📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
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Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Oncologo Cappuzzo: "Con tislelizumab centralità immunoterapia in cancro polmone" Adnkronos
La disponibilità di tislelizumab nel cancro al polmone è "un'indicazione importante poiché permette a questo immunoterapico di entrare nella nostra pratica clinica, confermando ulteriormente il ruolo centrale dell'immunoterapia nel trattamento" di questa neoplasia. "Le prospettive evolvono nella misura in cui questo farmaco verrà impiegato non solo per l'attuale indicazione, ma anche in altri ambiti. Mi riferisco in particolare alla prima linea nel tumore al polmone e, soprattutto, alla fase pre-operatoria, che rappresenta oggi la vera rivoluzione nel trattamento di questa patologia". Lo ha detto Federico Cappuzzo, direttore dell'Oncologia medica 2 all'Istituto nazionale tumori Regina Elena di Roma, intervenendo oggi a Milano all'incontro con la stampa organizzato da BeOne per fare il punto sui progressi nella cura dei tumori dello stomaco, dell'esofago e del polmone, in occasione del via libera di Aifa - Agenzia italiana del farmaco al rimborso di tislelizumab anche per il trattamento di queste 3 patologie oncologiche.
"Il farmaco sta dimostrando efficacia in modo trasversale su tutti i pazienti, indipendentemente dalle loro caratteristiche cliniche o biologiche - spiega Capuzzo - Si tratta, dunque, di un'indicazione estesa: la validità del trattamento è confermata da molteplici studi clinici. L'elemento di maggiore rilievo - precisa - è l'impiego sempre più precoce dell'immunoterapia", dato che "è proprio nella gestione della malattia agli stadi iniziali che si registra il punto di utilizzo più significativo per questi farmaci".
GE HealthCare punta sulle soluzioni basate sull'IA per far progredire la medicina di precisione nella radioterapia e negli interventi guidati dalle immagini - MarketScreener Italia
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Criteri Critici
GE HealthCare punta sulle soluzioni basate sull'IA per far progredire la medicina di precisione nella radioterapia e negli interventi guidati dalle immagini MarketScreener Italia
Pubblicato il 12/05/2026 alle 15:00 Contattaci per qualunque richiesta di correzione GE HealthCare Technologies Inc. ha presentato un portafoglio di soluzioni basate sull'intelligenza artificiale progettate per supportare i medici nella radioterapia, nella teranostica e negli interventi guidati dalle immagini. Grazie all'integrazione con le soluzioni di pianificazione del trattamento, iRT automatizza il flusso di lavoro dalla simulazione al piano terapeutico, aiutando i medici a elaborare i programmi in pochi minuti. I primi utilizzatori di iRT hanno ridotto i tempi tra simulazione e pianificazione del trattamento da sette giorni a sette minuti grazie all'integrazione con RayStation di RaySearch Laboratories. Ciò è reso possibile collegando direttamente l'imaging TC alla generazione del piano, poiché i dati vengono trasferiti automaticamente a RayStation per la segmentazione e l'ottimizzazione. Coordinando in modo fluido i flussi di lavoro in un ambiente multi-vendor, iRT è progettato per migliorare la visibilità, ridurre i passaggi manuali e favorire un coordinamento tempestivo delle operazioni. Sistemi sanitari in tutto il mondo hanno implementato iRT, inclusi i primi utilizzatori come l'Università di Debrecen in Ungheria, che sta estendendo l'uso della soluzione all'intero dipartimento di radiologia oncologica e aggiungendo il flusso di lavoro per la teranostica.
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Criteri Critici
"From San Diego to Catanzaro": l’Università Magna Graecia protagonista della ricerca oncologica internazionale Gazzetta del Sud
Aggiungi come fonte la Gazzetta del Sud
Si è concluso con successo il convegno nazionale promosso dall'Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) 2026 dedicato alla ricerca e all’innovazione in oncologia. Un confronto scientifico che ha registrato la partecipazione di esperti nazionali e internazionali. L'Auditorium dell'Università Magna Graecia di Catanzaro è diventato il centro nevralgico del dibattito scientifico internazionale sulla ricerca oncologica, portando nel cuore della Calabria i progressi più avanzati nella lotta contro il cancro. L’evento, fortemente voluto dall’AIOM, dal presidente in carica prof. Massimo Di Maio e dalla presidente in coming prof.ssa Rossana Berardi, e con la partecipazione del presidente della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) prof. Giuseppe Curigliano, si è tenuto immediatamente dopo il congresso annuale organizzato dall'American Association for Cancer Research (AACR). Innovazione e Nuove Frontiere Terapeutiche L’iniziativa dedicata alla ricerca oncologica ha rappresentato un ponte diretto tra la comunità scientifica globale e il territorio calabrese, delineando percorsi e opportunità concrete di trasferimento dei progressi più innovativi della ricerca preclinica.
Le nuove frontiere della terapia oncologica di precisione, il ruolo crescente dell'intelligenza artificiale, le tecnologie di “omica” spaziale, e le piattaforme terapeutiche innovative come quelle basate su anticorpi monoclonali ingegnerizzati e vaccini a mRNA, la ricerca di base e la traslazione clinica, sono stati i temi al centro del congresso caratterizzato da una visione integrata e aggiornata di un settore in rapidissima evoluzione. Eccellenza Accademica e Sinergia Istituzionale Determinante il contributo dei professori Pierosandro Tagliaferri e Pierfrancesco Tassone, docenti di Oncologia Medica dell'Università Magna Graecia, e della sezione regionale dell'Aiom, coordinata dal dott. Salvatore Turano. Una sinergia istituzionale che conferma il ruolo dell'Università Magna Graecia e dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Renato Dulbecco, polo di eccellenza nel panorama scientifico e clinico. La scelta di organizzare il congresso Aiom a Catanzaro non è stata casuale: è stato un riconoscimento al prestigio e alla qualità della ricerca oncologica dell’Ateneo. Allo stesso tempo un segnale preciso del superamento di ogni divario geografico della capacità di innovare. La Calabria quindi protagonista, luogo in cui la conoscenza avanzata viene prodotta e trasferita ai pazienti. Il congresso ha registrato un'ampia partecipazione e ha offerto un importante momento formativo per studenti, specializzandi e dottorandi dell'Ateneo.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
La pillola che ha cambiato la cura del cancro: 25 anni fa arrivava Gleevec Pazienti.it
Nel gennaio del 1995, Mel Mann aveva 37 anni e lavorava come maggiore dell’esercito americano a Detroit. Da mesi soffriva di dolori alla schiena, che attribuiva agli allenamenti. Una risonanza magnetica mostrò invece un problema molto più serio: leucemia mieloide cronica, una forma aggressiva di tumore del sangue.
I medici gli dissero che probabilmente gli restavano circa tre anni di vita. Mann racconta che il primo pensiero fu per la figlia, che all’epoca aveva solo cinque anni. Cominciò così a partecipare a qualsiasi sperimentazione clinica disponibile. Alcuni farmaci sembravano funzionare per qualche mese, poi smettevano di avere effetto.
Con il passare del tempo la situazione peggiorò. Era costantemente stanco, perdeva peso e non riusciva più a recuperare energie nemmeno dopo molte ore di sonno. Fu allora che gli parlarono di un nuovo farmaco sperimentale: quello che sarebbe poi diventato Gleevec.
L’idea che cambiò l’oncologia
Negli anni Settanta l’oncologo Brian Druker iniziò a mettere in discussione il modo tradizionale di trattare il cancro. La chemioterapia colpiva cellule tumorali e cellule sane insieme, spesso con effetti tossici pesanti. Druker pensava che dovesse esistere un approccio diverso.
