Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
67.8/100
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A
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Criteri Critici
Sepsi, le linee guida internazionali 2026 Medico e paziente
La campagna internazionale contro la sepsi, avviata nei primi anni Duemila con l’obiettivo di ridurre del 25% la mortalità, arriva alla sesta edizione delle linee guida, elaborate congiuntamente da European society of intensive care medicine e Society of critical care medicine, con l’endorsement di 24 società scientifiche internazionali. Il documento è stato redatto da un panel di 69 esperti provenienti da 23 Paesi, con una significativa rappresentanza delle aree a basso e medio reddito.
L’aggiornamento 2026 è stato coordinato dal professor Massimo Antonelli, ordinario di Anestesiologia e rianimazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore del Dipartimento di Emergenza, anestesiologia e terapia intensiva della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma, insieme alla professoressa Hallie Prescott dell’Università del Michigan (Usa). Le nuove indicazioni rafforzano l’importanza della diagnosi precoce, della tempestività terapeutica e della continuità assistenziale, ridefinendo il ruolo dei diversi livelli di cura, dall’emergenza territoriale al follow-up dopo la dimissione.
Medicoepaziente ha approfondito l’argomento con Massimo Antonelli:
Professor Antonelli, le raccomandazioni 2026 ribadiscono antibiotici entro la prima ora e test diagnostici rapidi. Cosa cambia davvero e quali sono le implicazioni organizzative?
La somministrazione di antibiotici entro la prima ora non è una novità assoluta: era già prevista nelle raccomandazioni precedenti. Si basa sull’evidenza che una terapia empirica precoce riduce la mortalità nelle emergenze come sepsi e shock settico. La vera evoluzione riguarda la possibilità di iniziare gli antibiotici già in fase pre-ospedaliera, ad esempio in ambulanza o in eliambulanza quando il trasferimento supera i 60 minuti. Questo approccio è particolarmente rilevante in contesti con grandi distanze dagli ospedali. Parallelamente, i nuovi test diagnostici rapidi di tipo genetico permettono, in poche ore, di identificare il patogeno e i profili di resistenza, consentendo di trasformare rapidamente la terapia empirica in mirata. Tuttavia, costi, organizzazione laboratoristica ed expertise limitano ancora la diffusione di queste tecnologie, soprattutto nei sistemi sanitari con risorse ridotte o forte variabilità territoriale”.
Quali segnali devono allertare il medico di medicina generale nella fase precoce?
I principali campanelli d’allarme sono: febbre associata a confusione mentale, ipotensione, riduzione della diuresi, segni di disidratazione o alterazioni cutanee come marezzature periferiche. Questi elementi indicano possibile ipoperfusione e richiedono un rapido invio in ospedale. Anche strumenti point-of-care, quando disponibili, come lattato capillare o ecografia bedside, possono supportare la valutazione, ma il riconoscimento clinico resta centrale”.
Le nuove indicazioni sottolineano anche la presa in carico oltre l’ospedale. Quali cambiamenti organizzativi sono necessari?
Le linee guida rafforzano il concetto di continuità assistenziale. La gestione della sepsi non termina con la fase acuta. Infatti, molti pazienti presentano sequele fisiche, cognitive e psicologiche, inclusi disturbi compatibili con stress post-traumatico. Serve quindi una filiera riabilitativa strutturata dopo la dimissione, che includa anche il coinvolgimento attivo del medico di medicina generale, chiamato a monitorare fragilità residue e rischio di nuove complicanze”.
Il documento introduce il concetto di de-resuscitazione. Di cosa si tratta e qual è il suo significato clinico?
La de-resuscitazione è un concetto prevalentemente ospedaliero. Nella fase iniziale della sepsi è necessario somministrare grandi quantità di fluidi per correggere l’ipoperfusione e stabilizzare il paziente. Una volta superata la fase critica, però, l’eccesso di liquidi può compromettere la funzionalità degli organi, favorendo edema intestinale, polmonare o cerebrale. Per questo, dopo la stabilizzazione, è opportuno rimuovere gradualmente i fluidi in eccesso mediante diuretici o nei casi più complessi, tecniche di depurazione extracorporea. Diverso è il follow-up territoriale, che riguarda la gestione delle fragilità residue e il rischio di nuove infezioni o riacutizzazioni”.
Qual è il ruolo del medico di medicina generale nel follow-up dei sopravvissuti a sepsi?
“Il medico di famiglia deve conoscere i fattori di rischio che hanno portato alla sepsi, i patogeni responsabili e le eventuali colonizzazioni persistenti. Alcuni pazienti possono rimanere colonizzati da germi multiresistenti e sviluppare nuove infezioni. Il monitoraggio delle fragilità, della funzionalità cognitiva, del recupero motorio e dello stato generale è fondamentale per prevenire ri-ospedalizzazioni e complicanze”.
Qual è, in sintesi, il messaggio delle nuove linee guida per la medicina generale?
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
39.6/100
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Criteri Critici
CAR-T, remissione completa in una paziente con tre rare malattie resistenti alle cure Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi
Roma, 30 aprile 2026 (Agenbio) – Una sola infusione di cellule CAR-T ha portato alla remissione completa di una paziente di 47 anni con tre gravi malattie autoimmuni del sangue, tutte resistenti ai trattamenti. Il caso, riportato sulla rivista Med, mostra il potenziale di queste terapie oltre l’oncologia. La donna soffriva di anemia emolitica autoimmune, trombocitopenia immune e sindrome da anticorpi antifosfolipidi. Queste condizioni erano tutte caratterizzate da un malfunzionamento dei linfociti B, cellule immunitarie che producono anticorpi, ma che in questo caso attaccavano l’organismo stesso. Dopo anni di trattamenti inefficaci, i medici hanno usato le CAR-T therapy, linfociti T modificati per riconoscere e distruggere le cellule B difettose. Questo ha portato a un vero e proprio “reset” del sistema immunitario: eliminate le cellule malate, l’organismo ha iniziato a produrre nuovi linfociti B funzionanti. In poche settimane, i sintomi sono scomparsi, le trasfusioni non sono più state necessarie e, dopo un anno, la paziente è ancora senza segni di malattia. Questa è un’importante prova che apre la strada all’uso delle CAR-T anche nelle malattie autoimmuni più complesse. (Agenbio) Emanuela Birra 9:00
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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54.1/100
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Criteri Critici
Centro di riferimento per la diagnosi e la terapia delle malattie neuromuscolari e neurodegenerat... Policlinico di Milano
Approccio multispecialistico e percorsi personalizzati
Fondato nel 1981 per volontà dell’Ing. Enzo Ferrari e del Prof. Guglielmo Scarlato, il “Centro Dino Ferrari” nasce dalla collaborazione tra l’Università degli Studi di Milano e il Policlinico di Milano. Oggi il Centro è riconosciuto a livello internazionale per la diagnosi e la cura delle malattie neuromuscolari, neurodegenerative e cerebrovascolari, dalla prima infanzia all’età adulta.
L’équipe si avvale di percorsi diagnostico-terapeutici dedicati e di un approccio fortemente multidisciplinare, in collaborazione con gli specialisti della Neuroradiologia, della Neurofisiologia, della Pediatria e Geriatria, della Medicina Nucleare, della Genetica Medica e della Riabilitazione, per garantire al paziente il trattamento più appropriato in base all’età, al profilo clinico e alla presenza di comorbidità. Il Centro opera in stretta collaborazione con Neurologia, Malattie Neuromuscolari e Rare, Malattie Neurodegenerative, il Centro di riferimento “Unità Valutativa Alzheimer”, il Centro di riferimento per il morbo di Parkinson e le malattie extrapiramidali, il Centro di riferimento per la ricerca e la cura della sclerosi multipla e la Stroke Unit del Policlinico.
Laboratori e attività di ricerca
Il Centro conta 12 laboratori e oltre 150 tra medici, ricercatori e personale tecnico specializzato. La Neurologia dispone di un Laboratorio di Biochimica e Genetica, che garantisce diagnostica molecolare di riferimento nazionale e internazionale con analisi di oltre 100 geni associati a malattie neurologiche. In Malattie Neuromuscolari e Rare si fornisce un servizio di diagnostica neuromiopatologica avanzata, con analisi istopatologica, istochimica, immunoistochimica e ultrastrutturale su biopsia muscolare e di nervo periferico. Il Laboratorio di Cellule Staminali Neurali e il Laboratorio Terapie Avanzate Neuromuscolari sono dedicati allo sviluppo di strategie terapeutiche cellulari, geniche e molecolari per le malattie neurodegenerative e neuromuscolari.
L’attività di ricerca, sia di base sia traslazionale, si concentra sulle malattie neurologiche con un approccio che integra clinica, genetica, modelli sperimentali e terapie avanzate. Le piattaforme sperimentali comprendono modelli paziente-specifici basati su cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC), organoidi e assembloidi tridimensionali che riproducono il tessuto cerebrale, del midollo spinale e muscolare dei pazienti, e programmi di terapia genica con vettori adeno-associati (AAV), oligonucleotidi antisenso, editing genomico CRISPR/Cas e terapie a base di microRNA.
