Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
60.4/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Leucemia pediatrica, l’immunoterapia sostituisce due cicli di chemio: ricadute quasi dimezzate Mondosanità
Curare meglio non significa necessariamente somministrare più farmaci, né aumentare senza misura l’intensità dei trattamenti. È questo il significato dello studio internazionale di fase III AIEOP-BFM ALL 2017, pubblicato il 17 settembre sul New England Journal of Medicine: in bambini e adolescenti con leucemia linfoblastica acuta a cellule B ad alto rischio, sostituire due pesanti blocchi di chemioterapia con due cicli di immunoterapia non ha ridotto l’efficacia della cura, ma ha consentito un controllo migliore della malattia e una netta diminuzione delle complicanze infettive.
Occorre tuttavia evitare una semplificazione. Non si tratta dell’abbandono della chemioterapia, né di una terapia interamente nuova destinata a cancellare quanto è stato fatto finora. Tutti i pazienti avevano già ricevuto le fasi di induzione e consolidamento previste dal protocollo, cioè i trattamenti iniziali necessari a ridurre la malattia e stabilizzare la risposta. La domanda scientifica era più circoscritta: possiamo eliminare due cicli fra i più intensivi senza curare meno? I risultati indicano che, in questa specifica popolazione, ridurre la chemioterapia può significare curare di più.
Lo studio ha coinvolto 709 pazienti appena diagnosticati, nei quali alcune caratteristiche genetiche della leucemia o una risposta insufficiente alle prime cure segnalavano una maggiore probabilità di fallimento terapeutico. Mediante assegnazione casuale, 358 hanno ricevuto blinatumomab e 351 due ulteriori blocchi di chemioterapia ad alta intensità. La randomizzazione, cioè l’attribuzione casuale dei partecipanti ai due gruppi, permette di confrontare le strategie limitando il peso di differenze iniziali e pregiudizi nella selezione. È un punto essenziale, perché la speranza terapeutica diventa progresso soltanto quando viene sottoposta a una verifica rigorosa.
Il blinatumomab agisce in modo diverso dai tradizionali farmaci citotossici. È un anticorpo bispecifico, vale a dire una molecola capace di riconoscere contemporaneamente CD19, presente sulle cellule B leucemiche, e CD3, espresso sui linfociti T. In altre parole, crea un collegamento ravvicinato fra la cellula malata e una cellula del sistema immunitario, affinché quest’ultima possa attaccarla. Il farmaco aveva già mostrato attività nella leucemia pediatrica; la novità consiste nell’averlo impiegato in prima linea per sostituire direttamente una parte della chemioterapia intensiva, anziché riservarlo soltanto alle recidive o alle fasi successive della malattia.
I dati meritano di essere letti con attenzione. Dopo un follow-up mediano di 2,9 anni, la sopravvivenza libera da eventi stimata a quattro anni è risultata pari all’83% nel gruppo trattato con blinatumomab e al 70,3% nel gruppo sottoposto a chemioterapia. L’hazard ratio di 0,51 indica che, durante il periodo osservato, il rischio dell’insieme di eventi considerati — resistenza al trattamento, ricaduta, secondo tumore o morte — è stato inferiore di circa il 49%. Non vi è dubbio che si tratti di una differenza rilevante.
Ma che cosa significa, esattamente, quell’83%? Non è la semplice percentuale di bambini definitivamente guariti. Indica la quota stimata di pazienti rimasta libera dagli eventi stabiliti dal protocollo entro l’intervallo considerato. Anche le recidive sono diminuite: l’incidenza cumulativa stimata a quattro anni è stata dell’11,8% con l’immunoterapia e del 21,4% con la chemioterapia, dunque quasi dimezzata. La sopravvivenza globale era invece già molto elevata in entrambi i gruppi, pari rispettivamente al 93,6% e al 91%. Distinguere fra controllo della malattia, sopravvivenza libera da eventi e guarigione è necessario per non trasformare un risultato importante in una promessa che lo studio, almeno per ora, non può formulare.
La seconda considerazione riguarda il prezzo umano della terapia. Le infezioni correlate al trattamento hanno interessato il 23,9% dei pazienti trattati con blinatumomab, contro il 69,4% di quelli che hanno ricevuto i due blocchi chemioterapici; gli eventi avversi potenzialmente letali sono stati lo 0,5% contro il 4,7%. Per un bambino e per la sua famiglia, la tossicità non è un dato accessorio: significa ricoveri, paura, sofferenza e rischio. Ridurla, quando ciò avviene senza sacrificare l’efficacia, appartiene pienamente al dovere della medicina.
Questo non significa che l’immunoterapia sia priva di pericoli. Gli eventi neurotossici sono stati più frequenti con blinatumomab, il 12% contro il 3,2%, mentre una sindrome da rilascio di citochine di grado almeno 2 — una risposta infiammatoria provocata dall’attivazione immunitaria — è comparsa nell’1,1% dei pazienti che hanno ricevuto il farmaco. Innanzitutto, dunque, occorre riconoscere il vantaggio osservato; in secondo luogo, bisogna sorvegliare le tossicità specifiche; infine, è necessario attendere un follow-up più lungo per valutare pienamente la sopravvivenza e le possibili conseguenze tardive.
Credo che il valore di questo studio risieda proprio nell’equilibrio fra innovazione e metodo. Non propone una novità miracolistica e non dichiara conclusa la ricerca: dimostra, piuttosto, che l’intensità della cura non si misura soltanto dal numero dei farmaci o dalla durezza della chemioterapia. Nei bambini ad alto rischio studiati, togliere una parte del trattamento più aggressivo ha significato ottenere meno recidive, molte meno infezioni e un migliore controllo della leucemia. Curare di più facendo soffrire di meno, quando l’evidenza lo consente, non è soltanto un progresso scientifico: è una responsabilità clinica e un principio di civiltà.
⸻
Schrappe M, Locatelli F, Valsecchi MG, et al. Blinatumomab for Replacing Chemotherapy in Pediatric Acute Lymphoblastic Leukemia. New England Journal of Medicine. 17 settembre 2026;395(11):1075-1089. DOI: 10.1056/NEJMoa2604166. PMID: 42748428.
Link alla pubblicazione
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Analizzare il Dna del tumore per scegliere, caso per caso, la terapia più adatta: è il compito del Molecular tumor board (Mtb) delle Marche, il gruppo multidisciplinare che incrocia dati clinici, patologici e genomici nei casi oncologici più complessi. (ANSA)
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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56.7/100
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Criteri Critici
Tumore al pancreas, promette bene la prima terapia sperimentale sull’uomo con luce laser Nurse Times
Il Chao Family Comprehensive Cancer Center dell’UCI Health (Università della California) sta conducendo una sperimentazione clinica di fase 1, la prima sull’uomo, che utilizza la luce laser per colpire i tumori al pancreas localizzati ma non operabili.
La radiologa dottoressa Nadine Abi-Jaoudeh, esperta di fama nazionale in approcci interventistici per il trattamento dei tumori, dirige l’innovativa sperimenazione clinica, che utilizza il farmaco fotosensibile padeliporfina per distruggere i tumori al pancreas che avvolgono le principali arterie addominali. Una volta che i vasi sono liberi da tumori, i pazienti possono sottoporsi a un intervento chirurgico potenzialmente salvavita.
“Innanzitutto iniettiamo al paziente un farmaco fotosensibile – spiega Abi-Jaoudeh -. Poi inseriamo un palloncino nel vaso sanguigno invaso dal tumore. All’interno del palloncino c’è un laser. Quando lo accendiamo, questo attiva il farmaco, distruggendo il tumore che circonda il vaso”.
Si tratta di uno dei numerosi studi clinici all’avanguardia offerti da UCI Health per il cancro al pancreas, tra cui la terapia innovativa con daraxonrasib, un farmaco unico nel suo genere, recentemente approvato dalla Food and Drug Administration (Fda) statunitense. La pillola, da assumere quotidianamente, agisce bloccando una mutazione proteica che stimola la crescita del tumore.
