📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
32.6/100
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Criteri Critici
Alla Città Ospedaliera confronto tra Ascierto e Gridelli: dal ruolo cruciale dei Gom alle frontiere dell’immunoterapia Corriere dell'Irpinia
Le nuove frontiere nella cura dei tumori consentono finalmente di essere ottimisti. A sottolinearlo questa mattina alla Città ospedaliera i professori Cesare Gridelli e Paolo Antonio Ascierto, protagonisti di un confronto sul presente e sul futuro della cura del melanoma, nell’ambito dell’incontro dedicato al ruolo del Gruppo oncologico multidisciplinare.
Da una parte, Gridelli ha sottolineato il valore della presa in carico del paziente attraverso i Gom, dove competenze e professionalità diverse lavorano insieme lungo tutto il percorso di cura. Dall’altra, Ascierto ha aperto una finestra sulle nuove frontiere dell’immunoterapia, soffermandosi in particolare sul vaccino terapeutico personalizzato contro il melanoma: una terapia costruita a partire dalle caratteristiche del tumore di quello specifico paziente, con l’obiettivo di “insegnare” al sistema immunitario a riconoscere e attaccare le cellule tumorali. “Si tratta di una vera e propria rivoluzione – ha spiegato Ascierto – poiché parliamo di un vaccino personalizzato. Ribadisco che si tratta di un vaccino terapeutico e non preventivo: viene progettato e realizzato su misura per il tumore di quel singolo paziente, generando un impatto decisivo sul sistema immunitario”.
Per ribadire come sono numerosi “gli studi in corso per quanto riguarda i tumori del polmone, del rene e della vescica. Sono stati registrati primi dati molto interessanti anche per i tumori del pancreas e della mammella”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Cellule Car-T per curare bambino di 3 anni, raro tumore al fegato in regressione completa: perché è una svolta Adnkronos
Una buona notizia e una nuova strada nella lotta ai tumori rari: la regressione completa di un epatoblastoma – il tumore epatico pediatrico più diffuso – in un bambino di 3 anni trattato con una nuova immunoterapia. Il piccolo paziente ha ricevuto due infusioni di cellule Car-T specifiche per il glicipicano-3 ed esprimenti congiuntamente interleuchina-15 e interleuchina-21. A raccontare il caso clinico - lo studio è stato pubblicato sul 'New England Journal of Medicine' - sono i medici del Texas Children's, del Baylor College of Medicine e del Seattle Children’s. Il paziente è stato arruolato nello studio 'Care': una sperimentazione di fase 1 volta a valutare le cellule T con recettore antigenico chimerico specifico per la glicipina-3 (GPC3-CAR) e potenziate con interleuchina-15 e -21 (IL15 e IL21). "Il bambino presentava inizialmente un voluminoso tumore epatico primitivo con metastasi polmonari - ricostruiscono i medici del Texas Children's sul proprio sito - Prima dell'arruolamento nello studio 'Care', il paziente era stato sottoposto a tre linee di chemioterapia e alla resezione completa del tumore epatico primitivo e di due metastasi polmonari. La malattia non rispondeva più alla chemioterapia e, al momento dell'arruolamento nello studio 'Care', era comparsa una nuova metastasi polmonare dopo l'intervento chirurgico".
L'immunoterapia è stata sviluppata a partire dalle cellule del paziente stesso presso i laboratori certificati Gmp (Good Manufacturing Practices) del Center for Cell and Gene Therapy, utilizzando due vettori: uno codificante per il Car-T di seconda generazione diretto contro GPC3 e l'altro codificante per IL-15, IL-21 e il meccanismo di sicurezza basato sulla caspasi 9 inducibile (che i ricercatori del Center for Cell and Gene Therapy avevano precedentemente dimostrato essere in grado di controllare l'espansione delle cellule Car-T). Sono state somministrate due infusioni a distanza di otto settimane, in regime ambulatoriale. "Dopo la prima infusione è stata osservata una risposta parziale, mentre gli esami di diagnostica per immagini hanno mostrato la completa risoluzione della malattia metastatica dopo la seconda infusione. Non si sono verificate tossicità limitanti la dose né sindromi da rilascio di citochine. A un anno dal trattamento, la regressione completa persiste", evidenziano i clinici.
"Questo caso dimostra che è possibile ottenere una risposta completa e duratura in un tumore solido resistente alla chemioterapia interamente in regime ambulatoriale, senza tossicità sistemica", ha affermato il primo autore, David Steffin, vice responsabile della terapia cellulare e del trapianto di midollo osseo presso il Texas Children’s e professore associato di pediatria (ematologia e oncologia) presso il Center for Cell and Gene Therapy della Baylor. "Questo studio fornisce la prova che queste innovative cellule Cart-T potrebbero rappresentare una modalità terapeutica sicura ed efficace per l'epatoblastoma ed evidenzia la necessità di ulteriori valutazioni in pazienti affetti da tumori solidi GPC3-positivi", ha spiegato l'autore 'corrispondente', Andras Heczey, ricercatore principale presso il Seattle Children’s e professore di pediatria (ematologia-oncologia) presso la University of Washington School of Medicine. All'epoca della ricerca, Heczey lavorava presso la Baylor e il Texas Children’s.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Tumore al polmone: l’IA del progetto i3Lung prevede la risposta all’immunoterapia Dossier Salute
Un algoritmo di intelligenza artificiale è in grado di prevedere, prima ancora di iniziare la cura, quali pazienti con tumore al polmone risponderanno meglio all’immunoterapia. È il risultato del progetto internazionale i3Lung, guidato dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature Medicine. Ha coinvolto quasi 2.400 pazienti in tutto il mondo, integrando immagini radiologiche, patologia digitale, genomica e analisi di laboratorio in un unico modello predittivo. Il risultato apre la strada a terapie oncologiche più mirate, riducendo il rischio di trattamenti inefficaci o troppo tossici.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
In sintesi
Il progetto i3Lung, coordinato dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, ha sviluppato un algoritmo che prevede la risposta all’immunoterapia nel tumore al polmone non a piccole cellule metastatico.
Lo studio, pubblicato su Nature Medicine, ha coinvolto 2.396 pazienti e 16 partnership internazionali in quattro anni di lavoro.
L’algoritmo integra immagini TC, patologia digitale, genomica ed esami di laboratorio con modelli di machine learning e deep learning.
Un test di usabilità su 20 medici mostra che lo strumento aiuta soprattutto gli oncologi generalisti, non solo gli specialisti del polmone.
I risultati sono stati presentati alla World Conference on Lung Cancer 2026 di Seoul e ripresi da più agenzie e testate scientifiche italiane.
Come funziona l’algoritmo del progetto i3Lung
Il progetto i3Lung nasce nell’ambito del programma europeo Horizon Europe. L’obiettivo è sviluppare strumenti di intelligenza artificiale per l’oncologia polmonare. A coordinarlo è la dottoressa Arsela Prelaj, oncologa della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Il progetto ha richiesto quattro anni di lavoro. Ha attivato 16 partnership con centri clinici e di ricerca in tutto il mondo. L’obiettivo era raccogliere dati sufficienti per costruire un modello predittivo affidabile. Il bersaglio è il tumore al polmone non a piccole cellule metastatico, il sottotipo più comune di cancro polmonare.
Il team ha raccolto quattro tipologie di dati da 2.396 pazienti: immagini di tomografia computerizzata, patologia digitale, informazioni genomiche e risultati di normali esami di laboratorio. Questi dati sono stati integrati in due modelli complementari, uno di machine learning early fusion e uno di deep learning intermediate-fusion. La combinazione di fonti diverse permette all’algoritmo di cogliere aspetti della malattia che un singolo dato non potrebbe rivelare da solo. Il risultato è una capacità predittiva superiore ai metodi tradizionali.
Nei test, anche i modelli basati solo sui dati del sangue hanno raggiunto un’area sotto la curva (AUC) fino a 0,77. È un risultato che supera le prestazioni dei biomarcatori oggi usati nella pratica clinica: PD-L1, il performance status ECOG, il rapporto neutrofili-linfociti, la LDH e il punteggio LIPI. Si apre così la strada a una selezione dei pazienti più accurata rispetto agli strumenti oggi disponibili nei reparti di oncologia.
Perché prevedere la risposta all’immunoterapia conta così tanto
Il tumore al polmone non a piccole cellule è la forma più diffusa di cancro polmonare. Quando è metastatico, l’immunoterapia è oggi lo standard di cura, spesso in combinazione con la chemioterapia. È però un trattamento con una tossicità significativa. Non sempre garantisce un beneficio clinico duraturo. Pur essendo usata da oltre un decennio, la scelta dei pazienti da trattare si basa ancora su analisi di sottogruppi e punteggi clinici piuttosto generici. Sono utili per popolazioni ampie, ma poco precisi sul singolo caso.
Il problema principale è che, con gli strumenti attuali, l’efficacia della cura si misura soprattutto dopo che il trattamento è già iniziato. Questo significa che alcuni pazienti affrontano mesi di terapia tossica senza un reale beneficio. Altri, che potrebbero rispondere bene, rischiano di non ricevere l’attenzione clinica più adeguata al loro caso. Uno strumento capace di anticipare la risposta individuale, prima dell’inizio della cura, cambierebbe questo scenario in modo sostanziale.