Contributo alla scoperta e all'innovazione terapeutica
Il Centro ha contribuito in maniera significativa alla scoperta di meccanismi genetici di malattie neurologiche, tramite l’identificazione di nuovi geni malattia nel campo delle malattie neuromuscolari ereditarie, delle encefalomiopatie mitocondriali, delle malattie del motoneurone e di forme geneticamente determinate di demenza. Parallelamente sono stati validati biomarcatori diagnostici e di progressione nella Malattia di Alzheimer, nella Sclerosi Laterale Amiotrofica, nella Sclerosi Multipla e nella Malattia di Parkinson. I ricercatori sono impegnati nello sviluppo preclinico e nella sperimentazione clinica di nuovi approcci terapeutici, incluse terapie geniche che hanno contribuito a modificare la storia naturale di diverse malattie neurologiche. A testimonianza di questa attività, il Centro ha prodotto circa 500 pubblicazioni scientifiche internazionali negli ultimi anni.
Collaborazioni internazionali e formazione
Il Centro vanta oltre 190 collaborazioni con centri di ricerca nazionali e internazionali, tra cui Columbia University e New York University, Nationwide Children’s Hospital (Columbus, Ohio), Harvard University, Northwestern University (Chicago), Pitié-Salpêtrière (Parigi) e UCL Queen Square Institute of Neurology (Londra). Partecipa alla rete ERN EURO-NMD (European Reference Network on Neuromuscular Diseases) ed è presente nello Scientific Advisory Board di SMA Europe. La formazione dei giovani ricercatori è parte integrante della missione del Centro, con il supporto di percorsi formativi nei più prestigiosi istituti scientifici mondiali.
Il ruolo dell’Associazione “Centro Dino Ferrari”
L’Associazione “Centro Dino Ferrari” ETS, nata nel 1984 per volontà dell’Ing Enzo Ferrari, con la presidenza onoraria dell’Ing. Piero Ferrari, supporta l’attività sia di ricerca scientifica sia di diagnostica clinica del Centro, attraverso un contributo fondamentale volto ad accelerare la validazione di progetti innovativi nell’ambito delle malattie neurologiche, neuromuscolari e rare. Grazie al sostegno dell’Associazione è stato possibile potenziare i laboratori, dotarli di apparecchiature scientifiche avanzate e istituire borse di studio che hanno permesso a giovani ricercatori di completare la propria formazione presso i più qualificati istituti scientifici internazionali.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Criteri Critici
Prevenzione del melanoma, 5 regole su come vestirsi per proteggere la pelle Dica33
30 aprile 2026
Aggiornamenti e focus
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Quando mettiamo la crema solare ci sentiamo al sicuro. Ma tre nuovi studi internazionali - pubblicati su Cancer Research, Cancers e Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention - raccontano una storia diversa: i filtri solari, usati senza le giuste precauzioni, possono dare un falso senso di protezione, spingendo le persone a esporsi al sole più a lungo di quanto farebbero altrimenti. Negli ultimi anni, in Italia, i casi di melanoma sono più che raddoppiati: da 6.000 nel 2004 a circa 15.000 oggi. In occasione della Giornata Nazionale per la Prevenzione del Melanoma del 2 maggio, la Fondazione Melanoma lancia la campagna "Vestiti di Prevenzione" con un messaggio preciso: il primo vero scudo contro il tumore della pelle più aggressivo è l'abbigliamento.
Il melanoma in Italia: un problema in crescita
Il melanoma è il tumore cutaneo più aggressivo. In Italia i casi sono aumentati in modo costante negli ultimi decenni, passando da circa 6.000 diagnosi nel 2004 a quasi 15.000 oggi. L'invecchiamento della popolazione spiega in parte questa crescita, ma non è il fattore principale.
«Quasi 9 casi su 10 sono legati all'eccessiva esposizione ai raggi UV», spiega Paolo Ascierto, professore ordinario di Oncologia all'Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus. «Scottarsi anche solo una volta ogni due anni può triplicare il rischio di melanoma».
E il pericolo non è limitato alle giornate afose di luglio: i raggi UV possono danneggiare la pelle da metà marzo a metà ottobre, anche con il cielo nuvoloso o temperature fresche.
Il paradosso della crema solare
La crema solare è utile ma non è sufficiente, e in alcuni casi può addirittura diventare parte del problema. I ricercatori della McGill University hanno descritto quello che chiamano il "paradosso della crema solare": chi usa i filtri protettivi tende a sentirsi al sicuro e a prolungare l'esposizione al sole, spesso senza applicare il prodotto in quantità adeguata o rinnovarlo dopo il bagno o la sudorazione.
Uno studio pubblicato sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, basato sui dati della Biobank del Regno Unito, ha prodotto un dato sorprendente: l'uso di creme solari era associato a un rischio più che doppio di sviluppare il cancro della pelle. Non perché la crema faccia male, ma perché chi si espone di più al sole tende a non usarla in quantità adeguata.
«La crema solare è fondamentale, ma non è una licenza di arrostirsi», chiarisce Ascierto. «La maggior parte delle persone non ne applica una quantità sufficiente o rimane esposta ai raggi UV per ore dopo la prima applicazione. L'abbigliamento, invece, non scade, non si lava via col sudore e offre una protezione fisica costante».
Dimmi come ti vesti e ti dirò dove rischi
C'è un dato che colpisce: la localizzazione del melanoma sul corpo non è casuale, ma riflette le abitudini di abbigliamento. Un'analisi della Cancer Research UK mostra una netta differenza di genere. Negli uomini, circa il 40% dei melanomi viene diagnosticato sul dorso (schiena, petto e addome), sulle zone che restano scoperte quando si sta a torso nudo. Nelle donne, invece, più di un terzo dei casi (35%) riguarda le gambe, molto più esposte indossando con gonne e pantaloncini.
«C'è una correlazione diretta tra le abitudini sociali nell'abbigliamento e la localizzazione del tumore», conferma Ascierto. Un meccanismo semplice, ma con implicazioni pratiche immediate.
5 regole per un guardaroba anti-melanoma
1. Coprire senza soffocare
La scelta più efficace non è necessariamente quella più scomoda. Camicie a maniche lunghe in lino o cotone leggero, pantaloni lunghi dal taglio fluido: permettono alla pelle di traspirare meglio dell'esposizione diretta al sole, che aumenta la temperatura corporea e il rischio di scottature.
2. I colori scuri proteggono di più
Il bianco e i toni pastello lasciano passare più raggi UV rispetto ai colori scuri o vivaci. Nero, blu navy e rosso intenso assorbono meglio le radiazioni, impedendo loro di raggiungere la pelle.
3. Occhiali con montatura avvolgente
Gli occhi e la zona perioculare sono estremamente vulnerabili, ma spesso trascurati. Non tutti gli occhiali da sole proteggono davvero: lenti troppo chiare o senza filtri certificati possono indurre la pupilla a dilatarsi, aumentando l'esposizione. I modelli con montatura "avvolgente", più ampi ai lati, proteggono anche dalla luce riflessa da sabbia, acqua e asfalto, e coprono la pelle del contorno occhi dove la crema raramente viene applicata con precisione.
4. Il cappello con la tesa larga
Una tesa di almeno 7 centimetri protegge orecchie, nuca e cuoio capelluto, zone ad alto rischio spesso dimenticate. Per gli uomini con capelli radi o capelli corti, il cuoio capelluto è una delle sedi più esposte.
5. Cerca l'etichetta UPF
Come le creme solari hanno l'SPF, molti capi tecnici riportano il fattore UPF (Ultraviolet Protection Factor). Un capo UPF 50+ blocca il 98% dei raggi UV, offrendo una protezione paragonabile a quella di un filtro solare ad alta protezione, senza doverlo riapplicare.
La crema solare: come usarla davvero bene
Nonostante quanto detto, la crema solare resta uno strumento fondamentale, a patto di usarla correttamente. Ciò significa applicarla in quantità generosa su tutte le zone esposte, rinnovarla ogni due ore e dopo ogni bagno o sudorazione intensa, e non affidarsi a lei come unica misura di protezione. Filtro alto (SPF 50 o superiore) per le pelli chiare, per i bambini e per chi trascorre molte ore all'aperto.
La crema solare protegge davvero dal melanoma? Sì, ma da sola non basta. Gli studi evidenziano che i filtri solari, usati senza altre precauzioni, possono creare un falso senso di sicurezza. L'abbigliamento offre una protezione fisica costante che la crema, spesso applicata in quantità insufficiente, non riesce a garantire. Dove si sviluppa più spesso il melanoma? Dipende dalle abitudini di abbigliamento. Negli uomini circa il 40% dei melanomi compare su schiena, petto e addome; nelle donne più di un terzo dei casi riguarda le gambe. I raggi UV colpiscono dove la pelle è esposta. Quali colori di abbigliamento proteggono di più dal sole? I colori scuri e vivaci - nero, blu navy, rosso intenso - assorbono meglio i raggi UV rispetto ai toni chiari e pastello. Il bianco, contrariamente a quanto si pensa, protegge meno. Cos'è il fattore UPF nei vestiti? È l'equivalente tessile dell'SPF delle creme solari. Indica la capacità del tessuto di bloccare i raggi UV. Un capo UPF 50+ blocca il 98% delle radiazioni, offrendo una protezione paragonabile a un filtro solare ad alta protezione. I raggi UV fanno male anche con le nuvole? Sì, i raggi UV possono essere sufficientemente intensi da danneggiare la pelle da metà marzo a metà ottobre, indipendentemente dalla presenza di nuvole o dalla temperatura percepita. Le scottature in montagna o nelle giornate coperte sono più comuni di quanto si pensi. Ogni quanto bisogna riapplicare la crema solare? Ogni due ore, e immediatamente dopo ogni bagno o sudorazione intensa. La quantità conta quanto la frequenza: la maggior parte delle persone applica meno della metà della dose raccomandata, riducendo significativamente l'efficacia del prodotto.
