Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?5
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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53% ancora vivi dopo 12 mesi: nuovo farmaco raddoppia la sopravvivenza nel cancro più letale upday News
Condividi articolo Un farmaco sperimentale orale ha raddoppiato i tassi di sopravvivenza per i pazienti con cancro pancreatico metastatico in uno studio clinico di fase 3, segnando un potenziale cambiamento nel modo in cui viene trattato uno dei tumori più letali. I risultati dello studio, pubblicati sul New England Journal of Medicine e presentati al congresso dell'American Society of Clinical Oncology nel 2026, mostrano che il daraxonrasib ha superato significativamente la chemioterapia standard nei pazienti la cui malattia era progredita dopo il trattamento iniziale. Lo studio ha coinvolto 500 pazienti di 59 ospedali in sei paesi, con l'analisi primaria focalizzata su 459 pazienti con adenocarcinoma duttale pancreatico metastatico che avevano subito una terapia precedente e i cui tumori presentavano la mutazione RAS G12. Quelli trattati con daraxonrasib hanno raggiunto una sopravvivenza globale mediana di 13,2 mesi, rispetto ai 6,6 mesi con la chemioterapia. A 12 mesi, il 53,3% dei pazienti trattati con daraxonrasib era ancora vivo, contro appena il 18,7% di quelli che ricevevano chemioterapia. Il farmaco ha anche raddoppiato la sopravvivenza libera da progressione, estendendo il tempo prima della crescita della malattia a 7,3 mesi rispetto ai 3,5 mesi con la chemioterapia. Il daraxonrasib colpisce le mutazioni RAS G12 presenti in circa il 90% dei tumori pancreatici, funzionando come inibitore molecolare che blocca la forma attiva della proteina per rallentare i segnali di crescita tumorale. Mariano Ponz, oncologo medico del Cancer Center Clínica Universidad de Navarra, ha dichiarato che questi risultati rappresentano un cambiamento nell'approccio terapeutico per questa malattia perché il daraxonrasib è una terapia mirata contro RAS, una via molecolare chiave nel cancro pancreatico, piuttosto che chemioterapia. Ha aggiunto che per i pazienti questo significa maggiore sopravvivenza, tempo libero da progressione più lungo e migliore qualità di vita, e per i ricercatori questi risultati possono essere visti come l'inizio di un percorso difficile. Nonostante i risultati promettenti, gli oncologi invitano a un'interpretazione prudente. Il professor Michele Reni dell'Ospedale San Raffaele di Milano ha osservato che il farmaco non sarà disponibile in Europa fino al 2027, con ulteriori sei mesi necessari per l'introduzione. Ha spiegato che lo studio è indubbiamente positivo e dimostra che RAS può finalmente diventare un bersaglio terapeutico nel cancro pancreatico. Tuttavia, ha sottolineato che il daraxonrasib è in grado di ritardare la progressione della malattia, non di prevenirla, e non deve essere interpretato come una cura definitiva. Il risultato rappresenta l'inizio di un possibile cambio di paradigma che dovrà essere consolidato attraverso dati più maturi e nuovi studi. Reni e la collega Giulia Orsi hanno identificato diverse limitazioni dello studio. Il confronto con la chemioterapia potrebbe aver favorito il daraxonrasib, poiché i trattamenti del gruppo di controllo non erano sempre basati sull'evidenza e alcuni pazienti non hanno ricevuto alcuna terapia. Parte del vantaggio di sopravvivenza potrebbe anche derivare dai trattamenti successivi dopo la progressione della malattia. Il periodo di osservazione rimane breve, e non è chiaro se il farmaco funzioni per mutazioni RAS diverse da G12. Circa il 62% dei pazienti ha sperimentato eventi avversi incluse allergie cutanee, effetti su cellule del sangue e piastrine che portano ad anemia, rischio di infezione e debolezza. È stato riportato un decesso nello studio. Il daraxonrasib ha ricevuto la designazione di farmaco orfano dall'Agenzia Europea per i Medicinali nell'aprile 2026 per il cancro pancreatico. Il Comitato per i Medicinali per Uso Umano dell'EMA ha avviato una revisione continua, potenzialmente accelerando il processo normativo, anche se il farmaco deve ancora soddisfare i requisiti standard di qualità, efficacia e sicurezza. Orsi ha evidenziato le priorità di ricerca chiave, notando che uno dei prossimi obiettivi sarà comprendere i meccanismi attraverso cui le cellule tumorali sviluppano resistenza al farmaco. Questa conoscenza potrebbe permettere di combinare gli inibitori RAS con chemioterapia o altre molecole che colpiscono i meccanismi di resistenza. Sarà anche importante studiare il daraxonrasib nelle fasi più precoci del percorso terapeutico. Quando disponibile, il daraxonrasib sarà probabilmente utilizzato come terapia di seconda linea dopo il fallimento della chemioterapia, anche se studi sperimentali stanno esplorando l'uso in prima linea. Il farmaco rappresenta un passo verso la potenziale trasformazione del trattamento del cancro pancreatico, colpendo una via che i ricercatori consideravano difficile da affrontare da decenni. Nota: Questo articolo è stato creato con Intelligenza Artificiale (AI).
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Si prendono le cellule. Si fanno crescere in un habitat ideale, ovvero in un gel studiato appositamente per riprodurre come un vero e proprio avatar le caratteristiche biologiche del tumore....
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Si prendono le cellule. Si fanno crescere in un habitat ideale, ovvero in un gel studiato appositamente per riprodurre come un vero e proprio avatar le caratteristiche biologiche del tumore. Si crea così una sorta di organo “gemello” che vede aggregare in piccole microsfere le unità neoplastiche, riunite a migliaia come veri e propri aggregati translucidi. Ed è su queste popolazioni cellulari che si va a studiare il tumore, del tutto uguale a quello della donna, per capire se e a quali farmaci risponde. Lo scenario appare fantascientifico, ma, seppur da verificare su ampia scala, non appare lontano dalla realtà del prossimo futuro. A preconizzarla è una ricerca apparsa su Cell Reports Medicine, condotta dagli esperti dell’Università della California di San Francisco coordinati da Jennifer M. Rosenbluth. Gli studiosi hanno infatti sviluppato questo nuovo metodo per prevedere la risposta al trattamento di diversi tipi di tumore mammario partendo dalle informazioni i pazienti di uno studio clinico (l’I-SPY2), unite ai risultati di test rapidi su mini-tumori coltivati in laboratorio.
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Sotto esame i tumori più “difficili”
Lo studio ha analizzato organoidi di neoplasie invasive in fase iniziale per studiare i meccanismi di resistenza alla terapia e quindi puntare su un approccio di medicina di precisione. Analizzando specifici sottotipi di risposta si è quindi creato una sorta di “puzzle” in cui inserire le risposte tumorali previste alle terapie attuali, come chemioterapia, immunoterapia, terapie target. Infine, conoscendo quando effettivamente osservato nelle pazienti e i risultati dei marcatori tumorali, si è potuto impiegare questi “modelli” di risposta per prevedere le risposte al trattamento negli organoidi. L’analisi si è concentrata in particolare sui tumori triplo-negativi, particolarmente aggressivi (circa 10-15% dei casi) che non hanno recettori per estrogeni, progesterone e la proteina HER2. Il dato è di grande importanza perché in queste donne spesso si deve ricorrere alla classica chemioterapia (associata ad altre cure) anche se magari si osservano resistenze al trattamento.
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Terapia mirate
Studiando un particolare organoide tumorale, che presentava la più alta resistenza prevista e successivamente validata ad un’associazione tra chemioterapie e un farmaco mirato, si è quindi puntato ad analizzare quasi 400 potenziali farmaci potenzialmente attivi su questo organoide. L’analisi ha permesso di trovare l’associazione con la chemio ottimale per il singolo tumore di questo tipo, partendo proprio dall’organoide. Lo screening farmacologico sugli organoidi ha inoltre rivelato altri risultati promettenti, anche in prospettiva, per cure mirate su gruppi di pazienti. “Si è visto che gli organoidi di tumore al seno esprimono importanti biomarcatori tumorali, molti dei quali possono essere bersaglio di farmaci – è il commento del primo autore Tam Binh V. Bui, in una nota dell’ateneo americano -. Questi organoidi ci hanno permesso di studiare gli effetti dei farmaci direttamente sul tessuto umano e di dare priorità alle terapie più promettenti per questo sottotipo”.
