📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
47.4/100
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C
Valutazione
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Criteri Critici
A 38 anni la diagnosi di malattia, oggi a 52 è triatleta e gareggia una volta all'anno
Un tumore al seno a 38 anni, definito dai medici "aggressivo". E poi la voglia di riprendersi la vita dopo le terapie, aggressive pure quelle, ma che finalmente a 40 anni si era lasciata alle spalle. Lei è Roberta Liguori, marchigiana, oggi cinquantaduenne. E di quel periodo ricorda le raccomandazioni del medico. "Potrebbe tornare" (riferito al tumore, per questo si fanno i controlli). E lei, ingegnere informatico, abituata a sistemare le cose, specie le più complesse, ha subito messo a posto quel bias che non le risuonava affatto dentro di sè: "Tutto potrebbe succedere, con buona pace degli algoritmi. Cosa posso fare ora per me, per stare e sentirmi meglio?". Sentite. Appena finita la chemioterapia Roberta si è allenata forte, voleva a tutti i costi partecipare a un Ironman, la più tosta delle competizioni del Triathlon, ossia una gara che comprende 3,86 km di nuoto, 180,260 km in bicicletta e 42,195 km di corsa (cioè la distanza della maratona), tutto in 12 ore e mezzo. Da quel traguardo chi l'ha fermata più, la Roberta. Ogni anno un Ironman e oggi siamo a dieci, "l'allenamento è parte del mio quotidiano". Si è pure qualificata ai mondiali per la sua categoria (non professionista) ed è stata a Kuna alle Hawai a sfidare triatlete di ogni parte del globo.
Volere è potere? "Ne sono convinta, non possiamo sapere quello che la vita ci riserverà in un futuro ma possiamo intervenire sempre partendo da quello che abbiamo". Val la pena seguire la svolta che ha preso l'esistenza di Roberta. "Nel 2000 mi trovavo in Brasile in un viaggio di lavoro e ho conosciuto una donna che tutti i giorni procurava il cibo a chi viveva nelle favelas: lei cucinava e i bambini venivano a prendere pasti e li portavano nelle loro case. Ho ampliato il suo progetto grazie alle donazioni che raccolgo in Italia e oggi in quel comedor si sfamano 300 famiglie tutti i giorni, attorno sono sorti un orto e un campo di calcio". Poi? "In Brasile ci torno almeno una volta all'anno ma ho cambiato lavoro. Non ero più adatta a lavorare in azienda, ne ho creata una mia mettendo a frutto un mio talento: riesco a motivare le persone. Ho seguito svariati corsi e master ed eccomi mental coach".
L'azienda si chiama come lei, Roberta Liguori, conta 18 collaboratori e ha un grosso seguito anche sui social. "L'approccio è psicologico ma non si ricercano le ragioni delle insoddisfazioni nel passato, piuttosto si forniscono gli strumenti per cambiare. Aiuto a capire in quale direzione abbiamo messo la nostra vita. Insegno a scegliere gli stati d'animo, a tener allenata la capacità di sognare oltre alle tecniche di Pnl (programmazione neurolinguistica) per dar concretezza agli obbiettivi". Roberta vive a Rimini e organizza corsi e seminari di più giorni.
Dice: "Niente si conquista senza la fatica e l'impegno. Non sono nata con un bel fisico, l'ho costruito con metodo e allenamento. Il benessere mentale è legato a quello fisico e a quello emotivo". E gli ostacoli? "Fondamentali per migliorare".
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Criteri Critici
Uno studio belga porta alla luce una nuova struttura della malattia: scoperti due ampi sottogruppi suddivisi in cinque più piccoli da curare con farmaci mirati. Stocchi: “Aperta la strada a una terapia di precisione”
Non c’è solo una malattia di Parkinson, ma più gruppi e sottogruppi, sfaccettature di una patologia che non può essere curata da un solo farmaco. Questo è il punto centrale del risultato a cui sono arrivati i ricercatori belgi del VIB (Vlaams Instituut voor biotechnologie) e della KU Leuven nel loro studio, pubblicato su Nature Communications. Un risultato che apre le porte a un nuovo modo di guardare al Parkinson e alle cure da somministrare. In sostanza, hanno concluso gli autori della ricerca, “per i pazienti è possibile predisporre trattamenti terapeutici personalizzati”, una cura ’su misura’ che eliminerebbe probabili fallimenti per centrare l’obiettivo, che è quello di aprire la strada alla guarigione.
Il Parkinson
In Italia 300.000 persone soffrono di questa patologia neurodegenerativa. Quando si parla di Parkinson il riferimento va a un disturbo neurodegenerativo cronico e progressivo che di solito colpisce dopo i 50-60 anni. Interessa il controllo dei movimenti provocando tremore a riposo, rigidità muscolare, bradicinesia (lentezza) e instabilità posturale. Ma può generare anche problemi non motori come disturbi del sonno (fase REM), iposmia (riduzione olfatto), stitichezza, depressione, ansia e riduzione dell'espressione. A monte di questo disturbo c’è la perdita di neuroni dopaminergici e l'accumulo di α-sinucleina (corpi di Lewy).
La causa esatta è in gran parte sconosciuta (idiopatica), ma coinvolge una combinazione di fattori genetici e ambientali, come l'esposizione a pesticidi, solventi e idrocarburi. Entrano in scena geni diversi. Ma la lente d’ingrandimento con cui gli scienziati belgi hanno analizzato la patologia in questione, ha rivelato molto altro. “Nonostante sia classificato come un'unica malattia, il Parkinson può essere causato da mutazioni in molti geni diversi, che portano a meccanismi biologici sottostanti eterogenei”, hanno spiegato gli autori.
Questa complessità ha da sempre rappresentato una sfida per lo sviluppo di trattamenti efficaci, poiché le terapie mirate a una singola via metabolica potrebbero non funzionare per tutti i pazienti. In particolare, il nuovo studio rivela che queste forme geneticamente diverse di Parkinson possono essere organizzate in distinti sottotipi molecolari, e ciò porta alla necessità di ripensare la malattia come un insieme di condizioni correlate e apre la strada appunto ad approcci terapeutici ’su misura’ per i singoli pazienti. "Quando i medici esaminano la malattia, vedono i sintomi clinici, che unificano le persone che ne sono affette - spiega il professor Patrik Verstreken, del Centro di Neuroscienze VIB-KU Leuven -. Ma quando si guarda più a fondo a livello molecolare, si scopre che si suddividono in sottocategorie. E questo è importante perché, in sostanza, non esiste un farmaco in grado di colpire le diverse disfunzioni molecolari presenti in tutti i casi di Parkinson”.
Lo studio
Come si sono mossi i ricercatori? Invece di partire da ipotesi su come diverse mutazioni genetiche potrebbero influenzare la malattia, hanno monitorato nel tempo il comportamento di modelli di moscerini della frutta portatori di mutazioni nei geni correlati al Parkinson e hanno utilizzato metodi computazionali e di apprendimento automatico imparziali per identificare i modelli. Così, lasciando che fossero i dati a guidare l'analisi, il team è stato in grado di scoprire raggruppamenti naturali della malattia in questi animali che non sarebbero stati evidenti utilizzando i metodi tradizionali basati su ipotesi.
"Siamo arrivati senza alcuna idea preconcetta su come una specifica mutazione avrebbe influenzato il nostro modello animale - sottolinea la dottoressa Natalie Kaempf, prima autrice dello studio -. Abbiamo sperimentato su animali con mutazioni in uno qualsiasi dei 24 geni diversi che causano la patologia e semplicemente monitorato il loro comportamento per diversi periodi di tempo". Svelata la struttura nascosta della malattia Questo modo di procedere ha acceso una luce in più sulla conoscenza del disturbo. Ha rivelato una struttura che in precedenza risultava nascosta all'interno della malattia, e ciò ha dimostrato che diverse forme genetiche si raggruppano naturalmente in sottotipi distinti.
“Abbiamo scoperto due ampi sottogruppi che possono essere suddivisi in cinque gruppi più piccoli di parkinsonismo”, precisa Verstreken. Quindi, abbandonando le ipotesi e lasciando che i modelli emergessero direttamente dai dati, lo studio ha fornito un quadro di riferimento efficace per comprendere la diversità biologica della malattia e orientare la ricerca futura verso interventi più precisi.
