Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?5
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
60.4/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Non serve tanto a fare la diagnosi ma a intercettare i pazienti più a rischio. A svilupparlo un team di ricerca internazionale, cui hanno preso parte anche scienziati italiani. Lo studio su Nature Medicine
Si chiama Panxeon ed è una nuova tecnica di biopsia liquida che, analizzando diverse molecole presenti nel sangue, potrebbe migliorare la diagnosi del tumore al pancreas e il suo trattamento. Se ne parla oggi sulle pagine della rivista Nature Medicine, dove la tecnica di biopsia liquida - sviluppata anche grazie al contributo di alcuni ricercatori italiani e al sostegno di Airc - viene presentata.
Anticipare la diagnosi del tumore al pancreas
Il tumore al pancreas, in campo oncologico, è una delle malattie in cui è più forte il bisogno di innovazione. Sul fronte terapeutico qualcosa si sta muovendo, con l’arrivo di nuove terapie potenzialmente molto efficaci per le forme metastatiche, ma non ancora approvate in Europa, come daraxonrasib.
Sul fronte diagnostico a oggi è difficile identificare la malattia nelle fasi precoci, tanto che si stima che fino al 90% delle diagnosi avvenga nelle fasi avanzate. Diagnosi che si basano sulla combinazione di una serie di esami di imaging (dall’ecografia, alla colangio Rm, alla tomografia computerizzata), di esami del sangue e biopsia tissutale. Tra i principali marcatori nel sangue ricercati in caso di sospetto tumore al pancreas vi è l’antigene carboidratico 19-9, abbreviato nell’acronimo di Ca 19-9, considerato però un marcatore aspecifico di malattia (non sempre valori elevati sono legati effettivamente alla presenza di un tumore).
Sfruttare come biomarcatori i microRna rilasciati dal tumore
L’idea del team di Ajay Goel della City of Hope di Duarte (California) è stata quella di affiancare altri possibili marcatori di malattia, per aumentare la specificità del test. Nel dettaglio, i ricercatori hanno messo a punto un esame che, oltre a considerare i livelli di Ca 19-9, misurava anche quelli di alcuni microRna, piccole molecole di Rna che si trovano nel sangue. In passato gli stessi ricercatori hanno identificato un pool di questi microRna rilasciati dal tessuto tumorale, che potevano essere utilizzati per identificare, con una buona accuratezza, i pazienti con tumore al pancreas in stadio iniziale.
I tanti tipi di microRna
“Esistono diversi tipi di microRna, alcuni sono cosiddetti microRna liberi nel sangue, che sono piuttosto abbondanti, altri si trovano all’interno di vescicole rilasciate dalle cellule, gli exosomi”, spiega Alessandro Mannucci, ricercatore medico presso Università Vita-Salute San Raffaele e la gastroenterologia ed endoscopia dell'Irccs Ospedale San Raffaele di Milano. Mannucci ha preso parte allo studio in qualità di primo autore, insieme a Giulia Martina Cavestro, responsabile e fondatrice del programma clinico e di ricerca "Gastro Per Me", che si occupa di prevenzione e diagnosi precoce nei soggetti con predisposizione ai tumori gastroenterici, compresi quelli pancreatici. “Queste vescicole - riprende il ricercatore - sono rare nel sangue, ma hanno un vantaggio importante rispetto ai microRna che circolano liberi nel sangue: mantengono le caratteristiche specifiche del tessuto da cui originano. Pertanto, possiamo aprirle per guardare il loro contenuto, un passaggio che aumenta la nostra specificità”.
Biopsia liquida: validare il test in diverse tipologie di pazienti
Nel nuovo studio i ricercatori hanno combinato l’analisi di questi microRna con il dosaggio del Ca 19-9 nel sangue per sviluppare e testare un nuovo tipo di biopsia liquida, su una popolazione vasta, proveniente da diverse parti del mondo, Italia compresa (quasi 1800 i pazienti inclusi in totale). Lo scopo, chiarisce Mannucci, in questo lavoro era di estendere gli studi fatti in passato su un numero ridotto di pazienti, valutando meglio l’accuratezza diagnostica del test. Vale a dire: i dati arrivano da pazienti analizzati retrospettivamente e non seguiti nel tempo. “Nello studio abbiamo analizzato diverse coorti di pazienti: la maggior parte della popolazione erano pazienti con tumore o senza tumore, dove, grazie ad algoritmi di machine learning, siamo riusciti a identificare una firma molecolare associata alla presenza della malattia - spiega Mannucci - nelle altre coorti di pazienti invece avevamo persone con tumore al pancreas in trattamento, pazienti con altri tumori gastrointestinali, e infine pazienti considerati ad alto rischio, ovvero per presenza di familiarità, predisposizione genetica, pancreatiti croniche o cisti pancreatiche”.
In questo modo i ricercatori hanno potuto stimare l’accuratezza del test in diverse condizioni. Hanno così scoperto, per esempio, che la loro biopsia liquida ha una sensibilità (ovvero la capacità di identificare correttamente i soggetti malati) dell’86% per i tumori al pancreas di stadio I e II (localizzato o minimamente diffuso), e un’accuratezza molto maggiore rispetto al solo utilizzo del Ca 19-9, riuscendo a scovare più correttamente i falsi positivi (con un tasso del 3% nel gruppo a basso rischio e del 15,6% in quelli ad alto rischio). Inoltre i ricercatori hanno osservato che quando livelli dei marcatori usati nella biopsia liquida diminuiscono, i pazienti trattati hanno meno probabilità di avere di avere una recidiva: “Questo ci dà un segnale che questa biopsia liquida è specifica per il tumore al pancreas. Sebbene i dati su questo siano ancora immaturi in questa coorte di pazienti, questa osservazione ci fa sperare che, nel futuro, potremmo potenzialmente utilizzarla anche per valutare l’efficacia della terapia e per intercettare segnali di un possibile ritorno del tumore”, aggiunge ancora Mannucci. I ricercatori hanno anche osservato una cross-reattività minima con alcuni tumori di sedi vicine (come quelli ai dotti biliari), a conferma della specificità dei marcatori utilizzati. E infine il test funziona bene anche nella popolazione a rischio, con una sensibilità che varia dall’80% al 90% circa (a seconda del tipo di predisposizione al rischio).
Cambiare la diagnosi precoce del tumore del pancreas
“Questo esame ha la potenzialità di essere di aiuto nella diagnosi precoce della malattia - commenta Mannucci - a oggi, per esempio, le persone a rischio sono incluse in programmi di sorveglianza in cui, mediamente una volta l’anno, eseguono test spesso costosi e talvolta invasivi. Se avessimo un test non invasivo, a costi ridotti, con pari accuratezza, potremmo potenzialmente immaginare di effettuare periodicamente solo degli esami del sangue come controllo e rimandare a test più approfonditi solo nel caso in cui la biopsia liquida fosse positiva, quantomeno nei soggetti a rischio più basso, riservando invece le metodiche più costose e più invasive ai soggetti con un rischio maggiore”. Ma spingendosi ancora più in là, con il test potrebbe essere possibile identificare le lesioni più a rischio di diventare un tumore: “Ipoteticamente e idealmente, questo in ci consentirebbe di intervenire proprio in quella finestra temporale in cui una lesione passa da in situ a invasiva. Se confermato, questo potrebbe aprire le porte a una forma di vera e propria prevenzione” aggiunge il ricercatore.
Un campo di ricerca in fieri
“È un campo di ricerca che si sta ampliando, anche grazie alle ricerche condotte da altri istituti e su altri tumori - conclude - il passo successivo ora è quello di valutare il test in modo prospettico, ovvero seguendo nel tempo i pazienti più a rischio, come persone con predisposizione familiare, ereditaria, o cisti pancreatiche”. Mannucci è il principal investigator di questo progetto finanziato da Airc, cui collaborano anche i team che fanno capo a Paolo Giorgio Arcidiacono, Silvio Danese, Giulia Martina Cavestro, Michele Reni e Stefano Crippa presso l’Ospedale San Raffaele.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.7/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Svolta nella ricerca: arriva la molecola a doppia azione che "smaschera" i tumori freddi Studenti.it
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Abbiamo scelto una voce realizzata con strumenti avanzati IA per rendere rendere i nostri testi subito accessibili a tuttiAscolta su Spreaker. L'immunoterapia rappresenta una delle frontiere più promettenti nella lotta contro il cancro, definita ormai la"quarta gamba" dei trattamenti oncologiciinsieme a chirurgia, radioterapia e farmaci antitumorali tradizionali. Tuttavia, la sua efficacia si scontra spesso con un ostacolo complesso: l'esistenza dei cosiddetti"tumori freddi", come quelli che colpiscono comunemente ilpancrease ilcolon-retto. Per superare questa resistenza, la ricerca oncologica sta sviluppando un nuovo approccio terapeutico basato su unamolecola a doppia azione, pensata per rendere queste neoplasie visibili e vulnerabili all'attacco delle difese immunitarie. Nel linguaggio medico-scientifico, le masse tumorali vengono spesso distinte in"calde"e"fredde"in base alla risposta immunitaria che suscitano nell'organismo: Tumori caldi:presentano una forte infiltrazione di linfociti e un'elevata presenza di mutazioni. Questo li rende facilmente individuabili da parte dei linfociti T, garantendo risposte positive ai farmaci immunoterapici (come gli inibitori dei checkpoint immunitari). Tumori freddi:hanno una bassa carica mutazionale o un microambiente immuno-soppressivo che impedisce al sistema immunitario di penetrare nel tessuto neoplastico. Funzionano come se indossassero un "mantello dell'invisibilità", sfuggendo all'azione dei linfociti. Le neoplasie delpancrease diverse forme di tumore alcolon-rettorientrano tipicamente tra i tumori freddi, motivo per cui i tradizionali trattamenti immunoterapici hanno spesso mostrato benefici limitati su questi pazienti. La molecola a doppia azione rappresenta un’innovazione cruciale perché interviene su due fronti contemporaneamente per superare l'invisibilità del tumore. In una prima fase,la molecola agisce come una sorta di segnalatore: si lega alle cellule tumorali e le "smaschera", alterando la loro barriera protettiva ed eliminando il mantello che le rende invisibili. In questo modo, il tumore perde la sua capacità di nascondersi e diventa facilmente identificabile. Simultaneamente, scatta la seconda fase, che riguarda ilreclutamento attivo del sistema immunitario: la molecola invia un segnale d'allarme che attira i linfociti T direttamente nel cuore della massa neoplastica. È proprio questo doppio meccanismo che permette di trasformare l'ambiente tumorale da "freddo" a "caldo", convertendo un tessuto inerte e inaccessibile in un'area reattiva, dove le difese dell'organismo possono finalmente penetrare e attaccare la malattia. Sebbene molte di queste strategie siano attualmente nelle fasi sperimentali di laboratorio o precliniche, i primi risultati indicano una possibile svolta:
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
49.3/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
✅
Criteri Critici
Malattie endocrine rare, nuove cure cambiano lo scenario: la sfida è trovare i pazienti giusti Mondosanità
Malattie endocrine rare sta cambiando qualcosa che fino a pochi anni fa sembrava difficile immaginare.
