📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Katherine LaNasa, la star di “The Pitt”: «La mammografia mi ha salvato». Perché la diagnosi precoce può fare la differenza Mondosanità
Il pronto soccorso di The Pitt ha conquistato ancora una volta la televisione americana. Alla cerimonia degli Emmy del 14 settembre, la serie di HBO Max ha vinto per il secondo anno consecutivo il premio come migliore serie drammatica; anche Noah Wyle ha confermato il riconoscimento come migliore attore protagonista. Un successo che riporta al centro dell’attenzione Katherine LaNasa, interprete dell’infermiera Dana Evans.
Dietro la capacità dell’attrice di rappresentare la paura dei pazienti e il valore dei piccoli gesti di assistenza c’è un’esperienza molto personale. Nel 2023, prima di ottenere il ruolo nella serie, LaNasa scoprì con una mammografia di routine un tumore al seno al primo stadio.
Fu sottoposta a un intervento chirurgico e alla radioterapia. Oggi racconta che conoscere il proprio rischio e rispettare i controlli periodici le ha permesso di arrivare alla diagnosi precocemente.
È una testimonianza potente, ma deve essere tradotta con precisione: la mammografia può individuare un tumore prima della comparsa dei sintomi e aumentare le possibilità di un trattamento tempestivo, ma non è infallibile e non può prevenire direttamente la malattia.
Il successo di “The Pitt” e la storia reale dietro Dana Evans
The Pitt racconta un turno di lavoro nel pronto soccorso del fittizio Pittsburgh Trauma Medical Center. Ogni episodio segue un’ora della stessa giornata, mostrando urgenze cliniche, decisioni difficili, stanchezza e rapporti umani.
La seconda stagione ha ottenuto 25 candidature agli Emmy. Nella cerimonia conclusiva la serie ha conquistato due premi, fra i quali quello principale come migliore serie drammatica, già vinto l’anno precedente.
La conferma è arrivata dalla stessa Television Academy.
Katherine LaNasa interpreta Dana Evans, l’infermiera esperta che prova a mantenere ordine e umanità in un reparto costantemente sotto pressione. L’attrice ha spiegato che la propria esperienza oncologica ha influenzato profondamente la costruzione del personaggio.
Durante le visite e la radioterapia era rimasta colpita dalla gentilezza degli infermieri: dalle parole utilizzate per rassicurarla fino a gesti apparentemente minimi, come offrirle una coperta calda. Quando ha interpretato Dana, ha voluto restituire sullo schermo quella stessa attenzione.
Il tumore scoperto durante un controllo
LaNasa aveva cominciato a sottoporsi regolarmente alla mammografia dopo aver saputo di avere un seno denso. Nel febbraio 2023, un controllo periodico segnalò un’anomalia che portò agli approfondimenti e alla diagnosi di carcinoma mammario al primo stadio.
L’attrice ha reso pubblici soltanto alcuni elementi della sua storia: diagnosi precoce, chirurgia e radioterapia. Non è quindi corretto dedurre il sottotipo istologico, il profilo molecolare, la prognosi individuale o altre caratteristiche cliniche non comunicate direttamente.
Il punto centrale del suo racconto è un altro: il tumore non era stato scoperto perché avesse provocato disturbi evidenti, ma attraverso la sorveglianza mammografica.
Che cosa significa “primo stadio”
Lo stadio descrive quanto il tumore si sia esteso al momento della diagnosi. In termini generali, un carcinoma mammario al primo stadio è ancora localizzato o presenta una diffusione molto limitata.
Non è però una categoria completamente uniforme. La prognosi e la scelta delle terapie dipendono anche dalle dimensioni della lesione, dal coinvolgimento dei linfonodi, dal grado, dai recettori ormonali, dall’espressione di HER2 e da ulteriori caratteristiche biologiche.
“Primo stadio”, dunque, non significa tumore trascurabile. Indica però che la malattia è stata riconosciuta in una fase nella quale, nella maggior parte dei casi, le probabilità di trattamento efficace sono elevate.
Perché la mammografia è importante
La mammografia utilizza raggi X a bassa dose per individuare alterazioni del tessuto mammario. Può mostrare noduli, distorsioni della struttura e microcalcificazioni troppo piccole per essere avvertite alla palpazione.
L’obiettivo dello screening non è evitare che il tumore si sviluppi, ma riconoscerlo prima che produca sintomi. Anticipare la diagnosi può consentire trattamenti tempestivi e, in alcuni casi, meno estesi.
In Italia, il programma organizzato di screening si rivolge ordinariamente alle donne tra 50 e 69 anni, con una mammografia ogni due anni. Numerose Regioni hanno esteso progressivamente l’invito alle fasce 45-49 e 70-74 anni.
Al di fuori del programma organizzato, tempi e modalità dei controlli devono essere stabiliti con il medico sulla base di età, familiarità, precedenti biopsie, mutazioni genetiche, densità mammaria e altri fattori personali.
Seno denso: che cosa vuol dire
Il seno è formato da tessuto adiposo, ghiandolare e fibroso. Quando la componente ghiandolare e fibrosa è relativamente abbondante rispetto a quella adiposa, si parla di mammella densa.
La densità non si stabilisce con la palpazione e non dipende necessariamente dalle dimensioni del seno: viene valutata attraverso le immagini mammografiche.
È rilevante per due ragioni. La prima è tecnica: tanto il tessuto denso quanto molte lesioni appaiono chiari alla mammografia. Questa sovrapposizione può rendere più difficile identificare alcune anomalie, il cosiddetto “effetto mascheramento”.
La seconda è epidemiologica: una maggiore densità mammaria è associata a un aumento del rischio di tumore rispetto a una mammella prevalentemente adiposa. Si tratta di un fattore di rischio, non di una diagnosi né della previsione che una singola donna svilupperà necessariamente la malattia.
Ecografia o risonanza per tutte? La risposta è no
La storia di LaNasa non deve condurre alla conclusione che ogni donna con seno denso abbia bisogno automaticamente di ecografie o risonanze periodiche.
Gli esami aggiuntivi possono individuare tumori non visibili alla mammografia, ma aumentano anche richiami, falsi positivi e biopsie che successivamente risultano benigne. La risonanza mammaria è particolarmente sensibile, ma viene utilizzata soprattutto nelle donne con rischio elevato, per esempio in presenza di determinate mutazioni ereditarie o di una storia familiare significativa.
La scelta non dipende quindi dalla densità considerata isolatamente. Deve tenere conto del rischio complessivo e delle raccomandazioni condivise con radiologo, senologo o medico curante.
Le linee guida italiane dedicate alle donne con seno denso confermano la necessità di valutazioni personalizzate, evitando tanto di ignorare il problema quanto di moltiplicare gli esami senza un’indicazione precisa.
Screening e diagnosi non sono la stessa cosa
Lo screening è rivolto a persone senza sintomi. Quando compaiono un nodulo, una retrazione della cute o del capezzolo, una secrezione ematica, un cambiamento persistente della forma della mammella oppure un’alterazione cutanea insolita, non bisogna aspettare il successivo invito al programma.
In questi casi serve una valutazione clinica, alla quale possono seguire esami diagnostici mirati.
Anche una mammografia recente con esito negativo non dovrebbe ritardare l’accertamento di un cambiamento nuovo e persistente: nessun test identifica il 100% dei tumori.
I limiti della diagnosi precoce
Lo screening mammografico riduce la mortalità per tumore al seno nelle popolazioni alle quali è raccomandato, ma presenta anche limiti.
Può produrre falsi positivi, cioè segnalare alterazioni che richiedono ulteriori verifiche ma non sono maligne. Può non vedere alcune lesioni, soprattutto in presenza di tessuto molto denso. Può inoltre diagnosticare tumori che, in assenza dello screening, non avrebbero mai causato problemi durante la vita della persona: è il fenomeno della sovradiagnosi.
Questi limiti non annullano il valore dello screening. Spiegano perché debba essere organizzato secondo criteri di qualità e perché l’informazione alle donne debba comprendere benefici, possibili danni e incertezze.
La diagnosi precoce non sostituisce la prevenzione
Mammografia e prevenzione primaria svolgono funzioni diverse. La prima cerca una malattia già presente; la seconda prova a ridurre la probabilità che si sviluppi.
Limitare l’alcol, mantenere un peso adeguato soprattutto dopo la menopausa, praticare attività fisica regolare ed evitare la sedentarietà possono contribuire a ridurre il rischio. Non esiste comunque uno stile di vita capace di garantire una protezione assoluta, e una diagnosi oncologica non deve mai essere interpretata come una colpa individuale.
Familiarità e mutazioni ereditarie rappresentano soltanto una parte dei casi. Molte donne che sviluppano un carcinoma mammario non hanno parenti stretti colpiti dalla stessa malattia.
CONCLUSIONE
Il secondo Emmy consecutivo consacra The Pitt come una delle serie televisive più seguite e apprezzate del momento. La storia di Katherine LaNasa aggiunge alla fiction un elemento autentico: prima di indossare la divisa dell’infermiera Dana Evans, l’attrice ha conosciuto personalmente l’attesa degli esami, la paura della diagnosi e il percorso delle cure.
Il suo racconto mostra perché aderire ai programmi di screening e conoscere i propri fattori di rischio possa fare la differenza. Ma trasmette anche un messaggio più preciso di uno slogan: la mammografia non è perfetta, la densità mammaria non impone automaticamente esami aggiuntivi e i controlli devono essere adattati alla singola persona.
La diagnosi precoce non promette invulnerabilità. Offre qualcosa di più concreto: la possibilità di riconoscere molte neoplasie quando le opportunità terapeutiche sono generalmente maggiori.
FONTI (REFERENZE SCIENTIFICHE)
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Tumore del polmone, perché l'analisi molecolare può cambiare la cura Mondosanità
Dire “tumore del polmone” oggi non basta più. Due tumori che al microscopio sembrano uguali possono avere, dentro le rispettive cellule, alterazioni molto diverse. E alcune di queste differenze possono diventare il punto debole su cui agire.
HER2 è uno di questi. Riguarda una piccola parte dei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule, ma trovarlo può cambiare la scelta del trattamento. I risultati di un nuovo studio internazionale di fase 3 mostrano che, nelle forme avanzate con questa mutazione, una terapia diretta contro HER2 ha tenuto la malattia sotto controllo più a lungo rispetto alla cura standard usata oggi all'inizio.
Che cos'è HER2
HER2 è una proteina che sta sulla superficie delle cellule e aiuta a regolare la crescita. È prodotta dal gene ERBB2. Se quel gene ha alcune mutazioni, il segnale di crescita resta acceso e il tumore può avanzare più facilmente.
Quando si dice tumore HER2-mutato non si intende che HER2 sia l'unica causa. Significa che quella mutazione fa da motore importante e può diventare un bersaglio per una cura specifica.
Attenzione a non fare confusione: mutazione di HER2, aumento del numero di copie del gene e aumento della proteina non sono la stessa cosa. Sono alterazioni diverse. È un punto importante nel tumore del polmone, perché HER2 non va letto come nel tumore del seno.
Quanto è frequente
Il tumore del polmone non a piccole cellule rappresenta circa l'85% dei casi. Le mutazioni di HER2 sono rare: intorno al 2-5% di questo gruppo, con differenze tra studi e popolazioni.
Sono pochi pazienti su cento, ma il tumore del polmone è così diffuso che anche una piccola percentuale riguarda molte persone. Si osserva soprattutto negli adenocarcinomi e più spesso in chi non ha mai fumato. Non ci sono però caratteristiche esterne che permettano di riconoscerla: serve analizzare il tumore.
Perché è importante analizzare il tumore
Fino a qualche anno fa contavano soprattutto tipo di tumore e stadio. Oggi, soprattutto nelle forme non squamose avanzate, si aggiunge una carta d'identità molecolare.
Con test genetici che leggono molti geni insieme è possibile cercare alterazioni come EGFR, ALK, ROS1, BRAF, MET, RET, KRAS e appunto HER2. Trovarne una può orientare la cura. È il principio dell'oncologia di precisione: non si sceglie solo in base all'organo, ma anche in base a cosa fa crescere quel tumore.