Mutazione genetica individuata nel 15 dei pazienti
A prendere posizione sull’argomento è Fabrizio Stocchi, professore di Neurologia all’Università San Raffaele di Roma e direttore del Centro Parkinson e Parkinsonismi e disturbi del movimento dell'Irccs San Raffaele. Con una premessa: “La malattia di Parkinson è caratterizzata da diversi sintomi motori e non motori che si manifestano con diverse combinazioni e intensità: alcuni pazienti hanno tremore, altri prevalentemente rigidità e lentezza, altri depressione e precoci disturbi cognitivi - dice Stocchi -. Anche l’effetto dei farmaci differisce da paziente a paziente”. E precisa: “Già da diversi anni erano stati individuati dei fenotipi clinici con progressione più benigna o con progressione più rapida, le forme con tremore tendono ad essere più benigne delle forme acinetico-rigide. Gli studi genetici hanno poi dimostrato che circa il 15% dei pazienti ha una mutazione genetica che molto raramente può essere trasmessa. Queste mutazioni portano ad alterazioni enzimatiche che sono all’origine del processo degenerativo. Studi recenti hanno dimostrato che nel 30% circa dei pazienti hanno un enzima iperfunzionante che può portare allo sviluppo della malattia come nei pazienti con mutazione LRKK2. Queste scoperte hanno portato allo sviluppo e allo studio di farmaci mirati alla disfunzione degli enzimi individuati”.
Quanto allo studio belga, Stocchi sottolinea: “La ricerca condotta su animali da esperimento geneticamente modificati dimostra che, nonostante i sintomi clinici caratterizzino una sindrome unica, le cause di questa sindrome possono essere diverse. Lo studio ha dei limiti: è fatto su animali da esperimento ed ha preso in considerazione soltanto le forme genetiche e tra queste quelle più rare. La sua rilevanza però è indubbia perché dimostra che gli animali possono essere raggruppati in sottogruppi basati su alterazioni biologiche comuni”.
Verso farmaci mirati
“Queste ricerche, effettuate su pazienti - conclude Stocchi - possono portare a individuare dei gruppi biologici che potrebbero essere trattati con farmaci mirati e portare ad una terapia di precisione”. Il prossimo passo Scoprire che il Parkinson non è uno solo e che un solo farmaco per curarlo potrebbe essere del tutto inefficace, ha spianato la strada verso nuove tappe da raggiungere. “Ora sappiamo che esistono diversi tipi di malattia di Parkinson - sottolinea Verstreken -. Grazie a queste sottocategorie, possiamo esaminare i pazienti con specifiche mutazioni, ricercare biomarcatori altrettanto specifici e sviluppare farmaci mirati per ciascun gruppo." I ricercatori sono riusciti a curare il fenotipo del Parkinson in modelli animali testando diversi composti su sottogruppi differenti. Hanno inoltre osservato che i diversi sottogruppi rispondono in modo diverso ai diversi composti. “Quando abbiamo preso un primo composto che curava il sottogruppo A e lo abbiamo testato sul sottogruppo B, quest'ultimo non è stato salvato - conclude Verstreken –. Il nostro studio dimostra che è possibile creare farmaci specifici per un sottogruppo che abbiano effetti positivi e siano realmente specifici per quel target. E lo stesso principio può essere applicato ad altri tipi di malattie”.
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Criteri Critici
Bari, al via il servizio di raccolta domiciliare di rifiuti sanitari per pazienti oncologici: ecco come funziona La Gazzetta del Mezzogiorno
Partirà da lunedì 11 maggio “Te.so.ra. – Terapie con Sostanze Radioattive”, il nuovo servizio gratuito di raccolta domiciliare dei rifiuti sanitari prodotti dopo cicli di radioterapia medico nucleare, rivolto ai pazienti residenti nel Comune di Bari.
L’iniziativa - promossa da ASL Bari, Amiu Puglia e Comune di Bari, con l’obiettivo di garantire una gestione sicura dei rifiuti e prevenire criticità nel sistema di raccolta urbana, è rivolta ai pazienti per lo più oncologici residenti nel Comune di Bari sottoposti a terapie con sostanze radioattive. Per attivare il ritiro dedicato, il paziente o il caregiver può contattare il Numero Verde AMIU Puglia 800 011 558, (raggiungibile sia da telefono fisso che da cellulare, dal lunedì al venerdì dalle ore 8.30 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 17.00, e il sabato dalle ore 8.30 alle 13.30. Il servizio non è attivo nelle giornate di domenica e nei festivi). La prenotazione consente di programmare il ritiro a domicilio, organizzato sulla base delle richieste giornaliere. I rifiuti devono essere raccolti in sacchetti chiusi, preferibilmente trasparenti o comunque ispezionabili a vista, e conservati temporaneamente in un luogo isolato. Nel giorno concordato, i materiali devono essere conferiti nei pressi del proprio civico per il ritiro, che avviene con modalità dedicate e senza costi per il cittadino, garantendo una gestione sicura e controllata.
“Sappiamo bene – ha detto il sindaco Leccese - come il tema dell’igiene urbana sia spesso al centro delle segnalazioni e delle lamentele dei cittadini. A volte le criticità dipendono da responsabilità nostre. Altre volte è l’inciviltà di pochi a generare disagi per molti. Ci sono però anche situazioni in cui il problema non è pienamente riconducibile a comportamenti scorretti. È il caso che abbiamo affrontato. Nelle scorse settimane abbiamo riscontrato una criticità legata al conferimento improprio di rifiuti particolari, in prevalenza materiali assorbenti utilizzati da pazienti oncologici contenenti residui di radiofarmaci. L’errato smaltimento di questa tipologia di rifiuti ha determinato disservizi significativi, dovuti allo stop forzato e contemporaneo di più mezzi per la raccolta. Da qui la necessità di strutturare un servizio di raccolta dedicato – ha concluso - rivolto ai pazienti sottoposti a queste terapie. Ancora una volta, la collaborazione tra ASL Bari, Comune e AMIU ha consentito di individuare in tempi rapidi una soluzione concreta, capace di coniugare tutela della salute, efficienza del servizio e attenzione ai cittadini”.
Comprehensive Cancer Care and Research Network IRST-AUSL Romagna, Breast cancer: from molecular signatures to clinical oncology - Regione Emilia-Romagna
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Criteri Critici
Comprehensive Cancer Care and Research Network IRST-AUSL Romagna, Breast cancer: from molecular signatures to clinical oncology Regione Emilia-Romagna
Biomarcatori predittivi, anticorpi farmaco-coniugati, intelligenza artificiale in radioterapia, terapie cellulari e nuove molecole in sviluppo clinico: sono questi i temi al centro del convegno internazionale "Breast Cancer Conference: from molecular signatures to clinical oncology", in programma il 18 e 19 giugno a Rimini.
Il programma scientifico si sviluppa in otto sessioni e riunisce oltre quaranta relatori provenienti da centri di eccellenza italiani e internazionali, tra cui Boston, Londra, Parigi, Anversa e Lisbona. Nelle due giornate si alterneranno aggiornamenti di scienza clinica, medicina traslazionale e oncologia di precisione, con sessioni dedicate alle strategie personalizzate nel carcinoma mammario avanzato e alle terapie cellulari innovative. Tra i temi di maggiore attualità trattati: il ruolo degli anticorpi farmaco-coniugati, la biopsia liquida come strumento di monitoraggio della malattia, i modelli tumorali tridimensionali per guidare la scelta terapeutica e l'impatto dell'intelligenza artificiale nella pianificazione della radioterapia.
Spazio anche alle dimensioni cliniche spesso non al centro del dibattito scientifico come la qualità della vita nelle giovani pazienti lungo-sopravviventi, la gestione del carcinoma mammario nelle pazienti anziane, le nuove prospettive nella prevenzione e nella ricerca traslazionale in cure palliative.
L'evento, che rientra nel programma formativo del Gruppo Oncologico Italiano di Ricerca Clinica - GOIRC, è organizzato nell'ambito del CCCRN - Comprehensive Cancer Care and Research Network IRST-AUSL Romagna e ha ottenuto il patrocinio di Istituto Oncologico Romagnolo - IOR, Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche - DIMEC Università di Bologna, Associazione Nazionale Italiana Senologi Chirurghi - ANISC, Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri CIPOMO, Federation of Italian Cooperative Oncology Groups, FICOG e Gruppo Italiano Mammella - GIM.