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Chemioterapia con "Fido": il progetto pilota passa anche dal Veneto TViWeb
Degenza in ospedale con il cane accanto e anche nelle sedute di chemioterapia. E’ la nuova possibilità introdotta dall’azienda sanitaria Ulss 2 di Treviso attraverso un piano che rende strutturato un percorso avviato da anni. A illustrarne le caratteristiche sono stati ieri il direttore generale, Giancarlo Bizzari, il direttore sanitario, Maria Caterina De Marco, e il responsabile del Servizio di Igiene urbana veterinaria del Dipartimento di prevenzione, Massimo Maiorano.
Il piano sarà rivolto a tutti i pazienti che desiderano essere accompagnati dai propri animali d’affezione – non necessariamente cani – durante il percorso di cura, con la possibilità di chiederne la presenza anche durante le sedute di chemioterapia, oltre che nel corso della degenza. A questo proposito l’Ulss 2 lancerà un appello ai privati affinché supportino economicamente l’iniziativa, che richiede un locale e un infermiere dedicati durante la ‘pet infusion’.
“L’umanizzazione delle cure non è uno slogan – sottolinea Bizzari – ma una direzione concreta su cui stiamo lavorando ogni giorno. Le famiglie sono radicalmente cambiate: sono sempre meno numerose, gli anziani sono più soli e gli animali da affezione sono parte, a tutti gli effetti, di un nucleo familiare sempre più ristretto. Dobbiamo tenerne conto, soprattutto nei momenti di maggiore fragilità, quando le persone affrontano la malattia.
Si tratta di un progetto sperimentale – chiude – per finanziare il quale lanceremo un bando per la raccolta fondi e ci auguriamo che associazioni e privati rispondano positivamente all’appello”. ANSA VENETO
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Criteri Critici
I pazienti oncologici dell'Algarve dicono "no" alle cure in Spagna Portugal Resident
Il movimento dei malati di cancro promette di organizzare veglie davanti ai municipi dell'Algarve.
Il consiglio di amministrazione dell' Centro ospedaliero universitario dell'Algarve (CHUA) è di nuovo sotto i riflettori dopo il suo controverso scambio di persona all'obitorio il che ha portato il consiglio a offrire le proprie dimissioni.
Ora, i malati di cancro in Algarve chiedono che il consiglio di amministrazione porti a termine le sue dimissioni dopo un La gara internazionale per i servizi di radioterapia dell'Algarve è stata vinta da un'azienda spagnola., costringendo i pazienti a Per recarsi a Siviglia per sottoporsi a un trattamento di radioterapia, bisogna percorrere circa 400 km (andata e ritorno).
Infatti, il Movimento in difesa dei malati di cancro dell'Algarve ha promesso di organizzare veglie davanti ai municipi in tutto l'Algarve in segno di protesta contro “Tentativo da parte delle autorità politiche e sanitarie regionali di minimizzare questo argomento.”
L'annuncio giunge dopo la "mancanza di risposta" ricevuta dal movimento in seguito alla richiesta al consiglio di amministrazione del CHUA di annullare la gara d'appalto pubblica per il servizio di radioterapia praticamente inesistente nella regione.
A causa della mancanza di una risposta su un “una decisione infelice e incomprensibile”, il movimento ha chiesto al consiglio di amministrazione della CHUA di “Dimettiti immediatamente.”
Nel mese di ottobre, il direttore clinico del CHUA Horácio Guerreiro ha dichiarato all'agenzia di stampa Lusa che il L'Algarve non dispone delle attrezzature necessarie per effettuare tutti i trattamenti e le diagnosi oncologiche necessarie., il che costringe i pazienti a recarsi a Lisbona, Coimbra o persino a Huelva e Siviglia, in Spagna, per ricevere cure.
Una gara d'appalto internazionale indetta da CHUA per trattamenti di radioterapia in Algarve ha attirato due offerte: una portoghese e una spagnola, quest'ultima presentata da un'azienda "prestigiosa in questo settore clinico, che ha offerto garanzie di qualità medica a un prezzo inferiore rispetto all'altro offerente".
L'appalto è stato vinto dalla società spagnola, che vede i pazienti costretti a recarsi all'estero per ricevere cure.
Guerreiro, tuttavia, ha sottolineato che il trasporto tramite ambulanza è fornito dalla società, che effettua i trattamenti in un "ambiente ospedaliero, con ricovero e cure intensive di eccellenza forniti, se necessario.”
Il direttore clinico ha inoltre minimizzato la distanza di 200 km tra Faro e Siviglia, affermando che "non rappresenta un problema per i pazienti" poiché le loro "condizioni vengono valutate preventivamente".
Secondo il movimento, l'ultima controversia del CHUA, che ha visto la cremazione del corpo sbagliato all'ospedale Faro il 3 novembre, è servita solo a “Ha aggravato la mancanza di fiducia in questo consiglio di amministrazione.”
Il ministro della Salute Manuel Pizarro ha definito l'incidente dello scambio di cadaveri all'ospedale di Faro "assolutamente deplorevole", ma ha anche affermato che attenderà i risultati dell'inchiesta avviata prima di prendere una decisione sul futuro del consiglio di amministrazione.
By Michele Bruxo
[email protected]
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Criteri Critici
“Bibliocura”, la terapia continua tra le pagine La Nazione
EMPOLINon basta un clic per trovare risposte – spesso contraddittorie, talvolta fuorvianti – . Orientarsi tra le informazioni sulla salute è sempre più difficile. Eppure, proprio da qui nasce un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: tornare al libro. Un libro come strumento affidabile, selezionato, "prescritto". Ma soprattutto attendibile. Non è la biblioterapia delle piccole farmacie letterarie, dove è il contenuto a nutrire l’anima: qui è l’informazione corretta e validata, a diventare parte della cura. Si chiama "Bibliocura – la terapia continua tra le pagine" ed è il progetto di welfare culturale promosso dalla Biblioteca comunale Renato Fucini insieme all’Azienda Usl Toscana Centro e alla Società della Salute Empolese Valdarno Valdelsa. Un’iniziativa realizzata con il contributo del Consiglio regionale della Toscana per promuovere la lettura quale strumento di benessere, prevenzione e informazione sanitaria.
L’idea di fondo è chiara: accanto alla terapia tradizionale, il medico può indicare anche una lettura. Non un romanzo qualsiasi, ma una bibliografia costruita insieme da bibliotecari e specialisti sulla base di evidenze scientifiche. "Nel mondo di oggi – ha sottolineato il vicesindaco di Empoli Nedo Mennuti – le informazioni si cercano online, ma non sempre sono corrette. Questo progetto ci aiuta a riconoscere fonti affidabili: è un servizio non solo utile, ma indispensabile".
Non si tratta solo di leggere per stare meglio, ma di leggere per capire meglio. Perché, come ha evidenziato l’assessora alla qualità della vita Laura Mannucci, "la salute non è solo assenza di malattia, ma benessere fisico, mentale e culturale. E oggi il vero nodo è proprio la qualità delle informazioni che riceviamo". In un contesto in cui social, passaparola e influencer contribuiscono a creare confusione, anche gli operatori sanitari faticano a trasmettere contenuti corretti e consapevoli. "Con Bibliocura – ha spiegato l’assessore alla cultura Matteo Bensi – il nostro territorio ha saputo proporre un modello multidisciplinare, in cui anche il bisogno di nutrimento culturale diventa parte della cura. Le biblioteche di Empoli sono le prime in Italia a presentare un progetto così ambizioso, qualificato dalla rete dei partner e dalla meticolosità di bibliotecari che hanno curato la scelta di tutti i libri proposti".
Come ha ricordato il direttore della biblioteca Carlo Ghilli, è il risultato di un lavoro lungo anni e si ispira a esperienze già avviate in Gran Bretagna. "Non era mai stato tentato in Italia un sistema che mettesse insieme informazione bibliografica certificata, contenuti web selezionati e azione terapeutica. Si punta a contrastare la disinformazione sanitaria offrendo ai cittadini letture per affrontare temi come ansia, depressione lieve, dietologia, puericultura. I terapeuti possono prescrivere i libri come supporto clinico o percorso di auto-aiuto". "Il medico – ha concluso la direttrice sanitaria del presidio ospedaliero San Giuseppe, Francesca Bellini – potrà affiancare alla terapia anche una lettura mirata, personalizzata sul paziente. Non solo un dosaggio, quindi, ma anche un percorso di conoscenza e consapevolezza che accompagna la persona anche fuori dall’ospedale".
