📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
53.0/100
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Criteri Critici
Mieloma multiplo, approvata in Italia una CAR-T che può essere utilizzata all'inizio dell'iter di cura (come seconda linea) Corriere della Sera
Se il mieloma multiplo resta una malattia difficile da debellare definitivamente, negli ultimi anni sono stati compiuti importanti progressi che hanno fatto aumentare le speranze di guarigione in alcuni pazienti e, per molti altri, sono arrivate nuove cure che hanno consentito di allungare la sopravvivenza in modo significativo. Così sono migliorate, passo dopo passo, le prospettive delle seimila persone circa che ogni anno in Italia ricevono una diagnosi di questa neoplasia linfoproliferativa che insorge generalmente in una fascia d'età superiore ai 65 anni. È in questo contesto che s'inserisce l'approvazione da parte dell'Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) della terapia CAR-T ciltacabtagene autoleucel per i pazienti adulti con mieloma multiplo recidivato e refrattario che hanno ricevuto almeno una precedente terapia senza trarne il beneficio sperato.
5.700 i nuovi casi ogni anno in Italia Il mieloma multiplo è un tumore del sangue che ha origine nel midollo osseo, causato dalla proliferazione senza controllo delle plasmacellule, che provoca anemia, danno alle ossa con possibile comparsa di fratture e aumento del calcio nel sangue e danno ai reni, se la malattia non viene identificata precocemente e trattata quando è necessario. Se il tumore è asintomatico si procede, in genere, soltanto con controlli frequenti per verificare l’eventuale evoluzione della neoplasia, ma il principale problema da risolvere è che la maggioranza dei pazienti va incontro a remissioni temporanee seguite da ricadute. È su questo fronte che si sono concentrati gli sforzi dei ricercatori che hanno portato alla messa a punto di terapie sempre più efficaci.
«In Italia ogni anno sono circa 5.700 i nuovi casi di questa malattia caratterizzata dal susseguirsi di recidive e trattamenti, periodi di remissione sempre più brevi e l’aumento dei tassi di tossicità e malattie concomitanti man mano che si susseguono le linee di trattamento - spiega Francesca Gay, Professore associato di ematologia al Dipartimento di biotecnologie e scienza per la salute, Università degli studi di Torino -. Avere la possibilità di trattare un paziente che ha ricevuto solo una linea di terapia, a differenza di pazienti in recidiva dopo almeno 3 linee di terapia (attuale approvazione della terapia CAR-T in Italia per il mieloma) è un importante passo avanti».
Utilizzare la CAR-T all'inizio dell'iter di cure La CAR-T therapy è una delle più grandi conquiste della ricerca scientifica e una delle maggiori «rivoluzioni» nella cura del cancro: ha cambiato nel giro di pochi anni le prospettive per malati con tumori del sangue per i quali «non c’era più nulla da fare» (non erano riusciti a ottenere risultati con tutte le altre cure disponibili) e che ora possono persino guarire.
Poter utilizzare la CAR-T all'inizio dell'iter di cure e non solamente dopo molti fallimenti è un punto determinante: «Significa intervenire in una fase di malattia in cui ci si aspetta una maggiore efficacia dei trattamenti, sia per una minor potenziale resistenza alle terapie, sia perché ci si avvale di un sistema immunitario meno compromesso rispetto a uno sottoposto a molteplici trattamenti - continua Gay, Divisione di Ematologia dell’Azienda Ospedaliera Città della Salute e della Scienza di Torino -. I dati disponibili mostrano un'efficacia di trattamento anche nei pazienti che hanno mostrato refrattarietà alla lenalidomide, parte ormai integrante della maggior parte dei trattamenti di prima linea. Questa modalità di cura è destinata a cambiare l'approccio alla mieloma: per anni il trattamento dei pazienti si basava su un trattamento continuativo, virtualmente proseguito fino a ripresa di malattia o finché tollerato. Questo nuovo approccio terapeutico, con alti potenziali di risposta, per la prima volta consentirà finalmente un intervallo libero da trattamento con conseguente miglioramento potenziale anche della qualità di vita dei pazienti».
Come funziona la CAR-T, disponibile sono in centri certificati L'obiettivo, insomma, è garantire il controllo della malattia a lungo termine, consentendo al paziente di condurre una vita il più possibile normale e in assenza di terapia.
Cilta-cel è un’immunoterapia basata sulla riprogrammazione genetica dei linfociti T (i soldati del nostro sistema immunitario) di un paziente che vengono resi capaci di identificare ed eliminare in modo specifico le cellule tumorali. Per la sua complessità, ciltacabtagene autoleucel (come altre CAR-T) può essere somministrata solo in centri trapianti specializzati e certificati sul territorio nazionale: «Il percorso CAR-T è un vero e proprio viaggio di medicina personalizzata che trasforma il sistema immunitario del paziente in un farmaco vivo - chiarisce Stefania Bramanti, Caposezione terapie cellulari all'IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Milano -. Tutto inizia con l’aferesi (il prelievo dei linfociti T del paziente) che vengono poi inviati a laboratori specializzati per essere "riprogrammati" geneticamente. Contemporaneamente, al paziente viene somministrata una terapia ponte per evitare la progressione della malattia. Dopo un ciclo di chemioterapia, le cellule potenziate vengono reinfuse nel paziente, ma non prima che vengano effettuati rigorosi controlli di qualità sulle cellule stesse: è qui che inizia la sorveglianza attiva per monitorare la risposta immunitaria del paziente. La procedura stessa di sviluppo del farmaco è articolata:
serve una certificazione rigorosa dei centri e una formazione specifica di tutto il personale per garantire un’equa accessibilità alla terapia su tutto il territorio nazionale».
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?5
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
55.6/100
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Criteri Critici
Al Policlinico di Bari arriva la terapia genica per la talassemia: "Oltre il 90% dei pazienti ottiene indipendenza dalle cure" BariToday
Il Policlinico di Bari è tra i primi centri in Italia ad avviare la procedura per la terapia genica in pazienti talassemici. Si tratta di un nuovo strumento terapeutico, spiega il professor Pellegrino Musto, direttore dell’unità operativa di Ematologia con annesso Centro Trapianti del Policlinico e docente ordinario di Ematologia dell’Università di Bari, che può essere adottato per pazienti talassemici "di età compresa fra i 18 e i 35 anni, con caratteristiche genetiche ben definite" e che consente "in oltre il 90% dei casi di ottenere l’indipendenza dalle trasfusioni e di considerare larga parte di questi pazienti potenzialmente guariti".
Procedura al via su due pazienti
Le prime a beneficiare della procedura saranno due pazienti, affette da talassemia major, di recente sottoposte alla raccolta di cellule staminali finalizzata appunto al trattamento. L’infusione delle cellule avverrà nei prossimi mesi, sempre presso il Policlinico, dopo che sarà stata completata la procedura di ingegnerizzazione genetica presso i laboratori di Geleen, in Olanda. Altri tre pazienti sono stati già inseriti nel programma e avvieranno a breve la procedura.
"La talassemia, nota anche come “anemia mediterranea” – ricorda Musto – è una malattia ereditaria causata da una mutazione dei geni che producono l’emoglobina. Provoca anemia severa, sovraccarico di ferro, deformazioni ossee e problematiche cliniche a carico di vari organi, in particolare cuore, fegato e sistema endocrino. Il trattamento convenzionale prevede trasfusioni di sangue fin dai primi anni di vita, terapie che limitano l’accumulo di ferro, farmaci che stimolano la produzione di globuli rossi e, in un numero limitato di casi, il trapianto di midollo osseo da donatore compatibile, l’unica terapia che, sino ad oggi, si era dimostrata in grado di guarire questa malattia". La terapia genica rappresenta invece un "trattamento rivoluzionario" che nella maggioranza dei casi libera dalla necessità di trasfusioni portando gran parte dei soggetti verso una potenziale guarigione.
Il ruolo del Policlinico nell'assistenza
L’Italia è storicamente uno dei Paesi europei a maggiore prevalenza di pazienti talassemici, con una particolare concentrazione nel Sud. Anche la Puglia figura tra le regioni con un elevato numero di casi: sono circa 650 i pazienti adulti attualmente in cura nella regione. Di questi, oltre 70 fanno capo al Centro di Riferimento Regionale (CERIRETE) del Policlinico di Bari. Qui, il team di Ematologia coordina non solo l'assistenza ordinaria, ma anche la selezione dei candidati alla terapia genica, attirando pazienti da tutto il Mezzogiorno in un contesto nazionale che vede il Sud Italia ancora protagonista nella gestione di questa patologia.
Come funziona la terapia genica: le fasi e i tempi del trattamento
"La terapia genica per i pazienti talassemici (peraltro possibile anche in soggetti affetti da anemia falciforme) – spiega Angelo Ostuni - direttore dell’unità operativa di Medicina Trasfusionale del Policlinico di Bari – consta di diverse fasi. Dopo la valutazione della idoneità del paziente, si procede con la mobilizzazione delle cellule staminali mediante somministrazione del fattore di crescita granulocitario e infine con la raccolta delle cellule staminali emopoietiche presenti nel sangue periferico del paziente con procedure di aferesi. L’obiettivo è raccoglierne un numero elevato, il che richiede una particolare esperienza degli operatori". "Successivamente - prosegue Ostuni - le cellule prelevate sono spedite presso il laboratorio di riferimento dove vengono modificate con tecniche di ingegneria genetica (il cosiddetto “gene editing”) che le rendono capaci di riattivare la produzione di un tipo diverso di emoglobina (HbF), normalmente presente solo nel corso della vita fetale".
