📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Colesterolo: le donne sono più costanti nella terapia, ma i risultati faticano ad arrivare My-personaltrainer
Arrivare a questi numeri non è un dettaglio: ogni ulteriore abbassamento dell’LDL si associa a una riduzione del rischio di eventi cardiovascolari . Per chi ha già avuto un problema al cuore o ai vasi , restare sopra il target significa lasciare “scoperta” una parte della protezione possibile.
È fondamentale sottolineare che si tratta di dati osservazionali : descrivono ciò che accade nella pratica clinica, ma non spiegano fino in fondo il “perché”. Non dimostrano neppure, da soli, che la protezione da infarto o ictus sia minore nelle donne in terapia con anti-PCSK9. Servono studi mirati per chiarire questo punto.
Le analisi del registro hanno mostrato che, pur assumendo il farmaco con costanza , le donne riducono il colesterolo LDL in percentuale un po’ meno degli uomini sia nel breve periodo (circa 6 mesi), sia nel lungo (fino a 3 anni).
Le donne inserite nel registro erano più avanti con gli anni e con una storia clinica spesso più complessa. Ciò vuol dire:
Cosa può fare concretamente chi è in terapia (soprattutto se donna)
Le differenze osservate non devono spaventare, ma spingere a un controllo più attento e personalizzato, con un dialogo aperto tra paziente e medico.
Monitorare i valori in modo regolare
Per chi assume anti-PCSK9, è utile:
effettuare esami del sangue periodici (di solito dopo alcuni mesi dall’inizio e poi a intervalli regolari)
(di solito dopo alcuni mesi dall’inizio e poi a intervalli regolari) annotare i valori di LDL, HDL, trigliceridi in modo da vedere l’andamento nel tempo
in modo da vedere l’andamento nel tempo chiedere espressamente al medico qual è il target personale di LDL e se è stato raggiunto
Sapere qual è l’obiettivo e dove ci si trova realmente aiuta a prendere decisioni condivise su eventuali aggiustamenti di terapia.
Parlare di effetti collaterali e intolleranze
Molte donne interrompono o riducono le statine per dolori muscolari, stanchezza, timore di effetti indesiderati. A volte la sospensione è necessaria, altre volte si può:
cambiare tipo di statina
modificare il dosaggio
valutare una somministrazione non quotidiana
affiancare altri ipolipemizzanti prima di rinunciare del tutto
Una comunicazione chiara con il medico permette di non “bruciarsi” inutilmente farmaci utili e di ottimizzare la combinazione con gli anti-PCSK9.
Stile di vita: un alleato che potenzia i farmaci
Anche con terapie avanzate, alimentazione e abitudini restano fondamentali. Per ridurre il colesterolo LDL e il rischio cardiovascolare:
Queste scelte, sommate al farmaco, possono favorire un ulteriore calo del colesterolo e migliorare diversi altri fattori di rischio (pressione, glicemia, infiammazione).
Maggiore attenzione al rischio cardiovascolare femminile
La lezione più ampia che arriva da questi dati è la necessità di prendere sul serio il cuore delle donne:
non considerare l’infarto una malattia “solo maschile”
non rimandare gli accertamenti quando compaiono sintomi sospetti
valutare in anticipo il rischio complessivo (colesterolo, pressione, diabete, familiarità, fumo)
(colesterolo, pressione, diabete, familiarità, fumo) iniziare le terapie adeguate senza ritardi quando indicate
Per chi è già in terapia con anti-PCSK9, può essere utile chiedere al cardiologo o allo specialista in lipidologia una rivalutazione periodica del profilo terapeutico, per capire se la combinazione di farmaci e l’intensità del trattamento sono davvero appropriate rispetto al proprio rischio.
In sintesi, i dati attuali indicano che le donne, pur essendo molto aderenti alle terapie anti-PCSK9, partono spesso da condizioni peggiori e raggiungono meno frequentemente i target di LDL. L’obiettivo, oggi, non è cambiare linee guida differenziate per genere, ma imparare a personalizzare di più la gestione del colesterolo nelle donne, aumentando l’attenzione ai loro specifici bisogni clinici e riducendo ritardi diagnostici e terapeutici.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Melanoma: le sfide della prevenzione e i nuovi bisogni dei pazienti la Repubblica
Focus su prevenzione e trattamenti personalizzati, diagnosi precoce e qualità di vita, con uno sguardo alla ricerca e alle innovazioni tecnologiche, dai test genetici, all’intelligenza artificiale, che stanno già entrando nella pratica clinica. Perché la gestione del melanoma negli ultimi decenni è cambiata: è migliorata la sopravvivenza, ma anche i trattamenti sono diventati più complessi, e gestire la malattia oggi significa imparare a far fronte anche a questa complessità. Per essere sempre più vicini ai malati, migliorare l’esito delle cure e ridurre il peso degli effetti collaterali, partendo dall’ascolto delle stesse associazioni di pazienti. Sono questi i temi al centro delle discussioni su cui si confronteranno per i prossimi tre giorni gli esperti riuniti per il congresso dell’Intergruppo Melanoma Italiano (Imi), che si apre oggi a Bologna.
Il primo passo, rivedere la prevenzione
Il melanoma è un tumore in gran parte prevenibile, soprattutto con misure personali, quali la corretta esposizione al sole e il controllo dei nei. Ma oggi - quando in Italia si diagnosticano 12900 casi di melanoma l’anno, 100 mila nel mondo, con un trend in aumento negli ultimi anni - la prevenzione non può giocarsi solo su questo. O meglio deve affinarsi. “La sfida è prevenire ancora meglio - ha dichiarato Vincenzo De Giorgi, Segretario Imi - circa il 70-80% del danno solare che viene provocato sulla pelle dai raggi della radiazione ultravioletta avviene prima dei prima dei 20 anni. Questo significa che è fondamentale iniziare la prevenzione da bambini e adolescenti. Sappiamo infatti che quanto maggiori sono le esposizioni in età infantile, maggiori sono le probabilità di sviluppare un melanoma in età adulta”.
Una prevenzione corretta, ha proseguito l’esperto, è quella che tiene conto di tutte le esposizioni a rischio. Non solo quelle in spiaggia durante le vacanze, ma in ogni occasione in cui si passa del tempo all’aria aperta. “Su questo siamo ancora in ritardo”. Fondamentale resta poi il lavoro per migliorare la diagnosi precoce: è importante arrivare quanto prima alla diagnosi di un melanoma, ma al tempo stesso riuscire a identificare meglio quelle lesioni che non lo sono, evitando escissioni e cicatrici non necessarie, con risparmi sanitari e sociali, ha proseguito De Giorgi. “Infine, occorre investire sull’appropriatezza del percorso preventivo: non siamo in grado di reggere controlli dei nei annuali per tutta la popolazione. Serve una stratificazione del rischio, magari anche aiutati dall’intelligenza artificiale, per individuare, sulla base dei fattori di rischio - esposizione al sole, fototipo chiaro o familiarità - le persone che più possono beneficiare dei controlli”.
Modernizzare la diagnosi
Sul fronte diagnostico, ha aggiunto la presidente Daniela Massi, la digitalizzazione dei reperti, e la possibilità di applicare algoritmi di intelligenza artificiale, possono migliorare il lavoro dell’anatomopatologo. Ma parimenti è importante che venga favorito l’inserimento di quegli strumenti, già esistenti, che possono migliorare l’accuratezza diagnostica, come il test Ngs (Next Generation Sequencing): “Sono esami che consentono di identificare le alterazioni genomiche dei tessuti asportati: sono fondamentali per guidare la scelta terapeutica, ma anche per la diagnosi, soprattutto in casi complessi, come nei tumori melanocitari atipici - ha spiegato Massi - Per questo che come Imi abbiamo richiesto al Ministero della Salute la possibilità di inserire nel nomenclatore tariffario anche l’utilizzo degli Ngs anche con finalità diagnostica”.