Ylenia Cecchetti
Animali in ospedale, il piano dell'Usl per permettere ai pazienti di trascorrere il ricovero con il proprio amico a 4 zampe. Le storie... - Il Gazzettino
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Animali in ospedale, il piano dell'Usl per permettere ai pazienti di trascorrere il ricovero con il proprio amico a 4 zampe. Le storie... Il Gazzettino
TREVISO - «La vedo più tranquilla, più in pace. La possibilità di avere accanto il suo amato cagnolino mentre è in ospedale le dà serenità. Pani rappresenta, per lei, una presenza indispensabile, fa parte della famiglia». Con queste parole Daniela, mamma di Elisa Ceschin, racconta il valore della presenza dell’adorabile chihuahua che fa compagnia alla figlia anche durante il ricovero. Elisa, di Conegliano e nota assieme alla famiglia per le attività di sensibilizzazione cui nel tempo si sono dedicati, convive dall’età di 6 anni con l’atassia di Friedreich, una rara malattia genetica neurodegenerativa che compromette progressivamente la coordinazione muscolare. Accanto a lei, da dieci anni, c’è la dolcissima Pani, scelta “per amore a prima vista” e diventata un punto di riferimento costante. Anche nella stanza dell’ospedale di Conegliano, dove Elisa è ricoverata, Pani non cambia abitudini: ogni giorno, alle 16, la va a trovare e resta accoccolata accanto a lei, contribuendo a darle serenità e forza nei momenti più difficili. Non riesco a stare senza di lei - dice Elisa con la sua piccola cagnolina in mano -. Mi aiuta ad affrontare la malattia e mi fa stare bene».
Il caso di Elisa arriva a pochi giorni da quello di Barbara Guerra, ricoverata in Chirurgia 1 al Ca’ Foncello per un intervento oncologico, che ha potuto ricevere in reparto la visita del proprio labrador Joy. Due storie diverse, ma unite da un elemento comune: il valore profondo del legame tra persona e animale nel percorso di cura.
Affrontare la malattia assieme ai propri animali. È questo il piano che l’Usl che ha in mente per fare in modo che i pazienti ricoverati nel lungo periodo, possano stare in compagnia dei loro amici a quattro zampe. I due casi degli ultimi mesi hanno sollevato i pazienti dal dolore delle cure. «Questo ci ha indotto a fare un pensiero strutturato - spiega il direttore generale Giancarlo Bizzarri - vogliamo affrontare a livello aziendale la questione, delineando un piano per gli interventi assistiti con gli animali». Il Piano sarà rivolto a tutti i pazienti che desiderano essere accompagnati dai propri animali durante il percorso di cura. Con un’importante novità: la possibilità di chiedere la presenza del proprio animale d’affezione anche durante le sedute di chemioterapia, oltre che nel corso della degenza. A questo proposito l’Ulss 2 lancerà un appello ai privati affinché supportino economicamente quest’iniziativa che richiede un locale e un infermiere dedicati durante la “pet infusion”. Dal prossimo lunedì, uscirà un bando dedicato alle associazioni animaliste, che intendano supportare il progetto con fondi e personale specializzato in questo primo periodo di sperimentazione del progetto, che durerà sei mesi. Per comprendere le disponibilità ma soprattutto le richieste. Che attualmente ci sono e sono in crescita.
LE RICHIESTE
C’è già una paziente oncologica proveniente dall’asolano che ha chiesto all’azienda sanitaria di poter trascorrere il periodo di degenza con il proprio cane. «I benefici sono molti nel rispetto di quello che è l’animale, che però deve avere determinate condizioni e situazioni», specifica Bizzarri. Nel caso dei pazienti oncologici, infatti, «i locali a volte non consentono l’attività assistita degli animali ma servono condizioni logistiche e tecniche particolari». L’Usl ha così adottato delle specifiche pratiche per avviare le due attività sperimentali, sia per i pazienti oncologici che per le famiglie mononucleo. «Abbiamo visto che la presenza di animali domestici aiutano il paziente a superare lo stress e il sentimento negativo del paziente oncologico quando si avvicina alla chemioterapia - spiega la direttrice sanitaria Maria Caterina De Marco -. Noi vorremo identificare dei locali dedicati con personale dedicato: alle associazioni animaliste e volontariato chiediamo se ci vogliono supportare con dei fondi dedicati per pagare il nostro personale fuori dall’orario di servizio». La sperimentazione di questa attività inizierebbe nel mese di giugno. Così come quella della famiglie mononucleo. «Sono sempre di più quelle che hanno l’animale e anche per loro rappresenta il legame affettivo più vicino - continua De Marco -. In questo caso, potrebbe esserci la possibilità che la persona che necessità di un ricovero prolungato che magari non sa a chi lasciare il proprio animale domestico. Vorremo un supporto da parte delle associazioni per favorire l’allocazione degli animali che magari rimangono da soli durante il periodo della degenza».
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Melanoma Day, teledermatologia in farmacia: quasi una diagnosi su tre riguarda i nei Farmacista33
Telemedicina
Telemedicina
30 Aprile 2026
Melanoma Day, teledermatologia in farmacia: quasi una diagnosi su tre riguarda i nei Dati di teledermatologia indicano che la maggior parte delle valutazioni dermatologiche può essere gestita direttamente in farmacia, mentre una quota limitata viene indirizzata allo specialista. I nei rappresentano la diagnosi più frequente e il melanoma il 4,2% dei casi. di Redazione Farmacista33
La teledermatologia in farmacia consente di gestire direttamente la maggior parte delle richieste dermatologiche, con oltre il 90% dei casi che trova una risposta senza necessità di invio immediato allo specialista. È quanto emerge dai dati raccolti nell’ambito di un servizio di teledermatologia diffusi da MedEA Telemedicina società che gestisce servizi di telemedicina utilizzati anche da farmacie, in occasione del Melanoma Day, in programma sabato 2 maggio 2026.
Tra oltre 122.000 diagnosi dermatologiche effettuate, le condizioni più frequentemente rilevate sono i nevi (32,9%), seguiti da dermatiti (18%), cheratosi (14,4%) ed eczemi (10,1%). Il melanoma rappresenta il 4,2% delle diagnosi e il carcinoma cutaneo il 2,8%. Percentuali che, in termini assoluti, indicano un numero significativo di casi per i quali la diagnosi precoce può risultare determinante.
Invio mirato allo specialista
Secondo i dati disponibili, il 93% dei pazienti riceve una risposta direttamente attraverso il servizio di teledermatologia in farmacia, mentre il 7% viene indirizzato a una visita specialistica in presenza. Il modello consente quindi di effettuare una prima valutazione rapida e di individuare i casi che richiedono approfondimenti clinici.
Il servizio di teledermatologia, attivo da oltre cinque anni, ha gestito finora 524.322 immagini dermoscopiche e 122.824 diagnosi certificate, tutte validate da dermatologi. Complessivamente sono stati coinvolti 39.744 pazienti unici attraverso una rete di 1.523 strutture, tra farmacie e altri presidi sanitari. Numeri che indicano una progressiva integrazione di questi strumenti nei percorsi di prevenzione e presa in carico sul territorio, con la farmacia che si conferma punto di accesso di prossimità per la valutazione iniziale dei disturbi cutanei.
Diagnosi precoce, il dato territoriale: tumori cutanei nel 12% degli esami
L’esperienza sul territorio conferma il valore della valutazione precoce. In alcune realtà operative, circa il 12% degli esami effettuati ha evidenziato la presenza di tumori cutanei, tra cui melanoma e carcinomi. Un dato che, pur riferito a contesti specifici, evidenzia come la disponibilità di strumenti di screening accessibili possa contribuire a individuare tempestivamente le lesioni sospette e ad avviare rapidamente il paziente verso lo specialista.
Intelligenza artificiale come supporto, non sostituzione del giudizio clinico
Nel percorso diagnostico, l’intelligenza artificiale viene utilizzata come strumento di supporto per l’analisi delle immagini e per il confronto nei follow-up, ma la diagnosi resta di competenza del medico. L’AI, quindi, supporta il triage e il monitoraggio nel tempo, senza sostituire la valutazione clinica del dermatologo.
In questa prospettiva, la teledermatologia si configura come uno strumento di primo livello per favorire l’accesso alla prevenzione e supportare la diagnosi precoce delle patologie cutanee, mantenendo centrale il ruolo dello specialista nella definizione del percorso diagnostico e terapeutico.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
62.2/100
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Criteri Critici
La vitamina D aumenta il tasso di risposta completa alla chemioterapia nel cancro al seno Mix Vale
Pesquisadores di Universidade Estadual Paulista ha scoperto che le donne con cancro al seno che assumevano un integratore quotidiano di vitamina D avevano un tasso di successo del trattamento più elevato del 79% rispetto a quelle che non assumevano il nutriente. Lo studio, effettuato presso Faculdade di Medicina di Botucatu e finanziato da Fundação di Amparo a Pesquisa di Estado di São Paulo (FAPESP), ha seguito 80 donne sottoposte a chemioterapia neoadiuvante. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Nutrition e Cancer e suggeriscono che un approccio semplice e accessibile può trasformare le risposte al trattamento del cancro.
La ricerca rappresenta un progresso significativo nelle strategie di potenziamento della chemioterapia. La vitamina D, un nutriente essenziale anche per l’assorbimento del calcio e la salute del sistema immunitario, ha dimostrato di essere in grado di amplificare l’efficacia del trattamento convenzionale. La scoperta acquista particolare rilevanza considerando il costo ridotto dell’integratore rispetto a farmaci simili sviluppati per lo stesso scopo, molti dei quali non fanno parte del portafoglio Sistema Único e Saúde.
Resultados che sorprende i ricercatori
Delle donne che hanno ricevuto una dose giornaliera di 2.000 unità internazionali (UI) di vitamina D, il 43% ha avuto la completa scomparsa del cancro dopo la chemioterapia. Nel gruppo placebo, solo il 24% ha raggiunto la remissione completa. La differenza di 19 punti percentuali consolida l’ipotesi degli scienziati secondo cui la sostanza nutritiva funziona come un potenziatore silenzioso della chemioterapia. Eduardo Carvalho-Pessoa, presidente di Sociedade Brasileira di Mastologia di Região di São Paulo e uno degli autori dello studio, sottolinea l’entità del risultato.