"La fase conclusiva - aggiunge Paola Carluccio, responsabile del Programma Trapianti in Ematologia del Policlinico - prevede, dopo un trattamento chemioterapico teso ad eliminare completamente dal midollo osseo le cellule staminali “malate”, la re-infusione al paziente delle sue stesse cellule geneticamente modificate. Questo “autotrapianto” consente di sostituire l’emoglobina non funzionante del paziente e permette al midollo osseo di riprendere la produzione di una nuova emoglobina, in grado di assicurare al paziente una vita sostanzialmente normale e, soprattutto, scevra della necessità di effettuare trasfusioni di sangue". "I tempi tecnici per la produzione delle staminali ingegnerizzate – ricorda Carluccio - sono però piuttosto lunghi e occorrerà attendere ancora qualche mese per ricevere il prodotto cellulare finito da infondere alle pazienti e valutarne l’efficacia".
"Grazie al supporto della Regione Puglia e all’impegno quotidiano di tutto il personale – conclude Antonio Sanguedolce, direttore generale del Policlinico di Bari – oggi siamo in grado di offrire ai pazienti affetti da talassemia un’opportunità di cura disponibile in pochissimi centri in Italia e, nel Mezzogiorno, unica nel suo genere. Un risultato che ci rende estremamente soddisfatti e orgogliosi".
L’equipe del Policlinico ha voluto dedicare l'avvio di questo importante trattamento al dottor Angelantonio Vitucci, prematuramente scomparso qualche mese fa, "che ai talassemici si era sempre dedicato con passione e professionalità".
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Criteri Critici
L'utilizzo della tecnica chirurgica robotica "uniportale" ad Ancona ha consentito a due pazienti marchigiani - una 69enne e un 83enne - di essere operati nello stesso giorno per una grave patologia tumorale al polmone e di essere dimessi dopo soli tre giorni.…
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Criteri Critici
TUMORE DEL SENO, L’IA AFFIANCA I RADIOLOGI PER DIAGNOSI PIÙ PRECOCI Tv Qui Modena
Nel video l’intervista alla Dottoressa Francesca Marchisio, Centro screening mammografico
Non è un medico, ma un algoritmo. E potrebbe cambiare il modo in cui si individuano i tumori al seno, affiancando i radiologi in uno dei passaggi più delicati della prevenzione. L’Azienda Usl di Modena ha avviato uno studio per valutare l’uso dell’Intelligenza artificiale nello screening mammografico, con l’obiettivo di testare un software – già validato in numerosi studi internazionali –, capace di supportare il lavoro dei professionisti. L’analisi riguarda circa 20mila mammografie eseguite tra ottobre 2020 e 2021 su donne tra i 45 e i 49 anni, una fascia in cui la maggiore densità mammaria può rendere più difficile individuare lesioni. Il progetto è stato reso possibile grazie a una donazione del Rotary Club Muratori. L’obiettivo non è sostituire il medico, ma offrirgli uno strumento in più. Lo studio si svolge interamente all’interno del centro screening mammografico dell’Ausl modenese: le immagini restano archiviate su server interni, quindi in condizioni di massima sicurezza per quanto riguarda la protezione dei dati personali dei pazienti.
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34.1/100
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D
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Criteri Critici
Prevenzione contro il melanoma, consigli e sostegno per le donne con tumore al seno RaiNews
Visite con un'esperta nutrizionista per donne con pregressi tumori al seno, ma anche screening dermatologici gratuiti per la prevenzione del melanoma. Prende il via a Perugia oggi il doppio progetto, ideato dalla Fondazione ANT e finanziato da Fondazione Perugia in partenariato con AFAS e patrocinato dal Comune. I primi appuntamenti del percorso nutrizionale in presenza nella farmacia Afas della Pallotta, dove si svolgeranno gli incontri insieme a quella di San Sisto. Il percorso di prevenzione del melanoma prenderà il via invece il 9 maggio nella sede Afas di via Pergolesi. Nel servizio di Ivano Porfiri, montaggio di Lorenzo Papi, le voci di Francesca Riccioni - Fondazione Ant e Debora Scarcella - biologa nutrizionista
Tumore al pancreas, sviluppato un modello di Intelligenza Artificiale che è in grado di rilevarlo tre anni prima dell'effettiva diagnosi. La svolta alla Mayo Clinic - Vanity Fair Italia
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Tumore al pancreas, sviluppato un modello di Intelligenza Artificiale che è in grado di rilevarlo tre anni prima dell'effettiva diagnosi. La svolta alla Mayo Clinic Vanity Fair Italia
Un determinante passo in avanti sul fronte dellaprevenzione deltumore al pancreas, uno dei big killer dei nostri tempi, è stato compiuto allaMayo Clinic, negli Stati Uniti. I ricercatori hanno sviluppato un nuovo modello di intelligenza artificiale capace di aiutare gli specialisti a individuare il cancro al pancreas nelle TAC addominali di routine fino a tre anni prima della diagnosi clinica. Il modelloidentifica isegnali precoci della malattiaprima che i tumori siano visibili, e cioèquando untrattamento curativopotrebbe essere ancora possibile. I risultati,pubblicati sulla rivista scientificaGut,rappresentano una pietra miliare nella ricerca pluriennale della Mayo Clinic volta a consentire una diagnosi precoce di uno dei tumori più letali. Uno studio clinico guidato dalla Northwestern University mostra che l’aggiunta di una nuova molecola alla chemioterapia standard può raddoppiare la probabilità di essere vivi a un anno dalla diagnosi di tumore al pancreas, una delle neoplasie più aggressive. Il trattamento riduce anche significativamente il rischio di morte, aprendo uno spiraglio in un ambito dove i progressi sono stati finora limitati Lostudio convalida questo modello di intelligenza artificiale di nuova generazioneutilizzando dati e flussi di lavoro che rispecchiano la pratica clinica, tra cui scansioni TC provenienti da diverse istituzioni, sistemi di imaging e protocolli. I ricercatori hanno utilizzato il nuovo modello di IA peranalizzare quasi 2.000 scansioni TC, comprese quelle di pazienti a cui è stato successivamente diagnosticato un tumore al pancreas, tutte inizialmente interpretate come normali. Il sistema, denominatoRadiomics-based Early Detection Model(REDMOD),ha identificato il 73% di questi tumori pre-diagnostici con una media di circa 16 mesi prima della diagnosi, quasiil doppio del tasso di rilevamento ottenuto dagli specialisti che esaminavano le stesse scansioni senza l'ausilio dell'IA. Il vantaggio è risultato ancora maggiore nelle fasi precoci.Nelle scansioni ottenute più di due anni prima della diagnosi, l'IA ha identificato quasi il triplo dei tumori in fase iniziale che altrimenti non sarebbero stati rilevati. REDMOD misura centinaia di caratteristiche quantitative delle immagini che descrivono la struttura e la consistenza dei tessuti,catturando i deboli cambiamenti biologici all'inizio dello sviluppo del cancro. Il modello è progettato per analizzare le scansioni TC già eseguite per altri motivi, in particolare nei pazienti ad alto rischio, comequelli con diabete di recente insorgenza, e segnalare un rischio elevato prima che compaia una massa visibile. Il modello funziona automaticamente senza richiedere una preparazione manuale dispendiosa in termini di tempo. Il team ha testato il modello su scansioni TC provenienti da diverse istituzioni, sistemi di imaging e protocolli, dimostrando prestazioni costanti anche su gruppi di dati più ampi. Le previsioni del modello sono rimaste stabili nel tempo. Il cancro al pancreas è uno dei tumori a più alto tasso di mortalità. Si stima che entro il 2030 potrebbe diventare la seconda causa di morte per cancro. Ma la Ricerca di una cura mirata ed efficace avanza. Ecco a che punto siamo Il cancro al pancreas rimane uno dei tumori più letali perché raramente presenta segni rilevabili nelle sue fasi iniziali. Oltre l'85% dei pazienti riceve una diagnosi quando la malattia si è già diffusa.Secondo i dati più recenti diffusi da AIRC, nel 2024 in Italia sono stati stimati13.585 nuovi casi di tumore al pancreas in Italia, di cui 6.873 tra gli uomini e 6.712 tra le donne. Il tasso di mortalità non si è modificato in maniera significativa negli ultimi anni ed è il tipo di cancro con la minore sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi, arrivando ad appena l’11% negli uomini e il 12% nelle donne. Inoltre, la probabilità di vivere ulteriori 4 anni, condizionata dall’aver superato il primo anno dopo la diagnosi, è pari a circa il 31% per gli uomini e il 28% per le donne. «Il principale ostacolo alla lotta contro il cancro al pancreas è stata la nostra incapacità di individuare la malattia quando è ancora curabile», afferma Ajit Goenka, autore senior dello studio, radiologo e specialista in medicina nucleare alla Mayo Clinic. «Questa intelligenza artificialeè ora in grado di identificare i segni distintivi del cancro in un pancreas dall'aspetto normale, e può farlo in modo affidabile nel tempo e in diversi contesti clinici». L'obiettivo dei ricercatori è adesso portare questo lavoro all'interno della sperimentazione clinica per la diagnosi precoce del cancro al pancreas. Lo studio prospettico AI-PACED valuta come i medici possano integrare la diagnosi guidata dall'IA nella cura dei pazienti ad alto rischio. Lo studio combina l'analisi tramite IA di immagini di routine con successivi controlli medici nel tempo, per valutare le prestazioni, tra cui la diagnosi precoce, i falsi positivi e gli esiti clinici. Questa ricerca fa parte dell'iniziativaPrecuredella Mayo Clinic, che mira a prevedere e prevenire le malattie identificando i primi cambiamenti biologici nell'organismo prima della comparsa dei sintomi.
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Criteri Critici
Prevenzione melanoma: perché la crema solare non basta? Medicitalia
Perché l'abbigliamento protegge dai raggi UV?
Secondo i dati della Fondazione Melanoma Onlus, quasi 9 casi su 10 di melanoma sono legati all'eccessiva esposizione ai raggi UV. Inoltre, scottarsi anche solo una volta ogni due anni può triplicare il rischio di sviluppare la malattia [1].
