📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
44.1/100
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C
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Criteri Critici
Domani, mercoledì 16 settembre, si terrà il test d'ingresso per accedere ai Corsi di Laurea triennali delle professioni sanitarie dell'Università Politecnica delle Marche (Univpm) alla Facoltà di Medicina e Chirurgia. (ANSA)
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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47.4/100
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C
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Criteri Critici
Agenzia nr. 1313 - Radioterapia oncologica Fazzi, Pagliaro: "Attesa finita, nuovo acceleratore lineare in funzione entro inizio ottobre" Easy News Press Agency
Il consigliere regionale Paolo Pagliaro, presidente del gruppo Fratelli d’Italia, ha effettuato un’ispezione. Di seguito il allegato alla nota il link col video, le foto e le video dichiarazione
“Nuova ispezione, oggi, nel reparto di Radioterapia Oncologica dell’ospedale Vito Fazzi. Questa volta – finalmente – non per denunciare ritardi o inefficienze, ma per verificare la notizia tanto attesa: il primo dei due nuovi acceleratori lineari per la radioterapia sta per entrare in funzione. Entro fine mese, o al massimo entro i primi di ottobre, sarà operativo. Sono in corso le operazioni di collaudo, per controllare le emissioni e testare la sicurezza. Dopo anni di battaglie, ce l’abbiamo fatta. Abbiamo raccolto il grido di dolore dei pazienti oncologici, costretti a sospendere i trattamenti o ad andare in altre strutture perché le macchine erano guaste. Una sofferenza ulteriore per pazienti e parenti, e una grande mortificazione per il personale sanitario, che si spende con grande professionalità e umanità.
Già ad ottobre 2024 portai il caso in audizione in Commissione Sanità, sollecitando la sostituzione degli acceleratori lineari ormai obsoleti. Grazie alle mie sollecitazioni, la Asl ha acquistato due nuovi apparecchi per 7,3 milioni di euro, ma i lavori per installarli sono andati molto a rilento. Nel mio sopralluogo del febbraio 2025, dopo aver superato uno scontro con l’allora direttrice del reparto, evidentemente infastidita dalla mia legittima richiesta di chiarimenti, venni a sapere dai tecnici che il primo acceleratore sarebbe stato operativo entro giugno 2025, mentre il secondo entro fine 2025. Così non è stato. Ci sono stati ulteriori intoppi, ritardi sul cantiere per gli spazi limitati. Ora, dopo tante peripezie, finalmente ci siamo. Ed è una grande gioia poterlo comunicare ai pazienti oncologici che in questi anni ho incontrato. Persone piegate dalla malattia, che chiedono solo il diritto a cure che sono speranza di vita.
Questa è una vittoria, ma la battaglia non è finita qui. Quando questo primo nuovo macchinario sarà attivo, si procederà alla sistemazione degli spazi che ospiteranno la seconda macchina nuova. Dei due vecchi apparecchi, il più obsoleto è stato dimesso, mentre l’altro è stato aggiornato e verrà tenuto in funzione. Così la Radioterapia Oncologica del Fazzi sarà l’unico centro del sud Italia ad avere ben tre acceleratori lineari. Un risultato importantissimo che consentirà di standardizzare il lavoro, di spostare un paziente da una macchina all’altra senza dover rimodulare il piano di trattamento. Finalmente cure di eccellenza per i pazienti oncologici di Lecce e provincia. Da parte mia, come sempre, vigilerò. E continuerò ad esercitare il mio diritto ispettivo di consigliere regionale con determinazione, perché la denuncia, evidentemente – se ne facciano una ragione i detrattori – funziona: serve a far emergere i problemi, a sollecitare interventi e soluzioni, senza mai puntare il dito ma per il bene dei malati e per il personale della sanità”.
https://www.swisstransfer.com/dl/01a0a4f3-29e1-707e-9b45-acbe4cc4c762
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
54.1/100
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Criteri Critici
Linfomi, 40 nuove diagnosi ogni giorno in Italia: da Alessandria l'impegno per ricerca e "consapevolezza" Radio Gold News
ALESSANDRIA – Circa 15 mila nuovi casi di linfoma in un anno soltanto in Italia, pari a 40 nuove diagnosi ogni giorno. Dietro questi numeri, però, non esiste una sola malattia. Parlare di linfoma significa infatti riferirsi a oltre 80 sottotipi differenti, con caratteristiche biologiche, decorso e possibilità di cura anche molto diversi tra loro. È proprio su questa complessità che la Fondazione Italiana Linfomi – ETS vuole richiamare l’attenzione in occasione della Giornata Mondiale per la Consapevolezza sul Linfoma, che ricorre il 15 settembre.
