📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Il software che prevede il melanoma: così l'IA può cambiare la prevenzione Il Sole 24 ORE
di Maria Rita Montebelli 5 maggio 2026 3' di lettura 3' di lettura Un software in grado di predire, con anni di anticipo e grande precisione, se una persona è a rischio di sviluppare un melanoma. È la nuova frontiera dell'intelligenza artificiale applicata alla prevenzione, nell'ottica di una medicina che non rincorre la malattia, ma la anticipa sui tempi. E che riesce a prevedere chi svilupperà un melanoma, fino a cinque anni prima. Non è fantascienza, ma i risultati di una ricerca svedese, che potrebbe rivoluzionare la prevenzione dei tumori della pelle. Lo studio, pubblicato suActa Dermato-Venereologica, ha vagliato le performance di un software di intelligenza artificiale sviluppato da ricercatori dellaUniversity of Gothenburg(primo autore,Sam Polesie, professore associato di Dermatologia) insieme allaChalmers University of Technology. E i risultati non lasciano certo indifferenti. Gli scienziati svedesi hanno analizzato i dati sanitari relativi ad oltre sei milioni di adulti svedesi. In questo enorme campione, circa lo 0,64% (pari ad oltre 38 mila persone) ha sviluppato un melanoma nell'arco dei cinque anni dell'indagine. Gli algoritmi di machine learning hanno studiato con attenzione una serie di informazioni (età, sesso, diagnosi mediche, farmaci assunti, condizioni socioeconomiche) presenti nell'enorme database del registro svedese. In questo modo, l'IA ha imparato a riconoscere degli schemi nascosti, segnali deboli ma decisivi che precedono lo sviluppo del melanoma, invisibili ad occhio nudo, ma ben riconoscibili dall'occhio indagatore dell'IA. Il modello più avanzato di IA ha raggiunto una precisione di circa 73% nel prevedere chi avrebbe sviluppato un melanoma, mentre un modello base, addestrato su un minor numero di elementi (età e sesso) si fermava al 64%. Gli algoritmi più istruiti, integrando più dati, hanno mostrato un salto netto di qualità, riuscendo anche ad individuare piccoli gruppi di persone ad altissimo rischio, nei quali la probabilità di sviluppare melanoma arrivava fino al 33% entro cinque anni. In pratica, 1 persona su 3. Oggi la prevenzione del melanoma si basa su controlli dermatologici periodici dei nei, spesso generalizzati. Ma questo approccio, per quanto prezioso (è ancora l'unico disponibile in clinica), presenta evidenti limiti: è costoso e time-consuming e porta a tanti esami inutili (tra i quali le biopsie). Ma con strumenti come l'IA, il futuro potrebbe essere diverso. L'idea è quella di usare l'IA come filtro iniziale per selezionare i pazienti ad alto rischio, indirizzarli a controlli dermatologici più frequenti, intervenire prima che il tumore si sviluppi o nelle sue fasi iniziali. In altre parole, potrebbe aiutare a mettere in atto una prevenzione personalizzata, cucita su misura del singolo paziente. È la logica della medicina di precisione, applicata alla prevenzione. Ma la rivoluzione degli algoritmi di IA non si limitano alla previsione. Un'altra ricerca, coordinata dalKarolinska Institutetin collaborazione con laYale University, ha dimostrato che l'IA può rendere più affidabile anche la diagnosi. In questo caso, gli algoritmi si sono focalizzati sull'analisi dei cosiddetti linfociti infiltranti il tumore (TILs), indicatori importanti dell'aggressività del melanoma. Messi alla prova sul campo hanno prodotto valutazioni più affidabili e prognosi più accurate. Tradotto nella pratica clinica, questo potrebbe portare a minori errori nella diagnosi e a decisioni terapeutiche più efficaci. Il melanoma è il tumore della pelle più aggressivo e mortale e la sua incidenza è in crescita nei Paesi occidentali. Strumenti predittivi come quelli basati sull'IA potrebbero aiutare a ottimizzare le risorse, riducendo i costi della prevenzione e della diagnosi e, fatto ancora più importante, ad aumentare le diagnosi precoci. Ma è dagli stessi autori di queste ricerche che arriva un invito alla cautela: questi strumenti non sono ancora pronti per un impiego clinico su larga scala. Restano infatti da sciogliere dei nodi cruciali: gli algoritmi di IA andranno validati su altre popolazioni (questi sono costruiti su database svedesi) e integrati nelleflowchartdiagnostiche. Resta poi sempre il convitato di pietra delle questioni etiche e della privacy dei dati. Ma la direzione sembra ormai tracciata. Questa ricerca si inserisce in uno snodo storico molto importante: dalla medicina reattiva a quella predittiva. L'idea di fondo è che non bisognerà aspettare più che il tumore compaia. Andrà costruito un profilo di rischio personalizzato, che permetterà di intervenire prima. Il tutto grazie ad algoritmi ben istruiti che, silenziosamente, leggeranno i numerosi dati che definiscono il profilo sanitario di una persona, avvertendo anni prima che qualcosa non sta andando nel verso giusto. L'IA potrebbe andare ben oltre la diagnosi precoce, traghettandoci verso la prevenzione intelligente con gli screening selettivi. Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.
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Psoriasi, la nuova frontiera della cura: dalla terapia topica per pharmastar.it
La psoriasi è una malattia infiammatoria cronica della pelle, estremamente eterogenea, che può presentarsi con forme lievi fino a quadri severi e potenzialmente pericolosi. Negli ultimi anni, l’evoluzione delle terapie ha rivoluzionato l’approccio clinico, offrendo opzioni sempre più efficaci e personalizzate. Dalle terapie topiche, ancora fondamentali, ai farmaci biologici e alle nuove molecole mirate per forme rare come la psoriasi pustolosa generalizzata, l’obiettivo oggi è ambizioso: controllo completo della malattia e miglioramento reale della qualità di vita. Questi aspetti sono stati analizzati durante il 99^ congresso nazionale della SIDeMaST.
Terapie topiche: tradizione consolidata e innovazione nei dettagli
Nonostante i grandi progressi della farmacologia sistemica, la terapia topica continua a rappresentare un pilastro imprescindibile nella gestione della psoriasi. Come sottolineato dal prof. Paolo Gisondi, professore Associato di Dermatologia; Dipartimento di Medicina, Sezione di Dermatologia e Venereologia, Università di Verona: “le terapie topiche sono sicuramente una terapia di prima linea per le forme lievi, ma restano un supporto essenziale anche nelle forme più gravi soprattutto per gestire lesioni in aree sensibili (volto, genitali, pieghe) e per il controllo dei flare.”
Corticosteroidi di diversa potenza, analoghi della vitamina D e combinazioni fisse costituiscono il cuore di questo approccio.
Tra queste, l’associazione calcipotriolo-betametasone è oggi considerata il gold standard grazie alla sua azione sinergica sia nel trattamento delle forme attive che nel mantenimento.
La terapia ha il compito di controllare infiammazione e desquamazione nelle zone localizzate. Non si tratta però solo di scegliere il principio attivo: il veicolo gioca un ruolo decisivo.
“Il veicolo condiziona tantissimo l’aderenza al trattamento”, spiega ancora Gisondi. “La formulazione in schiuma che è innovativa, ha dimostrato una maggiore penetrazione cutanea e una maggiore efficacia e biodisponibilità rispetto a gel e unguenti, oltre a essere più rapida e quindi meglio accettata dal paziente”.
Il prof. Gisondi ha illustrato anche dei casi clinici. per sottolineare come in pazienti complessi. Anche in uno dei pazienti più complessi, che presentava lesioni in zone ad alto impatto e soffriva di più patologie concomitanti, quali insufficienza renale cronica, pregresso ictus ischemico, ipertensione arteriosa, epatite virale cronica e resistenza alla terapia sistemica, , il trattamento con la schiuma di calcipotriolo/betametasone ha garantito ottimi risultati e un elevato grado di on soddisfazione dei pazienti.
È importante ricordare al paziente che la psoriasi è una malattia cronica e che per la completa remissione delle lesioni l’aderenza alla terapia è fondamentale.
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L’era dei biologici: risultati più rapidi, pazienti più esigenti
Se le terapie topiche restano fondamentali, è con i farmaci biologici che si è verificata la vera rivoluzione. Oggi gli obiettivi terapeutici sono molto più ambiziosi rispetto al passato. Come evidenzia il dott. Federico Bardazzi, Policlinico Sant'Orsola Malpighi di Bologna: “un tempo ci accontentavamo di un PASI 75, oggi lo considero qualcosa di poco soddisfacente”.
L’introduzione delle terapie anti-interleuchina ha alzato l’asticella delle aspettative, sia per i medici che per i pazienti. Molecole come brodalumab, che agiscono sul pathway dell’interleuchina 17, permettono di ottenere risultati rapidi e duraturi. “L’80% dei pazienti raggiunge un PASI inferiore a 3 già alla sedicesima settimana”, sottolinea Bardazzi, evidenziando come la rapidità d’azione rappresenti un fattore chiave per la soddisfazione del paziente e l’aderenza alla terapia.
La risposta è ulteriormente migliorata alla settimana 28, momento in cui è stato raggiunto un plateau, con una lieve flessione i efficacia nei timepoint successivi, in particolare per PASI 100 e PASI 90, raggiunti rispettivamente nel 55,2% e nel 65,5% dei pazienti alla settimana 156.
Efficacia di brodalumab in pazienti complessi
Un altro elemento cruciale quindi è la capacità di questi farmaci di mantenere l’efficacia nel tempo e di funzionare anche in pazienti complessi: soggetti sovrappeso, con comorbilità multiple o che hanno fallito precedenti terapie biologiche.
