Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Terapia ormonale in menopausa: la nuova verità della FDA che sta cambiando tutto My-personaltrainer
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Ascolta su Spreaker. La nuovaetichettatura aggiornatanasce dall’analisi firmata da Martin A. Makary, Christine P. Nguyen e Tracy Beth Høeg suJAMA(10 novembre 2025). Il focus è netto: la terapia vapersonalizzata, non compressa nella regola “minima dose, minor tempo”. Viene inoltre riconosciuto che l’estrogenovaginalelocalenon condivide gli stessi rischi sistemici dei trattamenti per bocca o cerotto. E c’è una finestra temporale precisa:prima dei 60 anni o entro 10 annidall’avvio della menopausa. Un punto chiave, spesso frainteso: l’aggiornamento riguarda milioni di donne e nasce per ridurrepaure non fondatee semplificazioni che, per oltre vent’anni, hanno condizionato scelte eaccesso alle cure. Secondo l’analisi suJAMA, quando la terapia ormonale viene iniziata entro undecenniodalla perimenopausa, i benefici risultano consistenti e misurabili, con un impatto che va oltre i solisintomi vasomotori. Nelle donne più giovani in postmenopausa (50‑59 anni), non si osserva un aumento significativo dellemalattie cardiovascolariaterosclerotiche. Tradotto: la finestra giusta conta, eccome. Un chiarimento atteso: nessuno studio clinico ha documentato un aumento dellamortalità per tumore alsenoassociata alla terapia ormonale. Informazione cruciale per valutare con luciditàbeneficierischi. Il crollo dell’uso nel 2002, dopo i primi risultati delWomen’s Health Initiative (WHI), è legato soprattutto al timore per iltumore del seno. Oggi si sa che quel segnale era in gran parte connesso a unprogestinico specificousato nello studio, ilmedrossiprogesterone acetato, che non è più impiegato nella maggior parte delle terapie attuali. Resta invece da ricordare il rischio ditumore endometrialecon estrogeni non bilanciati nelle donne con utero, rischio peròprevenibilecon l’aggiunta del progestinico. Chi può beneficiarne? Chi sta attraversando latransizionemenopausalee vivesintomiche limitano il benessere quotidiano. La terapia, se iniziataprima dei 60 anni o entro 10 annidall’inizio della menopausa, mostra un profilo favorevole sucuore,ossaefunzione cognitiva. Non è obbligatoria né valida per chiunque: la scelta va presa con unmedico competente, alla luce dellastoria clinicae degli obiettivi personali. Perché l’informazione corretta riduce paure inutili e migliora, davvero, laqualità di vita.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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60.4/100
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Criteri Critici
Ecco come i tumori riescono a resistere alla chemioterapia tomshw.it
Alcuni tumori potrebbero avere un trucco molecolare in più per resistere alla chemioterapia. La scoperta riguarda MYC, una proteina già nota perché in molti tumori accelera crescita, metabolismo e sopravvivenza delle cellule malate. Il punto nuovo è più insidioso: una forma modificata di MYC sembra raggiungere direttamente le rotture del DNA e aiutare la cellula tumorale a ripararle. Questo può rendere meno efficaci proprio le terapie che puntano a danneggiare il DNA del tumore fino a renderlo non più vitale.
MYC è studiata da decenni perché è anormalmente attiva in una grande quota di tumori umani. Finora il suo ruolo principale era visto soprattutto come quello di un acceleratore genetico: accende programmi di crescita, spinge la proliferazione e aiuta le cellule a sostenere un ritmo metabolico elevato. Il nuovo lavoro aggiunge una funzione diversa, non canonica, che non passa soltanto dall’attivazione dei geni. In condizioni di stress genotossico, MYC può comportarsi come un elemento operativo della risposta al danno.
Il meccanismo ruota attorno alla fosforilazione della serina 62, una modifica chimica che stabilizza MYC e ne cambia il comportamento. Quando il DNA subisce rotture a doppio filamento, questa forma di MYC si avvicina ai siti danneggiati e favorisce il reclutamento di proteine di riparazione come BRCA1 e RAD51. In pratica, la cellula tumorale non solo sopporta meglio il danno, ma riesce anche a rimettere in funzione parti del proprio materiale genetico dopo trattamenti pensati per distruggerla.
La conseguenza è rilevante perché molte terapie oncologiche agiscono proprio inducendo danni al DNA. Chemioterapia e radioterapia funzionano quando il carico di lesioni diventa troppo alto per essere riparato in tempo. Se un tumore guidato da MYC potenzia i suoi sistemi di riparazione, può superare una parte di quello stress e continuare a crescere. È una possibile spiegazione biologica per alcune forme di resistenza ai trattamenti, in particolare nei tumori aggressivi.
Il problema non è solo quanto cresce il tumore, ma quanto bene ripara i danni.
Il collegamento è particolarmente interessante nel carcinoma pancreatico, dove l’attività di MYC può essere elevata e le opzioni terapeutiche restano difficili. Su questo fronte, un recente studio su daraxonrasib aveva già mostrato quanto sia importante cercare bersagli molecolari più precisi contro tumori finora considerati quasi imprendibili. Qui però l’angolo è diverso: non si tratta di bloccare direttamente RAS, ma di capire come una cellula tumorale riesca a sopravvivere quando il trattamento le infligge danni al DNA.
I ricercatori hanno osservato il fenomeno anche in modelli derivati da tumori pancreatici e in analisi di dati tumorali. Le cellule con MYC attivo e modificato sembravano più efficienti nel riparare il DNA e più capaci di sopravvivere sotto stress. Nei campioni collegati a tumori pancreatici, l’elevata attività di MYC si associava a segnali di maggiore riparazione del DNA e a esiti clinici peggiori. Questo non dimostra ancora una nuova terapia pronta all’uso, ma indica un punto vulnerabile da studiare con più precisione.
Il dato va letto con cautela. Bloccare MYC è stato a lungo considerato complicato perché la proteina ha una struttura difficile da colpire con farmaci tradizionali e svolge funzioni importanti anche nelle cellule sane. La nuova pista, però, suggerisce un approccio più mirato: interferire con il ruolo di MYC nella riparazione del DNA tumorale, invece di spegnere indiscriminatamente ogni sua attività. Se questa distinzione reggerà nei test successivi, potrebbe aiutare a rendere più sensibili alcuni tumori alle terapie che già usano il danno al DNA come arma principale.
La parte clinica è ancora all’inizio, ma il razionale è chiaro. Se la resistenza nasce anche dalla capacità di riparare rapidamente le rotture, allora misurare la forma modificata di MYC potrebbe diventare utile per capire quali tumori sono più difficili da colpire. In parallelo, gli studi su inibitori sperimentali di MYC dovranno chiarire se questa funzione può essere bloccata senza aumentare troppo la tossicità. Il prossimo passo non sarà annunciare una cura, ma verificare se questa scorciatoia molecolare può essere trasformata in un bersaglio terapeutico concreto.
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Criteri Critici
Leucemia, fondi per due milioni: all’ospedale «Papa Giovanni» un progetto triennale sui pazienti adulti L'Eco di Bergamo
È il tumore più comune tra i bambini, ma colpisce con una certa frequenza anche gli adulti. Per questo, la ricerca sulla leucemia linfoblastica acuta percorre costantemente nuove frontiere di cura: e una nuova strada provano a percorrerla anche la Fondazione Irccs San Gerardo dei Tintori di Monza e l’ospedale «Papa Giovanni», al lavoro su un nuovo progetto triennale dal valore complessivo di circa 2 milioni di euro.
Il progetto
A erogare le risorse è la Fondazione regionale per la ricerca biomedica (Frrb), attraverso un bando dedicato alle «strategie innovative per il targeting molecolare e metabolico avanzato della leucemia linfoblastica acuta pediatrica e dell’adulto, finalizzate alla personalizzazione dei trattamenti»: in altri termini, lo scopo è comprendere al meglio alcuni meccanismi molecolari e genomici della patologia.
Capofila del progetto è il San Gerardo, che ha ottenuto 1.410.400 euro: il team coordinato da Giovanni Cazzaniga, professore associato dell’Università di Milano-Bicocca e responsabile dell’Unità di Genetica della leucemia della Fondazione Tettamanti di Monza, si dedicherà in particolare ai pazienti pediatrici. Sarà invece il «Papa Giovanni», unico partner di progetto, grazie a un finanziamento da 589.400 euro, a occuparsi della ricerca sugli adulti.
«Approcci all’avanguardia»
«Questo studio – spiega Federico Lussana, direttore facente funzione dell’Ematologia dell’Asst Papa Giovanni e professore associato all’Università degli Studi di Milano – si basa sulla messa a punto di approcci all’avanguardia per la leucemia linfoblastica acuta che possano portare a un miglioramento e a una personalizzazione dei trattamenti, ampliandone l’efficacia. Il fine – continua Lussana – è quello di generare strategie terapeutiche sempre più personalizzate sulle caratteristiche genomiche e metaboliche, riducendo il rischio di fallimento della terapia o di recidiva della malattia».