Un appuntamento che si inserisce in un intero mese dedicato all’informazione e alla sensibilizzazione su neoplasie ematologiche diffuse, ma ancora non sufficientemente conosciute. Con un messaggio che parte da Alessandria, dove la Fondazione ha la propria sede legale e uno dei suoi uffici principali, e arriva in tutta Italia attraverso la ricerca, la rete dei centri coinvolti e una serie di iniziative rivolte ai pazienti e alla cittadinanza.
“Il termine linfoma è soltanto una prima etichetta“, sottolinea il presidente della Fondazione Italiana Linfomi, il professor Marco Ladetto. Dietro questa definizione si nascondono infatti patologie estremamente differenti. Negli ultimi anni la ricerca ha permesso di compiere importanti passi avanti, ma proprio la varietà delle forme rende indispensabile continuare a studiare nuovi strumenti diagnostici e nuove terapie.
Da sedici anni la Fondazione promuove e coordina la ricerca clinica sui linfomi attraverso una rete che oggi riunisce oltre 1.300 professionisti e 150 centri distribuiti sul territorio nazionale. Attraverso Commissioni Scientifiche, Gruppi di Lavoro e laboratori di ricerca biologica, FIL sviluppa studi clinici multicentrici e collabora con importanti network internazionali.
L’obiettivo, spiega Ladetto, non è semplicemente produrre ricerca, ma “contribuire concretamente a cambiare il modo in cui i linfomi vengono trattati, in Italia e nel resto del mondo”. Un passaggio decisivo è rappresentato dalla pubblicazione dei risultati sulle principali riviste scientifiche internazionali, affinché ciò che emerge dagli studi possa diventare patrimonio della comunità medica e tradursi in nuove opportunità per i pazienti.
Nell’ultimo anno l’attività della Fondazione ha contribuito, in particolare, ad aprire nuove prospettive terapeutiche per due forme rare e aggressive della malattia. Lo studio internazionale TRIANGLE ha riguardato il linfoma mantellare, mentre lo studio MATRix/IELSG43 si è concentrato sul linfoma primitivo del sistema nervoso centrale. Entrambi i lavori sono stati pubblicati su The Lancet, una delle più prestigiose riviste scientifiche internazionali.
“Ogni progresso nella cura dei linfomi nasce da una domanda, da un’idea e dal lavoro di tante persone che ogni giorno dedicano competenze e passione alla ricerca“, evidenzia Ladetto. I risultati raggiunti mostrano quanto investire in questo campo possa significare offrire terapie sempre più efficaci, personalizzate e sicure. Il percorso, tuttavia, è tutt’altro che concluso: per alcune forme della malattia servono ancora nuove risposte.
Riconoscere quei segnali che spesso vengono sottovalutati
Accanto alla ricerca c’è un altro fronte fondamentale: quello della consapevolezza. Perché uno dei problemi è proprio riconoscere i possibili campanelli d’allarme.
Nelle fasi iniziali il linfoma può infatti manifestarsi attraverso sintomi poco specifici, facilmente attribuibili ad altre condizioni: stanchezza persistente, ingrossamento dei linfonodi, febbre senza una causa apparente, sudorazioni notturne o una perdita di peso non intenzionale. Presi singolarmente non indicano necessariamente la presenza di un linfoma, ma quando persistono nel tempo meritano un approfondimento medico.
Da qui nasce “Riconoscere i segni”, la campagna social realizzata dal Gruppo Pazienti AIL-FIL in occasione del Mese della Consapevolezza sui Linfomi e diffusa attraverso i canali della Fondazione. A rendere evidente la necessità di una maggiore informazione è un dato emerso dalla Global Patient Survey 2024 della Lymphoma Coalition: circa il 40% delle persone con linfoma arriva alla diagnosi a oltre tre mesi dalla comparsa dei primi sintomi.
La campagna vuole quindi raccontare i segnali della malattia attraverso le voci di chi quel percorso lo ha vissuto in prima persona. Il video verrà pubblicato proprio il 15 settembre sui canali social della Fondazione e il concept visivo scelto è quello di una goccia che cade nell’acqua e ne increspa la superficie: un singolo sintomo può sembrare insignificante, ma quando persiste o si accompagna ad altri segnali il quadro cambia e merita attenzione.
«Come una nuvola nera», la malattia raccontata da Alessia Debandi
Ma dietro ogni diagnosi c’è soprattutto una storia. E settembre sarà anche il mese per raccontarne una particolarmente legata al territorio alessandrino. Sabato 26 settembre alle 17.30, alla libreria Andando e Stando di via Bissati 14 ad Alessandria, sarà presentato “Come una nuvola nera”, il libro scritto dall’attrice alessandrina Alessia Debandi. A moderare l’incontro, a ingresso libero, sarà la giornalista Mimma Caligaris.