La crema solare è entrata nelle nostre abitudini estive come strumento principale di protezione, tuttavia anche l'abbigliamento ricopre un ruolo fondamentale per prevenire il rischio di melanoma e altri tumori della pelle.
Un capo di abbigliamento coprente blocca fisicamente i raggi ultravioletti, senza bisogno di essere riapplicato ogni due ore, senza rischio di dimenticare zone scoperte, senza il problema della quantità insufficiente. È una barriera concreta, non chimica.
Quali sono le parti del corpo più colpite dal melanoma?
I dati della Cancer Research UK (organizzazione britannica impegnata nella ricerca sul cancro) mostrano una correlazione diretta tra le zone del corpo che scopriamo e quelle in cui il melanoma si sviluppa più spesso.
Negli uomini:
Circa il 40% dei melanomi compare sulla schiena, sul petto e sull'addome.
La causa principale è l'abitudine diffusa di stare a torso nudo all'aperto.
Nelle donne:
Oltre il 35% dei casi riguarda le gambe.
Il motivo è l'uso frequente di gonne e pantaloncini corti nei mesi caldi.
Quindi le parti del corpo che copriamo si ammalano meno, quelle che lasciamo esposte sono più a rischio.
Il paradosso della crema solare
La Fondazione Melanoma Onlus ribadisce quanto emerso dai ricercatori della McGill University che hanno integrato i dati provenienti da due studi: una ricerca canadese (pubblicata su Cancers) basata su gruppi di discussione locali e un’analisi della Biobank del Regno Unito (edita da Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention). Da questa ricerca hanno individuato un risultato sorprendente: il paradosso della crema solare.
Il comportamento di chi applica regolarmente la protezione può essere generalizzato così:
chi applica la crema solare si sente protetto,
di conseguenza si espone al sole più a lungo e con meno cautela,
la crema spesso non viene applicata in quantità sufficiente,
si trascurano altre misure fondamentali come l'ombra, i vestiti coprenti, il cappello.
Il risultato emerso dall'incrocio di due studi scientifici è che l'uso della crema solare è stato associato a un rischio più che raddoppiato di sviluppare il cancro della pelle. Non perché la crema faccia male, ma perché porta a comportamenti più rischiosi.
La crema solare è fondamentale, ma non è una licenza per esporsi continuamente al sole.
Come vestirsi per proteggersi dal sole?
Ecco le indicazioni della Fondazione Melanoma per proteggersi dal sole attraverso l'abbigliamento, andando a completare quindi la protezione con la crema solare:
scegliere capi leggeri ma coprenti , in lino o cotone naturale;
, in lino o cotone naturale; preferire colori scuri o vivaci: assorbono i raggi UV meglio dei colori chiari e pastello;
cercare l' etichetta UPF (Ultraviolet Protection Factor): certifica il livello di protezione del tessuto dai raggi ultravioletti, esattamente come l'SPF per le creme;
(Ultraviolet Protection Factor): certifica il livello di protezione del tessuto dai raggi ultravioletti, esattamente come l'SPF per le creme; indossare un cappello a tesa larga : protegge viso, orecchie, collo e cuoio capelluto, zone spesso dimenticate anche da chi usa la crema;
: protegge viso, orecchie, collo e cuoio capelluto, zone spesso dimenticate anche da chi usa la crema; usare occhiali da sole con montatura avvolgente e lenti certificate per la protezione UV: gli occhi sono esposti ai danni dei raggi ultravioletti esattamente come la pelle.
I raggi UV sono pericolosi non solo d'estate
Uno degli errori più comuni è pensare che il sole faccia male solo nei mesi estivi o nelle giornate di sole pieno. Non è così.
I raggi UV sono abbastanza forti da danneggiare la pelle nel periodo che va da metà marzo a metà ottobre. Restano pericolosi anche quando il cielo è coperto di nuvole, perché le nuvole filtrano la luce visibile ma non bloccano completamente le radiazioni ultraviolette.
Questo significa che la protezione solare riguarda anche:
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Criteri Critici
Terapia genica contro la talassemia, al Policlinico di Bari avviata la raccolta di cellule staminali la Repubblica
Due pazienti affette da talassemia major sono state recentemente sottoposte alla raccolta di cellule staminali finalizzata ad un trattamento di terapia genica presso il Policlinico di Bari. L’infusione delle cellule avverrà nei prossimi mesi, nello stessa azienda ospedaliero universitaria, dopo che sarà stata completata la procedura di ingegnerizzazione genetica presso i laboratori di Geleen, in Olanda. Altri tre pazienti sono stati già inseriti nel programma e avvieranno a breve la procedura. “La talassemia (nota anche come “anemia mediterranea”) – ricorda Pellegrino Musto, Direttore dell’unità operativa di Ematologia con annesso Centro Trapianti del Policlinico e Professore Ordinario di Ematologia presso l’Università di Bari – è una malattia ereditaria causata da una mutazione dei geni che producono l’emoglobina.
Provoca anemia severa, sovraccarico di ferro, deformazioni ossee e problematiche cliniche a carico di vari organi, in particolare cuore, fegato e sistema endocrino. Il trattamento convenzionale prevede trasfusioni di sangue fin dai primi anni di vita, terapie che limitano l’accumulo di ferro, farmaci che stimolano la produzione di globuli rossi e, in un numero limitato di casi, il trapianto di midollo osseo da donatore compatibile, l’unica terapia che, sino ad oggi, si era dimostrata in grado di guarire questa malattia”.
“La terapia genica - sottolinea Musto - si aggiunge oggi all’armamentario terapeutico per i pazienti talassemici di eta’ compresa fra i 18 e i 35 anni, con caratteristiche genetiche ben definite. Questo trattamento rivoluzionario consente in oltre il 90% dei casi di ottenere l’indipendenza dalle trasfusioni e di considerare larga parte di questi pazienti potenzialmente guariti.” L’Italia è storicamente uno dei Paesi europei a maggiore prevalenza di pazienti talassemici, con una concentrazione significativa nel Sud. La Puglia rientra tra le regioni a più alto impatto sanitario, non solo per prevalenza storica, ma per numero di pazienti adulti oggi in follow-up (circa 650). Di questi, una settantina sono seguiti presso il Centro di Riferimento Regionale per le Talassemie e le Emoglobinopatie, (CERIRETE), afferente all’Ematologia del Policlinico barese, dove opera un gruppo di ematologi e biologi molecolari che si occupa, tra l’altro, della ricognizione e della programmazione dei pazienti candidabili alla terapia genica provenienti dai centri pugliesi o da altre regioni. “La terapia genica per i pazienti talassemici (peraltro possibile anche in soggetti affetti da anemia falciforme) – spiega Angelo Ostuni - Direttore dell’unità operativa di Medicina Trasfusionale del Policlinico di Bari – consta di diverse fasi.
Dopo la valutazione della idoneità del paziente, si procede con la mobilizzazione delle cellule staminali mediante somministrazione del fattore di crescita granulocitario e infine con la raccolta delle cellule staminali emopoietiche presenti nel sangue periferico del paziente con procedure di aferesi. L’obiettivo è raccoglierne un numero elevato, il che richiede una particolare esperienza degli operatori”. “Successivamente - continua Ostuni - le cellule prelevate sono spedite presso il laboratorio di riferimento dove vengono modificate con tecniche di ingegneria genetica (il cosiddetto “gene editing”) che le rendono capaci di riattivare la produzione di un tipo diverso di emoglobina (HbF), normalmente presente solo nel corso della vita fetale”. “La fase conclusiva - aggiunge Paola Carluccio, responsabile del Programma Trapianti in Ematologia del Policlinico - prevede, dopo un trattamento chemioterapico teso ad eliminare completamente dal midollo osseo le cellule staminali “malate”, la re-infusione al paziente delle sue stesse cellule geneticamente modificate. Questo “autotrapianto” consente di sostituire l’emoglobina non funzionante del paziente e permette al midollo osseo di riprendere la produzione di una nuova emoglobina, in grado di assicurare al paziente una vita sostanzialmente normale e, soprattutto, scevra della necessità di effettuare trasfusioni di sangue.”
“I tempi tecnici per la produzione delle staminali ingegnerizzate – ricorda Carluccio - sono però piuttosto lunghi e occorrerà attendere ancora qualche mese per ricevere il prodotto cellulare finito da infondere alle pazienti e valutarne l’efficacia.” “Grazie al supporto della Regione Puglia e all’impegno quotidiano di tutto il personale – conclude Antonio Sanguedolce, direttore generale del Policlinico di Bari – oggi siamo in grado di offrire ai pazienti affetti da talassemia un’opportunità di cura disponibile in pochissimi centri in Italia e, nel Mezzogiorno, unica nel suo genere. Un risultato che ci rende estremamente soddisfatti e orgogliosi”. Una dedica speciale dall’equipe va a Angelantonio Vitucci, prematuramente scomparso qualche mese fa, che ai talassemici si era sempre dedicato con passione e professionalità.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Policlinico di Bari, avviata la terapia genica per la talassemia: tra i primi centri in Italia Giornale di Puglia
BARI - Il Policlinico di Bari ha avviato un innovativo programma di terapia genica per il trattamento della talassemia major, confermandosi tra i primi centri in Italia ad applicare questa procedura ad alto contenuto tecnologico.
Nei giorni scorsi sono state effettuate con successo le prime due raccolte di cellule staminali su pazienti affette dalla malattia. Le cellule, prelevate attraverso procedure di aferesi, saranno ora inviate nei laboratori specializzati di Geleen, nei Paesi Bassi, dove verranno sottoposte a modifiche genetiche prima di essere reinfuse nei pazienti. L’infusione è prevista nei prossimi mesi presso lo stesso Policlinico di Bari.
