📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?4
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Come spiega Franco Locatelli, responsabile al Bambino Gesù: "l'obiettivo è non adattare il paziente alla cura, ma la cura al paziente".All'ospedale pediatrico Bambino Gesù erano ricoverati tre bambini con leucemia mieloide acuta resistente a qualsiasi cura. L…
All'ospedale pediatrico Bambino Gesù erano ricoverati tre bambini con leucemia mieloide acuta resistente a qualsiasi cura. Le opzioni terapeutiche erano esaurite e le prognosi sfavorevoli. Poi, per la prima volta al mondo, una terapia CAR-T diretta contro la molecola CD7 ha ottenuto la remissione completa in tutti e tre i pazienti.
I risultati sono stati pubblicati su Blood, la principale rivista scientifica internazionale di ematologia, e arrivano da Roma (che qualche giorno fa ha fatto la storia) nell'ambito del PALM Research Project, piattaforma multicentrica promossa da Fondazione Umberto Veronesi ETS.
La leucemia mieloide acuta (LMA) rappresenta circa il 20% di tutte le leucemie pediatriche: in Italia colpisce 70-80 bambini ogni anno. Le terapie convenzionali riescono a guarire circa due terzi dei pazienti, ma per il restante terzo (quelli con malattia refrattaria o recidivante) le possibilità si assottigliano drammaticamente.
Le cellule CAR-T, da non confondere con le CAR-NK, sono linfociti prelevati dal paziente, modificati geneticamente in laboratorio e reinfusi nell'organismo con un compito preciso: riconoscere e distruggere le cellule tumorali.
In questo caso il bersaglio è la molecola CD7, presente sulla superficie delle cellule leucemiche nella LMA. La sfida non era semplice: le CAR-T rischiano di attaccarsi reciprocamente quando il bersaglio è condiviso tra cellule sane e ingegnerizzate, un fenomeno noto come "fratricidio cellulare".
I ricercatori del Bambino Gesù hanno risolto il problema sviluppando cellule di seconda generazione con un sistema che blocca l'espressione di CD7 sulle stesse CAR-T, impedendo l'autodistruzione.
Nei tre pazienti trattati, il risultato è stato netto: remissione completa, negatività della malattia minima residua (MRD), ovvero nessuna cellula leucemica rilevabile nemmeno con le tecniche diagnostiche più sensibili, e profilo di sicurezza favorevole.
Il PALM Research Project non si ferma qui. Sono già in sviluppo nuove CAR-T dirette contro altri bersagli molecolari identificati di recente, con risultati promettenti nei modelli preclinici.
Parallelamente, partirà una sperimentazione clinica con cellule CAR-NK allogeniche, cellule Natural Killer provenienti da donatori sani, modificate per colpire la LMA, potenzialmente utilizzabili su più pazienti a partire da un singolo prelievo.
Le prime sperimentazioni internazionali sono attese entro il 2026.
C'è poi una terza linea di lavoro, spesso sottovalutata: capire in anticipo chi risponderà a quale terapia. In collaborazione con l'Università di Padova, è in corso uno studio per identificare marcatori genetici predittivi di risposta.
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All’Istituto di Candiolo la nuova tecnica associata all’Intelligenza Artificiale: così si salva il paziente dai rischi di incontinenza urinaria e disfunzione erettile. L’obiettivo è maggiore precisione e mini-invasività
Un software, realizzato dall’Intelligenza Artificiale, rende visibili i nervi e le vene della prostata: aiuta il chirurgo robotico a evitarli e il paziente a limitare il rischio delle due complicazioni più pesanti, l’incontinenza urinaria e l’incapacità erettile. Il tutto senza “sconti” alla radicalità dell’intervento, che è l’unica garanzia terapeutica contro il tumore maligno della prostata.
La novità è stata messa a punto dall’urologo torinese Francesco Porpiglia, che al momento è anche l’unico al mondo ad applicarla con il suo team all’Istituto dei Tumori di Candiolo. Il primo intervento, lo scorso ottobre. Da allora, sono già una ventina, con risultati che – spiega – “non lasciano dubbi sulla sua efficacia”. Ma è un risultato che parte da lontano.