«Vorremmo arrivare a progettare delle terapie sempre più mirate, questo è un progetto di ricerca ma che ha implicazioni cliniche, perché l’intenzione è riuscire a traslare in tempi rapidi delle soluzioni terapeutiche più personalizzate» La «medicina di precisione» è l’ambito sul quale si concentrano maggiormente le attenzioni degli oncologi: è un approccio che punta a studiare dal punto di vista genetico ogni singolo caso, cogliendone le peculiarità, così da adottare la strategia terapeutica più efficace.
«Nel progetto – prosegue Lussana – procederemo analizzando il profilo genetico delle cellule tumorali sia al momento della diagnosi sia nel corso dei trattamenti, specie per le recidive, per capire i meccanismi che guidano il persistere della malattia. La leucemia linfoblastica acuta – aggiunge – è una patologia complessa che può cambiare nel tempo: in alcuni casi, il microambiente che circonda le cellule tumorali può favorire il ritorno della malattia o un “escape” (una “fuga” dall’efficacia, ndr) dei trattamenti tradizionali. Vorremmo arrivare a progettare delle terapie sempre più mirate, questo è un progetto di ricerca ma che ha implicazioni cliniche, perché l’intenzione è riuscire a traslare in tempi rapidi delle soluzioni terapeutiche più personalizzate».
Trattamenti personalizzati e terapie più efficaci
LUGANO - Martedì scorso, 12 maggio, presso il Centro professionale sociosanitario medico-tecnico (CPS) di Lugano si è svolta la cerimonia di consegna degli attestati cantonali del Tronco comune OmL Terapia complementare. Lo riporta il Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport (DECS). Al termine di un percorso formativo della durata di un anno e mezzo, 16 partecipanti hanno ottenuto l’attestato cantonale che consente di proseguire la formazione quale Terapista complementare e/o Naturopata con diploma federale oppure di richiedere l’autorizzazione al libero esercizio quale Terapista complementare cantonale. Alla cerimonia sono intervenuti il direttore del Centro, Antonello Ambrosio, il medico cantonale Giorgio Merlani e il Capo della Sezione della formazione sanitaria e sociale della Divisione della formazione professionale, Pascal Fara, che hanno consegnato gli attestati alle persone diplomate. Hanno ottenuto l’Attestato cantonale Tronco comune OmL Terapia complementare: Ambra Bernasconi, Marila Binda, Leonardo Brenchio, Margareta Crivat, Fiorella Ferrara, Rossella Gatti-Treherne, Valentina Guidetti, Katia Marangoz, Roberta Montalbano, Federica Moretti, Marina Mozzato, Davide Pallaro, Kaja Paris, Monica Regazzoni, Luca Renzi ed Elizabeth Reyes Collado. Il percorso rappresenta una tappa importante nell’ambito della formazione sanitaria e complementare, valorizzando competenze professionali orientate alla qualità delle cure e all’accompagnamento della persona.
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Criteri Critici
Tumori, quando l'immunoterapia può essere somministrata in pochi minuti sottocute: i vantaggi per i pazienti e per il Ssn Corriere della Sera
di Redazione Salute
Via libera dell'Agenzia Italiana del Farmaco alla nuova formulazione dei farmaco nivolumab in diversi tipi di neoplasie avanzate o metastatiche
(Getty Images)
Pochi minuti rispetto agli attuali 30 o 60, che si traducono in più tempo a disposizione per i pazienti oncologici e in una migliore qualità di vita. La breve durata della somministrazione sottocutanea di nivolumab, terapia immuno-oncologica, implica importanti vantaggi: meno tempo in ospedale da dedicare alla terapia, maggiore flessibilità a parità di efficacia clinica, più efficienza per il Servizio Sanitario Nazionale grazie a una migliore gestione delle risorse e degli spazi nei nosocomi. L’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha approvato, in diversi tumori solidi, la nuova formulazione sottocutanea di nivolumab e tre ulteriori indicazioni del farmaco immuno-oncologico: in associazione a ipilimumab in prima linea nel carcinoma del colon-retto metastatico con deficit di riparazione del mismatch o elevata instabilità dei microsatelliti (dMMR/MSI-H), in associazione alla chemioterapia in prima linea nel carcinoma uroteliale non resecabile o metastatico e in monoterapia nel trattamento adiuvante del carcinoma uroteliale muscolo-invasivo.
Nuova formulazione sottocutanea Nivolumab sottocutaneo è approvato da Aifa per l’utilizzo in molteplici tumori solidi dell’adulto: in monoterapia; come monoterapia di mantenimento successiva al completamento della fase di combinazione con ipilimumab endovena; in combinazione con chemioterapia o cabozantinib.
«L’immuno-oncologia, negli ultimi 15 anni, ha rappresentato uno "tsunami" nella cura del cancro, perché ha cambiato la storia naturale di molti tumori - spiega Paolo Ascierto, direttore della Struttura Complessa di Oncologia Clinica Sperimentale del melanoma – Immunoterapia e terapie innovative dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale di Napoli -. Oggi l’innovazione consente di raggiungere un ulteriore traguardo, costituito dalla somministrazione sottocutanea di nivolumab, formulazione più semplice e veloce dell’infusione endovenosa. Richiede pochi minuti, rispetto a un tempo che varia da 30 minuti a un’ora per l’infusione, e non servono cannule o cateteri venosi. In questo modo, viene semplificato il percorso terapeutico, i pazienti trascorrono meno tempo in ospedale e la somministrazione è più agevole».
A giugno 2025, la Commissione europea ha approvato la formulazione sottocutanea di nivolumab in molteplici indicazioni, sulla base dei risultati dello studio CheckMate -67T. Nello studio, la nuova formulazione sottocutanea è risultata non inferiore rispetto alla formulazione endovenosa sia in termini farmacocinetici, endpoint primari dello studio, sia in termini di tasso di risposta obiettiva, endpoint secondario chiave.
Per pazienti con carcinoma del colon-retto metastatico L’immuno-oncologia ha cambiato la pratica clinica anche nei tumori gastrointestinali, neoplasie frequenti nei Paesi occidentali, in particolare il carcinoma del colon-retto, che ha fatto registrare nel 2025 in Italia 41.700 nuovi casi. Aifa ha approvato nivolumab, in associazione a sole 4 dosi di ipilimumab, per il trattamento di prima linea di pazienti con carcinoma del colon-retto metastatico con deficit di riparazione del mismatch o elevata instabilità dei microsatelliti, riconoscendone la piena innovatività. Circa il 4% dei pazienti con tumore del colon-retto metastatico presenta il difetto di riparazione del mismatch o elevata instabilità dei microsatelliti, il complesso di proteine preposto a correggere gli errori di replicazione del DNA. Questo difetto, che in passato era riconosciuto come una caratteristica biologica a prognosi sfavorevole, diventa un fattore predittivo positivo permettendo di selezionare il sottogruppo di pazienti che rispondono all’immunoterapia.
«È la prima combinazione immunoterapica approvata in prima linea in questi pazienti – spiega Sara Lonardi, direttore Oncologia 1 all’Istituto Oncologico Veneto IRCCS di Padova -. Nello studio CheckMate 8HW, la duplice immunoterapia in prima linea ha evidenziato un’efficacia superiore rispetto alla monoterapia. Nivolumab più sole 4 somministrazioni di ipilimumab a basse dosi riduce il rischio di progressione del 31% rispetto a nivolumab in monoterapia, con un profilo di tossicità estremamente buono. Il beneficio clinico è rilevante: il follow-up a 4 anni indica che 4 pazienti su 5 sono liberi da progressione. Inoltre, anche per questi pazienti, vi è l’opzione della somministrazione sottocutanea di nivolumab - dopo la fase di combinazione con ipilimumab -, garantendo così importanti vantaggi in termini di praticità e gestione della terapia».
