📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
45.9/100
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Criteri Critici
Una stanza per dare sollievo a chi affronta la cura: donati 13.500 euro alla Radioterapia di Varese La Provincia Di Varese
I fondi raccolti da Valbossa IN Rosa serviranno a creare un’area di accoglienza e relax per i pazienti in attesa dei trattamenti all’Ospedale di Circolo. L’ottava edizione della manifestazione sarà presentata il 15 settembre al Pirellone.
Tredicimilacinquecento euro raccolti attraverso camminate, incontri ed eventi di sensibilizzazione si trasformeranno in uno spazio pensato per offrire un po’ di sollievo a chi sta affrontando un percorso di cura. ASST Sette Laghi ha infatti accettato la donazione di IN Valbossa aps, l’associazione con sede ad Azzate che dal 2019 promuove Valbossa IN Rosa, manifestazione dedicata alla prevenzione e alla sensibilizzazione sul tumore al seno.
La somma sarà destinata alla realizzazione di una stanza di accoglienza e relax per i pazienti in attesa dei trattamenti nel reparto di Radioterapia dell’Ospedale di Circolo di Varese.
Una stanza nata dalla solidarietà
L’accettazione della donazione è stata formalizzata con una delibera firmata dal direttore generale di ASST Sette Laghi, Mauro Moreno, che ha espresso all’associazione la gratitudine della direzione aziendale per il sostegno al lavoro quotidiano del personale sanitario.
La nuova sala sarà progettata dall’ufficio tecnico di ASST Sette Laghi, sulla base delle indicazioni fornite dallo staff medico del reparto diretto da Italo Dell’Oca.
Terminata la progettazione, potranno quindi partire i lavori per trasformare lo spazio in un ambiente più accogliente e confortevole per le persone che devono attendere le sedute di radioterapia.
A ricordare l’origine del progetto sarà anche una targa, che verrà collocata nella stanza una volta conclusi i lavori e che indicherà come i fondi siano stati raccolti grazie alla precedente edizione di Valbossa IN Rosa.
Valbossa IN Rosa cresce e coinvolge 39 Comuni
La donazione arriva proprio mentre l’associazione presieduta da Adalisa Corbetta si prepara a presentare l’ottava edizione di Valbossa IN Rosa.
La presentazione ufficiale è prevista per il 15 settembre al Pirellone di Milano. L’edizione 2026 potrà contare sul patrocinio di Regione Lombardia, Provincia di Varese e 39 Comuni del territorio, cinque in più rispetto ai 34 dello scorso anno.
Nel 2026 hanno infatti aderito anche Brebbia, Castiglione Olona, Gavirate, Lonate Ceppino e Varano Borghi, confermando la progressiva crescita di una manifestazione nata nel 2019 nei dieci Comuni della Valbossa.
Dalle camminate alla prevenzione
Nel corso degli anni Valbossa IN Rosa ha ampliato progressivamente il proprio programma, coinvolgendo un numero sempre maggiore di realtà del territorio.
Il calendario comprende visite senologiche gratuite, camminate solidali, incontri ed eventi culturali, distribuiti nei mesi autunnali in diverse località della provincia di Varese.
Il filo conduttore resta quello che ha caratterizzato l’iniziativa fin dalla sua nascita: promuovere la prevenzione del tumore al seno attraverso la sensibilizzazione e la partecipazione della comunità.
Il calendario 2026 prenderà il via a Vedano Olona, con due appuntamenti ravvicinati. Sabato 5 settembre è in programma un torneo di burraco all’oratorio, mentre domenica 6 settembre si terrà la Camminata in Rosa, con ritrovo alle 16.30 al parco Spech e arrivo al parco Fara Forni.
Quando la solidarietà diventa concreta
La nuova stanza della Radioterapia rappresenta per l’associazione un esempio concreto di come la raccolta fondi possa tradursi in un aiuto tangibile per chi affronta le cure.
Non soltanto sensibilizzazione, dunque, ma anche un intervento destinato a migliorare l’esperienza quotidiana dei pazienti, attraverso un ambiente pensato per l’attesa e il relax.
Un risultato che, secondo IN Valbossa, rappresenta uno stimolo a continuare il percorso iniziato sette anni fa. Ora l’attenzione è rivolta alla nuova edizione della manifestazione, il cui programma completo sarà presentato nelle prossime settimane.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
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Criteri Critici
Cagliari in ansia: Yael Trepy ha rischiato di annegare ed è in terapia intensiva Ticinonline
CAGLIARI - Apprensione in casaCagliariper le condizioni diYael Trepy, giovane calciatore del club rossoblù ricoverato nel reparto di terapia intensiva dell’Ospedale Civile Santissima Annunziata di Sassari. A comunicare la notizia è stato lo stesso club che, al momento, non ha fornito dettagli sulle circostanze che hanno portato al ricovero del 20enne. Secondo quanto hanno appreso da alcuni siti d'informazione della vicina Penisola, Trepy avrebbe rischiato di annegare in una piscina a Porto Cervo. «Il Club è in costante contatto con la struttura sanitaria e con la famiglia del calciatore e segue con la massima attenzione l’evolversi delle sue condizioni», ha scritto la società, la quale ha scelto di non aggiungere ulteriori informazioni, chiedendo anche il rispetto della privacy della famiglia. «In questo momento ogni pensiero del Cagliari Calcio è rivolto a Yael e ai suoi familiari». Trepy aveva esordito in Serie A con la maglia dei sardi lo scorso gennaio, debuttando addirittura con un gol contro la Cremonese.
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Criteri Critici
ASL FOGGIA, SCREENING ONCOLOGICI OLTRE GLI OBIETTIVI MINISTERIALI: CRESCE L’ADESIONE ALLA PREVENZIONE Rete Gargano
L’ASL Foggia supera gli obiettivi fissati dal Ministero della Salute per i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) nei tre principali programmi di screening oncologico gratuiti: mammografia, screening della cervice uterina e ricerca del sangue occulto nelle feci per la prevenzione del tumore del colon retto.
I dati relativi alla popolazione target confermano il consolidamento delle attività di prevenzione e diagnosi precoce promosse dal Dipartimento di Prevenzione e dal Centro Screening aziendale, attraverso una rete di servizi distribuiti sul territorio e il supporto del Mammomobile e del Papmobile.
Screening mammografico
Per lo screening del carcinoma della mammella, rivolto alle donne tra i 50 e i 69 anni, l’obiettivo ministeriale di adesione è fissato al 40%. Nel 2025 l’ASL Foggia ha raggiunto un’adesione del 49%, a fronte di 33.056 inviti, con 1.430 casi positivi. Nel 2024 l’adesione era stata del 51,56%, su 38.560 inviti, con 1.429 casi positivi; nel 2023 si era attestata al 46,36%, su 31.441 inviti, con 1.675 casi positivi.
Screening della cervice uterina
Per la prevenzione del tumore della cervice uterina, rivolta alle donne tra i 25 e i 64 anni, il target ministeriale è pari al 45%. Nel 2025 l’adesione ha raggiunto il 48,05%, con 37.755 inviti e 1.433 casi positivi. Nel 2024 la percentuale era stata del 40,21%, su 39.621 inviti, con 1.227 casi positivi, mentre nel 2023 si era fermata al 34,89%, su 39.358 inviti, con 525 casi positivi.
Screening del colon retto
Per lo screening del tumore del colon retto, rivolto a uomini e donne tra i 50 e i 69 anni, l’obiettivo ministeriale è fissato al 20%. Nel 2025 l’adesione ha raggiunto il 21,2%, su 73.295 inviti, con 718 casi positivi. Nel 2024 la partecipazione si è attestata al 20,18%, su 72.981 inviti, con 850 casi positivi. Nel 2023 l’adesione era stata del 19,98%, su 75.258 inviti, con 1.232 casi positivi.
«La diagnosi precoce è uno strumento fondamentale per salvare la vita: gli screening consentono di individuare eventuali patologie nelle fasi iniziali, prima della comparsa dei sintomi, aumentando in modo significativo la possibilità di cura e migliorando la qualità di vita», sottolinea Giuseppina Moffa, direttrice del Dipartimento di Prevenzione – Servizio di Igiene e Sanità Pubblica dell’ASL Foggia. «Gli screening sono esami gratuiti e non invasivi che richiedono pochi minuti, ma che possono fare la differenza, garantendo un futuro di speranza e salute».
Un ruolo importante è svolto dalla presenza capillare dei servizi e dalle attività dei mezzi mobili dell’azienda sanitaria. «La presenza sul territorio dei due mezzi mobili dell’ASL Foggia e la collaborazione con istituzioni locali e realtà private sono elementi decisivi per ampliare la partecipazione ai programmi di screening», spiega Elvira Sparacia, coordinatrice degli Screening oncologici. «L’organizzazione condivisa delle tappe del Mammomobile e del Papmobile consente di raggiungere anche le aree periferiche, come i Monti Dauni e il Gargano, riducendo le diseguaglianze orografiche e favorendo l’accesso nei luoghi di vita, studio e lavoro».
Particolare attenzione è stata inoltre dedicata agli screening rivolti alla popolazione detenuta, agli agenti della Polizia penitenziaria e al personale della Casa Circondariale di Foggia, oltre che alle Forze dell’Ordine.
Per lo screening del colon retto, fondamentale è anche la collaborazione con la rete delle farmacie del territorio, coinvolte nella distribuzione e nel ritiro dei kit per la ricerca del sangue occulto nelle feci.
«Il report epidemiologico conferma che intercettare lesioni precancerose prima della comparsa dei sintomi consente interventi tempestivi, con cure meno invasive e maggiori possibilità di guarigione», sottolinea Giuseppe Stoppino, dirigente responsabile dell’Unità Operativa Semplice Dipartimentale di Endoscopia Digestiva dell’Ospedale di Cerignola e responsabile scientifico per lo screening del tumore del colon retto. «Aderire agli screening resta il più importante gesto di responsabilità verso se stessi e i propri cari».
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Criteri Critici
I fondi raccolti da Valbossa In Rosa diventano una sala relax in Radioterapia VareseNews
Tredicimilacinquecento euro raccolti tra camminate, incontri ed eventi diventeranno una stanza “che dà sollievo”. ASST Sette Laghi ha accettato la donazione diIN Valbossa aps, l’associazione con sede ad Azzate che organizza la manifestazione di sensibilizzazione sul tumore al senoValbossa IN Rosa, destinata alla realizzazione di un’area di accoglienza e relax per ipazienti in attesa dei trattamenti nel reparto di Radioterapia dell’Ospedale di Circolo di Varese. La delibera che formalizza l’accettazione è firmata dal direttore generale Mauro Moreno, che nella lettera inviata all’associazione ha ringraziato a nome della direzione aziendale per il sostegno al lavoro quotidiano di medici, infermieri e operatori del reparto diretto da Italo Dell’Oca. Ora la palla passa all’ufficio tecnico di ASST Sette Laghi, che dovrà progettare la sala seguendo le indicazioni dello staff medico prima di avviare i lavori. A opera conclusa, una targa ricorderà la provenienza dei fondi: la raccolta della scorsa edizione di Valbossa IN Rosa. L’annuncio arriva mentre l’associazione presieduta da Adalisa Corbetta si prepara allapresentazione dell’ottava edizione della manifestazione, che avrà luogo il 15 settembre al Pirellone di Milano.L’edizione 2026 avrà il patrocinio di Regione Lombardia, Provincia di Varese e di39 Comuni del territorio, cinque in più rispetto ai 34 dello scorso anno: si sono aggiunti Brebbia, Castiglione Olona, Gavirate, Lonate Ceppino e Varano Borghi. Un numero che misura la credibilità raggiunta dall’iniziativa sul territorio. Nata nel 2019 nei dieci comuni della Valbossa, la manifestazione si è allargata di anno in anno insieme alnumero delle iniziative in programma: visite senologiche gratuite, camminate solidali, incontri ed eventi culturali distribuiti nei mesi autunnali su gran parte della provincia di Varese. L’obiettivo resta lo stesso dal primo anno: laprevenzione del tumore al seno attraverso la sensibilizzazione del territorio. Il calendario si apre a Vedano Olona con due appuntamenti ravvicinati: sabato 5 settembre il torneo di burraco all’oratorio, domenica 6 settembre la Camminata in Rosa, con ritrovo alle 16.30 al parco Spech e arrivo al parco Fara Forni. Il traguardo raggiunto con l’ospedale di Varese conferma, secondo l’associazione, che i fondi raccolti negli anni si traducono in interventi concreti per chi affronta le cure. Un risultato che, spiegano da IN Valbossa, spinge a proseguire il lavoro avviato sette anni fa, in attesa di conoscere il programma completo della nuova edizione. Tutti gli eventi diagostoa Materia Via Confalonieri, 5 - Castronno
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
Natalia Paragoni ha un linfonodo, deve iniziare la chemioterapia chimagazine.it
Angela Capozzi Scegli Chimagazine su Google Segui Chimagazine su Whatsapp La lotta dell'influencer contro il linfoma di Hodgkin trova il supporto più dolce e incrollabile: la solidarietà di mamma e papà, che hanno deciso di rasarsi i capelli come lei
Preferisci ascoltare il riassunto audio?