È esattamente questo che propone i3Lung: passare da una valutazione ex post a una previsione ex ante. L’algoritmo aiuta a stratificare correttamente i pazienti con tumore polmonare metastatico. Contribuisce a costruire un trattamento su misura per ciascun caso. L’obiettivo dichiarato dai ricercatori è migliorare in modo sensibile l’efficacia complessiva dell’immunoterapia nella pratica clinica quotidiana.
Cosa cambia per pazienti e medici: lo studio di usabilità
Oltre ai risultati predittivi, la ricerca ha incluso uno studio di usabilità. Serviva a capire quanto lo strumento sia utile non solo agli specialisti del tumore al polmone, ma anche agli oncologi generalisti. I ricercatori hanno selezionato 100 casi clinici. Hanno coinvolto 20 medici di tutto il consorzio internazionale: dieci esperti di cancro al polmone e dieci oncologi generalisti. A entrambi i gruppi è stato chiesto di prevedere l’efficacia dell’immunoterapia, con e senza l’aiuto dell’algoritmo.
Il confronto ha mostrato che tutti i medici coinvolti hanno tratto beneficio dall’uso dello strumento. Il vantaggio, però, è risultato particolarmente marcato per gli oncologi generalisti. È un dato importante. Suggerisce che l’intelligenza artificiale può contribuire a ridurre le differenze di qualità delle cure. Questo vale soprattutto tra i grandi centri oncologici specializzati e gli ospedali dove il tumore al polmone è seguito da medici non dedicati esclusivamente a questa patologia.
Il lavoro è stato presentato anche alla World Conference on Lung Cancer 2026, il principale congresso mondiale dedicato a questo tumore, conclusosi a Seoul il 15 settembre. I prossimi passi riguardano la validazione dello strumento su altre popolazioni di pazienti. Si guarda anche a una sua eventuale integrazione nei percorsi clinici quotidiani. È un processo che richiederà tempo, ma che la comunità scientifica internazionale osserva con crescente attenzione.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.
Domande frequenti (FAQ)
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
Leucemia linfoblastica acuta, l’immunoterapia apre nuove prospettive Dazebaonews
Oltre l’80% dei pazienti può guarire con le terapie di prima linea. Tra le innovazioni più promettenti, l’anticorpo bispecifico blinatumomab, capace di indirizzare i linfociti T contro le cellule leucemiche
La leucemia linfoblastica acuta è uno dei tumori del sangue più frequenti in età pediatrica, ma può colpire anche gli adulti. Negli ultimi decenni, grazie ai progressi della ricerca e all’introduzione di terapie sempre più personalizzate, la prognosi è migliorata sensibilmente: oggi oltre l’80% dei pazienti trattati con le terapie di prima linea riesce a guarire.
A fare il punto sulle nuove opportunità terapeutiche sono stati ematologi e oncologi riuniti a Roma in occasione del convegno “Blinatumomab in prima linea nella leucemia linfoblastica acuta: l’innovazione apre nuove prospettive nelle storie dei pazienti”.
Che cos’è la leucemia linfoblastica acuta
La leucemia linfoblastica acuta, indicata anche con la sigla LLA, è una neoplasia ematologica caratterizzata dalla proliferazione incontrollata di linfoblasti, cellule immature destinate normalmente a diventare linfociti.
Queste cellule anomale si accumulano nel midollo osseo, ostacolando la produzione delle normali cellule del sangue. La malattia può quindi provocare anemia, infezioni ricorrenti, sanguinamenti, stanchezza, pallore, febbre e dolori ossei.
Nella popolazione pediatrica si registrano circa 35-40 nuovi casi ogni milione di persone tra zero e 18 anni. In Italia le nuove diagnosi sono stimate in circa 350-400 all’anno. Nell’adulto, invece, la leucemia linfoblastica acuta rappresenta approssimativamente il 20-25% di tutte le leucemie acute.
La LLA è una patologia a rapida evoluzione e richiede una diagnosi tempestiva, seguita dall’avvio immediato di un percorso terapeutico definito sulla base delle caratteristiche biologiche e molecolari della malattia.
Dalla chemioterapia all’immunoterapia
Per molti anni il trattamento della leucemia linfoblastica acuta si è basato prevalentemente su protocolli chemioterapici articolati in diverse fasi. La chemioterapia continua a mantenere un ruolo essenziale, ma oggi può essere affiancata o, in alcuni contesti, parzialmente sostituita da strategie più selettive.
L’immunoterapia ha modificato profondamente il trattamento di alcune forme della malattia. Il suo obiettivo è utilizzare o potenziare il sistema immunitario del paziente affinché riconosca e distrugga le cellule tumorali.
Questo approccio consente di colpire bersagli specifici presenti sulle cellule leucemiche, limitando l’esposizione dei tessuti sani. La possibilità di combinare chemioterapia, anticorpi monoclonali, anticorpi bispecifici e terapie cellulari sta rendendo i trattamenti sempre più personalizzati.
Blinatumomab, un “ponte” contro le cellule leucemiche
Tra le innovazioni terapeutiche più rilevanti figura blinatumomab, un anticorpo bispecifico progettato per mettere in contatto diretto le cellule tumorali con i linfociti T del sistema immunitario.
La molecola riconosce contemporaneamente due bersagli: l’antigene CD19, espresso sulla superficie delle cellule leucemiche di origine B, e la proteina CD3 presente sui linfociti T. Blinatumomab crea così una sorta di ponte biologico, avvicinando le difese immunitarie alle cellule maligne e favorendone l’eliminazione.
Il farmaco ha ottenuto dall’Agenzia italiana del farmaco la rimborsabilità per l’impiego in prima linea nei pazienti adulti nelle indicazioni autorizzate.
«Blinatumomab è capace di creare una sorta di ponte tra le cellule leucemiche che esprimono l’antigene CD19 e i normali linfociti T di un paziente che esprimono la molecola CD3», ha spiegato Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di Onco-ematologia e terapia cellulare e genica dell’IRCCS Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e professore ordinario di Pediatria all’Università Cattolica del Sacro Cuore.
In questo modo, ha sottolineato Locatelli, i linfociti T possono mediare l’eliminazione delle cellule maligne attraverso un’azione altamente selettiva e specifica.
Un esempio di medicina di precisione
Blinatumomab rappresenta un esempio concreto di medicina di precisione applicata all’ematologia. Diversamente dai trattamenti che agiscono indistintamente sulle cellule in rapida proliferazione, l’anticorpo bispecifico sfrutta un bersaglio molecolare riconoscibile sulle cellule leucemiche.
La sua introduzione nei protocolli di prima linea può contribuire a migliorare la profondità della risposta terapeutica e a contrastare la malattia minima residua, cioè la presenza di un numero molto ridotto di cellule tumorali non individuabili attraverso gli esami tradizionali.
La misurazione della malattia residua rappresenta oggi uno degli strumenti più importanti per stimare il rischio di recidiva, valutare l’efficacia delle cure e adattare l’intensità del trattamento alle caratteristiche del singolo paziente.
L’innovazione non elimina tuttavia la necessità di un attento monitoraggio clinico. Anche le immunoterapie possono determinare effetti indesiderati specifici e devono essere somministrate all’interno di centri specializzati, seguendo protocolli rigorosi.
Terapie sempre più personalizzate
Il miglioramento della sopravvivenza nella leucemia linfoblastica acuta è il risultato di numerosi progressi: diagnosi molecolari più accurate, classificazione del rischio, protocolli terapeutici differenziati, migliore gestione delle complicanze e disponibilità di nuovi farmaci.
Accanto agli anticorpi bispecifici, in alcuni pazienti trovano spazio anche le terapie CAR-T, basate sulla modificazione genetica dei linfociti del malato, e il trapianto di cellule staminali emopoietiche. La scelta dipende dall’età, dal sottotipo di leucemia, dalla risposta alle prime cure, dalla presenza di alterazioni genetiche e dal rischio di recidiva.
L’obiettivo della ricerca non è soltanto aumentare ulteriormente le percentuali di guarigione, ma anche ridurre la tossicità delle terapie e le conseguenze a lungo termine, particolarmente importanti nei bambini e nei giovani adulti.
“Sangue bianco”, la malattia raccontata attraverso una storia familiare
Durante il convegno romano è stato proiettato anche il documentario “Sangue bianco”, presentato al Festival di Cannes 2026 e ispirato al libro “Tante belle persone” di Paolo Tallini.
L’opera racconta il percorso affrontato dal figlio Pietro con la leucemia linfoblastica acuta, portando al centro dell’attenzione non soltanto la dimensione clinica della malattia, ma anche il vissuto del paziente e della famiglia.