La gestione del paziente dopo la malattia
Oggi la sopravvivenza del melanoma a cinque anni è di circa il 90%, anche grazie alle nuove terapie. Questa è di certo una buona notizia, ma al tempo stesso chiama a risolvere delle nuove sfide, hanno ricordato gli esperti. “L’approccio chirurgico è profondamente cambiato e in contesti selezionati vi è stata una riduzione dell’invasività degli interventi - ha aggiunto Roberto Patuzzo, consigliere Imi, stimando che nell’80% dei casi gli interventi chirurgici siano oggi piuttosto limitati - È un fatto importante dal momento che la prospettiva di una lunga sopravvivenza è sempre più frequente e quindi sono più rilevanti le conseguenze degli interventi. Cicatrici, dolore persistente, linfedema e limitazioni funzionali possono accompagnare il paziente per diversi anni. Preservare tessuti e funzioni, garantire la riabilitazione e la gestione degli esiti sono ormai parti essenziali della cura. Il percorso deve assicurare continuità assistenziale, controlli personalizzati e attenzione alle priorità della persona”.
Considerando alcuni aspetti impensabili fino a qualche anno fa, ha aggiunto Mario Mandalà, past president Imi. L’arrivo di nuove terapie, come le terapie target e l’immunoterapia, ha infatti cambiato la storia della malattia, ma ha reso più complessa anche la sua gestione. Oggi gli specialisti - un team multidisciplinare, che conta oncologi così come endocrinologi, pneumologi e gastroenterologi - non sono chiamati solo a gestire le tossicità acute e a lungo termine, per migliorare non solo la sopravvivenza ma anche la qualità di vita dei pazienti, ha spiegato l’esperto. Nella popolazione sotto i 40 anni il melanoma è la terza neoplasia solida più frequente tra i tumori solidi: “abbiamo davanti quindi una popolazione che ha un'aspettativa di vita molto lunga, che ci chiama a considerare aspetti che prima non consideravamo, come quello della fertilità”, dice l’esperto. Oggi però sono ancora pochi i centri a livello europeo che hanno un percorso dedicato alla fertilità per i pazienti con melanoma, ha aggiunto.
L’impegno nella ricerca
Gli esperti riuniti a Bologna hanno anche ricordato l’impegno di Imi sul fronte della ricerca indipendente: “L'obiettivo in particolare è quello dedicarsi a popolazioni di pazienti difficili, spesso esclusi dalle sperimentazioni cliniche degli studi registrativi, e a studi di real life, perché possono aiutarci a migliorare la pratica clinica anche dopo l'approvazione dei farmaci - ha aggiunto Anna Maria Di Giacomo, Consigliere Imi - è fondamentale che la ricerca si impegni anche a identificare nuovi biomarcatori che ci aiutino non solo a migliorare l’esito delle terapie ma anche a risparmiare, dove possibile, tossicità inutili, a beneficio anche della qualità di vita dei pazienti”. E ovviamente a identificare nuove strategie di cura, ha concluso, per quei casi in cui i pazienti sono resistenti alle attuali terapie.
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Tumore al pancreas, primo sì Ue nuovo farmaco Momento-Sera
Tumore al pancreas, primo sì Ue al farmaco in compresse
L'Ema raccomanda il daraxonrasib, pillola che agisce sulla proteina Ras: nello studio la sopravvivenza passa da 6,7 a 13,2 mesi. Ora decide la Commissione europea
Il comitato scientifico dell'Agenzia europea per i medicinali (Ema) ha dato parere favorevole al daraxonrasib, nome commerciale Rasonque, un farmaco per il tumore al pancreas metastatico. Il via libera è arrivato il 15 ottobre. Il medicinale è già approvato negli Stati Uniti dallo scorso agosto. Per l'autorizzazione definitiva manca ancora la firma della Commissione europea, che di norma segue l'indicazione dell'Ema. Se arriverà, la decisione varrà in tutti i Paesi dell'Unione.
Il farmaco è pensato per gli adulti con un adenocarcinoma del pancreas già diffuso ad altri organi, che hanno già fatto almeno una terapia. Si prende per bocca, in compresse, una volta al giorno. È una novità importante perché finora per questi pazienti l'unica strada era la chemioterapia, spesso poco efficace e molto pesante.
Per capire come funziona bisogna partire dalle proteine Ras. Sono una sorta di interruttore che dice alle cellule quando crescere e moltiplicarsi. In molti tumori del pancreas, oltre il 90% dei casi, una mutazione tiene questo interruttore sempre acceso e le cellule malate si riproducono senza controllo. Il daraxonrasib si lega a un'altra proteina, la ciclofilina A, e insieme formano un complesso che blocca Ras, spegnendo l'interruttore e rallentando la crescita del tumore.
I numeri arrivano da uno studio internazionale di fase 3 su circa 500 pazienti. Chi ha preso il nuovo farmaco è vissuto in media 13,2 mesi, contro i 6,7 di chi ha fatto la chemioterapia. Dopo un anno era vivo oltre la metà dei pazienti trattati, contro meno di uno su cinque nel gruppo di confronto. Anche la malattia ha impiegato più tempo a peggiorare e i pazienti hanno riferito una qualità di vita migliore.
Gli specialisti invitano però alla prudenza. Il daraxonrasib non è una cura definitiva: allunga la vita, ma non elimina il tumore, e restano da chiarire gli effetti a lungo termine e il modo in cui la malattia può diventare resistente al trattamento.
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Tumore al pancreas via libera dell’Ema al daraxonrasib | il farmaco che raddoppia la sopravvivenza Zazoom Social News
L’Agenzia europea del farmaco (Ema) ha dato il suo primo sì al daraxonrasib, il trattamento per il tumore del pancreas metastatico più atteso dai pazienti e dalle loro famiglie. Negli ultimi mesi, infatti, molti cittadini hanno dovuto viaggiare fino agli Stati Uniti per accedere alla terapia, autorizzata ad agosto dalla Food and Drug Administration, l’agenzia federale statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari, farmaceutici e sanitari. Ora il Comitato per i medicinali per uso umano dell’Ema ha espresso parere favorevole e ha raccomandato il rilascio dell’autorizzazione all’immissione in commercio nell’Unione europea. 🔗 Leggi su Open.online
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Tumore del pancreas metastatico, via libera dellEma al farmaco della speranza
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Tumore al pancreas, via libera a un nuovo farmaco che raddoppia la sopravvivenza dei pazienti: la scoperta negli UsaLa Food and Drug Administration ha approvato un nuovo farmaco per il tumore al pancreas, che raddoppia la sopravvivenza dei pazienti.
Temi più discussi: Tumore pancreas metastatico, Ema dà via libera a daraxonrasib, farmaco che raddoppia sopravvivenza; Tumore al pancreas: novità su cure e ricerca 2026; Cancro al pancreas, ok dell'Ema a una compressa contro la malattia: come funziona; Tumore al pancreas, nuovo farmaco che raddoppia sopravvivenza arriverà in Europa.
Via libera dell'Agenzia europea del farmaco Ema al daraxonrasib per il tumore al pancreas metastatico. Il farmaco più atteso dalla comunità dei pazienti - numerose le storie di cronaca che raccontano di viaggi della speranza verso gli Usa per poter ricevere la - X x.com
Tumore al pancreas, al Gemelli primo trattamento al mondo con colla radioattiva - Il Sole 24 ORE reddit
Tumore del pancreas: via libera europeo al daraxonrasib, il farmaco che ha aperto una nuova prospettiva. Che cosa succede adessoIl Comitato per i medicinali per uso umano dell'EMA ha raccomandato l'autorizzazione del farmaco per gli adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico già sottoposti ad almeno una terapia. Nello s ... vanityfair.it
Tumore del pancreas metastatico, via libera dell’Ema al farmaco della speranzaVia libera dell'Agenzia europea del farmaco Ema al daraxonrasib per il tumore al pancreas metastatico. Il farmaco più atteso dalla comunità dei pazienti - numerose le storie di cronaca che raccontano ... repubblica.it
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Criteri Critici
Tumore al pancreas, al Gemelli la prima cura con colla radioattiva FocusTECH
Una speciale colla biologica capace di trattenere particelle radioattive direttamente all’interno di una massa tumorale: è questa la tecnologia al centro di un’innovazione oncologica sperimentata per la prima volta al mondo al Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma. Il trattamento, effettuato su una donna di 63 anni con un adenocarcinoma del pancreas localmente avanzato e non operabile, rappresenta un passaggio significativo nello sviluppo di nuove strategie per affrontare una delle neoplasie più difficili da trattare.