L’obesità è associata a una maggiore gravità della psoriasi e a una ridotta efficacia di alcuni trattamenti per la malattia.
Un’analisi post hoc di due ampi studi clinici di fase 3 ha valutato l’efficacia e la sicurezza di brodalumab nel trattamento di pazienti con psoriasi da moderata a severa, stratificati in base allo stato di obesità.
Il trattamento con brodalumab ha mostrato tassi di clearance cutanea e profili di sicurezza comparabili nei pazienti con psoriasi da moderata a severa, dimostrando efficacia e sicurezza anche nei pazienti con obesità.
Il prof. Bardazzi ha illustrato tre casi clinici di suoi pazienti obesi e già precedentemente trattati con terapie convenzionali anti-TNF. In tutti e tre i casi il brodalumab ha mostrato alta efficacia, in tempi rapidi.
Un’analisi post hoc degli studi di fase III AMAGINE-2 e 3 dimostra che brodalumab mantiene la sua efficacia indipendentemente dal peso corporeo. I tassi di clearance completa della pelle sono risultati elevati sia nei pazienti obesi sia nei non obesi, senza differenze clinicamente rilevanti. Anche il profilo di sicurezza è sovrapponibile tra i gruppi.
Inoltre, l’esperienza clinica, oltre agli studi clinici, ha contribuito a rassicurare sulla sicurezza, anche in pazienti con disturbi psichiatrici. “Ho prescritto questi farmaci anche a pazienti con disturbo bipolare senza osservare peggioramenti clinici”, racconta Bardazzi.
Il cambiamento culturale è evidente: i pazienti non accettano più compromessi e chiedono una pelle completamente libera da lesioni, anche nelle cosiddette “aree ad alto impatto”, come arti inferiori, glutei o zone visibili.
Psoriasi pustolosa generalizzata: una sfida clinica che richiede tempestività
Accanto alle forme più comuni esiste una variante rara ma severa: la psoriasi pustolosa generalizzata (GPP). Si tratta di una condizione distinta, caratterizzata da pustole sterili diffuse, spesso accompagnate da febbre, dolore e compromissione dello stato di salute generale.
La GPP è una forma rara e potenzialmente grave di psoriasi, la comparsa acuta o subacuta di pustole sterili diffuse avviene su un fondo eritematoso, con tendenza alla confluenza e a un decorso spesso recidivante.Può esistere come entità autonoma ma può anche coesistere con la più frequente psoriasi a placche (o volgare).
Il quadro cutaneo si associa a manifestazioni sistemiche rilevanti, tra cui febbre, astenia, leucocitosi e aumento degli indici infiammatori, fino a condizioni di instabilità clinica che richiedono un monitoraggio intensivo.
La diagnosi è clinica, supportata da elementi istologici quali gli ascessi neutrofili intraepidermici, e richiede una rapida distinzione da altre pustolosi acute. La gestione terapeutica è complessa ma oggi si avvale di approcci mirati.
Secondo la prof.ssa Francesca Prignano, Dipartimento di Scienze della Salute-Sezione di Dermatologia, Università di Firenze: “è fondamentale un riconoscimento clinico tempestivo”, perché questa forma può evolvere rapidamente e richiede un monitoraggio stretto anche dal punto di vista sistemico.
A differenza della psoriasi a placche, dominata dall’asse IL-17/23, nella forma pustolosa il protagonista è il pathway dell’interleuchina 36, responsabile del richiamo massivo di neutrofili e dell’infiammazione acuta. Una migliore comprensione di questo meccanismo ha aperto la strada a una terapia mirata, rappresentata da spesolimab.
“È il primo farmaco specifico nella storia della dermatologia per questa patologia”, sottolinea Prignano. Il trattamento consente di controllare rapidamente i flare andando ad agire sul recettore dell’interleuchina 36.
Bloccare i flare vuol dire fermare le riacutizzazioni, riducendo sia le manifestazioni cutanee sia i sintomi sistemici. In un futuro non troppo lontano, ricorda la Prignano, avremo la possibilità di trattare il paziente con dosi diverse considerato che, come ci evidenzia la letteratura, i pazienti presentano un andamento clinico che raramente coincide con una condizione di benessere stabile e richiedono quindi una gestione di lungo periodo.
I risultati clinici sono impressionanti: in alcuni casi, una singola somministrazione è sufficiente per ottenere un miglioramento rapido e significativo, con scomparsa delle pustole e riduzione del dolore e della febbre.
La professoressa Prignano ha illustrato il caso di una paziente che avvertiva dolore anche al solo contatto con il lenzuolo e che, dopo una singola dose di spesolimab, ha mostrato un netto miglioramento dei segni e dei sintomi, compresi quelli muscolari e articolari, del malessere generale e, naturalmente, delle pustole.
Un cambiamento radicale rispetto al passato, quando le opzioni erano limitate e spesso poco efficaci.
Gestione a lungo termine delle varie forme di psoriasi: tra mantenimento e personalizzazione
La vera sfida oggi non è solo trattare l’episodio acuto, ma garantire stabilità nel tempo. La psoriasi pustolosa generalizzata, infatti, è caratterizzata da un andamento imprevedibile e da un alto rischio di recidiva.
Come evidenziato da Gisondi, “avere un dosaggio di mantenimento è fondamentale per ridurre il rischio di flare”. Le nuove formulazioni sottocutanee dei farmaci mirati rappresentano un’opzione concreta per il controllo a lungo termine della malattia.
Un ulteriore elemento di complessità è la possibile coesistenza tra psoriasi a placche e forma pustolosa. In questi casi, può essere necessario combinare strategie terapeutiche diverse, adattandole nel tempo in base all’evoluzione clinica.Dal punto di vista del paziente, la disponibilità di un piano terapeutico chiaro e continuativo ha un impatto importante anche sul piano psicologico. La paura della recidiva è infatti uno degli aspetti più difficili da gestire, e sapere di poter contare su una terapia di mantenimento efficace contribuisce a migliorare la qualità di vita.
Verso una medicina sempre più su misura
La psoriasi è oggi una malattia molto più gestibile rispetto al passato, grazie a un’ampia gamma di opzioni terapeutiche che permettono di intervenire su ogni forma e fase della patologia. Dalle terapie topiche, ancora centrali nella pratica quotidiana, ai biologici di nuova generazione e ai trattamenti mirati per forme rare, il panorama terapeutico è in continua evoluzione.
Il vero cambiamento, però, è culturale: non si parla più di semplice controllo dei sintomi, ma di remissione quasi completa, rapidità di risposta e benessere globale del paziente. Come emerge chiaramente dalle esperienze cliniche, la personalizzazione della terapia è la chiave per ottenere risultati duraturi.
In questo scenario, il dermatologo non è più solo un prescrittore, ma un regista del percorso terapeutico, capace di integrare farmaci, aspettative e qualità di vita in un approccio sempre più preciso e centrato sulla persona.
Luca Mastorino et al., Drug survival, effectiveness, and safety of brodalumab for moderate-to-severe psoriasis up to 3 years Int J Dermatol. 2024 Jul;63(7):922-928.
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Luigi Gargiulo et al. Drug survival of IL-12/23, IL-17 and IL-23 inhibitors for moderate-to-severe plaque psoriasis: a retrospective multicenter real-world experience on 5932 treatment courses - IL PSO (Italian landscape psoriasis). Front Immunol. 2024 Jan 11:14:1341708.
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Steven Hsu et al.“Comparable efficacy and safety of brodalumab in obese and nonobese patients with psoriasis: analysis of two randomized controlled trials”Pubblicato su British Journal of Dermatology (2020).
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Tumore del polmone non a piccole cellule ROS1-positivo, efficacia promettente e duratura per taletrectinib. #AACR26 pharmastar.it
Il trattamento con l’inibitore tirosin chinasico (TKI) taletrectinib permette di ottenere tassi di risposta elevati e risposte durature nei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule portatori di riarrangiamenti del gene ROS1 (ROS1-positivi), non trattati in precedenza con TKI. È quanto emerge dai risultati di un'analisi aggregata degli studi di fase 2 TRUST-I (NCT04395677) e TRUST-II (NCT04919811), presentata in occasione del congresso annuale dell'American Association for Cancer Research (AACR), a San Diego.
«Taletrectinib è un TKI orale molto efficace che dovrebbe essere preso in considerazione per i pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule che presentano riarrangiamenti di ROS1», ha affermato in un’intervista l’autrice principale dello studio, Lyudmila Bazhenova, professoressa di medicina presso l'UC San Diego Moores Cancer Center.
Inoltre, ha sottolineato la ricercatrice, i risultati presentati all'AACR riflettono l'importanza di condurre test molecolari per identificare l’eventuale presenza di alterazioni genetiche che possano costituire un bersaglio di terapie mirate.
Taletrectinib, nuovo TKI già approvato negli Usa
Circa l'1-2% dei pazienti con tumore al polmone non a piccole cellule non a piccole cellule presenta un riarrangiamento del gene ROS e attualmente vi sono diversi farmaci approvati per questi pazienti.
Fra questi vi è taletrectinib, autorizzato dalla Food and drug administration nel giugno 2025 per il trattamento di pazienti adulti con tumore del polmone non a piccole cellule localmente avanzato o metastatico ROS1-positivo, per i quali rappresenta già uno standard terapeutico. Il farmaco è approvato anche in Giappone e Cina, ma non ancora nell’Unione europea, che ha avviato l’iter regolatorio nel marzo scorso.
