudinale. Iltumore al pancreasresta tra le forme oncologiche con prognosi più critica. Negli Stati Uniti, nel 2026 sono attese circa67.530 nuove diagnosi, con una sopravvivenza a cinque anni vicina al13%. Il problema principale resta la diagnosi tardiva, poiché nelle fasi iniziali il pancreas può presentare un aspetto morfologicamente normale nelle immagini convenzionali. Secondo i ricercatori, proprio questa barriera diagnostica rende cruciale l'utilizzo di strumenti radiomici avanzati. REDMOD punta, infatti, a spostare l'intercettazione della malattia verso una fase pre-clinica,quando le possibilità terapeutiche risultano più concrete. La validazione prospettica resta necessaria prima di un'applicazione clinica diffusa, ma i risultati ottenuti mostrano come l'AI nella diagnosi oncologicapossa offrire un cambio di paradigma concreto, aumentando le probabilità di individuare ilcancro pancreaticocon largo anticipo rispetto agli standard attuali e aumentare le probabilità di sopravvivenza. Devieffettuare il loginper poter commentareSe non sei ancora registrato, puoi farlo attraversoquesto form.Se sei già registrato eloggatonel sito, puoi inserire il tuo commento.Si tenga presente quanto letto nelregolamento, nel rispetto del "quieto vivere".
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Sono bastate poche settimane perché alcuni partecipanti allo studio recuperassero parzialmente l’udito e riuscissero a volte perfino a sostenere conversazioni: sono questi i risultati, sorprendenti perfino per i ricercatori, del recentissimo trial condotto da…
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Sono bastate poche settimane perché alcuni partecipanti allo studio recuperassero parzialmente l’udito e riuscissero a volte perfino a sostenere conversazioni: sono questi i risultati, sorprendenti perfino per i ricercatori, del recentissimo trial condotto dalla Harvard Medical School Investigators del Massachusetts Eye and Ear insieme ai ricercatori dell’Eye & ENT Hospital dell’università cinese di Fudan. La ricerca ha testato con successo una terapia genica sperimentale per una rara forma di sordità genetica. “Ha funzionato davvero straordinariamente bene”, ha commentato Zheng-Yi Chen, co-autore dello studio e docente di otorinolaringoiatria ad Harvard. “Dopo due anni e mezzo, più della metà di loro ha raggiunto un livello normale. Possono sentire un sussurro”. Stiamo parlando di persone completamente sorde alla nascita, una problematica con ripercussioni sull’apprendimento del linguaggio e capace anche di rallentare lo sviluppo cognitivo, a meno che il bambino non riceva un impianto cocleare – il così detto orecchio bionico, un dispositivo elettronico che ripristina l’udito nelle persone con sordità grave. Il 60% dei casi di sordità alla nascita dipende da cause genetiche, e al momento non esistono farmaci approvati. Ma la terapia genica offre una speranza, almeno per la mutazione del gene OTOF di cui si è occupato il trial.
Rimediare al difetto genico
Il gene OTOF codifica la proteina otoferlina, responsabile della trasmissione al cervello del suono percepito nella coclea (la struttura a forma di chiocciola presente nell’orecchio interno). La sua mutazione impedisce la produzione di otoferlina e quindi il cervello non riceve alcun segnale. Per ovviare a questo difetto, i ricercatori hanno iniettato nell’orecchio interno un virus neutralizzato e dotato di una copia corretta del gene OTOF. Una volta entrato nella coclea, questo ha sostituito il gene difettoso, senza modificare il DNA ma fornendo le istruzioni per produrre l’otoferlina e consentire alle onde sonore di raggiungere il cervello sotto forma di impulsi elettrici. Il 90% dei pazienti sottoposti alla terapia – 42 individui con sordità bilaterale profonda, di età compresa tra nove mesi e 32 anni, reclutati in 8 siti in Cina – ha assistito a miglioramenti significativi dell’udito: alla fine dei 2,5 anni di follow-up. metà di essi ha recuperato livelli normali. Eccellenti pure i tempi di recupero: alcuni partecipanti erano in grado di percepire i suoni a sole due settimane dal trattamento. Sono stati osservati miglioramenti rapidi nelle prime sei settimane, culminati intorno alla ventiseiesima settimana. Diversamente da quanto verificato in precedenti studi di laboratorio sui topi, i benefici del trattamento si sono mantenuti nei 2,5 anni di follow up. Mentre gli adulti hanno beneficiato in minor misura della terapia, gli under 18 hanno mostrato importanti recuperi dell’udito. “Mano mano che procede il follow-up, questi bambini continuano a sorprenderci. Progrediscono dalla risposta ai suoni all’imitazione del linguaggio, arrivando a pronunciare brevi frasi e poi a recitare poesie e perfino a cantare”, ha spiegato Shu. Il tutto in assenza di gravi reazioni avverse per un trattamento ritenuto sicuro dai ricercatori.
Una pietra miliare
Secondo il prof. Stefano di Girolamo, chirurgo otorinolaringoiatra presso il Policlinico Universitario Tor Vergata (Roma), “si tratta di un risultato epocale. La sostituzione del gene difettoso con quello corretto è già stata fatta per altre patologie, ma non si riteneva possibile ottenere il ripristino dell’udito, a causa della complessa struttura tridimensionale dell’organo di Corti [la struttura dell’orecchio interno responsabile della trasformazione delle onde sonore in impulsi elettrici. NdA]. L’applicazione della terapia genica in questo distretto era ritenuta praticamente impossibile”. Inoltre, sottolinea il docente, “questi sorprendenti risultati non sono stati ottenuti con l’impianto cocleare, ma esclusivamente con una terapia somministrata localmente”. Per di più, lo studio dimostra che è possibile sviluppare la terapia genica personalizzata anche per altre forme di sordità congenita causata da mutazioni genetiche diverse, anche se, sottolinea l’esperto, occorre tempo per entrare nel dettaglio di altre mutazioni più complesse. Infatti la mutazione trattata nello studio riguarda un solo gene, il che rende più semplice risolverla; tanto più che la coclea non è danneggiata. Tuttavia la strada è aperta, a tutto beneficio dei bambini nati sordi per cause genetiche e, aggiunge il prof. Di Girolamo, “probabilmente in un futuro per il trattamento della perdita di udito secondaria all’invecchiamento”.
