Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
59.3/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Tumore polmonare non a piccole cellule, nuovi dati di efficacia per trastuzumab deruxtecan Adnkronos
I risultati positivi dello studio di fase 3 'Destiny-Lung04' hanno mostrato che trastuzumab deruxtecan ha prodotto un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante della sopravvivenza libera da progressione (Pfs) rispetto allo standard di cura (chemioterapia con doppietta platino-pemetrexed più pembrolizumab) come trattamento di prima linea dei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule (Nsclc) non squamoso, non resecabile, localmente avanzato o metastatico con mutazione di Her2. I dati sono stati presentati nel corso del Presidential Symposium 2 alla Iaslc 2026 World Conference on Lung Cancer, organizzata dall’International Association for the Study of Lung Cancer (#WCLC26), che si conclude oggi a Seul (Sud Corea).
Trastuzumab deruxtecan - informa una nota - è un anticorpo monoclonale farmaco-coniugato (Adc) specificamente diretto contro Her2, scoperto da Daiichi Sankyo e sviluppato e commercializzato congiuntamente da Daiichi Sankyo e AstraZeneca. Nell’analisi dell’endpoint primario, la monoterapia con trastuzumab deruxtecan ha ridotto significativamente del 37% il rischio di progressione di malattia o morte rispetto a pembrolizumab più chemioterapia. La Pfs mediana, valutata mediante revisione centrale indipendente in cieco (Bicr), è stata di 14,3 mesi con trastuzumab deruxtecan rispetto a 8,3 mesi con pembrolizumab più chemioterapia. Un trend favorevole di Pfs è stato osservato con trastuzumab deruxtecan nei principali sottogruppi, inclusi i fattori di stratificazione predefiniti, quali presenza o anamnesi di metastasi cerebrali, stato di fumatore, stato mutazionale di Her2 (esone 19 o esone 20), malattia de novo o recidivante e presenza di metastasi epatiche.
Il tasso di risposta obiettiva (Orr) con trastuzumab deruxtecan - precisa la nota - è risultato del 70% con pembrolizumab più chemioterapia. La durata mediana della risposta (Dor) con è stata di 13,4 mesi e di 9,7 mesi con pembrolizumab più chemioterapia. La Pfs2 (tempo dall'inizio del trattamento alla seconda progressione del tumore o al decesso per qualsiasi causa) mediana con trastuzumab deruxtecan è stata di 22,7 mesi rispetto a 17,3 mesi con pembrolizumab più chemioterapia. Al momento dell’analisi, la maturità dei dati di sopravvivenza globale (Os) era del 46,9% e non è stato effettuato alcun test formale delle ipotesi. Sebbene non sia stato osservato alcun beneficio in termini di Os, gli schemi diversi e sbilanciati delle terapie successive tra i bracci di trattamento dello studio possono limitare l'interpretazione di questo risultato. In particolare, è presente un maggiore ricorso a terapie dirette contro Her2 nel braccio pembrolizumab più chemioterapia rispetto al braccio trastuzumab deruxtecan (48,0% contro 23,3%, rispettivamente), e un utilizzo limitato dell'immunoterapia più chemioterapia nel braccio trastuzumab deruxtecan (23,8%).
“Ogni anno in Italia vengono stimati circa 45mila nuovi casi di carcinoma polmonare - afferma Silvia Novello, presidente Walce (Women Against Lung Cancer in Europe), professore ordinario di Oncologia medica all’Università degli Studi di Torino e responsabile dell’Oncologia medica presso l’Aou San Luigi Gonzaga di Orbassano – Il tumore del polmone non a piccole cellule con mutazione di Her2 è una patologia aggressiva per la quale gli attuali standard di cura in prima linea hanno scarsa efficacia e molti pazienti presentano progressione di malattia entro un anno dall’inizio del trattamento. Con un tasso di risposta obiettiva del 70% e una sopravvivenza libera da progressione mediana di 14,3 mesi, trastuzumab deruxtecan ha sicuramente le caratteristiche per diventare una nuova opzione di cura di prima linea per questi pazienti”.
“Circa il 4% dei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule presenta la mutazione della proteina Her2 - spiega Antonio Passaro, direttore della divisione di Oncologia toracica all’Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano - La presenza della mutazione Her2 rende la neoplasia sensibile a farmaci diretti contro questo target. Trastuzumab deruxtecan combina un anticorpo monoclonale con un agente citotossico ed è altamente selettivo per le cellule tumorali, riducendo al minimo i danni alle cellule sane circostanti e aumentando l’efficacia del trattamento nei pazienti con tumore con mutazione di Her2. È importante distinguere la mutazione di Her2 dalla sovraespressione di questa proteina. Sono alterazioni biologicamente differenti e non identificano necessariamente gli stessi pazienti. I risultati dello studio Destiny-Lung04 rafforzano l'importanza della profilazione molecolare completa al momento della diagnosi, così da identificare anche alterazioni meno frequenti ma trattabili”.
Il profilo di sicurezza di trastuzumab deruxtecan osservato nello studio Destiny-Lung04 è risultato in generale coerente con il profilo già noto, e non sono stati identificati nuovi segnali di sicurezza. Eventi avversi correlati al trattamento (Trae) di grado 3 o superiore si sono verificati nel 34,1% dei pazienti trattati con trastuzumab deruxtecan. Il più comune, verificatosi nel 5% o più dei pazienti trattati, è stato la neutropenia (11,1%). Eventi di malattia polmonare interstiziale (Ild) o polmonite si sono verificati nel 20,8% dei pazienti trattati, come determinato da un comitato indipendente di valutazione. La maggior parte degli eventi di Ild o polmonite era di basso grado. Nel braccio trastuzumab deruxtecan si sono verificati 5 (2,2%) eventi di Ild di grado 3, uno (0,4%) di grado 4 e 4 (1,8%) di grado 5.
“Trastuzumab deruxtecan è il primo farmaco e anticorpo-farmaco coniugato diretto contro Her2 approvato per i pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule con mutazione di Her2 ed è diventato un trattamento standard di seconda linea - sottolinea John Tsai, Global Head of R&D, Daiichi Sankyo - Il beneficio di 6 mesi in termini di sopravvivenza libera da progressione e gli elevati tassi di risposta osservati nello studio Destiny-Lung04 rafforzano l’importanza di bersagliare direttamente Her2 in questi pazienti e sostengono il potenziale di trastuzumab deruxtecan nel setting di prima linea, nel quale l’obiettivo fondamentale è ritardare il più a lungo possibile la progressione di malattia”. Destiny-Lung04 “è il primo studio di fase 3 che dimostra una sopravvivenza libera da progressione superiore rispetto allo standard di cura di prima linea nei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule avanzato con mutazione di Her2 - rimarca Susan Galbraith, Executive Vice President, Oncology Hematology R&D, AstraZeneca - Questi risultati si aggiungono al crescente corpus di evidenze a sostegno di trastuzumab deruxtecan come trattamento importante per i pazienti con alterazioni di Her2 e ne sottolineano il potenziale ruolo al momento della diagnosi di malattia metastatica, quando il trattamento ha la maggiore opportunità di migliorare gli esiti”.
