Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
63.7/100
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Criteri Critici
Oncologia, Aifa approva tislelizumab per tumore dell’esofago, gastrico e polmonare Doctor33
L’Agenzia Italiana del farmaco (AIFA) ha approvato la rimborsabilità di tislelizumab (di BeOne Medicines) in tre indicazioni oncologiche: carcinoma a cellule squamose dell'esofago, adenocarcinoma gastrico o della giunzione gastroesofagea HER2-negativo in prima linea in combinazione con chemioterapia, e carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) in monoterapia dopo precedente chemioterapia a base di platino. Tutte e tre le indicazioni riguardano la malattia localmente avanzata non resecabile o metastatica.
Le tre neoplasie condividono una caratteristica fondamentale: la diagnosi avviene frequentemente in stadio avanzato, con finestre terapeutiche limitate e prognosi severa. In Italia si stimano circa 2.350 nuovi casi annui di tumore dell'esofago, con circa due terzi diagnosticati già in stadio non operabile. Il carcinoma gastrico conta 12.370 nuove diagnosi stimate nel 2025, con meno del 20% individuato in fase iniziale e sopravvivenza a 5 anni del 32%. Il tumore del polmone, seconda neoplasia più frequente nel Paese con 43.500 nuove diagnosi stimate nel 2025, presenta ancora oggi più del 50% delle diagnosi in stadio avanzato.
«Per oltre 20 anni non ci sono stati reali progressi in queste neoplasie, soprattutto nelle forme che non esprimono la proteina HER2» spiega Filippo Pietrantonio, Responsabile Oncologia Medica Gastroenterologica, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.
Tislelizumab è un anticorpo monoclonale anti-PD-1 che ripristina la risposta immunitaria antitumorale bloccando l'interazione tra PD-1 e i suoi ligandi PD-L1 e PD-L2, inibendo così i meccanismi di evasione immunitaria delle cellule neoplastiche. Per le indicazioni nel carcinoma esofageo e nell'adenocarcinoma gastrico, l'approvazione è riservata ai pazienti con espressione di PD-L1 con punteggio di positività dell'area tumorale (TAP) ≥5%, rendendo la determinazione del biomarcatore al momento della diagnosi di malattia avanzata un passaggio diagnostico mandatorio. Nell'indicazione NSCLC, i benefici sono risultati indipendenti dai livelli di espressione di PD-L1 e dall'istologia, squamosa o non squamosa.
Tislelizumab aveva già ricevuto il via libera dall'EMA in nove indicazioni complessive ed è il principale asset della pipeline di BeOne per i tumori solidi.
Le tre approvazioni simultanee configurano tislelizumab come un agente immunoterapico con un profilo di indicazioni trasversale in oncologia digestiva e toracica. Le approvazioni di tislelizumab si basano sui risultati del programma clinico RATIONALE, che ha dimostrato come il farmaco, in monoterapia o in combinazione con la chemioterapia, migliori significativamente la sopravvivenza globale in diversi tumori solidi. Nei pazienti con carcinoma squamoso dell’esofago e adenocarcinoma gastrico con espressione di PD-L1 ≥5%, tislelizumab associato alla chemioterapia ha ridotto il rischio di morte rispettivamente del 38% e del 29%, portando la sopravvivenza globale mediana fino a 19,1 e 16,4 mesi; nel NSCLC pretrattato ha inoltre mostrato una sopravvivenza mediana di 16,9 mesi rispetto a 11,9 mesi con docetaxel.
«Nei pazienti con espressione del biomarcatore PD-L1, la combinazione di tislelizumab più chemioterapia ha mostrato un beneficio davvero impressionante, perché ha quasi raddoppiato la sopravvivenza globale nel confronto con la sola chemioterapia» spiega Pietrantonio.
Gli studi hanno evidenziato anche un profilo di sicurezza gestibile e coerente con quello degli immunoterapici anti-PD-1, con eventi avversi prevalentemente di grado lieve o moderato e una migliore tollerabilità rispetto alla chemioterapia in alcuni setting, accompagnata da risposte più durature e tassi di risposta superiori rispetto ai trattamenti standard.
«L'approvazione di tislelizumab da parte di AIFA rende disponibile un'ulteriore offerta terapeutica immunoterapica in pazienti che hanno forti necessità di disporre di più opzioni. Va ricordato che i benefici ottenuti con tislelizumab sono indipendenti dai livelli di espressione del biomarcatore PD-L1 e dall'istologia. Il miglior controllo della malattia si traduce in una riduzione dei sintomi e, quindi, in una migliore qualità di vita, aspetto molto importante nei pazienti colpiti da neoplasia metastatica» afferma Federico Cappuzzo, Direttore Oncologia Medica 2, Istituto Nazionale Tumori "Regina Elena" di Roma.
«Per molti pazienti la chemioterapia svolge tuttora un ruolo decisivo. L'integrazione corretta dei vari approcci e le giuste valutazioni delle sequenze di cura rendono ancora fondamentale il giudizio di un team multidisciplinare» conclude Silvia Novello, Presidente WALCE, Direttore Oncologia Medica, Ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
49.6/100
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Criteri Critici
Postbiotici, una nuova frontiera tra barriera intestinale, IBS e immunoterapia oncologica Microbioma.it
Giuseppe Penna, dell’Università Humanitas di Milano, affronta in questa intervista il tema dei postbiotici come una possibile nuova opzione per modulare il dialogo tra microbiota intestinale e organismo ospite. All’interno del continuum dei biotici, i prebiotici favoriscono la crescita dei probiotici, che a loro volta rilasciano metaboliti microbici: questi metaboliti rappresentano l’output funzionale del sistema e costituiscono i postbiotici. Il loro ruolo è particolarmente rilevante perché agiscono come mediatori biologici tra il microbiota e l’ospite, contribuendo al mantenimento dell’omeostasi mucosale e influenzando, anche a livello sistemico, la fisiologia di diversi organi.
In condizioni di equilibrio, i postbiotici agiscono localmente sulle cellule immunitarie ed epiteliali della mucosa intestinale, contribuendo alla stabilità delle barriere che separano il lume intestinale dall’organismo. In presenza di disbiosi, invece, il profilo dei metaboliti microbici può alterarsi, favorendo una riduzione dello strato di muco, un aumento della permeabilità epiteliale e una compromissione della barriera vascolare intestinale. Questo fenomeno può facilitare il passaggio di patobionti e mediatori infiammatori nella circolazione sistemica, contribuendo allo sviluppo di disturbi intestinali e patologie extraintestinali.
L’intervista approfondisce lo sviluppo di un postbiotico ottenuto da un singolo batterio attraverso un processo innovativo di fermentazione. Il prodotto finale contiene esclusivamente metaboliti microbici, senza batteri vivi o inattivati, e non include componenti gassose potenzialmente problematiche nei soggetti più sensibili. Le evidenze precliniche, ottenute in modelli murini e in vitro, indicano una possibile capacità di migliorare la funzionalità della barriera epiteliale intestinale. Su questa base è stato disegnato uno studio clinico in pazienti con sindrome dell’intestino irritabile, condizione nella quale è stata descritta un’aumentata permeabilità intestinale, sia a livello della barriera epiteliale sia della barriera vascolare.
Un secondo ambito di ricerca riguarda l’oncologia. Il postbiotico studiato ha mostrato la capacità di aumentare l’espressione delle molecole HLA di classe I sulle cellule tumorali, un passaggio cruciale per il riconoscimento da parte dei linfociti T CD8+. Poiché alcune cellule tumorali riducono l’espressione di queste molecole come meccanismo di evasione immunitaria, il ripristino della loro presenza sulla superficie cellulare potrebbe favorire una risposta immunitaria più efficace. In un modello preclinico di carcinoma mammario triplo negativo, la somministrazione orale del postbiotico ha potenziato l’efficacia del trattamento anti-PD-1.