Le immagini digitali in 3D
A migliorare drasticamente la qualità di vita del paziente operato avevano già provveduto le tecniche di immagine digitale in 3D, applicate alla robotica di precisione: negli ultimi 10 anni hanno rivoluzionato la chirurgia urologica, limitando l’incontinenza urinaria a un 5 per cento dei casi, oltretutto facilmente risolvibili nel post-operatorio. Pur ridotto, resta invece “ingombrante”, intorno al 20 per cento, il problema dell’impotenza sessuale per i danni alla rete neurovascolare che “serve” prostata e vescica. Questi sottilissimi fasci, formati da due vene con in mezzo il nervo, hanno percorsi individualmente variabili, che neanche il digitale riesce a mettere bene in evidenza.
“Adesso, invece, grazie all’Intelligenza Artificiale o, meglio, al suo uso intelligente, li vediamo e, quindi, possiamo risparmiarli quando demoliamo il tessuto”. Sembra tutto chiaro, ma Porpiglia, che della robotica chirurgica è un pioniere, preferisce i fatti alle parole. “Se vuole capire meglio, mi segua”.
L’algoritmo e la rete neurovascolare
In sala operatoria, il ventunesimo paziente è già sedato. Mentre il capo si prepara, Andrea Bellin, bioingegnere della 3D Medici che lo ha aiutato a sviluppare la tecnica salva nervi, illustra lo stato dell’arte. Sullo schermo del suo pc, richiama l’immagine a colori di una prostata a tutto tondo, elaborata da una risonanza magnetica. I vasi e i nervi non risultano granché: una linea molto discontinua.
“Gli spazi fra i trattini equivalgono ad altrettante possibilità di errore. Abbiamo, quindi, nutrito l’IA con i dati di migliaia di casi e siamo riusciti a ottenere un algoritmo che completa il disegno e restituisce l’intera rete neurovascolare in 3D della prostata di ogni paziente. Volendo, possiamo ‘sfogliare il wafer’, separando le vene e nervi. “Un caso di scuola di medicina superpersonalizzata”, dice Porpiglia, mentre si accomoda ai comandi del robot Da Vinci. Sono le 12 e 20, l’intervento ha inizio.
Come avviene l’operazione
Occhi nel visore, il professore muove le manopole con l’agilità d un adolescente su un videogioco. Gesti secchi e brevi si traducono in movimenti distesi e precisi dei bracci robotici, che, tre metri più in là, impugnano bisturi elettrico e pinza. “Si avvicini, guardi qui dentro”, dice Porpiglia. In primo piano c’è il campo operatorio, quello vero. Si vedono la prostata, le cannule e la garze manovrate dall’assistente che, seduto accanto al lettino, esegue gli ordini del direttore e intanto fa pratica, controllato a sua volta dal giovanissimo aiuto esperto, il professor Daniele Amparore. In un riquadro basso, compare, in sedicesimo, l’immagine virtuale delle due diramazioni nervose ai lati della prostata.
“Adesso, attento”. Nell’immagine reale, dall’uretra aperta spunta un cilindro giallo, forato in punta. È il catetere. Come fosse un segnale prestabilito per l’IA “e, in effetti, lo è”, avverte Porpiglia. L’immagine virtuale si sposta da sola a cavallo del tubicino e si dilata fino a coincidere con l’immagine reale, trasformandola in realtà aumentata. Il bisturi elettrico comincia a tagliare, cauterizzare e ricucire esattamente negli spazi tra i nervi. Rimossa la prostata e le vescicole seminali, anche gli allineamenti delle strutture per ricostruire l’anatomia della zona operata sono perfetti.
Il campione e le analisi
Ancora due minuti per prelevare un campione della zona adiacente al tumore, che sarà analizzato in laboratorio per verificare la presenza di cellule maligne residue. Alle 12.45 l’intervento è finito. Il team rileva il primario per le operazioni di sutura. Porpiglia è fresco come una rosa. “Quando si lavorava ‘con le mani’, si faticava anche il doppio”. Nei robot abbinati al machine learning, ora, il professore vede solo vantaggi: “Precisione assoluta, mininvasività, riduzione del trauma e dello stress operatorio, dimissioni precoci, minore rischio di ricadute”.