In uno dei momenti più complessi della sua vita, Natalia Paragoni sta affrontando con coraggio la battaglia contro il linfoma di Hodgkin. Ma in questo difficile percorso non è sola: oltre al compagno Andrea Zelletta, ha al suo fianco due pilastri fondamentali, la madre e il padre. Proprio i genitori si sono resi protagonisti di un gesto di straordinaria solidarietà ed empatia, decidendo di rasarsi i capelli a zero per far sentire alla figlia tutto il loro appoggio pratico ed emotivo durante i cicli di chemioterapia.
Durante una rilassante vacanza di famiglia al fresco di Pragelato, sfuggendo al caldo di metà agosto, l'influencer ha condiviso alcuni scatti sui social. Nelle foto, Natalia appare radiosa con un look montano e la testa rasata, accompagnata dalle figlie Ginevra, di 3 anni, e la piccola Beatrice, nata a maggio. Sfogliando le immagini, emerge il dettaglio commovente: anche la madre sfoggia un taglio rasato in totale sintonia con lei, seguendo le orme del padre che si era già tagliato i capelli dopo il quinto ciclo di cure di Natalia.
La scoperta della malattia per Natalia è arrivata in un momento estremamente delicato: l'ottavo mese di gravidanza. La piccola Beatrice è nata in anticipo con un parto cesareo a 36 settimane e 3 giorni, permettendo così all'influencer di iniziare tempestivamente la chemioterapia.
Nonostante lo shock iniziale, la Paragoni ha mostrato fin da subito una forza d'animo invidiabile, affrontando la situazione con grande determinazione. Come ha lei stessa dichiarato all'inizio delle cure, il suo obiettivo è superare questo ostacolo a testa alta: «Non so ancora cosa mi aspetta, ma so che ce la devo fare e ce la farò. Per le mie bimbe. Per le persone che amo. Ma soprattutto per me».
Natalia Paragoni, il gesto del papà emoziona tutti: si rasa metà testa per sostenerla durante la chemioterapia
Articolo del 24 luglio 2026 - Natalia Paragoni continua ad affrontare con coraggio il percorso di cure contro il linfoma di Hodgkin e, nelle ultime ore, ha condiviso sui social un momento che ha profondamente colpito i suoi follower. L'influencer, 28 anni, ha pubblicato una foto del padre che ha deciso di rasarsi metà della testa per dimostrarle tutta la sua vicinanza durante la chemioterapia.
A corredo dello scatto, Natalia ha scritto una semplice ma significativa frase: «Amo la mia famiglia», raccontando così il sostegno costante che sta ricevendo dai suoi cari in questo periodo particolarmente delicato.
L'influencer aveva già aggiornato la sua community spiegando di aver affrontato la quinta seduta su otto di chemioterapia, condividendo anche un messaggio ironico nel gruppo di famiglia: «Pov: quando scrivo sul gruppo famiglia che oggi ho fatto la 5/8 chemio». Nonostante le difficoltà, Natalia aveva raccontato che i primi controlli hanno dato risultati incoraggianti e che la malattia sta rispondendo positivamente alle cure.
Fin dall'annuncio della diagnosi, arrivata poco dopo la nascita della sua seconda figlia, Paragoni ha scelto di raccontare senza filtri il suo percorso, trasformando la sua esperienza in un messaggio di forza e speranza per chi sta vivendo situazioni simili.
Il momento più difficile di Natalia Paragoni
Articolo del 5 giugno 2026 - Un momento che doveva essere solo di pura e dolce attesa si è trasformato improvvisamente nella sfida più grande della sua vita. Natalia Paragoni ha commosso e stretto il cuore del web con un doloroso ma coraggioso sfogo social, rivelando il dramma vissuto nell'ultimo periodo della gestazione.
«Ero incinta all’ottavo mese, dentro di me cresceva la piccola Beatrice e io avrei dovuto pensare solo alla sua nascita. Invece, una notizia inaspettata ha trasformato quel periodo di attesa e felicità in un tempo di paura, domande e incertezza», ha confessato l'ex corteggiatrice, aprendo il suo cuore ai follower. La diagnosi è arrivata come un fulmine a ciel sereno: «Mi è stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin e, dopo aver dato alla luce Beatrice, ho iniziato il percorso di chemioterapia».
Un contrasto straziante tra la gioia della vita che nasce e l'ombra della malattia: «In questo mese ho provato dolore, paura e ho pianto tantissimo, quando invece avrei dovuto solo gioire». Ma la determinazione di una madre sa andare oltre ogni barriera, e Natalia è pronta a lottare con le unghie e con i denti: «Adesso dovrò affrontare un nuovo viaggio. Non so ancora cosa mi aspetta, ma so che ce la devo fare e ce la farò. Per le mie bimbe. Per le persone che amo. Ma soprattutto per me».
Natalia Paragoni: «Ho un linfonodo di quattro centimetri». La paurosa scoperta in dolce attesa
Articolo del 20 aprile 2026 - Momenti di preoccupazione per Natalia Paragoni, che ha scelto di condividere con i follower un passaggio delicato della sua gravidanza. L’influencer, attualmente in attesa del secondo figlio con Andrea Zelletta, ha raccontato di essersi sottoposta a una biopsia al collo dopo la comparsa di un rigonfiamento che ha destato immediata attenzione medica.
L’ex volto di Uomini e Donne ha spiegato sui social il motivo della sua assenza negli ultimi giorni, chiarendo che tutto è iniziato circa un mese fa con la comparsa di un bozzo sul collo. Una situazione che ha inevitabilmente generato ansia, soprattutto in un periodo così delicato della sua vita.
La scoperta del linfonodo e la frase che preoccupa
Attraverso le sue Instagram stories, Natalia Paragoni ha voluto spiegare con trasparenza quanto accaduto, partendo dai primi segnali fisici: «È uscito questo bozzo, una palla sul collo». Dopo un’ecografia effettuata la scorsa settimana, è arrivata la diagnosi preliminare: un linfonodo ingrossato di circa 4 centimetri.
La stessa influencer ha poi chiarito il passaggio successivo, ovvero la necessità del prelievo di tessuto: «Ho un linfonodo di 4 centimetri». La scelta è stata chiara: procedere con una biopsia per capire esattamente la natura del problema. «Ho chiesto il parere sia al ginecologo sia al dottore che mi ha fatto l’ecografia, mi hanno detto che non ci sono rischi per la bimba. Pensavo si dovesse tagliare, invece è stato tutto più semplice», ha spiegato.
Un passaggio fondamentale, soprattutto quando si tratta di distinguere tra condizioni benigne e situazioni più complesse. E così, mentre il suo corpo cambia per accogliere una nuova vita, Natalia Paragoni si è trovata a gestire una doppia dimensione emotiva: da una parte la gioia della gravidanza, dall’altra la paura di una diagnosi ancora da definire.
L’ansia prima dell’esame: «Non ho dormito nulla»
Il momento della biopsia non è stato semplice. Natalia Paragoni ha raccontato anche il lato più emotivo della vicenda: «Stanotte non ho dormito nulla, ero in panico totale». Una confessione che ha evidenziato tutta la fragilità vissuta nelle ore precedenti all’intervento.
L’esame è stato effettuato in mattinata e ora si attende circa dieci giorni per avere l’esito degli esami istologici, fondamentali per comprendere l’origine del linfonodo infiammato. La biopsia al linfonodo, infatti, è un esame diagnostico cruciale in casi come questo. I linfonodi, piccole ghiandole del sistema immunitario, possono aumentare di volume per diverse ragioni: infezioni, infiammazioni o, più raramente, patologie più serie. Quando però raggiungono dimensioni significative, come nel caso raccontato dall’influencer, diventa necessario approfondire con esami più accurati.
Attesa dei risultati e gravidanza sotto controllo
La coppia formata da Natalia Paragoni e Andrea Zelletta, storica protagonista del dating show di Maria De Filippi, aveva annunciato la seconda gravidanza lo scorso dicembre. I due sono già genitori della piccola Ginevra, nata nel 2023. Lo scorso gennaio lei aveva anche raccontato di aver avuto in seguito un aborto spontaneo. Poi la nuova gravidanza e ora, mentre la data del parto si avvicina (prevista per la fine di maggio), l’influencer si trova a vivere un momento di attesa e cautela, cercando di mantenere la calma in una fase già emotivamente intensa.
Per il momento, Natalia Paragoni è tornata a casa e continua la sua gestazione monitorando la situazione, tra speranza, controllo medico e il sostegno costante dei fan che le hanno dimostrato grande vicinanza.
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Carcinoma midollare della tiroide: studio del Papa Giovanni XXIII valuterà una nuova terapia mirata OMaR – Osservatorio Malattie Rare
Carcinoma midollare della tiroide
Carcinoma midollare della tiroide: studio del Papa Giovanni XXIII valuterà una nuova terapia mirata
Il progetto CETRA-MTC ha ottenuto più di 800.000 euro di finanziamento nell'ambito del Bando AIFA per la ricerca indipendente sulle malattie rare
L'ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo si è classificata al primo posto nella graduatoria nazionale del “Bando AIFA Ricerca Indipendente 2025 – Malattie rare”, ottenendo un finanziamento di 841.740 euro per il progetto CETRA-MTC che punta a una nuova strategia di medicina di precisione per il carcinoma midollare della tiroide, una rara forma di tumore endocrino che può diffondersi ad altri organi.
Il carcinoma midollare della tiroide ha un’incidenza di 0,1-0,5 casi ogni 100.000 abitanti e rappresenta il 5-10% di tutti i carcinomi tiroidei. Nella maggior parte dei casi si manifesta con un nodulo tiroideo. Al momento della diagnosi, in circa la metà dei casi, sono presenti metastasi linfonodali nella regione del collo e più raramente metastasi a distanza al fegato, ai polmoni e alle ossa. Il trattamento di riferimento è la tiroidectomia totale associata, quando necessario, allo svuotamento dei linfonodi del collo. Nei pazienti con malattia persistente o avanzata, le opzioni terapeutiche rimangono però limitate.
