📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
45.6/100
Punteggio Totale
C
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Criteri Critici
Cambio di set e cambio d’abito per la principessa, che al suo secondo giorno di visita a Reggio Emilia veste un blazer che ricorda una fase importante del suo percorso di cura
Dopo una giornata di festa e bagni di folla e una serata esclusivissima trascorsa a cena nella tenuta Roncolo Venturini Baldini, la principessa del Galles ha ripreso i suoi impegni, incentrati in questo secondo giorno di visita a Reggio Emilia, sul tema dell’apprendimento basato sulla natura, parte integrante del Reggio Emilia Approach. Facendo tappa in una blindatissima scuola dell’infanzia, “Salvador Allende”, che in un parco verde è totalmente inserita, dove i bambini da 0 a 6 anni possono sperimentare un’immersione totale nel contesto naturale. E così ha fatto anche Kate, 44 anni, che ha lasciato a casa il tailleur e soprattutto gli altissimi tacchi indossati nella prima giornata, per vestire abiti comodi e più adatti alla visita in programma. Quello indossato il 14 maggio dalla principessa è unvestito color crema con girocollo e gonna midi plissettata midi,completato da cintura in vita e da un paio di décolletéslingbackcon punta bicolor, modello classico amatissimo dalla compianta lady Diana. L’abitonon è nuovo: Kate lo aveva messo durante una visita a Leicester appena un mese fa (marzo 2026), è firmato Ralph Lauren ed è stato forse scelto per questa giornata perché realizzato inpoliestere riciclatoal 100%. Perfetto quindi, per il secondo appuntamento a Reggio Emilia, dedicato appunto al riciclo del centro Remida. Ma il pezzo forte, quello significativo, è quelblazerbeigegessatoche indossa sopra l’abito. Perché èitaliano(di Blazé Milano), e soprattutto perché è statotestimone di un momento importante della sua lotta contro il cancro. Kate lo indossava infatti nel ritratto, scattato da Matt Porteous e pubblicato nel giugno 2024, che accompagnava il primo aggiornamento sulla sua salute dopo la diagnosi di cancro: “Sto facendo buoni progressi – scriveva - ma come sa chiunque stia affrontando lachemioterapia, ci sono giorni buoni e giorni cattivi”. Questo a Reggio Emilia è di certo uno dei giorni buoni, quelli in cui “ci si sente più forti, si vuole godere appieno del benessere”. Visualizza questo post su InstagramUn post condiviso da The Prince and Princess of Wales (@princeandprincessofwales) Un post condiviso da The Prince and Princess of Wales (@princeandprincessofwales) Da allora, la principessa del Galles lo aveva indossato di nuovo e più volte – c’è chi definisce il suo un “riciclare” i capi, ma si tratta semplicemente di vestirli più di una volta – come per esempio in occasione della visita al Giardino del Benessere della RHS presso l'Ospedale di Colchester; significativo il fatto che anche allora (giugno 2025) si trattava dicelebrare il potere curativo della naturae richiamare l'attenzione sui benefici mentali, fisici e spirituali che il tempo trascorso nella natura può apportare. Lì, la Principessa Kate aveva parlato con sincerità della fase "davvero, davvero difficile" successiva al trattamento contro il cancro, simile al vivere su delle "montagne russe". Share
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Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
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33.3/100
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D
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Criteri Critici
Alessandra, la 22enne veronese che dona i linfociti a un malato d'Oltreoceano. Zaia: «Un esempio per i giovani» L'Arena
C’è una persona, nell’area del Pacifico, che dopo tante sofferenze e sconforto, ha iniziato a scorgere il bagliore della speranza. Questa speranza viene da Cicogna, piccola frazione di Roveredo di Guà di 550 abitanti., (...) Clicca qui per proseguire la lettura L’Arena è su Whatsapp.Clicca quiper iscriverti al nostro canale e rimanere aggiornato in tempo reale.
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47.0/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
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Criteri Critici
Una molecola ibrida messa a punto dalla collaborazione tra l'Università di Napoli Federico II, Università di Salerno e Cnr di Milano, aiuta il sistema immunitario a riconoscere e distruggere le cellule tumorali. (ANSA)
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51.5/100
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B
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Criteri Critici
Curare il melanoma, progetto Università di Trieste per cure meno invasive triestenews
14 maggio 2026 – ore 10:30 – Sempre più le cure per i tumori e il cancro dipendono dalla possibilità o meno di personalizzare il trattamento; in altre parole la soglia di successo appare legata a conoscere il genere di tumore e la composizione del paziente. È una direzione della ricerca verso cui si insiste da tempo e con buone ragioni, perché sta dando i risultati sperati. Si inserisce in questo contesto la ricerca ‘Exomel‘ dell‘Università di Trieste che mira a seguire l’evoluzione del melanoma cutaneo avanzato tramite un banale prelievo di sangue o un campione di urine. Specificatamente Exomel dovrebbe consentire, tramite questo prelievo, di avere terapie più efficaci e, particolare non da poco, meno invasive. Il progetto, intitolato ‘MicroRNA esosomiale da biopsia liquida per il monitoraggio e la personalizzazione dei trattamenti del melanoma cutaneo avanzato’, punta a sviluppare e validare tecnologie diagnostiche innovative, condivise tra i centri clinici coinvolti, per rendere le cure sempre più mirate, efficaci e adattate alle caratteristiche di ciascun paziente. L’elemento più innovativo riguarda l’impiego del campione urinario come forma di biopsia liquida: Exomel studierà infatti gli esosomi, piccole vescicole coinvolte nella comunicazione tra le cellule, e i microRNA che trasportano, con l’obiettivo di individuare una combinazione di segnali biologici utile a distinguere i pazienti che rispondono all’immunoterapia da quelli che non rispondono.
L’obiettivo è di estendere poi lo studio a sempre più soggetti, coinvolgendo i centri clinici con protocolli comuni e standardizzati, favorendo la costruzione di una rete di collaborazione FVG- Austria.
Si spera che vi siano sviluppi anche nell’ambito diagnostico, specie con nuovi strumenti che potrebbero essere prodotti anche dalle imprese giuliane e austriache (molto numerose) attive nell’ambito biomedico.
Exomel è finanziato dal Programma di cooperazione transfrontaliera Italia–Austria Interreg VI-A 2021–2027, con il sostegno del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), per un importo complessivo pari a 572.055,59 euro. Il progetto si concluderà il 31 marzo 2028 e ha coinvolto come capofila l’ateneo giuliano, tramite il il Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e della Salute; nello specifico Serena Bonin, Iris Zalaudek, Ilaria Gandin e Gabriele Grassi.
Il partenariato coinvolge anche l’Azienda Sanitaria dell’Alto Adige con gli ospedali di Brunico e Bolzano, una piccola e media impresa italiana e la Clinica universitaria di Dermatologia e Allergologia dell’Università Paracelsus di Salisburgo.
“Al centro di Exomel – spiega Serena Bonin, docente di Scienze tecniche di Medicina di Laboratorio dell’Università di Trieste e principal investigator del progetto – c’è lo sviluppo e la validazione della biopsia liquida, un approccio diagnostico che permette di ottenere informazioni rilevanti sulla malattia attraverso campioni biologici semplici da raccogliere, come sangue o urine. Oggi la biopsia liquida plasmatica è impiegata soprattutto in ambito di ricerca per rilevare il DNA libero circolante tumorale, cioè DNA con mutazioni specifiche del tumore. Questo approccio, però, richiede che le mutazioni da monitorare siano note. Con Exomel vogliamo invece studiare i microRNA contenuti negli esosomi, vescicole attraverso cui le cellule comunicano tra loro, per verificare se una loro combinazione possa aiutare a discriminare i pazienti con melanoma cutaneo avanzato che rispondono all’immunoterapia da quelli che non rispondono.