Sulla base di questi risultati sono stati avviati studi clinici randomizzati, in doppio cieco e controllati con placebo, in combinazione con le terapie standard, nel carcinoma mammario triplo negativo, nel melanoma e nei tumori testa-collo. I risultati di questi trial potranno chiarire se i postbiotici possano rappresentare una nuova strategia di supporto in diversi ambiti terapeutici, dalla modulazione della barriera intestinale al potenziamento delle terapie antitumorali.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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48.1/100
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Criteri Critici
Il viaggio di Kate in Italia è senza dubbio una buona notizia. Dal 2024, quando le era stato diagnosticato il cancro che l’ha tenuta lontana dai riflettori per mesi, portandola a cancellare ogni impegno per dedicarsi ai trattamenti necessari per guarire, è la…
Il viaggio di Kate in Italia è senza dubbio una buona notizia. Dal 2024, quando le era stato diagnosticato il cancro che l’ha tenuta lontana dai riflettori per mesi, portandola a cancellare ogni impegno per dedicarsi ai trattamenti necessari per guarire, è la prima volta che la principessa del Galles vola fuori dal Regno Unito per una visita ufficiale e soprattutto, che lo fa da sola.
A Reggio Emilia, non ci sono né William né i suoi bambini, ma solo il suo staff e gli esponenti della sua associazione, la Royal Foundation Centre for Early Childhood, che hanno scelto la città emiliana per studiarne il modello educativo che l’ha resa celebre nel mondo. Due giorni che iniziano oggi e che sono stati fortemente voluti da Kate, impegnata dal 2021 a conoscere gli approcci internazionali di eccellenza che sono diventati un modello per il sostegno dei bambini piccoli e degli educatori ed insegnanti che sono più a stretto contatto con loro. Il Reggio Emilia Approach, che esiste da almeno 75 anni, è ciò che ha catalizzato la sua attenzione e che l’ha fatta volare nella città emiliana che da anni mette in pratica un modello nel quale l’ambiente e la comunità sono il cuore dello sviluppo dei più piccoli. Le due giornate saranno scandite da incontri con gli insegnanti, i bambini e i loro genitori, con gli amministratori e con alcuni esponenti del mondo dell’impresa locale, ovvero tutta quella comunità che rende effettivo il cosiddetto Reggio Emilia Approach. “La principessa è impaziente di visitare l’Italia”, ha fatto sapere una fonte di Kensington Palace mentre Londra e l’Emilia definivano i dettagli di una due giorni piena di appuntamenti. Il saluto ufficiale arriva dal sindaco e dalle istituzioni che la accompagneranno a conoscere la storia di un centro che è stato capace di rendersi unico e, in realtà, irriproducibile.
La città potrà scorgerla mentre si sposterà tra un appuntamento e l’altro in una tabella di marcia scandita con minuzia. Il centro Internazionale Loris Malaguzzi sarà il fulcro del viaggio che la porta ad incontrare bambini e insegnanti in alcune scuole d’infanzia cittadine. La seconda giornata sarà incentrata sull’educazione nella natura, un altro elemento chiave del sistema formativo di Reggio. Insomma, per una volta tanto, non sarà l’Italia del buon cibo, nello specifico di quello che ha reso i piatti emiliani famosi e apprezzati nel mondo, quella a finire in copertina con Kate Middleton, bensì quella della formazione che si occupa del futuro passando attraverso la cura e l’educazione dei bambini. Anche nel suo ultimo viaggio all’estero da sola, quello del 2022 in Danimarca, Kate aveva visitato un centro per l’infanzia sempre in linea con la missione della sua fondazione che crede nell’importanza di investire con grande attenzione sui primi cinque anni di vita per forgiare gli adulti di domani.
A rendere poi questo viaggio speciale c’è il messaggio dedicato al ruolo della natura, nel suo percorso di guarigione dal cancro e nel desiderio di valorizzarne il posto fondamentale nella vita della sua famiglia. Da notare che tutte le foto dei tre piccoli George, Charlotte e Louis pubblicate da Kensington Palace o dai profili di mamma Kate, li vedono sempre immersi nel verde o vicino al mare. Una frecciatina, voluta o no, che va dritta verso i viaggi dei cognati di Montecito. In particolare, nell’ultimo simil-Royal tour che ha portato Harry e la moglie in Australia, i due hanno continuato la narrazione ego riferita sui loro traumi mentre, mettendo in vendita la possibilità di incontrarli e ascoltarli, monetizzavano la missione, con Meghan che ha anche fatto un accordo con una piattaforma on line per vendere abiti come quelli indossati durante il viaggio. Kate ha altre intenzioni e già da tempo ha chiesto di non dare troppe informazioni sugli stilisti o sui suoi outfit, per non distrarre l’attenzione dalla missione profonda che la porta in tour e che da oggi la porta in Italia.
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Credit foto: Andrew Parsons Kensington Palace / Toby Shepheard Kensington Palace
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?3
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Criteri Critici
Tumore ovarico: nuova strategia che rende la chemioterapia più efficace Microbiologia Italia
Il tumore ovarico è una neoplasia ginecologica complessa, spesso diagnosticata in fase avanzata e caratterizzata da un problema clinico importante: la possibile resistenza alla chemioterapia. Una recente ricerca italiana coordinata dall’Istituto Nazionale Tumori “Pascale” di Napoli, in collaborazione con il CRO di Aviano, ha individuato una strategia sperimentale che potrebbe rendere il trattamento con cisplatino più efficace, bloccando due proteine chiave: mTOR e HSP90. Lo studio, pubblicato su Cell Death & Disease, apre nuove prospettive per terapie più mirate contro il carcinoma ovarico resistente.
Introduzione
Il tumore ovarico rappresenta una delle sfide più difficili dell’oncologia ginecologica perché, in molti casi, viene scoperto quando la malattia è già estesa. I sintomi possono essere vaghi, come gonfiore addominale, dolore pelvico, alterazioni intestinali o senso di sazietà precoce.
Uno dei principali ostacoli nel trattamento del carcinoma ovarico è la capacità delle cellule tumorali di adattarsi ai farmaci. La chemioterapia a base di platino può inizialmente funzionare, ma in alcune pazienti il tumore sviluppa meccanismi di difesa che riducono l’efficacia della cura.
La nuova strategia sul tumore dell’ovaio punta proprio a questo: colpire i meccanismi biologici che aiutano le cellule tumorali a sopravvivere alla chemioterapia, rendendole nuovamente più sensibili al trattamento.
Che cos’è il tumore ovarico
Il tumore ovarico è una neoplasia che origina dalle ovaie o, in alcuni casi, da strutture vicine come tube di Falloppio e peritoneo. La forma più comune e aggressiva è il carcinoma sieroso di alto grado, spesso associato a diagnosi tardiva.
La difficoltà principale del cancro ovarico è legata alla mancanza di sintomi specifici nelle fasi iniziali. Per questo molte diagnosi arrivano quando la malattia ha già coinvolto altre aree dell’addome.
Tra i segnali da non ignorare ci sono:
gonfiore addominale persistente
dolore pelvico o addominale
bisogno frequente di urinare
senso di sazietà precoce
calo di peso non spiegato
stanchezza persistente
Perché la chemioterapia può perdere efficacia
Nel tumore ovarico, la chemioterapia con farmaci a base di platino, come il cisplatino o il carboplatino, è una delle armi più importanti. Questi farmaci danneggiano il DNA delle cellule tumorali, rendendo più difficile la loro sopravvivenza.