E i costi? “Sì, la robotica è cara, ma i suoi sviluppi possono portare a soluzioni più economiche. Penso, per esempio, a ospedali ‘hub’, dove un unico chirurgo dialoga con tante sale operatorie lontane”. La telechirurgia è sempre più vicina.
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Il caso del giornalista sportivo Carlo Vanzini, che ha raccontato pubblicamente il suo percorso contro un tumore al pancreas, ha riportato l’attenzione su una strategia terapeutica che sta cambiando l’approccio a una delle neoplasie più aggressive. L’idea di …
Il caso del giornalista sportivo Carlo Vanzini, che ha raccontato pubblicamente il suo percorso contro un tumore al pancreas, ha riportato l’attenzione su una strategia terapeutica che sta cambiando l’approccio a una delle neoplasie più aggressive. L’idea di fondo è controintuitiva: nel tumore del pancreas la chirurgia, da sola, non basta. Anche quando la malattia sembra localizzata, nella maggior parte dei casi esistono già micrometastasi invisibili agli esami, che rendono l’intervento inefficace se non vengono prima neutralizzate con una terapia sistemica.
Per questo negli ultimi anni si sta affermando una strategia diversa: chemioterapia prima dell’intervento, per colpire la malattia visibile e quella “nascosta”, e solo dopo valutare la possibilità di operare. In questo contesto si inserisce lo studio CASSANDRA, coordinato dall’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e promosso dall’Associazione Italiana per lo Studio del Pancreas (AISP), che ha mostrato risultati promettenti utilizzando lo schema chemioterapico PAXG prima della chirurgia. I dati dello studio, pubblicati sulla rivista scientifica The Lancet, suggeriscono che questa strategia possa aumentare in modo significativo le probabilità di controllo della malattia.
Abbiamo chiesto al professor Michele Reni – primario delle Unità Operative di Oncologia e Day Hospital Oncologico, direttore del programma strategico di coordinamento clinico del Pancreas Center dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e professore associato di Oncologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele – di spiegarci questo nuovo protocollo.
Un modo per favorire la regressione della malattia
Lo studio CASSANDRA ha utilizzato lo schema PAXG prima dell’intervento chirurgico. In cosa consiste esattamente questo protocollo e perché può rendere operabili tumori pancreatici che inizialmente non lo sono? “Lo schema PAXG è stato sviluppato al San Raffaele nel 2012 ed è stato approvato da AIFA per il trattamento dei tumori del pancreas in fase avanzata o metastatica nel gennaio 2020. Si tratta di una combinazione di quattro farmaci attivi contro l’adenocarcinoma pancreatico: cisplatino, nab-paclitaxel, capecitabina e gemcitabina.
L’idea dello studio CASSANDRA è stata quella di utilizzare questo schema prima dell’intervento chirurgico, cioè in fase neoadiuvante, per trattare precocemente non solo il tumore visibile ma anche le micrometastasi non rilevabili agli esami diagnostici. Nel tumore del pancreas, infatti, la chemioterapia rappresenta oggi l’unica possibilità di agire su tutta la malattia, compresa quella diffusa in modo invisibile nell’organismo. Se questa fase non è sufficientemente efficace, la chirurgia da sola non può essere risolutiva.
La strategia neoadiuvante permette quindi di selezionare i pazienti che rispondono meglio alla terapia, favorendo una regressione complessiva della malattia – visibile e invisibile – e aumentando la probabilità che l’intervento chirurgico possa dare un contributo reale. Nello studio CASSANDRA lo schema PAXG ha mostrato risultati particolarmente promettenti: la sopravvivenza libera da eventi a tre anni dall’inizio della terapia è risultata più che raddoppiata rispetto allo schema standard mFOLFIRINOX, con un aumento delle risposte patologiche osservate all’intervento chirurgico. È Il successo di uno studio interamente finanziato da associazioni di pazienti”.
Quali sono queste associazioni e che unicità rappresentano?