Altri tre pazienti sono già stati inseriti nel programma e saranno avviati a breve alla stessa procedura.
La talassemia, nota anche come “anemia mediterranea”, è una malattia ereditaria che compromette la produzione di emoglobina e può causare anemia severa e complicanze a carico di organi vitali. Il trattamento tradizionale si basa su trasfusioni periodiche e terapie per il controllo del ferro, mentre nei casi selezionati è possibile il trapianto di midollo osseo.
Secondo gli specialisti dell’unità operativa di Ematologia del Policlinico, la terapia genica rappresenta un’evoluzione significativa: consente, in una larga percentuale di casi, di ridurre o eliminare la dipendenza dalle trasfusioni, con risultati potenzialmente curativi nei pazienti selezionati.
La procedura si articola in più fasi: dopo la raccolta delle cellule staminali del paziente, queste vengono modificate tramite tecniche di ingegneria genetica per riattivare la produzione di emoglobina fetale. Successivamente, dopo un trattamento preparatorio del midollo osseo, le cellule vengono re-infuse nel paziente per ristabilire una produzione ematica funzionale.
In Puglia si stima la presenza di circa 650 pazienti adulti con talassemia, con circa settanta seguiti direttamente dal centro di riferimento del Policlinico barese, che coordina anche la selezione dei candidati alla terapia genica.
La direzione generale dell’azienda ospedaliero-universitaria ha definito il risultato un traguardo di rilievo nazionale, sottolineando come si tratti di una delle poche realtà in Italia e nel Mezzogiorno in grado di offrire questo tipo di trattamento avanzato.
L’équipe ha inoltre dedicato un pensiero a un medico recentemente scomparso, ricordato per l’impegno nella cura dei pazienti talassemici e per il contributo alla crescita del programma.
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La ricerca rivela che l’uso della vitamina D aumenta l’efficacia della chemioterapia contro il cancro al seno Mix Vale
Foto: vitamina D - Natalya Bardushka/shutterstock.com
Uno studio clinico condotto da ricercatori brasiliani ha dimostrato che l’integrazione quotidiana di vitamina D aumenta significativamente la risposta dell’organismo alla chemioterapia nelle pazienti affette da cancro al seno. Lo studio ha seguito le donne che avevano ricevuto la sostanza nutritiva prima dell’intervento chirurgico e ha registrato un tasso di successo molto più elevato nell’eliminazione dei tumori rispetto al gruppo che aveva ingerito solo un placebo. La scoperta suggerisce un approccio semplice ed economico per migliorare i trattamenti oncologici tradizionali.
Il lavoro scientifico ha ricevuto finanziamenti da Fundação di Amparo a Pesquisa di Estado di São Paulo ed è stato svolto presso Faculdade di Medicina di Botucatu, collegato a Universidade Estadual Paulista. I risultati dettagliati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica internazionale Nutrition e Cancer. La scoperta apre una nuova strada per la rete sanitaria pubblica, poiché la sostanza utilizzata ha un valore commerciale trascurabile rispetto ai farmaci altamente complessi solitamente utilizzati nella moderna oncologia.
ビタミンD、聴診器 – Dmitry Demidovich/shutterstock.com
L’eradicazione del tumore Taxa sorprende gli scienziati
La ricerca clinica ha selezionato ottanta donne con diagnosi di tumore al seno che necessitavano di sottoporsi a chemioterapia neoadiuvante. Il trattamento di tipo Este avviene prima dell’intervento principale e mira a ridurre le dimensioni della massa tumorale per facilitarne l’estrazione. I volontari sono stati divisi casualmente in due gruppi distinti. I pazienti Metade hanno ricevuto una dose giornaliera di duemila unità internazionali di vitamina per un periodo di sei mesi. Il resto del gruppo ha ingerito capsule senza alcun principio attivo.
I dati finali hanno rivelato che il 43% delle donne che hanno assunto il farmaco hanno raggiunto la remissione completa del tumore dopo le sessioni di chemioterapia. Nel gruppo di controllo, che non ha ricevuto la sostanza nutritiva, il tasso di successo totale è stato limitato al 24%. La differenza statistica ha attirato l’attenzione degli esperti coinvolti nel progetto. La completa eliminazione delle cellule maligne prima dell’intervento chirurgico rappresenta il miglior scenario clinico possibile per i pazienti.
I medici incaricati del monitoraggio hanno notato che la sostanza agisce come un potenziatore diretto del sistema immunitario. Il corpo umano utilizza il composto per regolare varie funzioni di difesa cellulare. Quando il paziente ha livelli adeguati del nutriente nel sangue, le cellule combattenti sono in grado di agire in maggiore armonia con i farmaci chemioterapici. L’azione congiunta di Esta indebolisce più rapidamente la struttura del tumore.
La Deficiência nutrizionale colpisce i pazienti anche nei paesi soleggiati
Un dato allarmante emerso all’inizio dello screening medico indicava che la stragrande maggioranza dei volontari aveva livelli insufficienti della sostanza nel proprio corpo. Gli esami del sangue hanno indicato concentrazioni inferiori a venti nanogrammi per millilitro. Le attuali linee guida mediche stabiliscono che l’ideale per il mantenimento della salute cellulare e ossea varia tra quaranta e settanta nanogrammi per millilitro. La carenza cronica compromette la capacità del corpo di affrontare lo stress causato da farmaci forti.
La sintesi primaria di questo ormone steroideo avviene nella pelle attraverso l’esposizione diretta ai raggi ultravioletti emessi dal sole. Brasil ha un’elevata incidenza solare durante tutto l’anno, ma il moderno stile di vita indoor riduce drasticamente la produzione naturale. L’uso continuo della protezione solare, sebbene essenziale per prevenire danni alla pelle, agisce anche come barriera fisica che blocca la conversione chimica necessaria per generare il composto.
Ottenere la sostanza nutritiva attraverso il cibo si scontra con limitazioni pratiche. Gli alimenti Poucos consumati nella dieta quotidiana brasiliana contengono concentrazioni rilevanti della sostanza. Deepwater Peixes, tuorlo d’uovo e funghi offrono frazioni molto piccole. Para raggiunge l’obiettivo terapeutico richiesto nel trattamento oncologico, l’assunzione di cibo dovrebbe essere irrealizzabile in termini di volume. L’integrazione in capsule appare come l’unico modo sicuro per garantire l’esatto dosaggio richiesto dal protocollo medico.
Benefícios integrazione aggiuntiva durante il trattamento
La somministrazione controllata del composto vitaminico genera effetti positivi che vanno oltre la distruzione delle cellule tumorali. Il trattamento oncologico tradizionale di solito causa gravi reazioni avverse nel corpo di una donna. Includere la capsula giornaliera nella pianificazione terapeutica aiuta a mitigare alcuni di questi effetti collaterali. I ricercatori hanno documentato miglioramenti nella qualità della vita dei partecipanti nel corso dei sei mesi di osservazione clinica.
Il monitoraggio ospedaliero ha identificato chiari vantaggi nella routine dei pazienti che hanno mantenuto aggiornato il loro dosaggio:
Preservação della densità ossea contro l’usura causata dai farmaci.
Redução di episodi di estremo affaticamento muscolare dopo le sedute.
Melhora nell’assorbimento di calcio e fosforo dal tratto intestinale.
Diminuição di dolore articolare segnalato durante il processo.
Fortalecimento della barriera immunitaria contro le infezioni opportunistiche.
Il mantenimento della forza fisica consente al paziente di sopportare il ciclo completo di chemioterapia senza interruzioni. Muitas A volte i medici sono costretti a sospendere temporaneamente le sedute perché il corpo della donna raggiunge un livello di esaurimento pericoloso. Un adeguato supporto nutrizionale previene queste rotture indesiderate. La stretta aderenza al programma di infusione endovenosa aumenta le possibilità di una cura definitiva.
Alternativa accessibile per il sistema sanitario pubblico
L’aspetto finanziario della scoperta ha un peso enorme per le politiche sanitarie pubbliche. Lo sviluppo di nuovi farmaci contro i tumori richiede investimenti miliardari da parte dell’industria farmaceutica. I costi Estes vengono trasferiti agli ospedali e ai governi. Un solo flacone di farmaci oncologici all’avanguardia può costare migliaia di reais alle casse pubbliche. L’integrazione di terapie complementari a basso costo ottimizza l’uso delle risorse statali.
La vitamina D è uno dei composti più economici disponibili sugli scaffali delle farmacie. La produzione su larga scala e l’assenza di brevetti restrittivi mantengono il prezzo finale estremamente basso. Fornire una scatola con trenta compresse nella dose utilizzata nello studio costa una frazione minima dell’attuale salario minimo. La prescrizione di massa di questo integratore non avrebbe alcun impatto negativo sul budget di Sistema Único.
Gli autori dello studio sostengono che il rapporto tra costi e benefici giustifica l’immediata adozione della pratica negli ambulatori. La semplice aggiunta di una pillola giornaliera al protocollo standard può potenzialmente salvare vite umane e ridurre i ricoveri ospedalieri. Il tempo di trattamento Menos significa più letti disponibili per altre persone in fila per la regolamentazione medica. L’efficienza clinica si traduce in efficienza amministrativa per i manager sanitari.
I passaggi Próximos implicano il monitoraggio a lungo termine
Il completamento della prima fase della sperimentazione clinica non pone fine al lavoro del team scientifico. I medici continuano a monitorare il gruppo di ottanta donne per valutare gli sviluppi futuri. L’obiettivo ora è misurare il tasso di sopravvivenza globale nei prossimi cinque anni. I ricercatori vogliono verificare se l’eradicazione iniziale del tumore rimane stabile o se esiste il rischio che la malattia si ripresenti nella stessa sede o in altri organi.
