Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
48.1/100
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C
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Criteri Critici
Mesotelioma pleurico, al Cro di Aviano parte uno studio sui pazienti e sugli ex esposti Nordest24
Coinvolti Cro, Università di Ferrara, rete oncologica regionale, Anmil Fvg e Fincantieri per diagnosi precoce e nuovi biomarcatori
AVIANO - Un finanziamento regionale da un milione di euro sosterrà in Friuli Venezia Giulia uno studio clinico dedicato ai pazienti affetti da mesotelioma pleurico e ai lavoratori in passato esposti all’amianto. Il progetto, presentato al Campus del Cro di Aviano, è promosso dalla Regione e dall’Irccs Cro e punta a rafforzare la diagnosi precoce, la ricerca clinica e le prospettive terapeutiche su una patologia che, è stato ricordato durante l’incontro, non ha ancora una cura ed è particolarmente presente anche sul territorio regionale.
A illustrare l’iniziativa è stato l’assessore regionale alla Salute Riccardo Riccardi, che ha parlato di un percorso nato da una precisa scelta della Regione, a partire dal presidente Massimiliano Fedriga, e collegato agli investimenti compiuti negli ultimi anni anche nell’ambito dell’oncologia. L’obiettivo, ha spiegato, è costruire nuove opportunità di cura intervenendo sia sul fronte della ricerca sia su quello dell’individuazione tempestiva della malattia.
Il progetto presentato al Cro di Aviano
Lo studio clinico sui pazienti affetti da mesotelioma pleurico e sui lavoratori ex esposti all’amianto in Friuli Venezia Giulia sarà coordinato dal Cro di Aviano, in collaborazione con l’Università degli studi di Ferrara e con i gruppi di ricerca guidati dal professor Paolo Pinton e dal professor Mauro Tognon. Il lavoro si propone di migliorare la gestione clinica dei malati e di consolidare l’attività di sorveglianza sanitaria sui lavoratori che in passato sono stati esposti all’amianto.
Nel corso della presentazione sono intervenuti il direttore generale del Cro Aviano Giuseppe Tonutti, il direttore scientifico Gustavo Baldassarre, Alessandra Bearz, responsabile Tumori polmone e pleura del Cro di Aviano, Fernando Della Ricca di Anmil Trieste e il professore ordinario di Patologia generale dell’Università di Ferrara Paolo Pinton.
La rete regionale e gli obiettivi dello studio
Il progetto coinvolge l’intera rete oncologica regionale, con le strutture di Udine, Gorizia e Trieste, in modo da consentire ai pazienti di aderire al protocollo di ricerca senza doversi spostare dal territorio di residenza. Tra i traguardi indicati ci sono anche la creazione di una biobanca regionale dedicata e l’ampliamento del campione di popolazione a rischio, passaggi ritenuti necessari per validare scientificamente biomarcatori innovativi utili alla diagnosi precoce della malattia.
Nel quadro più ampio della sanità regionale, il progetto si inserisce in un sistema che negli ultimi mesi ha visto anche l’avvio di nuovi strumenti di accesso ai servizi, come il numero unico 116117 già attivo in Friuli Venezia Giulia.
Il ruolo di associazioni e impresa
Riccardi ha sottolineato soprattutto il metodo adottato nello sviluppo dello studio, definendolo non comune perché mette insieme ricercatori, strutture scientifiche, sistema sanitario regionale, associazioni come Anmil Fvg e una grande realtà industriale come Fincantieri. Secondo l’assessore, questa impostazione mostra la volontà di costruire un lavoro multidisciplinare e aperto, capace di far convivere competenze scientifiche, sociali e istituzionali.
L’assessore ha collegato l’avvio del progetto anche a una scelta definita strutturale, maturata negli anni attraverso investimenti, il nuovo Piano oncologico regionale e le politiche di stabilizzazione dei ricercatori. Durante la presentazione, ha riferito, dal mondo scientifico nazionale è arrivata la conferma che senza queste decisioni molte competenze avrebbero potuto trasferirsi altrove e iniziative di questo tipo non si sarebbero sviluppate in regione.
Riccardi ha quindi ringraziato i soggetti coinvolti, parlando della conclusione di una prima fase che ora apre alla ricerca clinica applicata. Ha infine ribadito l’intenzione del Friuli Venezia Giulia di proporsi come modello nella gestione integrata del rischio amianto e nella ricerca sul mesotelioma, con un approccio multidisciplinare centrato su prevenzione, diagnosi precoce e nuove possibilità terapeutiche.