Cosa potrebbe cambiare
La ricerca può aprire la strada allo sviluppo di trattamenti più personalizzati per il tumore al seno, incluso il tipo triplo negativo, particolarmente aggressivo e difficile da trattare. “Gli organoidi di tumore al seno hanno riprodotto la risposta dei tumori dei pazienti corrispondenti alle terapie e hanno identificato potenziali terapie di combinazione per i tumori che non rispondono al trattamento standard – segnala Jennifer M. Rosenbluth, -. Questi risultati supportano la modellazione con organoidi come ponte tra i biomarcatori clinici e le strategie di trattamento di precisione nel tumore al seno”. “Gli organoidi tumorali vengono studiati in oncologia da circa 15 anni e rappresentano un promettente strumento per capire come un tumore possa rispondere ai farmaci – spiega Lucia Del Mastro, Professore di Oncologia Medica all’Università di Genova –“. Questa ricerca risulta peraltro particolarmente interessante per i tumori della mammella triplo-negativi resistenti ai trattamenti: si sono valutati organoidi ottenuti direttamente dalle cellule del tumore delle pazienti che non avevano ottenuto risposta al trattamento pre-operatorio, per identificare approcci in grado di superare la resistenza alla chemioterapia. “L’utilizzo degli organoidi potrebbe quindi rendere la cura sempre più personalizzata ed efficace – conclude l’esperta -. Restano però alcuni limiti: gli organoidi non riproducono completamente l’ambiente reale del tumore, soprattutto il sistema immunitario e i tessuti che circondano il tumore che a loro volta possono condizionare la risposta ai trattamenti. Pertanto questi risultati molto promettenti devono essere confermati in studi più ampi“.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Tumore del pancreas: che cosa aspettarsi dal nuovo farmaco Corriere della Sera
di Redazione Salute
Un articolo pubblicato su una rivista scentifica del gruppo Cell Press analizza la portata, al momento, dell'innovazione dopo i dati presentanti all'ultimo congresso dell'American Society of Clinical Oncology
Di recente si è molto parlato di nuove terapie per il tumore del pancreas che stanno creando molte aspettative. In merito è stata pubblicata sulla rivista scientifica Med, del gruppo Cell Press, un «view point», da parte di Giulia Orsi e Michele Reni, del Dipartimento di Oncologia Medica e del Pancreas Translational and Clinical Research Center dell’Irccs Ospedale San Raffaele, intitolato Daraxonrasib in refractory PDAC: A one-eyed king in the land of the blind?. Nel loro contributo i due specialisti hanno analizzato i risultati dello studio internazionale RASolute 302 dedicato a daraxonrasib, nuovo farmaco sperimentale per il trattamento di seconda linea dell’adenocarcinoma duttale del pancreas metastatico, invitando a distinguere le importanti prospettive aperte dalla ricerca dalle possibilità terapeutiche concretamente disponibili oggi.
Che cosa ha dimostrato lo studio RASolute 302
Presentati in occasione del congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology – ASCO 2026 e contemporaneamente pubblicati sul New England Journal of Medicine, i risultati dello studio di fase III RASolute 302 hanno suscitato grande attenzione nella comunità scientifica e comprensibili speranze tra i pazienti e i loro familiari. Lo studio ha coinvolto persone con adenocarcinoma duttale del pancreas metastatico, cioè esteso ad altri organi, già trattate con una precedente linea di terapia. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a ricevere daraxonrasib, il farmaco orale che agisce sulla proteina RAS, oppure una chemioterapia scelta dagli sperimentatori.
L’analisi principale ha riguardato 459 pazienti il cui tumore presentava una specifica alterazione del gene RAS, chiamata G12, una delle più frequenti nell’adenocarcinoma del pancreas. In questa popolazione, la sopravvivenza globale mediana è stata di 13,2 mesi con daraxonrasib, rispetto a 6,6 mesi con la chemioterapia. A 12 mesi era ancora vivo il 53,3% dei pazienti trattati con il nuovo farmaco, contro il 18,7% di quelli sottoposti a chemioterapia.
Daraxonrasib ha inoltre prolungato il periodo durante il quale la malattia non è cresciuta: la sopravvivenza libera da progressione mediana è stata di 7,3 mesi con il nuovo farmaco e di 3,5 mesi con la chemioterapia. Inoltre, daraxonrasib ha dimostrato un profilo di tollerabilità lievemente migliore rispetto alla chemioterapia provocando principalmente effetti indesiderati a carico della pelle e delle mucose, come eruzioni cutanee e infiammazioni della bocca. È bene sottolineare -sottolinenano i due esperti- che questi risultati riguardano una popolazione precisa: pazienti con malattia metastatica già sottoposti a una sola precedente terapia e portatori di una mutazione RAS G12. I dati non possono quindi essere estesi automaticamente a tutte le persone con tumore del pancreas.
Il significato
RAS è una proteina coinvolta nella crescita e nella sopravvivenza delle cellule. Le alterazioni dei geni della famiglia RAS sono molto frequenti nell’adenocarcinoma duttale del pancreas, ma per decenni questo bersaglio è stato considerato quasi impossibile da colpire farmacologicamente.
Secondo Orsi e Reni lo studio RASolute 302 rappresenta quindi un passaggio scientifico di grande rilievo: dimostra che l’inibizione di RAS può diventare una strategia efficace contro il tumore del pancreas e apre la strada allo sviluppo di una nuova classe di trattamenti.
Gli autori invitano tuttavia a valutare con cautela la reale entità del beneficio osservato, evidenziando alcuni limiti dello studio. Il confronto con la chemioterapia potrebbe infatti aver favorito daraxonrasib, perché nel gruppo di controllo i trattamenti scelti non erano sempre basati sull’evidenza scientifica disponibile e alcuni pazienti non hanno ricevuto alcuna terapia. Inoltre, parte del vantaggio di sopravvivenza è verosimilmente dovuto ai trattamenti successivi somministrati dopo la progressione della malattia.
Il periodo di osservazione è ancora breve e i dati disponibili non permettono di capire con certezza quanto a lungo durerà il beneficio. Non è ancora chiaro neppure se il farmaco sia efficace nei tumori con mutazioni RAS diverse da G12. Restano infine da considerare alcuni effetti collaterali, soprattutto a carico della pelle e della bocca.
«Lo studio è indubbiamente positivo e dimostra che RAS può finalmente diventare un bersaglio terapeutico anche nel tumore del pancreas – spiega il professor Reni, autore della View Point e professore associato di Oncologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele – Daraxonrasib è però in grado di ritardare la progressione della malattia, non di impedirla, e non deve essere interpretato come una cura definitiva. Il risultato rappresenta l’inizio di un possibile cambiamento di paradigma, che dovrà essere consolidato attraverso dati più maturi e nuovi studi».
«Uno dei prossimi obiettivi della ricerca sarà comprendere i meccanismi attraverso i quali le cellule tumorali sviluppano resistenza al farmaco – continua la dottoressa Orsi - Queste conoscenze potrebbero permettere di associare gli inibitori di RAS alla chemioterapia o ad altre molecole dirette contro i meccanismi di resistenza. Sarà inoltre importante studiare daraxonrasib in fasi più precoci del percorso terapeutico».
Terapie e trattamenti per il tumore al pancreas disponibili oggi in Europa
Daraxonrasib è ancora un farmaco sperimentale e, al momento, non è autorizzato né normalmente disponibile per il trattamento dei pazienti nell’Unione Europea.
Nell’aprile 2026 ha ricevuto dall’Agenzia europea per i medicinali, EMA, la designazione di farmaco orfano per il tumore del pancreas. Tale riconoscimento offre al produttore supporto scientifico e regolatorio durante lo sviluppo, ma non equivale all’autorizzazione del farmaco né alla sua disponibilità per i pazienti.
Il Comitato per i medicinali per uso umano dell’EMA ha inoltre avviato una revisione progressiva dei dati su daraxonrasib. Questa procedura consente di valutare le evidenze man mano che diventano disponibili e può accelerare il percorso regolatorio, ma il farmaco dovrà comunque rispettare gli stessi requisiti di qualità, efficacia e sicurezza previsti per tutti gli altri medicinali prima di poter essere autorizzato nell’Unione europea. Al momento non è possibile prevedere quando si concluderà la valutazione.
Oggi in Europa le possibilità terapeutiche attualmente disponibili possono comprendere la chirurgia, quando la malattia è operabile, differenti combinazioni di chemioterapia e, in situazioni selezionate, la
radioterapia o trattamenti mirati a specifiche alterazioni molecolari. Nella malattia metastatica, la scelta delle terapie e della loro sequenza deve tenere conto anche della risposta ai trattamenti precedenti, degli effetti collaterali e della qualità di vita del paziente. In ogni caso il trattamento del tumore del pancreas deve essere definito da un’équipe multidisciplinare, sulla base dello stadio e della sede della malattia, delle condizioni generali della persona, dei trattamenti già effettuati e delle caratteristiche biologiche e molecolari del tumore.
Per verificare la presenza di studi clinici appropriati o la possibilità di accedere a terapie sperimentali è necessario rivolgersi al proprio oncologo o a un centro specializzato. La partecipazione a uno studio clinico non è automatica, ma richiede la valutazione di precisi criteri clinici e molecolari.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Criteri Critici
Non c’è paziente che non chieda daraxonrasib, il farmaco che ha dato speranza a chi ha questa malattia aggressiva. Ma in Italia ci sarà dal 2027 e non andrà bene per tutti. Per non parlare degli effetti avversi. Una riflessione su Med
I risultati erano stati presentati al più grande congresso mondiale di Oncologia, l’Asco di Chicago, accolti da standing ovation delle migliaia di oncologi presenti e applausi che hanno fatto venire giù il centro congressi. E questo perché, finalmente, sembrava si fosse trovata una strada per aggredire uno dei big killer che fanno ancora paura: il tumore al pancreas. Una malattia molto aggressiva con opzioni terapeutiche limitate e prognosi spesso infauste. Il bersaglio da colpire era chiaro da anni, ma nessuno ci era mai riuscito: le mutazioni della famiglia Ras, presenti nel 90% dei casi di tumore del pancreas.