Circa tre quarti (75,8%) dei pazienti nel braccio trastuzumab deruxtecan presentavano una malattia de novo, cioè il tumore polmonare era stato diagnosticato per la prima volta in fase metastatica - puntualizza la nota - e quasi un quarto (22,9%) presentava metastasi cerebrali al basale. I pazienti nello studio Destiny-Lung04 avevano ricevuto in precedenza radioterapia, chemioterapia, immunoterapia o terapia mirata per la malattia in fase iniziale. La durata mediana del follow-up è stata di 21,6 mesi nei pazienti che ricevevano trastuzumab deruxtecan e di 20,4 mesi nei pazienti che ricevevano pembrolizumab più chemioterapia. Al cut-off dei dati del 9 giugno 2026, 50 pazienti erano ancora in trattamento nello studio, dei quali 40 continuavano a ricevere trastuzumab deruxtecan e 10 ricevevano pembrolizumab più chemioterapia.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
51.9/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Chemioterapia per 11 anni senza tumore, Becky Jones fa causa all'ospedale di Coventry Zazoom Social News
Becky Jones ha scoperto di non aver mai avuto il tumore al cervello per cui era stata curata per 11 anni con chemioterapia. La donna, oggi 34enne e madre di due figli, ha avviato un'azione legale contro l'ospedale di Coventry.
Per gran parte della sua vita adulta Becky Jones ha assunto un farmaco chemioterapico convinta di avere un tumore cerebrale aggressivo e inoperabile. Solo anni dopo la fine delle cure ha scoperto che quella diagnosi era sbagliata e che la patologia di cui soffriva non era un cancro.
La vicenda risale al 2012, quando Jones aveva 21 anni. Dopo la comparsa di forti emicranie fu sottoposta ad accertamenti e le venne diagnosticato un glioblastoma di grado quattro. Alla giovane fu prospettata una sopravvivenza molto breve e iniziò il trattamento con temozolomide, noto anche come TMZ, sotto la cura dell'oncologo Ian Brown all'University Hospital di Coventry (Regno Unito).
Jones racconta che le fu indicato di continuare il farmaco a lungo termine, nonostante il regime ordinario per il glioblastoma preveda un numero limitato di cicli. La terapia proseguì per circa undici anni e provocò pesanti effetti collaterali, tra cui nausea, dolori allo stomaco, afte e una stanchezza persistente.
Le conseguenze andarono oltre la salute fisica. Per timore delle infezioni la donna ridusse drasticamente gli incontri sociali e familiari, dovette affrontare limitazioni alla guida e rinunciò alle attività sportive che praticava regolarmente. Anche il progetto di entrare in polizia venne accantonato. Le era stato inoltre prospettato il rischio di non poter avere figli, mentre in seguito è diventata madre di due bambini.
Negli anni Jones iniziò a nutrire dubbi perché le risonanze magnetiche, a suo dire, non sembravano mostrare la presenza della massa. Le perplessità non portarono però a una revisione sostanziale della diagnosi e il trattamento continuò.
La svolta arrivò nel 2024, quando la donna venne informata che la chemioterapia sarebbe stata sospesa dopo il pensionamento di Ian Brown. Nel maggio 2025, attraverso una valutazione indipendente richiesta dai suoi legali e affidata a specialisti, arrivò la conclusione che cambiò completamente il quadro clinico.
Secondo gli esperti, Jones non aveva mai avuto un tumore cerebrale. La condizione era invece una demielinizzazione tumefattiva, una patologia infiammatoria che può produrre lesioni simili a quelle tumorali nelle immagini diagnostiche e che viene normalmente gestita in ambito neurologico, anche con corticosteroidi ad alte dosi.
La donna ha quindi avviato un'azione legale contro l'University Hospitals Coventry and Warwickshire NHS Trust. Il suo caso rientra in un gruppo di oltre 40 pazienti che hanno sollevato contestazioni riguardo a trattamenti oncologici prolungati o ritenuti non necessari ricevuti sotto la cura dello stesso specialista.
Una revisione del Royal College of Physicians ha preso in esame 20 casi. Quindici sono stati giudicati complessivamente insoddisfacenti, con criticità nella gestione clinica, nella valutazione dei pazienti e nel confronto con i gruppi multidisciplinari. L'analisi riguarda anche l'impiego prolungato del temozolomide oltre i periodi normalmente previsti.
Altri pazienti hanno riferito conseguenze importanti dopo anni di trattamento, tra cui problemi di fertilità, forte debilitazione e patologie successive. L'ospedale ha rivalutato i pazienti interessati e ha avviato ulteriori controlli sulle procedure interne, mentre proseguono le verifiche sulle modalità con cui le terapie sono state prescritte e monitorate.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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46.7/100
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Criteri Critici
L’intelligenza artificiale rivoluziona la cura del tumore al polmone italiareportusa.com
L’intelligenza artificiale promette di trasformare radicalmente il trattamento del carcinoma polmonare non a piccole cellule metastatico, la forma più diffusa di tumore ai polmoni. Grazie ai risultati del progetto di ricerca internazionale I3LUNG, i medici disporranno di uno strumento in grado di valutare in anticipo la risposta dei pazienti alle terapie immunologiche, consentendo di formulare percorsi di cura estremamente mirati e su misura per ogni singolo caso.
Come funziona l’algoritmo sviluppato in quattro anni di studio
La ricerca è il frutto di quattro anni di lavoro coordinato dalla dottoressa Arsela Prelaj, oncologa della Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano e ha visto il coinvolgimento di quasi 2.400 pazienti. Lo studio ha raccolto e integrato quattro differenti categorie di informazioni: tomografie computerizzate, dati di patologia digitale, analisi genomiche ed esami di laboratorio tradizionali.
Attraverso modelli avanzati di machine learning e deep learning, i ricercatori hanno generato un algoritmo capace di stratificare con precisione i malati e anticipare l’efficacia dei diversi regimi di immunoterapia.
I vantaggi clinici e la valutazione dei medici
Attualmente l’immunoterapia, somministrata da sola o insieme alla chemioterapia, rappresenta lo standard di cura per questa patologia, ma porta con sé diversi limiti: possibili elevate tossicità, una ridotta efficacia nel lungo periodo e la possibilità di verificare il successo del trattamento solo a terapia già avvenuta.