Lo studio CETRA-MTC nasce con l'obiettivo di valutare una nuova strategia di medicina di precisione basata su un radiofarmaco a bersaglio molecolare, sviluppato specificamente per riconoscere le cellule del carcinoma midollare della tiroide. Una volta individuate le cellule tumorali, il radiofarmaco è in grado di veicolare selettivamente la radiazione direttamente al tumore, limitando l'esposizione dei tessuti sani. Si tratta di un approccio altamente innovativo che sfrutta i principi della “teranostica” (o “teragnostica”), l’approccio medico che integra diagnosi e terapia personalizzata in un unico percorso di cura. Lo studio punta a verificare se questa strategia possa migliorare il controllo della malattia, aumentare l'efficacia del trattamento nei pazienti con malattia residua o metastatica, ridurre il ricorso a terapie più invasive o gravate da maggiori effetti collaterali e contribuire, in ultima analisi, a migliorare la qualità di vita dei pazienti.
La selezione dei pazienti che possono beneficiare di questo trattamento si avvale di un tomografo a PET/CT che permette di definire la presenza della malattia e individuare le cellule-bersaglio del radiofarmaco, offrendo inoltre immagini di elevata qualità in tempi significativamente più brevi e con una minore esposizione radiologica.
Lo studio è coordinato, come principal investigator, dalla prof.ssa Paola Anna Erba, Direttore della Medicina Nucleare dell’ASST Papa Giovanni XXIII e professore associato di Medicina Nucleare dell'Università Milano-Bicocca, insieme alla co-sperimentatrice Silvia Ippolito, delle Malattie Endocrine – Diabetologia diretta dal prof. Roberto Trevisan, e alla partecipazione dell’Oncologia diretta dal prof. Alberto Zambelli. Fondamentale è il contributo dell'Università degli Studi Milano-Bicocca, partner strategico nello sviluppo delle attività di ricerca, innovazione e formazione dell'ospedale. Il progetto assumerà una dimensione nazionale attraverso il coinvolgimento di altri centri, con l’obiettivo di ottenere solide evidenze scientifiche per questa malattia rara.
“Vincere un bando nazionale AIFA Ricerca Indipendente rappresenta un importante riconoscimento della qualità della ricerca che sviluppiamo ogni giorno nel nostro ospedale”, commenta la prof.ssa Paola Anna Erba. “Ma, soprattutto, significa offrire ai pazienti affetti da malattie rare una concreta opportunità di accedere a percorsi diagnostici più accurati e a terapie sempre più innovative. Questo risultato dimostra che la ricerca nasce dal lavoro di una comunità di professionisti che condivide competenze, idee e responsabilità. È grazie alla collaborazione tra medici, ricercatori, infermieri, tecnici e a un modello di ospedale universitario in cui assistenza, ricerca e formazione si rafforzano reciprocamente che possiamo trasformare l'innovazione scientifica in un beneficio concreto per i pazienti.”
Il progetto nasce dalla consolidata esperienza di collaborazione multidisciplinare tra gli specialisti dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Medicina Nucleare, Malattie Endocrine, Oncologia, Radiologia e Radiologia Interventistica, Radioterapia e delle altre discipline specialistiche, che operano attraverso percorsi condivisi e una costante discussione collegiale dei casi clinici per offrire ai pazienti cure sempre più personalizzate.
“Questo risultato conferma la capacità dell'ospedale di sviluppare ricerca clinica indipendente ad alto impatto e di trasformare l'innovazione scientifica in nuove opportunità di cura per i pazienti”, afferma Francesco Locati, Direttore generale dell’ASST Papa Giovanni XXIII. “Con questo risultato il nostro Ospedale rafforza il suo ruolo nella ricerca clinica indipendente e conferma l’impegno nello sviluppo di un modello di centro ad alta specializzazione capace di coniugare assistenza, ricerca e formazione per offrire cure sempre più personalizzate, innovative e di elevata qualità.”
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
64.1/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Tumore della prostata, il “cuscinetto” che protegge il retto durante la radioterapia: un centimetro può fare la differenza Mondosanità
L’anatomia, che siamo abituati a considerare immutabile, può essere corretta per il tempo necessario a una cura. È quanto hanno verificato alcuni ricercatori di Singapore introducendo uno spacer biodegradabile fra prostata e retto prima della radioterapia: pochi millimetri di materiale, destinato poi a essere riassorbito dall’organismo, allontanano la parete rettale dai fasci diretti contro il tumore e potrebbero così ridurre diarrea, sanguinamento e proctite. La tecnica non è nuova; sorprendente è invece il suo impiego nei carcinomi prostatici localmente avanzati, nei quali proprio lo spazio disponibile può essere stato alterato dalla malattia.
Lo studio, pubblicato il 16 agosto su Scientific Reports, ha seguito prospetticamente 181 uomini sottoposti a radioterapia esterna. Di questi, 119 presentavano un tumore cT1c-cT2, dunque ancora confinato alla prostata, mentre 62 avevano una neoplasia cT3a o cT3b, vale a dire estesa oltre la ghiandola o fino alle vescicole seminali. È questo il punto delicato: quando il tumore supera il suo territorio originario, inserire un materiale nel piano anatomico fra prostata e retto può diventare assai più complesso.
Prima dell’irradiazione, attraverso il perineo, veniva collocato uno dei due dispositivi esaminati, formato da idrogel di polietilenglicole oppure da acido ialuronico. Entrambi svolgono la medesima funzione meccanica: creano una separazione temporanea fra i due organi. Per intenderci, è come inserire un sottile distanziatore fra due fili che corrono quasi a contatto; il fascio continua a seguire il primo, ma diminuisce la probabilità che la sua energia raggiunga anche il secondo. Ecco il perché.
Negli uomini con malattia cT3, dopo la procedura, la distanza ottenuta era di circa un centimetro nella parte centrale della prostata, di 0,94 centimetri alla base e di poco più di mezzo centimetro all’apice. Misure che, sulla carta, possono apparire modeste. Ma la radioterapia lavora precisamente su questa scala: quanto più la parete rettale viene spostata dal bersaglio, tanto minore è la dose che può investirla accidentalmente, pur consentendo di colpire il tumore con l’intensità necessaria.
I risultati più rassicuranti riguardano la sicurezza. Nessuno dei pazienti — né quelli con tumore localizzato né quelli con malattia cT3 — ha sviluppato una tossicità gastrointestinale grave di grado 3 o superiore; non sono state inoltre osservate lesioni della mucosa rettale o infezioni attribuibili alla procedura. Fra i pazienti cT3, gli effetti gastrointestinali precoci lievi o moderati hanno interessato il 12,9 per cento degli uomini, contro il 5 per cento del gruppo con tumore meno avanzato, ma la differenza non ha raggiunto la significatività statistica, cioè non è risultata abbastanza solida da escludere il ruolo del caso.
Anche gli eventi tardivi sono stati poco frequenti: 4,3 per cento nei cT3, contro l’1,1 per cento negli altri pazienti. Da notare che molti degli uomini con malattia più avanzata avevano ricevuto dosi radioterapiche superiori. La ritenzione urinaria temporanea comparsa dopo l’inserimento dello spacer ha riguardato il 17,7 per cento dei cT3 e il 13,4 per cento degli altri; in nessun caso, tuttavia, il disturbo è persistito oltre due settimane.
La tecnica disponeva già di prove importanti nei carcinomi confinati alla prostata. In uno studio randomizzato su 222 uomini, la riduzione della dose assorbita dal retto si era mantenuta nel tempo e, dopo tre anni, un peggioramento clinicamente significativo della qualità di vita intestinale era stato registrato nel 14 per cento dei pazienti trattati con spacer, contro il 41 per cento di quelli che non lo avevano ricevuto. Per i tumori cT3, al contrario, le informazioni erano assai più scarse: l’estensione della neoplasia può infatti coinvolgere o deformare proprio il passaggio nel quale il materiale deve essere collocato.
Il nuovo lavoro indica che anche in queste condizioni si può ottenere una separazione adeguata e, almeno nel breve periodo, non rivela segnali importanti di pericolo. A scanso di equivoci, non è ancora una risposta definitiva: il follow-up mediano è stato di appena otto mesi, un intervallo insufficiente per valutare con certezza sia le complicazioni tardive sia il controllo oncologico nel lungo termine. Resta dunque da vedere se il vantaggio resisterà alla prova del tempo. Per ora, nella geometria millimetrica della radioterapia, quel centimetro conquistato appare tutt’altro che trascurabile.
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Wang K, Ye C, Kesavan A, et al. Safety and efficacy of rectal spacers in locally advanced prostate cancer. Scientific Reports. Pubblicato il 16 agosto 2026. DOI: 10.1038/s41598-026-66499-w.
Link alla pubblicazione
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?5
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
58.1/100
Punteggio Totale
B
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✅
Criteri Critici
Tumori, non conta solo l’età anagrafica: perché l’età biologica può cambiare prevenzione e cure Mondosanità
Ridurre i trattamenti quando non sono necessari, rendere le cure sempre più mirate e comprendere il ruolo dell’invecchiamento biologico nello sviluppo dei tumori. Sono queste alcune delle principali direttrici che guideranno i finanziamenti previsti dal nuovo bando per la promozione e la valorizzazione della ricerca istituzionale della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano nel prossimo triennio, presentate in occasione della Giornata delle Ricercatrici e dei Ricercatori da Tiziana Triulzi, ricercatrice del Dipartimento di Oncologia Sperimentale e coordinatrice di una delle linee di ricerca istituzionale. Le aree individuate sono il risultato di una consultazione multidisciplinare tra gli otto coordinatori delle linee di ricerca dell’Istituto, il Direttore Scientifico e un gruppo di clinici dell’Istituto. L’obiettivo è stato identificare temi di forte rilevanza scientifica e clinica, sui quali esista un reale bisogno di conoscenza e che possano essere sviluppati valorizzando le competenze presenti all’interno della Fondazione.
Personalizzare le cure, evitando il superfluo
Una delle aree strategiche concerne l’escalation e la de-escalation degli interventi terapeutici. Il tema non riguarda soltanto i farmaci, ma più in generale tutti gli approcci utilizzati nella cura oncologica, dalla chirurgia ai trattamenti sistemici. L’obiettivo è individuare con sempre maggiore precisione quali pazienti possano beneficiare di percorsi terapeutici più intensivi e quali, invece, possano ottenere gli stessi risultati con interventi meno invasivi o meno gravosi, riducendo gli effetti avversi e preservando la qualità di vita senza compromettere l’efficacia delle cure. Tali strategie saranno declinate in specifici ambiti di applicazione, tra cui la preservazione dell’organo o della sua funzionalità dopo i trattamenti neoadiuvanti, la diagnosi precoce e l’identificazione dei pazienti a maggior rischio di recidiva, nelle neoplasie caratterizzate da cattiva prognosi. La finalità è offrire strumenti sempre più accurati per personalizzare il percorso di cura e migliorare gli esiti clinici proprio nei pazienti che presentano le maggiori criticità.
L’età biologica come nuova chiave di lettura
La seconda grande area di sviluppo riguarda il rapporto tra invecchiamento, infiammazione e cancro. L’approccio proposto dall’Istituto si concentra però nell’analisi del ruolo dell’età biologica, piuttosto che l’età anagrafica del paziente. Sempre più evidenze scientifiche dimostrano, infatti, che persone della stessa età anagrafica possono presentare profili biologici molto diversi, influenzati da fattori genetici, ambientali e legati agli stili di vita. Questo stato biologico complessivo, che riflette il livello di salute di tessuti e organi, può influenzare sia il rischio di sviluppare un tumore sia la risposta ai trattamenti. Un elemento particolarmente interessante è che l’età biologica risulta influenzata dall’esposizione a numerosi fattori esterni - il cosiddetto esposoma - che comprende per esempio abitudini di vita, alimentazione, inquinamento e esposizione a farmaci. Una migliore conoscenza di questi meccanismi potrebbe aprire nuove prospettive sia nella prevenzione sia nella cura delle malattie oncologiche.