Al momento – aggiunge Bonin – non sono disponibili biomarcatori predittivi utilizzati nella pratica ospedaliera per orientare in modo sistematico queste scelte terapeutiche. Per questo l’obiettivo del progetto è contribuire allo sviluppo di strumenti più accessibili, ripetibili e potenzialmente utili nella personalizzazione dei trattamenti”.
Articolo di Zeno Saracino
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59.3/100
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Criteri Critici
Maggio è il mese della prevenzione del melanoma: le 10 azioni per proteggere la salute della pelle Men's Health
Maggio è il mese dedicato alla prevenzione del melanoma e degli altri tumori della pelle, patologie in aumento costante ma spesso evitabili grazie a comportamenti corretti e a un riconoscimento precoce dei segnali. Il quadro viene riassunto in un approfondimento realizzato con il contributo del dottor Carlo Guidarelli, specialista in Dermatologia presso la Casa di cura San Camillo di Milano, che individua dieci punti chiave per tutelare la salute della pelle, ridurre il rischio di malattia e intervenire in tempo quando necessario.
Che cos'è un melanoma
“Il melanoma è un tumore cutaneo complesso, la cui insorgenza può essere influenzata da fattori genetici e familiari, esposizione a fattori inquinanti dell’ambiente, nonché da un’esposizione solare intensa e ripetuta, soprattutto se associata a scottature gravi durante l’infanzia o l’adolescenza”, spiga Guidarelli. Tra i tumori più spesso diagnosticati in Italia, soprattutto nelle fasce più giovani della popolazione, è infatti il terzo più frequente sotto i 50 anni in entrambi i sessi, e circa un paziente su cinque ha meno di 40 anni. Nonostante l’aumento dell’incidenza, la sopravvivenza resta molto alta e supera il 90% quando la malattia viene scoperta precocemente.
“L’esposizione ai raggi ultravioletti (UV), naturali o artificiali, rappresenta il principale fattore di rischio per lo sviluppo di tumori cutanei, tra cui il carcinoma basocellulare (basalioma) e il carcinoma squamocellulare, entrambi stimolati dall’esposizione solare e dall’invecchiamento cutaneo”. I raggi UV si distinguono soprattutto in UVA e UVB. I secondi vengono assorbiti negli strati più superficiali della pelle e possono danneggiare le cellule epidermiche fino a saturarne i meccanismi di difesa; i primi penetrano più in profondità, colpiscono collagene e derma e sono associati a danni di lungo periodo. “Un altro aspetto rilevante riguarda il ruolo protettivo della vitamina D (valori minimi necessari intorno ai 40 ng/mL), fondamentale nel contrastare fattori infiammatori e nel stimolare il sistema immunitario. Un adeguato livello di vitamina D nel sangue contribuisce alla protezione contro i danni indotti dai raggi UV, oltre a prevenire i processi degenerativi della pelle causati dall’esposizione solare. Si raccomanda pertanto un’assunzione giornaliera minima di 1000 unità internazionali di vitamina D, integrabile anche attraverso una moderata esposizione al sole”.
Le 10 azioni per prevenire il melanoma: ecco che cosa si può fare ogni giorno
Le raccomandazioni pratiche partono dalla protezione quotidiana. Ecco quali strategie si possono mettere in campo ogni giorno:
È importante applicare sempre una crema solare ad ampio spettro contro UVA e UVB con SPF almeno pari a 30, anche quando il cielo è nuvoloso, ricordandosi di applicarla più volte in caso di esposizione prolungata e scegliendo prodotti di aziende farmaceutiche affidabili. La protezione va mantenuta anche nella vita di tutti i giorni, in città, con creme giorno e make-up dotati di filtro solare. Allo stesso tempo è consigliabile limitare l’esposizione tra le 11 e le 16, cioè nelle ore in cui i raggi UV sono più intensi. È importante usare barriere fisiche come cappelli a tesa larga, occhiali con filtri UV omologati e indumenti coprenti. Per esposizioni lunghe, il consiglio è preferire tessuti tecnici specificamente trattati per la protezione UV, in stile australiano. Va inoltre ricordato che stare all’ombra non annulla del tutto il problema, perché i raggi ultravioletti possono riflettersi su acqua, sabbia, superfici chiare e strada. Da evitare anche lampade e lettini abbronzanti: l’esposizione alle lampade artificiali, che emettono raggi UVA, aumenta il rischio di melanoma fino al 75%, motivo per cui i dermatologi ne sconsigliano l’uso o, al massimo, lo limitano a 20 sedute annue. Un altro capitolo centrale è il controllo della pelle. È necessario osservare periodicamente nei e macchie cutanee e prestare attenzione a ogni cambiamento di forma, colore o dimensione. Il controllo deve includere anche zone meno visibili come cavo orale, nuca, cuoio capelluto, area genitale e perianale, dorso, natiche, pianta dei piedi e spazi interdigitali. Resta fondamentale la regola ABCDE dei nei: asimmetria, bordi irregolari, colore variabile, dimensione superiore ai 6 millimetri ed evoluzione nel tempo sono segnali che non vanno trascurati; il campanello d’allarme principale resta comunque il cambiamento del colore. A questo si aggiunge la necessità di visite dermatologiche regolari: un controllo specialistico, meglio se almeno una volta all’anno con mappatura digitale dei nei tramite epiluminescenza, permette di individuare per tempo lesioni sospette o atipiche e aumentare in modo significativo le possibilità di guarigione. Una protezione rigorosa è particolarmente importante nei bambini, perché la loro pelle è più vulnerabile e le scottature in età infantile aumentano il rischio futuro di melanoma. Per questo è essenziale usare filtri solari adeguati e indumenti tecnici con protezione UV certificata, ancora una volta preferendo lo stile australiano. Più in generale, mantenere uno stile di vita sano aiuta anche il benessere cutaneo: alimentazione equilibrata, ricca di antiossidanti, e corretta idratazione contribuiscono alla salute generale della pelle. La prevenzione resta lo strumento più efficace contro i tumori cutanei: informarsi, proteggersi e sottoporsi a controlli periodici sono gesti semplici, ma decisivi.
Per ulteriori informazioni, il riferimento resta il proprio medico di fiducia o uno specialista dermatologo.
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Criteri Critici
Tumore del rene, chirurgia conservativa e immunoterapia: la sfida dei percorsi in Sicilia CLICCA PER IL VIDEO ilSicilia.it
L'intervista
giovedì 14 Maggio 2026
Il tumore del rene resta una neoplasia spesso silenziosa nelle fasi iniziali, individuata in molti casi in modo incidentale durante esami eseguiti per altri motivi, dall’ecografia addominale alla Tac.
In Italia sono stimate oltre 13 mila nuove diagnosi l’anno, con una prevalenza più marcata tra gli uomini, che rappresentano circa due terzi dei casi, mentre le diagnosi femminili superano le 4 mila l’anno. La sopravvivenza netta a cinque anni si attesta intorno al 71%. In Sicilia, l’Atlante Sanitario Oncologico regionale 2025 conferma il peso complessivo delle malattie oncologiche nell’Isola, con circa 27 mila nuove diagnosi tumorali stimate e quasi 200 mila cittadini che vivono dopo una diagnosi di tumore.