Identificare anche alterazioni poco frequenti può permettere di riconoscere pazienti per cui esistono trattamenti diretti contro quel bersaglio, così ha affermato Antonio Passaro, direttore dell'Oncologia Toracica dello IEO di Milano.
Cosa dicono i nuovi dati
I risultati arrivano dallo studio internazionale DESTINY-Lung04, presentato il 14 settembre 2026 a Seul al congresso mondiale IASLC. Ha coinvolto 454 pazienti non trattati prima, con tumore non a piccole cellule non squamoso localmente avanzato non operabile o metastatico, con mutazioni di HER2 dell'esone 19 o 20.
Lo studio ha confrontato due strategie di prima linea: da una parte trastuzumab deruxtecan, un anticorpo-farmaco coniugato che riconosce HER2 e porta al suo interno un chemioterapico; dall'altra pembrolizumab più chemioterapia con platino e pemetrexed, che è oggi lo standard più usato.
L'obiettivo principale era il tempo in cui la malattia resta sotto controllo. Con la terapia anti-HER2 la mediana è stata di 14,3 mesi contro 8,3 mesi con immunoterapia e chemioterapia. Il rischio di peggioramento o esiti infausti è risultato più basso del 37%. Anche la percentuale di tumori che si sono ridotti è stata più alta: 70% contro 44,5%.
È un dato nuovo perché finora la terapia anti-HER2 era stata usata soprattutto dopo altre cure. Qui viene testata fin dall'inizio.
Cosa significano sei mesi in più
Dire che si passa da 8,3 a 14,3 mesi non vuol dire che ogni persona viva sei mesi in più. Vuol dire che, nell'insieme dei pazienti dello studio, il momento in cui metà di loro ha avuto un peggioramento è arrivato più tardi con la terapia mirata.
Per capire se questo si traduce anche in una vita più lunga servono dati più maturi. Al momento dell'analisi non è stato osservato un vantaggio di sopravvivenza complessiva. È un limite da mantenere ben visibile.
Terapia mirata non vuol dire senza effetti
Anche il termine "mirata" può ingannare. Non significa che il farmaco colpisca solo il tumore o che non abbia effetti indesiderati.
Nello studio gli effetti legati alla cura di grado più importante hanno riguardato circa una persona su tre. Un aspetto da conoscere è l'infiammazione polmonare: si è verificata in circa un caso su cinque, nella maggior parte in forma lieve o moderata, ma in alcuni casi anche grave e, raramente, fatale. Per questo serve selezione attenta e controllo rapido se compaiono sintomi respiratori nuovi.
Una mutazione rara, un'informazione importante
In Italia si stimano circa 45mila nuovi casi di tumore del polmone all'anno, ha precisato Silvia Novello, presidente di WALCE e professoressa di Oncologia all'Università di Torino. Solo una piccola parte è HER2-mutata.
Ed è questo il punto: una mutazione rara può essere poco rilevante nei grandi numeri, ma decisiva per chi la presenta. La ricerca aggiunge un tassello e conferma una lezione più generale: nel tumore del polmone avanzato sapere dove si trova il tumore non basta più, bisogna sapere cosa lo fa crescere.
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Bibliografia essenziale
1. Rotow J, et al. Trastuzumab deruxtecan vs pembrolizumab plus chemotherapy as first-line treatment for HER2-mutant advanced NSCLC: results from DESTINY-Lung04. Presented at: IASLC World Conference on Lung Cancer; 2026 Sep 14; Seoul, Korea.
2. Dana-Farber Cancer Institute. Phase 3 DESTINY-Lung04 trial shows first-line trastuzumab deruxtecan improves progression-free survival in HER2-mutant NSCLC. News release. 2026 Sep 14.
3. Zugazagoitia J, et al. Emerging targeted therapies for HER2-mutant NSCLC. J Thorac Oncol. 2026. doi:10.1016/j.jtho.2026.103899.
4. Real-world characteristics and outcomes in advanced/metastatic HER2-mutant NSCLC. JCO Precis Oncol. 2026.
5. Passaro A, Novello S, et al. Profilazione molecolare nel NSCLC avanzato non squamoso: raccomandazioni per la pratica clinica. Posizione IEO/WALCE. 2026.
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Tumore al polmone con mutazione EGFR, studio ADAURA: con osimertinib il 79% dei pazienti è vivo dopo otto anni Daily Health Industry -
Dallo studio di Fase III ADAURA è emerso che osimertinib di AstraZeneca è in grado di offrire un beneficio in termini di sopravvivenza globale sostenuto e clinicamente significativo a otto anni rispetto a placebo nel trattamento adiuvante dei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC) in stadio precoce (IB, II e IIIA) con mutazioni del recettore del fattore di crescita epidermico (EGFRm), dopo resezione completa del tumore con intento curativo.
Questi risultati sono stati presentati in occasione del Simposio Presidenziale alla World Conference on Lung Cancer IASLC 2026 ((Seoul, 12-15 settembre) -organizzata dall’International Association for the Study of Lung Cancer – e simultaneamente pubblicati dal Journal of Thoracic Oncology. Osimertinib è un inibitore dell’EGFR.
I dati nel dettaglio
Nella popolazione dell’analisi primaria, composta da pazienti con malattia in stadio II–IIIA, osimertinib ha ridotto del 47% il rischio di morte rispetto al placebo (HR 0,53; IC 95%: 0,38–0,75): a otto anni, il 74% dei pazienti era ancora in vita, rispetto al 58% nel braccio placebo.
Nella popolazione complessiva, comprendente pazienti con malattia in stadio IB–IIIA, osimertinib ha ridotto del 48% il rischio di morte rispetto al placebo (HR 0,52; IC 95%: 0,39–0,71). In questo gruppo, la percentuale di pazienti vivi a otto anni è risultata pari al 79%, rispetto al 64% osservato nel braccio placebo. Il beneficio è stato osservato in tutti i sottogruppi predefiniti.
“I risultati dello studio ADAURA sono senza precedenti e mostrano i benefici significativi e a lungo termine grazie all’utilizzo precoce di osimertinib per tre anni dopo la chirurgia, con un miglioramento significativo della sopravvivenza globale – afferma Antonio Passaro, Direttore della Divisione di Oncologia Toracica all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano – Quasi 8 pazienti su 10 sono vivi a otto anni, con una riduzione del rischio di morte del 48%”.
“Osimertinib, disponibile in Italia dal 2022 nel trattamento adiuvante della malattia in stadio iniziale – continua Antonio Passaro – ha rappresentato un vero e proprio cambio di paradigma, che ha visto l’introduzione della medicina di precisione in una popolazione di pazienti in cui l’intento dei trattamenti è la cura. Il beneficio prolungato della sopravvivenza globale, evidenziato dallo studio ADAURA, rafforza l’importanza di dare priorità al test EGFR al momento della diagnosi, all’interno di una gestione multidisciplinare, affinché il maggior numero possibile di pazienti possa beneficiare di questa terapia in grado di cambiare la storia della malattia”.
La sicurezza e la tollerabilità di osimertinib sono risultate coerenti con il profilo già consolidato, senza nuovi problemi di sicurezza.
Le evidenze real world
A integrazione dei risultati dello studio clinico ADAURA, le evidenze real-world presentate al Congresso di Seoul – provenienti da uno studio di coorte retrospettivo su pazienti statunitensi con NSCLC EGFRm in stadio iniziale (I-IIIA) – hanno mostrato come l’interruzione precoce di osimertinib prima del completamento del ciclo di trattamento di tre anni abbia più che raddoppiato il rischio di recidiva di malattia o di morte. Questi risultati rafforzano l’importanza di mantenere la durata completa del trattamento stabilita nello studio ADAURA e sottolineano la necessità della comunicazione tra medico e paziente per favorire la continuità del trattamento.
Effiicacia di osimertinib nella malattia in fase avanzata
Nel setting di malattia in fase avanzata, altri dati presentati al Congresso, relativi allo studio di fase III FLAURA2, hanno confermato i benefici della terapia di combinazione osimertinib con chemioterapia a base di platino e pemetrexed in prima linea nei pazienti con NSCLC avanzato EGFR-mutato.
I risultati di un’analisi sulla safety hanno mostrato che, con un follow-up a lungo termine (mediana di 42,6 mesi), il profilo di sicurezza e tollerabilità della combinazione osimertinib più platino-pemetrexed è rimasto coerente con i profili di sicurezza consolidati dei farmaci, evidenziando una progressiva riduzione dell’insorgenza di nuovi eventi avversi dopo la fase iniziale di induzione.
Un’ulteriore analisi esplorativa ha mostrato che, sebbene la presenza al basale anche della mutazione TP53 sia un fattore prognostico negativo, vi è un vantaggio numericamente superiore in termini di sopravvivenza libera da progressione e sopravvivenza globale per la combinazione con la chemioterapia rispetto alla monoterapia indipendentemente dalla sua presenza.
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Criteri Critici
Editing genetico, nuova strada per curare il fegato Dazebaonews
Correggere il DNA direttamente nelle cellule epatiche potrebbe aprire nuove prospettive per alcune malattie genetiche rare. Le nuove tecniche di gene editing puntano non soltanto a sostituire un gene difettoso, ma a ripristinarne il funzionamento nella sua sede naturale
Correggere un errore genetico direttamente nel punto del DNA in cui si è verificato, cercando di conservare i normali meccanismi attraverso i quali l’organismo controlla l’attività del gene. È una delle frontiere più interessanti dell’editing genetico applicato alle malattie del fegato.
La prospettiva segna un’evoluzione importante rispetto ad alcune strategie tradizionali di terapia genica. L’obiettivo non è semplicemente fornire alle cellule una nuova copia funzionante di un gene, ma intervenire sulla causa molecolare della malattia cercando di ottenere una correzione stabile e fisiologicamente regolata.
Il fegato rappresenta inoltre un bersaglio particolarmente interessante per queste tecnologie. È un organo metabolicamente molto attivo, coinvolto nella produzione di numerose proteine essenziali e può essere raggiunto da sistemi di trasporto molecolare già studiati in medicina.
Editing genetico: correggere il DNA invece di compensare il difetto
Per capire l’importanza di questo approccio occorre distinguere tra terapia genica ed editing genetico.
In termini molto semplificati, alcune forme di terapia genica cercano di introdurre nelle cellule una copia funzionante del gene necessario. L’editing genetico punta invece a intervenire direttamente sul DNA.
Tecnologie derivate da CRISPR-Cas, base editing e prime editing stanno progressivamente aumentando la precisione con cui i ricercatori possono modificare specifiche sequenze genetiche.
La differenza non è soltanto tecnica.
Correggere o integrare opportunamente una sequenza nel suo locus naturale, cioè nella posizione che il gene occupa normalmente nel genoma, può consentire di sfruttare i sistemi regolatori che stabiliscono quando, dove e quanto quel gene deve essere espresso.
In altre parole, non basta che una proteina venga prodotta: idealmente deve essere prodotta nella quantità corretta e nel momento giusto.
Perché il fegato è al centro della ricerca
Numerose malattie ereditarie derivano da alterazioni di geni espressi proprio nel fegato.
Difetti genetici possono compromettere la produzione di proteine, enzimi o altre molecole indispensabili e determinare patologie metaboliche anche molto gravi.
Da qui l’interesse verso l’editing genetico in vivo, nel quale gli strumenti necessari alla modificazione vengono portati direttamente all’interno dell’organismo.
Uno dei problemi fondamentali è il cosiddetto delivery, cioè riuscire a trasportare il sistema di editing nelle cellule desiderate senza interessare in maniera significativa altri tessuti.
Il fegato presenta però una caratteristica favorevole: le cellule epatiche possono essere raggiunte efficacemente da alcune piattaforme di trasporto, comprese formulazioni basate su nanoparticelle lipidiche.