Dall’immunoterapia ai tumori che insorgono sempre più precocemente
Tra le applicazioni più promettenti di questa linea di ricerca vi è lo studio del rapporto tra invecchiamento del sistema immunitario e risposta all’immunoterapia, uno dei trattamenti che negli ultimi anni ha modificato profondamente la storia naturale di numerose neoplasie. L’obiettivo è comprendere se le caratteristiche biologiche del sistema immunitario possano contribuire a spiegare perché alcuni pazienti rispondano meglio di altri a queste terapie e come sia possibile ottimizzarne ulteriormente l’utilizzo. Un secondo filone riguarda invece il fenomeno dei tumori a insorgenza precoce. In diverse patologie oncologiche si osserva un aumento dell’incidenza in fasce di età più giovani rispetto a quanto rilevato in passato. Approfondire le cause di questa anticipazione rappresenta oggi una delle sfide più rilevanti della ricerca. Tra le ipotesi in studio vi è proprio il ruolo dell’età biologica e dei fattori ambientali che possono accelerare i processi di invecchiamento dell’organismo, creando condizioni favorevoli allo sviluppo della malattia anche in età relativamente giovane. Le nuove linee di sviluppo dell’Istituto si inseriscono in questo scenario, con l’obiettivo di trasformare le conoscenze biologiche emergenti in strumenti concreti per migliorare prevenzione, diagnosi e personalizzazione delle cure.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
51.9/100
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Criteri Critici
Lotta ai tumori, nuovi passi avanti all'Ospedale di Terni nell'immunoterapia: gli anticorpi bispecifici un'arma in più Umbria Domani
L’Azienda ospedaliera di Terni compie un passo avanti nel trattamento immunoterapico. E’ infatti ufficiale la presa in carico integrale in tutte le fasi di trattamento dei pazienti sottoposti a immunoterapia con anticorpi bispecifici, “una delle più innovative strategie terapeutiche oggi disponibili nel campo dell’oncoematologia”. L’Azienda ospedaliera Santa Maria spiega che gli anticorpi bispecifici sono il risultato di anni di ricerca scientifica internazionale e consentono di indirizzare in modo mirato il sistema immunitario contro le cellule tumorali, “offrendo ai pazienti nuove prospettive di cura e significativi vantaggi in termini di efficacia terapeutica, qualità della vita e accessibilità ai trattamenti più avanzati”. Risultato reso possibile grazie a un percorso assistenziale altamente integrato e multidisciplinare, che ha coinvolto numerosi professionisti medici, infermieri e operatori sanitari del Santa Maria. Il primo paziente sottoposto a questo trattamento è stato preso in carico dalla dottoressa Alessandra Lombardo e seguito dallo staff di Oncoematologia, diretta dal professor Arcangelo Liso, in collaborazione con medicina interna, diretta dal professor Gaetano Vaudo, che ha garantito il ricovero e la gestione clinica durante la degenza, seguita dal dottor Leandro Sanesi. Fondamentale è stato definito il contributo della struttura di farmacia ospedaliera, con la dottoressa Monya Costantini e la dottoressa Romina Rompietti che hanno curato gli aspetti legati alla gestione del farmaco, nonché di Anestesia e Rianimazione, diretta dalla dottoressa Rita Commissari, coinvolta nella pianificazione e gestione del percorso assistenziale e nella pronta risposta a eventuali necessità cliniche. “L’esecuzione del trattamento – spiega il direttore generale Andrea Casciari – conferma il livello di competenza clinica, organizzativa e assistenziale presente all’interno dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni e rafforza il ruolo dell’ospedale come punto di riferimento per l’accesso alle terapie innovative in ambito ematologico”. Il professor Arcangelo Liso direttore di Oncoematologia, spiega come “il trattamento rappresenta un ulteriore passo avanti nella capacità della nostra azienda di offrire cure innovative e altamente specialistiche. Si tratta di un risultato che nasce dalla collaborazione tra diverse professionalità e dalla volontà condivisa di mettere a disposizione dei pazienti le più avanzate opportunità terapeutiche sviluppate dalla ricerca scientifica” .
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?5
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
71.1/100
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A
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✅
Criteri Critici
Tumori: non conta solo il farmaco, il segreto è tutto nel "quando" The Wom Healthy
Quando si parla di tumori, l’attenzione va quasi sempre al farmaco giusto. Ma c’è un’altra domanda, meno intuitiva e molto concreta: quando somministrarlo e con quale intensità nel tempo. Per chi vive una malattia oncologica, o accompagna una persona cara, questa differenza non è un dettaglio tecnico. Può influenzare efficacia, tollerabilità e possibilità che il tumore trovi il modo di adattarsi.
Che cosa ha studiato il lavoro
Il nuovo studio si concentra sul melanoma con mutazione BRAF, una forma per cui esistono terapie mirate capaci di ridurre il tumore, almeno inizialmente. Il problema è che spesso, col tempo, le cellule tumorali sviluppano resistenza e il trattamento perde forza.
I ricercatori non hanno testato un farmaco su pazienti reali. Hanno invece costruito un modello matematico per simulare il comportamento di due gruppi di cellule tumorali: quelle sensibili alla terapia e quelle resistenti, incluse alcune che sembrano paradossalmente dipendere dal farmaco per crescere meglio. Da questa osservazione era nata l’idea, già discussa in passato, di alternare periodi con terapia e pause, nel tentativo di mettere in difficoltà le cellule resistenti.
Lo studio ha cercato di capire quale calendario di cura potesse ridurre il più possibile la massa tumorale, tenendo conto anche del “costo” della terapia, cioè degli effetti indesiderati o del carico del trattamento.
Che cosa è emerso
Secondo il modello, la strategia più favorevole non è quella fatta di cicli ripetuti di sospensione e ripresa. I risultati indicano invece una struttura diversa: una fase iniziale con dose piena, seguita in alcuni casi da una riduzione a un livello intermedio, fino alla sospensione definitiva, senza tornare poi a riattivare il trattamento.
In altre parole, il modello suggerisce che gli schemi “a interruttore”, con on e off prefissati, potrebbero lasciare alle cellule resistenti spazi utili per riprendersi. Una riduzione progressiva della terapia, almeno in teoria, sembrerebbe sfruttare meglio le fragilità del tumore.
Questo aiuta anche a spiegare una contraddizione osservata finora: alcune evidenze di laboratorio avevano fatto pensare che le pause potessero essere utili, ma negli studi clinici gli schemi intermittenti fissi non hanno dato risultati migliori della terapia continua.
Perché può interessarti anche se non sei un ricercatore
Il punto importante, per una persona comune, è che la dose e il timing di una terapia possono contare quasi quanto il farmaco stesso. Non vale solo in oncologia: molte cure funzionano dentro un equilibrio delicato tra efficacia, tollerabilità e adattamento biologico.
C’è anche un messaggio più generale. Quando senti parlare di risultati promettenti “in laboratorio”, è bene ricordare che il corpo umano è molto più complesso. Un’idea plausibile sul piano biologico non sempre si traduce in un vantaggio reale nella pratica clinica.
Che cosa possiamo portare a casa, con prudenza
Questo studio offre soprattutto uno spunto di comprensione, non una nuova regola di cura. Non dimostra che i pazienti con melanoma debbano ricevere dosi decrescenti, né che le pause terapeutiche siano sempre sbagliate. Mostra piuttosto che, in un modello teorico, una strategia monotona, cioè senza continui avanti e indietro, può essere più sensata di cicli fissi di sospensione.
Il limite principale è chiaro: si tratta di un lavoro matematico, non di una sperimentazione clinica. Un modello può essere molto utile per generare ipotesi e orientare la ricerca, ma non basta per cambiare la pratica. Restano fuori molte variabili reali, come differenze tra pazienti, effetti collaterali individuali, altri trattamenti associati e l’evoluzione concreta del tumore nel tempo.
La conclusione più ragionevole è questa: la personalizzazione delle cure oncologiche potrebbe riguardare non solo quale terapia usare, ma anche come modularla nel tempo. Prima di trasformare questa idea in decisioni terapeutiche servono però studi clinici ben condotti, perché tra una buona ipotesi e una cura sicura c’è ancora un passaggio fondamentale.
Fonte scientifica
Paper originale: Optimal melanoma treatment protocols: A bilinear control model.
Rivista: Mathematical biosciences
DOI: 10.1016/j.mbs.2026.109764
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
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63.3/100
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Criteri Critici
Tumore, allenarsi durante le cure: cosa è successo a 2.570 pazienti Mondosanità
Per molti anni, durante e dopo le terapie oncologiche, al paziente è stato suggerito, più o meno esplicitamente, di riposare e di evitare gli sforzi. Oggi le conoscenze disponibili impongono una correzione importante: l’attività fisica, quando è adattata alle condizioni cliniche e adeguatamente supervisionata, può contrastare la perdita di forza, la riduzione della capacità cardiorespiratoria e la fatigue, cioè quella stanchezza persistente che accompagna spesso la malattia e le cure. Questo non significa che l’esercizio curi il tumore. Significa, invece, che può diventare una componente concreta delle cure di supporto e della riabilitazione oncologica.
Il problema, a questo punto, non è soltanto sapere che muoversi fa bene, ma riuscire a trasferire questa conoscenza nella vita quotidiana di migliaia di persone, comprese quelle che stanno ancora ricevendo un trattamento. Lo studio pubblicato il 16 agosto 2026 sulla rivista Cancers affronta precisamente questa distanza fra evidenza scientifica e organizzazione sanitaria, esaminando l’Alberta Cancer Exercise, un programma canadese destinato a pazienti con tumori di qualsiasi tipo e stadio, durante le cure oppure nei tre anni successivi. Sono state coinvolte 2.570 persone: una dimensione che consente di osservare non una piccola esperienza sperimentale, bensì un intervento costruito per funzionare nella pratica.
Il modello era semplice, ma non generico: dodici settimane di esercizio supervisionato, due sedute settimanali di sessanta minuti, intensità lieve o moderata e attività modificate in rapporto alla situazione clinica di ciascun partecipante. Le sedute si svolgevano in centri della comunità e, durante la pandemia, anche a distanza. Quasi la metà delle persone era ancora sottoposta a terapie oncologiche; l’età media era di circa 58 anni e il tumore della mammella risultava il più rappresentato. Proprio questa capacità di collegare ospedale, territorio e modalità online costituisce uno degli aspetti più rilevanti dell’esperienza.
I risultati devono essere letti lungo tre direttrici. Innanzitutto, la praticabilità: il 90,6% dei partecipanti ha completato il programma e la frequenza media alle sedute è stata del 77,1%. Sono percentuali significative, perché dolore, fatigue, trattamenti e altre patologie possono ostacolare anche la continuità delle attività più semplici. In secondo luogo, la sicurezza: gli eventi avversi segnalati sono stati rari, pari allo 0,5%; quelli seri hanno riguardato persone che stavano ricevendo trattamenti antitumorali attivi. Infine, il miglioramento funzionale osservato, vale a dire la possibilità di migliorare capacità direttamente connesse all’autonomia quotidiana.