“Sono My Everest, Codice Viola, Associazione per la Vita, Natalucci e Oltre la Ricerca. Si tratta di un successo della ricerca senza il supporto diretto dell’industria farmaceutica. Rappresenta quindi un importante viatico per proseguire in questa direzione. Questo modello di finanziamento è un esempio concreto di citizen science, in cui la società civile contribuisce attivamente al progresso della ricerca biomedica. Il coinvolgimento delle associazioni permette infatti di sostenere studi clinici realmente indipendenti su temi di grande rilevanza per i pazienti e di promuovere innovazioni terapeutiche che possono avere un impatto reale sulla pratica clinica”.
Nel caso raccontato dai media si parla di 11 somministrazioni (circa 5,5 cicli) di chemioterapia pre-operatoria seguite da chirurgia radicale. Quali sono i criteri clinici che permettono ai medici di decidere quando un tumore è diventato finalmente operabile?
“La decisione di procedere all’intervento chirurgico è sempre il risultato di una valutazione multidisciplinare, che coinvolge oncologi, chirurghi, radiologi, gastroenterologi e altri specialisti. Dopo la chemioterapia preoperatoria vengono rivalutati diversi parametri. Innanzitutto le immagini radiologiche, come TAC o risonanza magnetica, che permettono di verificare se il tumore si è ridotto e se il rapporto con i principali vasi sanguigni vicini al pancreas consente una resezione completa. Un secondo indicatore fondamentale è la risposta biologica, oggi valutabile anche attraverso la riduzione dei marcatori tumorali nel sangue. Questo parametro è particolarmente importante perché riflette l’andamento della malattia anche al di fuori di ciò che è visibile con gli esami strumentali. Infine vengono considerate le condizioni cliniche generali del paziente, l’assenza di progressione della malattia o di metastasi a distanza e la complessità tecnica dell’intervento. Se questi elementi sono favorevoli, il team multidisciplinare può ritenere che il tumore sia diventato resecabile e programmare la chirurgia con intento radicale”.
La prospettiva è di fare ancora meglio
Questo approccio potrebbe cambiare la strategia terapeutica per molti pazienti con tumore del pancreas, una neoplasia tradizionalmente associata a prognosi difficili. Che risultati stanno emergendo dagli studi clinici finora pubblicati?
“Nel contesto clinico oggetto dello studio CASSANDRA non esistono altri studi analoghi disponibili. Si tratta infatti del primo studio di fase 3 che confronta due diversi schemi chemioterapici utilizzati prima della chirurgia e del primo studio a livello mondiale che mette a confronto due diverse durate del trattamento preoperatorio, quattro mesi rispetto a sei mesi.
Il risultato rappresenta sicuramente un passo avanti nel trattamento del tumore del pancreas e testimonia come, in questa malattia, la ricerca indipendente abbia prodotto finora risultati molto rilevanti.
Non può però rappresentare un punto di arrivo. È già in fase di pianificazione e raccolta fondi il seguito di questo studio, denominato LOCH NESS, che punta a migliorare ulteriormente i risultati terapeutici”.
Caccia continua al “mostro”
Dopo l’intervento in alcuni casi non sono necessari ulteriori trattamenti oncologici. Quali fattori biologici o clinici permettono di evitare chemio o radioterapia dopo l’operazione?
“La probabilità di una recidiva dopo un intervento chirurgico, anche quando si osserva un’ottima risposta alla chemioterapia preoperatoria, non rappresenta purtroppo una garanzia di guarigione, proprio perché non possiamo avere la certezza di aver eliminato completamente le micrometastasi. Allo stato delle conoscenze attuali non esistono dimostrazioni definitive sull’utilità di terapie aggiuntive dopo l’intervento in questi casi. Ed è proprio questo il tema su cui si concentrerà il nuovo studio LOCH NESS. Il nome richiama simbolicamente la presenza di un ‘mostro sommerso’: una malattia residua invisibile che non vogliamo sottovalutare e che la ricerca cerca di affrontare con strategie sempre più efficaci”.