Direttore scientifico è il prof. Antonino Musolino, direttore del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia Clinica e Sperimentale dell'IRST IRCCS "Dino Amadori", che coordinerà i lavori insieme a un pool di faculty directors (responsabili didattici) composto da Annalisa Curcio (direttrice Chirurgia senologica Forlì-Ravenna), Lorenzo Gianni (responsabile Oncologia DH Rimini), Antonino Romeo (direttore Radioterapia Rimini) e Stefano Tamberi (direttore Oncologia Ravenna).
Il convegno è accreditato ECM in modalità residenziale con 11 crediti, ed è rivolto a medici chirurghi con specializzazione in oncologia, radioterapia, medicina interna, genetica medica e altre discipline correlate. L'iscrizione è gratuita e disponibile esclusivamente online su www.mitcongressi.it.
Sede della due giorni il Centro Congressi SGR di Rimini.
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65.9/100
Punteggio Totale
A
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Criteri Critici
Linfoma a cellule T periferico ricaduto/refrattario, efficacia promettente e risposte durature con duvelisib pharmastar.it
L’inibitore orale di PI3K-δ e PI3K-γ duvelisib sembra avere un'efficacia promettente nei pazienti con linfoma a cellule T periferico (PTCL) recidivante o refrattario, mostrandosi in grado di produrre risposte profonde e durature. Lo evidenziano i risultati dello studio di fase 2 PRIMO, pubblicati di recente sul Journal of Clinical Oncology.
Nei 123 pazienti analizzati con PTCL trattati con duvelisib, il tasso di risposta obiettiva (ORR) è risultato del 48% (IC al 95% 39,1-56,8) secondo la valutazione di un comitato di revisori indipendenti (IRC), mentre il tasso di risposta completa è risultato del 33,3% (IC al 95% 25-41,7). Inoltre, la mediana di durata della risposta (DOR) è risultata di 7,9 mesi (IC al 95% 6,4-21,0), così come la mediana della durata della remissione completa (IC al 95% 6,4-22,7).
In più, la mediana della sopravvivenza libera da progressione (PFS) è risultata di 3,4 mesi (IC al 95% 1,8-3,9) e la mediana della sopravvivenza globale (OS) di 12,4 mesi (IC al 95% 8,4-22,7).
«Lo studio PRIMO conferma una significativa attività della monoterapia con duvelisib nei pazienti con linfoma a cellule T periferiche (PTCL) recidivante o refrattario», scrivono l’autrice principale dello studio Neha Mehta-Shah, professore associato di medicina presso la Washington University School of Medicine di St. Louis (Missouri), e i coautori. «Sulla base dell'efficacia complessiva e del profilo di sicurezza dimostrati nello studio PRIMO, duvelisib è stato incluso tra le opzioni terapeutiche per il linfoma a cellule T periferiche (PTCL) recidivante o refrattario nelle linee guida del National Comprehensive Cancer Network».
Lo studio PRIMO
Lo studio PRIMO (NCT03372057) è un trial multicentrico internazionale, in aperto, condotto in due fasi (dose optimization e dose expansion [PRIMO-EP]) in 45 centri. Nel trial sono stati arruolati pazienti di almeno 18 anni di età con una diagnosi di PTCL confermata dall’istologia, già sottoposti ad almeno due cicli precedenti di un regime di trattamento standard per il PTCL e con un performance status ECOG non superiore a a 2.
Erano esclusi dall’arruolamento pazienti con sottotipi di PTCL leucemici primari, pazienti già trattati con inibitori di PI3K o sottoposti a un trapianto allogenico di cellule staminali e pazienti con coinvolgimento del sistema nervoso centrale o con micosi fungoide trasformata.
Nella fase di ottimizzazione della dose dello studio, i partecipanti sono stati randomizzati in due coorti, una di 20 pazienti trattati con duvelisib 25 mg due volte al giorno e una di 13 pazienti trattati con duvelisib 75 mg due volte al giorno. Entrambe le coorti nella fase di ottimizzazione della dose hanno seguito cicli continui di 28 giorni. Nella fase di espansione della dose, i pazienti sono stati trattati con duvelisib 75 mg due volte al giorno per due cicli; successivamente, coloro che raggiungevano una risposta completa o parziale o una stabilizzazione della malattia venivano trattati con duvelisib 25 mg due volte al giorno (123 pazienti).
L'endpoint primario dello studio era l’ORR valutato dall’IRC, mentre erano endpoint secondari la sicurezza, la DOR, la PFS, l’OS e il tasso di controllo della malattia. Inoltre, erano endpoint esplorativi i biomarcatori.
Le caratteristiche dei pazienti
L'età mediana dei pazienti era di 65 anni (range: 21-92) e i partecipanti erano prevalentemente di razza bianca (74,8%) e di sesso maschile (54,5%).
Il tempo mediano dalla diagnosi iniziale era di 18,2 mesi (range: 0,2-195,5), mentre il tempo mediano dalla diagnosi più recente di recidiva o refrattarietà di 1,15 mesi (range: 0-142,9). L'istologia di base era PTCL non altrimenti specificato nel 43,1% dei casi, linfoma angioimmunoblastico a cellule T (AITL) nel 30,1%, linfoma anaplastico a grandi cellule (ALCL) nel 16,3% e un’altra istologia nel 10,6%.
Riguardo ai trattamenti precedenti, i pazienti avevano già effettuato una mediana di due linee di terapia (range: 1-9) e la maggior parte di essi ne aveva già effettuate tre o più (48%), il 23,6% dei pazienti ne aveva già effettuate due e il 27,6% una.
Al momento dello screening, il 4,1% dei pazienti aveva una malattia in stadio I, il 4,1% in stadio II, il 33,3% in stadio III e il 57,7% in stadio IV; per lo 0,8% dei pazienti il dato relativo allo stadio non era disponibile.
Quali erano i dati aggiuntivi per duvelisib nel PTCL?
Gli autori hanno analizzato i risultati anche nei diversi sottogruppi istologici. «Anche se lo studio PRIMO non era disegnato o con un potenza statistica sufficiente per confronti specifici fra i sottotipi, l’attività di duvelisib nel sottogruppo con AITL è risultata particolarmente incoraggiante», riferiscono la Mehta-Shah e i colleghi.
Infatti, l’ORR è risultato del 62,2% (IC al 95% 46,5-77,8) nel sottogruppo di 37 pazienti con AITL, 49,1% (IC al 95% 35,6-62,5) nei 53 con PTCL non altrimenti specificato e 15% (IC al 95% 0-30,6) nei 20 con ALCL, mentre i tassi di remissione completa sono risultati rispettivamente del 51,4% (IC al 95% 35,2-67,5), 30,2% (IC al 95% 17,8-42,5) e 15% (IC al 95% 0-30,6).
Inoltre, la mediana di PFS è risultata rispettivamente di 8,3 mesi (IC al 95% 3,7-13,1), 3,4 mesi (IC al 95% 1,8-4,4) e 1,6 mesi (IC al 95% 1,1-1,7) e la mediana di OS rispettivamente di 18,1 mesi (IC al 95% 9,6-non valutabile [NE]), 11 mesi (IC al 95% 5,1-30,4) e 6,3 mesi (IC al 95% 1,8-20,1).
Il profilo di safety
Secondo gli autori, lo studio PRIMO ha dimostrato anche la tollerabilità di duvelisib nei pazienti con PTCL ricaduto/refrattario.
Il 97,6% dei pazienti ha manifestato effetti avversi emergenti dal trattamento (TEAE) di qualsiasi grado e il 74% dei pazienti TEAE di grado 3 o superiore.
I TEAE più comuni di qualsiasi grado (con un’incidenza almeno del 15%) sono stati gli aumenti dei livelli di alanina aminotransferasi (37,4%) e di aspartato aminotransferasi (35,8%), la diminuzione della conta dei neutrofili (33,3%), la diarrea (33,3%) e l’affaticamento (26%). I TEAE di grado 3 o superiore più comuni (con un’incidenza almeno del 5%) sono stati l’aumento dei livelli di aspartato aminotransferasi (17,1%), la diminuzione della conta dei neutrofili (17,9%), la diarrea (9,8%) e diminuzione della conta piastrinica (8,9%).
TEAE che hanno richiesto una sospensione del trattamento o una riduzione del dosaggio si sono manifestati rispettivamente nel 44,7% e nel 9,8% dei pazienti.