Tra i tumori più letali
Il cancro al pancreas ha uno dei tassi di sopravvivenza più bassi tra tutti i tumori. Una delle ragioni è che, per il 50% dei pazienti con tumore localizzato (ovvero non metastatico), due terzi non sono candidabili all’intervento chirurgico. Questo accade solitamente perché i tumori avvolgono le principali arterie che irrorano l’addome e l’intervento chirurgico rischierebbe di danneggiare i vasi sanguigni.
Nei risultati preliminari, pubblicati sul Journal of Vascular and Interventional Radiology, Abi-Jaoudeh ha riportato i dati relativi a tre pazienti trattati con la terapia a base di padeliporfina. Da allora altri tre pazienti sono stati sottoposti a terapia a bassa intensità luminosa. Dei sei pazienti totali, in quattro è stato rimosso chirurgicamente il tessuto tumorale residuo, e in tre di questi non è stata riscontrata alcuna evidenza di cellule cancerose ai margini dell’intervento.
“Si tratta di una scoperta significativa, perché i pazienti con tumori localizzati che non possono essere sottoposti a intervento chirurgico hanno tassi di sopravvivenza altrettanto bassi dei pazienti con tumore al pancreas metastatico”, afferma Abi-Jaoudeh, che è anche professore di Radiologia presso la Facoltà di Medicina dell’UC Irvine.
Distruggere i tumori dall’interno verso l’esterno
Il trattamento con luce laser viene somministrato in due sessioni di cinque minuti ciascuna, dopo che ai partecipanti è stato iniettato il farmaco padeliporfina. Successivamente i pazienti devono trascorrere tre giorni in una stanza buia, poiché l’esposizione alla luce potrebbe danneggiare altre aree, come la pelle. Per questo motivo la terapia non è stata utilizzata per trattare aree più estese.
L’illuminazione della padeliporfina provoca una reazione fotochimica all’interno dei vasi sanguigni che distrugge la vascolarizzazione tumorale e, in definitiva, il tumore stesso. Sebbene la distruzione del tessuto inizi immediatamente dopo il trattamento, l’équipe attende due settimane prima di rimuovere chirurgicamente il tessuto tumorale residuo.
Nell’ambito della sperimentazione di fase 1, Abi-Jaoudeh sta testando tre dosi crescenti di irradiazione laser per determinare quella più efficace. Se i risultati continueranno a essere promettenti, spera di ampliare lo studio. “Se riusciremo a confermare l’efficacia di questo approccio, speriamo di passare alle fasi successive della sperimentazione – afferma la dottoressa -. Se approvate per ulteriori test dalla Fda, la fase 2 e la fase 3 prevederebbero la sperimentazione della terapia su un numero significativamente maggiore di pazienti”.
Redazione Nurse Times
Fonte: Uci Health
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Criteri Critici
Leucemia pediatrica ad alto rischio, così l'immunoterapia dimezza le ricadute Il Sole 24 ORE
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La sfida, nella leucemia linfoblastica acuta (Lla) pediatrica ad alto rischio, è trovare il punto di equilibrio tra efficacia delle cure e tossicità. Uno studio internazionale appena pubblicato sul New England Journal of Medicine mostra che quel punto può essere spostato: sostituendo due cicli di chemioterapia intensiva con due cicli di immunoterapia, le ricadute si sono quasi dimezzate e sono diminuiti gli effetti collaterali gravi.
La sperimentazione - che ha coinvolto oltre 100 centri di otto Paesi tra il 2018 e il 2023 - ha riguardato proprio quella quota di pazienti pediatrici che, pur beneficiando degli importanti progressi terapeutici ottenuti nella Lla, presenta un rischio di ricaduta superiore alla media. Oggi, nei Paesi industrializzati, circa il 90% dei bambini con leucemia linfoblastica acuta può ottenere una guarigione a lungo termine. Ma circa un paziente su cinque appartiene a una categoria considerata ad alto rischio e necessita quindi di strategie terapeutiche più mirate.
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È in questo gruppo che i ricercatori hanno sperimentato la sostituzione di due cicli di chemioterapia ad alta intensità con due cicli di immunoterapia a base di blinatumomab. Secondo i risultati dello studio, la nuova strategia ha «quasi dimezzato il numero delle ricadute» e ha ridotto significativamente gli effetti collaterali gravi legati alla chemioterapia intensiva. Il razionale del trattamento è sfruttare direttamente le difese immunitarie del paziente. Il blinatumomab è infatti progettato per mettere in contatto i linfociti T, cellule fondamentali del sistema immunitario, con le cellule leucemiche. In questo modo favorisce il riconoscimento e la distruzione delle cellule tumorali da parte dello stesso sistema immunitario.
Leucemia, l'immunoterapia in prima linea cambia le prospettive
Il risultato ha una particolare rilevanza perché nella Lla pediatrica ad alto rischio l'intensificazione della terapia è stata finora uno degli strumenti utilizzati per prevenire le ricadute. Una maggiore intensità, tuttavia, può comportare una tossicità importante, con effetti collaterali anche gravi e, in alcuni casi, letali. L'obiettivo della strategia testata nello studio è quindi duplice: mantenere il controllo della malattia e ridurre il prezzo biologico delle cure.
«L'obiettivo di questo importante studio era tentare di migliorare ulteriormente le probabilità di guarigione, riducendo per quanto possibile la tossicità delle cure sui bambini e il loro impatto sulle famiglie», spiega Andrea Biondi, direttore scientifico della Fondazione Tettamanti e principal investigator per l'Italia dello studio.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Criteri Critici
Sanità, prioritario eliminare disparità di cura dei minori malati di tumore, i nuovi strandard europei AGR Agenzia di Stampa
Sanità, prioritario eliminare disparità di cura dei minori malati di tumore, i nuovi strandard europei
Sergio Aglietti FIAGOP: La diffusione in Italia dei nuovi Standard europei di cura per bambini e adolescenti affetti da tumore rappresenta uno strumento prezioso per orientare la pratica clinica e ospedaliera nel settore oncologico, ma anche per ridurre le disuguaglianze nell’assistenza sanitaria
Foto di Tung Lam da Pixabay
(AGR) Eliminare le disparità nelle cure dei bambini e degli adolescenti affetti da tumore, contribuendo a creare in tutta Europa un contesto più equo per i giovani pazienti oncologici. E’ questo l’obiettivo degli “European Standards of Care for Children and Adolescents with Cancer”, le nuove linee guida che intendono garantire lo stesso livello di cura ad ogni giovane malato di cancro, indipendentemente dal Paese europeo in cui vive. Questo documento, aggiornato rispetto all’edizione del 2008, è frutto del lavoro dell’European Society for Paediatric Oncology Europe (SIOPE) e della Childhood Cancer International - Europe (CCI-E). Il testo ufficiale è finalmente disponibile anche in lingua italiana grazie alla traduzione curata dalla Federazione Italiana Associazioni Genitori e Guariti Oncoematologia Pediatrica (FIAGOP) con la supervisione dell’Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica (AIEOP), che ne hanno avviato la diffusione a tutte le strutture oncologiche italiane in occasione del Settembre d’Oro, la campagna annuale di sensibilizzazione contro il cancro pediatrico.