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Non è il "riconoscimento del diritto alla morte" ma a una "morte dignitosa" il tema "giuridicamente rilevante" affrontato a più riprese dalla Corte Costituzionale e fatto proprio nel provvedimento con cui la gip di Milano Sara Cipolla ha accolto la richies...…
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Anche se Elena e Romano non erano ancora “attaccati” a macchinari, i medici avevano già previsto trattamenti necessari per tenerli in vita: un nuovo ciclo di chemioterapia e l’alimentazione artificiale con Peg per Romano. Un vero e proprio “accanimento terape…
Anche se Elena e Romano non erano ancora “attaccati” a macchinari, i medici avevano già previsto trattamenti necessari per tenerli in vita: un nuovo ciclo di chemioterapia e l’alimentazione artificiale con Peg per Romano. Un vero e proprio “accanimento terapeutico”. Ed è in questa interpretazione, sostenuta con forza dalla procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano (da qualche mese in pensione, ndr), che trova posto la decisione della giudice per le indagini preliminari di Milano, Sara Cipolla, che ha disposto l’archiviazione delle inchieste per aiuto al suicidio nei confronti di Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni. Il provvedimento scaturisce dalla sentenza della Corte costituzionale del maggio del 20 maggio del 2025. Cappato si era autodenunciato nel 2022 per aver accompagnato per il suicidio assistito due persone gravemente malate.
Chi erano Elena e Romano
Uno era un giornalista “che non si arrendeva all’idea di non essere libero” e il Parkinson a 82 anni lo aveva relegato a letto, l’altra era una donna, malata terminale di cancro, che avrebbe “preferito morire” e con la famiglia accanto. Dopo aver accompagnato Romano ed Elena in Svizzera Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e all’epoca candidato alle suppletive per il Senato a Monza, come aveva fatto in passato, si era autodenunciato. Era quindi scattata l’inchiesta, l’iscrizione nel registro degli indagati e la successiva richiesta di archiviazione per Cappato. Come già avvenuto per il caso di Dj Fabo che però aveva portato l’attivista a essere assolto dalla Corte d’assise dopo la storica sentenza del 2019. La battaglia civile era proseguita con la prospettiva di andare oltre un muro; eliminando il paletto della definizione di sostegno vitale, individuato fino a poco tempo in macchinari salvavita, ma non in terapie oncologiche estreme o alimentazione artificiale. Nel 2024 la Consulta aveva esteso la nozione di sostegno vitale.
La motivazione
Nei due casi, scrive la gip, “il requisito del trattamento di sostegno vitale, nella portata precisata dalla Corte Costituzionale, deve dirsi sussistente in quanto medicalmente previsto e prospettato” – ossia “un nuovo ciclo di chemioterapia” per Elena e il “posizionamento Peg” per l’alimentazione artificiale per Romano – e “da entrambi rifiutato in quanto inutile, espressivo di un accanimento terapeutico secondo la scienza medica e da entrambi ritenuto non dignitoso secondo la propria sensibilità e percezione”.
Mentre manca ancora una legge sul fine vita, l’aggiunta Siciliano e il pm Luca Gaglio, il 18 settembre 2023, con una “interpretazione” più estensiva della storica sentenza della Consulta del 2019 sul caso dj Fabo, avevano chiesto di allargare ancora di più la possibilità del suicidio assistito: il malato terminale può scegliere di essere aiutato a morire anche se non è attaccato a macchine che lo tengono in vita, se questo tipo di trattamento rappresenterebbe solo “accanimento terapeutico”. E chi gli dà supporto, secondo i pm, non è punibile. Tesi accolta dalla gip che prima, però, aveva sollevato la questione davanti alla Consulta.
Era stato già Cappato, portando Fabiano Antoniani nella struttura svizzera, il motore del procedimento che, passando per un’imputazione coatta e un processo storico e commovente a Milano. Un verdetto che ha aperto la strada al suicidio assistito ponendo quattro criteri, una sorta di perimetro giuridico ed etico: il malato che ne fa richiesta deve essere affetto da patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli e tenuto in vita artificialmente da trattamenti di sostegno vitale.