La ricerca sta comprendendo meglio i meccanismi che provocano queste patologie e questa conoscenza sta aprendo la strada a trattamenti più mirati.
«Stiamo vivendo un periodo di estremo interesse e molto sfidante», spiega Caterina Mian, professoressa ordinaria di Endocrinologia dell’Università di Padova e direttrice della UOC Endocrinologia dell’Azienda Ospedale-Università di Padova, intervenuta a EndoPercorsi.
Una delle malattie che meglio raccontano questo cambiamento è la TED, Thyroid Eye Disease, chiamata anche orbitopatia di Graves.
È una malattia autoimmune legata soprattutto alla malattia di Basedow-Graves: il sistema immunitario, oltre a colpire la tiroide, può coinvolgere i tessuti che si trovano intorno e dietro gli occhi.
TED, quando la tiroide si vede negli occhi
All’inizio può sembrare un problema semplicemente oculare: occhi rossi, gonfiore delle palpebre, bruciore, sensazione di sabbia, fastidio alla luce.
Ma in alcune persone la malattia progredisce. Gli occhi possono diventare più sporgenti e può comparire visione doppia; nelle forme più gravi può essere interessato il nervo ottico, con un rischio per la vista.
Non tutte le persone con Graves sviluppano però una TED importante.
Secondo l’American Thyroid Association, circa una persona su tre con malattia di Graves presenta sintomi oculari e nella maggior parte dei casi la forma è lieve.
Le forme moderate o gravi sono molto meno frequenti.
Ed è proprio questa differenza tra un paziente e l’altro a rendere fondamentale una diagnosi e una valutazione specialistiche.
Una nuova possibilità di cura
Per anni le possibilità terapeutiche delle forme più importanti sono state limitate e hanno incluso soprattutto farmaci per ridurre l’infiammazione e, quando necessario, interventi chirurgici.
Ora lo scenario europeo è cambiato.
Nel giugno 2025 l’Unione europea ha autorizzato teprotumumab per gli adulti con TED moderata-grave.
È una terapia mirata che agisce su uno dei meccanismi coinvolti nella malattia.
Negli studi valutati dall’EMA ha ridotto in molti pazienti la protrusione dell’occhio e altri segni della malattia. Non è però una terapia per tutti.
È un esempio concreto del ragionamento di Mian: più aumentano le possibilità terapeutiche, più diventa importante capire a chi offrire una determinata cura e quando.
«Vi è anche un tema di sostenibilità economica nell’applicazione di questi farmaci», osserva l’endocrinologa.
«La sfida è identificare i pazienti giusti, candidabili a questi farmaci».
Il paziente non deve perdersi tra territorio e ospedale
Per riuscirci non basta il centro altamente specializzato.
Serve una rete capace di intercettare sul territorio una persona con sintomi sospetti e accompagnarla rapidamente verso chi può approfondire la diagnosi e scegliere la terapia.
È il modello indicato anche nel confronto di Padova: integrazione tra ospedale e territorio, continuità delle cure e percorsi sostenibili sono considerati elementi centrali nella gestione delle nuove possibilità terapeutiche.
«Serve una sinergia e un rapporto integrato e virtuoso tra l’azienda universitaria e il territorio», conclude Mian.
Perché la nuova frontiera delle malattie endocrine non è soltanto avere farmaci che prima non esistevano.
È riuscire a far arrivare la cura giusta alla persona giusta, nel momento giusto.
Fonti:
European Medicines Agency (EMA), Thyroid eye disease: first treatment against severe thyroid eye disease
European Medicines Agency (EMA), Tepezza – EPAR
European Group on Graves’ Orbitopathy (EUGOGO), Graves’ Orbitopathy / Thyroid Eye Disease
American Thyroid Association, Thyroid Eye Disease
EMA, European Union Risk Management Plan – Tepezza
EndoPercorsi, Padova, 14 settembre 2026 – programma e intervento di Caterina Mian
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.7/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
ASL Lecce: Radioterapia sempre più precisa e sicura al Vito Fazzi, in fase di attivazione il nuovo acceleratore lineare Corriere Salentino
Il Reparto di Radioterapia dell’Ospedale “Vito Fazzi” di Lecce compie un importante passo avanti nel percorso di innovazione tecnologica grazie all’entrata in funzione, già nel mese di giugno, della nuova TC di Simulazione dedicata alla Radioterapia. L’acquisto, realizzato con fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), rappresenta un significativo intervento del programma di ammodernamento delle tecnologie della Radioterapia che offrirà ai pazienti prestazioni sempre più precise, personalizzate e sicure.
La nuova apparecchiatura è una TC a 128 strati con un diametro di 82 cm di ultima generazione che introduce soluzioni avanzate di imaging basate sull’intelligenza artificiale. Grazie a un software dedicato, il sistema supporta gli operatori nell’ottimizzazione automatica delle immagini, adattando i principali parametri di acquisizione alle caratteristiche di ciascun paziente. Il diametro di 82 cm consente il corretto posizionamento del paziente anche con i moderni sistemi di immobilizzazione già in uso nella Radioterapia. Il risultato è un processo di simulazione più semplice, rapido e accurato, con immagini di elevata qualità che costituiscono il presupposto fondamentale per una corretta pianificazione del trattamento radioterapico.
La nuova TC è stata inoltre implementata con accessori e software dedicati all’autocontouring, rendendo la Radioterapia del “Vito Fazzi” uno dei centri dotati delle più moderne piattaforme per la delineazione automatica del volume bersaglio e degli organi a rischio.
Disporre di immagini ad alta definizione e di strumenti avanzati di intelligenza artificiale per la delineazione automatica delle strutture anatomiche, sempre sotto il controllo e la validazione degli specialisti in Radioterapia Oncologica, significa poter pianificare trattamenti ancora più accurati e personalizzati, migliorando la qualità delle cure offerte ai pazienti oncologici.
Inoltre, grazie all’indispensabile supporto della Fisica Sanitaria, è stato implementato il sistema SGRT (Surface Guided Radiation Therapy) AlignRT, una piattaforma di ultima generazione che consente di monitorare in tempo reale la posizione del paziente durante l’intera seduta radioterapica, aumentando la precisione del trattamento e la sicurezza delle cure.
Nelle prossime settimane il sistema sarà ulteriormente potenziato con l’attivazione del modulo dedicato al gating respiratorio, una tecnica che sincronizza l’erogazione della radioterapia con il ciclo respiratorio del paziente e che consentirà di trattare con ancora maggiore precisione i tumori soggetti al movimento respiratorio, riducendo ulteriormente la dose ai tessuti sani circostanti.
È in fase di attivazione il nuovo acceleratore lineare. I lavori relativi all’installazione sono stati ultimati. Sono attualmente in corso, da parte della Fisica Sanitaria, le verifiche proteximetriche e di efficienza dell’intero impianto, propedeutiche all’avvio dell’attività clinica. Il 28, 29 e 30 settembre mattina sono previste delle prove in vitro (senza pazienti) con affiancamento degli specialist dell’azienda. La prima seduta di radioterapia su paziente, con il nuovo acceleratore lineare, è prevista per fil 30 settembre pomeriggio.
Con queste nuove acquisizioni, ASL Lecce conferma il proprio impegno nel potenziamento delle tecnologie sanitarie e nell’innovazione dei percorsi assistenziali, investendo in strumenti capaci di coniugare elevata qualità clinica, sicurezza ed efficienza, a beneficio dei pazienti e dei professionisti sanitari.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
45.6/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Tumore del colon retto, boom di screening a Palermo: ad agosto richieste aumentate del 196%, obiettivo 40 mila test in più Palermomania.it
Boom di screening
Tumore del colon retto, boom di screening a Palermo: ad agosto richieste aumentate del 196%, obiettivo 40 mila test in più
La campagna di Asp e Federfarma Palermo spinge la prevenzione del tumore del colon retto: ad agosto oltre 3.300 provette richieste nelle farmacie, quasi il 200% in più rispetto a giugno. Forte adesione anche a settembre e nuove scorte ordinate. L'obiettivo è raggiungere almeno 40 mila test aggiuntivi entro fine anno.
Asp Palermo - Federfarma Palermo - Utifarma
Cresce nettamente l'adesione allo screening per il tumore del colon retto nelle farmacie di Palermo e provincia. Ad agosto sono state richieste 3.338 provette per il Sof-test, contro le 1.128 di giugno: un incremento del 195,9%. Anche i test riconsegnati sono aumentati, passando da 1.254 a 2.919, con una crescita del 132,8%.
Sono i risultati della campagna avviata da Asp Palermo e Federfarma Palermo attraverso le 395 farmacie di Palermo e provincia, con il coinvolgimento di Maria Grazia Cucinotta, Ernesto Maria Ponte e Sasà Salvaggio come testimonial.
La campagna punta a sensibilizzare la popolazione sull'importanza della diagnosi precoce attraverso la ricerca del sangue occulto nelle feci, un test gratuito nell'ambito del programma di screening.
I numeri mostrano una progressione significativa. A giugno erano state richieste 1.128 provette e riconsegnati 1.254 test; a luglio le richieste erano salite a 2.013, con 1.259 riconsegne. Il salto maggiore è arrivato ad agosto, dopo la presentazione pubblica della campagna, con 3.338 provette ritirate e 2.919 riconsegnate.
