Alzheimer: il racconto di Franco, uno dei 200 pazienti sottoposti alla terapia monoclonale per la malattia in fase iniziale: «Tutto è iniziato quando mi sono accorto che qualcosa non funzionava bene nel linguaggio» - vanityfair.it
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
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Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
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Alzheimer: il racconto di Franco, uno dei 200 pazienti sottoposti alla terapia monoclonale per la malattia in fase iniziale: «Tutto è iniziato quando mi sono accorto che qualcosa non funzionava bene nel linguaggio» vanityfair.it
La scorsa settimana Franco è partito da solo. Appena rientrato dalle vacanze al mare, sono bastate le prime piogge per risvegliare in lui il desiderio di andare per boschi a raccogliere funghi. Il neurologo che lo ha in cura non era favorevole. Riteneva che questa scelta non fosse prudente, che potesse correre dei rischi. «Signora, questo non glielo doveva far fare», aveva detto in seguito alla moglie, sua caregiver. Nessuno però era riuscito a fargli cambiare idea: attrezzato di geolocalizzatore e cellulare, aveva preso la macchina e si era diretto sull’Appennino. È stato via due giorni, nel rifugio di famiglia, circondato dalla natura che lo rende felice.
A novembre Franco compirà 76 anni. Da quando è andato in pensione, dopo una carriera come dirigente in un’azienda ligure, la sua vita si è riempita di tempo per la famiglia, gli amici, i viaggi e le sue passioni di sempre: il mare e la montagna. Quattro anni fa, però, sono comparsi alcuni sintomi preoccupanti legati alla sfera del linguaggio. Una serie di esami approfonditi, durati vari mesi, hanno portato alla diagnosi che lui e la moglie avevano a un certo punto sospettato e temuto: Alzheimer.
Può capitare a tutti, talvolta, di sentire che le parole sfuggono: non si ricorda il nome di un attore, il titolo di un libro, la trama di un film. Ma per Franco non si trattava di un semplice nome dimenticato; le prime avvisaglie erano state il non riuscire proprio a esprimere un concetto chiaro nella sua mente. La diagnosi di Alzheimer lo aveva lasciato interdetto: in famiglia non c’erano mai stati casi, non esisteva una predisposizione genetica.
Quando lo raggiungo al telefono fatica un po’ a parlare, ma so che ci tiene a introdurmi personalmente la sua storia: «L’esordio della malattia è stato progressivo, non si è trattato di una “bomba” immediata», mi dice scandendo lentamente le parole. «Mi sono accorto che qualcosa non funzionava nel linguaggio, sapevo che cosa volevo dire, ma durante la conversazione mi mancavano le parole».
È il medico di famiglia a cui subito si rivolge ad accorgersi che il problema è serio: «Ci segue da trent’anni, siamo sempre stati bene fisicamente», prosegue Luisa, la moglie di Franco, che si fa portavoce dei suoi pensieri e della sua storia durante l’intervista. «Ci ha suggerito un neurologo per una visita privata, il quale ci ha poi indirizzati all’ospedale in cui lavora».
Franco affronta test psicologici e prove di logopedia, viene sottoposto a una risonanza magnetica e alla Pet, l’esame da cui emerge la presenza della proteina beta-amiloide proprio nell’area cerebrale del linguaggio. «A volte Franco vorrebbe dire delle cose», spiega Luisa. «In famiglia ci sono questioni importanti: dalla gestione delle spese alle tasse, a varie altre incombenze della quotidianità. In quei momenti si rende conto che non ce la fa e io, per aiutarlo, gli chiedo: “Di quale argomento parliamo?”, “Di quale persona?”. Faccio domande e aspetto brevi risposte per riuscire a comporre il quadro che lui non riesce a comporre».
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Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?4
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La nutrizione come parte della cura: nuovo modello per le pazienti con tumore al seno Ufficio Stampa della Provincia autonoma di Trento
Il progetto ha una durata iniziale di 12 mesi e nasce con l’obiettivo di integrare in modo strutturato la valutazione e il supporto nutrizionale nel percorso di cura, in parallelo ai principali snodi diagnostici e terapeutici. Il modello prevede infatti una presa in carico nutrizionale precoce e personalizzata, lungo le diverse fasi della malattia, dalla diagnosi ai trattamenti fino al follow-up.
La malnutrizione in ambito oncologico è una condizione spesso sottovalutata, ma con un impatto significativo sull’andamento della malattia: può condizionare la capacità di affrontare le terapie, aumentare le complicanze e ridurre la qualità di vita dei pazienti. Anche malnutrizione per eccesso e sarcopenia possono avere un impatto rilevante e rimanere sottodiagnosticate. Durante il percorso di cura del tumore della mammella, soprattutto in relazione alle modificazioni ormonali e metaboliche associate alla malattia e alle terapie, il peso e la composizione corporea possono cambiare significativamente, con un aumento della massa grassa e una perdita di massa muscolare che non sempre sono immediatamente riconoscibili. Integrare precocemente il supporto nutrizionale significa intervenire su un tassello essenziale della cura, migliorando la presa in carico complessiva, la tolleranza ai trattamenti, l’aderenza terapeutica e la qualità di vita.
La Breast Unit opera come centro multidisciplinare in cui diversi specialisti uniscono le proprie competenze per prendere in carico la donna in modo completo. In questo contesto si inserisce il progetto – che vede come responsabili scientifici Antonella Ferro, coordinatrice della Struttura semplice dipartimentale Breast Unit, e Carlo Pedrolli, responsabile della Ssd di dietetica e nutrizione clinica – , nato per integrare il supporto nutrizionale nel percorso oncologico attraverso un modello strutturato e interprofessionale.
Il dietista svolgerà un ruolo centrale e trasversale: eseguirà valutazioni nutrizionali dedicate nelle varie fasi della malattia, offrirà counseling nutrizionale e gestirà in modo mirato gli effetti collaterali legati alle terapie. Lavorerà insieme agli altri specialisti della Breast Unit, mantenendo il collegamento con i medici di famiglia e i servizi del territorio. Infatti, durante il periodo della borsa di studio, saranno raccolti e analizzati dati clinici, organizzativi e relativi all’esperienza delle pazienti, per valutare la fattibilità, l’efficacia e la sostenibilità del modello. L’obiettivo finale è definire un percorso nutrizionale strutturato, con indicatori standardizzati, e porre le basi per un modello organizzativo replicabile nella rete oncologica aziendale. La borsa di studio ha una durata iniziale di 12 mesi. L’obiettivo di Asuit è quello di validare i risultati sul campo per trasformare questo progetto pilota in un modello organizzativo stabile e replicabile a livello aziendale e provinciale.
Da diversi anni l’Associazione Lotus – Oltre il tumore al seno sostiene l’Azienda sanitaria attraverso borse di studio frutto di donazioni, in particolare con progetti di sostegno psicologico alle pazienti con tumore al seno. Lotus affianca le pazienti e le loro famiglie durante il percorso di cura, promuove la prevenzione e sostiene le attività della Breast Unit. Si impegna nella tutela dei diritti delle donne in ambito sanitario, lavorativo e sociale attraverso serate informative, iniziative sportive e momenti culturali come spettacoli teatrali e concerti.