Antonio Lupo, direttore dell’U.O. di Urologia, e Nicolò Borsellino, direttore dell’U.O.C. di Oncologia medica del Buccheri La Ferla di Palermo, richiamano proprio la necessità di trasformare questi numeri in percorsi dedicati anche per le neoplasie renali, mettendo insieme diagnosi radiologica, valutazione multidisciplinare, chirurgia conservativa quando possibile, accesso alle nuove terapie dopo l’intervento e centri di riferimento capaci di garantire ai pazienti siciliani trattamenti più appropriati, omogenei e aderenti all’evoluzione della cura.
“La storia clinica della malattia cambia a seconda della fase in cui viene scoperta. Per questo bisogna valutare l’estensione del tumore, le condizioni generali del paziente, la funzione renale e le possibilità terapeutiche disponibili. La sede della lesione, le dimensioni, il rapporto con le vie escretrici o con i vasi renali e la presenza di eventuali metastasi orientano strategie molto diverse, dalla chirurgia conservativa all’asportazione del rene, fino all’integrazione con le terapie oncologiche”, spiega Lupo.
La forza del team
Al Buccheri La Ferla, pur in assenza di un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) regionale siciliano specifico per il tumore del rene, urologo, oncologo e radiologo interventista e gli specialisti necessari discutono i casi in modo collegiale, così da definire una strategia costruita sul singolo paziente.
“Per le neoplasie renali è fondamentale che all’interno dell’ospedale e della struttura che tratta questo tipo di patologia sia istituito un team multidisciplinare. La storia naturale della malattia oggi cambia anche in base agli approcci chirurgici e alla possibilità, quando vi sono determinate caratteristiche istologiche e cliniche, di associare un’immunoterapia. Se questo avviene all’interno di centri di riferimento e di centri ad alto volume, la strategia può dare risultati molto più significativi”, sottolinea Lupo.
“Molto spesso, in passato, il paziente con una piccola massa renale veniva visto dall’urologo, che decideva per la resezione o magari per una nefrectomia, oppure dal radiologo interventista, che poteva orientarsi verso una termoablazione o una crioablazione. Questo, però, rispecchiava il giudizio del singolo specialista. Oggi questi professionisti entrano nel team, discutono insieme quella piccola massa e decidono per quel paziente e per quel tumore il meglio che può essere fatto, evitando sia sovratrattamenti sia sottotrattamenti non sufficienti a garantire la radicalità”, aggiunge Borsellino.
Cure conservative e funzione renale
Dopo la valutazione collegiale, il percorso cambia in base alla fase di malattia. Quando il tumore lo consente, l’obiettivo è conservare il rene e garantire al tempo stesso la radicalità oncologica.
“Nel momento in cui il tumore permette un trattamento conservativo, le tumorectomie o le enucleoresezioni con approccio mini-invasivo rappresentano la terapia di scelta anche per formazioni più voluminose, purché non abbiano infiltrato le vie escretrici o i vasi più importanti del rene e non vi siano altre condizioni concomitanti, come la presenza di metastasi. In altri casi, quando la malattia è in una fase più avanzata, l’asportazione di tutto il rene, sempre con un approccio preferibilmente mini-invasivo, diventa la strategia indicata”, dice Lupo.
“L’approccio mini-invasivo e conservativo sul rene migliora la qualità di vita, perché è dimostrato che la funzionalità renale incide moltissimo sul futuro del paziente, anche per quanto riguarda le malattie cardiovascolari. Mantenere una buona funzionalità renale aiuta a prevenire eventi cardiovascolari significativi. Se dal punto di vista oncologico la radicalità può essere ottenuta anche attraverso una nefrectomia parziale, una tumorectomia o una enucleoresezione, piuttosto che con una nefrectomia radicale, laddove è possibile farlo e sempre in centri di riferimento, mantenere il rene è la scelta preferibile”.
Borsellino collega la tutela della funzione renale anche alla possibilità di affrontare meglio eventuali terapie sistemiche: “Noi abbiamo una forte attenzione a mantenere, attraverso strategie condivise con urologi e altri specialisti, la funzionalità renale. Spesso questi pazienti sono destinati a ricevere terapie sistemiche e sappiamo quanto la tollerabilità di questi trattamenti dipenda anche da una buona funzione renale. Per questo il tema della funzione renale nei pazienti sottoposti a intervento chirurgico è davvero fondamentale”.
Immunoterapia dopo l’intervento
Una delle novità più rilevanti riguarda l’immunoterapia in fase adiuvante, dopo l’intervento chirurgico, nei pazienti selezionati in base al rischio di recidiva.
“Questa è una grandissima novità. Negli ultimi quindici anni ci sono stati continui progressi nella terapia medica dei tumori renali, ma fino a poco tempo fa nessun farmaco si era dimostrato efficace nell’aumentare la sopravvivenza dei pazienti operati attraverso una terapia adiuvante. Poi è stato pubblicato uno studio molto importante sul ruolo dell’immunoterapia post-chirurgica in pazienti classificati a rischio intermedio o elevato per le caratteristiche del tumore, per l’eventuale interessamento linfonodale o anche in pazienti ai quali era stata asportata una singola metastasi polmonare”, precisa Borsellino.
“In questi pazienti è stato effettuato un anno di immunoterapia e si è osservato un miglioramento davvero importante dei tassi di sopravvivenza, senza gravare il paziente con tossicità non tollerabili. Questo è un aspetto centrale, perché alcuni pazienti sono destinati a guarire e quindi la tollerabilità del trattamento ha un peso enorme. Oggi riserviamo questa terapia ai pazienti operati che presentano determinate caratteristiche di rischio”, rimarca l’oncologo.
Centri di riferimento
Le nuove possibilità terapeutiche rafforzano la necessità di percorsi condivisi e centri di riferimento anche in Sicilia.
“Il tumore del rene richiede una gestione realmente multidisciplinare. La valutazione dell’urologo, dell’oncologo e del radiologo interventista consente di scegliere il trattamento più adatto, evitando approcci autoreferenziali, interventi troppo demolitivi quando si può conservare il rene e, allo stesso tempo, il rischio di non offrire al paziente terapie decisive, come l’immunoterapia dopo l’intervento nei casi selezionati. I centri di riferimento servono proprio a migliorare la qualità del trattamento e a offrire ai pazienti siciliani percorsi chiari, omogenei e appropriati. Come già accade in altre Regioni, ci aspettiamo che anche la Sicilia costruisca questo modello, con un PDTA adeguato a garantire percorsi chiari, omogenei e appropriati ai pazienti con tumore del rene”, concludono Lupo e Borsellino.
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Criteri Critici
Sempre stanchi, svogliati, deboli? Cos'è e come si cura la fatigue, che sperimentano quasi tutti i malati di cancro Corriere della Sera
Una stanchezza infinita, uno stato di debolezza che non passa e che, anzi, finisce per avere conseguenze a livello psicologico. La fatigue è questo e molto altro. E' un problema fra i più frequenti e invalidanti per le persone con un tumore, soprattutto durante i trattamenti di chemioterapia e radioterapia. La provano praticamente tutti i pazienti, ma pochi la riconoscono e i medici troppo spesso la trascurano, non se ne occupano, con conseguenze pesantissime sulla quotidianità dei malati.
«Molti malati raccontano di avere difficoltà a compiere le normali attività giornaliere, a concentrarsi e a prestare attenzione, a parlare e a prendere decisioni o a ricordare le cose - sottolinea Francesco De Lorenzo, presidente della FAVO (Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) -. Inoltre lamentano di non avere la forza di fare nulla, si sentono completamente svuotati di ogni energia, spesso soffrono di disturbi del sonno e di una certa fragilità dell’umore. Eppure i rimedi ci sono. Fino a pochi anni fa era impossibile definirne la gravità, oggi invece è identificata e misurata attraverso questionari convalidati a livello europeo. Bisogna che questo disturbo sia rilevato e trattato».