E la crescita, secondo quanto riferito dai farmacisti durante un incontro a Villa Magnisi, sarebbe proseguita nelle prime due settimane di settembre, tanto che le scorte di provette si stanno riducendo e sono stati effettuati nuovi ordini.
Asp: "La prevenzione deve diventare strutturale"
L'obiettivo fissato da Asp e Federfarma Palermo è ambizioso: arrivare ad almeno 40 mila test aggiuntivi entro la fine dell'anno.
«L'obiettivo non sono solo i numeri, ma rendere strutturale il concetto di prevenzione a 360 gradi», ha spiegato il direttore generale dell'Asp Palermo Alberto Firenze.
L'Azienda sanitaria sta completando l'invio degli inviti a domicilio per gli screening gratuiti e punta a costruire una rete che coinvolga farmacie, medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e Ufficio scolastico. Firenze ha annunciato anche il prossimo coinvolgimento del Palermo football club e degli ultras nelle attività di sensibilizzazione.
Sulla stessa linea l'assessore regionale alla Salute Marcello Caruso, che sottolinea la necessità di creare un vero «sistema salute» capace di mettere in rete informazioni e soggetti diversi e rendere l'adesione a screening e vaccinazioni una pratica stabile, non legata soltanto a campagne occasionali.
In Sicilia attesi quasi 3.500 nuovi casi l'anno
A evidenziare il peso della malattia sono anche i dati illustrati da Giacomo Scalzo, dirigente generale del Dasoe dell'assessorato regionale alla Salute.
Secondo i numeri riportati durante l'incontro, in Sicilia sono attesi mediamente ogni anno 3.468 nuovi casi di tumore del colon retto: 1.871 tra gli uomini e 1.597 tra le donne. Palermo risulta la provincia con il numero più alto, con 884 casi attesi, 456 uomini e 428 donne.
«Ci sono tante persone che non sanno di avere il tumore, fare in pochi secondi lo screening può salvare la vita», ha sottolineato Scalzo, richiamando l'importanza della diagnosi precoce.
All'incontro sono intervenuti anche il presidente dell'Ordine dei medici di Palermo Toti Amato, che ha richiamato il ruolo dei medici nell'educare i pazienti alla prevenzione, il presidente di Federfarma Sicilia Gioacchino Nicolosi, il sindaco metropolitano Roberto Lagalla, la segretaria dell'Ordine dei farmacisti Chiara Giuffrè e il presidente di Federfarma Palermo Roberto Tobia.
Proprio Tobia ha ribadito il ruolo delle farmacie nella prevenzione, sottolineando come il contatto diretto dei farmacisti con i cittadini possa contribuire ad aumentare l'adesione agli screening.
Il traguardo adesso è trasformare l'impennata registrata negli ultimi mesi in un'abitudine stabile: più diagnosi precoci e almeno 40 mila screening aggiuntivi entro la fine del 2026.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Cancro al fegato, bimbo di 3 anni guarito del tutto dopo cura sperimentale Futuro Prossimo
FP sul Fatto Quotidiano
Alberto Robiati e Gianluca Riccio guidano i lettori tra gli scenari del futuro: le opportunità, i rischi e le possibilità che abbiamo di realizzare il domani possibile.
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48.5/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Screening colon-retto in farmacia, a Palermo in aumento richieste e riconsegne del test farmacista33.it
Screening oncologici
screening in farmacia
15 Settembre 2026
Screening colon-retto in farmacia, a Palermo in aumento richieste e riconsegne del test Nel mese di agosto le farmacie di Palermo e provincia hanno distribuito 3.338 provette per la ricerca del sangue occulto nelle feci, contro le 1.128 di giugno, mentre i campioni riconsegnati sono passati da 1.254 a 2.919. Asp e Federfarma Palermo puntano a effettuare almeno 40mila test aggiuntivi entro la fine dell’anno di Redazione Farmacista33
Tra giugno e agosto, a Palermo, le richieste in farmacia dei kit per lo screening del tumore del colon-retto sono aumentate del 195,9%, passando da 1.128 a 3.338, mentre i test riconsegnati sono cresciuti del 132,8%, da 1.254 a 2.919. Complessivamente, l’incremento è stato di 2.210 provette distribuite e 1.665 campioni restituiti. Sono i primi risultati della campagna promossa dall’Azienda sanitaria provinciale (Asp) di Palermo e da Federfarma Palermo attraverso le 395 farmacie del capoluogo e della provincia. L’obiettivo è raggiungere almeno 40mila test aggiuntivi entro la fine dell’anno.
La campagna di informazione e sensibilizzazione è stata avviata dopo il protocollo sottoscritto a giugno da Asp e Federfarma Palermo per favorire una maggiore conoscenza e adesione allo screening gratuito per la ricerca del sangue occulto nelle feci. All’iniziativa hanno prestato il volto gli attori Maria Grazia Cucinotta, Ernesto Maria Ponte e Sasà Salvaggio.
A luglio le provette richieste nelle farmacie erano già salite a 2.013, mentre quelle riconsegnate erano state 1.259. L’aumento più consistente è stato registrato ad agosto, dopo la presentazione pubblica della campagna, con 3.338 richieste e 2.919 riconsegne. La crescita è proseguita nelle prime due settimane di settembre: durante un incontro organizzato a Villa Magnisi, sede dell’Ordine dei medici di Palermo, diversi farmacisti hanno segnalato una forte richiesta da parte dei cittadini, che ha ridotto le scorte disponibili e reso necessari nuovi ordini.
“A Palermo abbiamo registrato un incremento del 132% nel mese di agosto per quanto riguarda lo screening per la prevenzione del tumore del colon retto, grazie al protocollo d'intesa tra Asp e Federfarma Palermo. L'obiettivo è quello di sensibilizzare la cittadinanza, attraverso le farmacie, perché fare il test sul sangue occulto nelle feci può salvare la vita. Questa è la seconda causa di morte nel nostro paese”, ha dichiarato il presidente di Federfarma Palermo, Roberto Tobia. - Noi speriamo di raggiungere l'obiettivo di arrivare a 40 mila consegne di provette entro l'anno - ha proseguito - è un test fondamentale ma è anche un problema culturale, in Italia abbiamo dati più bassi rispetto al Nord Europa, dove i cittadini fanno prevenzione senza che ci sia il bisogno che qualcuno glielo ricordi”.
In Sicilia attesi ogni anno 3.468 nuovi casi
Secondo i dati illustrati da Giacomo Scalzo, dirigente generale del Dipartimento per le attività sanitarie e osservatorio epidemiologico (Dasoe) dell’assessorato regionale alla Salute, in Sicilia sono attesi mediamente ogni anno 3.468 nuovi casi di tumore del colon-retto: 1.871 tra gli uomini, pari al 54%, e 1.597 tra le donne, pari al 46%. Palermo è la provincia con il numero più elevato, con 884 casi attesi, di cui 456 tra gli uomini e 428 tra le donne.
“Ma se gli uomini si ammalano di più, la probabilità di sopravvivenza a cinque anni dalla scoperta della malattia è più bassa per le donne. Quindi, prima si fa lo screening e meglio è. Ma questi sono solo i casi che vengono scoperti: ci sono tante persone che non sanno di avere il tumore, fare in pochi secondi lo screening può salvare la vita”, ha sottolineato Scalzo.
Il direttore generale dell’Asp Palermo, Alberto Firenze, ha richiamato la necessità di consolidare nel tempo l’adesione alle iniziative: “L’obiettivo non sono solo i numeri, ma rendere strutturale il concetto di prevenzione a 360 gradi. Stiamo completando l’invio degli inviti a casa per gli screening gratuiti. Stiamo mettendo insieme le farmacie che sono capillarmente presenti in ogni angolo del territorio, i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta, l’Ufficio scolastico per l’informazione nelle scuole, e a giorni coinvolgeremo anche il Palermo football club e gli ultras”.
L’iniziativa coinvolge quindi, accanto alle farmacie, medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, scuole e altre realtà del territorio. Anche l’assessore regionale alla Salute, Marcello Caruso, ha indicato come obiettivo la costruzione di un “sistema salute” capace di mettere in rete informazioni e operatori e di favorire un’adesione stabile, non legata soltanto all’emozione del momento, a screening e vaccinazioni.
Il presidente dell’Ordine dei medici di Palermo, Toti Amato, ha richiamato il compito dei medici di “educare i pazienti alla prevenzione”, mentre il presidente di Federfarma Sicilia, Gioacchino Nicolosi, ha riferito di casi di tumore individuati grazie agli screening effettuati attraverso le farmacie. Il sindaco metropolitano Roberto Lagalla ha definito le farmacie “antenne di salute” presenti sul territorio.
Secondo Tobia, “l’impegno diretto dei farmacisti nella sensibilizzazione dei cittadini è fondamentale in questa come nelle altre iniziative di prevenzione che la ‘farmacia dei servizi’ metterà in campo”.
ph.cr.magnific
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
46.3/100
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Criteri Critici
La retina dei cani può “ricablarsi”: una terapia genica riaccende la vista anche da adulti Mondosanità
Per anni, quando una malattia genetica danneggiava le connessioni nervose della retina, l’idea dominante era che nell’animale adulto il margine di recupero fosse molto limitato. Ora uno studio della Michigan State University suggerisce qualcosa di più sorprendente: la retina matura può conservare una capacità di riorganizzarsi che finora era stata probabilmente sottovalutata. In cani affetti da una rara degenerazione retinica ereditaria, una terapia genica somministrata direttamente nell’occhio ha infatti ripristinato funzione visiva e, soprattutto, favorito la ricostruzione di strutture sinaptiche che non si erano sviluppate correttamente.
La ricerca, pubblicata su Molecular Therapy Advances, riguarda una mutazione spontanea del gene CaBP4 osservata in cani di origine Whippet. Questo gene produce una proteina fondamentale per regolare il calcio nelle sinapsi che collegano i fotorecettori — le cellule che catturano la luce — ai neuroni che trasmettono il segnale verso il cervello. Quando CaBP4 non funziona, queste connessioni rimangono immature, la retina si assottiglia progressivamente e la visione, soprattutto in condizioni di scarsa luminosità, peggiora.
