📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Pancreas e colon-retto: arriva la molecola a doppia azione per i “tumori freddi” Il Sole 24 ORE
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Anche i tumori meno recettivi all’immunoterapia, la quarta gamba dei trattamenti anti-cancro, potrebbero avere un tallone d’Achille. E la scienza forse sta iniziando a trovare le strategie per attaccarli proprio in quel punto, o meglio in quei punti. Si intravvede (siamo davvero all’inizio) una speranza di togliere il velo dell’insensibilità che in pratica nasconde alcune forme tumorali, definite quindi fredde, all’azione difensiva del sistema immunitario. Una ricerca apparsa su Cancer Research condotta da esperti delle Università di Cambridge e Basilea, segnala infatti la possibilità di agire come “propellente” per i farmaci per l’immunoterapia, grazie a piccole molecole in grado di aumentarne l’attività. Questi composti hanno una doppia azione: da un lato stimolano i macrofagi (in pratica gli spazzini delle nostre difese) ad inglobare e fagocitare le cellule tumorali, dall’altro modificano il tessuto circostante, riducendone la capacità di sopprimere gli attacchi dell’organismo nei confronti del tumore. Al momento, va detto, I’approccio è stato testato solo in colture cellulari e in modelli di pesce zebra e topo con diversi tipi di tumore. Ma le speranze ci sono.
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Cosa sono i tumori “freddi”
La strategia potrebbe rivelarsi fondamentale proprio contro i tumori “freddi”, così definiti perché capaci di autoproteggersi dagli attacchi del sistema immunitario e quindi spesso insensibili ai farmaci che agiscono in questo senso. “Con il termine “tumori freddi” si indicano quelle neoplasie che riescono a creare un microambiente povero di cellule immunitarie attive, risultando quindi poco riconoscibili dalle nostre difese – spiega Paolo Tralongo, presidente del CIPOMO (Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri) e direttore dell’oncologia medica all’Ospedale di Siracusa -. Il microambiente tumorale è il luogo in cui si decide se il sistema immunitario potrà attivare una risposta efficace contro la malattia. Possiamo immaginarlo come una sorta di frontiera o di dogana biologica: è lì che vengono trasmessi i segnali che consentono alle cellule immunitarie di entrare in azione oppure, al contrario, di fermarsi. Tra i tumori freddi che mostrano più frequentemente queste caratteristiche ci sono il tumore del pancreas, gran parte dei tumori del colon-retto a stabilità microsatellitare (MSS), molti tumori della prostata e alcune forme di carcinoma mammario. Proprio perché il sistema immunitario fatica a riconoscerli, questi tumori rispondono meno alle attuali immunoterapie”.
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Il segreto delle PSE
Lo studio, coordinato da Gregor Hutter dell’Università di Basilea e dell’Ospedale Universitario di Basilea e Gonçalo Bernardes dell’Università di Cambridge (primo autore Valerio Sabatino) concentra l’attenzione sulle PSE sigla che sta per “Phagocytic Synapse Enhancers”. Queste piccole molecole sono una sorta di “cavo” che collega le cellule destinate a “mangiare” le unità tumorali facendo partire il processo, “grazie ad una sorta di ponte molecolare che lega le cellule tumorali e i macrofagi, dando a questi ultimi il segnale di attaccare”, come rivela in una nota per la stampa dell’ateneo elvetico lo stesso Sabatino. Non solo. In pratica le PSE inducono i macrofagi a internalizzare e degradare la proteina PD-L1 presente sulla loro superficie, modificando a favore dell’organismo il microambiente tumorale e quindi aiutando le difese. La PD-L1, svolge quindi un doppio ruolo chiave: agisce come un segnale di stop per i linfociti T del sistema immunitario, impedendo loro di attaccare il tumore. In pratica, con questo approccio, si cambiano le carte in tavola: si passa da un “habitat” che sostiene la crescita del tumore a uno che lo contrasta.
Terapie su misura
Al momento l’approccio è stato testato solo in laboratorio, quindi siamo ancora molto indietro. La strategia è comunque davvero affascinante, perché in pratica porta le cellule dell’organismo a “tradire” il tumore. “L’immunoterapia si è concentrata quasi esclusivamente sulle cellule T, ma le cellule mieloidi, che dominano la maggior parte dei tumori solidi, rappresentavano il tassello mancante – è il parere di Bernardes -. Il nostro lavoro dimostra che possono essere riprogrammate per attaccare il tumore anziché proteggerlo”. In ogni caso, le osservazioni fanno ben sperare: una particolare variante di PSE a lunga durata ha consentito di rallentare la crescita del tumore idi più che i trattamenti di confronto. Soprattutto, in futuro si spera di poter adattare i PSE in base al target cellulare o molecolare da colpire oltre che al tipo di tumore. “La nostra visione a lungo termine è quella di progettare cellule CAR T per la terapia del cancro che non solo attacchino direttamente il tumore, ma che rilascino anche molecole di PSE al suo interno per attivare i macrofagi – è il commento di Hutter -. Tuttavia, saranno necessarie molte altre ricerche prima che i PSE possano essere testati in studi clinici”. “Il valore di questo studio non sta nell’annunciare una nuova terapia già disponibile, ma nell’aprire una strada diversa – conclude Tralongo -. Se in futuro riusciremo davvero a rendere “visibili” al sistema immunitario tumori che oggi ne sfuggono al controllo, potremo ampliare il numero dei pazienti candidabili all’immunoterapia. È però importante ricordare che siamo ancora nella fase della ricerca preclinica: i risultati sono promettenti, ma dovranno essere confermati da studi clinici prima di poter cambiare la pratica quotidiana”.
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Undici anni di chemioterapia per un tumore che non c’era: il caso che fa paura Giornale La Voce
Una risonanza può mostrare un’anomalia, ma non sempre può dire con certezza che cosa sia. Tra il sospetto radiologico e una terapia oncologica esistono passaggi decisivi — confronto multidisciplinare, biopsia quando possibile e revisione specialistica — che il caso di una donna trattata per anni riporta drammaticamente al centro dell’attenzione.
Il caso britannico di Becky Jones, riportato il 14 settembre 2026 da Adnkronos sulla base di un servizio della BBC, mostra perché una diagnosi oncologica non dovrebbe essere interpretata come il risultato isolato di una scansione. Jones afferma di avere ricevuto a 21 anni una diagnosi di tumore cerebrale, con una prognosi di pochi mesi, e di essere stata sottoposta a chemioterapia per 11 anni. Secondo il suo racconto, gli esami non avrebbero mai mostrato chiaramente una massa e i sintomi sarebbero dipesi da un’infiammazione trattabile con steroidi. Nel 2025, dopo una rivalutazione da parte di altri neurochirurghi e radiologi, le sarebbe stato comunicato che il cancro non era mai esistito. La vicenda è ora al centro di un’azione legale: gli elementi riportati rappresentano quindi le contestazioni della paziente, non una ricostruzione giudiziaria definitiva.
Nel sospetto di una neoplasia cerebrale, il percorso comincia dalla storia clinica e dall’esame neurologico, che valuta funzioni come coordinazione, forza, sensibilità, riflessi, linguaggio e stato mentale. Seguono gli esami radiologici: la risonanza magnetica, generalmente eseguita con mezzo di contrasto quando indicato, offre un’elevata risoluzione dei tessuti molli; la tomografia computerizzata è particolarmente utile nelle urgenze e per identificare emorragie, calcificazioni o alterazioni ossee.
Le immagini, tuttavia, non equivalgono sempre a una diagnosi istologica. Edema, infezioni, infarti, malformazioni vascolari e processi infiammatori possono produrre segni o sintomi sovrapponibili a quelli di una neoplasia. Il National Cancer Institute sottolinea che i tumori del sistema nervoso centrale devono essere distinti da altre lesioni occupanti spazio e che i pattern radiologici possono risultare fuorvianti.