Una testimonianza che ricorda come dietro ogni innovazione terapeutica vi siano storie personali, paure, attese e speranze. Il progresso scientifico, in questo senso, non si misura soltanto attraverso le percentuali di sopravvivenza, ma anche nella possibilità di offrire cure più mirate e una migliore qualità di vita.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Unire le forze per condividere l'onere finanziario aiuta i malati di cancro a sentirsi più sicuri durante il trattamento. vietnam.vn
Intervenendo all'evento, la signora Truong Thanh Thanh, Presidente del Consiglio di Amministrazione della Fondazione HOPE, ha affermato che la collaborazione con Long Chau in questa campagna rappresenta uno dei tre programmi principali della Fondazione HOPE. L'obiettivo della Fondazione HOPE è quello di dare impulso allo sviluppo sociale attraverso settori quali l'istruzione , le infrastrutture e la sanità.
Con il messaggio "Condividere il peso, infondere speranza ai malati di cancro", il programma dimostra la determinazione collettiva delle strutture sanitarie e delle fondazioni sociali a sostenere chi si trova in difficoltà, contribuendo ad alleviare il peso delle gravi malattie nella comunità e diffondendo al contempo compassione e spirito di solidarietà.
Consapevoli di queste difficoltà, il 16 settembre Long Chau Pharmacy and Vaccination System, Hope Foundation e i loro partner farmaceutici hanno lanciato ufficialmente il programma "Sharing the Burden for Cancer Patients" (Condividere il fardello per i pazienti oncologici) per mettere in rete le risorse necessarie a sostenere una parte dei costi delle cure e dare speranza a chi ne ha bisogno.
Secondo la signora Quyen, le aziende comprendono che oggi ogni contributo, a prescindere dall'entità, può fornire risorse concrete per alleviare il peso che grava sui pazienti e sulle loro famiglie durante i momenti difficili. A volte, un gesto di solidarietà tempestivo è sufficiente a far sentire i pazienti meno soli nel loro percorso di cura.
Nel solco dello spirito di sostegno ai malati di cancro e di diffusione dei valori umanitari nella comunità, la signora Nguyen Do Quyen, vicedirettrice generale di FPT Retail e CEO di Long Chau Pharmacy and Vaccination System, ha affermato che, attraverso il programma "Condividere il fardello per i malati di cancro", Long Chau spera di sfruttare il suo ruolo di collegamento, portando le risorse dei partner e della comunità più vicino ai malati di cancro che necessitano di incoraggiamento e sostegno.
Negli ultimi cinque anni, il fondo ha sostenuto il trattamento di oltre 3.300 pazienti pediatrici. Solo dall'inizio di quest'anno, 750 casi, principalmente bambini affetti da cancro, hanno ricevuto supporto. "Ci auguriamo che, grazie agli sforzi congiunti di diverse risorse, il programma odierno possa dare maggiore speranza ai malati di cancro e alle loro famiglie nel percorso di cura", ha affermato la signora Thanh.
Per garantire che le risorse siano collegate correttamente e tempestivamente ai pazienti, il programma viene implementato con un coordinamento multilaterale. In questo contesto, Long Chau svolge un ruolo di collegamento tra le aziende farmaceutiche e i partner, creando una piattaforma per il supporto collaborativo.
Con il lancio del programma "Condividere il fardello per i malati di cancro", Long Chau, la HOPE Foundation e i loro partner sperano di mettere in rete le risorse della società e fornire un supporto tempestivo ai malati di cancro che si trovano ad affrontare bisogni urgenti e necessitano di cure continue. Ogni contributo, grande o piccolo che sia, può diventare un sostegno significativo, dando speranza ai pazienti e alle loro famiglie nel lungo percorso che li attende.
La signora Nguyen Do Quyen, vicedirettrice generale di FPT Retail e direttrice esecutiva del sistema farmaceutico e vaccinale di Long Chau, ha ribadito l'impegno costante dell'azienda nel supportare i pazienti affetti da malattie gravi.
Il trattamento è un processo impegnativo, sia dal punto di vista fisico, mentale che finanziario . Soprattutto per i pazienti provenienti da contesti svantaggiati, ogni spesa può diventare un ulteriore peso sia per il paziente che per la sua famiglia. Nonostante le numerose difficoltà, perseverano ogni giorno, guardando avanti con fiducia a un futuro migliore.
Nel corso dell'ultimo decennio, il cancro è rimasto uno dei principali problemi di salute. Secondo le statistiche GLOBOCAN 2022, si stima che in Vietnam si registrino ogni anno 180.480 nuovi casi e 120.184 decessi a causa di questa malattia mortale (1).
"Apprezziamo moltissimo il supporto della HOPE Foundation e dei suoi rappresentanti partner. Ci auguriamo che il programma possa mettere in rete ulteriori risorse, in modo che un maggior numero di malati di cancro possa ricevere un supporto tempestivo", ha aggiunto un dirigente di FPT Retail.
La Fondazione HOPE riceve richieste e informazioni da pazienti in situazioni difficili e urgenti che necessitano di supporto, si coordina con gli ospedali per verificare la loro situazione e fornisce assistenza finanziaria per le spese di trattamento ai pazienti e alle loro famiglie secondo i criteri del programma. I partner contribuiscono con risorse e aiutano a diffondere informazioni e l'importanza del programma nella comunità.
L'impegno congiunto delle organizzazioni e della comunità creerà ulteriori risorse a sostegno dei malati di cancro, offrendo loro maggiori opportunità di ricevere cure tempestive.
Nello specifico, il programma incoraggia la partecipazione della clientela di Long Chau convertendo i punti premio accumulati in donazioni per i malati di cancro. Le informazioni sul programma saranno chiaramente comunicate e i contributi saranno costantemente aggiornati in tempo reale, consentendo ai clienti di monitorarli in modo semplice e trasparente.
Continuate a seminare gentilezza e a servire la comunità.
Il programma "Condividere il fardello per i malati di cancro" è la continuazione dello spirito umanitario del precedente programma di successo "Long Chau Sharing - Accompagnare i piccoli guerrieri".
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Criteri Critici
A Candiolo un’opera di Mario Merz all’Istituto: arte e cura si incontrano nel piazzale dell’ospedale torinocronaca.it
La Fondazione Allegra Agnelli per la Ricerca sul Cancro celebra il suo quarantesimo anniversario promuovendo un intervento che coniuga arte contemporanea e umanizzazione dei percorsi terapeutici. Nel piazzale dell'Istituto di Candiolo, in viale della Ricerca 7, sarà collocata un'installazione permanente firmata dall'artista Mario Merz, realizzata in stretta collaborazione con la Fondazione Merz. L'iniziativa mira a trasformare l'ingresso della struttura sanitaria torinese in un punto di incontro tra scienza, bellezza e supporto psicologico per pazienti, famiglie e operatori.
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L'inaugurazione ufficiale del complesso artistico è programmata per venerdì 18 settembre 2026 alle ore 12.00. Protagonista dello spazio antistante l'ospedale sarà uno dei celebri Igloo dell'artista, caratterizzato dall'integrazione della sequenza numerica di Fibonacci — simbolo di crescita armoniosa e forza vitale già noto a Torino per l'installazione "Il volo dei numeri" sulla Mole Antonelliana.
All'evento istituzionale interverranno Allegra Agnelli, presidente della fondazione oncologica, e Beatrice Merz, vertice della fondazione d'arte, insieme ai rappresentanti delle istituzioni locali, di Intesa Sanpaolo e a Pietro Boffa, amministratore delegato del Gruppo Building in veste di main partner. Il progetto intende integrare l'opera nel contesto della cura, confermando l'impegno dell'ente nel rinnovamento degli spazi di ricovero e accoglienza.
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Criteri Critici
Cancro pancreas: promettenti i risultati di una biopsia liquida per la diagnosi precoce AboutPharma
Un nuovo test del sangue – al momento ancora sperimentale – potrebbe individuare il cancro al pancreas nelle sue fasi iniziali, quando la malattia è più curabile e potenzialmente guaribile. I dati dello studio internazionale, pubblicato il 16 settembre su Nature Medicine hanno dimostrato che Panxeon – questo il nome della biopsia liquida – è altamente sensibile nel rilevare il cancro al pancreas in stadio 1 e 2 e presenta un basso tasso di falsi positivi. Il test sperimentale è stato anche in grado di identificare la displasia di alto grado, una condizione precancerosa del pancreas, consentendo potenzialmente un intervento prima che si sviluppi il cancro.
A mettere a punto il test un gruppo di ricercatori del City of Hope di New York grazie al finanziamento del National Cancer Institute dei National Institutes of Health (Nih) statunitensi e dell’italiana Airc.
Bassi tassi di sopravvivenza
“Il cancro al pancreas rimane così letale soprattutto perché lo scopriamo quando ormai la finestra di opportunità per la cura ha iniziato a chiudersi”, ha affermato l’autore senior Ajay Goel, direttore del Dipartimento di Diagnostica Molecolare e Terapie Sperimentali presso il City of Hope. “Per i pazienti, questi risultati rappresentano un passo avanti verso la diagnosi del cancro al pancreas prima della comparsa dei sintomi e quando sono ancora disponibili più opzioni terapeutiche”.
Il cancro al pancreas ha i tassi di sopravvivenza più bassi tra tutti i tumori (solo il 14% dei pazienti a 5 anni dalla diagnosi). Circa il 90% dei malati riceve la diagnosi in fase avanzata, quando la neoplasia si è già diffusa.