Dopo dodici settimane, infatti, nel test dei trenta secondi — che misura quante volte una persona riesce ad alzarsi da una sedia — i partecipanti eseguivano in media 2,8 ripetizioni in più. Nel test del cammino di sei minuti percorrevano 39,9 metri in più. Secondo gli autori, entrambi i miglioramenti superavano le soglie considerate clinicamente significative. Non si tratta dunque soltanto di numeri registrati in una valutazione: alzarsi più facilmente, camminare più a lungo, conservare forza e resistenza significa difendere l’autonomia della persona durante una fase nella quale la malattia rischia di restringere progressivamente la vita quotidiana.
Vi è poi un dato che merita particolare attenzione. A un anno dall’intervento, la quota di persone che raggiungeva le raccomandazioni relative all’attività fisica era passata dal 24,1% al 38,9%. Sarebbe improprio concludere che tutti i partecipanti siano diventati sportivi, così come sarebbe ingenuo pensare che dodici settimane bastino a modificare stabilmente ogni comportamento. Tuttavia, il dato indica che un programma relativamente breve può aiutare una parte consistente dei pazienti a mantenere abitudini più attive anche quando viene meno la supervisione.
Del resto, lo studio non nasce nel vuoto. Le linee guida dell’ASCO raccomandano attività aerobica e di forza durante i trattamenti attivi con intento curativo; il consenso dell’American College of Sports Medicine indica che l’esercizio può migliorare funzione fisica, qualità di vita e fatigue in molte persone durante e dopo il tumore. La novità non consiste quindi nell’affermare ancora una volta che l’attività fisica è utile, bensì nel mostrare come possa essere organizzata, capillarizzata e resa accessibile attraverso strutture comunitarie e programmi a distanza.
Occorre però evitare il miracolismo, che in medicina trasforma troppo facilmente una possibilità concreta in una promessa infondata. Lo studio non dimostra che l’esercizio aumenti la sopravvivenza, né consente di attribuire all’intervento tutti i cambiamenti osservati, perché mancava un gruppo di controllo. Inoltre, il campione era composto soprattutto da donne e da persone con tumore della mammella, per cui i risultati non possono essere trasferiti automaticamente, e nella stessa misura, a ogni popolazione oncologica. Beneficio funzionale e cura del cancro non sono la stessa cosa.
Ecco allora la conseguenza operativa. Non basta invitare genericamente i pazienti a muoversi, lasciandoli soli davanti alla paura, alla stanchezza o all’incertezza su ciò che sia sicuro. Occorrono programmi strutturati, professionisti capaci di adattare l’esercizio, collegamenti fra centri oncologici e territorio, modalità a distanza quando siano necessarie. È forse questa la lezione più importante: l’attività fisica non deve essere presentata come una prova di volontà individuale, ma organizzata come parte della cura. La conoscenza scientifica acquista infatti la sua piena funzione civile quando diventa accessibile, sicura e rispettosa della dignità del paziente.
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McNeely ML, Williamson T, Sellar C, et al. “Scalable Community-Based Exercise to Support Physical Activity in Cancer Care: A Hybrid Effectiveness-Implementation Study”. Cancers. 2026;18(16):2641. doi:10.3390/cancers18162641.
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66.3/100
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Criteri Critici
Tumore della prostata ad alto rischio, benefici da apalutamide prima e dopo la chirurgia corrierenazionale.it
Tumore della prostata ad alto rischio, apalutamide prima e dopo la chirurgia riduce metastasi e recidive secondo nuovi risultati
Aggiungere apalutamide alla terapia di deprivazione androgenica (ADT) prima e dopo la prostatectomia radicale migliora significativamente il controllo della malattia negli uomini con tumore della prostata localizzato o localmente avanzato ad alto rischio. Nel trial di fase III PROTEUS, pubblicato sul New England Journal of Medicine, la strategia perioperatoria ha aumentato nettamente la probabilità di ottenere una risposta patologica profonda e ha ridotto del 20% il rischio di metastasi o morte rispetto alla sola ADT.
I risultati aprono così alla possibilità di anticipare l’impiego degli inibitori del pathway del recettore degli androgeni a una fase della malattia nella quale l’obiettivo terapeutico è ancora la guarigione.
Il problema del tumore localizzato ad alto rischio
La prostatectomia radicale può essere curativa nei pazienti con carcinoma prostatico localizzato, ma la situazione cambia quando sono presenti caratteristiche di alto rischio. In questa popolazione la probabilità di recidiva dopo il trattamento locale rimane considerevole e una parte dei pazienti sviluppa successivamente malattia metastatica.
Da qui l’idea alla base di PROTEUS: aggredire precocemente anche la componente sistemica della malattia, utilizzando una terapia ormonale intensificata sia prima sia dopo l’intervento chirurgico.
Apalutamide è un inibitore del recettore degli androgeni che blocca uno dei principali segnali responsabili della crescita delle cellule tumorali prostatiche.
PROTEUS, oltre 2.100 pazienti in 18 Paesi
PROTEUS è uno studio internazionale di fase III, randomizzato e in doppio cieco, che ha coinvolto 2.109 uomini con tumore della prostata di nuova diagnosi, localizzato o localmente avanzato ad alto rischio, candidati a prostatectomia radicale con dissezione dei linfonodi pelvici.
Si trattava di una popolazione a rischio particolarmente elevato: oltre il 95% presentava un Gleason score compreso tra 8 e 10, circa il 35% una malattia almeno T3 e il 12% un interessamento linfonodale all’imaging.
I partecipanti hanno ricevuto apalutamide 240 mg/die più ADT oppure placebo più ADT per sei mesi prima della prostatectomia; il trattamento è stato quindi ripreso dopo l’intervento per altri sei mesi.
Il follow-up mediano è stato di 61,7 mesi.
Risposta patologica quasi nove volte più frequente
Lo studio prevedeva due endpoint primari: la risposta patologica completa o la presenza di una malattia residua minima (pCR/MRD) al momento dell’intervento e la sopravvivenza libera da metastasi.
Entrambi sono stati raggiunti.
Una risposta patologica completa o una malattia residua minima è stata riscontrata nell’8,9% dei pazienti trattati con apalutamide più ADT contro appena l’1,0% del gruppo placebo più ADT, corrispondente a un odds ratio di 10,17.
In sostanza, dopo il trattamento neoadiuvante la probabilità di arrivare alla chirurgia con una quantità minima o assente di tumore residuo è risultata circa nove volte maggiore con l’intensificazione terapeutica.
Ridotto del 20% il rischio di metastasi o morte
Il beneficio non si è limitato alla risposta osservata sul pezzo operatorio.
Apalutamide più ADT ha determinato una riduzione del 20% del rischio di metastasi o morte rispetto alla sola ADT (HR 0,80; IC 95% 0,67-0,96).
A cinque anni, la sopravvivenza libera da metastasi era del 78,2% con apalutamide rispetto al 73,5% nel gruppo di controllo.
Ancora più marcato il risultato sulle metastasi a distanza: il rischio è stato ridotto del 32% (HR 0,68). A cinque anni, l’82,8% dei pazienti trattati con apalutamide risultava libero da metastasi a distanza contro il 76,2% dei controlli.
Quasi tre anni in più prima di una nuova terapia
Un altro risultato clinicamente rilevante riguarda la necessità di ulteriori trattamenti. La sopravvivenza libera da eventi mediana è stata di 57,1 mesi con apalutamide più ADT contro 38,4 mesi con ADT più placebo, con una riduzione del 29% del rischio di un evento oncologico o di morte.
Ancora più evidente la differenza nel tempo alla prima terapia successiva: 74,2 mesi contro 41,5 mesi, con una riduzione del rischio del 35%.
Ciò significa un guadagno di quasi 33 mesi prima della necessità di ricorrere a un nuovo trattamento locale o sistemico.
Il prezzo dell’intensificazione: più eventi avversi
Come prevedibile, la maggiore efficacia si è accompagnata a un aumento della tossicità.
Gli eventi avversi di grado 3 o 4 sono stati osservati nel 39,6% dei pazienti trattati con apalutamide più ADT rispetto al 31,0% dei controlli. Gli eventi avversi hanno determinato l’interruzione del trattamento rispettivamente nel 7,4% e nel 2,7% dei pazienti.
Nel complesso, tuttavia, il profilo di sicurezza è risultato coerente con quello già conosciuto per apalutamide. Tra gli eventi osservati più frequentemente figuravano vampate, fatigue, artralgia e rash.
Perché questo studio è importante
PROTEUS potrebbe segnare soprattutto un cambiamento di strategia. Gli inibitori del pathway del recettore degli androgeni sono diventati fondamentali nelle fasi avanzate del carcinoma prostatico; questo studio mostra invece il vantaggio di utilizzarne uno molto prima, quando la malattia è ancora potenzialmente curabile.
È lo stesso principio ormai consolidato in altri tumori solidi: affiancare precocemente una terapia sistemica al trattamento locale per eliminare la malattia micrometastatica e ridurre la possibilità che il tumore si ripresenti a distanza di anni.
Un elemento da sottolineare, tuttavia, è che PROTEUS non ha ancora dimostrato un vantaggio in sopravvivenza globale. Saranno inoltre importanti le analisi successive per identificare i pazienti nei quali il beneficio dell’intensificazione perioperatoria giustifica maggiormente l’aumento della tossicità.
I risultati presentati all’ASCO 2026 e pubblicati sul NEJM pongono comunque solide basi per discutere un possibile nuovo paradigma terapeutico nella malattia localizzata ad alto rischio.
Bibliografia
Taplin ME, Gleave M, Shore ND, et al. Perioperative Apalutamide in High-Risk Localized Prostate Cancer. N Engl J Med. 2026;395:546-560. DOI: 10.1056/NEJMoa2603878.
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Colistina: l’antibiotico di ultima linea è ancora efficace? Microbiologia Italia
Scopri il ruolo attuale della Colistina come antibiotico di ultima linea nella lotta contro i superbugs e le resistenze.
Questo articolo analizza lo stato attuale della colistina come antibiotico di ultima linea, i meccanismi di resistenza, le strategie di utilizzo e le prospettive future. È utile a medici, microbiologi, farmacisti e operatori sanitari per aggiornarsi su un farmaco essenziale nella lotta alle infezioni da superbugs, e a chiunque si occupi di antibiotic stewardship e salute pubblica.
Introduzione
La colistina, nota anche come polimixina E, è tornata protagonista nella terapia antimicrobica dopo decenni di abbandono. Scoperta a metà del Novecento e poi messa da parte per la sua nefrotoxicità e neurotoxicità, è stata rivalutata con l’esplosione dei batteri Gram-negativi multiresistenti (MDR) e estensivamente resistenti (XDR). Oggi rappresenta spesso l’ultima risorsa contro Pseudomonas aeruginosa, Acinetobacter baumannii e Enterobacterales resistenti ai carbapenemi.
La domanda centrale rimane: la colistina è ancora efficace? La risposta non è semplice. Da un lato mantiene attività battericida contro molti isolati clinici; dall’altro la diffusione dei geni mcr e le mutazioni cromosomiche erodono progressivamente la sua utilità. In questo contesto di antibiotico di ultima linea minacciato, comprendere meccanismi d’azione, resistenze e modalità di impiego diventa essenziale per preservarne il valore terapeutico.
Storia e ritorno della colistina
La colistina fu isolata nel 1947 da Paenibacillus polymyxa subsp. colistinus. Negli anni Cinquanta e Sessanta venne impiegata ampiamente, ma la disponibilità di molecole più sicure e la sua tossicità la relegarono ai margini. Solo con l’emergere di ceppi resistenti a tutti gli altri antibiotici, a partire dagli anni Duemila, è tornata in auge.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha classificata tra gli antimicrobici di massima priorità critica. Il suo ritorno coincide con la crisi globale di nuove molecole efficaci contro i Gram-negativi. Oggi il farmaco di ultima istanza viene somministrato principalmente come colistimetato sodico (CMS), un profarmaco che si converte in vivo nella forma attiva.