Non è un caso che proprio alla fatigue sia dedicato un intero capitolo del Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici, presentato oggi in Senato da Favo in occasione della Giornata Nazionale del Malato Oncologico.
Tra gli autori c'è una fra le maggiori esperte italiane di questo problema, Alessandra Fabi, responsabile della Medicina di Precisione in Senologia alla Fondazione Policlinico Universitario Gemelli IRCCS di Roma.
Professoressa, cos'è di preciso la fatigue?
«La fatica legata al cancro non è una semplice stanchezza, ma un’esperienza
soggettiva, persistente e sproporzionata rispetto all’attività svolta. Non è alleviata dal riposo ed è un fenomeno multidimensionale, ovvero scatenato dall'interazione complessa tra meccanismi biologici, psicologici e comportamentali».
Quindi c'è una componente fisica...
«Certamente, non è solo una questione psicologica. Sappiamo che ha un ruolo disregolazione dei sistemi infiammatori, con un aumento delle citochine pro-infiammatorie che influenzano i circuiti neuroendocrini e i sistemi neurotrasmettitoriali. Alterazioni dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, disturbi dei ritmi circadiani e modificazioni del metabolismo energetico e muscolare costituiscono ulteriori componenti rilevanti».
E poi c'è lo stress legato alla malattia?
«Alla fatigue contribuiscono anche il carico tumorale (e quindi lo stadio del tumore), la tossicità delle terapie (specie chemio e radio), l’anemia e la cachessia (cioè la perdita involontaria e inarrestabile di peso, massa muscolare e tessuto adiposo). E poi c'è un fattore psicologico: da un lato la persona malata che si sente debole si deprime, dall'altro lo stato di ansia e la cattiva qualità del sono che molti pazienti sperimentano peggiorano la stanchezza di fondo...».
E' una sorta di circolo vizioso: sentendosi esausti, i malati tendono a muoversi poco, ad abbandonare l'attività fisica, a isolarsi. Con un risvolto negativo non solo sulla loro vita quotidiana, ma anche sul benessere psicologico. Come se ne esce?
«Innanzitutto la fatigue va riconosciuta e trattata, senza temporeggiare. Più si "sopporta" e peggio è. Troppo spesso questa stanchezza cronica viene sottovalutata, considerata inevitabile nella vita di un paziente oncologico, mentre c'è qualcosa che si può fare per arginarla, a partire da ginnastica (soprattutto aerobica), anche in quei pazienti che hanno una malattia avanzata, e sostegno psicologico. Oggi esistono diversi strumenti, test efficaci e scientificamente validi, per rilevarla e misurarla: le linee guida dell’European Society for Medical Oncology (Esmo) e quelle italiane (Aiom) sottolineano che tutti i pazienti oncologici vanno sistematicamente sottoposti a screening per la fatigue fin dalla diagnosi e lungo tutte le fasi del percorso di cura».
Quante persone riguarda questo problema?
«E' diffusissimo, ma viene ancora poco riconosciuto e, ancor meno, trattato. Secondo uno studio presentato durante l'ultimo convegno dell'American Association for Cancer Research, interessa l'80% dei malati di cancro ed è più comune in chi smette di fare attività fisica e, unita alla depressione, è più comune nelle donne (anche a causa dei trattamenti anti-ormonali che effettuano molte donne con cancro al seno, inducendo una menopausa forzata)».
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
53.7/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Milano, Esge Days 2026: farmacie protagoniste della prevenzione oncologica fpress.it
Prevenzione, screening e corretti stili di vita al centro di Esge Days 2026, il convegno promosso da Esge, Sied e Regione Lombardia che si apre oggi all’Auditorium Testori di Palazzo Lombardia, a Milano, con due giornate dedicate al tumore del colon-retto e alle strategie per rafforzare la diagnosi precoce e l’adesione ai programmi di screening. L’evento alterna momenti divulgativi, incontri scientifici e appuntamenti aperti alla cittadinanza, con il coinvolgimento di istituzioni, società scientifiche e associazioni delle professioni sanitarie, come Federfarma Lombardia che domani parteciperà con Marco Cavarocchi (presidente dei titolari di Mantova) alla tavola rotonda su prevenzione e screening.
La giornata inaugurale di oggi sarà rivolta soprattutto alle scuole lombarde e ai temi della prevenzione tra i giovani. Nel foyer dell’Auditorium Testori è previsto un percorso immersivo in realtà aumentata dedicato alla scoperta del colon e agli effetti di alimentazione e stili di vita sulla salute dell’apparato digerente. L’inaugurazione dei visori vedrà la partecipazione del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana e dell’assessore Elena Lucchini.
I lavori scientifici prenderanno il via in mattinata con i saluti istituzionali del sottosegretario regionale a Sport e Giovani Federica Picchi, del dirigente della Uo Prevenzione di Regione Lombardia Danilo Cereda, del presidente nazionale Sied Giuseppe Galloro e del presidente del Coni Lombardia Marco Riva. A seguire sono previsti gli interventi della nutrizionista Evelina Flachi sull’alimentazione, di Roberto Grassia sul rapporto tra diagnosi, screening e rischio oncologico nei giovani e di Marco Vitellaro sui fattori ereditari e familiari del tumore del colon-retto. Spazio anche al ruolo dell’attività fisica nella prevenzione, con testimonianze di atleti professionisti del Coni, e a una sessione dedicata alla cucina salutare con Patrizia Pasanisi, Chiara Maci e Danilo Nembrini.
La seconda giornata, in programma domani pomeriggio e aperta alla cittadinanza, entrerà maggiormente nel merito delle politiche di screening e dell’organizzazione dei percorsi di prevenzione. Dopo i saluti della direttrice generale di Ats Pavia Lorella Cecconami e della associate dean della Sda Bocconi Rosanna Tarricone, il programma prevede una serie di relazioni sui programmi di screening del cancro colorettale e sui dati epidemiologici italiani. Silvia Deandrea, responsabile regionale Screening oncologici di Ats Pavia, interverrà sul programma ministeriale e sui temi dell’inclusività, mentre Paola Mantellini presenterà un aggiornamento sui numeri dello screening colorettale in Italia.
Nel pomeriggio si parlerà anche di alimentazione nelle diverse fasi della vita con Riccardo Caccialanza e di attività sportiva come strumento di prevenzione con Marco Riva e alcuni atleti professionisti.