Come funziona Panxeon
La biopsia liquida Panxeon adotta un approccio diagnostico innovativo e ha il potenziale per cambiare i tempi di diagnosi e trattamento di questo tumore. Funziona analizzando un campione di sangue per rilevare tre marcatori del tumore al pancreas: microRna circolanti, microRna esosomiali e una proteina chiamata CA19-9. Il test utilizza quindi l’Ai per combinare tutte e tre le misurazioni in un unico punteggio che stima il rischio del paziente.
Si tratta del primo test sperimentale a combinare questi tre biomarcatori in un unico esame. “La maggior parte dei biomarcatori fornisce solo una parte del quadro. La combinazione di più segnali biologici ci offre un’immagine più chiara di ciò che potrebbe accadere nel pancreas”, ha affermato Goel.
La diagnosi precoce è da anni un obiettivo primario della ricerca, ma i precedenti test ematici si sono rivelati insufficienti. La combinazione di più biomarcatori in un unico test e la sua successiva valutazione in persone con rischio genetico familiare o ereditario, cisti pancreatiche e pancreatite cronica, anziché solo in soggetti sani, potrebbe fare la differenza per questo esame del sangue.
Risultati incoraggianti
Per il nuovo studio i ricercatori hanno testato la biopsia liquida su quasi 1.800 pazienti negli Stati Uniti, in Europa e in Asia per determinare se i risultati promettenti precedentemente riportati si sarebbero confermati in diversi contesti clinici. I dati ottenuti vengono definiti “molto incoraggianti”.
L’esame del sangue ha identificato correttamente il cancro al pancreas di stadio 1 e 2 nell’87% dei casi, mentre il tasso di falsi positivi è stato solo del 3% nei gruppi a basso rischio e del 16% nei gruppi ad alto rischio. Ha identificato inoltre, la displasia di alto grado, condizione precancerosa avanzata spesso considerata lo “stadio 0” del cancro al pancreas, in oltre il 64% dei casi.
Secondo Goel quindi, questa biopsia liquida – in aggiunta tecniche di imaging o altri test diagnostici – potrebbe aiutare a identificare i pazienti ad alto rischio che dovrebbero essere sottoposti a ulteriori accertamenti.
La popolazione target
I pazienti che potrebbero trarre maggior beneficio sono quelli con rischio ereditario, anamnesi familiare di tumore al pancreas, cisti pancreatiche o pancreatite cronica. Queste persone vengono spesso monitorate tramite esami di imaging e altri test, ma gli approcci attuali sono invasivi, costosi e solo parzialmente utili per individuare il tumore nelle fasi iniziali. Un esame del sangue affidabile potrebbe aiutare a identificare chi necessita di ulteriori accertamenti. “Un cambio di stadio non è solo una statistica”, evidenzia Goel. “Prima riusciamo a diagnosticare il cancro al pancreas, maggiori sono le possibilità di intervenire in modo efficace”.
City of Hope sta promuovendo la ricerca sulla diagnosi precoce, su terapie mirate al gene Kras, vaccini contro il cancro e una rete nazionale di studi clinici per rendere disponibili più rapidamente ai pazienti nuovi trattamenti promettenti. Attraverso lo Stephenson Global Pancreatic Cancer Research Institute, inaugurato con una donazione storica di 150 milioni.
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Leucemia linfatica cronica: scoperto il meccanismo della malattia. Ora nuove prospettive di cura La Nazione
Perugia, 16 settembre 2026 - La leucemia linfatica cronica, la forma più frequente di leucemia dell'adulto, continua a rivelare aspetti ancora poco conosciuti della propria biologia. Un importante contributo alla comprensione dei meccanismi che sostengono la malattia arriva da uno studio coordinato dal professor Paolo Sportoletti, docente della Sezione di Ematologia del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell'Università degli Studi di Perugia, i cui risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale HemaSphere. Lo studio vede come primi autori la dottoressa Filomena De Falco, ricercatrice di Ematologia, la dottoressa Beatrice Del Papa e il dottor Daniele Sorcini, che hanno contribuito in modo determinante alla realizzazione della ricerca, sviluppata a partire da un'intuizione scientifica della dott.ssa Emanuela Rosati.
Importante scoperta
I ricercatori perugini hanno dimostrato, per la prima volta, un meccanismo intracellulare finora sconosciuto. La cellula leucemica è infatti in grado di sfruttare il proprio sistema di traffico interno, regolato dalle proteine Rab, per mantenere attiva la via di NOTCH1 e favorire così la sopravvivenza e la resistenza delle cellule tumorali. Lo studio ha dimostrato che l'inibizione di queste proteine riduce l'attivazione di NOTCH1 e induce la morte delle cellule leucemiche. "Questa scoperta ci permette di comprendere meglio come le cellule leucemiche riescano a mantenere attivi segnali indispensabili alla loro sopravvivenza -sottolinea Sportoletti - L'identificazione del ruolo del traffico intracellulare apre nuove prospettive per lo sviluppo di terapie più selettive per questa forma di leucemia". "I risultati ottenuti evidenziano l'importanza di studiare non solo le alterazioni genetiche, ma anche i processi intracellulari che sostengono la crescita delle cellule tumorali", aggiunge De Falco. "Comprendere questi meccanismi significa individuare nuove vulnerabilità biologiche che potrebbero essere sfruttate in futuro per sviluppare trattamenti sempre più efficaci". La ricerca si inserisce in un progetto quinquennale sostenuto dalla Fondazione Airc per la ricerca sul cancro con un finanziamento di 1,4 milioni di euro, coordinato dal professor Sportoletti in qualità di Principal Investigator. Il progetto, ancora in corso, mira a identificare nuove vulnerabilità delle cellule tumorali e a tradurre le scoperte biologiche in future opportunità terapeutiche per i pazienti affetti da tumori del sangue.
Dal laboratorio alle corsie dell'Ospedale
Il lavoro conferma ancora una volta la capacità della Sezione di Ematologia dell’Università degli Studi di Perugia, oggi diretta dalla professoressa Maria Paola Martelli, di coniugare ricerca di alto livello, innovazione e ricadute concrete nella cura dei pazienti con tumori del sangue. È proprio nella capacità di trasferire i risultati della ricerca dal laboratorio al letto del paziente che si misura il vero valore dell’innovazione scientifica. Un percorso che rappresenta un elemento qualificante dell’offerta dell’Azienda ospedaliera di Perugia e che contribuisce a consolidarne il ruolo di centro di eccellenza, capace di integrare ricerca, alta specializzazione e assistenza, offrendo ai pazienti cure sempre più avanzate e basate sulle più recenti evidenze scientifiche
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Tumore del pancreas, un esame del sangue per la diagnosi precoce tio.ch
NEW YORK - Verso la diagnosi precoce del cancro del pancreas con un prelievo di sangue, potenzialmente in grado di rilevare persino le lesioni precancerose e anticipando così la formazione stessa della neoplasia: è il risultato dei ricercatori di City of Hope, una delle più grandi e avanzate organizzazioni Usa dedicate alla ricerca e alla cura del cancro. L'esame, presentato su Nature Medicine, è risultato altamente sensibile nell'individuare tumori al pancreas di stadio 1 e 2 (stadio precoce). Il test sperimentale è stato inoltre in grado di identificare la displasia di alto grado - una condizione precancerosa del pancreas - consentendo potenzialmente un intervento prima che il tumore si sviluppi. Uno dei motivi per cui il tumore al pancreas rimane così letale è che solitamente viene diagnosticato in ritardo, dopo che si è già diffuso. Il tumore registra infatti uno dei tassi di sopravvivenza più bassi tra tutte le neoplasie. Il test analizza un campione di sangue cercando tre marcatori del tumore al pancreas (microRna circolanti, microRna esosomiali e una proteina chiamata CA19-9). Il test utilizza quindi l'intelligenza artificiale per combinare le tre misurazioni in un unico punteggio che stima il rischio del paziente. Si tratta del primo test sperimentale a combinare questi tre biomarcatori in un'unica analisi. I ricercatori hanno sperimentato il test su quasi 1.800 pazienti negli Stati Uniti, in Europa e in Asia con risultati molto incoraggianti. L'esame ha identificato correttamente il tumore al pancreas allo stadio 1 e 2 nell'87% dei casi, mentre il tasso di falsi positivi è stato del 3% nei gruppi a basso rischio e del 16% in quelli ad alto rischio. Il test, inoltre, ha rilevato anche la displasia di alto grado - una condizione precancerosa avanzata spesso considerata tumore al pancreas allo "stadio 0" - in più del 64% dei casi. Questo risultato, affermano i ricercatori, potrebbe aiutare i medici a identificare meglio quali cisti pancreatiche richiedano un monitoraggio attivo o un intervento prima che si sviluppi un tumore invasivo.
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Long Chau, la Hope Foundation e i partner farmaceutici "offrono speranza" ai malati di cancro. vietnam.vn
Con il messaggio "Condividere il peso, infondere speranza ai malati di cancro", il programma dimostra la determinazione collettiva delle strutture sanitarie e delle fondazioni sociali a sostenere chi si trova in difficoltà, contribuendo ad alleviare il peso delle gravi malattie nella comunità e diffondendo al contempo compassione e spirito di solidarietà.