Sviluppato dalla biotech Nuvation Bio, in partnership con Eisai in alcuni mercati (per esempio, Asia ed Europa), taletrectinib è un TKI di nuova generazione di ROS1 e NTRK, due tirosin-chinasi che possono risultare alterate (con fusioni geniche) in diversi tumori solidi. Rispetto ai TKI di prima generazione, il farmaco è stato progettato per essere più potente e attivo anche su mutazioni di resistenza, oltre ad avere una buona penetrazione a livello del sistema nervoso centrale (SNC), che rappresenta uno dei punti di forza di questo farmaco.
Gli studi TRUST-I e TRUST-II
Gli studi TRUST-I (NCT04395677) e TRUST-II (NCT04919811) sono i due trial registrativi complementari sui quali si è basata l’approvazione regolatoria di taletrectinib, il primo condotto principalmente in Cina e il secondo in Europa, Asia e Stati Uniti.
Si tratta di due studi multicentrici, a braccio singolo, in aperto, disegnati per valutare efficacia e sicurezza di taletrectinib in pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule avanzato o metastatico ROS1-positivo, con due coorti principali: pazienti naïve ai TKI (mai trattati con inibitori di ROS1) e pazienti già trattati con TKI (per esempio, crizotinib, entrectinib).
L'analisi presentata dalla Bazhenova al congresso dell’AACR si è concentrata sull'efficacia di taletrectinib nei pazienti naïve ai TKI. I dati riportati si basano su un follow-up aggiuntivo di 10 mesi, che fornisce quindi una visione più completa e duratura sull'efficacia di taletrectinib in questo gruppo di pazienti. Al meeting è stata poi presentata anche una relazione separata sui pazienti già trattati con TKI.
Tasso di risposta quasi del 90% e quasi il 60% dei pazienti ancora in vita a 4 anni
Le valutazioni dell’efficacia sono state condotte su 157 pazienti degli studi TRUST-I e TRUST-II.
In questa popolazione si è osservato un tasso di risposta obiettiva (ORR) confermata molto elevato, pari a quasi il 90%. Inoltre, ha riferito l’autrice, è stata riscontrata un'elevata efficacia del farmaco a livello intracranico, con un ORR confermato a livello intracranico del 76,5%.
Le risposte sono risultate molto durature, con una mediana di durata della risposta (DOR) pari a 49,7 mesi, un dato definito dalla Bazhenova «molto significativo».
Anche la mediana della sopravvivenza libera da progressione (PFS) è risultata molto elevata, e pari a 46,1 mesi.
Al momento dell’analisi, la mediana della sopravvivenza globale (OS) non era ancora stata raggiunta in questa popolazione di pazienti, ma a 48 mesi il 58% di essi era ancora in vita.
Effetti avversi in linea con le aspettative
La sicurezza di taletrectinib è stata valutata complessivamente in 363 pazienti.
Con un follow-up più lungo, non sono stati osservati nuovi segnali di sicurezza rispetto alle analisi precedenti e i risultati osservati sono stati in linea con le aspettative, ha detto l’autrice.
Si sono riscontrati aumenti dell'aspartato aminotransferasi e dell'alanina aminotransferasi, ma la maggior parte di questi aumenti è stata di grado lieve. Si sono verificati, inoltre, lievi episodi di nausea e diarrea, anch'essi di grado lieve.
È molto importante sottolineare, ha rimarcato la professoressa, che taletrectinib non presenta molti eventi avversi neurologici, a differenza di quanto si potrebbe osservare con altri TKI orali. Per esempio, vertigini di grado 1 sono state osservate nel 18,5% dei pazienti e vertigini di grado 2 nel 2,8%. Per quanto riguarda la disgeusia, il 13,2% ha presentato eventi di grado 1 e il 2,2% eventi di grado 2. Questi eventi avversi sono stati gestiti con pratiche standard, come riduzioni del dosaggio o sospensioni della somministrazione.
I prossimi passi
Per quanto riguarda il futuro di taletrectinib e i prossimi passi della ricerca, la Bazhenova ha detto che ci sono ancora molte domande a cui occorre rispondere. Per esempio, è necessario approfondire la conoscenza dei meccanismi di resistenza al taletrectinib e del modo più appropriato per gestire tale resistenza.
Un altro aspetto importante ancora da chiarire riguarda il ruolo dell'inibizione delle ROS nei pazienti con tumore al polmone in stadio iniziale sottoposti a intervento chirurgico. Attualmente, ha ricordato l’autrice, vi sono tre contesti in cui la terapia adiuvante con TKI fan la differenza: pazienti con mutazioni classiche dell'EGFR, pazienti con riarrangiamenti di ALK e, più recentemente, pazienti con riarrangiamenti del RET. È dunque auspicabile poter condurre uno studio anche su pazienti in stadio iniziale con mutazioni del gene ROS1 operati.
Bibliografia
L. Bazhenova, et al. Taletrectinib in tyrosine kinase inhibitor (TKI)-naïve patients with ROS1+ non-small cell lung cancer (NSCLC): updated data from TRUST-I and TRUST-II. AACR 2026; abstract CT300.
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Tina Knowles: «Il cancro mi ha insegnato a rallentare. Noi donne non ci fermiamo mai, ma se non ci prendiamo cura di noi stesse un giorno non potremo più aiutare le persone a cui teniamo» - Eventi e News
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Tina Knowles: «Il cancro mi ha insegnato a rallentare. Noi donne non ci fermiamo mai, ma se non ci prendiamo cura di noi stesse un giorno non potremo più aiutare le persone a cui teniamo» Eventi e News
Tina Knowles: «Il cancro mi ha insegnato a rallentare. Noi donne non ci fermiamo mai, ma se non ci prendiamo cura di noi stesse un giorno non potremo più aiutare le persone a cui teniamo»
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Pazienti oncologici in Abruzzo: controlli a rischio dopo interventi e terapie fuori regione Sbircia la Notizia Magazine
La ricostruzione
La nostra analisi colloca il problema nel punto meno visibile della filiera sanitaria: il rientro del paziente dopo una cura extra-regionale. Qui il diritto alla continuità assistenziale incontra procedure di prenotazione che possono ragionare per presa in carico locale, agenda interna e prescrizione prodotta dentro il perimetro regionale.
La vicenda non riguarda la qualità clinica degli specialisti abruzzesi o delle strutture scelte fuori regione. Riguarda il passaggio in cui un bisogno già documentato deve diventare una prenotazione nei tempi corretti. Se quel passaggio fallisce, l'intero follow-up perde precisione.
Nota di metodo: questo articolo ricostruisce un nodo amministrativo e organizzativo. Le scelte cliniche restano di competenza degli oncologi e delle strutture sanitarie che seguono il singolo paziente.
Sommario dei contenuti
Il problema da fissare subito
Il caso nasce da una condizione molto concreta: il paziente è abruzzese, la diagnosi oncologica è documentata, l'intervento o la terapia sono avvenuti altrove e il controllo deve essere effettuato vicino a casa. La frattura si produce quando il sistema regionale non aggancia automaticamente quella persona alle agende oncologiche dedicate.
In pratica il paziente può essere trattato come un utente ordinario che chiede una prestazione diagnostica, anziché come una persona inserita in una sequenza clinica già tracciata. Questa differenza cambia tutto, perché una Tac o una Pet richiesta per follow-up oncologico non ha lo stesso significato di un esame prenotato senza un protocollo terapeutico alle spalle.
La parola chiave è riconoscimento. Senza riconoscimento amministrativo, la priorità clinica resta nel fascicolo del paziente, nella lettera di dimissione o nella prescrizione dello specialista fuori regione e l'agenda locale può non tradurla in un accesso coerente.
La sequenza che crea l’esclusione
Il percorso tipico ha una scansione precisa. Una persona residente in Abruzzo riceve indicazione clinica a curarsi fuori regione, spesso per competenza specialistica, disponibilità di un centro o continuità con un’équipe già coinvolta. Dopo l'intervento o l'avvio della terapia, torna in Abruzzo con un calendario di controlli: esami radiologici, valutazioni di risposta, monitoraggi a intervalli stabiliti.
Il passaggio critico arriva al momento della prenotazione. Se la prescrizione specialistica nasce in un'altra regione, l'agenda abruzzese può non intercettare il paziente come parte di un percorso oncologico regionale. Il medico di medicina generale può trasformare l'indicazione in impegnativa, però l'impegnativa ordinaria non sempre apre le porte dell'agenda protetta.
La conseguenza è un doppio attrito: il paziente rischia un'attesa lunga e il sistema può chiedere una visita locale ulteriore solo per riallineare la pratica. Questa visita non aggiunge necessariamente valore clinico quando esiste già un piano scritto dallo specialista che ha trattato il caso. Aggiunge tempo, che in oncologia è una variabile clinica.
Tac, risonanza e Pet: controlli ad alta priorità clinica
Nel linguaggio amministrativo Tac, risonanza magnetica e Pet sono prestazioni. Nel percorso oncologico sono strumenti che misurano evoluzione della malattia, risposta alla terapia, sospetto di ripresa e necessità di modificare la strategia. Lo stesso esame cambia peso a seconda della fase clinica in cui viene richiesto.
Una Pet programmata dopo un ciclo terapeutico può orientare la conferma del trattamento o la sua modifica. Una risonanza inserita nel follow-up di un tumore con rischio di recidiva locale serve a intercettare segnali precoci. Una Tac di rivalutazione può sostenere decisioni immediate su farmaci, radioterapia o chirurgia. Per questo il ritardo produce più di un disagio: può ridurre la capacità del team clinico di decidere nel momento utile.
Il problema abruzzese va letto da qui. La lista ordinaria nasce per governare una domanda ampia, non per custodire finestre oncologiche legate a un protocollo. Quando un paziente fragile entra nel canale ordinario, il sistema sta usando uno strumento amministrativo troppo generico per una domanda ad alta specificità.