La tecnologia si chiama YntraDose® ed è stata sviluppata da BetaGlue Therapeutics, azienda biotecnologica italiana sostenuta anche dalla Fondazione Enea Tech e Biomedical. La procedura è stata eseguita il 1° ottobre 2026 dal professor Roberto Iezzi, direttore della Radiologia interventistica del Gemelli, nell’ambito di uno studio clinico internazionale coordinato dal professor Giampaolo Tortora, direttore del Comprehensive Cancer Center della struttura romana.
L’obiettivo della sperimentazione è valutare se questa forma di radioterapia localizzata, associata alle terapie standard, possa contribuire a ridurre la massa tumorale e rendere operabili alcuni pazienti che, al momento della diagnosi, non possono essere sottoposti a intervento chirurgico.
Come funziona la colla biologica radioattiva
Il principio alla base di YntraDose è quello di portare la radiazione il più vicino possibile alle cellule tumorali, limitando per quanto possibile l’esposizione dei tessuti sani circostanti.
Il dispositivo combina due componenti: microsfere contenenti ittrio-90, un isotopo radioattivo che emette radiazioni beta, e una matrice biologica adesiva biocompatibile. Una volta preparata, la miscela viene iniettata direttamente nella lesione tumorale, dove la matrice si solidifica formando una struttura che trattiene le microsfere nel sito di somministrazione.
L’ittrio-90 rilascia quindi la propria energia nel tessuto circostante, con l’obiettivo di danneggiare le cellule tumorali. La matrice adesiva svolge una funzione essenziale: mantenere il materiale radioattivo localizzato, riducendo il rischio che si disperda al di fuori dell’area trattata.
La procedura viene effettuata attraverso un ago introdotto per via percutanea, sotto guida radiologica, mediante tecniche di imaging come la tomografia computerizzata. Si tratta dunque di un approccio mini-invasivo, che non richiede necessariamente un intervento chirurgico tradizionale né, nel caso descritto, un’anestesia generale.
Il concetto è diverso dalla radioterapia esterna convenzionale, nella quale le radiazioni vengono dirette verso il tumore dall’esterno del corpo. In questo caso, invece, la sorgente radioattiva viene posizionata direttamente nella massa da trattare.
Perché il tumore del pancreas rappresenta una sfida
Il carcinoma del pancreas rimane una delle principali sfide dell’oncologia. Una delle difficoltà è la possibilità che la malattia venga individuata quando è già in fase avanzata, anche perché non esiste uno screening di popolazione raccomandato per la diagnosi precoce nella popolazione generale asintomatica.
Quando il tumore è localmente avanzato, può coinvolgere strutture vascolari o anatomiche che rendono difficile, o impossibile, una resezione chirurgica immediata. In questi casi, il trattamento può comprendere chemioterapia e, in situazioni selezionate, radioterapia o altre strategie locoregionali.
È proprio in questo contesto che si inserisce YntraDose. La tecnologia è studiata come trattamento neoadiuvante, cioè somministrato prima di un eventuale intervento chirurgico, in aggiunta alla chemioterapia standard. L’ipotesi è che un controllo più efficace della malattia nella sede originaria possa ridurre la massa tumorale e consentire, in alcuni casi, di rivalutare la possibilità di un’operazione.
È importante, tuttavia, distinguere l’obiettivo clinico dalla sua dimostrazione: rendere operabile un tumore inizialmente non resecabile è una prospettiva che lo studio intende verificare, non un risultato che possa essere dato per acquisito.
Il primo trattamento al Gemelli: che cosa è successo
La paziente trattata al Policlinico Gemelli è stata sottoposta alla procedura in anestesia locale e con sedazione minima. L’intervento è durato circa un’ora e, secondo quanto comunicato dalla struttura, non sono state registrate complicanze postoperatorie immediate.
I controlli mediante PET-TAC con ittrio-90, effettuati a 24 ore e a sette giorni dalla procedura, hanno mostrato una corretta deposizione del materiale radioattivo all’interno della sede trattata, senza evidenza di dispersione o di captazione al di fuori dell’area bersaglio.
Questi dati iniziali sono importanti soprattutto per valutare la fattibilità della procedura e la capacità di mantenere il materiale radioattivo nella posizione prevista. Non sono però sufficienti, da soli, a stabilire quanto il trattamento riesca a ridurre il tumore, se prolunghi la sopravvivenza o se migliori concretamente la qualità di vita delle persone trattate.
La procedura ha richiesto la collaborazione di diverse figure professionali: radiologi interventisti, medici nucleari, fisici sanitari e radioterapisti. Una sinergia necessaria quando si utilizzano materiali radioattivi all’interno di un organo delicato come il pancreas, dove precisione del posizionamento e controllo della dose sono aspetti fondamentali.
Una sperimentazione internazionale ancora in corso
Il trattamento realizzato a Roma rientra in uno studio clinico multicentrico e in aperto, condotto in Italia, Belgio e Regno Unito. La sperimentazione è progettata per valutare l’impiego di YntraDose nei pazienti con adenocarcinoma pancreatico localmente avanzato non operabile, in associazione alle cure standard.
Lo studio rappresenta una fase di valutazione clinica: i ricercatori devono raccogliere ulteriori dati sulla sicurezza, sulla fattibilità della somministrazione e sui possibili benefici terapeutici. Saranno necessari risultati su un numero più ampio di pazienti e un follow-up adeguato per capire quanto la tecnologia possa incidere sul controllo locale della malattia e sulle successive possibilità di trattamento.
YntraDose è infatti una tecnologia ancora sperimentale, il cui profilo di sicurezza e la cui efficacia devono essere confermati attraverso il percorso di sviluppo clinico. Il primo caso al Gemelli non equivale quindi alla disponibilità di una nuova cura validata per tutti i pazienti con tumore pancreatico.
La ricerca italiana tra biotecnologie e medicina di precisione
La vicenda ha anche una dimensione industriale e scientifica. BetaGlue Therapeutics, azienda italiana che ha sviluppato la tecnologia, lavora su un approccio che integra biotecnologie, medicina nucleare e radiologia interventistica. Il sostegno della Fondazione Enea Tech e Biomedical si inserisce nel più ampio obiettivo di promuovere lo sviluppo di innovazioni biomedicali.
La possibilità di somministrare una sorgente radioattiva direttamente nel tumore potrebbe, se confermata dagli studi, offrire nuove opportunità non soltanto per il carcinoma pancreatico, ma anche per altre neoplasie solide selezionate. Ogni applicazione, tuttavia, dovrà essere valutata sulla base delle caratteristiche del tumore, della sua posizione anatomica e dei risultati ottenuti nei rispettivi studi clinici.
La novità non consiste dunque nell’aver trovato una soluzione definitiva al tumore del pancreas, ma nell’aver portato per la prima volta questa specifica tecnologia in una procedura clinica di questo tipo. Il passo successivo sarà verificare se la precisione nella somministrazione della radiazione si tradurrà anche in benefici concreti per i pazienti.
È qui che si giocherà la partita più importante: trasformare un’intuizione tecnologica promettente in un trattamento sicuro, efficace e realmente utile nella pratica oncologica.
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Ottobre Rosa, screening gratuito per la prevenzione del melanoma a Frosinone: 120 posti disponibili FrosinoneToday
La prevenzione come strumento fondamentale per tutelare la salute e individuare tempestivamente eventuali segnali sospetti. In occasione di Ottobre Rosa, la campagna dedicata alla sensibilizzazione sulla salute femminile, la ASL di Frosinone organizza uno screening gratuito delle lesioni pigmentate per la prevenzione del melanoma cutaneo.