Il problema nasce quando il carcinoma ovarico riesce a riparare meglio il danno, attivare vie di sopravvivenza o modificare il proprio metabolismo. In questo modo, le cellule tumorali diventano meno vulnerabili alla terapia.
La resistenza alla chemioterapia non significa che il farmaco non abbia mai funzionato, ma che il tumore può imparare a difendersi. Per questo la ricerca oncologica studia combinazioni capaci di “disarmare” le cellule resistenti.
La nuova strategia: bloccare mTOR e HSP90
La nuova ricerca sul tumore ovarico ha individuato due proteine particolarmente rilevanti nella resistenza al cisplatino: mTOR e HSP90. Queste proteine aiutano le cellule tumorali a sopravvivere in condizioni di stress, incluso quello provocato dalla chemioterapia.
mTOR è coinvolta nella crescita cellulare, nel metabolismo e nei segnali di proliferazione. HSP90, invece, funziona come una proteina “chaperone”, aiutando altre proteine a mantenere una struttura stabile e funzionale.
Secondo lo studio, il doppio blocco di mTOR e HSP90 può aumentare l’efficacia del cisplatino e superare alcuni meccanismi di resistenza nel carcinoma ovarico. I risultati sono stati osservati in modelli cellulari e preclinici, quindi non rappresentano ancora una terapia standard per le pazienti.
Perché questa scoperta è importante
Questa strategia contro il tumore ovarico è importante perché non si limita ad aggiungere un nuovo farmaco, ma cerca di capire perché la chemioterapia smette di funzionare. Comprendere la resistenza consente di progettare trattamenti più razionali e personalizzati.
Nel lavoro coordinato dal Pascale e dal CRO di Aviano, il blocco farmacologico di mTOR e HSP90 ha permesso di riattivare la risposta delle cellule tumorali ai farmaci. Questo approccio ha mostrato una riduzione della crescita tumorale nei modelli sperimentali analizzati.
Per le pazienti con cancro ovarico, il valore della scoperta sta nella possibilità futura di affiancare alla chemioterapia farmaci mirati contro specifici meccanismi di sopravvivenza cellulare.
Che cosa significa “terapia mirata”
Nel tumore ovarico, una terapia mirata è un trattamento progettato per interferire con bersagli molecolari specifici coinvolti nella crescita o nella resistenza del tumore. Non agisce in modo generico, ma punta a una vulnerabilità biologica della cellula tumorale.
Gli inibitori di mTOR e HSP90 rientrano in questa logica: non sostituiscono necessariamente la chemioterapia, ma potrebbero potenziarla in determinati contesti.
Questo tipo di approccio è particolarmente interessante nel carcinoma ovarico resistente, dove la sola chemioterapia può diventare meno efficace. Tuttavia, prima dell’applicazione clinica servono studi controllati su pazienti, con valutazione di sicurezza, dosaggi, benefici reali ed effetti collaterali.
Il ruolo del cisplatino
Il cisplatino è un farmaco storico nel trattamento di diversi tumori, incluso il tumore ovarico. Agisce danneggiando il DNA delle cellule cancerose, ostacolandone la replicazione e favorendo la morte cellulare.
Nel tempo, però, il cancro ovarico può attivare meccanismi di riparazione del DNA o vie cellulari alternative che riducono l’effetto del cisplatino. È proprio in questa fase che la ricerca cerca combinazioni più efficaci.
La nuova strategia suggerisce che bloccare contemporaneamente mTOR e HSP90 possa rendere le cellule tumorali più vulnerabili al cisplatino, migliorando la risposta sperimentale alla terapia.
Resistenza ai farmaci: il vero nodo clinico
La resistenza alla chemioterapia è uno dei problemi più rilevanti nel tumore ovarico avanzato. Anche dopo una risposta iniziale positiva, la malattia può ripresentarsi e diventare più difficile da trattare.
Le cellule tumorali resistenti possono:
riparare più efficacemente il DNA danneggiato
espellere i farmaci dalla cellula
modificare il metabolismo
attivare segnali di sopravvivenza
sfuggire al controllo immunitario
Per questo motivo, il futuro della cura del carcinoma ovarico passa sempre di più da strategie combinate, capaci di colpire più punti deboli del tumore.
Non è ancora una cura definitiva
È importante chiarire che questa nuova strategia per il tumore ovarico non è ancora una cura disponibile nella pratica clinica quotidiana. I risultati sono promettenti, ma appartengono alla fase preclinica e richiedono ulteriori conferme.
Gli studi preclinici servono a capire se un’idea terapeutica funziona in laboratorio e in modelli sperimentali. Solo successivamente si passa agli studi clinici su pazienti, necessari per valutare efficacia e sicurezza.
Nel caso del carcinoma ovarico, questa prudenza è fondamentale: una combinazione farmacologica può essere biologicamente interessante, ma deve dimostrare di migliorare davvero gli esiti clinici senza tossicità eccessiva.
Altre strategie in studio
La ricerca sul tumore ovarico sta esplorando molte direzioni. Oltre al blocco di mTOR e HSP90, sono allo studio immunoterapia, farmaci anti-angiogenici, inibitori di PARP, anticorpi farmaco-coniugati e nuove combinazioni personalizzate.
Un altro filone recente riguarda il microambiente tumorale. Alcuni ricercatori hanno osservato che la chemioterapia può modificare le cellule immunitarie intorno al tumore, favorendo segnali che aiutano la malattia a sopravvivere. Bloccare proteine come STAB1 e FOXP3 ha mostrato risultati promettenti in modelli sperimentali di cancro ovarico.
Questi dati confermano che il tumore ovarico non va considerato solo come massa di cellule maligne, ma come ecosistema complesso.
Diagnosi precoce e prevenzione
Nel tumore ovarico, la diagnosi precoce resta una delle sfide più importanti. Non esiste, per la popolazione generale, uno screening semplice ed efficace come avviene per altri tumori.
Le donne con familiarità importante per carcinoma ovarico o mutazioni genetiche come BRCA1 e BRCA2 dovrebbero seguire percorsi specialistici dedicati. La valutazione genetica può essere utile per identificare un rischio aumentato e pianificare controlli personalizzati.
Riconoscere sintomi persistenti è essenziale. Gonfiore addominale continuo, dolore pelvico, sazietà precoce e cambiamenti urinari non devono essere ignorati se durano settimane.
Alimentazione, stile di vita e supporto alle cure
L’alimentazione non cura il tumore ovarico, ma può aiutare a sostenere l’organismo durante il percorso oncologico. Una dieta equilibrata può contribuire a mantenere massa muscolare, energia e tolleranza ai trattamenti.
Durante la chemioterapia per cancro ovarico, è importante confrontarsi con oncologo e nutrizionista, soprattutto in caso di nausea, perdita di peso, diarrea, stitichezza o alterazioni del gusto.
In generale, possono essere utili:
proteine adeguate
verdura e frutta ben tollerate
cereali integrali se digeribili
idratazione costante
pasti piccoli e frequenti
attenzione alla sicurezza alimentare
L’importanza della medicina personalizzata
La nuova strategia contro il tumore ovarico rientra nel concetto di medicina personalizzata. Non tutte le pazienti hanno lo stesso tumore, la stessa biologia molecolare o la stessa risposta ai farmaci.