«Integrare fin dall’inizio il supporto nutrizionale nel percorso di cura delle nostre pazienti non è un semplice complemento – ha dichiarato la coordinatrice della Breast Unit Antonella Ferro – ma una parte essenziale della terapia oncologica. La malnutrizione e i disturbi legati alle cure rischiano di incidere pesantemente sulla qualità della vita, sull’aderenza ai trattamenti e sulla continuità assistenziale. Grazie al lavoro di questa figura dedicata, rafforziamo la presa in carico globale della donna all’interno della Breast Unit e creiamo un collegamento costante anche con la rete sanitaria del territorio. Con questo progetto vogliamo fare un passo ulteriore – aggiunge Antonella Ferro –: portare la competenza nutrizionale dentro il percorso oncologico fin dalle fasi iniziali, rispondendo anche a una richiesta sempre più forte delle pazienti, che desiderano indicazioni affidabili sull’alimentazione già dal momento della diagnosi. Non si tratta soltanto di offrire un consiglio alimentare, ma di costruire una presa in carico personalizzata e continuativa, capace di intercettare precocemente i problemi nutrizionali e di accompagnare la paziente durante le diverse fasi della cura. E il ruolo della nutrizione non si esaurisce con la fine delle terapie: durante il follow-up può diventare uno strumento importante di prevenzione e di promozione della salute, anche oltre il tumore della mammella. Al tempo stesso, vogliamo misurare concretamente il valore di questo intervento, per capire se e come possa diventare parte stabile dell’organizzazione».
«Nell’ultimo decennio – ha aggiunto Carlo Pedrolli responsabile della Ssd di dietetica e nutrizione clinica – è apparso ormai chiaro come la lotta contro le malattie, e in particolare contro quelle oncologiche, non passi solo attraverso il progresso scientifico e tecnologico, ma anche e soprattutto attraverso il coinvolgimento attivo del paziente e dei suoi caregiver. Questo è ancora più evidente in campo nutrizionale, dove l’interazione tra tumore, paziente e famiglia gioca un ruolo decisivo. Accogliamo quindi con grande entusiasmo e profonda riconoscenza nei confronti di Lotus l’arrivo di questa risorsa dietologica, che consente di connettere in modo virtuoso la terapia oncologica con la nutrizione clinica, sostenendo l’associazione e i familiari nel percorso di cura».
«Siamo molto soddisfatte – ha sottolineato la presidente dell’Associazione Lotus Chiara De Pol – della sinergia che si è creata tra Asuit, pazienti e associazione Lotus; un modello di collaborazione che dimostra quanto il lavoro condiviso possa migliorare concretamente la qualità della cura. Questa borsa di studio nasce dall’ascolto delle pazienti, che per Lotus è un asset fondativo e irrinunciabile. Ogni giorno raccogliamo bisogni, dubbi, difficoltà e desideri di chi sta attraversando la malattia e ci impegniamo a trasformarli in progetti di vicinanza e supporto concreto. È così che intendiamo il nostro ruolo: essere un interlocutore attivo e competente tra medici e pazienti, capace di portare all’interno dei percorsi clinici la voce di chi li vive in prima persona. Sostenere questo progetto significa rafforzare una presa in carico più completa, dove anche la nutrizione diventa parte essenziale della cura».
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
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Leucemia linfoblastica acuta pediatrica ad alto rischio: l’immunoterapia dimezza le recidive e riduce gli effetti collaterali AboutPharma
Sostituire la chemioterapia ad alta intensità con l’immunoterapia per ridurre gli effetti collaterali in bambini e adolescenti con la leucemia linfoblastica acuta ad alto rischio. La conferma che si possa e che appunto sia una strategia utile per migliorare la qualità di vita dei pazienti pediatrici arriva dallo studio Aieop-Bfm All 2017, una lunga e complessa sperimentazione clinica internazionale in cui, nei pazienti ad alto rischio di ricaduta, due cicli di chemioterapia ad alta intensità sono stati confrontati con due cicli di immunoterapia.
I dati emersi nella ricerca – pubblicati sul New England Journal of Medicine – hanno permesso di giungere alla solida conclusione che questa strategia può quasi dimezzare il numero delle recidive e ridurre significativamente gli effetti collaterali gravi della chemioterapia intensiva.
“L’obiettivo di questo importante studio, a cui hanno partecipato oltre cento centri di ricerca di otto paesi europei ed extraeuropei, era tentare di migliorare ulteriormente le probabilità di guarigione, riducendo per quanto possibile la tossicità delle cure sui bambini e il loro impatto sulle famiglie” ha commentato Andrea Biondi, direttore scientifico della Fondazione Tettamanti e principal investigator per l’Italia dello studio.
I pazienti ad alto rischio di ricadute
Le leucemie rappresentano una delle principali patologie oncologiche dell’età pediatrica e la leucemia linfoblastica acuta è la forma più frequente nei bambini e negli adolescenti. Si tratta di un tumore del sangue caratterizzato dalla proliferazione incontrollata di progenitori dei linfociti, cellule immature, chiamate blasti, che si accumulano nel midollo osseo, nel sangue e, in alcuni casi, in altri organi. Il termine “acuta” indica la rapidità con cui la malattia può progredire in assenza di trattamento. La leucemia linfoblastica acuta può essere di tipo B o T in base alla popolazione di linfociti da cui ha origine.
Gli importanti progressi ottenuti nella terapia della leucemia linfoblastica acuta consentono oggi di ottenere, nei Paesi industrializzati, tassi di guarigione di circa il 90%; ciononostante i pazienti classificati ad alto rischio presentano una maggiore probabilità di ricaduta e necessitano di strategie terapeutiche specifiche ed innovative.
Facilitare il lavoro del sistema immunitario
Lo studio apre nuove prospettive di cura proprio per questa popolazione di pazienti pediatrici. Finora il trattamento prevedeva l’impiego di regimi chemioterapici particolarmente intensivi, che possono determinare effetti collaterali gravi e, in alcuni casi, anche letali.
Nello studio Aieop-Bfm All 2017i ricercatori hanno valutato proprio, in questa categoria di bambini, la possibilità di sostituire una parte della chemioterapia più aggressiva con un trattamento immunoterapico mirato, utilizzando il farmaco blinatumomab. Questo sfrutta il sistema immunitario del paziente mettendo in contatto diretto i linfociti T con le cellule leucemiche. In modo da permettere alle cellule del sistema immunitario di riconoscere e distruggere più efficacemente le cellule tumorali.
I risultati dello studio
I risultati dello studio internazionale hanno dimostrato che non solo è possibile sostituire due cicli di chemioterapia intensiva con due cicli di immunoterapia, ma questa strategia migliora significativamente le prospettive di guarigione dei bambini con Lla ad alto rischio di recidiva. La nuova strategia terapeutica ha quasi dimezzato il numero delle ricadute, riducendo contemporaneamente gli effetti collaterali gravi associati alla chemioterapia intensiva.
I dati rafforzano la prospettiva di integrare l’immunoterapia sempre più precocemente ed efficacemente nel percorso terapeutico della leucemia linfoblastica acuta pediatrica con l’obiettivo di aumentare le possibilità di guarigione e limitare le conseguenze immediate e a lungo termine dei trattamenti più aggressivi, attraverso strategie maggiormente selettive e meglio tollerate.
Un lavoro di cooperazione
Lo studio, condotto dal 2018 al 2023 dal gruppo cooperativo Aieop-Bfm All (sigle indicative di Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica-Berlin-Frankfurt-Münster Group for Acute Lymphoblastic Leukemia), è stato condotto in Italia nell’ambito del network dei centri italiani Aieop che ha individuato nella Fondazione Tettamanti di Monza il National Coordinating Center. La Fondazione ha assicurato il project management del protocollo, le visite ai centri partecipanti, la farmacovigilanza, la copertura assicurativa, le analisi statistiche e l’analisi dei dati, sostenendo un impegno economico di oltre 1.200.000 euro l’anno.
“Per arrivare a questi risultati è stato fondamentale il lavoro di alto profilo cooperativo svolto, nell’ambito dello studio internazionale, da parte dei centri della rete Aieop, coordinati per l’area ‘leucemia linfoblastica acuta’ da oltre trent’anni dalla Clinica Pediatrica di Monza (Fondazione Irccs San Gerardo dei Tintori di Monza, Università di Milano-Bicocca) e sostenuti dal Centro di ricerca Tettamanti che, grazie al fondamentale aiuto fornito dalla Fondazione Maria Letizia Verga di Monza, ha potuto sviluppare analisi e trattamenti sempre più precisi e mirati, studi biologici e profilazioni genetiche di alta complessità e valore prognostico, mettendoli a disposizione di tutti i bambini in Italia affetti da leucemia linfoblastica acuta” ha aggiunto Biondi.