Il documento, articolato in undici capitoli per un totale di 130 pagine, è stato scritto da oncologi pediatrici, giovani professionisti e rappresentanti dei pazienti. Affronta gli ambiti fondamentali dell’assistenza, coprendo ogni fase del percorso oncologico, dalla diagnosi al trattamento, dalla sopravvivenza alle cure palliative fino alla collaborazione transfrontaliera. Sette sono i pilastri fondamentali: organizzazione dei reparti ospedalieri e team multidisciplinari, che includano oncologi pediatrici certificati, infermieri specializzati, chirurghi, radioterapisti, psicologi e assistenti sociali; somministrazione dei trattamenti e accesso all'innovazione con diritto di accesso equo a farmaci e terapie di nuova generazione; cure di supporto e gestione dei sintomi con terapia del dolore tramite approcci farmacologici e integrati; supporto psicosociale e riabilitazione con programmi fisioterapici e cognitivi; cure palliative pediatriche sin dalle fasi precoci della malattia e non solo nelle fasi terminali; follow-up a lungo termine e transizione guidata tra il sistema di cure pediatriche a quello per l'età adulta; ruolo dei pazienti e advocacy, con il riconoscimento del ruolo cruciale delle associazioni di genitori e pazienti.
“AIEOP è in linea con le linee guida internazionali: abbiamo costruito una checklist dedicata ai nostri centri”, ha aggiunto la presidente di AIEOP, Angela Mastronuzzi, “che raccoglie e verifica tutti gli elementi essenziali per una cura di qualità, dalle competenze multidisciplinari ai servizi, ai requisiti tecnici e organizzativi necessari per la presa in carico del paziente pediatrico oncoematologico. E’ un lavoro che facciamo al fianco di FIAGOP con un obiettivo chiaro: prenderci cura sempre meglio e accompagnare sempre di più. Perché curare un bambino o un adolescente significa occuparsi della sua intera vita: del tempo della terapia e del tempo lungo del dopo, della scuola, delle relazioni, del suo diventare grande”.
La campagna Settembre d’Oro, sul tema “Accendi d’Oro, Accendi la Speranza 2026”, vedrà FIAGOP e le 33 associazioni aderenti in tutta Italia impegnate in particolare dal 21 al 28 settembre. In grandi città e anche in piccoli centri saranno illuminati di notte con luce dorata importanti monumenti, palazzi storici e luoghi simbolici, allo scopo di “accendere” l’attenzione del grande pubblico e degli stakeholder sui temi dell’oncoematologia pediatrica. Durante la campagna, sarà distribuito al pubblico il “Gold Ribbon”, il famoso nastrino dorato simbolo della lotta al cancro pediatrico. Inoltre, sarà lanciato il progetto “Ti voglio una sacca di bene” per promuovere la donazione di sangue a favore dei giovani malati oncologici, in collaborazione con i principali centri trasfusionali pediatrici sul territorio italiano.
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Leucemia pediatrica ad alto rischio, l’immunoterapia dimezza le recidive. Lo studio che ha coinvolto l’Italia Quotidiano Sanità
Trovare il modo di insegnare al sistema immunitario ad attaccare la leucemia linfoblastica acuta ad alto rischio e di utilizzarlo come alleato per contrastare la patologia leucemica nei bambini e negli adolescenti è possibile: questo è quanto hanno dimostrato i risultati emersi dallo studio AIEOP-BFM ALL 2017, una lunga e complessa sperimentazione clinica internazionale in cui, nei pazienti ad alto rischio di ricaduta, due cicli di chemioterapia ad alta intensità sono stati confrontati con due cicli di immunoterapia. I risultati ottenuti hanno permesso di giungere alla solida conclusione che questa strategia può quasi dimezzare il numero delle recidive e ridurre significativamente gli effetti collaterali gravi della chemioterapia intensiva. I dati emersi nella ricerca sono pubblicati oggi su New England Journal of Medicine.
“Lo studio apre nuove prospettive per i pazienti pediatrici con una forma di leucemia particolarmente difficile da trattare e maggiormente esposta al rischio di ricaduta. In questi pazienti la necessità di prevenire la recidiva ha finora richiesto il ricorso a regimi chemioterapici particolarmente intensivi, che possono determinare effetti collaterali gravi e, in alcuni casi, anche letali”, spiega una nota della Fondazione Tettamanti, che nello studio condotto nell’ambito del network dei centri italiani AIEOP è stato individuato National Coordinating Center.
“Gli schemi di chemioterapia intensiva consentono oggi di ottenere una guarigione a lungo termine in circa il 90% dei bambini affetti da leucemia linfoblastica acuta. Tuttavia, circa un paziente su cinque rientra in una specifica categoria, denominata ad alto rischio perché presenta una probabilità più elevata di recidiva. Nello studio AIEOP-BFM ALL 2017 i ricercatori hanno valutato proprio, in questa categoria di bambini, la possibilità di sostituire una parte della chemioterapia più aggressiva con un trattamento immunoterapico mirato, utilizzando il farmaco blinatumomab”, continua la nota.
Il blinatumomab è un farmaco che, allo scopo di contrastare la leucemia, sfrutta il sistema immunitario del paziente mettendo in contatto diretto i linfociti T, cellule fondamentali delle difese immunitarie, con le cellule leucemiche. Ciò consente alle cellule del sistema immunitario di riconoscere e distruggere più efficacemente le cellule tumorali.
Andrea Biondi, direttore scientifico della Fondazione Tettamanti e principal investigator per l’Italia dello studio AIEOP-BFM ALL 2017, commenta: “L’obiettivo di questo importante studio, a cui hanno partecipato oltre cento centri di ricerca di otto paesi europei ed extraeuropei, era tentare di migliorare ulteriormente le probabilità di guarigione, riducendo per quanto possibile la tossicità delle cure sui bambini e il loro impatto sulle famiglie. Per arrivare a questi risultati è stato fondamentale il lavoro di alto profilo cooperativo svolto, nell’ambito dello studio internazionale, da parte dei centri della rete AIEOP, coordinati per l’area “leucemia linfoblastica acuta” da oltre trent’anni dalla Clinica Pediatrica di Monza (Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori di Monza, Università di Milano-Bicocca) e sostenuti dal Centro di ricerca Tettamanti che, grazie al fondamentale aiuto fornito dalla Fondazione Maria Letizia Verga di Monza, ha potuto sviluppare analisi e trattamenti sempre più precisi e mirati, studi biologici e profilazioni genetiche di alta complessità e valore prognostico, mettendoli a disposizione di tutti i bambini in Italia affetti da leucemia linfoblastica acuta”.
I risultati della sperimentazione pubblicati sul NEJM rafforzano la prospettiva di integrare l’immunoterapia sempre più precocemente ed efficacemente nel percorso terapeutico della leucemia linfoblastica acuta pediatrica. L’obiettivo non è soltanto aumentare le possibilità di guarigione, ma anche limitare le conseguenze immediate e a lungo termine dei trattamenti più aggressivi, attraverso strategie maggiormente selettive e meglio tollerate.
Alla realizzazione dello studio hanno contribuito anche il centro di Oncologia Pediatrica dell’Università di Padova e la Fondazione Città della Speranza di Padova, con una attività di diagnosi e monitoraggio centralizzate delle malattie diagnosticate nei bambini e adolescenti italiani.