L’appuntamento centrale della giornata sarà il talk show moderato dalla giornalista Mediaset Desideria Cavina, dedicato alle raccomandazioni europee per lo screening del tumore del colon-retto, con un confronto su equità di accesso, qualità dei percorsi, formazione, monitoraggio e gestione dei dati. Al dibattito prenderanno parte rappresentanti di Esge, Sied, Giscor e Anote, insieme ad associazioni civiche e realtà del terzo settore. Per Federfarma Lombardia interverrà Marco Cavarocchi, chiamato a portare il punto di vista delle farmacie territoriali sul tema della prevenzione e dell’adesione agli screening. Tra gli ospiti anche Rosaria Iardino per Fondazione The Bridge, Giuseppe Natoli per Cittadinanzattiva, Laura Lorenzon per EuropaColon Italia Aps, Carla De Albertis per l’Osservatorio metropolitano di Milano e Norberto Venturi per Lilt.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
40.4/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Nuova strategia per migliorare attacco immunoterapia nei tumori “invisibili” Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi
Roma, 14 maggio 2026 (Agenbio) – Con tumori “freddi” si definiscono le neoplasie senza evidenti segnali in grado di attivare le difese dell’organismo; in pratica sono quasi del tutto “invisibili” per il sistema immunitario. Un team di ricerca italiano (con uno studio internazionale) ha scoperto come rendere riconoscibili tali neoplasie al nostro sistema. Un esempio è il cancro al colon retto o al seno che, proprio per questo motivo, non risponde a trattamenti oncologici come l’immunoterapia. Gli studiosi sono riusciti ad attivare dei “segnalatori molecolari” nelle cellule tumorali affinché il sistema immunitario possa riconoscere ed attaccarle. I risultati dello studio pubblicato su Cancer Discovery mostrano come una molecola sperimentale possa estendere i benefici dell’immunoterapia anche in tumori che oggi resterebbero esclusi. Una nuova speranza per i pazienti in cura per questi tipi di cancro. (Agenbio) Ala 9:00
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
52.2/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Radiologia interventistica, dalla diagnostica alla terapia. Basile: “A Catania siamo un po’ la Svizzera d’Europa” QdS
Una branca della Radiologia medica con un impatto significativo sul paziente e sul sistema sanitario. Una disciplina tra le più innovative della medicina moderna, che permette di trattare numerose patologie senza ricorrere alla chirurgia tradizionale, con minori rischi, tempi di recupero più brevi e degenze ospedaliere ridotte. Nonché risparmio economico e logistico per il sistema sanitario. Una specialità che, nel 2025, ha compiuto 130 anni e che, in questo lasso di tempo, ha permesso importanti passi avanti, sia per quel che riguarda la prevenzione che per quel che concerne i trattamenti di alcune patologie. Ne abbiamo parlato con il professor Antonello Basile, direttore di Radiologia al Policlinico G. Rodolico di Catania e direttore della scuola di specializzazione in radiologia diagnostica e interventistica dell’Università di Catania. La sua attività clinica si concentra principalmente su diagnostica ed interventistica sia oncologica che di emergenza oltre al trattamento mediante embolizzazione di fibromi uterini, varicocele ed altre patologie.
Professor Basile, la radiologia ha compiuto 130 anni, come ha rivoluzionato il mondo della medicina?
“Quando comincio le lezioni del corso di laurea di medicina, dico sempre che non vi è diagnosi oggi che non sia una diagnosi radiologica. In più, nel tempo, la radiologia ha creato la branca della radiologia interventistica, per cui ha modificato il proprio ruolo assistenziale. È iniziata come raggi, come fotografie, e oggi si arriva alla parte terapeutica, che è quella che io faccio prevalentemente. La radiologia ha un grande ruolo nello screening, oggi praticamente riusciamo a prevenire, grazie a essa, numerose patologie. Insomma, ha un ruolo fondamentale: la medicina, senza la radiologia, sia dal punto di vista diagnostico che interventistico, non esisterebbe”.
Quale il ruolo nell’oncologia?
“L’interventistica oncologica fa parte di algoritmi terapeutici internazionali ormai consolidati. In casi selezionati, quando un paziente non può andare incontro, per varie problematiche, a un intervento chirurgico, può ricorrere a una ablazione, un intervento percutaneo che riesce a rimuovere il tumore con effetto curativo. Per esempio, di fronte a un epatocarcinoma, le terapie ablative in casi selezionati sono curative tanto quanto la chirurgia. Abbiamo iniziato con i pazienti che non potevano andare incontro a chirurgia ma oggi ci sono determinati ambiti in cui l’interventistica è uguale o addirittura preferibile rispetto all’intervento chirurgico. Per non parlare poi dell’emergenza. L’urgenza appiana le differenze sociali ed economiche; è una sorta di livella, per cui da questo punto vi è la necessità di avere sul territorio un prodotto e procedure che sono standardizzate e sono fruibili da tutti. Oggi, la radiologia, nell’ambito dell’urgenza, ha un ruolo importantissimo, oltre a essere una delle colonne dell’oncologia”.
Oltre l’esperienza del radiologo, che importanza hanno gli strumenti di cui si avvale la radiologia? E come siamo messi noi catanesi da questo punto di vista?
“C’è un detto siciliano che dice che gli strumenti fanno il calzolaio, ma il calzolaio deve esserci e deve essere bravo. E non è facilissimo addestrare persone a fare questo. Poi, è chiaro che deve esserci la strumentazione, la tecnologia. Quando parliamo di gap assistenziale tra noi e il Nord o altre realtà europee si intende spesso un gap tecnologico. Noi, a Catania, in Sicilia, per quanto riguarda l’interventistica, siamo un po’ la Svizzera in Europa, abbiamo tre hub di interventistica, un h24 e altri due ospedali, il Cannizzaro e il Garibaldi, che hanno equipe di altissimo livello. Sicuramente, l’offerta da questo punto di vista rispetto al resto della regione, ma anche ad altre regioni, è molto importante. Anche nell’ambito oncologico abbiamo diversi centri di ottimo livello. Sicuramente, tutto è migliorabile ma non mi sento di dire che il gap è enorme”.
Quale l’impatto della radiologia mininvasiva sul paziente? E sul sistema sanitario?
“Faccio un esempio di oncologia e uno di urgenza. Nel primo caso, un paziente che ha un trauma, una milza che sanguina, e lo si sottopone a un intervento di embolizzazione in anestesia locale, con il paziente sveglio. Teoricamente, se tutto va bene, la ripresa è velocissima. Immaginiamo l’impatto di un intervento chirurgico. Per quanto riguarda la parte oncologica, se prima si usava la radiologia interventistica per chi non poteva sottoporsi a un intervento chirurgico, oggi ci sono importantissime alternative minimvasive come l’ablazione o l’embolizzazione. Una scelta che si prende anche per ridurre l’impatto dell’anestesia sui pazienti a rischio. Ci sono ambiti in cui abbiamo risultati curativi e tutto questo, ovviamente, impatta sul sistema sanitario. L’interventistica riduce i costi di ospedalizzazione. Un posto letto costa alla Regione siciliana 500 euro al giorno ed ovviamente un ritardo nella cura di altri pazienti. Per una ablazione di tumore epatico non ci sono più di 48/72 ore di ricovero. Non è solo un risparmio, ma si migliora l’offerta assistenziale”.
Riscontra crisi della vocazione anche nel suo settore?
“Si registra in generale nei campi di azione ed è causata in gran parte dalla medicina difensiva. Se si togliesse la possibilità di denunciare il medico, quando, come avviene nella maggioranza dei paesi europei, lo Stato potrebbe rispondere per eventuali errori, si permetterebbe ai medici di essere medici, di prendere anche una decisione rischiosa secondo deontologia senza la spada di Damocle della denuncia. Come in tutti campi, c’è chi è bravo e chi no, ma nessun medico entra in sala operatoria pensando di fare male”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?4
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
47.0/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Tumore dello stomaco, arriva una nuova immunoterapia la Repubblica
Tumore dello stomaco, arriva una nuova immunoterapia
Per oltre 20 anni non ci sono stati reali progressi per questa neoplasia. Lo scenario sta cambiando grazie all’immunoterapia e la disponibilità di tislelizumab in prima linea amplia le opportunità di cura. I risultati degli studi clinici indicano che l’aggiunta di questa molecola alla chemioterapia provoca una riduzione del rischio di morte del 29%, come spiega Filippo Pietrantonio, Responsabile dell’Oncologia medica gastroenterologica alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano
Intervista di Letizia Gabaglio
Servizio di Daniele Alberti
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
64.1/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Duchenne, profilo preliminare favorevole per la terapia genica RGX 202 Pharmastar
I dati ad interim dello studio di fase 1/2 AFFINITY DUCHENNE suggeriscono che la terapia genica RGX 202 è ben tollerata e in grado di indurre un’espressione robusta di microdistrofina, accompagnata da primi segnali di miglioramento funzionale nei bambini con distrofia muscolare di Duchenne (DMD).