Nel luglio del 2023, quando aveva 25 anni, Alessia ha ricevuto una diagnosi di linfoma di Hodgkin. Durante il percorso di cura ha iniziato ad affidare a un diario paure, emozioni e pensieri. Parole inizialmente sparse, nate per affrontare ciò che stava vivendo, che nel tempo hanno preso la forma di un libro: “Scrivere è stato come mettere al sicuro, in un cassetto, tutti quei pensieri che in quel momento mi sembravano troppo grandi“, racconta. La condivisione della propria esperienza è diventata a sua volta una parte del percorso: parlare della malattia ha aiutato lei e le ha permesso di entrare in contatto con altre persone capaci di riconoscersi nelle stesse paure e difficoltà.
Il titolo nasce proprio dall’immagine che Alessia aveva della malattia all’inizio del suo percorso: una nuvola nera capace di arrivare improvvisamente e sconvolgere tutto. Una percezione che con il tempo è cambiata, ma quel titolo è rimasto. Il suo è allo stesso tempo un racconto personale e un ringraziamento a chi lavora ogni giorno nei laboratori e nei centri clinici: “Grazie per la ricerca che fate, perché altrimenti non sarei qui“.
Una lotteria per finanziare la ricerca
Il Mese della Consapevolezza porta con sé anche un’iniziativa ormai consolidata per sostenere concretamente l’attività scientifica della Fondazione. Dal 15 settembre prende il via la quinta edizione della Lotteria Solidale per la Ricerca.
Saranno messi a disposizione 4.500 biglietti, al costo di 2,50 euro ciascuno, acquistabili fino al 6 gennaio 2027. L’estrazione è in programma il 28 gennaio 2027.
Quindici i premi in palio, tutti donati. Tra questi figurano una crociera MSC Musica di sette giorni per due persone, un soggiorno per due in provincia di Verona al Magari Estates Hotel e una scultura dell’artista Giuseppe Gughi Fassino. L’elenco completo e aggiornato dei premi e dei punti vendita sarà pubblicato sul sito della Fondazione Italiana Linfomi. I biglietti saranno disponibili anche nella sede FIL di Spalto Marengo 44 ad Alessandria e in alcuni esercizi commerciali cittadini. Proprio la donazione dei premi permette di destinare il ricavato della lotteria ai progetti di ricerca indipendente sostenuti dalla Fondazione.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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Criteri Critici
Una delle più avanzate tecniche oggi disponibili per il trattamento del dolore correlato al tumore del pancreas è stata introdotta per la prima volta nell'Hub di Terapia del dolore Policlinico di Catania, centro di riferimento per la Sicilia orientale, dir...…
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Criteri Critici
Il 31 agosto sono state sottoposte a intervento in telechirurgia robotica a Roma due persone affette da tumore del colon-retto e della prostata. È la prima volta che vengono operati con queste modalità pazienti italiani da chirurghi italiani
Due persone affette rispettivamente da tumore del colon-retto e della prostata sono state operate in telechirurgia robotica a Roma. I primi due interventi sperimentali sono stati eseguiti tra Policlinico Agostino Gemelli IRCCS e Ospedale Isola Tiberina.
Dalla console della piattaforma robotica, collocata presso Ospedale Isola Tiberina (in Centro a Roma), gli interventi sono stati effettuati dal professor Sergio Alfieri e dal professor Bernardo Rocco; i pazienti operatori si trovavano invece nelle sale operatorie del Policlinico Gemelli (sede principale a oltre 10 km di distanza), dove erano presenti gli altri componenti dell’équipe chirurgica.
Gli interventi, realizzati con il sistema robotico chirurgico avanzato Toumai (di MicroPort MedBot), la cui implementazione ed adozione clinica in Italia è accompagnata e supportata dal gruppo Palex, rappresentano una novità di particolare rilievo, che segna l’avvio del programma di telechirurgia robotica del Policlinico Gemelli. Si tratta inoltre dei primi interventi di telechirurgia robotica effettuati in Italia da chirurghi italiani su pazienti italiani. Per questa prima fase del progetto sono in programma 20 interventi.
“La telechirurgia rappresenta l’ulteriore innovazione tecnologica del centro chirurgico oncologico robotico del Gemelli – afferma il professor Sergio Alfieri, Ordinario di Chirurgia Generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS -. Tale tecnologia può offrire a tutti i pazienti cure all’avanguardia, sia che si trovino negli ospedali del gruppo Gemelli, sia che si trovino in altri paesi molto lontani come l’Africa, dove si sta valutando un progetto molto ambizioso al servizio dei più deboli. La possibilità di operare da remoto (con la console chirurgica ove opera il primo chirurgo, in una sede diversa di dove si trova il paziente) apre a nuovi scenari che possano garantire una cura democratica per tutti, oltre a rappresentare un ulteriore sviluppo di modelli di insegnamento e tutoraggio”.