I partner della ricerca
Alla realizzazione dello studio hanno contribuito anche il centro di Oncologia Pediatrica dell’Università di Padova e la Fondazione Città della Speranza di Padova, con una attività di diagnosi e monitoraggio centralizzate delle malattie diagnosticate nei bambini e adolescenti italiani; le due istituzioni sono in Italia tra quelle maggiormente coinvolte nelle attività cliniche e di ricerca e tra i sostenitori delle sperimentazioni nell’ambito delle leucemie.
Lo studio è stato sostenuto da: Deutsche Krebshilfe, Fondazione Airc per Ricerca sul Cancro, Fondazione Maria Letizia Verga, Fondazione Tettamanti, Fondazione Città della Speranza, Israel Cancer Association, Chaim Association e Ministero della Salute della Repubblica Ceca.
L’attività di ricerca della Fondazione Tettamanti e del suo Centro di ricerca è stata svolta nel contesto della convenzione con la Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori per lo svolgimento di progetti di ricerca congiunti.
"Di fronte alla malattia, non dovrebbe mai essere il denaro a decidere se una persona può avere una possibilità in più": l'appello del marito di Paola Marella per sbloccare il farmaco da 39.000 dollari al mese per il tumore al pancreas - Il Fatto Quotidiano
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"Di fronte alla malattia, non dovrebbe mai essere il denaro a decidere se una persona può avere una possibilità in più": l'appello del marito di Paola Marella per sbloccare il farmaco da 39.000 dollari al mese per il tumore al pancreas Il Fatto Quotidiano
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“Di fronte alla malattia, non dovrebbe mai essere una questione economica a decidere se una persona possa avere o meno una possibilità in più“. A due anni esatti dalla morte di Paola Marella, scomparsa il 20 settembre 2024, il marito Domenico Traversa apre con queste parole la sua richiesta pubblica per l’accesso gratuito alle nuove terapie oncologiche.
In veste di presidente della Fondazione Paola Marella ETS e di rappresentante delle associazioni dei pazienti nel consiglio direttivo dell’AISP (Associazione Italiana per lo Studio del Pancreas), Traversa ha formalizzato un appello a Revolution Medicines. L’obiettivo è ottenere “un farmaco gratuito e accessibile per chi non può aspettare”, attivando con urgenza un programma di uso compassionevole per il daraxonrasib.
Il nodo dei costi e l’attesa per l’approvazione europea
Il daraxonrasib è una terapia mirata di nuova generazione che ha mostrato efficacia nei pazienti affetti da tumore al pancreas metastatico caratterizzato dalla mutazione KRAS G12D, una delle alterazioni più frequenti in questo tipo di adenocarcinoma. La molecola è già stata approvata negli Stati Uniti dalla FDA (Food and Drug Administration), ma in Europa e in Italia è ancora in fase di valutazione da parte dell’EMA (Agenzia Europea per i Medicinali). Di conseguenza, l’unico modo per i pazienti italiani di accedere al trattamento è acquistarlo a proprie spese o a carico della singola struttura ospedaliera. Il costo si aggira intorno ai 39.000 dollari al mese, una cifra che taglia fuori la quasi totalità dei malati.
“Non possiamo accettare che l’accesso a un trattamento dipenda dalla possibilità, per un paziente o per la sua famiglia, di sostenerne il costo”, chiarisce Traversa, allineandosi a un’identica richiesta avanzata nei giorni scorsi dall’AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica). L’iniziativa fa seguito anche alla lettera inviata al Presidente della Repubblica da Rachele Cavani, per chiedere l’accesso al farmaco per la madre malata: “Nelle sue parole ho rivisto la mia storia accanto a Paola”, ha commentato Traversa sui social della Fondazione.
Il trial clinico a Houston e l’esperienza diretta
La presa di posizione del manager nasce dall’esperienza clinica affrontata direttamente al fianco della moglie: “Quando si vive accanto a una persona che affronta un tumore al pancreas, come è successo a me con Paola, si capisce davvero quanto il tempo abbia un valore diverso“, spiega Traversa. “E si comprende anche quanto sia importante poter accedere a ogni possibilità che la ricerca mette a disposizione. Se una nuova strada terapeutica esiste, credo che dobbiamo fare tutto il possibile perché possa essere accessibile a chi potrebbe beneficiarne”.
La stessa Paola Marella, esaurite le linee terapeutiche standard in Italia, aveva scelto di partecipare a un trial clinico di Fase 1 dedicato proprio alla molecola di Revolution Medicines, sottoponendosi alle cure presso l’MD Anderson Cancer Center di Houston. “Paola ha creduto nella scienza fino alla fine“, conclude il marito, motivando il suo impegno civico. “L’ho vista affidarsi ai medici, ai ricercatori, a quella ricerca che per lei non era soltanto una speranza, ma qualcosa in cui continuare a credere anche nei momenti più difficili. È una fiducia che porto con me ogni giorno e che oggi sento di dover trasformare in un impegno per gli altri. Penso ai pazienti con tumore del pancreas che stanno cercando, come Paola, una possibilità in più. Vorrei che quella fiducia nella ricerca potesse diventare per loro una possibilità concreta. È questo che oggi chiedo, nel nome di Paola”.