I passi futuri
«Questi risultati favorevoli supportano gli studi in corso su duvelisib nei pazienti con linfoma a cellule T sia di nuova diagnosi, sia già trattati», si legge nell’articolo.
Data la notevole attività clinica dimostrata da duvelisib nei pazienti con PTCL, riferiscono gli autori, il farmaco è in corso di sperimentazione, in combinazione con una terapia a base del regime chemioterapico CHOP, in pazienti con PTCL di nuova diagnosi in uno studio multicentrico statunitense (A051902, NCT04803201).
Inoltre, l’efficacia particolarmente marcata evidenziata da duvelisib nel sottogruppo di pazienti con AITL nello studio PRIMO fornisce un forte razionale per lo studio randomizzato di fase 3 TERZO™ (NCT06522737; EU CT: 2024-516605-23-00), attualmente in fase di arruolamento, nel quale si valuterà duvelisib rispetto a una chemioterapia a scelta dello sperimentatore (gemcitabina o bendamustina) in pazienti con linfoma a cellule T-helper follicolari nodali (nTFHL), ricaduto/refrattario.
Bibliografia
N. Mehta-Shah, et al. Duvelisib induces deep responses in PTCL: Final results of the phase 2 PRIMO trial of duvelisib in relapsed/refractory peripheral T-cell lymphoma. J Clin Oncol. 2026; doi:10.1200/JCO-25-03120. leggi
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Criteri Critici
GSK investe oltre 1 miliardo nell'RNA interference per una terapia di nuova generazione sul grasso viscerale pharmastar.it
GSK rafforza la propria pipeline nelle malattie cardiometaboliche siglando un accordo fino a 1,005 miliardi di dollari con Siran Biotechnology per lo sviluppo del candidato sperimentale SA030, un oligonucleotide siRNA a lunga durata d’azione. L’intesa prevede diritti globali (esclusa la Cina) e milestone legate allo sviluppo e alla commercializzazione.
Un approccio “first-in-disease”
Secondo quanto comunicato da SiranBio, SA030 è progettato come una terapia potenzialmente first-in-disease, mirata non solo all’obesità ma più in generale al rischio metabolico e vascolare che coinvolge organi come fegato, rene e polmone . Questo amplia il perimetro clinico del progetto rispetto alla sola riduzione del peso corporeo.
Target biologico: ALK7 e metabolismo adiposo
Il farmaco utilizza la tecnologia dell’RNA interference per silenziare ALK7, un recettore espresso nel tessuto adiposo che regola l’accumulo di grasso. L’attivazione di ALK7 infatti sopprime la lipolisi; al contrario, la sua inibizione favorisce la degradazione del grasso mantenendo la massa magra .
Questo approccio punta a una riduzione selettiva del grasso viscerale, considerato un driver chiave del rischio cardiometabolico.
Razionale clinico: oltre il peso, la qualità del grasso
L’interesse crescente verso SA030 riflette un cambio di paradigma: non conta solo quanto peso si perde, ma dove si accumula il grasso. Il targeting del tessuto adiposo viscerale potrebbe migliorare parametri come sensibilità insulinica, infiammazione e profilo lipidico, con potenziali benefici sistemici.
Complementarità con le terapie attuali
Un altro elemento chiave emerso è la complementarità del meccanismo rispetto a farmaci già disponibili come agonisti GLP-1 e inibitori SGLT2. Questo apre la strada a future strategie combinate per ridurre il rischio residuo non completamente controllato dalle terapie attuali.
Stato dello sviluppo
SA030 è entrato recentemente nella fase I clinica, con studi in corso per valutarne sicurezza, tollerabilità e farmacocinetica in soggetti sovrappeso o obesi . Il programma rappresenta uno dei primi tentativi clinici di colpire direttamente la biologia del tessuto adiposo tramite RNAi.
Un trend industriale in crescita
L’accordo conferma l’interesse crescente dell’industria per il targeting del grasso viscerale come leva terapeutica. Diverse aziende stanno esplorando pathway simili, consolidando l’idea che la modulazione selettiva del tessuto adiposo possa rappresentare una nuova frontiera nelle malattie metaboliche.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
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Criteri Critici
La madre biologica del bambino poi adottato da Nicole Minetti si prese cura del figlio durante i suoi primi mesi di vita. E poi tentò di vederlo quando era nell’Inau, ma le fu impedito. È quanto sostiene un ex fidanzato di María de los Ángeles González Coline…
L'uomo, nella testimonianza registrata dai media uruguaiani, contraddice quanto affermato dal giudice. Una fonte dell'Inau: "L'inchiesta interna è in corso, non possiamo sapere cosa sia vero e cosa no"
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La madre biologica del bambino poi adottato da Nicole Minetti si prese cura del figlio durante i suoi primi mesi di vita. E poi tentò di vederlo quando era nell’Inau, ma le fu impedito. È quanto sostiene un ex fidanzato di María de los Ángeles González Colinet, questo il nome della donna che risulta tuttora scomparsa. L’uomo, nella testimonianza registrata dai media uruguaiani, contraddice quanto affermato dal giudice: secondo la sua versione, sebbene sia vero che il minore è nato in un contesto di grave vulnerabilità, la madre ha cercato di prendersi cura di lui durante i primi mesi di vita.
Il testimone ha dichiarato che González Colinet “andò a trovare la bambina, ma la cacciavano via“, riferendosi a coloro che lavoravano presso il centro Inau dove si trovava il piccolo. “L’ho portata lì, e un paio di volte le hanno permesso di vederlo. Poi hanno iniziato a non farla più entrare“, ha aggiunto. Ha anche affermato che “a causa della tossicodipendenza di González Colinet”, l’Inau chiese che le venisse tolta la custodia del bambino. “L’ho persino portata al Tribunale di Pace e se n’è andata piangendo perché il giudice non glielo ha restituito”, ha aggiunto.
Secondo i registri dell’ospedale Pereira Rossell, dove il bambino è nato – scrivono i media locali – la madre è stata con il neonato per i primi otto giorni. Dopodiché, è intervenuto l’Inau e González Colinet non ha più avuto praticamente contatti continui con il figlio.
A questa testimonianza ha replicato una fonte dell’Inau, contattata dall’Ansa: “Le indiscrezioni circa la condotta della madre biologica e le testimonianze del suo ex vengono da persone a conoscenza della vicenda. Tuttavia finché l’inchiesta amministrativa non sarà conclusa, non possiamo sapere cosa sia vero e cosa no”. La fonte dell’Inau, sempre riguardo al fatto che la biologica del bambino avesse visto il minore un paio di volte mentre era ancora nell’istituto, ha aggiunto: “Bisogna ricordare che tutto questo è accaduto sotto una precedente amministrazione e dobbiamo analizzare tutte le azioni intraprese all’epoca, che coinvolgono molti documenti“.
L’indagine avviata all’interno dell’Inau sulla regolarità dell’adozione a favore della coppia Minetti-Cipriani – l’iter era iniziato anche con un’altra famiglia – è appena iniziata e si concluderà tra settimane: il procedimento prevede diversi controlli e analisi interne, come fanno sapere sempre dall’istituto.
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Criteri Critici
"La situazione è sotto stretto controllo tecnico e non sussiste alcun motivo di allarme per la popolazione. I superamenti rilevati riguardano le acque profonde (sotterranee) e non la rete idrica potabile, che resta costantemente monitorata e sicura". (ANSA)
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Criteri Critici
Il cane, affetto da una grave tetraparesi, rischiava l’eutanasia: decisivo l’intervento dell’ambulatorio solidale e della rete tra Asl e volontari per aiutare famiglie in difficoltà
«Il mio Paco non riusciva a camminare e a fare i suoi bisogni. Ma io non avevo i soldi per pagargli le cure». Comincia da qui la storia di un bassotto di dieci anni, affetto da una grave tetraparesi riconducibile a una sospetta ernia cervicale, che gli ha impedito di urinare per tre giorni e gli provocava un forte dolore. Ed è a questo punto che sono intervenute prima una veterinaria dell’Asl e poi la sede torinese della Lav (Lega anti vivisezione), che lo hanno salvato attraverso l’ambulatorio volontario sociale.