Per pazienti con tumore della vescica L’immunoterapia sta modificando in maniera sostanziale lo scenario terapeutico di un altro tumore ad alta incidenza, come quello della vescica, con 29.100 nuove diagnosi stimate nel 2025 nel nostro Paese. Aifa ha approvato nivolumab in monoterapia per il trattamento adiuvante, cioè dopo la chirurgia, in pazienti con carcinoma uroteliale muscolo-invasivo con espressione tumorale del PD L1 ≥ 1%, ad alto rischio di recidiva dopo resezione radicale e non eleggibili a chemioterapia adiuvante post-operatoria con cisplatino. «Per anni circa la metà dei pazienti con carcinoma uroteliale muscolo-invasivo, nonostante la diagnosi precoce consentisse l’asportazione chirurgica del tumore, è andata incontro a recidiva di malattia, con ridotte opzioni terapeutiche efficaci in grado di prevenirla - afferma Fabio Calabrò, direttore dell’Oncologia Medica 1 dell’IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma -. Nello studio CheckMate-274, nivolumab ha dimostrato una sopravvivenza mediana libera da malattia di oltre 4 anni e mezzo, con riduzione del 42% del rischio di recidiva o morte rispetto al placebo. L’approvazione da parte di Aifa cambia la pratica clinica, perché introduce un nuovo standard di cura post chirurgia e, per questi pazienti, si aggiunge inoltre l’opportunità di accedere alla somministrazione sottocutanea dell’immunoterapia».
Vantaggi per pazienti e Ssn Aifa, inoltre, ha approvato nivolumab in associazione a chemioterapia (cisplatino e gemcitabina) per il trattamento in prima linea di pazienti adulti con carcinoma uroteliale non resecabile o metastatico.
«La chemioterapia a base di cisplatino è stata considerata per decenni lo standard di cura nella malattia metastatica – continua Calabrò -. Spesso si è però osservata una breve durata delle risposte alla chemioterapia ed una precoce ripresa della malattia. Nello studio CheckMate-901, nivolumab in associazione a chemioterapia a base di cisplatino ha ridotto il rischio di morte del 22%, dimostrando una sopravvivenza globale mediana di 21,7 mesi rispetto a 18,9 mesi con la sola chemioterapia. Il dato particolarmente interessante è legato anche alla percentuale di risposte complete alla terapia, cioè alla completa scomparsa della malattia visibile con le indagini radiologiche. Circa il 22% dei pazienti trattati con la combinazione ha infatti riportato una risposta completa che ha avuto una durata mediana di oltre 3 anni. È la prima associazione di chemio-immunoterapia a evidenziare un tale miglioramento rispetto allo standard di cura basato su combinazioni a base di cisplatino».
«La semplificazione delle modalità di somministrazione dell’immunoterapia ha una ricaduta immediata sui pazienti e sui caregiver – conclude Francesco De Lorenzo, presidente FAVO (Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) -. I principali vantaggi includono il minore impatto psicologico della cura, perché l’iniezione sottocutanea è meno invasiva, e la riduzione dei tempi di attesa in ospedale con benefici sulla qualità di vita. Inoltre, viene resa più agevole la somministrazione del trattamento per i pazienti con vene di difficile accesso. Ci sono vantaggi anche per il Servizio Sanitario Nazionale, perché viene alleggerito il carico di lavoro del personale, che può dedicare più tempo all’ascolto e al dialogo con i pazienti, con una ottimizzazione delle risorse nei day hospital oncologici».
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Criteri Critici
Oncologia ed emergenze: «Grazie ai nuovi servizi il Murri all'avanguardia» Corriere Adriatico
FERMO Un casco che, raffreddando la testa durante la chemioterapia, non fa cadere i capelli. Un manichino polifunzionale a disposizione del settore emergenze dell’Ast. Sono i due dispositivi acquistati dall’Ast Fermo, con la donazione, da parte della Fondazione Carifermo, presieduta da Giorgio Girotti Pucci. Crescono i servizi per l’ospedale. «Ringrazio la Fondazione per la vicinanza al territorio – il commento del direttore generale Ast Roberto Grinta –: per il manichino faremo formazione adeguata creando professionisti preparati, per il casco è a disposizione dei pazienti». Un modo per «pensare anche all’aspetto psicologico delle cure» osserva la direttrice sanitaria Simona Bianchi. Un’acquisizione importante «che, pur se prevalentemente utilizzato da donne, potrà servire anche agli uomini», commenta Elisa Draghi, della direzione medica, a proposito del casco.
I particolari
Raffreddando la testa del paziente durante il trattamento, questo casco eviterà l’alopecia, la caduta dei capelli durante la chemioterapia. «Serve a questo – spiega il primario di Oncologia Renato Bisonni –: è un grande aiuto per la psico-oncologia. È pesante, serve una grande motivazione, la temperatura arriva ai 18 gradi in testa, ma aiuta e non poco i nostri pazienti». Una grande opportunità, quindi, per chi deve sottoporsi a queste terapie. «Donne e uomini – precisa la responsabile psicologica del reparto Barbara Esperide –. Per le donne, ad esempio, il tumore al seno o quello ovarico colpisce nell’intimo, mentre la caduta dei capelli ha un impatto esterno, sociale, impedendo di uscire o di lavorare, senza dover spiegare il problema. Questa è una nuova sfida». «Così – aggiunge la coordinatrice infermieristica Maria Rosaria Borriello – non si deve spiegare sempre che si sta facendo la chemio. Abbiamo fatto una sperimentazione anche se non completa, abbiamo incontrato le pazienti, spiegando loro come funziona e il confronto è stato bello: si sono sentite accolte e coccolate, contente di questa possibilità». Il dispositivo funziona con due pazienti alla volta e le prime due, giovani, sono pronte a usarlo.
La funzione
Diverso il discorso per il manichino, polifunzionale, di tecnologia avanzata, che, fa presente Draghi, «per ora è solo nella nostra Ast.
Oggi si fa riferimento al rischio clinico, ma è essenziale fare sempre formazione pratica, per simulare i casi il più possibile vicini alla realtà. Del resto anche il ministero invita a fare simulazione». È il primario di Rianimazione, Luisanna Cola, che spiega le caratteristiche di questo dispositivo: «Muove gli occhi, è intubabile dalla bocca al naso, è tracheostomizzabile, si sente il battito cardiaco, soffi e toni compresi, così si possono simulare più problematiche. Inoltre il manichinino è defibrillabile, quindi si possono fare tutte le simulazioni relative alle forme di aritmia maligna e si può fare il drenaggio toracico». Ci sono anche molte altre funzioni utili nella formazione per preparare il personale sanitario a gestire la fase d’urgenza. «C’è anche la pelle ecografabile» puntualizza l’ingegnere Elisa Bitti. Donazioni importanti, quindi, per lo scopo dei due dispositivi, ma anche per i relativi importi. «Circa 55mila euro – spiega Girotti Pucci – per il manichino e circa 48mila per il casco. Quella che noi abbiamo con l’Ast è una collaborazione storica, ogni anno cerchiamo di registrare le esigenze e verificare quello che si può fare. Nel 2023 le erogazioni per la sanità fermana, che non sono state solo per il Murri, sono risultate il 21% del totale, per circa 400mila euro complessivi». Il vicepresidente della Regione e assessore alla Sanità, Filippo Saltamartini rimarca: «Va sottolineato il ruolo di una banca del territorio, come la Carifermo che ringrazio, nel sostegno alla Sanità locale – sottolinea Saltamartini, che non è potuto intervenire alla cerimonia ma ha voluto comunque inviare un messaggio – la dignità di sentirsi belle nella malattia è un valore che dovremmo garantire ad ogni donna in cura per una patologia neoplastica. Il manichino, inoltre, è uno strumento fondamentale di formazione per il personale di emergenza-urgenza. Si tratta dunque di due strumenti diversi, ma entrambi di grande importanza per la Ast di Fermo».
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
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Criteri Critici
Screening tumore colon retto, avviato l’iter per quattro nuovi macchinari diagnostici CosenzaOk
Dopo l’interrogazione depositata in Regione e le segnalazioni dei cittadini, arriva il via libera alla procedura d’acquisto dei sistemi automatizzati per la diagnosi precoce
Soddisfazione per l’avvio dell’iter d’acquisto per quattro macchinari d’avanguardia per la diagnosi precoce del tumore al colon retto.
A seguito delle numerose segnalazioni avute dai cittadini, tutte accomunate dalle difficoltà di accedere ai percorsi di screening per assenza di materiali di consumo e di strumenti diagnostici adeguati, ho depositato un’interrogazione il 4 Marzo 2026 per capire quale fosse lo stato dell’arte e a che punto fossero le procedure di gara per la fornitura di suddette apparecchiature e di tutti gli strumenti necessari al funzionamento delle stesse.
La Regione ha risposto di aver avviato la prassi per l’acquisto dei sistemi dinamici automatizzati. Ora, sicuramente un passo avanti rispetto ad una gara avviata più di un anno fa. Ma quello che chiedevo erano anche tempistiche certe affinché tra un passaggio e l’altro, ovvero tra l’avvio della procedura e l’effettiva disponibilità del servizio, non intercorressero tempi biblici. Perché in mezzo, giova sempre ricordalo, c’è la salute dei calabresi. In mezzo, c’è il fattore tempo che sappiamo tutti quanto sia importante per una prevenzione efficacie.