L’iniziativa è rivolta alle donne dai 15 anni in su e offre l’opportunità di sottoporsi a un controllo dermatologico senza costi, con l’obiettivo di promuovere una maggiore attenzione alla salute della pelle e all’importanza della diagnosi precoce.
Visite il 20 ottobre all’ospedale Spaziani
La giornata di screening si svolgerà martedì 20 ottobre 2026, dalle ore 13 alle 18, presso gli ambulatori della UOSD Dermatologia dell’ospedale “Fabrizio Spaziani” di Frosinone.
Le visite si terranno nella palazzina Q, al terzo piano della struttura ospedaliera.
I posti disponibili sono complessivamente 120. Considerato il numero limitato di accessi, sarà importante rispettare le modalità e i tempi indicati dall’azienda sanitaria per richiedere la prenotazione.
Come prenotare lo screening gratuito
Le prenotazioni saranno aperte esclusivamente domenica 18 ottobre 2026, dalle ore 9 alle 11.
Per richiedere un appuntamento sarà necessario inviare un’e-mail all’indirizzo:
ottobrerosadonna26@aslfrosinone.it
La ASL precisa che sarà accettata una sola prenotazione per ciascun indirizzo e-mail. È quindi consigliabile inviare la richiesta nella fascia oraria indicata, tenendo conto della disponibilità limitata a 120 posti.
La prevenzione passa anche dalla salute della pelle
Il melanoma cutaneo è una forma di tumore della pelle per la quale il riconoscimento precoce delle lesioni sospette può avere un ruolo importante. Prestare attenzione ai cambiamenti di forma, colore o dimensione dei nei e rivolgersi a uno specialista in caso di anomalie sono comportamenti utili per la tutela della salute.
Con questa iniziativa, la ASL di Frosinone rinnova il proprio impegno nella promozione della prevenzione e nell’offerta di occasioni di controllo accessibili alla popolazione.
Un appuntamento che unisce informazione, attenzione alla salute e sensibilizzazione, nel segno di Ottobre Rosa e dell’importanza di prendersi cura di sé.
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Melanoma, Mandalà (Imi): "Oggi più del 50% dei pazienti è vivo a dieci anni" Quotidiano Nazionale
Melanoma, Mandalà (Imi): "Oggi più del 50% dei pazienti è vivo a dieci anni" “Una decina di anni fa la sopravvivenza mediana dei pazienti con melanoma metastatico era di circa 6 mesi, oggi più del 50% dei pazienti è vivo a 10 anni dalla diagnosi, spesso senza malattia in e una buona percentuale dei pazienti senza una terapia”. A fare la differenza sono state due strategie adottate, “da una parte le terapie mirate sulla base della profilazione genomica e, dall'altra, l’immunoterapia”. Così Mario Mandalà, past president dell’Intergruppo melanoma italiano, intervenendo al congresso nazionale Imi di Bologna.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?3
57.8/100
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Radioterapia oncologica, alleato dei farmaci nella cura dei tumori Medico e paziente
L’evoluzione tecnologica e clinica della radioterapia oncologica e la rivoluzione farmacologica nella cura dei tumori, che si è verificata negli ultimi anni, richiedono un maggiore scambio informativo e operativo tra i due ambiti clinici.
Nel corso della 2a Consensus internazionale multidisciplinare sull’integrazione tra radioterapia e nuove terapie sistemiche nella cura dei tumori, che ha riunito a Firenze i massimi esperti del settore sono emerse alcune esigenze prioritarie: raccogliere dati sulla sicurezza a lungo termine dell’associazione tra radioterapia e nuovi farmaci; coinvolgere il radio-oncologo fin dalle fasi iniziali della progettazione dei trial, anche quando l’obiettivo è valutare un nuovo farmaco; considerare il diritto dei pazienti a ricevere informazioni chiare sui benefici e sui possibili effetti collaterali, partecipando attivamente alle decisioni sul proprio percorso di cura.
Come integrare al meglio farmaci e radioterapia
Secondo Lorenzo Livi, direttore SOD Radioterapia Oncologica, AOU Careggi di Firenze:
Radioterapia e farmaci sono ormai alleati nella cura di molti tumori ma i nuovi farmaci entrano nella pratica in tempi rapidi, mentre le evidenze scientifiche su come associarli alla radioterapia restano limitate.”
Gli esperti riuniti a Firenze hanno cercato di dare risposte a domande cruciali che ancora restano aperte: in che ordine e con quali tempi somministrare radioterapia e farmaci oncologici, quanto siano sicure le cure, quali effetti collaterali comportino, come interagiscano sul piano biologico e quali pazienti ne traggano davvero un vantaggio.
“L’oncologia di precisione ci mette a disposizione strumenti sempre più potenti e sta cambiando il modo di concepire la cura: le terapie non si sommano semplicemente, si integrano”, ha sottolineato Giuseppe Curigliano, direttore Divisione Sviluppo di nuovi farmaci, Istituto Europeo di Oncologia di Milano e presidente eletto della Società europea di oncologia medica (ESMo) – Condividere tra oncologi medici e radio-oncologi un linguaggio comune, con raccomandazioni pratiche, significa sapere come usare le combinazioni nella pratica di ogni giorno.”
I nuovi approcci al tumore della prostata
Nell’approccio tumore della prostata, in particolare, l’integrazione tra radioterapia e terapie sistemiche sta cambiando le possibilità di cura e con esse il ruolo del radio-oncologo. Le nuove terapie ormonali (ARPI, inibitori della via del recettore degli androgeni), associate alla terapia di deprivazione androgenica (ADT), si affiancano alla radioterapia con risultati sempre più importanti. Secondo Alison Tree, Radiation Oncologist del Royal Marsden Hospital di Londra:
La radioterapia è una componente fondamentale del trattamento con intento curativo e garantisce eccellenti risultati funzionali. Quando serve, la combinazione con la terapia sistemica rafforza ulteriormente la nostra capacità di ottenere la guarigione. Con la recente introduzione degli ARPI in associazione alla ADT, oggi possiamo guarire con una frequenza molto maggiore rispetto al passato, migliorando la sopravvivenza e la qualità di vita di molti uomini. È inoltre sempre più rilevante il ruolo della radioterapia nella malattia avanzata e metastatica, con l’obiettivo di prolungare la sopravvivenza e migliorare la qualità di vita.”
La malattia metastatica e i tumori testa-collo
È proprio sulla malattia metastatica che si concentra uno dei principali ambiti di approfondimento della Consensus, con particolare riferimento ai tumori della prostata e del rene. Secondo gli esperti, la radioterapia stereotassica – una tecnica ad altissima precisione, capace di somministrare dosi elevate direttamente su lesioni tumorali di piccole dimensioni – può trovare un impiego più ampio. Nei pazienti selezionati con un numero limitato di metastasi, infatti, non si limita a garantire il controllo locale della malattia, ma può integrarsi con le moderne terapie farmacologiche all’interno di una strategia di cura più articolata.
La radioterapia è un trattamento chiave anche per i tumori testa-collo: nel 35% dei casi diagnosticati in stadio iniziale può essere utilizzata come terapia curativa autonoma, in alternativa alla chirurgia (ad esempio, per tumori delle corde vocali o della tonsilla); in circa 6 casi su 10, in stadio localmente avanzato, viene impiegata da sola o in associazione alla chemioterapia per preservare l’organo, oppure come trattamento complementare dopo l’intervento chirurgico.
Le prospettive future
“Da numerosi studi clinici abbiamo appreso che combinare l’immunoterapia con la radioterapia, o con la chemio-radioterapia, in modo non selezionato, non porta benefici: servono combinazioni molto più mirate e con un razionale biologico favorevole”, afferma Kevin Harrington, Honorary Consultant Clinical Oncologist, The Royal Marsden NHS Foundation Trust e St. George’s Hospital, di Londra e aggiunge:
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?2
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Melanoma, Patuzzo (Imi): "chirurgia sempre meno invasiva e attenta qualità di vita" Adnkronos
L'approccio chirurgico al melanoma "è cambiato molto grazie all'avvento delle nuove terapie e anche alla tecnologia. È una chirurgia sempre meno invasiva e sempre più rispettosa della qualità di vita del paziente". Lo ha detto Roberto Patuzzo, consigliere dell'Intergruppo melanoma italiano, al 32esimo Congresso nazionale Imi a Bologna.