Una nuova epoca per la chirurgia
“Il nostro team lavora da due anni con industrie internazionali leader della tecnologia robotica in chirurgia per il programma di definizione della tecnologia e degli standard clinici e regolatori della telechirurgia – ricorda il professor Bernardo Rocco, Ordinario di Urologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, Direttore della UOC di Clinica Urologica della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e componente del panel delle linee guida della Society of Robotic Surgery (SRS) -. È da questo percorso che nasce oggi il primo progetto italiano strutturato di telechirurgia. Per la chirurgia si apre una nuova epoca”.
I risultati di questi interventi del Policlinico Gemelli sono stati presentati dal professor Rocco al congresso internazionale ERUS26 (European robotic live-urological surgery meeting), che si è tenuto a Padova dal 9 all’11 settembre.
Per questi due interventi storici è stata utilizzata la piattaforma Toumai Laparoscopic Surgical System della MicroPort MedBot, che ha ottenuto lo scorso giugno la certificazione CE dell'Unione Europea per la chirurgia laparoscopica a distanza (telechirurgia). Si tratta del primo robot chirurgico remoto a ottenere il marchio CE per interventi a distanza e per l'utilizzo in diversi ambiti ospedalieri. I chirurghi del Gemelli hanno una notevole expertise di chirurgia robotica, avendo a disposizione da anni tutte le principali piattaforme di robot chirurgici, quali il Sistema da Vinci (Intuitive Surgical) e Hugo™ RAS (Medtronic).
I vantaggi della telechirurgia robotica
Questa iniziativa mira a valorizzare l’integrazione tra le diverse strutture del network Gemelli, consentendo di condividere a distanza competenze chirurgiche altamente specialistiche e tecnologie avanzate. La telechirurgia robotica permette infatti al chirurgo di operare da una sede diversa rispetto a quella nella quale si trova il paziente, attraverso una connessione dedicata e sistemi tecnologici progettati per assicurare elevati standard di affidabilità e sicurezza. In sala operatoria è comunque sempre presente un’équipe chirurgica completa, pronta a intervenire in ogni momento.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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46.7/100
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Criteri Critici
Tumori, ematologo Corradini: "Combo anticorpo bispecifico e chemioterapia più efficace in Dlbcl" Adnkronos
"Nel paziente con linfoma diffuso a grandi cellule B non eleggibile al trapianto autologo, lo standard non è più la chemio-immunoterapia, ma è la chemio-immunoterapia più glofitamab"
Lo studio 'Starglo' "ha dimostrato per la prima volta che questa combinazione" glofitamab + GemOx con R-GemOx nei pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B (Dlbcl) recidivato o refrattario “è molto superiore alla chemioterapia da sola". Quindi, "nel paziente non eleggibile al trapianto autologo, lo standard non è più la chemio-immunoterapia, ma è la chemio-immunoterapia più anticorpo bispecifico. Questo è un dato molto importante”. Così Paolo Corradini, professore ordinario di Ematologia dell'università degli Studi di Milano e direttore della divisione di Ematologia della Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano, commenta i risultati dello studio internazionale di fase 3 a un incontro con la stampa, oggi a Milano, in occasione della disponibilità, in Italia, della prima combinazione dell’anticorpo bispecifico glofitamab e GemOx con R-GemOx (il trattamento standard) nei pazienti con Dlbcl recidivato o refrattario.
“Si tratta del primo studio randomizzato al mondo che paragona un anticorpo bispecifico più la chemioterapia rispetto alla sola chemioterapia - continua Corradini - È chiaro che il braccio chemioterapico, in questo contesto di pazienti che non possono accedere al trapianto autologo, non è un braccio particolarmente robusto - osserva - però è anche vero che parliamo di pazienti con un'età mediana di 68 anni. Ed è altrettanto vero - aggiunge - che la randomizzazione è 2 a 1: gli investigatori, sapendo che era molto probabile che il braccio sperimentale con il bispecifico fosse più attivo, hanno allocato 2 pazienti al braccio più attivo e solo un paziente a quello meno attivo, il quale poteva comunque avere altre strategie di salvataggio successive, come il bispecifico da solo o le Car-T”.