Meccanismo d’azione
La colistina è un lipopeptide cationico. Si lega elettrostaticamente al lipopolisaccaride (LPS) della membrana esterna dei batteri Gram-negativi, displacando ioni calcio e magnesio. Questo destabilizza la membrana, provoca perdita di contenuto cellulare e morte batterica rapida e concentrazione-dipendente.
L’indice farmacocinetico/farmacodinamico più rilevante è il rapporto AUC/MIC. L’attività è limitata ai bacilli Gram-negativi aerobi e aerobi facoltativi; non agisce su Gram-positivi, anaerobi e su alcuni generi intrinsecamente resistenti come Proteus, Serratia e Burkholderia.
Indicazioni cliniche attuali
L’antibiotico di ultima linea viene riservato a infezioni gravi causate da patogeni MDR/XDR quando le alternative più sicure non sono disponibili o non efficaci. Tra le principali indicazioni figurano:
Polmoniti nosocomiali e associate a ventilazione da P. aeruginosa o A. baumannii
Batteriemie e sepsi da Enterobacterales resistenti ai carbapenemi
Infezioni delle vie urinarie complicate
Meningiti e ventricoliti (spesso con somministrazione intratecale o intraventricolare)
Infezioni polmonari croniche in pazienti con fibrosi cistica (via inalatoria)
In molti casi le linee guida raccomandano l’associazione con altri agenti piuttosto che la monoterapia, soprattutto per ridurre il rischio di emergenza di resistenza.
Resistenza alla colistina: un problema crescente
La resistenza alla colistina rappresenta la minaccia più seria alla sua efficacia residua. I meccanismi principali sono due:
Modifiche cromosomiche del lipid A dell’LPS (aggiunta di fosfoetanolamina o 4-amino-L-arabinosio) mediate dai sistemi a due componenti PhoPQ e PmrAB, o da inattivazione di mgrB. Geni plasmidici mcr (mobile colistin resistance), in particolare mcr-1 e varianti successive, che codificano per enzimi che modificano il lipid A e possono trasferirsi orizzontalmente tra specie diverse.
La resistenza mediata da mcr è stata individuata per la prima volta nel 2015 in Cina e da allora si è diffusa globalmente, anche attraverso la filiera alimentare e l’ambiente. In Italia e in Europa i tassi di resistenza variano a seconda del patogeno e del setting, ma risultano particolarmente elevati in alcuni ceppi di K. pneumoniae resistenti ai carbapenemi.
L’etero-resistenza, cioè la presenza di sottopopolazioni resistenti all’interno di una colonia apparentemente sensibile, complica ulteriormente la diagnosi e il trattamento.
Farmacocinetica, dosaggio e tossicità
Il colistimetato sodico viene convertito in colistina attiva in modo variabile. Una dose di carico (spesso 9 milioni di UI) è raccomandata nei pazienti critici per raggiungere rapidamente concentrazioni terapeutiche. Il dosaggio di mantenimento va poi adattato alla funzione renale.
Gli effetti collaterali più temuti restano nefrotoxicità e neurotoxicità (parestesie, vertigini, debolezza muscolare). La nefrotossicità è dose-dipendente e più frequente in pazienti con fattori di rischio preesistenti. L’uso di dosi elevate e di combinazioni richiede monitoraggio stretto della funzionalità renale e, quando possibile, dei livelli plasmatici.
Strategie di ottimizzazione e combinazioni
Per preservare l’efficacia della colistina e limitare la tossicità, le strategie più promettenti includono:
Terapia di combinazione con carbapenemi (quando la MIC è non troppo elevata), tigeciclina, aminoglicosidi o nuovi beta-lattamici/inibitori
Somministrazione inalatoria nelle infezioni polmonari
Uso di adjuvanti sperimentali in grado di potenziare l’attività o di ripristinare la sensibilità
Stewardship antimicrobica rigorosa per evitare impieghi inappropriati
Studi recenti mostrano che in alcuni modelli la colistina può mantenere attività anche contro ceppi mcr-positivi quando testata in condizioni più fisiologiche o in presenza di componenti del sistema immunitario dell’ospite.
Alternative emergenti e prospettive
Nuovi antibiotici come cefiderocol, ceftazidime-avibactam, meropenem-vaborbactam e sulbactam-durlobactam hanno ridotto in alcuni contesti la dipendenza dalla colistina. Tuttavia, la resistenza anche a queste molecole è già documentata e in molte aree geografiche o per certi patogeni (soprattutto A. baumannii) la polimixina resta ancora un’opzione di salvataggio.
La ricerca esplora inoltre nanoparticelle, peptidi antimicrobici, fagi e inibitori specifici dei meccanismi di resistenza per prolungare la vita utile di questo antibiotico di ultima linea.
Conclusioni
La colistina è ancora efficace in una quota significativa di infezioni da Gram-negativi MDR/XDR, ma la sua posizione di antibiotico di ultima linea è sempre più precaria. La diffusione dei geni mcr, le mutazioni cromosomiche e l’etero-resistenza riducono progressivamente le possibilità di successo terapeutico, mentre la tossicità impone un uso estremamente selettivo e monitorato.
Preservare questo farmaco richiede un approccio integrato: diagnosi microbiologica accurata, dosaggio ottimizzato, combinazioni razionali, stewardship rigorosa e investimento in nuove alternative. Solo così l’antibiotico di ultima linea potrà continuare a salvare vite in un’era di resistenza antimicrobica crescente.
Domande Frequenti
Chi può ricevere il trattamento con colistina? Pazienti con infezioni gravi da batteri Gram-negativi multiresistenti quando le altre opzioni sono esaurite o inefficaci. Consiglio: la decisione deve essere sempre collegiale e basata su antibiogramma e valutazione del rischio-beneficio.
Cosa rende la colistina un antibiotico di ultima linea? La sua attività residua contro molti patogeni resistenti a carbapenemi e ad altre classi, unita alla scarsità di alternative altrettanto efficaci. Consiglio: non utilizzarla empiricamente se esistono molecole più sicure e attive.
Quando è indicato l’impiego della colistina? In infezioni documentate o fortemente sospette da ceppi MDR/XDR sensibili, soprattutto in setting di terapia intensiva. Consiglio: preferire sempre la terapia mirata e considerare combinazioni quando possibile.
Come si somministra correttamente la colistina? Principalmente per via endovenosa come colistimetato sodico con dose di carico, oppure per inalazione o via intratecale in casi selezionati. Consiglio: adattare sempre la dose alla funzione renale e monitorare attentamente gli effetti tossici.
Dove si osserva maggiore resistenza alla colistina? In ospedali con alto consumo di polimixine e in aree geografiche con elevata prevalenza di mcr e di K. pneumoniae resistente ai carbapenemi. Consiglio: rafforzare la sorveglianza locale e le misure di controllo delle infezioni.
Perché è importante preservare l’efficacia della colistina? Perché rappresenta ancora una delle poche opzioni disponibili contro alcune infezioni potenzialmente letali da superbugs. Consiglio: applicare rigorosamente i principi di antibiotic stewardship e sostenere la ricerca di nuove terapie.
Fonti
Crediti fotografici
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Pet therapy, molto più che divertimento. "Efficacia a lungo termine dimostrata" RaiNews
All'ospedale di Bologna, così come in altre strutture sanitarie, cani e gatti possono fare compagnia a chi si sottopone alla chemioterapia. E quando arrivano, l'atmosfera cambia. "E' dolcissima e tenerissima. Toccarla mi fa sentire rilassata", dice una paziente.
Non sono cani speciali ma ben selezionati e addestrati dalle associazioni di pet therapy. “C'è una equipe di professionisti che si occupa degli interventi e i cani fanno una preparazione da quando sono ancora in pancia della mamma”, afferma Marina Casciani dell'associazione Chiaramilla.
Un progetto in collaborazione con Onconauti associazione che ben conosce l'importanza di un ambiente favorevole: “Non dimentichiamo gli operatori sanitari che sorridono a questi animaletti”, specifica Silvia Gheorghita dell'associazione.
“I dati ci dicono che nel momento in cui gli operatori entrano con gli animali nella stanza, non è più una stanza di ospedale ma uno spazio in cui avviene qualcosa di divertente” sottolinea Antonio Maestri direttore Oncologia dell'ospedale Bellaria di Bologna. Sensazioni che diventano evidenze mediche e che saranno oggetto di una pubblicazione scientifica.
“La pet therapy è stata vista come qualcosa di sentimentale, ma è veramente una terapia con benefici importanti. Cerchiamo di metterci sull'onda degli studi volti a dimostrare questa efficacia che non è immediata e dura nel tempo”, conclude Federica Guaraldi, responsabile Neuroendocrinologia dell'Irccs Bellaria.
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Il tumore ha sei modi per procurarsi il sangue: così può sfuggire ai farmaci che bloccano i vasi Mondosanità
Non soltanto nuovi capillari. Le cellule tumorali possono appropriarsi dei vasi già presenti, costruire canali che imitano quelli sanguigni e persino trasformarsi in cellule simili a quelle vascolari. Ed è proprio questa capacità di cambiare strada che potrebbe contribuire alla resistenza alle terapie antiangiogeniche. Per crescere un tumore ha bisogno di energia, ossigeno e nutrienti. Superate dimensioni molto piccole, la semplice diffusione dai tessuti circostanti non basta più. Deve quindi assicurarsi un rifornimento di sangue. Per decenni questo fenomeno è stato identificato soprattutto con l'angiogenesi, ossia la formazione di nuovi vasi sanguigni a partire da quelli già esistenti. Da questa conoscenza è nata una delle strategie più importanti dell'oncologia moderna: impedire al tumore di costruire i propri rifornimenti. Ma la realtà biologica appare molto più complessa. Una review pubblicata su Frontiers in Oncology da Run Zhang, Yutong Yao, Hanwei Gao e Xin Hu descrive sei differenti meccanismi attraverso i quali una neoplasia può ottenere una rete vascolare o comunque accedere alla circolazione sanguigna. Ed è qui che si apre uno dei capitoli più interessanti della ricerca oncologica.
Non esiste una sola angiogenesi. Il sistema più conosciuto è la sprouting angiogenesis, l'angiogenesi per gemmazione. Quando all'interno della massa tumorale l'ossigeno diminuisce, l'ipossia attiva una sorta di allarme molecolare. Uno dei protagonisti è HIF-1, fattore che stimola l'espressione di numerosi geni coinvolti nella risposta alla carenza di ossigeno.
Tra questi c'è VEGF, il vascular endothelial growth factor. VEGF stimola le cellule endoteliali dei vasi vicini a proliferare e migrare verso il tumore. Dai vasi esistenti cominciano così a spuntare nuovi rami capillari. È il meccanismo contro cui sono stati sviluppati diversi farmaci antiangiogenici. Ma bloccare questa strada non significa necessariamente togliere al tumore ogni possibilità di rifornimento. Il tumore può appropriarsi dei vasi che trova. Una seconda strategia è la vascular co-option: in questo caso il tumore può evitare di costruire nuovi vasi, invade il tessuto circostante e sfrutta quelli normali già presenti. È una differenza fondamentale. Un farmaco progettato per impedire la formazione di nuovi capillari può infatti avere un'efficacia limitata se le cellule tumorali riescono semplicemente ad appropriarsi della rete vascolare dell'organo. Il fenomeno è stato studiato, tra gli altri, nei tumori e nelle metastasi di polmone, fegato, cervello, mammella, rene e colon. La co-option vascolare viene considerata una delle possibili spiegazioni della resistenza ad alcune terapie dirette contro VEGF.