Tra gli elementi concreti già fissati dal progetto ci sono il coordinamento affidato al Cro di Aviano, la collaborazione con l’Università degli studi di Ferrara, il coinvolgimento delle strutture oncologiche di Udine, Gorizia e Trieste e il finanziamento regionale di un milione di euro.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Mieloma multiplo, approvata la nuova terapia quadrupla AIFA: più efficacia e meno tossicità nelle cure di prima linea Il Messaggero
mercoledì 27 maggio 2026, 18:29 - Ultimo aggiornamento: 28 maggio, 07:13
L’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha autorizzato l’utilizzo di una nuova combinazione di farmaci per il trattamento del mieloma multiplo di nuova diagnosi. Si basa su bortezomib, lenalidomide, desametasone e daratumumab. Questa innovazione terapeutica può essere impiegata in pazienti idonei e non idonei al trapianto di cellule staminali, segnando un avanzamento rilevante nella gestione della malattia.
Una strategia efficace per tutte le età
La cosiddetta “quadrupletta” si sta confermando come uno degli schemi terapeutici più efficaci nelle prime fasi del mieloma multiplo, sia nei soggetti candidabili al trapianto autologo sia nei pazienti più anziani o clinicamente fragili, che spesso non possono essere sottoposti a trapianto.
Le opinioni degli esperti
Secondo la professoressa Elena Zamagni, docente associata di Ematologia, questa combinazione ha già rivoluzionato l’approccio clinico. «L’introduzione della quadrupletta a base di daratumumab ha portato a risultati sensibilmente migliori rispetto ai regimi precedenti», commenta.
«Questa combinazione ha permesso una riduzione della tossicità e, soprattutto, un aumento delle risposte profonde», continua Zamagni. «Parliamo della capacità di eliminare anche la malattia minima residua da midollo osseo e sangue, migliorando la qualità delle risposte cliniche e la prognosi dei pazienti».
Un cambiamento nella gestione clinica
Il mieloma multiplo è una neoplasia ematologica che trae origine nel midollo osseo e comporta la proliferazione incontrollata delle plasmacellule. Grazie all’innovazione terapeutica, la sopravvivenza dei pazienti ha visto un deciso incremento negli ultimi anni, mentre la mortalità è in calo, grazie alle migliori opzioni di cura e all’ottimizzazione della gestione clinica.
Alessandra Baldini, direttrice medica di Innovative Medicine per Johnson & Johnson Italia, sottolinea l’importanza del percorso di ricerca: «La nostra attività nel mieloma multiplo prosegue da oltre vent’anni», dichiara. «Questa approvazione ci permette di proporre ai pazienti un regime di prima linea, a prescindere dall’età e dallo stato clinico, e con l’obiettivo di migliorare concretamente gli esiti».
Inoltre, Baldini segnala: «La ricerca moderna mira non solo a prolungare la sopravvivenza, ma anche, quando possibile, a raggiungere una remissione profonda e a una sorta di ‘cura funzionale’ del mieloma multiplo».
Prospettive e qualità di vita
La quadrupletta a base di daratumumab rappresenta così una svolta per questa patologia: oltre all’incremento dell’efficacia clinica, migliora la tollerabilità e consente una gestione più rapida e mirata, favorendo la qualità della vita dei pazienti.
L’introduzione dei nuovi schemi terapeutici segna un ulteriore passo avanti nella lotta contro il mieloma multiplo, offrendo migliori prospettive di controllo prolungato della malattia e, in alcuni casi selezionati, la possibilità di raggiungere una remissione profonda.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Tumori del sangue, in Italia 17mila pazienti coinvolti negli studi ANSA
Con 17.000 pazienti coinvolti attualmente negli studi, la ricerca cooperativa italiana sulle malattie del sangue continua a contribuire in modo decisivo allo sviluppo di cure più personalizzate, sostenibili e orientate ai bisogni reali dei malati, con importanti risultati nelle strategie chemio-free, nella medicina di precisione. Il tema è stato al centro della Terza riunione nazionale Gimema, promossa dalla Fondazione Gimema - Franco Mandelli Onlus a Roma, in cui sono stati presentati gli aggiornamenti più rilevanti della ricerca scientifica clinica e traslazionale sulle malattie del sangue condotta in Italia.