La risoluzione e il punto che la rende operativa
La risoluzione annunciata da Antonio Blasioli punta a chiudere la falla con misure organizzative, non con un nuovo principio astratto. Il principio esiste già: il cittadino deve poter accedere alle prestazioni necessarie nei tempi appropriati, anche quando una parte della cura si è svolta fuori regione.
La parte decisiva riguarda i canali diretti di prenotazione e il riconoscimento delle prescrizioni specialistiche extra-regionali. Tradotto in termini operativi, l'Abruzzo dovrebbe permettere al paziente rientrato di agganciarsi a un'agenda coerente con il follow-up indicato dallo specialista, senza dover ripartire da una presa in carico formale solo per ottenere un codice di accesso.
La risoluzione chiede inoltre una circolare regionale rivolta ad ASL e medici di medicina generale. È il passaggio più concreto, perché il problema vive negli sportelli, nei CUP, nei sistemi informativi aziendali e nelle istruzioni date a chi compila o valida una richiesta.
Il confronto con le Regioni già avanti
Il modello indicato nella richiesta politica guarda a realtà che hanno già costruito percorsi più elastici per i pazienti rientrati da cure fuori regione. Il compito concreto è replicare una funzione: rendere leggibile la priorità oncologica anche quando la prescrizione nasce fuori dal sistema locale.
Questa funzione può essere realizzata in modi diversi. Una Regione può accettare la prescrizione specialistica extra-regionale come documento sufficiente per aprire l'agenda dedicata; un'altra può prevedere una validazione clinica rapida senza nuova visita ordinaria; un'altra ancora può creare una corsia CUP specifica per i follow-up oncologici documentati. Ciò che conta è l'esito: il paziente non deve restare sospeso tra due sistemi sanitari.
La mobilità sanitaria ha sempre una componente clinica e una componente organizzativa. Quando il cittadino si cura fuori regione, il territorio di residenza conserva responsabilità di prossimità. L'assistenza non può dissolversi nel momento in cui il paziente torna a casa con un piano di controllo già scritto.
La Rete Oncologica Regionale e il punto debole del rientro
L'Abruzzo dispone di un impianto di Rete Oncologica Regionale che dichiara un obiettivo preciso: integrare ospedale e territorio, garantire omogeneità delle prestazioni e seguire il paziente dal primo sospetto fino al follow-up. La coerenza del modello si misura proprio nel rientro, quando una persona curata altrove chiede che il territorio riconosca il proprio piano clinico.
La rete funziona se le interconnessioni sono reali. Un nodo ospedaliero, un oncologo fuori regione, un medico di famiglia abruzzese e un CUP regionale devono potersi parlare attraverso regole chiare. In assenza di queste regole, il paziente diventa il messaggero materiale del proprio percorso: porta documenti, ricostruisce date, spiega perché l'esame va fatto entro una finestra definita.
Questa è la parte più delicata. Una rete oncologica moderna deve ridurre il carico burocratico sul paziente fragile. Se invece lo costringe a dimostrare più volte la stessa condizione, il problema supera l'organizzazione e diventa una perdita di appropriatezza.
Contributi economici e accesso clinico sono due piani diversi
Il quadro regionale contiene anche una misura economica recente: l'Abruzzo ha riaperto nel 2026 i contributi destinati ai nuclei familiari con un componente affetto da patologia oncologica, trapiantato o in attesa di trapianto, per spese sostenute nel 2025. È un intervento utile sul lato dei costi, soprattutto quando la cura lontano da casa pesa su viaggi, accompagnamento e permanenza.
Questa misura, però, non risolve il nodo delle agende. Il rimborso alleggerisce una spesa già affrontata; l'accesso clinico nei tempi corretti evita che il paziente perda settimane nel punto in cui il follow-up dovrebbe guidare le decisioni. Sono due strumenti diversi e vanno tenuti separati per capire dove intervenire.
La nostra lettura è netta: una Regione può sostenere economicamente la mobilità sanitaria e nello stesso tempo lasciare scoperta la fase di ritorno. La seconda lacuna si chiude con procedure, codici, responsabilità aziendali e un raccordo stabile con le prescrizioni degli specialisti extra-regionali.
Cosa cambia per ASL, medici di famiglia e CUP
Per le ASL, la correzione richiede una regola uguale in tutto il territorio regionale. La stessa documentazione deve produrre la stessa risposta a Pescara, Chieti, Teramo o L'Aquila. Se ogni azienda interpreta autonomamente la prescrizione extra-regionale, il diritto effettivo cambia a seconda dello sportello.
Per i medici di medicina generale, il punto è la compilazione dell'impegnativa. Il medico deve sapere quali elementi inserire, quale priorità usare quando la richiesta è coerente con il protocollo oncologico e quale canale attivare se la ricetta nasce da un piano specialistico esterno. Senza indicazioni regionali, anche il medico più attento rischia di produrre una richiesta formalmente corretta e operativamente debole.
Per il CUP, il tema riguarda l'accesso all'agenda giusta. Un sistema di prenotazione efficiente non si limita a trovare il primo spazio libero; deve assegnare la domanda al contenitore clinico corretto. La differenza tra agenda ordinaria e agenda oncologica dedicata è qui.
Il punto che una circolare deve chiudere
Una circolare regionale efficace dovrebbe stabilire almeno la regola di riconoscimento: quando un paziente oncologico residente in Abruzzo presenta prescrizione specialistica extra-regionale, piano di cura, lettera di dimissione o indicazione di follow-up, l'accesso all'agenda dedicata deve essere possibile senza passaggi ridondanti.
La stessa circolare dovrebbe definire chi valida la richiesta, con quali tempi e attraverso quale canale. Se la validazione resta implicita, il problema si sposta dallo sportello al reparto; se resta informale, ogni caso dipende dalla buona volontà di un singolo operatore. La sanità pubblica ha bisogno di una procedura replicabile.
La soluzione tecnica più robusta è un tracciato minimo comune: diagnosi o quesito oncologico, prestazione richiesta, finestra temporale indicata dallo specialista, centro che ha prodotto la prescrizione, riferimento del medico curante e canale di prenotazione. Con questi elementi il sistema può distinguere un controllo oncologico documentato da una domanda generica di diagnostica.
Cosa può fare il paziente nella fase di decisione regionale
In attesa di un atto regionale, la documentazione diventa decisiva. Il paziente dovrebbe conservare in forma ordinata piano terapeutico, lettere di dimissione, prescrizioni specialistiche, calendario dei controlli e referti precedenti. Ogni documento deve rendere evidente che l'esame richiesto appartiene a un follow-up oncologico e che la tempistica nasce da un percorso clinico.
Quando la prenotazione viene proposta in lista ordinaria, è utile chiedere che sia registrato il motivo della mancata collocazione in agenda dedicata. Questo passaggio non sostituisce la tutela formale, però consente di trasformare un disagio individuale in un dato verificabile per ASL e Regione.
Il paziente non dovrebbe essere costretto a ricomporre da solo un circuito istituzionale. La cura extra-regionale è una realtà consolidata del Servizio sanitario nazionale; il rientro deve essere trattato come parte del percorso, non come una nuova partenza amministrativa.
Dove si misurerà l’effetto reale
L'effetto di una correzione regionale si vedrà su indicatori molto concreti: tempo medio tra richiesta e prenotazione, quota di pazienti oncologici rientrati da fuori regione agganciati ad agende dedicate, numero di visite ripetute solo per ottenere un esame, differenza tra tempi programmati dal protocollo e tempi effettivi di erogazione.
La piattaforma nazionale sulle liste di attesa consente già di leggere classi di priorità e tempi medi. Il caso abruzzese chiede un livello più fine. Serve sapere se il paziente oncologico documentato viene instradato nel percorso giusto. La media generale sulle prestazioni può migliorare e lasciare comunque scoperta una sottopopolazione fragile.
Da qui discende la valutazione politica e amministrativa: la risoluzione avrà senso solo se produrrà una modifica nelle istruzioni operative, nelle agende e nei sistemi informativi. Senza questa traduzione, il caso resterà una denuncia fondata con effetti troppo deboli sulla vita quotidiana dei pazienti.
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Screening, stili di vita e ricerca: le novità 2026 su prevenzione tumore al seno Studenti.it
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Cosa cambia nel 2026 per la prevenzione del tumore al seno
Fonte: getty-images
Nel 2026 la prevenzione del tumore al seno continua a ruotare intorno a tre pilastri: screening, stili di vita e ricerca scientifica. Non c’è una singola novità “magica”, ma un insieme di piccoli cambiamenti che, messi insieme, possono fare la differenza. Gli esperti ricordano che il tumore al seno è uno dei tumori più studiati e che le probabilità di guarigione sono molto più alte se viene scoperto in fase iniziale.
Le linee guida internazionali stanno spingendo sempre di più verso uno screening personalizzato, che tenga conto di età, familiarità e altri fattori di rischio. In parallelo, gli studi su alimentazione, movimento e abitudini quotidiane confermano che lo stile di vita non azzera il rischio, ma può ridurlo in modo significativo.
Sul fronte ricerca, nel 2026 proseguono i lavori su farmaci mirati, test genetici più precisi e tecniche di imaging più sensibili, con l’obiettivo di individuare i tumori prima e trattarli meglio. Per te, che magari hai tra i 14 e i 25 anni, la prevenzione non è solo “cose da adulti”: significa informarti adesso, conoscere la tua storia familiare e iniziare abitudini sane che ti accompagneranno negli anni.