La raccolta dei dati continua con consultazioni periodiche ed esami di imaging dettagliati. La letteratura medica sottolinea che i primi anni dopo l’intervento chirurgico sono i più critici per la recidiva delle cellule maligne. Il team prevede di incrociare le informazioni a lungo termine con i livelli ematici mantenuti dai pazienti nelle loro case. L’intenzione è quella di verificare se la prosecuzione dell’integrazione dopo la dimissione dall’ospedale offra una protezione aggiuntiva contro il ritorno della malattia.
Il successo ottenuto con i tumori al seno incoraggia anche la realizzazione di nuovi progetti di ricerca. Cientistas di altre istituzioni stanno già valutando la possibilità di replicare la metodologia per testare l’efficacia della sostanza nutritiva in diversi tipi di cancro. Ampliare la conoscenza sul comportamento cellulare a fronte di semplici interventi nutrizionali potrebbe trasformare i protocolli oncologici nel prossimo decennio. Il rigore scientifico applicato all’Università di San Paolo stabilisce un nuovo standard per le indagini future.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
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Talassemia, al Policlinico di Bari parte la terapia genica: primi trattamenti su due pazienti Borderline24.com
Al Policlinico di Bari prende il via la terapia genica per la talassemia. La struttura barese è tra le prime in Italia ad avviare la procedura, con le prime due pazienti già sottoposte con successo alla raccolta delle cellule staminali. L’infusione delle cellule modificate è prevista nei prossimi mesi, una volta completata la fase di ingegnerizzazione genetica nei laboratori di Geleen, nei Paesi Bassi. Altri tre pazienti sono già stati inseriti nel programma e inizieranno a breve il percorso terapeutico.
La talassemia, nota anche come anemia mediterranea, è una malattia ereditaria che comporta anemia severa e complicazioni a carico di diversi organi. “Il trattamento convenzionale prevede trasfusioni di sangue fin dai primi anni di vita e terapie per limitare l’accumulo di ferro – spiega Pellegrino Musto, direttore dell’unità operativa di Ematologia del Policlinico –. La terapia genica rappresenta oggi una svolta, consentendo in oltre il 90% dei casi di ottenere l’indipendenza dalle trasfusioni”.
Il nuovo approccio si basa su un processo articolato, dopo la valutazione dell’idoneità del paziente, si procede alla raccolta delle cellule staminali tramite aferesi. Queste vengono poi modificate geneticamente per riattivare la produzione di emoglobina fetale (HbF), normalmente presente solo durante la vita intrauterina. “Successivamente le cellule vengono reinfuse nel paziente dopo un trattamento chemioterapico mirato – spiega Paola Carluccio, responsabile del Programma Trapianti –. Questo autotrapianto consente al midollo osseo di produrre una nuova emoglobina funzionante, permettendo una vita senza trasfusioni”.
L’Italia è tra i Paesi europei con maggiore incidenza della patologia, con una concentrazione significativa nel Sud. In Puglia si contano circa 650 pazienti adulti in follow-up, di cui una settantina seguiti proprio al Policlinico di Bari, centro di riferimento regionale. “Si tratta di un’opportunità di cura disponibile in pochissimi centri in Italia e unica nel Mezzogiorno – sottolinea il direttore generale Antonio Sanguedolce –. Un risultato che conferma l’impegno della sanità pugliese nella ricerca e nell’innovazione”. L’équipe ha infine dedicato questo traguardo ad Angelantonio Vitucci, scomparso prematuramente nei mesi scorsi, ricordato per il suo impegno a favore dei pazienti talassemici.
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Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Bari, al Policlinico avviata la terapia genica per la talassemia: tra i primi centri in Italia trmtv
Effettuate le prime raccolte di cellule staminali, ora si attende la modifica genetica per l’infusione nei pazienti
Al Policlinico di Bari è stata avviata la procedura di terapia genica per la talassemia, con la raccolta delle cellule staminali su due pazienti affetti da talassemia major. L’ospedale barese risulta tra i primi centri in Italia a intraprendere questo tipo di trattamento.
Le cellule prelevate verranno ora inviate ai laboratori di Geleen, nei Paesi Bassi, dove saranno sottoposte a ingegneria genetica. L’infusione nel paziente è prevista nei prossimi mesi, una volta completata la fase di modifica. Altri tre pazienti sono già stati inseriti nel programma e avvieranno a breve lo stesso percorso.
La talassemia, nota anche come anemia mediterranea, è una malattia ereditaria che compromette la produzione di emoglobina e provoca anemia severa e complicanze a carico di vari organi. Fino ad oggi le terapie principali hanno incluso trasfusioni periodiche, farmaci per il controllo del ferro e, in alcuni casi selezionati, il trapianto di midollo osseo.
La nuova terapia genica si basa sul prelievo delle cellule staminali del paziente, sulla loro modificazione genetica e successiva re-infusione dopo una fase di preparazione del midollo osseo. L’obiettivo è riattivare la produzione di emoglobina fetale, con la possibilità di ridurre o eliminare la dipendenza dalle trasfusioni.
Secondo i dati del centro, la Puglia è una delle regioni italiane con maggiore incidenza della patologia, con circa 650 pazienti adulti seguiti e una settantina in carico al centro di riferimento del Policlinico di Bari.
Il percorso terapeutico richiede diverse fasi, dalla selezione del paziente alla mobilizzazione delle cellule staminali, fino alla loro raccolta tramite aferesi e alla successiva manipolazione genetica. Segue un trattamento chemioterapico e la re-infusione delle cellule corrette.
I medici coinvolti sottolineano che i tempi tecnici sono ancora lunghi e che sarà necessario attendere alcuni mesi per completare il ciclo terapeutico. L’azienda ospedaliera evidenzia come si tratti di un’opportunità disponibile in pochi centri italiani e unica nel Mezzogiorno.
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ATS Brianza sollecita i cittadini a proteggere la propria salute con lo Screening colon-retto MBNews
Comunicato Stampa ATS Brianza rilancia l’importanza dello screening del colon-retto: nel 2025 hanno aderito il 43,9% degli invitati, ma una parte significativa della popolazione non partecipa ancora. La diagnosi precoce può ridurre il rischio di morte fino al 30%. “I tumori rappresentano una delle principali sfide per la salute pubblica – dichiara ilDirettore Generale di ATS BrianzaPaola Palmieri– tuttavia, grazie ai progressi nella diagnosi e nelle terapie, oggi le possibilità di guarigione sono sempre più elevate, soprattutto quando la malattia viene individuata nelle fasi iniziali”. I programmi di screening, offerti gratuitamente, sono rivolti a specifiche fasce di popolazione e hanno l’obiettivo di individuare precocemente eventuali lesioni pre-tumorali o tumori in fase iniziale, anche in assenza di sintomi. Gli esami di primo livello, semplici e non invasivi, consentono di identificare i casi sospetti; in caso di positività, i cittadini vengono indirizzati a ulteriori approfondimenti diagnostici. Gli obiettivi principali dei programmi di screening sono: · ridurre l’incidenza dei tumori; · diminuire la mortalità per causa; · aumentare le probabilità di guarigione; · migliorare la qualità e l’aspettativa di vita. Particolare attenzione è rivolta altumore del colon-retto, che rappresenta una delle neoplasie più diffuse a livello globale. Secondo le stime GLOBOCAN 2023 il tumore del colon-retto rappresenta circa il9,6% di tutti i tumori diagnosticati nel mondo, posizionandosi al terzo posto per incidenza dopo il cancro al seno e al polmone. È la seconda causa di morte per tumore a livello globale con tassi più elevati nei Paesi ad alto reddito. Il programma di screening del colon-retto in ATS Brianza, attivo dal 2005, èrivolto a uomini e donne di età compresa tra i 50 e i 74 anni. L’invito viene spedito all’indirizzo di residenza ogni due anni. I cittadini possono ritirare il kit per il test presso le farmacie del territorio aderenti all’iniziativa, eseguire l’esame e riconsegnarlo secondo le indicazioni ricevute. In caso di esito positivo, il Centro Screening contatta direttamente l’assistito per programmare una colonscopia di approfondimento. Il Kit per la raccolta del campione di feci, i farmaci per la preparazione intestinale e la colonscopia sono offerti all’assistito gratuitamente. In questo contesto, ATS Brianza raccomanda ancora una volta, a tutta la popolazione, l’importanza della prevenzione, promuovendo attivamente i programmi di screening oncologico, in particolare, per lo screening del colon retto, sia l’adesione all’invito che alla colonscopia, in caso di positività. Nel 2025, ATS Brianza ha invitato allo screening del colon retto207.731 persone, fra questi hanno aderito all’invito 87.014 persone, pari al 43,9%. I dati specifici evidenziano che, a fronte di una significativa quota di popolazione che aderisce, vi è una percentuale importante che al momento non ha ancora partecipato allo screening, ed è a questa fascia di popolazione a cui ATS rivolge un accorato appello ad aderire alla proposta di prevenzione. “I dati di adesione, seppur significativi, – spiega ilDirettore della Struttura Complessa Medicina Preventiva nelle Comunità di ATS Brianza Antonina Ilardo–, mettono in luce la necessità di individuare nuove strategie, per favorire l’accesso di quella quota di popolazione che ancora non aderisce all’invito, attraverso: la collaborazione con le ASST e altri enti cercando di costruire una rete di operatori che promuovano gli screening sul territorio; la predisposizione di materiale tradotto in più lingue, per superare eventuali barriere linguistiche”. Conclude ladott.ssa Palmieri: “Invitiamo tutti i cittadini che ricevono l’invito ad aderire al programma la prevenzione rappresenta uno strumento concreto ed efficace per tutelare la salute di ogni individuo. Grazie ai programmi di screening, la mortalità per tumore del colon-retto è in costante diminuzione e la diagnosi precoce può ridurre il rischio di morte fino al 30%”. Per informazioni è attivo il call center Screening al numero 039 8450020, dal lunedì al venerdì (non festivi) dalle ore 8:30 alle 12:30. È inoltre possibile compilare il form online disponibile sul sito istituzionale di ATS Brianza al link:https://www.ats-brianza.it/screening-oncologici
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Una terapia genica sperimentale può migliorare la sordità ultimavoce.it
In medicina, non è frequente che un trattamento sperimentale produca risultati così rapidi e marcati da sorprendere gli stessi ricercatori. Eppure è quanto emerso da un recente studio internazionale che ha coinvolto alcuni centri di eccellenza tra Stati Uniti e Cina, dove una terapia genica sperimentale destinata a una forma rara di sordità ereditaria ha mostrato miglioramenti uditivi significativi in tempi relativamente brevi.