Alla cerimonia di lancio hanno partecipato la signora Truong Thanh Thanh, presidente del consiglio di amministrazione della Hope Foundation; la signora Nguyen Xuan Tu, CEO della Hope Foundation; la signora Nguyen Do Quyen, vicedirettrice generale di FPT Retail e CEO di Long Chau Pharmacy and Vaccination System; i leader delle aziende farmaceutiche partner e rappresentanti della stampa.
La cura del cancro non è solo una battaglia contro la malattia; è un lungo percorso costellato di pressioni finanziarie, di tempo ed emotive. Per comprendere queste difficoltà, è nato il programma "Sharing the Burden for Cancer Patients" (Condividere il fardello per i pazienti oncologici), con l'obiettivo di mettere in rete le risorse e contribuire a coprire parte dei costi del trattamento, offrendo speranza a chi ne ha bisogno.
Intervenendo alla cerimonia, la signora Truong Thanh Thanh, Presidente del Consiglio di Amministrazione della Hope Foundation, ha affermato: “La collaborazione di Long Chau in questa campagna è uno dei tre programmi principali della Hope Foundation. Il nostro obiettivo è quello di dare impulso allo sviluppo sociale attraverso l'istruzione , le infrastrutture e la salute. Negli ultimi cinque anni, la fondazione ha sostenuto il trattamento di oltre 3.300 bambini malati. Solo dall'inizio di quest'anno, 750 casi, principalmente di bambini affetti da cancro, hanno ricevuto supporto. Ci auguriamo che, grazie all'impegno congiunto di diverse risorse, il programma odierno possa offrire maggiore speranza ai bambini malati di cancro e alle loro famiglie nel percorso di cura.”
La signora Truong Thanh Thanh, presidente del consiglio di amministrazione della Hope Foundation, ha condiviso la visione del programma.
Nel solco dello spirito di sostegno ai malati di cancro e di diffusione dei valori umanitari nella comunità, la Sig.ra Nguyen Do Quyen, Vice Direttrice Generale di FPT Retail e Direttrice Esecutiva del Sistema Farmaceutico e di Vaccinazione Long Chau, ha dichiarato: “Attraverso il programma 'Condividere il fardello per i malati di cancro', Long Chau spera di promuovere il proprio ruolo nel connettere e mettere in contatto le risorse dei partner e della comunità con i malati di cancro che necessitano di incoraggiamento e sostegno. Siamo consapevoli che ogni contributo, indipendentemente dall'entità, può fornire risorse concrete per alleviare la pressione sui pazienti e sulle loro famiglie durante i momenti difficili. Perché a volte, una condivisione tempestiva è sufficiente per far sentire i pazienti meno soli nel loro percorso di cura. Apprezziamo molto la collaborazione con Hope Foundation e i nostri partner. Ci auguriamo che il programma possa connettere un maggior numero di risorse, in modo che un numero ancora maggiore di malati di cancro possa ricevere un supporto tempestivo.”
Nell'ultimo decennio, il cancro è rimasto uno dei principali problemi di salute pubblica. Secondo le statistiche di Globocan del 2022, si stima che in Vietnam si registrino ogni anno 180.480 nuovi casi e 120.184 decessi a causa di questa malattia mortale.
Il trattamento è un processo impegnativo, sia dal punto di vista fisico, mentale che finanziario . Soprattutto per i pazienti provenienti da contesti svantaggiati, ogni spesa può diventare un ulteriore peso sia per il paziente che per la sua famiglia. Nonostante le numerose difficoltà, si impegnano ogni giorno con tenacia e fede in un futuro migliore.
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Marcianise, nasce il reparto di Oncologia all’ospedale Anastasia Guerriero Edizione Caserta
Tra qualche mese sarà operativo il nuovo servizio. Un’équipe multidisciplinare accompagnerà i pazienti con cure oncologiche, supporto psicologico e consulenza nutrizionale
Un nuovo servizio per il territorio
MARCIANISE. Un nuovo reparto di Oncologia all’ospedale Anastasia Guerriero. Il progetto è stato presentato ieri sera presso il Comune di Marcianise, nell’ambito delle iniziative legate ai festeggiamenti in onore del Santissimo Crocifisso.
Il servizio dovrebbe diventare operativo nei prossimi mesi e rappresenta una novità importante per la città. Per la prima volta, infatti, Marcianise potrà contare su un reparto dedicato all’assistenza oncologica direttamente all’interno della propria realtà ospedaliera.
Per chi affronta una diagnosi oncologica, la possibilità di ricevere cure e assistenza più vicino a casa può avere un valore che va oltre l’aspetto strettamente sanitario. Significa ridurre, quando possibile, gli spostamenti e avere un punto di riferimento sul territorio durante un percorso che spesso coinvolge anche la famiglia.
Un’équipe per seguire il paziente al nuovo reparto di oncologia
A presentare il progetto sono stati la direttrice sanitaria Laura Leoncini e il primario di Oncologia Salvatore Feliciano, insieme ai professionisti che comporranno l’équipe.
Faranno parte della squadra Maria Rosaria Saponaro, Maria Anna Rachele De Giglio, Domenico Michele D’Angiolella, gli infermieri Emilia Angelino e Giorgio Corso, la Data Manager Carla Viggiano, la psiconcologa Angela Laviscio e il biologo nutrizionista Giuseppe Arricchiello.
L’idea è quella di costruire un percorso nel quale il paziente non venga seguito soltanto per la terapia, ma anche nelle altre necessità che possono emergere durante la malattia.
Tra le prestazioni previste ci sono le visite oncologiche, le terapie orali, la chemioterapia, l’immunoterapia e le instillazioni endovescicali. A queste si aggiungeranno il supporto psicologico e la consulenza nutrizionale.
Cura, ascolto e vicinanza al nuovo reparto oncologico
La nascita del reparto assume un significato particolare in una città che da anni vive il tema della salute anche attraverso le preoccupazioni legate alla situazione ambientale del territorio.
Marcianise e l’area circostante sono infatti inserite in un contesto che nel tempo ha visto una forte attenzione pubblica verso le criticità ambientali e la gestione dei rifiuti. Sono temi che hanno alimentato interrogativi e richieste di maggiore tutela e prevenzione da parte dei cittadini.
Il nuovo reparto non rappresenta una risposta alle problematiche ambientali, ma può diventare un ulteriore punto di riferimento sanitario per la comunità.
Al centro del progetto c’è soprattutto la persona. Perché una malattia oncologica non riguarda soltanto esami, diagnosi e terapie. Coinvolge la quotidianità, gli affetti, le paure e le tante domande che accompagnano paziente e familiari.
Avere professionisti diversi che lavorano insieme significa quindi provare a costruire un percorso più completo, nel quale anche l’ascolto abbia il suo spazio.
Un passo atteso dalla comunità
L’apertura del reparto di Oncologia a Marcianise aggiunge un nuovo servizio all’offerta dell’ospedale Anastasia Guerriero. Ora l’attenzione è rivolta ai prossimi mesi, quando il progetto dovrà tradursi concretamente nell’avvio delle attività.
Per i cittadini sarà un nuovo punto di riferimento per le cure oncologiche. Per i professionisti coinvolti, invece, l’obiettivo sarà accompagnare ogni paziente con competenza e attenzione, cercando di rendere meno pesante un percorso che nessuno dovrebbe affrontare sentendosi solo.
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Tumori, Bombaci (Ail): "Cresce attenzione aziende a qualità di vita e ascolto pazienti con Lmc" La Gazzetta del Mezzogiorno
Roma, 16 set. (Adnkronos Salute) - “Oggi molte aziende farmaceutiche, soprattutto quelle che operano in campo oncologico e oncoematologico, prestano grande attenzione ai problemi e ai bisogni dei pazienti. Anche negli studi clinici è sempre più importante parlare di qualità di vita. Le agenzie di regolamentazione dei farmaci guardano anche a questo aspetto. In questo contesto la collaborazione con le associazioni pazienti è dunque fondamentale”. Lo ha detto Felice Bombaci, coordinatore nazionale Gruppo pazienti Lmc di Ail - Associazione italiana contro le leucemie, linfomi e mieloma, partecipando a ‘Leucemia mieloide cronica, convivere, ascoltare, partecipare. Bisogni, aspettative e qualità di vita di chi affronta la cronicità’, evento organizzato oggi a Milano da Novartis.
La farmaceutica "è stata una delle prime ad aver lavorato da subito su questo aspetto - continua Bombaci - Ha aiutato a fondare Cml Advocates Network, la prima rete mondiale di un’associazione pazienti e ha incluso pazienti nel Data monitor committee degli studi clinici. Poter stare insieme - medici, pazienti e aziende farmaceutiche - dà una possibilità di migliorare il risultato ”. All'incontro, Novartis ha presentato lo strumento digitale ‘Vita Lmc Tracker’, che consente al paziente di tenere traccia di segni e sintomi nel momento in cui si presentano. Un approccio che risponde a quanto emerso dall'indagine condotta da Elma Research su 90 persone con Lmc che evidenzia come il 38% dei pazienti non si considera adeguatamente informato sui sintomi da monitorare e solo il 30% ne registra abitualmente i cambiamenti.
