“La vita di nostro figlio non è una percentuale, ora penseremo all’appello”: lo sfogo dei genitori di Michele Merlo dopo il “no” alla richiesta di risarcimento
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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La sentenza del tribunale civile di Vicenza il 22 settembre ha rigettato la richiesta di risarcimento presentata dai genitori di Michele Merlo contro il medico di medicina generale reo, secondo l’accusa, di non aver effettuato tempestivamente una diagnosi dif…
La sentenza del tribunale civile di Vicenza il 22 settembre ha rigettato la richiesta di risarcimento presentata dai genitori di Michele Merlo contro il medico di medicina generale reo, secondo l’accusa, di non aver effettuato tempestivamente una diagnosi differenziale che avrebbe potuto salvare il ragazzo morto il 6 giugno del 2021 per una leucemia fulminante.
Il Giudice, pur costatando la negligenza del medico, ha infatti deciso di non accettare la richiesta dei genitori basandosi sulla perizia dei CCTTUU secondo la quale, in base alle tempistiche degli eventi, una diagnosi corretta avrebbe lasciato “solo” il 10/15% di possibilità di sopravvivenza al giovane.
Secondo quanto riportato nel dispositivo della sentenza, infatti, seppur il dott. Vitaliano avesse richiesto degli esami con urgenza, la terapia utile a curare la leucemia mieloide acuta che ha colpito Michele Merlo, sarebbe comunque iniziata troppo tardi perché questa avesse una buona percentuale di riuscita.
“È difficile accettare che, nonostante l’appurata negligenza del medico di base di Michele, il valore della vita di nostro figlio sia valutato in percentuali e in probabilità – commentano i genitori di Merlo, Domenico e Katia – Come se anche solo l’1% di probabilità di sopravvivenza non fosse abbastanza per provarci”.
E ancora: “Riconoscere la negligenza del dott. Vitaliano ma rigettare la richiesta di risarcimento perché, anche se avesse fatto bene il suo lavoro, le probabilità di sopravvivenza a 6 mesi sarebbero state “solo” del 30% significa togliere valore alla vita umana, trattare le persone semplicemente come numeri e non tenere minimamente conto di cosa avrebbe potuto significare per noi genitori passare anche un solo giorno in più con nostro figlio”.
La chirurgia robotica “al servizio” dei pazienti empolesi. Eseguiti già 7 interventi urologici a Prato dall’equipe di professionisti del San Giuseppe grazie all’uso del Robot “Da Vinci” - USL Toscana Centro
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La chirurgia robotica “al servizio” dei pazienti empolesi. Eseguiti già 7 interventi urologici a Prato dall’equipe di professionisti del San Giuseppe grazie all’uso del Robot “Da Vinci” USL Toscana Centro
Scritto da Elena Cinelli
Sempre più proficua la collaborazione tra l’équipe dell’Urologia di Empoli, diretta dal dottor Antonio Mottola e l’Urologia pratese coordinata dal dottor Graziano Vignolini che operano in sinergia in un’ottica di gestione in rete degli interventi chirurgici per garantire una presa in carico dei pazienti e una continuità di cura.
Da Aprile di quest’anno sono stati eseguiti 7 interventi di chirurgia robotica su pazienti provenienti dall’area empolese affetti da patologie oncologiche, quali il tumore della prostata o del rene. Nello specifico: 5 prostatectomie radicali robotiche (RALP) e 2 enucleazioni/tumorectomie renali robotiche (RAPN).
L'equipe al lavoro in sala operatoria ha coinvolto i chirurghi urologi Graziano Vignolini di Prato e Michele Lanciotti di Empoli, in collaborazione con il team di anestesia e rianimazione e personale infermieristico del blocco operatorio dell’Ospedale Santo Stefano.
Gli interventi sono stati eseguiti grazie all’uso del robot “da Vinci” operativo dallo scorso febbraio nelle sale operatorie dell’Ospedale Santo Stefano di Prato.
Si tratta di un sistema eccellente per la chirurgia minivasiva robot-assistita che coadiuva il chirurgo durante tutto l’intervento per offrire al paziente un’operazione più accurata e un recupero post-operatorio più rapido. La nuova sofisticata piattaforma è stata collocata nel presidio pratese come punto di riferimento all’interno della rete ospedaliera dell’Asl Toscana centro. Il robot, impiegato per interventi di chirurgia generale, urologia ed otorinolaringoiatria costituisce la più efficace alternativa agli interventi effettuati con le tecniche chirurgiche classiche.
Al momento sono già in lista di attesa ulteriori 18 pazienti dell’area empolese che saranno prossimamente sottoposti al trattamento mini-invasivo robotico, impiegato nelle patologie più importanti e frequenti in ambito urologico, come il tumore prostatico ed il tumore renale, ma anche in patologie benigne come la stenosi del giunto pielo-ureterale, il cistocele e molte altre patologie.
“Siamo soddisfatti, come equipe empolese, dei risultati raggiunti fino ad oggi. Nell’ottica di un’organizzazione di lavoro in rete è fondamentale collaborare in sinergia con i colleghi di altri presidi ospedalieri utilizzando le migliori tecnologie presenti al momento in azienda per garantire una presa in carico del paziente nelle nostre strutture, oltre a mantenere sempre alto il livello di cura- afferma il dr Antonio Mottola, Direttore Urologia Empoli.”
“Possiamo affermare in questo caso che la chirurgia robotica si mette al servizio dei pazienti empolesi, in cui l’equipe dei professionisti esegue gli interventi nel presidio pratese mantenendo alto il concetto del lavoro di squadra. L’attivazione di un’attività chirurgica robotica nella nostra azienda costituisce un ulteriore passo verso il fine di migliorare le cure e ridurre l’invasività, obiettivi del dipartimento chirurgico della nostra AUSL. Un grazie quindi ai colleghi empolesi per l'ottimo lavoro e la professionalità e anche ai colleghi pratesi che si sono resi disponibili ad una collaborazione integrata di alto livello tecnico e umano- sottolinea il dr Stefano Michelagnoli, Direttore Dipartimento Specialistiche Chirurgiche”
Riscontri positivi da parte dei pazienti, tra cui Francesco, operato al rene sinistro, che ha voluto commentare la sua esperienza:
“Sono rimasto stupito della grande professionalità incontrata, sia di medici che infermieri, ma soprattutto della velocità nella ripresa post intervento. Credo che dovrebbe essere incrementato l’uso di questo tipo di interventi di chirurgia robotica, un nuovo approccio con risultati ottimali per noi pazienti”
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Laboratori di bellezza a Vicenza per pazienti oncologici style24.it
Scopri come il tocco della bellezza può alleggerire il percorso di chi lotta contro il cancro, grazie ai nuovi laboratori gratuiti organizzati a Vicenza.
Il 26 settembre la Fondazione Zoé di Vicenza apre la campagna 2026 di Ottobre Rosa con un evento dedicato alla cura di sé per chi affronta una diagnosi oncologica. L’appuntamento, intitolato “La forza della bellezza”, riunisce estetiste, volontarie e professionisti della salute per offrire momenti di autotruccoautomassaggio e una beauty routine completa, il tutto senza costi per i partecipanti.
Un pomeriggio di laboratorio e solidarietà a Vicenza
Le porte di Corso Palladio 36 si apriranno alle 16.00 per accogliere pazienti, accompagnatori e curiosi. Dopo i saluti istituzionali delle associazioni promotrici – Confartigianato Imprese Vicenza, LILT Vicenza, ANDOS Ovest Vicentino e Amici del Quinto Piano – il programma si articolerà in quattro turni da 45 minuti. Ogni turno consisterà in una dimostrazione pratica seguita da esercizi guidati, consentendo ai partecipanti di sperimentare subito le tecniche apprese. Il sottofondo musicale sarà curato dal chitarrista Raffaele Potzolu, i cui interludi di chitarra classica daranno un’atmosfera rilassata e accogliente.
Il progetto “La forza della bellezza”: come nasce e cosa offre
Il progetto nasce dall’iniziativa congiunta delle estetiste di Confartigianato e delle realtà associative della zona, ed è ormai consolidato da quasi quattro anni. Si tratta di un ciclo di laboratori mensili pensati per i pazienti in cura presso gli ospedali del territorio vicentino. Le operatrici, volontarie e altamente qualificate, mettono a disposizione la propria esperienza per insegnare tecniche di autotrucco – dal corretto utilizzo dei prodotti alla valorizzazione dei tratti del viso – e di automassaggio utile a ridurre tensioni muscolari e promuovere il benessere psicofisico. Inoltre, viene proposta una guida pratica per la beauty routine quotidiana, affiancata da consigli su skincare e igiene personale.