Ma poi, appunto, era arrivato daraxonrasib, messo a punto dall’azienda Revolution Medicine, capace di bloccare l’attività della proteina prodotta dal gene Ras e con i risultati di uno studio condotto in 60 centri, tra questi 4 italiani. E una parolina magica: sopravvivenza mediana raddoppiata. Entusiasmo dei medici, per non parlare dei pazienti di tutto il mondo.
In Italia
Ogni anno in Italia ci sono 14 mila nuovi malati di tumore al pancreas ogni anno: molti non fanno terapie, i metastatici sono la metà del totale al momento del primo trattamento e la metà della metà al momento del secondo trattamento, che è l’oggetto del daraxonrasib. La stima è quindi di circa 1500 pazienti l’anno. L’Ospedale San Raffaele di Milano ne vede mediamente 100 alla settimana. E tutti quanti chiedono il farmaco straordinario di cui hanno letto. “Nei nostri ambulatori assistiamo a un’ondata di richieste – spiega Il professor Michele Reni, primario delle Unità operative di Oncologia e Day Hospital Oncologico e direttore del programma strategico di coordinamento clinico del Pancreas Center al San Raffaele -. La speranza dei nostri pazienti è che questo farmaco possa raddoppiare la loro sopravvivenza. In realtà alcune criticità ci sono. Inoltre daraxonrasib – che non può essere usata in combinazione con altre – non sarà disponibile in Europa prima del 2027, quindi per averlo serviranno almeno altri sei mesi. E comunque non sarà somministrato a tutti i malati, occorre seguire un protocollo preciso”.
Come funziona il nuovo farmaco
Come agisce il nuovo farmaco contro il tumore al pancreas? Al contrario dei primi inibitori della famiglia Ras, che colpivano solo un tipo specifico di ‘difetto’ presente nel gene che codifica per questo gruppo di proteine, daraxonrasib è un inibitore multi-selettivo, definito RAS(ON), che funziona cioè su diverse varianti. Agisce come una sorta di ‘colla molecolare’: si lega a una proteina naturale presente nelle cellule formando un complesso che si aggancia alla proteina Ras quando questa è nel suo stato ‘attivo’, bloccandola.
In pratica, quando questa proteina ha un’attività elevata manda segnali che fanno crescere e proliferare il tumore. Per questo si pensava che poterla bloccare sarebbe stato una rivoluzione, ma fino a ora non era stato possibile farlo in maniera sicura, e soprattutto per tutti i pazienti e non solo un piccolo sottogruppo.
Lo studio RASolute 302
Reni, insieme alla collega Giulia Orsi, oncologa medico all’Unità di Medicina oncologica e Day Hospital oncologico del San Raffaele, ha pubblicato sulla rivista Med una lettura critica dello studio internazionale RASolute 302 dedicata a daraxonrasib. Un’analisi che sottolinea i punti critici del nuovo farmaco e invita alla cautela i pazienti che ora lo vedono come la soluzione definitiva alla loro malattia.
“I risultati del farmaco, che sono stati presentati ad Asco e contemporaneamente pubblicati sul New England Journal of Medicine, hanno suscitato grande attenzione nella comunità scientifica e comprensibili speranze tra i pazienti e i loro familiari”, sottolinea Reni.
Parliamo di una ricerca che ha coinvolto persone con adenocarcinoma duttale del pancreas metastatico, cioè esteso ad altri organi, già trattate con una precedente terapia. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a ricevere daraxonrasib, il farmaco orale che agisce sulla proteina RAS, oppure una chemioterapia scelta dagli sperimentatori. E l’analisi principale ha riguardato 459 pazienti il cui tumore presentava una specifica alterazione del gene RAS, chiamata G12, una delle più frequenti nell’adenocarcinoma del pancreas”.
“In questa popolazione, la sopravvivenza globale media è stata di 13,2 mesi con daraxonrasib, rispetto a 6,6 mesi con la chemioterapia. A dodici mesi era ancora vivo il 53,3% dei pazienti trattati con il nuovo farmaco, contro il 18,7% di quelli sottoposti a chemioterapia – ricorda l’esperto -. Daraxonrasib ha inoltre prolungato il periodo durante il quale la malattia non è cresciuta: la sopravvivenza libera da progressione mediana è stata di 7,3 mesi con il nuovo farmaco e di 3,5 mesi con la chemioterapia”.
L’analisi critica del San Raffaele
Detto questo, i due oncologi del San Raffele nella loro analisi critica hanno evidenziato il fatto che sono diversi i punti incerti della nuova molecola su cui bisogna ancora lavorare. Reni spiega: “Questo farmaco è sicuramente un nuovo attore sulla scena del trattamento del tumore del pancreas, da somministrare dopo una prima cura, fallita, della malattia metastatica, ossia un trattamento chemioterapico. E il fatto che ci sia una nuova molecola, laddove il trattamento del tumore al pancreas si limitava a pochi farmaci chemioterapici, apre una prospettiva per il futuro che permette di usarla in combinazione con altre e nel contempo stimola le aziende farmaceutiche a investire su questa patologia”.
Il però arriva subito dopo. “Però vanno evidenziati alcuni aspetti critici – proseguono Reni e Orsi -. È stato scritto, ad esempio, che dimezza il rischio di morire e allunga la sopravvivenza, cosa che porta i pazienti a chiederlo a gran voce. Ma va precisato che in Europa il farmaco non ci sarà prima del 2027. Inoltre non bisogna amplificare il messaggio sul reale valore del farmaco in modo da non creare false aspettative. Il confronto con la chemioterapia potrebbe infatti aver favorito daraxonrasib, perché nel gruppo di controllo i trattamenti scelti non erano sempre basati sull’evidenza scientifica disponibile e alcuni pazienti non hanno ricevuto alcuna terapia. Oltre a questo, parte del vantaggio di sopravvivenza può essere dovuto ai trattamenti successivi somministrati dopo la progressione della malattia, quindi non del tutto attribuibili alla nuova molecola. Infine il periodo di osservazione è ancora breve e i dati disponibili non permettono di capire con certezza quanto a lungo durerà il beneficio. Non è ancora chiaro neppure se il farmaco sia efficace nei tumori con mutazioni RAS diverse da G12”.
Pesanti effetti collaterali
Restano poi da considerare gli effetti collaterali, alcuni dei quali pesanti, soprattutto a carico della pelle e della bocca. “Parliamo di un farmaco comunque tossico, come del resto lo è il trattamento chemioterapico – sottolineano i due scienziati -. Circa il 62% dei pazienti a cui è stato somministrato ha accusato reazioni allergiche cutanee, effetti su globuli e piastrine, quindi anemia, rischio di infezioni e debolezza. Purtroppo, si è verificata anche una morte”.
A chi si potrà prescrivere?
Dunque come comportarsi? In quali occasioni si prescriverà? “Quando sarà disponibile in Europa e in Italia, direi non prima di sei mesi – risponde l’oncologo -. sarà utilizzato come le autorità regolatorie ci autorizzeranno a fare, probabilmente solo come seconda terapia dove la chemio ha fallito. Intanto sono in atto studi sperimentali con l’obiettivo di far sì che queste molecole possano essere usate come prima terapia, ma non è detto che ciò funzioni”.
“Lo studio su Daraxonrasib è indubbiamente positivo e dimostra che RAS può finalmente diventare un bersaglio terapeutico anche nel tumore del pancreas – conclude Reni -. Però questa molecola è in grado di ritardare la progressione della malattia, non di impedirla, e non deve essere interpretato come una cura definitiva. Il risultato rappresenta l’inizio di un possibile cambiamento di paradigma, che dovrà essere consolidato attraverso dati più maturi e nuovi studi”.
“Uno dei prossimi obiettivi della ricerca sarà comprendere i meccanismi attraverso i quali le cellule tumorali sviluppano resistenza al farmaco – aggiunge Orsi -. Queste conoscenze potrebbero permettere di associare gli inibitori di RAS alla chemioterapia o ad altre molecole dirette contro i meccanismi di resistenza. E poi sarà importante studiare daraxonrasib nelle fasi più precoci del percorso terapeutico”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Criteri Critici
Trento si conferma polo internazionale per la ricerca sulla radioterapia FLASH ASUIT Trento
L'evento è stato organizzato congiuntamente dall'Università di Trento (UniTrento), da INFN-TIFPA e dal Centro di Protonterapia di Trento di Asuit e ha riunito ricercatori di fama internazionale nei settori della biologia delle radiazioni, della fisica medica, dell'oncologia e della terapia con particelle. Al centro del confronto, gli ultimi progressi nella comprensione dei meccanismi biologici responsabili dell'effetto FLASH.