Quando le cellule tumorali imitano i vasi. Ancora più sorprendente è la vasculogenic mimicry, la mimetizzazione vascolare. In determinate condizioni le cellule tumorali possono organizzarsi formando strutture simili a canali attraverso i quali possono circolare fluidi e componenti del sangue. Non sono veri vasi costruiti dalle normali cellule endoteliali. È il tumore stesso che, grazie alla propria plasticità, realizza strutture che ne imitano alcune funzioni. Questo fenomeno è particolarmente interessante perché può risultare meno dipendente dal classico circuito VEGF-VEGFR e quindi potenzialmente meno sensibile ad alcune terapie antiangiogeniche convenzionali.
Un vaso può dividersi in due Esiste poi l'angiogenesi intussusceptiva. Qui il tumore non deve necessariamente far germogliare un nuovo capillare. All'interno di un vaso esistente può formarsi una sorta di pilastro di tessuto che progressivamente lo divide longitudinalmente, trasformando un vaso in due. È un sistema di rimodellamento della rete vascolare potenzialmente rapido e con caratteristiche biologiche differenti dalla classica gemmazione. Anche questo potrebbe rappresentare una via alternativa quando l'angiogenesi tradizionale viene ostacolata.
Le cellule staminali del tumore La quinta strada coinvolge le cancer stem cells, le cellule staminali tumorali. Sono popolazioni cellulari dotate di elevata capacità di autorinnovamento e sono studiate per il loro possibile ruolo nelle recidive, nelle metastasi e nella resistenza alle terapie. Queste cellule possono favorire la vascolarizzazione liberando VEGF, interleuchine, esosomi e altri segnali molecolari. Ma alcuni studi suggeriscono un fenomeno ancora più radicale: determinate cellule tumorali con caratteristiche staminali potrebbero acquisire fenotipi simili a quelli delle cellule endoteliali e contribuire direttamente alla componente vascolare del tumore.
Anche il midollo osseo viene chiamato in causa La sesta modalità coinvolge cellule provenienti dal midollo osseo. Il tumore può produrre segnali capaci di richiamare cellule progenitrici e popolazioni mieloidi che raggiungono il microambiente tumorale. Alcune possono partecipare direttamente alla vascolarizzazione, altre possono favorirla liberando molecole proangiogeniche. Macrofagi e altre cellule mieloidi possono così diventare componenti di un ambiente che sostiene indirettamente la crescita della rete vascolare.
Perché i farmaci possono perdere efficacia È probabilmente questo il punto clinicamente più importante. Molti farmaci antiangiogenici sono stati progettati soprattutto per interferire con l'asse VEGF-VEGFR. Tra le molecole utilizzate in oncologia rientrano anticorpi monoclonali e inibitori delle tirosin-chinasi che interferiscono, con modalità differenti, con i segnali necessari alla formazione dei vasi. Queste terapie hanno prodotto benefici clinici in diversi tumori. Il problema è che il cancro è un sistema biologico estremamente adattabile. Quando una modalità di vascolarizzazione viene ostacolata, alcune neoplasie potrebbero selezionare o potenziare meccanismi alternativi. In altre parole, il tumore può effettuare una sorta di "switch vascolare". Non significa che i farmaci antiangiogenici non funzionino. Significa piuttosto che l'efficacia può essere limitata dalla capacità della neoplasia di cambiare strategia.
La nuova frontiera: capire quale rete usa ogni tumore. La conseguenza potrebbe essere importante per l.oncologia di precisione. In futuro potrebbe non essere sufficiente chiedersi se un tumore sia molto o poco vascolarizzato. Potrebbe diventare necessario capire come si sta vascolarizzando in quel determinato paziente e in quella determinata fase della malattia. Un tumore potrebbe utilizzare prevalentemente la gemmazione VEGF-dipendente, un altro la co-option dei vasi esistenti, un altro ancora combinare più strategie. E lo stesso tumore potrebbe cambiare comportamento sotto la pressione della terapia. Da qui l'interesse per combinazioni che affianchino ai farmaci antiangiogenici immunoterapia o molecole rivolte contro altri componenti del microambiente tumorale. La sfida non sembra più semplicemente quella di “affamare il tumore”. È capire come il tumore riesca continuamente a trovare una nuova strada per alimentarsi.
Le sei strategie vascolari Angiogenesi per gemmazione: nuovi capillari crescono dai vasi preesistenti. Mimetismo vascolare: le cellule tumorali formano strutture simili a canali vascolari. Angiogenesi intussusceptiva: un vaso viene rimodellato e suddiviso. Vascular co-option: il tumore sfrutta i vasi normali già presenti nel tessuto. Angiogenesi derivata dalle cellule staminali tumorali: cellule con caratteristiche staminali contribuiscono direttamente o indirettamente alla vascolarizzazione. Angiogenesi sostenuta da cellule provenienti dal midollo osseo: progenitori e cellule mieloidi vengono reclutati nel microambiente tumorale.
Fonte scientifica: Zhang R, Yao Y, Gao H, Hu X. Mechanisms of angiogenesis in tumour. Frontiers in Oncology, 2024;14:1359069. DOI 10.3389/fonc.2024.1359069.
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Tumori, le “navette” naturali che spengono i geni malati: la nuova frontiera di esosomi e siRNA Mondosanità
Minuscole vescicole prodotte dalle cellule potrebbero diventare corrieri di precisione capaci di trasportare molecole di RNA direttamente dentro il tumore e silenziare geni decisivi per la sua crescita. Dal pancreas al polmone, dal seno allo stomaco, la ricerca sugli esosomi apre una delle strade più interessanti della medicina oncologica di precisione.
Non distruggere indiscriminatamente la cellula tumorale, ma entrare al suo interno e spegnere uno dei geni che la mantiene in vita. È una delle idee più affascinanti dell'oncologia molecolare e oggi potrebbe trovare un alleato inaspettato: minuscole particelle che le nostre stesse cellule utilizzano continuamente per comunicare.
Si chiamano esosomi, piccolissime vescicole extracellulari delimitate da una membrana lipidica. Possono trasportare proteine, lipidi, metaboliti e materiale genetico da una cellula all'altra. Proprio questa capacità naturale ha suggerito di trasformarli in una sorta di servizio postale biologico attraverso il quale far arrivare nel tumore molecole terapeutiche estremamente fragili.
Una review pubblicata su Frontiers in Molecular Biosciences da Philemon Ubanako, Sheefa Mirza, Paul Ruff e Clement Penny, della University of the Witwatersrand di Johannesburg, ricostruisce progressi e ostacoli dell'impiego degli esosomi per trasportare small interfering RNA, o siRNA, nella terapia dei tumori.
Il farmaco che non avvelena la cellula: spegne un messaggio
Per capire la portata della strategia bisogna partire dai siRNA. Sono piccole molecole di RNA capaci di riconoscere in maniera estremamente selettiva l'RNA messaggero prodotto da un determinato gene.
In sostanza, anziché bloccare direttamente una proteina già prodotta dalla cellula tumorale, il siRNA può intercettarne le istruzioni di fabbricazione e favorirne la degradazione. Il risultato è il cosiddetto gene silencing, il silenziamento dell'espressione di un gene. Ed è qui che nasce una possibilità particolarmente interessante per l'oncologia: in linea teorica si può progettare un siRNA contro la sequenza di un gene implicato nella crescita, nella sopravvivenza o nella resistenza farmacologica del tumore. La letteratura esaminata nella review comprende esperimenti su numerose neoplasie, dal tumore del polmone a quello della mammella, fino a fegato, prostata, melanoma e altri tumori. Il problema è portare queste molecole nel posto giusto.
I siRNA, infatti, sono vulnerabili alla degradazione, hanno difficoltà ad attraversare la membrana cellulare, possono rimanere intrappolati nei lisosomi e possono produrre effetti "off-target" o risposte immunitarie indesiderate. È qui che entrano in scena gli esosomi.
Il corriere costruito dalla natura
Le cellule producono normalmente vescicole extracellulari attraverso le quali trasferiscono informazioni biologiche. Gli esosomi possono quindi essere sfruttati come contenitori nei quali inserire artificialmente un siRNA terapeutico.
Il principio è semplice da visualizzare: esosoma fuori, siRNA dentro, bersaglio molecolare nel tumore.
Rispetto ad alcuni nanovettori sintetici, gli esosomi presentano caratteristiche potenzialmente vantaggiose: biocompatibilità, buona permeabilità, maggiore permanenza in circolo e, almeno in determinati modelli sperimentali, minore tossicità e immunogenicità. Inoltre possono essere modificati in superficie per aumentare la probabilità che riconoscano determinate cellule tumorali. È una sorta di doppia medicina di precisione: si cerca di indirizzare il contenitore verso il tumore e, contemporaneamente, di programmare il contenuto contro uno specifico gene.
Il caso simbolo: KRAS e tumore del pancreas
Uno degli esempi più interessanti riguarda il carcinoma pancreatico. KRAS è uno dei grandi protagonisti molecolari della malattia ed è mutato nella grande maggioranza dei tumori pancreatici. Per molto tempo è stato considerato un bersaglio estremamente difficile da colpire farmacologicamente.
Da qui l'idea: anziché cercare soltanto di bloccare la proteina KRAS, perché non ridurre alla fonte il messaggio genetico necessario a produrla? In modelli sperimentali, esosomi derivati da cellule di tipo fibroblastico e caricati con siRNA diretto contro KRAS G12D hanno mostrato una capacità di silenziamento superiore rispetto a liposomi contenenti lo stesso siRNA.
Gli esperimenti riassunti dagli autori riportano, nei modelli murini, riduzione dell'attività della via molecolare collegata a KRAS, soppressione delle metastasi e aumento della sopravvivenza. È importante però non trasformare questi risultati in una promessa terapeutica già disponibile. Gran parte delle evidenze resta infatti preclinica.
La stessa review riporta una sperimentazione di fase I, identificata come NCT03608631, relativa a siRNA contro KRAS G12D veicolato attraverso esosomi nel carcinoma pancreatico. Lo studio, nello stato riportato dagli autori al momento della review, risultava attivo ma non in reclutamento. Il dato importante, dunque, non è che esista già una nuova cura del tumore pancreatico, ma che una tecnologia nata dalla biologia cellulare abbia compiuto almeno i primi passi verso la sperimentazione nell'uomo.
Non soltanto pancreas
La piattaforma potrebbe essere molto più ampia. La review raccoglie studi nei quali esosomi caricati con siRNA sono stati utilizzati sperimentalmente contro differenti bersagli molecolari. Nel carcinoma polmonare non a piccole cellule sono stati studiati esosomi contenenti siRNA contro PD-L1, con riduzione della proliferazione delle cellule tumorali e induzione dell'apoptosi. Altri esperimenti hanno utilizzato siRNA contro SOX2 o contro KRAS.
Nel tumore della mammella triplo negativo sono state sperimentate strategie dirette contro S100A4 e TPD52; nel carcinoma del colon contro CPT1A; nel tumore della vescica contro PLK-1.
Particolarmente interessante anche il carcinoma gastrico. La review riporta esperimenti con esosomi derivati da cellule HEK293T caricati con siRNA contro c-Met: l'inibizione dell'espressione del gene è stata associata a riduzione di invasione e migrazione delle cellule tumorali, inversione della resistenza farmacologica in vitro e significativa inibizione della crescita tumorale in vivo.