Pertanto, dopo tutte le criticità sollevate dai cittadini, per i quali, pur essendo nella fascia di età e nelle condizioni di dover effettuare lo screening, arrivare a fare questi esami era diventato pressoché impossibile, ho immediatamente chiesto spiegazioni al Presidente nonché all’allora commissario ad acta della Sanità in Calabria.
Perché il tema centrale è proprio questo: capire chi può fare cosa e, al tempo stesso, le sedi istituzionali in cui farlo. Le piazze, gli appuntamenti e i convegni sono certamente un luogo di confronto e dibattito, ma le cose si cambiano all’interno delle Istituzioni e con gli strumenti consentiti dalla legge. Soddisfatta dunque di aver sollecitato e pungolato la Regione affinché si impegnasse a rendere agibile questo percorso di screening, ma continuerò a seguire la procedura perché dalle disposizioni di acquisto si passi all’erogazione effettiva del servizio.
La diagnosi precoce è uno di quei fattori che definisce i nostri Lea, ovvero i livelli essenziali d’assistenza. Come tutti sappiamo la Calabria ha totalizzato 177 punti su 300, dimostrando la sua massima fragilità proprio sull’assistenza territoriale e sui percorsi di prevenzione.
Ed è nell’ottica del miglioramento dei servizi che intendo proseguire la mia attività, anche nella commissione Sanità, per fare in modo che i calabresi riacquistino fiducia nei nostri ambulatori e nei nostri ospedali e che non debbano essere più costretti a fare le valigie per curarsi. Certo, le pre-intese tra stato e regioni in materia di autonomia differenziata avallate dal Presidente peggiorano il quadro. Ma continuerò a lavorare per la salute dei calabresi con tutti i mezzi e gli strumenti che posso utilizzare nell’ambito delle Istituzioni.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
60.7/100
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B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Terapia CAR T: dal cancro a una svolta per le malattie autoimmuni TecnoAndroid
La terapia CAR T, una delle innovazioni più potenti nella lotta contro i tumori, sta aprendo prospettive inaspettate per milioni di persone affette da malattie autoimmuni. Quella che era nata come un’arma contro le forme aggressive di leucemia potrebbe presto diventare un trattamento rivoluzionario per condizioni come sclerosi multipla, lupus, sindrome della persona rigida e molte altre patologie in cui il sistema immunitario attacca il corpo stesso.
La storia di Jan Janisch-Hanzlik racconta bene cosa significa vivere con una malattia autoimmune che non risponde alle cure convenzionali. A 49 anni, la sua sclerosi multipla le aveva tolto quasi tutto. Aveva lasciato il lavoro attivo come infermiera per un ruolo d’ufficio, le cadute frequenti le impedivano di tenere in braccio i nipotini, e si era trasferita in una casa più grande per fare spazio alla sedia a rotelle che temeva di dover usare a tempo pieno. Quando ha saputo di una sperimentazione sulla terapia CAR T presso il centro medico dell’Università del Nebraska a Omaha, vicino alla sua città, ha chiamato la clinica ogni due mesi finché non è stata arruolata come prima paziente. Il 9 giugno 2025 si è seduta per ricevere il trattamento sperimentale, con un misto di speranza e paura.
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Il principio alla base della terapia CAR T è tanto elegante quanto complesso. Si prelevano le cellule T del paziente, si inserisce nel loro DNA il codice per un recettore chimerico (il famoso CAR, chimeric antigen receptor), e poi si reinfondono nel corpo. Quel recettore si aggancia a molecole specifiche sulla superficie delle cellule bersaglio, attivando la cellula T per distruggerle. Nel caso dei tumori del sangue, il bersaglio sono le cellule B impazzite. Ma le cellule B sono anche al centro di molte malattie autoimmuni, perché producono anticorpi contro i tessuti sani del corpo anziché contro gli agenti patogeni. Il ragionamento è stato quasi naturale. Se la terapia CAR T funziona contro le cellule B cancerose, potrebbe funzionare anche contro quelle che causano autoimmunità.
Terapia CAR T: i primi risultati e i rischi da considerare
Un team tedesco ha aperto la strada nel 2021, trattando con successo una donna affetta da lupus. Da allora, centinaia di sperimentazioni cliniche sono state avviate in tutto il mondo. Amanda Piquet, neurologa specializzata in autoimmunità all’Università del Colorado, ha definito la terapia CAR T “un punto di svolta” mentre ne valutava l’applicazione per la sindrome della persona rigida, una condizione rara senza trattamenti approvati dalla FDA. Nello studio da lei guidato, pubblicato con risultati preliminari a dicembre 2025, 26 pazienti hanno ricevuto una singola dose. Prima del trattamento, molti camminavano a fatica e 12 usavano ausili come deambulatori o bastoni. A 16 settimane dal trattamento, la maggior parte camminava più velocemente e otto non avevano più bisogno di supporti per brevi distanze. Ad aprile, tutti e 26 i pazienti avevano sospeso qualsiasi altra immunoterapia.
Ma riprogrammare il sistema immunitario non è privo di conseguenze. Le cellule CAR T, mentre attaccano i bersagli, possono provocare infiammazioni severe con febbre alta e pressione bassa. Se l’infiammazione raggiunge il cervello, possono comparire confusione e sonnolenza. La buona notizia è che i medici oggi hanno un decennio di esperienza nel gestire queste complicanze. Emily Littlejohn, reumatologa alla Cleveland Clinic, spiega che nella maggior parte dei casi sono reversibili e non causano danni a lungo termine. C’è poi il tema della ridotta immunità. Il trattamento prevede chemioterapia per fare spazio alle nuove cellule ingegnerizzate, e se funziona decima la popolazione di cellule B. Per circa un anno i pazienti restano vulnerabili alle infezioni, anche se antibiotici preventivi, antivirali e vaccini aiutano a gestire il rischio.
Costi, nuove generazioni e il futuro della terapia CAR T
A febbraio, funzionari della FDA hanno pubblicato un documento che riconosce il potenziale della terapia CAR T nelle malattie autoimmuni, avvertendo però di possibili “tossicità imprevedibili a lungo termine”. Nei pazienti oncologici, il trattamento è stato collegato a problemi come il morbo di Parkinson e, in rari casi, le stesse cellule ingegnerizzate hanno dato origine a nuovi tumori. Un rischio accettabile quando si combatte un cancro letale, molto meno quando si tratta di autoimmunità, come sottolinea Matt Lunning, direttore medico per la terapia genica e cellulare al Nebraska Medicine.
Per questo si lavora già a versioni di seconda e terza generazione. James Howard, neurologo all’Università della Carolina del Nord, sta testando una tecnologia sviluppata da Cartesian Therapeutics che utilizza mRNA al posto del DNA per codificare il recettore CAR. Le cellule T così modificate eliminano le cellule B solo finché l’mRNA persiste, poi perdono la loro capacità di attacco, eliminando il rischio di cellule geneticamente modificate che restano nel corpo a lungo termine. In una recente sperimentazione, 15 pazienti autoimmuni hanno ricevuto questo trattamento. Due terzi hanno visto migliorare i sintomi e nessuno ha avuto effetti collaterali gravi.
L’altro grande ostacolo è il costo, che può raggiungere centinaia di migliaia di euro considerando ricoveri, ingegnerizzazione cellulare e spese correlate. Una soluzione promettente è l’approccio “off the shelf”, che utilizza cellule T da donatori sani anziché dal singolo paziente. Bing Du, immunologo alla East China Normal University di Shanghai, stima che da un singolo prelievo di sangue di un donatore si potrebbero produrre cellule CAR T per oltre 1.000 pazienti, con un risparmio significativo. Proprio questo tipo di terapia CAR T da donatore è quella ricevuta da Janisch-Hanzlik nel 2025, nell’ambito di uno studio di TG Therapeutics che dovrebbe concludersi all’inizio del 2029.
A quasi un anno dal trattamento, Janisch-Hanzlik non ha più bisogno degli occhiali speciali per la visione doppia, ha smesso di portare il bastone in casa e al supermercato, cade raramente e non ha più bisogno del pisolino quotidiano di tre ore. Ha visitato il Grand Canyon e passa più tempo con i nipotini. Restano alcuni sintomi, tra cui debolezza alla gamba destra e difficoltà nel trovare le parole giuste. Quando chiede ai medici se migliorerà ancora, la risposta è sempre la stessa: “Non lo sappiamo, sei la prima. Dovremo aspettare e vedere.”
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Eleonora Giorgi e il tumore al pancreas: «A gennaio proverò una nuova terapia, spero di arrivarci. Paola Marella non ce l'ha fatta» Il Gazzettino
«Sto facendo una chemio molto dura in cui sto malissimo. Ecco perché sono provata ma oggi sto bene». Eleonora Giorgi con i figli Andrea Rizzoli e Paolo Ciavarro si collega da casa con lo studio di Verissimo. «Non riesco a mangiare e ogni invece devo farlo. La mia giornata modello è quella di sforzarmi di mangiare per stare meglio. Il mio unico impegno giornaliero è di passare da mio nipote». Continua la battaglia dell'attrice contro il tumore al pancreas.