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Tumori, dall’università d’Annunzio una scoperta per bloccare le metastasi e potenziare l’immunoterapia Abruzzo Popolare
Tumori, dall’università d’Annunzio una scoperta per bloccare le metastasi e potenziare l’immunoterapia
scritto da Redazione Abruzzo Popolare |
Ci sono nuove armi per prevenire la formazione di metastasi, superare le resistenze alle cure attuali e rendere i trattamenti oncologici sempre più mirati e personalizzati. È questa la prospettiva clinica aperta da due recenti studi internazionali guidati dalla professoressa Emma Di Carlo dell’università degli studi Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara, che individuano nella molecola IL-27p28/IL-30 il carburante utilizzato dai tumori per crescere, nascondersi dal sistema immunitario e diffondersi nell’organismo. La ricerca, condotta nel Dipartimento di Medicina e Scienze dell’Invecchiamento e l’Unità di Anatomia Patologica e Immuno-Oncologia del CAST (Center for Advanced Studies and Technology) della “d’Annunzio”, con il contributo dei ricercatori Cristiano Fieni, Simona Marchetti, Stefania Ciummo, Carlo Sorrentino, le cui competenze complementari hanno permesso l’avanzamento scientifico di questo progetto d’eccellenza, stabilisce un nuovo punto fermo nella lotta ai tumori avanzati. Il primo studio, pubblicato su Biomedicine & Pharmacotherapy (DOI: 10.1016/j.biopha.2026.119183), rivela che l’IL-30 è presente in concentrazioni molto elevate nelle metastasi rispetto ai tumori primari. La molecola agisce disattivando i linfociti T (le “sentinelle” del nostro sistema immunitario) e riducendo la produzione di molecole fondamentali per la risposta antitumorale (come l’interferone-γ e il TNF-α). Inattivare l’IL-30 permetterebbe di “risvegliare” il sistema immunitario e prevenire l’esaurimento dei linfociti T. In futuro, il blocco dell’IL-30 potrà essere combinato con farmaci già in uso (come Opdualag, a base di nivolumab e relatlimab) per aumentarne drasticamente l’efficacia nei pazienti con melanoma metastatico o non operabile. Il secondo studio, pubblicato su Molecular Biomedicine (DOI: 10.1186/s43556-026-00482-9), dimostra come l’IL-30 riprogrammi le cellule del microambiente tumorale (i fibroblasti), spingendole ad agevolare la migrazione delle cellule maligne verso organi bersaglio come il midollo osseo e i polmoni. Per analizzare questo processo, il team ha impiegato piattaforme avanzate di organ-on-a-chip (dispositivi microfluidici che integrano tumori biostampati 3D e analisi multi-omiche), descritte anche sul Journal of Biomedical Science (DOI: 10.1186/s12929-025-01209-8). Questi modelli consentono di studiare la malattia in modo estremamente personalizzato, riducendo al contempo la necessità di ricorrere alla sperimentazione animale. I risultati correnti sono il coronamento di un percorso scientifico pluriennale. Nei test preclinici, il gruppo di ricerca è già riuscito a “spegnere” il gene dell’IL-30 nei modelli animali tramite l’editing genomico CRISPR-Cas9, veicolato per via endovenosa con nanotecnologie. Il trattamento ha dimostrato di frenare la crescita del tumore, bloccare le metastasi e prolungare la sopravvivenza. Attualmente, grazie a una rete di collaborazioni internazionali e al supporto di partner farmaceutici, il team sta lavorando alla traslazione clinica: l’obiettivo è sviluppare una nanomedicina di precisione diretta non solo contro il melanoma e il tumore alla prostata, ma anche contro i sottotipi più aggressivi di tumore al seno (sottotipi HER2-positivi e triplo-negativi).
“I nostri studi – spiega la professoressa Emma Di Carlo, responsabile della ricerca – dimostrano che l’IL-30 gioca un ruolo chiave nel consentire al tumore di eludere le difese immunitarie e di colonizzare organi vitali come ossa e polmoni. Avere individuato questo bersaglio ci permette oggi di guardare a nuove strategie terapeutiche: da un lato, possiamo rendere più efficaci le immunoterapie già in uso per prevenire l’esaurimento dei linfociti T; dall’altro, stiamo lavorando allo sviluppo di una nanomedicina di precisione. L’obiettivo finale – conclude la professoressa Di Carlo– è offrire ai pazienti trattamenti personalizzati capaci di bloccare sul nascere la disseminazione metastatica, specialmente nei tumori a più alta aggressività”.
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Nel trattamento della leucemia linfoblastica acuta in età pediatrica, la chemioterapia intensiva ha permesso negli anni di raggiungere tassi di guarigione elevati. Per una parte dei bambini, tuttavia, il rischio di recidiva rimane significativo e gli effetti collaterali delle cure possono essere impegnativi per la salute e la qualità di vita. In questo contesto si inserisce l’immunoterapia, una strategia che utilizza farmaci mirati per potenziare la risposta del sistema immunitario contro le cellule leucemiche, con l’obiettivo di migliorare gli esiti riducendo al tempo stesso la tossicità delle terapie tradizionali.
Lo studio internazionale Aieop-Bfm All 2017 Un ampio studio internazionale, denominato Aieop-Bfm All 2017, ha valutato l’impatto della sostituzione di due cicli di chemioterapia intensiva con due cicli di immunoterapia in bambini con leucemia linfoblastica acuta ad alto rischio di ricaduta. In Italia lo studio è stato condotto nell'ambito del network dei centri Aieop, che ha individuato nella Fondazione Tettamanti di Monza il National Coordinating Center. Il lavoro ha coinvolto il contributo di oltre cento centri di otto Paesi e i risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine. La ricerca si è concentrata sui pazienti pediatrici appartenenti a una specifica categoria definita ad alto rischio, perché caratterizzata da una probabilità più elevata di recidiva rispetto agli altri bambini con la stessa malattia.
Cosa è emerso sulla riduzione delle recidive Secondo i risultati riportati, sostituire due cicli di chemioterapia intensiva con due cicli di immunoterapia ha migliorato significativamente le prospettive di guarigione nei bambini con leucemia linfoblastica acuta ad alto rischio di ricaduta. La nuova strategia terapeutica ha quasi dimezzato il numero delle ricadute rispetto agli schemi standard di chemioterapia intensiva. Questo dato assume rilievo particolare considerando che gli schemi chemioterapici intensivi disponibili consentono oggi di ottenere una guarigione a lungo termine in circa il 90% dei bambini affetti da leucemia linfoblastica acuta, pur lasciando una quota di pazienti in fascia ad alto rischio che possono andare incontro a recidiva.
Immunoterapia mirata con blinatumomab Nello studio Aieop-Bfm All 2017 i ricercatori hanno valutato, nella categoria di bambini ad alto rischio, la possibilità di sostituire una parte della chemioterapia più aggressiva con un trattamento immunoterapico mirato, utilizzando il farmaco blinatumomab. Blinatumomab appartiene ai farmaci immunoterapici che agiscono in modo selettivo contro le cellule leucemiche. In generale, i trattamenti mirati puntano a colpire specifici bersagli presenti sulle cellule tumorali, risparmiando maggiormente i tessuti sani rispetto alla chemioterapia tradizionale. In ambito pediatrico, l’impiego di queste strategie ha l’obiettivo di mantenere o incrementare le possibilità di guarigione limitando la tossicità a breve e lungo termine.
Meno tossicità rispetto alla chemioterapia intensiva Oltre alla riduzione delle recidive, la nuova impostazione terapeutica ha permesso anche di ridurre gli effetti collaterali gravi associati alla chemioterapia intensiva. La chemioterapia, infatti, pur essendo uno strumento fondamentale nel trattamento delle leucemie, può determinare importanti effetti indesiderati a carico di diversi organi e apparati, che nei bambini assumono particolare rilevanza per la fase delicata di crescita e sviluppo. Ridurre la tossicità delle cure mantenendo alte probabilità di guarigione rappresenta quindi un obiettivo centrale nell’oncoematologia pediatrica. Nello studio, come sottolineato da chi lo ha coordinato per l’Italia, l’intento era proprio quello di migliorare ulteriormente le probabilità di guarigione riducendo, per quanto possibile, la tossicità delle cure sui bambini e il loro impatto sulle famiglie.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Leucemia pediatrica, l’immunoterapia dimezza le ricadute: una svolta per i bambini ad alto rischio insalutenews.it
I risultati dello studio internazionale AIEOP-BFM ALL 2017 hanno dimostrato che sostituire due cicli di chemioterapia intensiva con due cicli di immunoterapia migliora significativamente le prospettive di guarigione nei bambini con leucemia linfoblastica acuta ad alto rischio di ricaduta. La nuova strategia terapeutica ha quasi dimezzato il numero delle ricadute, riducendo contemporaneamente gli effetti collaterali gravi associati alla chemioterapia intensiva. Lo studio, condotto dal 2018 al 2023 dal gruppo cooperativo AIEOP-BFM ALL (sigle indicative di Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica-Berlin-Frankfurt-Münster Group for Acute Lymphoblastic Leukemia), è stato condotto in Italia nell’ambito del network dei centri italiani AIEOP che ha individuato nella Fondazione Tettamanti di Monza il National Coordinating Center. I risultati, ottenuti con il contributo di oltre cento centri di otto Paesi, sono pubblicati sul New England Journal of Medicine
Monza, 17 settembre 2026 – Trovare il modo di insegnare al sistema immunitario ad attaccare la leucemia linfoblastica acuta ad alto rischio e di utilizzarlo come alleato per contrastare la patologia leucemica nei bambini e negli adolescenti è possibile: questo è quanto hanno dimostrato i risultati emersi dallo studio AIEOP-BFM ALL 2017, una lunga e complessa sperimentazione clinica internazionale in cui, nei pazienti ad alto rischio di ricaduta, due cicli di chemioterapia ad alta intensità sono stati confrontati con due cicli di immunoterapia. I risultati ottenuti hanno permesso di giungere alla solida conclusione che questa strategia può quasi dimezzare il numero delle recidive e ridurre significativamente gli effetti collaterali gravi della chemioterapia intensiva.
