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Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
A Terni l’intervento robotico multidisciplinare dopo tumore e radioterapia che ridefinisce i limiti della chirurgia Tag24 Umbria
Un campo anatomico segnato da radiazioni, cicatrici e aderenze che cancellano i piani di clivaggio naturali. È qui che, nei giorni scorsi, all’Ospedale Santa Maria di Terni, si è consumata una sfida chirurgica definita dagli stessi protagonisti di “straordinaria complessità” . Due équipe hanno lavorato fianco a fianco - Urologia e Chirurgia generale - per affrontare una fistola vescico-rettale, condizione rara e altamente invalidante, in un paziente già sottoposto in passato a prostatectomia radicale, radioterapia pelvica e confezionamento di una colostomia temporanea. A guidare la procedura, interamente condotta con piattaforma robotica, i direttori delle due strutture: il dottor Alberto Pansadoro (Urologia) e il dottor Giovanni Tebala (Chirurgia generale). Il risultato è un intervento mininvasivo che ha consentito di rimuovere la vescica, riparare la comunicazione anomala tra vescica e retto e ricostruire i piani anatomici, con un decorso post-operatorio regolare e il paziente oggi in buone condizioni cliniche.
L’odissea clinica di un paziente già segnato da recidive e trattamenti radianti
La storia sanitaria dell’uomo - di cui l’ospedale non fornisce generalità - era già costellata di passaggi critici. Inizialmente trattato con prostatectomia radicale per una neoplasia prostatica, aveva successivamente ricevuto un ciclo di radioterapia locale e, a causa di una lesione del retto, i chirurghi gli avevano confezionato una colostomia temporanea. A rendere il quadro ancora più severo si era aggiunto, in altra sede, il trattamento di una stenosi uretrale e, infine, la comparsa di una fistola vescico-rettale, una comunicazione patologica tra la vescica e l’ultimo tratto dell’intestino che provoca incontinenza fecale e urinaria, infezioni ricorrenti e una compromissione profonda della qualità di vita.
“Si è trattato di un intervento ad altissima complessità”, spiegano i chirurghi dell’Azienda Ospedaliera ternana, “reso possibile dalla stretta collaborazione tra specialisti di diverse branche e dall’utilizzo di tecnologie all’avanguardia”. Una complessità legata non solo alla natura della fistola, ma anche e soprattutto alle condizioni del campo operatorio. I tessuti su cui Pansadoro e Tebala hanno dovuto lavorare erano profondamente alterati: le aderenze intestinali, esito dei precedenti interventi chirurgici e del trattamento radiante, avevano trasformato l’anatomia in un terreno fibrotico ad alto rischio di lesioni intraoperatorie. La radioterapia, in particolare, riduce la vascolarizzazione dei tessuti e ne compromette la capacità di cicatrizzazione, aumentando la probabilità di deiscenze e infezioni post-operatorie quando si tentano approcci demolitivi tradizionali.
Bracci robotici e ricostruzione anatomica: come la tecnologia ha permesso di risparmiare l’invasività
È qui che la scelta della piattaforma robotica ha fatto la differenza. L’intervento è stato eseguito per intero con un approccio mininvasivo, senza le grandi incisioni che avrebbero richiesto una laparotomia classica in un contesto tanto compromesso. I bracci robotici, controllati in console dai due chirurghi, hanno permesso una dissezione estremamente precisa e delicata dei piani fibrotici, con una visione tridimensionale ingrandita e una capacità di movimento che supera i limiti della mano umana. In questo modo è stato possibile isolare e rimuovere la vescica, identificare il tragitto della fistola e procedere alla sua riparazione, ricostruendo infine i piani anatomici in modo stabile.
“La chirurgia robotica consente oggi di affrontare situazioni che fino a pochi anni fa avrebbero richiesto approcci molto più invasivi e gravati da maggiori complicanze”, continuano i professionisti. Il vantaggio non è solo intraoperatorio: la riduzione del traumatismo tissutale si traduce in un decorso post-operatorio più rapido, con minore dolore e una ripresa funzionale più precoce. Nel caso specifico, il decorso è stato regolare e il paziente, già dimesso o in fase avanzata di riabilitazione, mostra condizioni cliniche buone, a testimonianza dell’efficacia dell’approccio adottato.
La regia multidisciplinare è stata l’altro pilastro. La compresenza in sala operatoria dei due direttori - Pansadoro per la componente urologica e Tebala per quella di chirurgia digestiva e ricostruttiva - ha permesso di gestire in tempo reale ogni criticità, senza dover differire le decisioni a tempi operatori successivi. Un modello organizzativo che l’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni sta consolidando proprio per i casi complessi, in cui la singola specialità non è sufficiente a coprire l’intero spettro di problemi.
A suggellare il risultato è il commento del Direttore Generale, Andrea Casciari: “Questo caso rappresenta un esempio concreto di eccellenza chirurgica e di come l’innovazione tecnologica, unita all’esperienza clinica e alla collaborazione multidisciplinare, possa offrire nuove possibilità di cura anche nei casi più complessi, migliorando significativamente il decorso postoperatorio e la qualità di vita dei pazienti”. Parole che collocano l’intervento non come un episodio isolato, ma come un tassello di una strategia più ampia, in cui la robotica diventa strumento abilitante per portare la mano del chirurgo là dove fino a ieri sarebbe stato troppo rischioso avventurarsi. A Terni, su un campo operatorio già segnato da due anni di calvario clinico, quella scommessa è stata vinta.
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Orticaria Cronica Spontanea: via libera della Commissione Europea al primo trattamento orale corrierenazionale.it
Il comunicato stampa di Novartis sull’approvazione da parte della Commissione Europea di remibrutinib, prima terapia orale mirata per il trattamento dell’orticaria cronica spontanea
Novartis ha annunciato che la Commissione europea ha approvato remibrutinib per l’Orticaria Cronica Spontanea (CSU) negli adulti con risposta inadeguata al trattamento con antistaminici H1. Si tratta della prima terapia orale mirata approvata per il trattamento della CSU, con un approccio innovativo e una somministrazione orale in compresse da assumere due volte al giorno, senza necessità di monitoraggi di laboratorio1.
“In Italia si stima che oltre 480.000 persone convivano con l’orticaria cronica spontanea, una malattia infiammatoria di origine autoimmune con sintomi altamente debilitanti come prurito, pomfi e un decorso spesso imprevedibile che incide negativamente sulla qualità di vita. – spiega la Dott.ssa Silvia Mariel Ferrucci, responsabile del servizio di dermatologia allergologica e professionale della Fondazione IRCCS Ca’ Granda dell’Ospedale Maggiore Policlinico Milano – L’approvazione europea di questa nuova opzione terapeutica, che agisce su una via immunitaria chiave, amplia le opzioni di gestione della malattia per i pazienti che non traggono beneficio dalla terapia antistaminica convenzionale”.
“Convivere con l’orticaria cronica spontanea significa affrontare ogni giorno una malattia complessa e spesso sottovalutata, che può incidere profondamente sulla qualità della vita, compromettendo il sonno, il lavoro e la socialità – commenta Elena Radaelli, Presidente di ARCO (Associazione Ricerca Cura dell’Orticaria) – Molti pazienti si sentono ancora poco compresi e faticano a trovare risposte adeguate. L’approvazione europea di una nuova opzione terapeutica rappresenta un segnale importante, perché amplia le possibilità di trattamento della patologia.”
Il farmaco aveva ricevuto a febbraio 2026 il parere positivo del Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) ed è incluso nelle Linee guida internazionali 2026 per la definizione, classificazione, diagnosi e gestione dell’orticaria2.
“Per Novartis l’approvazione europea rappresenta un progresso importante per la gestione dell’orticaria cronica spontanea nei pazienti che non raggiungono un controllo adeguato della malattia con gli antistaminici H1 – dichiara Paola Coco, CSO & Medical Affairs Head IM Italy –. Questa nuova opzione terapeutica offre la possibilità di intervenire in modo mirato su una via immunologica chiave, con significative evidenze cliniche. Il programma di sviluppo clinico in altre patologie immunomediate conferma inoltre il potenziale di questo approccio terapeutico.”
Informazioni sulla molecola
Remibrutinib è un inibitore orale di BTK selettivo, che blocca la via BTK (Bruton Tyrosine Kinase) coinvolta nel rilascio di istamina, uno dei principali fattori responsabili di pomfi pruriginosi e gonfiore6-8. Riducendo il rilascio di istamina, il prodotto contribuisce ad alleviare i sintomi dell’orticaria cronica spontanea (CSU)9,10. Il farmaco è approvato negli Stati Uniti, in Cina e in diversi altri Paesi per il trattamento di pazienti adulti con orticaria cronica spontanea con risposta inadeguata agli antistaminici H1.
Informazioni sugli studi REMIX-1 e REMIX-2
REMIX-1 (NCT05030311) e REMIX-2 (NCT05032157) sono due studi globali multicentrici di fase III, con disegno identico, randomizzati, in doppio cieco, a gruppi paralleli e controllati con placebo, che hanno coinvolto 925 adulti rimasti sintomatici nonostante il trattamento con antistaminici H1 di seconda generazione. Il trattamento ha dimostrato risultati superiori rispetto al placebo nella variazione dal basale del prurito, dei pomfi e dell’attività settimanale della malattia alla settimana 12. Ha inoltre mostrato un profilo di sicurezza che non richiede monitoraggio laboratoristico. Gli eventi avversi più comuni (incidenza ≥3%) sono stati congestione nasale, mal di gola e rinorrea, sanguinamento, cefalea, nausea e dolore addominale15,16.
Informazioni sull’orticaria cronica spontanea
L’orticaria cronica spontanea è una malattia cutanea cronica che colpisce circa 40 milioni di persone nel mondo5,18, con una frequenza quasi doppia nelle donne rispetto agli uomini8, e si manifesta più spesso tra i 20 e i 40 anni. È caratterizzata dalla comparsa improvvisa di pomfi pruriginosi e/o gonfiore dei tessuti profondi, che possono interessare viso, gola, mani e piedi8,19 e insorgere in assenza di un allergene o di un fattore scatenante esterno identificabile5,8,17. I sintomi durano sei settimane o più e causano un impatto fisico ed emotivo rilevante. La maggior parte dei pazienti soffre di privazione del sonno, con elevati tassi di disturbi mentali quali ansia o depressione, oltre a una riduzione della produttività lavorativa8.