I ricercatori hanno utilizzato un vettore virale adeno-associato, o AAV, come una sorta di “corriere biologico”. Al suo interno è stata inserita una copia funzionante del gene CaBP4, poi somministrata nello spazio sotto la retina. L’obiettivo era fornire alle cellule l’istruzione genetica mancante.
Il risultato non è stato visibile soltanto attraverso gli esami della retina. Lo hanno mostrato anche i cani con il loro comportamento. Nei test effettuati in condizioni di scarsa illuminazione, gli animali trattati trovavano più facilmente l’uscita da un dispositivo a quattro percorsi. In un secondo esperimento completavano più rapidamente un percorso a ostacoli e urtavano meno frequentemente gli oggetti rispetto alla condizione non trattata. Anche l’attività elettrica retinica, misurata attraverso elettroretinografia, mostrava un recupero marcato.
La parte più innovativa è arrivata però osservando la retina. Dopo la terapia, le cosiddette “ribbon synapses”, strutture altamente specializzate che consentono ai fotorecettori di comunicare con le cellule nervose successive, sono diventate più lunghe e mature. Anche lo strato retinico nel quale avvengono queste connessioni, inizialmente anormalmente sottile, si è espanso e riorganizzato.
In altre parole, la terapia non sembra essersi limitata a rallentare il deterioramento: la retina adulta ha ricostruito parte della propria architettura nervosa. Nelle zone trattate, il recupero strutturale è risultato duraturo e in alcuni animali è stato documentato fino a circa tre anni dopo il trattamento. È proprio questo elemento ad aver sorpreso i ricercatori, perché indica una plasticità del sistema nervoso adulto maggiore di quanto si immaginasse.
Per la medicina veterinaria il risultato è importante. Diverse patologie ereditarie della retina del cane sono progressive e, quando fotorecettori e connessioni nervose vengono perduti, le possibilità terapeutiche diventano molto limitate. Questo non significa, però, che la nuova terapia sia pronta per essere utilizzata comunemente negli ambulatori veterinari o che possa curare qualsiasi forma di cecità.
Lo studio riguarda infatti una specifica alterazione genetica e una procedura altamente specialistica. Inoltre, per poter intervenire devono essere ancora presenti cellule retiniche vitali sulle quali la terapia possa agire. Se la degenerazione ha distrutto completamente il tessuto bersaglio, inserire una copia corretta del gene potrebbe non essere sufficiente.
La scoperta indica però chiaramente la direzione che sta prendendo la salute animale di precisione. In futuro un test genetico potrebbe non servire soltanto a spiegare perché un cane sta perdendo la vista, ma anche a individuare esattamente il difetto molecolare e scegliere una terapia progettata per correggerlo.
È un cambiamento radicale: dalla domanda “quale malattia ha questo animale?” alla domanda “quale alterazione biologica sta causando la sua malattia?”.
C’è anche un’importante prospettiva One Health. Alterazioni di CaBP4 possono provocare gravi disturbi visivi anche nell’uomo e il cane rappresenta un modello particolarmente interessante per lo studio dell’occhio e delle malattie retiniche. Ma sarebbe riduttivo considerare questi animali soltanto come un passaggio verso nuove terapie umane: la ricerca mostra innanzitutto quanto rapidamente stia evolvendo la possibilità di curare direttamente le malattie degli animali da compagnia.
Il dato più sorprendente resta quello mostrato dalla retina: anche nell’animale adulto una rete nervosa danneggiata può conservare la capacità di riorganizzarsi. E apre una domanda destinata ad accompagnare la veterinaria dei prossimi anni: quante funzioni che oggi consideriamo definitivamente perdute potranno essere recuperate correggendo, al momento giusto, il gene responsabile?
Fonti scientifiche:
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?5
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
64.1/100
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B
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✅
Criteri Critici
Un aerosol può “spegnere” l’interruttore chiave dell’infiammazione polmonare? La svolta per asma e BPCO con la prima terapia a RNA Mondosanità
Non si tratta di modificare il DNA né di sostituire un gene difettoso. La nuova frontiera della medicina respiratoria punta su una piccola molecola di RNA somministrata per aerosol, progettata per frenare temporaneamente la produzione delle proteine che causano l’infiammazione polmonare.
Il trattamento si chiama ARO-RAGE. I risultati del primo studio clinico sull'uomo, pubblicati sulla prestigiosa rivista Nature Medicine, confermano che la molecola è in grado di raggiungere con precisione il bersaglio ed è ben tollerata sia da volontari sani che da pazienti con asma. Si tratta di un passaggio scientifico fondamentale, anche se non costituisce ancora la prova di una cura definitiva per l'asma o la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO).
Che cos’è il bersaglio RAGE e perché è così importante?
RAGE (Receptor for Advanced Glycation End products) è un recettore abbondantemente espresso sulle cellule alveolari polmonari. Quando si attiva, agisce come un "amplificatore" dei segnali infiammatori, richiamando cellule immunitarie nel polmone.
Questo meccanismo è direttamente coinvolto nei processi dannosi dell'asma, della BPCO e di altre patologie respiratorie.
Tuttavia, RAGE non è l’unico responsabile di queste patologie: le malattie respiratorie croniche nascono da una combinazione complessa di predisposizione genetica, inquinamento, allergeni, fumo e infezioni. Per questo motivo, spegnere questo singolo interruttore potrebbe rivelarsi decisivo solo per determinati gruppi di pazienti o in specifiche fasi della malattia.
Come funziona il "silenziamento" genico per inalazione
Il farmaco ARO-RAGE appartiene alla classe dei siRNA (small interfering RNA): piccole sequenze di RNA a doppio filamento progettate per intercettare l'RNA messaggero (mRNA) del gene AGER, responsabile della produzione della proteina RAGE.
Nessun cambio al DNA: Il codice genetico originario non viene alterato.
Il codice genetico originario non viene alterato. Effetto temporaneo: La molecola guida la distruzione dell'mRNA, bloccando la sintesi della proteina senza provocare modifiche permanenti. Per questo si parla di silenziamento genico o terapia a RNA, e non di editing genetico.
La vera innovazione tecnologica risiede nella somministrazione tramite aerosol. La molecola è stata ingegnerizzata per legarsi a specifici recettori dell'epitelio polmonare, concentrando l'azione terapeutica nei polmoni ed evitando di diffondersi inutilmente in tutto l'organismo.
Dai test in laboratorio al primo trial clinico sull'uomo
Nei modelli animali di asma allergico e danno polmonare acuto, una singola dose inalata di ARO-RAGE ha ridotto l’mRNA di RAGE di oltre il 90%, mantenendo il silenziamento per più di otto settimane e riducendo significativamente i marcatori dell'infiammazione.
Sulla base di questi risultati, è stato condotto un primo trial clinico di Fase 1/2a su 58 volontari sani e 19 pazienti con asma lieve o moderata. I risultati principali:
Elevata tollerabilità: Non sono emersi problemi di sicurezza o alterazioni nelle radiografie toraciche e nei test funzionali. Azione mirata: Il farmaco è rimasto confinato prevalentemente nei polmoni, con concentrazioni nel sangue molto basse. Riduzione del bersaglio fino al 90%: Una singola dose ha ridotto la proteina RAGE nel sangue fino al 77% dopo 29 giorni e fino al 90% nel liquido polmonare (lavaggio broncoalveolare).
In farmacologia questo risultato è chiamato target engagement: la prova provata che il farmaco raggiunge esattamente l'obiettivo per cui è stato progettato.
Ridurre la proteina basta per guarire? La distinzione fondamentale
Dimostrare che il farmaco "spegne" la proteina è un passo enorme, ma non significa ancora che i pazienti stiano meglio.
Lo studio non era pensato per valutare l'efficacia clinica a lungo termine (come la riduzione della tosse, degli attacchi d'asma o delle riacutizzazioni della BPCO). Saranno necessari studi clinici su gruppi più ampi di pazienti per verificare se la riduzione di RAGE si traduca in un beneficio reale e percepibile nella vita quotidiana.
Perché si spera in una svolta per le forme di asma più difficili e la BPCO
Mentre gli attuali farmaci biologici (anticorpi monoclonali) agiscono principalmente sull'infiammazione di tipo 2, molti pazienti soffrono di forme d'asma non ben coperte dalle terapie attuali o di BPCO. Poiché il recettore RAGE prende parte a più vie infiammatorie contemporaneamente, il suo silenziamento potrebbe offrire una copertura più ampia.
Le incognite per il futuro
Trattandosi di uno studio di fase iniziale (promosso da Arrowhead Pharmaceuticals), restano aperte diverse domande:
Qual è la tollerabilità di somministrazioni ripetute per mesi o anni?
Qual è il dosaggio ottimale e con quale frequenza andrà somministrato?
Quali pazienti ne trarranno il maggior beneficio?
In conclusione: ARO-RAGE dimostra che è possibile veicolare farmaci a RNA direttamente nei polmoni via aerosol e spegnere un bersaglio molecolare per diverse settimane. È una pietra miliare della biotecnologia respiratoria, ma la vera sfida per diventare terapia di uso quotidiano inizia adesso.
FONTI E RIFERIMENTI SCIENTIFICI
Study Originale: O’Carroll M. et al. Inhaled siRNA therapy targeting RAGE for pulmonary inflammation: a first-in-human randomized trial. Nature Medicine, 2026.
O’Carroll M. et al. Nature Medicine, 2026. Protocollo clinico: ClinicalTrials.gov (NCT05276570).
ClinicalTrials.gov (NCT05276570). Linee guida globali: GINA (Global Initiative for Asthma) & GOLD (Global Initiative for Chronic Obstructive Lung Disease).
ARTICOLO COMPLETO
Non si tratta di modificare il DNA e nemmeno di sostituire un gene difettoso. La nuova strategia sperimentale utilizza invece una piccola molecola di RNA somministrata per aerosol per ridurre temporaneamente la produzione di una proteina coinvolta nell’infiammazione polmonare.