Studiare bersagli come mTOR e HSP90 permette di immaginare trattamenti costruiti sulle caratteristiche della malattia. In futuro, test molecolari sempre più precisi potrebbero aiutare a capire quali pazienti possono beneficiare di specifiche combinazioni.
La personalizzazione è particolarmente importante nel carcinoma ovarico resistente, perché riduce l’approccio “uguale per tutte” e orienta verso terapie più mirate.
Conclusioni sul tumore ovarico
Il tumore ovarico resta una malattia complessa, ma la ricerca sta aprendo nuove possibilità terapeutiche. La strategia basata sul doppio blocco di mTOR e HSP90 potrebbe rendere la chemioterapia più efficace contro cellule tumorali resistenti, almeno secondo i dati preclinici disponibili.
Il messaggio più importante è che la resistenza ai farmaci non è un muro invalicabile, ma un processo biologico che può essere studiato e contrastato. Questa scoperta italiana indica una direzione promettente verso trattamenti più intelligenti e personalizzati.
Per le pazienti con carcinoma ovarico, ogni nuova conoscenza sui meccanismi di resistenza rappresenta un passo avanti. Serviranno però studi clinici per capire se questa strategia potrà davvero diventare parte della cura.
Domande Frequenti sul tumore ovarico
Chi può essere colpito dal tumore ovarico?
Il tumore ovarico può colpire donne di diverse età, ma il rischio aumenta soprattutto dopo la menopausa e in presenza di familiarità o mutazioni genetiche come BRCA1 e BRCA2.
Consiglio: in caso di familiarità importante, è utile rivolgersi a un centro specializzato per valutare il rischio genetico.
Cosa rende questa nuova strategia promettente?
La nuova strategia sul carcinoma ovarico è promettente perché mira a bloccare due proteine, mTOR e HSP90, coinvolte nella sopravvivenza delle cellule resistenti alla chemioterapia.
Consiglio: distinguere sempre tra risultati preclinici e terapie già disponibili nella pratica clinica.
Quando la chemioterapia può diventare meno efficace?
Nel cancro ovarico, la chemioterapia può perdere efficacia quando le cellule tumorali sviluppano meccanismi di resistenza, riparano meglio il danno o attivano vie di sopravvivenza alternative.
Consiglio: parlare con l’oncologo delle opzioni disponibili in caso di recidiva o resistenza.
Come agiscono mTOR e HSP90?
mTOR favorisce crescita e metabolismo cellulare, mentre HSP90 aiuta molte proteine tumorali a mantenersi attive; nel tumore dell’ovaio, bloccarle può rendere le cellule più sensibili al cisplatino.
Consiglio: le terapie mirate devono essere sempre valutate in studi clinici controllati.
Dove è stata sviluppata questa ricerca?
La ricerca sul tumore ovarico è stata coordinata dall’Istituto Nazionale Tumori “Pascale” di Napoli in collaborazione con il Centro di Riferimento Oncologico di Aviano.
Consiglio: per informazioni terapeutiche affidabili è meglio rivolgersi a centri oncologici qualificati.
Perché il tumore ovarico è spesso difficile da curare?
Il carcinoma ovarico è difficile da curare perché spesso viene diagnosticato tardi e può sviluppare resistenza ai farmaci, rendendo più complesso il controllo della malattia.
Consiglio: sintomi addominali persistenti meritano sempre una valutazione medica.
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Fonti
Crediti fotografici
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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Criteri Critici
Svelata la ricetta naturale della mitrafillina, rara molecola antitumorale tomshw.it
La chimica delle piante ha appena fornito una nuova mappa per capire come nasce la mitrafillina, una molecola naturale rara studiata per le sue possibili proprietà biologiche. Il lavoro, collegato a una collaborazione tra UBC Okanagan e University of Florida e pubblicato su The Plant Cell, ricostruisce i passaggi con cui alcune piante riescono a costruire questo composto. La scoperta non indica che esista già un nuovo farmaco, ma chiarisce un pezzo importante della macchina molecolare che potrebbe renderne più semplice la produzione controllata.
La mitrafillina appartiene agli alcaloidi spiroossindolici, una famiglia di sostanze vegetali caratterizzata da strutture ad anello particolarmente contorte. Proprio quella geometria, difficile da riprodurre, è parte del motivo per cui queste molecole attirano l'attenzione della chimica farmaceutica. In natura compaiono in quantità molto basse in alberi tropicali come Mitragyna e Uncaria, entrambi appartenenti alla famiglia del caffè, rendendo l'estrazione diretta poco pratica e poco adatta a una ricerca su larga scala.
Il punto di partenza dello studio è stato il genoma a livello cromosomico di Mitragyna parvifolia, una specie che produce mitrafillina. Grazie a quella mappa genetica, i ricercatori hanno potuto restringere il campo sui geni coinvolti nella biosintesi degli alcaloidi e collegarli alle reazioni chimiche osservate in laboratorio. È un approccio che unisce genomica, biochimica e ingegneria enzimatica: invece di limitarsi a trovare la molecola nella pianta, prova a ricostruire la sequenza di istruzioni con cui la pianta la fabbrica.
Il risultato centrale è l'identificazione di due enzimi chiave. Il primo prepara la configurazione tridimensionale corretta della molecola, mentre il secondo completa la torsione che porta alla struttura spiroossindolica della mitrafillina. La differenza può sembrare sottile, ma in chimica la disposizione spaziale degli atomi è spesso decisiva: due molecole con formula simile possono comportarsi in modo molto diverso se sono piegate nello spazio in maniera differente.
Il valore della scoperta non è nella promessa di una cura immediata, ma nella possibilità di produrre molecole rare con più controllo.
È qui che la scoperta diventa interessante anche fuori dalla botanica. Molti composti naturali con potenziale terapeutico sono difficili da ottenere perché le piante li producono in tracce, oppure perché la sintesi chimica richiede troppi passaggi. Un caso affine, anche se legato a un'altra molecola vegetale, era emerso nello studio sulla forskolina come possibile supporto contro una forma aggressiva di leucemia: la natura offre spesso strutture promettenti, ma trasformarle in strumenti affidabili richiede molta ingegneria.
Nel caso della mitrafillina, conoscere gli enzimi significa poter immaginare percorsi più sostenibili. In linea di principio, gli stessi strumenti molecolari potrebbero essere trasferiti o ottimizzati in sistemi produttivi più gestibili, come colture cellulari, microrganismi ingegnerizzati o piattaforme di chimica verde. Questo non elimina la necessità di verifiche su sicurezza, purezza e attività biologica, ma riduce uno degli ostacoli iniziali: capire esattamente quali passaggi naturali vanno imitati.
La prudenza resta necessaria. Definire una molecola come potenzialmente antitumorale non significa che sia pronta per l'uso clinico, né che prodotti vegetali grezzi possano sostituire farmaci validati. Tra una reazione enzimatica chiarita e una terapia ci sono studi tossicologici, modelli preclinici, formulazione, dosaggi e trial clinici. La notizia riguarda quindi soprattutto la capacità di accedere a una classe di composti complessi, non una scorciatoia terapeutica.