Obiettivi concreti per migliorare la quotidianità
L’intento è duplice: da un lato, fornire strumenti tangibili che possano restituire un senso di controllo e autonomia durante il percorso terapeutico; dall’altro, creare uno spazio di condivisione dove le persone possano sentirsi comprese e supportate. La filosofia alla base è che prendersi cura del proprio aspetto esteriore può tradursi in un reale impulso di autostima elemento fondamentale per affrontare le fasi più difficili della terapia oncologica.
Prevenzione e diagnosi precoce: dati che sottolineano l’importanza dell’iniziativa
Nel 2025 il Veneto ha registrato circa 34.120 nuove diagnosi di tumore. Sebbene il numero assoluto risulti stabile rispetto agli anni precedenti, i tassi standardizzati di incidenza sono in calo, segnale positivo dell’efficacia delle campagne di prevenzione e diagnosi precoce. L’iniziativa di Vicenza si inserisce in questo contesto, puntando non solo alla sensibilizzazione ma anche a un supporto pratico per chi ha già in corso un percorso oncologico, dimostrando che la prevenzione continua anche dopo la diagnosi, attraverso il benessere quotidiano.
Chi desidera partecipare deve iscriversi preventivamente, e le informazioni per l’iscrizione sono disponibili sul sito di Confartigianato Vicenza.
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Ottimizzare l’efficacia di un vaccino terapeutico contro un tumore airc.it
Per il vaccino terapeutico a cellule dendritiche contro il melanoma metastatico si aprono nuove prospettive, grazie ai risultati del gruppo di ricerca di Marcella Tazzari dell’Istituto romagnolo per lo studio dei tumori (IRST) “Dino Amadori”, a Meldola (Emilia-Romagna). Valutare nei pazienti la presenza di un certo tipo di cellule del sistema immunitario, i linfociti B, potrebbe infatti aiutare a identificare coloro che possono beneficiare di più della terapia e a usarne al meglio le potenzialità. I risultati dello studio, sostenuto anche da Fondazione AIRC, sono stati pubblicati a maggio 2026 sul Journal of Experimental & Clinical Cancer Research.
Di vaccini ne esistono di molti tipi. Alcuni, come quelli contro il coronavirus o l’epatite B, servono per prevenire del tutto la possibilità di infezione e quindi lo sviluppo delle malattie. Altri sono invece utilizzati a fini terapeutici, per esempio contro i tumori. A oggi ne esistono di diversi tipi, distinti in base alle tecnologie utilizzate, ai meccanismi d’azione e al contenuto, anche se l’obiettivo è lo stesso: stimolare la reazione del sistema immunitario contro la malattia. Di recente, la comunità scientifica ha fatto e sta facendo grandi passi avanti nello sviluppo dei vaccini a mRNA, ma in passato sono stati realizzati altri vaccini con obiettivi simili, seppure con tecnologie diverse. Un esempio sono i vaccini a cellule dendritiche. Questi sono realizzati a partire da cellule del sangue dei pazienti che in laboratorio sono sottoposte a una stimolazione che permette di ottenere le cellule dendritiche, che vengono quindi messe a contatto con il materiale tumorale e poi somministrate nuovamente ai pazienti. Lo scopo ultimo è aiutare il sistema immunitario a riconoscere e distruggere il tumore. Nel caso di questo studio, guidato da Marcella Tazzari, i vaccini sono stati prodotti presso l’Immuno-Gene Therapy Factory (IGTF) dell’IRST, un’officina farmaceutica autorizzata dall’Agenzia italiana del farmaco (AIFA).
Nel 2013, il primo vaccino a cellule dendritiche è stato approvato dall’Agenzia europea delle medicine (EMA), l’ente europeo per la regolazione dei farmaci, contro il tumore alla prostata metastatico. Tuttavia, negli ultimi anni l’uso di questo tipo di vaccino si è ridotto, anche per la variabilità della risposta tra i pazienti e la difficoltà di identificare in anticipo chi possa rispondere al vaccino e beneficiarne. In Italia, questo tipo di terapia è impiegato principalmente in studi clinici sperimentali o per uso compassionevole, un tipo di utilizzo normato dall’AIFA, quando per esempio mancano alternative terapeutiche. Il gruppo di Tazzari è partito dai dati di tali studi sperimentali e usi compassionevoli per capire meglio come funzionano questi vaccini.
Ricercatrici e ricercatori hanno raccolto i campioni e i dati clinici di un gruppo di 21 pazienti con melanoma in stadio avanzato che erano stati trattati in precedenza con il vaccino a cellule dendritiche. Ricostruendo il loro percorso clinico, hanno confrontato i dati dei casi che avevano risposto al vaccino con quelli di coloro che non avevano risposto. Dall’analisi è emerso che i tumori dei pazienti che avevano beneficiato maggiormente del vaccino presentavano più di frequente delle strutture immunitarie dette linfoidi terziarie mature. Queste consistono in aggregati organizzati di cellule immunitarie che si possono formare nel tessuto tumorale e nei quali i linfociti B rappresentano una componente chiave. Inoltre, il gruppo ha osservato che i pazienti che rispondevano maggiormente presentavano una maggiore quantità di linfociti B.
Questi dati fanno pensare che oggi non si stiano sfruttando tutte le potenzialità di questo tipo di vaccini, in particolare in due direzioni diverse. Da un lato, rilevare precocemente la presenza delle cellule B nei pazienti potrebbe aiutare a indentificare coloro in cui il vaccino potrebbe avere maggiori possibilità di funzionare. Dall’altro, comprendere che cosa accade alle cellule B durante la stimolazione per la produzione del vaccino, e come queste interagiscano con le cellule dendritiche, potrebbe suggerire nuove modalità per ottimizzare il vaccino.
Non è ancora noto quale meccanismo biologico sia alla base dell’associazione tra le cellule B e la risposta alla vaccinazione. I prossimi studi del gruppo di ricerca sono proprio rivolti a comprendere questo aspetto cruciale: le informazioni raccolte saranno fondamentali per capire se è possibile migliorare la terapia con il vaccino a cellule dendritiche. Dato che il farmaco è già approvato dagli enti regolatori ci sarebbe anche il notevole vantaggio di poter accorciare i tempi di un possibile utilizzo in clinica, rispetto al lungo percorso di sviluppo di un vaccino ex novo.
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"Scegliere la terapia giusta al momento giusto": all'Irst si discute il futuro delle cure oncologiche 4live.it
Le nuove strategie terapeutiche stanno trasformando radicalmente la gestione dei tumori renali e delle neoplasie uroteliali. Con l’avvento di opzioni sempre più avanzate, la definizione del percorso clinico nelle diverse fasi della malattia si fa via via più articolata e su misura per ogni singolo paziente. Di queste innovazioni e dei principali interrogativi ancora aperti si discuterà venerdì 25 settembre all’Istituto Romagnolo per lo Studio dei Tumori “Dino Amadori” Irccs (Irst) di Meldola, in occasione del convegno intitolato “Hot Topics nella gestione del paziente affetto da tumore renale e uroteliale“.
L’evento, promosso dall’Ufficio Formazione Irst, vede come coordinatore scientifico Cristian Lolli, oncologo e direttore f.f. della Struttura Complessa Oncologia clinica e sperimentale di Terapie innovative ed alte dosi. L’obiettivo primario dell’incontro è mettere a confronto specialisti di differenti discipline per condividere le opzioni cliniche più efficaci oggi a disposizione, analizzare i casi concreti ed integrare le più recenti evidenze scientifiche.
Le novità della ricerca: immunoterapia e farmaci mirati
Sul fronte del tumore al rene, l’introduzione di combinazioni terapeutiche a base di immunoterapia ha migliorato in modo significativo la prognosi e le prospettive di cura. Analogamente, nei tumori uroteliali, l’integrazione tra immunoterapia e nuove classi di farmaci — capaci di veicolare il principio attivo direttamente all’interno delle cellule tumorali — ha riscritto gli standard di trattamento. Il convegno analizzerà nel dettaglio sia la gestione delle fasi localizzate sia di quelle metastatiche.
Il programma della giornata
I lavori si articoleranno in due sessioni principali. Prima parte: incentrata sui più recenti progressi nel trattamento del tumore renale.
Seconda parte: dedicata alle novità terapeutiche per i tumori uroteliali. In entrambi i moduli il filo conduttore sarà l’individuazione della terapia corretta nel momento più idoneo della malattia.