In diverse persone sottoposte al trattamento, nel giro di poche settimane si sono osservati segnali concreti di recupero funzionale dell’udito. In alcuni casi, i partecipanti sono arrivati a percepire la voce umana con sufficiente chiarezza da sostenere brevi conversazioni quotidiane.
A distanza di circa due anni e mezzo dall’intervento, una quota consistente dei soggetti trattati ha raggiunto livelli uditivi considerati vicini alla normalità funzionale. Secondo i dati riportati dai ricercatori, più della metà dei partecipanti ha acquisito la capacità di percepire anche suoni molto deboli, come un sussurro.
La collaborazione internazionale tra centri di ricerca
Lo studio è stato condotto attraverso una collaborazione tra la Harvard Medical School, in particolare gli investigatori del Massachusetts Eye and Ear, e il team dell’Eye & ENT Hospital della Fudan University di Shanghai. Si tratta di istituzioni che operano da anni nel campo della ricerca otorinolaringoiatrica e delle terapie innovative per i disturbi sensoriali.
Questa cooperazione internazionale ha permesso di unire competenze complementari: da un lato l’esperienza statunitense nella ricerca traslazionale e nelle terapie genetiche, dall’altro la capacità clinica e la specializzazione chirurgica dei centri cinesi coinvolti. Il risultato è stato un trial clinico che ha attirato l’attenzione della comunità scientifica per la sua natura innovativa e per i primi esiti particolarmente promettenti.
Il principio della terapia genica applicata all’udito
La strategia terapeutica sperimentata si basa sulla terapia genica, una tecnica che mira a intervenire direttamente sulle cause genetiche di alcune malattie rare. Nel caso specifico, il trattamento è stato progettato per affrontare una forma ereditaria di sordità causata da mutazioni che compromettono il funzionamento delle cellule sensoriali dell’orecchio interno.
L’obiettivo dell’intervento non è semplicemente quello di compensare la perdita uditiva con dispositivi esterni, ma di agire alla radice del problema, cercando di ripristinare la funzione biologica compromessa. Attraverso vettori virali modificati, il materiale genetico corretto viene introdotto nelle cellule bersaglio con lo scopo di ristabilire la normale trasmissione dei segnali acustici verso il sistema nervoso.
Questa impostazione rappresenta un cambio di paradigma rispetto agli approcci tradizionali, come gli apparecchi acustici o gli impianti cocleari, che si limitano a migliorare la percezione del suono senza intervenire sulla causa genetica della patologia.
I risultati osservati nei partecipanti al trial
Uno degli aspetti più rilevanti dello studio riguarda la rapidità con cui alcuni pazienti hanno iniziato a mostrare miglioramenti. In diverse persone trattate, le prime variazioni nella percezione dei suoni sono state rilevate nel giro di poche settimane dalla somministrazione della terapia.
Con il passare del tempo, questi progressi iniziali si sono consolidati. In una parte significativa del campione, la capacità uditiva ha continuato a migliorare fino a raggiungere livelli funzionali considerati compatibili con una vita quotidiana quasi normale dal punto di vista della comunicazione verbale.
Secondo i dati raccolti nel follow-up a lungo termine, oltre la metà dei partecipanti ha ottenuto una sensibilità uditiva tale da percepire suoni a bassa intensità. In alcuni casi, la soglia raggiunta si avvicina a quella delle persone senza deficit uditivi.
Le parole dei ricercatori e la prudenza scientifica
Tra i membri del team di ricerca, le reazioni ai risultati sono state di entusiasmo ma anche di cautela. Uno dei coautori dello studio, il docente di otorinolaringoiatria coinvolto nella ricerca, ha descritto l’efficacia del trattamento come eccezionale rispetto alle aspettative iniziali, ribadendo come i risultati abbiano superato le previsioni più ottimistiche.
La comunità scientifica, infatti, considera questo tipo di sperimentazioni come una fase preliminare ma cruciale per comprendere la reale efficacia e la sicurezza a lungo termine delle terapie geniche.
Tuttavia, si deve parlare anche della sicurezza del trattamento. Anche se nei pazienti coinvolti non sono stati segnalati effetti avversi gravi, le terapie geniche richiedono un monitoraggio attento per escludere rischi potenziali legati alla risposta immunitaria o all’integrazione del materiale genetico nelle cellule.
Infine, rimane aperto il tema della generalizzabilità. La forma di sordità trattata nello studio è una specifica variante genetica rara, e non è detto che gli stessi risultati possano essere replicati su altre forme di perdita uditiva, che possono avere cause molto diverse tra loro.
Patricia Iori
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L'ipnosi in sala operatoria, dal passato la chirurgia futura Il Messaggero
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Ormai è entrata ufficialmente in una trentina di ospedali. Uno degli ultimi interventi alle Molinette di Torino. L'ipnosi, sostegno della Medicina fin dai Babilonesi, dagli Egizi e poi dai Greci e dai Romani, ha ormai un posto ufficiale nelle sale operatorie. Parliamo di ipnosi clinica, diventata oggi fida collaboratrice di anestesisti e chirurghi.
Nell'ospedale torinese, al paziente di 76 anni sveglio, è stata asportata una neoplasia del colon adottando due vie: l'anestesia loco-regionale e l'ipnosi clinica, appunto. Niente addormentamento generale. Così, durante l'intervento, sono state mantenute stabilità neurovegetativa e respirazione autonoma. Paziente vigile, in uno stato fisiologico di coscienza. Rilassamento profondo e concentrazione mirata, uno stato tra veglia e sonno. L'ipnotizzato riduce le distrazioni e si concentra su ciò che vuole o gli viene suggerito di immaginare. Pensieri, memorie, emozioni, eventi futuri, fantasie.
Tumore al colon, paziente operato da sveglio e in ipnosi: l'intervento realizzato con protocollo "awake"
All'Istituto di ricerca Neuromed di Pozzilli (Isernia) a un paziente sotto ipnosi, è stata rimossa una lesione del cervello che ostacolava la funzionalità del piede. Mentre l'operazione era in corso è stato chiesto all'uomo di muovere il piede consentendo ai chirurghi il monitoraggio continuo e permettendo il mantenimento della mobilità.
Parole di un paziente ricoverato al Santa Croce e Carle di Cuneo per ristabilire il ritmo del cuore con fibrillazione atriale. Al Brotzu di Cagliari, come negli altri ospedali, l'pnosi clinica integra l'anestesia tradizionale. Inclusi i trapianti e gli interventi agli occhi. L'istituto sardo ha condotto uno studio su 42 pazienti sottoposti a by pass gastrico (per perdere peso): a 12 ore dalla fine dell'operazione le persone trattate con ipnosi avevano livelli di dolore più bassi di quelli erano stati trattati solo con anestesia. Risultato: meno farmaci analgesici e una migliore gestione del benessere emotivo.
A Terni è stato rimosso un tumore cerebrale in un paziente sveglio con il sostegno di tecniche ipnotiche. Il giovane aveva una neoplasia nell'area che controlla il linguaggio: il chirurgo, facendo parlare il ragazzo, ha potuto verificare, in tempo reale, se si stesse causando un danno durante l'asportazione. Il Policlinico Gemelli di Roma ha sperimentato la trance per gli interventi ma anche per la gestione del dolore e gli interventi dermatologici.
Cardiochirurgia al Niguarda di Milano. Poco più di un'ora è durata, con una piccola dose di anestetico locale, la sostituzione di una valvola cardiaca a una donna di 82 anni. .
Appare chiaro che siamo davanti a una curiosa rivoluzione con due facce: da una parte i robot che operano guidati dall'essere umano o, a volte, al posto dell'essere umano mentre dall'altra abbiamo un essere umano che invita un altro essere umano a scavare nei propri abissi. Insieme, le due facce, stanno magistralmente andando avanti verso il traguardo Salute. Permettendo anche al paziente di scegliere, di misurarsi con le sue paure (l'anestesia, per esempio), di affidarsi alla Scienza del passato per guardare al futuro.
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Mieloma multiplo, la terapia “one shot” ora è realtà: cosa cambia per i pazienti italiani panorama.it
L’immunoterapia cellulare compie un passo decisivo nel trattamento del mieloma multiplo in Italia. La terapia CAR-T ciltacabtagene autoleucel (cilta-cel) sviluppata da Johnson & Johnson, è ora rimborsata anche in Italia, ad oggi unica terapia avanzata utilizzabile in linee precoci di trattamento. Cilta-cel è indicata in pazienti adulti con mieloma multiplo recidivato e refrattario che hanno ricevuto almeno una precedente terapia, inclusi un agente immunomodulante e un inibitore del proteasoma, nei quali si è verificata progressione della malattia durante l’ultima terapia e sono refrattari a lenalidomide. Si tratta di un cambio di paradigma rilevante per una patologia ematologica ancora oggi caratterizzata da recidive successive e progressiva riduzione dell’efficacia terapeutica. Il mieloma multiplo, tumore del sangue che origina nel midollo osseo dalla proliferazione di plasmacellule neoplastiche, registra circa 5.700 nuove diagnosi ogni anno in Italia. Negli ultimi anni la mortalità è diminuita grazie ai progressi terapeutici, ma la malattia resta cronica e complessa, segnata da cicli di remissione e ricaduta sempre più ravvicinati.