Se l’imaging individua una lesione sospetta, la conferma viene normalmente cercata attraverso una biopsia o l’esame del tessuto rimosso durante l’intervento. Il neuropatologo stabilisce natura, tipo e grado della neoplasia; le analisi molecolari possono poi precisarne ulteriormente la classificazione e orientare la terapia.
La biopsia non è però praticabile in ogni situazione. Una lesione può trovarsi in una zona cerebrale nella quale il prelievo comporterebbe rischi eccessivi. In casi selezionati, inoltre, il quadro clinico-radiologico può essere considerato sufficientemente caratteristico, per esempio per sorvegliare una probabile formazione benigna. Sono eccezioni che richiedono una valutazione specialistica multidisciplinare, non la conclusione automatica che una massa “invisibile” sia necessariamente un tumore.
I segnali che giustificano una rivalutazione
Un secondo parere è particolarmente ragionevole quando manca una conferma istologica, quando referti e sintomi non concordano, se la diagnosi riguarda una neoplasia rara oppure prima di iniziare un trattamento lungo, tossico o irreversibile. È utile anche quando il quadro rimane invariato nel tempo nonostante l’evoluzione attesa della malattia, o quando emergono interpretazioni discordanti delle immagini.
Chiedere una seconda opinione non significa interrompere autonomamente le cure. Significa sottoporre a un centro esperto l’intero fascicolo: immagini originali di risonanze e TC, non soltanto i referti; eventuali vetrini, blocchetti e rapporti anatomopatologici; lettere di dimissione; terapie ricevute e loro effetti; esami più recenti. Il NCI considera appropriato chiedere il secondo parere già al momento della prima diagnosi e raccomanda, per i tumori cerebrali, il coinvolgimento di specialisti con esperienza nella specifica patologia.
Anche il Ministero della Salute definisce la seconda opinione come il parere di un altro medico o di un’altra istituzione volto a confermare, confrontare o modificare diagnosi e indicazione terapeutica. Il paziente può domandarla tramite la struttura che lo segue oppure rivolgersi autonomamente a un centro della rete oncologica.
Le domande decisive sono concrete: qual è l’evidenza oggettiva del tumore? Esiste un campione istologico? Quali diagnosi alternative sono state escluse? Il caso è stato discusso da un gruppo multidisciplinare? Prima di una terapia oncologica impegnativa, ottenere risposte documentate non è diffidenza verso i medici: è parte di un consenso informato realmente consapevole.
Taiho Pharmaceutical Co., Ltd., Taiho Oncology, Inc. e Cullinan Therapeutics, Inc. riportano i risultati dello studio di Fase 3 REZILIENT3 che valuta Zipalertinib in combinazione con la chemioterapia nel trattamento di prima linea del tumore al polmone non a pi - MarketScreener Italia
📰 MarketScreener Italia📅 2026-09-14T08:05:51
chemioterapia
Taiho Pharmaceutical Co., Ltd., Taiho Oncology, Inc. e Cullinan Therapeutics, Inc. riportano i risultati dello studio di Fase 3 REZILIENT3 che valuta Zipalertinib in combinazione con la chemioterapia nel trattamento di prima linea del tumore al polmone non a pi MarketScreener Italia
Il potenziale farmaco di GSK contro il tumore al polmone a piccole cellule raggiunge l'endpoint primario in uno studio di fase avanzata - MarketScreener Italia
📰 MarketScreener Italia📅 2026-09-14T08:00:37
tumore polmone
Il potenziale farmaco di GSK contro il tumore al polmone a piccole cellule raggiunge l'endpoint primario in uno studio di fase avanzata MarketScreener Italia
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Dalla diagnosi a un sogno Slam: la storia di Zverev dimostra che il diabete non può decidere il futuro insalutenews.it
Prof.ssa Raffaella Buzzetti
Roma, 14 settembre 2026 – Ci vuole una madre molto forte per sfidare la sentenza inappellabile dei medici che, al momento della diagnosi di diabete di tipo 1 in un bimbo di 4 anni, ti dicono che avrà una vita e un’attività sportiva molto limitate. E non sorprende dunque che è proprio a questa super mamma che Sasha Zverev, uno dei tennisti più forti al mondo, abbia dedicato la sua incredibile vittoria agli US Open, il suo secondo Slam del 2026 dopo quello di Parigi.
“Mio figlio sarà chiunque voglia essere. Se vuole fare il tennista, farà il tennista”. Questo il pensiero di mamma Irina, che ben si presta a diventare un mantra per tutte le persone con diabete di tipo 1 e le loro famiglie. Il diabete insomma non può definire la vita di una persona, non va considerato un limite. Ma quando sei solo un bambino spaventato, hai bisogno di tanta solidità e supporto, di una ‘madre forte’ al tuo fianco. Il resto lo fanno i medici e i progressi della terapia e dei sistemi di monitoraggio.
“La storia di Sasha Zverev e di sua madre Irina è la fotografia più bella di ciò che la SID sostiene da anni: il diabete tipo 1 non è un soffitto di cristallo dal quale farsi sovrastare e limitare, ma una condizione con cui si può correre, vincere, arrivare ovunque. Le parole di quella mamma dovrebbero essere scritte nella sala d’attesa di ogni centro di diabetologia pediatrica in Italia, perché la paura della diagnosi non diventi mai la misura della vita di un bambino”, commenta la prof.ssa Raffaella Buzzetti, presidente Società Italiana di Diabetologia (SID).
Un campione di vita, prima ancora che di sport, come Zverev non rappresenta solo un baluardo contro limiti, ormai anacronistici, ma ricorda anche forte e chiaro quanto l’attività sportiva rappresenti un must, un pilastro del trattamento contro tutte le malattie croniche, diabete in primis. Un concetto che è arrivato anche sui banchi della politica con il Ddl 287 (primo firmatario la Senatrice Daniela Sbrollini) che propone di introdurre l’esercizio fisico strutturato come strumento di prevenzione e terapia all’interno del Servizio Sanitario Nazionale. Tradotto in pratica, nel caso in cui venisse tradotto in legge, l’attività motoria verrebbe riconosciuta come mezzo per tutelare il diritto alla salute, per prevenire e curare le patologie corniche non trasmissibili e come tale potrebbe essere prescritta da personale medico qualificato, in ricetta, come un farmaco, detraibile dalle tasse.
“Il Ddl 287 va esattamente nella direzione che la comunità diabetologica chiede da tempo: trattare l’attività fisica strutturata non come un consiglio generico di buon senso, ma come una prescrizione vera e propria, con pari dignità rispetto a un farmaco – conclude la presidente SID – Chi vive con il diabete lo sa bene: l’attività fisica strutturata abbassa la glicemia, protegge il cuore e i reni, allunga e migliora la vita. Riconoscerla per legge significa finalmente allineare la sanità pubblica a ciò che la scienza dimostra da decenni”.
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Talassemia, la terapia genica funziona: dodici nuovi pazienti sardi entro il 2027 L'Unione Sarda.it
Altri dodici pazienti sardi dovrebbero essere sottoposti alla terapia genica per la cura della talassemia tra la fine di quest'anno e il prossimo. Lo assicurano gli specialisti degli ospedali Businco, Microcitemico e Brotzu di Cagliari, dopo l'esito positivo del primo trattamento eseguito nell'isola su un uomo di 35 anni, che adesso non avrà più bisogno delle trasfusioni di sangue.
La terapia genica, in questo caso di editing genomico, è una tecnica sofisticata: prevede l’estrazione delle cellule staminali ematopoietiche del paziente, che vengono modificate geneticamente in laboratorio per recuperare la capacità di produrre emoglobina fetale e, infine, reinfuse. Per ora solo i pazienti tra i 12 e 35 anni, in ottime condizioni cliniche, rientrano tra i possibili candidati alla terapia.