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Più si è scoperti, maggiore è il rischio di sviluppare un melanoma, a prescindere dalla crema solare utilizzata. Infatti, la prima linea di difesa contro il tumore alla pelle più aggressivo è l’abbigliamento. Per questo, in vista di maggio, il mese della prev…
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Più si è scoperti, maggiore è il rischio di sviluppare un melanoma, a prescindere dalla crema solare utilizzata. Infatti, la prima linea di difesa contro il tumore alla pelle più aggressivo è l’abbigliamento. Per questo, in vista di maggio, il mese della prevenzione del melanoma, e della Giornata nazionale a essa dedicata il prossimo 2 maggio, la Fondazione Melanoma lancia la nuova campagna di sensibilizzazione “Vestiti di Prevenzione”, mirata a scardinare i falsi miti sull’esposizione solare e a promuovere l’abbigliamento come primo, vero dispositivo di protezione individuale.
Il messaggio della Fondazione Melanoma arriva in un momento critico: il melanoma è il tumore cutaneo più aggressivo e, in Italia, i casi sono più che raddoppiati in 20 anni, passando da 6.000 nel 2004 a circa 15.000 l’anno. Questo anche per effetto della maggiore attività di prevenzione rispetto al passato. “Sebbene l’invecchiamento della popolazione giochi un ruolo importante, quasi 9 casi su 10 sono legati all’eccessiva esposizione ai raggi UV”, spiega Paolo Ascierto, professore ordinario di Oncologia all’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus. “Scottarsi anche solo una volta ogni due anni può triplicare il rischio di melanoma. Non è solo questione di giornate calde e soleggiate: i raggi UV possono essere forti a sufficienza per danneggiare la pelle da metà marzo a metà ottobre, anche quando il cielo è nuvoloso o il clima è fresco”, aggiunge.
Non è un caso se il modo in cui scegliamo di vestirci, specialmente durante i mesi più caldi può determinare anche le zone del corpo in cui è più probabile sviluppare un melanoma. “C’è infatti una correlazione diretta tra le abitudini sociali nell’abbigliamento e la localizzazione del cancro della pelle”, conferma Ascierto. Una recente analisi della “Cancer Research UK”, organizzazione benefica britannica dedicata alla ricerca sul cancro, mostra una netta differenza di genere sul rischio melanoma. Negli uomini, due melanomi su cinque (circa il 40%) vengono diagnosticati sul dorso (schiena, petto e addome), mentre nelle donne più di un terzo dei casi (35%) si manifesta sulle gambe. “Queste variazioni riflettono – specifica Ascierto – i diversi comportamenti stagionali: la tendenza maschile a stare a torso nudo all’aperto e quella femminile a indossare gonne e pantaloncini che espongono gli arti inferiori”.
Il “paradosso della crema solare”
A rafforzare l’appello della Fondazione Melanoma sono i ricercatori della McGill University, che mettono in guardia contro il pericoloso “paradosso della crema solare”, un fenomeno per cui l’uso dei filtri protettivi fornirebbe un falso senso di sicurezza, portando le persone a esporsi al sole in modo più pericoloso. I ricercatori hanno incrociato i dati di due studi: uno condotto su gruppi di discussione nelle province atlantiche del Canada, pubblicato sulla rivista Cancers e l’altro, pubblicato sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, basato sui dati della Biobank del Regno Unito. In quest’ultimo, è emerso un dato sorprendente: l’uso di creme solari è risultato associato a un rischio più che raddoppiato di sviluppare il cancro della pelle. “Questi risultati suggeriscono un paradosso”, commenta Ascierto. “Chi si espone maggiormente al sole tende a usare più crema, ma non in quantità adeguata né adottando altre misure di protezione, esponendosi così a un rischio maggiore. La crema solare è fondamentale, ma non è una ‘licenza di arrostirsi’ al sole. La maggior parte delle persone – prosegue – non ne applica una quantità sufficiente o rimane esposta ai raggi UV per ore dopo la prima applicazione. L’abbigliamento, invece, non scade, non si lava via col sudore e offre una protezione fisica costante che la lozione, spesso applicata male o in quantità insufficiente, non può garantire”.
5 consigli utili
Secondo la Fondazione Melanoma, dunque, la prevenzione è un abito che dobbiamo imparare a indossare. Per aiutare le persone a scegliere l’outfit giusto, Ascierto elenca 5 consigli utili. Il primo è “coprire senza soffocare”: opta per camicie a maniche lunghe in lino o cotone leggero e pantaloni lunghi dal taglio fluido. Coprire braccia e gambe con tessuti naturali permette alla pelle di traspirare meglio rispetto all’esposizione diretta al sole, che invece aumenta la temperatura corporea e il rischio di scottature.
Il secondo consiglio è quello di utilizzare colori scuri e vivaci: il bianco protegge meno del nero. I colori scuri o le tinte brillanti (rosso, blu navy) assorbono i raggi UV meglio dei toni pastello, impedendo loro di penetrare.
Il terzo consiglio riguarda la protezione degli occhi e della zona perioculare, zone estremamente vulnerabili. “Non tutti gli occhiali da sole – spiega Ascierto – proteggono davvero: lenti troppo chiare o prive di filtri a norma possono essere controproducenti, poiché inducono la pupilla a dilatarsi lasciando entrare più raggi UV. Scegli la montatura ‘avvolgente’: i modelli laterali più ampi o fascianti impediscono ai raggi riflessi (da sabbia, acqua o asfalto) di insinuarsi dai lati, proteggendo la pelle sottile del contorno occhi dove la crema solare spesso non viene applicata correttamente”.