Il trattamento si chiama ARO-RAGE. In un primo studio sull’uomo pubblicato su Nature Medicine ha raggiunto il bersaglio previsto ed è risultato generalmente ben tollerato in volontari sani e persone con asma lieve o moderata. È un passaggio scientifico importante, ma non ancora la prova di una nuova cura per asma o broncopneumopatia cronica ostruttiva.
TESTO
Che cos’è RAGE e perché si cerca di bloccarlo
RAGE è l’acronimo inglese di “receptor for advanced glycation end products”, recettore dei prodotti finali della glicazione avanzata. È presente in grande quantità sulle cellule alveolari di tipo 1 e può amplificare diversi segnali dell’immunità innata.
Quando viene attivato dai suoi ligandi, RAGE contribuisce alla produzione di mediatori infiammatori e al richiamo di cellule immunitarie. Il sistema è stato coinvolto, con meccanismi differenti, nell’asma, nella BPCO e in altre condizioni caratterizzate da infiammazione e danno del tessuto polmonare.
RAGE non rappresenta però “il gene dell’asma”. Le malattie respiratorie croniche dipendono dall’interazione fra predisposizione genetica, esposizioni ambientali, infezioni, fumo, allergeni e numerosi circuiti immunitari. Bloccare un singolo bersaglio potrebbe essere utile soltanto in alcuni pazienti o in determinate fasi della malattia.
Come funziona il silenziamento con siRNA
ARO-RAGE è un piccolo RNA interferente, o siRNA: una breve sequenza a doppio filamento progettata per riconoscere l’RNA messaggero prodotto dal gene AGER, che contiene le istruzioni necessarie per costruire la proteina RAGE.
Una volta entrato nella cellula, il siRNA guida i normali sistemi cellulari verso quell’RNA messaggero e ne favorisce la degradazione. Il risultato atteso è una minore produzione della proteina.
Non viene modificata la sequenza del DNA e l’effetto non è necessariamente permanente. Per questo è più corretto parlare di silenziamento genico o terapia a RNA, non di editing genetico.
La novità tecnologica consiste anche nella somministrazione inalatoria. La molecola è legata a un ligando che facilita il riconoscimento di integrine presenti sull’epitelio polmonare. L’obiettivo è concentrare il trattamento nel polmone, limitando l’esposizione del resto dell’organismo.
Dagli animali al primo studio sull’uomo
Prima della sperimentazione clinica, il trattamento è stato valutato in modelli animali di asma allergico, enfisema e danno polmonare acuto. Nei ratti una singola dose inalata ha ridotto di oltre il 90% l’RNA messaggero di RAGE nel polmone; il silenziamento è durato più di otto settimane.
Nei modelli sperimentali sono diminuiti anche diversi marcatori dell’infiammazione. Questi risultati hanno fornito la base per il passaggio alla sperimentazione nell’uomo, ma non possono essere considerati prove di efficacia clinica.
Lo studio su volontari sani e persone con asma
La sperimentazione di fase 1/2a era randomizzata, in doppio cieco e controllata con placebo. Ha coinvolto complessivamente 58 volontari sani e 19 persone con asma lieve o moderata caratterizzato da un profilo infiammatorio di tipo 2.
I partecipanti hanno ricevuto dosi singole o ripetute di ARO-RAGE tramite nebulizzatore. Gli obiettivi principali erano verificare sicurezza e tollerabilità; farmacocinetica e riduzione del bersaglio biologico costituivano gli altri aspetti fondamentali.
Nel complesso non sono emersi segnali clinicamente rilevanti nelle radiografie del torace, nelle prove di funzionalità respiratoria o nei marcatori sistemici d’infiammazione. Le concentrazioni del farmaco nel sangue sono rimaste basse, un dato compatibile con la sua permanenza prevalentemente nel polmone.
Il bersaglio è stato ridotto fino al 90%
Per misurare l’attività del trattamento, i ricercatori hanno utilizzato la forma solubile di RAGE, chiamata sRAGE, presente nel sangue e nel liquido raccolto mediante lavaggio broncoalveolare.
Alla dose più elevata, una sola somministrazione ha prodotto una riduzione media massima di sRAGE nel sangue pari a circa il 77% dopo 29 giorni. Nel liquido broncoalveolare la diminuzione media ha raggiunto approssimativamente il 90%.
L’effetto è stato correlato alla dose e si è mantenuto per settimane. Questo dimostra che il siRNA inalato ha raggiunto il compartimento polmonare e ha agito sul bersaglio molecolare programmato.
È ciò che in farmacologia viene definito “target engagement”. Non significa, tuttavia, che il trattamento abbia già curato la malattia.
La distinzione decisiva: biomarcatore ed efficacia clinica
Lo studio non aveva dimensioni sufficienti per stabilire se ARO-RAGE riduca dispnea, tosse, attacchi d’asma, riacutizzazioni della BPCO, ricoveri o necessità di corticosteroidi.
Anche le misurazioni della funzione respiratoria, come il volume espiratorio massimo nel primo secondo, erano previste soprattutto come controlli di sicurezza. Con poche persone e un follow-up breve non sarebbe stato possibile rilevare in modo affidabile un miglioramento clinico.
La forte riduzione di sRAGE conferma il funzionamento biologico della piattaforma. Il passaggio successivo sarà verificare se questa modificazione si traduca in benefici che il paziente possa realmente percepire e che il medico possa misurare.
Una strategia potenzialmente utile anche nell’asma non “tipo 2”
Negli ultimi anni gli anticorpi monoclonali hanno cambiato la terapia dell’asma grave caratterizzato da infiammazione di tipo 2, intervenendo su bersagli come IgE, interleuchina-5, recettore dell’interleuchina-4 e TSLP.
Restano però pazienti che rispondono in modo incompleto o presentano forme dominate da circuiti differenti, comprese infiammazioni di tipo neutrofilico. Poiché RAGE partecipa a più vie immunitarie, il suo silenziamento potrebbe avere una portata più ampia.
È questa una delle ragioni dell’interesse per la BPCO. Ma per il momento la sperimentazione umana pubblicata ha incluso soltanto un piccolo gruppo con asma lieve o moderata, non persone con BPCO. Qualsiasi beneficio in quest’ultima patologia resta quindi un’ipotesi da sottoporre a trial specifici.
Le incognite ancora aperte
Non conosciamo la sicurezza di somministrazioni ripetute per anni, la dose più adatta né la frequenza necessaria. Bisognerà comprendere se la marcata riduzione di RAGE possa interferire con funzioni fisiologiche utili del recettore e quali pazienti abbiano maggiori probabilità di rispondere.
Serviranno inoltre studi più grandi, prolungati e capaci di confrontare il trattamento con le migliori terapie disponibili. Dovranno includere persone con differenti fenotipi di asma e, separatamente, pazienti con BPCO.
Il farmaco è sviluppato da Arrowhead Pharmaceuticals e numerosi autori dello studio risultano collegati all’azienda. È una condizione comune nelle prime fasi dello sviluppo industriale, ma rende particolarmente importanti la trasparenza e la successiva conferma indipendente dei risultati.
CONCLUSIONE
ARO-RAGE dimostra che un RNA interferente può essere somministrato per inalazione, raggiungere selettivamente il polmone e ridurre per settimane un bersaglio biologico. È un risultato tecnologico e farmacologico rilevante.
Non sappiamo ancora, però, se il silenziamento di RAGE faccia respirare meglio, riduca le crisi d’asma o rallenti la BPCO. La nuova frontiera è reale, ma si trova all’inizio: prima della pratica clinica dovrà superare la prova più importante, quella del beneficio per i pazienti.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
54.4/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Tumore al seno metastatico, Aifa approva la prima terapia specifica per pazienti con mutazione PIK3CA Medico e paziente
AIFA ha approvato la rimborsabilità di inavolisib, in combinazione con palbociclib e fulvestrant, per il trattamento del carcinoma mammario localmente avanzato o metastatico endocrino-resistente, positivo ai recettori ormonali (HR+), HER2-negativo e caratterizzato dalla mutazione del gene PIK3CA. Si tratta di una nuova opzione di medicina di precisione per una popolazione di pazienti con bisogni clinici ancora rilevanti.
Il carcinoma mammario HR+/HER2- rappresenta circa il 70% dei tumori della mammella e, nei casi metastatici, circa il 40% presenta una mutazione PIK3CA, alterazione che attiva la via PI3K ed è associata a prognosi più sfavorevole e resistenza alle terapie endocrine.
Ridotto il rischio di progressione della malattia e di morte
L’approvazione si basa sui risultati dello studio di fase III INAVO120, condotto su 325 pazienti. La combinazione con inavolisib ha ridotto del 57% il rischio di progressione o morte, portando la sopravvivenza libera da progressione mediana a 15 mesi rispetto a 7,3 mesi con palbociclib e fulvestrant. L’aggiornamento dello studio ha inoltre evidenziato una sopravvivenza globale mediana di 34 mesi contro 27 mesi, corrispondente a una riduzione del 33% del rischio di morte.
Secondo Giuseppe Curigliano, direttore della Divisione nuovi farmaci per terapie innovative dell’Istituto Europeo di Oncologia:
Inavolisib è la prima terapia target specifica per i pazienti con la mutazione PIK3CA ad essere indicata in prima linea metastatica a seguito di recidiva precoce. Lo studio INAVO 120 ha dimostrato che la combinazione di inavolisib, fulvestrant e palbociclib è in grado di raddoppiare la sopravvivenza libera da progressione e di ridurre del 33% il rischio di morte. Con questa approvazione, si aggiunge un nuovo tassello all’oncologia di precisione nel carcinoma mammario metastatico HR+/HER2-. Con questa approvazione, si aggiunge un nuovo tassello all’oncologia di precisione nel carcinoma mammario metastatico HR+/HER2-.”