Per i ricercatori, il passo successivo sarà adattare questi strumenti naturali alla produzione di molecole correlate. Se il metodo funzionerà, la mitrafillina potrebbe diventare non solo un bersaglio di studio più accessibile, ma anche un modello per esplorare altri alcaloidi vegetali rari. In altre parole, la scoperta sposta l'attenzione dalla singola pianta alla sua logica chimica interna, trasformando un processo evoluto in milioni di anni in una piattaforma da capire, modificare e forse usare con maggiore precisione.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
Un'app contro la depressione, e la cassa malati paga: «Può essere utile, ma non sostituisca la terapia» Ticinonline
SAVOSA - Un'applicazione per dispositivi mobile o laptop, come strumento ulteriore per affrontare quel tortuoso viaggio per uscire dalla depressione. Non un applicativo qualunque, però: un vero e proprio dispositivo medico, approvato dall'Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP), chepotrà anche essere rimborsato dall'assicurazione malattia. Si tratta di Deprexis, della tedesca GAIA, che da qualche tempo è già in uso in diversi Paesi. Una novità, che sarà in vigore a partire dal prossimo luglio, e che rischia di pesare ulteriormente su un settore - quello delle cure psicologico/psicoterapiche - oneroso e in crescita costante. Soprattutto in Ticino, dove nel 2025 (dati dell'Ufficio federale di statistica) il numero di casi è aumentato in media del 12,5% (con picchi trimestrali attorno al +17%). Quanto? È ancora difficile dirlo. In Svizzera? «C'è interesse», ma in Ticino...Stando alla stessa Deprexis, in Svizzera l'interesse sarebbe aumentato, con un picco di richieste nelle ultime settimane. Un interesse che, ribadisce l'azienda, è «osservabile nella comunità medica svizzera da alcuni anni, con molti contatti agli eventi di settore in Germania». In Ticino, almeno secondo Gabriele Barone, psicologo e psicoterapeuta del Servizio di psicologia dell'OSC, l'interesse è ancora non misurabile: «Personalmente non conosco nessuno che abbia pensato, o stia pensando, di rilasciare prescrizioni in questo senso. Al momento, va detto, la situazione non è ancora chiarissima: non si sa se basteranno prescrizioni specifiche - quindi apposite per l'app - o se le prescrizioni generiche per la psicoterapia copriranno anche questa tipologia “ibrida” di terapia. Ci manca ancora una comunicazione ufficiale da parte delle casse malati». Un app medica che un costo ce l'haUn'altra questione che resta in sospeso è quella del prezzo. Anche se si tratta di un'app, non bisogna pensare a un abbonamento in stile streaming da poche decine di franchi. Si parla di costi di 300 euro per tre mesi di abbonamento. In un anno, quindi, si arriverebbe a spendere circa 1'200 euro. Quali saranno le tariffe in franchi svizzeri? Non è ancora chiaro: «Siamo attualmente ancora in fase di coordinamento con l’Ufficio federale della sanità pubblica per definire un modello di prezzo che rifletta sia l’elevata qualità scientifica di deprexis, sia un accesso il più possibile semplice per le persone interessate», afferma Stan Sugarman, Chief Commercial Officer di GAIA. Al di là di queste incertezze è però ipotizzabile che il costo in valuta elvetica non sarà molto distante. Ma come si giustifica un prezzo del genere? «Si tratta di un dispositivo con un'efficacia clinica comprovata da diversi studi», spiega Deprexis, «i pazienti e le pazienti ottengono un accesso immediato, indipendente dal luogo, a una terapia altamente adattiva e personalizzata, senza tempi di attesa. In questo modo deprexis contribuisce a colmare efficacemente le lacune dell’assistenza nel sistema sanitario svizzero». Da considerare, inoltre, «la necessità di un continuo investimento per lo sviluppo tecnologico e per garantire i più elevati standard svizzeri di sicurezza e protezione dati». «Da sola non basta»Affidarsi a uno schermo, per affrontare un disturbo complesso e tendenzialmente isolante come la depressione, non rischia di essere un boomerang?Non secondo GAIA: «Per quanto riguarda i risultati degli studi, per la Svizzera è particolarmente interessante valutare in che misura deprexis, come elemento aggiuntivo alla terapia ambulatoriale, produca un effetto positivo. A tal fine è stato condotto uno studio randomizzato guidato dai professori svizzeri Prof. Dr. Thomas Berger (Università di Berna) e Prof. Dr. Andreas Maercker (Università di Zurigo), in collaborazione con l’Associazione tedesca degli psicoterapeuti», spiega. «I risultati hanno mostrato che dopo 12 settimane, i sintomi depressivi erano migliorati nei pazienti che avevano ricevuto psicoterapia ambulatoriale. Tuttavia, l’entità del miglioramento era circa doppia nei pazienti che avevano ricevuto anche l'app rispetto a quelli trattati solo con psicoterapia ambulatoriale, si tratta di un effetto statisticamente significativo e clinicamente rilevante. I risultati dimostrano quindi che deprexis, come elemento aggiuntivo nella psicoterapia ambulatoriale, può contribuire in molti pazienti a una guarigione più rapida e più marcata». ci conferma l'azienda. «Personalmente sono favorevole all'integrazione della tecnologia all'interno delle terapie. Ma sia ben chiaro che questa va affiancata a una terapia completa con uno psicoterapeuta, e non deve sostituirla. La criticità con questo tipo di strumenti, infatti, è che quando il disturbo diventa più complesso è necessaria una rete di supporto. Questo proprio per la sintomatologia tipica della depressione, che porta all'isolamento e a ridurre il contatto sociale», conclude invece Barone.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?2
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
36.7/100
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Criteri Critici
Tumori: immunoterapico tislelizumab approvato da Aifa per cancro a esofago, stomaco e polmone Adnkronos
L'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato la rimborsabilità di tislelizumab, per il trattamento del carcinoma dello stomaco, dell'esofago e del polmone. Ora anche i pazienti del nostro Paese colpiti dalle tre neoplasie in stadio metastatico possono beneficiare degli importanti progressi dell'innovazione. Ai passi avanti nella cura di questi tumori è stato dedicato un incontro con la stampa a Milano, promosso da BeOne.
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Broncoscopia rigida su un malato di tumore al polmone. Procedura eseguita dall’équipe di Pneumologia senza intervento chirurgico Corriere Adriatico
ASCOLI Complesso intervento, nei giorni scorsi, all’ospedale Mazzoni, ad opera del reparto di Pneumologia. L’équipe guidata dal dottor Vittorio D’Emilio ha eseguito, su un paziente di 69 anni con tumore del polmone in stadio avanzato e con collasso polmonare completo, una broncoscopia rigida per mezzo della quale gli è stato posizionato uno stent bronchiale che ha permesso il ripristino della respirazione senza intervenire chirurgicamente.
La procedura
L’uomo, giunto al nosocomio ascolano con collasso completo del polmone destro da ostruzione totale del bronco principale, è stato sottoposto a Tac attraverso la quale i medici hanno diagnosticato un’invasione neoplastica del mediastino con coinvolgimento della trachea distale. «Un quadro clinico – evidenzia il dottor D’Emilio - che escludeva qualsiasi approccio chirurgico.
Da lì la decisione di portare il paziente in sala endoscopica dove, senza alcuna incisione, l’équipe medica della pneumologia interventistica ha eseguito una broncoscopia rigida, il trattamento del tessuto tumorale tracheale con argon plasma e la rimozione meccanica endoscopica. Quindi è seguito il posizionamento di una protesi tracheobronchiale autoespandibile a tutela del polmone sinistro residuo. Il paziente è stato estubato e stabilizzato al termine della procedura».
La pneumologia interventistica dell’Ast di Ascoli opera direttamente all’interno dell’albero tracheobronchiale attraverso tecniche endoscopiche avanzate, eseguendo procedure che un tempo richiedevano la chirurgia toracica aperta. «Il tumore del polmone – continua D’Emilio - è la prima causa di morte oncologica in Italia negli uomini, con circa 44mila nuovi casi annui. La diagnosi tardiva rimane il problema principale: la maggior parte dei pazienti arriva infatti allo stadio avanzato, rendendo il controllo endoscopico delle vie aeree centrali spesso l’unico strumento per mantenere condizioni respiratorie compatibili con le terapie oncologiche».