Novartis in Immunologia
Novartis porta avanti una ricerca scientifica ambiziosa con l’obiettivo di offrire nuove risposte alle persone che vivono con malattie autoimmuni. Forte di una tradizione di innovazione first in class in reumatologia, dermatologia e allergologia, e di una pipeline diversificata tra le più avanzate del settore, l’azienda è impegnata a ridefinire il futuro dell’immunologia.
Disclaimer
Il presente comunicato stampa contiene dichiarazioni previsionali ai sensi dello United States Private Securities Litigation Reform Act del 1995. Le dichiarazioni previsionali possono generalmente essere identificate da termini quali “potenziale”, “può”, “sarà”, “pianificare”, “potrebbe”, “dovrebbe”, “prevedere”, “attendere”, “guardare avanti”, “credere”, “impegnato”, “sperimentale”, “pipeline”, “lancio” o espressioni analoghe, oppure da discussioni espresse o implicite in merito a possibili autorizzazioni all’immissione in commercio, nuove indicazioni o modifiche del labeling dei prodotti sperimentali o approvati descritti in questo comunicato stampa, nonché in merito a possibili ricavi futuri derivanti da tali prodotti. Non si deve fare eccessivo affidamento su tali dichiarazioni. Tali dichiarazioni previsionali si basano sulle convinzioni e aspettative attuali della società rispetto a eventi futuri e sono soggette a rischi e incertezze, noti e ignoti, significativi. Qualora uno o più di tali rischi o incertezze si concretizzassero, oppure qualora le ipotesi di base si rivelassero errate, i risultati effettivi potrebbero differire in misura sostanziale da quelli indicati nelle dichiarazioni previsionali. Non vi è alcuna garanzia che i prodotti sperimentali o approvati descritti in questo comunicato saranno presentati o approvati per la vendita, o per ulteriori indicazioni o modifiche del labeling, in qualsiasi mercato o in un determinato momento. Né vi è alcuna garanzia che tali prodotti avranno successo commerciale in futuro. In particolare, le aspettative della società riguardo a tali prodotti potrebbero essere influenzate, tra l’altro, dalle incertezze inerenti alla ricerca e sviluppo, inclusi i risultati degli studi clinici e ulteriori analisi dei dati clinici esistenti; da azioni o ritardi regolatori o dalla regolamentazione governativa in generale; dalle tendenze globali al contenimento dei costi sanitari, incluse le pressioni e i requisiti di governi, pagatori e opinione pubblica in materia di prezzi, rimborso e maggiore trasparenza; dalla capacità di ottenere o mantenere la protezione della proprietà intellettuale; dalle specifiche preferenze prescrittive di medici e pazienti; dalle condizioni politiche, economiche e commerciali generali, inclusi gli effetti delle pandemie e gli sforzi per mitigarli; da problematiche relative a sicurezza, qualità, integrità dei dati o produzione; da violazioni potenziali o effettive della sicurezza e della privacy dei dati, o da interruzioni dei sistemi informatici, nonché dagli altri rischi e fattori indicati nell’attuale Form 20-F di Novartis AG depositato presso la US Securities and Exchange Commission. Novartis fornisce le informazioni contenute nel presente comunicato stampa alla data odierna e non assume alcun obbligo di aggiornare le dichiarazioni previsionali in esso contenute alla luce di nuove informazioni, eventi futuri o altro.
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Effetti collaterali terapia per il diabete e orticaria (02/05/2026) | Forum Diabete | Il Medico Risponde Corriere della Sera
Per usufruire del servizio di domande e risposte de ilMedicoRispondeè necessario essere registrati al sito Corriere.ito a un altro dei siti di RCS Mediagroup. Non ricordi le credenziali? Recupera il tuo account Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati. Trovi tutti gli articoli salvati nella tuaarea personalenella sezione preferiti e sull'app Corriere News. Buonasera, Scrivo per avere un parere urgente. Da circa tre settimane, mio padre ha una violentissima orticaria su tutto il corpo che, nonostante le terapia, non regredisce. Mio padre è diabetico, cardiopatico e assume diversi farmaci tra cui la semaglutide. Sembra che questa orticaria sia stata scatenata da un alimento, ma poiché persiste può essere un effetto collaterale della semaglutide? in Diabete Buonasera, la ringrazio per la domanda che tuttavia non permette una risposta netta e univoca. Per definire correttamente una relazione causa-effetto tra assunzione di un determinato farmaco e reazione allergica, è necessario analizzare con precisione le tempistiche di comparsa dell'orticaria e la durata della sintomatologia nel tempo. Inoltre, per quanto riferisce, suo padre assume diversi farmaci e l'orticaria può essere una reazione allergica sia al principio attivo che a uno dei suoi eccipienti oltre che ad alimenti come lei giustamente ha evidenziato. Riguardo la molecola della semaglutide, l'ipersensibilità e le reazioni allergiche più gravi come le forme anafilattiche, sono registrate rispettivamente come "non comuni" o "rare". Le consiglio quindi di concordare con il suo diabetologo di fiducia la migliore strategia di intervento per risolvere questo dubbio rapidamente. Hai un dubbio o un quesito medico? Scrivi una domanda Ti informiamo che con il tuo piano puoi leggere Corriere.it su1 dispositivoalla volta Questo messaggio verrà visualizzato su un altro dispositivo/accesso e tu potrai continuare a leggere le notizie da qui. L'altro dispositivo/accesso rimarrà collegato a questo account. Puoi accedere con il tuo account su tutti i dispositivi che desideri, ma utilizzandoli in momenti diversi secondo il tuo piano di abbonamento. Perché tu o qualcun altro sta leggendo Corriere.it con questo account su più didue dispositivi/accessi. Il tuo attuale abbonamento permette di leggere Corriere.it solo sudue dispositiviin contemporanea (computer, telefono o tablet). Se sei abbonato con un altro account accedi con le tue credenziali. Se siete in 2 o più che utilizzano lo stesso abbonamento, passa all'offerta Family e condividi l'abbonamento con altre due persone. Altrimenti, fai clic su "Continua a leggere qui" e assicurati di essere l'unica persona che visualizza Corriere.it con questo account. Ti consigliamo di cambiare la tua passwordcliccando qui
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Tumore al seno: via libera Fda a vepdegestrant, primo PROTAC orale per pazienti con mutazione ESR1 Pharmastar
Nuovo ingresso nel panorama della terapia mirata del carcinoma mammario avanzato. La Food and Drug Administration ha approvato Veppanu (vepdegestrant; ARV-471), un degradatore selettivo del recettore degli estrogeni (SERD) di nuova generazione appartenente alla classe dei PROTAC, sviluppato da Pfizer e Arvinas.
Somministrato per via orale una volta al giorno, il farmaco è indicato per il trattamento di pazienti adulti con carcinoma mammario avanzato o metastatico positivo per il recettore degli estrogeni (ER+), negativo per HER2 e caratterizzato da mutazioni del gene ESR1, già trattati con almeno una linea di terapia endocrina.
Un’opzione mirata per una popolazione selezionata
L’approvazione segna un passo avanti nella medicina di precisione, introducendo una terapia specificamente indirizzata a un sottogruppo di pazienti con malattia ormono-resistente. Le mutazioni di ESR1 rappresentano infatti uno dei principali meccanismi di resistenza alle terapie endocrine e sono associate a una progressione più aggressiva della malattia.
I dati dello studio VERITAC-2
Il via libera regolatorio si basa sui risultati dello studio di fase III VERITAC-2, che ha coinvolto 624 pazienti precedentemente trattati con inibitori CDK4/6 e terapia endocrina.
Nel sottogruppo di 270 pazienti con mutazione ESR1, vepdegestrant ha dimostrato un miglioramento significativo della sopravvivenza libera da progressione rispetto a fulvestrant. La mediana di PFS è risultata pari a 5 mesi contro 2,1 mesi nel braccio di controllo, con una riduzione del rischio di progressione o morte del 43%. Anche il tasso di risposta obiettiva è risultato superiore, pari al 19% rispetto al 4%.
Il beneficio, tuttavia, è apparso limitato ai pazienti con mutazione ESR1, mentre nella popolazione complessiva dello studio non è stata osservata una differenza statisticamente significativa.
I dati di sopravvivenza globale sono ancora immaturi, con un follow-up in corso per chiarire l’impatto a lungo termine del trattamento.
Un nuovo meccanismo d’azione: i PROTAC
Vepdegestrant rappresenta una novità anche dal punto di vista tecnologico. A differenza dei SERD tradizionali, il farmaco sfrutta la piattaforma PROTAC (Proteolysis Targeting Chimera), che consente non solo di bloccare il recettore degli estrogeni, ma di indurne la degradazione selettiva.
Questo approccio potrebbe tradursi in un controllo più efficace dei meccanismi di resistenza, offrendo un’alternativa alle strategie endocrine convenzionali.
I PROTAC (Proteolysis Targeting Chimeras) rappresentano una delle innovazioni più rilevanti della farmacologia moderna, introducendo un approccio radicalmente diverso rispetto ai farmaci tradizionali. Si tratta di molecole bifunzionali progettate per indurre la degradazione selettiva di una proteina bersaglio all’interno della cellula, anziché limitarne semplicemente l’attività.
Dal punto di vista strutturale, un PROTAC è composto da due domini funzionali collegati da un linker: uno si lega alla proteina patologica da eliminare, mentre l’altro recluta una E3 ligasi, cioè un enzima del sistema ubiquitina-proteasoma responsabile della marcatura delle proteine destinate alla degradazione.