I dati emersi nella ricerca sono pubblicati oggi sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale New England Journal of Medicine. Lo studio apre nuove prospettive per i pazienti pediatrici con una forma di leucemia particolarmente difficile da trattare e maggiormente esposta al rischio di ricaduta. In questi pazienti la necessità di prevenire la recidiva ha finora richiesto il ricorso a regimi chemioterapici particolarmente intensivi, che possono determinare effetti collaterali gravi e, in alcuni casi, anche letali.
Gli schemi di chemioterapia intensiva consentono oggi di ottenere una guarigione a lungo termine in circa il 90% dei bambini affetti da leucemia linfoblastica acuta. Tuttavia, circa un paziente su cinque rientra in una specifica categoria, denominata ad alto rischio perché presenta una probabilità più elevata di recidiva. Nello studio AIEOP-BFM ALL 2017 i ricercatori hanno valutato proprio, in questa categoria di bambini, la possibilità di sostituire una parte della chemioterapia più aggressiva con un trattamento immunoterapico mirato, utilizzando il farmaco blinatumomab.
Il blinatumomab è un farmaco che, allo scopo di contrastare la leucemia, sfrutta il sistema immunitario del paziente mettendo in contatto diretto i linfociti T, cellule fondamentali delle difese immunitarie, con le cellule leucemiche. Ciò consente alle cellule del sistema immunitario di riconoscere e distruggere più efficacemente le cellule tumorali.
Prof. Andrea Biondi
Andrea Biondi, direttore scientifico della Fondazione Tettamanti e principal investigator per l’Italia dello studio AIEOP-BFM ALL 2017, commenta: “L’obiettivo di questo importante studio, a cui hanno partecipato oltre cento centri di ricerca di otto paesi europei ed extraeuropei, era tentare di migliorare ulteriormente le probabilità di guarigione, riducendo per quanto possibile la tossicità delle cure sui bambini e il loro impatto sulle famiglie. Per arrivare a questi risultati è stato fondamentale il lavoro di alto profilo cooperativo svolto, nell’ambito dello studio internazionale, da parte dei centri della rete AIEOP, coordinati per l’area “leucemia linfoblastica acuta” da oltre trent’anni dalla Clinica Pediatrica di Monza (Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori di Monza, Università di Milano-Bicocca) e sostenuti dal Centro di ricerca Tettamanti che, grazie al fondamentale aiuto fornito dalla Fondazione Maria Letizia Verga di Monza, ha potuto sviluppare analisi e trattamenti sempre più precisi e mirati, studi biologici e profilazioni genetiche di alta complessità e valore prognostico, mettendoli a disposizione di tutti i bambini in Italia affetti da leucemia linfoblastica acuta”.
I risultati della sperimentazione pubblicati sul NEJM rafforzano la prospettiva di integrare l’immunoterapia sempre più precocemente ed efficacemente nel percorso terapeutico della leucemia linfoblastica acuta pediatrica. L’obiettivo non è soltanto aumentare le possibilità di guarigione, ma anche limitare le conseguenze immediate e a lungo termine dei trattamenti più aggressivi, attraverso strategie maggiormente selettive e meglio tollerate.
Lo studio nasce soprattutto dalla pluridecennale collaborazione tra l’AIEOP e il gruppo tedesco Berlin-Frankfurt-Münster Group for Acute Lymphoblastic Leukemia (BFM), co-promotori rispettivamente per l’Italia e per la Germania. Una partnership scientifica già avviata con un primo protocollo internazionale nel 1998, che ha reso l’Italia parte attiva nello sviluppo e nella realizzazione di molti successivi protocolli internazionali di grande rilievo per la cura della leucemia linfoblastica acuta pediatrica.
Per l’Italia AIEOP ha nominato la Fondazione Tettamanti quale National Coordinating Center (NCC). La Fondazione ha assicurato il project management del protocollo, le visite ai centri partecipanti, la farmacovigilanza, la copertura assicurativa, le analisi statistiche e l’analisi dei dati, sostenendo un impegno economico di oltre 1.200.000 euro l’anno.
Alla realizzazione dello studio hanno contribuito anche il centro di Oncologia Pediatrica dell’Università di Padova e la Fondazione Città della Speranza di Padova, con una attività di diagnosi e monitoraggio centralizzate delle malattie diagnosticate nei bambini e adolescenti italiani; le due istituzioni sono in Italia tra quelle maggiormente coinvolte nelle attività cliniche e di ricerca e tra i sostenitori delle sperimentazioni nell’ambito delle leucemie.
Lo studio è stato sostenuto da: Deutsche Krebshilfe, Fondazione AIRC per Ricerca sul Cancro, Fondazione Maria Letizia Verga, Fondazione Tettamanti, Fondazione Città della Speranza, Israel Cancer Association, Chaim Association e Ministero della Salute della Repubblica Ceca. L’attività di ricerca della Fondazione Tettamanti e del suo Centro di ricerca è stata svolta nel contesto della convenzione con la Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori per lo svolgimento di progetti di ricerca congiunti.
La leucemia linfoblastica acuta
Secondo i dati riportati dal Ministero della Salute, in Italia vengono diagnosticati ogni anno circa 1.400 nuovi casi di tumore nei bambini tra 0 e 14 anni, pari a un’incidenza di circa 150 casi per milione. Altri 600-800 nuovi casi si registrano tra i 14 e i 20 anni. Nel complesso la sopravvivenza dei bambini colpiti da tumore è passata da circa il 30% negli anni Sessanta all’80% nell’ultimo decennio. Le leucemie rappresentano una delle principali patologie oncologiche dell’età pediatrica e la leucemia linfoblastica acuta è la forma più frequente nei bambini e negli adolescenti.
La leucemia linfoblastica acuta è un tumore del sangue che prende origine dai progenitori dei linfociti, cellule del sistema immunitario coinvolte nella difesa dell’organismo. La malattia è caratterizzata dalla proliferazione incontrollata di cellule immature, chiamate blasti, che si accumulano nel midollo osseo, nel sangue e, in alcuni casi, in altri organi. Il termine “acuta” indica la rapidità con cui la malattia può progredire in assenza di trattamento. La leucemia linfoblastica acuta può essere di tipo B o T in base alla popolazione di linfociti da cui ha origine.
Gli importanti progressi ottenuti nella terapia della leucemia linfoblastica acuta consentono oggi di ottenere, nei Paesi industrializzati, tassi di guarigione di circa il 90%; ciononostante i pazienti classificati ad alto rischio presentano una maggiore probabilità di ricaduta e necessitano di strategie terapeutiche specifiche e innovative.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Tumore al polmone, presentato il progetto di prevenzione per la Polizia di Stato Prima Brescia
Si tratta di un'iniziativa che rientra nel programma “Care for Caring 3.0 – Ambasciatori della Prevenzione” e nasce dalla collaborazione tra la Questura di Brescia, attraverso il proprio Ufficio Sanitario Provinciale e con il coinvolgimento di professionisti e realtà impegnate nella prevenzione e nella cura delle patologie oncologiche
Tumore al polmone, presentato il progetto di prevenzione per la Polizia di Stato.