Sono in corso studi, nel mondo, per estendere la fascia di età e comprendere i bambini a partire dai cinque anni.
L'intervistata è: Susanna Barella direttrice del ''Centro Microcitemie e anemie rare'' dell'ospedale Microcitemico di Cagliari.
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Medicina di precisione: i test genomici ridisegnano la cura del tumore al seno Italian Medical News
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ONCOLOGIA MAMMARIA: LA RICERCA FA UN BALZO IN AVANTI CON I TEST GENOMICI, OFFRENDO CURE SEMPRE PIÙ MIRATE E PERSONALIZZATE NELLA LOTTA CONTRO IL TUMORE.
Negli ultimi anni l’oncologia mammaria ha intrapreso una rotta chiara: passare da un approccio standardizzato a una strategia sartoriale, cucita sul profilo biologico del singolo tumore. In questo scenario, i test genomici rappresentano uno degli strumenti più rivoluzionari a disposizione dei clinici, confermando una tendenza che unisce la ricerca internazionale e il dibattito sulla pratica clinica quotidiana.
Cosa sono e a chi servono
I test genomici analizzano l’espressione di un pannello di geni all’interno del tessuto tumorale (come nel caso dei test più noti, da Oncotype DX a Prosigna). Non valutano semplicemente la dimensione della massa o il coinvolgimento linfonodale, ma decodificano l’aggressività biologica della neoplasia e il rischio di recidiva a distanza.
Il loro impiego d’elezione riguarda il carcinoma mammario in stadio precoce, ormono-responsivo e HER2-negativo (HR+/HER2-). L’obiettivo principale è duplice. Identificare le pazienti che traggono un reale beneficio dalla chemioterapia adiuvante e, specularmente, risparmiare un trattamento tossico e non necessario a chi otterrebbe gli stessi eccellenti risultati con la sola terapia endocrina.
Le novità cliniche: lo studio OPTIMA
Un pilastro fondamentale che ha consolidato le evidenze in questo campo arriva dai recenti dati del grande studio clinico internazionale OPTIMA, i cui risultati definitivi sono stati al centro del dibattito oncologico globale.
Il trial ha confermato che l’utilizzo di test genomici basati sul profilo di rischio permette di guidare le scelte terapeutiche in modo estremamente sicuro: nei gruppi a basso rischio genomico, più di due terzi delle pazienti può evitare la chemioterapia senza alcuna compromissione della sopravvivenza libera da malattia o della sicurezza a lungo termine. Questo si traduce in un drastico abbattimento degli effetti collaterali a breve e lungo termine (dalla stanchezza cronica ai problemi di fertilità e neurotossicità) e in un uso più efficiente delle risorse sanitarie.
Il quadro in Italia: tra traguardi e disomogeneità
Se la scienza corre, l’applicazione nella pratica reale del Servizio Sanitario mostra ancora qualche anomalia. I dati dell’Osservatorio nazionale sui test genomici evidenziano che, pur registrando una crescita costante (con oltre 30.000 test prescritti negli ultimi cinque anni), nel corso dell’ultimo anno in Italia sono stati eseguiti circa 9.800 esami a fronte di una platea stimata di circa 13.000 donne eleggibili.
Rimangono aperte due grandi sfide per i prossimi mesi:
L’equità d’accesso territoriale: permangono differenze marcate tra le diverse Regioni nell’applicazione uniforme dei percorsi di medicina personalizzata. Il nodo normativo della biopsia: attualmente i test vengono eseguiti quasi esclusivamente sul pezzo operatorio. Si discute molto sulla possibilità di rimborsare e validare l’esecuzione precoce del test sulla biopsia diagnostica, così da pianificare l’intera strategia di cura fin dal primo momento.
Verso il futuro
I test genomici non sono più una promessa della ricerca avanzata, ma uno standard consolidato di cura che sposta l’asse terapeutico dalla quantità alla qualità delle cure. Per il personale sanitario la sfida è l’integrazione sistematica nei percorsi diagnostico-terapeutici (PDTA); per il pubblico, la consapevolezza che la lotta al tumore al seno passa oggi per una comprensione sempre più intima e personalizzata della biologia cellulare.
Per approfondire clicca qui.
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La terapia di GSK per il tumore al polmone a piccole cellule recidivante raggiunge l'endpoint primario in uno studio di fase avanzata - MarketScreener Italia
📰 MarketScreener Italia📅 2026-09-14T06:39:31
tumore polmone
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VIDEO | Farmaci e terapie: COSìsiFA è la nuova rete per orientare pazienti e professionisti TgPadova
Un effetto indesiderato. Un nuovo farmaco. Una terapia oncologica. Una sperimentazione clinica. Basta una ricerca sullo smartphone per trovare decine di risposte. Ma quali sono affidabili? Combattere la disinformazione sanitaria significa anche mettere a disposizione informazioni scientificamente rigorose, comprensibili e indipendenti da interessi commerciali. È l'obiettivo di COSìsiFA, progetto promosso e sostenuto dall'AIFA, L’Agenzia Italiana del Farmaco.
Quattro le aree: cronicità e politerapia, pediatria, antibiotico-resistenza e oncologia. Ed è proprio sull'oncologia che il Veneto ha un ruolo centrale, attraverso la collaborazione tra IOV, Istituto Oncologico Veneto e Centro Regionale di Farmacovigilanza. Tutti i materiali sono disponibili sul portale InFarmaco.it, all'interno di una rete nazionale che coinvolge Regioni, istituzioni e professionisti. Già attivi pure i social, e le pagine collegate. Ne parliamo nel servizio per il TgPadova.
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La ricerca europea è di ottima qualità, ma sono sempre meno le sperimentazioni attive. Una frenata che in Italia è più evidente che altrove. Gli oncologi chiedono maggiori finanziamenti
L'articolo Tumori, in Europa sempre meno sperimentazioni sembra essere il…
La ricerca oncologica europea è da sempre di ottima qualità. E l’Italia di certo non sfigura nel gruppo. Oggi, però, l’Europa rischia di perdere la capacità di trasformare la buona ricerca in nuovi farmaci, sperimentazioni cliniche e accesso precoce alle terapie. Lo ha denunciato, una volta di più, Giuseppe Curigliano, direttore della Divisione Sviluppo di Nuovi Farmaci per Terapie Innovative dello IEO di Milano durante il meeting annuale di Alleanza Contro il Cancro, a Napoli, presentando i dati più aggiornati sulla ricerca clinica oncologica.
Il divario si vede soprattutto nelle sperimentazioni promosse dall’industria. Tra gli studi oncologici di fase I-III sono circa 21 mila quelli censiti in Nord America, contro i 12 mila dell’Europa e altrettanti dell’Asia. Se si considerano soltanto quelli aperti al reclutamento, gli Stati Uniti sono a quota 5.200, l’Asia a 5.300 e l’Europa a circa 3 mila. Numeri che fotografano la strategia delle multinazionali: iniziare a sperimentare le nuove molecole fuori dal Vecchio Continente, dove regole, strutture, istituzioni sono più organizzate per la ricerca clinica. “Non è che i trial non ci siano, ma ci sono meno centri attivi”, ha osservato Curigliano. Le multinazionali farmaceutiche tendono infatti a concentrare le sperimentazioni in un numero più ristretto di strutture e a coinvolgere meno frequentemente i centri europei nello sviluppo iniziale delle nuove molecole. La riduzione interessa soprattutto gli studi di fase I, decisivi per consentire ai sistemi di ricerca di partecipare fin dall’inizio all’innovazione terapeutica.