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20ª Race for the Cure a Bologna: 20.000 presenze per la prevenzione e la ricerca sul tumore del seno Komen Italia
e il direttivo del Comitato Emilia Romagna di Komen Italia
state 20.000 le presenze
BOLOGNA, 20 Settembre – Bologna si è vestita di rosa dalle prime ore del mattino quando migliaia di persone, donne, uomini, bambini hanno raggiunto a piedi, in bicicletta, auto, moto e mezzi pubblici il Villaggio della Salute di Piazzale Jacchia ai Giardini Margherita per il via alla 20esima edizione della Race for the Cure, il più grande evento di prevenzione dei tumori del seno, organizzato dal Comitato regionale dell’Emilia Romagna di Komen Italia.Sulla retta di partenza per il via alla Race, alle 10.00 in punto, il sindaco Matteo Lepore, l’assessore allo Sport e al Bilancio Roberta Li Calzi, la presidente. Anche il Questore di Bologna Gaetano Bonacorso ha indossato la maglietta e ha partecipato alla corsa non competitiva lungo le meravigliose strade del centro di Bologna, dove migliaia di turisti hanno applaudito i maratoneti.Sono, provenienti da tutta Italia, il gruppo più lontano, premiato sul palco proveniente da Bari, poi squadre provenienti da Merano, Pesaro e da tutte le città dell’Emilia Romagna. Premiate come sempre le squadre che si sono distinte per numero di iscritti. In totale erano 350 le squadre presenti.Ai numeri dello sport si aggiungono quelli della prevenzione con ben 660 visite specialistiche eseguite dai medici volontari coordinati da IRCCS di Sant’Orsola e AUSL Bologna nelle più importanti branche della medicina: senologia, ginecologia, urologia, cardiologia, oculistica, nefrologia e altro.– ha detto la prof. Alba di Leone, presidente nazionale di Komen Italia-Grazie al sostegno raccolto attraverso le Race for the Cure in tutta Italia, Komen Italia ha potuto investire oltre 40 milioni di euro in progetti a favore della salute delle donne.Nel corso degli anni, la Race for the Cure ha generato partnershipvirtuose con istituzioni e aziende sensibili alle tematiche della solidarietà, della salute e della prevenzione. Di particolare rilievo le collaborazioni con Gruppo Cassa Centrale, National Presenting Partner delle Race 2026, Aveeno e Biafin Partner delle Donne in Rosa, Enel Partner dei Capitani delle Squadre, Gruppo FS Partner delle Iscrizioni online, e Fondazione Johnson&Johnson che sostiene il Villaggio della Salute. Fornitori Ufficiali Hertz e Lete.L’edizione bolognese della Race for the Cure si è svolta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il patrocinio di:Camera dei Deputati, Regione Emilia-Romagna, Città metropolitana di Bologna, Comune di Bologna, AUSL di Bologna, IRCCS - Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna Policlinico S. Orsola, Alma MAter Studiorum, Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS di Roma, Ospedale Isola Tiberina Gemelli Isola, ANCI, Esercito Italiano, Marina Militare, Aeronautica, Carabinieri, Polizia, Vigili del Fuoco, Guardia di finanza, Commissione Difesa Vista, SIAE, Federfarma, ConfCommercio Ascom Bologna, Confindustria Emilia, CNA BOlogna, CNR, Anci, Pubblica Assistenza Città di Bologna, Croce rossa sezione Bologna, Federmanager, Cup ER, Ordine Tsrm, OPI, Ordine Ingegneri Bologna, Ordine Avvocati Bologna, Consiglio Notarile Bologna, Ordine Psicologi della Regione Emilia Romagna, OFI Bologna e Ferrara, Avis Bologna, Admo, Csi, Uisp, CONI, Sport e Salute, Federazione Italiana di Atletica Leggera, Federazione Italiana Canottaggio, Federazione Italiana Giuoco Calcio, Federazione Italiana Golf, Federazione Italiana Pallacanestro, Federazione Italiana Pallavolo, Federazione Italiana Surfing, Sci Nautico e Wakeboard, Federazione Italiana Vela.I partner del territorio regionale che quest’anno hanno sostenuto la Race di Bologna sono: Gruppo Cassa Centrale, Unisalute, Gipo - MioDottore, Barberino Outlet, Benu Farmacia, CAR, Synlab, Inps, CAMPA, Coesia, Aeroporto di Bologna, Gruppo HERA, Coop Alleanza 3.0, Tper, Cotabo, LegaCoop, Bimby. Media partner: Radio Nettuno Bologna.Tante anche le collaborazioni generose con partner hanno supportato i volontari e le attività del Villaggio: Felsinea Ristorazione, EN7 srl, Alce Nero, GfranTerre, Yoga, Granarolo, Valsoia, Coferasta, Canon, Dulcop, Athenas, Coffee Glamour, Cosmoprof, l’Erbolario, Coop Service, Booby, Associazione Fotografica Tempo e Diaframma, Vittoria Assicurazioni, Finestrissima.L’organizzazione tecnica della gara e della camminata è stata curata dalla Polisportiva Circolo Dozza.Per ricevere materiale foto-video o per altre notizie:
Cronaca, Rimini. “Cinque anni fa la diagnosi di tumore al pancreas, oggi sono viva: il mio GRAZIE ai medici e alla sanità di Rimini che mi hanno salvato la vita”. Il racconto di Cinzia Mignogna - GiornaleSM
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Cronaca, Rimini. “Cinque anni fa la diagnosi di tumore al pancreas, oggi sono viva: il mio GRAZIE ai medici e alla sanità di Rimini che mi hanno salvato la vita”. Il racconto di Cinzia Mignogna GiornaleSM
“Desidero affidare alle vostre pagine una testimonianza di profonda gratitudine e, soprattutto, di grande speranza.
Cinque anni fa mi è stato diagnosticato un tumore al pancreas. Una notizia che ha stravolto la mia vita e quella dei miei cari, proiettando sul mio futuro ombre pesanti. Questa patologia così aggressiva, purtroppo, lascia spesso poche speranze di sopravvivenza. Oggi, invece, sono qui.
Sono una delle poche persone fortunate che può raccontarlo, che può guardare avanti, vivere, vedere realizzarsi i propri figli e veder crescere i propri nipoti. Se posso godere di questo dono straordinario, lo devo interamente ai medici che, fin da subito, mi hanno presa in cura senza alcuna esitazione. Per questo motivo, desidero esprimere il mio sincero ringraziamento al mio ex medico di base, il Dott. Paolo Ottogalli, a tutta il teams multidisciplinare che mi ha assistita all’inizio di questo percorso e alla mia famiglia, che mi ha sempre supportata.
Il mio più grande e profondo “GRAZIE” va, però, al Dott. Marco Di Marco, Direttore dell’U.O. di Gastroenterologia dell’Ospedale “Infermi” di Rimini, e al chirurgo, Dott. Luigi Veneroni, che 5 anni fa come oggi, 21 settembre, mi ha operata.
Ringrazio questi professionisti in primis per l’incredibile velocità con cui si sono attivati, ma anche per la straordinaria professionalità dimostrata nel comunicarmi una diagnosi così grave. Non aver perso neanche un attimo dalla diagnosi all’inizio delle cure è ciò che mi ha salvato la vita. Ringrazio immensamente il Dott. Luigi Veneroni per la sua umanità. E’ sempre stato vicino a me e alla mia famiglia in questo difficile percorso; facendo sì che non perdessi mai la speranza.
Oltre ai medici, ci tengo a ringraziare pubblicamente tutta l’Azienda Sanitaria di Rimini e il personale sanitario che assiste quotidianamente i pazienti. Nella mia esperienza ho potuto constatare come il loro lavoro e il loro costante appoggio siano fondamentali nel percorso di cura. Grazie al loro sorriso e alla loro dedizione, il paziente continua a sentirsi prima di tutto una persona, e non solo una malattia. Poter ricevere un sostegno così umano permette di affrontare la sofferenza senza abbattersi.
Un ultimo pensiero va all’Associazione OLTRE LA RICERCA ODV per la sua preziosa opera di sensibilizzazione, per quanto ha fatto e continua a fare per i pazienti affetti da tumore al pancreas.
Io sono la prova vivente che da questa grave patologia, se presa in tempo grazie a medici e operatori attenti, tempestivi e umani, si può uscire. Grazie di cuore a tutti voi per avermi accompagnata in questo cammino, regalandomi il bene più prezioso: il tempo”.