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Screening 2026: cosa sta cambiando davvero nei controlli
Lo screening per il tumore al seno oggi, in Italia, si basa soprattutto sulla mammografia offerta gratuitamente alle donne in una certa fascia d’età (che può variare leggermente da regione a regione, di solito dai 45-50 ai 69-74 anni). Nel 2026 non c’è una rivoluzione totale, ma diversi Paesi europei e società scientifiche stanno discutendo di anticipare o personalizzare i controlli in base al rischio individuale.
Secondo documenti recenti di enti come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e linee guida europee, la tendenza è questa: non tutte le donne hanno lo stesso rischio, quindi non tutte hanno bisogno degli stessi esami alla stessa età. Entra in gioco il concetto di “risk-based screening”, cioè screening basato sul profilo di rischio, che considera fattori come:
storia familiare di tumore al seno o all’ovaio
di tumore al seno o all’ovaio presenza di mutazioni genetiche note (come BRCA1 e BRCA2)
note (come BRCA1 e BRCA2) densità del seno (quanto è “compatto” il tessuto mammario)
(quanto è “compatto” il tessuto mammario) uso prolungato di alcuni ormoni sotto controllo medico
Per chi ha un rischio più alto, gli specialisti possono proporre controlli anticipati o integrati con ecografia o risonanza magnetica. Per chi ha un rischio standard, la mammografia periodica resta lo strumento principale. Se sei giovane, la novità che ti riguarda è che sempre più medici insistono sull’importanza di ricostruire la storia familiare già dai 20 anni, per capire se in futuro ti servirà un percorso di screening diverso da quello “standard”.
Leggi anche Tumore al seno: cosa devi davvero sapere prima dei 25 anni
Stili di vita: le abitudini che contano davvero per il seno
Quando si parla di prevenzione, spesso si sente dire che “basta uno stile di vita sano”. In realtà, gli esperti sottolineano che uno stile di vita equilibrato non garantisce l’assenza di tumore, ma può ridurre il rischio e migliorare la risposta alle cure. Organizzazioni come l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro e istituti oncologici europei indicano alcuni comportamenti associati a un minor rischio di tumore al seno.
Tra i fattori su cui hai più controllo ci sono:
mantenere un peso nella norma : il sovrappeso, soprattutto dopo la menopausa, è collegato a un rischio maggiore
: il sovrappeso, soprattutto dopo la menopausa, è collegato a un rischio maggiore fare attività fisica regolare : anche 150 minuti a settimana di movimento moderato possono avere effetti positivi
: anche 150 minuti a settimana di movimento moderato possono avere effetti positivi limitare l’alcol : diversi studi collegano il consumo di alcol, anche moderato, a un aumento del rischio
: diversi studi collegano il consumo di alcol, anche moderato, a un aumento del rischio non fumare : il fumo è associato a vari tumori, incluso quello al seno
: il fumo è associato a vari tumori, incluso quello al seno curare l’alimentazione, privilegiando frutta, verdura, cereali integrali e riducendo cibi ultra-processati
Nel 2026 la ricerca continua a esplorare il ruolo di dieta mediterranea, equilibrio ormonale, sonno e stress.
Alcuni studi suggeriscono che un’alimentazione ricca di fibre e povera di grassi saturi possa essere utile, ma gli scienziati sono cauti: non esiste una “dieta anti-cancro” valida per tutti. Quello che puoi fare, però, è iniziare ora a costruire abitudini sostenibili, senza estremismi, che ti accompagneranno anche quando entrerai nelle fasce d’età dello screening.
Leggi anche Cos'è la mutazione BRCA e come funziona il test genetico per individuarla
L’angolo nascosto: familiarità, genetica e diagnosi sempre più precoci
Un aspetto che spesso viene sottovalutato dai più giovani è il tema della familiarità. Avere una parente stretta (madre, sorella, figlia) che ha avuto un tumore al seno, soprattutto in età relativamente giovane, può aumentare il rischio. Questo non significa che svilupperai per forza la malattia, ma che potrebbe essere utile parlarne con il medico prima del classico “appuntamento” con lo screening.
Negli ultimi anni, e anche nel 2026, si sta lavorando su test genetici sempre più precisi per individuare mutazioni ad alto rischio. I test per geni come BRCA1 e BRCA2 esistono da tempo, ma la novità è l’attenzione crescente alla consulenza genetica: non è solo fare un esame del sangue, ma capire con uno specialista se ha senso farlo, come interpretare il risultato e quali decisioni prendere dopo.
Per la vita quotidiana di uno studente, questo si traduce in alcune cose concrete:
parlare in famiglia di eventuali casi di tumore al seno o all’ovaio
di eventuali casi di tumore al seno o all’ovaio segnarsi l’età in cui sono stati diagnosticati, perché è un’informazione importante
in cui sono stati diagnosticati, perché è un’informazione importante riferire questi dati al medico di base o al ginecologo quando inizierai i controlli periodici
quando inizierai i controlli periodici chiedere, se ci sono molti casi in famiglia, se è il caso di una valutazione genetica
Sul fronte diagnosi, la ricerca sta migliorando le tecniche di imaging (come mammografie digitali avanzate e risonanze più sensibili) e sta esplorando strumenti come i biomarcatori nel sangue. Alcuni di questi approcci sono ancora in fase di studio e non fanno parte della routine, ma indicano una direzione chiara: rendere la diagnosi sempre più precoce e mirata, riducendo gli esami inutili e concentrandosi su chi ha davvero più bisogno.
Leggi anche Test genetico per la mutazione BRCA: dove farlo e quanto costa
Cosa puoi fare adesso per la tua prevenzione, anche se sei giovane
Anche se hai 16, 18 o 22 anni, la prevenzione del tumore al seno non è qualcosa da rimandare a “quando sarai grande”. Non significa fare subito mammografie, ma preparare il terreno. Ci sono azioni semplici che puoi iniziare già nel 2026, senza ansia ma con consapevolezza.
Puoi:
informarti da fonti affidabili (siti di istituti oncologici, ministeri, associazioni riconosciute) evitando contenuti allarmistici o non verificati
(siti di istituti oncologici, ministeri, associazioni riconosciute) evitando contenuti allarmistici o non verificati chiedere in famiglia se ci sono stati casi di tumore al seno o all’ovaio e a che età, annotando queste informazioni
se ci sono stati casi di tumore al seno o all’ovaio e a che età, annotando queste informazioni parlarne con il medico di base o il ginecologo quando fai una visita: potrà dirti se hai un rischio standard o se serve un approfondimento
quando fai una visita: potrà dirti se hai un rischio standard o se serve un approfondimento curare il tuo stile di vita : muoverti di più, limitare alcol e fumo, fare attenzione all’alimentazione sono scelte che ti aiutano su molti fronti, non solo sul tumore al seno
: muoverti di più, limitare alcol e fumo, fare attenzione all’alimentazione sono scelte che ti aiutano su molti fronti, non solo sul tumore al seno imparare a conoscere il tuo corpo: se noti cambiamenti insoliti al seno (noduli, secrezioni, cambiamenti della pelle), anche da giovanissima, è sempre meglio chiedere un controllo medico
In prospettiva, segnati mentalmente che, entrando nella fascia d’età dello screening organizzato, ti arriverà probabilmente una lettera di invito dalla tua ASL o regione.
La cosa più importante che potrai fare sarà aderire ai programmi di screening, perché sono pensati proprio per intercettare i tumori quando sono ancora piccoli e più curabili. Inizia ora a costruire un rapporto sereno con la prevenzione: non è vivere nella paura, ma giocare d’anticipo con le informazioni giuste.
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Tumore al pancreas, l’IA potrebbe riconoscere segnali invisibili anni prima della diagnosi Pazienti.it
Il tumore del pancreas resta una delle neoplasie più difficili da intercettare in tempo. In particolare, l’adenocarcinoma duttale pancreatico, la forma più comune e aggressiva, viene spesso scoperto quando la malattia è già avanzata. Il problema principale è che nelle fasi iniziali può non dare sintomi chiari e, anche quando vengono eseguite indagini radiologiche, le alterazioni del tessuto possono essere troppo sottili per essere riconosciute.
Una nuova ricerca pubblicata su Gut apre però una prospettiva interessante. Un sistema di intelligenza artificiale chiamato REDMOD sarebbe riuscito a individuare segnali precocissimi di tumore al pancreas in scansioni TAC considerate normali al momento dell’esame. Si tratta di cambiamenti non visibili a occhio nudo, legati alla texture del tessuto pancreatico, che potrebbero anticipare la diagnosi clinica di mesi o persino anni.
Come funziona REDMOD
Il modello, il cui nome completo è Radiomics-based Early Detection Model, analizza caratteristiche molto fini delle immagini mediche. Non cerca una massa già evidente, ma pattern nascosti nel tessuto, cioè piccole variazioni strutturali che possono precedere la comparsa riconoscibile della malattia.
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Il sistema include anche una segmentazione automatica del pancreas. In pratica, delimita con precisione l’organo e lo separa dai tessuti circostanti, riducendo le differenze che possono nascere quando questa operazione viene fatta manualmente. Questo passaggio è importante perché rende l’analisi più stabile e meno dipendente dall’interpretazione del singolo operatore.
Lo studio su oltre mille scansioni
Per valutare le prestazioni del modello, i ricercatori hanno analizzato TAC addominali di 219 pazienti provenienti da più ospedali. Al momento degli esami, queste persone erano state considerate libere da malattia sulla base della valutazione dei radiologi, ma in seguito hanno ricevuto una diagnosi di tumore al pancreas.
Nel dettaglio, per 87 pazienti, pari al 40%, le scansioni erano state eseguite tra 3 e 12 mesi prima della diagnosi. Per 76 pazienti, cioè il 35%, gli esami risalivano a 12-24 mesi prima. Per altri 56 pazienti, il 25%, le TAC erano state effettuate oltre 24 mesi prima della diagnosi, fino a circa 3 anni. Nel 64% dei casi, il tumore si trovava nella testa del pancreas.