Lo strumento sviluppato ribalta questa logica, permettendo di identificare fin da subito chi trarrà reale beneficio dalle cure. Un ulteriore test di usabilità ha dimostrato che l’impiego di questa tecnologia offre vantaggi concreti nella stima della risposta terapeutica non solo agli oncologi specializzati nelle neoplasie polmonari ma a una platea clinica molto più ampia.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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53.7/100
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Criteri Critici
Risonanza magnetica prostatica: perché sempre più urologi la prescrivono prima di pensare alla biopsia My-personaltrainer
Nella pratica clinica, la scelta di eseguire una risonanza magnetica prostatica prima della biopsia dipende da diversi fattori: valori di PSA, età, storia familiare, esito della visita rettale digitale e, in alcuni casi, risultati di esami precedenti. Per questo motivo le linee guida raccomandano di discutere il percorso diagnostico con lo specialista urologo , che può valutare rischi, benefici e tempistiche più appropriate per ogni situazione.
La risonanza magnetica non sostituisce il PSA né la visita urologica, ma li integra. Il suo ruolo è soprattutto quello di selezionare meglio i pazienti che trarranno reale beneficio dalla biopsia e di guidare in modo più preciso il prelievo, aumentando la probabilità di campionare l’area sospetta.
Negli ultimi anni la risonanza magnetica prostatica è entrata stabilmente nel percorso diagnostico dell’ iperplasia prostatica e soprattutto del sospetto tumore della prostata . Sempre più urologi la richiedono prima di proporre una biopsia prostatica , perché consente di vedere meglio dove intervenire e, in alcuni casi selezionati, di rimandare o evitare il prelievo di tessuto.
Perché la risonanza magnetica multiparametrica vede ciò che la biopsia “alla cieca” può perdere
La risonanza magnetica prostatica utilizzata nel sospetto tumore è in genere una risonanza magnetica multiparametrica (mpMRI). Questo esame combina diverse sequenze di imaging, come le immagini pesate in T2, la diffusione (DWI) e, in molti centri, lo studio dinamico con mezzo di contrasto (DCE). L’integrazione di questi parametri consente di caratterizzare meglio il tessuto prostatico, distinguendo aree più sospette per tumore da zone compatibili con infiammazione o iperplasia benigna.
Diversi studi suggeriscono che la mpMRI abbia una sensibilità elevata per i tumori clinicamente significativi, cioè quelli con maggior probabilità di crescere e dare metastasi, e una minore sensibilità per i tumori molto piccoli e a basso grado. Questo aspetto, che potrebbe sembrare un limite, è in realtà un vantaggio clinico, perché permette di concentrare l’attenzione sui tumori che richiedono un trattamento e di ridurre la sovradiagnosi di lesioni indolenti.
Tradizionalmente, la biopsia prostatica viene eseguita in modo sistematico, con prelievi multipli distribuiti in modo standardizzato, spesso sotto guida ecografica transrettale. Questo approccio, pur consolidato, è in parte “alla cieca”: non sempre i campioni intercettano l’area tumorale più aggressiva, soprattutto se la lesione è piccola o localizzata in zone difficili da raggiungere. La risonanza magnetica, invece, consente di localizzare le aree sospette e di attribuire loro un punteggio di rischio secondo sistemi standardizzati come il PI-RADS, che va da 1 (lesione molto improbabile) a 5 (lesione altamente sospetta).
Le evidenze scientifiche indicano che, quando la biopsia viene eseguita in modo mirato sulle aree sospette identificate dalla mpMRI, spesso in combinazione con biopsie sistematiche, aumenta il tasso di rilevazione dei tumori clinicamente significativi e diminuisce il numero di tumori a basso rischio diagnosticati. In altre parole, la risonanza magnetica non elimina la necessità della biopsia, ma la rende più precisa e selettiva, con un miglior rapporto tra benefici diagnostici e rischi della procedura.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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“Vito Fazzi”: in radioterapia il nuovo acceleratore lineare e l’intelligenza artificiale LeccePrima
LECCE – La radioterapia dell’ospedale “Vito Fazzi” di Lecce si prepara a compiere un salto tecnologico con l’attivazione del nuovo acceleratore lineare, la cui prima seduta su paziente è prevista per il 30 settembre pomeriggio.
L’apparecchiatura, già installata, è sottoposta in questi giorni alle verifiche proteximetriche e di efficienza da parte della fisica sanitaria, mentre il 28, 29 e 30 settembre mattina sono in programma prove in vitro con affiancamento degli specialisti dell'azienda produttrice.
Nuova Tc di simulazione già operativa
L’acceleratore si inserisce in un più ampio percorso di ammodernamento che ha già portato, nel mese di giugno, all'entrata in funzione della nuova Tc di simulazione dedicata alla radioterapia, acquistata con fondi del piano nazionale di ripresa e resilienza.
Si tratta di una Tc a 128 strati con un diametro di 82 centimetri, dotata di soluzioni avanzate di imaging basate sull’intelligenza artificiale. Un software dedicato supporta gli operatori nell’ottimizzazione automatica delle immagini, adattando i parametri di acquisizione alle caratteristiche di ciascun paziente. Il diametro di 82 centimetri consente il corretto posizionamento anche con i moderni sistemi di immobilizzazione già in uso nel reparto.
Intelligenza artificiale per la delineazione automatica
La nuova Tc è stata implementata con accessori e software dedicati all'autocontouring, che permettono la delineazione automatica del volume bersaglio e degli organi a rischio, sempre sotto il controllo e la validazione degli specialisti in radioterapia oncologica. Disporre di immagini ad alta definizione e di strumenti avanzati di intelligenza artificiale, spiega la Asl Lecce, significa poter pianificare trattamenti più accurati e personalizzati, migliorando la qualità delle cure offerte ai pazienti oncologici.
Monitoraggio in tempo reale e gating respiratorio
Grazie al supporto della fisica sanitaria è stato inoltre implementato il sistema Sgrt AlignRT, una piattaforma che consente di monitorare in tempo reale la posizione del paziente durante l'intera seduta radioterapica.
Nelle prossime settimane il sistema sarà potenziato con l'attivazione del modulo dedicato al gating respiratorio, una tecnica che sincronizza l’erogazione della radioterapia con il ciclo respiratorio del paziente, riducendo la dose ai tessuti sani circostanti nel trattamento dei tumori soggetti al movimento respiratorio.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
43.3/100
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Criteri Critici
Il Tribunale del Riesame di Torino ha ordinato la custodia cautelare in carcere per l’indagato per violenza sessuale ai danni di una tredicenne in un minimarket nel capoluogo piemontese. I giudici hanno accolto l’impugnazione della procura contro la decisione…
I giudici hanno accolto l’impugnazione della procura contro la decisione del gip, che lo scorso 31 agosto aveva disposto l’obbligo di firma quotidiano. L’episodio si era verificato il 28 agosto in un esercizio commerciale del quartiere Borgo Vittoria
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Il Tribunale del Riesame di Torino ha ordinato la custodia cautelare in carcere per l’indagato per violenza sessuale ai danni di una tredicenne in un minimarket nel capoluogo piemontese. I giudici hanno accolto l’impugnazione della procura contro la decisione del gip, che lo scorso 31 agosto aveva disposto l’obbligo di firma quotidiano. L’episodio si era verificato il 28 agosto in un esercizio commerciale del quartiere Borgo Vittoria.