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Melanoma, Massi (Imi): "digitalizzazione è uno strumento chiave nella diagnosi" Adnkronos
"La digitalizzazione dei preparati è il primo importante passaggio che consente di applicare algoritmi di intelligenza artificiale. Oggi la biologia molecolare, la digital pathology e l'intelligenza artificiale offrono davvero opportunità senza precedenti". Così Daniela Massi, presidente Imi, all'apertura del 32esimo Congresso nazionale dell'Intergruppo melanoma italiano a Bologna ricorda anche l'importanza di rendere rimborsabili i "test Ngs per la diagnosi e la prognosi dei tumori melanocitari atipici".
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Linfodrenaggio, trattamenti di beauty oncology e attività fisica per accompagnare le donne con tumore al seno nel percorso di recupero e migliorare il benessere psicofisico dopo la diagnosi e le cure. (ANSA)
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Tumore al pancreas, nuovo farmaco: cosa sappiamo CalabriaMagnifica.it
L’EMA raccomanda il daraxonrasib. La terapia orale ha mostrato un aumento della sopravvivenza mediana nei pazienti con malattia metastatica già trattati. Ora si attende la decisione della Commissione europea.
Una nuova prospettiva per i pazienti con tumore al pancreas metastatico arriva dal daraxonrasib, un farmaco sperimentale in compresse che ha ottenuto una raccomandazione positiva dal comitato per i medicinali per uso umano dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA).
Secondo i risultati dello studio clinico RASolute 302, riportati da ANSA il 15 ottobre, la sopravvivenza mediana dei pazienti trattati con il farmaco è stata di 12,4 mesi, rispetto ai 6,7 mesi osservati con la chemioterapia di confronto. Il trattamento è destinato agli adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico la cui malattia è progredita dopo almeno una precedente terapia.
Come funziona il nuovo farmaco
Il daraxonrasib agisce sulle proteine della famiglia RAS, coinvolte nei meccanismi che regolano la crescita delle cellule tumorali. Il suo obiettivo è interferire con questi segnali e ostacolare la progressione della malattia.
I risultati rappresentano un passo avanti nella ricerca contro una neoplasia particolarmente difficile da trattare. È importante, tuttavia, precisare che il farmaco non costituisce una cura definitiva: il beneficio osservato riguarda la sopravvivenza mediana nel gruppo di pazienti studiato e non può essere automaticamente esteso a tutte le persone affette da tumore al pancreas.
Quando potrebbe arrivare in Italia
Il parere positivo dell’EMA non equivale ancora all’autorizzazione definitiva europea. La decisione spetta ora alla Commissione europea; successivamente dovranno essere affrontate le questioni relative all’accesso al trattamento, al prezzo e all’eventuale rimborsabilità in Italia.
La notizia riporta inoltre l’attenzione sulle difficoltà che incontrano i pazienti nell’accedere a terapie innovative. Per chi affronta una malattia avanzata, la disponibilità di nuove opzioni terapeutiche può essere importante, ma è essenziale che le informazioni sui benefici e sui limiti dei trattamenti siano comunicate con precisione.
La ricerca prosegue e il prossimo passaggio sarà capire quando e con quali modalità il daraxonrasib potrà essere reso disponibile ai pazienti europei.
Fonti: ANSA
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Ottobre Rosa, al via iniziative per la prevenzione del tumore al seno Toscana Notizie
L'assessora Monia Monni con Simona Dei
Una settimana di screening mammografici gratuiti, sedute aggiuntive anche con unità mobili e iniziative di informazione diffuse sul territorio. Dal 19 al 24 ottobre la Toscana rilancia il proprio impegno per la prevenzione del tumore al seno con “Dì di sì, Ottobre Rosa”, la campagna promossa dalla Regione in collaborazione con l’Istituto per lo Studio, la Prevenzione e la Rete Oncologica (Ispro), le Aziende sanitarie e le associazioni.
Le iniziative sono state presentate oggi alla stampa dall’assessora regionale alla Sanità e alle Politiche sociali, Monia Monni, e dalla direttrice di Ispro, Simona Dei, in occasione di un incontro che ha anticipato l’avvio della campagna. A seguire si è svolto, nell’auditorium dell’assessorato, un incontro informativo aperto alla cittadinanza sulla prevenzione oncologica e sui programmi di screening, a cura delle professioniste di Ispro. Per l’occasione è stato allestito anche un punto informativo.
La campagna “Dì di sì Ottobre Rosa” si rivolge in particolare alle donne tra i 45 e i 49 anni e tra i 70 e i 74 anni. In Toscana queste due fasce d’età sono già incluse nel programma regionale di screening mammografico dal 2016. L’obiettivo è rafforzare la partecipazione, in linea con le raccomandazioni europee e nazionali che promuovono l’estensione dello screening, e avvicinare l’adesione ai livelli già raggiunti tra le donne di 50-69 anni.
Le iniziative coinvolgeranno tutto il territorio regionale. Grazie alla rete di Ispro, delle Aziende sanitarie e delle associazioni sono previsti incontri, open day e momenti informativi per avvicinare sempre più donne alla prevenzione. Saranno inoltre organizzate sedute aggiuntive per facilitare l’accesso alla mammografia, anche attraverso veicoli mobili attrezzati.
Un apposito modulo online, disponibile sul sito didisi.ispro.toscana.it, consentirà alle donne interessate di entrare in contatto con il centro screening di riferimento e prenotare l’esame.
“Con Ottobre Rosa vogliamo ricordare a tutte le donne quanto sia importante non rimandare i controlli e, allo stesso tempo, rafforzare le opportunità concrete per accedere alla prevenzione”, ha evidenziato Monia Monni. “ Il messaggio che vogliamo dare va oltre questa settimana ed è un messaggio rivolto a tutte le donne che rientrano nella fasce di età dove lo screening è gratuito. Prendetevi del tempo, lo so che noi donne di tempo ne abbiamo sempre molto poco fra figli, famiglia, lavoro e i tanti impegni che affollano le nostre giornate ma, quando arriva la lettera da parte di Ispro, prendetela molto seriamente. Andate all'appuntamento: se la data non va bene la potete spostare, ma quel tempo è un tempo preziosissimo perché la diagnosi precoce può davvero salvarvi la vita”.
“Ottobre – sono parole di Simona Dei - è il mese della prevenzione oncologica e serve sempre rinforzare il messaggio perché gli obiettivi si raggiungono pensando sempre che abbiamo qualcosa da migliorare. Noi vogliamo aumentare l'attenzione delle persone nei confronti degli screening oncologici: Ottobre Rosa è di per sé il mese della prevenzione del tumore al seno, ma non c'è solo il tumore al seno, c'è il tumore alla cervice uterina, c'è il tumore del colon-retto e su ognuno dei tre Regione toscana insieme a tutto il livello nazionale ha delle campagne di screening estremamente attive”.
Lo screening in Toscana: oltre 270mila mammografie nel 2025
In Toscana il programma organizzato di screening mammografico è attivo da oltre trent’anni ed è coordinato da Ispro in collaborazione con le Aziende Usl Toscana Centro, Toscana Nord Ovest e Toscana Sud Est. Nato per le donne tra i 50 e i 69 anni, il programma è stato progressivamente esteso, a partire dalla fine del 2016, anche alle fasce più giovani e più anziane.