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La leucemia mieloide cronica offriva un obiettivo preciso. I ricercatori avevano scoperto che molti pazienti possedevano una particolare anomalia genetica chiamata “cromosoma Philadelphia”. Questa mutazione produceva un enzima anomalo che lasciava costantemente attivo il segnale di crescita delle cellule tumorali.
L’idea era semplice solo in teoria: trovare una molecola capace di spegnere quell’interruttore biologico. Molti però erano scettici. Druker si trasferì all’Oregon Health & Science University e iniziò a collaborare con l’azienda farmaceutica che sarebbe poi diventata Novartis. Tra i composti testati ce n’era uno chiamato imatinib. Sarebbe diventato Gleevec.
Questo gene produce una proteina anomala, una tirosina chinasi, che si comporta come un acceleratore incastrato al massimo. Invia costantemente segnali alla cellula ordinandole di moltiplicarsi senza sosta. Prima del Gleevec, cercavamo di fermare l'auto bucando le gomme (la chemioterapia, che danneggia tutte le cellule); con l'Imatinib, abbiamo trovato il modo di sbloccare il pedale dell'acceleratore.
I risultati inattesi nei trial clinici
I primi risultati in laboratorio furono promettenti, ma nessuno sapeva se il farmaco avrebbe funzionato davvero nei pazienti. I trial clinici partirono alla fine degli anni Novanta e coinvolsero solo persone con quella specifica forma di leucemia.
I risultati furono sorprendenti per l’epoca. Nel giro di sei mesi, tutti i pazienti che ricevevano dosi elevate del farmaco mostrarono una risposta positiva al trattamento. Inoltre, gli effetti collaterali erano generalmente molto più lievi rispetto alla chemioterapia tradizionale.
Mel Mann iniziò la terapia sperimentale nell’agosto del 1998. Meno di un anno dopo stava correndo una maratona ad Anchorage, in Alaska.
Nel frattempo, internet e i primi forum online contribuirono a diffondere rapidamente la notizia tra i pazienti oncologici di tutto il mondo, che cercavano di entrare nella sperimentazione.
L’approvazione record e la nascita delle terapie mirate
Nel 2001 la Food and Drug Administration statunitense approvò ufficialmente Gleevec. All’epoca fu una delle approvazioni più rapide mai registrate: appena 72 giorni.
Il farmaco riusciva a bloccare l’enzima anomalo responsabile della crescita incontrollata dei globuli bianchi, permettendo ai valori del sangue di tornare normali in molti pazienti.
Secondo gli esperti, Gleevec aprì la strada all’era delle cosiddette terapie mirate, cioè farmaci progettati per colpire specifici meccanismi biologici del tumore invece di attaccare indiscriminatamente tutte le cellule in divisione.
Oggi esistono oltre 100 farmaci oncologici mirati, sviluppati seguendo quello stesso principio.
Un farmaco rivoluzionario, ma molto costoso
Quando arrivò sul mercato, Gleevec costava circa 26.000 dollari all’anno, una cifra considerata enorme per l’epoca. Negli anni successivi il prezzo aumentò ulteriormente, alimentando il dibattito sui costi dei farmaci innovativi e sull’accesso alle cure.
Oggi il farmaco è disponibile in versione generica e costa molto meno, rendendo il trattamento più accessibile. Nel frattempo, molti pazienti che un tempo ricevevano una diagnosi quasi senza speranza hanno continuato a vivere per decenni. Alcuni hanno avuto figli, nipoti, lauree e una vita considerata normale.
Mel Mann oggi ha 69 anni. Dopo la diagnosi ricevuta nel 1995, ha visto crescere sua figlia, è tornato all’università e vuole ancora correre la maratona di Boston.
Per Brian Druker, vedere alcuni dei primi pazienti del trial ancora vivi dopo 25 anni resta uno degli aspetti più significativi della sua carriera. Molti di loro, racconta, hanno potuto assistere a matrimoni, nascite e traguardi che pensavano di non vedere mai.
FONTI:
NPR - How a pill approved 25 years ago transformed cancer treatment
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Cancro al polmone, all’Aou di Sassari esperti a confronto su diagnosi precoce e medicina di precisione insalutenews.it
Da sin: Carlo Putzu e Giovanni Maria Fadda
Sassari, 12 maggio 2026 – La diagnosi precoce, la corretta stadiazione della malattia e la medicina di precisione rappresentano oggi elementi fondamentali nella cura del tumore del polmone. Saranno questi i temi al centro del convegno “Ottimizzazione del prelievo bioptico e gestione integrata del NSCLC”, in programma il prossimo 13 maggio nella sala riunioni del 7° piano dell’ospedale Santissima Annunziata di Sassari e organizzato dagli oncologi Giovanni Maria Fadda e Carlo Putzu della Oncologia medica diretta da Alessio Cogoni.
L’iniziativa riunirà specialisti provenienti da diversi ambiti disciplinari per approfondire il ruolo dell’EBUS (Endobronchial Ultrasound), ovvero l’ecografia endobronchiale, una metodica diagnostica avanzata e minimamente invasiva che consente di esaminare le vie aeree e le strutture adiacenti, come linfonodi e lesioni mediastiniche, permettendo prelievi mirati e una stadiazione sempre più accurata del tumore del polmone.
Il convegno sarà dedicato in particolare al NSCLC (acronimo inglese di Non-Small Cell Lung Cancer), ovvero il carcinoma polmonare non a piccole cellule, che rappresenta circa l’85-90 per cento di tutte le neoplasie polmonari. Una patologia che richiede un approccio multidisciplinare integrato, fondato sulla qualità dei campioni bioptici e sulla possibilità di effettuare una corretta profilazione molecolare per definire le strategie terapeutiche più appropriate.
“Oggi il trattamento del tumore del polmone richiede un livello sempre più elevato di integrazione tra diagnostica avanzata, anatomia patologica, profilazione molecolare e approccio terapeutico personalizzato – sottolineano i dirigenti medici dell’Oncologia medica dell’Aou di Sassari, Giovanni Maria Fadda e Carlo Putzu, responsabili scientifici dell’evento formativo – L’EBUS rappresenta uno strumento fondamentale per ottenere campioni adeguati e garantire una stadiazione accurata della malattia. L’obiettivo dell’evento è condividere esperienze, competenze e modelli organizzativi multidisciplinari che consentano di migliorare ulteriormente la presa in carico del paziente nell’era della medicina di precisione”.
L’evento, articolato tra sessioni teoriche, attività pratiche live in sala endoscopica e discussione di casi clinici, offrirà un aggiornamento sulle più recenti tecniche ecoendoscopiche e sulle migliori pratiche diagnostiche e terapeutiche, con particolare attenzione all’ottimizzazione del prelievo bioptico, alla gestione del campione e al ruolo della ROSE (Rapid On Site Evaluation), metodica che consente una valutazione immediata dell’adeguatezza del materiale prelevato.
Il convegno vedrà la partecipazione non solo degli specialisti dell’Aou di Sassari, ma anche di eccellenze nazionali provenienti da centri di riferimento italiani di elevata specializzazione, tra cui Rocco Trisolini, Alessandra Cancellieri, Alessandro Giuseppe Fois, Antonio Cossu e Angelo Minucci, con l’obiettivo di favorire il confronto multidisciplinare e la condivisione delle più avanzate esperienze cliniche e diagnostiche nel campo della pneumologia interventistica e dell’oncologia toracica.
L’evento formativo, accreditato ECM presso Agenas, è rivolto a medici chirurghi delle discipline di malattie dell’apparato respiratorio, anatomia patologica, chirurgia toracica, oncologia, radioterapia e radiologia.