Il progetto di prevenzione del tumore al polmone
Questa mattina (giovedì 17 settembre 2026) è stato presentato il progetto “Care for Caring 3.0 – Ambasciatori della Prevenzione” realizzato da Ladies First, grazie al supporto di AstraZeneca, in collaborazione con “ASST Spedali Civili di Brescia” che si rivolge agli appartenenti alla Polizia di Stato e all’Amministrazione Civile dell’Interno. Si tratta di un’iniziativa che rientra nel programma “Care for Caring 3.0 – Ambasciatori della Prevenzione” e nasce dalla collaborazione tra la Questura di Brescia, attraverso il proprio Ufficio Sanitario Provinciale e con il coinvolgimento di professionisti e realtà impegnate nella prevenzione e nella cura delle patologie oncologiche.
Gli intervenuti
Ad aprire i lavori sono stati il Questore della Provincia di Brescia, Paolo Sartori, il Direttore Generale dell’ASST Spedali Civili di Brescia, Luigi Cajazzo, il Dirigente Generale Medico della Polizia di Stato e referente del progetto “Care for Caring 3.0”, Mario Mazzotti, e Monica Caserta, Founder ed Executive Director di “Ladies First S.r.l. – Società Benefit”, la società che ha ideato e coordina il progetto.
La parte scientifica
La parte scientifica dell’incontro ha consentito di approfondire il tema della prevenzione, dei fattori di rischio e dell’importanza della diagnosi precoce.
Sono intervenuti la dott.ssa Giuseppina Ravizzi, Dirigente Responsabile dell’Articolazione DAPSS Area Prevenzione e Responsabile della Funzione Aziendale Home Visiting e Promozione della Salute dell’ASST Spedali Civili di Brescia; la prof.ssa Silvia Novello, Direttore della S.C.D.U. Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria San Luigi Gonzaga, Professore Ordinario di Oncologia Medica presso il Dipartimento di Oncologia dell’Università degli Studi di Torino e Presidente di WALCE – Women Against Lung Cancer APS, e il prof. Salvatore Grisanti, Responsabile della Struttura Semplice Neoplasie Toraciche dell’ASST Spedali Civili – Comprehensive Cancer Center e dell’Università degli Studi di Brescia.
Nel corso dell’evento è stato inoltre trasmesso un videomessaggio della dott.ssa Alessandra Dorigo, Vice President Head of Oncology di AstraZeneca Italia – Azienda impegnata in oncologia che già dal 2024 supporta in modo non condizionante il progetto Care for Caring per la prevenzione del tumore al seno e, da quest’anno, anche del tumore al polmone – e della Dr.ssa Michela Bezzi, Direttore della Pneumologia degli Spedali Civili.
Il progetto prevede un percorso volontario
Una prima fase consiste nella compilazione di un questionario di valutazione del rischio, rivolto in particolare ai fumatori e agli ex fumatori. Le informazioni raccolte saranno sottoposte alla valutazione degli specialisti, che individueranno i soggetti per i quali risulti opportuno suggerire un ulteriore approfondimento. Per le persone considerate a rischio significativo potrà essere proposta una TAC a bassa dose secondo le indicazioni degli specialisti. Laddove indicato, le persone interessate saranno indirizzate ai centri diagnostici e terapeutici di competenza.
L’iniziativa si inserisce nel più ampio impegno della Sanità della Polizia di Stato per la tutela della salute del Personale e punta a trasformare la prevenzione in un gesto concreto ed accessibile, mettendo a disposizione degli operatori strumenti di conoscenza e di diagnosi precoce.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?5
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Leucemia infantile, l’immunoterapia riduce di metà le ricadute Dazebaonews
Lo studio internazionale AIEOP-BFM ALL 2017 dimostra che sostituire due cicli di chemioterapia intensiva con blinatumomab può migliorare le prospettive di cura nei pazienti pediatrici ad alto rischio, limitando anche gli effetti collaterali più gravi
Una nuova strategia terapeutica potrebbe cambiare il trattamento della leucemia linfoblastica acuta pediatrica ad alto rischio. Sostituire due cicli di chemioterapia intensiva con altrettanti cicli di immunoterapia a base di blinatumomab ha infatti ridotto quasi della metà le ricadute, diminuendo contemporaneamente la frequenza degli effetti collaterali gravi.
È quanto emerge dallo studio internazionale AIEOP-BFM ALL 2017, condotto tra il 2018 e il 2023 con la partecipazione di oltre cento centri in otto Paesi europei ed extraeuropei. I risultati, pubblicati sul New England Journal of Medicine, aprono nuove prospettive per i bambini e gli adolescenti affetti da una forma di leucemia particolarmente esposta al rischio di recidiva.
In Italia la sperimentazione è stata realizzata attraverso la rete dell’Associazione italiana di ematologia e oncologia pediatrica, AIEOP, che ha affidato alla Fondazione Tettamanti di Monza il ruolo di Centro nazionale di coordinamento.
Leucemia infantile: immunoterapia al posto della chemio più aggressiva
La leucemia linfoblastica acuta, nota anche con la sigla LLA, è il tumore del sangue più frequente nell’età pediatrica. Grazie ai progressi compiuti negli ultimi decenni, oggi nei Paesi industrializzati circa il 90% dei bambini colpiti può ottenere una guarigione a lungo termine.
Non tutti i pazienti, tuttavia, presentano lo stesso andamento clinico. Circa un bambino su cinque viene classificato nella categoria ad alto rischio, perché alcune caratteristiche biologiche, genetiche o legate alla risposta iniziale alle cure indicano una maggiore probabilità di ricaduta.
Per prevenire la recidiva, questi pazienti sono stati finora sottoposti a regimi chemioterapici particolarmente intensivi. Cure indispensabili, ma associate a un rischio significativo di infezioni, tossicità d’organo e altre complicanze severe, in alcuni casi potenzialmente letali.
Lo studio AIEOP-BFM ALL 2017 ha valutato una possibilità innovativa: eliminare due cicli di chemioterapia ad alta intensità e sostituirli con due cicli di immunoterapia mirata mediante blinatumomab.
Il confronto ha mostrato che questa strategia può quasi dimezzare il numero delle recidive e ridurre in misura significativa le complicanze più gravi legate alla chemioterapia intensiva.
Come funziona il blinatumomab
Il blinatumomab è un anticorpo bispecifico progettato per aiutare il sistema immunitario a riconoscere e distruggere le cellule leucemiche.
Il farmaco agisce come un collegamento tra due diversi tipi di cellule: da una parte intercetta i linfociti T, fondamentali per le difese immunitarie; dall’altra si lega alle cellule tumorali che esprimono sulla propria superficie la proteina CD19, tipica della leucemia linfoblastica acuta di tipo B.
Avvicinando fisicamente i linfociti T alle cellule leucemiche, il blinatumomab facilita l’attivazione della risposta immunitaria contro il tumore. In questo modo il sistema immunitario del paziente diventa parte attiva del trattamento.
La ricerca dimostra quindi che l’immunoterapia non deve essere considerata soltanto come una soluzione per i pazienti che hanno già avuto una ricaduta. Può essere integrata più precocemente nel percorso di cura, sostituendo una parte dei trattamenti chemioterapici più tossici.
Più possibilità di guarigione e minore tossicità
L’importanza dello studio non riguarda esclusivamente la riduzione delle recidive. Uno degli obiettivi principali dell’oncologia pediatrica moderna è infatti aumentare le probabilità di guarigione limitando, nello stesso tempo, gli effetti immediati e tardivi delle terapie.