È una tecnologia divenuta molto conosciuta grazie ai vaccini a mRNA, ma le sue applicazioni potenziali vanno ben oltre i vaccini.
La sfida delle malattie genetiche pediatriche
Il problema diventa ancora più interessante quando si parla di bambini.
Un organismo pediatrico cresce e con esso cresce anche il fegato. Le cellule si dividono e aumentano di numero.
Alcune strategie di terapia genica possono incontrare difficoltà proprio perché il materiale genetico introdotto non sempre viene mantenuto nella stessa proporzione durante la proliferazione cellulare.
Una correzione stabile del DNA potrebbe teoricamente superare almeno parte di questo problema: una volta modificata correttamente una cellula, l’informazione genetica può essere trasmessa alle cellule che ne derivano.
È una delle ragioni per cui l’editing genomico suscita particolare interesse per le malattie ereditarie che si manifestano molto precocemente.
CRISPR non è più l’unica possibilità
Quando si parla di editing genetico si pensa immediatamente a CRISPR, ma il settore si è evoluto rapidamente.
Accanto ai sistemi che effettuano un taglio della doppia elica del DNA sono state sviluppate tecnologie più sofisticate.
Il base editing, per esempio, può modificare determinate “lettere” del DNA senza necessariamente produrre una rottura completa della doppia elica.
Il prime editing punta a consentire modificazioni ancora più versatili utilizzando una sorta di sistema molecolare di ricerca e sostituzione della sequenza genetica.
Sono strategie differenti, ognuna con vantaggi e limiti. La scelta dipende dalla mutazione da correggere, dal tessuto interessato e dalla quantità di cellule che è necessario modificare per ottenere un beneficio clinico.
Una terapia potenzialmente valida una sola volta
È forse l’aspetto che rende il gene editing particolarmente affascinante.
Molte malattie croniche richiedono farmaci assunti per anni, talvolta per tutta la vita. Una terapia capace di correggere alla radice un difetto genetico potrebbe invece essere somministrata una sola volta e produrre effetti molto prolungati.
Non significa che questo risultato sia già raggiungibile per tutte le malattie genetiche del fegato.
Ma cambia radicalmente il paradigma terapeutico: dal trattamento delle conseguenze della mutazione alla correzione della sua causa biologica.
I primi risultati clinici dell’editing in vivo
L’idea di modificare geneticamente le cellule direttamente all’interno del corpo umano non appartiene più soltanto alla ricerca di laboratorio.
Negli ultimi anni diversi programmi sperimentali hanno iniziato a verificare nell’uomo strategie di editing in vivo, e il fegato è diventato uno dei principali organi bersaglio.
Uno degli esempi più studiati riguarda l’amiloidosi ereditaria da transtiretina, nella quale sistemi CRISPR vengono utilizzati per ridurre l’attività del gene responsabile della produzione della proteina patologica nel fegato.
Queste sperimentazioni sono importanti anche al di là della singola malattia: dimostrano che è possibile trasportare un sistema di editing fino agli epatociti e modificarne il DNA direttamente nell’organismo.
Il passo successivo è ancora più ambizioso: non soltanto spegnere un gene, ma correggerlo o sostituirne precisamente la sequenza difettosa.
Il problema della sicurezza
Modificare permanentemente il DNA impone però standard di sicurezza estremamente elevati.
Una delle principali preoccupazioni riguarda gli effetti off-target, cioè modificazioni involontarie in punti del genoma differenti dal bersaglio previsto.
Anche la risposta immunitaria ai componenti utilizzati per l’editing deve essere attentamente studiata.
Nel caso delle terapie pediatriche la questione diventa ancora più delicata, perché un trattamento effettuato nei primi anni di vita potrebbe accompagnare il paziente per decenni.
Per questo gli studi devono valutare non soltanto se la correzione funziona, ma anche quanto è precisa, quanto dura e quali conseguenze può produrre nel lungo periodo.
Dalla terapia genica alla medicina di precisione
L’evoluzione dell’editing genetico racconta qualcosa di più ampio sulla trasformazione della medicina.
Per molto tempo abbiamo curato soprattutto gli effetti finali delle malattie. La medicina molecolare ha progressivamente permesso di risalire alle alterazioni biologiche che le provocano.
Il gene editing compie un ulteriore passo: prova a intervenire direttamente sull’informazione genetica responsabile della patologia.
Per le malattie genetiche rare del fegato, questa possibilità potrebbe avere un’importanza particolare, perché alcune di esse dispongono ancora di opzioni terapeutiche limitate e possono richiedere trattamenti complessi o persino il trapianto.
La strada verso un’applicazione estesa rimane lunga e molte delle tecnologie più avanzate sono ancora in fase sperimentale. Ma il principio scientifico è ormai profondamente cambiato. Il DNA non è più soltanto qualcosa che possiamo leggere per diagnosticare una malattia. Stiamo imparando, con sempre maggiore precisione, anche a riscriverlo per tentare di curarla.
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
LECCE – Arriva la nuova tc con intelligenza artificiale per la radioterapia del “Fazzi” LecceOggi
LECCE – Arriva la nuova tc con intelligenza artificiale per la radioterapia del “Fazzi”
Grazie ai Fondi del PNRR ci sarà anche un nuovo acceleratore lineare. Prevista la prima seduta per fine mese
Grazie ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), Il Reparto di Radioterapia dell’Ospedale “Vito Fazzi” di Lecce compie un importante passo avanti nel campo dell’innovazione tecnologica.
È già operativa la nuova TC di Simulazione dedicata alla Radioterapia, come previsto dal programma di ammodernamento delle tecnologie sanitarie.
La nuova apparecchiatura è un sistema a 128 strati di ultima generazione con un diametro di 82 cm, progettato per accogliere agevolmente i pazienti anche con i moderni sistemi di immobilizzazione. Tra le principali innovazioni tecnologiche figurano: intelligenza artificiale integrata, un software avanzato che ottimizza automaticamente i parametri di acquisizione adattandoli alle caratteristiche del paziente; autocontouring di precisione, supporto all’avanguardia per la delineazione automatica del volume bersaglio e degli organi a rischio e imaging ad alta definizione, con simulazioni più rapide e accurate per la corretta pianificazione del trattamento oncologico.
Con il fondamentale supporto della Fisica Sanitaria, è stato implementato anche il sistema SGRT (Surface Guided Radiation Therapy) AlignRT. La piattaforma permette di monitorare in tempo reale la posizione del paziente durante la seduta, aumentando sicurezza e precisione.
Nelle prossime settimane è prevista l’attivazione del modulo per il gating respiratorio, una tecnica che sincronizza l’erogazione della radiazione con il ciclo respiratorio del paziente, salvaguardando i tessuti sani circostanti nel trattamento dei tumori soggetti a movimento.
È in arrivo, inoltre, il nuovo acceleratore lineare con prima seduta prevista per fine mese di settembre.
L’ASL Lecce comunica che, in contemporanea, sono stati ultimati i lavori per l’installazione del nuovo acceleratore lineare. La Fisica Sanitaria sta completando le verifiche proteximetriche e di efficienza dell’impianto.
Il piano di messa in opera prevede per il 28, 29 e 30 settembre (mattina) prove in vitro (senza pazienti) con il supporto degli specialisti aziendali mentre nel pomeriggio del 30 corrente mese di pomeriggio ci sarà la prima seduta di radioterapia su paziente.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Tumori silenziosi: perché le regole della prevenzione cambiano radicalmente dopo i 55 anni My-personaltrainer
Infine, dopo i 55 anni la prevenzione non riguarda solo “fare esami in più”, ma scegliere gli esami giusti al momento giusto , valutando benefici e rischi con il medico. Non tutti gli screening sono utili per chiunque, e la presenza di altre malattie, farmaci in uso e aspettativa di vita stimata orienta le decisioni. L’obiettivo non è inseguire ogni possibile tumore, ma intercettare quelli più probabili e curabili in quella specifica fascia di età.
Un cambiamento cruciale riguarda il peso dei fattori di rischio cumulativi . Abitudini consolidate per decenni, come fumo, sedentarietà o dieta poco equilibrata, iniziano a tradursi con maggiore frequenza in lesioni precancerose o tumori veri e propri. In questa fase della vita, intervenire su stile di vita e aderenza agli screening può fare una differenza sostanziale sulla diagnosi precoce.
La ricerca ha dimostrato che, tra i 55 e i 75 anni, aumenta in modo significativo il rischio di tumori come colon- retto , polmone , mammella e prostata . In parallelo, cresce la probabilità che eventuali sintomi vengano attribuiti ad altre condizioni tipiche dell’età, come artrosi, disturbi digestivi o affaticamento. Questo rende più facile sottovalutare segnali che meriterebbero attenzione medica.
Un ulteriore elemento è la sovrapposizione dei sintomi con altre patologie croniche tipiche dell’ età avanzata . Stanchezza , calo dell’ appetito , dolori addominali o perdita di peso possono essere interpretati come conseguenza di farmaci, problemi articolari , disturbi gastrointestinali funzionali o semplicemente “ segni dell’età”. Le evidenze disponibili indicano che questo ritardo interpretativo può spostare la diagnosi verso stadi più avanzati, quando le opzioni terapeutiche sono più complesse. Per questo, dopo i 55 anni, la prevenzione oncologica si sposta sempre più verso programmi strutturati di diagnosi precoce , indipendenti dalla presenza di sintomi.
La ricerca ha dimostrato che anche tumori come mammella e prostata possono rimanere clinicamente silenti per periodi prolungati. Nel caso della mammella, lesioni molto piccole possono non essere palpabili, ma risultare visibili alla mammografia . Per la prostata, un aumento del PSA nel sangue può precedere di anni la comparsa di disturbi urinari. Questo scollamento tra presenza del tumore e comparsa di sintomi rende meno affidabile la strategia “mi controllo solo se avverto qualcosa di strano”.
Dal punto di vista biologico, l’età superiore ai 55 anni rappresenta una fase in cui l’accumulo di danni al DNA e di alterazioni cellulari diventa più marcato. Diversi studi suggeriscono che, nel corso dei decenni, l’esposizione a fattori come fumo, radiazioni solari , infiammazione cronica e alcune infezioni favorisca la comparsa di cellule con mutazioni che sfuggono ai normali meccanismi di controllo. Il sistema immunitario , che contribuisce a eliminare queste cellule anomale, tende progressivamente a perdere efficienza, fenomeno noto come immunosenescenza .
In sintesi, dopo i 55 anni il fattore pratico che conta di più non è tanto "fare più esami" in senso generico, quanto partecipare con regolarità agli screening raccomandati per età e profilo di rischio, integrandoli con visite periodiche in cui discutere con il medico eventuali sintomi nuovi o persistenti.
Il cambiamento più rilevante dopo i 55 anni riguarda il passaggio da una prevenzione "reattiva", basata su visite occasionali in presenza di disturbi, a una prevenzione programmata , che segue calendari e protocolli definiti dalle linee guida. Le evidenze scientifiche indicano che, in questa fascia di età , aderire ai programmi di screening riduce in modo significativo la mortalità per alcuni tumori, in particolare colon-retto, mammella e cervice uterina nelle donne, e polmone nei forti fumatori .
Come orientare la propria prevenzione oncologica dopo i 55 anni
Tradurre queste evidenze in scelte concrete significa, innanzitutto, conoscere quali screening sono raccomandati per la propria fascia di età e sesso. In Italia, i programmi organizzati di screening per colon-retto, mammella e cervice uterina sono offerti gratuitamente in molte regioni a partire dai 50 anni circa. È opportuno rispondere agli inviti ricevuti, conservare i referti e discuterli con il medico curante, che può integrare queste informazioni con la storia clinica personale e familiare.
Un secondo passo riguarda l’attenzione ai cambiamenti persistenti del proprio stato di salute. Senza cadere in allarmismi, sintomi come sanguinamento anomalo, perdita di peso non intenzionale, dolore che non regredisce, difficoltà respiratorie nuove o modifiche dell’alvo che durano settimane meritano una valutazione medica, soprattutto dopo i 55 anni. Non si tratta di considerare ogni disturbo come un possibile tumore, ma di evitare di attribuire automaticamente tutto all’età o allo stress.