“Anche con un piccolo campione di partecipanti è stato possibile osservare una differenza significativa nella risposta alla chemioterapia”, spiega Carvalho-Pessoa. Il dosaggio utilizzato nella ricerca rimane notevolmente al di sotto del limite raccomandato per correggere la carenza. Enquanto nello studio sono state utilizzate 2.000 UI al giorno, il protocollo convenzionale per ripristinare livelli adeguati raccomanda 50.000 UI a settimana. Esse infatti intensifica il valore della scoperta: risultati potenti con quantità minime di integratore.
I partecipanti a Todas avevano più di 45 anni e hanno ricevuto cure presso l’ambulatorio oncologico di Hospital di Clínicas presso FMB-UNESP. Le donne sono state divise in due gruppi con distribuzione equilibrata, garantendo rigore metodologico. La ricerca ha seguito ciascun partecipante durante sei mesi di trattamento neoadiuvante, un protocollo somministrato prima dell’intervento chirurgico per ridurre i tumori e facilitarne la rimozione.
vitamina D, stetoscopio – Dmitry Demidovich/shutterstock.com
L’ampio ruolo della vitamina D nel corpo
La vitamina D trascende la sua funzione classica di favorire l’assorbimento di calcio e fosforo, nutrienti fondamentali per il mantenimento delle ossa. Evidências Crescenti evidenze scientifiche dimostrano un ruolo cruciale nella funzione immunitaria, consentendo all’organismo di difendersi da infezioni e malattie croniche, comprese le neoplasie. Il sistema immunitario rafforzato dalla vitamina D sembra riconoscere e combattere le cellule tumorali in modo più efficace se associato alla chemioterapia convenzionale.
Muitos Studi precedenti che hanno studiato la vitamina D e il cancro si sono concentrati su dosaggi molto più alti di quelli utilizzati in questa ricerca. Il nuovo lavoro apre una prospettiva diversa dimostrando l’efficacia con quantità ridotte. La scoperta di Esse semplifica l’implementazione clinica e riduce i rischi di tossicità dovuti all’eccesso di vitamina D, un effetto avverso documentato a dosi molto elevate.
Il corpo sintetizza la vitamina D principalmente attraverso l’esposizione alla radiazione solare ultravioletta. Alimentos come pesce grasso, tuorli d’uovo e latticini arricchiti completano questa produzione endogena. Le linee guida nutrizionali internazionali raccomandano un apporto minimo di 600 UI al giorno per gli adulti e 800 UI per gli anziani. Academia Americana di Pediatria consiglia 400 UI al giorno per i neonati. Le quantità di Essas garantiscono livelli ematici adeguati senza rischio di tossicità. Un Ingestão eccessivo provoca sintomi fastidiosi:
Náuseas e vomito persistente
Fraqueza muscoli e affaticamento
Osso generalizzato Dor
Formação di calcoli renali
Hipercalcemia con complicazioni cardiache
Deficiência diffuso tra i malati di cancro
All’inizio del follow-up, la stragrande maggioranza dei partecipanti aveva livelli insufficienti di vitamina D, definiti come inferiori a 20 nanogrammi per millilitro (ng/mL) di sangue. Sociedade Brasileira di Reumatologia consiglia di mantenere i livelli ematici tra 40 e 70 ng/ml per una salute ottimale. Il deficit basale di Essa rappresenta un fattore aggravante in ambito oncologico, compromettendo la risposta immunologica già indebolita dalla neoplasia e dal suo trattamento aggressivo.
Con l’integrazione sistematica durante i sei mesi di chemioterapia, i livelli di vitamina D sono aumentati progressivamente nei membri del gruppo di intervento. Il graduale recupero di Essa dei livelli circolanti è correlato a migliori risposte terapeutiche. Carvalho-Pessoa spiega il meccanismo: “Con l’integrazione, i livelli sono aumentati durante il trattamento chemioterapico, il che rafforza un possibile contributo al recupero dei pazienti”. Il ripristino di livelli adeguati ha consentito al sistema immunitario di funzionare al massimo potenziale, sincronizzato con l’aggressione chimica contro le cellule tumorali.
Acessibilidade rispetto ai farmaci convenzionali
La vitamina D emerge come un’opzione notevolmente più accessibile rispetto ad altri farmaci sviluppati per uno scopo simile. Gli agenti immunopotenzianti Alguns costano migliaia di reais per ciclo di trattamento e spesso non sono inclusi nell’elenco dei farmaci offerti da Sistema Único e Saúde. Le popolazioni Pacientes a basso reddito devono affrontare barriere finanziarie insormontabili per accedere alle terapie complementari convenzionali.
Gli integratori di vitamina D costano una frazione del prezzo di questi farmaci sofisticati. Una scatola con 30 compresse da 2.000 UI costa circa dai 30 ai 50 reais nelle farmacie brasiliane. La fattibilità economica di Essa apre straordinarie possibilità per espandere l’accesso al miglioramento delle strategie terapeutiche nei sistemi sanitari con budget limitati. Carvalho-Pessoa sottolinea questo vantaggio: “La vitamina D è un’opzione accessibile ed economica rispetto ad altri farmaci utilizzati per migliorare la risposta alla chemioterapia, alcuni dei quali non sono nemmeno nell’elenco dei SUS”.
Limitações e percorsi futuri
I ricercatori riconoscono che il campione di 80 donne, pur dimostrando una differenza statisticamente significativa, rimane troppo piccolo per trarre conclusioni definitive. Un ulteriore progetto Estudos con centinaia di partecipanti convaliderà i risultati preliminari e chiarirà i meccanismi biologici attraverso i quali la vitamina D potenzia la chemioterapia. Será deve essere studiato se il beneficio si applica ad altri tipi di cancro oltre al cancro al seno o se presenta limitazioni a sottotipi specifici di tumori al seno.
I team continuano a monitorare i partecipanti per valutare gli effetti a lungo termine, la recidiva della malattia e la sopravvivenza globale. Gli endpoint clinici di Esses completeranno la risposta patologica iniziale documentata nel presente studio. Carvalho-Pessoa conclude con moderato ottimismo: “Si tratta di risultati incoraggianti che giustificano un nuovo ciclo di studi con un numero maggiore di partecipanti. Isso consentirà una migliore comprensione del ruolo della vitamina D nell’aumento della risposta al trattamento chemioterapico e, di conseguenza, nella maggiore probabilità di remissione del cancro al seno”.
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
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Ritirato lo studio spagnolo che ridava speranza ai malati di cancro al pancreas greenMe
Quando si parla di cancro al pancreas, le parole arrivano sempre in un territorio fragile. Una terapia sperimentale, un risultato nei topi, una raccolta fondi, una frase detta sui social: tutto può diventare enorme nel giro di poche ore, perché questa malattia lascia spesso pochissimo tempo e pochissimo spazio alla pazienza.
La rivista PNAS, pubblicazione della National Academy of Sciences degli Stati Uniti, ha ritirato lo studio guidato dal biochimico spagnolo Mariano Barbacid su una possibile tripla terapia contro il cancro al pancreas. La decisione è arrivata dopo la segnalazione di un conflitto di interessi ritenuto rilevante e dichiarato in modo incompleto al momento dell’invio dell’articolo. Barbacid e due coautrici, Carmen Guerra e Vasiliki Liaki, risultano legati a Vega Oncotargets, società nata per sviluppare applicazioni commerciali collegate a questa linea di ricerca.
La ricerca aveva mostrato risultati importanti nei topi, mentre il passaggio ai pazienti resta lontano
Lo studio ritirato descriveva una combinazione di tre farmaci capace di agire su diversi punti della via molecolare collegata a KRAS, una proteina spesso coinvolta nell’adenocarcinoma duttale pancreatico, la forma più comune di tumore al pancreas. La terapia univa daraxonrasib, afatinib e SD36. Nei modelli animali, secondo quanto comunicato dal CNIO, il Centro nazionale spagnolo per le ricerche oncologiche, il trattamento aveva ottenuto una regressione significativa e duratura dei tumori, senza resistenze evidenti e senza tossicità rilevanti nei topi trattati. Lo stesso CNIO, però, precisava che il gruppo guidato da Barbacid era ancora lontano dall’avvio di studi clinici con quella tripla terapia.
Questa distinzione pesa. Una cosa è ottenere un risultato promettente in laboratorio, su modelli animali. Un’altra è arrivare a una terapia disponibile per una persona malata. In mezzo ci sono verifiche, sicurezza, dosaggi, studi successivi, autorizzazioni, eventuali sperimentazioni cliniche. Il lavoro, secondo diversi esperti citati nel dibattito scientifico spagnolo, resta promettente, però va replicato nell’uomo e richiede tempo, risorse e molta prudenza nella comunicazione.
Il contesto spiega perché la notizia abbia fatto tanto rumore. In Spagna, nel 2026, sono stimati circa 10.405 nuovi casi di cancro al pancreas. La sopravvivenza a cinque anni resta molto bassa: secondo REDECAN, si attesta intorno all’11,1%, con differenze tra uomini e donne. Numeri del genere trasformano ogni annuncio in una speranza immediata, anche quando la ricerca è ancora preclinica.