I numeri
L’endoscopia toracica del Mazzoni esegue circa 800 procedure broncoscopiche annue, con circa 150 nuove diagnosi di tumore polmonare. «Voglio sottolineare l’importanza – conclude il direttore generale dell’Ast, Antonello Maraldo – di procedure come questa. Abbiamo dimostrato che l’Ast picena non è inferiore a nessuna realtà di pari dimensione e che, anzi, aspira a livelli più alti».
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Criteri Critici
L’ONCOLOGIA DI FERRARA PROTAGONISTA SU “NATURE GENETICS” PER UNA RICERCA SUL MESOTELIOMA PLEURICO ospfe.it
L’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara e l’Università di Ferrara hanno contribuito in modo determinante allo studio internazionale NIBIT-EPI-MESO, i cui risultati sono stati recentemente pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica “Nature Genetics”. La ricerca, coordinata dalla Fondazione NIBIT nell'ambito del Programma AIRC “5 per mille” EPICA, ha portato all'individuazione di quattro sottotipi di metilazione del DNA tumorale capaci di predire in modo indipendente sia la risposta al trattamento immunoterapico sia la sopravvivenza dei pazienti affetti da mesotelioma pleurico.
Questo traguardo scientifico fornisce indicazioni cliniche più precise rispetto alla tradizionale distinzione istologica, consentendo di orientare le scelte terapeutiche verso cure più adatte per ogni singolo paziente.
Il mesotelioma pleurico è una neoplasia rara e altamente aggressiva, quasi sempre associata all'esposizione prolungata all'amianto. Sebbene la combinazione di farmaci immunoterapici sia l'attuale standard di cura, solo una parte dei pazienti beneficia di risultati significativi a lungo termine. Per rispondere alla mancanza di biomarcatori predittivi, lo studio ha analizzato retrospettivamente 91 pazienti attraverso un approccio multi-omico integrato, comprendente il sequenziamento dell’RNA, dell’esoma e lo studio della metilazione del DNA.
Un approccio multi-omico integrato è un modo di studiare il corpo umano guardando più “strati” contemporaneamente invece di analizzarne uno solo. In pratica, il nostro organismo funziona come un sistema molto complesso: ci sono i geni, le proteine, le sostanze che circolano nelle cellule e tanti altri elementi che lavorano insieme. Se si osserva solo uno di questi aspetti, si capisce qualcosa, ma non tutto. Con questo approccio, invece, si raccolgono informazioni su più livelli e le si mettono insieme per avere una visione completa. In medicina questo serve soprattutto per capire meglio le malattie e scegliere cure più precise, perché permette di vedere non solo “dove” c’è il problema, ma anche come si sviluppa e perché.
L'analisi ha classificato i tumori in quattro categorie basate su livelli crescenti di metilazione: DEM (demetilato), LOW (bassa metilazione), INT (intermedio) e CIMP (fenotipo metilatore). I dati clinici emersi mostrano divergenze sostanziali.
"I risultati - dichiara la prof.ssa Luana Calabrò (nella foto), Direttrice dell’Oncologia Clinica dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara e primo autore dello studio - suggeriscono che i quattro sottotipi identificati a diverso grado di metilazione non descrivono solo caratteristiche molecolari differenti, ma riflettono biologie tumorali profondamente diverse, con implicazioni dirette sull’efficacia del trattamento immunoterapico. L'immunoterapia da alcuni anni è stata approvata dall'agenzia regolatoria del farmaco italiano anche per i pazienti con mesotelioma ad istologia non epitelioide, ma non tutti i pazienti ne traggono beneficio. Questa scoperta consentirà di trattare i malati di mesotelioma non più solo in base alla classificazione istologica (epitelioide, non epitelioide), ma anche in base alle differenze molecolari (e quindi potenzialmente estendendo l'indicazione anche a pazienti con mesotelioma epitelioide). Si potranno cosi selezionare i malati "giusti" per il trattamento immunoterapico, evitando cure inefficaci e tossicità".
"I risultati – sottolinea il prof. Michele Maio, Presidente della Fondazione NIBIT e principal investigator dell’intero progetto - indicano che l’analisi della metilazione del DNA potrebbe, in un prossimo futuro, entrare nella pratica clinica per la caratterizzazione molecolare del mesotelioma pleurico. Sul piano terapeutico si ipotizza che i pazienti con sottotipi a metilazione elevata possano beneficiare di strategie combinate con farmaci ipometilanti per rendere le cellule neoplastiche più sensibili all’immunoterapia. La Fondazione NIBIT sta già lavorando in questa direzione con nuovi studi clinici".
Per tradurre queste evidenze nella pratica quotidiana, il team di ricerca ha sviluppato un algoritmo di machine learning (Random Forest) in grado di assegnare i campioni ai quattro sottotipi con un'accuratezza dell'89%. Lo strumento è stato messo a disposizione della comunità scientifica globale per la validazione prospettica. L'eccellenza della ricerca dell’oncologia ferrarese si conferma impegnata nel contrasto alle patologie rare e complesse (come anche il mesotelioma), lavorando per trasformare l'innovazione tecnologica in migliori prospettive di vita per i pazienti.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Sindrome di Rett: studio italiano indica nuove strade per la terapia genica OMaR – Osservatorio Malattie Rare
Sindrome di Rett
Sindrome di Rett: studio italiano indica nuove strade per la terapia genica
Una ricerca condotta da CNR e Ospedale San Raffaele di Milano ha permesso di identificare una funzione finora sconosciuta della proteina MeCP2, la cui carenza è alla base della patologia
Una scoperta tutta italiana chiarisce il ruolo di MECP2, il gene che è alla base della sindrome di Rett, rara malattia del neurosviluppo che colpisce soprattutto le bambine. Per tale patologia, caratterizzata da regressione delle abilità motorie, del linguaggio e ridotta interazione sociale, ad oggi non esistono terapie in grado di arrestare o invertire la progressione dei sintomi.
Un gruppo di ricerca composto da ricercatori e ricercatrici dell’Istituto di Neuroscienze (CNR-IN) e dell’Istituto di Tecnologie Biomediche (CNR-ITB) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Milano, in collaborazione con l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, ha infatti identificato una funzione finora sconosciuta della proteina MeCP2, codificata dall’omonimo gene, con rilevanti implicazioni terapeutiche.
Lo studio, guidato dai ricercatori Vania Broccoli e Mirko Luoni e pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Communications, dimostra per la prima volta che la proteina MeCP2 è capace di attivare geni cruciali per lo sviluppo dei neuroni, in particolare “collaborando” con un complesso epigenetico chiamato SWI/SNF, che regola l’accesso al DNA. Tramite analisi sull’intero genoma, questo studio ha delucidato i target principali della proteina MeCP2 che promuovono il differenziamento dei neuroni e la loro maturazione funzionale. Sorprendentemente, questo meccanismo è attivo durante lo sviluppo cerebrale, mentre è trascurabile in neuroni maturi del cervello adulto. Di conseguenza, i neuroni adulti sono in grado di tollerare livelli significativamente più elevati di MeCP2 rispetto ad altri tipi cellulari.