«Questo è uno dei tanti casi che, quasi quotidianamente, affrontiamo da tre anni – dichiara Flavia Carli di Lav Torino – Sosteniamo le spese veterinarie, accompagnando spesso gli animali negli ambulatori. Collaboriamo anche con i servizi sociali per prevenire situazioni di incuria legate a condizioni di fragilità. Siamo molto soddisfatti del nostro impegno, perché ci consente di aiutare concretamente tanti animali e le loro famiglie in difficoltà». È proprio quello che è successo con Paco: è stato ricoverato e curato grazie all’intervento della Lav. Alla fine, in alternativa ad un intervento chirurgico invasivo, i veterinari hanno avviato una terapia mirata e il cagnolino è tornato dalla sua famiglia per proseguire il percorso di cura.
«Ci sono persone, come noi, che non si possono permettere di far curare i propri animali – spiegano il proprietario, Leonardo, e suo figlio di 12 anni – Per Paco l’unica possibilità era fargli la puntura, anche per non farlo soffrire. Per fortuna la veterinaria ci ha contattato e la Lav ha pagato le cure. Adesso il cagnolino sta meglio ed è tornato a darci il suo amore, come un figlio. Senza di lui, quando era ricoverato, non riuscivamo a dormire».
La storia di Paco si inserisce fra gli interventi resi possibili dal protocollo d’intesa tra Lav e la Regione Piemonte, che consente ulteriori interventi per gli utenti seguiti dai servizi sociali che già beneficiano della veterinaria sociale per i cani e i gatti in famiglia. L’anno scorso i volontari delle sedi di Torino, Carmagnola, Cuneo, Novara e Verbano Cusio Ossola hanno realizzato complessivamente 145 prestazioni a beneficio di circa 100 animali e già 112 nei primi mesi del 2026, aiutando 39 tra cani e gatti. Tra questi, ci sono anche interventi chirurgici specialistici, possibili grazie alla collaborazione con medici veterinari liberi professionisti. Di recente si è aggiunto l’accordo del 2026 tra Lav e Comune di Torino, pensato per integrare i servizi veterinari di base con prestazioni specialistiche e migliorare l’assistenza agli animali che vivono in contesti di fragilità sociale.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Tumori e difficoltà economiche: cresce il peso della “tossicità finanziaria oncologica” Prima Alessandria
Anche in Italia curarsi può diventare un problema economico: a rischio soprattutto giovani, lavoratori autonomi e famiglie fragili
Ricevere una diagnosi oncologica significa affrontare non soltanto la malattia, ma spesso anche un forte impatto economico. È il fenomeno della cosiddetta “tossicità finanziaria oncologica”, tema al centro della puntata di oggi di Filo Diretto con gli specialisti dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria, la dottoressa Federica Grosso e il dottor Luigi Cerbone.
Tossicità finanziaria oncologica
Secondo gli esperti, almeno un paziente oncologico su cinque vive difficoltà economiche legate al percorso di cura. Non si tratta tanto del costo diretto delle terapie, garantite dal Servizio sanitario nazionale, quanto delle spese indirette che si accumulano nel tempo: trasferimenti verso ospedali specializzati, viaggi, giornate lavorative perse, assistenza familiare e ricorso alla sanità privata per evitare liste d’attesa troppo lunghe.
Il problema colpisce in particolare i giovani, i lavoratori autonomi e chi non dispone di una rete familiare stabile. Per molte persone la malattia comporta una drastica riduzione del reddito, soprattutto nei casi in cui sia necessario sospendere l’attività lavorativa o assistere un familiare malato.
La situazione è ancora più complessa per chi soffre di tumori rari. Spesso i pazienti sono costretti a spostarsi verso centri altamente specializzati lontani dalla propria città, affrontando costi continui per trasporti e permanenze fuori sede.
Gli oncologi hanno evidenziato come la tossicità finanziaria non riguardi soltanto il paziente, ma l’intero nucleo familiare. In molti casi figli, coniugi o parenti devono riorganizzare la propria vita per garantire assistenza quotidiana, con conseguenze anche sul lavoro e sulla stabilità economica.
Secondo i medici, il fenomeno è in crescita e potrebbe essere persino sottostimato. Sempre più frequentemente, infatti, emergono situazioni di persone sole o prive di caregiver che rinunciano alle cure o fanno fatica a sostenerne il percorso.
Per questo motivo, oltre all’aspetto sanitario, diventa fondamentale rafforzare il sostegno sociale e territoriale, costruendo reti di assistenza in grado di accompagnare concretamente i pazienti durante tutte le fasi della malattia.
Rete oncologica e assistenza territoriale
Ridurre i tempi di attesa, limitare gli spostamenti e garantire cure il più possibile vicine a casa. Sono questi gli obiettivi della rete oncologica del Piemonte e Valle d’Aosta, indicata dagli specialisti come uno dei modelli più organizzati a livello nazionale.
Gli oncologi dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria hanno illustrato il funzionamento del sistema regionale, sottolineando il ruolo dei CAS, i Centri Accoglienza Servizi presenti negli ospedali piemontesi.
Il percorso prevede tempi rapidi per la presa in carico del paziente: entro pochi giorni dalla segnalazione viene effettuata la prima visita oncologica, mentre gli accertamenti diagnostici necessari vengono programmati in tempi definiti. Un’organizzazione che consente di evitare lunghi ritardi e ridurre il ricorso alla sanità privata.
Particolare attenzione viene riservata ai pazienti affetti da tumori rari, spesso costretti a rivolgersi a centri altamente specializzati. In questi casi, la collaborazione tra ospedali permette di concentrare nei centri di riferimento solo le procedure più complesse, lasciando sul territorio terapie e controlli ordinari.
Accanto all’aspetto sanitario, emerge anche il valore del supporto sociale. Gli specialisti hanno parlato del “Progetto Protezione Famiglie Fragili”, una rete che coinvolge psicologi, assistenti sociali, volontari e associazioni per aiutare i pazienti più soli o in difficoltà.
Il progetto offre assistenza concreta nelle attività quotidiane: trasporto verso gli ospedali, supporto domiciliare e aiuti pratici per chi non è autosufficiente durante le terapie.
Secondo i medici, queste reti rappresentano uno strumento indispensabile per evitare che la fragilità sociale si trasformi in rinuncia alle cure. La collaborazione tra sanità, territorio e volontariato diventa così un elemento decisivo non soltanto per curare la malattia, ma anche per sostenere la qualità della vita dei pazienti e delle loro famiglie.
Tumore e sostegno psicologico
Affrontare un tumore significa convivere con paura, ansia e cambiamenti profondi nella vita quotidiana. Eppure il supporto psicologico resta ancora oggi uno degli aspetti più difficili da accettare per molti pazienti.
Durante la puntata, gli specialisti dell’ospedale di Alessandria hanno evidenziato come esista ancora uno stigma culturale legato alla figura dello psicologo, spesso associata erroneamente a problemi mentali piuttosto che a un sostegno necessario durante un percorso di malattia.
Secondo gli oncologi, l’impatto psicologico della diagnosi può influire direttamente anche sulla capacità del paziente di affrontare le cure. Stress, paura e senso di smarrimento rischiano infatti di compromettere l’aderenza ai trattamenti e la qualità della vita.
Per questo motivo, nelle strutture oncologiche vengono sempre più spesso proposti percorsi di supporto individuale o di gruppo, rivolti sia ai pazienti sia ai familiari. Il coinvolgimento dei caregiver viene considerato fondamentale, perché la malattia oncologica coinvolge inevitabilmente tutto il contesto familiare.
Gli specialisti hanno insistito anche sull’importanza della comunicazione tra medico e paziente. L’obiettivo non deve essere imporre una terapia, ma costruire un’alleanza terapeutica basata sul dialogo e sulla consapevolezza condivisa.
Ogni trattamento, infatti, può avere conseguenze diverse a seconda della vita personale e professionale del paziente. Per questo è necessario spiegare chiaramente benefici, limiti e possibili effetti collaterali, permettendo alla persona di partecipare attivamente alle decisioni.
Secondo gli ospiti della trasmissione, una medicina più attenta all’ascolto e alla personalizzazione delle cure rappresenta oggi una delle sfide più importanti dell’oncologia moderna. Non solo per migliorare l’efficacia terapeutica, ma anche per aiutare i pazienti a sentirsi meno soli durante il percorso di cura.