Una volta che il PROTAC avvicina queste due componenti, la proteina bersaglio viene ubiquitinata e successivamente degradata dal proteasoma, il “sistema di smaltimento” cellulare. Questo meccanismo consente non solo di eliminare completamente la proteina, ma anche di ottenere un effetto potenzialmente più duraturo e profondo rispetto alla semplice inibizione funzionale. Inoltre, poiché il PROTAC agisce in modo catalitico, una singola molecola può indurre la degradazione di più copie della proteina target, aumentando l’efficienza dell’intervento terapeutico.
Questo approccio apre nuove prospettive soprattutto in oncologia, dove molte proteine coinvolte nella crescita tumorale risultano difficilmente “aggredibili” con le tecnologie convenzionali. Un ambito di particolare interesse è il tumore al seno ormono-dipendente, in cui i PROTAC sono stati sviluppati per degradare il recettore degli estrogeni, una proteina chiave nella crescita delle cellule tumorali.
Farmaci come vepdegestrant rappresentano i primi esempi di questa strategia, dimostrando la capacità di superare alcuni meccanismi di resistenza alle terapie endocrine tradizionali, in particolare nei tumori con mutazioni del gene ESR1. In questo contesto, la degradazione diretta del recettore, anziché la sua semplice inibizione, potrebbe tradursi in un controllo più efficace della malattia e in nuove opzioni terapeutiche per pazienti con bisogni clinici ancora insoddisfatti.
Profilo di sicurezza e limiti
Secondo quanto riportato dall’Fda, il profilo di sicurezza include rischi di prolungamento dell’intervallo QT e tossicità embrio-fetale, elementi che richiedono un attento monitoraggio clinico.
Resta inoltre da chiarire il posizionamento ottimale del farmaco, anche alla luce dei risultati non significativi nella popolazione complessiva e della mancanza, al momento, di dati maturi di sopravvivenza globale.
Un mercato sempre più competitivo
L’ingresso di vepdegestrant si inserisce in un contesto in rapida evoluzione per i SERD orali. Il farmaco si troverà infatti a competere con Orserdu (elacestrant), già approvato nel 2023, e con Inluriyo, recentemente autorizzato sulla base dei dati dello studio EMBER-3. Entrambi hanno mostrato riduzioni del rischio di progressione rispettivamente del 45% e del 38% in popolazioni simili.
All’orizzonte si profilano inoltre nuovi competitor, come il giredestrant di Roche, attualmente in fase avanzata di sviluppo clinico.
Incognite commerciali
Nonostante l’approvazione, il futuro commerciale del farmaco resta in parte incerto. Dopo i risultati misti dello studio VERITAC-2, Pfizer e Arvinas hanno infatti deciso di non procedere direttamente alla commercializzazione, preferendo cercare un partner terzo per portare il prodotto sul mercato.
Verso una terapia sempre più personalizzata
L’approvazione di vepdegestrant conferma il ruolo crescente delle terapie mirate basate su biomarcatori nel tumore della mammella. In un contesto in cui la resistenza alle terapie endocrine rappresenta una sfida rilevante, l’identificazione di sottogruppi molecolari e lo sviluppo di farmaci innovativi come i PROTAC potrebbero contribuire a migliorare gli outcome clinici e a rendere sempre più personalizzata la gestione della malattia.
Comunicato Fda
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Tumore al pancreas, perché PNAS ha ritirato lo studio Barbacid sulla tripla terapia nei topi Sbircia la Notizia Magazine
La nostra ricostruzione
Il caso va letto su due piani separati. Il primo è editoriale e riguarda la trasparenza richiesta a chi pubblica uno studio scientifico con possibile ricaduta commerciale. Il secondo è clinico e riguarda la distanza tra una regressione osservata nei topi e una cura disponibile per una persona con tumore del pancreas. Confonderli produce aspettative sbagliate proprio nella malattia in cui la precisione comunicativa pesa di più.
Nota clinica: questo articolo ha finalità giornalistica e sanitaria generale. Diagnosi, terapia, accesso a farmaci sperimentali e partecipazione a studi clinici devono essere discussi con oncologo e centro di riferimento.
Il perimetro del ritiro: cosa è stato ritirato e perché
La ritrattazione riguarda l'articolo A targeted combination therapy achieves effective pancreatic cancer regression and prevents tumor resistance, associato al gruppo del Centro Nacional de Investigaciones Oncológicas di Madrid e pubblicato nella rivista dell'Accademia nazionale delle scienze degli Stati Uniti. Il cuore della decisione sta nella disclosure: Barbacid, Liaki e Guerra avevano interessi finanziari in Vega Oncotargets e quella informazione era rilevante al momento della presentazione del manoscritto.
La conseguenza bibliografica è immediata. Un lavoro ritirato resta tracciabile negli archivi scientifici, però cambia status: va citato come articolo ritrattato e perde il ruolo di riferimento ordinario per sostenere ipotesi, raccolte fondi, comunicazioni pubbliche oppure passaggi verso la clinica. Questo vale anche quando il motivo formale riguarda la trasparenza e non una confutazione sperimentale completa.
La nostra lettura distingue il difetto procedurale dal contenuto biologico. Il ritiro indica che la catena editoriale non ha ricevuto un'informazione essenziale sulla possibile valorizzazione commerciale dei risultati. Da quel punto in avanti il paper diventa un documento da maneggiare con cautela, perché la fiducia nella letteratura scientifica dipende anche dal modo in cui conflitti e vantaggi potenziali vengono dichiarati prima della valutazione.
Perché la via editoriale scelta pesa nel caso Barbacid
Il dettaglio tecnico più sottovalutato riguarda la procedura di sottomissione. Barbacid è membro della National Academy of Sciences e il lavoro seguiva il canale riservato ai contributi dei membri. In presenza di un conflitto capace di incidere sulla percezione di obiettività, la policy della rivista indirizza verso il percorso ordinario di Direct Submission. La differenza pratica è semplice: il controllo editoriale deve essere commisurato al rischio di vantaggio competitivo per soggetti legati alla ricerca.
Qui la criticità nasce dalla convergenza tra autorevolezza accademica, risultato preclinico ad alto impatto emotivo e società impegnata nello sviluppo di terapie nello stesso ambito. Una disclosure completa avrebbe permesso ai revisori, agli editor e ai lettori di collocare l'articolo dentro il suo perimetro reale. La sua assenza altera la cornice di fiducia, soprattutto quando la notizia viene presentata fuori dai laboratori come anticamera di una cura.
Il punto editoriale assume valore sanitario perché il tumore del pancreas viene spesso diagnosticato in fasi avanzate e offre ancora poche opzioni efficaci. In una malattia con sopravvivenza a cinque anni intorno all'11% negli uomini e al 12% nelle donne in Italia, ogni formula comunicativa che anticipa la parola cura deve essere sostenuta da prove cliniche e da trasparenza completa.
La tripla terapia: cosa mirava a bloccare nel PDAC
Lo studio ritirato lavorava sull'adenocarcinoma duttale pancreatico, indicato con la sigla PDAC, la forma più comune e aggressiva di tumore del pancreas. Il bersaglio biologico di fondo era l'asse RAS/KRAS, una famiglia di segnali che sostiene proliferazione e resistenza in una quota molto alta di questi tumori. La logica sperimentale era bloccare più nodi della rete, riducendo la possibilità che la cellula tumorale aggirasse un singolo farmaco.
La combinazione farmacologica descritta comprendeva daraxonrasib, noto anche come RMC-6236, impiegato come inibitore RAS(ON); afatinib, già conosciuto in oncologia come inibitore della famiglia EGFR in altri contesti; SD36, degradatore sperimentale di STAT3. L'idea era affiancare al colpo su RAS un intervento su vie collaterali e a valle del segnale oncogenico.
Questa architettura spiega perché il lavoro avesse attirato tanta attenzione. Nel pancreas, la resistenza emerge spesso rapidamente quando un circuito viene bloccato in un solo punto. Un approccio combinatorio, se validato nell'uomo con sicurezza accettabile, avrebbe un razionale biologico forte. Il passaggio decisivo, però, resta la prova clinica: dose, sequenza, tossicità cutanea e gastrointestinale, durata del beneficio e selezione dei pazienti non possono essere dedotte dai soli modelli animali.
Che cosa mostravano davvero i dati nei topi
Il lavoro descriveva regressioni robuste e durevoli in modelli murini di PDAC. La parte più citata riguardava tumori ortotopici e modelli geneticamente modificati, con assenza di resistenza osservata per oltre 200 giorni dopo il trattamento in una delle letture sperimentali. Venivano inoltre richiamati xenotrapianti derivati da pazienti, cioè frammenti o cellule tumorali umane impiantate in animali per riprodurre una parte della complessità della malattia.
Questi modelli sono utili perché permettono di testare meccanismi, confrontare combinazioni e osservare la pressione selettiva sul tumore. Restano modelli. Un topo tollera farmaci, tempi di esposizione e combinazioni in modo diverso da un paziente fragile, spesso anziano, con calo ponderale, colestasi, dolore, trombosi o progressione metastatica. La traduzione clinica richiede studi di fase 1 per sicurezza e dose, poi fasi successive per beneficio reale.
La formula corretta, quindi, è questa: lo studio proponeva un segnale preclinico ambizioso su una malattia difficilissima. La ritrattazione sposta quel segnale in un'area in cui ogni passaggio successivo dovrà essere ricostruito con disclosure completa e revisione indipendente, prima di tornare a orientare aspettative pubbliche o investimenti.
Vega Oncotargets: il nodo che ha cambiato lo status del paper
Vega Oncotargets entra nella vicenda perché collegata allo sviluppo di terapie contro il tumore del pancreas e alla possibile valorizzazione di strategie simili a quelle descritte nello studio. In ricerca biomedica un legame societario non rappresenta automaticamente una scorrettezza. Il trasferimento tecnologico dai laboratori alle aziende è spesso necessario per produrre farmaci, brevettare molecole, finanziare sviluppo preclinico e arrivare a sperimentazioni sull'uomo.
La soglia critica è la dichiarazione preventiva. Se autori che firmano un lavoro possiedono interessi finanziari in una società che può trarre vantaggio dai risultati, il lettore deve saperlo prima di interpretare dati, enfasi, comunicati e prospettive. Nel caso Barbacid, l'omissione ha inciso sul rapporto tra articolo, posizione accademica dell'autore e potenziale uso commerciale della ricerca.