A differenza della radioterapia convenzionale, la radioterapia FLASH eroga la dose terapeutica in pochi millisecondi mediante tassi di dose ultra-elevati. I risultati ottenuti finora in ambito sperimentale indicano che questo approccio potrebbe ridurre in modo significativo gli effetti collaterali sui tessuti sani, mantenendo al tempo stesso l'efficacia del trattamento sul tumore. Comprendere le basi biologiche di questo fenomeno e renderne possibile un'applicazione clinica sicura rappresenta oggi una delle principali sfide della ricerca in radioterapia.
In questo contesto, Trento offre condizioni particolarmente favorevoli. Fisici, biologi delle radiazioni, fisici medici, ingegneri e clinici lavorano a stretto contatto, integrando competenze altamente specialistiche che raramente coesistono all'interno dello stesso sistema di ricerca. Durante il workshop sono stati presentati nuovi risultati sperimentali e teorici sulla deplezione dell'ossigeno, sulla radiochimica, sull'erogazione del fascio, sulla dosimetria e sulla risposta biologica alle radiazioni, contribuendo a chiarire i meccanismi alla base dell'effetto FLASH.
La collaborazione tra INFN-TIFPA, Università di Trento e Asuit rappresenta inoltre un'importante opportunità per favorire il trasferimento clinico di questa tecnologia. La presenza di uno dei più avanzati centri europei di protonterapia, unita a un'esperienza consolidata nella radioterapia con fotoni e protoni, consente infatti di integrare ricerca di base, sviluppo tecnologico e competenze cliniche, creando le condizioni necessarie per accompagnare l'evoluzione della radioterapia FLASH verso future applicazioni sui pazienti.
Il workshop si è svolto in un momento particolarmente significativo per il settore. Negli stessi giorni sono iniziate presso la University of Pennsylvania le fasi finali di preparazione del primo studio clinico sull'uomo di reale rilevanza dedicato alla radioterapia FLASH, utilizzando la stessa piattaforma tecnologica di protonterapia installata anche a Trento. Pur restando numerosi interrogativi scientifici da risolvere, questo passaggio testimonia la rapidità con cui la ricerca sulla FLASH sta avanzando dalla sperimentazione preclinica verso studi clinici accuratamente progettati.
Le discussioni emerse nel corso del workshop hanno ribadito che il progresso della radioterapia FLASH dipenderà dalla capacità di integrare competenze provenienti da discipline diverse. È proprio questo approccio multidisciplinare a rappresentare uno dei punti di forza della comunità scientifica trentina.
Il messaggio conclusivo dell'incontro è stato chiaro: il futuro della radioterapia FLASH non dipenderà soltanto dall'innovazione tecnologica, ma anche dalla capacità di mettere in dialogo fisica, biologia, ingegneria e medicina. Un'integrazione che a Trento è già una realtà e che contribuisce a rafforzare il ruolo della città tra i principali centri internazionali impegnati nello sviluppo di questa nuova frontiera della radioterapia.
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Speranza per i tumori rari del sangue: al via la sperimentazione della CAR-T "made in Italy" Agenziaimpress.it
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PISA – Una nuova terapia italiana sarà sperimentata contro due tumori rari e particolarmente aggressivi del sangue, per i quali oggi le possibilità di cura sono ancora molto limitate.
Un progetto Made in Italy
Il progetto, finanziato dall’Agenzia italiana del farmaco con il bando dedicato alle malattie rare, coinvolge l’Università di Pisa, l’Azienda ospedaliero-universitaria pisana, l’Istituto romagnolo per lo studio dei tumori di Meldola e l’Università di Bologna. La terapia è una delle cosiddette CAR-T, un trattamento che utilizza le cellule del sistema immunitario del paziente per combattere il tumore.
Le cellule vengono prelevate dal sangue, modificate in laboratorio in modo che possano riconoscere le cellule malate e poi reinfuse nel paziente. Il nuovo trattamento è destinato alla leucemia linfoblastica acuta a cellule T e ai linfomi periferici a cellule T, malattie nelle quali alcuni globuli bianchi, i linfociti T, iniziano a moltiplicarsi senza controllo.
La sperimentazione si concentra in particolare sui pazienti nei quali la malattia torna dopo le cure o non risponde ai trattamenti disponibili. In questi casi, anche dopo il trapianto, le possibilità terapeutiche sono poche e la prognosi resta particolarmente sfavorevole. La novità della terapia sviluppata dai ricercatori italiani riguarda il modo in cui vengono riconosciute le cellule tumorali.
Obiettivo: colpire le cellule malate
Le cellule modificate sono infatti indirizzate contro una proteina chiamata TRBC1, presente nel 40% circa dei tumori a cellule T. L’obiettivo è colpire le cellule malate risparmiando una parte importante dei linfociti T sani. È uno degli ostacoli principali che finora hanno reso difficile utilizzare le CAR-T contro questo tipo di tumori.
I risultati ottenuti finora nella ricerca di laboratorio sono stati promettenti. Nei test condotti in vitro e negli animali, la terapia ha mostrato una forte capacità di eliminare le cellule tumorali, con remissioni complete e durature e un profilo di sicurezza favorevole. «CAR-T-One ha dimostrato una potente attività antitumorale», ha spiegato Massimiliano Mazza, uno dei ricercatori coinvolti nello sviluppo. Ora il finanziamento permetterà di passare alla sperimentazione sui pazienti.
Prossimo passo i controlli sulla terapia
Il prossimo passo sarà completare i controlli necessari sulla terapia, ottenere le autorizzazioni e avviare uno studio clinico iniziale, che servirà soprattutto a verificarne la sicurezza e la tollerabilità. Saranno coinvolti anche pazienti seguiti a Pisa, mentre le cellule modificate saranno prodotte a Meldola. Lo studio durerà quattro anni e punta a portare alla prima sperimentazione clinica di una CAR-T italiana pensata specificamente per queste due rare forme di tumore a cellule T.
L’obiettivo finale è offrire una possibilità terapeutica a pazienti che oggi hanno poche alternative e dimostrare che una terapia cellulare avanzata può essere sviluppata e prodotta interamente all’interno della ricerca e della sanità pubblica italiana.
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“Armani scendeva da casa a Pantelleria con il Ciao, ma nessuno lo inseguiva. L’isola è una clinica dell’anima, per i dolori della mente e del cuore. Qui abbiamo potuto curare la depressione di mio figlio”: parla Italo Cucci
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“Dopo il Mondiale del 2010 vivevo in una bella zona di Roma, con Grazia e i nostri tre figli. Tutti addolorati dalla perdita della prima, Francesca, 12 appena, una leucemia fulminante. Avevamo comprato un dammuso qui nel 1989. E decidemmo di trasferirci tutto…
“Dopo il Mondiale del 2010 vivevo in una bella zona di Roma, con Grazia e i nostri tre figli. Tutti addolorati dalla perdita della prima, Francesca, 12 appena, una leucemia fulminante. Avevamo comprato un dammuso qui nel 1989. E decidemmo di trasferirci tutto l’anno”. Italo Cucci, giornalista e da qualche mese presidente del Parco di Pantelleria, viaggia indietro nel tempo con i ricordi in un’intervista al Corriere della Sera. A quando, ormai 37 anni fa, si trasferì sull’isola a sud ovest della Sicilia.
Per lui, “un’eterna primavera”, pure d’inverno. “È come una clinica dell’anima. Grazie alla gente, al suo atteggiamento. Soprattutto per i dolori della mente e del cuore. Il posto in cui abbiamo potuto curare la depressione di mio figlio Ignazio”, ha rivelato. Un luogo ideale in cui la gente, ha spiegato Cucci, vive con la filosofia “del minnifuttu”. Tradotto: “Quelli che se ne fregano. Ma un distacco che non è insensibilità. Piuttosto, una generosa comprensione di un privato da non violare”.
Il motivo per cui “tutti i vip del mondo arrivano qui”. Anche Giorgio Armani, ha ricordato il giornalista, “scendeva da casa con il suo Ciao, ma nessuno lo inseguiva. Sempre prodigo con l’isola”. A Pantelleria, insomma, “arrivano i famosi perché non abbiamo paparazzi, passa Hollywood e quasi non ce ne accorgiamo. Mi è capitato di perdere una granita con mia moglie al porto. Vedo una bella ragazza e dico che sembra Michelle Pfeiffer. Era lei. Stessa cosa con Madonna”.
L’isola, nel tempo, ha accolto numerosi artisti, attori, produttori. Pare che Sting, sul cocuzzolo più alto di Pantelleria, abbia composto diverse canzoni: “Volevo comprare il mio dammuso, avrei fatto un affare”, ha rivelato Cucci. Che, dalle sue parti, ha visto passare anche Capello e Tardelli, il direttore d’orchestra Riccardo Muti. E anche Gèrard Depardieu: “Litigava manesco con la povera Carole Bouquet, ma lo abbiamo costretto ad andarsene. Non gli davamo più da bere e da mangiare. Mi pento di avergli regalato una casetta con delle belle bocce di metallo. Dovevo dargliele in testa”.