Altri esperimenti nel tumore gastrico hanno utilizzato siRNA contro HGF, ottenendo nei modelli studiati una riduzione della proliferazione cellulare, della crescita tumorale e dell'angiogenesi. La prospettiva è importante soprattutto per i tumori che sviluppano resistenza ai farmaci: il bersaglio del siRNA potrebbe infatti non essere necessariamente il motore iniziale della neoplasia, ma anche uno dei meccanismi molecolari attraverso i quali il tumore riesce a sfuggire alla terapia.
Il sogno della terapia programmabile
È forse questo l'aspetto più rivoluzionario. Una volta identificato un gene determinante per un particolare tumore, il siRNA può essere progettato per riconoscerne l'RNA messaggero. Cambiando la sequenza caricata nel vettore, almeno concettualmente, cambia anche il bersaglio. L'esosoma potrebbe quindi diventare una piattaforma terapeutica programmabile.
Ma proprio qui iniziano le difficoltà. Bisogna produrre grandi quantità di esosomi con caratteristiche uniformi, purificarli, scegliere la sorgente cellulare migliore, caricarli con quantità riproducibili di RNA, conservarli senza alterarne le proprietà e assicurarsi che raggiungano prevalentemente il tessuto desiderato.
Anche il metodo utilizzato per inserire il siRNA è cruciale. Incubazione, sonificazione, reagenti di trasfezione ed elettroporazione sono alcune delle tecniche studiate. L'elettroporazione è molto utilizzata, ma può determinare precipitazione e aggregazione del siRNA e quindi far sovrastimare la reale quantità caricata negli esosomi. Non tutti gli esosomi, inoltre, si comportano nello stesso modo. La loro origine influenza capacità di caricamento, distribuzione nell'organismo e affinità per il tumore. Gli autori sottolineano quindi che l'assenza di procedure completamente standardizzate di isolamento e purificazione rappresenta ancora un ostacolo alla traduzione clinica. Una possibilità ancora più sorprendente: gli esosomi delle piante. La review apre infine una finestra ancora più futuristica: le nanovescicole extracellulari di origine vegetale. Vescicole simili agli esosomi possono essere isolate da differenti piante e vengono studiate come possibili vettori terapeutici. L'interesse nasce dalla disponibilità delle materie prime, dalla possibilità di aumentare la produzione su scala industriale e dalle potenziali caratteristiche di biocompatibilità.
Secondo gli autori, le nanovescicole vegetali potrebbero offrire vantaggi di scalabilità, disponibilità e protezione del carico molecolare. Ma le conoscenze sui processi produttivi, sui meccanismi biologici e soprattutto sulle applicazioni cliniche sono ancora insufficienti. Dunque, anche in questo caso, siamo nel campo della ricerca e non di trattamenti oncologici basati sull'assunzione di determinati alimenti o estratti vegetali.
Quanto siamo vicini alla cura?
È la domanda decisiva. Gli esosomi caricati con siRNA riuniscono due tecnologie molto potenti: il silenziamento selettivo dei geni e il drug delivery biologico di precisione. La combinazione potrebbe permettere di raggiungere bersagli oncologici oggi difficili da trattare e, in prospettiva, adattare il trattamento alle caratteristiche molecolari del singolo tumore.
Ma tra un risultato ottenuto su cellule o animali e una terapia oncologica disponibile esiste una distanza enorme.
Occorre dimostrare sicurezza, farmacocinetica, biodistribuzione, dose efficace, riproducibilità industriale e reale vantaggio clinico. La stessa eterogeneità degli esosomi e la complessità dell'ambiente biologico possono compromettere precisione e prevedibilità della terapia, rendendo indispensabili valutazioni precliniche rigorose di tossicità, farmacodinamica e farmacocinetica.
È quindi presto per parlare di una nuova generazione di "farmaci-esosoma" pronta a sostituire chemioterapia, immunoterapia o terapie a bersaglio molecolare. Ma il cambio di paradigma è già visibile: il farmaco del futuro potrebbe non essere soltanto una molecola capace di uccidere il tumore. Potrebbe essere un messaggio genetico, racchiuso dentro una minuscola navetta biologica, programmato per raggiungere una cellula precisa e spegnere il gene di cui quella cellula ha bisogno per continuare a crescere.
Cosa sappiamo e cosa ancora no Sappiamo che i siRNA possono silenziare selettivamente geni e che gli esosomi possono trasportare materiale biologicamente attivo tra le cellule. Numerosi studi preclinici hanno mostrato attività antitumorale di esosomi caricati con siRNA contro differenti bersagli molecolari. Non sappiamo ancora se queste piattaforme potranno essere prodotte su larga scala con caratteristiche sufficientemente uniformi, quali saranno le dosi ottimali, quanto selezivamente raggiungeranno i tumori nell'uomo e, soprattutto, se miglioreranno sopravvivenza e qualità di vita rispetto alle terapie disponibili. La review di Ubanako e colleghi conclude infatti che, nonostante le difficoltà ancora da superare, i sistemi basati su esosomi e siRNA mantengono un grande potenziale come futura generazione di nanomateriali per il trasporto avanzato dei farmaci e il trattamento oncologico.
Fonte principale: Ubanako P., Mirza S., Ruff P., Penny C., Exosome-mediated delivery of siRNA molecules in cancer therapy: triumphs and challenges, Frontiers in Molecular Biosciences, 2024;11:1447953. DOI 10.3389/fmolb.2024.1447953.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
55.2/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Leucemia Linfatica Cronica: test genetici alleati della cura Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma
Condividi con L'evoluzione delle cure per la Leucemia Linfatica Cronica: conoscere meglio il nemico per combatterlo con le armi migliori Lo studio del gruppo ERIC pubblicato su Leukemia, ha osservato come test genetici integrati all’interno dei controlli ospedalieri, possano aiutare prevenire la resistenza della malattia. Le terapie mirate hanno rivoluzionato la cura della Leucemia Linfatica Cronica (LLC), migliorando drasticamente la sopravvivenza e la qualità di vita dei pazienti.Tuttavia, con il passare del tempo, le cellule tumorali possono trovare il modo di aggirare l'ostacolo, costruendo una sorta di "scudo" che rende le cure meno efficaci. Questo fenomeno viene chiamatoresistenzae può portare la malattia a progredire. Un importante studio internazionale firmato dal gruppo ERIC (European Research Initiative on CLL) e pubblicato recentemente sulla rivistaLeukemia, ha fatto il punto sucome si sviluppano queste resistenzee su come itest genetici, se integrati all’interno dei controlli ospedalieri ed effettuati con metodologie corrette, possono aiutare i medici a individuarle per tempo, in modo tale da gestire il percorso di cura nella maniera migliore possibile. Per capire come il tumore impara a difendersi, dobbiamo prima comprendere contro cosa combatte. La Leucemia Linfatica Cronica è la forma di leucemia più comune nei Paesi occidentali.La LLC è una malattia del sangue che colpisce ilinfociti B, cellule del sistema immunitario che normalmente producono anticorpi. Colpisce per lo più lepersone intorno ai 70 anni, con un’incidenza di 4,2 persone ogni 100.000.Nella LLC, i linfociti si moltiplicano in modo incontrollato e non muoiono come dovrebbero, accumulandosi nel sangue, nel midollo osseo, nella milza e nei linfonodi.Molto spesso la LLC non è sintomatica, e anche quando sono presenti sintomi, possono essere simili a quelli di altre malattie, come per esempio linfonodi ingrossati, stanchezza, o perdita di peso. Oggi, per combattere questa malattia, i medici hanno a disposizione principalmente due classi di farmaci mirati ad attaccare i meccanismi che permettono al clone leucemico di sopravvivere ed espandersi: ·gli inibitori di BTK:farmaci che spengono l'interruttore interno che ordina alle cellule malate di moltiplicarsi ·gli inibitori di BCL2:molecole che distruggono la protezione che rende queste cellule "immortali", permettendo loro di morire naturalmente. All'inizio della terapia, la resistenza detta "primaria" (ovvero quando il farmaco non funziona fin da subito) è un evento estremamente raro nei pazienti che sono al loro primo trattamento per la LLC. Il problema principale è rappresentato invece dallaresistenza secondaria: una progressione della malattia che avviene dopo una risposta iniziale e prolungata nel tempo, quando una piccola parte di cellule tumorali impara a "neutralizzare" il farmaco e ricomincia a crescere. La resistenza si sviluppa principalmente attraverso piccole modifiche che si verificano nel DNA delle cellule tumorali, chiamatimutazioni genetiche. Queste mutazioni possono modificare leggermente la forma delle proteine bersaglio (BTK o BCL2). Immaginiamo il farmaco come una chiave perfettamente modellata per entrare in una serratura (la proteina del tumore) e bloccarla. Se la serratura cambia anche solo di un millimetro la sua forma interna, la chiave non riuscirà più ad entrare. Di conseguenza, la cellula tumorale riprende a ricevere i segnali di crescita.Si possono verificare anche modifiche che non variano la struttura delle proteine bersaglio dei farmaci, ma che sono in grado di ripristinare la capacità delle cellule del tumore di sopravvivere. All’inizio della terapia con i farmaci inibitori di BTK, agli esami del sangue si potrebbe notare un aumento dei globuli bianchi. Molti pazienti si spaventano pensando che la terapia non stia funzionando, ma i medici rassicurano: non è resistenza. È solo l'effetto del farmaco che sta "spostando" le cellule malate dai linfonodi verso il sangue periferico. Fino a qualche anno fa i medici potevano accorgersi che una terapia stava perdendo efficacia solo quando la malattia ricominciava a farsi sentire. Oggi però la tecnologia ci offre un enorme vantaggio. Attraverso un test avanzato, chiamatoNGS, gli specialisti possono infatti "leggere" il DNA delle cellule malate con una precisione incredibile, perandare alla ricerca delle mutazioni genetiche che possono essere associate a una resistenza al trattamento.Questo esame permette di individuare le mutazioni genetiche anche quando sono presenti solo in una piccolissima frazione di cellule. Significa che il medico può scoprire che il tumore sta provando a difendersi fin dalle sue prime mosse. Il Next Generation Sequencing è una tecnologia che ha rivoluzionato la nostra conoscenza del DNA, permettendoci anche di conoscere la struttura e le funzioni dell’intero insieme di geni di una persona.Semplificando, il NGS spezza in DNA in tantissimi piccoli frammenti, li analizza, e grazie all’utilizzo di potenti programmi informatici ricompone la sequenza e la confronta con un DNA normale, al fine di trovare le differenze, e quindi le mutazioni. Capire meglio cosa succede all’interno delle cellule del tumore può aiutare il medico a capire come quest’ultimo sta reagendo al trattamento, e anche quali strategie mettere in atto per combatterlo. Tempo per pianificare con calma:identificare precocemente una possibile perdita di efficacia dà al medico tutto il tempo per studiare il passo successivo, valutando la nuova terapia ideale senza alcuna fretta o ansia. Nessun allarmismo:trovare una modifica nel DNA delle cellule tumorali non significa sempre dover sospendere subito il trattamento. Se il paziente si sente bene e gli esami clinici non hanno riscontrato una progressione, la cura attuale si continua perché sta ancora portando un beneficio concreto. Tuttavia, il medico potrebbe decidere di fare controlli più frequenti. Trattamenti su misura:capire come la cellula ha cambiato la sua serratura permette di scegliere il farmaco successivo più adatto, evitando di perdere tempo con terapie non efficaci. Fonte: Blombery P, et al. Leukemia. 2025;39(9):2049-2060. Altre fonti: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK594958/ https://www.nhs.uk/conditions/chronic-lymphocytic-leukaemia/symptoms/ https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10376292/pdf/biology-12-00997.pdf https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3841808/pdf/edpract-2013-304340.pdf Scopri tutte le news