Eleonora Giorgi a Verissimo
Non si è mai arresa e ora sembra una donna serena. «Poi a gennaio c'è un farmaco sperimentale ma già testato e speriamo - non vuole finire la frase perché i figli la bloccano - di farlo e tutto e che funzioni.
Sono in uno stato d'animo di grazia perché accolgo tutto quello che arriva come un dono in piu'. Stando bene mi godo ogni momento».
Al compleanno dello scorso anno arrivò la diagnosi di tumore al pancreas. «Era l'anno piu' glorioso per me ed è arrivata quella tosse che mi ha spinto a fare la tac che mi ha fatto scoprire tutto». Andrea la interrompe e dice: «Siamo stati fortunati» e la Giorgi aggiunge: «perché questa patologia non sempre ce la si fa». E con affetto aggiunge: «La stessa Paola Marella non ce l'ha fatta». L'architetto star della tv è morta infatti lo scorso mese dopo una battaglia contro lo stesso cancro della Giorgi.
Un momento difficile per Paolo Ciavarro: «Io sono sempre stato positivo invece al compleanno di mamma lei non è stata bene e io non sono riuscito a stare coon lei come avrei voluto e quindi il giorno dopo sono stato male, perché non voglio perdere neanche un'ora con lei»
Poi dopo il video messaggio di Cristiano Malgioglio aggiunge: «Grazie per quello che mi hai detto, io ce la devo fare perché dobbiamo lavorare insieme» E poi i saluti alla Toffanin: «Ci vediamo alla Tac e vi faccio sapere come va. Grazie a tutti per come ci siete vicini» Toffanin scoppia a piangere: «Scusa ma ti vogliamo troppo bene, siamo affezionati ai tuoi figli che sono meravigliosi»
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Criteri Critici
Bianca Balti e il tumore: «Diagnosi come una condanna a morte, la battaglia non è finita» Il Gazzettino
Dalla scoperta delcancro ovaricoall'ultima infusione di chemio, quella del 27 gennaio. Con una carrellata di foto e un toccante messaggio sui social,Bianca Baltiripercorre la sua battaglia nella giornata mondiale contro il cancro. Fino a poco tempo fa, il 4 febbraio "è sempre stato un giorno qualunque», rivela Balti. La storia Nonostante la familiarità con il cancro, a causa dellaperdita di una ziaper un cancro al seno metastatico a soli 39 anni e la diagnosi di mieloma della madre, e pur sapendo dal 2021 di essere portatrice delgene Brca1, che l'ha spinta a sottoporsi a unadoppia mastectomia preventivanel dicembre 2022, «il cancro non poteva abitare i miei pensieri, figuriamoci il mio corpo», scrive la modella. La diagnosi Poi l'8 settembre 2024 la diagnosi: «giorno in cui il cancro ovarico è entrato nella mia vita e che ho sentito come una condanna a morte».Il 14 ottobre la prima infusione di chemioterapia e l'ultima lo scorso 27 gennaio: «In questi mesi, con mia grande sorpresa, mi sono sentita viva come sempre. Non davo più per scontata la mia vita e la mia gratitudine ha raggiunto il massimo storico. Tutto ha iniziato ad avere il sapore di una vera benedizione», scrive Balti. Visualizza questo post su InstagramUn post condiviso da Bianca Balti (@biancabalti) Un post condiviso da Bianca Balti (@biancabalti) Il percorso di chemioterapia è stato documentato da Balti con alcune immagini significative: la prima infusione, la figlia Matilde che le rasa i capelli, il Natale in famiglia dopo sette anni, gli incendi a Los Angeles, Carlo Conti che annuncia la sua partecipazione a Sanremo come co-conduttrice della seconda serata e, infine, l'ultima chemio. "È stata dura, e non è ancora del tutto finita, ma non vorrei altrimenti. Si dice 'ciò che non uccide ti fortifica', ma per me ciò che non mi ha ucciso mi ha fatto amare molto di più la vita'", conclude.
Enhertu, il farmaco per il tumore al seno sviluppato da AstraZeneca e Daiichi Sankyo, ottiene l'approvazione della FDA per il trattamento pre- e post-operatorio nei pazienti in fase iniziale - Bitget
📰 Bitget📅 2026-05-17T15:32:34
nuovo farmaco tumore
Enhertu, il farmaco per il tumore al seno sviluppato da AstraZeneca e Daiichi Sankyo, ottiene l'approvazione della FDA per il trattamento pre- e post-operatorio nei pazienti in fase iniziale Bitget
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Criteri Critici
Gentlemen's Ride, in sella per la cura contro il cancro RaiNews
Come per il Capodanno, i primi a partire sono gli australiani. E da qui parte la storia della Distinguished Gentleman's Ride, una sfilata in moto con spirito dandy ma soprattutto altruistico.I fondi raccolti dai partecipanti vanno infatti a fondazioni per la cura contro il cancro alla prostata. E oggi la manifestazione era in contemporanea alla camminata delle Donne in rosa per la cura del cancro al seno.Una parte molto seria collegata comunque a quella più giocosa, con abbigliamento curato nei dettagli. Nel video, l'intervista a Giorgio Bana, organizzatore di Genova
“Dopo il tumore mi sono ritrovata con 8 chili in meno e senza capelli, allo specchio mi vedevo come un ragazzino. Ecco perché ho deciso di non rifare il seno dopo la mastectomia”: parla Concita De Gregorio
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
“Il tempo del prima è un tempo in cui le cose si possono rimandare: ‘lo faccio l’anno prossimo’, ‘ci vediamo presto’. Il tempo del dopo, no. Perché non c’è tempo”. È questo il crinale emotivo su cui si muove Concita De Gregorio. A due anni dalla diagnosi di c…
“Il tempo del prima è un tempo in cui le cose si possono rimandare: ‘lo faccio l’anno prossimo’, ‘ci vediamo presto’. Il tempo del dopo, no. Perché non c’è tempo”. È questo il crinale emotivo su cui si muove Concita De Gregorio. A due anni dalla diagnosi di cancro al seno arrivata nel 2022, la giornalista e scrittrice ha cristallizzato questa frattura temporale nel suo nuovo libro La cura, raccontandosi in un’intervista al Corriere della Sera.
Il corpo trasformato e la scelta sulla ricostruzione
Nel “tempo del dopo”, la fisicità subisce scossoni improvvisi e definitivi. “Nel ‘tempo del dopo’ ti ritrovi con otto chili in meno e senza capelli”, confida De Gregorio, descrivendo l’immagine riflessa nello specchio come quella di un ragazzino di undici anni: “Magrissimo, con gli occhi grandi, i capelli a zero, due segni al petto come due sorrisi storti”. Una figura che la scrittrice ha scelto di accogliere senza filtri: “Quel ragazzino aveva una sua bellezza che ho imparato a riconoscere […] E io ho voluto abbracciare quella figura, ho scelto di non cambiarla”. Questa consapevolezza è alla base della sua decisione di non sottoporsi all’intervento di ricostruzione mammaria dopo la mastectomia. Un passaggio su cui De Gregorio si sofferma con assoluta precisione: “Questo è un tema delicato e voglio rispondere con chiarezza: oggi mastectomia e ricostruzione si fanno quasi sempre in contemporanea, perché si dà per scontato che una donna voglia, legittimamente, tornare a quella che era prima. Io ho scelto diversamente, ma è stata una decisione strettamente personale, so bene quanto sia importante per qualcuno tornare al ‘tempo del prima’”. A chi intravede in questa prassi il riflesso di un corpo “socialmente conforme“, la giornalista risponde ripercorrendo la sua storia personale: “Io appartengo a una generazione di donne che è scesa in piazza per vedersi riconosciuto il diritto di valere senza necessariamente apparire. […] Nel mio caso ho semplicemente scelto di abitare questo corpo così come si era trasformato, fine”.
La grammatica bellica e l’opportunità della malattia
Un punto cruciale della sua riflessione riguarda il linguaggio. Ripensando al modo in cui, in passato, spiegava al figlio primogenito le cicatrici degli interventi subiti alla nascita (“Gli dicevo che erano i segni di un combattimento, contro un mostro terribile”), oggi De Gregorio riconosce la tossicità della retorica bellica applicata alla salute. “Oggi so che nel racconto della malattia ci sono due rischi retorici opposti ma speculari. Il primo è la grammatica bellica, cioè si fa sentire il malato un ‘guerriero’ che deve sconfiggere chissà quale drago. Gli si inocula una specie di colpevolezza, il famoso ‘ma che cosa ho fatto per meritarmi questo'”, sottolinea con fermezza, aggiungendo che “l’unica battaglia che bisogna fare è quella per avere fondi per la ricerca, strutture adeguate e una sanità degna di un paese civile”. Ugualmente fuorviante è la narrativa speculare: “È quello opposto del martirio, cioè della retorica della malattia come dono o come opportunità. […] Penso che se non mi fosse accaduto, sarebbe stato meglio”.