RGX 202 è una terapia genica sperimentale basata su un vettore adeno associato (AAV), progettata per veicolare una versione ottimizzata del gene della microdistrofina tramite un vettore NAV AAV8. L’obiettivo è fornire un trattamento unico in grado di intervenire sulla causa genetica alla base della malattia.
Il contesto clinico
La DMD è una rara malattia neuromuscolare legata al cromosoma X, causata da mutazioni del gene DMD che compromettono la produzione di distrofina, una proteina strutturale essenziale per l’integrità del tessuto muscolare. Il decorso è caratterizzato da una progressiva degenerazione muscolare che conduce alla perdita della deambulazione, a compromissione respiratoria, cardiomiopatia e mortalità precoce.
Disegno dello studio AFFINITY DUCHENNE
AFFINITY DUCHENNE, guidato da Carolina Tesi Rocha, direttrice del Pediatric EMG Laboratory del Lucile Packard Children’s Hospital Stanford (California), è uno studio multicentrico, in aperto, volto a valutare sicurezza, tollerabilità ed efficacia di RGX 202 in bambini deambulanti con DMD. Nella parte di fase 1/2/3, sono stati arruolati bambini di età compresa tra 1 e 11 anni al momento dello screening, trattati con una singola infusione endovenosa di RGX 202 a uno dei due livelli di dose: 1 × 10¹⁴ copie genomiche/kg (dose level 1) oppure 2 × 10¹⁴ copie genomiche/kg (dose pivotale).
La successiva fase 3 sta valutando la terapia in bambini di età superiore a 1 anno, con un ulteriore coorte confermatoria attualmente in arruolamento. Il protocollo prevede anche un breve regime di modulazione immunitaria per mitigare i potenziali rischi di sicurezza associati alle terapie geniche AAV ad alte dosi.
Risultati funzionali e di sicurezza
I dati funzionali preliminari suggeriscono un potenziale beneficio clinico. Nei partecipanti trattati con la dose pivotale, gli esiti motori a 12 mesi hanno superato le traiettorie attese sulla base di confronti con storici naturali esterni e modelli predittivi sviluppati tramite la Clinical Trial Analysis Platform (cTAP).
Inoltre, i miglioramenti osservati hanno superato la soglia della differenza minima clinicamente importante nel piccolo gruppo di partecipanti valutati (n = 4), indicando segnali precoci di beneficio funzionale dopo il trattamento con RGX 202.
Alla data di cutoff del 7 maggio 2025, i dati intermedi relativi a 13 partecipanti trattati mostrano che RGX 202 è stato generalmente ben tollerato, senza eventi avversi (EA) gravi né EA di particolare interesse. In particolare, non è stato rilevato alcun segno di danno epatico, un potenziale rischio associato alle terapie geniche AAV ad alte dosi.
Le analisi dei biomarcatori hanno evidenziato una transduzione coerente e un’espressione significativa della proteina microdistrofina nel tessuto muscolare. I livelli di espressione hanno superato il 10% rispetto ai campioni di controllo normali, con valori compresi tra 10,4% e 83,4% nel gruppo a dose inferiore (n = 3) e tra 20,8% e 122,3% nei partecipanti trattati con la dose pivotale (n = 9).
Contesto terapeutico e conclusioni
Le strategie di sostituzione genica rappresentano un approccio terapeutico promettente per la DMD, con l’obiettivo di fornire versioni accorciate del gene della distrofina in grado di ripristinare parzialmente la funzione proteica nel muscolo scheletrico. RGX 202 codifica una microdistrofina contenente un dominio C terminale progettato per migliorare la funzione muscolare e preservare la salute del tessuto muscolare.
Gli investigatori hanno concluso che RGX 202 mostra un profilo di tollerabilità favorevole, accompagnato da un’espressione robusta di microdistrofina e da segnali precoci di miglioramento funzionale fino a 12 mesi dal trattamento nei bambini con DMD. Le fasi in corso dello studio AFFINITY DUCHENNE continueranno a valutare la sicurezza a lungo termine e l’efficacia clinica della terapia.
Il punto sulla terapia genica nella Duchenne
Negli ultimi anni la terapia genica è diventata uno dei filoni di ricerca più avanzati nella distrofia muscolare di Duchenne, con l’obiettivo di compensare il deficit di distrofina attraverso il trasferimento di versioni “miniaturizzate” del gene. Poiché il gene DMD è troppo grande per essere inserito nei vettori virali AAV, le strategie attuali utilizzano costrutti di microdistrofina progettati per conservare le regioni funzionalmente più importanti della proteina.
La prima terapia genica approvata è stata Delandistrogene moxeparvovec (Elevidys), sviluppata da Sarepta Therapeutics e autorizzata negli Stati Uniti dalla Fda inizialmente per bambini deambulanti e successivamente estesa a una popolazione più ampia di pazienti con mutazione confermata del gene DMD. Il trattamento utilizza un vettore AAVrh74 per trasportare una microdistrofina nei muscoli scheletrici e cardiaci.
Dal punto di vista regolatorio, Delandistrogene moxeparvovec rappresenta il caso più avanzato ma anche più controverso nella terapia genica per la distrofia muscolare di Duchenne. Negli Stati Uniti la terapia è stata approvata dalla Fda nel 2023 e successivamente estesa ai pazienti di età pari o superiore a 4 anni. Tuttavia, nel 2025 sono emersi casi di insufficienza epatica fatale, soprattutto nei pazienti non deambulanti, portando la Fda a introdurre una boxed warning e a limitare l’indicazione ai soli pazienti deambulanti. Parallelamente, l’Ema non ha approvato il trattamento, ritenendo insufficienti le evidenze di beneficio clinico. Il caso Elevidys ha evidenziato sia il potenziale della terapia genica nella Duchenne sia le criticità ancora aperte sul fronte della sicurezza e della dimostrazione dell’efficacia clinica.
Anche altri programmi di terapia genica hanno incontrato difficoltà importanti. Pfizer ha sviluppato fordadistrogene movaparvovec, ma il programma è stato interrotto dopo risultati deludenti sul piano dell’efficacia e problematiche di sicurezza, inclusi eventi avversi gravi osservati in alcuni studi.
Anche Solid Biosciences sta portando avanti lo sviluppo di una propria microdistrofina di nuova generazione, mentre altri approcci sperimentali cercano di migliorare la distribuzione muscolare, ridurre l’immunogenicità o aumentare la durata dell’espressione genica.
In questo panorama, RGX 202 presenta alcune caratteristiche distintive. La terapia utilizza il vettore NAV AAV8, sviluppato da REGENXBIO, ed è progettata per esprimere una microdistrofina che include un dominio C terminale aggiuntivo rispetto ad altri costrutti. Secondo gli sviluppatori, questa caratteristica potrebbe favorire una migliore organizzazione della giunzione neuromuscolare e contribuire alla stabilità e alla funzionalità del muscolo nel lungo periodo. Inoltre, l’assenza finora di segnali di tossicità epatica rilevante rappresenta un elemento di particolare interesse, considerando che la sicurezza epatica e immunologica resta uno dei principali temi aperti per le terapie geniche AAV nella DMD.