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Lo screening del colon-retto resterà coperto dalle casse malati Ticinonline
BERNA - Lo screening del tumore al colon-retto continuerà a essere una prestazione coperta dalle casse malati anche con l’introduzione della nuova struttura tariffale ambulatoriale. Le parti coinvolte hanno raggiunto un accordo in tal senso, garantendo la prosecuzione dei programmi organizzati e controllati di prevenzione e diagnosi precoce in Svizzera. Già nel novembre 2025 Swiss Cancer Screening, le società mediche specialistiche, le comunità d’acquisto degli assicuratori malattia e l’associazione prio.swiss avevano definito un nuovo contratto per lo screening del tumore al seno. Ora soluzioni analoghe sono state trovate anche per il colon-retto, come comunicato martedì. La Lega svizzera contro il cancro ha accolto positivamente l’intesa, ricordando che ogni anno in Svizzeracirca 4600 persone si ammalano di tumore al colone 1600 muoiono a causa della malattia. I metodi attuali permettono di individuare il tumore e le sue fasi precoci già prima della comparsa dei sintomi. Alla base delle trattative vi è la nuova struttura tariffale ambulatorialeentrata in vigore il 1° gennaio, composta dalla tariffa per singole prestazioni Tardoc e da tariffe forfettarie. Il nuovo accordo stabilisce che le prestazioni nei settori della medicina di base, della gastroenterologia e della patologia siano fatturate tramite Tardoc, mentre per il test del sangue occulto nelle feci resta una tariffa forfettaria. Per la popolazione non cambia nulla: le offerte di screening restano invariate e accessibili come prima agli assicurati, e le prestazioni terapeutiche nell’ambito dei programmi possono continuare a essere usufruite senza franchigia. La decisione arriva mentre cresce l’attenzione sul fenomeno dell’aumento dei casi tra i più giovani, evidenziato da uno studio dell’Università di Ginevra pubblicato in aprile. L’incremento tra le fasce più giovani contrasta con il calo registrato tra gli over 50, attribuito all’efficacia dei programmi di diagnosi precoce. Tra le possibili cause dell’aumento figurano cambiamenti nell’alimentazione e nell’attività fisica.
Cancro ai polmoni, arriva in ospedale con il destro collassato: salvato anche senza la chirurgia, un successo che conferma l'eccelenza... - Corriere Adriatico
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Cancro ai polmoni, arriva in ospedale con il destro collassato: salvato anche senza la chirurgia, un successo che conferma l'eccelenza... Corriere Adriatico
ASCOLI- Arriva in ospedale con un collasso completo del polmone ma i dottori scelgono di non operarlo e si salva: eseguita una complessa broncoscopia all'ospedale ‘Mazzoni’ di Ascoli, su un paziente oncologico di 69 anni, dall’équipe guidata da Vittorio D’Emilio. Sono circa 800 le broncoscopie che vengono effettuate annualmente al nosocomio Ascoli
APPROFONDIMENTI LA SANITÀ Monte San Martino resta senza medico. I pazienti costretti ad andare a Sarnano. L’Ast: «Al lavoro per una soluzione definitiva» LA SANITÀ Liste d’attesa a Fermo, il balzo: prestazioni aumentate. Resta il nodo dei tempi. Ad aprile aumentati sia esami che visite rispetto allo stesse mese del 2025 LA SANITÀ Nuovi contratti a tempo determinato: la risposta dell'Ast di Ascoli per far fronte alle ferie estive. Maraldo: «Lo avevamo detto e lo abbiamo fatto» LA SANITÀ Plasmagate, Dipartimento trasfusionale di Torrette in crisi: perdite per mezzo milione e obiettivi sanitari non raggiunti LA SANITA' Liste d’attesa nelle Marche, c’è il nuovo sistema: 20mila posti in più ogni mese. Ecco come
Complessa procedura interventistica, nei giorni scorsi, all’ospedale ‘Mazzoni’, ad opera dell’unità operativa di pneumologia dell’Ast di Ascoli. L’équipe del reparto guidata da Vittorio D’Emilio ha eseguito, su un paziente di 69 anni con tumore del polmone in stadio avanzato e con collasso polmonare completo, una broncoscopia rigida per mezzo della quale gli è stato posizionato uno stent bronchiale che ha permesso il ripristino della respirazione senza intervenire chirurgicamente.
Il caso
L’uomo, arrivato al nosocomio ascolano con collasso completo del polmone destro da ostruzione totale del bronco principale, è stato sottoposto a Tac attraverso la quale i medici hanno diagnosticato un’invasione neoplastica del mediastino con coinvolgimento della trachea distale. “Un quadro clinico – evidenzia il dottor D’Emilio - che escludeva qualsiasi approccio chirurgico. Da lì la decisione di portare il paziente in sala endoscopica dove, senza alcuna incisione, l’équipe medica della pneumologia interventistica ha eseguito una broncoscopia rigida, il trattamento del tessuto tumorale tracheale con argon plasma e la rimozione meccanica endoscopica. Quindi è seguito il posizionamento di una protesi tracheobronchiale autoespandibile a tutela del polmone sinistro residuo. Il paziente è stato estubato e stabilizzato al termine della procedura”.
Nuovi interventi medici
La pneumologia interventistica dell’Ast di Ascoli opera direttamente all’interno dell’albero tracheobronchiale attraverso tecniche endoscopiche avanzate (broncoscopi rigidi, coagulazione ad argon plasma, protesi delle vie aeree, biopsie ecoguidate) eseguendo procedure che un tempo richiedevano la chirurgia toracica aperta.
Il tumore ai polmoni
“Il tumore del polmone – continua D’Emilio - è la prima causa di morte oncologica in Italia negli uomini, con circa 44.000 nuovi casi annui. La diagnosi tardiva rimane il problema principale: la maggior parte dei pazienti arriva infatti allo stadio avanzato, rendendo il controllo endoscopico delle vie aeree centrali spesso l’unico strumento per mantenere condizioni respiratorie compatibili con le terapie oncologiche. L’endoscopia toracica dell’ospedale Mazzoni esegue circa 800 procedure broncoscopiche annue, con circa 150 nuove diagnosi di tumore polmonare, complete di caratterizzazione molecolare per la terapia personalizzata”.