I risultati sono stati confrontati con le scansioni di 1.243 persone che non hanno sviluppato tumore pancreatico nei tre anni successivi. Il gruppo di confronto era stato abbinato per età, sesso e data dell’esame. L’età media dei pazienti poi diagnosticati era di 69 anni, con un intervallo tra 34 e 88 anni; nel gruppo di controllo l’età media era di 64 anni, con lo stesso intervallo.
Un anticipo medio di 475 giorni
Secondo i dati dello studio, REDMOD ha individuato segnali preclinici di adenocarcinoma duttale pancreatico in media 475 giorni prima della diagnosi ufficiale. È un dato rilevante perché, per questa malattia, il tempo della diagnosi incide in modo diretto sulle possibilità di trattamento.
Gli autori sottolineano che aumentare la quota di tumori pancreatici individuati in fase localizzata dal 10% al 50% potrebbe più che raddoppiare i tassi di sopravvivenza, secondo modelli già disponibili. In altre parole, non si tratta solo di vedere prima una lesione, ma di spostare l’intero percorso diagnostico verso una fase in cui la malattia potrebbe essere più trattabile.
Prestazioni superiori rispetto ai radiologi
Nel confronto con gli specialisti, REDMOD ha mostrato una sensibilità quasi doppia: 73% contro 39%. Questo significa che il sistema è stato più efficace nel riconoscere i casi realmente destinati a sviluppare tumore.
Il divario è risultato ancora più marcato per le scansioni effettuate oltre due anni prima della diagnosi. In quel caso, REDMOD ha raggiunto un’accuratezza del 68%, rispetto al 23% dei radiologi. Non significa che l’intelligenza artificiale possa sostituire il medico, ma suggerisce che possa diventare uno strumento di supporto per segnalare casi che meritano controlli più approfonditi.
Verifiche aggiuntive e limiti dello studio
Il modello è stato testato anche su un gruppo indipendente di 539 pazienti, classificando correttamente come libere da tumore poco più dell’81% delle scansioni. In un ulteriore dataset dei National Institutes of Health, composto da 80 pazienti, ha raggiunto un’accuratezza dell’87,5%.
Un altro dato importante riguarda la stabilità nel tempo. Quando i pazienti erano stati sottoposti a scansioni precedenti, REDMOD ha prodotto lo stesso risultato nel 90-92% dei casi, indicando che i segnali individuati non erano casuali.
Restano però limiti da considerare. I ricercatori segnalano, tra gli altri, una scarsa diversità etnica tra i partecipanti. Inoltre, prima di un utilizzo su larga scala, il sistema dovrà essere validato in modo prospettico, soprattutto nei gruppi a rischio, come persone con perdita di peso inspiegata o diabete di nuova diagnosi.
Una possibile svolta, ma non ancora una pratica clinica
REDMOD rappresenta un passo avanti importante nello studio della diagnosi precoce del tumore pancreatico. La prospettiva è quella di passare da una scoperta spesso tardiva e sintomatica a un’intercettazione preclinica, quando il tumore potrebbe essere ancora in una fase molto iniziale.
L'anticipo medio di 475 giorni non è solo un numero statistico, ma una finestra terapeutica enorme. Individuare l'adenocarcinoma duttale pancreatico quando è ancora 'visivamente occulto' ai radiologi significa poter intervenire in una fase in cui la resezione chirurgica ha probabilità di successo molto più elevate. Se validata su larga scala, questa tecnologia potrebbe spostare la diagnosi dal 10% al 50% di casi localizzati, raddoppiando potenzialmente i tassi di sopravvivenza a cinque anni.
Per ora, però, si tratta di una tecnologia promettente e non di uno strumento già pronto per l’uso quotidiano. Serviranno ulteriori verifiche, su popolazioni più ampie e diverse, per capire come integrarla davvero nei percorsi clinici. Il dato centrale, comunque, resta chiaro: nelle immagini mediche considerate normali potrebbero esserci informazioni che l’occhio umano non riesce a cogliere, ma che un sistema addestrato può iniziare a riconoscere.
FONTI:
SciTechDaily - AI Detects “Invisible” Signs of Pancreatic Cancer Years Before Diagnosis
BMJ Journal - Next-generation AI for visually occult pancreatic cancer detection in a low-prevalence setting with longitudinal stability and multi-institutional generalisability
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Tumore della prostata: con i farmaci innovativi la cura diventa personalizzata Il Sole 24 ORE
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Il tumore della prostata è il più frequente fra gli uomini in Italia, con oltre 40mila nuove diagnosi ogni anno. La sopravvivenza a 5 anni è molto elevata e raggiunge il 91%. Ma, per i pazienti che presentano la forma ormonosensibile metastatica, questa percentuale è nettamente inferiore e non supera il 30%. Da qui l’importanza di disporre di terapie innovative, che garantiscano efficacia e qualità di vita tra le quali darolutamide, inibitore orale del recettore degli androgeni di nuova generazione, per la quale l’Agenzia italiana del farmaco ha approvato la rimborsabilità, in combinazione con la terapia di deprivazione androgenica, per il trattamento dei pazienti con tumore della prostata ormonosensibile metastatico. Grazie a questa approvazione, la gestione della malattia diventa sempre più personalizzata.
Aifa aveva già approvato la rimborsabilità di darolutamide a marzo 2024 - è stato ricordato in una conferenza stampa virtuale promossa da Bayer - più terapia di deprivazione androgenica in associazione alla chemioterapia con docetaxel, proprio per il trattamento dei pazienti con tumore della prostata ormonosensibile metastatico.
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“La nuova approvazione da parte di Aifa estende l’utilizzo di darolutamide a un gruppo più vasto di pazienti – spiega Luigi Formisano, membro del Direttivo Nazionale Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e professore di Oncologia medica all’Università degli Studi di Napoli Federico II –. Grazie alla nuova indicazione, infatti, darolutamide è l’unico inibitore del recettore degli androgeni approvato da Aifa che consente di personalizzare il trattamento, con o senza la chemioterapia, per soddisfare le necessità di ogni paziente e migliorare i risultati clinici. La combinazione di darolutamide con la sola terapia di deprivazione androgenica prolunga la sopravvivenza libera da progressione di malattia e salvaguarda la qualità di vita, aspetti molto importanti per i pazienti con neoplasia in fase metastatica”.
I risultati dello studio Aranote
“La maggior parte degli uomini con carcinoma della prostata ormonosensibile metastatico progredisce alla fase di malattia metastatica resistente alla castrazione, una condizione caratterizzata da una limitata sopravvivenza a lungo termine – afferma Elisa Zanardi, segretario Linee guida Aiom sul carcinoma della prostata e oncologa medica all’Irccs Ospedale Policlinico San Martino di Genova -. Da qui l’importanza di disporre di più opzioni di cura, in grado di rallentare la progressione del tumore. Nello studio Aranote pubblicato sul ‘Journal of Clinical Oncology’, darolutamide, associato alla sola terapia di deprivazione androgenica, ha ridotto significativamente il rischio di progressione radiologica o di morte del 46%”.
“La sua elevata tollerabilità deriva dalla struttura chimica peculiare, in grado di inibire la crescita delle cellule tumorali, limitando effetti collaterali che possono impattare sulla vita quotidiana – continua Zanardi -. Nello studio Aranote, un numero inferiore di pazienti trattati con darolutamide ha dovuto interrompere il trattamento per eventi avversi rispetto al placebo. Inoltre, ha anche mostrato di ritardare la progressione del dolore e un rallentamento clinicamente significativo nel deterioramento di importanti risultati relativi alla qualità della vita correlata alla salute. Proprio per evidenziare la necessità di integrare nelle decisioni terapeutiche il punto di vista delle persone colpite dalla malattia sul trattamento, Fondazione Aiom ha recentemente promosso un progetto sulla qualità di vita nel carcinoma della prostata, che ha portato a un documento firmato da un panel di esperti”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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Reggio, a Cannavò screening oncologici gratuiti per la Festa della Mamma CityNow
Una giornata che unisce salute e spiritualità, prevenzione e attenzione alla persona nella sua interezza. In occasione della Festa della Mamma, domenica 10 maggio 2026, a partire dalle ore 9.00, il Centro Screening Oncologici dell’ASP di Reggio Calabria sarà presente a Cannavò con un’iniziativa di grande valore sociale, offrendo screening oncologici gratuiti e facilmente accessibili alla cittadinanza.
L’evento si svolgerà presso il CRIC (Centro Ricreativo) San Nicola di Bari a Cannavò, in collaborazione con la Parrocchia San Nicola di Bari e Santa Maria della Neve di Prumo, Riparo e Cannavò, guidata da Don Giovanni Gattuso.
Un contesto accogliente e familiare che favorisce la partecipazione e promuove una visione integrale della persona, in cui la cura del corpo si accompagna alla dimensione spirituale.
Nel corso della mattinata, alle ore 10.30, presso la Chiesa di San Nicola di Bari a Cannavò, sarà celebrata la Santa Messa presieduta dal parroco Don Giovanni Gattuso, con la benedizione di tutte le mamme. Un momento significativo che richiama il valore della vita, della cura e della responsabilità verso sé stessi e gli altri.
L’iniziativa rappresenta un’importante occasione per promuovere la cultura della prevenzione, nella consapevolezza che prendersi cura della propria salute è anche un atto di responsabilità e di amore.