Nel pomeriggio la discussione entrerà nel vivo della pratica clinica con l’analisi di casi complessi, guidata dalle oncologhe dell’Irst Elisa Tassinari e Nicole Brighi. A seguire si terrà una tavola rotonda multidisciplinare che vedrà dialogare insieme oncologi, urologi, radioterapisti, radiologi e professionisti sanitari di varie aree: un approccio integrato ormai fondamentale per assicurare una presa in carico globale e personalizzata. Informazioni utili: l’evento è gratuito, è promosso dall’Ufficio Formazione Irst ed è accreditato Ecm per medici, farmacisti, infermieri e biologi.
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Palermo, domenica torna FitWalking for Ail: una passeggiata per sostenere i pazienti con tumori del sangue wltv.it
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Palermo, 24 settembre 2026
Domenica 27 settembre torna a Palermo FitWalking for Ail, la manifestazione nazionale dell’Ail giunta alla decima edizione e organizzata in città dalla sezione Ail Palermo-Trapani.
La raccolta fondi della manifestazione dello scorso anno ha contribuito a finanziare il progetto sperimentale itinerante di attività fisica negli ospedali cittadini, adattata ai pazienti affetti da leucemia, mielomi e linfoma.
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Anche quest’anno la raccolta fondi sarà destinata a compiere ulteriori passi avanti nell’applicazione dell’attività fisica a beneficio dei pazienti affetti da tumori del sangue.
La passeggiata e il Villaggio SolidAil
La passeggiata non competitiva partirà e arriverà in piazza Castelnuovo e punta a promuovere l’importanza del movimento e della prevenzione.
Il Villaggio SolidAil sarà il cuore della manifestazione, con informazioni sul corretto stile di vita e screening gratuiti di prevenzione.
Gli screening saranno curati, tra gli altri, dall’Asp Palermo, dai farmacisti di Federfarma Palermo, da Farmaciste Insieme e da Agifar Palermo.
Domani la conferenza stampa
I risultati dell’impegno dell’Ail nel territorio palermitano e i dettagli della manifestazione saranno illustrati venerdì 25 settembre alle ore 10,30, presso la sede di Federfarma Palermo-Utifarma, in via Libertà 97.
Alla conferenza stampa parteciperanno Pino Toro, presidente dell’Ail Palermo-Trapani; Roberto Tobia, presidente di Federfarma; Licia Pennino, presidente regionale e delegata per Palermo di Farmaciste Insieme; e Rosaria Mannina, presidente dell’Agifar Palermo.
FitWalking for Ail si conferma così un’occasione di solidarietà, prevenzione e sostegno alla pratica dell’attività fisica adattata per i pazienti con tumori del sangue.
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Tumore colon retto, screening gratuito ma ancora troppo bassa l'adesione: a Cesena 'Piazza Idea' con gli esperti CesenaToday
Il cancro del colon retto è il secondo tumore più diagnosticato e anche il secondo come causa di mortalità. Ma aderire allo screening ha dimostrato una marcata riduzione della mortalità e della incidenza di cancro: la mortalità negli uomini cala del 65% tra chi si è sottoposto allo screening e del 54% nelle donne; grazie allo screening in Emilia Romagna si registra un -33% diagnosi di nuovi tumori del colon retto negli uomini e -21% nelle donne.
Solo il 53% della popolazione partecipa alla campagna di screening
Lo screening per il tumore del colon retto è uno strumento straordinario di prevenzione secondaria, una opportunità che il servizio sanitario dell’Emilia-Romagna offre da oltre vent’anni, gratuitamente, alla popolazione residente, dai 50 ai 69 anni, con una recente estensione dal 2025 alla fascia 70-74 anni. Eppure l’adesione della popolazione nel corso degli anni non aumenta. In Italia e anche in Emilia-Romagna solo il 53% della popolazione partecipa alla campagna di screening: nella provincia di Forlì-Cesena e, in particolare nella città di Forlì, l’adesione risulta particolarmente insufficiente, raggiungendo appena il 38% della popolazione, creando perdita di opportunità di diagnosi precoce e gratuita.
Dopo Forlì ‘Piazza Idea’ fa tappa a Cesena
Dopo il successo della prima edizione del 2025 a Forlì, torna “Piazza Idea” il 10 ottobre stavolta a Cesena: un altro importante momento di incontro e di riflessione tra professionisti della salute e cittadini sulla importanza della promozione della salute, ponendo attenzione sulle azioni attive offerte dal Sistema Sanitario Nazionale.
La comunicazione efficace in ambito sanitario non è solo un gesto umano, ma uno strumento di sanità pubblica che riduce rischi, aumenta consapevolezza e favorisce percorsi di presa in carico. Per questo parlare di promozione della salute e della prevenzione in tutti i suoi livelli oggi diventa elemento centrale nel creare condizioni sociali e ambientali favorevoli al benessere del sé e della comunità.
La reticenza nell'affrontare l'eventuale colonscopia
Scarsa consapevolezza e reticenza nell'affrontare l'eventuale colonscopia, sono due dei fattori che limitano fortemente l'adesione allo screening. In un’epoca critica della sanità pubblica per l’accesso alle cure, legato al problema importante della gestione delle liste di attesa, l’adesione allo screening rappresenta lo strumento adeguato per garantire equità e appropriatezza di accesso alle cure, oltre che rappresentare un indicatore “formale” per valutare la funzionalità organizzativa Ospedale-Territorio. In questa edizione si parlerà dello screening del cancro del colon retto.
Nel Palazzo del Ridotto dalle 9.30 alle 13.30 gli esperti si confronteranno pubblicamente (ingresso libero fino a esaurimento posti) mentre in piazza Almerici per tutta la giornata cinque punti di accoglienza saranno a disposizione della cittadinanza per divulgare informazioni preziose su nutrizione, prevenzione, preparazione intestinale, sedazione in endoscopia digestiva e colonscopia.
In piazza sarà visitabile EndoRunner, un hub mobile messo a disposizione da Fujifilm Healthcare e dotato di tre stazioni endoscopiche: uno spazio tecnologico che permetterà ai cittadini di conoscere da vicino le soluzioni più avanzate per la diagnosi e la cura. L’iniziativa si inserisce all’interno del progetto #TappaPrevenzione, pensato per avvicinare concretamente la popolazione alle tecnologie d’avanguardia e rafforzare il ponte tra innovazione sanitaria, professionisti della Salute e le comunità.
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Tumori, la cura di domani nasce nei laboratori di oggi: «L’Italia deve investire di più» Mondosanità
La cura che salva una persona oggi nasce spesso da una scoperta compiuta molti anni prima. È questo il messaggio al centro del World Cancer Research Day, la Giornata mondiale della ricerca sul cancro che si celebra il 24 settembre e che nel 2026 compie dieci anni. Un appuntamento nato per ricordare che ogni progresso nella prevenzione, nella diagnosi e nelle terapie dipende dalla capacità di sostenere la ricerca nel tempo.
«La cura di oggi è il frutto della ricerca del passato, mentre la ricerca che conduciamo ora dovrà rispondere alle domande cliniche che non hanno ancora una soluzione», spiega Anna Mondino, direttrice scientifica di Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro. Una consapevolezza che sembra essersi ormai radicata anche tra i cittadini: secondo un’indagine realizzata in occasione dei sessant’anni di AIRC, nove italiani su dieci conoscono la Fondazione e la maggior parte la associa proprio al sostegno della ricerca oncologica.
I tumori che fanno ancora più paura
Non tutti i tumori hanno però la stessa prognosi. Per alcune neoplasie le possibilità di cura sono aumentate in maniera significativa, mentre per altre la ricerca deve ancora superare ostacoli importanti.
«Esistono tumori che riusciamo a diagnosticare e trattare con maggiore efficacia, ma ce ne sono altri particolarmente aggressivi, come quelli del pancreas, del polmone e alcuni tumori cerebrali, dei quali dobbiamo comprendere meglio i meccanismi di insorgenza e progressione», osserva Mondino.
Una delle difficoltà principali è rappresentata dalla capacità del cancro di cambiare nel tempo. Le cellule tumorali possono sfuggire al controllo del sistema immunitario e, successivamente, diventare resistenti ai farmaci attraverso modificazioni genetiche ed epigenetiche. La sfida è quindi seguire l’evoluzione della malattia quasi in tempo reale.