“Per anni, la comunità scientifica ha ritenuto che un eccesso di MeCP2 potesse essere dannoso quanto la sua carenza [quella che determina proprio la sindrome di Rett, N.d.R.], contribuendo a rallentare lo sviluppo di strategie di terapia genica volte a ripristinare la funzione del gene MECP2 nel cervello delle pazienti. Questo timore ha rappresentato un importante limite nella valutazione della sicurezza di tali approcci di trattamento”, spiega Vania Broccoli, coordinatore dello studio. “I nuovi risultati ribaltano questo paradigma: l’effetto tossico di livelli elevati di MeCP2 non è universale, ma dipende dal contesto cellulare e non si applica ai neuroni, le cellule chiave nella patologia. Questo cambio di prospettiva amplia significativamente la finestra terapeutica e apre la strada a strategie di terapia genica più efficaci e sicure”.
“Attualmente, solo due approcci di terapia genica per la sindrome di Rett hanno raggiunto la fase clinica. Tuttavia, questa scoperta potrebbe accelerare lo sviluppo e la validazione di nuove soluzioni terapeutiche, facilitandone il passaggio verso la sperimentazione clinica”, aggiunge Mirko Luoni.
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Daiichi Sankyo punta alla top 5 globale in oncologia: ricavi oltre $15 mld entro il 2030 pharmastar.it
Diventare una delle cinque maggiori aziende oncologiche al mondo entro il 2035, accelerando lo sviluppo di farmaci innovativi e consolidando la leadership negli antibody-drug conjugates (ADC). È l’obiettivo ambizioso annunciato da Daiichi Sankyo nel nuovo piano industriale quinquennale 2026-2030, che punta a generare 15 miliardi di dollari di ricavi in oncologia entro la fine del decennio.
Il gruppo giapponese scommette soprattutto sulla piattaforma DXd, tecnologia proprietaria alla base degli ADC che hanno già cambiato lo scenario terapeutico in diversi tumori solidi. Il piano prevede oltre 20 nuove indicazioni terapeutiche entro il 2030 distribuite su cinque farmaci oncologici, con l’obiettivo di raggiungere più di 700mila nuovi pazienti ogni anno entro il 2035.
Enhertu e Datroway guidano la corsa degli ADC
A trainare la crescita saranno soprattutto Enhertu e Datroway, due ADC che secondo l’azienda stanno ridefinendo il trattamento del tumore della mammella.
“Enhertu ha cambiato la classificazione e il trattamento del carcinoma mammario, diventando l’ADC di maggior successo della storia per ricavi”, ha dichiarato Ken Keller, Global Head of Oncology Business di Daiichi Sankyo.
Nel solo anno fiscale 2026 sono previsti cinque lanci strategici a livello globale: quattro nuove indicazioni nel tumore della mammella per Enhertu e Datroway e il debutto dell’azienda nel tumore del polmone a piccole cellule con ifinatamab deruxtecan.
Obiettivo: conquistare il tumore del polmone
Il piano industriale individua proprio nel carcinoma polmonare uno dei principali terreni di espansione futura. Nei prossimi cinque anni l’azienda prevede oltre dieci nuove indicazioni in questo setting tumorale.
La strategia riflette la crescente centralità degli ADC nell’oncologia moderna: molecole progettate per trasportare selettivamente farmaci citotossici direttamente alle cellule tumorali, aumentando efficacia e riducendo la tossicità sistemica.
AI, biomarcatori e nuove piattaforme tecnologiche
Accanto agli ADC, Daiichi Sankyo punta a rafforzare il proprio motore di ricerca con tecnologie “breakthrough generating”, piattaforme innovative pensate per accelerare lo sviluppo di farmaci ad alto potenziale.
Tra gli ambiti prioritari figurano:
• anticorpi multispecifici;
• degradazione mirata delle proteine;
• terapie basate su siRNA;
• strumenti digitali e intelligenza artificiale applicati allo sviluppo clinico.
Secondo John Tsai, responsabile globale R&D dell’azienda, l’obiettivo è rendere ancora più rapido lo sviluppo clinico, sfruttando biomarcatori avanzati e AI per migliorare la selezione dei pazienti e aumentare la probabilità di successo dei trial.
Una crescita aggressiva anche sul fronte economico
Il piano quinquennale prevede ricavi complessivi superiori a 19 miliardi di dollari entro il 2030, rispetto ai circa 13,3 miliardi registrati nel 2025, con profitti operativi oltre i 3,8 miliardi di dollari entro la fine del decennio. L’azienda stima inoltre di raggiungere circa 6,3 miliardi di dollari di utile operativo nei primi anni del 2030.
Per sostenere questa crescita, Daiichi Sankyo avvierà una profonda trasformazione organizzativa basata su AI, digitalizzazione e centralizzazione globale delle attività commerciali e di sviluppo clinico.
Il nuovo piano industriale conferma la competizione sempre più serrata nel mercato globale dell’oncologia, dove gli ADC rappresentano oggi una delle aree a più alta crescita e innovazione.
Con il successo di Enhertu e l’espansione della piattaforma DXd, Daiichi Sankyo punta ora a trasformarsi da protagonista degli ADC a leader globale dell’intera oncologia, in una corsa che coinvolge le principali big pharma internazionali.
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Criteri Critici
Tumore del polmone, la cura cambia strategia. L'Istuto Regina Elena: "Immunoterapia prima del bisturi" RomaToday
Terapie sempre più anticipate per aumentare le possibilità di guarigione, riducendo il rischio di recidiva. È la “svolta” sulla cura del tumore al polmone emerso dal confronto tra esperti internazionali riuniti a Roma dall’Istituto nazionale Tumori Regina Elena (Ire).
Come spiega la struttura, trattare il paziente con l’immunoterapia prima dell’intervento chirurgico può ridurre di circa il 30–40% il rischio di recidiva e aumentare in modo significativo la probabilità di risposta completa, con percentuali che passano da circa il 2% a oltre il 20%. Arrivando così all’intervento con il tumore già “spento”. “Un cambio di prospettiva che può fare la differenza in una malattia ancora tra le più diffuse e letali” spiegano dall’istituto.
Tumore al polmone: i numeri
Se n’è discusso nel corso del 5th International summit on lung cancer, svoltosi a Roma il 9 e 10 maggio. Fino a pochi anni fa, spiegano dalla struttura romana, nel tumore del polmone operabile l’intervento chirurgico era il primo passo. “Oggi non è più una scelta automatica. La strategia si costruisce prima. Si studia il tumore, si leggono le sue caratteristiche molecolari, si decide se iniziare con immunoterapia, terapie target o combinazioni. Solo dopo si sceglie se e come operare. La chirurgia resta centrale, ma oggi è parte di un percorso multidisciplinare costruito fin dall’inizio”. Nel 2025 in Italia sono stati diagnosticati 27.100 nuovi casi tra gli uomini e 16.400 tra le donne; nel 2022 i decessi stimati sono stati 35.700 (dati Airtum – Associazione italiana registro tumori).
“Oggi non basta più intervenire localmente - spiega Federico Cappuzzo, direttore dell’Oncologia medica 2 dell’istituto Regina Elena e membro dello scientific board del Summit. - Dobbiamo trattare la malattia come sistemica fin dall’inizio. È questo che aumenta la probabilità di guarigione.
I nuovi strumenti di monitoraggio
In questo scenario diventano centrali gli strumenti di monitoraggio più avanzati. La biopsia liquida, che permette di analizzare il Dna tumorale nel sangue, spiegano dall’istituto, si sta affermando come un “sensore precoce” della malattia: può aiutare a individuare la cosiddetta malattia minima residua, cioè tracce di tumore non visibili con gli esami tradizionali. Non è ancora uno standard per tutti i pazienti, ma rappresenta uno dei fronti più promettenti della ricerca. “La direzione è arrivare a un controllo sempre più preciso e personalizzato - sottolinea Cappuzzo. - Capire in anticipo se la malattia sta tornando significa poter intervenire prima, e meglio”.