Il direttore della Ast di Ascoli
“Voglio sottolineare l’importanza – conclude il direttore generale dell’Ast di Ascoli, Antonello Maraldo – di procedure come questa, praticata dal dottor D’Emilio e dalla sua équipe, che appartengono alla competenza di strutture di livello superiore. Anche in questo caso abbiamo dimostrato che l’Ast picena non è inferiore a nessuna realtà di pari dimensione e che, anzi, aspira a essere attratta dai livelli più alti”
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Tumore colon-retto, chirurgia robotica riduce del 35% lo stress post-operatorio Doctor33
Ridurre del 35% lo stress infiammatorio dopo un intervento per tumore del colon-retto grazie alla chirurgia robotica. È il risultato emerso dallo studio multicentrico italiano ESSIMIC, pubblicato sulla rivista Scientific Reports e coordinato da Marco Milone, professore associato di chirurgia generale dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e vicepresidente dell’Italian Club of Robotic Surgery. Secondo i dati della ricerca, la tecnologia robotica consente di ridurre in modo significativo la risposta infiammatoria post-operatoria rispetto alla laparoscopia tradizionale, con possibili benefici sul recupero e sul rischio di complicanze. Lo studio ha coinvolto 314 pazienti operati in sette centri italiani di eccellenza: 161 sottoposti a chirurgia robotica e 153 a laparoscopia tradizionale. L’analisi ha evidenziato una marcata riduzione dei livelli di Interleuchina-6 (IL-6) e TNF-α, due marcatori associati allo stress chirurgico e alla risposta infiammatoria dell’organismo. Nel dettaglio, l’aumento della IL-6 nelle 24 ore successive all’intervento è stato del 478% nei pazienti operati con il robot contro il 730% registrato nella laparoscopia tradizionale. Ancora più netta la differenza relativa al TNF-α: +15,57% con la chirurgia robotica rispetto al +47,58% osservato con la laparoscopia. “L’intervento chirurgico rappresenta comunque un trauma per l’organismo, che reagisce attivando una cascata di segnali infiammatori”, spiega Milone. “Abbiamo dimostrato che il sistema robotico consente una chirurgia più accurata e meno traumatica, con livelli di citochine significativamente inferiori nel post-operatorio”. Secondo i ricercatori, i benefici risultano particolarmente evidenti nei pazienti obesi e nei casi più complessi dal punto di vista anatomico, come gli interventi nel distretto pelvico. La tecnologia robotica, grazie alla visione tridimensionale e agli strumenti articolati che replicano i movimenti del polso umano, permetterebbe infatti una maggiore precisione e delicatezza rispetto alla laparoscopia standard. Oltre all’Università Federico II di Napoli, hanno partecipato allo studio anche Istituto Europeo di Oncologia, Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione G. Pascale, Università degli Studi di Perugia, Università degli Studi di Torino, Università Politecnica delle Marche e Ospedale Cardarelli. Gli algoritmi relativi alla medicina di emergenza rappresentano una risorsa fondamentale per i professionisti sanitari che, ciascuno nel proprio ambito... L’impatto dell’Intelligenza Artificiale (AI) e dei Big Data nel settore sanitario è innegabile. L’AI sta rivoluzionando la scoperta di farmaci, la... Edra, sempre attenta a garantire una formazione completa e adeguata alle esigenze del sistema salute, ha progettato il nuovo corso... Introdurre la Medicina Narrativa nella progettazione dei percorsi di cura. Integrare la narrazione nel sistema cura e nel sistema persona... Inserisci le tue chiavi di accesso
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Batteri intestinali e tumore del colon: un enzima migliora la risposta all’immunoterapia Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi
Roma, 12 maggio 2026 (Agenbio) – Il microbioma intestinale sta diventando un elemento sempre più importante nella comprensione e nel trattamento del tumore del colon-retto, soprattutto per quanto riguarda la risposta all’immunoterapia. Un nuovo studio indica che la presenza del batterio Faecalibacterium prausnitzii nell’intestino è associata a una maggiore sopravvivenza nei pazienti e a una migliore efficacia delle terapie oncologiche. Analizzando dati clinici e modelli sperimentali, i ricercatori hanno osservato che alcune componenti prodotte da questo batterio sono in grado di rallentare la crescita tumorale e di rafforzare la risposta del sistema immunitario contro il cancro. In particolare, è stato identificato un enzima batterico capace di rendere le cellule tumorali più “visibili” al sistema immunitario, riducendo i meccanismi con cui il tumore normalmente riesce a nascondersi e a sfuggire all’attacco delle cellule T. Nei modelli sperimentali, questo effetto ha portato a un potenziamento della risposta immunitaria e a un migliore controllo della crescita tumorale, soprattutto quando combinato con i farmaci immunoterapici già utilizzati in clinica. Nel complesso, i risultati suggeriscono che il microbioma intestinale non sia solo un elemento di contorno, ma un vero e proprio modulatore della risposta ai trattamenti oncologici, aprendo la strada a nuove strategie terapeutiche che integrino microbiota e immunoterapia. (Agenbio) Emanuela Birra 12:00
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Tumori, l'immunoterapia avanza: cure per esofago e stomaco, oltre al polmone Il Sole 24 ORE
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La diagnosi precoce, si sa, è un obiettivo fondamentale per ottenere i migliori risultati in oncologia. Ma non sempre è possibile. Addirittura ci sono forme neoplastiche che purtroppo vengono riconosciute spesso in fase avanzata, come accade per gli organi delle prime vie digerenti, ed in particolare esofago e stomaco, o per il polmone. Per questo appare sicuramente importante per i pazienti poter disporre di nuovi approcci terapeutici che, in casi indicati per le caratteristiche cellulari, possono modificare la traiettoria di salute e la sopravvivenza di chi affronta patologie oncologiche così complesse. Ed è in questa logica che va accolta una buona notizia: l'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato la rimborsabilità di tislelizumab, farmaco immunoncologico, in queste tre forme tumorali.
Le indicazioni, con appropriatezza legata anche alle caratteristiche dei biomarcatori, sono ovviamente diverse: il trattamento è indicato in combinazione a chemioterapia nella prima linea di trattamento per esofago e stomaco, e da solo in seconda linea per esofago e polmone (in questo caso si parla di tumore non a piccole cellule, ovvero la forma di gran lunga più diffusa).
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Il valore dell'immunoterapia nel trattamento del tumore dell'esofago
Il carcinoma esofageo colpisce ogni anno circa 2.350 persone in Italia. L'approvazione del farmaco da parte di AIFA è in combinazione con chemioterapia per il trattamento di prima linea di pazienti con carcinoma a cellule squamose dell'esofago non resecabile, localmente avanzato o metastatico, con particolari caratteristiche dell'espressione di PD-L1. “Il consumo di alcol e l'abitudine al fumo di sigaretta sono strettamente connessi alla forma squamosa, la più frequente – spiega Filippo Pietrantonio, Responsabile dell'Oncologia medica gastroenterologica alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano -. I due fattori di rischio si potenziano a vicenda con un effetto sinergico, tanto che la probabilità di ammalarsi aumenta fino a 100 volte in chi beve e fuma. In troppi pazienti, pari a circa due terzi, la malattia è individuata in stadio già avanzato, non più operabile. E sono persone molto fragili, spesso colpite anche da altre malattie”. In presenza del biomarcatore PD-L1, la combinazione di tislelizumab più chemioterapia ha mostrato un beneficio davvero impressionante, perché ha quasi raddoppiato la sopravvivenza globale nel confronto con la sola chemioterapia. Non solo: AIFA ha approvato tislelizumab anche in monoterapia per pazienti con carcinoma squamoso dell'esofago non resecabile, localmente avanzato o metastatico, dopo precedente chemioterapia.
La presa in carico del paziente con carcinoma gastrico
Nel 2025, in Italia, sono stati stimati 12.370 nuovi casi di carcinoma dello stomaco: purtroppo meno del 20% è individuato in fase iniziale, per cui solo quasi un terzo dei pazienti sopravvive a cinque anni. Per il tumore gastrico il farmaco è stato approvato in combinazione con chemioterapia per il trattamento di prima linea di pazienti con adenocarcinoma gastrico o della giunzione gastroesofagea HER2-negativo, non resecabile, localmente avanzato o metastatico, i cui tumori esprimono PD-L1 con particolari caratteristiche. “Gli adenocarcinomi gastroesofagei, in fase avanzata o metastatica, hanno ricevuto lo stesso trattamento sistemico con la chemioterapia e per oltre 20 anni non ci sono stati reali progressi, soprattutto nelle forme che non esprimono la proteina HER2 – riprende l'esperto -. Lo scenario sta cambiando grazie all'immunoterapia e la disponibilità di tislelizumab in prima linea amplia le opportunità di cura.
L'immunoterapia è più efficace quando un biomarcatore, la proteina PD-L1, è espresso a livelli elevati. È quindi necessario, al momento della diagnosi di malattia avanzata, determinarne immediatamente il livello di espressione”. I passi avanti nelle terapie per questa patologia, peraltro, non rendono meno importanti per i pazienti modelli di gestione integrata che prendano in considerazione la globalità della situazione, a partire dall'aspetto nutrizionale. “Anche la presa in carico delle persone con tumore dello stomaco richiede, a partire dalla diagnosi, un approccio multidisciplinare – spiega Claudia Santangelo, Presidente di ‘Vivere Senza Stomaco, Si Può ODV' –. Si stima che circa il 50% dei pazienti colpiti da carcinoma gastrico sia malnutrito, condizione che determina gravi conseguenze, come ridotta tolleranza alle terapie, peggiore sopravvivenza e minore qualità di vita. Per questo, è fondamentale che siano sempre offerti al paziente una valutazione dello stato nutrizionale e piani dietetici da parte dei nutrizionisti, che devono essere inclusi nel team multidisciplinare”.