Per questo il caso supera la dimensione burocratica. La trasparenza non serve solo a proteggere la rivista. Serve a proteggere pazienti, donatori, medici e ricercatori da una lettura incompleta del rischio. Quando un risultato preclinico viene comunicato in modo molto visibile, la disclosure diventa parte integrante della sicurezza informativa.
Daraxonrasib va separato dalla tripla terapia ritirata
Il passaggio più delicato per il lettore riguarda daraxonrasib. Il farmaco compare nella combinazione ritirata, però ha anche una propria traiettoria clinica autonoma come inibitore RAS(ON). Il 1 maggio 2026 la FDA ha consentito negli Stati Uniti l'avvio di un programma di expanded access per daraxonrasib in pazienti con adenocarcinoma duttale pancreatico metastatico già trattato. Questo programma riguarda un farmaco sperimentale in monoterapia e un contesto clinico definito, non la tripla combinazione Barbacid con afatinib e SD36.
La distinzione evita l'equivoco principale. Una molecola può procedere in un percorso regolatorio indipendente e allo stesso tempo comparire dentro un paper preclinico ritirato per carenza di disclosure. Il ritiro dello studio non autorizza a scartare automaticamente ogni ricerca su RAS. Allo stesso modo, l'expanded access statunitense non riabilita la combinazione ritirata e non la rende una cura disponibile in Italia.
Nel nostro precedente approfondimento Tumore pancreas: vaccino mRNA e nuovi farmaci avevamo già separato vaccino personalizzato, daraxonrasib ed elraglusib in finestre cliniche diverse. Questo nuovo caso conferma la necessità di quella griglia: stesso tumore, traiettorie sperimentali diverse e conseguenze pratiche molto lontane tra loro.
Cosa cambia oggi per pazienti, medici e donatori
Per i pazienti in cura oggi il ritiro non modifica gli standard disponibili. La gestione del PDAC continua a passare da stadiazione accurata, valutazione chirurgica quando la malattia è resecabile, chemioterapia secondo linee guida, supporto nutrizionale, controllo dei sintomi e discussione di eventuali studi clinici in centri esperti. La tripla combinazione descritta nel paper non era una terapia prescrivibile.
Per i medici cambia soprattutto il modo in cui citare e usare quel lavoro. Un articolo ritrattato può essere discusso come caso, come ipotesi da rivalutare o come lezione metodologica. Non dovrebbe essere impiegato come base ordinaria per promettere sviluppi imminenti, sostenere raccolte fondi o orientare scelte di cura fuori da protocolli autorizzati.
Per i donatori il nodo è ancora più concreto. Le campagne legate a risultati preclinici devono dichiarare con chiarezza destinatari, rapporti con società private, obiettivi sperimentali e distanza dal letto del paziente. La generosità pubblica verso la ricerca merita una rendicontazione capace di distinguere sviluppo di molecole, costi di laboratorio, brevetti e trial clinici futuri.
I prossimi passaggi da osservare
Il primo passaggio riguarda l'eventuale nuova valutazione dello studio con conflitti dichiarati e perimetro editoriale corretto. Una risottomissione, se accettata, dovrà dimostrare che il razionale preclinico regge a una revisione piena e che le conclusioni vengono formulate con una distanza adeguata dalla clinica. La presenza di disclosure complete sarà solo il punto di partenza.
Il secondo passaggio è regolatorio e riguarda le molecole separabili dalla combinazione. Daraxonrasib ha già dati clinici propri nel PDAC metastatico già trattato e un programma di expanded access negli Stati Uniti. Afatinib ha una storia regolatoria in altri tumori e SD36 resta un degradatore sperimentale. La combinazione a tre richiederebbe studi dedicati su sicurezza e sequenza, con un percorso distinto da quello di ciascun componente.
Il terzo passaggio è comunicativo. Dopo questa ritrattazione, ogni annuncio sul pancreas dovrebbe indicare con precisione se il risultato nasce da cellule, animali, fase 1, studio randomizzato oppure autorizzazione regolatoria. In una neoplasia così aggressiva, il lettore deve capire subito se una notizia apre una pista di laboratorio o cambia davvero una decisione clinica.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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“Era senza speranze”: la terapia rivoluzionaria che cambia il destino del cancro al pancreas Futura, le média qui explore le monde
Un nemico insidioso e una piccola luce oltreoceano
Ogni anno, secondo i dati dell’Istituto Nazionale del Cancro francese, in Francia vengono diagnosticati circa 16.000-18.000 nuovi casi di tumore al pancreas. Una cifra tutt’altro che trascurabile e, soprattutto, purtroppo accompagnata da una realtà amara: la percentuale di sopravvivenza a dodici mesi resta molto bassa.
Eppure, dagli Stati Uniti arriva una notizia che riaccende la speranza. Un gruppo di ricercatori di Northwestern Medicine, uno dei più importanti poli di ricerca medica americani, ha appena pubblicato su Nature Medicine i risultati di una sperimentazione che potrebbero cambiare, almeno per alcuni pazienti, il destino di questa malattia.
Lo studio: una cura sperimentale all’attacco
Parliamo di uno studio clinico randomizzato di fase 2 che ha testato l’efficacia dell’elraglusib, una molecola in fase di sviluppo già da alcuni anni. Hanno partecipato in totale 233 pazienti con tumore al pancreas metastatico, distribuiti in una sessantina di centri tra Nord America ed Europa.
Il disegno dello studio è piuttosto classico:
un gruppo ha ricevuto la chemioterapia standard;
all’altro gruppo è stata somministrata la stessa chemio insieme all’elraglusib.
La differenza, però, è stata davvero impressionante: nei pazienti trattati con la combinazione la riduzione del rischio di morte è stata del 38%.
Tradotto in parole povere: la sopravvivenza mediana è passata da 7,2 mesi a 10,1 mesi grazie al nuovo trattamento. Ancora più sorprendente, la quota di pazienti vivi dopo un anno dalla diagnosi è raddoppiata: 44% contro il 22% di chi ha ricevuto solo la chemioterapia. Numeri di questo tipo sono rari nel panorama del cancro al pancreas. Ci sono stati anche pazienti che hanno superato i due anni di vita, una soglia che in questa patologia è ancora molto difficile da raggiungere.
Effetti collaterali e profilo di sicurezza
E gli effetti indesiderati? In agguato, come sempre, ma nel complesso simili a quelli già causati dalla chemioterapia classica. I problemi principali riguardavano affaticamento, calo dei globuli bianchi e qualche disturbo visivo temporaneo. Secondo i ricercatori, il profilo di sicurezza appare accettabile, specie considerando i benefici osservati.
Cosa rende diverso l’elraglusib?
A differenza della chemio, che colpisce direttamente le cellule tumorali, questa nuova molecola prende di mira quello che gli scienziati chiamano “microambiente tumorale”. In pratica, bloccando una proteina specifica (GSK-3 beta), viene modificato l’equilibrio nell’area intorno al tumore. Il risultato? Sembra facilitare la riattivazione del sistema immunitario, rendendo il corpo più capace di riconoscere e attaccare le cellule malate. Gli stessi ricercatori hanno osservato un aumento di determinate cellule immunitarie anticancro nei pazienti trattati. (D’altronde, il sistema immunitario è un po’ come quell’amico che ogni tanto va spronato per darsi da fare, che sia per aiutarti in un trasloco… o per traslocare le cellule tumorali fuori dal corpo!)
Questo approccio è particolarmente interessante nel caso del tumore al pancreas, una malattia tristemente nota per la sua abilità nel “spegnere” le difese immunitarie dell’organismo. Se questi risultati saranno confermati, potremmo essere davanti a un cambio di paradigma: non più solo attaccare il tumore, ma rendere il suo ambiente ostile già in partenza.
«Sebbene questi risultati debbano ancora essere confermati in studi di fase 3, il miglioramento nella sopravvivenza osservato per un cancro così difficile da trattare è incoraggiante. Considerato l’innovativo meccanismo d’azione del farmaco, queste scoperte fanno pensare anche a possibili applicazioni su altre tipologie di tumori», ha commentato il dottor Devalingam Mahalingam, autore principale dello studio.
Il valore della ricerca clinica
Numeri a parte, questa ricerca ricorda con forza quanto siano fondamentali gli studi clinici. Per alcuni pazienti, rappresentano la possibilità concreta di accedere a trattamenti d’avanguardia. Per tutti gli altri, sono il motore che fa avanzare la scienza, regalando alle generazioni future maggiori speranze di sopravvivenza e, forse un giorno, una vera possibilità di vittoria anche contro tumori temibili come quello al pancreas.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Lo studio sulla terapia contro il tumore al pancreas rimosso dalla rivista PNAS | Gli autori in conflitto di interessi Zazoom Social News
Lo studio sulla terapia contro il tumore al pancreas rimosso dalla rivista PNAS | Gli autori in conflitto di interessi
Una ricerca sulla terapia contro il tumore al pancreas, pubblicata nel dicembre 2025 su una rivista statunitense, è stata successivamente rimossa dal sito. La decisione è stata presa dopo che si è scoperto che gli autori dello studio avevano dichiarato conflitti di interesse finanziari che non erano stati comunicati in modo adeguato. La rivista ha ritenuto opportuno eliminare l'articolo dal suo archivio online.