Lunedì l’uomo durante l’udienza aveva dichiarato: “Sono dispiaciuto, voglio farmi aiutare”. Il giudice per le indagini preliminari lo aveva scarcerato con la misura dell’obbligo di firma, nonostante nelle immagini di videosorveglianza del negozio si vedesse che poco prima lo stesso uomo avesse assaltato una donna adulta che era riuscita a uscire. Nelle motivazioni, pur riconoscendo la gravità della condotta, il magistrato aveva scritto che l’indagato si era scusato, era stato collaborativo e risultava incensurato.
La procura, che aveva chiesto il carcere per l’indagato, aveva impugnato la decisione del giudice e lunedì si è tenuta l’udienza davanti al Tribunale del Riesame. Al termine, i giudici si erano riservati la decisione. Anche la difesa aveva impugnato l’ordinanza del gip e ha depositato una memoria nella quale riferiva, tra l’altro, che l’indagato avrebbe ribadito il proprio dispiacere per quanto accaduto. Il 42enne aveva inoltre manifestato l’intenzione di non voler più lavorare a contatto con il pubblico e di voler intraprendere un percorso rivolto agli uomini autori di comportamenti violenti.
I fatti
I fatti contestati risalgono agli ultimi giorni di agosto. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, la tredicenne era entrata nel minimarket quando si sarebbe verificato l’episodio per il quale il 42enne è stato arrestato. La polizia aveva contestato all’uomo di avere abusato della condizione di inferiorità fisica o psichica della minorenne. Nella stessa giornata gli investigatori avevano inoltre accertato un secondo episodio analogo, sempre all’interno dell’esercizio commerciale, che avrebbe avuto come vittima una donna di circa 40 anni.
Il gip, nell’esaminare la richiesta della Procura, aveva riconosciuto la presenza di gravi indizi di colpevolezza, ma non aveva convalidato il fermo. Secondo il giudice, infatti, non sarebbe stato ravvisabile il necessario pericolo di fuga. Quanto alle esigenze cautelari, il gip aveva ritenuto che potessero essere adeguatamente garantite attraverso l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, misura meno afflittiva rispetto alla custodia cautelare. L’uomo per il giudice era risultato collaborativo e dispiaciuto appunto.
Il caso
La scarcerazione aveva innescato una polemica bipartisan sul fatto che l’uomo fosse tornato libero e potenzialmente capace di ripetere le violenze che per quanto di lieve entità, secondo il codice, sono comunque avvenute su due donne, di cui una minorenne. La ragazzina era uscita dal minimarket sotto shock, “disgustata” e incapace di muoversi. Aveva chiesto aiuto a un amico e poi la madre aveva presentato la denuncia.
Nei giorni scorsi, sul caso è intervenuto anche il questore di Torino, Massimo Gambino, che aveva emesso nei confronti del 42enne un avviso orale. Il provvedimento è stato notificato dagli agenti del commissariato Madonna di Campagna. Nell’avviso, il questore aveva richiamato gli elementi che, secondo la Questura, indicavano una pericolosità sociale dell’uomo e una propensione a commettere condotte lesive dell’integrità e della libertà sessuale altrui. L’avviso orale è una misura di prevenzione che consiste in un richiamo formale a mantenere una condotta conforme alla legge e non comporta, di per sé, una limitazione della libertà personale. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, aveva anche ventilato l’ipotesi che all’uomo, cittadino bengalese, potesse essere revocata la protezione speciale.
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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38.5/100
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Criteri Critici
Tumori: Dlbcl, disponibile in Italia nuovo trattamento glofitamab-GemOx in seconda linea Adnkronos
È disponibile e rimborsata anche in Italia la combinazione dell'anticorpo bispecifico glofitamab e chemioterapia (GemOx) per il trattamento dei pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B (Dlbcl), che presentano una recidiva o una malattia refrattaria dopo la prima linea di trattamento. In questi pazienti, i dati dello studio internazionale di fase 3 Starglo mostrano un miglioramento della sopravvivenza globale e sopravvivenza libera da progressione, con benefici significativi rispetto allo standard di cura. Inoltre, la terapia è a durata fissa e immediatamente disponibile 'off-the-shelf' per la somministrazione.
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Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Screening oncologici, adesioni ancora basse e forti divari My-personaltrainer
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La partecipazione agli screening oncologici organizzati dal Servizio Sanitario Nazionale rappresenta uno degli strumenti più importanti per individuare i tumori in fase precoce. Nonostante ciò, i dati più recenti mostrano che una parte consistente delle persone invitate non aderisce ai programmi di prevenzione, con differenze marcate tra le diverse aree del Paese. In Commissione Affari sociali sono stati presentati nuovi numeri sulla copertura degli screening inclusi nei livelli essenziali di assistenza, insieme a una riflessione sulle cause delle mancate adesioni e sulle possibili strategie per migliorare l’equità di accesso alla prevenzione.
I numeri degli inviti e delle adesioni agli screening oncologici Nella fascia di popolazione prevista dai livelli essenziali di assistenza vengono invitati a effettuare gli screening oncologici 16 milioni di persone. Secondo i dati presentati, solo 6,48 milioni rispondono all’invito. Si tratta di numeri che, è stato sottolineato, richiedono particolare attenzione, in quanto mettono in evidenza un forte divario tra Nord e Sud. La questione non riguarda solo la quantità assoluta di adesioni, ma anche le differenze territoriali nell’accesso e nella partecipazione ai programmi di prevenzione.
Screening mammografico, cervice uterina e colon-retto Nel dettaglio, per lo screening mammografico nel 2024 sono state invitate 4,08 milioni di donne tra i 50 e i 69 anni, prima dell’ampliamento della fascia di età introdotto dal ministro della Salute. L’adesione si attesta al 53,8%, con un trend in aumento, ma con ancora significative differenze regionali. Per quanto riguarda lo screening del tumore della cervice uterina, l’adesione si colloca intorno al 42%, mentre per lo screening colorettale risulta ancora più bassa, pari al 35,8%. Questi dati suggeriscono una diversa propensione alla partecipazione a seconda del tipo di esame e confermano la presenza di ostacoli, non solo organizzativi ma anche culturali, alla piena diffusione dei programmi.