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ERHA, l’Italia accelera la cura dei tumori: dalla Puglia nasce il primo acceleratore lineare di protoni al mondo Mondosanità
Presentato alla Mediterranea School di Bari il sistema innovativo sviluppato da LinearBeam e Gruppo ITEL: una nuova frontiera della protonterapia pronta a entrare nella pratica clinica
Una tecnologia destinata a cambiare il futuro della lotta contro il cancro nasce in Italia, e precisamente in Puglia. Si chiama ERHA – Enhanced Radiotherapy with Hadrons ed è il primo acceleratore lineare di protoni al mondo progettato per uso clinico. Un’innovazione che promette di rivoluzionare la protonterapia, offrendo trattamenti oncologici più precisi, meno invasivi e particolarmente efficaci anche in ambito pediatrico.
Il nuovo sistema è stato presentato il 16 aprile scorso durante la Mediterranea School organizzata da Motore Sanità a Bari, nell’ambito della Tavola Rotonda dal titolo “La protonterapia di terza generazione. Il caso italiano del sistema ERHA: nasce in Puglia il primo acceleratore lineare di protoni per uso clinico”, realizzata con il contributo incondizionato del Gruppo ITEL.
Sviluppato nei laboratori di ricerca e sviluppo di LinearBeam, spin-off del Gruppo ITEL con sede in Puglia, ERHA rappresenta una svolta tecnologica nel campo della radioterapia oncologica. A differenza dei sistemi oggi presenti sul mercato, basati su acceleratori circolari, ERHA utilizza un acceleratore lineare di protoni, una scelta ingegneristica che apre scenari completamente nuovi.
“Stiamo parlando di una macchina pronta per essere traghettata nell’uso clinico, quindi per entrare in clinica”, ha dichiarato Leonardo Diaferia durante l’evento barese. “Rispetto alle tecnologie esistenti, ERHA ha peculiarità completamente diverse perché è nativamente diversa: non accelera lungo percorsi circolari, ma lungo una linea retta”.
Una differenza tecnica che si traduce in vantaggi concreti per medici e pazienti. Il sistema, infatti, consente una maggiore manovrabilità del fascio protonico, dimensioni più contenute dell’impianto e soprattutto una precisione elevatissima nell’erogazione della dose terapeutica. Elementi che potrebbero rendere la protonterapia più accessibile, efficiente e sostenibile per le strutture sanitarie.
Particolarmente significativo è il potenziale impatto in oncologia pediatrica. La protonterapia, già considerata una delle tecniche più avanzate per colpire i tumori risparmiando i tessuti sani circostanti, con ERHA potrebbe compiere un ulteriore salto di qualità, riducendo gli effetti collaterali e migliorando la qualità di vita dei piccoli pazienti.
L’Italia si candida così a diventare protagonista mondiale in un settore ad altissimo contenuto scientifico e tecnologico. La nascita di ERHA dimostra come ricerca, innovazione industriale e medicina possano convergere in un progetto capace di avere un impatto globale sulla salute. Con ERHA, la protonterapia entra ufficialmente nella sua “terza generazione”. E il futuro della cura dei tumori, ancora una volta, parla italiano.
Leonardo Diaferia, Presidente Gruppo ITEL-LinearBeam
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Tumore al polmone. La cura cambia ordine e strategia, immunoterapia prima del bisturi Quotidiano Sanità
Nel tumore del polmone la cura cambia ordine: non più prima il bisturi, ma terapie sempre più anticipate per aumentare le possibilità di guarigione. È questa la svolta emersa dal confronto tra esperti internazionali riuniti a Roma dall’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE): trattare con l’immunoterapia prima dell’intervento chirurgico può ridurre di circa il 30–40% il rischio di recidiva e aumentare in modo significativo la probabilità di risposta completa, con percentuali che passano da circa il 2% a oltre il 20%. In altre parole: arrivare all’intervento con il tumore già “spento”. Un cambio di prospettiva che può fare la differenza in una malattia ancora tra le più diffuse e letali.
Se n’è discusso nel corso del 5th International Summit on Lung Cancer, svoltosi a Roma il 9 e 10 maggio.
Il cambiamento è netto
Fino a pochi anni fa, nel tumore del polmone operabile l’intervento chirurgico era il primo passo. Oggi non è più una scelta automatica. La strategia si costruisce prima. Si studia il tumore, si leggono le sue caratteristiche molecolari, si decide se iniziare con immunoterapia, terapie target o combinazioni. Solo dopo si sceglie se e come operare. La chirurgia resta centrale, ma oggi è parte di un percorso multidisciplinare costruito fin dall’inizio. Nel 2025 in Italia sono stati diagnosticati 27.100 nuovi casi tra gli uomini e 16.400 tra le donne; nel 2022 i decessi stimati sono stati 35.700 (dati AIRTUM). Numeri che raccontano una sfida ancora aperta, ma anche un’evoluzione concreta delle cure.
“Non è solo una questione di anticipare una terapia. È una questione di metodo”, sottolineano gli esperti in una nota diramata dall’IRE. “Il tumore del polmone è spesso già ‘in movimento’ fin dalle fasi iniziali: mentre si vede un nodulo, possono esserci cellule invisibili che circolano nel sangue. Anticipare i trattamenti oncologici significa proprio questo: non limitarsi a togliere ciò che si vede, ma colpire subito anche ciò che non si vede”.
“Oggi non basta più intervenire localmente – spiega Federico Cappuzzo, Direttore dell’Oncologia Medica 2 IRE e membro dello scientific board del Summit. – Dobbiamo trattare la malattia come sistemica fin dall’inizio. È questo che aumenta la probabilità di guarigione”. È come spegnere un incendio non solo dove si vede la fiamma, ma anche sulle scintille già portate dal vento.
In questo scenario diventano centrali gli strumenti di monitoraggio più avanzati. La biopsia liquida, che permette di analizzare il DNA tumorale nel sangue, si sta affermando come un “sensore precoce” della malattia: può aiutare a individuare la cosiddetta malattia minima residua, cioè tracce di tumore non visibili con gli esami tradizionali. Non è ancora uno standard per tutti i pazienti, ma rappresenta uno dei fronti più promettenti della ricerca. “La direzione è arrivare a un controllo sempre più preciso e personalizzato – sottolinea Cappuzzo. – Capire in anticipo se la malattia sta tornando significa poter intervenire prima, e meglio”.
Su questo terreno si gioca una delle partite più decisive della medicina di precisione. Tra i temi centrali del Summit: biomarcatori, nuovi farmaci e intelligenza artificiale applicata alla diagnosi e alla scelta delle cure. “La vera innovazione oggi è integrare dati clinici, molecolari e tecnologici per prendere decisioni sempre più precise – sottolinea Giovanni Blandino, Direttore Scientifico IRE. – Non trattiamo più tumori uguali per tutti, ma malattie diverse in persone diverse. Questo cambia radicalmente l’efficacia delle cure”.
Portare a Roma i principali esperti internazionali ha un valore che va oltre l’evento. “IFO costruisce comunità scientifiche – evidenzia il Direttore Generale Livio De Angelis. – Crea occasioni in cui le innovazioni mediche circolano velocemente tra chi le sperimenta e chi le applica. Il Summit è stato esattamente questo: un formidabile strumento di lavoro atto a trasferire l’innovazione nella pratica clinica, a vantaggio dei pazienti”.