«Stiamo cercando di farlo attraverso firme molecolari che possono essere individuate anche nel sangue. Capire come il tumore risponde alle terapie può permetterci di cambiare trattamento in tempo utile e offrire al paziente un percorso sempre più personalizzato».
Quel 40% che si può prevenire
La ricerca non riguarda soltanto nuovi farmaci. Serve anche a comprendere meglio come evitare la comparsa della malattia e come individuarla nelle sue fasi iniziali.
«Circa il 40% dei nuovi casi di tumore potrebbe essere potenzialmente prevenuto attraverso comportamenti corretti. Dobbiamo conoscere sempre meglio i fattori di rischio, investire nella prevenzione e mettere a punto strumenti diagnostici più precoci», sottolinea Mondino.
L’obiettivo è spostare progressivamente la bilancia dalla cura di una malattia avanzata alla sua prevenzione o, almeno, a una diagnosi effettuata quando il tumore è più facilmente trattabile.
Ricercatori italiani, ma pochi investimenti
Per mantenere competitiva la ricerca oncologica servono tecnologie sofisticate, laboratori, reti internazionali e finanziamenti continuativi. Su questo fronte, secondo Mondino, l’Italia mostra ancora una debolezza strutturale.
Nel nostro Paese ci sono ricercatori molto preparati, centri competitivi e università capaci di formare giovani talenti, tuttavia si investe ancora troppo poco in ricerca rispetto ad altre realtà europee. È fondamentale poter riuscire a offrire ai ricercatori le condizioni per restare o per tornare dopo un’esperienza all’estero».
La selezione dei progetti da finanziare deve essere rigorosa. AIRC utilizza il sistema della revisione tra pari, affidando le proposte soprattutto a esperti internazionali. A essere valutati sono l’innovazione scientifica, la qualità del ricercatore e la capacità dell’istituto ospitante di sostenere il progetto. Nel tempo vengono poi misurati risultati come pubblicazioni, brevetti e possibile impatto clinico.
Intelligenza artificiale e cure su misura
La frontiera più promettente è quella dell’oncologia di precisione: non una terapia uguale per tutti, ma combinazioni e sequenze di trattamenti costruite sulle caratteristiche biologiche del tumore e della persona.
«Per seguire ogni paziente, analizzare grandi quantità di informazioni e individuare la migliore sequenza terapeutica avremo sempre più bisogno dell’intelligenza artificiale», afferma Mondino. L’IA non sostituirà medici e ricercatori, ma potrà aiutarli a interpretare dati clinici e molecolari molto complessi.
Un’altra strada decisiva è l’integrazione tra le terapie tradizionali e l’immunoterapia. «Se riusciamo a potenziare una risposta immunitaria specifica contro il tumore, il paziente potrebbe mantenere nel tempo una maggiore capacità di controllo della malattia, riducendo il rischio di ricadute o metastasi».
Più che promettere una data entro la quale il cancro verrà “sconfitto”, la ricerca punta quindi a risultati concreti: prevenire più tumori, diagnosticarli prima, curare meglio quelli più difficili e garantire una qualità di vita sempre più alta. Perché ogni risposta ottenuta in laboratorio può diventare, domani, una possibilità in più per un paziente.
Fonti:
• Intervista ad Anna Mondino, direttrice scientifica di Fondazione AIRC
• World Cancer Research Day – campagna 2026
• Fondazione AIRC – Profilo di Anna Mondino
• Fondazione AIRC – Manifesto della prevenzione
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
I primi due pazienti sottoposti a intervento di chirurgia toracica presso l'ospedale polmonare Nghe An sono stati dimessi. Vietnam.vn
SKĐS - I primi due interventi chirurgici presso l'ospedale polmonare Nghe An si sono svolti senza intoppi: i pazienti si sono ripresi bene, sono rimasti stabili e sono stati dimessi. I medici hanno eseguito un intervento chirurgico sul paziente. Il 24 settembre, l'ospedale polmonareNghe Anha annunciato che i primi due pazienti sottoposti a intervento chirurgico nel periodo di attivazione dei reparti di chirurgia toracica e di chirurgia, anestesia e rianimazione si sono ripresi bene e possono essere dimessi. Questi interventi chirurgici hanno segnato l'inizio dell'implementazione di tecniche chirurgiche presso l'ospedale, con il coordinamento diretto e il trasferimento tecnologico da parte di esperti dell'Ospedale Nazionale Polmonare. Al paziente N.D.C. (57 anni, comune di Hung Nguyen, provincia di Nghe An) è stato diagnosticato uno pneumotorace sinistro ricorrente dovuto alla rottura di una cisti gassosa. L'intervento chirurgico è stato eseguito mediante resezione endoscopica e sutura della cisti, con la collaborazione di esperti del National Lung Hospital e dell'équipe del Nghe An Lung Hospital. Dopo l'intervento, il paziente è stato sottoposto a monitoraggio e cure post-operatorie. Il decorso post-operatorio è stato regolare, le sue condizioni si sono stabilizzate ed è stato dimesso dall'ospedale. I dirigenti dell'ospedale polmonare Nghe An hanno offerto dei fiori per congratularsi con i primi due pazienti dimessi dopo l'intervento chirurgico. La paziente NTH (67 anni, comune di Ky Anh, provincia diHa Tinh) è stata sottoposta a tiroidectomia endoscopica tramite approccio toraco-ascellare. Grazie all'approccio dal torace e dall'ascella, questo metodo evita di praticare un'incisione nella zona del collo, soddisfacendo così i requisiti estetici per alcuni pazienti idonei. In seguito all'intervento chirurgico, le difficoltà di deglutizione e il fastidio al collo del paziente sono migliorati. Le sue condizioni si sono stabilizzate ed è stato dimesso dall'ospedale, potendo così tornare a casa. Il successo dei primi interventi chirurgici segna l'inizio dello sviluppo dell'ospedale Nghe An Lung nel campo della chirurgia toracica, con l'adozione e l'applicazione graduale di tecniche più avanzate, consentendo alle persone di ricevere cure direttamente nella propria zona. Fonte: https://suckhoedoisong.vn/hai-nguoi-benh-duoc-phau-long-nguc-dau-tien-tai-benh-vien-phoi-nghe-an-duoc-xuat-vien-169260924090847601.htm
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Cucinare con cura. Al via la scuola di cucina per pazienti oncologici: "Per ritrovare la normalità" La Nazione
di Giulia PreteLUCCACi sono momenti in cui anche preparare un piatto, scegliere un ingrediente, sedersi a tavola insieme agli altri può diventare un modo per ritrovare un po’ di normalità. È da qui che nasce "Cucinare con Cura", la scuola di cucina durante la terapia oncologica presentata ieri mattina nella sede di LuccaHostel, alla presenza degli organizzatori e dei partner del progetto. Quattro incontri per parlare di alimentazione, ma soprattutto per trasformare le indicazioni degli specialisti in gesti concreti, quotidiani, possibili. Perché una diagnosi oncologica non cambia soltanto il percorso di cura: può cambiare il rapporto con il proprio corpo, con il cibo e con le abitudini di ogni giorno. E proprio mentre le terapie diventano sempre più efficaci e meno invasive, emergono nuovi bisogni ai quali è importante dare risposte. "Cucinare con Cura" nasce così, mettendo attorno allo stesso tavolo competenze cliniche, nutrizionali e culinarie.
A presentare l’iniziativa sono stati i rappresentanti dell’Asl Aroldo Marconi, Simona Giovannelli, Patrizia Fistesmaire, Laura Crespin e Lucia Da Valle. Presenti anche la nutrizionista Francesca Milani e la chef di InPasti Elena Mondini. Con loro anche Emanuela Bianchi di La Città delle Donne, Franca Cecchini per lo SPI CGIL e Maria Fortini per la Sezione Soci Lucca Coop FI. L’idea è semplice, ma va ben oltre una tradizionale scuola di cucina: aiutare le pazienti oncologiche a conoscere meglio ciò che portano in tavola e a ritrovare autonomia e consapevolezza nelle scelte alimentari. La nutrizione viene così inserita all’interno della presa in carico multidisciplinare, accanto alle terapie e agli altri strumenti che accompagnano la persona durante il percorso di cura.