Alla nuova opzione terapeutica oggi disponibile si aggiungeranno “altre molecole in arrivo - anticipa l'ematologo - quindi per i clinici sarà complicato scegliere la terapia migliore per il paziente, in assenza di studi che mettano a confronto tra loro queste opzioni molto attive, come le Car-T rispetto ai bispecifici, o i diversi bispecifici tra di loro. Ma è una fortuna che oggi abbiamo il problema di dover scegliere tra tante terapie efficaci, piuttosto che quello di non averne a disposizione”, conclude.
Cellule CAR-T contro l’artrite reumatoide refrattaria: il primo trial clinico mondiale mostra risultati promettenti - Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi
📰 Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi📅 2026-09-15T10:00:28
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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48.5/100
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Criteri Critici
Cellule CAR-T contro l’artrite reumatoide refrattaria: il primo trial clinico mondiale mostra risultati promettenti Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi
Roma, 15 settembre 2026 (Agenbio) – Le cellule CAR-T sono nate come arma contro il cancro: prelevate dal sangue del paziente, geneticamente riprogrammate in laboratorio per riconoscere un bersaglio molecolare specifico e reinfuse per eliminarlo. Oggi, per la prima volta al mondo, questa tecnologia viene applicata a una malattia autoimmune. Il trial clinico pilota Compare, condotto presso la Charité di Berlino e pubblicato su Nature Medicine, ha testato le cellule CAR-T su sei pazienti con artrite reumatoide grave e refrattaria a tutte le terapie disponibili, con risultati che aprono una prospettiva inedita nel trattamento delle malattie autoimmuni. L’artrite reumatoide è una condizione in cui il sistema immunitario attacca cronicamente le articolazioni, con infiammazione persistente, danno strutturale progressivo e compromissione funzionale. Le terapie attualmente disponibili — farmaci antinfiammatori, immunosoppressori, biologici — riescono in molti casi a contenere la malattia, ma non a guarirla, e richiedono un trattamento farmacologico continuativo a vita. I sei pazienti arruolati nel trial avevano già ricevuto, senza successo, fino a otto diverse terapie mirate o biologiche nel corso degli ultimi dieci anni: il profilo ideale per testare un approccio radicalmente diverso. Le cellule CAR-T, in questo contesto, vengono programmate per riconoscere ed eliminare selettivamente le cellule B della memoria responsabili del mantenimento dell’infiammazione autoimmune, un meccanismo analogo a quello utilizzato contro le cellule tumorali nei protocolli oncologici. I risultati della prima fase dello studio COMPARE mostrano una riduzione sostanziale dell’attività di malattia in tutti e sei i partecipanti. Nell’arco di un anno di follow-up, tre pazienti sono rimasti in remissione sostenuta senza alcuna terapia farmacologica per l’artrite reumatoide. Un esito che, con le dovute cautele legate alla dimensione ridotta del campione, apre interrogativi profondi sui confini applicativi delle terapie cellulari avanzate. (Agenbio) Emanuela Birra 12:00
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Un trattamento basato su brevi impulsi elettromagnetici potrebbe in futuro contribuire a contrastare il tumore al seno senza ricorrere direttamente a un farmaco. È l’ipotesi che emerge da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della National Universi…
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Un trattamento basato su brevi impulsi elettromagnetici potrebbe in futuro contribuire a contrastare il tumore al seno senza ricorrere direttamente a un farmaco. È l’ipotesi che emerge da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della National University of Singapore (NUS) e pubblicato nel giugno 2026 sulla rivista Smart Medicine. Il lavoro non dimostra però l’efficacia della tecnica nelle pazienti: i risultati principali sono stati ottenuti attraverso esperimenti cellulari, modelli tridimensionali di tumore e modelli animali. Il potenziale nuovo approccio al tumore al seno utilizza campi elettromagnetici pulsati a bassa intensità per stimolare il sistema immunitario a riconoscere e attaccare le cellule tumorali. È la strada esplorata da un gruppo di ricercatori della National University of Singapore (NUS), in uno studio pubblicato sulla rivista Smart Medicine.
Il risultato è interessante, ma ancora preliminare: gli esperimenti sono stati condotti soprattutto su cellule, modelli tridimensionali di tumore e animali. Non si può quindi parlare, al momento, di una nuova cura per il tumore al seno né di un’alternativa già disponibile alla chemioterapia. L’idea alla base della ricerca è relativamente semplice. I tumori non sono formati soltanto dalle cellule malate: al loro interno e intorno a esse sono presenti anche cellule del sistema immunitario. Tra queste ci sono i macrofagi, che normalmente aiutano l’organismo a eliminare cellule danneggiate e agenti estranei. Il tumore, però, può modificarne il comportamento e trasformarli in alleati della malattia. I ricercatori hanno cercato di invertire questo processo. Attraverso brevi impulsi elettromagnetici, hanno provato a “riprogrammare” i macrofagi presenti nell’ambiente tumorale, spingendoli a tornare a svolgere un’azione contro il tumore.