Parallelamente, le evidenze disponibili indicano che intervenire su stile di vita e fattori di rischio modificabili mantiene un ruolo importante anche oltre i 55 anni. Smettere di fumare, limitare il consumo di alcol, seguire un’alimentazione ricca di frutta, verdura e fibre, mantenere un peso adeguato e praticare attività fisica regolare sono comportamenti associati a una riduzione del rischio di diversi tumori e di altre malattie croniche. Anche in questa fascia di età, non è “troppo tardi” per ottenere benefici.
Infine, è utile costruire un percorso di prevenzione personalizzato insieme al medico di medicina generale o allo specialista di riferimento. In presenza di familiarità per alcuni tumori, malattie croniche importanti o terapie prolungate, il medico può suggerire controlli aggiuntivi o anticipare alcuni esami rispetto alla popolazione generale. Allo stesso tempo, può aiutare a evitare indagini non necessarie, che espongono a falsi positivi, ansia e procedure invasive senza un reale vantaggio.
In conclusione, dopo i 55 anni la prevenzione oncologica efficace non si basa più sull’attesa del sintomo, ma su scelte consapevoli e programmate, che combinano screening appropriati, attenzione ai segnali del corpo e cura dei fattori di rischio quotidiani. Un dialogo regolare con il proprio medico resta lo strumento principale per adattare queste strategie alla situazione individuale, nel rispetto delle linee guida e delle evidenze scientifiche più aggiornate.
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L'intervento record al Gemelli: rimossi due tumori a 10 km di distanza grazie alla telechirurgia robotica RomaToday
I pazienti erano nelle sale operatorie del policlinico Gemelli, mentre i chirurghi operavano dalla console dell’ospedale Isola Tiberina. È così che lo scorso 31 agosto sono stati rimossi un tumore del colon-retto e uno della prostata in telechirurgia robotica.
L’operazione, condotta dai professori Sergio Alfieri e Bernardo Rocco, segna la partenza di un programma di telechirurgia robotica del network Gemelli/Università Cattolica del Sacro cuore, che apre nuove prospettive per la formazione dei chirurghi e, successivamente, per la cooperazione sanitaria internazionale. Per la prima fase del progetto, sono stati già programmati 20 interventi.
Le prime operazioni
I primi due interventi sperimentali sono stati eseguiti tra il policlinico Gemelli e l’ospedale Isola Tiberina e hanno riguardato una donna e un uomo, affetti rispettivamente da una neoplasia del colon-retto e da un tumore della prostata. Dalla console della piattaforma robotica, collocata all’ospedale Isola Tiberina, nel cuore di Roma, gli interventi sono stati effettuati dal professor Sergio Alfieri e dal professor Bernardo Rocco; i pazienti operatori si trovavano invece nelle sale operatorie del policlinico Gemelli (sede principale a oltre 10 chilometri di distanza), dove erano presenti gli altri componenti dell’équipe chirurgica.
Gli interventi, realizzati con il sistema robotico chirurgico avanzato “Toumai”, la cui implementazione ed adozione clinica in Italia è accompagnata e supportata dal gruppo Palex, rappresentano una novità che segna l’avvio del programma di telechirurgia robotica del Policlinico Gemelli. Si tratta inoltre dei primi interventi di telechirurgia robotica effettuati in Italia da chirurghi italiani su pazienti italiani. Per questa prima fase del progetto sono in programma 20 interventi.
Cure all’avanguardia anche a distanza
“La telechirurgia rappresenta l’ulteriore innovazione tecnologica del centro chirurgico oncologico robotico del Gemelli – spiega il professor Alfieri, ordinario di Chirurgia generale all’Università Cattolica del Sacro cuore e direttore del Dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche del Gemelli -. Tale tecnologia può offrire a tutti i pazienti cure all’avanguardia, sia che si trovino negli ospedali del gruppo Gemelli, sia che si trovino in altri paesi molto lontani come l’Africa, dove si sta valutando un progetto molto ambizioso al servizio dei più deboli. La possibilità di operare da remoto, con la console chirurgica ove opera il primo chirurgo, in una sede diversa di dove si trova il paziente, apre a nuovi scenari che possano garantire una cura democratica per tutti, oltre a rappresentare un ulteriore sviluppo di modelli di insegnamento e tutoraggio”.
E il professor Rocco, ordinario di Urologia alla Cattolica e direttore dell’Unità operativa complessa di Clinica Urologica aggiunge: “Il nostro team lavora da due anni con industrie internazionali leader della tecnologia robotica in chirurgia per il programma di definizione della tecnologia e degli standard clinici e regolatori della telechirurgia. È da questo percorso che nasce oggi il primo progetto italiano strutturato di telechirurgia. Per la chirurgia si apre una nuova epoca”.
I risultati di questi interventi del policlinico Gemelli sono stati presentati dal professor Rocco al congresso internazionale Erus26 (European robotic live-urological surgery meeting), che si è tenuto a Padova dal 9 all’11 settembre.
I vantaggi della telechirurgia
La telechirurgia robotica, sottolineano dal Gemelli, permette al chirurgo di operare da una sede diversa rispetto a quella nella quale si trova il paziente, attraverso una connessione dedicata e sistemi tecnologici progettati per assicurare elevati standard di affidabilità e sicurezza. In sala operatoria è comunque sempre presente un’équipe chirurgica completa, pronta a intervenire in ogni momento.
“Con l’avvio di questo progetto – dichiara il direttore generale del Gemelli, Daniele Piacentini – apriamo una nuova modalità di fare chirurgia: grazie all’evoluzione tecnologica, le elevate competenze di ogni professionista presente in strutture altamente specializzate possono essere messe a disposizione dei pazienti di altre strutture sul territorio nazionale o in Paesi con difficoltà di accesso ad elevate professionalità specialistiche. Con questo progetto il Gemelli apre una porta sull’innovazione non solo tecnologica, ma anche organizzativa, capace di integrare assistenza, ricerca e formazione, per garantire alta qualità delle cure a tutti”.
E il direttore generale dell’ospedale Isola Tiberina, Giovanni Arcuri, aggiunge: “La collaborazione tra il policlinico Gemelli e l’ospedale Isola Tiberina dimostra concretamente il valore di un network capace di mettere a fattor comune professionalità, tecnologie e capacità organizzative. La distanza fisica tra le strutture non rappresenta più un limite, ma diventa un’opportunità per far circolare le migliori competenze e offrire ai pazienti percorsi assistenziali sempre più avanzati e integrati”.
Tumori rimossi in telechirurgia tra Policlinico Gemelli e Ospedale Isola Tiberina. E’ la prima volta in Italia - Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS
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Tumori rimossi in telechirurgia tra Policlinico Gemelli e Ospedale Isola Tiberina. E’ la prima volta in Italia Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS
Tumori rimossi in telechirurgia tra Policlinico Gemelli e Ospedale Isola Tiberina. E’ la prima volta in Italia
Il 31 agosto sono state sottoposte a intervento in telechirurgia robotica a Roma due persone affette da tumore del colon-retto e della prostata. È la prima volta che vengono operati con queste modalità pazienti italiani da chirurghi italiani. A effettuare gli interventi, dalla console, collocata nell’Ospedale Isola Tiberina, sono stati i professori Sergio Alfieri e Bernardo Rocco, mentre i pazienti si trovavano nelle sale operatorie del Policlinico Gemelli. È l’avvio di un programma di telechirurgia robotica del Network Gemelli/Università Cattolica del Sacro Cuore, che apre nuove prospettive per la formazione dei chirurghi e, successivamente, per la cooperazione sanitaria internazionale. Per la prima fase del progetto, sono stati già programmati 20 interventi.
Ha preso il via il 31 agosto il nuovo programma di telechirurgia robotica della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, che mira a mettere in rete le competenze e le tecnologie delle strutture sanitarie del Gruppo Gemelli, aprendosi a future collaborazioni internazionali.
I primi due interventi sperimentali sono stati eseguiti tra Policlinico Agostino Gemelli IRCCS e Ospedale Isola Tiberina e hanno riguardato una donna e un uomo, affetti rispettivamente da una neoplasia del colon-retto e da un tumore della prostata.
Dalla console della piattaforma robotica, collocata presso Ospedale Isola Tiberina (in Centro a Roma), gli interventi sono stati effettuati dal professor Sergio Alfieri e dal professor Bernardo Rocco; i pazienti operatori si trovavano invece nelle sale operatorie del Policlinico Gemelli (sede principale a oltre 10 km di distanza), dove erano presenti gli altri componenti dell’équipe chirurgica.
Gli interventi, realizzati con il sistema robotico chirurgico avanzato Toumai ( di MicroPort MedBot ) , la cui implementazione ed adozione clinica in Italia è accompagnata e supportata dal gruppo Palex, rappresentano una novità di particolare rilievo, che segna l’avvio del programma di telechirurgia robotica del Policlinico Gemelli. Si tratta inoltre dei primi interventi di telechirurgia robotica effettuati in Italia da chirurghi italiani su pazienti italiani. Per questa prima fase del progetto sono in programma 20 interventi.
“La Telechirurgia rappresenta l’ulteriore innovazione tecnologica del centro chirurgico oncologico robotico del Gemelli – afferma il professor Sergio Alfieri, Ordinario di Chirurgia Generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS -. Tale tecnologia può offrire a tutti i pazienti cure all’avanguardia, sia che si trovino negli ospedali del gruppo Gemelli, sia che si trovino in altri paesi molto lontani come l’Africa, dove si sta valutando un progetto molto ambizioso al servizio dei più deboli. La possibilità di operare da remoto (con la console chirurgica ove opera il primo chirurgo, in una sede diversa di dove si trova il paziente) apre a nuovi scenari che possano garantire una cura democratica per tutti, oltre a rappresentare un ulteriore sviluppo di modelli di insegnamento e tutoraggio”.
“Il nostro team lavora da due anni con industrie internazionali leader della tecnologia robotica in chirurgia per il programma di definizione della tecnologia e degli standard clinici e regolatori della telechirurgia – ricorda il professor Bernardo Rocco, Ordinario di Urologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, Direttore della UOC di Clinica Urologica della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e componente del panel delle linee guida della Society of Robotic Surgery (SRS) -. È da questo percorso che nasce oggi il primo progetto italiano strutturato di telechirurgia. Per la chirurgia si apre una nuova epoca”.
I risultati di questi interventi del Policlinico Gemelli sono stati presentati dal professor Rocco al congresso internazionale ERUS26 (European robotic live-urological surgery meeting), che si è tenuto a Padova dal 9 all’11 settembre.
Per questi due interventi storici è stata utilizzata la piattaforma Toumai Laparoscopic Surgical System della MicroPort MedBot, che ha ottenuto lo scorso giugno la certificazione CE dell’Unione Europea per la chirurgia laparoscopica a distanza (telechirurgia). Si tratta del primo robot chirurgico remoto a ottenere il marchio CE per interventi a distanza e per l’utilizzo in diversi ambiti ospedalieri. I chirurghi del Gemelli hanno una notevole expertise di chirurgia robotica, avendo a disposizione da anni tutte le principali piattaforme di robot chirurgici, quali il Sistema da Vinci (Intuitive Surgical) e Hugo™ RAS (Medtronic).
Questa iniziativa mira a valorizzare l’integrazione tra le diverse strutture del network Gemelli, consentendo di condividere a distanza competenze chirurgiche altamente specialistiche e tecnologie avanzate. La telechirurgia robotica permette infatti al chirurgo di operare da una sede diversa rispetto a quella nella quale si trova il paziente, attraverso una connessione dedicata e sistemi tecnologici progettati per assicurare elevati standard di affidabilità e sicurezza. In sala operatoria è comunque sempre presente un’équipe chirurgica completa, pronta a intervenire in ogni momento.