Comunicato stampa
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Oncologia: varato un programma di ricerca per un’assistenza più personalizzata In Terris
Non solo le terapie oncologiche, ma anche tutto ciò che accompagna il paziente durante il percorso di cura può essere adattato alle sue caratteristiche personali. È l’obiettivo di Prisma, il nuovo programma di ricerca promosso dalla Fondazione per la Medicina Personalizzata e presentato a Roma. Il progetto coinvolgerà oltre cento persone con neoplasie solide nel prossimo anno e punta a individuare modalità di supporto più vicine alle esigenze individuali, considerando il modo in cui ciascun paziente vive e interpreta l’esperienza della malattia. “Negli ultimi anni l’oncologia ha imparato a scegliere i trattamenti sulla base delle caratteristiche molecolari del singolo tumore”, sottolineaPaolo Marchetti, presidente della Fondazione per la Medicina Personalizzata e direttore scientifico dell’Idi Irccs. “Quindi la domanda da porsi è: se la terapia si costruisce sul profilo biologico di quella persona, perché tutto ciò che accompagna il trattamento dovrebbe rimanere uguale per tutti?” L’idea del progetto è ricostruire il modo particolare in cui ciascun paziente interpreta l’esperienza della malattia e sulla base di questo profilo scegliere gli strumenti di supporto da proporre. “Ogni paziente vive la malattia in modi diversi”, spiegaStefania Alfani, psiconcologa e ideatrice di Prisma. “Dobbiamo capire come la persona legge ciò che le sta accadendo, per proporle un supporto che ha davvero possibilità di funzionare invece di consigliare a tutti lo stesso percorso”. Una delle complicazioni indotte dal cancro che sarà affrontata nel progetto Prisma sarà per esempio il linfedema, il gonfiore cronico che compare quando chirurgia e radioterapia danneggiano il sistema linfatico. “È una condizione cronica che non guarisce e che va gestita per anni, con un impatto quotidiano su lavoro, movimento e vita di relazione”, diceRoberto Bartoletti, fisioterapista dell’Idi. Proprio queste caratteristiche fanno sì che l’assistenza debba integrarsi con le caratteristiche e le preferenze personali. “Da anni ripetiamo che il paziente va messo al centro di un percorso di cura con una direzione da costruire camminando accanto alla persona. Ora – conclude Marchetti – bisogna ‘personalizzare’ anche l’assistenza e perciò abbiamo deciso di sostenere e promuovere il nuovo programma Prisma”. FonteAnsa Ricevi comodamente e senza costi tutte le ultime notizie direttamente nella tua casella email. Seguici sui nostri social ! Per inviare un messaggio al direttore o scrivere un tuo articolo:
Tumore della mammella nelle giovani portatrici di BRCA1/2: risultati rassicuranti sulla sopravvivenza dopo chirurgia conservativa e radioterapia - tecnomedicina.it
📰 tecnomedicina.it📅 2026-09-21T10:13:37
tumore colon
Tumore della mammella nelle giovani portatrici di BRCA1/2: risultati rassicuranti sulla sopravvivenza dopo chirurgia conservativa e radioterapia tecnomedicina.it
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Varianti BRCA e tumore al seno: chirurgia conservativa, sopravvivenza comparabile alla mastectomia sanitainformazione.it
L'analisi internazionale ha coinvolto giovani donne con varianti patogenetiche BRCA1/2. Dopo un follow-up mediano di 8,2 anni, la sopravvivenza è risultata comparabile con quella dopo mastectomia. Un ampio studio internazionale pubblicato suRadiotherapy and Oncologyha analizzato gli esiti delle giovani donne con carcinoma mammario e variante patogenetica germinale diBRCA1 o BRCA2sottoposte a chirurgia conservativa seguita da radioterapia, confrontandoli con quelli delle pazienti trattate con mastectomia. I risultati mostrano unasopravvivenza globale comparabiletra le donne sottoposte a chirurgia conservativa più radioterapia e quelle trattate con mastectomia. L’analisi è stata coordinata dal professorIcro Meattini, Direttore della Breast Unit dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze, Professore Associato di Radioterapia Oncologica presso l’Università degli Studi di Firenze, socio dell’Associazione Italiana di Radioterapia e Oncologia Clinica (AIRO) e consigliere della Fondazione Radioterapia Oncologica (FRO). Lo studio non propone la chirurgia conservativa come strategia preferenziale o sostitutiva della mastectomia nelle portatrici di varianti BRCA1/2, ma fornisce dati rassicuranti soprattutto per le pazienti che hanno già intrapreso questo percorso, perché non erano ancora a conoscenza della propria condizione genetica al momento della diagnosi oppure perché hanno scelto consapevolmente questa opzione. Il risultato aggiunge inoltre elementi utili alla valutazione dell’équipe multidisciplinare e sottolinea il ruolo del radio-oncologo nel processo decisionale. La ricerca ha preso in esame4.837 donne con carcinoma mammario invasivo diagnosticato entro i 40 anni, portatrici di una variante patogenetica o probabilmente patogenetica inBRCA1 o BRCA2e trattate tra il 2000 e il 2020. Le pazienti sono state suddivise in tre gruppi: 1.704 sottoposte a chirurgia conservativa seguita da radioterapia, 1.488 trattate con sola mastectomia e 1.645 con mastectomia seguita da radioterapia. Dopo un follow-up mediano di 8,2 anni, la sopravvivenza globale è risultata comparabile tra il gruppo sottoposto a chirurgia conservativa più radioterapia e quello trattato con mastectomia. Il dato, tuttavia, non significa che le due strategie siano equivalenti sotto ogni profilo o che la chirurgia conservativa rappresenti un’indicazione valida indistintamente per tutte le pazienti. Le donne che avevano scelto il trattamento conservativo hanno infatti presentato, negli anni successivi, una probabilità maggiore di sviluppare un nuovo evento tumorale a livello mammario rispetto a quelle sottoposte a mastectomia, in particolare tra le portatrici di BRCA1. Gli autori invitano quindi alla cautela nell’interpretazione dei risultati, anche perché si tratta di un’analisi osservazionale e i gruppi presentavano differenze cliniche e temporali di partenza. La scelta del trattamento locoregionale deve pertanto tenere conto delle caratteristiche biologiche e cliniche del tumore, della variante genetica, dello stadio e del grado della malattia, del rischio stimato di nuovi eventi mammari, delle possibili strategie preventive e dell’età della paziente. Per le donne più giovani, la decisione può inoltre coinvolgere aspetti legati alla qualità di vita, all’immagine corporea e ai progetti personali e riproduttivi. Nelle portatrici di variante BRCA assumono particolare importanza anche la tempestività della diagnosi genetica e la disponibilità di un adeguato counselling, così da consentire una valutazione consapevole delle diverse possibilità terapeutiche e preventive. Lo studio sottolinea quindi il ruolo del radio-oncologo, che dovrebbe partecipare alla definizione della strategia terapeutica fin dalle fasi iniziali, insieme a chirurgo senologo, oncologo medico e genetista, valutando rischi e benefici delle diverse opzioni. “Il messaggio principale di questo lavoro non è che la chirurgia conservativa debba essere proposta al posto della mastectomia alle giovani donne portatrici di mutazione germinale patogenetica BRCA1 o BRCA2”, precisa ilprofessor Icro Meattini. “I nostri risultati sono soprattutto rassicuranti per le pazienti che hanno già ricevuto chirurgia conservativa e radioterapia, perché la variante genetica non era nota al momento della diagnosi oppure perché questa opzione era stata scelta consapevolmente. In queste pazienti non abbiamo osservato un peggioramento della sopravvivenza, pur in presenza di un rischio più elevato di successivi eventi mammari, che deve essere discusso con attenzione nel percorso decisionale. In tale contesto, il radio-oncologo è chiamato a sedersi al tavolo multidisciplinare per costruire la strategia di cura più adatta alla singola paziente. Una strategia che non può basarsi su un unico criterio standard, ma richiede di integrare il profilo di rischio oncologico, le caratteristiche specifiche della malattia, le possibili misure di prevenzione e le preferenze personali della donna”. “Un ringraziamento particolare va al professor Matteo Lambertini e al suo team dell’Università degli Studi di Genova, alla guida della collaborazione internazionale BRCA BCY”, conclude Meattini. “È grazie all’opportunità di studiare il database internazionale da lui coordinato – una risorsa scientifica di straordinario valore che ha già generato numerose pubblicazioni di rilievo sulla gestione delle giovani donne con carcinoma mammario e varianti BRCA1/2 – che è stato possibile realizzare la nostra analisi”. Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Tumori pediatrici, tutele insufficienti per i genitori lavoratori: «Non si può scegliere tra lavoro e cura lacapitale.it