I numeri dell’Italia
L’Italia non fa eccezione. Con 495 studi aperti al reclutamento, tra accademici e registrativi, è dietro Spagna (708), Francia (635) e Regno Unito (520). Eppure, la qualità della ricerca italiana resta competitiva. Il problema, dunque, non sembra essere il talento dei ricercatori, ma il sistema che dovrebbe trasformarlo in innovazione. È un problema che l’Italia conosce da tempo. Il nuovo Regolamento europeo sulle sperimentazioni cliniche, il 536/2014, avrebbe dovuto armonizzare le procedure e rendere l’Europa più attrattiva attraverso una piattaforma unica, il Clinical Trial Information System (CTIS). Il nostro Paese è arrivato all’appuntamento in ritardo: solo nel 2023, dopo anni di mancati adeguamenti, sono state completate le principali misure necessarie per allinearsi al nuovo sistema. La Spagna, al contrario, si è organizzata per tempo. E ora i risultati si vedono.
Il quadro italiano appare più solido sul versante accademico, sostenuto anche dagli investimenti di AIFA e AIRC. E i dati sulla produzione scientifica restituiscono il valore della ricerca: dalla qualità delle pubblicazioni censite dal Nature Index all’H-index elaborato da SCImago Oncology, la ricerca europea mantiene un impatto elevato e competitivo rispetto a Stati Uniti e Asia. Il Regno Unito occupa la prima posizione nel continente, seguito da Spagna e Germania, mentre Italia e Francia si collocano a pari merito.
Perché i trial sono importanti
La sperimentazione clinica non porta soltanto conoscenza: porta investimenti, competenze, infrastrutture e, soprattutto, offre ai pazienti la possibilità di accedere a terapie ancora non disponibili. La partita, quindi, non è soltanto sanitaria. È industriale e strategica. L’Europa conserva università, ospedali, reti di ricerca e competenze di primo livello.
Per Curigliano servono risposte coordinate a livello europeo, accompagnate da interventi nazionali: maggiori investimenti in ricerca e sviluppo, laboratori, infrastrutture accessibili per i dati e formazione delle nuove figure professionali. Un esempio è il progetto di Alleanza Contro il Cancro sulle infrastrutture dei dati, “Health Big Data”, finanziato con 55 milioni di euro dal Ministero della Salute cui partecipano tutti gli IRCCS italiani, INFN e Fondazione Politecnico Milano. “Se non realizziamo investimenti strategici in ricerca e sviluppo, il rischio è di dover comprare tutto”, ha concluso Curigliano. La priorità è quindi preservare la capacità europea di produrre conoscenza e creare le condizioni perché questa possa diventare sperimentazione clinica, innovazione industriale e nuove opportunità di cura.
Foto di National Cancer Institute su Unsplash
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
56.3/100
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Criteri Critici
Tumore del colon-retto, a Caltanissetta focus su prevenzione e cure: “Prevenire è vita” Sicilia Medica
“Prevenzione è cura”, perché intervenire in tempo significa aumentare i margini di guarigione e, in alcuni casi, evitare anche l’intervento chirurgico. È il messaggio ribadito sabato 12 settembre 2026 nella sala convegni dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della Provincia di Caltanissetta, durante l’incontro dedicato al carcinoma del colon-retto.
L’appuntamento rientra nel ciclo di cinque eventi formativi organizzati con il contributo della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri e con il patrocinio gratuito dell’Azienda sanitaria provinciale di Caltanissetta.
A moderare i lavori sono stati Giovanni Ciaccio, direttore dell’Unità operativa complessa di Chirurgia generale e d’urgenza del presidio Sant’Elia di Caltanissetta, e Roberto Valenza, direttore dell’Unità operativa complessa di Oncologia medica dell’ospedale Vittorio Emanuele di Gela.
Una giornata di confronto che ha riunito professionisti provenienti da diversi ambiti della prevenzione, della diagnosi e della cura. Tra i relatori Antonio Sedita, biologo nutrizionista, Paolo Gervaso, direttore del Dipartimento di Prevenzione dell’Asp di Caltanissetta, Salvatore Pasqualetto, medico di medicina generale, Marinella Faletra, dirigente psicologo ospedaliero, Maria Andriolo, direttore dell’Unità operativa complessa di Patologia clinica del Sant’Elia, Giancarlo Foresta, direttore dell’Unità operativa complessa di Anestesia e rianimazione del presidio nisseno, Rita D’Ippolito, dirigente della stessa unità, Salvatore Camilleri, direttore dell’Unità operativa complessa di Gastroenterologia ed endoscopia digestiva del Sant’Elia, Cristina Ferrara, dirigente radiologo, Marco Airò Farulla, dirigente chirurgo del Sant’Elia, Giovanni Urrico, direttore dell’Unità di Anatomia patologica dell’ospedale di Caltanissetta, Cristina Raimondi, dirigente di Oncologia medica del presidio nisseno, ed Ersilia Sciandra, presidente dell’Associazione Progetto Luna.
Ad aprire i lavori è stato il presidente dell’Ordine provinciale dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, Giovanni D’Ippolito, che ha richiamato ancora una volta il valore della prevenzione.
“Il carcinoma del colon-retto rappresenta per frequenza il secondo tumore nelle donne e il terzo negli uomini. Nonostante la maggiore diffusione dei programmi di screening e gli enormi progressi scientifici, la mortalità resta elevata perché spesso il tumore viene diagnosticato in stadio avanzato, per mancanza di adesione agli screening da parte dei cittadini”.
La prevenzione ha occupato una parte centrale dell’incontro, sia sul fronte secondario, con l’analisi dei dati relativi ai programmi di screening dell’Azienda sanitaria provinciale, sia su quello primario, attraverso il richiamo agli stili di vita e alla corretta alimentazione.
“Il counseling con il paziente e il nostro ruolo nella comunicazione dei corretti stili di vita e della corretta alimentazione sono fondamentali. Non dobbiamo limitarci a indicazioni isolate, ma fare comprendere che è il pattern globale dello stile di vita a determinare un reale effetto nella prevenzione del tumore”, ha spiegato Antonio Sedita.
Sul valore della prevenzione è intervenuto anche Giovanni Ciaccio.
“Senza una prevenzione adeguata è impossibile istituire un vero trattamento del carcinoma del colon-retto, quindi ben vengano questi progetti, che non saranno mai abbastanza. Oggi la prevenzione è molto più estesa e molto più attenzionata dalle Asp, dagli ospedali, dai cittadini e dalla comunità stessa”.
All’interno della rete oncologica del carcinoma del colon-retto assume un ruolo centrale anche il medico di medicina generale, chiamato ad accompagnare il paziente lungo tutto il percorso assistenziale.
“Il ruolo del medico di medicina generale è essenziale perché rientra in tutte le fasi del percorso del paziente con carcinoma del colon-retto, dagli screening al post intervento chirurgico fino al follow-up”, ha spiegato Salvatore Pasqualetto, segretario provinciale della Federazione italiana medici di medicina generale.
Accanto agli aspetti strettamente clinici, l’incontro ha affrontato anche l’impatto psicologico e sociale della malattia e delle conseguenze di alcuni trattamenti.
“Colmare la distanza tra ciò che sappiamo e ciò che accade significa acquisire la consapevolezza che non si può curare un referto ignorando una biografia. Il medico di medicina generale deve muoversi all’interno di una cornice fondamentale, legittimando una progettualità di vita che il cancro ha prepotentemente interrotto”.
Nel corso della giornata spazio anche alla diagnosi, alla chirurgia, alla chemioterapia, all’immunoterapia e alla gestione degli accessi venosi.
“Il risparmio del patrimonio endovenoso consente al paziente di avere meno disagi e anche una maggiore facilità nell’utilizzo delle terapie specifiche”, ha sottolineato Giancarlo Foresta.
Gli interventi hanno quindi ricostruito l’intero percorso del paziente, dalla prevenzione alla diagnosi precoce fino al trattamento e al successivo follow-up, con un approccio multidisciplinare e multiprofessionale.