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Lucy Davis, nota attrice britannica, ha annunciato sui social di avere un tumore incurabile e ha dichiarato che continuerà a lavorare.L'annuncio è giunto dalla stessa attrice britannica, conosciuta per il suo ruolo di Dawn Tinsley nella serie britannica The O…
L'annuncio è giunto dalla stessa attrice britannica, conosciuta per il suo ruolo di Dawn Tinsley nella serie britannica The Office. Lucy Davis è apparsa sui social per raccontare la sua malattia, in un post sul suo profilo ufficiale di Instagram sotto il quale in migliaia si sono riversati per starle accanto.
L'interprete, oggi cinquantatré anni, ha sottolineato, sebbene il male sia incurabile, di voler vivere il tempo che le resta "nel modo più divertente possibile". Come detto in apertura, Davis è conosciuta ai più per aver preso parte alla versione originale di The Office, nella quale ha interpretato Dawn Tinsley, la receptionist dell'ufficio protagonista della sitcom in stile mockumentary. La diagnosi di tumore è giunta da un anno e mezzo, ha raccontato l'attrice:
"Un anno e mezzo fa mi è stato diagnosticato un cancro al seno al quarto stadio, con metastasi alle ossa. Nello specifico, alla colonna vertebrale, all’anca destra e alle costole. Il cancro è incurabile ed è troppo tardi per la chemioterapia" ha raccontato nel suo post su Instagram. L'attrice ha poi voluto condividere con i fan il primo segnale che le ha fatto sospettare che qualcosa non andava: "Quello che avevo sentito inizialmente non era propriamente un “nodulo”, ma piuttosto una sorta di zona dura. Era davvero piccolissima. Quasi non mi sono preoccupata di farlo controllare" ha spiegato Davis, che ha voluto lanciare un monito legato ai cambiamenti improvvisi del corpo.
Nel video, l'attrice non ha però voluto concentrarsi solo sulla sua malattia, spiegando che "Per ora sto cercando di vivere in modo divertente il resto della mia vita. Mi è sempre piaciuto trovare qualcosa da imparare anche nelle cose negative che mi accadono. E il cancro, sotto questo aspetto, non mi ha delusa: ho imparato molto e sono grata per questo" ha concluso Davis, che continuerà a lavorare nonostante la malattia: "Vorrei ancora lavorare. Ne sono perfettamente in grado e recitare è una delle più grandi gioie della mia vita", ha concluso.
Su Trono Di Spade Stagione 8 (3 Dvd) è uno dei più venduti di oggi.
“Ho un cancro al seno al quarto stadio, è incurabile ed è troppo tardi per la chemioterapia. All’inizio era solo una zona dura, quasi non mi sono preoccupata di farla controllare”: così Lucy Davis, star di The Office
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“Non ho paura di quello che succederà dopo. Sono in pace con questa situazione”. Con queste parole, Lucy Davis, l’attrice britannica conosciuta per il ruolo di Dawn Tinsley nella versione originale di “The Office”, ha scelto di raccontare pubblicamente tramit…
“Non ho paura di quello che succederà dopo. Sono in pace con questa situazione”. Con queste parole, Lucy Davis, l’attrice britannica conosciuta per il ruolo di Dawn Tinsley nella versione originale di “The Office”, ha scelto di raccontare pubblicamente tramite un post sul suo profilo Instagram ufficiale la sua battaglia contro un tumore al seno al quarto stadio. A 53 anni, ha spiegato che la malattia si è diffusa alle ossa e che la diagnosi è ormai considerata incurabile. Ma, nonostante tutto, l’attrice ha comunicato di voler continuare a lavorare e a vivere il tempo che le resta “nel modo più divertente possibile”.
L’attrice britannica è conosciuta soprattutto per aver interpretato Dawn Tinsley in “The Office”, la receptionist dell’ufficio che nella serie aveva una storia d’amore con Tim Canterbury, interpretato da Martin Freeman. Davis ha raccontato di aver ricevuto circa un anno e mezzo fa la diagnosi di un tumore: “Un anno e mezzo fa mi è stato diagnosticato un cancro al seno al quarto stadio, con metastasi alle ossa – ha scritto -. Nello specifico, alla colonna vertebrale, all’anca destra e alle costole. Il cancro è incurabile ed è troppo tardi per la chemioterapia”.
Nel suo racconto c’è anche un dettaglio che l’attrice ha voluto trasformare in un messaggio per chi la segue. Il primo segnale non era apparso come un evidente nodulo: “Quello che avevo sentito inizialmente non era propriamente un “nodulo”, ma piuttosto una sorta di zona dura. Era davvero piccolissima. Quasi non mi sono preoccupata di farlo controllare”. Proprio per questo Davis ha invitato le persone a non sottovalutare i cambiamenti del proprio corpo e a fare delle visite anche per ciò che può sembrare insignificante.
La sua testimonianza, però, non è soltanto il racconto della malattia. Davis ha spiegato di voler continuare a vivere cercando di concentrarsi sulle cose che le danno gioia: “Per ora sto cercando di vivere in modo divertente il resto della mia vita. Mi è sempre piaciuto trovare qualcosa da imparare anche nelle cose negative che mi accadono. E il cancro, sotto questo aspetto, non mi ha delusa: ho imparato molto e sono grata per questo”. Tra le sue priorità resta anche il lavoro. “Vorrei ancora lavorare. Ne sono perfettamente in grado e recitare è una delle più grandi gioie della mia vita”, ha spiegato.
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Il triathlon, l’endurance e l’Ironman come compagni per affrontare il periodo più difficile, quello della diagnosi di un cancro al seno
Lo sport di resistenza non è quasi mai soltanto una questione di performance. Il triathlon, l’endurance e perfino l’Ironman spesso diventano anche un modo per affrontare la vita. Così è stato per Alessandra Fior, che ha saputo rinascere proprio quando tutto sembrava crollare: una diagnosi di tumore al seno, la solitudine del lockdown, la perdita del controllo sul proprio corpo. Oggi la triatleta classe 1979 e ambassador Airc racconta quella traversata personale con la stessa lucidità con cui affronta una gara di lunga distanza e che ha incantato il pubblico dello Sport Business Forum a Belluno.
Quasi per caso, inizia a praticare prima la corsa, poi il nuoto e, infine, la bici dopo la nascita del figlio Filippo Maria nel 2009. Quindi, unisce le tre discipline nel triathlon e nel 2016 si iscrive a due competizioni brevi, un super sprint a Vittorio Veneto e uno sprint a Lignano, dove vince subito i due titoli di campionessa regionale di categoria. Pensa ad allungare e, in sei mesi, prepara il suo primo Ironman, composto da 3,8 km di nuoto, 180 km di bici e 42,2 km di corsa, che chiude a Cervia in 11 ore e un quarto.
Vivere – Tutte le storie
Qualcosa di irraggiungibile
“Ho sempre visto l'Ironman come qualcosa di irraggiungibile” ammette. “È stato grazie a coach Fabio Vedana della DDS di Milano se ho preso confidenza con un mondo che consideravo lontanissimo e che invece ho subito sentito molto mio”. Un’esperienza che le fornisce strumenti e strategie destinati a rivelarsi fondamentali. In molti considerano lo sport di endurance metafora di molte sfide della vita e se ne servono per superare ricordi dolorosi o momenti difficili. “Anche a me è capitato di trovare negli insegnamenti dello sport delle chiavi preziose per la vita quotidiana, quella dove non hai un coach Vedana accanto a te”.
Il riferimento è al tumore al seno, scoperto quasi per caso dopo una competizione. “Pesavo 47 kg, ero molto asciutta perché venivo da una preparazione intensa. Mi sono, quindi, accorta di qualcosa di particolarmente visibile al seno sinistro”. Impietrita, prenota una visita senologica urgente. “Mentre fissavo lo specialista che mi parlava di chirurgia, di terapia e di tempi lunghi” racconta “io pensavo solo che mi stava sottraendo la mia agenda sportiva, fatta a brandelli e sostituita con visite, prelievi, esami bioptici, chirurgia, cicli di terapie. Tra l’altro, io venivo da un momento di picco dal punto di vista dei traguardi sportivi”.
Un momento di silenzio e aggiunge: “Quando il senologo disse che il nostro percorso sarebbe terminato lì perché sarei subito passata nelle mani degli specialisti del Cro di Aviano…mi sono sentita come davanti ad una mitragliatrice”. Non riesce a trattenere le lacrime e dice: “Il momento della diagnosi ha raso al suolo qualsiasi mia certezza, ero smarrita e disorientata. Sono state cruciali le parole di coach Vedana: Hai fatto l'ironman con il cancro, era lì con te mentre facevi una cosa grandiosa. Come a dire: Vedrai che ce la fai”.