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
"Credo che abbiamo dato un bel segnale perché siamo riusciti, nei primi due anni, a portare un avanzo di 154 milioni sul bilancio della sanità regionale, che è stato reinvestito in strumenti per la diagnostica e in tecnologia, ovvero strumentazioni che pos...…
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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Criteri Critici
Trasporto oncologico, MOM consegna un nuovo mezzo a LILT Treviso Notizie Plus
Trasporto oncologico e supporto ai pazienti: il nuovo impegno di MOM
Trasporto oncologico per il sostegno concreto ai pazienti del territorio trevigiano. È questo il cuore dell’iniziativa presentata nel deposito MOM di via Castellana a Treviso, dove Mobilità di Marca S.p.A. ha consegnato alla Delegazione LILT di Treviso un nuovo mezzo destinato al servizio di accompagnamento dei malati oncologici verso ospedali e strutture sanitarie per cure e terapie.
Il nuovo veicolo sarà utilizzato per garantire continuità a un servizio considerato fondamentale per molte persone che affrontano quotidianamente il difficile percorso della malattia. Il progetto conferma ancora una volta l’attenzione di MOM verso la comunità locale e verso le fasce più fragili della popolazione, attraverso un’attività che da anni rappresenta un punto di riferimento per numerose famiglie del territorio.
La collaborazione tra MOM e LILT Treviso prosegue infatti da tempo grazie alla concessione di mezzi in comodato d’uso gratuito, oltre al sostegno legato alle manutenzioni e alle spese di gestione necessarie per assicurare l’efficienza del servizio. Un aiuto concreto che permette all’associazione di continuare a offrire il trasporto ai pazienti oncologici che devono raggiungere centri medici e strutture specializzate per sottoporsi alle terapie.
MOM e LILT Treviso insieme per la mobilità inclusiva
Nel corso della consegna ufficiale del mezzo, il presidente di Mobilità di Marca S.p.A., Giacomo Colladon, ha sottolineato il valore sociale dell’iniziativa e l’importanza di offrire risposte concrete alle esigenze di mobilità del territorio.
«La nostra missione è dare risposte alle esigenze di mobilità del territorio in cui operiamo. Non tutti i cittadini possono accedere ai servizi di trasporto pubblico e, in particolare, le persone che affrontano un difficile percorso di terapia oncologica hanno spesso bisogno di un supporto dedicato, che non gravi eccessivamente sui familiari», ha dichiarato Colladon.
Il presidente di MOM ha inoltre evidenziato come l’azienda abbia scelto negli anni di mettere in rete risorse e professionalità, non soltanto attraverso la fornitura dei mezzi, ma anche grazie all’impegno di numerosi ex autisti in pensione che continuano a dedicarsi al volontariato e al sociale.
Un modello di collaborazione che si estende anche ad altre realtà associative del territorio, come Auser, impegnata nel trasporto di persone con ridotta capacità motoria. Un impegno che rafforza il ruolo del trasporto pubblico non solo come servizio di mobilità, ma anche come strumento di inclusione sociale e vicinanza alla cittadinanza.
LILT Treviso: “Ogni viaggio è un sostegno concreto”
A evidenziare l’importanza del servizio è stata anche Nella Raisi, presidente di LILT Associazione provinciale di Treviso, che ha ringraziato MOM per il sostegno garantito nel corso degli anni.
«Il supporto di MOM rappresenta per noi un aiuto fondamentale per assicurare continuità ed efficacia al servizio di trasporto dei pazienti oncologici. Ogni viaggio non è solo uno spostamento, ma un sostegno concreto alle persone e alle famiglie che affrontano la malattia», ha spiegato Raisi.
Secondo la presidente della LILT provinciale, la disponibilità di un mezzo dedicato e il supporto costante dell’azienda testimoniano un’attenzione autentica verso il territorio e verso i valori della solidarietà e della vicinanza alle persone in difficoltà.
Il servizio di accompagnamento rappresenta infatti un supporto essenziale per molti pazienti che necessitano di raggiungere con continuità ospedali e centri di cura, spesso affrontando situazioni fisiche e psicologiche particolarmente delicate. Un principio, questo, condiviso e sostenuto anche dall’impegno del dottor Alessandro Gava, Coordinatore regionale Lilt nel Veneto, trevigiano e presente anche lui all’iniziativa presso la Mom.
Trasporto oncologico, un servizio essenziale per il territorio
L’iniziativa conferma il ruolo sempre più centrale del trasporto oncologico all’interno delle politiche di welfare territoriale e di assistenza alla comunità. Garantire ai pazienti la possibilità di raggiungere in sicurezza le strutture sanitarie significa offrire un aiuto concreto non solo alle persone malate, ma anche alle loro famiglie, spesso impegnate quotidianamente nella gestione delle cure.
La collaborazione tra MOM e LILT Treviso si inserisce così in un più ampio percorso dedicato alla mobilità inclusiva, alla responsabilità sociale e al benessere della collettività. Un impegno che punta a rafforzare la rete di sostegno locale attraverso servizi indispensabili e iniziative capaci di migliorare concretamente la qualità della vita dei cittadini.
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Screening oncologici gratuiti: la speranza in più per contrastare i tumori che ha salvato tante vite FoggiaToday - cronaca e notizie da Foggia
L'Asl Foggia, nel 2025, ha superato gli obiettivi definiti dal Ministero della Salute per Livelli Essenziali di Assistenza relativamente ai tre percorsi di screening oncologici gratuiti.
I dati si riferiscono alle percentuali di adesione agli esami per la prevenzione del carcinoma della mammella, del tumore della cervice uterina e del colon retto nella popolazione target.
I risultati confermano il consolidamento delle attività di prevenzione e diagnosi precoce, promosse dal dipartimento di prevenzione e dal centro screening aziendale, attraverso una rete capillare di servizi sul territorio, con il supporto del mammomobile e papmobile.
Carcinoma alla mammella
Per lo screening del carcinoma alla mammella, rivolto alle donne tra i 50 e 69 anni, a fronte dell’obiettivo ministeriale del 40%, l’adesione registrata da Asl Foggia nel 2025 è stata pari al 49%, su 33.056 inviti, con 1.430 casi positivi, vale a dire il 9,09%.
Nel 2024 pari al 51.56%, su 38.560 inviti, con 1.429 casi positivi (7,85%) e nel 2023 pari al 46,36%, su 31.441 inviti, con 1.675 casi positivi (10,26%).
Cervice uterina
Per lo screening del tumore della cervice uterina, rivolto alle donne di età compresa fra 25 e 64 anni, rispetto al target ministeriale del 45%, l’adesione, nel 2025 è stata pari al 48,05%, su 37.755 inviti, con 1.433 casi positivi (7,82%); nel 2024 pari al 40,21%, su 39.621 inviti, con 1.227 casi positivi (6,6%) e nel 2023 pari al 34,89%, su 39.358 inviti, con 525 casi positivi (3,15%).
Colon retto
Per lo screening colon rettale, rivolto a uomini e donne nella fascia d’età 50-69 anni, rispetto all’obiettivo ministeriale del 20%, l’adesione nel 2025 è stata pari al 21,2%, su 73.295 inviti, con 718 casi positivi (4,7%); nel 2024 pari al 20,18% su 72.981 inviti, con 850 casi positivi (5,69%) e nel 2023 pari al 19,98 % su 75.258 inviti, con 1.232 casi positivi (15,32%).
Negli anni 2023 e 2024, Asl Foggia ha recuperato gli inviti rimasti senza riscontro nel periodo pandemico Covid-19, rafforzando le attività di chiamata agli utenti rientranti nelle fasce d’età indicare dal Ministero.
Le azioni della Asl Foggia
In particolare, le azioni della Asl Fg sono state articolate lungo tre direttrici per diffondere la cultura della prevenzione della diagnosi precoce, attraverso campagne di informazione mirate; raggiungere i cittadini nei luoghi di vita e lavoro, superando gli ostacoli logistici e territoriali che impediscono l’adesione e scardinare paure e resistenze legate al possibile esito degli esami che spesso impediscono la partecipazione.
La diagnosi precoce può salvare la vita
“La diagnosi precoce è uno strumento fondamentale per salvare la vita: gli screening consentono di individuare in maniera precoce, eventuali patologie nelle fasi iniziali, prima della comparsa dei sintomi, aumentando in modo significativo la possibilità di cura e migliorando la qualità di vita. Gli screening sono esami gratuiti non invasivi che richiedono pochi minuti, ma che possono fare la differenza, garantendo un futuro di speranza e salute” sottolinea Giuseppina Moffa, direttrice del Dipartimento di Prevenzione-Servizio di Igiene Sanità Pubblica.