Gli esperimenti hanno mostrato che i campi magnetici possono attivare alcuni meccanismi all’interno di queste cellule e renderle più aggressive nei confronti delle cellule tumorali. In laboratorio, i macrofagi così stimolati hanno aumentato la loro capacità di riconoscere e inglobare le cellule cancerose. Il trattamento è stato poi sperimentato su topi con tumori della mammella. Secondo i risultati pubblicati dai ricercatori, in una parte significativa degli animali il tumore è regredito fino a scomparire. La NUS riferisce che, nei modelli preclinici utilizzati nello studio, l’eradicazione completa del tumore è stata osservata nel 75% dei casi dopo quattro sessioni di trattamento.
È un dato che va però interpretato con cautela Il metabolismo, il sistema immunitario e il comportamento dei tumori possono infatti essere molto diversi tra animali e esseri umani. Anche per questo è importante non presentare la tecnica come un trattamento capace di sostituire la chemioterapia. La ricerca suggerisce piuttosto una possibile nuova strategia: invece di colpire direttamente il tumore con un farmaco, si potrebbe cercare di aiutare il sistema immunitario a combatterlo. Secondo i ricercatori, il metodo potrebbe inoltre essere studiato in combinazione con terapie già esistenti. Sono in corso valutazioni sulla possibilità di associarlo anche alla doxorubicina, un farmaco utilizzato nella chemioterapia, ma si tratta ancora di una linea di ricerca.
Un primo studio sull’uomo è già stato effettuato per verificare la sicurezza del dispositivo. Secondo la NUS, la sperimentazione iniziale non ha evidenziato problemi di sicurezza rilevanti. Questo, però, non significa ancora che il trattamento sia efficace contro il tumore nelle persone. Per capire se lo sia davvero serviranno studi clinici più ampi, nei quali la tecnica dovrà essere sperimentata su pazienti con tumore al seno e confrontata con le terapie disponibili. Solo questi studi potranno stabilire quanto sia efficace, per quali pazienti possa essere indicata e se possa eventualmente essere utilizzata insieme o al posto di altri trattamenti.
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Criteri Critici
La scuola militare "Nunziatella" scende in campo al fianco di Komen Italia - Comitato Regionale Campania per sostenere la prevenzione e la lotta ai tumori del seno, nell'ambito della Race for the Cure Napoli 2026, in programma dal 9 all'11 ottobre sul Lung...…
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Rimossi tumori a colon e prostata con telechirurgia a distanza tra Isola Tiberina e Gemelli. Prima volta in Italia Quotidiano Sanità
Ha preso il via il 31 agosto il nuovo programma di telechirurgia robotica della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, che mira a mettere in rete le competenze e le tecnologie delle strutture sanitarie del Gruppo Gemelli, aprendosi a future collaborazioni internazionali. I primi due interventi sperimentali sono stati eseguiti tra Policlinico Agostino Gemelli IRCCS e Ospedale Isola Tiberina e hanno riguardato una donna e un uomo, affetti rispettivamente da una neoplasia del colon-retto e da un tumore della prostata.
Dalla console della piattaforma robotica, collocata presso Ospedale Isola Tiberina (in Centro a Roma), gli interventi sono stati effettuati dal professor Sergio Alfieri e dal professor Bernardo Rocco; i pazienti operatori si trovavano invece nelle sale operatorie del Policlinico Gemelli (sede principale a oltre 10 km di distanza), dove erano presenti gli altri componenti dell’équipe chirurgica.
“Gli interventi, realizzati con il sistema robotico chirurgico avanzato Toumai (di MicroPort MedBot), la cui implementazione ed adozione clinica in Italia è accompagnata e supportata dal gruppo Palex, rappresentano una novità di particolare rilievo, che segna l’avvio del programma di telechirurgia robotica del Policlinico Gemelli. Si tratta inoltre dei primi interventi di telechirurgia robotica effettuati in Italia da chirurghi italiani su pazienti italiani. Per questa prima fase del progetto sono in programma 20 interventi”, spiega il Gemelli in una nota.
“La Telechirurgia rappresenta l’ulteriore innovazione tecnologica del centro chirurgico oncologico robotico del Gemelli – afferma il professor Sergio Alfieri, Ordinario di Chirurgia Generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS -. Tale tecnologia può offrire a tutti i pazienti cure all’avanguardia, sia che si trovino negli ospedali del gruppo Gemelli, sia che si trovino in altri paesi molto lontani come l’Africa, dove si sta valutando un progetto molto ambizioso al servizio dei più deboli. La possibilità di operare da remoto (con la console chirurgica ove opera il primo chirurgo, in una sede diversa di dove si trova il paziente) apre a nuovi scenari che possano garantire una cura democratica per tutti, oltre a rappresentare un ulteriore sviluppo di modelli di insegnamento e tutoraggio”.