Proprio quest’ultima condizione mancava nei casi di Romano ed Elena. I pm avevano ritenuto di dare una “lettura costituzionalmente orientata” del reato di aiuto al suicidio, alla luce “degli articoli 2 e 32” della Costituzione, ossia quelli sui diritti inviolabili dell’uomo e sul diritto alla salute, della “sentenza” della Consulta del 2019 e della legge 219 del 2017 sul consenso informato. E sui casi in cui il paziente “rifiuti trattamenti” che “sì rallenterebbero il processo patologico e ritarderebbero la morte senza poterla impedire, ma sarebbero futili o espressivi di accanimento terapeutico”.
La vicenda di Elena
Il 2 agosto 2022, Cappato aveva annunciato su Twitter: “Elena ha appena confermato la sua volontà: è morta, nel modo che ha scelto, nel Paese che glielo ha permesso”. La donna, 69enne veneta malata terminale di cancro ai polmoni con metastasi, aveva contattato Cappato tramite l’Associazione Luca Coscioni per ricevere aiuto nel recarsi in Svizzera e accedere legalmente al suicidio assistito. Conosciuta fino a quel momento con il nome di fantasia “Adelina” per motivi di privacy, Elena aveva ricevuto la diagnosi di microcitoma polmonare a inizio luglio 2021. I medici le avevano chiarito fin da subito che le possibilità di sopravvivenza erano limitate e, nonostante i tentativi terapeutici, la malattia era rapidamente progredita, lasciandole pochi mesi di vita. Elena aveva affidato a un video le sue ultime parole: “Sono sempre stata convinta che ogni persona debba decidere sulla propria vita e sulla propria fine, liberamente e senza imposizioni. Avrei preferito morire nella mia casa, con le mani di mia figlia e di mio marito. Purtroppo non è stato possibile, quindi ho dovuto venire qui da sola.”
Il caso di Romano
Romano era un un giornalista “che non si arrendeva all’idea di non essere libero” e il Parkinson a 82 anni lo aveva relegato a letto. Il suo ultimo messaggio era stato diffuso dall’Associazione Coscioni: “… Ho iniziato ad informarmi sulle possibilità di organizzare il mio fine vita nel modo più dignitoso possibile, ma presto mi è stato chiaro che la situazione italiana è più complicata di come potessi pensare. L’opzione di recarmi in Svizzera in clandestinità mi spaventa perché non voglio assolutamente mettere i miei familiari nella condizione di rischiare di affrontare vicissitudini giudiziarie. Trovo però che sottrarre la libertà di scelta in questi casi sia anacronistico e crudele, e non mi arrendo all’idea di non essere libero”.
Il ragionamento di Romano proseguiva sulla perdita di autonomia e in un certo senso di dignità: “Ho sempre detto che alla fine, se ce ne fosse stato bisogno, avrei deciso io cosa fare. Attualmente vivo in casa circondato dall’affetto dei miei cari. Ma non posso più svolgere da solo le azioni più semplici e questo è molto doloroso. La maggior parte del mio tempo trascorre in camera, a letto; la televisione sopperisce ai miei amati libri, ma non posso più leggere o scrivere, che erano le attività principali della mia vita. Ho seri dolori muscolari che a volte mi tolgono il fiato e a volte sono più leggeri ma costanti. Il mio corpo è quasi completamente irrigidito. Non ho nessuna autonomia, non posso alzarmi se non con molto aiuto, non posso mangiare da solo o bere da solo, ho bisogno di assistenza per l’igiene personale…”.
Una millimetrica, dolorosa descrizione dello stato di impotenza e sofferenza insopportabili in cui alcuni malati sono costretti da malattie da cui non possono guarire: “Sono completamente dipendente dall’aiuto di familiari e personale specializzato. Comunico a fatica anche i bisogni più essenziali… Inoltre, sono consapevole che la mia malattia, il Parkinson, può portare ad avere bisogno di ulteriori ausili; potrei essere attaccato ad una macchina per poter mangiare, o forse anche per respirare, e potrei non comunicare più con le parole. Sono anche consapevole che la capacità di discernimento è fondamentale ai fini dell’accesso al fine vita secondo le normative, e anche questa capacità, purtroppo potrebbe un giorno venir meno, togliendomi la possibilità di scegliere se essere oggetto di cure o no”.