Perché gli screening sono così importanti Gli screening oncologici organizzati sono programmi di sanità pubblica offerti alla popolazione sana in determinate fasce di età, con l’obiettivo di individuare lesioni precancerose o tumori in fase iniziale, quando le possibilità di trattamento efficace sono generalmente maggiori. Non si tratta di esami diagnostici rivolti a persone con sintomi, ma di controlli periodici programmati per chi non ha disturbi. In genere lo screening mammografico è destinato alle donne in età adulta per la prevenzione e la diagnosi precoce del tumore della mammella; lo screening per la cervice uterina ha lo scopo di intercettare alterazioni del collo dell’utero prima che evolvano in forme tumorali; lo screening colorettale mira a identificare polipi o lesioni del colon-retto che possono essere trattati prima che si trasformino in tumore. Secondo il consenso scientifico internazionale, questi programmi, quando ben organizzati e con una buona adesione, contribuiscono in modo rilevante a ridurre la mortalità per i tumori bersaglio.
Divari territoriali e necessità di maggiore equità I dati presentati mettono in rilievo non solo livelli di adesione ancora contenuti, ma anche un forte divario tra Nord e Sud del Paese. Le differenze regionali riguardano sia l’organizzazione concreta dei programmi sia la risposta della popolazione, con conseguenze potenziali sulla tempestività delle diagnosi. È stato evidenziato come sia necessario continuare a lavorare per aumentare l’adesione agli screening e garantire una maggiore equità nell’accesso alla prevenzione su tutto il territorio nazionale. L’equità, in questo contesto, significa che le persone, indipendentemente dal luogo in cui vivono, possano ricevere la stessa opportunità di partecipare a programmi di screening efficaci e ben organizzati.
Comprendere le cause delle mancate adesioni Per raggiungere gli obiettivi prefissati, è stato indicato come primo passo la necessità di comprendere le cause delle adesioni ancora limitate. Tra i fattori richiamati figurano l’alfabetizzazione sanitaria, la fiducia nei servizi e le barriere culturali. L’alfabetizzazione sanitaria riguarda la capacità delle persone di comprendere le informazioni su salute e malattia, interpretare correttamente gli inviti allo screening e valutare i benefici e i rischi degli esami proposti. La fiducia nei servizi sanitari e gli ostacoli culturali possono influenzare in modo significativo la decisione di partecipare: ad esempio, timori legati all’esame, sfiducia nelle istituzioni o convinzioni personali possono portare a rimandare o a non presentarsi all’appuntamento. Le evidenze internazionali mostrano che informazione chiara, comunicazione efficace e percorsi assistenziali ben organizzati aiutano a superare molte di queste barriere.
Tumore al polmone non a piccole cellule con mutazione HER2: trastuzumab deruxtecan migliora la sopravvivenza libera da progressione come trattamento di prima linea - Daily Health Industry -
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Tumore al polmone non a piccole cellule con mutazione HER2: trastuzumab deruxtecan migliora la sopravvivenza libera da progressione come trattamento di prima linea Daily Health Industry -
Trastuzumab deruxtecan ha prodotto un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante della sopravvivenza libera da progressione (PFS) rispetto allo standard di cura (chemioterapia con doppietta platino-pemetrexed più pembrolizumab) come trattamento di prima linea dei pazienti nel tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC) non squamoso, non resecabile, localmente avanzato o metastatico con mutazione di HER2.
È quanto emerge dallo studio di Fase III DESTIN-Lung04 presentato nel corso del Presidential Symposium 2 alla IASLC 2026 World Conference on Lung Cancer ((Seoul, 12-15 settembre) organizzata dall’International Association for the Study of Lung Cancer. Trastuzumab deruxtecan è un anticorpo monoclonale farmaco-coniugato (ADC) specificamente diretto contro HER2, scoperto da Daiichi Sankyo e sviluppato e commercializzato congiuntamente da Daiichi Sankyo e AstraZeneca.
Lo studio
Lo studio DESTINY-Lung04 ha arruolato 454 pazienti in molteplici centri in Asia, Europa e America del Nord. Circa tre quarti (75,8%) dei pazienti nel braccio trastuzumab deruxtecan presentavano una malattia de novo, cioè il tumore polmonare era stato diagnosticato per la prima volta in fase metastatica, e quasi un quarto (22,9%) presentava metastasi cerebrali al basale. I partecipanti allo studio avevano ricevuto in precedenza radioterapia, chemioterapia, immunoterapia o terapia mirata per la malattia in fase iniziale.
La durata mediana del follow-up è stata di 21,6 mesi nei pazienti che ricevevano trastuzumab deruxtecan e di 20,4 mesi nei pazienti che ricevevano pembrolizumab più chemioterapia. Al cut-off dei dati del 9 giugno 2026, 50 pazienti erano ancora in trattamento nello studio, dei quali 40 continuavano a ricevere trastuzumab deruxtecan e 10 ricevevano pembrolizumab più chemioterapia.
Le evidenze
Nell’analisi dell’endpoint primario, la monoterapia con trastuzumab deruxtecan ha ridotto del 37,0% il rischio di progressione di malattia o morte rispetto a pembrolizumab più chemioterapia (hazard ratio [HR] = 0,63; intervallo di confidenza [IC] al 95%: 0,50-0,79; p<0,0001).
La sopravvivenza libera da progressione mediana, valutata mediante revisione centrale indipendente in cieco (BICR), è stata di 14,3 mesi (IC al 95%: 12,4-16,5) con trastuzumab deruxtecan rispetto a 8,3 mesi (IC al 95%: 7,0-9,9) con pembrolizumab più chemioterapia.
Un trend favorevole di sopravvivenza libera da progressione è stato osservato anche nei principali sottogruppi, inclusi i fattori di stratificazione predefiniti, quali presenza o anamnesi di metastasi cerebrali, stato di fumatore, stato mutazionale di HER2 (esone 19 o esone 20), malattia de novo o recidivante e presenza di metastasi epatiche.
Il tasso di risposta obiettiva (ORR) con trastuzumab deruxtecan è risultato del 70,0% (IC 95%: 63,6-75,9) rispetto al 44,5% (IC 95%: 37,9-51,2) con pembrolizumab più chemioterapia.
La durata mediana della risposta (DOR) con trastuzumab deruxtecan è stata di 13,4 mesi (IC 95%: 10,4-17,2) e di 9,7 mesi (IC 95%: 7,0-11,1) con pembrolizumab più chemioterapia. La PFS2 (tempo dall’inizio del trattamento alla seconda progressione del tumore o al decesso per qualsiasi causa) mediana con trastuzumab deruxtecan è stata di 22,7 mesi (IC 95%: 20,3-26,3) rispetto a 17,3 mesi (IC 95%: 15,6-21,8) con pembrolizumab più chemioterapia.