Il messaggio che arriva da Roma è semplice ma potente: nel tumore del polmone, oggi, non conta solo cosa si fa. Conta quando lo si fa. E anticipare le cure mediche può cambiare davvero la storia della malattia.
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Tumore colon-retto, chirurgia robotica riduce del 35% l’infiammazione post-operatoria sanitainformazione.it
La chirurgia robotica potrebbe cambiare in modo significativo il recupero dei pazienti operati per tumore del colon-retto. A evidenziarlo è uno studio multicentrico italiano che ha confrontato l’approccio robotico con la laparoscopia tradizionale, mostrando una riduzione marcata dello stress infiammatorio dopo l’intervento.
La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Scientific Reports, è stata coordinata da Marco Milone, professore associato di chirurgia generale dell’Università Federico II di Napoli e vicepresidente dell’Italian Club of Robotic Surgery, e ha coinvolto 314 pazienti trattati in 7 centri di eccellenza italiani.
L’obiettivo era capire se la chirurgia robotica fosse in grado di limitare la risposta infiammatoria dell’organismo dopo l’operazione, un fattore strettamente legato al rischio di complicanze e ai tempi di recupero. I risultati hanno mostrato differenze importanti: nei pazienti operati con il robot i livelli delle principali citochine infiammatorie sono risultati significativamente più bassi rispetto a chi è stato sottoposto a laparoscopia standard, con una riduzione dello stress biologico post-operatorio superiore a un terzo.
Cosa cambia con la chirurgia robotica
L’intervento chirurgico, anche quando mini-invasivo, rappresenta comunque un trauma per l’organismo. Dopo l’operazione il corpo attiva infatti una risposta infiammatoria attraverso il rilascio di citochine, molecole che aumentano in presenza di stress chirurgico e complicanze. Proprio su questi parametri si è concentrato lo studio italiano, analizzando in particolare i livelli di Interleuchina-6 (IL-6) e TNF-alfa, due marcatori chiave dell’infiammazione post-operatoria.
I dati raccolti hanno evidenziato che nei pazienti trattati con chirurgia robotica l’aumento della IL-6 si è fermato al 478%, contro il 730% registrato nella laparoscopia tradizionale. Ancora più evidente la differenza per il TNF-alfa: incremento del 15,57% con il robot, rispetto al 47,58% con laparoscopia, con un impatto infiammatorio circa tre volte inferiore.
Secondo i ricercatori, questi risultati suggeriscono che la chirurgia robotica sia in grado di rendere l’intervento meno aggressivo per i tessuti, favorendo così un recupero più rapido e una minore probabilità di complicanze nel periodo immediatamente successivo all’operazione.
Lo studio italiano su 314 pazienti
La ricerca ha coinvolto 7 strutture italiane specializzate nella chirurgia oncologica colorettale. Oltre all’Università Federico II di Napoli, hanno partecipato l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, l’Università di Perugia, l’Università di Torino, l’Istituto Pascale di Napoli, l’Università Politecnica delle Marche e l’Ospedale Cardarelli di Napoli.
I pazienti sono stati assegnati in modo randomizzato ai due diversi approcci chirurgici: 161 persone sono state operate con sistema robotico, mentre 153 con laparoscopia tradizionale. Questo metodo di confronto ha permesso di valutare con maggiore precisione le differenze reali tra le due tecniche, riducendo il rischio di distorsioni nei risultati. L’analisi ha confermato che la chirurgia robotica non offre soltanto vantaggi tecnici per il chirurgo, ma determina anche un beneficio biologico misurabile per il paziente, riducendo la risposta infiammatoria sistemica nelle ore successive all’intervento.
I pazienti fragili che beneficiano di più
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dallo studio riguarda alcune categorie considerate più fragili. I ricercatori hanno osservato benefici particolarmente evidenti nei pazienti obesi e nei casi più complessi dal punto di vista anatomico, come gli interventi nel bacino.
Nei pazienti con obesità, infatti, il tessuto adiposo può rendere più difficile la chirurgia laparoscopica tradizionale. La tecnologia robotica consente invece movimenti più precisi e una migliore visualizzazione delle strutture anatomiche, limitando il trauma chirurgico e la conseguente infiammazione. Anche negli spazi anatomici stretti, come quelli pelvici, il sistema robotico ha mostrato vantaggi importanti grazie alla visione tridimensionale ad alta definizione e agli strumenti articolati, che replicano i movimenti del polso umano con una precisione superiore rispetto alle tradizionali pinze laparoscopiche rigide.
Tecnologia e precisione: perché il robot riduce il trauma chirurgico
Alla base dei risultati ci sarebbero proprio le caratteristiche tecniche della chirurgia robotica. Il chirurgo opera attraverso strumenti altamente articolati e controllati da una console che garantisce maggiore stabilità, precisione e libertà di movimento. Questo approccio permette di eseguire manovre più delicate, riducendo il danno ai tessuti circostanti.
Secondo gli autori dello studio, una chirurgia più precisa significa anche un organismo meno stressato e una risposta infiammatoria più contenuta. Un elemento che potrebbe tradursi non solo in un recupero post-operatorio più rapido, ma anche in una riduzione delle complicanze e dei tempi di degenza.
I risultati ottenuti rafforzano quindi il ruolo della chirurgia robotica nel trattamento del tumore del colon-retto, soprattutto nei pazienti più complessi, e offrono ai medici nuove evidenze scientifiche per orientare la scelta della tecnica chirurgica più adatta caso per caso.
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Tumore colon-retto: con chirurgia robotica -35% stress post-intervento - Napoli Village - Quotidiano di Napoli Village
Nella chirurgia mini-invasiva l’utilizzo del robot rende l’intervento meno traumatico per i pazienti con tumore del colon-retto. A dimostrarlo è lo studio multicentrico ESSIMIC, coordinato da Marco Milone, professore associato di chirurgia generale dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e vicepresidente dell’Italian Club of Robotic Surgery. I risultati, pubblicati sulla rivista Scientific Reports, mostrano che la chirurgia robotica riduce lo stress infiammatorio post-operatorio rispetto alla laparoscopia tradizionale, abbassando così il rischio di complicanze e accelerando il recupero. In particolare, i pazienti operati con il sistema robotico presentano livelli di Interleuchina-6 (IL-6) e di fattore di necrosi tumorale alfa (TNF-α), entrambi noti marcatori dello stress chirurgico, significativamente più bassi nelle 24 ore successive all’operazione. In numeri, mentre nella laparoscopia l’aumento percentuale della IL-6 è stato del 730%, nel gruppo robotico si è fermato al 478%, oltre un terzo in meno. Per quanto riguarda TNF-α l’incremento è stato del 15,57% con il robot, contro il 47,58% della laparoscopia, un impatto tre volte inferiore.
“L’intervento chirurgico, per quanto necessario, rappresenta un ‘trauma’ per l’organismo, che risponde attivando una cascata di segnali infiammatori, le cosiddette citochine – spiega Milone -. Sappiamo già che i livelli di citochine durante la chirurgia colorettale e nel periodo post-operatorio precoce sono correlati all’entità dell’intervento e alla presenza di complicanze. Lo studio ESSIMIC ha dimostrato che i pazienti operati con il sistema robotico presentano livelli di citochine molto più bassi”. Lo studio ha coinvolto 314 pazienti in 7 centri di eccellenza italiani: oltre all’Università degli Studi di Napoli Federico II, hanno partecipato l’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, l’Università degli Studi di Perugia (Ospedale San Giovanni Battista), l’Università degli Studi di Torino (Ospedale San Luigi, Orbassano), l’Istituto Nazionale Tumori IRCCS “Fondazione G. Pascale” di Napoli, l’Università Politecnica delle Marche – Ancona e l’Ospedale Cardarelli di Napoli. Le due tecniche chirurgiche sono state confrontate in modo rigoroso e casuale (randomizzato): 161 pazienti sono stati operati con il robot e 153 in laparoscopia tradizionale.