Le conclusioni sono state affidate ancora una volta al presidente Giovanni D’Ippolito.
“Questo convegno, molto partecipato, ha visto la presenza di illustri relatori, che desidero ringraziare per la chiarezza degli argomenti trattati. A conclusione ci portiamo a casa un messaggio chiaro, l’importanza della promozione della salute attraverso una rete che preveda un lavoro sinergico, multidisciplinare e multiprofessionale, capace di mettere insieme strategie di prevenzione, evoluzione scientifica e più recenti approcci terapeutici, per migliorare quantitativamente e qualitativamente la risposta sanitaria. Al cittadino chiediamo un’evoluzione culturale e una sempre maggiore adesione alle campagne di screening, perché ricordiamoci che prevenire è vita”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
48.9/100
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Melanoma, al Moscati confronto tra Ascierto e Gridelli: 2 protagonisti dell’oncologia italiana insieme ad Avellino Tu si nat in Italy
Due tra i protagonisti dell’oncologia italiana insieme ad Avellino per un confronto sul melanoma e sulle nuove prospettive di cura. Paolo Antonio Ascierto , Direttore dell’Unità operativa complessa Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Pascale di Napoli e riferimento internazionale per la cura del melanoma, e Cesare Gridelli , Direttore dell’Unità operativa complessa Oncologia Medica dell’Azienda ospedaliera San Giuseppe Moscati di Avellino e tra i maggiori esperti di oncologia toracica e tumore del polmone, presiederanno l’incontro Management del Melanoma oggi: il ruolo del Gruppo Oncologico Multidisciplinare, in programma mercoledì prossimo, 16 settembre, dalle ore 9 alle 13, nell’aula multimediale della Città ospedaliera (primo piano, settore B, aula attigua all’aula magna).
Un appuntamento di particolare rilievo scientifico, che metterà al centro l’evoluzione del trattamento del melanoma e soprattutto il valore della presa in carico multidisciplinare del paziente. Il confronto affronterà infatti la gestione della malattia da più punti di vista, approfondendo il ruolo del dermatologo, dell’oncologo, del chirurgo e del radioterapista e il contributo che ciascuna figura è chiamata a offrire all’interno del Gom (Gruppo Oncologico Multidisciplinare). L’incontro sarà anche l’occasione per fare il punto sulle profonde innovazioni che negli ultimi anni hanno modificato la storia clinica del melanoma. Accanto alla prevenzione e alla diagnosi precoce, lo sviluppo dell’immunoterapia e delle terapie a bersaglio molecolare ha consentito di migliorare la prognosi dei pazienti con melanoma avanzato e di ridurre il rischio di recidiva, rendendo sempre più determinante l’integrazione tra le diverse professionalità coinvolte nel percorso di cura.
Responsabili scientifiche dell’evento sono Maria Luisa Barzelloni e Rosa Valentina Puca , rispettivamente dirigente oncologa e Responsabile dell’Unità operativa di Dermatologia e Dermochirurgia dell’Azienda Moscati. Barzelloni interverrà nel corso della giornata sul ruolo dell’oncologo nella gestione multidisciplinare del melanoma, mentre Puca approfondirà il contributo dello specialista dermatologo.
Dopo i saluti della Direzione Strategica dell’Azienda Moscati, ad aprire i lavori dell’interessante incontro sarà la lectio magistralis di Paolo Ascierto, introdotta da Gridelli e dedicata al trattamento del melanoma: storia, stato dell’arte e futuro. Seguirà la sessione sull’integrazione delle competenze nella gestione multidisciplinare, con particolare attenzione al Gom melanoma e al ruolo delle diverse figure specialistiche. Una seconda parte della mattinata sarà dedicata alla discussione di casi clinici complessi e alle esperienze real life, con il contributo di professionisti provenienti da diverse realtà oncologiche campane, tra cui l’Istituto Pascale di Napoli, l’Università Federico II, l’Università di Salerno, l’Azienda San Pio di Benevento e l’Università Vanvitelli. L’obiettivo è favorire un confronto concreto sulle scelte diagnostiche e terapeutiche e sulla gestione condivisa del paziente, in un ambito nel quale l’integrazione tra diverse professionalità rappresenta oggi uno degli elementi fondamentali per garantire percorsi di cura sempre più appropriati e personalizzati.
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Rivolta d’Adda - Festa al parco per i bambini malati di leucemia Crema News
Rivolta d’Adda, 14 settembre 2026
(Gianluca Maestri) Regalare ai bambini che sono stati in terapia o che lo sono tuttora e alle loro famiglie un momento di serenità e diffondere il messaggio secondo cui la donazione del midollo osseo è fondamentale per salvare delle vite.
È con questo scopo che ieri l'associazione La Mitica-nazionale di calcio dei ragazzi guariti dalla leucemia, ha organizzato al parco della preistoria l'edizione 2026 della festa La Mitica Preistoria.
Quattrocento i presenti, giunti da tutta la Lombardia, fra bambini (i Leoncini), genitori e sostenitori che hanno trascorso una giornata all’insegna dello stare insieme e dello svago con sempre ben presente il concetto che la leucemia si può battere e che per farlo il trapianto di midollo è fondamentale. A loro Amedeo Mazzoleni, proprietario del parco, ha offerto l’ingresso gratuito.
Ad animare la festa hanno pensato Magic Maury, Didi Mazzilli, Walter Maffei, Giorgia e Christian ed Elena la dolce truccabimbi, tutti da tempo amici de La Mitica.
Nel corso della giornata La Mitica ha annunciato di aver avuto il via libera al proprio progetto (redatto da Marta Terranova) di riqualificazione di tre stanze del reparto del day hospital dell’oncoematologia pediatrica dell’ospedale San Matteo di Pavia, in continuità con gli interventi messi atto negli anni scorsi.
Hanno presenziato a La Mitica Preistoria i medici Momcilo Jankovic, luminare dell'oncoematologia pediatrica e presidente de La Mitica, e Tommaso Mina e Francesco Delle Cave, entrambi in rappresentanza dell'oncoematologia pediatrica del San Matteo.
Al parco, a testimonianza della collaborazione in atto, c'erano anche Valerio Stombelli dell'associazione Bello come il Sole, Rachele Ravara e Giancarlo Cecchinelli dell'associazione Gli Amici Di Nicole e Naty Greggio dei Ragazzi del Mercoledì.
Il farmaco contro il cancro ai polmoni della divisione di Otsuka associato alla chemioterapia mostra un beneficio di sei mesi nella sopravvivenza libera da progressione mediana - MarketScreener Italia
📰 MarketScreener Italia📅 2026-09-14T05:08:17
chemioterapia
Il farmaco contro il cancro ai polmoni della divisione di Otsuka associato alla chemioterapia mostra un beneficio di sei mesi nella sopravvivenza libera da progressione mediana MarketScreener Italia
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Una soluzione per coadiuvare la terapia contro il cancro utilizzando lo zenzero. Vietnam.vn
Partendo da queste basi, gli scienziati dell'Accademia vietnamita di scienze e tecnologia (Accademia) hanno concentrato le loro ricerche e scoperto che il composto zerumbone presente nell'olio essenziale di zenzero ha il potenziale per supportare il trattamento del cancro ed è sicuro per l'organismo.
Attualmente, il cancro è una malattia pericolosa causata da mutazioni genetiche e da diversi altri fattori, come l'inquinamento ambientale, il fumo di sigaretta, le radiazioni ultraviolette, i virus o la genetica. Sebbene la medicina moderna offra molti trattamenti per questa malattia, tra cui la chemioterapia, gli interventi locali, le procedure nanochirurgiche e l'immunoterapia cellulare, spesso combinati con vari farmaci per migliorarne l'efficacia, alcuni metodi, come la chemioterapia e i farmaci orali, hanno un impatto significativo sulla funzionalità epatica e renale e indeboliscono il sistema immunitario dei pazienti.