Il quarto consiglio indica di utilizzare un cappello a tesa larga (almeno 7 cm) per proteggere zone critiche e spesso dimenticate come le orecchie, il cuoio capelluto (specialmente per gli uomini) e la nuca.
Infine, l’ultimo consiglio è quello di cercare nei capi d’abbigliamento l’etichetta UPF: proprio come le creme hanno l’SPF, molti capi tecnici hanno il fattore UPF (Ultraviolet Protection Factor). Un capo UPF 50+ blocca il 98% dei raggi UV, rendendoti virtualmente invulnerabile. Il messaggio della Fondazione Melanoma è chiaro. “La prevenzione non passa solo dalle creme, ma da una consapevolezza maggiore di come “coprirsi” possa essere la prima linea di difesa contro il tumore della pelle più aggressivo”, conclude Ascierto.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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La vitamina D potrebbe aiutare la chemioterapia a funzionare meglio TeatroNaturale.it
Ricercatori in Brasile hanno scoperto che un semplice integratore di vitamina D può aiutare la chemioterapia a lavorare meglio nelle donne con cancro al seno. Lo studio, condotto presso la Botucatu School of Medicine della São Paulo State University (FMB-UNESP), suggerisce che basse dosi di vitamina potrebbero migliorare i risultati del trattamento e potenzialmente servire come opzione più accessibile rispetto a determinati farmaci costosi o difficili da ottenere progettati per migliorare la risposta chemioterapica.
La ricerca, finanziata da FAPESP, comprendeva 80 donne di età superiore ai 45 anni che si preparavano a iniziare il trattamento presso la clinica ambulatoriale oncologica dell'ospedale generale e didattico ("Hospital das Clínicas") presso FMB-UNESP. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi uguali. Un gruppo ha ricevuto una dose giornaliera di 2.000 UI (unità internazionali) di vitamina D, mentre all'altro gruppo sono state somministrate compresse placebo.
Tassi più elevati di scomparsa del cancro
Dopo sei mesi, la differenza tra i due gruppi era notevole. Tra coloro che assumevano vitamina D, il 43% ha sperimentato la completa scomparsa del loro cancro dopo la chemioterapia. In confronto, solo il 24% di quelli del gruppo placebo ha visto lo stesso risultato.
"Anche con un piccolo campione di partecipanti, è stato possibile osservare una differenza significativa nella risposta alla chemioterapia. Inoltre, il dosaggio utilizzato nella ricerca [2.000 UI al giorno] è molto al di sotto della dose target per la correzione della carenza di vitamina D, che di solito è di 50.000 UI a settimana", afferma Eduardo Carvalho-Pessoa, presidente della Società regionale brasiliana di Mastologia di San Paolo e uno degli autori dello studio, pubblicato sulla rivista Nutrition and Cancer.
Ruolo della vitamina D nell'immunità e nella salute
La vitamina D è meglio conosciuta per aiutare il corpo ad assorbire calcio e fosforo, che sono fondamentali per mantenere le ossa forti. Tuttavia, prove crescenti dimostrano che svolge anche un ruolo nella funzione immunitaria, aiutando il corpo a difendersi da infezioni e malattie, incluso il cancro. Molti studi precedenti che esaminano la vitamina D e il cancro si sono concentrati su dosi molto più elevate rispetto a quelle utilizzate in questa ricerca.
Il corpo produce vitamina D principalmente attraverso l'esposizione alla luce solare, e può anche essere ottenuto attraverso alcuni alimenti. Le attuali linee guida raccomandano 600 UI al giorno per la maggior parte degli adulti e 800 UI per gli individui più anziani. L'American Academy of Pediatrics consiglia 400 UI al giorno per i bambini. L'assunzione eccessiva può essere dannosa e può portare a sintomi come vomito, debolezza, dolore osseo e calcoli renali.
Bassi livelli di vitamina D e risposta al trattamento
All'inizio dello studio, la maggior parte dei partecipanti aveva bassi livelli di vitamina D, definiti come meno di 20 nanogrammi per millilitro (ng / mL) di sangue. La Società brasiliana di reumatologia raccomanda di mantenere i livelli compresi tra 40 e 70 ng/mL.
Dove si trova la vitamina D negli alimenti
La vitamina D è un nutriente essenziale per la salute delle ossa, del sistema immunitario e della funzione muscolare. Il nostro organismo la produce principalmente grazie all’esposizione alla luce solare, ma una parte importante può essere assunta anche attraverso l’alimentazione. Tuttavia, gli alimenti che la contengono naturalmente non sono molti.
Le fonti più ricche di vitamina D sono i pesci grassi, come salmone, sgombro, aringa, tonno e sardine. Anche l’olio di fegato di merluzzo ne contiene quantità elevate. Tra gli alimenti di origine animale, il tuorlo d’uovo e il fegato apportano discrete quantità di questa vitamina. Alcuni latticini, come latte, yogurt e burro, possono contenerne piccole dosi, soprattutto se arricchiti industrialmente.
Negli ultimi anni molti prodotti alimentari vengono fortificati con vitamina D per aiutare a prevenire carenze diffuse nella popolazione. È il caso di alcuni cereali per la colazione, bevande vegetali, margarine e latte vaccino. Per chi segue una dieta vegetariana o vegana, i funghi esposti alla luce ultravioletta rappresentano una delle poche fonti naturali disponibili.