I dati del 2025 mostrano una partecipazione significativa. Tra le donne di 50-69 anni sono state effettuate oltre 179mila mammografie, con un’adesione pari a circa sette donne ogni dieci invitate. Nella fascia 45-49 anni hanno partecipato poco più di 62mila donne, pari a sei su dieci, mentre tra le donne di 70-74 anni le adesioni sono state oltre 29mila. Per quest’ultima fascia, finora gli inviti sono stati rivolti alle donne che avevano già aderito allo screening prima dei 69 anni.
L’obiettivo della Regione è aumentare ulteriormente la partecipazione nelle fasce 45-49 e 70-74 anni, avvicinandola ai livelli raggiunti tra le donne di 50-69 anni. Il protocollo regionale prevede una mammografia ogni anno per le donne tra i 45 e i 49 anni e ogni due anni per quelle dai 50 anni in su, nell’ambito delle fasce interessate dal programma.
Prevenzione e diagnosi precoce, una sfida per la salute pubblica
Il tumore della mammella è la neoplasia più frequentemente diagnosticata tra le donne. In Italia si stimano ogni anno circa 56mila-60mila nuovi casi. I progressi nella diagnosi e nei trattamenti hanno migliorato le prospettive di cura: la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è oggi intorno all’86 per cento.
La diagnosi precoce rimane uno degli strumenti fondamentali per ridurre l’impatto della malattia. Con “Dì di sì, Ottobre Rosa”, la Regione Toscana rinnova l’invito a partecipare ai programmi di screening e a non rimandare gli appuntamenti dedicati alla propria salute. Un gesto semplice, sostenuto da una rete pubblica di professionisti e servizi, che contribuisce a rendere la prevenzione un’opportunità concreta per tutte le donne.
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Di Giacomo (Imi): "Ricerca su melanoma per nuove strategie di cura in resistenti" La Gazzetta del Mezzogiorno
Roma, 16 ott. (Adnkronos Salute) - "La ricerca, in questo momento, si sta focalizzando su un aspetto importante: comprendere quei meccanismi che rendono i pazienti resistenti ai trattamenti che abbiamo a disposizione e identificare dei biomarcatori che ci aiutino effettivamente a selezionare meglio i pazienti e risparmiare tossicità inutili ai pazienti che non ne avranno benefici. Un altro aspetto assolutamente importante riguarda l'innovazione terapeutica, cioè identificare nuove strategie terapeutiche di combinazione per aumentare quella quota di pazienti effettivamente lungosopravviventi e potenzialmente guariti dai nostri trattamenti". Così Anna Maria Di Giacomo, consigliere dell’Intergruppo melanoma italiano (Imi), intervenendo oggi a Bologna al Congresso nazionale Imi, in corso fino al 18 ottobre.
"La ricerca, all'interno di Imi, che è un gruppo caratterizzato da una grande multidisciplinarità - spiega Di Giacomo - ha l'obiettivo di proporre studi anche con trattamenti innovativi, in particolare, in pazienti più complessi, in cui abbiamo decisamente più necessità di avere un trattamento migliore. La ricerca nel melanoma ha consentito negli ultimi vent'anni di migliorare la sopravvivenza dei nostri pazienti: più del 50% diventano lungosopravviventi, cioè dopo un trattamento sono vivi a 10 anni e in molti casi liberi da malattia e non ricevono trattamenti. L'altro 50% di pazienti, purtroppo, non risponde o diventa resistente. La ricerca indipendente ha l’obiettivo di raccogliere dati relativi alla real life che ci portino a migliorare anche l'utilizzo dei farmaci dopo la loro approvazione. Diventa quindi molto importante anche raccogliere dati relativi alla qualità di vita perché - puntualizza - le nostre terapie migliorano la sopravvivenza, migliorano l'outcome, ma impattano anche in modo molto positivo sulla qualità di vita. I pazienti affetti da melanoma sono spesso più giovani: garantire non soltanto una sopravvivenza a lungo termine, ma una qualità di vita eccellente è un obiettivo assolutamente importante della nostra ricerca".
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Melanoma, Massi (Imi): "Digitalizzazione e Ai per diagnosi sempre più accurate" La Gazzetta del Mezzogiorno
Roma, 16 ott. (Adnkronos Salute) - Il congresso "è per noi l'occasione di confrontarci in ottica multidisciplinare sulle principali sfide nella prevenzione, nella diagnosi, nei nuovi trattamenti. Abbiamo bisogno di focalizzare l'attenzione su come riuscire a diffondere la digitalizzazione come strumento chiave nella diagnosi" del melanoma. "La digitalizzazione dei preparati è il primo importante passaggio che consente di applicare algoritmi di intelligenza artificiale". Così Daniela Massi, presidente Imi, all'apertura del 32esimo Congresso nazionale dell'Intergruppo melanoma italiano, oggi a Bologna. Personalizzare la prevenzione e i trattamenti, rafforzare la collaborazione tra specialisti e rendere accessibili le nuove tecnologie diagnostiche sono i temi principali dell'evento che riunisce per 3 giorni gli esperti della neoplasia cutanea.
"L'obiettivo - spiega Massi - è lavorare in sinergia con le altre società scientifiche e coinvolgere anche le associazioni dei pazienti, per poter dare dei contributi utili per le nostre istituzioni e costruire insieme il futuro della lotta al melanoma. La sfida - sottolinea - non è soltanto tecnologica, ma riguarda anche la sostenibilità, l’organizzazione e la cultura sanitaria".
"È fondamentale che vi sia una rimborsabilità e quindi un inserimento nel nomenclatore tariffario dei test Ngs anche per la diagnosi e la prognosi dei tumori melanocitari atipici". I test Ngs, Next Generation Sequencing "consentono di identificare alterazioni genetiche rilevanti per orientare le scelte terapeutiche - spiega - La loro applicazione, tuttavia, non riguarda soltanto l'impiego a fine predittivo, cioè per stratificare i pazienti in un'ottica di trattamento, ma può contribuire anche a chiarire i casi diagnostici più complessi".
La richiesta, inoltrata da Imi al ministero della Salute, si inserisce nel più ampio confronto sull'introduzione delle nuove tecnologie in sanità e sulla loro sostenibilità, insieme alla digitalizzazione dei preparati anatomopatologici e all'applicazione degli algoritmi di intelligenza artificiale. L'obiettivo è favorire diagnosi più accurate e percorsi terapeutici sempre più personalizzati, garantendo ai pazienti l'accesso agli strumenti innovativi.
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Criteri Critici
Tra il Vaticano e l'ospedale c'è una vicinanza storica, istituzionale e fisica
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Nel 1996, recitando l’Angelus dalla finestra del Policlinico Gemelli di Roma dove era ricoverato, papa Giovanni Paolo II definì quell’ospedale «il Vaticano numero tre», dopo San Pietro e Castel Gandolfo, la storica residenza estiva del papa. Scherzò in questo modo sul lungo tempo che aveva trascorso lì tra operazioni e ricoveri, ma anche sullo storico e profondo legame che unisce le due istituzioni.
Al contrario di come molti credono, il Vaticano non è direttamente coinvolto nella proprietà o nella dirigenza del policlinico. Ha avuto però un ruolo importante nella sua fondazione. Nel 1934 papa Pio XI mise a disposizione dell’istituto Giuseppe Toniolo (l’ente fondatore dell’università Cattolica) un terreno a Monte Mario, nella parte nord-ovest di Roma, per costruire la facoltà di medicina dell’ateneo e il policlinico annesso.
L’università Cattolica è un ateneo privato regolato dalle leggi dello stato italiano che però conserva uno strettissimo legame con il Vaticano, visto che all’interno del suo consiglio di amministrazione viene sempre nominato un rappresentante della Santa Sede. Nel 2015 l’università creò insieme all’istituto Giuseppe Toniolo la fondazione che oggi gestisce il policlinico.
Il Gemelli fu fondato ufficialmente nel 1964, durante il pontificato di papa Paolo VI. La storia dei ricoveri dei pontefici iniziò però con Karol Wojtyla, papa col nome di Giovanni Paolo II, al quale nel 2009 fu dedicata una statua nel piazzale dell’ospedale. Prima di allora i pontefici venivano visitati ed eventualmente operati nelle sale della loro residenza, il Palazzo Apostolico, appositamente allestite.