Agli incontri si parlerà di alimentazione sana, della scelta degli ingredienti e della composizione dei pasti, ma le indicazioni non resteranno sulla carta. Dopo la parte nutrizionale arriveranno infatti i fornelli: la chef mostrerà tecniche di preparazione, taglio, conservazione e cottura, trasformando i principi illustrati dalla specialista in ricette concrete. Un approccio particolarmente importante anche per affrontare alcune difficoltà che possono accompagnare le terapie, dalle alterazioni del gusto alla fatigue, fino all’aumento di peso legato alle terapie ormonali. E poi c’è l’altro ingrediente, quello che forse rende questo progetto ancora più speciale: la convivialità. Condividere, ascoltare, fare domande, confrontarsi con altre persone che stanno vivendo un percorso simile. Perché stare insieme attorno a un tavolo può essere, anche questo, un modo per sentirsi meno soli.
"Il percorso prevede quattro incontri di gruppo, a cadenza settimanale, il 1°, 8, 15 e 22 ottobre alle 17.30 - ha spiegato Lucia Da Valle dell’Asl - Ogni appuntamento durerà circa 90-120 minuti e alternerà l’introduzione della Breast Unit, l’intervento della nutrizionista, la parte pratica con la chef, il confronto con le partecipanti e l’assaggio dei piatti preparati. Al termine saranno inoltre messi a disposizione materiali e ricettari, per portare l’esperienza anche fuori dalla cucina. Ringraziamo tutti coloro che hanno reso possibile questa iniziativa".
La sede sarà InPasti, presso LuccaHostel, in via della Cavallerizza 12 in centro storico. E così, tra una ricetta, un consiglio della nutrizionista e un piatto da assaggiare, la cucina può diventare uno spazio dove non si parla soltanto di malattia, ma anche di vita.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
L’aria che respiriamo quando corriamo o pedaliamo se è inquinata, fa una grande differenza. Fare sport è sicuramente un beneficio per la salute, ma scegliere dove praticarlo può fare una grande differenza. Una ricerca dell’università di Cambridge
Quanto fa male fare jogging su strade inquinate? Sì, perché se correre è sicuramente un beneficio per la salute, scegliere dove si corre, può fare una grande differenza. Un numero crescente di studi sta infatti mostrando che praticare jogging nei centri urbani dove sono alti i livelli di inquinamento atmosferico sia collegato a malattie cardiache, problemi respiratori e perfino al cancro. La causa è che quando corriamo o pedaliamo la ventilazione polmonare aumenta notevolmente. Questo significa che tendiamo ad inspirare più aria inquinata rispetto a quando camminiamo. Quello dello smog e della qualità dell’aria legati alla salute è uno dei grandi temi del nostro tempo. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, infatti il 99% della popolazione mondiale respira aria inquinata, causando 6,7 milioni di decessi prematuri all'anno.
Lo studio
L’ultima ricerca che studia gli effetti dell'inquinamento sull'esercizio fisico arriva dall’università Imperial College di Londra. Una delle principali preoccupazioni emersa dalla ricerca riguarda il Pm 2.5, quelle minuscole particelle causate dai gas emessi dalle auto e che possono penetrare in profondità nei polmoni, attraversare il flusso sanguigno e viaggiare in tutto il corpo. "Quando le particelle sono così piccole, possono attraversare la barriera ematoencefalica, danneggiare i vasi e la barriera, ma finire anche nel cervello", afferma Haneen Khreis, epidemiologa dell'Università di Cambridge e coautrice dello studio reso noto dalla BBC.
Il team di ricercatori ha preso in considerazione 51 studi precedenti analizzando i dati di oltre 29 milioni di persone e trovando un legame tra tre tipi di inquinamento atmosferico e un aumento del rischio di morbo di Parkinson. Uno di questi era appunto collegato al Pm 2.5. Ma ci sono anche altri inquinanti che preoccupano i medici quando si corre o si pedala lungo strade trafficate: il biossido di azoto, l'anidride di azoto che secondo i ricercatori londinesi causa infiammazioni polmonari, mentre “lo smog può compromettere lo sviluppo e il funzionamento dei nostri polmoni”.
Questo ovviamente non significa che stare seduto in macchina ci protegga dall'inquinamento atmosferico e c’è anche una buona notizia. “I benefici che si ottengono dall'esercizio anche in città inquinate superano i rischi", afferma Audrey de Nazelle, docente all'Imperial College di Londra che da anni studia gli effetti dell'inquinamento sull'esercizio fisico “Solo a livelli eccezionalmente alti, come quelli riscontrati in alcune delle città più inquinate al mondo come Delhi, India, i rischi iniziano ad avvicinarsi o superare i benefici dell'esercizio prolungato”. Quindi non si tratta di “non correre”, ma di tenere conto di alcuni fattori e spesso basta cambiare consuetudini.
Parco o strade secondarie
Per un runner il luogo dell’allenamento può dunque diventare dunque una variabile importante. Meglio spostarsi, se troppo trafficato, perché sempre secondo il team di ricercatori inglesi se l'esercizio fisico anche in ambienti inquinati è associato a una riduzione del rischio di mortalità del 26% rispetto all'inattività, in aria più pulita ha registrato una riduzione superiore del 31%. Quindi l’aria che respiriamo quando si pratica sport se è inquinata fa una grande differenza. Prima di tutto, comunque, è importante tenere conto delle proprie condizioni di salute. “Chi ha patologie come asma o malattie cardiovascolari, dovrebbe essere più cauta”, si legge nella ricerca
Meglio mettere in atto qualche strategia
Anche chi vive in una città affollata può fare sport all’aperto, mica per fare una corsa bisogna trasferirsi in campagna. Sarebbe meglio spostare il percorso magari trovando l'area più verde o meno congestionata, anche se per raggiungerla ci vogliono qualche minuto in più. “Le ricerche dimostrano che allontanarsi di una o due strade dal traffico intenso riduce l'esposizione all'inquinamento dal 20% al 30% - afferma de Nazalle – e se si riescono a prendere le stradine laterali, ancora meglio: riduce l'esposizione del 50%”. Se possibile, è anche una buona idea evitare l'ora di punta. Le auto ferme nel traffico creano “punti caldi di inquinamento”.
Infine, potrebbe aiutare anche monitorare la qualità dell’aria nella propria zona prima di uscire: ci sono siti e app che indicano ogni giorno i livelli di inquinanti. Se proprio non si può fare a meno di allenarsi “meglio ridurre la durata della corsa – consigliano gli autori dello studio – nei giorni con maggiore inquinamento atmosferico, fare esercizio al chiuso o nei parchi è un'opzione migliore”.
Le scelte individuali però non sono sufficienti. “La protezione più efficace sarà indirizzare le emissioni alle loro fonti", scrivono alla fine i medici inglesi. Nel frattempo, per la prossima corsa meglio andare al parco sotto casa.
Sclerosi multipla pediatrica. Il CHMP raccomanda l’approvazione di ocrelizumab per bambini e adolescenti con sclerosi multipla recidivante - clicMedicina
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Criteri Critici
Sclerosi multipla pediatrica. Il CHMP raccomanda l’approvazione di ocrelizumab per bambini e adolescenti con sclerosi multipla recidivante clicMedicina
Il Comitato per i Medicinali per Uso Umano CHMP dell’Agenzia Europea per i Medicinali Ema ha raccomandato l’approvazione di ocrelizumab per infusione endovenosa per il trattamento di bambini e adolescenti con sclerosi multipla dai 10 anni in su, affetti da forme recidivanti di sclerosi multipla SMR. La Food and Drug Administration statunitense ha approvato l’anticorpo monoclonale per i pazienti pediatrici con SMR nel maggio 2026. La decisione finale da parte della Commissione Europea è attesa a breve.
“I bambini e gli adolescenti che convivono con la sclerosi multipla subiscono ricadute più frequenti e gravi rispetto agli adulti, eppure le loro opzioni terapeutiche sono rimaste indietro”, dichiara Levi Garraway, MD, PhD, chief medical officer e head of Global Product Development di Roche. “Il parere positivo del CHMP ci avvicina a colmare un divario di lunga data in Europa, offrendo ai giovani con SM una terapia ad alta efficacia supportata da un decennio di esperienza clinica negli adulti.”
“Vivere con una diagnosi di SM in età pediatrica significa che i bambini e gli adolescenti devono affrontare una condizione complessa, con ricadute imprevedibili che richiedono ricoveri ospedalieri e terapie per la fase acuta, comportano giorni di assenza da scuola e dalle attività sociali ponendoli di fronte al rischio di una potenziale disabilità futura”, afferma la dott.ssa Brenda Banwell, MD, Chair of Pediatrics alla Johns Hopkins Medicine, pediatrician-in-chief e co-director del Johns Hopkins Children’s Center. “Estendere ocrelizumab, un trattamento di comprovata efficacia per gli adulti, ai pazienti più giovani rappresenta un importante passo avanti per bloccare tempestivamente l’attività della malattia, con l’obiettivo di preservare la loro salute fisica e cognitiva.”