“Il primo fondamentale beneficio” di uno strumento come Vita Lmc Tracker, continua Bombaci, “è che nel momento in cui il paziente accusa un sintomo o un effetto collaterale lo segnala sull’app: può quindi tenerne traccia esattamente quando lo vive, senza dover ricordare un mese dopo, una volta dal medico, cosa è successo. Inoltre, permette di razionalizzare in modo chiaro per il medico le problematiche che il paziente vive in modo aneddotico, così che possano essere gestite. Ritengo sia molto utile, specialmente per le persone alla prima diagnosi, che sono ancora disorientate, avere uno strumento come questo, che permette di tenere una sorta di diario elettronico. Come associazioni pazienti - conclude -abbiamo aiutato a sviluppare il tracker, cercando di portare tematiche e linguaggi più vicini alle persone”, così che l'applicazione non parlasse solo “medichese”.
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Colite da immunoterapia, 10 pazienti su 13 migliorano dopo il trapianto di microbiota Mondosanità
Un gruppo di ricercatori dell’MD Anderson Cancer Center ha sperimentato un trattamento quanto mai insolito contro una seria complicazione delle cure oncologiche: trasferire nell’intestino di pazienti colpiti da colite il microbiota fecale di donatori sani. Nei primi 13 pazienti esaminati, 10 hanno risposto al trattamento e i sintomi sono migliorati dopo un tempo mediano di appena 1,5 giorni. Un risultato sorprendente, soprattutto perché potrebbe consentire di controllare l’infiammazione senza spegnere immediatamente quelle stesse difese immunitarie chiamate a combattere il tumore.
Il punto è proprio questo. Gli inibitori dei checkpoint immunitari, cioè i farmaci che rimuovono alcuni “freni” molecolari dei linfociti e permettono loro di aggredire il cancro, hanno trasformato la cura di numerosi tumori; ma, in una parte dei pazienti, i linfociti così liberati non si limitano alle cellule malate e finiscono per colpire anche i tessuti sani. Se il bersaglio diventa il colon, possono comparire diarrea, dolore addominale e un’infiammazione tanto importante da imporre la sospensione temporanea della terapia oncologica.
Oggi le coliti moderate o severe vengono trattate generalmente con corticosteroidi e, quando questi non bastano, con farmaci biologici immunosoppressori quali infliximab o vedolizumab. Sono cure efficaci, ma l’immunosoppressione prolungata può favorire infezioni ed effetti indesiderati; inoltre ha suscitato il timore — tuttora difficile da misurare con precisione — che possa interferire con l’immunità antitumorale. Il nuovo approccio cambia dunque bersaglio: non interviene direttamente sui guerrieri del sistema immunitario, ma prova a riordinare il terreno nel quale essi ricevono una parte dei loro segnali.
Ecco come. Il trapianto di microbiota fecale (FMT) consiste nel trasferire nel colon materiale proveniente da donatori accuratamente selezionati, allo scopo di ricostruire una comunità microbica più equilibrata. Per intenderci, l’intestino non è una semplice tubatura, ma un ambiente popolato da microrganismi che dialogano con le difese dell’organismo: se quella popolazione si altera, anche i segnali immunitari possono cambiare. Gli studi precedenti avevano impiegato l’FMT soprattutto nelle coliti resistenti agli steroidi e ai farmaci biologici; qui, invece, il trapianto viene portato in prima linea, prima dell’immunosoppressione usata contro la colite. È questo l’aspetto realmente nuovo.
I numeri, pur ridotti, hanno lasciato emergere un segnale notevole: 10 pazienti su 13, circa il 77%, hanno ottenuto una risposta clinica e otto dei dieci responder sono rimasti in remissione durante il periodo di osservazione dello studio. Non solo. Analizzando feci, sangue e tessuti intestinali prima e dopo il trapianto, i ricercatori hanno rilevato nei pazienti migliorati un aumento di diversi gruppi batterici associati a un intestino più sano, una diminuzione dei microrganismi collegati all’infiammazione e marcatori immunitari differenti rispetto a quelli osservati nei non responder.
Il beneficio, dunque, sembra procedere insieme a una riorganizzazione misurabile dell’ecosistema intestinale e della risposta immune. Ma accompagnarsi non significa necessariamente causare. Con un campione tanto piccolo non è possibile stabilire quali batteri svolgano un ruolo determinante, né sapere se i mutamenti del microbiota abbiano prodotto la remissione o ne siano soltanto il riflesso: come accade quando, dopo una tempesta, troviamo le strade ripulite senza poter ancora dire quale squadra abbia svolto il lavoro decisivo.
A scanso di equivoci, il 77% è un segnale, non una prova definitiva. Tredici partecipanti non bastano a modificare la pratica clinica e, in questa analisi, manca un gruppo di controllo randomizzato sottoposto alle terapie standard; non si può quindi sapere quanto del miglioramento sarebbe avvenuto comunque, né confrontare direttamente il trapianto con steroidi e biologici. Da notare, inoltre, che il protocollo prevedeva la somministrazione di loperamide quattro ore prima dell’FMT, circostanza che impone prudenza nell’interpretare la rapidissima diminuzione della diarrea.
Gli eventi attribuiti al trapianto sono stati lievi — soprattutto disturbi addominali transitori, nausea e febbricola — ma numeri così esigui non consentono di escludere reazioni rare. Resta perciò una promessa assai concreta: controllare una tossicità dell’immunoterapia modificando l’ambiente intestinale, anziché ricorrere subito a un’immunosoppressione sistemica. Per sapere se la promessa sarà mantenuta occorreranno studi più ampi e randomizzati, nei quali FMT, corticosteroidi e farmaci biologici vengano confrontati direttamente. La prova decisiva deve ancora cominciare.
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Wang Y, Fan C, Varatharajalu K, et al. First-line fecal microbiota transplantation for the management of immune checkpoint inhibitor-mediated diarrhea and colitis. Cell Reports Medicine. 2026;7:103044. doi: 10.1016/j.xcrm.2026.103044.
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Leucemia linfoblastica acuta, nuove prospettive: tassi di sopravvivenza superiori all'80% nei pazienti adulti Corriere della Sera
di Redazione Salute
Con l'arrivo del primo anticorpo bispecifico 10 anni fa la storia di questa malattia del sangue (fra le neoplasie più aggressive) ha iniziato a cambiare
(Getty Images)
L’innovazione farmaceutica, con i risultati e le aspettative che produce, entra nella vita delle persone il cui corso è stato «spezzato» da una delle più aggressive malattie del sangue, restituendo speranze: i percorsi dei pazienti e dei medici curanti si sovrappongono diventando storie condivise di vita e di cura, segnate oggi dall’arrivo di novità importanti dalla ricerca: l’immunoterapia entra prima nel percorso di cura della leucemia linfoblastica acuta.
Blinatumomab, primo della classe di anticorpi bispecifici BiTE (Bispecific T-cell Engager), ha ricevuto dall’Agenzia italiana del Farmaco l’ammissione alla rimborsabilità in prima linea di trattamento nei pazienti adulti con leucemia linfoblastica acuta a linfociti B Ph negativa (Ph-) di nuova diagnosi.
Entrato nella pratica clinica circa 10 anni fa, blinatumomab ha innescato un importante cambiamento, tuttora in atto, nel paradigma terapeutico di questo tumore raro, perché somministrato in prima linea dopo la chemioterapia, ha portato pazienti adulti a tassi di sopravvivenza superiori all’80%, con remissione completa e duratura nel tempo.
Risultato di valore per il trattamento di un tumore del sangue che origina dal midollo osseo, e costituisce la forma leucemica più comune dell’età pediatrica, sebbene presenti un secondo importante picco in età giovane adulta.
«La leucemia linfoblastica acuta origina dalla trasformazione neoplastica dei linfociti, una sottopopolazione dei globuli bianchi – spiega Franco Locatelli, Direttore Dipartimento di Onco-Ematologia, Terapia Cellulare e Genica, IRCCS Ospedale Bambino Gesù, Roma; Professore Ordinario di Pediatria, Università Cattolica Sacro Cuore di Roma –. Causa una produzione incontrollata di cellule immature, chiamate linfoblasti, che portano a una riduzione delle cellule ematologiche normali (globuli rossi, piastrine o dell’emoglobina) e assai frequentemente un ingrossamento del fegato, della milza e dei linfonodi.
Il progressivo miglioramento nella prognosi dei pazienti nelle ultime due-tre decadi è il risultato di una stratificazione del rischio sempre più sofisticata e dell’introduzione dell’immunoterapia – prosegue Locatelli – In particolare l’anticorpo bispecifico blinatumomab è quello che ha dimostrato maggiore efficacia».
Blinatumomab agisce creando un ponte diretto tra i linfociti T, le cellule del sistema immunitario e le cellule tumorali che vengono così distrutte.
Se inizialmente è stato sviluppato nelle forme di malattia recidivate e resistenti ai trattamenti convenzionali, in anni più recenti è stato studiato nei pazienti di nuova diagnosi in sostituzione o in aggiunta alla chemioterapia tradizionale. Tutto ciò ha consentito da un lato di migliorare le probabilità di guarigione, dall’altro di ridurre la tossicità del trattamento e gli effetti collaterali associati alla chemioterapia.