Curare un figlio malato di cancro lontano dalla città in cui si vive può arrivare a costare fino a 34.972 euro in un anno. A una spesa familiare che cresce si aggiunge spesso un altro problema: la difficoltà per i genitori di conciliare il lavoro con un percorso di cura che può durare a lungo. A denunciare la situazione è Peter Pan ODV, l’associazione che sostiene le famiglie con bambini e adolescenti malati di tumore, in occasione del Settembre d’Oro, il mese internazionale dedicato alla sensibilizzazione sul cancro pediatrico. In Italia ogni anno ricevono una diagnosi di tumore circa 1.400 bambini tra 0 e 14 anni e altri 600-800 ragazzi tra i 14 e i 20 anni. Grazie alla ricerca e ai progressi nelle cure, la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è dell’84%. I percorsi terapeutici, però, possono essere lunghi e spesso richiedono di spostarsi in ospedali situati in città diverse da quella di residenza. Quando un bambino si ammala, secondo Peter Pan ODV, almeno uno dei genitori può trovarsi nella necessità di ridurre o interrompere il proprio lavoro. Le tutele esistenti, infatti, sarebbero state pensate per percorsi di cura più brevi rispetto a quelli che possono caratterizzare l’oncologia pediatrica. Il principale strumento indicato dall’associazione è il congedo straordinario, che ha un limite complessivo di due anni nell’arco della vita lavorativa e non è rinnovabile. Ma un percorso oncologico pediatrico può comprendere recidive, ulteriori trapianti, complicanze tardive, follow-up intensivi ed effetti a lungo termine delle terapie. Tra le famiglie accolte da Peter Pan, l’associazione ha registrato oltre il 20% di recidive. Una volta esaurito il congedo, restano i tre giorni mensili previsti dalla legge 104, i congedi parentali quando il figlio rientra nei limiti di età, le ferie, le aspettative non retribuite e le eventuali forme di flessibilità concesse dal datore di lavoro, oltre al lavoro agile. Le assenze prolungate o ripetute possono inoltre incidere sulla carriera e sulle progressioni economiche. Secondo l’associazione, il peso dell’assistenza continua a ricadere soprattutto sulle donne. A essere particolarmente esposti sono i lavoratori autonomi. Nel comunicato Peter Pan racconta la storia di Chiara, libera professionista, che alla prima diagnosi della figlia ha dovuto fermare la propria attività e si è nuovamente fermata, più a lungo, quando la malattia è tornata. «La cosa più difficile è stata l’incertezza costante», racconta. «Quando non puoi programmare nulla, ti rimane addosso la sensazione di non riuscire a essere affidabile come vorresti sul piano professionale». Un’altra testimonianza è quella di Silvia, che lavorava in un ristorante quando suo figlio si è ammalato. Gli assistenti sociali le hanno illustrato le possibilità esistenti sul piano lavorativo, ma, una volta saputo che aveva una partita Iva, le hanno spiegato che non disponeva delle stesse tutele previste per i lavoratori dipendenti. Per non consumare il congedo del marito, dipendente di una fabbrica, la famiglia ha quindi cercato di frazionare i suoi permessi. «Stavo in ospedale con mio figlio di giorno e la sera andavo a lavorare, facevo circa 180 chilometri al giorno. Quando non lavoravo, ovviamente, non venivo pagata», racconta Silvia. Alle difficoltà legate al lavoro si sommano le spese indirette necessarie per affrontare un percorso di cura lontano da casa. Secondo i dati riportati da Peter Pan ODV, il costo può arrivare a 34.972 euro in un anno. Una cifra particolarmente significativa se confrontata con il reddito netto annuo di una famiglia italiana media, che nel 2024, secondo Istat, è stato di 39.501 euro. Si tratta di spese non sanitarie: l’alloggio può costare tra 600 e 1.200 euro al mese, mentre per il vitto la stima è tra 500 e 600 euro. I trasporti urbani possono arrivare a 340 euro mensili quando l’immunodepressione del bambino rende necessario utilizzare il taxi invece dei mezzi pubblici. A queste voci si aggiungono i viaggi interregionali, fino a 300 euro a tratta per adulto, con un aggravio del 20-40% per chi parte dalle isole. Ci sono poi il supporto psicologico, fino a 460 euro al mese, la riabilitazione neuro-psico-motoria e i costi legati alle pratiche amministrative. Peter Pan ODV accoglie gratuitamente a Roma le famiglie che arrivano da altre regioni e da altri Paesi per curare i propri figli e sostiene le famiglie di Roma e del Lazio durante il percorso di cura. Per ogni nucleo viene costruito un progetto familiare personalizzato, che si adatta alle diverse fasi della terapia e comprende supporto psicologico, navette solidali da e verso i luoghi di cura, riabilitazione psicomotoria, supporto scolastico e corsi di italiano. L’associazione ha inoltre introdotto la figura di un’assistente sociale per rafforzare l’orientamento sui diritti, sulle tutele e sui servizi disponibili e accompagnare le famiglie nell’accesso alle risorse del territorio. «Ascoltando le famiglie ci siamo resi conto che, da sole, faticavano a orientarsi tra normative e contratti e a capire di quali diritti e tutele potessero usufruire – dichiara Roberto Mainiero, presidente di Peter Pan ODV – Per questo abbiamo introdotto un’assistente sociale che potesse affiancarli e guidarli. Il nostro aiuto andrebbe, però, affiancato da tutele più solide: nessun genitore dovrebbe scegliere tra lavorare e curare il proprio figlio, anche perché è il lavoro a permettere di sostenere quelle stesse cure». In occasione del mese internazionale per la sensibilizzazione sul cancro pediatrico torna anche «Ti voglio una sacca di bene», iniziativa promossa da FIAGOP, la Federazione Italiana Associazioni Genitori e Guariti Oncoematologia Pediatrica, per sensibilizzare sull’importanza della donazione di sangue destinata anche ai bambini sottoposti a terapie oncoematologiche. Peter Pan ODV aderisce all’iniziativa attraverso i propri volontari, che nella settimana del 21 settembre si recheranno all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma per effettuare la loro donazione di sangue. La Capitale, il nuovo giornale online di Roma La Capitale, è una testata giornalistica iscritta nel Registro Stampa del Tribunale di Roma il 25 luglio 2024, n. 100/2024 DIRETTORE RESPONSABILEStefano Quagliozzi Via Giuseppe Gioacchino Belli, 86Roma - 00193
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Criteri Critici
Alzheimer, SIGOT: prevenzione e diagnosi precoce al centro della presa in carico Doctor33
Alla vigilia della giornata mondiale dell'Alzheimer che si celebra il 21 settembre, la Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio – SIGOT rilancia l’appello per non soffermarsi più soltanto diagnosi e assistenza a malattia è già conclamata, ma di mettere maggiore attenzione nell’identificazione precoce del rischio, la prevenzione della fragilità cognitiva, la cura geriatrica, sostegno ai caregiver e integrazione tra ricerca, territorio e servizi.
In Italia un’Italia che invecchia (al 25,1% della popolazione over 65 e i 2,5 milioni di persone over 85) le demenze rappresentano una delle principali sfide sanitarie, sociali e familiari coinvolgendo circa 1,1 milioni di persone, a cui si aggiungono 900mila cittadini con Mild Cognitive Impairment e circa 4 milioni di caregiver. La persona con demenza è spesso un anziano fragile, con più patologie, terapie multiple, bisogni clinici, funzionali, psicologici e sociali. La Giornata Mondiale dell’Alzheimer arriva in una fase istituzionale importante: il 21 settembre il Ministero della Salute presenta le prospettive verso il nuovo Piano Nazionale Demenze, insieme alla campagna nazionale di informazione. Il Fondo per l’Alzheimer e le demenze per il triennio 2024-2026 dispone di oltre 34 milioni di euro destinati a Regioni, Province autonome e ISS per attività progettuali, rafforzamento dei servizi, formazione, diagnosi, telemedicina e sostegno alla rete.
Negli ultimi anni i nuovi anticorpi monoclonali anti-amiloide hanno aperto una fase importante nella ricerca sull’Alzheimer. I primi risultati, tuttavia, hanno imposto prudenza: benefici clinici ancora contenuti, possibili effetti collaterali, costi elevati e complessità organizzativa legata alla selezione dei pazienti e al monitoraggio. In Italia, la Commissione Scientifica ed Economica del Farmaco dell’AIFA ha confermato la non ammissione alla rimborsabilità di alcuni di questi anticorpi monoclonali, ma la ricerca non si è fermata: l’attenzione si sta spostando verso le fasi molto precoci della malattia quando il danno funzionale non è ancora evidente e l’intervento potrebbe risultare più efficace.