Almeno 40mila bambini e adolescenti convivono con la SM in tutto il mondo; di questi, circa 1/3 si trova in Europa. Ocrelizumab è un anticorpo monoclonale umanizzato progettato per colpire in modo selettivo i linfociti B CD20-positivi, un tipo specifico di cellula immunitaria che si ritiene sia tra le principali responsabili dei danni alla mielina (la guaina che isola e supporta le cellule nervose) e agli assoni (le cellule nervose stesse).
LA SCLEROSI MULTIPLA
È una patologia cronica che colpisce oltre 3milioni di persone in tutto il mondo. Le persone affette da tutte le forme di sclerosi multipla subiscono una progressione della malattia fin dall’esordio. Pertanto, un obiettivo cruciale del trattamento è rallentare, arrestare e idealmente prevenire la progressione della malattia il prima possibile. Circa l’85% delle persone affette da sclerosi multipla riceve una diagnosi iniziale di sclerosi multipla recidivante-remittente SMRR. Le forme recidivanti della malattia SMR comprendono la SMRR e la SM secondariamente progressiva attiva; le persone con SMR vanno incontro a ricadute e a un peggioramento della disabilità nel tempo.
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Criteri Critici
Mieloma multiplo, una nuova terapia è ora rimborsabile in Italia: cosa cambia per i pazienti Mondosanità
Quando il mieloma multiplo torna dopo una terapia, per il paziente cambia tutto.
La domanda non è più soltanto “quale cura funziona?”, ma anche “quali possibilità ho ancora davanti?”.
Da settembre, in Italia, Blenrep, a base di belantamab mafodotin, è rimborsabile dal Servizio sanitario nazionale per alcuni adulti con mieloma multiplo recidivato o refrattario, cioè tornato dopo le cure oppure non più sensibile ai trattamenti già fatti.
Non è una terapia per tutti. Ma per chi rientra nei criteri può rappresentare una nuova strada in una fase della malattia in cui le scelte diventano più delicate.
Che cos’è il mieloma multiplo
Il mieloma multiplo è un tumore del sangue che nasce dalle plasmacellule, cellule del midollo osseo che normalmente producono anticorpi.
Quando diventano tumorali, possono moltiplicarsi in modo incontrollato e creare problemi a ossa, reni, sangue e sistema immunitario.
Negli ultimi anni le possibilità di cura sono aumentate molto.
Il problema nasce quando la malattia ritorna oppure smette di rispondere ai trattamenti già utilizzati.
Come funziona la nuova terapia
Belantamab mafodotin è un anticorpo “mirato”.
Riconosce una proteina chiamata BCMA, presente sulla superficie di molte cellule del mieloma, vi si lega e porta al loro interno una sostanza capace di danneggiarle.
In parole semplici: usa una caratteristica delle cellule malate per portare il trattamento più vicino al bersaglio.
Non significa che il farmaco agisca soltanto sul tumore o che sia privo di effetti collaterali.
Ma è un modo diverso di colpire la malattia rispetto ad altre terapie.
Chi può riceverlo
La nuova rimborsabilità riguarda adulti nei quali il mieloma è già stato trattato almeno una volta.
Il farmaco viene utilizzato insieme ad altri medicinali già impiegati contro questa malattia. La combinazione scelta dipende soprattutto dalle terapie che il paziente ha ricevuto in precedenza.
Non basta quindi avere una diagnosi di mieloma.
Conta la storia della malattia, come ha risposto alle cure precedenti e quali trattamenti sono già stati utilizzati.
La prescrizione avviene nei centri autorizzati e secondo i criteri stabiliti da AIFA.
Quanto può rallentare la malattia
Uno degli studi principali ha coinvolto 494 pazienti.
Con il trattamento che comprendeva belantamab, il tempo mediano senza progressione della malattia è stato di 36,6 mesi, contro 13,4 mesi con la terapia di confronto.
È un dato importante, ma va capito bene.
“Tempo senza progressione” non significa guarigione.
Significa che, nel gruppo trattato con belantamab, la malattia è rimasta controllata più a lungo prima di mostrare un peggioramento misurabile.
Il punto delicato riguarda gli occhi
Questo trattamento richiede un’attenzione particolare alla cornea, la parte trasparente anteriore dell’occhio.
In alcuni pazienti possono comparire vista sfocata, secchezza, fastidio alla luce o altri disturbi visivi.
Per questo sono previsti controlli oculistici prima delle prime somministrazioni e poi quando necessario.
Se compaiono alterazioni, il medico può rinviare una dose, ridurla o interrompere temporaneamente il trattamento.
Tra gli altri effetti indesiderati più frequenti ci sono riduzione delle piastrine, dei globuli rossi o di alcuni globuli bianchi, diarrea e disturbi dei nervi periferici come formicolii o alterazioni della sensibilità. Alcune infezioni possono essere serie e richiedono particolare attenzione.
Perché questa novità conta
Belantamab mafodotin era già autorizzato a livello europeo.
Il passaggio italiano conta perché consente di utilizzarlo, nei pazienti che rispettano i criteri previsti, all’interno del Servizio sanitario nazionale.
Non sostituisce le altre terapie e la scelta resta sempre personalizzata.
Ma in una malattia che può tornare più volte e diventare resistente ai trattamenti, avere una strategia in più significa allargare il margine di cura.
Fonti:
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Criteri Critici
Tumore della prostata, in Piemonte confronto su cure ed esperienze dei pazienti La Discussione
TORINO (ITALPRESS) – Rafforzare la continuità assistenziale e valorizzare le esperienze dei pazienti. Questi gli obiettivi della conferenza stampa dedicata al tumore della prostata che si è svolta a Torino nella sala Viglione di Palazzo Lascaris, sede del Consiglio regionale del Piemonte. L’incontro realizzato con il contributo non condizionante di Astellas Pharma ha riunito esperti clinici di riferimento del territorio e associazioni di pazienti.xb4/mrc/gtr
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Criteri Critici
Albano, inaugurato il nuovo Day Hospital oncologico del "Regina Apostolorum" AGR Agenzia di Stampa
Albano, inaugurato il nuovo Day Hospital oncologico del "Regina Apostolorum"
Un investimento da 620.000 euro per un reparto più grande, 12 postazioni di terapia e spazi dedicati a pazienti e caregiver. È il Day Hospital Oncologico con maggiore capacità di presa in carico della ASL Roma 6. Rafforzata l'offerta di cura ed assistenza per i pazienti del territorio
Inaugurazione_DH_oncologico Regina Apostolorum
(AGR) Un nuovo spazio di cura per rispondere a un bisogno sempre più importante del territorio. È stato inaugurato questa mattina il nuovo Day Hospital Oncologico dell’Ospedale Regina Apostolorum di Albano Laziale, un intervento che rafforza concretamente la capacità di assistenza oncologica a disposizione dei cittadini dei Castelli Romani.
Un investimento di 620.000 euro ha consentito di ampliare il reparto da 216 a 320 metri quadrati, aumentare le postazioni di terapia da 9 a 12 e gli ambulatori da 2 a 4. La sala d’attesa passa inoltre da 10 a 40 posti, con spazi dedicati e riservati e servizi igienici propri. Un intervento che non riguarda quindi soltanto l’ampliamento degli ambienti, ma che punta a rendere il percorso di cura più vicino, più accessibile e più adeguato alle esigenze delle persone.
La cerimonia di inaugurazione si è aperta con il taglio del nastro e i saluti del dottor Francesco Angelini, Direttore dell’U.O. di Oncologia, e della dottoressa Anna Crisanti, Direttrice Sanitaria f.f., cui è seguita la benedizione degli spazi impartita da Sua Eccellenza Mons. Vincenzo Viva, Vescovo di Albano. Dopo l’intermezzo musicale affidato al tenore Michael Alfonsi e al baritono Giorgio Carli, la mattinata ha dato spazio alle testimonianze dei pazienti del reparto, raccolte nel momento “Le parole della cura”.
Sono quindi intervenuti Gabriele Coppa, Direttore Generale dell’Ospedale Regina Apostolorum, il Sindaco di Albano Laziale Massimo Ferrarini, il Direttore Generale della ASL Roma 6 Giovanni Profico, l’Assessore al Bilancio della Regione Lazio Giancarlo Righini, il Presidente del Consiglio Regionale del Lazio Antonello Aurigemma, il Deputato della Repubblica Andrea Volpi e Marco Mattei, Capo di Gabinetto del Ministero della Salute.