Una carenza di vitamina D può favorire fragilità ossea, stanchezza e indebolimento delle difese immunitarie. Per questo è importante associare una dieta equilibrata a una corretta esposizione al sole, soprattutto nei mesi invernali o in presenza di stili di vita molto sedentari e trascorsi prevalentemente in ambienti chiusi.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Negli ospedali dell’Ulss 2 sempre più spazio agli animali: parte il piano “pet friendly” per i pazienti La Piazza Web
La presenza degli animali domestici accanto ai pazienti non è più soltanto un gesto di conforto occasionale, ma sta diventando una componente strutturata del percorso di cura negli ospedali dell’Ulss 2 Marca trevigiana. Un cambio di paradigma che parte da storie personali, come quelle di Elisa Ceschin e Barbara Guerra, e approda a un vero e proprio piano aziendale dedicato agli Interventi Assistiti con Animali.
Elisa, 39 anni di Conegliano, convive da quando era bambina con l’atassia di Friedreich, rara malattia neurodegenerativa che compromette progressivamente la coordinazione. Al suo fianco da dieci anni c’è Pani, un piccolo chihuahua diventato parte integrante della famiglia e della quotidianità, anche durante i ricoveri ospedalieri. Una presenza che, raccontano i familiari, contribuisce in modo concreto a ridurre ansia e stress.
Un’esperienza simile quella vissuta da Barbara Guerra, ricoverata al Ca’ Foncello di Treviso per un intervento oncologico, che ha potuto ricevere in reparto la visita del suo labrador Joy. Due vicende diverse, ma accomunate da un elemento centrale: il ruolo dell’animale come sostegno emotivo nel percorso di cura.
Da questi e altri casi prende forma il nuovo piano dell’Ulss 2, illustrato dalla direzione generale e sanitaria insieme al responsabile del Servizio di Igiene Urbana Veterinaria. L’obiettivo è rendere stabile e regolamentata la presenza degli animali d’affezione in ospedale, ampliando le esperienze già attive di pet therapy e pet visiting.
La novità più significativa riguarda la possibilità, per i pazienti che lo desiderano, di avere accanto il proprio animale anche durante le sedute di chemioterapia. Un progetto sperimentale che richiederà locali dedicati, personale formato e il sostegno di partner esterni attraverso una raccolta fondi.
“L’umanizzazione delle cure non è uno slogan ma una direzione concreta”, ha spiegato il direttore generale dell’Ulss 2, sottolineando come le trasformazioni sociali – famiglie più piccole e crescente solitudine, soprattutto tra gli anziani – rendano gli animali parte integrante del nucleo affettivo.
Il piano prevede anche la creazione di percorsi organizzativi specifici per garantire sicurezza e igiene, oltre a una mappatura dei bisogni territoriali per supportare i pazienti che, durante i ricoveri prolungati, non possono accudire i propri animali.
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Chemioterapia insieme ai propri animali, l'Ulss 2: «Pronti sei mesi di sperimentazione» TrevisoToday
È una sanità sempre più a misura di paziente quella su cui sta lavorando l'Ulss 2 Marca trevigiana. Mercoledì 29 aprile l'azienda sanitaria ha presentato il nuovo piano dedicato alla pet therapy per i malati oncologici.
Il direttore generale Giancarlo Bizzari, insieme alla direttrice sanitaria Maria Caterina De Marco e al responsabile del Servizio di Igiene Urbana Veterinaria, il dottor Massimo Maiorano, hanno illustrato le modalità con cui i pazienti della provincia di Treviso potranno essere accompagnati dai propri animali durante i percorsi di cura. Novità chiave: la possibilità di avere il proprio animale domestico durante le sedute di chemioterapia, oltre che nel corso della degenza ospedaliera. A questo proposito l’Ulss 2 ha lanciato un appello ai privati e alle associazioni animaliste del territorio affinché supportino economicamente l’iniziativa che richiederà la realizzazione di una stanza apposita e un infermiere dedicato per la “pet infusion” in tutti gli ospedali della Marca. L'Ulss 2 ha già definito una specifica procedura interna che disciplina l’accesso degli animali nelle strutture sanitarie, garantendo il rispetto dei più elevati standard di sicurezza e igiene previsti dalle linee guida nazionali. Fondamentale sarà però la collaborazione con le associazioni di volontariato specializzate, che potranno mettere a disposizione operatori certificati e animali addestrati. Lunedì 3 maggio uscirà il bando per le manifestazioni di interesse. A inizio giugno il via ai primi sei mesi di sperimentazione. Il progetto non sarà rivolto solo ai malati oncologici ma anche alle famiglie mononucleo. Si tratta di tutte quelle persone che vivono senza parenti o familiari ma con un animale domestico in caso. Nel momento in cui avranno bisogno di rimanere in ospedale per un periodo di ricovero, questo nuovo progetto garantirà qualcuno che si prenderà cura dei loro animali domestici. Sono già 16 le progettualità di pet therapy attive in diverse realtà ospedaliere (ambito psichiatrico, pediatrico, pediatrico onco-ematologico, riabilitativo) nonché territoriali (RSA) con accessi programmati e periodici. L’obiettivo dell’Ulss 2 è rendere questa possibilità sempre più strutturata, trasformando l’ospedale in un luogo capace di prendersi cura non solo della malattia, ma della persona nella sua interezza.
I COMMENTI
«L’umanizzazione delle cure non è uno slogan, ma una direzione concreta su cui stiamo lavorando ogni giorno - sottolinea il dg Bizzari -. Le famiglie sono radicalmente cambiate: sono sempre meno numerose, gli anziani sono più soli e gli animali da affezione sono parte, a tutti gli effetti, di un nucleo familiare sempre più ristretto. Dobbiamo tenerne conto, soprattutto nei momenti di maggiore fragilità, quando le persone affrontano la malattia. Considerare questi nuovi membri della famiglia significa prendersi cura davvero della persona nella sua interezza. Il progetto che stiamo mettendo a punto darà sistematicità e omogeneità, oltre a un coordinamento unico, alle varie iniziative di Pet therapy e Pet visiting che già vedono nei vari reparti la presenza degli animali d’affezione. Ci auguriamo che associazioni e privati rispondano positivamente all’appello, permettendoci un nuovo, importante passo sulla strada di una sanità sempre più a misura di paziente».