Alleanza con istituzioni e imprese
“ La presenza sul territorio dei due mezzi mobili di Asl Foggia e collaborazione con istituzioni locali e realtà private sono elementi decisi per ampliare la partecipazione ai programmi di screening. L’organizzazione condivisa delle tappe del Mammomobile e del Papmobile – prosegue - consente di raggiungere le aree periferiche, come i Monti Dauni e il Gargano, riducendo le diseguaglianze orografiche e favorendo l’accesso nei luoghi di vita, studio e lavoro. Particolare attenzione, inoltre, è stata dedicata all’organizzazione degli screening rivolti alla popolazione detenuta, agli agenti della polizia penitenziaria e al personale della Casa Circondariale di Foggia, così come a tutte le Forze dell’Ordine” aggiunge Elvira Sparacia, coordinatrice Screening oncologici.
La collaborazione con la farmacia
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Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.0/100
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Criteri Critici
FOGGIA SCREENING Screening oncologici: l’ASL Foggia supera oltre gli obiettivi ministeriali LEA Stato Quotidiano
ASL Foggia supera nel 2025 gli obiettivi ministeriali dei LEA per i tre principali programmi di screening oncologico gratuiti dedicati alla prevenzione del carcinoma della mammella, del tumore della cervice uterina e del colon retto. I dati confermano il rafforzamento delle attività di prevenzione e diagnosi precoce coordinate dal Dipartimento di Prevenzione e dal Centro Screening aziendale, anche grazie all’utilizzo del Mammomobile e del Papmobile sul territorio.
Per lo screening del tumore al seno, rivolto alle donne tra i 50 e i 69 anni, l’adesione nel 2025 ha raggiunto il 49%, superando il target ministeriale fissato al 40%. Su 33.056 inviti inviati, sono stati registrati 1.430 casi positivi. Nel 2024 l’adesione era stata del 51,56%, mentre nel 2023 del 46,36%.
Importanti risultati anche per lo screening del tumore della cervice uterina, destinato alle donne tra i 25 e i 64 anni. Nel 2025 la partecipazione è salita al 48,05%, oltre il valore obiettivo del 45%, con 1.433 casi positivi rilevati su 37.755 inviti. Un dato in netta crescita rispetto al 40,21% del 2024 e al 34,89% del 2023.
Per lo screening del colon retto, rivolto a uomini e donne tra i 50 e i 69 anni, ASL Foggia ha superato il target del 20% raggiungendo nel 2025 un’adesione del 21,2%, con 718 casi positivi individuati su oltre 73mila inviti.
Negli ultimi due anni l’azienda sanitaria ha inoltre recuperato gli inviti rimasti inevasi durante il periodo pandemico, rafforzando le attività di chiamata e sensibilizzazione rivolte alla popolazione target.
Le strategie adottate hanno puntato su tre direttrici principali: diffusione della cultura della prevenzione, presenza capillare nei territori e superamento delle paure legate agli esami diagnostici.
“La diagnosi precoce è uno strumento fondamentale per salvare la vita: gli screening consentono di individuare in maniera precoce eventuali patologie nelle fasi iniziali, prima della comparsa dei sintomi, aumentando in modo significativo la possibilità di cura e migliorando la qualità di vita”, sottolinea Giuseppina Moffa, direttrice del Dipartimento di Prevenzione-Servizio di Igiene Sanità Pubblica di ASL Foggia. “Gli screening sono esami gratuiti non invasivi che richiedono pochi minuti, ma che possono fare la differenza, garantendo un futuro di speranza e salute”.
Sulla centralità della rete territoriale interviene anche Elvira Sparacia, coordinatrice degli screening oncologici: “La presenza sul territorio dei due mezzi mobili di ASL Foggia e collaborazione con istituzioni locali e realtà private sono elementi decisi per ampliare la partecipazione ai programmi di screening. L’organizzazione condivisa delle tappe del Mammomobile e del Papmobile consente di raggiungere le aree periferiche, come i Monti Dauni e il Gargano, riducendo le diseguaglianze orografiche e favorendo l’accesso nei luoghi di vita, studio e lavoro”.
Particolare attenzione è stata riservata anche agli screening destinati alla popolazione detenuta, agli agenti della polizia penitenziaria, al personale della Casa Circondariale di Foggia e alle Forze dell’Ordine.
Determinante, inoltre, il supporto delle farmacie del territorio per lo screening del colon retto. “Fondamentale anche la collaborazione con la rete di farmacie presenti sul territorio, per la distribuzione e il ritiro del kit per la ricerca di sangue occulto nelle feci”, evidenzia Giuseppe Stoppino, responsabile scientifico per lo Screening del cancro al colon retto. “Il report epidemiologico conferma che intercettare lesioni pre-cancerose prima dei sintomi consente interventi tempestivi con cure non invasive e maggiori possibilità di cura. Aderire agli screening resta il più importante gesto di responsabilità verso se stessi e i propri cari”.
ASL Foggia ha annunciato che continuerà a investire nella rete di prossimità, nella collaborazione con enti locali e realtà produttive del territorio per rendere sempre più capillari i percorsi di prevenzione oncologica.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
58.5/100
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Criteri Critici
Tor Vergata, paziente di 102 anni operata all'anca: perché il recupero dopo due giorni conta davvero Sbircia la Notizia Magazine
La nostra ricostruzione
La notizia va letta dentro il suo perimetro clinico reale. L'età della paziente resta un elemento eccezionale, ma il cuore del caso sta nel fatto che la chirurgia sia stata inserita in un percorso dedicato alla fragilità ossea, con valutazione del rischio di nuove fratture e programmazione terapeutica dopo l'uscita dall'ospedale.
Perimetro verificato: sono pubblici l'età della paziente, il tipo generale di intervento, la frattura del femore, l'assenza di complicazioni, il ritorno in piedi dopo due giorni, la previsione di dimissione a breve e il successivo trattamento contro l'osteoporosi. Restano riservati i dettagli identificativi della donna e quei dati restano fuori dal racconto.
La sequenza clinica che rende il caso rilevante
La frattura del femore in età molto avanzata cambia rapidamente la qualità della vita perché immobilità, dolore e perdita di autonomia possono alimentarsi a vicenda. Nel caso trattato a Tor Vergata, la risposta ha superato la sola riparazione chirurgica: la sostituzione dell'anca è stata agganciata a una presa in carico orientata al recupero del movimento e alla prevenzione secondaria.
Il passaggio decisivo arriva dopo l'intervento. Rimettere in piedi una paziente di 102 anni dopo due giorni significa avere superato almeno la prima soglia funzionale del post operatorio, sempre nei limiti delle condizioni individuali e delle indicazioni cliniche. La notizia va letta senza promesse di recupero completo: il percorso ha già prodotto un risultato misurabile nel momento più delicato.
Che cosa sappiamo sull'intervento all'anca
Il dato disponibile parla di sostituzione dell'anca dopo frattura del femore. Questa formula identifica un intervento di artroplastica, senza però consentire di specificare pubblicamente quale impianto sia stato usato o quale classificazione anatomica avesse la frattura. La precisione, in un caso clinico, passa anche da ciò che si sceglie di non forzare.
La guida della professoressa Elena Gasbarra è rilevante perché un intervento del genere, su una paziente ultracentenaria, la decisione richiede più di un parametro. La valutazione deve tenere insieme stabilità generale, rischio anestesiologico, qualità dell'osso e obiettivo funzionale realistico. Il fatto che l'operazione sia stata descritta come multidisciplinare colloca il caso nella logica corretta: chirurgia e gestione della fragilità come un unico percorso assistenziale.
Perché il ritorno in piedi dopo due giorni è il dato da leggere meglio
Nel linguaggio comune “in piedi dopo due giorni” può sembrare soltanto una frase efficace. In ortopedia geriatrica ha un significato più concreto: segnala che la fase immediata del recupero è stata impostata verso la mobilizzazione precoce, obiettivo centrale per limitare le conseguenze dell'immobilità negli anziani fragili.