La chemioterapia intensiva può provocare infezioni severe, danni a diversi organi e conseguenze che possono manifestarsi anche a distanza di anni. Nei bambini, che dopo la guarigione hanno davanti una lunga aspettativa di vita, la riduzione della tossicità rappresenta un risultato clinico particolarmente rilevante.
«L’obiettivo di questo importante studio era tentare di migliorare ulteriormente le probabilità di guarigione, riducendo per quanto possibile la tossicità delle cure sui bambini e il loro impatto sulle famiglie», ha spiegato Andrea Biondi, direttore scientifico della Fondazione Tettamanti e principal investigator italiano della sperimentazione.
Secondo i ricercatori, i risultati rafforzano la possibilità di integrare l’immunoterapia sempre prima e in maniera più efficace nella cura della leucemia linfoblastica acuta pediatrica. La direzione è quella di costruire trattamenti più selettivi e personalizzati, capaci di colpire le cellule tumorali risparmiando maggiormente i tessuti sani.
Una ricerca internazionale coordinata in Italia da Monza
Lo studio nasce dalla collaborazione pluridecennale tra AIEOP e il gruppo Berlin-Frankfurt-Münster per la leucemia linfoblastica acuta, BFM. La partnership scientifica, avviata con un primo protocollo internazionale nel 1998, ha consentito all’Italia di partecipare allo sviluppo di numerosi programmi di ricerca dedicati alla leucemia pediatrica.
La rete italiana dei centri AIEOP è coordinata, per l’area della leucemia linfoblastica acuta, dalla Clinica pediatrica di Monza della Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori e dell’Università di Milano-Bicocca, con il sostegno del Centro di ricerca Tettamanti e della Fondazione Maria Letizia Verga.
La Fondazione Tettamanti, nominata National Coordinating Center per l’Italia, ha curato il project management del protocollo, la farmacovigilanza, le visite presso i centri partecipanti, la copertura assicurativa, le analisi statistiche e l’elaborazione dei dati. L’impegno economico sostenuto ha superato 1,2 milioni di euro l’anno.
Un ruolo importante è stato svolto anche dal Centro di Oncologia pediatrica dell’Università di Padova e dalla Fondazione Città della Speranza, impegnati nelle attività centralizzate di diagnosi e monitoraggio delle leucemie diagnosticate nei bambini e negli adolescenti italiani.
La ricerca è stata sostenuta, tra gli altri, dalla Deutsche Krebshilfe, dalla Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, dalla Fondazione Maria Letizia Verga, dalla Fondazione Tettamanti, dalla Fondazione Città della Speranza, dalla Israel Cancer Association, dalla Chaim Association e dal Ministero della Salute della Repubblica Ceca.
Che cos’è la leucemia linfoblastica acuta
La leucemia linfoblastica acuta è un tumore del sangue che ha origine dai precursori dei linfociti, cellule del sistema immunitario coinvolte nella difesa dell’organismo.
La malattia è caratterizzata dalla proliferazione incontrollata di cellule immature, chiamate blasti, che si accumulano nel midollo osseo e interferiscono con la normale produzione delle cellule del sangue. Possono inoltre diffondersi nel sangue e, in alcuni casi, raggiungere altri organi.
Il termine “acuta” indica la rapidità con cui la malattia può progredire in assenza di cure. In base alla popolazione cellulare da cui ha origine, la leucemia linfoblastica acuta viene distinta principalmente nelle forme di tipo B e di tipo T.
Sintomi come pallore, stanchezza persistente, febbre, infezioni ricorrenti, sanguinamenti, comparsa frequente di lividi e dolori ossei possono essere associati alla malattia, ma non sono specifici. La diagnosi richiede esami del sangue, analisi del midollo osseo e approfondimenti immunologici, molecolari e genetici.
I tumori pediatrici in Italia
Secondo i dati richiamati dalla Fondazione Tettamanti e attribuiti al Ministero della Salute, in Italia vengono diagnosticati ogni anno circa 1.400 nuovi tumori nei bambini tra zero e 14 anni. Altri 600-800 casi interessano adolescenti e giovani tra i 14 e i 20 anni.
Nel complesso, la sopravvivenza dei bambini colpiti da un tumore è passata da circa il 30% negli anni Sessanta a circa l’80% nell’ultimo decennio. Nel caso della leucemia linfoblastica acuta, i tassi di guarigione raggiungono oggi approssimativamente il 90%, anche se rimane più complessa la situazione dei pazienti classificati ad alto rischio.
Proprio per questi bambini, i risultati dello studio AIEOP-BFM ALL 2017 rappresentano un progresso rilevante. Non si tratta di eliminare completamente la chemioterapia, ma di ridurne le componenti più aggressive attraverso l’integrazione di farmaci capaci di mobilitare in maniera mirata il sistema immunitario.
La prospettiva è quella di una cura non soltanto più efficace contro la leucemia, ma anche più sostenibile per il bambino e per la sua famiglia, con meno complicanze e un minore rischio di conseguenze a lungo termine.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
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Roma, "L’evoluzione della cura. Cinquant’anni di innovazione e sostegno alle donne nel trattamento del tumore al seno" FNOMCeO
« Tutti gli Eventi “L’evoluzione della cura. Cinquant’anni di innovazione e sostegno alle donne nel trattamento del tumore al seno”Roma, Palazzo delle Esposizioni24 settembre 2026 Si terrà il 24 settembre 2026 presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma l’evento dal titolo“L’evoluzione della cura. Cinquant’anni di innovazione e sostegno alle donne nel trattamento del tumore al seno”, promosso da ANDOS – Associazione Nazionale Donne Operate al Seno. L’incontro sarà dedicato all’evoluzione della cura e dell’assistenza alle donne con tumore al seno, attraverso un percorso che ripercorre cinquant’anni di innovazione scientifica, terapeutica e organizzativa, con particolare attenzione al ruolo del sostegno e della presa in carico della persona. Evento patrocinato FNOMCeO
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Leucemia linfoblastica acuta pediatrica: l'immunoterapia dimezza le recidive e riduce gli effetti collaterali gravi Corriere della Sera
di Redazione Salute
I risultati dello studio internazionale AIEOP-BFM ALL 2017 dimostrano che sostituire due cicli di chemio intensiva con due cicli di immunoterapia migliora le prospettive di guarigione nei bambini ad alto rischio di ricaduta
Trovare il modo di insegnare al sistema immunitario ad attaccare la leucemia linfoblastica acuta ad alto rischio e di utilizzarlo come alleato per contrastare la patologia leucemica nei bambini e negli adolescenti è possibile: questo è quanto hanno dimostrato i risultati emersi dallo studio AIEOP-BFM ALL 2017, una lunga e complessa sperimentazione clinica internazionale in cui, nei pazienti ad alto rischio di ricaduta, due cicli di chemioterapia ad alta intensità sono stati confrontati con due cicli di immunoterapia. I risultati ottenuti hanno permesso di giungere alla solida conclusione che questa strategia può quasi dimezzare il numero delle recidive e ridurre significativamente gli effetti collaterali gravi della chemioterapia intensiva.
I dati emersi nella ricerca sono pubblicati oggi sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale New England Journal of Medicine.
Lo studio apre nuove prospettive per i pazienti pediatrici con una forma di leucemia particolarmente difficile da trattare e maggiormente esposta al rischio di ricaduta. In questi pazienti la necessità di prevenire la recidiva ha finora richiesto il ricorso a regimi chemioterapici particolarmente intensivi, che possono determinare effetti collaterali gravi e, in alcuni casi, anche letali.
Gli schemi di chemioterapia intensiva consentono oggi di ottenere una guarigione a lungo termine in circa il 90% dei bambini affetti da leucemia linfoblastica acuta. Tuttavia, circa un paziente su cinque rientra in una specifica categoria, denominata ad alto rischio perché presenta una probabilità più elevata di recidiva. Nello studio AIEOP-BFM ALL 2017 i ricercatori hanno valutato proprio, in questa categoria di bambini, la possibilità di sostituire una parte della chemioterapia più aggressiva con un trattamento immunoterapico mirato, utilizzando il farmaco blinatumomab.