«Il nostro obiettivo è avvicinare la componente sanitaria e quella emozionale per il bene dei nostri pazienti - chiarisce la direttrice sanitaria, Maria Caterina De Marco -. Cerchiamo partner disposti a sostenerci per coprire le spese per il personale. È fondamentale, inoltre, mappare le necessità del territorio, specialmente per le molte famiglie mononucleari per le quali l'animale rappresenta il punto di riferimento affettivo più vicino. Da qui nasce l’esigenza di mettere a terra la seconda progettualità che riguarda proprio i ricoveri prolungati, offrendo una risposta concreta a chi non sa a chi affidare il proprio animale durante il ricovero. Grazie alla collaborazione con il Dipartimento di Prevenzione per la verifica degli ambienti e al supporto del terzo settore, puntiamo a creare una rete di accoglienza per gli animali che resterebbero soli. La volontà e la sensibilità ci sono: crediamo fermamente che il connubio tra cure sanitarie e supporto emozionale sia la chiave per il reale benessere della persona».
«Nel dicembre 2025 abbiamo adottato la Procedura aziendale sugli Interventi Assistiti con gli Animali che ci consente di operare in modo strutturato e sicuro - conclude il dottor Maiorano -. Le attività si articolano in ambito terapeutico, educativo e ludico-ricreativo e sono già presenti in ospedali, RSA, scuole e strutture del territorio grazie anche alla collaborazione con realtà accreditate. Accanto ai progetti organizzati, riconosciamo anche il valore delle situazioni individuali: in alcuni casi la presenza del proprio animale durante il ricovero può contribuire concretamente al benessere psicofisico del paziente, ed è nostro compito accompagnare questi percorsi».
IL PLAUSO DELLA REGIONE
Il presidente Alberto Stefani ha voluto complimentarsi con l'Ulss 2 in una nota ufficiale: «Entrambi i progetti sono fortemente innovativi e permeati dall’attenzione ai sentimenti. Di certo, fare la chemioterapia con vicino il proprio cagnolino crea serenità, così come è un aiuto prezioso far sì che le persone sole o anziane che debbano sottoporsi a un ricovero vedano sistemato il loro amico animale in strutture selezionate e accoglienti in attesa della dimissione. Oltre che con le medicine e le grandi professionalità - conclude Stefani - la malattia si può combattere anche con l’umanità».
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Criteri Critici
Da Palermo svolta contro l'emofilia con l'infusione di terapia genica: trattati solo 50 pazienti al mondo PalermoToday
Per la prima volta a Palermo è stata somministrata una terapia genica in un paziente di 39 anni affetto da emofilia A grave. A livello globale, i pazienti trattati con questa innovativa opzione terapeutica sono attualmente 52. Un risultato reso possibile grazie al lavoro dell’unità operativa complessa di Ematologia del Policlinico Paolo Giaccone, diretta dal professore Sergio Siragusa.
L’Ematologia dell’Aoup, che è centro di riferimento regionale per le coagulopatie congenite e acquisite nel bambino e nell’adulto, si colloca pertanto tra i pochi centri a livello internazionale abilitati alla terapia genica dell’emofilia oltre alle emergenti terapie innovative per i disturbi della coagulazione. Il 18 aprile scorso il paziente, proveniente da fuori regione, ha ricevuto una singola infusione di terapia genica (valoctocogene roxaparvovec), primo trattamento di questo tipo approvato per l’emofilia A.
La terapia è stata somministrata sotto la guida del professore Siragusa, affiancato dalla dottoressa Marta Mattana, la caposala Rosalba Chiaramonte, i medici e personale sanitario dell’unità operativa. Per la preparazione alla terapia, l’assistito ha ricevuto supporto psicologico dalla dottoressa Francesca Mansueto. Attualmente il paziente è in buone condizioni cliniche e non ha presentato complicanze durante né dopo l’infusione. Ha iniziato il follow up con i vari esami ematochimici previsti.
Il professore Siragusa spiega che “la terapia genica rappresenta una potenziale svolta per i pazienti con emofilia A grave in quanto una singola somministrazione può ridurre o eliminare la necessità della profilassi continuativa, con un impatto significativo sulla aspettativa e qualità di vita del paziente”.
La direttrice generale del Policlinico Maria Grazia Furnari sottolinea: “Si tratta di un risultato di straordinaria rilevanza per la nostra azienda ospedaliera universitaria e per l’intero sistema sanitario regionale. Particolarmente significativo è il fatto che il paziente trattato provenisse da fuori regione, configurando un importante caso di mobilità sanitaria attiva, indicativo della crescente capacità attrattiva della nostra struttura e della fiducia riconosciuta anche oltre il territorio regionale. Essere tra i pochi centri autorizzati a livello internazionale conferma l’elevato profilo clinico e scientifico dei nostri professionisti e la capacità della nostra organizzazione di integrare ricerca, innovazione e assistenza. Avere la possibilità di trattare questa patologia, nel rispetto dell’universalità delle cure, è una grande vittoria ma pone questioni importanti in termini di accesso e sostenibilità per i sistemi sanitari”.
L’emofilia A è una malattia genetica ereditaria causata dalla carenza del fattore VIII della coagulazione. Questa condizione comporta una ridotta capacità del sangue di coagulare, con conseguenti episodi di sanguinamento spontaneo o prolungato, soprattutto a livello articolare e muscolare. Tale malattia può determinare emorragie fatali anche in età pediatrica. Negli ultimi anni, la terapia genica si è affermata come una promettente alternativa, con l’obiettivo di correggere alla radice il difetto genetico responsabile della malattia.