Il profilo di sicurezza del farmaco
Il profilo di sicurezza di trastuzumab deruxtecan osservato nello studio DESTINY-Lung04 è risultato in generale coerente con il profilo già noto, e non sono stati identificati nuovi segnali di sicurezza. Eventi avversi correlati al trattamento (TRAE) di grado 3 o superiore si sono verificati nel 34,1% dei pazienti trattati. Il più comune evento avverso correlato al trattamento di grado 3 o superiore, verificatosi nel 5% o più dei pazienti trattati con trastuzumab deruxtecan, è stato la neutropenia (11,1%). Eventi di malattia polmonare interstiziale (ILD) o polmonite si sono verificati nel 20,8% dei pazienti trattati con trastuzumab deruxtecan, come osservato da un comitato indipendente di valutazione. La maggior parte degli eventi di malattia polmonare interstiziale o polmonite era di basso grado (grado 1 [n=7; 3,1%] o grado 2 [n=30; 13,3%]). Nel braccio trastuzumab deruxtecan si sono verificati cinque (2,2%) eventi di malattia polmonare interstiziale di grado 3, uno (0,4%) di grado 4 e quattro (1,8%) di grado 5.
I commenti degli esperti
“Ogni anno in Italia vengono stimati circa 45.000 nuovi casi di carcinoma polmonare – afferma Silvia Novello, Presidente WALCE (Women Against Lung Cancer in Europe), Professore ordinario di Oncologia Medica all’Università degli Studi di Torino e responsabile dell’Oncologia Medica presso l’AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano –Il tumore del polmone non a piccole cellule con mutazione di HER2 è una patologia aggressiva, per la quale gli attuali standard di cura in prima linea hanno scarsa efficacia e molti pazienti presentano progressione di malattia entro un anno dall’inizio del trattamento. Con un tasso di risposta obiettiva del 70% e una sopravvivenza libera da progressione mediana di 14,3 mesi, trastuzumab deruxtecan ha sicuramente le caratteristiche per diventare una nuova opzione di cura di prima linea per questi pazienti”.
“Circa il 4% dei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule presenta la mutazione della proteina HER2 – aggiunge Antonio Passaro, Direttore della Divisione di Oncologia Toracica all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano – La presenza della mutazione HER2 rende la neoplasia sensibile a farmaci diretti contro questo target. Trastuzumab deruxtecan combina un anticorpo monoclonale con un agente citotossico ed è altamente selettivo per le cellule tumorali, riducendo al minimo i danni alle cellule sane circostanti e aumentando l’efficacia del trattamento nei pazienti con tumore con mutazione di HER2. È importante distinguere la mutazione di HER2 dalla sovraespressione di questa proteina. Sono alterazioni biologicamente differenti e non identificano necessariamente gli stessi pazienti. I risultati dello studio DESTINY-Lung04 rafforzano l’importanza della profilazione molecolare completa al momento della diagnosi, così da identificare anche alterazioni meno frequenti ma trattabili”.
“Trastuzumab deruxtecan è il primo farmaco e anticorpo-farmaco coniugato diretto contro HER2 approvato per i pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule con mutazione di HER2 ed è diventato un trattamento standard di seconda linea”, afferma John Tsai, MD, Global Head of R&D, Daiichi Sankyo,“Il beneficio di sei mesi in termini di sopravvivenza libera da progressione e gli elevati tassi di risposta osservati nello studio DESTINY-Lung04 rafforzano l’importanza di bersagliare direttamente HER2 in questi pazienti e sostengono il potenziale di trastuzumab deruxtecan nel setting di prima linea, nel quale l’obiettivo fondamentale è ritardare il più a lungo possibile la progressione di malattia”.
“DESTINY-Lung04 è il primo studio di fase 3 che dimostra una sopravvivenza libera da progressione superiore rispetto allo standard di cura di prima linea nei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule avanzato con mutazione di HER2”, conclude Susan Galbraith, Executive Vice President, Oncology Hematology R&D, AstraZeneca,“Questi risultati si aggiungono al crescente corpus di evidenze a sostegno di trastuzumab deruxtecan come trattamento importante per i pazienti con alterazioni di HER2 e ne sottolineano il potenziale ruolo al momento della diagnosi di malattia metastatica, quando il trattamento ha la maggiore opportunità di migliorare gli esiti”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
56.3/100
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Criteri Critici
Gastroenterologia, a Viterbo confronto su esami, terapie e screening del colon-retto Civonline
Individuare per ogni paziente le terapie e gli esami più indicati, migliorare il raccordo tra ospedale e territorio e rafforzare la partecipazione allo screening del tumore del colon-retto. Sono i principali temi del convegno “Appropriatezza prescrittiva e screening in gastroenterologia”, in programma sabato 19 settembre nella sede di Unindustria a Viterbo.
L’iniziativa è promossa da Aigo Lazio, sezione regionale dell’Associazione italiana gastroenterologi ed endoscopisti digestivi ospedalieri, insieme all’unità operativa di Gastroenterologia ed endoscopia digestiva di Viterbo.
Responsabili scientifici sono Costantino Zampaletta, direttore dell’unità operativa dell’ospedale Santa Rosa e presidente di Aigo Lazio, Carlotta Sacchi e Massimo Marignani.
«L’appropriatezza consiste nello scegliere una terapia o un esame sulla base del bisogno clinico della persona, delle evidenze disponibili e del rapporto tra benefici e rischi – spiega Zampaletta –.
In gastroenterologia queste scelte richiedono un confronto costante tra specialisti e medici di medicina generale, anche per individuare priorità e i tempi più adeguati di accesso agli accertamenti».
Il convegno nasce quindi con l’obiettivo di mettere in comune esperienze e affrontare le difficoltà incontrate dai professionisti nella pratica quotidiana, riservando un’attenzione particolare ai pazienti anziani affetti da più patologie.
La giornata sarà articolata in quattro sessioni. La prima affronterà l’appropriatezza delle terapie farmacologiche, approfondendo le indicazioni per l’impiego di antibiotici non riassorbibili, acido ursodesossicolico, inibitori di pompa protonica ed enzimi pancreatici.
La seconda metterà a confronto le valutazioni del gastroenterologo e del medico di famiglia sulle indicazioni alla gastroscopia e alla colonscopia. Al centro della discussione ci saranno l’effettiva utilità clinica degli esami, le liste di attesa e la definizione dei tempi più appropriati per la loro esecuzione.
La terza sessione sarà invece dedicata alle procedure endoscopiche avanzate, con particolare attenzione al rapporto tra rischi e benefici. Zampaletta interverrà sulla rimozione dei polipi nei pazienti anziani con patologie associate.
Seguirà un confronto aperto tra medici di medicina generale e gastroenterologi sulle criticità del lavoro quotidiano e sulle possibili soluzioni per rendere più efficace la relazione tra ospedale e servizi territoriali.