La logistica dell’amore e il setaccio dei rapporti
Nel vortice delle terapie, l’amore assume forme inaspettate. De Gregorio elogia il supporto del marito Alessandro Cecioni, compagno da quarant’anni, definendo la sua presenza una “logistica dell’amore”: “Una persona che viene a prenderti aspettando sotto la pioggia. O che organizza un viaggio, o che regola l’agenda di famiglia”. Un accudimento pratico che, nel “tempo del dopo”, “è stata fondamentale”, perché “nell’amore conta anche un ‘fare le cose’ e nel mio caso questo è stato importantissimo“. Questo approccio operativo è stato decisivo anche per permetterle di compiere un viaggio intercontinentale sconsigliato dai medici, ma emotivamente indispensabile. “Il mio figlio più piccolo vive in Australia. Non potevo dirgli per telefono della malattia, dovevo vederlo. Se non hai di fronte chi parla, non capisci, immagini scenari terribili. L’operazione era imminente, chiesi ai medici di poter partire. Sapevo dei pericoli: se hai un impianto sottopelle che ti mette a rischio embolia e se devi fare le cure ospedaliere tre volte alla settimana, un volo così lungo è sconsigliabile. […] Sapevo che sarebbe stata una medicina. E così è stato. Bellissimo. Non ho nemmeno avuto paura di volare”.
La malattia funge anche da implacabile setaccio umano, separando i legami autentici da quelli superficiali: “I sassi pesanti vanno giù, l’oro resta. Ci sono persone che di fronte a una malattia spariscono. Non sempre per insensibilità, qualche volta per una sorta di analfabetismo delle emozioni. […] Si fanno due file: quelli che si vogliono bene, quelli che ti vogliono bene”. Un abbandono che, dati alla mano, riguarda prevalentemente gli uomini: “C’è uno studio dell’American Cancer Society del 2009 su un campione di oltre duemila pazienti malati di cancro o di sclerosi multipla: tra le coppie che avevano divorziato nell’arco di quattro anni (il 6%) la persona malata era sempre la donna”. E a chi le chiede se abbia imparato qualcosa da questa traversata, De Gregorio risponde svelando un lato inedito di sé: “Non ho imparato nulla, forse ho incontrato alcune nuove versioni di me. Bene, ho conosciuto la ‘Concita sapiosexual’, che si innamora delle persone competenti”.
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Criteri Critici
Mielodisplasie, la ricerca milanese che permette di scovare “i pazienti nascosti” Il Giorno
Milano - Ieo, Humanitas e Statale di Milano insieme in una importante ricerca che riguarda uno dei tumori rari del midollo osseo. I risultati sono stati pubblicati sull'autorevole rivista Blood e segnano un importante progresso per la cura delle mielodisplasie, che in alcuni pazienti possono evolvere in leucemia mieloide acuta, una delle forme più gravi di tumore ematologico.
La ricerca
La ricerca, sostenuta dalla Fondazione AIRC per la Ricerca contro il cancro, è stata coordinata da Serena Ghisletti, ricercatrice del Dipartimento di Oncologia Sperimentale dell'Istituto Europeo di Oncologia e Professoressa di Biochimica all'Università Statale di Milano, insieme a Matteo Giovanni Della Porta, Responsabile Leucemie di IRCCS Istituto Clinico Humanitas Research Hospital e Professore presso Humanitas University. I primi autori dell'articolo sono Veronica Vallelonga e Francesco Gandolfi, giovani ricercatori dell'IEO che hanno lavorato principalmente su questo progetto per cinque anni.
Foto d'archivio, un laboratorio (Afp)
Le alterazioni che possono “predire” l’evoluzione della mielodiplasia
I ricercatori, grazie all'utilizzo di metodi innovativi di trascrittomica e di epigenomica, hanno scoperto che specifiche alterazioni molecolari rilevabili nel DNA possono aiutare a predire l'evoluzione della mielodisplasia. In particolare tali alterazioni possono permettere di individuare più precisamente i pazienti che svilupperanno la leucemia mieloide acuta. A tale scopo sono state studiate alcune alterazioni epigenetiche che si verificano prima che compaiano certi sintomi: si tratta di cambiamenti nella struttura chimica delle proteine attorno alle quali è avvolto il nostro DNA e che regolano come e quando certi geni vengono attivati o inattivati. Il maggiore problema per la cura delle mielodisplasie è proprio la valutazione del rischio di evoluzione della malattia in forme più gravi.
I “pazienti nascosti”
Per quantificare tale rischio, gli ematologi classificano i pazienti in soggetti a "basso rischio" e ad "alto rischio" sulla base di analisi del midollo, da dove la malattia ha origine. Purtroppo però la classificazione attuale non riflette la complessità biologica della patologia e, infatti, in circa un terzo dei pazienti considerati a basso rischio la mielodisplasia inspiegabilmente progredisce "Abbiamo trovato il modo di identificare quei 'pazienti nascosti' che, pur avendo caratteristiche di basso rischio, hanno elevate probabilità di sviluppare una leucemia mieloide acuta. Abbiamo scoperto che questo sottogruppo presenta alcune specifiche alterazioni nell'attivazione e nella regolazione dei geni. In particolare abbiamo evidenziato il ruolo della proteina PU.1, che coordina l'attività di molti geni e costituisce un legame fra la risposta immunitaria e la progressione della malattia. I risultati di esperimenti di laboratorio hanno confermato che PU.1 promuove la mielodisplasia: quando la sua attività è bloccata, le cellule mielodisplastiche proliferano di meno e contemporaneamente diminuisce l'attività dei geni che promuovono le reazioni immunitarie e infiammatorie. In sostanza PU.1 è un marcatore della progressione della malattia e allo stesso tempo una sua causa", spiega Ghisletti.
Le ricadute positive su gestione clinica e ricerca di nuove terapie
"Identificare il sottogruppo nascosto di pazienti ad alto rischio è la base di partenza per migliorare la gestione clinica della malattia e per trovare nuove terapie a bersaglio molecolare. In particolare PU.1 rappresenta un bersaglio molto promettente: bloccare le sue funzioni potrebbe far inceppare il meccanismo che porta alla progressione della malattia. Anche se sono necessari ulteriori studi per trasformare queste scoperte in terapie, l'integrazione delle informazioni epigenetiche negli attuali sistemi prognostici è comunque un passo importante verso una medicina di precisione per la cura delle mielodisplasie" conclude Della Porta.
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Tumori con poche metastasi: la radioterapia italiana ridisegna il trattamento TecnoMedicina
È in corso fino al 19 maggio a Stoccolma ESTRO 2026, il più importante Congresso europeo di radioterapia e oncologia clinica. L’Associazione Italiana di Radioterapia e Oncologia clinica presenta in questo contesto una produzione scientifica che ha un filo conduttore preciso: trattare meglio le poche lesioni che contano.
La radioterapia stereotassica sta cambiando il modo di affrontare i tumori che si presentano con un numero limitato di metastasi, definiti “oligometastatici”. Non è più solo un trattamento di supporto, ma una leva terapeutica primaria, da integrare con i nuovi farmaci. Quattro studi clinici italiani, un consenso multidisciplinare nazionale e la guida del più grande registro europeo sull’argomento sono i contributi principali con cui l’AIRO si presenta a Stoccolma.
Lo studio RADIOSA, condotto all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, ha confrontato in 102 pazienti con tumore della prostata, recidivato in poche sedi e ancora sensibile alla terapia ormonale, la sola radioterapia stereotassica contro la stessa radioterapia abbinata a sei mesi di terapia ormonale di privazione androgenica. A oltre quattro anni di osservazione, il tempo libero da progressione di malattia passa da 15 a quasi 33 mesi con la combinazione, e il rischio di progressione si dimezza. Un risultato che conferma il valore della stereotassi come parte integrante della strategia terapeutica, e non come semplice complemento. Al congresso di Stoccolma arriva anche lo studio PERSIAN, che su 174 pazienti con tumore prostatico in fase oligometastatica e ancora sensibile alla terapia ormonale ha testato l’aggiunta della radioterapia stereotassica al trattamento farmacologico standard: a sei mesi la risposta biochimica completa è ai massimi in entrambi i gruppi, e il beneficio della radioterapia emerge soprattutto nei pazienti con meno di tre metastasi. Un risultato che aiuta a definire con maggiore precisione per quali pazienti la radioterapia aggiunge davvero valore terapeutico e per quali no.