Siragusa aggiunge: “Studi clinici hanno dimostrato che una singola somministrazione di terapia genica può portare a una riduzione drastica o addirittura all’eliminazione della necessità di infusioni sostitutive. I benefici potenziali sono notevoli: miglioramento della qualità della vita, riduzione delle complicanze articolari e minore impatto psicologico e sociale della malattia. Tuttavia, la terapia genica presenta ancora alcune sfide. Tra queste, la variabilità della risposta tra i pazienti, la durata dell’effetto nel tempo e la possibile risposta immunitaria contro il vettore virale. Inoltre, non tutti i pazienti sono candidabili. Dal punto di vista della sicurezza - conclude l’ematologo - gli studi finora condotti mostrano un profilo generalmente favorevole, anche se è necessario un monitoraggio a lungo termine per valutare eventuali effetti indesiderati tardivi”.
Il Medcare Hospital di Dubai diventa il primo ospedale al mondo al di fuori degli Stati Uniti a trattare un paziente adulto affetto da atrofia muscolare spinale (SMA) - Business Wire
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Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
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Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Il Medcare Hospital di Dubai diventa il primo ospedale al mondo al di fuori degli Stati Uniti a trattare un paziente adulto affetto da atrofia muscolare spinale (SMA) Business Wire
DUBAI, Emirati Arabi Uniti--(BUSINESS WIRE)--Il Medcare Royal Speciality Hospital (MRSH) di Dubai è diventato il primo ospedale al mondo, al di fuori degli Stati Uniti, a offrire una terapia genica intratecale di recente autorizzazione, Itvisma, a pazienti adulti affetti da atrofia muscolare spinale (SMA). Questo trattamento monodose è stato recentemente somministrato a un paziente egiziano di 22 anni, a cui era stata diagnosticata la malattia a 18 mesi e che ha trascorso gran parte della sua vita su una sedia a rotelle.
Lo scorso anno, Medcare è diventato anche il primo operatore sanitario al mondo a somministrare Itvisma, di recente autorizzazione, a un paziente internazionale di quattro anni affetto da SMA.
La SMA è una rara malattia neuromuscolare che provoca un progressivo indebolimento muscolare e la perdita di mobilità, con conseguenze su attività motoria, respirazione e deglutizione. Finora, i progressi nella terapia genica per l'SMA erano limitati principalmente ai bambini di età inferiore ai due anni. Ora Medcare offre trattamenti per pazienti di età superiore ai due anni grazie alla terapia genica recentemente autorizzata.
Commentando questa terapia avanzata, la Dott.ssa Shanila Laiju, Group CEO di Medcare Hospitals and Medical Centres, ha dichiarato: "Riteniamo che l'estensione della terapia per la SMA agli adulti possa trasformare migliaia di vite in tutto il Medio Oriente e oltre. L'introduzione di Itvisma presso Medcare si basa sul nostro ruolo pionieristico nel trattamento dei pazienti affetti da SMA di età più avanzata, come riconosciuto da Novartis. A livello globale, la SMA colpisce 1 bambino su 10.000 nati vivi, mentre la DMD colpisce 300.000 ragazzi in tutto il mondo. Ad oggi, Medcare ha curato oltre 190 pazienti con SMA e 20 con DMD provenienti da Medio Oriente, Asia ed Europa".
La terapia è stata somministrata da un team multidisciplinare di Medcare, guidato dal Dott. Vivek Mundada, responsabile clinico dell'unità di terapia genica, dal Dott. Sagar Kawale, neurologo per adulti, e dagli specialisti in anestesia Dott.ssa Neha Shahane e Dott. Ardalan Papari.
Il Dott. Vivek Mundada ha dichiarato: "Per anni, non sono state disponibili opzioni di trattamento curativo per i pazienti adulti affetti da SMA. La terapia genica monodose Itvisma agisce introducendo una copia funzionale del gene SMN1 mancante direttamente nel liquido cerebrospinale, affrontando così la causa alla radice. Questo apre nuove prospettive per molti pazienti che prima non avevano alcuna speranza. Il nostro paziente si è recato dall'Egitto a Dubai appositamente per sottoporsi a questa terapia".
Dopo essersi sottoposto al trattamento, il paziente ha dichiarato: "L'esperienza è stata molto positiva e confortevole, senza alcun dolore nella sede dell'iniezione. Sono contento di non dovermi sottoporre a più iniezioni come accadeva in passato".
*Fonte: AETOSWire
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Terapia genica contro l’emofilia A: primo paziente trattato al Policlinico Giaccone insalutenews.it
Prof. Sergio Siragusa
Palermo, 29 aprile 2026 – Per la prima volta a Palermo, presso l’unità operativa complessa di Ematologia del Policlinico “Paolo Giaccone”, diretta dal prof. Sergio Siragusa, è stata somministrata una terapia genica in un paziente di 39 anni affetto da emofilia A grave. A livello globale, i pazienti trattati con questa innovativa opzione terapeutica sono attualmente 52.
L’ematologia dell’AOUP, che è Centro di riferimento regionale per le coagulopatie congenite ed acquisite nel bambino e nell’adulto, si colloca pertanto tra i pochi centri a livello internazionale abilitati alla terapia genica dell’emofilia oltre alle emergenti terapie innovative per i disturbi della coagulazione.
Il 18 aprile scorso il paziente, proveniente da fuori regione, ha ricevuto una singola infusione di terapia genica (valoctocogene roxaparvovec), primo trattamento di questo tipo approvato per l’emofilia A. La terapia è stata somministrata sotto la guida del prof. Siragusa, affiancato dalla dott.ssa Marta Mattana, la caposala dott.ssa Rosalba Chiaramonte, i medici e personale sanitario dell’unità operativa. Per la preparazione alla terapia, l’assistito ha ricevuto supporto psicologico dalla dott.ssa Francesca Mansueto.