“Con l’avvio di questo progetto – dichiara il Direttore Generale della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, Daniele Piacentini – apriamo una nuova modalità di fare chirurgia: grazie all’evoluzione tecnologica, le elevate competenze di ogni professionista presente in strutture altamente specializzate possono essere messe a disposizione dei pazienti di altre strutture sul territorio nazionale o in Paesi con difficoltà di accesso ad elevate professionalità specilistiche. Con questo progetto il Gemelli apre una porta sull’innovazione non solo tecnologica, ma anche organizzativa, capace di integrare assistenza, ricerca e formazione, per garantire alta qualità delle cure a tutti”.
“La collaborazione tra Policlinico Gemelli e Ospedale Isola Tiberina dimostra concretamente il valore di un network capace di mettere a fattor comune professionalità, tecnologie e capacità organizzative – afferma il Direttore Generale dell’Ospedale Isola Tiberina, Giovanni Arcuri –. La distanza fisica tra le strutture non rappresenta più un limite, ma diventa un’opportunità per far circolare le migliori competenze e offrire ai pazienti percorsi assistenziali sempre più avanzati e integrati”.
Una delle principali finalità del progetto riguarda la formazione. “L’obiettivo è fare del Gemelli un centro di riferimento per la preparazione alla telechirurgia robotica degli specializzandi e dei giovani medici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ma anche per l’aggiornamento e il perfezionamento di chirurghi specialisti provenienti da altre realtà sanitarie italiane e internazionali” – afferma il Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica Alessandro Sgambato.
Dal Tevere all’Africa: la telechirurgia del Gemelli guarda oltre i confini
Il DNA di questo progetto contiene una duplice finalità: da un lato consolidare l’integrazione clinica e organizzativa tra le strutture del Network Gemelli; dall’altra sviluppare un modello di telechirurgia robotica, in grado di coniugare innovazione tecnologica, sicurezza, formazione e cooperazione internazionale.
A questa prima fase, clinica e formativa, ne seguirà dunque una seconda, orientata alla cooperazione sanitaria internazionale. La telechirurgia robotica potrà essere utilizzata infatti anche per portare competenze chirurgiche specialistiche in aree del mondo nelle quali l’accesso alle cure più avanzate è ancora limitato, con particolare attenzione al continente africano.
Questa prospettiva si inserisce nell’impegno di più ampio respiro dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che, attraverso il Piano Africa, promuove programmi di formazione, ricerca, cooperazione e rafforzamento dei sistemi sanitari locali. La possibilità di mettere in collegamento équipe mediche distanti migliaia di chilometri potrà contribuire, nel tempo, a trasferire conoscenze, formare professionisti e rendere disponibili procedure chirurgiche complesse anche nei contesti maggiormente svantaggiati.
Maria Rita Montebelli
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Tumore del polmone, l’IA anticipa se la cura funzionerà Mondosanità
Capire prima di iniziare una cura se quella cura avrà maggiori probabilità di funzionare. Nel tumore del polmone è una delle sfide più difficili dell’oncologia e ora un grande progetto internazionale guidato dall’Italia mostra quanto l’intelligenza artificiale possa avvicinare questo obiettivo. La ricerca si chiama I3LUNG, è coordinata dalla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e ha come coordinatrice Arsela Prelaj, oncologa dell’Istituto e direttrice dell’AI-on Lab. È proprio Prelaj la prima autrice dello studio appena pubblicato su Nature Medicine, che riporta i risultati ottenuti analizzando 2.396 pazienti e rappresenta, secondo gli autori, il più grande studio internazionale real-world e multimodale basato sull’intelligenza artificiale condotto finora in questo ambito. Dietro questi numeri c’è una rete costruita attorno all’Istituto milanese: 16 partner di 10 Paesi, uniti dal tentativo di rispondere a una domanda molto concreta. Perché alcuni pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule ottengono dall’immunoterapia un beneficio lungo e importante, mentre altri non rispondono o vedono la malattia progredire?
Il problema: un solo dato non basta
L’immunoterapia ha cambiato profondamente il trattamento del carcinoma polmonare non a piccole cellule avanzato. Ma il beneficio non è uguale per tutti. Oggi uno dei principali riferimenti utilizzati per orientare alcune decisioni è PD-L1, una proteina la cui espressione sul tumore può aiutare a stimare la probabilità di risposta. È però un indicatore imperfetto: pazienti apparentemente simili possono avere evoluzioni molto diverse. L’idea alla base di I3LUNG è quindi cambiare prospettiva. Non cercare necessariamente il singolo valore capace di dare la risposta, ma insegnare all’intelligenza artificiale a leggere insieme molti pezzi della storia del paziente. «Abbiamo raccolto da una popolazione molto ampia quattro tipologie di dati», spiega Prelaj: immagini TAC, patologia digitale, informazioni genomiche e comuni dati clinici e di laboratorio. Queste informazioni vengono integrate attraverso modelli di machine learning e deep learning, con l’obiettivo di trovare relazioni che potrebbero non emergere analizzando separatamente ogni singolo elemento. È una sorta di identikit digitale molto più ampio del paziente e del suo tumore.
La sorpresa arriva dagli esami più semplici
Il risultato forse più interessante dello studio è però anche quello meno intuitivo. Si potrebbe pensare che per ottenere le previsioni migliori servano necessariamente genetica, sofisticate immagini del tumore e quantità enormi di informazioni. Non è quello che è emerso. I modelli costruiti utilizzando soltanto dati clinici ed esami del sangue di routine hanno mostrato prestazioni consistenti, raggiungendo nel set di test indipendente un’AUC fino a 0,77. Nello stesso test, i modelli di intelligenza artificiale hanno ottenuto prestazioni significativamente superiori rispetto a singoli indicatori come PD-L1, performance status ECOG, rapporto neutrofili-linfociti, LDH e indice prognostico LIPI. Tradotto: informazioni che in molti casi sono già disponibili nella normale pratica clinica potrebbero contenere, se lette insieme dall’IA, molti più indizi di quanto riusciamo oggi a utilizzare. L’integrazione con TAC e immagini digitali dei tessuti ha migliorato alcune analisi, ma il vantaggio dei modelli multimodali più complessi non si è confermato in maniera consistente nei test indipendenti e nella validazione esterna. Per gli autori è quindi ancora presto per concludere che aggiungere sempre più dati significhi automaticamente ottenere previsioni migliori.
Quando l’IA entra nella stanza con l’oncologo
I3LUNG non si è fermato alla domanda “quanto è bravo l’algoritmo?”. Il gruppo coordinato da Prelaj ha voluto capire che cosa succede quando quello strumento viene messo nelle mani di un medico. In uno specifico studio di usabilità sono stati selezionati 100 pazienti e coinvolti 20 medici: dieci esperti di tumore del polmone e dieci non specialisti del settore. A ciascuno è stato chiesto di prevedere gli esiti prima senza e poi con il supporto dello strumento di intelligenza artificiale spiegabile. Il risultato è uno dei passaggi più rilevanti del lavoro: con l’IA a supporto, i medici hanno migliorato le proprie previsioni. Il beneficio è stato osservato sia negli esperti sia nei non esperti. Ed è proprio qui che cambia la prospettiva. L’intelligenza artificiale non viene proposta come sostituto dell’oncologo. Diventa un secondo livello di lettura, capace di mettere insieme numerose informazioni e restituirle al medico in una forma utilizzabile nel ragionamento clinico. È il percorso su cui Prelaj e l’AI-on Lab dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano lavorano da anni: partire da una domanda nata nella pratica oncologica, utilizzare l’IA per affrontarla e riportare poi la tecnologia al letto del paziente sotto forma di strumento di supporto alle decisioni. Prelaj è principal investigator di I3LUNG e concentra la propria attività di ricerca proprio sulle neoplasie toraciche, sull’immunoterapia e sulle terapie target.
Da Milano una rete internazionale per personalizzare le cure
È anche questo uno degli elementi che rende la pubblicazione su Nature Medicine particolarmente significativa. I3LUNG non nasce come semplice esercizio tecnologico. Il punto di partenza è una necessità clinica: identificare meglio il paziente che può ottenere beneficio dall’immunoterapia e arrivare, in prospettiva, a una terapia sempre più costruita sulle caratteristiche individuali. L’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano svolge nel progetto il ruolo di leader, project manager e laboratorio centrale per i campioni, mentre attorno ad esso lavorano centri clinici, università, istituti di ricerca e partner tecnologici internazionali. Significa mettere nella stessa ricerca oncologia, radiologia, anatomia patologica, genomica e scienza dei dati, facendo dialogare informazioni che tradizionalmente vengono osservate in momenti e luoghi differenti. Dalla domanda del medico nasce il modello di IA; dal modello l’informazione deve tornare al medico. È questa circolarità a rappresentare forse l’aspetto più interessante del progetto.
Non è ancora un test che decide la terapia
C’è però una distinzione fondamentale. I risultati pubblicati su Nature Medicine non significano che oggi un algoritmo possa decidere se un paziente debba ricevere o meno immunoterapia. Quando i modelli sono stati testati su una popolazione esterna e geograficamente differente, le prestazioni sono diminuite, con valori di AUC compresi tra 0,55 e 0,72. Gli autori spiegano che differenze tra popolazioni, centri e trattamenti possono avere contribuito a questo calo. È una delle grandi prove che qualsiasi IA medica deve superare: funzionare non soltanto nei dati con cui è stata costruita, ma anche con pazienti differenti, in altri ospedali e in altri contesti sanitari. Ed è proprio la fase che I3LUNG sta affrontando ora. Il sistema di supporto decisionale è infatti sottoposto a validazione prospettica su oltre 2.000 nuovi pazienti. Sarà questa verifica a stabilire quanto ciò che è emerso finora possa essere trasferito realmente nella pratica clinica. Ma il salto concettuale è già evidente. Per anni abbiamo cercato un biomarcatore capace, da solo, di raccontare in anticipo se l’immunoterapia avrebbe funzionato. I3LUNG prova invece a leggere contemporaneamente il paziente, il tumore e la storia clinica nascosta dentro i suoi dati. E questa volta la strada passa anche da Milano.
Fonte scientifica: Prelaj A., Miskovic V., Sacco M. et al., Clinical usability of an explainable AI decision support tool and evaluation of multimodal models in NSCLC, Nature Medicine, pubblicato il 13 settembre 2026.
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Lecce, radioterapia Fazzi, nuovo acceleratore pronto a partire: saranno tre in tutto Telerama News
Dopo anni di attese, ritardi nei lavori e disagi per i pazienti oncologici, il primo dei due nuovi acceleratori lineari della Radioterapia Oncologica del Vito Fazzi di Lecce è ormai vicino all’entrata in funzione. Entro la fine di settembre, o al massimo nei primi giorni di ottobre, il macchinario dovrebbe diventare operativo. Sono in corso le operazioni di collaudo, con i controlli sulle emissioni e i test di sicurezza. A verificarlo con una nuova ispezione nel reparto è stato il consigliere regionale e presidente del gruppo Fratelli d’Italia Paolo Pagliaro.
“Oggi ennesima ispezione al reparto di radioterapia dell’oncologico di Lecce e possiamo dare una buona notizia. Come si prevedeva a fine settembre, inizio di ottobre, partirà il nuovo acceleratore lineare, uno dei due acquistato più di due anni fa per 7 milioni di euro, ma che non entravano in funzione.”
Un traguardo che arriva dopo una lunga vicenda. Pagliaro aveva portato il caso in Commissione Sanità già nell’ottobre 2024, sollecitando la sostituzione degli acceleratori ormai obsoleti. La Asl ha poi acquistato due nuove apparecchiature per complessivi 7 milioni e 300mila euro, ma i lavori necessari alla loro installazione hanno proceduto a rilento. Nel febbraio 2025, durante un altro sopralluogo, dopo aver superato lo scontro con l’allora direttrice del reparto, evidentemente infastidita dalla richiesta di chiarimenti del consigliere, i tecnici avevano indicato giugno dello stesso anno per l’entrata in funzione del primo acceleratore e la fine del 2025 per il secondo. Tempi che non sono stati rispettati, anche a causa di ulteriori intoppi e dei ritardi nel cantiere legati agli spazi limitati.