Durante la mattinata, personale sanitario qualificato sarà a disposizione per fornire informazioni, orientamento e accesso diretto ai principali programmi di screening:
Screening del tumore della mammella : mammografia gratuita su camper mobile attrezzato, rivolta alle donne tra i 50 e i 69 anni;
: mammografia gratuita su camper mobile attrezzato, rivolta alle donne tra i 50 e i 69 anni; Screening del tumore del colon-retto : distribuzione dei kit per uomini e donne tra i 50 e i 69 anni, da utilizzare comodamente a domicilio;
: distribuzione dei kit per uomini e donne tra i 50 e i 69 anni, da utilizzare comodamente a domicilio; Screening della cervice uterina: consegna dei kit dedicati alle donne tra i 30 e i 64 anni, anch’essi utilizzabili a casa e successivamente riconsegnabili.
Particolare attenzione sarà dedicata al percorso di presa in carico: in caso di eventuale positività, i cittadini saranno accompagnati lungo tutto l’iter diagnostico, con accesso garantito agli esami di secondo livello presso le strutture dell’ASP presenti sul territorio.
L’iniziativa si inserisce nel più ampio impegno dell’Azienda Sanitaria Provinciale per la promozione della salute e della diagnosi precoce, strumenti fondamentali per migliorare la qualità della vita.
Determinante il contributo della comunità ecclesiale e dell’Ufficio Pastorale della Salute, guidato da Don Stefano Iacopino, che insieme alla comunità parrocchiale ha reso possibile la realizzazione dell’evento, testimoniando concretamente una Chiesa vicina ai bisogni delle persone.
Un sentito ringraziamento è rivolto al Direttore Generale dell’ASP, Lucia Di Furia, e alla Coordinatrice degli Screening Oncologici, Elena Nasso, per l’impegno costante nel rendere i servizi sanitari sempre più accessibili.
Per informazioni e prenotazioni, è possibile contattare la parrocchia dal lunedì al venerdì, al numero 389 3157118 dalle ore 9.00 alle 12.00 e dalle 15.30 alle 18.30.
Prendersi cura di sé è anche un gesto di amore: verso la propria vita, verso chi ci è accanto, e verso il dono più grande che ci è stato affidato.
La cittadinanza è invitata a partecipare numerosa.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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A Ravello confronto sull’ultima frontiera per la cura del cancro al seno Videoinformazioni
La mappa segreta e i messaggeri del cancro: così si decide chi curare (davvero). A Ravello la prima edizione della “Gulf of Naples Breast Cancer Conference”. Focus sulle nuove terapie, che superano quelle cosiddette “Intelligenti” entrando nel merito dell’efficacia della cura. La risposta potrebbe trovarsi in una doppia indagine innovativa: dentro il tumore, grazie alle mappe genomiche, e nel sangue, seguendo minuscoli messaggeri rilasciati dalle cellule malate. L’oncologo, autore dello studio del Pascale finanziato dal Ministero della Salute, Michelino De Laurentiis assicura: “La vera sfida oggi è scegliere il trattamento giusto per ogni paziente”.
I TRATTAMENTI COME “CAVALLO DI TROIA”
Negli ultimi anni le terapie oncologiche hanno compiuto un salto decisivo. Tra queste, i coniugati anticorpo-farmaco (ADC), trattamenti che agiscono come un “cavallo di Troia” portando la chemioterapia direttamente nelle cellule tumorali, stanno cambiando la pratica clinica anche nelle forme più difficili e resistenti. In molti casi hanno ampliato le possibilità di cura e aperto scenari impensabili fino a poco tempo fa. Eppure, proprio mentre queste armi diventano disponibili, emerge un problema cruciale: non tutte le pazienti rispondono allo stesso modo. Alcune ottengono benefici duraturi, altre sviluppano rapidamente resistenza.
DECIFRARE LA RISPOSTA DELLE CURE
La vera rivoluzione, oggi, non è solo avere nuove terapie, ma capire per chi funzionano davvero. Da questa esigenza nasce un progetto di ricerca del Pascale, finanziato dal Ministero della Salute, che punta a decifrare in anticipo la risposta alle cure nelle pazienti con carcinoma mammario in fase iniziale trattate con terapie innovative, inclusa l’immunoterapia. Il primo strumento è la trascrittomica spaziale: una tecnologia che permette di osservare l’attività dei geni mantenendo la loro posizione all’interno del tessuto tumorale. In pratica, una “mappa” dettagliata che mostra non solo quali segnali biologici sono attivi, ma anche dove si accendono e come interagiscono nel microambiente del tumore.
IL RUOLO DEGLI ESONOMI
Il secondo è rappresentato dagli esosomi, minuscole vescicole che si staccano dalle cellule, incluse quelle tumorali, e viaggiano nel sangue trasportando informazioni preziose. Veri e propri “messaggeri” della malattia, che possono essere intercettati con un semplice prelievo, all’interno di quella che viene definita biopsia liquida. Analizzando questi due livelli, il tumore e il sangue, i ricercatori cercheranno di seguire l’evoluzione della malattia nel tempo. I campioni verranno infatti raccolti prima dell’inizio delle terapie e al momento dell’intervento chirurgico, per capire come il tumore si trasforma sotto la pressione dei trattamenti.
MICHELINO DE LAURENTIIS
“L’obiettivo dello studio – spiega Michelino De Laurentiis, principal investigator del progetto e direttore del Dipartimento di Oncologia Senologica e Toraco-Polmonare dell’IRCCS Fondazione Pascale – è duplice: identificare biomarcatori predittivi di risposta alle terapie innovative, inclusa l’immunoterapia, e caratterizzare i meccanismi molecolari precoci di resistenza. La trascrittomica spaziale ci consente di mappare con precisione l’attività genica nel microambiente tumorale preservandone l’organizzazione spaziale, mentre l’analisi degli esosomi circolanti rende possibile un monitoraggio dinamico, non invasivo, dell’evoluzione della malattia sotto pressione terapeutica. È un cambio di paradigma: dalla risposta osservata a posteriori alla risposta predetta a priori. Questo è ciò che la medicina di precisione deve diventare per avere un impatto reale sull’esito clinico delle nostre pazienti”.
Questi temi, dalla rivoluzione dei farmaci mirati alla sfida della selezione delle pazienti, saranno al centro della prima edizione della “Gulf of Naples Breast Cancer Conference”, congresso internazionale in programma a Ravello oggi e domani presso l’Auditorium Oscar Niemeyer. Il congresso è presieduto da Grazia Arpino (Università Federico II di Napoli), Antonio Giordano (Dana-Farber Cancer Institute / Harvard Medical School, Boston) e Michelino De Laurentiis (IRCCS Fondazione Pascale di Napoli), con Sabino De Placido come Honorary Chair, e si svolge con il patrocinio dell’IRCCS Fondazione Pascale, dell’Università Federico II e del Comune di Ravello. L’evento porta a Ravello una delegazione significativa di esperti del Dana-Farber Cancer Institute — uno dei principali centri mondiali per la ricerca sul tumore al seno afferente alla prestigiosissima Università di Harvard — insieme ad altri esperti Statunitensi di primo piano e ai più importanti gruppi italiani ed europei attivi nel campo, per due giornate di confronto su evidenze recenti e questioni ancora aperte.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Luce contro il cancro: la sonda multifunzione che trasforma il calore in terapia e misura i risultati in tempo reale insalutenews.it
diinsalutenews.it· Pubblicato5 Maggio 2026· Aggiornato5 Maggio 2026 Da una collaborazione Italia-Cina nasce un’innovativa sonda teranostica multifunzionale a fibra ottica per il trattamento di tumori solidi all’interno dell’organismo. Il risultato, coordinato per l’Italia dal Cnr-Ifac, è pubblicato sulla rivista Light: Science & Applications Roma, 5 maggio 2026 – Una collaborazione di ricerca italo-cinese che ha coinvolto, per il nostro Paese, l’Istituto di Fisica Applicata “Nello Carrara” del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Sesto Fiorentino (Cnr-Ifac), ha portato allo sviluppo di una innovativa sonda teranostica a fibra ottica per il trattamento di tumori solidi direttamente all’interno dell’organismo. Il risultato, ottenuto in collaborazione con varie strutture della Jinan University di Guangzhou (Cina), è descritto sulla rivistaLight: Science & Applications: lo strumento combina una singola fibra ottica ed agenti fototermici in modo innovativo e sinergico, proponendo un nuovo approccio minimamente invasivo e personalizzabile per il trattamento di tali patologie. L’integrazione delle diverse funzionalità è stata realizzata “fissando” sulla superficie conica della fibra ottica un indicatore di pH, un indicatore di temperatura e un agente fototermico con bande di eccitazione non sovrapposte. “Il carattere innovativo della sonda è dato dal fatto che siamo riusciti a integrare in un unico dispositivo fotonico più funzioni sfruttando le diverse lunghezze d’onda della luce – spiega Francesco Chiavaioli (Cnr-Ifac), coordinatore italiano della ricerca – In pratica, la sonda è in grado, prima del trattamento, di identificare i bordi del tumore rilevando le variazioni di pH: poi, durante la terapia, l’agente fototermico converte l’energia ottica in calore per distruggere le cellule tumorali e misura contemporaneamente la temperatura per controllare il trattamento; mentre nella fase di post-terapia, ne valuta rapidamente l’efficacia, monitorando in tempo reale l’inversione del pH acido nel microambiente tumorale”. La sonda consente una terapia fototermica tumorale “closed-loop” in grado di superare gli attuali limiti di profondità di penetrazione della luce e la tossicità sistemica dei nanomateriali, riducendo anche in maniera drastica procedure invasive ripetute, con conseguenti incisioni più ampie, e la mancanza di feedback terapeutico in tempo reale. “Gli esperimenti condotti su animali confermano l’eccellente efficacia terapeutica dell’approccio proposto e l’elevata biocompatibilità della sonda”, aggiunge il ricercatore. La ricerca apre nuove prospettive per piattaforme teranostiche multifunzionali basate su fibre ottiche, offrendo notevoli potenzialità sia per la pratica clinica che per l’esplorazione di nuovi meccanismi d’azione.