L’intervento e il lockdown
A una settimana dall’intervento chirurgico, pianificato per l’8 marzo 2020, inizia il primo lockdown. Quando rientra a casa, dopo una mastectomia totale sinistra, la aspetta la solitudine. “Mi ero appena separata e avevo, fortunatamente, un appartamentino dove stare. Mio figlio Filippo Mario stava con il padre. Io dovevo rimanere isolata. Guidavo fino ad Aviano, a 40km da Conegliano, per fare la chemio, poi rientravo”. In quanto igienista dentale, per ragioni di sicurezza non può rientrare al lavoro. Le manca tantissimo il figlio. È stato allora che, in una situazione tanto inaspettata e insolita per una sportiva solita avere il controllo del proprio corpo e degli allenamenti, Alessandra ha avuto una reazione sorprendente persino ai suoi occhi e “da allora, ho imparato a non giudicare mai gli altri perché non sappiamo mai veramente cosa passi nella loro testa”. Racconta:
Sembrava una gara
“Mi presentavo al Cro come se andassi a una gara: l'accettazione diventava il momento del ritiro del pettorale, la sala d’aspetto era la zona cambio [l’area in cui i triatleti passano da una disciplina all’altra] e, in bagno, nel pulsante rosso tondo d’emergenza per chiamare l’infermiera riconoscevo il loro dell'Ironman [una "M" stilizzata sovrastata da un punto rosso]. Attingevo forzatamente dalla mia esperienza sportiva ma a poco a poco è diventato un atteggiamento mentale spontaneo. Era come se veramente io stessi continuando a prepararmi per una gara”.
Alessandra Fior durante una gara
Una bici come amica
Dopo una prima fase di enorme sconforto, “in cui ho anche pensato di non volermi più risvegliare, è successo qualcosa – racconta – . La sera ho iniziato a guardare le dirette Facebook di Airc dove persone come me condividevano le proprie esperienze e mi sono sentita parte di una comunità. Ho iniziato a pensare di poter passare dal tempo t0 con tumore al tempo t1 senza tumore. Poi, nel frattempo, ho trovato un’amica: la mia bicicletta. Pedalavo sui rulli moltissime ore al giorno, durante il secondo ciclo di chemio sono arrivata a passare anche otto o dieci ore in sella. La mia oncologa mi parlava della diversa reazione di ciascuno ai trattamenti e diceva che anche il fisico più forte può soccombere alla fatigue e al contrario una corporatura esile può reagire bene. Ma per me lo sport è stata una terapia”.
Le gare
Quando chiede il permesso di tornare a gareggiare, però, l’oncologa non se la sente di avvallare la proposta. “Pensai che se mi fossero cresciuti i capelli, la calvizie essendo per me troppo legata alla malattia, avrei partecipato”. Così quell’anno fa la pedalata Muro di Ca' del Poggio e, il 10 ottobre dell’anno successivo, conclude il mezzo Ironman di Borgo Egnazia.
“È stata la mia rinascita”. Ma a darle la scossa è stato anche altro. “Ero appena arrivata al Cro, come sempre, con la mia auto. Mentre attendevo il mio turno, ho visto passare una bambina, avrà avuto 12 anni. È stato lì che mi sono detta: Basta Alessandra! Riprenditi” e aggiunge: “Devo dire, comunque, che la fatidica frase Perché proprio a me? non l’ho mai detta né pensata, l’ho sempre trovata molto egoistica. Quella bambina, però, mi ha dato una scossa”.
Cercare una passione
A dover dare un consiglio a chi si trova in un momento di grande fragilità, come può essere una malattia o un lutto, non esita: “Non deve essere necessariamente un’attività performante come lo sport, può essere qualsiasi cosa, ciascuno trovi la passione che ha dentro di sé e vi si aggrappi non appena si scatena lo tsunami della diagnosi e dei trattamenti. Lo sport è stato il mio maestro di vita e mi ha accolto senza giudicarmi mai. Mi ha aiutato a visualizzare tutti i passi da compiere affrontando gli ostacoli della mia nuova vita esattamente come si visualizzano in anticipo i vari momenti della gara, per provare a colmare il gap tra privazione presente e orizzonte futuro. Ero abituata ad allenarmi e seguire rigorosamente le indicazioni di coach Vedana: trovarmi privata del controllo sul mio corpo e sulla mia vita è stato devastante. Ho dovuto imparare a fidarmi di me, proprio come accade sulla linea di partenza dove la paura viene sopita dalla consapevolezza di tutto il lavoro preparatorio effettuato”. Spesso si dice che non si può mai cambiare veramente.
Il cambiamento
“Io lo sono, sono cambiata eccome e non solo fisicamente. Non sono più quella di prima. Non parlo delle cicatrici o della protesi al seno, che infastidisce quando gareggio. Ma anche psicologicamente. Non mi spavento più e so cosa conta per me”. Di nuovo, a venire in aiuto è stato un setting mentale acquisito nello sport: “Resta e respira” ci spiega “Nell’endurance, dove le competizioni durano per ore, scappare dalla fatica, magari aumentando il passo per cercare di terminare il prima possibile, non ha altro effetto che aumentare il battito, quindi l’affaticamento e, dunque, non fa che peggiorare le cose. Bisogna imparare a stare nella fatica. Così nella vita. Certo, serve del tempo, molto tempo”. Ma si può imparare, come hanno “le moltissime persone straordinarie che incontro alle gare e quando mi alleno” dice Alessandra “Voci rassicuranti, storie di successo personale, per tutto questo io sono grata allo sport, che è stato la mia rinascita
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La Regione Campania interviene sulla vertenza ma la soluzione individuata dalla Giunta non chiude il confronto con i centri privati accreditati, che assicurano una quota decisiva dell'assistenza regionale e chiedono ora di affrontare alla radice il problem...…
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Natalia Paragoni torna a rassicurare chi la segue e racconta a che punto è arrivato il suo percorso di cure. Dopo alcuni giorni lontana dai social, l’influencer ha scelto di aggiornare nuovamente i suoi follower, spiegando di aver avuto bisogno di fermarsi e …
Natalia Paragoni torna a rassicurare chi la segue e racconta a che punto è arrivato il suo percorso di cure. Dopo alcuni giorni lontana dai social, l’influencer ha scelto di aggiornare nuovamente i suoi follower, spiegando di aver avuto bisogno di fermarsi e di concentrarsi su se stessa.
La 28enne sta affrontando la chemioterapia dopo la diagnosi di linfoma di Hodgkin, arrivata nei mesi successivi alla nascita della seconda figlia Beatrice. Un periodo particolarmente delicato, che Paragoni ha deciso di raccontare con sincerità, condividendo anche le difficoltà incontrate lungo il cammino.
Il ritorno sui social è stato accompagnato innanzitutto da un messaggio rivolto alle persone che, in questi mesi, non hanno mai smesso di farle sentire la propria vicinanza: “Tutto procede bene, non vi preoccupate”, ha spiegato Natalia, raccontando anche il motivo della sua assenza. Quei giorni di distanza sono serviti per ritrovare un po’ di equilibrio e fare i conti con le emozioni legate a una fase importante del percorso.
La giovane influencer ha parlato di una sorta di pausa necessaria, arrivata in un momento in cui sentiva il bisogno di mettere ordine nei propri pensieri e ritrovare le energie per andare avanti.
La data dell’ultima chemioterapia
La notizia più importante riguarda però la conclusione delle terapie. Natalia ha rivelato di avere già fissato l’ultimo appuntamento con la chemioterapia: il 7 settembre. Un traguardo che guarda con evidente sollievo e che associa immediatamente a un desiderio semplice, ma per lei particolarmente significativo: tornare al mare. “L’ultima chemio ce l’ho il 7 settembre e poi me ne vado un attimo al mare”, ha raccontato, aggiungendo di non essere ancora riuscita a concedersi nemmeno un bagno durante questa estate.
Natalia aveva raccontato pubblicamente la sua malattia lo scorso giugno. La diagnosi di linfoma di Hodgkin è arrivata dopo la nascita della piccola Beatrice, venuta al mondo nel 2026 e seconda figlia della coppia.
“Ero un adolescente normale, poi sono peggiorato. Ho avuto quattro volte la leucemia, sono guarito, ho vissuto e adesso ho ricevuto un’altra diagnosi”: la storia di Conor
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Criteri Critici
Conor Harding ha 21 anni e, come racconta People, è guarito dalla leucemia per quattro volte e oggi si trova davanti a una nuova diagnosi: un glioblastoma, una forma aggressiva di tumore cerebrale. La prima diagnosi è arrivata quando Conor aveva appena 5 anni…
Conor Harding ha 21 anni e, come racconta People, è guarito dalla leucemia per quattro volte e oggi si trova davanti a una nuova diagnosi: un glioblastoma, una forma aggressiva di tumore cerebrale. La prima diagnosi è arrivata quando Conor aveva appena 5 anni.
Il giovane è stato seguito anche dall’organizzazione britannica Brain Tumor Research, impegnata nella raccolta fondi per la ricerca sui tumori cerebrali. Dopo diverse ricadute durante l’infanzia, Conor è riuscito a vivere per oltre quattro anni senza cancro. Un periodo che gli ha permesso di vivere come un ragazzo della sua età.
“Non ero mai arrivato al punto di pensare che il cancro fosse una cosa del passato, – ha raccontato Conor – ma ero arrivato al punto in cui finalmente mi sentivo davvero sano per una volta. Ho avuto un periodo di quattro anni in cui stavo bene. Vivevo semplicemente la vita come dovrebbe fare un adolescente normale: giocavo a rugby, uscivo con i miei amici e costruivo amicizie profonde. Ma poi sono peggiorato”.