Nel pomeriggio l’attenzione si concentrerà sul ruolo dello screening del tumore del colon-retto. I dati relativi all’adesione nella provincia di Viterbo saranno messi a confronto con quelli regionali, mentre sarà approfondito il ruolo del medico di famiglia nel favorire la partecipazione dei cittadini e il corretto accesso al programma.
Spazio anche alla qualità della colonscopia di screening, alla preparazione all’esame, ai requisiti dei centri e alla necessità di costruire una rete regionale.
«La collaborazione tra azienda sanitaria, società scientifiche e medicina generale è fondamentale per tradurre l’aggiornamento professionale in percorsi assistenziali sempre più coordinati – sottolinea il direttore generale della Asl di Viterbo, Egisto Bianconi –. Appropriatezza e prevenzione riguardano concretamente la possibilità di accompagnare ogni cittadino verso la risposta più indicata».
Sul fronte dello screening del colon-retto, conclude Bianconi, il raccordo tra professionisti e servizi è essenziale per aumentare l’adesione e assicurare continuità all’interno percorso, dal primo invito fino agli eventuali esami di approfondimento.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Linfoma cutaneo a cellule T, esperta: "Diagnosi difficile per sintomi dermatologici" La Gazzetta del Mezzogiorno
Roma, 15 set. (Adnkronos Salute) - Colpisce principalmente la pelle e che può presentarsi per anni con segni simili a patologie dermatologiche comuni come dermatite, eczema o psoriasi: è il linfoma cutaneo a cellule T (Ctcl), un raro gruppo di linfomi non-Hodgkin il cui percorso di diagnosi spesso è lungo e complesso. Oggi, nella Giornata mondiale della consapevolezza sul linfoma (World Lymphoma Awareness Day), Kyowa Kirin richiama l’attenzione sul Ctcl con iniziative come ‘Ctcl Answers’, una piattaforma (ctclanswers.com/it-it ) dedicata a pazienti e caregiver con informazioni sulla patologia, sul percorso diagnostico e sugli aspetti pratici della gestione della malattia. La Ctcl - riferisce una nota - rappresenta circa il 4% di tutti i linfomi non-Hodgkin e fino all’80% di tutti i linfomi cutanei primitivi e che colpisce circa 240 persone su milione in Europa. La micosi fungoide e la sindrome di Sézary sono le forme più frequenti della patologia. Di fronte a manifestazioni cutanee persistenti o non responsive ai trattamenti abituali, è importante rivolgersi allo specialista per una valutazione clinica appropriata.
Ricevere una diagnosi di Ctcl è spesso un momento di profondo disorientamento. Oltre alla complessità clinica di una malattia rara, la persona si trova improvvisamente a fare i conti con dubbi, paure e domande sul futuro. In questa fase, accedere a informazioni chiare e affidabili non è un dettaglio: è parte integrante del percorso di cura. “Il linfoma cutaneo a cellule T è una patologia complessa, che si colloca tra dermatologia ed ematologia: nasce e si manifesta sulla pelle, ma porta con sé anche il peso psicologico di una diagnosi oncologica rara”, spiega Silvia Alberti Violetti, professoressa associata di malattie cutanee e veneree e direttrice della Scuola di specializzazione in Dermatologia e venereologia dell'Università degli Studi di Milano, nonché dermatologa presso la Fondazione Irccs Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico ed esperta nella diagnosi e nella gestione dei linfomi cutanei. “Rendere il paziente consapevole è parte integrante della cura - aggiunge - conoscere la propria malattia aiuta a distinguere i cambiamenti realmente significativi dalle variazioni quotidiane della pelle, riducendo ansia e incertezza e favorendo una partecipazione più attiva al percorso terapeutico”.
Il Ctcl si manifesta frequentemente in età adulta, in una fase della vita in cui molte persone ricoprono un ruolo centrale in famiglia come genitori, partner o caregiver. Una diagnosi di malattia rara può cambiare profondamente questi equilibri. Non di rado il paziente tende inizialmente a minimizzare le proprie difficoltà per non gravare sui propri cari — proprio quando avrebbe più bisogno di supporto.
Oggi - si legge nella nota - sono disponibili opzioni terapeutiche che hanno ampliato le possibilità di trattamento per molte persone con Ctcl. La collaborazione tra dermatologi, ematologi e altri professionisti sanitari è un elemento centrale della presa in carico, così come il supporto psicologico e informativo lungo tutto il percorso. Accanto ai pazienti, un ruolo fondamentale è svolto dai caregiver — spesso familiari chiamati a condividere l’impatto emotivo, pratico e organizzativo della malattia. Essere vicini a una persona con Ctcl richiede ascolto, orientamento e strumenti: per questo la rete familiare, sociale e associativa è un pilastro del percorso di cura.
“In Kyowa Kirin riconosciamo il valore fondamentale del ruolo svolto dai caregiver e dalle associazioni pazienti - afferma Angela Gonzalez Fernandez, Southern Cluster Corporate Affairs & Patient Partnership Director, Kyowa Kirin - Accanto alla ricerca e all'innovazione terapeutica, le persone hanno bisogno di ascolto, orientamento e informazioni affidabili che consentano loro di comprendere meglio la malattia e affrontarla con maggiore consapevolezza. Nel caso di malattie rare e complesse, come i linfomi cutanei, le associazioni svolgono un ruolo chiave perché contribuiscono a dare voce ai bisogni dei pazienti e delle loro famiglie. Per questo sosteniamo iniziative e collaborazioni volte ad accompagnare le persone lungo tutto il percorso di cura”.
L'impegno a favore della comunità dei pazienti prosegue anche attraverso la collaborazione con La Lampada di Aladino Ets, con cui Kyowa Kirin sta sviluppando un leaflet informativo dedicato alle persone che convivono con il Ctcl e ai loro familiari. “Quando arriva una diagnosi rara, non è coinvolta soltanto la persona che la riceve. Anche i familiari si trovano ad affrontare dubbi, paure e la necessità di comprendere cosa accadrà dopo”, commenta Davide Petruzzelli, presidente de La Lampada di Aladino Ets e vicepresidente Favo, Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia. “In questo scenario - prosegue - le associazioni pazienti esprimono oggi una pluralità di funzioni che superano il ruolo puramente vicario: oltre a rappresentare un punto di riferimento e di conforto fondamentale per malati e famiglie, rivendicano un ruolo attivo nella programmazione all’interno delle Reti oncologiche/ematologiche regionali, un diritto oggi formalmente normato ma che richiede ancora una piena applicazione pratica. Nessuno dovrebbe sentirsi solo di fronte a una diagnosi di Ctcl”. Nella Giornata mondiale della consapevolezza sul linfoma, l’invito a pazienti, familiari e operatori sanitari - conclude la nota - è di non sottovalutare segni e sintomi persistenti della pelle e di rivolgersi allo specialista in caso di dubbi. Nelle malattie rare, la consapevolezza è spesso il primo passo verso una diagnosi e verso un percorso di cura più sereno e partecipato.