“È un percorso lungo quello che abbiamo fatto, dalla richiesta di acquisto degli acceleratori lineari e poi alla messa in funzione e poi l’accelerata sui cantieri.”
Una situazione che negli anni ha avuto ripercussioni soprattutto sui pazienti oncologici. Molteplici le segnalazioni raccolte da Pagliaro di persone costrette a sospendere i trattamenti o a rivolgersi ad altre strutture a causa dei guasti delle vecchie apparecchiature. Disagi per i malati e per le loro famiglie, ma anche per il personale sanitario, chiamato a garantire l’assistenza nonostante le difficoltà. Adesso il primo nuovo acceleratore è al traguardo, ma resta da completare il progetto. Dei due vecchi apparecchi, quello più obsoleto è già stato dismesso, mentre l’altro è stato aggiornato e continuerà a funzionare. Una volta attivato il primo nuovo macchinario, si procederà alla sistemazione degli spazi destinati ad accogliere il secondo.
“Insomma, oggi è una buona notizia perché Lecce diventerà una struttura unica nel sud Italia con tre acceleratori lineari e potranno finalmente espletare al meglio i medici e gli assistenti, il personale di grande qualità che abbiamo qui all’oncologico, le loro funzioni nel miglior modo possibile. Una buona notizia per i pazienti salentini.”
A regime, dunque, la Radioterapia Oncologica del Fazzi potrà contare su tre acceleratori lineari: i due nuovi e il vecchio apparecchio aggiornato e mantenuto in servizio, diventando così l’unico centro del Sud Italia con tre macchine. Una dotazione che consentirà di standardizzare il lavoro e di trasferire, quando necessario, un paziente da un acceleratore all’altro senza dover rimodulare il piano di trattamento.
“La radioterapia avrà presto il nuovo acceleratore lineare funzionante e poi c’è l’altro per il quale, nodo al fazzoletto, continueremo a pressare per avere poi alla fine tre acceleratori lineari di ultima generazione efficienti e potranno curare al meglio i pazienti oncologici del Salento e non solo.”
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Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
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Il patrimonio medico del Vietnam nel trattamento del cancro. Vietnam.vn
La Conferenza mondiale IASLC sul cancro al polmone 2026 (WCLC 2026), svoltasi dal 12 al 15 settembre a Seul, inCorea del Sud, ha riunito oltre 8.000 esperti, medici e ricercatori. Durante la conferenza, la delegazione vietnamita ha condiviso esperienze pratiche in materia di prevenzione, controllo e cura dei pazienti affetti da cancro al polmone. Il professore associato, dottor Pham Cam Phuong, direttore dell'Istituto di Medicina Nucleare e Oncologia dell'Ospedale Bach Mai, è stato invitato a presentare una relazione alla sessione plenaria sulla salute globale el'economiasanitaria. Con il tema "La cura del cancro al polmone in Vietnam: dallasanitàpubblica alle cure palliative", il rapporto del Prof. Associato Dott. Pham Cam Phuong si concentra sulla situazione attuale, sui progressi nella diagnosi e nel trattamento e sulle sfide nell'assistenza ai pazienti affetti da cancro al polmone in Vietnam. Secondo i dati di Globocan citati nel rapporto, in Vietnam si registrano oltre 23.000 nuovi casi di cancro ai polmoni ogni anno. In particolare, oltre il 65% dei pazienti riceve la diagnosi in fase IV. La diagnosi tardiva è una delle principali difficoltà, che compromette l'efficacia del trattamento e aumenta l'onere economico per i pazienti e il sistema sanitario. Sulla base di questa prassi, il rapporto sottolinea il ruolo della diagnosi precoce e dell'applicazione della tecnologia nello screening del tumore al polmone. La tomografia computerizzata a bassa dose (LDCT), combinata con software di intelligenza artificiale come BM Lung Software, viene utilizzata per supportare l'individuazione di lesioni polmonari in fase precoce. Nella diagnosi e valutazione delle malattie, le moderne tecniche di imaging come la PET/CT e la SPECT/CT vengono combinate con metodi di analisi di biologia molecolare. I test genetici per le mutazioni di EGFR, ALK e KRAS, il sequenziamento di nuova generazione (NGS) e l'immunoistochimica PD-L1 forniscono ulteriori informazioni sulle caratteristiche biologiche del tumore, costituendo la base per la selezione dei metodi di trattamento più appropriati per ciascun paziente. Uno dei punti chiave evidenziati nel rapporto è il modello di consultazione multidisciplinare (MDT) per il trattamento del cancro al polmone presso l'ospedale Bach Mai. Secondo il professore associato, dottor Pham Cam Phuong, i casi complessi vengono discussi in consulti che coinvolgono diverse specialità, tra cui oncologia, medicina nucleare, chirurgia toracica, diagnostica per immagini, anatomia patologica, farmacisti clinici e infermieri. Anziché presentare ai pazienti singole opzioni di trattamento, le consulenze multidisciplinari creano un processo di valutazione olistico. Gli esperti valutano collettivamente le caratteristiche del tumore, lo stadio della malattia, i risultati degli esami, lo stato di salute generale del paziente e altri fattori correlati per concordare una strategia terapeutica. Questo approccio multidisciplinare contribuisce inoltre ad aumentare la probabilità di selezionare una strategia appropriata alle specifiche caratteristiche della malattia e alle condizioni del paziente. Uno dei punti chiave sottolineati al WCLC 2026 è che il trattamento del cancro non può essere misurato unicamente in base alla capacità di controllare la malattia. Anche la qualità della vita del paziente dovrebbe essere posta al centro dell'intero percorso terapeutico. In conformità con le linee guida delMinistero della Salutesulle cure palliative, l'assistenza ai pazienti presso l'Istituto di Medicina Nucleare e Oncologia Bach Mai si concentra su molteplici aspetti, dalla gestione del dolore e il supporto nutrizionale alla cura della salute mentale. Le attività che offrono supporto psicologico, rilassamento e socializzazione ai pazienti, tra cui le lezioni di "Yoga della risata", li aiutano a sentirsi supportati durante tutto il percorso terapeutico, non solo nella gestione della malattia, ma anche in termini di benessere fisico, mentale e qualità della vita. Oltre ai progressi professionali, il rapporto affronta anche gli ostacoli all'assistenza oncologica nei paesi in via di sviluppo, tra cui il Vietnam, come i costi, la mancanza di abitudini proattive in merito ai controlli medici regolari e la carenza di alcuni servizi di assistenza sanitaria domiciliare. Pertanto, l'orientamento proposto per il periodo 2026-2027 si concentra sulla definizione delle linee guida nazionali per lo screening del tumore al polmone e sulla promozione di politiche per controlli sanitari annuali di routine per la popolazione. Dalla diagnosi precoce e accurata al trattamento personalizzato e alle cure palliative, il percorso di cura dei pazienti oncologici viene affrontato in modo più olistico. Questo approccio pone le basi affinché la medicina vietnamita continui a migliorare la qualità delle cure, ad ampliare l'accesso ai servizi e a ridurre l'impatto del cancro sulla comunità. Fonte: https://baovanhoa.vn/doi-song/dau-an-y-hoc-viet-nam-ve-dieu-tri-ung-thu-265536.html
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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“Ho visto il verbale della polizia municipale e parla unicamente di uno screening fatto con questi famosi pre test, dove tendenzialmente sembrerebbero esserci tracce di THC. Allora, qualora avesse mai fumato una canna, e non credo, c’è una distinzione enorme …
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“Ho visto il verbale della polizia municipale e parla unicamente di uno screening fatto con questi famosi pre test, dove tendenzialmente sembrerebbero esserci tracce di THC. Allora, qualora avesse mai fumato una canna, e non credo, c’è una distinzione enorme con la ketamina di cui si è parlato“. Dopo l’agente del calciatore, la società e lo stesso giocatore, anche Tommaso Giulini – presidente del Cagliari – ha detto la sua sull’incidente che ha coinvolto Daniel Maldini, positivo all’etilometro, a cui è stata ritirata la patente. “Stupefacenti? Non capiamo come possano uscire notizie di questo tipo, mi sembra che ad oggi le tracce di stupefacenti siano più sui giornali che da altre parti e questo secondo noi è molto grave“, ha proseguito Tommaso Giulini sull’argomento. A quel punto il patron del Cagliari è passato alla controffensiva: “È una cosa molto grave, perché noi abbiamo fatto degli esami ieri mattina, risultavano tutti negativi e crediamo ovviamente alla buona fede del ragazzo che giura di non aver assunto alcun tipo di sostanza, se non di aver bevuto magari due cocktail o tre birre, che poi evidentemente si vedono anche dal valore perché non particolarmente alto. Ovviamente, non è un valore con cui è raccomandato guidare“.
Tutto è successo nelle prime ore del mattino di domenica 13 settembre, quando Maldini – dopo aver segnato il gol decisivo in Atalanta–Cagliari 1-2 di sabato e dopo aver trascorso una serata con amici – ha avuto un incidente con la sua auto. Non ha rispettato la precedenza e si è schiantato con un’auto. Successivamente è risultato positivo all’etilometro e gli è stata ritirata la patente. Ancora oggi è tra gli argomenti più discussi degli ultimi giorni e lo è per più motivi: tra questi c’è anche la presunta positività al pre test salivare delle droghe e la successiva negatività agli esami effettuati a Cagliari 36 ore dopo, pubblicati dallo stesso giocatore su Instagram. In tanti infatti si chiedono il motivo e le ipotesi sono tre: la prima riguarda le ore trascorse. È possibile che la sostanza positiva del pre test sia stata smaltita nelle 36 ore trascorse tra il pre test e quelli svolti a Cagliari. E ancora: la sostanza a cui è risultato positivo potrebbe non esser presente nelle analisi pubblicate dal calciatore su Instagram (anfetamine, cocaina, marijuana, metadone, metanfetamine, ecstasy, oppiacei e buprenorfina, sostanza estratta dal papavero da oppio).
L’ultima – che è anche quella da tenere maggiormente in considerazione – è l’attendibilità del pre test salivare. Quel tipo di esame, eseguito dalla polizia locale in caso di incidenti con feriti e il sospetto di abusi di sostanze, non ha valore legale. L’unico che da quel punto di vista fa fede è l’esito dell’esame ospedaliero (circa 10 giorni dall’incidente) eseguito su un prelievo di sangue. L’unico che spegnerà ogni polemica: con esito negativo, ribalterebbe quanto emerso dal pre test e darebbe ragione al calciatore. In caso di esito positivo, il discorso cambierebbe. L’unica certezza, oggi, riguarda il test alcolemico, a cui Maldini è risultato positivo: 0,91 milligrammi per litro nella prima prova all’etilometro e 0,89 alla seconda, contro un limite a o,50, con conseguente ritiro della patente.
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Tumore del polmone Her2, nuova terapia e rischio di progressione My-personaltrainer
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Nel carcinoma polmonare non a piccole cellule avanzato con mutazione Her2, le opzioni terapeutiche di prima linea sono spesso poco efficaci e molti pazienti vanno incontro a una rapida progressione della malattia. In questo contesto, i dati di un nuovo studio indicano la possibilità di migliorare il controllo della patologia con una terapia mirata. Lo studio di fase 3 Destiny-Lung04 ha infatti confrontato la terapia con trastuzumab deruxtecan con lo standard di cura attuale, basato su chemioterapia e immunoterapia, in una popolazione di pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule avanzato con mutazione del gene Her2.