Wojtyla venne operato d’urgenza al Gemelli il 13 maggio del 1981, dopo essere stato vittima di un attentato. Quel pomeriggio, mentre attraversava il piazzale davanti a San Pietro sulla papamobile, venne ferito all’addome da due proiettili esplosi a pochissima distanza da Mehmet Ali Ağca, un 23enne turco membro di un’organizzazione terroristica. L’operazione chirurgica durò più di cinque ore e si concluse con successo. Convinto di essersi salvato anche grazie all’intervento della Madonna di Fatima, l’anno successivo Wojtyla portò in dono al suo santuario, in Portogallo, uno dei proiettili estratti dal corpo, che fu incastonato nella corona della statua della Madonna.
Con la degenza di Wojtyla cominciò anche la tradizione di riservare, quando necessario, il decimo piano dell’edificio principale del Gemelli al papa. Qui si trova quello che molti giornali definiscono «l’appartamento papale». Più che un appartamento, è un’ala dell’ospedale riservata, dove si trova anche una cappella per pregare.
Al momento del ricovero di papa Leone XIV, che pochi giorni fa è stato operato per rimuovere un tumore al polmone, la parte del decimo piano solitamente destinata al papa era in ristrutturazione. Il pontefice è stato quindi ospitato in un altro reparto sullo stesso piano, che al momento è occupato solo da lui e dal suo entourage.
Giovanni Paolo II e Francesco recitarono anche gli Angelus – una preghiera che tradizionalmente il papa recita con i fedeli ogni domenica – mentre erano ricoverati al Gemelli, affacciandosi da una finestra del decimo piano e rivolgendosi ai fedeli che si erano riuniti nel piazzale sottostante. Anche Leone XIV ha in programma di farlo domenica, prima di tornare in Vaticano all’inizio della prossima settimana.
L’accesso all’area riservata al pontefice viene solitamente controllato dal personale della sicurezza del policlinico, dalla polizia di stato e dalla gendarmeria vaticana, il corpo di vigilanza dello stato pontificio.
Nicola Cerbino, addetto stampa del Policlinico Gemelli, dice che l’ospedale è diventato un punto di riferimento anche per gli standard di riservatezza e sicurezza che è in grado di fornire. «Quando arrivano in Italia presidenti o personalità politiche di rilevanza internazionale», spiega Cerbino «noi siamo sempre interessati dalla Farnesina o dalle ambasciate, nel caso avessero bisogno di rivolgersi a strutture ospedaliere italiane durante le loro visite di stato».
Dopo la volta dell’attentato Wojtyla fu ricoverato in totale una decina di volte al Policlinico Gemelli: tra le altre cose, per un’infezione, per un tumore benigno all’intestino, per un’appendicite, per una lussazione alla spalla dopo essere scivolato, per le conseguenze di un’influenza e per la frattura del femore dopo una caduta. Trascorse lì anche i suoi ultimi giorni di vita, prima di essere trasferito in Vaticano, dove morì.
Papa Benedetto XVI non fu mai curato al Gemelli, ma ci andò per visite istituzionali e quando vi fu ricoverato suo fratello maggiore, il prete Georg Ratzinger. Papa Francesco fu ricoverato al Gemelli quattro volte: l’ultimo ricovero durò cinque settimane, e un mese dopo essere stato dimesso, il 21 aprile 2025, il papa morì.
Nonostante il Gemelli venga spesso chiamato «l’ospedale del papa», i pontefici non sono tenuti a curarsi lì. Possono rivolgersi anche a strutture sanitarie diverse, a seconda delle necessità. Nel 2009 per esempio Benedetto XVI fu ricoverato all’ospedale Umberto Parini di Aosta per una frattura del polso destro che si provocò cadendo nella residenza nel paese valdostano di Les Combes. Nel 2019 invece papa Francesco fu operato per una cataratta all’ospedale Pio XI di Roma.
La scelta del Gemelli non dipende solo da una consuetudine storica e da una prossimità fisica, ma anche e soprattutto da una fiducia e stima professionale nel lavoro dei medici. Il policlinico infatti è considerato un ospedale d’eccellenza in Italia, sia per l’assistenza specialistica che per la ricerca scientifica, e occupa i primi posti nelle principali classifiche dei migliori ospedali italiani.
Un tempo il papa era curato da un medico personale chiamato archiatra pontificio. Ora invece è seguito dal dottore che dirige i servizi sanitari del Vaticano, che coordina una squadra di medici e infermieri e segue il pontefice nei suoi viaggi istituzionali. Attualmente questo ruolo è ricoperto dal dottor Luigi Carbone, ricercatore universitario dell’università Cattolica e dirigente responsabile del pronto soccorso dell’ospedale Isola Tiberina, a Roma. Quando il pontefice viene ricoverato, l’assistenza passa anche ai medici dell’ospedale, che vengono scelti tra i più competenti nell’ambito in cui serve intervenire o per la specifica operazione che bisogna fare.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Humanizing Health Awards 2026: la cura oltre il farmaco Medico e paziente
Giunto alla settima edizione il premio “Humanizing Health Awards”, promosso da Teva Italia, mette in evidenza aspetti della cura che vanno oltre le terapie farmacologiche e i protocolli assistenziali.
Le associazioni e fondazioni premiate nell’edizione 2026 hanno dato vita a progetti che rispondono a bisogni differenti: il sostegno ai caregiver familiari, il benessere e la riabilitazione di persone con patologie neuromuscolari e neurodegenerative, il benessere dei bambini in cura per patologie oncoematologiche, la cura degli anziani con demenza e Alzheimer e il supporto alle donne in terapia oncologica.
A Modena un progetto per il benessere dei bambini in cura per patologie oncoematologiche
L’ ASEOP ODV (Associazione Sostegno Ematologia Oncologia Pediatrica) di Modena è stata premiata per Sogni in Movimento, un percorso di terapia neuro-psicomotoria rivolto a circa 35 bambini tra 0 e 12 anni che, dopo lunghi e complessi percorsi terapeutici, hanno bisogno di uno spazio accogliente in cui rielaborare l’esperienza della malattia attraverso il corpo, il gioco e la relazione. L’intervento sostiene il recupero delle funzioni motorie e cognitive, e il benessere emotivo e relazionale.
A Brescia un percorso di riabilitazione con pet therapy
Un altro riconoscimento è andato a Fondazione Serena ETS di Brescia per il progetto Una zampa per NeMO che integra pet therapy e riabilitazione nel percorso di circa 160 pazienti con patologie neuromuscolari e neurodegenerative, con l’obiettivo di contrastare demotivazione, ansia e isolamento vissuti da bambini e ragazzi durante le lunghe degenze. Durante incontri di gruppo strutturati il cane agisce da mediatore relazionale non giudicante e favorisce benessere psicofisico, partecipazione attiva alle terapie, socializzazione e stimolazione motoria.
A Milano il giardino come cura per anziani con demenza e Alzheimer
La Fondazione Don Carlo Gnocchi ETS di Milano propone, presso il Centro Girola, Riappropriarsi degli spazi all’aperto, il giardino come cura. Il giardino si trasforma in uno spazio terapeutico per 126 ospiti del nucleo Alzheimer e della RSA. Il giardino terapeutico diventa uno spazio stabile di relazione e cura dove grazie al contatto con la natura, la stimolazione sensoriale e la socializzazione, i pazienti possano provare benessere psicofisico, ridurre agitazione e isolamento, e favorire la memoria emotiva.
A Firenze un supporto alle donne in terapia oncologica
Premiata anche la Fondazione Radioterapia Oncologica di Firenze per il progetto Bellezza che cura, realizzato insieme all’AOU Careggi di Firenze, per restituire dignità personale e benessere emotivo a 71 donne in terapia oncologica. Il progetto integra supporto socio-estetico (trucco correttivo), fornitura di protesi capillari e dispositivi clinici personalizzati, contribuendo a migliorare l’aderenza alle cure e la qualità della vita.