L’introduzione di cilta-cel in una fase anticipata potrebbe incidere proprio su questo andamento. Intervenire prima significa agire su un sistema immunitario meno compromesso e su una malattia potenzialmente più sensibile ai trattamenti. I dati clinici dello studio CARTITUDE-4, su cui si è basata la valutazione regolatoria, indicano una riduzione del rischio di progressione del 71% e del rischio di morte del 45%, numeri che rafforzano l’idea di un impatto significativo sul decorso della patologia. In questo scenario emerge anche un cambio culturale: dalla terapia continua si passa a un approccio “one shot”, con l’obiettivo di ottenere risposte profonde e durature. Una prospettiva che apre, per la prima volta in modo concreto, al concetto di controllo a lungo termine della malattia e, in alcuni casi, a una possibile sospensione dei trattamenti.
Come funziona cilta-cel: la medicina personalizzata diventa realtà
Alla base della terapia CAR-T c’è un principio tanto sofisticato quanto rivoluzionario: utilizzare il sistema immunitario del paziente come arma terapeutica. I linfociti T vengono prelevati tramite aferesi e modificati geneticamente per esprimere un recettore capace di riconoscere il BCMA, una proteina altamente presente sulle cellule di mieloma. Una volta reinfuse, queste cellule “ingegnerizzate” attaccano selettivamente il tumore.
«Il percorso CAR-T è un vero e proprio viaggio di medicina personalizzata che trasforma il sistema immunitario del paziente in un farmaco vivo», spiega Stefania Bramanti, caposezione terapie cellulari, IRCCS Istituto Clinico Humanitas, Milano. «Tutto inizia con l’aferesi, il prelievo dei linfociti T del paziente, che vengono poi inviati a laboratori specializzati per essere ‘riprogrammati’ geneticamente. Contemporaneamente, al paziente viene somministrata una terapia ponte per evitare la progressione della malattia. Dopo un ciclo di chemioterapia, le cellule potenziate vengono reinfuse nel paziente, ma non prima che vengano effettuati rigorosi controlli di qualità». Si tratta di un processo complesso, che richiede infrastrutture dedicate, centri altamente specializzati e una stretta integrazione tra competenze cliniche e logistiche. Non a caso, la somministrazione è limitata a strutture certificate, in grado di gestire ogni fase del trattamento, inclusa la sorveglianza post-infusione. La complessità organizzativa rappresenta una delle principali sfide per il sistema sanitario. Garantire accesso uniforme su tutto il territorio nazionale significa investire non solo in tecnologia, ma anche in formazione del personale e coordinamento tra centri.
Accesso, equità e futuro: le sfide della nuova immunoterapia
Accanto all’innovazione scientifica, resta centrale il tema dell’accessibilità. Le associazioni di pazienti sottolineano la necessità di accompagnare il progresso terapeutico con servizi adeguati, capaci di sostenere i malati anche sul piano logistico e psicologico. Il percorso CAR-T, infatti, implica spesso spostamenti verso centri specializzati e una gestione complessa della malattia, che coinvolge non solo il paziente ma anche caregiver e familiari. Da qui l’importanza di un sistema integrato che sappia rispondere in modo tempestivo ed equo. Sul fronte industriale e della ricerca, l’arrivo di cilta-cel è il risultato di investimenti significativi, anche in Europa, per sostenere la produzione di queste terapie avanzate. «L’arrivo in Italia di questa terapia rappresenta per noi un nuovo passo verso la nostra missione di trasformare il decorso di questa malattia devastante», afferma Alessandra Baldini, direttrice medica, Innovative Medicine, Johnson & Johnson Italia. «Questo traguardo enfatizza anche la centralità della medicina personalizzata, con l’idea di costruire un percorso terapeutico su misura affinché tutti i pazienti ricevano il trattamento più giusto e più efficace». Il mieloma multiplo entra così in una nuova fase, in cui l’innovazione non riguarda solo i farmaci ma l’intero modello di cura. L’obiettivo non è più soltanto prolungare la sopravvivenza, ma migliorare concretamente la qualità di vita, riducendo il peso delle terapie continuative e restituendo ai pazienti spazi di normalità. La sfida, ora, sarà trasformare questa promessa in realtà quotidiana, rendendo la terapia CAR-T non solo una conquista scientifica, ma un’opportunità concreta per tutti i pazienti che ne possono beneficiare.
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Tumore al polmone: a Torrette la chirurgia del futuro. Robotica e tecnica ‘Uniportale’ per dimissioni "record" Picchio News
Sanità Ancona Tumore al polmone: a Torrette la chirurgia del futuro. Robotica e tecnica ‘Uniportale’ per dimissioni "record" di Picchio News Stampa PDF
Importante passo avanti per l'Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche: la Sod di Chirurgia Toracica, diretta dal dottor Majed Refai, ha eseguito con successo i primi interventi che combinano la precisione del robot 'Da Vinci' con l'esclusiva tecnica 'Uniportale'.
"Siamo tra le poche strutture in Italia a compiere interventi di questo tipo - spiega con orgoglio il dottor Refai -. Di solito, chi usa la robotica deve effettuare più fori d'ingresso per manovrare gli strumenti. Noi invece pratichiamo un solo foro intercostale di circa 4 centimetri. Questo riduce drasticamente il dolore e il fastidio post-operatorio, che a volte può essere davvero invalidante".
Il risultato è un beneficio enorme per il paziente: dolore post-operatorio drasticamente ridotto e tempi di recupero rapidissimi. Due pazienti marchigiani (una donna di 69 anni e un uomo di 83), nonostante quadri clinici complessi, sono stati infatti dimessi dopo soli 3 giorni dall'intervento.
"Il polo chirurgico di Torrette è all'avanguardia - continua il primario - ed è fondamentale che i cittadini sappiano che esistono queste opzioni operative di alta complessità vicino a casa. Siamo tra le poche strutture in Italia a compiere interventi di questo tipo".
La tecnica mini-invasiva ha permesso di operare con successo anche un paziente ultraottantenne, per il quale altre procedure sarebbero state troppo rischiose. L'equipe di Torrette, che comprende i dottori Michele Salati, Alberto Roncon e Gian Marco Guiducci, si conferma così un'eccellenza nazionale nella chirurgia complessa, offrendo oggi tutte le opzioni possibili: dalla robotica alla storica tecnica "a cielo aperto".
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Tumore al polmone, interventi high-tech ad Ancona: meno dolore, un solo accesso e paziente a casa in tre giorni AnconaToday
ANCONA - Due pazienti marchigiani, operati lo stesso giorno con la tecnica robotica 'uniportale' per una grave patologia tumorale al polmone, sono stati dimessi tre giorni dopo l'intervento. La Sod di Chirurgia Toracica dell'Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche, diretta dal dottor Majed Refai, ha allargato il suo orizzonte operativo avviando, dal febbraio scorso, anche la procedura robotica. Lo ha fatto, tuttavia, attraverso una sua declinazione specifica, applicando la tecnica 'Uniportale', ossia un solo ingresso sul corpo del paziente, usata dalla Chirurgia Toracica dal 2014 e con oltre 2mila interventi compiuti alle spalle, per poi intervenire con il robot 'Da Vinci' in dotazione in AOUM.
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Un importante passo avanti: “Si tratta dell'adattamento di due tecniche complementari che ci consentono di compiere un ulteriore step in avanti per quanto riguarda il livello qualitativo della nostra offerta chirurgica _ spiega il dottor Majed Refai _. Di solito chi usa la robotica, nelle varie specialità operatorie, deve effettuare più fori d'ingresso per intervenire sui pazienti e questo crea maggior dolore nel paziente stesso; attraverso la tecnica 'Uniportale' noi pratichiamo un solo foro intercostale, lungo circa 4 centimetri, sul fianco del paziente, riducendo drasticamente le conseguenze del fastidio che a volte può essere davvero doloroso. Siamo tra le poche strutture in Italia a compiere interventi di questo tipo applicando questa pratica chirurgica. Il polo chirurgico di Torrette è all'avanguardia e quindi è importante che la cittadinanza venga messa a conoscenza di queste opzioni operative di alta complessità”.
L'elevato livello di cure offerto dall'AOU delle Marche si misura anche nel caso dei pazienti operati lunedì scorso. Nonostante i loro quadri clinici fossero complessi, sono stati sufficienti tre giorni di degenza all'interno del presidio di Torrette per poi essere dimessi e poter far rientro nelle loro case. La prima è una donna di 69 anni che ha scoperto di avere una grave patologia tumorale al polmone dopo una caduta accidentale che le aveva provocato la frattura di tre costole; gli esami diagnostici per capire l'entità della lesione ha evidenziato un altro e ben più grave problema; il secondo caso riguarda un paziente di 83 anni a cui il tumore al polmone è stato diagnosticato dopo un controllo per valutare l'esito di un'altra neoplasia con cui stava combattendo. In questo caso la mini invasività della tecnica ha consentito di operare un paziente con un'età abbastanza avanzata, particolare che non sarebbe stato possibile con un'altra procedura. L'offerta curativa si allarga: “All'interno della struttura operativa che dirigo _ aggiunge il Direttore della Chirurgia Toracica _ siamo in grado di applicare tutti i sistemi operatori possibili. Oltre alla tecnica 'Uniportale', come già accennato, ora possiamo intervenire anche attraverso la robotica, senza dimenticare la modalità storica, ossia l'intervento cosiddetto 'a cielo aperto' che resta comunque la base pratica dell'attività operatoria complessiva, nonostante se ne faccia sempre meno riferimento in termini numerico-statistici”.