Attualmente il paziente è in buone condizioni cliniche e non ha presentato complicanze durante né dopo l’infusione. Ha iniziato il follow up con i vari esami ematochimici previsti.
“La terapia genica – spiega il prof. Siragusa – rappresenta una potenziale svolta per i pazienti con emofilia A grave in quanto una singola somministrazione può ridurre o eliminare la necessità della profilassi continuativa, con un impatto significativo sulla aspettativa e qualità di vita del paziente”.
La Direttrice Generale del Policlinico Maria Grazia Furnari sottolinea: “Si tratta di un risultato di straordinaria rilevanza per la nostra Azienda ospedaliera universitaria e per l’intero sistema sanitario regionale. Particolarmente significativo è il fatto che il paziente trattato provenisse da fuori regione, configurando un importante caso di mobilità sanitaria attiva, indicativo della crescente capacità attrattiva della nostra struttura e della fiducia riconosciuta anche oltre il territorio regionale. Essere tra i pochi centri autorizzati a livello internazionale conferma l’elevato profilo clinico e scientifico dei nostri professionisti e la capacità della nostra organizzazione di integrare ricerca, innovazione e assistenza. Avere la possibilità di trattare questa patologia, nel rispetto dell’universalità delle cure, è una grande vittoria ma pone questioni importanti in termini di accesso e sostenibilità per i sistemi sanitari”.
L’emofilia A è una malattia genetica ereditaria causata dalla carenza del fattore VIII della coagulazione. Questa condizione comporta una ridotta capacità del sangue di coagulare, con conseguenti episodi di sanguinamento spontaneo o prolungato, soprattutto a livello articolare e muscolare. Tale malattia può determinare emorragie fatali anche in età pediatrica. Negli ultimi anni, la terapia genica si è affermata come una promettente alternativa, con l’obiettivo di correggere alla radice il difetto genetico responsabile della malattia.
Siragusa aggiunge: “Studi clinici hanno dimostrato che una singola somministrazione di terapia genica può portare a una riduzione drastica o addirittura all’eliminazione della necessità di infusioni sostitutive. I benefici potenziali sono notevoli: miglioramento della qualità della vita, riduzione delle complicanze articolari e minore impatto psicologico e sociale della malattia. Tuttavia, la terapia genica presenta ancora alcune sfide. Tra queste, la variabilità della risposta tra i pazienti, la durata dell’effetto nel tempo e la possibile risposta immunitaria contro il vettore virale. Inoltre, non tutti i pazienti sono candidabili. Dal punto di vista della sicurezza – conclude l’ematologo – gli studi finora condotti mostrano un profilo generalmente favorevole, anche se è necessario un monitoraggio a lungo termine per valutare eventuali effetti indesiderati tardivi”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
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Tumore al seno, “Equità di cura e più voce alle pazienti” Panorama della Sanità
Dalle disuguaglianze territoriali all’accesso alle terapie innovative, fino al lavoro dopo la malattia: la presidente di Europa Donna Italia, Rosanna D’Antona rilancia le priorità del mandato, puntando su advocacy, Breast Unit e pieno coinvolgimento delle associazioni nei processi decisionali
Presidente D’Antona, Europa Donna Italia esce dalla recente elezione con una governance rinnovata e multidisciplinare: quali saranno le prime priorità operative di questo nuovo direttivo?
È una squadra di cui sono molto orgogliosa. Abbiamo molteplici traguardi da raggiungere insieme per migliorare la qualità della cura e della vita delle pazienti. Le nostre priorità operative sono sicuramente il rafforzamento dell’advocacy per garantire un accesso equo alle cure innovative, ma anche promuovere Breast Unit organizzate in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, dalla prevenzione alla cura, e tutelare la sicurezza del lavoro anche dopo una diagnosi di tumore. Sono obiettivi ambiziosi, mi rendo conto, ma necessari, che richiedono non solo una governance di prim’ordine, ma anche associazioni sempre più unite e capaci di fare rete sul territorio, dove avviene effettivamente la cura. Insieme possiamo arrivare lontano.
Dal vostro osservatorio emerge un ruolo sempre più “istituzionale” delle associazioni di pazienti: come cambia concretamente il vostro peso nei processi decisionali del sistema sanitario? Ci sono ancora ostacoli da superare per il pieno coinvolgimento?
Da circa un decennio le associazioni pazienti hanno acquisito la consapevolezza di essere un interlocutore autorevole nel sistema sanitario, ottenendo un coinvolgimento sempre più strutturato nelle società scientifiche delle patologie rappresentate. Allo stesso tempo si sono anche evolute, hanno cambiato volto: oggi le associazioni sono sempre più competenti e professionali. Questa trasformazione è avvenuta gradualmente nel tempo e si inserisce anche nel solco di un ampio lavoro di formazione che svolgiamo a beneficio delle circa 185 associazioni della nostra rete, allo scopo di rafforzarne la capacità di rappresentanza e rendere sempre più efficace la loro presenza ai tavoli istituzionali regionali, dove vengono prese le decisioni sanitarie. La strada, va detto, resta lunga: in Italia la cultura del patient engagement non è ancora pienamente radicata, ma la Legge di Bilancio 2025, implementando la partecipazione delle organizzazioni di pazienti ai processi decisionali in sanità, ha segnato, a nostro avviso, un passaggio epocale che vedrà i suoi frutti a breve, confidiamo, non appena le disposizioni saranno operative. Stiamo aspettando infatti che il Ministero della Salute emani i criteri per rendere operativo il Registro unico delle associazioni della salute (Ruas), provvedimento atteso da tempo dalle associazioni di pazienti poiché valorizzerà in modo strutturato i nostri contributi nei processi decisionali in materia di salute.