Cosa ha mostrato lo studio Destiny-Lung04 Nello studio Destiny-Lung04 la terapia con trastuzumab deruxtecan è stata confrontata con la cura standard, costituita da chemioterapia con doppietta platino-pemetrexed più pembrolizumab. Nei soggetti affetti da carcinoma polmonare non a piccole cellule avanzato con mutazione del gene Her2, il trattamento con trastuzumab deruxtecan ha determinato una riduzione del 37% del rischio di progressione della malattia rispetto alla terapia standard. La sopravvivenza libera da progressione mediana è risultata di 14,3 mesi con trastuzumab deruxtecan, rispetto agli 8,3 mesi osservati con la combinazione di pembrolizumab più chemioterapia. Il tasso di risposta obiettiva alla terapia con trastuzumab deruxtecan è stato del 70,0%, mentre con pembrolizumab più chemioterapia è risultato del 44,5%. Per quanto riguarda la sicurezza, il profilo di trastuzumab deruxtecan osservato nello studio Destiny-Lung04 è stato in generale coerente con quello già noto e non sono stati identificati nuovi segnali di sicurezza.
Un sottotipo aggressivo di carcinoma polmonare Il carcinoma polmonare non a piccole cellule rappresenta la forma più frequente di tumore del polmone e comprende diverse varianti biologiche, caratterizzate da specifiche alterazioni molecolari. Tra queste, la mutazione del gene Her2 definisce un sottogruppo di pazienti con una patologia particolarmente aggressiva. Secondo quanto riportato, ogni anno in Italia vengono stimati circa 45.000 nuovi casi di carcinoma polmonare. Il tumore del polmone non a piccole cellule con mutazione di Her2 è descritto come una forma aggressiva, per la quale gli attuali standard di cura in prima linea hanno scarsa efficacia e molti pazienti presentano progressione di malattia entro un anno dall'inizio del trattamento. In questo contesto, i risultati ottenuti con trastuzumab deruxtecan, con un tasso di risposta obiettiva del 70% e una sopravvivenza libera da progressione mediana di 14,3 mesi, sono stati indicati come elementi che conferiscono a questo farmaco le caratteristiche per diventare una nuova opzione di cura di prima linea per i pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule con mutazione di Her2.
Che cos'è Her2 e come agisce trastuzumab deruxtecan Her2 è una proteina presente sulla superficie di alcune cellule e coinvolta nei meccanismi di crescita e proliferazione cellulare. In diversi tumori solidi, tra cui alcuni tumori del polmone, alterazioni del gene che codifica per Her2 possono determinare una iperattivazione di questi segnali di crescita, favorendo lo sviluppo e la progressione della neoplasia. Nel tumore del polmone non a piccole cellule, si stima che circa il 4% dei pazienti presenti la mutazione della proteina Her2. In questi casi, i farmaci diretti specificamente contro questo bersaglio molecolare rappresentano un approccio di terapia personalizzata, volto a colpire in modo selettivo le cellule tumorali che esprimono la mutazione. Trastuzumab deruxtecan combina un anticorpo monoclonale con un agente citotossico. L'anticorpo riconosce in modo selettivo le cellule che esprimono la proteina Her2 e veicola il chemioterapico direttamente al tumore. Questo meccanismo consente di massimizzare l'azione sulle cellule neoplastiche riducendo al minimo i danni alle cellule sane circostanti, con l'obiettivo di aumentare l'efficacia del trattamento nei pazienti con tumore con mutazione di Her2.
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Vito Fazzi, nuovo acceleratore per la radioterapia Il Gallo
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Il pomeriggio del 30 settembre dovrebbe segnare una nuova tappa per la Radioterapia dell’ospedale “Vito Fazzi” di Lecce. È infatti prevista per quella data la prima seduta su un paziente effettuata con il nuovo acceleratore lineare installato nel reparto.
Prima dell’avvio dell’attività clinica dovrà essere completata la fase dei controlli. La Fisica sanitaria sta verificando la sicurezza e l’efficienza dell’apparecchiatura, mentre tra il 28 settembre e la mattina del 30 sono programmate alcune simulazioni senza pazienti. Le prove saranno svolte anche con il supporto dei tecnici dell’azienda produttrice.
Tecnologie avanzate per preparare i trattamenti
Il nuovo acceleratore rappresenta uno dei tasselli del rinnovamento tecnologico avviato nel reparto leccese. Da giugno è già utilizzata una TC di simulazione acquistata con risorse del Pnrr e destinata alla preparazione dei percorsi radioterapici.
L’apparecchiatura acquisisce immagini attraverso 128 strati e dispone di un’apertura di 82 centimetri. Questa caratteristica consente di sistemare correttamente il paziente anche quando è necessario ricorrere ai dispositivi che ne mantengono immobile il corpo durante la seduta.
Alla qualità delle immagini si affianca l’impiego dell’intelligenza artificiale. Il sistema adegua automaticamente alcuni parametri alle caratteristiche della persona esaminata, offrendo agli specialisti informazioni più dettagliate per stabilire l’area da sottoporre alle radiazioni.
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Individuare il bersaglio e proteggere gli organi sani
Un ulteriore programma permette di ricostruire i contorni della massa tumorale e delle strutture anatomiche circostanti. L’elaborazione automatica costituisce un supporto alla pianificazione, mentre la valutazione conclusiva rimane affidata ai medici della Radioterapia oncologica.
La maggiore definizione delle immagini aiuta a concentrare il trattamento sulla zona interessata, con l’obiettivo di limitare quanto più possibile il coinvolgimento degli organi sani e adattare la terapia al singolo caso.
Il paziente seguito durante ogni movimento
Il reparto ha introdotto anche AlignRT, un sistema capace di sorvegliare continuamente la posizione del paziente. Il controllo avviene per tutta la durata della seduta e consente di rilevare eventuali spostamenti rispetto all’assetto stabilito durante la preparazione.
Il successivo aggiornamento riguarderà il cosiddetto gating respiratorio. La tecnologia permette all’acceleratore di erogare le radiazioni seguendo le diverse fasi della respirazione. Sarà particolarmente utile quando il tumore si trova in una zona del corpo che si muove mentre il paziente inspira ed espira, perché consentirà di seguire meglio il bersaglio e di ridurre l’esposizione dei tessuti vicini.
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Telechirurgia robotica, rimossi tumori di colon e prostata a distanza My-personaltrainer
La possibilità di operare a distanza, mettendo in contatto diretto le competenze di centri diversi, rappresenta una delle frontiere più avanzate della chirurgia robotica. In questo quadro si inserisce un risultato definito storico per il sistema sanitario italiano, che riguarda la rimozione di un tumore del colon e di un tumore della prostata eseguita in telechirurgia. In entrambi i casi gli interventi sono stati condotti con chirurgia laparoscopica robot-assistita a distanza, coinvolgendo due strutture dello stesso gruppo ospedaliero e aprendo un nuovo programma dedicato alla telechirurgia robotica. Per la prima volta in Italia sono stati rimossi un tumore del colon e uno della prostata grazie alla telechirurgia robotica, che ha consentito di eseguire gli interventi a distanza tra due ospedali del gruppo Gemelli di Roma. I chirurghi hanno operato dalla console della piattaforma robotica collocata presso l'Ospedale Isola Tiberina, nel centro di Roma. I pazienti si trovavano invece nelle sale operatorie del Policlinico Gemelli, nella sede principale a oltre 10 chilometri di distanza, dove erano presenti gli altri componenti dell'équipe chirurgica. È la prima volta che pazienti italiani vengono operati con queste modalità da chirurghi italiani. Gli interventi segnano l'avvio del nuovo programma di telechirurgia robotica della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs, che punta a mettere in rete competenze e tecnologie delle strutture sanitarie del Gruppo Gemelli e ad aprirsi in prospettiva a collaborazioni internazionali. Per questa prima fase del progetto sono previsti 20 interventi in telechirurgia robotica. Per i due interventi è stata utilizzata la piattaforma Toumai Laparoscopic Surgical System, che ha ottenuto a giugno la certificazione Ce dell'Unione europea per la chirurgia laparoscopica a distanza, ovvero la telechirurgia. Secondo quanto riferito, il team coinvolto lavora da due anni con industrie internazionali che sviluppano tecnologie robotiche in chirurgia. Da questo percorso nasce il primo progetto italiano strutturato di telechirurgia, che prevede l'utilizzo coordinato delle competenze specialistiche presenti nelle diverse strutture del gruppo. Nelle dichiarazioni diffuse, si sottolinea come la telechirurgia possa offrire cure avanzate ai pazienti sia negli ospedali del gruppo Gemelli sia in Paesi lontani, inclusi contesti con maggiori difficoltà di accesso a professionalità specialistiche. Con l'avvio di questo progetto viene quindi descritta una nuova modalità di fare chirurgia, in cui le competenze chirurgiche possono essere messe a disposizione di pazienti di altre strutture o di aree geografiche con limitato accesso a elevata specializzazione. Il colon è il tratto finale dell'intestino crasso e ha un ruolo importante nell'assorbimento di acqua e sali e nella formazione delle feci. I tumori del colon rientrano tra le neoplasie gastrointestinali per cui, quando indicato, la chirurgia rappresenta uno dei cardini del trattamento, accanto alle terapie farmacologiche e, in alcuni casi, alla radioterapia. L'obiettivo dell'intervento è rimuovere il tratto di intestino interessato dalla neoplasia, secondo protocolli definiti dagli specialisti. La prostata è una ghiandola dell'apparato genitale maschile situata sotto la vescica, che contribuisce alla produzione del liquido seminale. Nei tumori della prostata, la chirurgia è una delle opzioni terapeutiche possibili, valutata in base allo stadio della malattia, alle caratteristiche del paziente e alle indicazioni delle linee guida urologiche. La chirurgia laparoscopica, con o senza supporto robotico, è considerata una tecnica mini-invasiva perché utilizza piccole incisioni rispetto alla chirurgia tradizionale a cielo aperto. In ambito oncologico viene scelta, quando appropriato, per ridurre l'impatto dell'intervento mantenendo gli obiettivi di radicalità oncologica stabiliti dagli specialisti. La telechirurgia robotica è una forma di chirurgia robot-assistita in cui il chirurgo comanda a distanza una piattaforma robotica situata nella sala operatoria. I movimenti delle mani del chirurgo vengono tradotti in tempo reale in movimenti degli strumenti, guidati da sistemi di visione e da connessioni di rete ad alte prestazioni. Questa tecnologia si distingue dalla semplice chirurgia robotica eseguita nella stessa sala operatoria, perché consente di separare fisicamente il luogo in cui si trova il chirurgo dal luogo in cui è presente il paziente, mantenendo comunque il controllo diretto delle manovre chirurgiche. Nel contesto delle cure oncologiche di colon e prostata, la telechirurgia non modifica i principi clinici di trattamento, che restano definiti da linee guida multidisciplinari. Si configura piuttosto come una modalità operativa che può ampliare l'accesso a competenze specialistiche, sempre all'interno di percorsi diagnostico-terapeutici stabiliti dai team clinici. Tutte le news di MypersonalTrainer su Google Tutti gli aggiornamenti su fitness, salute, alimentazione e benessere.
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Tumore al polmone Her2: la terapia riduce del 37% la progressione The Wom Healthy
La notizia in breve
Nello studio clinico di fase 3 Destiny-Lung04, la terapia con trastuzumab deruxtecan ha evidenziato una riduzione del 37% del rischio di progressione della malattia rispetto alla cura standard (chemioterapia con doppietta platino-pemetrexed più pembrolizumab) nei soggetti con carcinoma polmonare non a piccole cellule avanzato e mutazione del gene Her2.
La sopravvivenza mediana libera da progressione è risultata di 14,3 mesi con trastuzumab deruxtecan rispetto a 8,3 mesi registrati con la terapia standard. Il tasso di risposta obiettiva al trattamento sperimentale è stato del 70,0%, contro il 44,5% rilevato con pembrolizumab associato a chemioterapia. Il profilo di sicurezza del farmaco osservato nella sperimentazione è apparso in linea con quello già noto e non ha mostrato nuovi segnali di sicurezza.