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Estetica oncologica, la nuova norma UNI 12013 riconosce competenze e ruolo dello specialista SEO Confartigianato Imprese
Notizie Estetica oncologica, la nuova norma UNI 12013 riconosce competenze e ruolo dello specialista SEO
Parte dalla UNI/PdR 130, pubblicata nel 2022, la norma che stabilisce i requisiti di conoscenza, abilità, autonomia e responsabilità per lo specialista in estetica oncologica (SEO).
La definizione di questo profilo rappresenta una pietra miliare e un importante riferimento per gli estetisti che operano nel quadro delle pratiche di supporto alle terapie oncologiche, sempre più efficaci e mirate, ma che spesso danno ancora luogo a effetti collaterali cutanei molto importanti, con notevoli ripercussioni sulla qualità di vita, le relazioni sociali, lo stato d’animo delle persone in terapia e un possibile impatto sul decorso terapeutico stesso.
Le terapie oncologiche, infatti, causano danni importanti a pelle, unghie e altri annessi cutanei e il trattamento di questi effetti secondari, spesso invalidanti, condiziona la qualità di vita della persona in terapia oncologica. Il trattamento della pelle di una persona in terapia oncologica non può essere lasciato all’esperienza e all’improvvisazione ma è indispensabile attenersi a protocolli estetici clinicamente testati e validati.
Il percorso che ha portato dapprima alla Prassi di Riferimento ed oggi alla Norma ha visto l’impegno convinto e costante di Confartigianato nel GL016 “Servizi e centri di estetica professionali” all’interno della UNI/CT 040 Servizi, con l’intento di fornire un aiuto concreto alle persone che stanno affrontando la patologia oncologica ed ematologica, nella consapevolezza che la qualità di vita e il benessere siano fattori fondamentali e complementari alle terapie farmacologiche.
La norma si inserisce nel quadro europeo delle qualifiche (EQF) e contribuisce a rendere più trasparente e omogeneo il riconoscimento delle competenze professionali, favorendo anche la mobilità e la valorizzazione della figura del SEO a livello nazionale e internazionale.
A testimonianza dell’importanza di questa figura professionale, il profilo dello specialista in estetica oncologica è stato inserito nel DDL 1619 attualmente all’esame del Senato. Confartigianato Benessere continuerà ad impegnarsi per stimolare la sensibilità rispetto a questo delicato tema e a promuovere la formazione qualificata a beneficio dei soggetti che affrontano i disagi derivanti dalla terapia oncologica.
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Tumori, svolta dalla fibra ottica: la sonda “intelligente” che individua e cura il cancro Il Messaggero
martedì 5 maggio 2026, 12:26
Una collaborazione di ricerca tra Italia e Cina ha portato allo sviluppo di una innovativa sonda teranostica a fibra ottica, progettata per intervenire direttamente all’interno dell’organismo nel trattamento dei tumori solidi.
Un nuovo approccio minimamente invasivo
L’iniziativa coinvolge l’Istituto di Fisica Applicata “Nello Carrara” del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Sesto Fiorentino (Cnr-Ifac) e diverse strutture della Jinan University di Guangzhou. I risultati, pubblicati sulla rivista Light: Science & Applications, illustrano come questa sonda combini una singola fibra ottica con agenti fototermici in modo innovativo e sinergico. Il dispositivo promette un approccio minimamente invasivo e personalizzabile per il trattamento delle patologie tumorali.
L’integrazione tecnologica è stata ottenuta fissando sulla superficie conica della fibra ottica un indicatore di pH, un indicatore di temperatura e un agente fototermico, ciascuno caratterizzato da bande di eccitazione distinte e non sovrapposte.
Lo studio
Funzionalità della sonda
«Il carattere innovativo della sonda è dato dal fatto che siamo riusciti a integrare in un unico dispositivo fotonico più funzioni sfruttando le diverse lunghezze d’onda della luce», spiega Francesco Chiavaioli (Cnr-Ifac), coordinatore italiano. La sonda identifica i bordi del tumore rilevando il pH prima del trattamento. Durante la terapia, l’agente fototermico converte l’energia ottica in calore, distruggendo le cellule tumorali e misurando la temperatura per un controllo sicuro. Nella fase post-terapia, la sonda valuta rapidamente l’efficacia monitorando le variazioni del pH nel microambiente tumorale in tempo reale.
Vantaggi rispetto ai metodi tradizionali
Questa tecnologia permette una terapia fototermica tumorale closed-loop capace di superare i limiti attuali nella penetrazione della luce e nella tossicità sistemica dei nanomateriali. Riduce in modo significativo la necessità di procedure invasive ripetute, le incisioni ampie e la mancanza di feedback terapeutico immediato.
«Gli esperimenti condotti su animali confermano l’eccellente efficacia terapeutica dell’approccio proposto e l’elevata biocompatibilità della sonda», aggiunge Chiavaioli.
Questa ricerca apre nuove prospettive per piattaforme teranostiche multifunzionali basate su fibre ottiche, offrendo potenzialità significative per la pratica clinica e per l’esplorazione di nuovi meccanismi d’azione.
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Criteri Critici
Tumori, svolta fibra ottica: sonda intelligente individua e cura il cancro VIDEO Il Gazzettino
Una collaborazione di ricerca tra Italia e Cina ha portato allo sviluppo di una innovativa sonda teranostica a fibra ottica, progettata per intervenire direttamente all’interno dell’organismo nel trattamento dei tumori solidi.
Un nuovo approccio minimamente invasivo
L’iniziativa coinvolge l’Istituto di Fisica Applicata “Nello Carrara” del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Sesto Fiorentino (Cnr-Ifac) e diverse strutture della Jinan University di Guangzhou. I risultati, pubblicati sulla rivista Light: Science & Applications, illustrano come questa sonda combini una singola fibra ottica con agenti fototermici in modo innovativo e sinergico.
Il dispositivo promette un approccio minimamente invasivo e personalizzabile per il trattamento delle patologie tumorali.
L’integrazione tecnologica è stata ottenuta fissando sulla superficie conica della fibra ottica un indicatore di pH, un indicatore di temperatura e un agente fototermico, ciascuno caratterizzato da bande di eccitazione distinte e non sovrapposte.
Lo studio
Funzionalità della sonda
«Il carattere innovativo della sonda è dato dal fatto che siamo riusciti a integrare in un unico dispositivo fotonico più funzioni sfruttando le diverse lunghezze d’onda della luce», spiega Francesco Chiavaioli (Cnr-Ifac), coordinatore italiano. La sonda identifica i bordi del tumore rilevando il pH prima del trattamento. Durante la terapia, l’agente fototermico converte l’energia ottica in calore, distruggendo le cellule tumorali e misurando la temperatura per un controllo sicuro. Nella fase post-terapia, la sonda valuta rapidamente l’efficacia monitorando le variazioni del pH nel microambiente tumorale in tempo reale.
Vantaggi rispetto ai metodi tradizionali
Questa tecnologia permette una terapia fototermica tumorale closed-loop capace di superare i limiti attuali nella penetrazione della luce e nella tossicità sistemica dei nanomateriali. Riduce in modo significativo la necessità di procedure invasive ripetute, le incisioni ampie e la mancanza di feedback terapeutico immediato.
«Gli esperimenti condotti su animali confermano l’eccellente efficacia terapeutica dell’approccio proposto e l’elevata biocompatibilità della sonda», aggiunge Chiavaioli.
Questa ricerca apre nuove prospettive per piattaforme teranostiche multifunzionali basate su fibre ottiche, offrendo potenzialità significative per la pratica clinica e per l’esplorazione di nuovi meccanismi d’azione.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Tumore al seno, “lo screening andrebbe anticipato ai 45 anni” RSI Radiotelevisione svizzera
L’età per accedere ai programmi di screening del tumore al seno in Svizzera andrebbe anticipata dai 50 ai 45 anni. La richiesta arriva da tre società di medicina sanitaria che citano nuovi dati scientifici e l’aumento dei casi tra le donne più giovani. A sostenere la proposta sono la Società Svizzera di Radiologia, la Società Svizzera di Ginecologia e Ostetricia e la Società Svizzera di Senologia. In un comunicato congiunto, le tre organizzazioni sottolineano che iniziare lo screening mammografico prima consente una diagnosi più precoce, riduce la necessità di trattamenti costosi e prolungati e migliora la qualità di vita delle pazienti. La consulenza 06.03.2026, 13:00 Contenuto audio La raccomandazione si basa anche su uno studio recente secondo cui mammografie regolari a partire dai 40 anni potrebbero ridurre il tasso di mortalità per tumore al seno di circa il 25%. Nella fascia d’età compresa tra i 40 e i 49 anni, questa patologia rappresenta inoltre la seconda causa di decesso tra le donne. Attualmente 16 cantoni, fra cui Ticino e Grigioni, dispongono di programmi di screening gratuito a partire dai 50 anni. In altri quattro cantoni un programma è in fase di pianificazione, mentre cinque non lo prevedono. Un eventuale abbassamento dell’età di accesso porterebbe la Svizzera ad allinearsi a Paesi come Germania, Austria e Svezia, dove lo screening mammografico è già raccomandato o praticato con successo anche sotto i cinquant’anni. Radiogiornale delle 12.30 del 05.05.2026 Iscriviti per non perdere le notizie e i nostri contributi più rilevanti https://whatsapp.com/channel/0029Vat6p4zL2ATyO8IRFJ2C