Questa realtà ha spinto gli scienziati di tutto il mondo , compresi quelli dell'Accademia delle Scienze, a intensificare la ricerca di composti naturali in grado di inibire le cellule tumorali e che siano sicuri per i pazienti. Comprendendo gli effetti collaterali delle attuali terapie antitumorali a cui i pazienti sono sottoposti, il Dott. Luu Van Chinh e i suoi colleghi dell'Istituto di Chimica (Accademia delle Scienze) hanno condotto uno studio scientifico intitolato: "Sintesi e attività antitumorale in vivo del derivato dello zerumbone: (2E,6Z,10E)-6-((benzo[d]tiazol-2-iltio)metil)-2,9,9 trimetilcicloundeca 2,6,10-trienone Zethiazole". Ciò apre una promettente prospettiva per il trattamento di diversi tipi di cancro utilizzando derivati naturali dello zerumbone, senza compromettere la salute del paziente.
Le indagini hanno rivelato che lo zerumbone è abbondante nell'olio essenziale di zenzero, con un contenuto del 56,43%. Da questo stesso olio essenziale, lo zerumbone è stato isolato con una purezza del 97% e un tasso di recupero dell'80%. Inoltre, studi in vitro e in vivo hanno dimostrato che lo zerumbone presente nell'olio essenziale di zenzero possiede una promettente attività antitumorale. Precedenti ricerche su questo argomento hanno anche indicato che lo zerumbone isolato dallo zenzero ha inibito fortemente la crescita di diversi tipi di cancro, come quelli al fegato, all'utero, ai polmoni, al seno e al sangue, ed è significativamente più potente della curcumina, estratta dalla curcuma.
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Ipnosi e cure di sostegno: uno spazio di calma nel percorso terapeutico Libera TV
di Irene Bazzi L’ipnosi è ancora spesso associata a un immaginario che poco ha a che vedere con il suo utilizzo professionale. Ma che cosa accade realmente durante un’esperienza ipnotica, quali capacità della mente vengono coinvolte e quale spazio può trovare questo approccio nell’ambito delle cure di sostegno? Valentina Lokumcuè ipnotista certificata, ha un background in Comunicazione Visiva ed è fondatrice diYessay, studio di ipnosi e sviluppo personale. Il suo percorso con l’ipnosi è iniziato nel 2017, dapprima attraverso una ricerca personale e un interesse per il funzionamento della mente e della comunicazione. Negli anni si è formata attraverso scuole e approcci differenti, costruendo nel tempo unapproccio personale e flessibile, che adatta alla persona, alla sua storia e al momento che sta vivendo. Oggi riceve presso Punto.Psi a Savosa, lavora anche online in italiano e inglese e, dal 2026, collabora con ilCentro Cure di Sostegno della Clinica Sant’Anna, dove conduce incontri di gruppo di ipnosi guidata. Partiamo da un punto essenziale: che cos’è davvero l’ipnosi, e che cosa non è? L’ipnosi non significa dormire, perdere coscienza o consegnare il controllo della propria mente a qualcun altro. Durante l’esperienza la persona rimane presente, sente la mia voce, può comunicare, muoversi, aprire gli occhi e interrompere l’esperienza, se ne sente la necessità. L’immaginario collettivo è ancora molto influenzato dall’ipnosi da spettacolo, dove vengono utilizzati fenomeni particolarmente sorprendenti proprio perché funzionano sul palco. Non rappresentano però ciò che avviene in un percorso professionale. Fenomeni riconducibili alla trance, alla suggestione e alla modificazione intenzionale dell’attenzione accompagnano l’essere umano da molto prima che esistesse l’“ipnosi”. Nel corso della storia sono stati interpretati attraverso ritualità, magnetismo e teorie molto differenti, fino ad arrivare allo studio scientifico contemporaneo. Anche questa storia particolare ha probabilmente contribuito a mantenere l’alone di mistero che ancora oggi circonda l’ipnosi. L’ipnosi in realtà utilizza capacità che appartengono naturalmente alla nostra mente, in particolare quella di focalizzare profondamente l’attenzione e assorbirsi in un’esperienza. Possiamo pensare a quanto accade mentre siamo totalmente immersi in un libro, in un film o nella musica: ciò che ci circonda passa temporaneamente in secondo piano. Ecco, durante una sessione di ipnosi queste capacità vengono utilizzate intenzionalmente. Che cosa sappiamo oggi, dal punto di vista scientifico, di ciò che accade durante l’ipnosi? Negli ultimi anni anche le neuroscienze stanno contribuendo a comprenderlo meglio. Nel 2025 l’Università di Zurigo ha presentato i risultati di tre studi nei quali sono state utilizzate metodiche differenti, tra cui EEG, risonanza magnetica funzionale e spettroscopia di risonanza magnetica. Durante l’ipnosi sono state osservate modificazioni misurabili dell’attività e della connettività funzionale di alcune reti cerebrali coinvolte, tra le altre cose, nell’attenzione e nella percezione corporea, insieme a differenze tra diversi livelli di profondità ipnotica. I partecipanti descrivevano contemporaneamente uno stato di profondo rilassamento mantenendo un’elevata focalizzazione dell’attenzione. Sono dati, questi, che contribuiscono a documentare la presenza, durante lo stato ipnotico, di modificazioni neurofisiologiche osservabili. Lei sottolinea spesso che capire qualcosa non significa necessariamente averla cambiata. Che cosa intende? Spesso arrivano da me persone che hanno già fatto diversi percorsi, hanno acquisito molta consapevolezza e sanno spiegare molto bene ciò che accade loro. Eppure continuano a ripetere gli stessi schemi o ad avere reazioni che razionalmente sanno non essere più utili. Nel corso della vita non impariamo soltanto attraverso ciò che comprendiamo. Impariamo anche attraverso esperienze, emozioni, sensazioni e associazioni: posso sapere che oggi sono al sicuro e sentire comunque paura; posso sapere che una determinata situazione non mi fa bene e continuare a ricadere nello stesso schema; posso aver compreso perfettamente da dove arriva una reazione e continuare ad averla. La mente costruisce continuamente collegamenti che ci aiutano a orientarci. Alcune risposte possono essere state utili in un determinato momento, perché ci hanno aiutato ad adattarci, proteggerci o affrontare ciò che stavamo vivendo. Diventano limitanti quando continuano a guidarci automaticamente anche se la situazione è cambiata. Come nasce il nomeYessay? Nasce dall’idea che, attraverso ciò che viviamo, costruiamo progressivamente una serie di “sì”: “sì, il mondo funziona così”; “sì, per essere accettato devo comportarmi in questo modo”; “sì, questa situazione è pericolosa”; “sì, devo proteggermi così”. Non sono necessariamente pensieri formulati consapevolmente, ma modi attraverso i quali impariamo a interpretare l’esperienza e a rispondervi. Molte di queste risposte hanno avuto una funzione importante: ci hanno aiutato ad adattarci o a proteggerci. Il punto è riconoscere quali di quei “sì” continuano ancora a guidarci, quali oggi possono limitarci e a quali nuove possibilità vogliamo iniziare a dire sì. È da qui che nasce il nomeYessay. Come interviene l’ipnosi su questi apprendimenti? Uso spesso l’immagine di un treno. Possiamo pensare alle diverse esperienze come a vagoni che, nel tempo, si collegano tra loro attraverso emozioni, sensazioni, significati e associazioni. Qualcosa che accade oggi può agganciarsi a quel treno e riattivare una risposta che sembra appartenere soltanto al presente, ma che porta con sé apprendimenti costruiti nel tempo. Con l’ipnosi possiamo andare oltre il solo fattore scatenante e lavorare sulle associazioni, sui significati e sulle risposte apprese che continuano ad avere un’influenza nel presente. Non cancelliamo né modifichiamo ciò che è accaduto. Possiamo però permettere alla persona di sperimentare qualcosa di diverso: recuperare una risorsa, sentirsi