“Se i vantaggi della chirurgia robotica mini-invasiva sono risultati evidenti per tutti, la ricerca ha identificato due categorie di pazienti ‘fragili’ che beneficiano maggiormente dell’approccio – sottolinea Milone -. Nei pazienti obesi la tecnologia robotica permette di superare le difficoltà tecniche legate al tessuto adiposo, riducendo drasticamente la risposta infiammatoria. Inoltre, nei casi in cui gli spazi anatomici sono stretti e complessi come il bacino, la visione 3D e la destrezza degli strumenti robotici offrono una delicatezza d’azione superiore alla laparoscopia standard”.
La razionalità dietro questo risultato risiede nei vantaggi tecnici. “I chirurghi che utilizzano il robot beneficiano di una visione tridimensionale ingrandita e di strumenti con snodi simili al polso umano, capaci di movimenti impossibili per le pinze laparoscopiche rigide – spiega Milone -. Questo si traduce in una chirurgia più accurata, meno traumatica e, in definitiva, più ‘gentile’ con il corpo del paziente. I risultati del nostro lavoro non solo confermano l’efficacia del robot, ma forniscono ai medici una bussola scientifica per decidere quando questa tecnologia sia davvero indispensabile per garantire il miglior recupero possibile”.
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Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Psoriasi, uno studio real-world italiano conferma efficacia e sicurezza di deucravacitinib #SIDeMaST2026 Pharmastar
Nei pazienti adulti con psoriasi cronica a placche moderata-grave candidabili alla terapia sistemica, deucravacitinib ha mostrato nella pratica clinica italiana un miglioramento progressivo delle risposte PASI fino a 32 settimane, un effetto particolarmente marcato sul cuoio capelluto e un profilo di sicurezza favorevole, come evidenziato dai dati real-world presentati al congresso SIDeMaST 2026.
Deucravacitinib è un inibitore orale allosterico selettivo della tirosina chinasi 2 (TYK2), una chinasi intracellulare appartenente alla famiglia delle Janus chinasi (JAK), fondamentale nella trasduzione del segnale di diverse citochine coinvolte nella risposta immunitaria come l’interleuchina 23 (IL-23), IL-12 e l’interferone di tipo I.
Terapia orale mirata nella psoriasi
Si tratta di una small molecule che agisce a livello intracellulare e fa parte della famiglia degli inibitori della via JAK-STAT, ma con un target specifico, permettendo un controllo delle funzioni cellulari coinvolte nella malattia. Il farmaco si assume alla dose di 6 mg una volta al giorno, con o senza cibo, senza necessità di titolazione o aggiustamento di dose.
«Un farmaco orale ha un profilo di risposta diverso rispetto alle molecole anti-interleuchine. È importante inquadrare correttamente il paziente, tipicamente con psoriasi moderata-grave e coinvolgimento di sedi difficili» ha spiegato il relatore Prof. Simone Ribero della Clinica Dermatologica di Torino. «L’obiettivo non è necessariamente ottenere la risposta più rapida possibile, ma agire efficacemente in aree complesse dove altri farmaci potrebbero essere meno immediati. In questo senso, l’inibizione selettiva di TYK2 permette di raggiungere risultati anche in contesti clinici sfidanti».
«La somministrazione orale favorisce una buona compliance, che nella pratica clinica si è dimostrata soddisfacente. In termini di rapidità, bisogna considerare che si tratta di una molecola orale e quindi l’obiettivo principale non è la risposta immediata, ma l’efficacia nel medio termine, soprattutto nelle sedi difficili» ha aggiunto. «Valutare il risultato a 24 settimane piuttosto che a 16 non cambia l’outcome clinico in una patologia cronica come la psoriasi».
Lo studio italiano IL PSO
Negli studi POETYK PSO-1 e PSO-2 e nella loro estensione a lungo termine, le risposte cliniche si sono mantenute nel tempo. In particolare, la risposta PASI 75 (riduzione di almeno il 75% del punteggio PASI, Psoriasis Area and Severity Index) è stata mantenuta dalla settimana 52 (l’inizio dello studio POETYK LTE) fino a 5 anni; analogamente anche le risposte PASI 90 e PASI 100 sono state mantenute nel tempo.
Per valutare se i benefici di deucravacitinib si traducono anche nella pratica clinica di tutti i giorni, dove i pazienti sono spesso più eterogenei rispetto alle popolazioni selezionate dei trial registrativi, lo studio multicentrico retrospettivo italiano IL PSO (Italian Landscape Psoriasis) ha coinvolto 19 Unità Dermatologiche italiane e ha analizzato pazienti trattati tra ottobre 2024 e novembre 2025. Sono stati inclusi 111 adulti di almeno 18 anni di età con psoriasi cronica a placche moderata-grave, trattati con deucravacitinib per almeno 16 settimane.
Gli endpoint principali erano le risposte PASI 75/90/100 e un punteggio PASI ≤2 alle settimane 16 e 32; per il cuoio capelluto venivano valutati il raggiungimento di un punteggio ss-PGA (Scalp-Specific Physician’s Global Assessment) pari a 0/1 (cute libera o quasi libera da lesioni) e la variazione media del punteggio ss-PGA nel tempo.
La popolazione era composta dal 53,2% di donne, l’età media era 49,5 anni e la durata media di malattia era 15,18 anni, a indicare una psoriasi di lunga storia. Il BMI medio era 25,26 kg/m² e il punteggio PASI basale medio era 9,15. La maggioranza dei pazienti era bio-naïve (79,3%), il 44,1% presentava coinvolgimento del cuoio capelluto, il 58,6% aveva aree difficili da trattare e il 40,5% almeno una comorbilità cardiometabolica.
Miglioramento progressivo della risposta cutanea fino a 32 settimane
Nella pratica clinica reale, deucravacitinib ha mostrato un miglioramento progressivo e consistente degli endpoint PASI. Alla settimana 16, il 49,6% dei pazienti ha raggiunto la risposta PASI 75, il 29,7% PASI 90, il 18,9% PASI 100 e il 54,1% un punteggio PASI assoluto ≤2. Nei pazienti con follow-up disponibile alla settimana 32, il miglioramento è risultato più marcato: PASI 75 è stato raggiunto dall’84,9%, PASI 90 dal 60,6%, PASI 100 dal 45,5% e PASI ≤2 dall’87,9%.
Il beneficio non si esaurisce nelle prime 16 settimane, ma continua ad aumentare fino alla settimana 32, con un andamento particolarmente rilevante per una terapia orale sistemica che suggerisce come la valutazione precoce non catturi completamente il potenziale di risposta del farmaco.
Risposta rapida e marcata sul cuoio capelluto
Tra i 49 pazienti con psoriasi del cuoio capelluto, una sede ad alto impatto per sintomi, visibilità e qualità di vita, l’89,8% dei pazienti ha raggiunto il punteggio ss-PGA 0/1 già alla settimana 16. Alla settimana 32, tra i 18 pazienti con follow-up disponibile, tale risposta è stata raggiunta nel 100% dei casi. Il miglioramento del punteggio medio ss-PGA è stato rapido e sostenuto nel tempo, rafforzando il posizionamento di deucravacitinib nei pazienti con localizzazioni difficili.
Confrontando gli esiti alla settimana 16 tra pazienti con e senza coinvolgimento del cuoio capelluto, nei primi la risposta PASI 75 è stata raggiunta dal 57,1%, PASI 90 dal 32,7%, PASI 100 dal 26,5% e PASI ≤2 dal 63,3%, mentre in quelli senza coinvolgimento del cuoio capelluto, le rispettive percentuali erano 43,6%, 27,4%, 12,9% e 46,6%.