“Il nostro team lavora da due anni con industrie internazionali leader della tecnologia robotica in chirurgia per il programma di definizione della tecnologia e degli standard clinici e regolatori della telechirurgia – ricorda il professor Bernardo Rocco, Ordinario di Urologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, Direttore della UOC di Clinica Urologica della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e componente del panel delle linee guida della Society of Robotic Surgery (SRS) -. È da questo percorso che nasce oggi il primo progetto italiano strutturato di telechirurgia. Per la chirurgia si apre una nuova epoca”.
I risultati di questi interventi del Policlinico Gemelli sono stati presentati dal professor Rocco al congresso internazionale ERUS26 (European robotic live-urological surgery meeting), che si è tenuto a Padova dal 9 all’11 settembre.
Per questi due interventi è stata utilizzata la piattaforma Toumai Laparoscopic Surgical System della MicroPort MedBot, che ha ottenuto lo scorso giugno la certificazione CE dell’Unione Europea per la chirurgia laparoscopica a distanza (telechirurgia). Si tratta del primo robot chirurgico remoto a ottenere il marchio CE per interventi a distanza e per l’utilizzo in diversi ambiti ospedalieri. I chirurghi del Gemelli hanno una notevole expertise di chirurgia robotica, avendo a disposizione da anni tutte le principali piattaforme di robot chirurgici, quali il Sistema da Vinci (Intuitive Surgical) e Hugo™ RAS (Medtronic).
“Questa iniziativa – prosegue la nota – mira a valorizzare l’integrazione tra le diverse strutture del network Gemelli, consentendo di condividere a distanza competenze chirurgiche altamente specialistiche e tecnologie avanzate. La telechirurgia robotica permette infatti al chirurgo di operare da una sede diversa rispetto a quella nella quale si trova il paziente, attraverso una connessione dedicata e sistemi tecnologici progettati per assicurare elevati standard di affidabilità e sicurezza”. In sala operatoria è comunque sempre presente un’équipe chirurgica completa, pronta a intervenire in ogni momento.
“Con l’avvio di questo progetto – dichiara il Direttore Generale della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, Daniele Piacentini – apriamo una nuova modalità di fare chirurgia: grazie all’evoluzione tecnologica, le elevate competenze di ogni professionista presente in strutture altamente specializzate possono essere messe a disposizione dei pazienti di altre strutture sul territorio nazionale o in Paesi con difficoltà di accesso ad elevate professionalità specialistiche. Con questo progetto il Gemelli apre una porta sull’innovazione non solo tecnologica, ma anche organizzativa, capace di integrare assistenza, ricerca e formazione, per garantire alta qualità delle cure a tutti”.
“La collaborazione tra Policlinico Gemelli e Ospedale Isola Tiberina dimostra concretamente il valore di un network capace di mettere a fattor comune professionalità, tecnologie e capacità organizzative – afferma il Direttore Generale dell’Ospedale Isola Tiberina, Giovanni Arcuri –. La distanza fisica tra le strutture non rappresenta più un limite, ma diventa un’opportunità per far circolare le migliori competenze e offrire ai pazienti percorsi assistenziali sempre più avanzati e integrati”.
Una delle principali finalità del progetto riguarda la formazione. “L’obiettivo è fare del Gemelli un centro di riferimento per la preparazione alla telechirurgia robotica degli specializzandi e dei giovani medici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ma anche per l’aggiornamento e il perfezionamento di chirurghi specialisti provenienti da altre realtà sanitarie italiane e internazionali” – afferma il Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica Alessandro Sgambato.
Dal Tevere all’Africa: la telechirurgia del Gemelli guarda oltre i confini
Il DNA di questo progetto contiene una duplice finalità: da un lato consolidare l’integrazione clinica e organizzativa tra le strutture del Network Gemelli; dall’altra sviluppare un modello di telechirurgia robotica, in grado di coniugare innovazione tecnologica, sicurezza, formazione e cooperazione internazionale.
A questa prima fase, clinica e formativa, ne seguirà dunque una seconda, orientata alla cooperazione sanitaria internazionale. La telechirurgia robotica potrà essere utilizzata infatti anche per portare competenze chirurgiche specialistiche in aree del mondo nelle quali l’accesso alle cure più avanzate è ancora limitato, con particolare attenzione al continente africano.