La ricerca preclinica era stata pubblicata nel dicembre 2025 sull'autorevole rivista statunitense. Secondo la redazione gli scienziati avrebbero dovuto seguire un'altra procedura data la presenza di presunti interessi finanziari. La reazione degli autori: "Il valore scientifico non è in discussione".🔗 Leggi su Fanpage.it Il tumore al pancreas e la storia di Monica Notizie correlate Ritirato lo studio "svolta" sulle cure per il tumore al pancreas di Mariano Barbacid, "conflitto di interessi"Proceedings of the National Academy of Sciences ha ritirato lo studio di Mariano Barbacid, luminare spagnolo della ricerca oncologica europea che lo... Conflitto d’interessi, ritirato studio su terapia per cancro al pancreas“La redazione ritira questo articolo – si legge sul sito della rivista – a causa di un conflitto di interessi rilevante non dichiarato al momento... Contenuti di approfondimento Temi più discussi: Ritirato lo studio sulla terapia per la regressione del tumore del pancreas; Perché è stato ritirato lo studio di Mariano Barbacid sul tumore al pancreas; Ecco cosa succede al cervello in menopausa; Sindrome di Rett: uno studio italiano indica nuove strade per la terapia genica. Ritiro su PNAS: conflitto di interessi dietro lo studio sulla terapia per cancro al pancreasPNAS ha ritirato un articolo pubblicato il 2 dicembre del 2026 dopo che sono emersi interessi economici non dichiarati di alcuni autori: ecco le ragioni e le possibili conseguenze ... tuobenessere.it Ritirato lo studio sulla terapia per la regressione del tumore del pancreasLa rivista scientifica Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences) ha ritirato lo studio pubblicato il 2 dicembre del 2025 su una terapia combinata mirata che raggiunge un'efficace ... ansa.it Catanzaro Informa. . Studio Giallorosso 2-5-2026 - facebook.com facebook Ritirato lo studio sulla terapia per la regressione del tumore del pancreas. La rivista Pnas ha rilevato un conflitto di interessi non dichiarato dagli autori #ANSA x.com
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Chi è Mariano Barbacid: il genio dell'oncologia che ha fatto sperare il mondo, poi lo studio sulla cura al pancreas è crollato Alphabetcity
A gennaio 2026 era l’uomo più cercato su Google dopo il Papa. A fine aprile, il suo nome era tornato a circolare — ma con un tono completamente diverso. Mariano Barbacid, biochimico molecolare spagnolo, classe 1949, una delle menti più celebrate della ricerca oncologica mondiale, si trova oggi al centro di uno scandalo scientifico che ha fatto il giro del pianeta.
La storia comincia con una speranza enorme. Finisce, almeno per ora, con una scritta in rosso su una rivista scientifica: «Questo studio è stato ritirato».
Chi è Mariano Barbacid: una carriera da manuale
Prima di capire cosa è successo, bisogna sapere chi è quest’uomo. Perché Barbacid non è un ricercatore qualunque — è uno di quei nomi che nella storia della medicina ha lasciato un segno reale, concreto, verificabile.
Nato a Madrid il 4 ottobre 1949, si laurea in Chimica all’Università Complutense della capitale spagnola, poi vola negli Stati Uniti dove costruisce la prima parte della sua carriera. Ricercatore all’MD Anderson Cancer Center di Houston, poi direttore del Dipartimento di Oncologia al National Cancer Institute del Maryland. Nel 1982 compie quella che ancora oggi viene considerata una delle scoperte più importanti nella storia dell’oncologia molecolare: isola il primo oncogene umano, identificando la prima mutazione genetica associata allo sviluppo del cancro nell’uomo. Poi isola l’oncogene TRK da un carcinoma del colon. Trecentosessanta pubblicazioni su riviste come Nature e Nature Genetics. Lauree honoris causa da tre università. Membro della National Academy of Sciences americana dal 2012.
Nel 1998 torna a Madrid con un progetto ambizioso: costruire da zero il Centro Nazionale Spagnolo per la Ricerca sul Cancro, il CNIO. In meno di dieci anni lo trasforma in uno dei centri oncologici più rispettati al mondo. Una carriera, insomma, da manuale.
La scoperta che ha fatto il giro del mondo
Il 30 gennaio 2026 il CNIO pubblica i risultati di uno studio coordinato da Barbacid su una possibile nuova terapia contro l’adenocarcinoma duttale pancreatico — la forma più comune e devastante di tumore al pancreas, quella con una sopravvivenza a cinque anni che in Italia si attesta intorno all’11-12%. Una malattia per cui la chirurgia è ancora l’unica opzione concretamente curativa, applicabile però solo a una minoranza di pazienti.
Lo studio descriveva una combinazione di tre farmaci — daraxonrasib, afatinib e SD36 — capace di agire su diversi punti della via molecolare collegata alla proteina KRAS, spesso coinvolta in questo tipo di tumore. Nei modelli animali, la terapia aveva mostrato l’eliminazione completa delle cellule tumorali, con effetti collaterali ridotti e una durata di risposta mai osservata prima. «Per la prima volta abbiamo ottenuto una risposta completa, duratura e a bassa tossicità», aveva dichiarato Barbacid. La rivista Nature lo aveva già respinto. Era poi finito su PNAS, i Proceedings of the National Academy of Sciences, la pubblicazione dell’Accademia americana di cui Barbacid era membro — con una procedura di revisione più rapida, riservata appunto ai soci dell’istituzione.
I giornali di tutto il mondo avevano sparato titoli trionfanti. Donazioni erano arrivate da ogni parte. La Fundación Cris, un’organizzazione spagnola per la ricerca sul cancro, aveva raccolto milioni di euro sulla scia di quella notizia.
Il crollo: il conflitto di interessi non dichiarato
Il 28 aprile 2026, accanto al titolo dello studio su PNAS, appare una scritta in rosso. «Questo studio è stato ritirato».
La motivazione è precisa: un conflitto di interessi rilevante non dichiarato al momento della sottomissione. Barbacid, insieme alle coautrici Carmen Guerra e Vasiliki Liaki, detiene partecipazioni finanziarie in Vega Oncotargets, una società biotecnologica fondata nel 2024 con l’obiettivo esplicito di sviluppare e valorizzare commercialmente proprio la strategia terapeutica descritta nello studio. Barbacid ne possiede circa il 10% delle quote.
Non è illegale avere rapporti con aziende private. Ma le regole editoriali di PNAS sono chiare: chi ha interessi finanziari collegati alla ricerca non può usare la corsia preferenziale dei membri dell’Accademia — quella con revisione più leggera — ma deve passare per la procedura ordinaria, più rigorosa. Barbacid aveva scelto la corsia riservata. E non aveva dichiarato il conflitto.
Il sito stesso di Vega Oncotargets, in alcune versioni precedenti, aveva dichiarato apertamente che la tecnologia alla base dei prodotti aziendali era quella sviluppata dal gruppo del CNIO. Un dettaglio che rendeva ancora più evidente il legame tra la ricerca pubblicata e gli interessi economici degli autori.
Il dettaglio che ha aggravato tutto
Come rivela El País, Barbacid era a conoscenza dell’imminente ritiro già dal 12 marzo 2026 — sei settimane prima che la notizia diventasse pubblica. Nel frattempo, le donazioni alla Fundación Cris continuavano ad arrivare, alimentate dall’entusiasmo generato dallo studio. Il paradosso che emerge è quello che fa più male: una parte di quei fondi, raccolti da cittadini comuni convinti di finanziare la ricerca pubblica, potrebbe finire per sostenere Vega Oncotargets, l’azienda privata di Barbacid che detiene i diritti sulle molecole testate.
Sul portale scientifico PubPeer, già nei mesi precedenti al ritiro erano stati segnalati problemi nelle figure dello studio: immagini sospettate di essere duplicate, sovrapposizioni parziali. Segnalazioni che non avevano avuto la stessa eco mediatica dei titoli trionfanti di gennaio.
I risultati scientifici sono falsi?
Questo è il punto su cui è fondamentale essere precisi. PNAS ha specificato con chiarezza che il ritiro non riguarda la validità scientifica dei risultati, ma esclusivamente la mancata trasparenza sul conflitto di interessi. Lo studio era condotto su 45 topi di laboratorio — un modello preclinico, molto lontano dall’applicazione clinica sull’uomo. Il percorso dalla sperimentazione animale alla terapia verificata sull’uomo è lungo, incerto, e pieno di fallimenti anche nelle ricerche più solide.
Il caso Barbacid, come ha scritto Il Foglio, è diventato una storia esemplare di overselling scientifico: la distanza tra un risultato in laboratorio e una cura applicabile viene spesso ignorata dai titoli dei giornali, con effetti devastanti sulle speranze di migliaia di pazienti e famiglie.
Un gigante con un’ombra
Barbacid rimane uno dei biochimici più importanti degli ultimi cinquant’anni. La scoperta del primo oncogene umano nel 1982 ha cambiato la comprensione del cancro in modo permanente. La sua carriera al CNIO ha prodotto ricerche reali, riconosciute dalla comunità scientifica internazionale.
Ma gennaio 2026 ha mostrato quanto sia sottile il confine tra la scienza e gli interessi che la circondano. E quanto facilmente una notizia possa trasformarsi in speranza, e la speranza in delusione — soprattutto quando a farne le spese sono persone malate che aspettano risposte vere.
FAQ
Chi è Mariano Barbacid? È un biochimico molecolare spagnolo nato a Madrid nel 1949. Nel 1982 ha isolato il primo oncogene umano, una delle scoperte più importanti nella storia dell’oncologia molecolare. Ha diretto il National Cancer Institute del Maryland e fondato il CNIO, il Centro Nazionale Spagnolo per la Ricerca sul Cancro.
Perché è stato ritirato lo studio di Barbacid sul tumore al pancreas? PNAS ha ritirato lo studio il 28 aprile 2026 per un conflitto di interessi non dichiarato: Barbacid e due coautrici detengono partecipazioni in Vega Oncotargets, società fondata per sviluppare commercialmente la stessa terapia descritta nello studio, senza averlo comunicato alla rivista al momento della pubblicazione.
I risultati dello studio sul cancro al pancreas sono stati smentiti? No. Il ritiro riguarda esclusivamente la mancata trasparenza sul conflitto di interessi, non la validità scientifica dei risultati. Lo studio era comunque condotto su modelli animali — 45 topi — e non sull’uomo.
Cos’è Vega Oncotargets? È una società biotecnologica fondata nel 2024 da Barbacid e Carmen Guerra per sviluppare applicazioni terapeutiche commerciali basate sui risultati del gruppo di ricerca del CNIO. Barbacid ne detiene circa il 10% delle quote.