L’ampliamento del Day Hospital nasce dalla volontà di rafforzare la capacità di presa in carico oncologica del Regina Apostolorum e, al tempo stesso, di offrire ai cittadini dei Castelli Romani un’alternativa di cura sempre più vicina al luogo in cui vivono.
Nel 2025 il Day Hospital Oncologico ha registrato 2.777 accessi, per 225 pazienti presi in carico. Numeri che restituiscono la dimensione dell’attività svolta e il ruolo che la struttura già ricopre sul territorio.
Con il nuovo reparto, la maggiore disponibilità di postazioni consente di incrementare la capacità assistenziale, mentre l’organizzazione degli spazi è stata progettata per accompagnare il paziente durante il percorso terapeutico in un ambiente più funzionale, riservato e confortevole.
“Offrire ambienti più accoglienti durante il percorso di cura oncologica - ha sottolineato il Professor Francesco Angelini, Direttore Struttura Complessa di Oncologia di ORA - significa contribuire concretamente alla qualità di vita dei pazienti e alla serenità e all’efficacia del lavoro degli operatori. Significa anche rafforzare quel legame terapeutico ed empatico tra pazienti e professionisti che, insieme all’aggiornamento e alla tempestività dei trattamenti, rappresenta un tratto distintivo e riconosciuto di questo ospedale”
“Con il nuovo Day Hospital - ha dichiarato Gabriele Coppa, Direttore Generale dell’Ospedale Regina Apostolorum - ampliamo l'offerta del Regina Apostolorum: dodici poltrone e il raddoppio degli ambulatori significano più prestazioni per i pazienti del territorio. Ma la qualità di un servizio oncologico si misura anche nella capacità di ascolto e nell'attenzione ai dettagli, che non sono accessori: sono parte della cura. Umanizzare significa mettere la persona, con la sua storia, al centro di ogni scelta clinica e organizzativa. Ringrazio i professionisti e tutto il personale dell'Ospedale, che ogni giorno rendono possibile questo modo di lavorare, e le istituzioni che ci hanno accompagnato in questo percorso finalizzato ad una cura di prossimità”
La Rete Ospedaliera istituita con il DCA 869/2023 e confermata dal più recente provvedimento 115/2026 prevede per il territorio della ASL Roma 6 complessivamente 37 posti di Day Hospital Oncologico: 6 ad Anzio/Nettuno, 11 presso INI Grottaferrata, 8 all’Ospedale dei Castelli e 12 al Regina Apostolorum.
Con le nuove 12 postazioni, il Day Hospital Oncologico del Regina Apostolorum è il più capiente della ASL Roma 6, consolidando il ruolo dell’Ospedale di Albano Laziale all’interno della rete oncologica territoriale.
L’ampliamento rappresenta così un ulteriore passo nel percorso di sviluppo dell’Ospedale Regina Apostolorum e nella costruzione di un’offerta sanitaria sempre più capace di rispondere ai bisogni della popolazione dei Castelli Romani, con l’obiettivo di rendere le cure specialistiche sempre più accessibili e vicine ai cittadini.
“Oggi - ha affermato Massimo Ferranini, Sindaco di Albano Laziale - qui ad Albano non si è inaugurato semplicemente un nuovo reparto: apriamo le porte a un luogo di cura, di ascolto e di speranza. Con 12 poltrone per le terapie oncologiche e il raddoppiamento degli ambulatori, il Regina Apostolorum si conferma un punto di riferimento importante per l’intero territorio della Asl Roma 6. Consentire un maggior numero di prestazioni significa permettere a centinaia di cittadini di curarsi
vicino a casa e ai propri affetti, evitando il disagio e la fatica di lunghi spostamenti verso strutture più lontane. Il Comune di Albano Laziale non intende essere un semplice spettatore: ci impegniamo a essere al fianco di questa realtà, lavorando su accessibilità, collaborazione tra servizi, prevenzione e sensibilizzazione sul territorio. Vogliamo essere un ponte permanente tra la cittadinanza e la sanità, perché la battaglia contro il cancro non si combatta mai da soli”.
DICHIARAZIONI DEGLI INTERVENUTI ALL’INAUGURAZIONE
Giovanni Profico
Direttore Generale ASL Roma 6
«L’inaugurazione del Day Hospital Oncologico dell’Ospedale Regina Apostolorum rappresenta un ulteriore passo nel rafforzamento dell’offerta assistenziale oncologica sul territorio della ASL Roma 6. In un ambito così delicato, nessuna struttura può e deve operare in maniera isolata: è la rete, attraverso l’integrazione delle competenze e la continuità dei percorsi, a rappresentare un valore fondamentale per garantire risposte efficaci e vicine ai bisogni delle persone.
Costruire una rete significa anche costruire fiducia: la fiducia del paziente nei professionisti che lo accompagnano, nelle strutture che lo accolgono e, più in generale, in un sistema sanitario capace di prenderlo in carico senza lasciarlo solo nelle diverse fasi della malattia. È su questa capacità di fare sistema, mettendo al centro la persona e la qualità dell’assistenza, che dobbiamo continuare a lavorare insieme sul nostro territorioMarco Mattei
Capo di Gabinetto del Ministero della Salute, già Sindaco di Albano Laziale
Esprimo grande soddisfazione per questo ulteriore ampliamento dei servizi al cittadino della asl Roma 6, in particolare su una materia così delicata come la diagnosi e la cura delle patologie tumorali. L'ampliamento dei posti di DH Oncologico presso l'ospedale Regina Apostolorum rappresenta un importante traguardo per il consolidamento della rete oncologica territoriale. I cittadini dei nostri comuni potranno beneficiare di un maggior numero di prestazioni eseguibili direttamente nei propri comuni. Ringrazio il Direttore Coppa per avermi inviato, per me è sempre importante partecipare ad eventi che segnano un miglioramento continuo della sanità sul nostro territorio."
Andrea Volpi
Deputato
«L'inaugurazione del nuovo DH Oncologico dell'Ospedale Regina Apostolorum rappresenta un investimento importante nella salute e nella qualità delle cure per tutto il territorio dei Castelli Romani. Una struttura che rafforza la rete sanitaria locale, offrendo ai pazienti percorsi di cura sempre più qualificati e vicini alle loro comunità. È un risultato che testimonia quanto sia fondamentale continuare a investire nella sanità del nostro territorio.»
Antonello Aurigemma
Presidente del Consiglio regionale del Lazio
Le inaugurazioni del nuovo spazio dedicato al day hospital oncologico e della nuova sala prelievi sono misure di grande rilevanza che rafforzano la sanità territoriale. Con il nuovo day hospital, poi, si va a implementare e ad ampliare la capacità di presa in carico dei pazienti oncologici. Un plauso all’ospedale poiché si tratta di iniziative che hanno tra gli aspetti centrali l’umanizzazione delle cure, dove le persone e i loro bisogni hanno assoluta priorità, per un modello di salute sempre più vicino ai cittadini, alle loro esigenze e dei familiari, non solo in termini strettamente clinici. Per questi motivi, colgo l’occasione per ringraziare i professionisti, i medici, tutto il personale del Regina Apostolorum di Albano Laziale per le attività preziose che portano avanti, al servizio dell’utenza e delle nostre comunità territoriali
Giancarlo Righini
Assessore della Regione Lazio
«L’inaugurazione del nuovo Day Hospital Oncologico dell’Ospedale Regina Apostolorum rappresenta una notizia importante per Albano Laziale e per l’intero territorio dei Castelli Romani. Rafforzare la capacità di presa in carico dei pazienti oncologici, attraverso spazi più ampi, nuove postazioni terapeutiche e un’organizzazione sempre più attenta alle esigenze delle persone, significa rendere concretamente più vicina e accessibile la sanità.
Il Regina Apostolorum rappresenta da anni un importante presidio sanitario per questo territorio e questo nuovo investimento ne rafforza ulteriormente il ruolo all’interno della rete assistenziale della ASL Roma 6. Come Regione Lazio continueremo a sostenere ogni intervento capace di potenziare l’offerta sanitaria e di migliorare concretamente la qualità dell’assistenza.