Il blinatumomab è un farmaco che, allo scopo di contrastare la leucemia, sfrutta il sistema immunitario del paziente mettendo in contatto diretto i linfociti T, cellule fondamentali delle difese immunitarie, con le cellule leucemiche. Ciò consente alle cellule del sistema immunitario di riconoscere e distruggere più efficacemente le cellule tumorali.
Andrea Biondi, direttore scientifico della Fondazione Tettamanti e principal investigator per l’Italia dello studio AIEOP-BFM ALL 2017, commenta: «L’obiettivo di questo importante studio, a cui hanno partecipato oltre cento centri di ricerca di otto paesi europei ed extraeuropei, era tentare di migliorare ulteriormente le probabilità di guarigione, riducendo per quanto possibile la tossicità delle cure sui bambini e il loro impatto sulle famiglie. Per arrivare a questi risultati è stato fondamentale il lavoro di alto profilo cooperativo svolto, nell’ambito dello studio internazionale, da parte dei centri della rete AIEOP, coordinati per l’area “leucemia linfoblastica acuta” da oltre trent’anni dalla Clinica Pediatrica di Monza (Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori di Monza, Università di Milano-Bicocca) e sostenuti dal Centro di ricerca Tettamanti che, grazie al fondamentale aiuto fornito dalla Fondazione Maria Letizia Verga di Monza, ha potuto sviluppare analisi e trattamenti sempre più precisi e mirati, studi biologici e profilazioni genetiche di alta complessità e valore prognostico, mettendoli a disposizione di tutti i bambini in Italia affetti da leucemia linfoblastica acuta».
I risultati della sperimentazione pubblicati sul NEJM rafforzano la prospettiva di integrare l’immunoterapia sempre più precocemente ed efficacemente nel percorso terapeutico della leucemia linfoblastica acuta pediatrica. L’obiettivo non è soltanto aumentare le possibilità di guarigione, ma anche limitare le conseguenze immediate e a lungo termine dei trattamenti più aggressivi, attraverso strategie maggiormente selettive e meglio tollerate.
Lo studio nasce soprattutto dalla pluridecennale collaborazione tra l’AIEOP e il gruppo tedesco Berlin-Frankfurt-Münster Group for Acute Lymphoblastic Leukemia (BFM), co-promotori rispettivamente per l’Italia e per la Germania. Una partnership scientifica già avviata con un primo protocollo internazionale nel 1998, che ha reso l’Italia parte attiva nello sviluppo e nella realizzazione di molti successivi protocolli internazionali di grande rilievo per la cura della leucemia linfoblastica acuta pediatrica.
Per l’Italia AIEOP ha nominato la Fondazione Tettamanti quale National Coordinating Center (NCC). La Fondazione ha assicurato il project management del protocollo, le visite ai centri partecipanti, la farmacovigilanza, la copertura assicurativa, le analisi statistiche e l’analisi dei dati, sostenendo un impegno economico di oltre 1.200.000 euro l’anno.
Alla realizzazione dello studio hanno contribuito anche il centro di Oncologia Pediatrica dell’Università di Padova e la Fondazione Città della Speranza di Padova, con una attività di diagnosi e monitoraggio centralizzate delle malattie diagnosticate nei bambini e adolescenti italiani; le due istituzioni sono in Italia tra quelle maggiormente coinvolte nelle attività cliniche e di ricerca e tra i sostenitori delle sperimentazioni nell’ambito delle leucemie.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Tumori, una scoperta per bloccare le metastasi e potenziare l'immunoterapia, Salute Italia abruzzoindependent.it
Ci sono nuove armi per prevenire la formazione di metastasi, superare le resistenze alle cure attuali e rendere i trattamenti oncologici sempre più mirati e personalizzati. È questa la prospettiva clinica aperta da due recenti studi internazionali guidati dalla Professoressa Emma Di Carlo dell’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara, che individuano nella molecola IL-27p28/IL-30 il "carburante" utilizzato dai tumori per crescere, nascondersi dal sistema immunitario e diffondersi nell'organismo. La ricerca, condotta nel Dipartimento di Medicina e Scienze dell’Invecchiamento e l’Unità di Anatomia Patologica e Immuno-Oncologia del CAST (Center for Advanced Studies and Technology) della “d’Annunzio”, con il contributo dei ricercatori Cristiano Fieni, Simona Marchetti, Stefania Ciummo, Carlo Sorrentino, le cui competenze complementari hanno permesso l'avanzamento scientifico di questo progetto d'eccellenza, stabilisce un nuovo punto fermo nella lotta ai tumori avanzati. Il primo studio, pubblicato su Biomedicine & Pharmacotherapy (DOI: 10.1016/j.biopha.2026.119183), rivela che l’IL-30 è presente in concentrazioni molto elevate nelle metastasi rispetto ai tumori primari. La molecola agisce disattivando i linfociti T (le "sentinelle" del nostro sistema immunitario) e riducendo la produzione di molecole fondamentali per la risposta antitumorale (come l'interferone-γ e il TNF-α). Inattivare l'IL-30 permetterebbe di "risvegliare" il sistema immunitario e prevenire l'esaurimento dei linfociti T. In futuro, il blocco dell'IL-30 potrà essere combinato con farmaci già in uso (come Opdualag, a base di nivolumab e relatlimab) per aumentarne drasticamente l'efficacia nei pazienti con melanoma metastatico o non operabile. Il secondo studio, pubblicato su Molecular Biomedicine (DOI: 10.1186/s43556-026-00482-9), dimostra come l'IL-30 riprogrammi le cellule del microambiente tumorale (i fibroblasti), spingendole ad agevolare la migrazione delle cellule maligne verso organi bersaglio come il midollo osseo e i polmoni. Per analizzare questo processo, il team ha impiegato piattaforme avanzate di organ-on-a-chip (dispositivi microfluidici che integrano tumori biostampati 3D e analisi multi-omiche), descritte anche sul Journal of Biomedical Science (DOI: 10.1186/s12929-025-01209-8). Questi modelli consentono di studiare la malattia in modo estremamente personalizzato, riducendo al contempo la necessità di ricorrere alla sperimentazione animale. I risultati correnti sono il coronamento di un percorso scientifico pluriennale. Nei test preclinici, il gruppo di ricerca è già riuscito a "spegnere" il gene dell'IL-30 nei modelli animali tramite l'editing genomico CRISPR-Cas9, veicolato per via endovenosa con nanotecnologie. Il trattamento ha dimostrato di frenare la crescita del tumore, bloccare le metastasi e prolungare la sopravvivenza. Attualmente, grazie a una rete di collaborazioni internazionali e al supporto di partner farmaceutici, il team sta lavorando alla traslazione clinica: l'obiettivo è sviluppare una nanomedicina di precisione diretta non solo contro il melanoma e il tumore alla prostata, ma anche contro i sottotipi più aggressivi di tumore al seno (sottotipi HER2-positivi e triplo-negativi).
“I nostri studi - spiega la Professoressa Emma Di Carlo, Responsabile della ricerca - dimostrano che l'IL-30 gioca un ruolo chiave nel consentire al tumore di eludere le difese immunitarie e di colonizzare organi vitali come ossa e polmoni. Avere individuato questo bersaglio ci permette oggi di guardare a nuove strategie terapeutiche: da un lato, possiamo rendere più efficaci le immunoterapie già in uso per prevenire l'esaurimento dei linfociti T; dall'altro, stiamo lavorando allo sviluppo di una nanomedicina di precisione. L'obiettivo finale - conclude la Professoressa Di Carlo - è offrire ai pazienti trattamenti personalizzati capaci di bloccare sul nascere la disseminazione metastatica, specialmente nei tumori a più alta aggressività”.