Fonte:
Tesi Rocha C, et al. RGX-202, An investigational gene therapy for the treatment of Duchenne muscular dystrophy: Interim Phase I/II clinical data. Presented at: Muscular Dystrophy Association (MDA) Clinical and Scientific Conference; March 8-11, 2026; Orlando, Florida
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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B
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Criteri Critici
Ten to Six, un corto sul tumore al seno per invitare alla prevenzione Ciak Magazine
Solo pochi giorni fa a Roma si è ripetuto il ‘rito’ della Race for the Cure – con oltre 200.000 partecipanti e più di 5.000 prestazioni gratuite di diagnosi precoce (con particolare attenzione alle donne in condizioni di fragilità economica e sociale) – e proprio in quella occasione è stato presentato il corto Ten to Six diretto da Alessio Rupalti e interpretato da Charlie Wright, Gerard Bell e Georgia Polly-Taylor: una storia profondamente attuale che affronta il tema del tumore al seno da un punto di vista inedito: quello maschile.
LEGGI ANCHE: Animalia allo Short Film Corner, un altro italiano a Cannes 2026
I prossimi appuntamenti con il film breve parlano del Fastnet Film Festival di Schull, in Irlanda, mentre subito dopo, il 24 maggio, l’attenzione si sposterà sulla Walk for the Cure di Colonna, in provincia di Roma (una camminata solidale dedicata alla lotta contro il cancro e alla diagnosi precoce), un evento organizzato da Komen Italia, realtà da anni impegnata nella lotta ai tumori al seno, con il sostegno della quale è stato realizzato il corto. Che speriamo possa avere ulteriori occasioni di distribuzione in vista di ottobre, mese da tempo dedicato alla sensibilizzazione sul tumore al seno.
Quella di Rupalti (del quale potete leggere l’intervista, di seguito) è un’opera che non cerca scorciatoie emotive, ma affronta il tema con rispetto, misura e profondità, offrendo al pubblico uno sguardo diverso, più ampio e, proprio per questo, ancora più urgente. Come si intuisce dai brevi filmati che lo presentano:
“Essenziale e intimo”, il racconto per immagini conferma l’approccio discreto scelto dal regista, che cerca l’autenticità attraverso un tono minimale e sottolinea un concetto fondamentale: “Non abbiamo tutto il tempo che pensiamo di avere”. Un invito concreto a guardare alla prevenzione come a una responsabilità condivisa.
Al centro del racconto una storia d’amore e una riflessione sul tempo, la memoria e la responsabilità, per una volta affrontata dal punto di vista maschile, quello di chi spesso è profondamente coinvolto, di chi è accanto, chi ama, chi perde chi ne è direttamente colpito. Perché il tumore al seno “non è solo una battaglia individuale, ma una ferita collettiva che attraversa relazioni, famiglie e legami – come recita la presentazione. – Mariti, figli, padri, compagni diventano testimoni silenziosi di un dolore che li segna per sempre“.
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Nel film breve – del quale ci parla lo stesso regista – seguiamo un anziano fisico in pensione, tormentato da decenni dal senso di colpa per non essere riuscito a salvare la moglie dal tumore al seno. Un anziano che, trentacinque anni dopo la scomparsa dell’amata, crede di aver trovato una possibilità di redenzione e si reca in un piccolo caffè alla periferia di Londra, dove l’incontro con un giovane cameriere si rivelerà tutt’altro che casuale.
Intervista a Alessio Rupalti
Partiamo dall’inizio, che origine ha il progetto e cosa è per lei?
Ten to six nasce dall’idea di raccontare come la mia percezione del tempo sia cambiata negli ultimi anni, e dall’aver trovato un modo chiaro e delicato per raccontarla, attraverso il tema della prevenzione. Ho sempre pensato che il cinema possa e debba avere anche il compito di sensibilizzare, oltre che informare ed intrattenere, e più il progetto prendeva forma, più mi rendevo conto di quanto fosse importante parlare proprio di prevenzione. Nello specifico, mi sono focalizzato sulla prevenzione del tumore al seno, perché, a seguito di alcune ricerche durante la scrittura della sceneggiatura, ero rimasto impressionato dalla percentuale di guarigione che si otteneva nei casi di diagnosi precoce e da quanto poco si fosse sensibilizzati in merito. Soprattutto tra gli uomini. E non mi riferisco agli uomini come protagonisti della malattia, si certo anche, ma più di ogni altra cosa, come supporto per chi la malattia si ritrova a viverla in prima persona. Ho avuto come l’impressione che la prevenzione venga spesso considerata una questione individuale quando invece dovrebbe avere un peso collettivo. Credo che la prevenzione sia qualcosa che, prima o poi, finisca per riguardare tutti noi, direttamente o indirettamente, ed è da tutte queste riflessioni che prende vita il film, una storia che ha come protagonista chi resta e chi spesso si considera una figura marginale quando si parla di tumore al seno. Il mio tentativo è stato quello di mostrare un punto di vista poco esplorato e di dare un piccolo contributo a questa causa, con ciò che so fare meglio: raccontare con le immagini.
Quindi il “Non abbiamo tutto il tempo che pensiamo di avere” è un mantra che applica anche nella sua vita?
Il “tempo” è un tema cui tengo molto, in primis perché gli anni che mi lascio alle spalle iniziano ad avere un peso diverso. Inoltre vivo in una città, Londra, che molto spesso mi fa mettere in discussione quanto il modo in cui usiamo il tempo che abbiamo a disposizione. Riflessioni inevitabili vedendo tutti, intorno a me, correre instancabilmente per sopravvivere ai ritmi che una grande città impone. A primo impatto può sembrare la formula migliore per ottimizzare il tempo che abbiamo a disposizione, eppure spesso accade esattamente il contrario: che trascuriamo noi stessi. Che rimandiamo quel tempo destinato a noi e alle persone che ci stanno accanto, per cose magari che non hanno poi tutta questa urgenza. Tutte riflessioni che convergono in quella che considero la frase più importante in Ten to Six: “Non abbiamo tutto il tempo che pensiamo di avere”. Si tratta di una consapevolezza che la maggior parte delle volte arriva troppo tardi. Una riflessione che mi ripeto quando supero quel limite di velocità che mi sono imposto di non oltrepassare, ma è anche una condivisione rivolta a chiunque avrà modo di vedere il cortometraggio: nella vita reale il tempo non è riavvolgibile come quello nel Cinema.
Che reazioni ci sono state alla visione durante la Race for the Cure?
Trovo che la collaborazione con Komen Italia sia tra i riconoscimenti più importanti che potessi ottenere con Ten to Six. La storia di questo cortometraggio è arrivata senza difficoltà a chi porta avanti, in prima linea, da decenni, la lotta al tumore al seno. E questo, per me, è motivo di grande orgoglio. Nello specifico, la presentazione del cortometraggio durante la Race for the Cure a Roma è stata un’esperienza straordinaria. Far parte di un’evento così importante, con il mio piccolo film, mi ha dato la conferma di aver realizzato qualcosa non solo per me stesso, ma anche per gli altri. In particolare c’è stato un aspetto di questo evento che mi ha piacevolmente sorpreso: durante il Q&A nell’area conferenze con gli studenti di una scuola superiore c’è stata un’interazione inaspettata. Una generazione che molte volte viene considerata incapace di apprezzare contenuti di durata superiore a quelli che il mondo web offre e che invece ha dimostrato un grande interesse e una notevole profondità nell’approcciarsi ad un tema così delicato come la prevenzione del tumore al seno e una forma di comunicazione come quella del cortometraggio. I ragazzi hanno colto in maniera sorprendente il messaggio del cortometraggio. Mi ha colpito molto questa loro riflessione: “Lascia dentro lo spettatore una sensazione intensa, quasi un’invito a fermarsi e pensare alla propria vita e che tutto può finire, e ogni momento vissuto con amore, acquista un valore ancora più grande”. Ecco, questo è il pubblico a cui vorrei parlare con il cinema che mi sono prefissato di fare.