Un’altra frontiera riguarda la sicurezza della radioterapia impiegata in associazione con i farmaci nella ginecologia oncologica. Il gruppo coordinato dalla Professoressa Macchia di Campobasso, nell’ambito dello studio nazionale MITO-RT3/RAD, ha analizzato 41 pazienti con carcinoma ovarico in fase oligometastatica trattate con radioterapia stereotassica entro 12 mesi dalla somministrazione di bevacizumab, farmaco che agisce bloccando la formazione di nuovi vasi sanguigni e finora considerato a rischio di interazione con la radioterapia. Il risultato risponde a un vuoto di evidenza importante: nessun effetto collaterale di grado severo, controllo della malattia nelle sedi trattate al 73% a due anni, qualità di vita preservata. È il primo studio italiano che consente di proporre con sicurezza la radioterapia stereotassica anche a pazienti che hanno ricevuto bevacizumab, ampliando le opzioni terapeutiche in uno scenario clinico finora considerato pressoché proibitivo.
Ulteriore conferma dell’importanza del filone di ricerca dedicato alla radioterapia nei tumori caratterizzati da un numero contenuto di metastasi, e della centralità dell’Italia in questo ambito: nella sessione plenaria di apertura, sui principali studi clinici europei e organizzata insieme alla rivista “The Lancet Oncology”, Umberto Ricardi dell’Università di Torino ha presentato i risultati intermedi dello studio OligoCare, il più ampio studio europeo sulla radioterapia stereotassica nei tumori oligometastatici, parte della piattaforma di ricerca clinica ESTRO-EORTC.
L’edizione 2026 dell’ESTRO è anche il congresso in cui assume la presidenza della Società europea di radioterapia e oncologia clinica la professoressa Barbara Jereczek-Fossa, in forza all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano: un ruolo che testimonia il peso della scuola italiana nella disciplina.
Infine, accanto alla produzione di evidenza clinica, l’AIRO porta a Stoccolma un risultato di sistema: il primo consenso nazionale multidisciplinare sulla radioterapia guidata dalle immagini per i tumori del tratto gastrointestinale superiore, sviluppato con l’Associazione Italiana dei Tecnici di Radioterapia e l’Associazione Italiana di Fisica Medica, con venti esperti italiani impegnati in un percorso di consenso strutturato. Un lavoro che mostra come, dietro ai singoli studi, ci sia una comunità capace di costruire standard condivisi fra radio-oncologi, fisici medici e tecnici, in una delle aree più complesse della disciplina.
“Il messaggio che portiamo a Stoccolma è duplice – dichiara Stefano Pergolizzi, Presidente AIRO –: da un lato la radioterapia stereotassica è oggi uno strumento di precisione che permette di trattare in modo mirato le poche lesioni che fanno la differenza nella storia di malattia di un paziente; dall’altro la comunità italiana è in grado non solo di applicare queste tecniche, ma di produrre l’evidenza clinica che ne definisce le indicazioni a livello internazionale. L’arrivo alla presidenza dell’ESTRO di una collega che opera nel nostro Paese è il riconoscimento di un percorso scientifico e organizzativo che la radioterapia italiana ha costruito negli ultimi anni con impegno e con risultati crescenti”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
61.5/100
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B
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Criteri Critici
La rivista Jama accusa social e influencer che diffondono bufale mediche. Il farmaco, nato in veterinaria, aveva già vissuto un suo momento di gloria “fake” durante il Covid
“Ti racconterò una buona storia. Avevo tre amici malati di cancro allo stadio 4. Ora sono guariti”. L’attore Mel Gibson sa come ottenere la suspense del pubblico. Il conduttore del podcast “Joe Rogan Experience” è ansioso di sapere come, anche se anticipa già la risposta. “Ivermectina” risponde Gibson. “Ivermectina e benzimidazolo”.
Il primo farmaco è usato nei cavalli per eliminare i vermi intestinali, ma è approvato anche per uso umano. Durante la pandemia fu promosso dai social come cura fai da te per il Covid. I casi di sovradosaggio nei pronto soccorso americani aumentarono durante i primi anni della pandemia. Il secondo è usato solo in ambito veterinario, fra l’altro come anestetico. “C’è sempre di mezzo il profitto” demonizza Rogan. “Ci sono cure efficaci che non vengono usate perché non generano profitto”.
Il podcast video è stato pubblicato il 9 gennaio 2025. Nei primi sei mesi ha avuto 60 milioni di spettatori negli Stati Uniti e ha fatto aumentare del 99,5% le vendite dei due farmaci.
Prescrizioni raddoppiate
Il problema delle false informazioni mediche diffuse dai social sta diventando talmente grave da spingere la rivista Jama Network Open a occuparsene, con uno studio che ha confrontato il consumo dei due farmaci pubblicizzati da Gibson prima e dopo lo show.
“Le prescrizioni di ivermectina e benzimidazolo sono raddoppiate tra il primo gennaio e il 31 luglio 2025 rispetto agli stessi mesi del 2024” scrive allarmata la rivista. Li hanno assunti 4 persone ogni 100mila negli Usa (e altrettanti medici, evidentemente, glieli hanno prescritti).
La coppia di farmaci, spiega Jama, ha mostrato una certa attività antitumorale nelle cellule in vitro e nelle cavie. Il National Cancer Institute americano ha annunciato di avere in programma studi più approfonditi.
Prima di essere somministrato agli esseri umani, anche solo in via sperimentale, ogni nuovo medicinale deve però superare dei test di tossicità. La combinazione di ivermectina e benzimidazolo non lo ha mai fatto, almeno non in laboratori scientifici che ragionano in base ai dati e non alle “buone storie”.
La rinuncia alle cure ufficiali
Analizzando i pazienti che hanno ricevuto la prescrizione dei due farmaci, Jama osserva che sono soprattutto malati di cancro (qui la pubblicazione del podcast ha portato a un aumento di due volte e mezzo delle prescrizioni), bianchi, maschi e abitanti del sud degli Stati Uniti. Anche se non in modo preciso, questi criteri potrebbero combaciare con il bacino di pubblico del podcast di Joe Rogan.
“Il tasso elevato di prescrizioni fra i pazienti con il cancro è molto preoccupante” scrivono gli autori di Jama, coordinati dall’esperta di salute pubblica dell’ateneo Virginia Tech Michelle Rockwell, che si era occupata dell’ivermectina già ai tempi del Covid.
“Persone che fronteggiano malattie potenzialmente mortali rischiano di rinunciare ai trattamenti convenzionali, sostituendoli con terapie non confermate, che potrebbero permettere alla loro malattia di progredire”.
"Questa roba funziona”
Un sondaggio condotto dal Pew Research Center negli Stati Uniti e citato dal New York Times ha osservato che metà degli adulti sotto ai 50 anni segue i consigli di salute e benessere di influencer che non hanno una formazione sull’argomento.
Gibson è uno di questi, con il suo “this stuff works, man”: questa roba funziona ripetuto durante lo show. “Non credo che esista qualcosa, fra i mali che affliggono l’umanità, che non abbia una cura naturale” ha detto ancora a Joe Rogan. “Deve esserci qualcosa, ha senso che sia così. Non posso provarlo, ma credo proprio che ci debba essere qualcosa che cura le cose”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
48.5/100
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Criteri Critici
Tumore e diritti, le novità sul Piano oncologico mentre la ricerca corre lapresse.it
Nella XXI Giornata nazionale del malato oncologico interessanti novità per i 4 milioni di connazionali che convivono con un tumore, ma anche per i familiari e per quanti dedicano le loro forze alla ricerca contro queste malattie. Il direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, Sergio Iavicoli, ha annunciato che il 26 maggio si riunirá – per la prima volta – la Cabina di regia per l’attuazione del Piano oncologico nazionale. Un passaggio importantissimo per il Piano 2023-27, richiesto a lungo dalla Favo di Francesco De Lorenzo ed Elisabetta Iannelli.
Senza la Cabina di regia, infatti, il Pon “resta un documento programmatico privo di gambe”, aveva chiarito De Lorenzo nel corso di un recente incontro a Roma, dove ha annunciato anche l’addio alla presidenza Favo, Federazione che ha guidato a lungo e di cui resta presidente onorario.
Il drappello dei nuovi farmaci anti-cancro
Insomma, dopo le pressanti richieste delle associazioni dei malati di tumore, qualcosa si muove. Intanto l’oncologia “si conferma oggi l’area terapeutica più studiata al mondo. Sono 9.036 i medicinali in ricerca e sviluppo dedicati ai tumori, pari a quasi il 40% dell’intera pipeline globale (fonte Citeline) e al 26% del totale dei pazienti arruolati nei trial clinici nel 2025, con oltre 300.000 partecipanti (fonte Iqvia)”, sottolinea Marcello Cattani, presidente di Farmindustria.