Cosa succede ora alle donazioni raccolte dalla Fundación Cris? La fondazione sta valutando come gestire i milioni raccolti sulla scia dello studio. Il paradosso emerso è che parte di quei fondi, donati per la ricerca pubblica, potrebbe andare a sostenere Vega Oncotargets, l’azienda privata di Barbacid.
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Denti che ricrescono da soli? Un anticorpo (made in Japan) può trasformare la fantascienza in cura Il Mattino
La caduta dei denti è sempre stata trattata come un danno irreversibile. Carie, parodontite, traumi o difetti congeniti potevano essere gestiti con protesi, ponti o impianti, ma non “riparati” nel senso biologico del termine. Ora, però, un gruppo di ricercatori giapponesi sta tentando qualcosa di molto più ambizioso: usare un anticorpo per riattivare la formazione di denti naturali.
La storia è tornata d’attualità dopo l’articolo di Popular Mechanics del 1° maggio 2026, secondo cui una terapia sperimentale potrebbe rendere possibile la crescita di nuovi denti “entro quattro anni”. Il riferimento è al programma clinico giapponese su TRG035, un anticorpo anti-USAG-1 sviluppato a partire da studi preclinici condotti da ricercatori legati a Kyoto University, University of Fukui, Kitano Hospital e alla biotech Toregem BioPharma. L’orizzonte citato più spesso è il 2030, ma va chiarito subito: non siamo ancora davanti a una cura disponibile per tutti, bensì a una terapia sperimentale in fase iniziale di sviluppo clinico.
Il bersaglio: USAG-1, il “freno” molecolare alla crescita dei denti
Il cuore della ricerca è una proteina chiamata USAG-1, nota anche come SOSTDC1. In termini semplici, USAG-1 agisce come un regolatore negativo: contribuisce a limitare alcuni segnali biologici coinvolti nello sviluppo dei denti, in particolare le vie BMP e Wnt, fondamentali durante l’odontogenesi, cioè la formazione del dente. Lo studio chiave è stato pubblicato nel 2021 su Science Advances con il titolo “Anti–USAG-1 therapy for tooth regeneration through enhanced BMP signaling”. In quel lavoro, i ricercatori hanno mostrato che bloccare USAG-1 con un anticorpo poteva recuperare denti mancanti in modelli animali di agenesia dentale congenita. Il dato più importante non era soltanto la comparsa di tessuto dentale, ma la formazione di un dente intero in modelli murini, suggerendo che il sistema biologico latente potesse essere riattivato.
La logica è affascinante. Non “costruire” un dente in laboratorio, non impiantare cellule staminali o una struttura artificiale, ma rimuovere un blocco molecolare che impedisce a un abbozzo dentale di svilupparsi. È una differenza cruciale rispetto all’ingegneria tissutale classica.
Dagli animali all’uomo, perché i risultati hanno fatto rumore. Prima della sperimentazione sull’uomo, il gruppo giapponese ha accumulato prove in modelli animali. Kitano Hospital ricostruisce una traiettoria lunga: nel 2007 il gruppo osservò che topi privi del gene per USAG-1 sviluppavano denti soprannumerari; nel 2019 furono combinati modelli murini di agenesia dentale e assenza di USAG-1; in seguito vennero testate strategie per bloccare USAG-1, fino alla selezione dell’anticorpo umano TRG035 come candidato clinico.
Secondo Kitano Hospital, la proteina USAG-1 presenta un’elevata omologia amminoacidica tra specie diverse, inclusi esseri umani, topi e beagle; nel 2021 il gruppo riportò che una singola somministrazione intraorale o endovenosa poteva ripristinare denti mancanti in modelli animali, portando alla scelta di TRG035 come candidato finale. Questo passaggio è importante perché i denti non sono ossa. L’osso può rimodellarsi e guarire dopo una frattura; il dente adulto, una volta perso, non ricresce. La promessa di TRG035 è dunque quella di aprire una “terza via” accanto a protesi e impianti: una rigenerazione biologica del dente.
Primo cardiotrapianto in Italia guidato da Vincenzo Gallucci
La sperimentazione clinica, cosa sappiamo davvero
Il trial umano registrato in Giappone è uno studio di fase I intitolato “Phase I Single-Administration Study of TRG035 in Healthy Adults”, identificato nel registro giapponese con jRCT2051240154. La registrazione indica una data di primo arruolamento dell’8 ottobre 2024, un campione target di 30 partecipanti, studio interventistico, e stato di reclutamento indicato come Complete nel portale NIPH/JRCT.
Il disegno è prudente, non cerca ancora di dimostrare che i denti ricrescano nei pazienti. L’obiettivo primario è la sicurezza; gli obiettivi secondari includono farmacocinetica e frequenza di anticorpi anti-TRG035 nel siero. Il farmaco viene somministrato una sola volta per via endovenosa, con escalation di dose: 0,4; 1,2; 4,0; 12,0; 24,0 mg/kg, TRG035 o placebo.
I criteri di inclusione riportano uomini tra 30 e meno di 65 anni, BMI tra 18,5 e 25, peso tra 40 e meno di 80 kg, e assenza di uno o più molari. Questo dettaglio ha generato titoli entusiastici, ma va interpretato con cautela: i partecipanti adulti della fase I servono soprattutto a valutare sicurezza e dose, non a provare l’efficacia rigenerativa nei bambini con agenesia dentale.
Il vero primo target, bambini con agenesia dentale congenita. La prima indicazione clinica non è il comune adulto che ha perso un dente per carie, parodontite o trauma. Il target iniziale sono pazienti con agenesia dentale congenita, in particolare forme severe con molti denti permanenti mancanti dalla nascita.
Kitano Hospital spiega che l’anodontia congenita severa implica tipicamente l’assenza di sei o più denti, con incidenza stimata intorno allo 0,1%; nei bambini, la mancanza di denti può interferire con crescita mandibolare, masticazione, nutrizione e sviluppo orale. Le soluzioni attuali, come protesi e impianti, sono difficili da applicare durante la crescita e non risolvono la causa biologica del problema. Dopo la fase I, Kitano Hospital prevede una fase IIa in bambini tra 2 e 7 anni nati con quattro o più denti mancanti congenitamente. Se l’efficacia sarà confermata, il programma potrebbe espandersi a forme più lievi di ipodonzia congenita e, in futuro, alla perdita acquisita dei denti.
Toregem BioPharma e la corsa verso il 2030. La società coinvolta nello sviluppo, Toregem BioPharma, è una biotech fondata nel 2020 sulla base della ricerca di Katsu Takahashi e collaboratori. L’azienda descrive la propria missione come lo sviluppo di una medicina rigenerativa capace di far crescere denti naturali nei pazienti, a partire dai difetti congeniti.
Nel settembre 2025, Toregem ha annunciato che TRG035 ha ricevuto in Giappone la designazione di orphan drug per la severe congenital hypodontia. Nel comunicato, l’azienda afferma che TRG035 neutralizza USAG-1, proteina che inibisce lo sviluppo dentale, e che l’anticorpo dovrebbe attivare gemme dentali dormienti promuovendo l’eruzione di nuovi denti; il documento aggiunge che l’efficacia è stata confermata in modelli animali e che la fase I è in corso in Giappone.
La data del 2030, dunque, è un obiettivo industriale e clinico, non una garanzia. Per arrivare a una terapia approvata servono risultati positivi di sicurezza, segnali convincenti di efficacia, studi su popolazioni più ampie, dati sulla durata del dente rigenerato, controllo della forma e della posizione del dente, e valutazioni regolatorie.
Che cosa potrebbe cambiare se funzionasse
Se TRG035 o farmaci simili funzionassero davvero, l’impatto sarebbe enorme. La prima rivoluzione riguarderebbe i bambini con agenesia dentale severa: invece di attendere l’età adulta per soluzioni protesiche o implantari, si potrebbe intervenire in una finestra di sviluppo in cui sono ancora presenti o riattivabili strutture biologiche predisposte alla formazione del dente. La seconda rivoluzione, più lontana, sarebbe l’uso negli adulti con perdita acquisita dei denti. Qui il problema è più complesso: non è detto che un adulto che ha perso un dente per parodontite o trauma disponga ancora di gemme dentali dormienti utilizzabili nello stesso modo. Kitano Hospital parla della futura possibilità di rigenerare “terzi denti” attraverso somministrazione locale, ma questa resta una prospettiva da dimostrare, non un’applicazione clinica disponibile.
La terza conseguenza sarebbe economica e sociale. Gli impianti dentali sono efficaci, ma costosi, chirurgici e non adatti a tutti. Una terapia biologica, se sicura e accessibile, potrebbe ridurre il ricorso a protesi e impianti in alcuni gruppi di pazienti. Ma anche qui la prudenza è obbligatoria: un dente rigenerato deve erompere nella posizione giusta, integrarsi con osso, legamento parodontale, gengiva e occlusione, e durare nel tempo.
Le domande ancora aperte
La notizia è promettente, ma non autorizza facili entusiasmi. Le principali domande aperte sono:
Sicurezza sistemica: USAG-1 interagisce con vie biologiche importanti come BMP e Wnt. Bloccarla deve essere sicuro non solo per il dente, ma per l’intero organismo. Controllo anatomico: un dente deve avere forma, dimensione, radice e posizione corrette. Un dente che cresce nel posto sbagliato può creare problemi ortodontici o chirurgici. Efficacia negli adulti: i dati più solidi riguardano modelli animali e difetti congeniti. L’applicazione alla perdita dentale comune negli adulti è ancora speculativa. Tempi biologici: anche quando un dente si forma, l’eruzione richiede tempo. Il percorso potrebbe durare anni, non settimane. Accessibilità: un anticorpo monoclonale è una terapia biologica complessa. Costo, produzione, rimborsabilità e indicazioni cliniche saranno decisivi.