“Questa prospettiva si inserisce nell’impegno di più ampio respiro dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che, attraverso il Piano Africa, promuove programmi di formazione, ricerca, cooperazione e rafforzamento dei sistemi sanitari locali”, spiega la nota. “La possibilità di mettere in collegamento équipe mediche distanti migliaia di chilometri potrà contribuire, nel tempo, a trasferire conoscenze, formare professionisti e rendere disponibili procedure chirurgiche complesse anche nei contesti maggiormente svantaggiati”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?4
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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48.1/100
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Criteri Critici
Il contagio da Covid avvenne in ospedale e alla morte del paziente contribuirono sia le carenze organizzative nella gestione dell’emergenza sia un’assistenza sanitaria successiva ritenuta inadeguata. È questa, in sintesi, la conclusione a cui è arrivato il Tr…
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Il contagio da Covid avvenne in ospedale e alla morte del paziente contribuirono sia le carenze organizzative nella gestione dell’emergenza sia un’assistenza sanitaria successiva ritenuta inadeguata. È questa, in sintesi, la conclusione a cui è arrivato il Tribunale di Campobasso, che ha riconosciuto la responsabilità dell’Azienda sanitaria regionale del Molise (Asrem) per il decesso di un uomo della provincia di Campobasso ricoverato durante la pandemia. Con una sentenza emessa dal giudice Elisa Ferrazzoli, il Tribunale ha disposto in favore dei familiari un risarcimento complessivo superiore ai 300mila euro, oltre agli interessi e alle spese. A darne notizia è l’avvocato Enzo Iacovino, legale della famiglia e da anni impegnato nell’assistenza al Comitato dei familiari delle vittime molisane del Covid. Si tratta di un verdetto di primo grado e quindi passibile di un appello.
Il punto centrale della decisione riguarda l’origine del contagio. Secondo quanto ricostruito nel procedimento, il paziente contrasse il virus durante il ricovero. Il Tribunale, facendo proprie le conclusioni della consulenza tecnica acquisita agli atti, ha individuato nella gestione della struttura “gravi inefficienze organizzative” che avrebbero avuto un collegamento causale con il contagio e, successivamente, con il decesso. Ma la sentenza non si limita a esaminare le condizioni organizzative della struttura durante la fase più critica della pandemia. I giudici hanno ritenuto “inadeguata anche la gestione sanitaria del paziente”, con particolare riferimento all’”omissione dei necessari monitoraggi clinici“.
È proprio la ricostruzione dell’organizzazione interna dell’ospedale a rappresentare uno degli aspetti più rilevanti della decisione. Secondo quanto riferito dal legale dei familiari, la documentazione sottoposta all’esame dei consulenti non consentiva di riscontrare in modo adeguato alcune attività considerate essenziali per il contenimento del contagio. In particolare, non sarebbero state adeguatamente tracciate le operazioni di sanificazione, la consegna dei dispositivi di protezione individuale agli operatori e la formazione del personale. Mancavano inoltre specifici riscontri relativi ai tamponi effettuati sugli operatori sanitari e alla loro periodicità.
“Il contagio da Covid avvenne in ospedale – sottolinea Iacovino – e la sentenza individua la responsabilità della struttura e dell’organizzazione”. Secondo il legale, la decisione prende inoltre in considerazione criticità che erano già state segnalate durante l’emergenza da sindacati e personale sanitario, riconoscendo anche le carenze nella successiva assistenza prestata al paziente. La vicenda giudiziaria, quindi, ricostruisce due diversi profili: da una parte le condizioni organizzative e le misure di prevenzione adottate dalla struttura durante la pandemia; dall’altra la gestione clinica del paziente dopo il contagio. Entrambi gli elementi sono stati valutati dal Tribunale nell’accertamento della responsabilità dell’azienda sanitaria.
La famiglia ha accolto con soddisfazione la sentenza insieme agli avvocati Francesco Beer e Marco Pasquale, che hanno seguito il caso con Iacovino. “La particolare importanza di questa decisione – affermano – risiede nell’avere ricostruito non soltanto ciò che è accaduto al singolo paziente, ma anche il contesto organizzativo nel quale si è verificato il contagio”. Per i familiari, la decisione giudiziaria arriva dopo anni dalla morte e rappresenta soprattutto il riconoscimento delle circostanze nelle quali, secondo quanto accertato dal Tribunale, si sviluppò il contagio e si aggravò la condizione del paziente. “La famiglia, dopo anni – spiegano i legali – assume un significato fondamentale l’accertamento giudiziale delle responsabilità e delle circostanze che hanno condotto al decesso”. La sentenza del Tribunale di Campobasso si inserisce così nel contenzioso avviato dai familiari delle vittime della pandemia per ricostruire, caso per caso, le responsabilità legate alla gestione sanitaria dell’emergenza Covid in Molise.