A parte il Fastnet Film Festival, come continua il percorso del film?
Il cortometraggio ha intrapreso da alcuni mesi il suo percorso festivaliero, debuttando in anteprima mondiale al Cortinametraggio, proseguendo con la partecipazione al Riviera International Film Festival e con la selezione al Fastnet Film Festival in Irlanda, che si terrà alla fine di maggio. Le prossime proiezioni sono ancora in attesa di conferma, ma il percorso intrapreso dal film sta continuando ad attirare interesse sia in Italia sia all’estero. Attualmente il cortometraggio è stato proposto a numerosi festival nazionali e internazionali di rilievo, con l’obiettivo di ampliare il più possibile il dialogo attorno a un tema delicato e universale come la prevenzione del tumore al seno. In questo percorso, la collaborazione con Komen Italia rappresenta un elemento fondamentale, capace di garantire al progetto una visibilità significativa sia sul territorio nazionale che internazionale. Parallelamente, c’è anche la volontà di portare Ten to Six su piattaforme streaming dedicate al cinema, così da permettere a questa storia di raggiungere un pubblico ancora più ampio.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
56.3/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Oncologia di precisione. Regione Lazio e Cittadinanzattiva avviano la rete dei Molecular Tumor Board Quotidiano Sanità
La medicina oncologica attraversa una trasformazione profonda. L’accesso diffuso al sequenziamento genomico e ai pannelli multigenici permette di leggere il tumore nella sua identità molecolare, oltre che nella sua localizzazione anatomica. Da qui, nasce un’esigenza nuova: interpretare correttamente questi dati e trasformarli in decisioni cliniche appropriate, tempestive e sostenibili.
I Molecular Tumor Board (MTB) rappresentano un passo avanti significativo nella lotta contro il cancro, perché mettono strumenti multidisciplinari che integrano genetica, biologia molecolare, clinica e anatomia patologica al servizio di scelte terapeutiche oncologiche personalizzate, sulla base del profilo molecolare del singolo paziente.
Per favorire realmente una migliore qualità di vita delle persone, Cittadinanzattiva Lazio, in accordo con la Regione, si è fatta promotrice di un tavolo di lavoro per implementare la rete dei Molecular Tumor Board regionali. Il tavolo di lavoro è stato avviato oggi, alla presenza del Presidente, Francesco Rocca, nella Sala Tevere della sede della Giunta.
In Italia, i MTB sono attivi al momento in poche realtà e con modelli organizzativi eterogenei. Il Lazio, sollecitato anche dalla domanda di cittadini e associazioni, ha avviato un percorso per dotarsi di un proprio coordinamento MTB regionale. Per la prima volta, dunque, i quattro attori chiamati a costruire il modello laziale – la Regione, i clinici, gli operatori sanitari e le associazioni di pazienti – sono chiamati a lavorare assieme in un ambito specifico come quello dell’oncologia di precisione, dove il tempo di accesso alle terapie mirate fa la differenza. L’obiettivo primario — condiviso con la Regione — è avviare la costituzione del Molecular Tumor Board regionale, con un impianto che metta a sistema le esperienze già esistenti nei centri laziali e definisca regole chiare di accesso, funzionamento e monitoraggio.
I Molecular Tumor Board nascono per rispondere a una domanda semplice e decisiva: come tradurre in pratica clinica la crescente mole di informazioni che arrivano dai test genomici? Oggi in Italia sono attivi in poche realtà regionali. Il Lazio intende dotarsi di un modello MTB in rete condiviso, sostenibile e accessibile, ad oggi presente presso l’IRCCS IFO-IRE, la Fondazione Policlinico A. Gemelli IRCCS, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e l’AOU Policlinico Umberto I. Sul tavolo: la governance regionale del MTB e i criteri di accesso per i pazienti; l’integrazione tra centri hub, spoke e rete territoriale; il ruolo delle associazioni di pazienti nel monitoraggio civico del percorso; la formazione continua dei professionisti coinvolti; il collegamento con gli studi clinici e con le terapie innovative.
La costituzione del MTB regionale segna un passaggio concreto verso l’oncologia personalizzata anche nel Lazio. Significa offrire, in particolare ai pazienti con tumori rari o in stadio avanzato, la possibilità di una valutazione collegiale che integri competenze diverse e apra, dove clinicamente indicato, la strada a terapie mirate o alla partecipazione a studi clinici. Cos’ come anche ridurre le disuguaglianze di accesso, oggi legate alla singola struttura in cui il paziente è in carico.
In questa cornice si avviano oggi in Regione Lazio i Molecular Tumor Board (MTB): gruppi multidisciplinari in cui competenze di genetica e biologia molecolare si integrano con la clinica e l’anatomia patologica per interpretare i test genomici e definire, caso per caso, il percorso terapeutico più appropriato. Un modello di lavoro “su misura”, che punta a migliorare l’efficacia dei trattamenti, a ottimizzare l’uso delle risorse e ad ampliare le possibilità di successo terapeutico, in particolare nei tumori rari e negli stadi avanzati.
“Il Lazio ha scelto di investire con decisione nella medicina di precisione”, ha dichiarato il Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, “perché crediamo in una sanità sempre più costruita attorno alle caratteristiche e ai bisogni di ogni persona. L’istituzione del Molecular Tumor Board rappresenta un passo strategico che colloca la nostra Regione tra le realtà più avanzate nell’innovazione biomedica. Grazie alla collaborazione tra istituzioni, centri di ricerca, università e strutture sanitarie, possiamo offrire ai pazienti oncologici percorsi terapeutici sempre più mirati, efficaci e sostenibili. Abbiamo la responsabilità di sostenere e accelerare questo progresso, affinché ogni innovazione possa tradursi in nuove opportunità di cura e in una speranza concreta per i pazienti e le loro famiglie”.
“Cittadinanzattiva Lazio sostiene con convinzione la costituzione del Molecular Tumor Board (MTB) regionale, partecipando attivamente al tavolo tecnico con l’obiettivo di trasformare questo organismo in uno strumento realmente utile per la comunità e non in un semplice adempimento formale. Per l’organizzazione, l’efficacia dell’MTB risiede nella capacità di garantire equità di accesso e tempi certi per ogni paziente, assicurando che la personalizzazione della terapia si traduca in una presa in carico integrata che unisca ospedale, territorio e domicilio”, dichiara Elio Rosati, segretario regionale di Cittadinanzattiva Lazio. In questa visione, la partecipazione civica stabile e la trasparenza informativa verso pazienti e caregiver diventano pilastri fondamentali per generare consapevolezza ed evitare distorsioni nelle aspettative. “Il modello laziale – continua – ha l’ambizione di diventare un riferimento nazionale se saprà armonizzare le dimensioni scientifica, organizzativa e civica; a tal fine, l’impegno dei prossimi mesi sarà focalizzato sulla definizione di una governance condivisa, sull’implementazione di un monitoraggio civico costante e su una capillare attività di formazione e alfabetizzazione dei cittadini sul diritto alla personalizzazione delle cure”.