All'interno dell'equipe guidata dal dottor Majed Refai ci sono pure altri collaboratori che hanno approcciato la nuova tecnica, e sono i dottori Michele Salati, Alberto Roncon e Gian Marco Guiducci. Da sottolineare l'importanza del concetto di 'squadra' in sala operatoria, grazie alla presenza degli anestesisti dedicati e di personale infermieristico specializzato.
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Nicola Fazio, l’innovazione nella cura dei tumori neuroendocrini e dell’apparato digerente INNLIFES
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All’ingresso dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, un motto accoglie i pazienti: «Si cura meglio dove si fa ricerca». È un’eredità lasciata dal suo fondatore, Umberto Veronesi, e una lezione che Nicola Fazio ha fatto propria fin dal 1995, anno del suo arrivo in un istituto inaugurato da pochissimo e vibrante di entusiasmo.
Per Fazio, infatti, che dirige la Divisione e il Programma di Oncologia gastrointestinale e tumori neuroendocrini, la ricerca non è un esercizio intellettuale, ma una missione che deve tradursi in un beneficio tangibile per le persone: «sinceratevi sempre che il paziente abbia ben chiaro, dal vostro sguardo e dal modo di agire, che quello che state facendo lo fate per lui o per lei, diceva il professore, sottolineando l’importanza della dimensione umana della ricerca e della cura».
Oggi, come neo presidente della European Neuroendocrine Tumor Society (ENETS), Fazio guida una comunità internazionale di oltre 1500 membri verso nuove frontiere diagnostiche e terapeutiche, sostenendo una ricerca innovativa e una collaborazione aperta con le associazioni dei pazienti e con le altre società scientifiche, al fine di migliorare la durata e la qualità della vita dei pazienti con neoplasie neuroendocrine.
Lo abbiamo incontrato per capire come l’innovazione stia cambiando il volto di queste patologie rare e complesse.
Innanzitutto congratulazioni, dato che è appena iniziata la sua presidenza di ENETS.
«Grazie: è una soddisfazione personale, ma anche collettiva a livello istituzionale e nazionale, per tutta la comunità clinica e scientifica italiana, da sempre molto attiva nell’ambito delle neoplasie neuroendocrine».
Quali sono gli obiettivi del suo mandato?
«ENETS è una società focalizzata su una specifica patologia, o meglio su un gruppo eterogeneo di neoplasie rare: le neoplasie neuroendocrine (in gergo clinico NEN). La Società riunisce esperti di varie aree – oncologia, endocrinologia, chirurgia, patologia, gastroenterologia, medicina nucleare, radiologia – per garantire standard di cura multidisciplinari. Il mio mandato, che durerà due anni, punta a consolidare il valore della multidisciplinarietà, favorire la ricerca di alto livello per produrre trattamenti evidence-based, dare continuità alla formazione delle nuove generazioni, estendere la collaborazione internazionale e garantire una maggiore equità delle cure in Europa».
I tumori neuroendocrini sono stati a lungo considerati “orfani” di innovazione. Cosa è cambiato negli ultimi anni?
«Innanzitutto è doveroso un chiarimento. Le neoplasie neuroendocrine possono svilupparsi da cellule distribuite sporadicamente un po’ in tutto l’organismo e quindi interessare diversi organi. Inoltre, con questo termine comprendiamo sia le forme più indolenti, più gestibili, più lente, che chiamiamo tumori neuroendocrini (NET), sia le forme più aggressive, rapide e invalidanti, che chiamiamo carcinomi neuroendocrini (NEC). È perciò necessario caratterizzare la neoplasia sul piano biologico e clinico per poter impostare il giusto trattamento.
Detto questo, seppure in questo ambito, a differenza di altre aree dell’oncologia, non siamo arrivati ad avere terapie che hanno cambiato radicalmente la prognosi dei pazienti, siamo passati da poche opzioni a una vasta gamma di terapie. Un esempio è la terapia con radioligandi per i tumori neuroendocrini: una sorta di radioterapia sistemica. Si inietta nel sangue del paziente un peptide che porta con sé un radiofarmaco e raggiunge recettori specifici della cellula tumorale per esercitare un’azione radioterapica mirata in loco. Una terapia di precisione, quindi. I radioligandi sono un esempio della cosiddetta “teranostica”, termine che combina “terapia” a “diagnostica”.
In sostanza lo stesso bersaglio molecolare fa da target per la diagnosi e per la terapia. Utilizzando l’imaging molecolare (come la PET con traccianti specifici) è possibile visualizzare i recettori su cui agire: il target molecolare per eccellenza dei tumori neuroendocrini è il recettore tipo 2 della somatostatina, che è anche il bersaglio della terapia con il radioligando. Altri bersagli molecolari promettenti sul piano terapeutico stanno emergendo per le neoplasie neuroendocrine più veloci ed aggressive. Su questo fronte la ricerca sta andando avanti con l’obiettivo di sviluppare plurime terapie per plurimi bersagli molecolari».
L’innovazione non risiede solo nel farmaco, ma anche nell’algoritmo decisionale, nell’usare le terapie disponibili nel modo giusto. Conferma?
«Questo è un punto cruciale. Nei tumori neuroendocrini, l’innovazione c’è stata proprio nella gestione dei pazienti, grazie a una collaborazione continua, continuativa, multispecialistica, che consente di offrire al paziente il massimo delle competenze tecniche, cliniche e scientifiche per personalizzare e ottimizzare i presidi terapeutici. La personalizzazione della terapia richiede necessariamente un team multidisciplinare dedicato per valutare la migliore integrazione delle opzioni terapeutiche disponibili e decidere il timing. Il buon lavoro di gruppo può migliorare il beneficio del paziente in termini di durata e qualità della vita. Per questo è importante avere centri di riferimento per queste patologie».
E l’immunoterapia, che sta rivoluzionando l’oncologia, che ruolo gioca in questo ambito?
«Se ci riferiamo ai cosiddetti inibitori dei checkpoint immunitari, che hanno rivoluzionato alcune aree dell’oncologia, nelle neoplasie neuroendocrine quel tipo di immunoterapia non ha dato finora risultati così favorevoli da determinarne l’approvazione, per quanto alcuni sottotipi di NEN sembrano beneficiarne. Ma per i carcinomi neuroendocrini, quelli biologicamente più aggressivi e al momento relativamente orfani di opzioni terapeutiche, sono in fase avanzata di sperimentazione clinica altre forme di immunoterapia, come gli anticorpi bispecifici, che si legano da un lato a un recettore della cellula tumorale e dall’altro a un recettore della cellula immunitaria, stimolando così il sistema immunitario a reagire contro il tumore».
E invece l’intelligenza artificiale come impatta nella vostra pratica diagnostica e clinica?
«L’IA sarà sicuramente un aiuto straordinario nell’accelerare i processi diagnostici, di caratterizzazione della malattia e i percorsi decisionali. Tuttavia, ritengo che non possa e non debba sostituire il ragionamento clinico, l’interazione critica interdisciplinare, l’interpretazione delle informazioni e dei dati e la definizione della strategia terapeutica. Tutti questi aspetti sono fondamentali per la presa in carico dei nostri pazienti e la personalizzazione dei trattamenti, e difficilmente possono essere delegati interamente a un algoritmo. Bisogna essere aperti e propensi alla novità, ma con spirito critico e prudenza».
Allo IEO dirige la Divisione di Oncologia gastrointestinale e tumori neuroendocrini. Qual è la sfida principale per patologie come il tumore al pancreas?
«Il pancreas è una ghiandola particolare perché ha una componente endocrina e una esocrina. I più difficili da trattare, per la loro relativa refrattarietà, sono i tumori del pancreas esocrino, l’adenocarcinoma. Allo IEO siamo stati pionieri nello studio di farmaci che colpiscono il gene K-RAS, mutato nel 95% degli adenocarcinomi. I primi risultati di questo studio internazionale, chiamato RASolute – di cui si è discusso al recente congresso dell’American Association for Cancer Research a San Diego e che verranno presentati ufficialmente al prossimo congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), a giugno a Chicago – sono molto promettenti e apriranno la strada a numerose altre sperimentazioni che speriamo possano presto offrire alternative concrete alla chemioterapia».
E poi c’è la biopsia liquida, che sta aprendo un nuovo modo di approcciare i pazienti.
«Noi la stiamo sperimentando soprattutto nei tumori del colon. Si tratta della ricerca di cellule tumorali nel sangue, quindi di una metodica meno invasiva rispetto alla biopsia solida, che richiede il prelievo di un frammento di tumore. I campi di applicazione sono numerosi: dalla diagnosi di malattia residua dopo un intervento, anche quando questo è stato radicale e completo, alla scelta terapeutica basata sulle caratteristiche molecolari delle cellule rilevate nel sangue, fino alla diagnosi precoce di una neoplasia in persone apparentemente sane nell’ambito dei programmi di screening.
Inoltre, con un grant di 1 milione di euro da fondi PNRR, stiamo lavorando a un progetto di biopsia liquida per determinare la diagnosi delle neoplasie miste dell’apparato digerente, che al momento sono molto difficili da diagnosticare».
Professore, a questo punto domanda d’obbligo per il nostro innovatore del mese: cosa significa per lei innovare?
«Significa produrre nuove evidenze scientifiche, migliorando la ricerca clinica e traslazionale, e stare al passo con i tempi, offrendo ai pazienti le opzioni diagnostiche e terapeutiche più all’avanguardia. Per fare questo ricerca e cura devono andare a braccetto: perché dalle lacune delle cure nascono quesiti per nuove ricerche e non potrebbero esistere cure se non si facesse ricerca. Come diceva sempre il professor Veronesi, tutto quello che facciamo deve andare a beneficio delle persone che affrontano la malattia. Questo, in fondo, è la mission dello IEO: integrare ricerca e clinica mettendo al centro il paziente».