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Tumori: Dlbcl, Ladisa (Int), ‘glofitamab-GemOx migliora efficacia e riduce costi’ Quotidiano Nazionale
Tumori: Dlbcl, Ladisa (Int), ‘glofitamab-GemOx migliora efficacia e riduce costi’ “Il trattamento glofitamab-GemOx si traduce non solo in un miglioramento dell'efficacia sanitaria per il paziente, ma porta benefici a tutto ciò che è correlato al suo percorso di cura. Nell'ambito di questa nuova strategia si possono annoverare vantaggi innegabili: in primo luogo, la durata fissa della terapia, un fattore cruciale che permette di programmare e definire una predittività sia sul piano dell'efficacia clinica, sia su quello dell'allocazione delle risorse economiche. Allo stesso tempo, si ottiene un risparmio, o quantomeno una riduzione dei costi, sui trattamenti successivi o più tardivi”. Lo ha detto Vito Ladisa, direttore della struttura complessa di Farmacia ospedaliera della Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano, all’incontro con la stampa dedicato al nuovo trattamento che combina l’anticorpo bispecifico e chemioterapia per il trattamento del linfoma diffuso a grandi cellule B (Dlbcl) recidivato o refrattario, disponibile in Italia.
Oggi la combinazione glofitamab in associazione alla chemioterapia GemOx è disponibile e rimborsato anche in Italia per il trattamento di seconda linea dei pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B recidivato o refrattario (Dlbcl) . “Stiamo parlando di un progresso estremamente importante, che riduce sempre di più l’unmet medical need nel linfoma diffuso a grandi cellule B. L’immuno-chemioterapia che prevede l’associazione di glofitamab (per 12 cicli) con lo schema chemioterapico GemOx (per 8 cicli), garantisce ai pazienti sottoposti a questo trattamento una sopravvivenza mediana di 25 mesi e un tasso di sopravvivenza a 3 anni del 47%. Sono valori estremamente importanti”. Lo afferma Carmelo Carlo-Stella, professore di Ematologia, direttore della Scuola di specializzazione in Ematologia presso Humanitas University di Milano e direttore della divisione di Ematologia dell’Irccs Humanitas Research Hospital di Milano, oggi a Milano, partecipando all’incontro con la stampa organizzato nel capoluogo lombardo per fare il punto sul nuovo trattamento.
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Dlbcl, Ladisa (Int): "Con glofitamab-GemOx migliore percorso di cura" Adnkronos
“Quando parliamo di sostenibilità dobbiamo fare riferimento a un aspetto fondamentale: l'appropriatezza. Il trattamento glofitamab-GemOx rappresenta proprio un'innovazione in tal senso, poiché si tratta di un'innovazione legata al valore clinico espresso dal nuovo intervento terapeutico e dalla sua combinazione. Mi aspetto che questa combinazione garantisca equità di accesso per i pazienti affetti da linfomi maligni molto aggressivi, in particolar modo per chi non può permettersi di attendere altri tipi di terapie. Si ribadisce così, ancora una volta, il legame inscindibile tra costo-efficacia ed equo accesso alle cure”. Lo ha detto Vito Ladisa, direttore della Struttura complessa di Farmacia ospedaliera della Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano, intervenuto oggi all’incontro con la stampa dedicato al linfoma diffuso a grandi cellule B recidivato o refrattario (Dlbcl) e alla disponibilità, in Italia, del nuovo trattamento che combina l'anticorpo bispecifico con la chemioterapia, in una patologia che rappresenta il tipo più comune di linfoma non-Hodgkin.
“Il trattamento glofitamab-GemOx si traduce non solo in un miglioramento dell'efficacia sanitaria per il paziente, ma porta benefici a tutto ciò che è correlato al suo percorso di cura - osserva Ladisa - Nell'ambito di questa nuova strategia si possono annoverare vantaggi innegabili: in primo luogo, la durata fissa della terapia, un fattore cruciale che permette di programmare e definire una predittività sia sul piano dell'efficacia clinica, sia su quello dell'allocazione delle risorse economiche. Allo stesso tempo - precisa - si ottiene un risparmio, o quantomeno una riduzione dei costi, sui trattamenti successivi o più tardivi. Questi ultimi, essendo molto più aggressivi, rappresentano un notevole onere per il sistema sanitario in termini di risorse ospedaliere necessarie, come ricoveri, accessi ambulatoriali e ricorsi ai dipartimenti di urgenza-emergenza. Un altro aspetto centrale - conclude - è la rapidità di accesso garantita da questa terapia in quanto prodotto off-the-shelf, ossia pronto all'uso e immediatamente disponibile. Un accesso tempestivo significa anche contrazione dei costi ed è direttamente correlato al concetto di costo-efficacia”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
43.7/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Combo anticorpo bispecifico e chemioterapia più efficace in Dlbcl gazzettadireggio.com
Lo studio ‘Starglo’ “ha dimostrato per la prima volta che questa combinazione” glofitamab + GemOx con R-GemOx nei pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B (Dlbcl) recidivato o refrattario “è molto superiore alla chemioterapia da sola”. Quindi, “nel paziente non eleggibile al trapianto autologo, lo standard non è più la chemio-immunoterapia, ma è la chemio-immunoterapia più anticorpo bispecifico. Questo è un dato molto importante”. Così Paolo Corradini, professore ordinario di Ematologia dell’università degli Studi di Milano e direttore della divisione di Ematologia della Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano, commenta i risultati dello studio internazionale di fase 3 a un incontro con la stampa, oggi a Milano, in occasione della disponibilità, in Italia, della prima combinazione dell’anticorpo bispecifico glofitamab e GemOx con R-GemOx (il trattamento standard) nei pazienti con Dlbcl recidivato o refrattario.
“Si tratta del primo studio randomizzato al mondo che paragona un anticorpo bispecifico più la chemioterapia rispetto alla sola chemioterapia – continua Corradini – È chiaro che il braccio chemioterapico, in questo contesto di pazienti che non possono accedere al trapianto autologo, non è un braccio particolarmente robusto – osserva – però è anche vero che parliamo di pazienti con un’età mediana di 68 anni. Ed è altrettanto vero – aggiunge – che la randomizzazione è 2 a 1: gli investigatori, sapendo che era molto probabile che il braccio sperimentale con il bispecifico fosse più attivo, hanno allocato 2 pazienti al braccio più attivo e solo un paziente a quello meno attivo, il quale poteva comunque avere altre strategie di salvataggio successive, come il bispecifico…