I dati mostrano forti disuguaglianze territoriali, soprattutto sull’organizzazione delle Breast Unit: quanto è ancora lontana l’Italia da un accesso davvero uniforme alle cure?
C’è molta strada da fare. Le Breast Unit, strutture specializzate nella prevenzione e cura del tumore al seno, sono state istituite dal Ministero della Salute nel 2014 e il loro funzionamento è regolato da indicatori di qualità e linee guida definite a livello europeo. A distanza di oltre dieci anni dalla loro istituzione, tuttavia, in alcune Regioni il numero dei centri è insufficiente rispetto alla popolazione, o non pienamente rispondente agli standard di qualità previsti. Constatiamo, inoltre, che le Linee guida delle Breast Unit abbiano bisogno di essere aggiornate: nel tempo sono infatti diventati centrali ambiti inizialmente non pienamente contemplati, ma oggi fondamentali per garantire la qualità complessiva dell’assistenza alle pazienti. Per tali ragioni quest’anno avvieremo una rilevazione per monitorare le attività delle Breast Unit e verificarne il funzionamento. Utilizzeremo le evidenze raccolte per un’azione di advocacy condivisa con le Società Scientifiche, affinché il modello venga pienamente applicato, aggiornato e garantito in modo uniforme in tutte le Regioni italiane.
Accesso equo alle terapie innovative: quali sono oggi le difficoltà principali per le pazienti e cosa chiedete alle istituzioni?
Le principali difficoltà oggi sono legate alle forti disuguaglianze territoriali: a fronte di un Servizio Sanitario Nazionale universalistico, l’organizzazione regionale determina tempi e modalità diverse nell’accesso ai farmaci innovativi. Pur dopo l’autorizzazione di Ema e la negoziazione Aifa, il recepimento dei nuovi farmaci nei prontuari regionali non è uniforme e avviene con tempi diversi da Regione a Regione. Questo crea ritardi nell’accesso alle terapie, che possono essere determinanti nei percorsi di cura, soprattutto quando il fattore tempo è cruciale, come nelle terapie neoadiuvanti. Di fatto, molte pazienti sono ancora costrette a spostarsi tra Regioni per poter accedere tempestivamente alle cure più appropriate. Sono disuguaglianze che, come pazienti e come cittadine, non vorremmo più sentire. Per questo alle istituzioni stiamo chiedendo con forza di ridurre queste disomogeneità garantendo tempi rapidi e uniformi di accesso alle terapie innovative su tutto il territorio nazionale, così da assicurare equità reale di cura indipendentemente dalla Regione di residenza. A proposito di accesso ai farmaci, segnaliamo che Aifa sta mostrando una grande apertura verso le associazioni di pazienti. In particolare, con l’iniziativa “Aifa Ascolta” – alla cui istituzione anche noi abbiamo contribuito – l’Agenzia sta aprendo un filo diretto di dialogo e collaborazione con le associazioni di pazienti. Crediamo che i tempi siano davvero maturi per mettere in atto modelli sanitari più partecipativi e con la nostra rete di associazioni sul territorio siamo pronte a collaborare.
Poi c’è anche il tema della vita dopo la malattia, in particolare il lavoro: quali interventi servono per garantire davvero tutele e reinserimento alle donne dopo una diagnosi di tumore al seno?
Sul tema del rientro al lavoro dopo la malattia c’è una rilevazione recente di Euromedia Reasearch, condotta su 219 pazienti. È stata realizzata nell’ambito del progetto Althea, iniziativa di Afol Metropolitana in partnership con Europa Donna Italia e i Comuni di Città Metropolitana, e ha evidenziato dati significativi: quasi la metà delle donne intervistate (44,8%) non si è sentita tutelata dalle leggi che regolano il mercato del lavoro e il 72,6% giudica insufficiente il livello di informazioni ricevute in merito alle normative e agevolazioni previste per il rientro nel mondo del lavoro.
Emerge con chiarezza da questi numeri la necessità di rafforzare i servizi di accompagnamento al lavoro e punti informativi nei luoghi di cura e nei centri per l’impiego, oggi indicati come interlocutori chiave dal 31,1% delle donne. È inoltre fondamentale fare rete tra istituzioni, ospedali, servizi per il lavoro e associazioni di pazienti, per trasformare le buone pratiche in un sistema stabile di reinserimento e tutela. Siamo tutti chiamati a collaborare per mettere a punto azioni mirate e di supporto. Accanto al percorso terapeutico, la dimensione lavorativa resta infatti centrale: non solo per il recupero dell’autonomia economica, ma anche perché lavorare significa per molte donne ricostruire normalità e identità, tornando alla vita oltre la malattia.
Guardando ai prossimi anni, qual è il risultato concreto che le piacerebbe poter dire di aver raggiunto al termine di questo mandato?
Guardando ai prossimi anni, mi piacerebbe poter dire di aver contribuito a radicare sul territorio la visione che il Professor Umberto Veronesi aveva immaginato a livello europeo. Già nel 1994 aveva intuito quanto fosse fondamentale creare una coalizione capace di far emergere la voce delle pazienti nelle istituzioni internazionali: su questa sua idea è nata Europa Donna, oggi presente in 47 Paesi, anche oltre i confini europei. La sfida dei prossimi anni, però, è soprattutto nazionale e locale. Poiché le politiche sanitarie sono in gran parte definite a livello regionale, il mio obiettivo è che Europa Donna possa contare su referenti qualificate in ogni Regione italiana: figure preparate, riconosciute e autorevoli, capaci di dialogare con le istituzioni sanitarie locali, affinché possano rappresentare i bisogni delle pazienti in tutti i tavoli regionali dove vengono prese le decisioni per la loro salute.