L’importanza di identificare precocemente la mutazione PIK3CA
Il risultato dello studio rafforza l’importanza di identificare precocemente la mutazione PIK3CA. Secondo Umberto Malapelle, professore associato del Dipartimento di sanità pubblica dell’Università Federico II di Napoli:
La disponibilità di una terapia personalizzata utilizzabile già in prima linea rende fondamentale identificare tempestivamente la mutazione PIK3CA, che oggi rappresenta un biomarcatore decisivo per orientare le scelte terapeutiche per le pazienti
Il test può essere effettuato sul tessuto tumorale oppure mediante biopsia liquida, analizzando il DNA tumorale circolante. La crescente rilevanza dei biomarcatori rende quindi sempre più importante una stretta collaborazione tra oncologi, patologi e biologi molecolari, così da indirizzare tempestivamente ogni paziente verso la terapia più appropriata.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
63.7/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Tumore alla prostata: dieta ed esercizio fisico riducono gli effetti collaterali della terapia ormonale OK Salute e Benessere
I pazienti con tumore alla prostata sottoposti a terapia di deprivazione androgenica (ADT) dispongono di un nuovo e potente alleato per contrastare gli effetti collaterali del trattamento: l’attività fisica supervisionata abbinata a un piano nutrizionale dedicato.
Secondo uno studio clinico della durata di cinque anni condotto nel Regno Unito e finanziato dal National Institute for Health Research (NIHR), l’adozione di un programma mirato di stile di vita denominato STAMINA è in grado di ridurre fino a un terzo (33%) il deterioramento della qualità della vita e della stanchezza nei pazienti in cura. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista The Lancet Oncology.
Sport e tumore alla prostata: come funziona il programma
La terapia di deprivazione androgenica è un trattamento ormonale fondamentale che riduce i livelli di testosterone per bloccare la crescita del tumore. Tuttavia, l’ADT porta con sé effetti collaterali complessi, tra cui calo del desiderio sessuale, disfunzione erettile, perdita di densità ossea, sbalzi d’umore e una spossatezza profonda e cronica (fatigue).
Per valutare come mitigare tali impatti, i ricercatori hanno coinvolto 700 uomini in terapia ormonale presso 15 strutture del National Health Service (NHS) in Inghilterra. I partecipanti (con un’età media di 71 anni) sono stati suddivisi in due gruppi:
Il primo gruppo ha seguito il programma STAMINA , basato su sessioni supervisionate di allenamento aerobico e contro resistenza, affiancate da consigli nutrizionali e supporto comportamentale.
, basato su sessioni supervisionate di allenamento aerobico e contro resistenza, affiancate da consigli nutrizionali e supporto comportamentale. Il secondo gruppo ha ricevuto il programma di cure di supporto standard.
Oltre l’80% dei partecipanti assegnati al protocollo STAMINA ha frequentato costantemente le sessioni nell’arco dei 12 mesi di sperimentazione. I dati hanno confermato che questi pazienti hanno riportato livelli significativamente inferiori di stanchezza e una qualità di vita nettamente migliore rispetto a chi ha ricevuto le sole cure standard.
Il programma ha dimostrato inoltre un’elevata sostenibilità economica per i sistemi sanitari. A fronte di questi risultati, l’organizzazione Nuffield Health ha già annunciato l’intenzione di integrare il modello STAMINA nei percorsi oncologici, con l’obiettivo di estenderlo anche ai tumori al seno e al colon in 50.000 strutture sanitarie entro il 2030.
Sport e prostata: il valore della supervisione e i consigli degli esperti
L’efficacia del progetto risiede nella combinazione tra esercizio e affiancamento costante. Molte ricerche sul ruolo dello stile di vita in oncologia si sono concentrate storicamente sulle sopravvissute al tumore al seno. Disporre di prove cliniche così solide specifiche per gli uomini in terapia ormonale prostatica è di fondamentale valore.
L’informazione da sola non basta. L’elemento chiave di STAMINA è stato l’affiancamento di un coach e la presenza di sessioni guidate, indispensabili per aiutare i pazienti a tradurre le raccomandazioni teoriche in abitudini durature. Le linee guida dell’American Cancer Society per i sopravvissuti al tumore alla prostata, disponibili sul sito ufficiale dell’American Cancer Society, raccomandano infatti almeno 150 minuti a settimana di attività aerobica a intensità moderata (come la camminata veloce), integrata da esercizi di resistenza e da una dieta ricca di frutta e verdura.
Gli esperti evidenziano come la nutrizione e il movimento influiscano direttamente sul recupero:
Alimentazione: una dieta che privilegia verdure a foglia verde, legumi e grassi sani. Occorre limitare la carne rossa per contribuire a ridurre lo stato infiammatorio dell’organismo.
una dieta che privilegia verdure a foglia verde, legumi e grassi sani. Occorre limitare la carne rossa per contribuire a ridurre lo stato infiammatorio dell’organismo. Attività fisica: corsa, nuoto o l’uso della macchina ellittica. Queste tre attività stimolano il rilascio di endorfine, riducono lo stress mentale ed emotivo e rafforzano il sistema immunitario.
Tumore alla prostata: i numeri in Italia e la diagnosi precoce
Il carcinoma della prostata si conferma la neoplasia più diffusa tra la popolazione maschile anche nel nostro Paese. In Italia, secondo i dati di AIOM e AIRTUM, si stimano oltre 40.000 nuove diagnosi all’anno. Rappresentano quasi il 20% di tutti i tumori maschili. Ci sono oltre 485.000 uomini che vivono dopo la diagnosi e circa 8.200 decessi annui.
Nonostante la crescita costante dei casi registrata negli ultimi anni – legata all’invecchiamento della popolazione e alla maggiore diffusione dei test di screening – la patologia presenta un eccellente tasso di sopravvivenza a 5 anni che supera il 92% se la malattia viene individuata quando è ancora localizzata nell’organo.
Poiché il tumore alla prostata può rimanere a lungo del tutto asintomatico nelle sue fasi iniziali, la prevenzione primaria e secondaria (tramite controllo periodico del PSA ematico a partire dai 50 anni o prima in caso di familiarità, visita urologica ed eventuali accertamenti di imaging come la risonanza magnetica multiparametrica) rimane lo strumento fondamentale per garantire un intervento tempestivo. Per chi affronta il percorso oncologico, affiancare alle terapie mediche tradizionali un approccio strutturato sullo stile di vita e un solido supporto psicologico rappresenta oggi una certezza scientifica per tutelare il proprio benessere globale.
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Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
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Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
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Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Sensori intelligenti nei tessuti per misurare la risposta alla chemioterapia nel tumore al pancreas. È quanto sviluppato da un team di ricerca di Cnr-Nanotec, Tecnomed Puglia, Università del Salento e...
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Sensori intelligenti nei tessuti per misurare la risposta alla chemioterapia nel tumore al pancreas. È quanto sviluppato da un team di ricerca di Cnr-Nanotec, Tecnomed Puglia, Università del Salento e Asl Lecce. La piattaforma di laboratorio sviluppata riproduce il tumore di ciascun paziente e ne misura la risposta ai farmaci chemioterapici. «Sperimentata su un campione preclinico di pazienti operati per tumore del pancreas - fanno sapere dal Cnr -, la piattaforma ha mostrato risultati coerenti con l’andamento clinico osservato. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista internazionale Small».
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La ricerca
Nell’attività di ricerca, portata avanti dal gruppo di lavoro, sono stati prelevati campioni di tessuto tumorale di cinque pazienti, quindi dissociati in singole cellule e incapsulate in minuscole sfere di gel tridimensionali, le cosiddette “tumorsfere” da loro messe a punto, insieme a sensori ottici, sviluppati dallo stesso team, capaci di misurare in tempo reale, senza ulteriori prelievi, le variazioni di acidità nello spazio intorno a ogni singola cellula.
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La piattaforma
«Le tumorsfere sono state quindi esposte a tre farmaci utilizzati nel trattamento del tumore del pancreas: il protocollo Folfirinox e i principi attivi Gemcitabina e Paclitaxel - è la spiegazione di Loretta L. del Mercato, Dirigente di Ricerca di Cnr-Nanotec e di Tecnomed Puglia -. Le variazioni di acidità misurate durante il trattamento sono risultate differenti, in funzione sia del paziente sia del farmaco, e sono state associate alla risposta delle cellule tumorali al trattamento, fornendo un’indicazione precoce della risposta ai farmaci». I ricercatori hanno creato una piattaforma di laboratorio innovativa che integra sensing e imaging avanzato con tessuti complessi prelevati direttamente da pazienti: «Minuscoli sensori ottici, osservati al microscopio in tempo reale - prosegue la ricercatrice - ci permettono di misurare cellula per cellula come il tumore di ciascun paziente, riprodotto in modelli 3D in vitro, reagisce a un farmaco in laboratorio, avvicinando la ricerca alle esigenze specifiche di ogni singolo malato».
Ampliare la base di ricerca
Nella pratica clinica, come aggiunge Marcello G. Spampinato, Direttore del Dipartimento di Chirurgia generale e Specialistiche della Asl Lecce, si scopre «se una terapia funziona solo dopo settimane o mesi. In questo studio le previsioni ottenute in laboratorio dalle tumorsfere sono risultate coerenti con l’andamento clinico reale in quattro pazienti su cinque, un primo segnale incoraggiante verso terapie più personalizzate». Al centro del risultato, la collaborazione di ricerca traslazionale di base e clinica. Iniziativa resa possibile da Tecnomed Puglia, il centro congiunto Cnr-Università del Salento per la medicina di precisione, insieme all’Asl di Lecce. «Il prossimo obiettivo- conclude Giuseppe Gigli, direttore scientifico di Tecnomed Puglia - è validare la piattaforma su un numero più ampio di pazienti, per capire se potrà diventare in futuro uno strumento concreto di supporto alle decisioni terapeutiche nei tumori più difficili da trattare».
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
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La donna che ha fatto 11 anni di chemioterapia per un tumore che non c'era today.it
Undici anni di chemioterapia, per combattere un tumore che in realtà non c'era. L'incredibile storia arriva dal Regno Unito e ha come protagonista Becky Jones, una donna oggi 33enne, che all'età di 21 anni aveva ricevuto una diagnosi tremenda: un tumore al cervello che le avrebbe lasciato pochi mesi di vita. Una diagnosi che, dopo oltre un decennio, è risultata sbagliata.