Accanto alla ricerca farmacologica e diagnostica, cresce il peso della prevenzione. La demenza non è sempre un destino inevitabile legato all’età: una quota rilevante di casi può essere prevenuta o ritardata intervenendo sui fattori di rischio modificabili lungo tutto il corso della vita. La Lancet Commission on dementia prevention, intervention and care ha indicato 14 fattori di rischio modificabili: bassa scolarità, perdita uditiva, ipertensione, fumo, obesità, depressione, inattività fisica, diabete, isolamento sociale, consumo eccessivo di alcol, trauma cranico, inquinamento, colesterolo elevato e perdita visiva. Secondo la Commissione, agire su questi fattori potrebbe prevenire o ritardare fino al 45% dei casi di demenza.
Una delle novità più rilevanti riguarda lo sviluppo dei biomarcatori plasmatici, test su sangue capaci di supportare l’identificazione dei segni biologici della malattia anche in fasi iniziali. Si tratta di strumenti che potranno aiutare a selezionare meglio i pazienti da indirizzare verso approfondimenti più complessi.
“Oggi abbiamo più strumenti per riconoscere il rischio, intervenire prima e accompagnare meglio pazienti e famiglie – sottolinea Luca Cipriani, Presidente SIGOT –La valutazione multidimensionale geriatrica è lo strumento necessario per affiancare la diagnosi precoce a una rapida presa in carico, al fine di intercettare la fragilità prima che diventi disabilità. I nuovi farmaci hanno aperto una strada, ma serve un lavoro di prevenzione, diagnosi precoce e costruzione di servizi capaci di accompagnare la persona”.
“Il nuovo Piano Nazionale Demenze deve essere l’occasione per trasformare le conoscenze scientifiche in percorsi realmente accessibili – conclude il Prof. Lorenzo Palleschi, Past President SIGOT – La diagnosi precoce ha senso solo se dopo la diagnosi esistono presa in carico, continuità assistenziale, sostegno ai caregiver, integrazione tra Centri, medicina generale, territorio, ospedale e servizi sociali. In questo percorso, la geriatria può supportare nel leggere il paziente nella sua complessità”.
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La Fda approva la prima terapia genica per la mucopolisaccaridosi di tipo IIIA AboutPharma
La Food and drug administration (Fda) statunitense ha approvato rebisufligene etisparvovec-hopf (Fayuvi, Ultragenyx pharmaceutical), la prima terapia genica autorizzata negli Stati Uniti per il trattamento delle manifestazioni neurologiche della mucopolisaccaridosi di tipo IIIA (Mps IIIA), nota anche come sindrome di Sanfilippo di tipo A. L’indicazione riguarda i pazienti pediatrici con funzione neuroevolutiva preservata.
Si tratta di una terapia genica basata su un vettore virale adeno-associato di sierotipo 9 (AAV9), da somministrare una sola volta (per via endovenosa).
Come funziona la nuova terapia genica?
L’elemento da evidenziare sul piano regolatorio è il perimetro dell’indicazione. La terapia non è stata approvata indistintamente per tutti i pazienti con Mps IIIA, ma per il trattamento delle manifestazioni neurologiche della malattia nei pazienti pediatrici con funzione neuroevolutiva preservata.
La sindrome di Sanfilippo di tipo A è una malattia lisosomiale rara causata da varianti patogene del gene Sgsh, che determinano un deficit dell’enzima sulfamidasi. La conseguente alterazione del metabolismo dell’eparan solfato porta a un progressivo accumulo del substrato, con particolare coinvolgimento del sistema nervoso centrale.
Rebisufligene etisparvovec-hopf utilizza un vettore virale per trasferire nelle cellule una copia funzionale del gene Sgsh. L’obiettivo è permettere alle cellule di produrre la sulfamidasi.
Il percorso regolatorio
A seguito della presentazione della domanda di autorizzazione (Bla), la Fda ha riconosciuto le designazioni di Orphan drug (collegata alla natura rara della patologia), Breakthrough therapy (attribuita a programmi per i quali le evidenze cliniche preliminari suggeriscono un possibile miglioramento sostanziale rispetto alle terapie disponibili) e Fast track (strumento destinato a facilitare lo sviluppo e la revisione di medicinali destinati a condizioni gravi e caratterizzati dalla presenza di un bisogno medico non soddisfatto) alla terapia genica.
La sicurezza e l’efficacia di Rebisufligene etisparvovec-hopf sono state valutate in uno studio multicentrico (a braccio singolo) condotto in pazienti pediatrici. La valutazione ha preso in considerazione, tra gli altri elementi, la funzione neurocognitiva dei bambini trattati. Si tratta di uno degli elementi caratterizzanti la malattia, la cui assenza è stata ritenuta fondamentale durante il percorso regolatorio della terapia genica.
Il programma ha previsto anche il confronto con una coorte storica di pazienti non trattati. Si tratta di un’impostazione che merita attenzione perché le malattie ultrarare e pediatriche possono rendere particolarmente complessa la realizzazione di studi randomizzati controllati tradizionali.
I possibili eventi avversi correlati alla terapia genica
La Fda ha identificato diverse reazioni avverse associate al trattamento. Tra quelle riportate più frequentemente figurano aumento delle transaminasi Ast, nausea e vomito, febbre, riduzione dell’appetito, diminuzione dei globuli bianchi e delle piastrine e aumento dell’amilasi.
Tra le avvertenze riportate dalla Fda figura inoltre il rischio di microangiopatia trombotica, un evento avverso potenzialmente grave che richiede un’adeguata sorveglianza clinica.
Un ulteriore elemento operativo contenuto nelle informazioni di prescrizione riguarda la profilassi corticosteroidea. Il trattamento deve iniziare un giorno prima dell’infusione e proseguire per almeno otto settimane, con eventuali modifiche della durata sulla base delle condizioni cliniche e della risposta del paziente.
La somministrazione deve inoltre avvenire in una struttura sanitaria dotata delle risorse necessarie per gestire eventuali reazioni correlate all’infusione.
La valutazione del rischio non è conclusa
Dal punto di vista regolatorio, il principale elemento da osservare sarà il follow-up dei pazienti trattati e la raccolta di dati sulla durata del beneficio e sulla sicurezza a lungo termine. Come per altre terapie geniche, infatti, la valutazione del rischio non si esaurisce tuttavia nel periodo successivo alla somministrazione.
“Esiste un potenziale rischio a lungo termine che il materiale genetico inserito possa integrarsi nel genoma e potenzialmente portare allo sviluppo di tumori”, è quanto precisato dalla Fda, che ritiene dunque la gestione del rischio nel lungo periodo una componente importante per una terapia che viene somministrata una sola volta.
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Criteri Critici
Leucemia linfoblastica acuta, l’immunoterapia riduce recidive e tossicità Doctor33
Una nuova strategia terapeutica che sostituisce due cicli di chemioterapia ad alta intensità con due cicli di immunoterapia basata su blinatumomab ha quasi dimezzato il numero delle recidive nei bambini e negli adolescenti con leucemia linfoblastica acuta ad alto rischio, riducendo contemporaneamente gli effetti collaterali gravi della chemioterapia intensiva. È quanto emerge dai risultati dello studio internazionale AIEOP-BFM ALL 2017, pubblicato sul New England Journal of Medicine. Lo studio rappresenta il primo passo concreto verso l'integrazione dell'immunoterapia come approccio efficace e meglio tollerato nella gestione dei pazienti più vulnerabili.