Pochi eventi avversi e nessuno grave
Nella real-world deucravacitinib ha evidenziato un profilo di sicurezza favorevole coerente con quello noto del farmaco. Nel complesso 9 pazienti (8,1%) hanno riportato almeno un evento avverso e non sono stati osservati eventi avversi gravi o severi. Le interruzioni per eventi avversi sono state 3, pari al 2,7%, attribuite a 2 casi di ulcere orali e a 1 caso di candidosi refrattaria.
Confronto trial registrativi vs esperienze real-world
Nel confronto tra lo studio IL PSO con i trial POETYK e con esperienze real-world giapponesi, alla settimana 16 IL PSO mostra una risposta PASI 75 nel 49,6% dei pazienti, rispetto al 58,4% di POETYK PSO-1 e al 53,0% di POETYK PSO-2. Per PASI 90, IL PSO riporta il 29,7%, rispetto al 35,5% di POETYK PSO-1 e al 27,0% di POETYK PSO-2.
Alla settimana 32 i dati IL PSO appaiono particolarmente favorevoli: PASI 75 raggiunge l’84,9% e PASI 90 il 60,6%, rispetto a valori rispettivamente del 69,3% e 42,2% in POETYK PSO-1 e del 58,7% e 32,5% in POETYK PSO-2. Anche per il cuoio capelluto, IL PSO riporta ss-PGA 0/1 nell’89,8% alla settimana 16 e nel 100% alla settimana 32, rispetto al 70,3% e 72,2% di POETYK PSO-1 e a valori del 74% e 77% riportati nelle esperienze giapponesi.
Anche se il confronto indiretto tra studi va interpretato con cautela, per via di possibili differenze tra popolazioni, disegni e criteri di valutazione, evidenzia che nella pratica clinica italiana la risposta appare almeno sovrapponibile a quella dei trial alla settimana 16 e numericamente superiore nei pazienti con follow-up alla settimana 32.
L’esperienza della Clinica Dermatologica di Torino
Dai dati presentati sulla casistica della Clinica Dermatologica di Torino in una coorte di 18 pazienti trattati con deucravacitinib l’ età media era di 54 anni circa con il 39% di uomini e un’età media di esordio di 47 anni. Le comorbilità cardiovascolari erano presenti nel 38,9% dei soggetti e la sindrome metabolica nel 22,2%. Le sedi difficili erano molto frequenti, presenti nell’83,3% dei partecipanti, con coinvolgimento palmo-plantare nel 66,7%, psoriasi inversa nel 26,7%, cuoio capelluto nel 26,7%, area genitale nel 20,0%, unghie nel 6,7% e coinvolgimento articolare nel 5,6%.
La maggioranza aveva già ricevuto trattamenti sistemici: l’83,3%, era stato trattato in precedenza con almeno un farmaco sistemico, tra cui metotrexato in 8 casi, ciclosporina in 4, acitretina in 3 e apremilast in 1. Tre pazienti (16,7%) avevano ricevuto un biologico: 3 un anti-IL-23 e 2 un anti-IL-17. Il PASI basale medio della coorte era 8,8.
Negli 11 pazienti valutabili, il punteggio PASI medio è passato da 9,6 al basale a 1,2 alla settimana 24, con una riduzione media dell’87,3%, confermando un’elevata risposta clinica nella pratica quotidiana.
Conclusioni
I risultati dello studio italiano IL PSO che comprende anche l’esperienza di Torino delineano deucravacitinib come un’opzione orale efficace e ben tollerata per la psoriasi a placche moderata-grave dell’adulto, con risultati real-world coerenti con quelli dei trial registrativi e con un miglioramento progressivo fino a 32 settimane. Il dato più distintivo riguarda il cuoio capelluto, dove quasi il 90% dei pazienti raggiunge ss-PGA 0/1 a 16 settimane e il 100% a 32 settimane.
Referenze
SIMPOSIO: Evidenze di Real Life con deucravacitinib: le casistiche dei centri italiani. Presentato al congresso SIDeMaST 2026.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
53.3/100
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Tumore ovarico: un farmaco già noto potrebbe cambiare tutto tomshw.it
Un vecchio farmaco usato per alterare il metabolismo dei lipidi potrebbe aiutare a togliere al tumore ovarico una parte del suo scudo più insidioso. La novità riguarda l’ascite, il liquido che si accumula nell’addome di molte pazienti con malattia avanzata e che finora veniva considerato soprattutto un sintomo da drenare. Nei test di laboratorio e nei modelli animali, quel liquido non si è limitato ad accompagnare il tumore: ha aiutato le cellule cancerose a sopravvivere proprio mentre si spostavano nella cavità peritoneale.
Il punto chiave è una forma di morte cellulare chiamata ferroptosi. È un collasso della cellula legato a ferro, lipidi e ossidazione delle membrane, una sorta di danno chimico che molte cellule metastatiche faticano a controllare quando si staccano dal tumore primario. Il nuovo lavoro mostra che l’ascite può proteggere le cellule di tumore ovarico da questo meccanismo, rendendo più facile la crescita nel peritoneo.
Gli esperimenti hanno usato linee cellulari, cellule derivate da pazienti, organoidi e modelli murini. Anche una quantità molto bassa di ascite, pari al 2% del mezzo di coltura in alcuni test, è bastata a ridurre la sensibilità alla ferroptosi. Questo effetto non è apparso come una protezione generica da ogni forma di morte cellulare: era concentrato sul percorso legato alla perossidazione dei lipidi.
Il meccanismo sembra passare soprattutto dai lipidi presenti nell’ascite. Quando i ricercatori hanno rimosso la frazione lipidica, gran parte dell’effetto protettivo è scomparsa; quando invece il liquido era integro, le cellule accumulavano goccioline lipidiche e modificavano il controllo del ferro. Sono emersi anche segnali molecolari specifici, tra cui la riduzione di HMGCS2 e il contenimento del recettore della transferrina TFRC, due passaggi che possono rendere la cellula meno esposta alla ferroptosi.
La novità non è il farmaco, ma lo scudo che rende utile colpirlo.
Qui entra in gioco il bezafibrato, un farmaco della famiglia dei fibrati già usato per intervenire sui trigliceridi e sul metabolismo dei grassi. Nei modelli studiati non ha agito come una cura autonoma: il suo interesse nasce dal fatto che ha contrastato alcune modifiche indotte dall’ascite e ha reso le cellule più vulnerabili alla ferroptosi quando quello scudo era presente. Nei topi, il trattamento ha attenuato la crescita peritoneale legata alle cellule tumorali in un contesto sperimentale.
La distinzione è importante, perché il risultato resta preclinico. Non significa che assumere un fibrato possa trattare il tumore ovarico, né che il bezafibrato sia pronto per entrare in una terapia standard. Indica però una pista precisa: intervenire sul microambiente tumorale, non solo sulla cellula cancerosa, per privarla delle condizioni che le permettono di resistere.
La logica è diversa da quella di molecole progettate per bloccare direttamente un bersaglio oncogenico, come il farmaco sperimentale contro RAS nel tumore al pancreas. In questo caso il bersaglio non è un interruttore interno alla cellula, ma il liquido ricco di lipidi che la circonda durante la diffusione addominale. Se quel contesto perde la sua funzione di scudo, le terapie esistenti potrebbero trovare cellule meno protette.
Il passaggio successivo sarà capire quali pazienti hanno un’ascite con profilo lipidico più favorevole a questa protezione, quali dosi possano avere senso e con quali trattamenti combinare l’approccio. Anche altri tumori che si diffondono nella cavità addominale, come quelli pancreatici o colorettali, potrebbero rendere interessante la stessa domanda biologica. La parte più solida, per ora, è il cambio di prospettiva: un liquido considerato soprattutto una conseguenza della malattia può diventare un bersaglio sperimentale.