Scopo della cura è ottenere la remissione completa. Tuttavia, in una quota di pazienti adulti con leucemia linfoblastica acuta a precursori B Philadelphia-negativa, anche dopo il raggiungimento della remissione può persistere una malattia minima residua, associata a un aumentato rischio di recidiva e a una prognosi meno favorevole. Blinatumomab ha inizialmente ricevuto l’approvazione per il trattamento dei pazienti con malattia minima residua positiva.
Successivamente, lo studio randomizzato di fase III ECOG E1910 ha dimostrato che l’aggiunta di blinatumomab alla chemioterapia di consolidamento migliora significativamente la sopravvivenza anche nei pazienti in remissione con malattia minima residua negativa, con una sopravvivenza globale a 3 anni dell’85%.
Più recentemente, lo studio GIMEMA LAL2317 ha confermato il valore dell’integrazione precoce di blinatumomab nel trattamento di prima linea della leucemia linfoblastica acuta-B Ph-negativa: i pazienti in remissione che hanno ricevuto blinatumomab hanno raggiunto una sopravvivenza globale a 3 anni dell’82%.
Conclude Sabina Chiaretti, Professoressa Associata Dipartimento di Medicina Traslazionale e Precisione, Università La Sapienza di Roma: «Blinatumomab è il giusto completamento di questo lungo iter di avanzamento della ricerca; grazie al meccanismo d’azione immunoterapico che di fatto potenzia i linfociti T, consente di integrare l’immunoterapia più precocemente nel percorso di cura arrivando a tassi di sopravvivenza superiori all’80%».
Ricerca scientifica e relazione umana sono due dimensioni fondamentali della cura. È questo il filo conduttore di Sangue Bianco, il cortometraggio prodotto da Amgen, con il patrocinio di Fondazione Maria Letizia Verga e presentato al Festival di Cannes 2026.
Il corto è ispirato al libro Tante belle persone scritto da Paolo Tallini che ricorda il percorso con la leucemia linfoblastica acuta del figlio Pietro, soffermandosi sul senso e il valore della ricerca, la necessità di continuare a sostenerla e l’importanza della relazione tra pazienti, famiglie e professionisti sanitari lungo un percorso di cura complesso.
«Il volume nasce dalla dolorosa esperienza vissuta con mia moglie insieme a mio figlio Pietro con cui ho voluto lasciare una testimonianza, soprattutto per restituire il tanto che abbiamo ricevuto in termini di competenze mediche, eccellenza scientifica e relazione umana – racconta Paolo Tallini –. Sangue Bianco è un tributo al coraggio di chi affronta la malattia e all’impegno di medici, infermieri e ricercatori che accompagnano ogni giorno i pazienti e le loro famiglie. Siamo riconoscenti ad Amgen che ha saputo affrontare un viaggio nel cuore della malattia e degli sforzi della comunità medico-scientifica, dimostrando una sensibilità etica profonda e di impegnarsi per i pazienti andando oltre la ricerca di nuove opportunità terapeutiche, oltre il business».
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Demenza, 300 pazienti seguiti ogni anno: la rete valdostana cresce Valledaostaglocal.it
La demenza non riguarda soltanto la persona che riceve una diagnosi. Coinvolge la famiglia, modifica gli equilibri quotidiani e pone nel tempo esigenze sanitarie, assistenziali e sociali che difficilmente possono essere affrontate da un unico servizio. È proprio sulla continuità della presa in carico e sulla capacità di costruire una rete attorno alla persona che l’Azienda USL della Valle d’Aosta sta sviluppando il proprio modello di intervento.
Al centro c’è il Centro per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (CDCD) della Geriatria dell’Ospedale regionale di Aosta, che segue mediamente circa 300 pazienti all’anno, con un’attività in costante aumento. La presa in carico non si limita alla diagnosi e alla terapia farmacologica, ma comprende valutazione multidisciplinare, stimolazione cognitiva, sostegno ai caregiver, integrazione con i servizi territoriali e interventi direttamente a domicilio.
«La medicina degli ultimi decenni ha rincorso alcuni miti, primo tra tutti quello di curare la longevità. La longevità non è una malattia: quello che dobbiamo fare è supportare la famiglia perché i propri cari, con le loro fragilità, non finiscano la propria autonomia in un letto», osserva il direttore sanitario dell’Azienda USL, Mauro Occhi. Per Occhi, mantenere le relazioni e sostenere la presenza della famiglia può avere un ruolo particolarmente importante, anche perché «l’esperienza dimostra che mantenere le relazioni ha un’efficacia anche superiore a quella dei farmaci». Da qui, aggiunge, la necessità di mettere le famiglie nelle condizioni di continuare a essere presenti accanto ai propri cari.
Sulla stessa impostazione si colloca l’intervento dell’assessore alla Sanità, Salute e Politiche sociali, Carlo Marzi, secondo il quale accompagnare una persona con un disturbo cognitivo rappresenta una delle sfide assistenziali più complesse, tanto per i familiari e i caregiver quanto per i servizi sociosanitari. Le politiche regionali, sottolinea Marzi, devono quindi andare oltre la gestione del singolo sintomo e mettere al centro la persona insieme al nucleo familiare che la sostiene. In questa prospettiva si inseriscono le azioni previste dal Piano regionale delle attività finanziate attraverso il Fondo Alzheimer e Demenze, insieme al lavoro della Cabina di regia e dei Tavoli tecnici regionali e nazionali. L’obiettivo indicato è quello di costruire un sistema flessibile capace di collegare strutture sanitarie, servizi territoriali, servizi sociali, progetti, comunità e famiglie, anche attraverso la collaborazione delle associazioni.
Il CDCD dispone di un’équipe composta da 3 geriatri, 2 neurologi, 3 neuropsicologi, 3 educatori, 1 infermiera e 1 assistente sociale. Una composizione che consente di affrontare i bisogni della persona sotto diversi profili, da quello clinico e cognitivo a quello assistenziale e sociale.
«Stiamo lavorando per rendere il CDCD sempre più un servizio di prossimità, facilmente accessibile alle persone e alle famiglie, ma al tempo stesso un centro di riferimento specialistico per tutta la Valle d’Aosta», spiega il direttore della Geriatria dell’Ospedale valdostano, Franz De La Pierre. Le competenze dell’équipe permettono infatti di seguire anche i nuovi orientamenti terapeutici e le più recenti opportunità farmacologiche, che richiedono percorsi di valutazione e presa in carico sempre più qualificati.
La dimensione multidisciplinare è particolarmente importante fin dalle prime fasi della malattia. «La demenza rappresenta oggi una vera e propria emergenza sanitaria e assistenziale, con un importante coinvolgimento della famiglia, che rappresenta il principale supporto per l’anziano non autosufficiente», spiega la geriatra del CDCD Laura Manzini. Il Centro costruisce un piano di cura farmacologico e non farmacologico coinvolgendo l’intero nucleo familiare.
La rete territoriale diventa quindi una componente essenziale del percorso. «È fondamentale agire su più fronti, dalla prevenzione primaria alla diagnosi tempestiva e all’intervento terapeutico, fino alle azioni rivolte a contenere gli effetti della malattia», sottolinea Manzini. Nelle demenze, aggiunge, la presa in carico riguarda inevitabilmente anche familiari e caregiver, chiamati quotidianamente a gestire gli effetti della malattia.
Tra le attività non farmacologiche c’è la “Palestra della Mente”, dedicata alle persone con demenza in fase iniziale o intermedia. Nel 2025 sono stati 90 i pazienti coinvolti, un numero in crescita. Il percorso utilizza il lavoro di 3 educatori, 3 neuropsicologi e 1 geriatra e punta a stimolare e mantenere le capacità cognitive residue, sostenere l’autonomia e creare occasioni di relazione e socializzazione.
All’interno dello stesso percorso è attivo anche il servizio di Montagnaterapia, rivolto ai pazienti con diagnosi di disturbo cognitivo che partecipano alla “Palestra della Mente”. Le attività prevedono passeggiate di gruppo in montagna accompagnate da uno o due educatori professionali e da una guida naturalistica. Alle uscite si affiancano momenti di rielaborazione in aula, durante i quali vengono svolte attività di stimolazione cognitiva. Movimento, relazione, orientamento e lavoro sulle capacità residue diventano così parti dello stesso percorso.
La rete dell’Azienda USL non si ferma però agli ambulatori. Con il progetto “A Casa è Meglio” l’intervento entra direttamente nelle abitazioni e oggi coinvolge 30 famiglie, anche in questo caso con un numero in aumento. Il servizio, realizzato insieme alla Cooperativa Noi e Gli Altri, coinvolge 5 psicologi, 3 educatori e 1 operatore socio-sanitario.