Investire nella qualità della sanità significa prima di tutto investire nelle persone e nella loro possibilità di ricevere cure appropriate il più vicino possibile al proprio territorio»
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
51.9/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Il farmaco che ha cambiato la leucemia: la storia dell’imatinib raccontata a Monza Monza-News
Per anni la leucemia mieloide cronica è stata una malattia con possibilità terapeutiche molto più limitate di quelle attuali. Poi, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, qualcosa cambiò: una molecola pensata per colpire uno dei meccanismi biologici alla base della malattia dimostrò che era possibile intervenire in maniera selettiva sulle cellule tumorali. Quella molecola era l’imatinib, destinato a diventare uno dei simboli della medicina di precisione.
Tra i ricercatori che parteciparono a quella stagione scientifica c’era Carlo Gambacorti-Passerini, oggi direttore della Struttura complessa di Ematologia dell’IRCCS San Gerardo dei Tintori di Monza. Una storia che il medico ha deciso di raccontare nel libro La speranza oltre la siepe. La vera storia dell’imatinib e della leucemia mieloide cronica, pubblicato da Àncora Editrice e presentato venerdì 18 settembre proprio al San Gerardo.
Accanto all’autore sono intervenuti il presidente della Fondazione Claudio Cogliati, Laura Porta, psicoanalista, giornalista e docente IRPA, Milena Provenzi, medico psichiatra, e Francesco Onida, direttore della Struttura complessa di Oncoematologia dell’ASST Fatebenefratelli-Sacco.
Un volume di appena 104 pagine che racchiude però una vicenda lunga decenni. Le prime note furono scritte dallo stesso Gambacorti-Passerini quando gli eventi erano ancora vicini, tra la fine degli anni Novanta e il decennio successivo, per essere poi riprese e organizzate tra il 2023 e il 2025.
Il medico e il ricercatore, due mestieri mai separati
Milanese, classe 1957, Gambacorti-Passerini è professore di Medicina interna ed Ematologia all’Università di Milano-Bicocca, dove dirige anche la Scuola di specializzazione in Ematologia.
La sua carriera si è sviluppata lungo un confine che, nel suo modo di intendere la professione, in realtà non è mai esistito: quello tra il medico che cura il paziente e il ricercatore che cerca di capire perché una malattia si comporti in un determinato modo.
«Ho sempre concepito il fare il medico e il fare il ricercatore come una cosa sola», ha spiegato. Il medico osserva fenomeni che ancora non comprende, si domanda perché avvengano e prova a trovare una risposta. Non soltanto per curiosità scientifica, ma perché la missione della medicina, nella sua visione, non consiste esclusivamente nell’assistere chi è malato: significa anche cercare di offrire qualcosa di migliore a chi verrà dopo.
Quando la leucemia mieloide cronica cambiò volto
L’avvento degli inibitori delle tirosin-chinasi, a partire dall’imatinib all’inizio degli anni Duemila, ha modificato profondamente la storia naturale della leucemia mieloide cronica. Per molti pazienti che rispondono alla terapia, una patologia un tempo associata a prospettive molto più severe può oggi essere controllata a lungo, con un’aspettativa di vita che può avvicinarsi a quella della popolazione generale.
Gambacorti-Passerini fu tra i ricercatori che contribuirono allo sviluppo preclinico e clinico della molecola. Alla fine degli anni Novanta, il suo gruppo lavorò sulla possibilità di bloccare il bersaglio molecolare responsabile della proliferazione delle cellule malate, contribuendo a costruire le basi sperimentali che avrebbero preceduto l’impiego del farmaco nei pazienti.
Francesco Onida ha ricordato quanto quella scoperta abbia modificato non soltanto una singola malattia, ma anche il modo di pensare le terapie oncologiche. Quando insegna la leucemia mieloide cronica, ha raccontato, quella è una delle lezioni più significative proprio perché permette di mostrare come la ricerca abbia trasformato completamente il destino clinico della patologia.
L’imatinib divenne infatti uno dei grandi modelli della terapia “target”, cioè di una cura costruita per agire contro uno specifico meccanismo biologico della malattia.
Eppure, all’inizio, quella fiducia non era affatto scontata.
«Quando abbiamo iniziato a studiare questo farmaco nell’uomo, alcuni colleghi mi guardavano quasi sorpresi», ha ricordato Gambacorti-Passerini. I risultati ottenuti in laboratorio gli avevano però dato una convinzione fortissima. Tanto da riassumerla con una frase che conserva ancora oggi il tono di quegli anni: «Se non funziona questo, non funziona neanche l’acqua santa».
Dietro una scoperta non c’è soltanto la scienza
La speranza oltre la siepe non è però soltanto il racconto celebrativo di un farmaco di successo.
Dentro quelle pagine entrano anche la burocrazia, le rivalità tra ricercatori, i rapporti con l’industria farmaceutica, gli interessi economici, le resistenze dell’ambiente accademico e tutte quelle decisioni che possono accelerare oppure rallentare una sperimentazione.
È qui che la “siepe” scelta per il titolo assume il suo significato più ampio.
Per Laura Porta la siepe può essere la malattia, ma anche il sistema che circonda la ricerca: burocrazia, interessi personali, invidia, narcisismo. La speranza, in questa lettura, non coincide con un ottimismo ingenuo. È piuttosto la capacità di vedere l’ostacolo e continuare comunque a cercare una strada per superarlo.
Milena Provenzi ha proposto una prospettiva ancora diversa: la siepe non rappresenta soltanto ciò che impedisce di vedere, ma anche ciò che costringe a immaginare ciò che esiste dall’altra parte. E proprio da ciò che ancora non si vede può nascere un nuovo modo di curare.
«Le persone cambiano, i concetti rimangono»
C’è infine una ragione personale dietro la decisione di mettere ordine, oggi, negli appunti accumulati nel corso degli anni.
Per Gambacorti-Passerini è arrivato il momento in cui una carriera scientifica può essere osservata anche dalla parte di chi viene dopo. Non tanto per lasciare un monumento a ciò che è stato fatto, quanto per trasmettere un metodo.
«Le persone cambiano, i muri cadono, le cose materiali scompaiono. Un concetto, invece, può resistere al tempo», ha spiegato.
E proprio qui il racconto dell’imatinib smette di essere soltanto la storia di un farmaco. Diventa quella di una generazione di medici e ricercatori che provò a trasformare un’intuizione di laboratorio in una possibilità concreta per i pazienti.
Alla fine, la lezione che Gambacorti-Passerini affida ai giovani è forse la più semplice: sapere quando continuare a cercare, ma anche quando lasciare spazio a chi viene dopo. Perché i ricercatori passano. Le idee, quando funzionano, possono restare molto più a lungo.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
43.7/100
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Criteri Critici
A Borgo il nuovo servizio di sostegno oncologico per pazienti oncologici e famiglie Vita Trentina
All’idea di andare dallo psicologo molti reagiscono con perplessità o scetticismo. Ma nei momenti di fragilità si capisce l’aiuto che questo professionista può offrire, e quanto sia utile usufruire di questa risorsa. Un supporto che la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori mette ora a disposizione anche sul territorio della Bassa Valsugana e del Tesino perché parte, presso la sede della Delegazione LILT di Borgo Valsugana, il nuovo Servizio di Sostegno Psicologico per i pazienti oncologici, loro familiari e caregiver.
Quando ci si trova ad affrontare il tumore, nelle fasi della diagnosi, della terapia o della riabilitazione, durante le quali la quotidianità subisce una profonda e spesso dolorosa trasformazione, può capitare sia agli ammalati che ai familiari di reagire in modi diversi ed imprevisti e di perdere di vista i riferimenti e le risorse sulle quali si è contato fino a quel giorno.
Lo psicologo LILT offre un ascolto qualificato per la sofferenza e la solitudine che spesso vengono percepite in queste situazioni, un aiuto per rinnovare le risorse personali ed affrontare la quotidianità, per ritrovare la fiducia nei rapporti umani, per affrontare il senso di impotenza e le proprie paure. Nel pieno rispetto del segreto professionale, lo psicologo LILT si affianca alla persona per aiutarla nella ricerca del benessere per se stessa e nelle relazioni con gli altri.
Per molti l’esperienza dura due o tre incontri, sufficienti a fare chiarezza emotiva, a divenire consapevoli di sensazioni o pensieri che impediscono di attivare le più utili risorse interne, a “prendere le misure” con le reazioni emotive proprie ed altrui. Per alcuni gli incontri possono essere più numerosi, in quantità e cadenza basate sulla necessità della persona.
Per informazioni o per richiedere il Servizio, contattare: delegazione LILT “Bassa Valsugana e Tesino”, via F. Dordi 14, Borgo Valsugana, tel. 0461.757409, delegazioneborgo@lilttrento.it