al sicuro dove prima si attivava una paura, costruire nuove associazioni e sperimentare modalità di risposta più utili per la vita di oggi. È qui che, per me, si trova la differenza fondamentale tracapireefare esperienza. Bisogna avere una particolare predisposizione per vivere l’ipnosi? No. Non bisogna saper meditare, riuscire a rilassarsi perfettamente, essere bravi a visualizzare o “svuotare la mente”. Non è una performance e non c’è un risultato che la persona debba raggiungere. C’è chi durante l’ipnosi vede immagini molto nitide, chi percepisce soprattutto sensazioni corporee, chi continua ad avere pensieri e chi rimane molto consapevole dei rumori e dell’ambiente circostante. Le persone possono avere una responsività ipnotica differente e anche la stessa persona può vivere esperienze diverse da un incontro all’altro. Non esiste un modo giusto di vivere l’ipnosi: esiste il modo in cui la vive quella persona. Il mio compito è adattare linguaggio, modalità e tempi a chi ho davanti. Quali sono secondo Lei gli elementi che dovrebbero caratterizzare l’esperienza della persona durante l’ipnosi? Per me sono tre:fiducia, sicurezza e calma. La relazione con il professionista è fondamentale. La persona deve potersi sentire sufficientemente al sicuro da lasciarsi accompagnare, sapendo però di mantenere sempre la propria libertà. Non considero l’ipnosi qualcosa che qualcuno “fa” a un’altra persona. È un’esperienza che si costruisce insieme. C’è chi riesce ad affidarsi rapidamente e chi ha bisogno di più tempo, soprattutto quando nella vita è abituato a mantenere un forte controllo. Entrambe le modalità vanno rispettate. In presenza di condizioni mediche o psicologiche complesse è inoltre importante che chi conduce l’esperienza conosca i limiti del proprio ruolo e sappia quando è necessario coinvolgere un medico, uno psicoterapeuta o un altro professionista sanitario. Per questo preferisco parlare di appropriatezza, formazione e responsabilità professionale. Come si inserisce questo approccio nel Centro Cure di Sostegno della Clinica Sant’Anna? Conduco incontri diipnosi guidatarivolti anche a persone che stanno affrontando terapie oncologiche o convivono con patologie croniche. L’ipnosi non si sostituisce naturalmente alle cure mediche. Viene proposta come strumento complementare per lavorare su aspetti quali stress e sovraccarico, tensione, percezione corporea, rilassamento, senso di sicurezza e accesso alle proprie risorse. Gli incontri durano un’ora e sono pensati come un percorso continuativo ma flessibile: ogni appuntamento può avere un senso anche singolarmente, mentre chi partecipa con continuità può esplorare nel corso dei mesi temi differenti, come calma, fiducia, rapporto con il corpo, chiarezza mentale, risorse interne e vitalità. Il percorso alternarilassamento profondo e ipnosi guidata tematica. Alcuni momenti possono essere accompagnati anche dal suono dell’handpan dal vivo. In un contesto di malattia, quale obiettivo assume maggiore importanza? Per me è fondamentale non aggiungere un’ulteriore richiesta di prestazione alla persona. Quando il corpo attraversa terapie, dolore, stanchezza o cambiamenti importanti, può essere difficile anche semplicemente rallentare. L’obiettivo non è negare ciò che sta accadendo e nemmeno chiedere di “pensare positivo”. È offrire uno spazio nel quale la persona possa modificare il proprio rapporto con ciò che sta vivendo: spostare l’attenzione, ritrovare calma, recuperare una sensazione di sicurezza e riconnettersi a risorse che, in un momento difficile, possono sembrare meno accessibili. L’ipnosi viene studiata anche nella gestione del dolore? Sì, ed è uno degli ambiti nei quali l’ipnosi è maggiormente studiata. Questo non significa considerare il dolore immaginario o semplicemente “mentale”. Il dolore è un’esperienza reale e complessa, sulla quale possono incidere anche attenzione, emozioni, aspettative e contesto. Una revisione sistematica e metanalisi del 2024, che ha considerato70 studi e oltre 6.000 partecipanti, ha rilevato piccoli effetti analgesici aggiuntivi dell’ipnosi quando utilizzata insieme alle cure abituali, pur evidenziando una certezza complessiva delle prove ancora limitata. Anche in oncologia l’ipnosi è stata studiata come intervento complementare, con risultati favorevoli su aspetti quali ansia, dolore, nausea, affaticamento, sonno e qualità di vita. Più recentemente, una metanalisi del 2025 su persone sottoposte a procedure mediche invasive ha riscontrato una riduzione di ansia e dolore rispetto alle cure standard. Si tratta di risultati promettenti, che vanno però letti all’interno dei limiti degli studi disponibili e non come una promessa che l’ipnosi produca lo stesso effetto in ogni persona. Quindi non una scorciatoia, ma un percorso? Esattamente. Non mi interessa trasformare l’ipnosi nell’ennesima promessa di cambiamento immediato. Una singola esperienza può essere molto significativa, ma quando si lavora in profondità è importante rispettare il tempo necessario perché ciò che viene sperimentato possa essere assimilato e integrato. Preferisco pensare all’ipnosi come a un processo di apprendimento. Un’esperienza può aprire una possibilità; ripeterla, riconoscerla e portarla gradualmente nella quotidianità permette alla persona di farla sempre più propria. Questo principio vale anche negli incontri della Clinica Sant’Anna: ogni appuntamento deve poter avere un senso in sé, perché non tutti parteciperanno all’intero percorso, mentre la continuità permette di esplorare nel tempo aspetti e risorse differenti. Il mio obiettivo non è portare la persona da qualche parte a tutti i costi. È creare le condizioni perché possa fare un’esperienza diversa, nel rispetto del proprio ritmo, e magari scoprire di avere ancora accesso a qualcosa che pensava di aver perso:uno spazio di calma, una risorsa, una possibilità di scelta o semplicemente un modo differente di stare con ciò che sta vivendo.
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Criteri Critici
Farmacie Marche, Federfarma: servizi omogenei sul territorio, screening e deblistering tra i punti di forza dell’Air Farmacista33
Farmacia dei servizi
farmacia dei servizi
14 Settembre 2026
Farmacie Marche, Federfarma: servizi omogenei sul territorio, screening e deblistering tra i punti di forza dell’Air Federfarma Marche esprime soddisfazione per l’Accordo integrativo regionale recentemente approvato. Tra gli elementi qualificanti, la presenza degli stessi servizi nelle farmacie su tutto il territorio, la stabilizzazione dell’offerta vaccinale, lo screening del tumore del colon-retto e il deblistering. di Redazione Farmacista33
La conferma e l’offerta uniforme degli stessi servizi nelle farmacie di tutto il territorio regionale, la stabilizzazione dell’offerta vaccinale con la possibilità di aggiungere in futuro altre vaccinazioni previste dal Piano nazionale, il ritiro e la riconsegna in farmacia del kit per lo screening del tumore del colon-retto e il deblistering sono i punti di forza dell’Accordo integrativo regionale con le farmacie pubbliche e private convenzionate, recentemente approvato dalla Giunta, sui quali Federfarma Marche esprime soddisfazione.
Stessi servizi nelle farmacie su tutto il territorio regionale
Federfarma Marche accoglie con favore la conferma su tutto il territorio regionale di una serie di servizi che rafforzano l’integrazione della farmacia nel percorso di assistenza sanitaria del cittadino. Tra questi, le prenotazioni Cup, il pagamento delle prestazioni e il ritiro dei referti, insieme ai servizi di telemedicina, come elettrocardiogramma, Holter cardiaco e pressorio e spirometria, e alle attività svolte da infermieri e fisioterapisti.