L’obiettivo è fornire ai familiari e agli assistenti alla persona strumenti concreti per affrontare la quotidianità. «L’équipe multidisciplinare si propone di fornire ai familiari o agli assistenti alla persona un kit di strumenti pratici per la gestione a domicilio di persone con malattie neurodegenerative, come demenze, Alzheimer e Parkinson», spiega la neuropsicologa Erica Farinet. Il lavoro parte dall’osservazione della singola situazione, per individuare strategie adeguate e valutare le criticità presenti all’interno del nucleo familiare, anche in vista dell’eventuale attivazione di successivi interventi domiciliari mirati.
Una rete, dunque, che prova a spostare progressivamente il baricentro della cura dalla sola struttura sanitaria a un sistema più ampio, nel quale ospedale, territorio, domicilio, professionisti, associazioni e famiglie sono chiamati a dialogare. È anche su questa integrazione che si gioca una parte importante della possibilità di mantenere il più a lungo possibile autonomia, relazioni e qualità della vita.
Per far conoscere più da vicino servizi e opportunità e creare un momento di confronto con la popolazione, in occasione della Giornata mondiale contro l’Alzheimer, l’Associazione Alzheimer Valle d’Aosta organizza per sabato 19 settembre 2026, a partire dalle 16:00, al Centro polivalente di Pollein, in Grand Place, l’iniziativa “Aperitivo Alzheimer – Insieme, per non dimenticare”.
L’appuntamento, realizzato con il patrocinio della Regione Autonoma Valle d’Aosta, dell’Azienda USL della Valle d’Aosta e del Comune di Pollein, vedrà la partecipazione anche dell’Associazione Parkinson Valle d’Aosta. Nel corso del pomeriggio saranno illustrati i servizi del CDCD e le possibilità di sostegno disponibili per le persone con disturbi cognitivi e per le loro famiglie.
Saranno presenti i professionisti dell’Azienda USL, tra cui Franz De La Pierre, direttore della Geriatria dell’Ospedale “Parini”, insieme agli operatori impegnati nei percorsi dedicati alle demenze. I volontari dell’Associazione Alzheimer Valle d’Aosta e dell’Associazione Parkinson Valle d’Aosta saranno inoltre a disposizione per presentare le rispettive attività.
Il programma prevede anche la presentazione del libro “La memoria fragile” del professor Paolo Maria Rossini, oltre alla presenza di operatori sociosanitari ai quali sarà possibile rivolgersi per ricevere informazioni sui servizi. La giornata si concluderà con un momento conviviale e un aperitivo.
L’iniziativa di Pollein diventa così anche un’occasione per rendere più visibile una rete che spesso, per chi non la conosce, può risultare difficile da individuare proprio nel momento in cui una famiglia si trova ad affrontare una diagnosi. Conoscere i servizi disponibili, sapere a chi rivolgersi e poter contare su un percorso che accompagni non soltanto il paziente ma anche chi se ne prende cura rappresentano elementi essenziali per affrontare una malattia che, nel tempo, coinvolge l’intero nucleo familiare.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Leucemia mieloide cronica, solo 1 paziente su 3 si sente a proprio agio nel fare domande all’ematologo sanitainformazione.it
La ricerca ELMA Research promossa da Novartis Italia evidenzia le difficoltà nel coinvolgimento dei pazienti: 4 su 10 si sentono poco partecipi delle decisioni terapeutiche e solo il 30% monitora i cambiamenti legati alla malattia. Solo una persona su tre con leucemia mieloide cronica(LMC) si sente completamente a proprio agio nel porredomande all’ematologo. Quattro pazienti su dieci si sentono inoltre pococoinvoltinelle decisioni terapeutiche e solo il30%tiene abitualmente traccia dei cambiamenti legati alla malattia. È quanto emerge da una ricerca diELMA Researchsui bisogni di comunicazione delle persone che convivono con la LMC, promossa daNovartis Italia. I dati evidenziano come l’empowerment del paziente rappresenti ancora una sfida aperta, soprattutto sul fronte dellacomunicazione con lo specialistae dellapartecipazione al percorso di cura. A questa dimensione si aggiunge l’impatto della malattia e del trattamento sulla vita quotidiana. Una seconda indagine nazionale sui bisogni insoddisfatti e sulla qualità della vita nella leucemia mieloide cronica, condotta attraverso iPatient-Reported Outcomes (PROs), ha approfondito il vissuto fisico, psicologico ed emotivo delle persone con questa patologia: il73%dei partecipanti ha riferito stanchezza cronica, il65%affaticamento o debolezza e il59%dolori muscolari. Considerate insieme, le due ricerche restituiscono una fotografia che mette in relazione due aspetti della convivenza con la LMC: da una parte la capacità dei pazienti di comprendere, monitorare e gestire la malattia, dall’altra l’impatto che la patologia e il trattamento continuano ad avere sulla quotidianità. L’epidemiologia della LMC La leucemia mieloide cronica rappresenta circa il15-20%delle leucemie e in Italia ha un’incidenza di 1-2 nuovi casi ogni 100.000 persone l’anno.Si manifesta prevalentemente in età adulta e avanzata e, nei Paesi occidentali, l’età mediana alla diagnosi è di circa57 anni. La possibilità di convivere a lungo con la malattia porta in primo piano la sostenibilità del percorso terapeutico, la tollerabilità e gli aspetti che incidono sulla quotidianità. “Oggi l’efficacia nella LMC si misura nel tempo ossia raggiungere e mantenere una risposta adeguata, preservando nel lungo periodo il risultato terapeutico – spiegaElisabetta Abruzzese, Ematologa, Ospedale Sant’Eugenio, Università di Roma Tor Vergata, ASL Roma 2– In una malattia che può accompagnare la persona per molti anni, la tollerabilità del trattamento e gli effetti collaterali diventano elementi rilevanti della gestione clinica. L’obiettivo è mantenere il controllo della malattia attraverso un percorso che possa essere seguito nel tempo e adattato non solo alle condizioni cliniche, ma anche ai bisogni, alle priorità e agli obiettivi di vita della persona, che possono cambiare nelle diverse fasi della vita”. Misurare la qualità della vita. IPatient-Reported Outcomes A rendere misurabile ladimensione della qualità di vitacontribuiscono proprio iPatient-Reported Outcomes (PROs),informazioni su sintomi, funzionamento e stato di salute riferite direttamente dalle persone che convivono con la patologia. L’indagine su bisogni insoddisfatti e impatto sulla qualità della vita nella LMC evidenzia, infatti, che circa il26% dei pazienti valuta negativamente la propria qualità di vita, con un impatto più marcato nelle fasi terapeutiche avanzate. I Patient-Reported Outcomes permettono di intercettare questi aspetti e di integrarli nellavalutazione clinica,contribuendo a una presa in carico più completa della persona. “Il racconto del paziente non è un complemento narrativo alla visita: è una fonte di informazione clinica – sottolineaCarmen Fava, Ematologa, Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino, Università degli Studi di Torino-Per farlo emergere non basta sempre chiedere genericamente “come sta?”. Domande concrete sullo stato di salute inteso come stanchezza, qualità del sonno, dolore, attività quotidiane e stato emotivo, insieme a strumenti strutturati come i PROs, aiutano a collegare l’esperienza della persona ai dati clinici. Queste informazioni possono supportare il counselling, il follow-up e, quando necessario, la rivalutazione del percorso terapeutico. Non sostituiscono il giudizio del medico, ma rendono il dialogo più completo e le scelte più coerenti con la situazione reale” . Uno strumento digitale per raccogliere l’esperienza del paziente La raccolta strutturata dell’esperienza può aiutare a evitare che informazioni rilevanti vadano perdute tra una visita e l’altra. In questa prospettiva si inserisceVITA LMC Tracker,lo strumento digitale promosso daNovartis Italiaper supportare le persone che convivono con la leucemia mieloide cronica nel registrare nel tempo sintomi, qualità di vita e altri aspetti del proprio vissuto quotidiano. Lo strumento può aiutare la persona a riconoscere eventuali cambiamenti, organizzare le informazioni epreparare il confronto con lo specialista. “Essere parte attiva nel proprio percorso di cura non significa sostituirsi al medico né decidere da soli, ma arrivare al confronto con domande, priorità e aspettative che possano essere comprese e considerate – affermaFelice Bombaci, Coordinatore nazionale del Gruppo Pazienti LMC di AIL – Associazione Italiana contro le Leucemie, linfomi e mieloma–Le associazioni aiutano a orientarsi tra le fonti, offrono informazioni validate e confronto tra pari, preparano le persone alla visita e le aiutano a riconoscere ciò che vale la pena riferire. Sono un ponte verso la relazione con l’ematologo, non un’alternativa. Una persona più preparata può formulare domande più precise e prendere parte al proprio percorso di cura con maggiore consapevolezza”. “La LMC è uno degli esempi più significativi di come il progresso scientifico abbia trasformato la gestione di una malattia ematologica – concludeMarco Rago, Medical Head Oncology di Novartis Italia– Oggi andare oltre significa comprendere anche l’evoluzione dei bisogni delle persone che convivono a lungo con la patologia. Con VITA LMC Tracker vogliamo favorire una raccolta più strutturata del vissuto quotidiano e un dialogo più completo con il clinico, nella convinzione che ricerca, professionisti sanitari e associazioni possano lavorare insieme per sostenere una partecipazione sempre più consapevole al percorso di cura”.
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