Nel settembre 2025, dopo alcuni mesi caratterizzati da mal di testa persistenti, Conor ha ricevuto la diagnosi di glioblastoma. Il giovane ha spiegato che i medici gli hanno detto che la malattia potrebbe essere fatale. “Dopo la diagnosi di glioblastoma, il medico ha detto che probabilmente sarà questa la causa della mia morte. È stato davvero difficile da sentire, ma penso che sia stato ancora più duro per mamma e papà”, ha raccontato.
Dopo la diagnosi, Conor è stato sottoposto a un intervento chirurgico al cervello che ha richiesto 65 punti metallici sulla testa. Successivamente ha iniziato la chemioterapia e la radioterapia. Una risonanza magnetica effettuata a febbraio ha però mostrato che tre dei tumori rimossi durante l’operazione erano ricresciuti.
Nonostante la situazione, il ragazzo ha raccontato a People di voler concentrare le sue energie sulle persone che gli stanno accanto: “Devo solo essere forte per la mia famiglia e per chi mi sta intorno”. Ripensando alle quattro leucemie, Conor ha spiegato la differenza rispetto alla nuova diagnosi: “Ho avuto qualche difficoltà quando mi è stata diagnosticata per la prima volta la leucemia, ma alla terza e alla quarta volta era diverso, perché c’era la speranza che potessi guarire. Ma per il glioblastoma non esiste una cura”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
44.8/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
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Criteri Critici
Tutte le donne residenti nelle Marche - nella fascia target 45-74 anni - ricevono ogni due anni un invito per la mammografia di screening che è gratuita, non soggetta a liste d'attesa, eseguita e letta da professionisti esperti. (ANSA)
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.4/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Con un video, il cantautore americano ha racconta il percorso di cura della moglie contro il mieloma multiplo, diagnosticato nel 2018, lanciando un appello a sostegno della ricerca sul cancro
“Mia moglie Patti convive con il mieloma multiplo da oltre otto anni, ma fortunatamente ora è in remissione: “con queste parole Bruce Springsteen, 76 anni, ha condiviso uno degli aggiornamenti più positivi mai dati sulle condizioni di salute di Patti Scialfa, 73 anni, sua moglie dal 1991, intervenendo con un videomessaggio alla Pan-Mass Challenge (PMC), la tradizionale manifestazione ciclistica benefica che raccoglie fondi per la ricerca sul cancro a favore del Dana-Farber Cancer Institute.
Per l'occasione il cantautore del New Jersey ha anche eseguito una versione acustica di Born to run ma è stato soprattutto il suo messaggio sulla malattia e sull'importanza della ricerca scientifica a colpire il pubblico: “Siamo arrivati con un po' di ritardo, ma eccoci qui ed è un piacere essere con voi”, ha detto Springsteen, ricordando di essere stato invitato per la prima volta alla manifestazione nel 1984 dal fondatore Billy Starr. Il musicista ha poi reso omaggio alla comunità della PMC: “Dal 1980 avete ispirato una comunità che ha fatto qualcosa di straordinario. Non avete mai smesso di credere che persone comuni possano fare una differenza straordinaria. E grazie a questo sono state salvate innumerevoli vite”.
Poi, la rivelazione personale:
“Mia moglie Patti convive con il mieloma multiplo da oltre otto anni, ma fortunatamente ora è in remissione”.
Here is @springsteen beautiful speech about Patti's cancer battle and an acoustic performance of "Born to Run" fundraising for last Saturday's Dana-Farber Cancer Institute in Boston's Pan-Mass Challenge. Glad to know Patti is doing well and is in remission. #springsteen pic.twitter.com/kA6BOujpqQ — Spring-Nuts (@SpringNuts_) August 3, 2026
La diagnosi nel 2018 e la nuova normalità
La malattia di Patti Scialfa era diventata di dominio pubblico nel 2024, quando la musicista aveva raccontato per la prima volta la sua esperienza nel documentario Road Diary: Bruce Springsteen and the E Street Band. In quell'occasione aveva rivelato che la diagnosi di mieloma multiplo, una rara forma di tumore del sangue che colpisce le plasmacellule del midollo osseo, era arrivata nel 2018, cambiando profondamente la sua vita e il suo rapporto con i concerti.
“Tornare sul palco è stato bellissimo. Ma andare in tournée è diventato una sfida per me”, spiegava nel documentario, “la malattia influisce sul mio sistema immunitario, quindi devo stare attenta a cosa scelgo di fare e dove scelgo di andare”. Per questo motivo la chitarrista e cantante della E Street Band ha progressivamente ridotto la sua presenza nelle tournée del marito. "Ogni tanto partecipo a uno o due concerti e posso cantare qualche canzone sul palco, ed è stato un piacere. Questa è la nuova normalità per me in questo momento e mi va bene così”.
Già nel 2020, senza rivelare la diagnosi, Scialfa aveva lasciato intendere che stesse affrontando un problema di salute. Durante un'intervista concessa nel pieno della pandemia aveva spiegato: “Sono una persona ad alto rischio per qualcosa che riguarda la mia salute. I miei figli sono molto prudenti”.
Il mieloma multiplo e il valore della ricerca
Il mieloma multiplo è un tumore del sangue che si sviluppa nelle plasmacellule del midollo osseo. La proliferazione incontrollata di queste cellule può provocare dolore osseo e fratture, problemi renali, indebolimento del sistema immunitario, anemia e altre complicanze. Negli ultimi anni, però, i progressi della ricerca hanno migliorato sensibilmente le possibilità di trattamento e di controllo della malattia, consentendo a molti pazienti di raggiungere lunghi periodi di remissione.
Nel suo intervento alla Pan-Mass Challenge, Springsteen ha spiegato quanto questa esperienza abbia cambiato lui e la sua famiglia: “Come milioni di famiglie che convivono con il cancro, abbiamo imparato quello che ogni paziente scopre: la speranza ha un volto”, ha detto. “È il volto del medico che non smette mai di cercare e di prendersi cura di noi. È quello dell'infermiere che ci siede accanto quando abbiamo paura e rende il nostro viaggio un po' più facile”.
Il cantante ha poi ribadito il valore della ricerca scientifica: “La ricerca medica non è un'idea. Non è politica. Non è una voce di bilancio. È il motivo per cui le famiglie trovano speranza quando sembra impossibile trovarla. Quando perdiamo di vista questo, perdiamo di vista gli uni gli altri, ed è un prezzo troppo alto da pagare”.
La speranza ha un volto, ed è quello dell’America migliore
In chiusura del video, Springsteen ha collegato il messaggio alla filosofia che ha ispirato la sua carriera artistica: “Ho trascorso la mia vita a scrivere canzoni su persone che continuano a credere quando la vita dà loro ogni motivo per non farlo e su chi si rifiuta di lasciare indietro qualcuno. Per Patti e per me questo è sempre stato il volto migliore dell'America”.
Poi l'appello finale ai partecipanti della manifestazione benefica: “Oggi, più che mai, il mondo ha bisogno di eroi di tutti i giorni come le persone che fanno parte della PMC”. Dopo il discorso, Springsteen ha imbracciato la chitarra e ha dedicato ai presenti una versione acustica di Born to run, presentandola con un sorriso come “una delle mie migliori canzoni da pedalata”.
Scienza e ricerca portano conoscenza su come funziona e come possiamo curare, o trasformare, il nostro corpo. Sono occasioni – e libri – da non perdere.
L'articolo Libri per scoprire e reinventare la nostra salute proviene da Apogeo Editore.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
61.5/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
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Criteri Critici
Le spese per curarsi possono mettere a dura prova i bilanci familiari. La Regione Calabria ha messo a punto una misura, ispirata ai principi del microcredito sociale, dedicata alle pazienti oncologiche. La sfida farne un modello nazionale. Come racconta la gi…
Può capitare, mentre si aspetta l'esito di una biopsia o si affronta un ciclo di chemioterapia, che ci si debba preoccupare anche di come far quadrare i conti, di chiedersi se ci possa permettere una babysitter nei giorni più difficili o un taxi per la visita successiva. Quando ci si ammala, alla fragilità fisica e psicologica, può aggiungersi quella economica. È stato pensato in risposta a questo specifico bisogno un nuovo modello di welfare, ispirato ai principi del microcredito sociale e dedicato alle donne con una diagnosi oncologica. Ad avere l’intuizione l’avvocata Rossella Mustari, giurista e consigliera di amministrazione dell’Ente Nazionale per il Microcredito (ENM). A trasformarla in una misura concreta è stata la Regione Calabria. All’apertura del bando, lo scorso marzo, sono arrivate 1432 domande: ogni numero racconta una storia di bisogno.
Cosa è la tossicità economica
L’obiettivo è aiutare chi fatica a sostenere non tanto i costi delle cure quanto le ripercussioni della malattia sulla vita familiare, sociale e lavorativa. È quella che gli esperti definiscono ‘tossicità economica’: l'impatto finanziario della malattia sulla vita dei pazienti. Comprende tutte le spese non coperte dal Servizio sanitario nazionale e che possono influire sul percorso di cura, aumentando il rischio di rinviare o interrompere i trattamenti.