Una svolta possibile, non ancora una cura. La storia di TRG035 è una delle più interessanti della medicina rigenerativa contemporanea perché sposta l’odontoiatria da un modello sostitutivo - impianti, ponti, protesi - a un modello potenzialmente rigenerativo. La scienza di base è solida abbastanza da essere arrivata all’uomo, e il razionale biologico su USAG-1 è documentato da studi pubblicati e da un trial clinico registrato. Ma la formulazione corretta non è «fra quattro anni tutti potranno farsi ricrescere i denti». La formulazione corretta è: un anticorpo anti-USAG-1 è entrato in sperimentazione clinica umana in Giappone, con primo target nei difetti congeniti severi; se sicurezza ed efficacia saranno confermate, potrebbe aprire la strada a una nuova classe di terapie rigenerative dentali entro il prossimo decennio.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Fiuggi si tinge di rosa, al via Walk for the Cure per la prevenzione del tumore al seno FrosinoneToday
La Città di Fiuggi scende in campo per la prevenzione. Torna Walk for the Cure, la camminata in rosa promossa da Komen Italia per sensibilizzare sui tumori del seno e raccogliere fondi a sostegno dei progetti di lotta alla malattia.
L’appuntamento è per sabato 7 giugno 2026 a Fiuggi Fonte, con partenza dalla centralissima Piazza Spada. Cittadini, associazioni e istituzioni cammineranno insieme per colorare di rosa le strade della città e diffondere un messaggio chiaro: la prevenzione salva la vita.
"Partecipare a Walk for the Cure non è soltanto una questione sanitaria ma un atto di Comunità", dichiarano il Sindaco di Fiuggi Alioska Baccarini e l’Assessore Laura Latini. "Come Amministrazione vogliamo essere in prima linea per promuovere la cultura della prevenzione e sostenere le donne che affrontano la malattia".
Komen Italia fornirà materiale illustrativo e la MAGLIA WALK ufficiale, consegnata a tutti i partecipanti e alle Donne in Rosa a fronte di un *contributo solidale di 10 euro*. Il ricavato sarà destinato ai progetti di Komen Italia per la lotta ai tumori del seno.
Le pre-iscrizioni apriranno lunedì 4 maggio 2026. Per informazioni, iscrizioni e quote di partecipazione è possibile rivolgersi all’*Ufficio Sport, Turismo e Cultura del Comune di Fiuggi:
Tel. 0775/5461369
L’invito dell’Amministrazione è rivolto a tutta la cittadinanza: “Partecipa anche tu. Camminiamo insieme per portare il messaggio dell’importanza della prevenzione”.
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Dalle bucce di castagne una nuova speranza per la ricerca oncologica: la scoperta che parte dall’Irpinia Palazzo Tenta 39
Uno studio condotto dal ricercatore irpino Luigi Alfano ha portato alla scoperta di una molecola, la Castalin, capace di indurre danni al DNA delle cellule tumorali. Le bucce di castagne diventano così da scarto di lavorazione a prezioso alleato nella lotta contro il cancro. Le bucce di castagne diventano un’ alleata preziosa per la lotta al cancro. Dagli scarti di lavorazione arriva una scoperta destinata a far parlare il mondo della ricerca. Un materiale apparentemente privo di valore si è trasformato in una risorsa preziosa grazie all’intuizione del ricercatore irpinoLuigi Alfano. Lo studio, condotto in collaborazione con l’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione G. Pascalee laSbarro Health Research Organization, ha portato all’individuazione di una molecola chiamataCastalin, estratta proprio dalle bucce delle castagne igp di Montella. Non si tratta di una nuova cura, ma di qualcosa di altrettanto strategico: un “amplificatore” naturale capace di rendere le cellule tumorali più vulnerabili ai farmaci già esistenti. In particolare, la Castalin ha dimostrato di potenziare l’efficacia degli inibitori di CHK1, farmaci ancora in fase di sperimentazione clinica, aumentando la loro capacità di colpire tumori complessi come il tumore al seno triplo negativo. Il dato più sorprendente è che la molecola, anche da sola, sembra essere in grado di indurre danni al DNA delle cellule tumorali. Tuttavia, è nella combinazione con le terapie già in sviluppo che si intravede il potenziale più significativo, aprendo la strada a nuove strategie terapeutiche integrate. Non è la prima volta che il team guidato da Alfano ottiene risultati partendo da scarti agricoli del territorio. Una precedente ricerca aveva già individuato proprietà antitumorali nelle vinacce di uva Aglianico di Montemarano, confermando un modello innovativo che punta a valorizzare ciò che viene scartato, trasformandolo in risorsa per la medicina. La castagna, dunque, si conferma non solo un prodotto di eccellenza, ma anche un prezioso alleato per la ricerca scientifica, nella sfida globale contro il cancro.
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Dall'Unical la promettente scoperta, dott. Pellegrino «farmaco già esistente, la silodosina, contro il tumore al seno quicosenza
RENDE – Dai laboratori dell’Università della Calabria una possibile svolta nella lotta al tumore al seno: il farmaco già usato per l’ipertrofia prostatica mostra effetti promettenti nelle prime fasi di ricerca: si chiama “Silodosina“. A spiegare quella che è una delle più interessanti novità nel campo della ricerca oncologica, e il risultato ottenuto nella trasmissione radiofonica Fatti Vivi su RLB, è il prof. Michele Pellegrino, docente del Laboratorio di Microbiologia, Igiene e Sanità Pubblica.
Silodosina, prof. Pellegrino «una scoperta che nasce in Calabria»
Una scoperta importante nella lotta al tumore al seno che porta la firma del Dipartimento di Farmacia, Scienze della Nutrizione e della Salute e dello stesso laboratorio, coordinato dalla prof.ssa Paola Tucci, insieme al prof. Pellegrino e alle prof.sse Stefania Marsico e Fedora Grande che costituiscono un team di ricerca d’eccellenza. Il tutto insieme a tanti ragazzi che, con un grandissimo spirito di abnegazione, quotidianamente sostengono questo grande lavoro.
“Parliamo di una nuova molecola in realtà già in uso in terapia clinica; è un farmaco che viene utilizzato nella ipertrofia prostatica benigna”, ha spiegato il prof. Pellegrino. “Non è mai il lavoro del singolo, ma è un lavoro di gruppo” sottolinea, evidenziando il contributo fondamentale dei giovani ricercatori.
ASCOLTA L’INTERVISTA https://quicosenza.it/news/wp-content/uploads/2026/04/Pellegrino.mp3
La silodosina e l’intuizione scientifica
Il farmaco al centro dello studio è la silodosina, già impiegata per trattare l’ipertrofia prostatica benigna. “La novelty è stata quella di individuare questa molecola e provare se questa, potesse essere utilizzata per una delle forme di cancro più diffuse che è il tumore alla mammella”. L’idea nasce dalla possibilità che lo stesso meccanismo molecolare utilizzato nel trattamento prostatico, possa agire anche sulle cellule tumorali mammarie, bloccandone la proliferazione.
I risultati: cellule tumorali colpite, quelle sane preservate
Gli esperimenti sono stati condotti in vitro su cellule tumorali mammarie umane, sia aggressive che meno aggressive: “siamo andati a condurre degli esperimenti su colture cellulari, su cellule tumorali mammarie umane, sia su cellule particolarmente aggressive che su cellule meno aggressive”. Il risultato ha aperto scenari estremamente promettenti: “questo farmaco è capace di provocare la morte di queste cellule tumorali, preservando invece quelle sane”. Uno studio che ha già trovato spazio in una pubblicazione su una rivista del gruppo Nature.
Un doppio meccanismo d’azione
La forza della silodosina sta anche nel suo duplice bersaglio. “Il farmaco agisce attraverso un duplice meccanismo – spiega Michele Pellegrino – un doppio targettamento. Da un lato sfrutta il recettore alfa 1, già noto in ambito prostatico, dall’altro si lega ai recettori delle cellule tumorali mammarie, comprese le forme più aggressive: dunque riesce a legarsi ai recettori caratteristici delle cellule tumorali mammarie, anche quelle indipendenti, più aggressive”.
Il valore del ‘repurposing’: meno costi e più possibilità
La ricerca si basa sul cosiddetto repurposing farmacologico, ovvero il riutilizzo di farmaci già esistenti: “sta ad indicare la possibilità di reimpiegare una molecola che già è in uso per altre patologie e i vantaggi sono evidenti. Abbiamo già a disposizione dei farmaci di cui si conoscono gli ampi margini di sicurezza e questo rappresenta un grosso vantaggio”.
“Siamo attualmente in fase preclinica e tutte queste prove dovranno essere dimostrate su modelli animali per poi arrivare al paziente nella fase clinica vera e propria. Solo dopo questi passaggi sarà possibile parlare di una reale applicazione terapeutica”.
I progressi nella lotta al tumore al seno
Il valore della ricerca emerge anche dai numeri, che sono concreti ed hanno portato a risultati significativi: “negli ultimi 50 anni – ricorda il prof. Pellegrino – il tasso di sopravvivenza è passato dal 70-72% al 90-92%”. Un segnale concreto di quanto l’innovazione scientifica possa fare la differenza.
L’importanza della ricerca per il futuro
Infine, il professore Pellegrino, dai microfoni di Rlb, ha voluto lanciare un messaggio di speranza: “siamo come un enorme puzzle e cerchiamo di aggiungere anche noi una piccola tesserina per trasformare il tumore alla mammella in qualcosa di curabile”. Il suo è un invito a credere nella ricerca, fatta di sacrifici ma anche di scoperte che possono cambiare il futuro e dare speranza.
E la scoperta sulla silodosina rappresenta una possibile svolta nella lotta al tumore al seno. Tra risultati promettenti e passi ancora da compiere, la ricerca italiana continua a dimostrare il suo valore, aprendo nuove strade verso cure sempre più efficaci e mirate.
Scoperta in Irpinia: la "Castalin" estratta dalle bucce di castagna è una molecola che potenzia i farmaci anticancro. La rivoluzione parte da Montella - irpiniattiva.news
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Scoperta in Irpinia: la "Castalin" estratta dalle bucce di castagna è una molecola che potenzia i farmaci anticancro. La rivoluzione parte da Montella irpiniattiva.news
Dalle bucce delle castagne di Montella, per decenni considerate un semplice residuo della lavorazione, è emersa una molecola naturale capace di rendere più vulnerabili le cellule tumorali ai farmaci già in uso o in sperimentazione: la Castalin.