Dopo la presentazione pubblica dei risultati, la Fondazione CRIS Contra el Cáncer aveva promosso una raccolta fondi per sostenere le fasi successive del progetto. La campagna ha superato l’obiettivo iniziale di 3,5 milioni di euro, arrivando secondo le ricostruzioni più recenti a quasi 3,7 milioni. Nelle settimane successive, più di cento pazienti avrebbero contattato il gruppo di ricerca per chiedere accesso al trattamento sperimentale, anche se al momento non risultano studi clinici aperti sui pazienti.
Il conflitto di interessi riguarda Vega Oncotargets
Il nodo della ritrattazione non riguarda l’esistenza di possibili ricadute commerciali in sé. Nella ricerca biomedica può accadere che un risultato di laboratorio venga sviluppato attraverso brevetti, società dedicate e investimenti privati. Il passaggio delicato riguarda la trasparenza: chi valuta uno studio deve conoscere eventuali interessi economici collegati ai risultati.
Secondo quanto emerso, Barbacid e Guerra hanno cofondato nel 2024 Vega Oncotargets insieme ad altri soci, con l’obiettivo di sviluppare terapie derivate dal lavoro del gruppo. La rivista ha ritenuto che quel legame finanziario avrebbe dovuto essere dichiarato in modo completo al momento della presentazione dell’articolo. Il caso è diventato ancora più sensibile perché Barbacid, membro della National Academy of Sciences dal 2012, aveva potuto usare una via di pubblicazione riservata ai membri dell’Accademia, con una procedura diversa rispetto all’invio ordinario.
Prima di arrivare su PNAS, lo studio era stato sottoposto anche a Nature, che lo aveva respinto. Dopo la ritrattazione, Carmen Guerra ha dichiarato che il gruppo ha reinviato il lavoro alla stessa rivista, questa volta riconoscendo i rapporti commerciali. Nel frattempo, il CNIO ha indicato di stare esaminando il caso alla luce del proprio codice di buone pratiche.
A complicare il quadro è arrivato anche un post pubblicato sul profilo social di Barbacid. Nel messaggio, il ricercatore ringrazia Dio e le persone che lo hanno sostenuto, parla della “cura del cancro al pancreas”, rivendica come logico il fatto di avere un interesse economico e sostiene di poter eradicare il tumore negli animali in oltre il 97% dei casi, aggiungendo di ritenere che negli esseri umani il beneficio avrebbe la stessa percentuale. È un passaggio molto delicato, perché la comunicazione istituzionale del CNIO parla di risultati preclinici e di una sperimentazione sull’uomo ancora da costruire.
Nello stesso post vengono citate presunte pressioni da parte di grandi aziende farmaceutiche, governi, politici e imprenditori per fermare la ricerca. Il messaggio parla anche della chiusura di account social con migliaia di follower e del blocco di conti usati in precedenza per ricevere aiuti economici. La richiesta finale di donazioni passa da Binance, tramite un ID indicato nel testo, con un linguaggio molto distante da quello delle comunicazioni ufficiali.
Questo scarto conta. La raccolta fondi comunicata dalla Fondazione CRIS passava dai canali della fondazione e da strumenti indicati nelle sue note pubbliche, mentre il post social introduce un canale diverso e un tono molto più vicino allo scontro personale. In una vicenda già carica di aspettative, la differenza tra raccolta ufficiale, appello individuale e promessa terapeutica deve restare chiarissima. Soprattutto per i pazienti.
Il caso Barbacid mostra una frattura che la ricerca conosce bene: la necessità di finanziare studi difficili e costosi, accanto al dovere di dichiarare ogni interesse economico quando quei risultati vengono pubblicati. Una possibile terapia contro il cancro al pancreas ha bisogno di soldi, laboratori, revisioni, aziende capaci di sviluppare molecole e anni di verifiche. Ha bisogno anche di parole misurate, perché una promessa scientifica può diventare enorme prima ancora di diventare vera.
La ritrattazione non cancella automaticamente il valore dei dati preclinici. Li rimette, però, dentro un percorso più esigente. Serve una nuova valutazione, servono conflitti di interesse dichiarati, servono canali di donazione chiari, serve una comunicazione che tenga separati i risultati nei topi dalla speranza dei pazienti. Con una malattia così, anche una virgola pesa.
Fonte: PNAS
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Una nuova terapia genica per l’emofilia A al Policlinico “Paolo Giaccone” TecnoMedicina
Per la prima volta in Sicilia, presso l’unità operativa di Ematologia del Policlinico “Paolo Giaccone” di Palermo, è stata somministrata una terapia genica innovativa a un paziente di 39 anni affetto da emofilia A grave.
Questo intervento pionieristico, guidato dal Prof. Sergio Siragusa, proietta il nosocomio palermitano nell’élite mondiale della medicina: ad oggi, sono solo 52 i pazienti nel mondo ad aver ricevuto questa specifica opzione terapeutica.
Un Centro di Eccellenza Internazionale per l’Ematologia
L’Ematologia dell’AOUP è già Centro di riferimento regionale per le coagulopatie congenite e acquisite. Grazie a questo traguardo, la struttura si posiziona tra i pochi centri internazionali abilitati alla somministrazione di terapie geniche e trattamenti avanzati per i disturbi della coagulazione.
Il successo dell’intervento è anche un segnale di mobilità sanitaria attiva: il paziente, proveniente da fuori regione, ha scelto l’eccellenza siciliana per ricevere la singola infusione necessaria al trattamento.
Come Funziona la Terapia Genica per l’Emofilia A
L’emofilia A è una malattia genetica rara causata dalla carenza del fattore VIII della coagulazione. Chi ne soffre è esposto a sanguinamenti spontanei e dolore articolare cronico.
I Vantaggi per il Paziente
A differenza della profilassi tradizionale, che richiede infusioni costanti per tutta la vita, la terapia genica mira a correggere il difetto genetico alla radice.
Somministrazione singola: Una sola infusione può eliminare la necessità di terapie continuative.
Qualità della vita: Riduzione drastica delle emorragie e delle complicanze articolari.
Impatto psicologico: Maggiore libertà e minore dipendenza dalle cure ospedaliere.
“Questa terapia rappresenta una svolta potenziale: può eliminare la necessità della profilassi costante, migliorando radicalmente l’aspettativa di vita”, spiega il Prof. Sergio Siragusa.
Sicurezza e Follow-up: il Percorso del Paziente
Il trattamento è stato eseguito il 18 aprile da un’équipe multidisciplinare composta dai medici, dalla Dott.ssa Marta Mattana, dal personale sanitario coordinato dalla caposala Dott.ssa Rosalba Chiaramonte e con il supporto psicologico della Dott.ssa Francesca Mansueto.
Attualmente, il paziente è in buone condizioni cliniche e non ha presentato complicanze. È già iniziato il protocollo di follow-up per monitorare i parametri ematochimici e l’efficacia a lungo termine del trattamento.
Sfide e Sostenibilità
Nonostante i risultati straordinari, il Prof. Siragusa sottolinea alcune sfide aperte:
Idoneità: Non tutti i pazienti sono candidabili al trattamento. Monitoraggio: È necessario valutare la durata dell’effetto nel tempo e la risposta immunitaria. Sostenibilità: Come evidenziato dalla Direttrice Generale Maria Grazia Furnari, queste innovazioni pongono temi cruciali sull’accesso universale alle cure e sulla tenuta economica dei sistemi sanitari regionali.
Il traguardo raggiunto dal Policlinico di Palermo conferma l’elevato profilo clinico e scientifico della sanità siciliana, capace di integrare ricerca, innovazione e assistenza ai massimi livelli mondiali.
Ti interessano gli aggiornamenti sulla medicina innovativa in Sicilia? Resta sintonizzato per scoprire i progressi dell’Ematologia del Policlinico Giaccone.
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Orticaria cronica spontanea, via libera Ue a prima terapia orale mirata RIFday
Roma, 29 aprile – L’orticaria cronica spontanea (Csu) è una malattia infiammatoria cutanea cronica di origine autoimmune che colpisce circa 40 milioni di persone nel mondo (4 milioni in Europa. 480mila in Italia), con una frequenza quasi doppia nelle donne rispetto agli uomini, e si manifesta più spesso tra i 20 e i 40 anni. È caratterizzata dalla comparsa improvvisa di pomfi pruriginosi e/o gonfiore dei tessuti profondi, che possono interessare viso, gola, mani e piedi e insorgere in assenza di un allergene o di un fattore scatenante esterno identificabile, sintomi che durano 6 settimane o più e causano un impatto fisico ed emotivo rilevante.
La maggior parte dei pazienti soffre di privazione del sonno, con elevati tassi di disturbi mentali quali ansia o depressione, oltre a una riduzione della produttività lavorativa. Trattata con antistaminici H1, la malattia purtroppo registra un’alta percentuale di soggetti con risposta inadeguata alla terapia, con più del 50% dei pazienti che continua a manifestare sintomi debilitanti dopo la terapia convenzionale.
Le cose potrebbero ora cambiare in meglio grazie all’approvazione da parte della Commissione europea di remibrutinib, un inibitore orale di Btk selettivo, che blocca la via Btk (Bruton Tyrosine Kinase) coinvolta nel rilascio di istamina, uno dei principali fattori responsabili di pomfi pruriginosi e gonfiore. Il farmaco – come riferisce una nota dell’azienda produttriva, Novartis – è indicato negli adulti colpiti da Csu con risposta inadeguata al trattamento con antistaminici H1 e si assume per os (compresse) 2 volte al giorno, senza necessità di monitoraggi di laboratorio.