Riguardo al contesto epidemiologico e clinico, Silvia Novello, presidente di Walce (Women against lung cancer in Europe) e responsabile dell’Oncologia medica presso l’Aou San Luigi Gonzaga di Orbassano, ha riferito che in Italia si stimano circa 45.000 nuovi casi annuali di carcinoma polmonare, aggiungendo: “Il tumore del polmone non a piccole cellule con mutazione di Her2 è una patologia aggressiva, per la quale gli attuali standard di cura in prima linea hanno scarsa efficacia e molti pazienti presentano progressione di malattia entro un anno dall’inizio del trattamento. Con un tasso di risposta obiettiva del 70% e una sopravvivenza libera da progressione mediana di 14,3 mesi, trastuzumab deruxtecan ha sicuramente le caratteristiche per diventare una nuova opzione di cura di prima linea per questi pazienti”.
Sulle caratteristiche molecolari e sul meccanismo d’azione, Antonio Passaro, direttore della Divisione di Oncologia Toracica all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, ha indicato che circa il 4% dei pazienti con questa patologia presenta la mutazione della proteina Her2 e ha spiegato: “Trastuzumab deruxtecan combina un anticorpo monoclonale con un agente citotossico ed è altamente selettivo per le cellule tumorali, riducendo al minimo i danni alle cellule sane circostanti e aumentando l’efficacia del trattamento nei pazienti con tumore con mutazione di Her2”.
Una terapia guidata dal profilo molecolare
I risultati descritti riguardano una forma specifica di carcinoma polmonare non a piccole cellule avanzato, caratterizzata da una mutazione di Her2. Il dato centrale è il confronto diretto con la terapia standard di prima linea: il trattamento sperimentale ha ridotto del 37% il rischio di progressione, con una sopravvivenza mediana libera da progressione di 14,3 mesi rispetto a 8,3 mesi.
Her2 è una proteina coinvolta nei segnali che regolano crescita e sopravvivenza cellulare. Alcune alterazioni del gene corrispondente possono sostenere la proliferazione tumorale e diventare, allo stesso tempo, un bersaglio terapeutico: per questo l’analisi molecolare del tumore è parte integrante della moderna oncologia toracica.
Come funziona il trattamento
La terapia studiata appartiene alla categoria dei coniugati anticorpo-farmaco. Un anticorpo riconosce Her2 sulla cellula tumorale e trasporta al suo interno un agente citotossico, con l’obiettivo di concentrare maggiormente l’azione antitumorale sulle cellule che esprimono il bersaglio.
Questa selettività non significa, tuttavia, assenza di effetti sulle cellule sane. Una parte del trattamento può raggiungere altri tessuti e gli effetti indesiderati restano possibili: l’espressione “profilo di sicurezza in linea con quello noto” indica che nella sperimentazione non sono emersi nuovi segnali, non che la terapia sia priva di rischi.
Come leggere i risultati
Il tasso di risposta obiettiva del 70,0%, rispetto al 44,5% della terapia standard, descrive la quota di pazienti nei quali le lesioni tumorali si sono ridotte secondo criteri prestabiliti. La sopravvivenza libera da progressione, invece, misura il tempo durante il quale la malattia non mostra un peggioramento documentato.
Sono indicatori clinicamente rilevanti, ma non equivalgono automaticamente a un prolungamento della sopravvivenza complessiva o a un miglioramento della qualità di vita. Questi aspetti richiedono dati specifici, osservazione più lunga e una valutazione congiunta di efficacia, tossicità e impatto quotidiano del trattamento.
Il significato clinico
Uno studio di fase 3 comparativo fornisce evidenze più solide rispetto alle sperimentazioni iniziali. I dati riportati indicano un vantaggio consistente nel controllo della malattia e nella probabilità di risposta, in una popolazione definita da una precisa alterazione molecolare.
L’applicabilità riguarda però soltanto i tumori nei quali la mutazione sia stata identificata con test adeguati. La rilevanza del risultato risiede quindi anche nel principio della medicina di precisione: tumori classificati nello stesso modo al microscopio possono avere vulnerabilità biologiche diverse e richiedere strategie terapeutiche differenti.
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Tumore al polmone non a piccole cellule con mutazione HER2: trastuzumab deruxtecan migliora la sopravvivenza libera da progressione come trattamento di prima linea Quotidiano Sanità
Trastuzumab deruxtecan ha prodotto un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante della sopravvivenza libera da progressione (PFS) rispetto allo standard di cura (chemioterapia con doppietta platino-pemetrexed più pembrolizumab) come trattamento di prima linea dei pazienti nel tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC) non squamoso, non resecabile, localmente avanzato o metastatico con mutazione di HER2.
È quanto emerge dallo studio di Fase III DESTIN-Lung04 presentato nel corso del Presidential Symposium 2 alla IASLC 2026 World Conference on Lung Cancer ((Seoul, 12-15 settembre) organizzata dall’International Association for the Study of Lung Cancer. Trastuzumab deruxtecan è un anticorpo monoclonale farmaco-coniugato (ADC) specificamente diretto contro HER2, scoperto da Daiichi Sankyo e sviluppato e commercializzato congiuntamente da Daiichi Sankyo e AstraZeneca.
Lo studio
Lo studio DESTINY-Lung04 ha arruolato 454 pazienti in molteplici centri in Asia, Europa e America del Nord. Circa tre quarti (75,8%) dei pazienti nel braccio trastuzumab deruxtecan presentavano una malattia de novo, cioè il tumore polmonare era stato diagnosticato per la prima volta in fase metastatica, e quasi un quarto (22,9%) presentava metastasi cerebrali al basale. I partecipanti allo studio avevano ricevuto in precedenza radioterapia, chemioterapia, immunoterapia o terapia mirata per la malattia in fase iniziale.
La durata mediana del follow-up è stata di 21,6 mesi nei pazienti che ricevevano trastuzumab deruxtecan e di 20,4 mesi nei pazienti che ricevevano pembrolizumab più chemioterapia. Al cut-off dei dati del 9 giugno 2026, 50 pazienti erano ancora in trattamento nello studio, dei quali 40 continuavano a ricevere trastuzumab deruxtecan e 10 ricevevano pembrolizumab più chemioterapia.
Le evidenze
Nell’analisi dell’endpoint primario, la monoterapia con trastuzumab deruxtecan ha ridotto del 37,0% il rischio di progressione di malattia o morte rispetto a pembrolizumab più chemioterapia (hazard ratio [HR] = 0,63; intervallo di confidenza [IC] al 95%: 0,50-0,79; p<0,0001).
La sopravvivenza libera da progressione mediana, valutata mediante revisione centrale indipendente in cieco (BICR), è stata di 14,3 mesi (IC al 95%: 12,4-16,5) con trastuzumab deruxtecan rispetto a 8,3 mesi (IC al 95%: 7,0-9,9) con pembrolizumab più chemioterapia.
Un trend favorevole di sopravvivenza libera da progressione è stato osservato anche nei principali sottogruppi, inclusi i fattori di stratificazione predefiniti, quali presenza o anamnesi di metastasi cerebrali, stato di fumatore, stato mutazionale di HER2 (esone 19 o esone 20), malattia de novo o recidivante e presenza di metastasi epatiche.
Il tasso di risposta obiettiva (ORR) con trastuzumab deruxtecan è risultato del 70,0% (IC 95%: 63,6-75,9) rispetto al 44,5% (IC 95%: 37,9-51,2) con pembrolizumab più chemioterapia.
La durata mediana della risposta (DOR) con trastuzumab deruxtecan è stata di 13,4 mesi (IC 95%: 10,4-17,2) e di 9,7 mesi (IC 95%: 7,0-11,1) con pembrolizumab più chemioterapia. La PFS2 (tempo dall’inizio del trattamento alla seconda progressione del tumore o al decesso per qualsiasi causa) mediana con trastuzumab deruxtecan è stata di 22,7 mesi (IC 95%: 20,3-26,3) rispetto a 17,3 mesi (IC 95%: 15,6-21,8) con pembrolizumab più chemioterapia.
Il profilo di sicurezza del farmaco
Il profilo di sicurezza di trastuzumab deruxtecan osservato nello studio DESTINY-Lung04 è risultato in generale coerente con il profilo già noto, e non sono stati identificati nuovi segnali di sicurezza. Eventi avversi correlati al trattamento (TRAE) di grado 3 o superiore si sono verificati nel 34,1% dei pazienti trattati. Il più comune evento avverso correlato al trattamento di grado 3 o superiore, verificatosi nel 5% o più dei pazienti trattati con trastuzumab deruxtecan, è stato la neutropenia (11,1%). Eventi di malattia polmonare interstiziale (ILD) o polmonite si sono verificati nel 20,8% dei pazienti trattati con trastuzumab deruxtecan, come osservato da un comitato indipendente di valutazione. La maggior parte degli eventi di malattia polmonare interstiziale o polmonite era di basso grado (grado 1 [n=7; 3,1%] o grado 2 [n=30; 13,3%]). Nel braccio trastuzumab deruxtecan si sono verificati cinque (2,2%) eventi di malattia polmonare interstiziale di grado 3, uno (0,4%) di grado 4 e quattro (1,8%) di grado 5.
I commenti degli esperti
“Ogni anno in Italia vengono stimati circa 45.000 nuovi casi di carcinoma polmonare – afferma Silvia Novello, Presidente WALCE (Women Against Lung Cancer in Europe), Professore ordinario di Oncologia Medica all’Università degli Studi di Torino e responsabile dell’Oncologia Medica presso l’AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano –Il tumore del polmone non a piccole cellule con mutazione di HER2 è una patologia aggressiva, per la quale gli attuali standard di cura in prima linea hanno scarsa efficacia e molti pazienti presentano progressione di malattia entro un anno dall’inizio del trattamento. Con un tasso di risposta obiettiva del 70% e una sopravvivenza libera da progressione mediana di 14,3 mesi, trastuzumab deruxtecan ha sicuramente le caratteristiche per diventare una nuova opzione di cura di prima linea per questi pazienti”.
“Circa il 4% dei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule presenta la mutazione della proteina HER2 – aggiunge Antonio Passaro, Direttore della Divisione di Oncologia Toracica all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano – La presenza della mutazione HER2 rende la neoplasia sensibile a farmaci diretti contro questo target. Trastuzumab deruxtecan combina un anticorpo monoclonale con un agente citotossico ed è altamente selettivo per le cellule tumorali, riducendo al minimo i danni alle cellule sane circostanti e aumentando l’efficacia del trattamento nei pazienti con tumore con mutazione di HER2. È importante distinguere la mutazione di HER2 dalla sovraespressione di questa proteina. Sono alterazioni biologicamente differenti e non identificano necessariamente gli stessi pazienti. I risultati dello studio DESTINY-Lung04 rafforzano l’importanza della profilazione molecolare completa al momento della diagnosi, così da identificare anche alterazioni meno frequenti ma trattabili”.
“Trastuzumab deruxtecan è il primo farmaco e anticorpo-farmaco coniugato diretto contro HER2 approvato per i pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule con mutazione di HER2 ed è diventato un trattamento standard di seconda linea”, afferma John Tsai, MD, Global Head of R&D, Daiichi Sankyo,“Il beneficio di sei mesi in termini di sopravvivenza libera da progressione e gli elevati tassi di risposta osservati nello studio DESTINY-Lung04 rafforzano l’importanza di bersagliare direttamente HER2 in questi pazienti e sostengono il potenziale di trastuzumab deruxtecan nel setting di prima linea, nel quale l’obiettivo fondamentale è ritardare il più a lungo possibile la progressione di malattia”.
“DESTINY-Lung04 è il primo studio di fase 3 che dimostra una sopravvivenza libera da progressione superiore rispetto allo standard di cura di prima linea nei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule avanzato con mutazione di HER2”, conclude Susan Galbraith, Executive Vice President, Oncology Hematology R&D, AstraZeneca,“Questi risultati si aggiungono al crescente corpus di evidenze a sostegno di trastuzumab deruxtecan come trattamento importante per i pazienti con alterazioni di HER2 e ne sottolineano il potenziale ruolo al momento della diagnosi di malattia metastatica, quando il trattamento ha la maggiore opportunità di migliorare gli esiti”.