Tra i temi centrali del Summit: biomarcatori, nuovi farmaci e intelligenza artificiale applicata alla diagnosi e alla scelta delle cure. “La vera innovazione oggi è integrare dati clinici, molecolari e tecnologici per prendere decisioni sempre più precise - sottolinea Giovanni Blandino, direttore scientifico dell’istituto. - Non trattiamo più tumori uguali per tutti, ma malattie diverse in persone diverse. Questo cambia radicalmente l’efficacia delle cure”.
Portare a Roma i principali esperti internazionali ha un valore che va oltre l’evento. "Ifo costruisce comunità scientifiche - evidenzia il direttore generale Livio De Angelis. - Crea occasioni in cui le innovazioni mediche circolano velocemente tra chi le sperimenta e chi le applica. Il Summit è stato esattamente questo: un formidabile strumento di lavoro atto a trasferire l'innovazione nella pratica clinica, a vantaggio dei pazienti".
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Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
45.9/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Nuova tecnologia oncologica al San Pietro per terapie più mirate RaiNews
L’UPMC Hillman Cancer Center San Pietro Fatebenefratelli di Roma rafforza il reparto di radioterapia con nuove tecnologie dedicate alla cura dei tumori, tra cui l’Elekta Unity, acceleratore ibrido considerato tra i più avanzati al mondo. La struttura sanitaria, accreditata con il Servizio sanitario nazionale, ha completato un investimento superiore ai 15 milioni di euro sostenuto da UPMC con l’obiettivo di ampliare l’accesso ai trattamenti oncologici avanzati e ridurre i tempi di attesa per i pazienti. Tra le principali novità c’è l’installazione di due nuovi bunker destinati alle apparecchiature di ultima generazione. Nel nuovo spazio è stato collocato l’Elekta Unity, tecnologia presente in appena una cinquantina di centri nel mondo. Il sistema combina un acceleratore lineare con una risonanza magnetica diagnostica ad alto campo da 1,5 Tesla, consentendo di applicare la radioterapia adattativa personalizzata. La tecnologia permette di modificare il trattamento prima di ogni seduta in base alle condizioni aggiornate del paziente e all’evoluzione del tumore. A differenza della radioterapia tradizionale, che utilizza un piano terapeutico definito all’inizio del ciclo di cure, la Adaptive Radiation Therapy ricalcola il trattamento a ogni sessione. Il sistema individua con precisione millimetrica la posizione del tumore e degli organi circostanti, adattando la terapia in tempo reale. Secondo il centro oncologico, l’impiego dell’Intelligenza artificiale consente inoltre di compensare i movimenti fisiologici degli organi e le variazioni morfologiche della malattia, limitando l’esposizione dei tessuti sani e riducendo gli effetti collaterali. L’obiettivo della struttura è aumentare il numero di pazienti trattati e rendere più rapide le cure in un contesto nazionale che continua a registrare un incremento delle diagnosi oncologiche. Le stime parlano di circa 390mila nuovi casi di tumore previsti in Italia nel 2025.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?2
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
33.0/100
Punteggio Totale
D
Valutazione
❌
Criteri Critici
L’immunoterapia contro i tumori del sangue funziona meglio con cellule T staminali Le Scienze
Il primo trial clinico per verificare efficacia e sicurezza delle cellule T staminali di memoria (TSCM) nel trattamento di forme recidivanti di leucemie e linfomi ha dato risultati promettenti. Solo 11 pazienti hanno partecipato, quindi è presto per “gridare al miracolo”, ma gli scienziati confidano nelle potenzialità di queste cellule immunitarie – un sottotipo di cellule (o linfociti) T – per la cura dei tumori del sangue recidivanti o refrattari al trapianto di midollo osseo o alle terapie con anticorpi monoclonali.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
53.0/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Protoni contro il cancro: protonterapia la nuova frontiera della radioterapia Humanitas Gavazzeni
In questi ultimi anni la radioterapia oncologica ha compiuto passi da gigante: tecnologie sempre più sofisticate permettono oggi di colpire i tumori con una precisione impensabile fino a pochi decenni fa, riducendo i danni ai tessuti sani.
Ne parliamo con l’aiuto del professor Rosario Mazzola, Responsabile di Radioterapia in Humanitas Gavazzeni e Professore Associato in Humanitas University.
Con la protonterapia si risparmiano le strutture critiche
Le nuove frontiere riguardano la capacità di adattare le diverse terapie su ogni paziente, integrandole al contempo con l’immunoterapia. L’obiettivo è aumentare il più possibile l’efficacia delle stesse, minimizzandone l’invasività.
In questo contesto, la protonterapia rappresenta uno dei progressi più rilevanti. A differenza della radioterapia tradizionale con raggi X, i protoni rilasciano la quasi totalità della loro energia direttamente all’interno della massa tumorale, grazie a una proprietà fisica: il picco di Bragg.
Questo significa che il tessuto sano intorno al tumore riceve una dose praticamente nulla. È una differenza fisica fondamentale: si traduce in meno effetti collaterali, sia acuti sia a lungo termine. In pratica, si concentra il raggio dove serve, risparmiando strutture critiche come il midollo spinale, gli occhi, il cuore.
La protonterapia coinvolge figure mediche diverse
In Humanitas, la protonterapia è diretta dalla prof.ssa Marta Scorsetti e viene effettuata nel nuovo Proton Building presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano: una struttura in cui tecnologia e alta competenza medica si fondono nell’Oncologia di precisione.
Una possibilità concreta per i pazienti di Humanitas Gavazzeni, i cui casi vengono presi in carico durante incontri multidisciplinari dalle équipe di Radioterapia di tutti gli ospedali del Gruppo.
Il lavoro di squadra è centrale, e in Oncologia rappresenta spesso la differenza tra un trattamento standard e uno davvero su misura. Nessuna decisione viene presa da un singolo specialista. I medici che si occupano di diagnosi e cura del cancro come i radio-oncologi, oncologi medici, chirurghi oncologi, radiologi, medici nucleari e patologi si confrontano quotidianamente per costruire il percorso migliore e su misura del singolo paziente.
La protonterapia, nello specifico, richiede una pianificazione molto accurata che coinvolge figure diverse: non solo il radio-oncologo, ma, ad esempio, anche il fisico sanitario, che elabora il piano di trattamento, oltre ai colleghi delle discipline coinvolte in base alla sede del tumore. È un lavoro corale, e la qualità del risultato dipende anche da questo.
Protonterapia, indicata per tumori complessi o in aree delicate
La protonterapia è particolarmente indicata per tumori complessi o localizzati in aree delicate, in prossimità di organi vitali o strutture critiche, come il sistema nervoso centrale, l’occhio o il midollo spinale. In Humanitas, la tecnologia si combina con l’expertise, tra gli altri, in tumori rari come cordomi e condrosarcomi, nei tumori cerebrali e spinali, nei sarcomi dei tessuti molli, nei tumori della base del cranio, dell’esofago, dei testicoli e in alcune neoplasie oculari, oltre che nei casi di recidiva in aree già sottoposte a radioterapia.
Rivolgersi a centri specializzati è questione di sicurezza ed efficacia. La protonterapia richiede elevate competenze medico-fisico per garantire efficacia e sicurezza. Un centro ad alto volume garantisce l’esperienza necessaria per trattare anche i casi più complessi.
Visite ed esami