La leucemia linfoblastica acuta (LLA) è il tumore più frequente in età pediatrica, rappresentando una delle principali patologie oncologiche dell'infanzia. In Italia vengono diagnosticati circa 1.400 nuovi casi di tumore nei bambini tra 0 e 14 anni annualmente e altri 600-800 nuovi casi si registrano tra i 14 e i 20 anni. I progressi terapeutici negli ultimi decenni hanno portato i tassi di guarigione a lungo termine a circa il 90%; tuttavia, una quota circa pari a uno su cinque pazienti rientra nella categoria ad alto rischio di ricaduta, caratterizzata da una probabilità più elevata di recidiva e dalla necessità di nuove strategie.
«L'obiettivo di questo studio è stato tentare di migliorare ulteriormente le probabilità di guarigione, riducendo per quanto possibile la tossicità delle cure sui bambini e il loro impatto sulle famiglie. Per arrivare a questi risultati è fondamentale sviluppare analisi e trattamenti sempre più precisi e mirati, studi biologici e profilazioni genetiche di alta complessità e valore prognostico» spiega Andrea Biondi, Direttore Scientifico Fondazione Tettamanti; Principal Investigator per l'Italia dello studio.
Blinatumomab è un anticorpo monoclonale bispecifico che agisce mettendo in contatto diretto i linfociti T con le cellule leucemiche (blasti). Questo meccanismo consente al sistema immunitario del paziente di riconoscere e distruggere più efficacemente le cellule tumorali, configurando un approccio immunitario "armato" contro la leucemia.
AIEOP-BFM ALL 2017 è una sperimentazione clinica internazionale condotta dal 2018 al 2023 che ha coinvolto oltre 100 centri di ricerca in 8 Paesi europei. Il protocollo ha valutato la sostituzione di due cicli di chemioterapia ad alta intensità con due cicli di immunoterapia, sfruttando il meccanismo immunitario specifico del farmaco per sostituire parte della chemioterapia più aggressiva, mantenendo l'efficacia antileucemmica e riducendo il carico tossicologico complessivo del trattamento.
I risultati hanno dimostrato come la sostituzione della chemioterapia intensiva con l'immunoterapia mirata ha ridotto significativamente la comparsa di recidive diminuendo contemporaneamente gli effetti collaterali gravi associati alla chemioterapia, un elemento importante per la qualità della vita durante e dopo il trattamento nei bambini e negli adolescenti.
La ricerca è stata coordinata in Italia da AIEOP (Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica), con la Fondazione Tettamanti di Monza. Alla realizzazione dello studio hanno contribuito il Centro di Oncologia Pediatrica e la Fondazione Città della Speranza di Padova, collaborando con il gruppo tedesco BFM.
I risultati della sperimentazione rafforzano la prospettiva di integrare l'immunoterapia sempre più precocemente nel percorso terapeutico della LLA pediatrica, non soltanto per aumentare le probabilità di guarigione, ma anche per limitare le conseguenze immediate e a lungo termine. La categoria ad alto rischio, storicamente sottoposta a regimi tossici pesanti, dispone così di un'alternativa che non compromette l'efficacia mantenendo un profilo di tollerabilità significativamente migliorato.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
36.3/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Le nuove frontiere dell’oncologia la Repubblica
La rivoluzione dell'oncologia passa sempre più dalla medicina di precisione. Grazie all'identificazione di alterazioni molecolari specifiche, anche tumori che fino a pochi anni fa offrivano prospettive terapeutiche molto limitate stanno diventando terreno di nuove strategie di cura. Farmaco dopo farmaco, sottopopolazione dopo sottopopolazione, le terapie target stanno cambiando la storia naturale di diverse neoplasie, aprendo scenari fino a poco tempo fa impensabili. Il Festival di Salute: scopri il programma e iscriviti
Di queste nuove frontiere si parlerà nel talk "Dal polmone al pancreas, le frontiere dell'oncologia", in programma al Festival della Salute 2026. Un confronto tra clinici, ricercatori e testimoni per raccontare come la profilazione molecolare stia trasformando la diagnosi e il trattamento di tumori complessi, dal carcinoma del polmone a quello del pancreas. Sulla scia di quanto è avvenuto negli anni passati nella ricerca sul carcinoma polmonare, oggi si stanno identificando anche nel tumore del pancreas mutazioni che possono essere colpite da farmaci specifici. Una strada aperta con la scoperta che le mutazioni BRCA sono presenti anche nel pancreas fino ai risultati ottenuti colpendo le mutazioni della proteina RAS.
Protagonisti saranno Massimo Di Maio, presidente AIOM, Michele Reni, direttore del programma strategico di coordinamento clinico del Pancreas Center all'IRCCS Ospedale San Raffaele, Anna Sapino, direttore scientifico Fondazione del Piemonte per l’Oncologia, e Laura Marziali, avvocata, divulgatrice ed ex paziente oncologica, che porterà il punto di vista di chi vive in prima persona l'impatto dell'innovazione scientifica sul percorso di cura.
"Dal polmone al pancreas, le frontiere dell'oncologia", appuntamento giovedì 15 ottobre alle 16.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.4/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Malattie professionali e tumori: rischi, prevenzione e tutele airc.it
Quando si parla di agenti cancerogeni sul lavoro si pensa spesso a sostanze chimiche o industriali. Tuttavia, anche agenti presenti in natura possono rappresentare un fattore di rischio se l’esposizione è intensa e prolungata. È il caso delle radiazioni ultraviolette (UV) emesse dal sole e considerate un cancerogeno certo. I raggi UV possono infatti provocare danni al DNA delle cellule della pelle, che, se non riparati correttamente, possono accumularsi nel tempo e contribuire allo sviluppo di tumori cutanei.
Secondo l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, sebbene siano molto sottovalutate, le radiazioni UV solari rappresentano uno dei fattori di rischio di cancro più diffusi nei luoghi di lavoro europei, in particolare in caso di esposizione continua negli anni e per i lavoratori outdoor, cioè coloro che svolgono gran parte della propria attività all’esterno, come agricoltori, operai edili, pescatori, manutentori del verde, personale marittimo, maestri di sci e guide alpine e addetti alla manutenzione stradale. In questi casi l’esposizione alla luce solare può avvenire per molte ore al giorno e per lunghi periodi della vita lavorativa, spesso nelle ore centrali della giornata (quando l’intensità della radiazione ultravioletta è più elevata).
Le evidenze scientifiche indicano che il legame più forte con l’esposizione professionale al sole riguarda i cosiddetti tumori cutanei non melanoma (il carcinoma basocellulare e il carcinoma squamocellulare). Il rapporto con il melanoma è invece più complesso. Questo tipo di tumore sembra essere più frequentemente associato a esposizioni intense e intermittenti, come quelle che provocano scottature solari, oltre che a fattori individuali come il fototipo della pelle e la predisposizione genetica.
Come ridurre l’esposizione durante il lavoro
Poiché la radiazione solare è inevitabile per molte professioni, la prevenzione si basa soprattutto sulla riduzione dell’esposizione cumulativa nel corso della giornata lavorativa. L’uso di indumenti protettivi, cappelli a tesa larga, occhiali con filtri UV e creme solari sulle parti esposte può ridurre in modo significativo la quantità di radiazione che raggiunge la pelle. Inoltre, secondo gli obblighi di tutela della salute previsti dal decreto legislativo 81/2008, il datore di lavoro deve valutare tutti i rischi presenti nell’ambiente lavorativo e adottare le misure di prevenzione e protezione più appropriate.
Tra queste possono rientrare l’organizzazione dei turni di lavoro, la disponibilità di aree d’ombra, la fornitura di dispositivi di protezione individuale adeguati e l’informazione e formazione dei lavoratori sui rischi legati all’esposizione al sole. Nei casi in cui l’esposizione sia significativa può essere prevista anche la sorveglianza sanitaria da parte del medico competente. Indicazioni di questo tipo sono richiamate anche nel Codice europeo contro il cancro, che invita chi lavora all’aperto a proteggersi dal sole per ridurre il rischio di tumori della pelle.