A Ravenna sostegno ai caregiver familiari
Premiata anche l’associazione Marinando Ravenna ODV per Venti di Sollievo, navigare oltre la cura. A circa 40 caregiver familiari di persone con disabilità, patologie croniche o oncologiche, vengono offerti momenti di evasione e supporto psicologico attraverso uscite in barca a vela. Alle attività in mare si affianca un servizio di assistenza domiciliare per la persona assistita, che rende possibile la partecipazione del caregiver.
L’importanza del territorio per cure più umane
Secondo Anna Carla Pozzi, segretario FIMMG Lombardia, intervenuta alla cerimonia di premiazione, i progetti premiati toccano da vicino la medicina di famiglia: sostegno ai caregiver, presa in carico degli anziani fragili, attenzione ai pazienti oncologici sono parte integrante dell’attività dei MMG, così come l’ascolto e la relazione di fiducia.
«Ritengo che la medicina generale, – spiega la dottoressa Pozzi – sia la base del Sistema Sanitario Nazionale proprio perché sta vicino ai pazienti, che si interfacciano con una persona di fiducia. Ma noi MMG attualmente siamo pochi, e oberati di lavoro -in molti casi arriviamo quasi a 2.000 assistiti. Sarebbe importante, per la medicina generale, che deve rimanere capillare sul territorio, avere la possibilità di ricorrere a personale dedicato per attività di segreteria e infermieristiche, che lavori insieme ai medici. Questo permetterebbe al medico di liberare il tempo occupato dalla burocrazia, e di potersi dedicare al proprio paziente. Il peso della burocrazia sottrae spazio alla clinica, e la clinica è fondamentale per l’umanizzazione delle cure. Anche tecnologia e intelligenza artificiale possono essere alleate preziose, se usate per liberare tempo, che il medico può dedicare alla relazione umana».
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
56.3/100
Punteggio Totale
B
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Criteri Critici
A volte inizia con un dolore alle ossa o come un forte mal di schiena. In alcuni malati compaiono fratture inspiegabili, problemi renali, infezioni. A rischio, in termini d’età, sono...
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A volte inizia con un dolore alle ossa o come un forte mal di schiena. In alcuni malati compaiono fratture inspiegabili, problemi renali, infezioni. A rischio, in termini d’età, sono soprattutto le persone over-65. Parliamo del mieloma multiplo, un tumore del sangue che colpisce le plasmacellule: globuli bianchi del midollo osseo che contribuiscono a combattere proprio le infezioni. Quando le plasmacellule sfuggono al controllo dell’organismo e si moltiplicano troppo velocemente possono dar luogo al mieloma, ed accumulandosi possono determinare danni agli organi e lesioni.
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Le neoplasie ematologiche
Il mieloma multiplo è al secondo posto fra le neoplasie ematologiche più frequenti dopo il linfoma non-Hodgkin ed è responsabile dell’1-2% di tutte le neoplasie e del 10- 15% dei tumori ematologici. La malattia colpisce soprattutto gli anziani, con un’età media alla diagnosi di circa 70 anni (solo il 2% dei pazienti ha meno di 40 anni); inoltre, è leggermente più diffuso negli uomini. Nel nostro Paese ogni anno si stimano circa 6590 nuovi casi di mieloma multiplo: rappresenta l’1,5% di tutti i tumori diagnosticati nella donna e l’1,6% di tutti i tumori diagnosticati nell’uomo.
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Terapie innovative
Negli ultimi anni, la disponibilità di nuovi farmaci più efficaci e sicuri ha portato a un miglioramento notevole dell’aspettativa di vita dei pazienti. Grazie alle terapie innovative, il tasso di sopravvivenza dai primi anni del 2000 a oggi è praticamente raddoppiato. Attualmente, sono allo studio diverse strategie immunoterapiche per la cura dei tumori ematologici: gli anticorpi monoclonali hanno rappresentato la prima forma di immunoterapia utilizzata nella pratica clinica per il trattamento del mieloma multiplo. Successivamente, la ricerca ha fatto progressi significativi, portando allo sviluppo di nuove soluzioni, tra cui i coniugati anticorpo-farmaco (ADC), gli anticorpi bispecifici e le cellule CAR-T.
Tra gli ADC l’Aifa, due settimane fa, ha approvato e reso disponibile anche in Italia belantamab mafodotin, sviluppato da Gsk, come terapia d’elezione del mieloma multiplo alla prima recidiva. Da meno di un anno, grazie a programmi d’accesso circa 400 pazienti, in quasi tutti i centri ematologici, stanno ricevendo il farmaco, cardine di due triplette terapeutiche: una che comprende bortezomib e desametasone, l’altra pomalidomide e desametasone. Le combinazioni sono state sperimentate in due studi clinici, rispettivamente il Dreamm 7 e il Dreamm 8, i cui risultati hanno portato prima al via libera europeo lo scorso anno e adesso quello italiano.
Efficacia confermata
I dati real life hanno confermato l’efficacia della terapia. Un ulteriore dato, sottolineato da Elena Zamagni, associato di Ematologia all’Università di Bologna e dirigente medico presso l’Irccs Sant’Orsola Malpighi, è come la vita in reparto vada oltre le rigidità dei protocolli: “Accertato che il cardine delle triplette è belantamab, le combinazioni vengono scelte e adattate in base alle caratteristiche della persona malata e della refrattarietà acquisita ai partner e della pregressa esposizione farmacologica. Belantamab mafodotin è inoltre un farmaco di facile gestione, può essere somministrato in regime di day hospital – l’infusione dura 30 minuti ogni 8-12 settimane proprio per la versatilità e adattamento della dose - senza la necessità di pre-medicazioni o ricoveri, rendendo il trattamento facilmente fruibile anche in reparti di ematologia meno strutturati”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Mandalà (Imi): "Oltre il 50% dei pazienti con melanoma vivo a 10 anni dalla diagnosi" La Gazzetta del Mezzogiorno
Roma, 16 ott. (Adnkronos Salute) - "Circa 10 anni fa la sopravvivenza mediana dei pazienti con melanoma metastatico era di circa 6 mesi; oggi più del 50% dei pazienti è vivo a 10 anni dalla diagnosi, spesso senza malattia e, in una buona percentuale dei casi, senza terapia". A fare la differenza sono state due strategie adottate, "da una parte le terapie mirate sulla base della profilazione genomica e, dall'altra, l'immunoterapia. Ma tante altre terapie sono all'orizzonte, anche vicino, tra cui le strategie vaccinali in combinazione con l'immunoterapia, le terapie cellulari e le terapie epigenetiche. Il melanoma, ancora una volta, rappresenta un archetipo di nuove terapie ed è la patologia su cui le nuove terapie vengono testate per essere estese anche ad altre patologie". Lo ha detto Mario Mandalà, past president dell'Intergruppo melanoma italiano, al Congresso nazionale Imi che si apre oggi a Bologna.
Queste nuove terapie, "nella loro complessità, ci hanno insegnato una volta di più l'importanza del rapporto tra medico e paziente - sottolinea Mandalà - La relazione tra medico e paziente è fondamentale sotto tanti punti di vista: per migliorare la compliance, i trattamenti e l'aderenza alle terapie; per poter affrontare meglio, ad esempio, le tossicità sia acute sia croniche; ma anche per poterci occupare, insieme ai nostri pazienti, dei problemi dei lungosopravviventi. Abbiamo una quota di pazienti, anche con malattia avanzata, che ormai guarisce: sono vivi a 10 anni e di loro ci dobbiamo occupare. Questo è molto importante soprattutto nella popolazione, ad esempio sotto i 40 anni, perché il melanoma è il terzo tumore solido per incidenza in questa fascia d’età. Dove c'è una prospettiva di vita molto lunga - chiarisce - occuparsi dei nostri pazienti non riguarda soltanto la terapia, ma anche gli effetti delle terapie e la possibilità di costruire una vita dopo la paura e dopo aver temuto di morire. Questa è una cosa che stiamo scoprendo con i nostri pazienti".