“Questa nuova opzione terapeutica, che agisce su una via immunitaria chiave” spiega Silvia Mariel Ferrucci (nella foto), responsabile del Servizio di Dermatologia allergologica e professionale della Fondazione Irccs Ca’ Granda ospedale Maggiore Policlinico Milano, “amplia le opzioni di gestione della malattia per i pazienti che non traggono beneficio dalla terapia antistaminica convenzionale” e in questo senso, aggiunge Elena Radaelli, presidente di Arco, l’Associazione ricerca cura dell’orticaria, perché “convivere con l’orticaria cronica spontanea significa affrontare ogni giorno una malattia complessa e spesso sottovalutata, che può incidere profondamente sulla qualità della vita, compromettendo il sonno, il lavoro e la socialità. Molti pazienti si sentono ancora poco compresi e faticano a trovare risposte adeguate”. Risposte che, con Remibrutinib, ora cominciano ad arrivare.
Il farmaco è stato oggetto di due studi globali multicentrici di fase 3, Remix-1 (NCT05030311) e Remix-2 (NCT05032157), con disegno identico, randomizzati, in doppio cieco, a gruppi paralleli e controllati con placebo, che hanno coinvolto 925 adulti rimasti sintomatici nonostante il trattamento con antistaminici H1 di seconda generazione, al termine dei quali ha dimostrato risultati superiori rispetto al placebo nella variazione dal basale del prurito, dei pomfi e dell’attività settimanale della malattia alla settimana 12.
Ha inoltre mostrato un profilo di sicurezza che non richiede monitoraggio laboratoristico, con eventi avversi più comuni (incidenza ≥3%)come congestione nasale, mal di gola e rinorrea, sanguinamento, cefalea, nausea e dolore addominale. A fronte di questi risultati, remibrutinib a febbraio 2026 ha ricevuto il parere positivo del Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) ed è incluso nelle Linee guida internazionali 2026 per la definizione, classificazione, diagnosi e gestione dell’orticaria. È approvato negli Stati Uniti, in Cina e in diversi altri Paesi per il trattamento di pazienti adulti con Csu con risposta inadeguata agli antistaminici H1.
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A Treviso i pazienti oncologici potranno ricevere la chemioterapia con il proprio cane accanto, il video Virgilio
Pubblicato:29-04-2026 20:16 Virgilio Notizie REDAZIONE Da oltre 20 anni informa in modo indipendente, serio, affidabile e originale su tutto quanto accade in Italia e nel mondo. Cronaca, Politica, Economia, Spettacolo: tutta l'attualità che fa notizia, finisce sotto il suo microscopio. Virgilio Notizie è alimentato da un team di giornalisti tutti under 35 e nativi digitali. Missione: con un linguaggio semplice e diretto rendere chiari, comprensibili e interessanti i fatti del giorno. Degenzain ospedale con ilcaneaccanto e anche nelle sedute dichemioterapia. È la nuova possibilità introdotta dall’azienda sanitaria Ulss 2 diTrevisoattraverso un piano che rende strutturato un percorso avviato da anni. Il piano sarà rivolto a tutti i pazienti che desiderano essere accompagnati dai proprianimali d’affezione– non necessariamente cani – durante il percorso di cura, con la possibilità di chiederne la presenza anche durante le sedute di chemioterapia, oltre che nel corso della degenza. A questo proposito l’Ulss 2 lancerà un appello ai privati affinché supportino economicamente l’iniziativa, che richiede un locale e un infermiere dedicati durante la “pet infusion“. Nello specifico il caso di Elisa, paziente oncologica. Le parole della madre e di Ferruccio Ballerini, primario del reparto di Medicina all’ospedale di Conegliano, dove è ricoverata la ragazza. Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.
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Tumore al seno, nasce la rete che punta a migliorare i percorsi di cura lapresse.it
Nasce la rete che mira a valorizzare le attività cliniche, formative e di ricerca sul tumore al seno: il progetto Policlinico Gemelli,GemelliIsolaeMater Olbiadanno vita a un modello collaborativo e multidisciplinare per migliorare i percorsi di cura del tumore al seno. Nasce così la rete senologicaGIMSeno, che punterà a valorizzare le attività cliniche, formative e di ricerca dei tre istituti. “Non è solo un progetto ma un vero e propriomodello di lavoro.Una rete che nasce come comunitàe si sviluppa come un ecosistema di professionisti, fondato su rispetto, dialogo, confronto e sostegno reciproco”, dichiara a LaSalute di LaPresseGianluca Franceschini, direttore della Uoc di Chirurgia senologica del Policlinico Gemelli Irccs. “Qui le competenze non si sommano soltanto: si integrano, si rafforzano e si mettonoal servizio di una visione condivisa. L’obiettivo è superare la frammentazione dei percorsi e costruire una collaborazione strutturata tra clinica, ricerca e formazione, capace di migliorare in modo concreto la qualità della cura”, prosegue Franceschini. In senologia, oggi, il valore non risiede solo nell’eccellenza dei singoli centri, ma nella capacità di “lavorare insieme come sistema, valorizzando ogni contributo all’interno di una comunità coesa. Un percorso che nasce dalla connessione tra esperienze diverse e si realizza attraverso una collaborazione autentica, trasformata in valore reale per le pazienti”, aggiunge. “La creazione di GIMSeno rappresenta la multiprofessionalità e la multidisciplinarietà nella sua accezione più alta”, commenta con soddisfazioneDaniele Piacentini, direttore generale del Gemelli. Sulla stessa lunghezza d’ondaAntonio Gasbarrini, direttore scientifico dell’istituto. “È un modello ideale anche per la ricerca. Far lavorare medici di diverse specialità, mettendo al centro il paziente e partecipando ai trial clinici su device e farmaci può anticipare la pratica clinica anche di dieci anni”. “Abbiamo già raggiunto numeri importanti in senologia e vogliamo portare anche a Olbia e in Sardegna tutte le terapie integrate, un elemento che contraddistingue l’operato del Gemelli”, aggiungeGiovanni Paolo D’Incecco Bayard de Volo, amministratore delegato di Mater Olbia. “Avere un centro integrato, trasversale, dove si lavora fianco a fianco come se i colleghi delle altre strutture fossero nella stanza accanto è molto importante”, aggiunge. “Cronicizzare una malattia come il tumore del seno significa normalizzarla”, sottolineaMaria Antonietta Gambacorta, direttrice del Dipartimento Diagnostica per immagini e radioterapia oncologica del Gemelli. “GIMSeno è un esempio anche per tutte le altre patologie tumorali che negli anni siamo riusciti a cronicizzare – conclude Gambacorta – e rappresenta una speranza anche per quelle che ancora non riusciamo a curare al meglio, come il tumore del pancreas o dell’encefalo”.
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Al GOM di Reggio Calabria la frontiera delle CAR-T, terapia innovativa contro il Mieloma Multiplo ildispaccio.it
Nel reparto di Ematologia del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria, sotto la guida del professore Massimo Martino, è stato compiuto un passo che segna una svolta concreta nella pratica clinica italiana. È infatti iniziato il percorso di preparazione delle cellule immunitarie di un paziente affetto da mieloma multiplo in fase di ricaduta, utilizzando una delle tecnologie più avanzate oggi disponibili: il ciltacabtagene autoleucel, noto anche come cilta-cel.
Si tratta di una terapia innovativa basata sulle cellule CAR-T, recentemente resa accessibile a livello nazionale grazie alla copertura economica garantita dal Servizio Sanitario. Il centro calabrese si colloca così tra i primi in Italia ad aver attivato concretamente questo trattamento dopo il via libera ufficiale dell’Agenzia Italiana del Farmaco, entrando di diritto tra i protagonisti di una nuova fase della medicina oncologica.
Questo traguardo assume un significato duplice.
Da un lato, rappresenta un segnale importante sul piano simbolico: una struttura sanitaria del Sud Italia dimostra di poter competere ai massimi livelli nell’ambito delle terapie più sofisticate, superando stereotipi legati alle disparità territoriali.
Dall’altro lato, il valore è profondamente clinico. Il mieloma multiplo — mieloma multiplo — è una patologia complessa, caratterizzata da continue ricadute e da una progressiva resistenza ai trattamenti. In questo contesto, anche un piccolo anticipo nell’avvio di una terapia efficace può incidere in modo decisivo sull’evoluzione della malattia.
Le CAR-T introducono un cambio di prospettiva radicale: non si parla più soltanto di controllo temporaneo della patologia, ma della possibilità concreta di ottenere remissioni prolungate nel tempo.
Fino a tempi molto recenti, il cilta-cel era sì disponibile in Italia, ma inserito in una fascia che ne prevedeva il pagamento integrale da parte dei pazienti. Questo lo rendeva, di fatto, inaccessibile alla maggioranza delle persone.
La recente decisione del Consiglio di Amministrazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco ha cambiato radicalmente la situazione: il trattamento è stato inserito tra quelli completamente rimborsati dal sistema sanitario pubblico.
Questa scelta si basa su evidenze scientifiche solide, provenienti da studi clinici che hanno dimostrato un netto miglioramento degli esiti rispetto alle terapie tradizionali, in termini sia di sopravvivenza sia di ritardo nella progressione della malattia.