La povertà come conseguenza di una diagnosi
Curarsi costa, la malattia genera moltissime spese. Bisogna mettere in conto carburante per raggiungere gli ospedali, parrucche, reggiseni post-operatori, dispositivi necessari dopo l'intervento, ma anche l’assistenza familiare: una babysitter, una badante, qualcuno che possa occuparsi dei figli o dei genitori nei giorni delle terapie. A tutto questo si può aggiungere una riduzione del reddito o addirittura la perdita del lavoro.
Si stima che ogni paziente oncologico sostenga oltre 1.800 euro annui di spese non coperte dal Servizio sanitario nazionale. Il 16% delle donne è costretta ad abbandonare il lavoro. La ricaduta è anche sulle cure, perché quando una persona è costretta a scegliere se pagare una bolletta o sostenere una spesa legata al percorso terapeutico, il rischio è che rinunci a qualcosa di essenziale.
Le spese pesano più al Sud che al Nord
Il tumore del seno è la patologia su cui la tossicità economica è stata maggiormente studiata. In Italia coinvolge oltre una donna su tre colpita da tumore al seno. Secondo il primo Rapporto nazionale realizzato da Andos e Crea Sanità su 585 pazienti, oltre il 70% delle donne sostiene spese private durante il percorso di cura, con un costo medio annuo di 1.665 euro. Quello che colpisce è il divario territoriale: nel Sud e nelle Isole la spesa media supera i 4.100 euro, mentre nel Nord-Est si ferma a poco più di 600 euro. A pesare sono farmaci, visite specialistiche, fisioterapia, esami diagnostici e trasporti. Più di una donna su tre denuncia la distanza del centro di cura e una su tre i costi per raggiungerlo: in media le pazienti percorrono 43 chilometri a tratta, oltre due volte al mese, per sottoporsi alle terapie.
Le conseguenze vanno ben oltre il bilancio familiare: si rinuncia alle spese per il tempo libero (32%), si tagliano quelle per beni essenziali come il cibo (il 32%), una donna su cinque è costretta ad attingere ai propri risparmi. La malattia condiziona la vita lavorativa. Quasi la metà delle donne non riceve alcun sostegno dagli strumenti di welfare aziendale; il 40% è costretto a ridurre l'orario di lavoro, il 13% a cambiare occupazione o percorso di studi e oltre un quarto deve acquisire nuove competenze. Le difficoltà risultano particolarmente marcate nel Mezzogiorno.
Il peso economico della malattia incide anche sull'accesso al credito: il 12,5% delle pazienti riferisce di aver subito limitazioni o un rifiuto, ad esempio nella richiesta di un mutuo, mentre il 17,6% non è riuscito a ottenere una copertura assicurativa. La tossicità finanziaria si associa a una peggiore qualità della vita. E a una minore sopravvivenza nel lungo termine.
Cosa è il microcredito sociale
“Il microcredito è uno strumento pensato per chi attraversano una fase di fragilità economica e sociale. Da libera professionista so cosa significa non avere un ‘paracadute’: se ci si ammala improvvisamente, il reddito può ridursi drasticamente e ottenere un prestito diventa quasi impossibile. Quale banca concede credito a una persona che ha appena ricevuto una diagnosi di tumore?” , spiega Mustari. L’idea di usare questo strumento per donne che si ammalano di tumore risala a un anno fa. “Durante un convegno a Roma ho ascoltato un intervento dedicato alla tossicità finanziaria corredato da dati. Mi colpì un aspetto in particolare: una donna che si ammala non deve affrontare soltanto la malattia, ma anche un insieme di difficoltà economiche che possono avere un peso enorme. Eppure oggi le percentuali di guarigione da tumore del seno sono alte. Stiamo parlando quindi di donne che hanno bisogno di un sostegno in una fase difficile della loro vita”, racconta Mustari.
“In quella occasione ho pensato che uno strumento per le pazienti oncologiche esisteva già: il microcredito sociale, disciplinato dall'articolo 111 del Testo unico bancario”, continua l’esperta. La norma prevede la possibilità di concedere finanziamenti fino a 10mila euro a persone che si trovano in una condizione di particolare vulnerabilità economica o sociale, senza garanzie reali e con l'affiancamento di un tutor che accompagni il beneficiario nella gestione del percorso.
“Si adatta perfettamente anche alle donne che si ammalano di tumore. Non serve essere povere prima della diagnosi: basta che la malattia, per un periodo circoscritto e clinicamente prevedibile, renda una persona economicamente vulnerabile". “Nel nostro ordinamento, l'articolo 3 della Costituzione impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano l'uguaglianza sostanziale e impediscono la piena partecipazione alla vita sociale. Questa misura rappresenta proprio un'applicazione concreta di quel principio costituzionale: intervenire per sostenere una categoria particolarmente esposta a una vulnerabilità economica conseguente alla malattia”, aggiunge Mustari.
Il patto: aiuto restituito in ore per la comunità
La Regione Calabria ha accolto questa idea in una misura concreta, ampliandone la portata: ‘Un Passo in Più’ prevede contributi a fondo perduto fino a 10mila euro per le malate oncologiche e i loro caregiver, ispirati alla ratio del microcredito sociale. Accanto al sostegno economico introduce un ‘patto di solidarietà’: le beneficiarie che possono mettere a disposizione della comunità, fino a venti ore nell’arco di un anno, parte dell’esperienza maturata durante il proprio percorso, attraverso attività di accompagnamento emotivo di altre pazienti, gruppi di auto-mutuo-aiuto, orientamento verso i servizi socio-sanitari. Non è un obbligo, ma una possibilità di trasformare un aiuto ricevuto in un aiuto offerto.
Il bando e le domande
“All’apertura del bando ‘Un passo in più’ alle 12 del 18 marzo, sono arrivate 160 domande, per oltre un milione di euro di richieste. Alla chiusura, 1.432 donne avevano fatto domanda per un totale di 12,8 milioni di euro, contro una dotazione iniziale di 2,5 milioni”, dice Mustari. Numeri che raccontano quanto ci sia necessità di questo sostegno per le tante pazienti che affrontano la malattia. Dietro ad ogni domanda una storia delicata. In alcuni casi sia la madre sia la figlia si sono ammalate ed entrambe hanno fatto richiesta. Tre donne su quattro hanno scelto di sottoscrivere il Patto di Solidarietà. Le domande sono ora al vaglio, all’esito delle verifiche istruttorie previste dall’avviso partiranno le prime erogazioni.
L'obiettivo? “Farne un modello nazionale. L'esperienza del Microcredito di Libertà, dedicato alle donne vittime di violenza, dimostra che quando un progetto è sostenuto dalle istituzioni e si crea una rete tra amministrazioni, banche e territorio, può diventare uno strumento efficace. È arrivato il momento di pensare a un welfare diverso: non interventi uguali per tutti, ma costruiti sui bisogni reali dei territori. Ogni Regione può analizzare i propri dati, individuare le fragilità più rilevanti e sviluppare risposte mirate. È un welfare moderno, partecipativo e flessibile”, aggiunge Mustari.
Il sostegno economico
“Pur ispirandosi ai principi del microcredito sociale, ‘Un Passo in Più’ se ne distingue perché il sostegno economico è erogato attraverso contributi pubblici a fondo perduto finanziati dal Programma Regionale Calabria FESR FSE+. Si tratta dunque di una misura autonoma di welfare sociale, mentre gli eventuali strumenti di microcredito sociale possono integrarla anche in una fase successiva, per far fronte alle esigenze delle beneficiarie” spiega ancora Mustari. Che ci tiene a chiarire un punto: “Il microcredito non è beneficenza. È uno strumento che promuove la dignità della persona, perché non si limita a erogare un sostegno economico, ma accompagna il beneficiario in un percorso di autonomia. La logica non è quella dell'assistenza passiva. È un investimento sulla fiducia e sulla responsabilità delle persone”.
Welfare collaborativo
Il valore più innovativo del microcredito, spiega la giurista, non risiede soltanto nella sua funzione finanziaria, ma nella capacità di attivare il principio di sussidiarietà, creando una rete stabile di collaborazione tra istituzioni pubbliche, sistema bancario, terzo settore, enti locali e comunità. “Ciascuno mette a disposizione competenze e risorse diverse per perseguire un obiettivo di interesse generale che nessuno potrebbe realizzare efficacemente da solo. In questa prospettiva, il microcredito diventa uno strumento di welfare collaborativo: non sostituisce l’intervento pubblico, ma lo rafforza attraverso la cooperazione tra pubblico e privato, valorizzando le energie della società civile secondo il principio di sussidiarietà orizzontale sancito dall’articolo 118 della Costituzione. Anche ‘Un Passo in Più’ nasce da questa logica”, conclude Mustari. La sfida è dimostrare che la vulnerabilità economica conseguente alla malattia possa diventare una nuova categoria di intervento delle politiche pubbliche.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
53.7/100
Punteggio Totale
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Valutazione
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Criteri Critici
A fine mese la Clinica Oncologica di Torrette ad Ancona, diretta dalla professoressa Rossana Berardi, acquisirà un nuovo sequenziatore di ultima generazione per test genetici, che permetterà di ridurre i tempi di refertazione e testare un numero maggiore d...…