“Le farmacie marchigiane sono da sempre al fianco del Servizio sanitario regionale - sottolinea il presidente di Federfarma Marche, Marco Meconi - e oggi più che mai, rappresentano uno degli elementi portanti della sanità territoriale. Questo accordo riconosce concretamente una trasformazione che è già in atto: la farmacia non è mai stata solo luogo di dispensazione del farmaco, ma ha sempre accompagnato, con una consulenza professionale e specializzata il paziente nel suo percorso di cura, oggi si struttura e organizza come riferimento per la prevenzione, le prestazioni diagnostiche di base e una serie di servizi sanitari”.
Vaccinazioni e screening tra i punti qualificanti dell’Air
Tra gli elementi di rilievo indicati da Federfarma Marche c’è la stabilizzazione dell’offerta vaccinale contro influenza, Covid-19, papillomavirus (HPV), herpes zoster e pneumococco. L’Accordo prevede inoltre la possibilità di inserire in futuro nuove vaccinazioni in farmacia, secondo quanto previsto dal Piano nazionale.
Particolare rilievo viene attribuito anche allo screening del tumore del colon-retto, che consentirà ai cittadini di ritirare e riconsegnare direttamente in farmacia il kit per la raccolta del campione. Una modalità che, secondo Federfarma Marche, può contribuire a semplificare l’accesso allo screening e a favorire una maggiore adesione al programma di prevenzione.
“Consideriamo particolarmente importante la scelta di coinvolgere le farmacie nello screening del tumore del colon-retto - evidenzia Meconi -. Si tratta di una forma di prevenzione fondamentale, ma che storicamente registra livelli di adesione non ancora sufficienti. Portare il percorso direttamente in farmacia significa eliminare alcune delle barriere che possono scoraggiare il cittadino e rendere lo screening più semplice, immediato e accessibile”.
Deblistering, progettualità che richiede investimenti e risorse
Federfarma Marche pone inoltre l’attenzione sul deblistering, il servizio attraverso il quale i farmaci vengono sconfezionati e riconfezionati in dosi personalizzate, suddivise per giorno e orario di assunzione, con l’obiettivo di favorire una corretta e sicura gestione della terapia, soprattutto per i pazienti in politerapia.
“Il deblistering rappresenta una progettualità importante – spiega Meconi - perché può offrire un supporto concreto alla corretta assunzione delle terapie in particolare per i pazienti più fragili e per chi segue terapie complesse. È però necessario essere consapevoli che si tratta di un servizio che richiede un alto livello di qualità con conseguenti investimenti, tecnologie e automazioni specifiche, che non tutte le farmacie, soprattutto quelle di piccole dimensioni, possono sostenere”.
Da qui l’auspicio di Federfarma Marche che le risorse previste dall’Accordo e, in particolare, il Fondo regionale di solidarietà, insieme alla già presente indennità di disagiata residenza, possano sostenere le piccole farmacie nell’adozione delle tecnologie necessarie a garantire i nuovi servizi.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?4
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
53.7/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Linfomi, 90 nuovi casi all’anno a Ferrara: 1500 pazienti seguiti dal Sant’Anna Estense.com
Il 15 settembre di ogni anno si celebra la Giornata mondiale per la consapevolezza sul linfoma con l’obiettivo di promuovere la conoscenza di questa patologia. Anche i professionisti dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara e le Associazioni di volontariato si trovano in prima linea nella lotta a questi tumori che colpiscono il sistema immunitario.
“L’incidenza di queste patologie sul territorio ferrarese – commenta il prof. Antonio Cuneo, Direttore dell’Unità Operativa di Ematologia del Sant’Anna di Ferrara – è pari a circa 90 nuovi casi all’anno e presso il Reparto che dirigo vengono seguiti periodicamente circa 1500 pazienti affetti da tale patologia. Il paziente con sospetto linfoma accede rapidamente e, se necessario, direttamente ai nostri servizi in modo da garantire un immediato avvio del processo diagnostico secondo protocolli predefiniti. Questo avviene in stretta collaborazione con la Chirurgia, l’Anatomia Patologica ed i laboratori specialistici di citofluorimetria e citogenetica molecolare dell’Ematologia che consentono di porre una diagnosi precisa. Effettuato questo passaggio, entrano in gioco la Radiologia e la Medicina Nucleare per una rapida stadiazione mediante tomografia assiale computerizzata (TAC) e tomografia a emissione di Positroni (PET) che ci consente di determinare l’estensione del linfoma ed il suo stadio. Le terapie sono precedute da una consulenza nell’ambulatorio specialistico vaccinale e, se indicato e/o possibile, da misure di preservazione della capacità procreativa. I farmaci chemioimmunoterapici vengono preparati da personale esperto della Farmacia Ospedaliera e somministrati in degenza o in Day Hospital sotto la supervisione di infermieri e medici altamente specializzati. Se indicata, viene anche utilizzata la radioterapia che si avvale di un reparto dedicato con personale molto esperto e strumenti di ultima generazione. Tutti i reparti del Sant’Anna di Ferrara forniscono consulenze specialistiche mirate in caso di complicanze. La strategia terapeutica viene illustrata al paziente e ai famigliari e viene fatto ogni sforzo per adattare il programma di cura alle esigenze personali. Le moderne terapie che utilizzano il sistema immunitario, incluse le cellule CAR-T e i moderni anticorpi monoclonali bispecifici, vengono utilizzate sotto la supervisione di medici dedicati nell’ambito di un programma clinico specifico. Durante il periodo in cui il paziente è in trattamento vengono gestite le eventuali complicanze mediante accesso diretto al Day Hospital dell’Ematologia. Al termine della terapia viene effettuata la valutazione della risposta (ristadiazione) e vengono pianificate le successive visite periodiche di controllo. Di grande importanza il ruolo dell’Associazione Italiana Leucemie (AIL), che con la sezione di Ferrara offre concreto aiuto ai pazienti e alle famiglie”.
IL RUOLO DI AIL (ASSOCIAZIONE ITALIANA CONTRO LE LEUCEMIE-LINFOMI E MIELOMA) FERRARA. Nel 2026 AIL Ferrara conferma il proprio impegno a sostegno della ricerca scientifica e dell’attività clinica presso l’Ematologia e il Day Hospital Oncoematologico pediatrico dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara. Dall’inizio dell’anno l’associazione ha già stanziato 162.500 euro per finanziare il rinnovo di una borsa di studio, tre assegni di ricerca e l’incarico di due medici dedicati ai pazienti più piccoli.
Una nuova iniziativa dell’anno in corso è rappresentata dal supporto fisioterapico professionale; grazie alla straordinaria generosità dei sostenitori AIL Ferrara ha attivato un nuovo servizio dedicato al recupero dei pazienti dopo il rientro a casa.
Da oltre vent’anni l’associazione affianca la struttura sanitaria offrendo diversi servizi gratuiti rivolti ai malati e ai loro familiari per aiutarli ad affrontare i complessi percorsi terapeutici. Tra le principali iniziative figurano un servizio di trasporto casa-ospedale, per alleggerire le famiglie dagli oneri economici e organizzativi degli spostamenti, e un sostegno psicologico strutturato grazie alla presenza di due professioniste dedicate ad adulti e bambini, affiancate da un progetto di Art Therapy riservato ai più piccoli per consentire loro di esprimere i propri vissuti emotivi. Consapevole dell’impatto della malattia anche sulla stabilità lavorativa e finanziaria dei pazienti, l’associazione interviene inoltre con un aiuto economico concreto a favore dei nuclei familiari che si trovano in condizioni di particolare fragilità. L’insieme di queste attività è reso possibile grazie alla costante dedizione dei volontari e dei sostenitori dell’associazione.