Il farmaco aveva già ricevuto l’approvazione europea nel 2022, inizialmente destinato a pazienti sottoposti a numerose linee terapeutiche. Successivamente, nel 2024, il suo impiego è stato esteso anche alle fasi più precoci della recidiva. In Italia, l’autorizzazione risale al 2025, ma è solo con la rimborsabilità che si è concretizzato un accesso realmente equo.
Il principio alla base del ciltacabtagene autoleucel è tanto semplice nella teoria quanto sofisticato nella pratica:
vengono prelevati i linfociti T del paziente
queste cellule vengono modificate in laboratorio per riconoscere e attaccare le cellule tumorali
una volta “addestrate”, vengono reinfuse nell’organismo
Il risultato è una risposta immunitaria mirata, capace di individuare e distruggere le cellule maligne con una precisione che le terapie tradizionali non possono raggiungere.
Attualmente, questa terapia è indicata per pazienti che abbiano già ricevuto almeno un trattamento comprendente farmaci immunomodulanti e inibitori del proteasoma, e che abbiano sviluppato resistenza alla lenalidomide.
Il mieloma multiplo nasce dalle plasmacellule, elementi del sistema immunitario che, una volta trasformati in senso maligno, proliferano senza controllo nel midollo osseo.
La malattia si manifesta con sintomi spesso debilitanti:
affaticamento persistente
anemia
infezioni frequenti
danni ai reni
fragilità ossea e fratture
Per molti anni, il trapianto di midollo osseo ha rappresentato la strategia terapeutica più avanzata. L’arrivo delle CAR-T ha però ridefinito completamente gli obiettivi, aprendo prospettive che fino a poco tempo fa sembravano irraggiungibili.
L’orientamento attuale della ricerca è chiaro: intervenire il prima possibile, prima che il tumore accumuli ulteriori mutazioni che lo rendano più difficile da trattare.
Il reparto diretto dal professor Massimo Martino non è nuovo a risultati di rilievo. Negli anni ha costruito un percorso solido fatto di formazione specialistica, adeguamenti strutturali e partecipazione alla ricerca clinica.
L’avvio tempestivo del trattamento con ciltacabtagene autoleucel non è quindi un episodio isolato, ma la conseguenza di una strategia precisa.
In un contesto territoriale spesso penalizzato da carenze infrastrutturali, questo risultato assume un peso ancora maggiore: dimostra che anche realtà del Sud possono diventare centri di riferimento per terapie altamente innovative.
Per il paziente che ha iniziato il percorso terapeutico, questo momento rappresenta molto più di una semplice procedura medica: è l’accesso concreto a una possibilità che fino a poco tempo fa era limitata a pochi.
Oggi in Italia sono diverse le terapie CAR-T disponibili e rimborsate, e il loro numero è destinato a crescere. Parallelamente, aumenta anche il numero dei centri autorizzati a somministrarle.
Ogni nuovo trattamento e ogni nuova struttura coinvolta avvicinano un obiettivo ambizioso ma sempre più realistico: trasformare il mieloma multiplo da malattia cronica e recidivante a condizione potenzialmente superabile.
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Palermo, prima terapia genica contro l'emofilia A in Sicilia: il Policlinico Giaccone tra i centri d'eccellenza Il Moderatore
MEDICINA
Palermo, svolta storica al Policlinico: somministrata per la prima volta la terapia genica contro l’emofilia A grave
Il Policlinico “Paolo Giaccone” entra nel ristretto gruppo dei centri internazionali autorizzati al trattamento: un paziente di 39 anni riceve una singola infusione che può cambiare per sempre la sua vita
C’è un prima e un dopo nella storia dell’ematologia palermitana. Il 18 aprile scorso, al Policlinico universitario “Paolo Giaccone” di Palermo, un uomo di 39 anni affetto da emofilia A grave ha ricevuto la prima terapia genica mai somministrata in città — e tra le pochissime eseguite al mondo. Con questo trattamento, Palermo si affianca a una manciata di centri internazionali autorizzati, portando in Sicilia una frontiera della medicina che fino a ieri sembrava lontanissima.
Un trattamento unico al mondo, ora anche a Palermo
Il farmaco somministrato si chiama valoctocogene roxaparvovec: è il primo e unico trattamento di terapia genica approvato per l’emofilia A, e a livello globale sono appena 52 i pazienti che lo hanno ricevuto finora. Il paziente trattato a Palermo è uno di loro — e non era nemmeno residente in Sicilia, ma ha scelto il Policlinico “Paolo Giaccone” per farsi curare, configurando un caso significativo di mobilità sanitaria attiva verso la regione.
Il trattamento è stato eseguito dall’Unità Operativa Complessa di Ematologia, diretta dal Professore Sergio Siragusa, affiancato dalla Dottoressa Marta Mattana, dalla caposala Dottoressa Rosalba Chiaramonte e da tutto il personale sanitario dell’unità. La preparazione psicologica del paziente è stata curata dalla Dottoressa Francesca Mansueto.
Il paziente è attualmente in buone condizioni cliniche, non ha presentato complicanze né durante né dopo l’infusione e ha già avviato il percorso di follow-up con gli esami ematochimici previsti.
Cos’è l’emofilia A e perché questa terapia è rivoluzionaria
L’emofilia A è una malattia genetica ereditaria causata dalla carenza del fattore VIII della coagulazione. Chi ne è affetto ha una ridotta capacità del sangue di fermarsi, con episodi di sanguinamento spontaneo o prolungato — soprattutto a livello articolare e muscolare — che possono diventare fatali già in età pediatrica. Per decenni, l’unica risposta terapeutica è stata la profilassi continuativa: infusioni regolari del fattore mancante, con un impatto enorme sulla qualità di vita dei pazienti.
La terapia genica cambia radicalmente l’approccio: anziché compensare periodicamente il difetto, interviene alla radice del problema genetico. Una sola somministrazione può ridurre drasticamente — o addirittura eliminare — la necessità delle infusioni sostitutive.
Il Professore Siragusa spiega la portata della novità: «La terapia genica rappresenta una potenziale svolta per i pazienti con emofilia A grave in quanto una singola somministrazione può ridurre o eliminare la necessità della profilassi continuativa, con un impatto significativo sulla aspettativa e qualità di vita del paziente».
I benefici sono reali, ma la scienza chiede cautela
Gli studi clinici condotti finora mostrano risultati incoraggianti, ma il Professore Siragusa non rinuncia alla precisione scientifica nel descrivere il quadro completo.
“Studi clinici hanno dimostrato che una singola somministrazione di terapia genica può portare a una riduzione drastica o addirittura all’eliminazione della necessità di infusioni sostitutive. I benefici potenziali sono notevoli: miglioramento della qualità della vita, riduzione delle complicanze articolari e minore impatto psicologico e sociale della malattia”.
Restano però nodi aperti: “La terapia genica presenta ancora alcune sfide. Tra queste, la variabilità della risposta tra i pazienti, la durata dell’effetto nel tempo e la possibile risposta immunitaria contro il vettore virale. Inoltre, non tutti i pazienti sono candidabili. Dal punto di vista della sicurezza, gli studi finora condotti mostrano un profilo generalmente favorevole, anche se è necessario un monitoraggio a lungo termine per valutare eventuali effetti indesiderati tardivi”.
Il Policlinico tra i pochi centri autorizzati al mondo
L’Ematologia del Policlinico palermitano è Centro di riferimento regionale per le coagulopatie congenite e acquisite nel bambino e nell’adulto. Con questo trattamento, si posiziona tra i pochi centri internazionali abilitati alla terapia genica dell’emofilia, accanto alle emergenti terapie innovative per i disturbi della coagulazione.
La Direttrice Generale del Policlinico, Maria Grazia Furnari, ha inquadrato il significato dell’evento in una prospettiva più ampia: “Si tratta di un risultato di straordinaria rilevanza per la nostra Azienda ospedaliera universitaria e per l’intero sistema sanitario regionale. Particolarmente significativo è il fatto che il paziente trattato provenisse da fuori regione, configurando un importante caso di mobilità sanitaria attiva, indicativo della crescente capacità attrattiva della nostra struttura e della fiducia riconosciuta anche oltre il territorio regionale”.
E ancora: “Essere tra i pochi centri autorizzati a livello internazionale conferma l’elevato profilo clinico e scientifico dei nostri professionisti e la capacità della nostra organizzazione di integrare ricerca, innovazione e assistenza. Avere la possibilità di trattare questa patologia, nel rispetto dell’universalità delle cure, è una grande vittoria ma pone questioni importanti in termini di accesso e sostenibilità per i sistemi sanitari”.
Una medicina che guarda lontano
Quel 18 aprile al Policlinico di Palermo non è stato solo un intervento medico: è stato il segno che la Sicilia sa competere ai massimi livelli della ricerca e della clinica. Un paziente arrivato da un’altra regione ha scelto questa città, questi medici, questo ospedale. Ha ricevuto un trattamento che nel mondo hanno ricevuto in appena 52 persone. E oggi sta bene.
La medicina del futuro — quella che corregge i difetti genetici invece di inseguirli per tutta la vita — ha fatto il suo ingresso a Palermo. E non è un episodio isolato: è la conferma che quando le istituzioni investono in competenze e tecnologia, i risultati arrivano. Anche nel cuore del Mediterraneo.