L'inizio dell'incubo
Becky ha raccontato la sua odissea alla Bbc, dal calvario medico all'azione legale intrapresa contro la struttura sanitaria di Coventry, in Inghilterra, per averla sottoposta a prolungate terapie non necessarie: "Mi dicevano e ripetevano che senza la chemioterapia sarei morta". In realtà, i dolori e i disturbi erano provocati da un'infiammazione: per curarla sarebbe stata sufficiente una terapia a base di steroidi. Secondo la paziente, gli esami non hanno mai mostrato la presenza di un tumore. La risposta dei medici, però, faceva riferimento a una massa "non visibile ad occhio nudo".
Solo nel 2025 il quadro, finalmente, è stato definito: "Non ho mai avuto un cancro al cervello - ha raccontato la 33enne -. C'è stata una diagnosi sbagliata e mi sono sottoposta a queste terapie per gran parte della mia vita adulta senza alcun motivo. Mi hanno rovinato la vita".
La svolta dopo 11 anni
Nel frattempo la struttura responsabile della diagnosi errata è finita sotto i riflettori, con gli investigatori che hanno scoperto che il caso di Becky era tutt'altro che isolato. Un'altra donna avrebbe sviluppato una forma di leucemia dopo 100 cicli di terapia non necessari.
"Io sono stata per anni alle prese con nausea costante, dolori di stomaco, afte, spossatezza continua: è stato terribile - ha raccontato ancora la donna -. Mi avevano detto che non avrei potuto avere figli, ma poi ho avuto due bambini: mi dicevano che erano miracoli". Dopo aver interrotto la terapia nel 2024, l'incubo ha avuto fine l'anno successivo, nel 2025. La donna si è rivolta a neurochirurghi e radiologi, e il loro verdetto è stato chiaro: il cancro non c'è mai stato.
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Farmaci, il buon uso tra evidenze scientifiche, bisogni del paziente e sostenibilità Valledaostaglocal.it
Promuovere un utilizzo dei farmaci sempre più appropriato, fondato sulle migliori evidenze scientifiche e capace allo stesso tempo di tenere conto della complessità dei pazienti e della sostenibilità del Servizio sanitario. È questo l’obiettivo dell’evento “Appropriatezza prescrittiva: tra evidenze scientifiche, sostenibilità e complessità del paziente”, in programma giovedì 1° ottobre 2026, organizzato dalla Struttura complessa Farmacia dell’Azienda USL Valle d’Aosta, diretta dalla Dott.ssa Lucia Alberghini, con la collaborazione dell’Area Medica e dell’Area Territoriale e il sostegno della Direzione Sanitaria.
L’iniziativa, accreditata ECM, è rivolta trasversalmente ai professionisti del sistema sanitario: medici specialisti ospedalieri e territoriali, medici di medicina generale, infermieri e farmacisti (per le iscrizioni jcurtaz@ausl.vda.it e 0165 54 46 33). L’obiettivo è creare un momento di confronto tra le diverse componenti dell’assistenza e gettare le basi per un programma condiviso di intervento sull’appropriatezza prescrittiva, capace di mettere in relazione efficacia delle cure, bisogni della persona e uso responsabile delle risorse.
Ospite dell’incontro sarà il Prof. Nicola Magrini, Professore ordinario di Farmacologia all’Università di Bologna e già Direttore Generale dell’Agenzia Italiana del Farmaco – AIFA. Nel corso del pomeriggio Magrini affronterà il rapporto tra uso ottimale dei farmaci e sostenibilità del Servizio sanitario nazionale e il tema della costruzione di un linguaggio comune tra ospedale e territorio per favorire il buon uso dei medicinali.
«Parlare di appropriatezza prescrittiva non significa semplicemente parlare di contenimento della spesa – sottolinea la Dott.ssa Lucia Alberghini, Direttrice della SC Farmacia e Responsabile scientifica dell’evento – ma interrogarsi su come garantire a ogni paziente il trattamento più adeguato, sulla base delle evidenze disponibili, valutandone efficacia, sicurezza e reale beneficio. La crescente complessità clinica, in particolare nei pazienti anziani, cronici e pluripatologici, rende sempre più necessario un confronto multidisciplinare costante tra professionisti e una forte integrazione tra ospedale e territorio. Questo evento rappresenta il primo incontro di un percorso a tappe volto a sviluppare tra i professionisti un linguaggio condiviso».
«L'Appropriatezza prescrittiva – sottolinea l’Assessore alla Sanità, Salute e Politiche sociali Carlo Marzi - consente di trovare il perfetto equilibrio tra tre cose: il bene della persona, il dovere di curarla al meglio e nel rispetto dei soldi pubblici, mantenendo il servizio sanitario sostenibile evitando sprechi. Significa scegliere l'esame "giusto" per il bene del paziente, nel momento giusto e garantendo la massima qualità con il minor rischio. E’ una delle maggiori sfide anche per una migliore gestione delle liste d’attesa e questo importante corso di formazione è un esempio del lavoro che quotidianamente e congiuntamente stiamo cercando di portare avanti».
Il programma si aprirà con un approfondimento della Dott.ssa Alberghini sulla prescrizione farmaceutica in Valle d’Aosta, seguito dagli interventi del Prof. Magrini. Nel corso dell’evento sarà dato ampio spazio al confronto e una sezione sarà dedicata a una tavola rotonda sulle azioni già in corso e sulle possibili nuove proposte, alla quale prenderanno parte professionisti dell’area ospedaliera e territoriale, della medicina generale, della farmacia e delle professioni sanitarie. I lavori saranno moderati dal Direttore sanitario Mauro Occhi e dalla Dott.ssa Alberghini.
L’iniziativa intende coinvolgere, tra gli altri, rappresentanti della Neurologia, della Medicina interna, delle Malattie Infettive, della Cardiologia, dell’Area Territoriale, dei Distretti, della Geriatria, della Medicina generale e delle professioni sanitarie dell’Azienda USL Valle d’Aosta.
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'Fitwalking for Ail', insieme per la ricerca e l'assistenza ai pazienti ematologici Adnkronos
Domenica 27 settembre torna l’appuntamento con la Fitwalking for Ail, la camminata solidale non competitiva organizzata dall'Associazione italiana contro leucemie, linfomi e mieloma per raccogliere fondi per sostenere la ricerca scientifica e l’assistenza ai pazienti con tumori del sangue e ai loro familiari. Fitwalking for Ail, giunta alla 10ma edizione e nata per celebrare la Giornata mondiale della leucemia mieloide cronica, continua a crescere in tutta Italia tornando protagonista in ben 40 città, da nord a sud, nell’ultimo fine settimana di settembre. L'iniziativa farà tappa a: Alessandria, Ascoli Piceno, Benevento, Caltanissetta, Campobasso il 20/9; Candelo (Biella), Ceglie Messapica (Brindisi) il 04/10; Cosenza, Frosinone, Genova, Grignano Polesine (Rovigo), Grosseto, Grottaglie (Taranto), Imperia, L’Aquila, Latina, Livorno, Messina, Napoli, Novara, Padova, Palermo, Parma il 26/09; Pesaro, Polla (Salerno) il 26/09; Portocannone (Campobasso), Ragusa, Reggio Calabria, Roma e Salerno il 4/10; Savona, Siena, Siracusa, Teramo, Terranuova Bracciolini (Arezzo), Torino, Trani, Trapani, Trieste, Turriaco (Gorizia) il 26/09.
Giovedì 24 settembre a Roma alle ore 11,30, presso il Circolo del Tennis (viale dei Gladiatori, 31) si terrà la Conferenza stampa nazionale per presentare l'appuntamento associativo che continua a crescere di anno in anno, alla presenza di rappresentanti Ail, importanti ematologi e istituzioni. Anche quest’anno la Fitwalking for Ail - informa una nota - rientra tra le attività legate al progetto Ambiente e Salute. Secondo gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, infatti, un approccio integrato che comprende l’ambiente fisico, sociale, economico, ecologico e culturale del contesto territoriale è l’unico possibile per promuovere la salute umana e la sostenibilità ambientale. Per tutta la giornata, sarà possibile testimoniare la solidarietà ai pazienti ematologici postando sui canali social di Ail una foto o un video con l’hashtag #versonuovitraguardi. Ogni partecipante iscritto riceverà un kit da utilizzare durante la camminata solidale. La quota di partecipazione alla Fitwalking for Ail è di 10 euro.
La Fitwalking for Ail, che vede il patrocinio di Aeronautica Militare, Stato Maggiore della Marina, Coni– Comitato olimpico nazionale italiano, Sport e Salute, Atletica italiana – Federazione italiana di atletica leggera, Cip – Comitato italiano paralimpico, Aia – Associazione italiana arbitri, Aics – Associazione italiana cultura sport, Csi – Centro sportivo italiano e Fiasp – Federazione italiana amatori sport per Tutti, è un’importante iniziativa per raccontare i risultati raggiunti e le ulteriori prospettive nella cura dei tumori del sangue e per informare i pazienti affetti da queste patologie sulla possibilità di condurre una vita attiva e incoraggiarli quindi alla pratica dello sport. L’iniziativa di sensibilizzazione, nata nel 2017, continua a essere una speciale occasione per i pazienti e gli ex pazienti per trascorrere una giornata all’aria aperta, facendo movimento e attività fisica. I rilevanti risultati negli studi scientifici e le terapie sempre più efficaci e mirate, hanno infatti determinato un grande miglioramento nella diagnosi e nella cura dei pazienti ematologici. È necessario però continuare su questa strada per raggiungere sempre nuovi obiettivi e rendere leucemie, linfomi e mielomi sempre più curabili.
Da oltre 55 anni Ail, con le sue 83 sezioni provinciali e gli oltre 18.000 volontari in tutta Italia -riferisce la nota - promuove e sostiene la ricerca scientifica per la cura delle leucemie, dei linfomi e del mieloma. Assiste i malati e le loro famiglie, accompagnandoli in tutte le fasi del lungo percorso della malattia, offrendo loro servizi, conoscenza e comprensione.