In una terra come l’Irpinia, dove la castanicoltura è parte dell’identità culturale ed economica, gli scarti della filiera — tonnellate di involucri legnosi privi di valore commerciale — sono sempre stati trattati come rifiuti. Eppure proprio da quel materiale marginale è partita una delle ricerche più sorprendenti degli ultimi anni.
Il biologo irpino Luigi Alfano, oggi ricercatore presso l’Istituto Nazionale Tumori IRCCS “Fondazione G. Pascale” di Napoli e collaboratore della Sbarro Health Research Organization di Philadelphia, ha guidato un gruppo multidisciplinare che ha deciso di analizzare in profondità la composizione chimica delle bucce di castagna. L’estrazione e la caratterizzazione dei composti ha portato all’identificazione di una molecola mai associata prima a un ruolo oncologico: la Castalin.
Secondo quanto riportato dalla Sbarro Health Research Organization e confermato nella pubblicazione scientifica, la Castalin è in grado di aumentare l’efficacia degli inibitori di CHK1, una classe di farmaci attualmente in fase 1 di sperimentazione clinica . Gli inibitori di CHK1 agiscono bloccando un meccanismo di riparazione del DNA essenziale per la sopravvivenza delle cellule tumorali; se una molecola naturale ne amplifica l’effetto, la cellula malata diventa più esposta al danno e quindi più facilmente eliminabile.
Il potenziamento degli inibitori di CHK1 rappresenta il risultato più rilevante, soprattutto in relazione al tumore al seno triplo negativo, una delle forme più aggressive e con minori opzioni terapeutiche disponibili. Lo stesso Prof. Michelino De Laurentiis, oncologo del Pascale, ha sottolineato l’intenzione di valutare la Castalin sia come trattamento autonomo sia in combinazione con i più recenti chemioterapici .
Il progetto, come evidenziato dal Prof. Antonio Giordano, direttore dello Sbarro Institute, si inserisce in una strategia più ampia che punta a individuare nuove molecole naturali utili in oncologia, valorizzando al tempo stesso le risorse del territorio. Giordano ha definito questa scoperta una conferma del valore di un approccio che guarda alla natura come serbatoio di composti bioattivi ancora inesplorati .
La ricerca sulla Castalin non è un episodio isolato. Il team di Alfano aveva già pubblicato un precedente studio dedicato a un’altra molecola antitumorale ricavata da scarti agricoli irpini: le vinacce dell’uva Aglianico di Montemarano. Si tratta della pubblicazione apparsa nel 2023 su Biomedicine & Pharmacotherapy, in cui è stata descritta l’attività antitumorale di un estratto polifenolico ottenuto dalle vinacce di Aglianico, capace di indurre danni al DNA e apoptosi nelle cellule di carcinoma mammario (Alfano et al., 2023).
Il modello di ricerca è chiaro e replicabile: partire da uno scarto agricolo locale, isolarne le componenti bioattive, testarne l’efficacia contro cellule tumorali. Un approccio che unisce sostenibilità, economia circolare e ricerca oncologica avanzata.
Così, ciò che fino a ieri veniva smaltito come rifiuto diventa oggi materia prima per la scienza. L’Irpinia, terra di castagneti secolari e vitigni storici, non esporta più soltanto prodotti agricoli: esporta molecole, conoscenza, possibilità terapeutiche.
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La Radioterapia di Grosseto per la prima volta entra nel novero delle strutture accreditate a livello internazionale uslsudest.toscana.it
La Radioterapia di Grosseto per la prima volta entra nel novero delle strutture accreditate a livello internazionale
Dettagli Pubblicato: 02 Maggio 2026
L’Aiea, Agenzia internazionale dell’energia atomica, promuove il reparto dell’ospedale Misericordia
L'unità operativa di Radioterapia, in collaborazione con la Uoc Fisica Sanitaria diretta da Andrea Guasti, ha ottenuto ufficialmente la certificazione dall'Aiea (Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica), il prestigioso organismo delle Nazioni Unite con sede a Vienna. Il riconoscimento è arrivato a seguito di un rigoroso iter di verifica condotto dalla divisione «Human health - Laboratory dosimetry and medical radiation physics » ed è stato ottenuto grazie alle competenze della Fisica sanitaria ed alla stretta collaborazione di questa con le altre figure professionali del reparto.
«La certificazione attesta non solo la qualità d'avanguardia delle dotazioni tecnologiche in uso, ma anche l’altissimo profilo professionale dell'equipe - dichiara il direttore generale Asl Tse, Marco Torre - siamo orientati ad un approccio basato sul valore delle cure, in cui contano appropriatezza, efficacia e sicurezza che con questa certificazione ci vengono riconosciute».
«Questo risultato – commenta Francesca Rossi, direttrice del reparto – conferma l'impegno costante nel garantire standard di sicurezza e precisione clinica ai massimi livelli, consolidando il nostro reparto come punto di riferimento essenziale per l'intera comunità maremmana».
«Per la prima volta - dichiara il direttore medico di presidio Michele Dentamaro - siamo riusciti ad ottenere questo importante riconoscimento internazionale, colgo l’occasione per ringraziare tutto il personale del reparto di Radioterapia e la Fisica sanitaria per il lavoro quotidiano».
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Talassemia: al Policlinico di Bari avviata la terapia genica Ruvesi.it
Due pazienti affette da talassemia major sono state recentemente sottoposte alla raccolta di cellule staminali finalizzata ad un trattamento di terapia genica presso il Policlinico di Bari. L’infusione delle cellule avverrà nei prossimi mesi, nello stessa azienda ospedaliero universitaria, dopo che sarà stata completata la procedura di ingegnerizzazione genetica presso i laboratori di Geleen, in Olanda. Altri tre pazienti sono stati già inseriti nel programma e avvieranno a breve la procedura.
“La talassemia (nota anche come “anemia mediterranea”) – ricorda Pellegrino Musto, Direttore dell’unità operativa di Ematologia con annesso Centro Trapianti del Policlinico e Professore Ordinario di Ematologia presso l’Università di Bari – è una malattia ereditaria causata da una mutazione dei geni che producono l’emoglobina. Provoca anemia severa, sovraccarico di ferro, deformazioni ossee e problematiche cliniche a carico di vari organi, in particolare cuore, fegato e sistema endocrino. Il trattamento convenzionale prevede trasfusioni di sangue fin dai primi anni di vita, terapie che limitano l’accumulo di ferro, farmaci che stimolano la produzione di globuli rossi e, in un numero limitato di casi, il trapianto di midollo osseo da donatore compatibile, l’unica terapia che, sino ad oggi, si era dimostrata in grado di guarire questa malattia”. “La terapia genica – sottolinea Musto – si aggiunge oggi all’armamentario terapeutico per i pazienti talassemici di eta’ compresa fra i 18 e i 35 anni, con caratteristiche genetiche ben definite. Questo trattamento rivoluzionario consente in oltre il 90% dei casi di ottenere l’indipendenza dalle trasfusioni e di considerare larga parte di questi pazienti potenzialmente guariti.”
L’Italia è storicamente uno dei Paesi europei a maggiore prevalenza di pazienti talassemici, con una concentrazione significativa nel Sud. La Puglia rientra tra le regioni a più alto impatto sanitario, non solo per prevalenza storica, ma per numero di pazienti adulti oggi in follow-up (circa 650). Di questi, una settantina sono seguiti presso il Centro di Riferimento Regionale per le Talassemie e le Emoglobinopatie, (CERIRETE), afferente all’Ematologia del Policlinico barese, dove opera un gruppo di ematologi e biologi molecolari che si occupa, tra l’altro, della ricognizione e della programmazione dei pazienti candidabili alla terapia genica provenienti dai centri pugliesi o da altre regioni.
“La terapia genica per i pazienti talassemici (peraltro possibile anche in soggetti affetti da anemia falciforme) – spiega Angelo Ostuni – Direttore dell’unità operativa di Medicina Trasfusionale del Policlinico di Bari – consta di diverse fasi. Dopo la valutazione della idoneità del paziente, si procede con la mobilizzazione delle cellule staminali mediante somministrazione del fattore di crescita granulocitario e infine con la raccolta delle cellule staminali emopoietiche presenti nel sangue periferico del paziente con procedure di aferesi. L’obiettivo è raccoglierne un numero elevato, il che richiede una particolare esperienza degli operatori”. “Successivamente – continua Ostuni – le cellule prelevate sono spedite presso il laboratorio di riferimento dove vengono modificate con tecniche di ingegneria genetica (il cosiddetto “gene editing”) che le rendono capaci di riattivare la produzione di un tipo diverso di emoglobina (HbF), normalmente presente solo nel corso della vita fetale”.
“La fase conclusiva – aggiunge Paola Carluccio, responsabile del Programma Trapianti in Ematologia del Policlinico – prevede, dopo un trattamento chemioterapico teso ad eliminare completamente dal midollo osseo le cellule staminali “malate”, la re-infusione al paziente delle sue stesse cellule geneticamente modificate. Questo “autotrapianto” consente di sostituire l’emoglobina non funzionante del paziente e permette al midollo osseo di riprendere la produzione di una nuova emoglobina, in grado di assicurare al paziente una vita sostanzialmente normale e, soprattutto, scevra della necessità di effettuare trasfusioni di sangue.” “I tempi tecnici per la produzione delle staminali ingegnerizzate – ricorda Carluccio – sono però piuttosto lunghi e occorrerà attendere ancora qualche mese per ricevere il prodotto cellulare finito da infondere alle pazienti e valutarne l’efficacia.”
“Grazie al supporto della Regione Puglia e all’impegno quotidiano di tutto il personale – conclude Antonio Sanguedolce, direttore generale del Policlinico di Bari – oggi siamo in grado di offrire ai pazienti affetti da talassemia un’opportunità di cura disponibile in pochissimi centri in Italia e, nel Mezzogiorno, unica nel suo genere. Un risultato che ci rende estremamente soddisfatti e orgogliosi”.
Una dedica speciale dall’equipe va a Angelantonio Vitucci, prematuramente scomparso qualche mese fa, che ai talassemici si era sempre dedicato con passione e professionalità.