I successi della ricerca e delle terapie contro il tumore
“I progressi scientifici e tecnologici degli ultimi anni – aggiunge – stanno cambiando la lotta contro il cancro, rendendo curabili molte forme di tumore e trasformandole in molti casi in condizioni croniche con cui è possibile convivere. Un esempio concreto: in Italia negli ultimi 10 anni le persone che sopravvivono dopo una diagnosi di tumore sono 1 milione in più, grazie anche al ruolo fondamentale dei farmaci”.
Cresce anche il numero degli studi clinici oncologici. Trial in cui le terapie innovative vengono testate dai pazienti. “All’inizio del 2026 erano 20.383 quelli in corso a livello globale, con un aumento del 5,8% rispetto all’anno precedente. E in Italia, secondo l’Agenzia Italiana del Farmaco, circa il 35% degli studi clinici è relativo alle neoplasie”, segnala Cattani.
Intanto tecnologie digitali e AI stanno rendendo i processi di ricerca e sviluppo più rapidi ed efficienti, favorendo l’identificazione di nuove molecole e una maggiore personalizzazione delle terapie. “Ma per mettere pienamente a frutto le potenzialità dell’innovazione e farla arrivare prima ai pazienti, è sempre più importante prevedere schemi di accesso precoce alle terapie innovative”, insiste il presidente di Farmindustria, convinto che occorra continuare a investire in innovazione.
La strategia di Cattani richiede anche di semplificare i percorsi autorizzativi, ridurre le disuguaglianze territoriali nell’accesso ai farmaci e valorizzare la collaborazione tra istituzioni, comunità scientifica, imprese e associazioni dei pazienti. Per rendere davvero accessibili i più avanzati frutti della ricerca, ma anche i nuovi diritti. E venire incontro agli italiani che, nel corso della loro vita, si trovano a fare i conti con una diagnosi di tumore.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Visite gratuite per la prevenzione del melanoma: open day il 19 e 20 a Borgo Trento TgVerona
La Dermatologia di Borgo Trento, diretta dal prof. Giampiero Girolomoni, aderisce alla campagna nazionale di prevenzione del melanoma “Save your skin”, organizzata da Sidemesat (Società italiana di Dermatologia medica, chirurgica, estetica e di Malattie sessualmente trasmissibili).
Il 19 e 20 maggio, dalle ore 14 alle 17.30, ci saranno due giornate di open day per visite gratuite con specialisti per il controllo dei nevi e le informazioni di prevenzione, soprattutto in vista delle prossime esposizioni estive. Necessaria la prenotazione, chiamando il numero verde 800.89.45.24 attivo dal lunedì al venerdì dalle ore 9 alle 19.
Pazienti in Aoui. Nell’Uoc Dermatologia si operano mediamente 250 pazienti l’anno con melanoma. Negli ultimi 5 anni il trend positivo vede l’80% dei casi rappresentati da lesioni superficiali per cui dopo l’asportazione il paziente guarisce. Negli ultimi anni sono inoltre aumentate la consapevolezza e la prevenzione.
Il melanoma. Il melanoma rappresenta la principale sfida dermatologica e con l’arrivo dell’estate la preoccupazione si fa ancora più urgente. Il melanoma è un tumore derivante dalla trasformazione tumorale, di alcune cellule della pelle, i melanociti. Questo tipo di tumore della pelle, che interessa principalmente la fascia d’età dai 20 ai 60 anni, vede un aumento continuo circa del 5%. È quindi necessario prendere le giuste precauzioni per prevenirne l’insorgenza, come non esporsi eccessivamente al sole, usare adeguati filtri protettivi, ridurre l’uso di lampade Uv per l’abbronzatura artificiale. Inoltre, è consigliato osservare eventuali cambiamenti di nei o lesioni cutanee e sottoporsi regolarmente a controlli dermatologici. Infatti, se diagnosticato precocemente, nell’80% dei casi, questo tumore cutaneo può essere rimosso efficacemente con asportazione chirurgica.
Prof. Giampiero Girolomoni, direttore Uoc Dermatologia: “Anche l’Azienda ospedaliera di Verona aderisce alla campagna nazionale di prevenzione del melanoma con visite gratuite per la valutazione dei nevi presso la nostra Dermatologia. Trattiamo circa 250 pazienti l’anno. Nella maggior parte dei casi la diagnosi precoce del melanoma permette una guarigione definitiva con un semplice intervento chirurgico. L’80% dei melanomi che noi esportiamo sono in fase precoce, quindi il paziente può considerarsi guarito una volta rimossa la lesione. Per prevenire l’insorgenza del melanoma possiamo modificare le nostre abitudini di esposizione al sole evitando le scottature solari, applicando opportunamente la crema solare e usando protezioni fisiche, come magliette scure e cappelli”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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Criteri Critici
Infezioni respiratorie e tumore del polmone: cosa rischiano i pazienti fragili? pharmastar.it
Infezioni respiratorie, infiammazione cronica e fragilitŕ polmonare sono stati tra i temi affrontati durante "La Sanitŕ che Vorrei", l'incontro promosso al Ministero della Salute dedicato al rapporto tra infezioni e cronicitŕ. Oggi sappiamo che le infezioni respiratorie possono incidere sull'evoluzione clinica dei pazienti fragili e influenzare anche il decorso delle patologie oncologiche polmonari.Ne abbiamo parlato con il professor Alain J. Gelibter specialista in oncologia medica del Policlinico Umberto di Roma. Infezioni respiratorie e tumore del polmone: cosa rischiano i pazienti fragili?Professor Alain J. Gelibter Tumore gastrico, fondamentali adeguato supporto nutrizionale e accesso rapido ai nuovi farmaciClaudia Santangelo Tumore gastrico avanzato, via libera Aifa all'immunoterapico tislelizumab piů chemio in prima lineaDott. Filippo Pietrantonio Tumore del polmone, via libera Aifa all’immunoterapia con tislelizumab in seconda lineaDott. Federico Cappuzzo Tumore dell’esofago, via libera Aifa a due indicazioni dell’immunoterapico tislelizumabDott. Filippo Pietrantonio Mieloma multiplo: accesso precoce alle CAR-T e nuove sfide organizzativeDott. Massimo Martino Mieloma multiplo: nuove terapie e malattia minima residua cambiano lo scenarioDott.ssa Maria Teresa Petrucci Leucemia linfatica cronica ricaduta/refrattaria: ok Aifa alla rimborsabilitŕ di pirtobrutinibProf. Paolo Ghia Leucemia linfatica cronica, una nuova speranza dopo la resistenza agli inibitori BTK covalentiDavide Petruzzelli Tumore del polmone avanzato: supporto, informazione e rete territoriale fanno la differenzaBruno Aratri Tumore del polmone EGFR-mutato: nuove strategie chemio-free cambiano lo scenarioDott. Antonio Passaro Tumore del polmone EGFR mutato: la medicina di precisione cambia lo scenarioProf.ssa Silvia Novello InformativaUtilizziamo cookie o tecnologie simili per finalità tecniche e, con il tuo consenso, anche per altre finalità come specificato nellacookie policy.Puoi acconsentire all'utilizzo di tali tecnologie utilizzando il pulsante "Accetta tutti". Fino a che non sceglierai una opzione utilizzeremo solo i cookie tecnici e necessari. Cookie tecniciCookie tecnici e necessari al corretto funzionamento del sito web. Non possono essere disabilitati [7]NomeFornitoreScopoDuratacovidLoginAntherica srlFunzionaleSessionelngAntherica srlFunzionalePersistentepharmaLogAntherica srlFunzionaleSessionesocialcounterAntherica srlFunzionale1 giornosys_langAntherica srlFunzionalePersistenteUserLogAntherica srlFunzionaleSessione_cookie_consentAntherica srlFunzionale1 anno Cookie di preferenzaI cookie di preferenza consentono al sito web di memorizzare informazioni che ne influenzano il comportamento, ad esempio la personalizzazione di un colore.Nessun cookie utilizzato per questa tipologia Cookie statisticiI cookie statistici aiutano a capire come i visitatori interagiscono con il sito web raccogliendo e trasmettendo informazioni in forma anonima [7]NomeFornitoreScopoDurata_gaGoogle AnalyticsStatistiche1 anno_ga_J8H44EJNJ3Google AnalyticsStatistiche1 anno__utmaGoogle AnalyticsStatistiche2 anni__utmbGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmcGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmtGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmzGoogle AnalyticsStatistiche6 mesi Cookie di marketingI cookie di marketing vengono utilizzati per tracciare i visitatori sul sito web. La finalità è quella di presentare annunci pubblicitari che siano rilevanti e coinvolgenti per il singolo utente.Nessun cookie utilizzato per questa tipologia