Il Fitwalking è una forma di praticare il cammino alla portata di tutti. Il termine inglese significa letteralmente “camminare per la forma fisica”; è il denominatore comune per tutte le attività motorio-sportive, per il tempo libero e per il relax, per il divertimento, per il fitness, per la salute e per il benessere. Avvicinarsi alla tecnica del fitwalking - concldue la nota - significa rendere il modo di camminare sufficientemente efficace da potersi muovere a una elevata velocità mantenendo una gestualità naturale. Partner istituzionale della manifestazione: UniCredit; partner tecnico Apeo (Associazione professionale di estetica oncologica), Decathlon, Healthy Virtuoso. L'iniziativa è resa possibile grazie al contributo non condizionante di Gsk, Cbi, Kyowa Kirin, Pfizer, Sanofi e al sostegno di Colussi Group, Esselunga, Kellanova,
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Sma, la Fda approva Isembyld: prima terapia mirata alla perdita muscolare AboutPharma
La Food and Drug Administration (Fda) statunitense ha approvato Isembyld (apitegromab-mstn) per il trattamento dell’atrofia muscolare spinale (Sma) negli adulti e nei pazienti pediatrici a partire dai 2 anni di età già in trattamento con una terapia mirata a SMN2. Si tratta della prima terapia approvata per la Sma che agisce direttamente sulla perdita muscolare, con l’obiettivo di affiancare i trattamenti che intervengono invece sulla causa molecolare della malattia.
L’approvazione rappresenta quindi un cambio di prospettiva nel trattamento della Sma: oltre a preservare i motoneuroni, l’obiettivo diventa intervenire anche sulla componente muscolare, particolarmente compromessa nei pazienti con malattia più avanzata.
Una malattia neuromuscolare progressiva
La Sma è una rara malattia neuromuscolare progressiva causata da alterazioni del gene SMN1, necessario per la produzione della proteina Smn, essenziale per la sopravvivenza dei motoneuroni. La carenza di questa proteina porta alla progressiva perdita dei motoneuroni e, di conseguenza, a debolezza e atrofia muscolare.
L’organismo possiede anche un gene di riserva, SMN2, che produce prevalentemente una forma non funzionale della proteina. Le terapie oggi disponibili mirano a compensare questo difetto: nusinersen (Spinraza) e risdiplam (Evrysdi) aumentano la produzione di proteina Smn funzionale agendo sullo splicing di SMN2, mentre la terapia genica con onasemnogene abeparvovec introduce una copia funzionale di SMN1, attraverso Zolgensma e, dal 2026 in Europa, Itvisma. Questi trattamenti hanno modificato significativamente la storia naturale della malattia, ma nei pazienti con Sma più avanzata possono persistere importanti limitazioni motorie e una progressiva perdita di massa muscolare. È proprio su questa componente che interviene Isembyld, con un meccanismo d’azione differente rispetto alle terapie che agiscono sul deficit di Smn.
Come funziona Isembyld
Apitegromab è un anticorpo monoclonale diretto contro la miostatina, una proteina coinvolta nella regolazione della crescita muscolare. Il farmaco è quindi progettato per intervenire direttamente sulla componente muscolare della Sma, a valle del difetto genetico che determina la perdita dei motoneuroni.
L’indicazione approvata dalla Fda prevede che Isembyld venga utilizzato in pazienti di almeno 2 anni che stanno già ricevendo una terapia diretta contro SMN2. L’obiettivo è dunque quello di combinare due approcci: da una parte il mantenimento della funzione dei motoneuroni attraverso le terapie esistenti, dall’altra il contrasto alla perdita muscolare.
Cosa ha mostrato lo studio clinico
L’approvazione si basa principalmente sui risultati dello studio di fase 3 Sapphire, randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, che ha coinvolto 188 pazienti con Sma di età compresa tra 2 e 21 anni, già trattati con una terapia mirata a SMN2 e incapaci di camminare o muoversi autonomamente. I partecipanti hanno ricevuto Isembyld 10 mg/kg, Isembyld 20 mg/kg o placebo mediante infusione endovenosa ogni quattro settimane per circa un anno. L’analisi primaria ha riguardato 156 pazienti di età compresa tra 2 e 12 anni.
A un anno, nei bambini trattati con 10 mg/kg è stato osservato un miglioramento della funzione motoria, mentre nel gruppo placebo la funzione motoria è peggiorata. Il 34,2% dei pazienti trattati ha raggiunto un miglioramento clinicamente significativo, rispetto al 13,5% dei pazienti che hanno ricevuto placebo. In altre parole, la probabilità di ottenere un miglioramento clinicamente rilevante è risultata più che doppia con Isembyld.
Sicurezza e prossimi passi
Tra le reazioni avverse più comuni osservate con Isembyld figurano infezioni delle vie respiratorie superiori, vomito, tosse, altre infezioni virali, cefalea, gastroenterite e faringite. La Fda ha inoltre segnalato un aumento del rischio di fratture, comprese quelle gravi, nei pazienti trattati. Il farmaco può provocare danni al feto e può avere effetti sulla funzione riproduttiva.
Per Isembyld la Fda aveva precedentemente concesso le designazioni Fast Track, Orphan Drug e Rare Pediatric Disease. L’approvazione è stata concessa a Scholar Rock, società che ha sviluppato il farmaco.
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Tumore al polmone, l’IA predice la risposta all’immunoterapia Dazebaonews
Un algoritmo sviluppato dal progetto internazionale i3Lung integra immagini diagnostiche, dati genomici, analisi di laboratorio e informazioni cliniche per individuare i pazienti con maggiori probabilità di beneficiare del trattamento
L’intelligenza artificiale potrebbe rendere più precisa e personalizzata la cura del tumore al polmone. Un algoritmo sviluppato nell’ambito del progetto internazionale i3Lung è infatti in grado di prevedere la risposta all’immunoterapia nei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule metastatico, la forma più comune di tumore polmonare.
I risultati della ricerca, condotta nell’arco di quattro anni, sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Nature Medicine. Lo studio ha coinvolto 2.396 pazienti e 16 partner internazionali, con l’obiettivo di costruire uno strumento capace di supportare gli oncologi nella scelta del trattamento più appropriato per ogni singolo paziente.
Un algoritmo per personalizzare l’immunoterapia
Il progetto è stato guidato da Arsela Prelaj, oncologa della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e principal investigator di i3Lung. La ricercatrice dirige anche il laboratorio dedicato alle applicazioni dell’intelligenza artificiale in oncologia dell’istituto milanese.
L’innovazione principale consiste nell’integrazione di quattro differenti categorie di informazioni:
immagini ottenute mediante tomografia computerizzata;
dati di patologia digitale;
caratteristiche genomiche del tumore;
risultati clinici e comuni esami di laboratorio.
Questi dati sono stati analizzati attraverso modelli avanzati di machine learning e deep learning. In particolare, i ricercatori hanno utilizzato approcci definiti “early fusion” e “intermediate fusion”, capaci di combinare informazioni molto diverse tra loro e di individuare correlazioni difficilmente riconoscibili con i tradizionali strumenti di valutazione clinica.
Il risultato è un algoritmo in grado di stimare con maggiore precisione la probabilità di risposta individuale ai diversi regimi di immunoterapia.
Perché è difficile prevedere la risposta alle cure
Il carcinoma polmonare non a piccole cellule, conosciuto anche con la sigla NSCLC, rappresenta la maggior parte delle diagnosi di tumore del polmone. Quando la malattia raggiunge uno stadio metastatico, l’immunoterapia, somministrata da sola oppure insieme alla chemioterapia, costituisce uno dei principali standard terapeutici.
Non tutti i pazienti, però, ottengono gli stessi benefici. In alcuni casi la risposta è significativa e duratura, mentre in altri il trattamento risulta poco efficace o comporta effetti collaterali importanti.
Attualmente la scelta terapeutica si basa su biomarcatori, caratteristiche molecolari, condizioni cliniche e analisi statistiche ricavate da specifici sottogruppi di pazienti. L’efficacia reale della terapia, tuttavia, può spesso essere valutata pienamente solo dopo l’inizio del trattamento.
La possibilità di prevedere in anticipo la risposta rappresenterebbe quindi un passaggio decisivo verso un’oncologia realmente personalizzata.
Intelligenza artificiale e oncologia di precisione
L’algoritmo elaborato dal progetto i3Lung potrebbe aiutare gli specialisti a classificare meglio i pazienti, riconoscendo quelli con maggiori probabilità di beneficiare dell’immunoterapia e quelli per i quali potrebbe essere opportuno valutare strategie differenti.
Un simile approccio consentirebbe di ridurre l’esposizione a trattamenti potenzialmente tossici e poco efficaci, ottimizzare l’impiego delle risorse sanitarie e accelerare la definizione di percorsi terapeutici su misura.
L’intelligenza artificiale non sostituisce la decisione del medico, ma può offrire uno strumento aggiuntivo di supporto, capace di analizzare contemporaneamente una quantità di informazioni molto superiore rispetto ai metodi convenzionali.
Uno strumento utile anche per i medici non specialisti
La ricerca comprende anche uno studio di usabilità condotto su una platea di medici più ampia rispetto agli specialisti del tumore polmonare. L’obiettivo era valutare se l’algoritmo potesse migliorare la capacità dei professionisti sanitari di prevedere l’efficacia dell’immunoterapia.
I risultati hanno mostrato un beneficio generalizzato derivante dall’utilizzo dello strumento. L’integrazione delle indicazioni prodotte dall’intelligenza artificiale ha infatti migliorato la valutazione della possibile risposta terapeutica anche tra i medici con una minore specializzazione specifica nel carcinoma polmonare.
Dalla sperimentazione alla pratica clinica
Lo studio rappresenta un importante avanzamento nella ricerca sull’intelligenza artificiale applicata al tumore del polmone. Prima di un impiego sistematico nella pratica clinica, l’algoritmo dovrà essere ulteriormente validato in contesti sanitari differenti e su nuove popolazioni di pazienti.
La prospettiva, tuttavia, è rilevante: trasformare dati clinici, immagini e informazioni molecolari in previsioni utili alla scelta delle cure. In questo scenario, l’intelligenza artificiale potrebbe contribuire a individuare il trattamento più adatto prima della sua somministrazione, aumentando le probabilità di successo dell’immunoterapia e riducendo il rischio di terapie inefficaci.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
48.1/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Prosegue l'azione di sistema volta a promuovere l'adesione della popolazione ai tre screening principali: mammella, cervice uterina e colon retto. (ANSA)