La differenza sta nel modo in cui si misura il successo. L'esito della sala operatoria dice che l'intervento è riuscito senza complicazioni dichiarate. La capacità di rialzarsi dopo due giorni aggiunge un secondo livello: mostra che il paziente è stato portato oltre il letto in una finestra temporale breve, con l'assistenza necessaria e con un piano riabilitativo coerente con la sua età.
Il percorso sulla fragilità ossea pesa quanto il gesto chirurgico
La valutazione della fragilità ossea entra nel cuore della storia. Dopo una frattura del femore, il rischio resta anche dopo l'intervento; resta il problema della qualità dell'osso che ha ceduto e della probabilità di nuovi eventi. Per questo la paziente seguirà una terapia mirata contro l'osteoporosi dopo le dimissioni.
Questa parte della presa in carico impedisce di leggere il caso come un episodio isolato. L'ospedale non ha soltanto riparato il danno acuto, ma ha impostato la fase successiva sulla prevenzione. In una persona di 102 anni, il margine fra recupero e nuova perdita di autonomia può essere stretto; proprio per questo la terapia dopo l'uscita dall'ospedale diventa parte della notizia.
L'età anagrafica da sola non spiega la decisione chirurgica
Il numero 102 colpisce, ma da solo spiega poco il percorso. Una decisione chirurgica in un paziente molto anziano si costruisce sulla valutazione della persona concreta: condizioni generali, livello di fragilità, dolore, possibilità di recupero e rischio legato alla permanenza a letto. Da questa combinazione nasce la scelta clinica, non da una soglia simbolica.
Il caso di Tor Vergata mette in evidenza un principio operativo: l'età estrema aumenta la complessità della valutazione, ma non elimina automaticamente la possibilità di un trattamento attivo. La prudenza resta necessaria perché ogni storia clinica ha variabili proprie; qui il risultato positivo nasce da una selezione e da un'organizzazione che hanno retto la complessità.
Che cosa cambia adesso per la paziente
La fase successiva sarà meno visibile, ma pesa molto. Le dimissioni sono indicate come prossime; dopo l'uscita dal Policlinico Tor Vergata la paziente dovrà proseguire una terapia anti osteoporosi. È il passaggio che traduce il buon esito dell'intervento in protezione futura, con l'obiettivo di ridurre il rischio di altre fratture e preservare la migliore autonomia possibile.
Il punto pratico è la continuità. Un intervento riuscito apre la strada; il recupero dipende anche dall'aderenza al piano terapeutico, dal controllo del dolore, dalla riabilitazione compatibile con le condizioni della paziente e dalla gestione del rischio di cadute. Il caso è favorevole proprio perché il percorso descritto prosegue oltre il momento della sutura.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
53.0/100
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Criteri Critici
ASL Foggia, screening oncologici: nel 2025 superati gli obiettivi ministeriali LEA Foggia Reporter
ASL Foggia, nel 2025, ha superato gli obiettivi definiti dal Ministero della Salute per i LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) relativi ai tre percorsi di screening oncologici gratuiti: i dati si riferiscono alle percentuali di adesione agli esami per la prevenzione del carcinoma della mammella, del tumore della cervice uterina e del colon retto nella popolazione target.
I risultati confermano il consolidamento delle attività di prevenzione e diagnosi precoce, promosse dal Dipartimento di prevenzione e dal Centro Screening aziendale, attraverso una rete capillare di servizi sul territorio, con il supporto del Mammomobile e Papmobile.
Per lo screening del carcinoma alla mammella, rivolto alle donne tra i 50 e 69 anni, a fronte dell’obiettivo ministeriale del 40%, l’adesione registrata da ASL Foggia è stata:
nel 2025 pari al 49%, su 33.056 inviti, con 1.430 casi positivi (9,09%);
nel 2024 pari al 51.56%, su 38.560 inviti, con 1.429 casi positivi (7,85%)
nel 2023 pari al 46,36%, su 31.441 inviti, con 1.675 casi positivi (10,26%).
Per lo screening del tumore della cervice uterina, rivolto alle donne di età compresa fra 25 e 64 anni, rispetto al target ministeriale del 45%, l’adesione è stata:
nel 2025 pari al 48,05%, su 37.755 inviti, con 1.433 casi positivi (7,82%);
nel 2024 pari al 40,21%, su 39.621 inviti, con 1.227 casi positivi (6,6%);
nel 2023 pari al 34,89%, su 39.358 inviti, con 525 casi positivi (3,15%).
Per lo screening colon rettale, rivolto a uomini e donne nella fascia d’età 50-69 anni, rispetto all’obiettivo ministeriale del 20%, l’adesione è stata:
nel 2025 pari al 21,2%, su 73.295 inviti, con 718 casi positivi (4,7%);
nel 2024 pari al 20,18% su 72.981 inviti, con 850 casi positivi (5,69%);
nel 2023 pari al 19,98 % su 75.258 inviti, con 1.232 casi positivi (15,32%).
Negli anni 2023 e 2024, ASL Foggia ha recuperato gli inviti rimasti senza riscontro nel periodo pandemico COVID-19, rafforzando le attività di chiamata agli utenti rientranti nelle fasce d’età indicare dal Ministero.
I risultati ottenuti sono il frutto di un programma di interventi, finalizzato ad ampliare la partecipazione alla prevenzione oncologica.
In particolare, le azioni di ASL Foggia sono state articolate lungo tre direttrici per:
• diffondere la cultura della prevenzione della diagnosi precoce, attraverso campagne di informazione mirate;
• raggiungere i cittadini nei luoghi di vita e lavoro, superando gli ostacoli logistici e territoriali che impediscono l’adesione;
• scardinare paure e resistenze legate al possibile esito degli esami che spesso impediscono la partecipazione.
“La diagnosi precoce è uno strumento fondamentale per salvare la vita: gli screening consentono di individuare in maniera precoce, eventuali patologie nelle fasi iniziali, prima della comparsa dei sintomi, aumentando in modo significativo la possibilità di cura e migliorando la qualità di vita”, sottolinea Giuseppina Moffa, direttrice del Dipartimento di Prevenzione-Servizio di Igiene Sanità Pubblica di ASL Foggia. “Gli screening sono esami gratuiti non invasivi che richiedono pochi minuti, ma che possono fare la differenza, garantendo un futuro di speranza e salute”.
“La presenza sul territorio dei due mezzi mobili di ASL Foggia e collaborazione con istituzioni locali e realtà private sono elementi decisi per ampliare la partecipazione ai programmi di screening”, aggiunge Elvira Sparacia, Coordinatrice Screening oncologici. “L’organizzazione condivisa delle tappe del Mammomobile e del Papmobile – prosegue – consente di raggiungere le aree periferiche, come i Monti Dauni e il Gargano, riducendo le diseguaglianze orografiche e favorendo l’accesso nei luoghi di vita, studio e lavoro. Particolare attenzione, inoltre, è stata dedicata all’organizzazione degli screening rivolti alla popolazione detenuta, agli agenti della polizia penitenziaria e al personale della Casa Circondariale di Foggia, così come a tutte le Forze dell’Ordine”.
“Fondamentale anche la collaborazione con la rete di farmacie presenti sul territorio, per la distribuzione e il ritiro del kit per la ricerca di sangue occulto nelle feci, ai fini dello screening del colon retto”, sottolinea Giuseppe Stoppino, Dirigente Responsabile dell’Unità Operativa Semplice Dipartimentale Endoscopia Digestiva dell’Ospedale di Cerignola e responsabile scientifico per lo Screening del cancro al colon retto. “Il report epidemiologico – sottolinea – conferma che intercettare lesioni pre-cancerose prima dei sintomi, consente interventi tempestivi con cure non invasive e maggiori possibilità di cura. Aderire agli screening resta il più importante gesto di responsabilità verso se stessi e i propri cari”.
ASL Foggia continuerà a investire nella rete di prossimità, nella collaborazione con le Amministrazioni locali e le realtà produttive presenti sul territorio, per potenziare le attività informative e di screening, e garantire un accesso ancora più capillare ai percorsi di prevenzione oncologica.
ASL Foggia Screening oncologici | nel 2025 superati gli obiettivi ministeriali LEA per carcinoma della mammella tumore della cervice uterina e del colon retto - Zazoom Social News
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.0/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
ASL Foggia Screening oncologici | nel 2025 superati gli obiettivi ministeriali LEA per carcinoma della mammella tumore della cervice uterina e del colon retto Zazoom Social News