"L'obiettivo oggi non è soltanto aumentare la sopravvivenza, ma migliorare concretamente la qualità di vita dei pazienti, riducendo tossicità, ospedalizzazioni e impatto sociale delle cure", ha spiegato Marco Vignetti, presidente della Fondazione Gimema. Tra i risultati più rilevanti presentati, uno studio sulle neoplasie mieloproliferative in fase blastica, una delle forme più aggressive di malattia, in cui è stato rilevato come la combinazione della chemioterapia con la molecola venetoclax ha prodotto risposte clinicamente significative e durature anche in pazienti fragili, in cui la sopravvivenza post-trapianto supera l'80%. Sempre dalla combinazione di venetoclax con la chemioterapia standard è stato possibile per oltre il 60% dei pazienti con leucemia mieloide acuta accedere al trapianto allogenico di cellule staminali.
Per quanto riguarda la leucemia promielocitica acuta, Gimema ha confermato come oggi i pazienti trattati con protocolli chemio-free basati sul farmaco Atra e triossido di arsenico possano raggiungere un'aspettativa di vita sovrapponibile a quella della popolazione generale. Inoltre, per la prima volta al mondo, è stata dimostrata la superiorità di una strategia completamente chemiofree nei pazienti adulti con leucemia acuta linfoblastica Philadelphia positiva. Infine, sul fronte della leucemia linfatica cronica, grazie a uno studio osservazionale sono stati raccolti i dati di oltre 10.000 pazienti trattati in più di cento centri di ematologia italiani dal 2010. Gimema progetta, in questo modo, uno dei più grandi database europei dedicati alla malattia.
Tumori del sangue e qualità della vita, i medici sottostimano i sintomi dei pazienti
Una discrepanza significativa tra i sintomi percepiti dai pazienti e quelli riportati dai clinici, per quanto riguarda la qualità di vita dei pazienti con tumori del sangue. È quanto emerge da uno dei primi studi al mondo sulla valutazione diretta, da parte dei pazienti, degli effetti collaterali precoci delle terapie Car-T nei linfomi aggressivi.
Nello specifico, la sottovalutazione dei sintomi riportati dai pazienti da parte dei medici variava dal 43% per la fatigue (la stanchezza cronica) fino al 91% per la perdita dei capelli; anche sintomi gastrointestinali risultavano frequentemente non riconosciuti, con percentuali del 71% per diarrea e nausea e del 77% per la perdita di appetito, mentre il dolore generale era non riportato dai medici nel 68% dei casi in cui era dichiarato dai pazienti.
Lo studio è stato presentato nel corso della Terza riunione nazionale Gimema, promossa dalla Fondazione Gimema - Franco Mandelli Onlus a Roma.
"Lo studio della qualità di vita è una scienza molto complessa perché parte dal presupposto che le domande che vengono poste ai pazienti su come loro si sentono devono essere standardizzate e superare barriere linguistiche e culturali", ha detto all'ANSA Marco Vignetti, presidente della fondazione Gimema. "Oggi come oggi - ha proseguito - abbiamo a disposizione una serie di questionari, messi a punto in decenni di studi, estremamente validi che possono permetterci di fare anche queste indagini".
Vignetti ha però sottolineato come, "data la soggettività delle risposte" ci sia stata "diffidenza nell'affidabilità e nella riproducibilità di questi dati".
"La sorpresa - ha detto ancora - è stata che questi dati risultano invece molto accurati, rilevando con grande sensibilità lo stato di salute del paziente". Un fattore, quello della percezione del benessere da parte del malato, estremamemente importante, perché, come rilevato da diversi studi studi, "il modo in cui il paziente dice di sentirsi all'inizio della malattia diventa un fattore prognostico valido al pari di un esame di biologia molecolare, un esame di laboratorio", aggiunge Vignetti. "Queste informazioni diventano importanti quando si tratta di scegliere la terapia di un paziente rispetto ad un altro - conclude Vignetti -. Una scelta che può avvenire non sulla base di sofisticate indagini di laboratorio, ma sulla base della domanda 'come ti senti?".
(ANSA).
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Criteri Critici
Daraxonrasib, farmaco per il possibile trattamento del PDAC? Ultima Voce
Nel panorama dell’oncologia moderna, raramente un risultato sperimentale riesce a catalizzare l’attenzione della comunità scientifica come sta accadendo per il daraxonrasib, una nuova molecola attualmente in fase di studio per il trattamento dell’adenocarcinoma duttale pancreatico. I dati emersi dai trial clinici indicano un potenziale avanzamento significativo rispetto agli standard terapeutici oggi disponibili, tanto da essere già considerati da diversi esperti come uno dei progressi più rilevanti degli ultimi anni in questo ambito.
Secondo quanto osservato nei pazienti coinvolti nelle sperimentazioni, la sopravvivenza media dalla diagnosi avrebbe superato i dodici mesi, un traguardo che, nel contesto di questa patologia, rappresenta un miglioramento sostanziale rispetto ai risultati ottenuti con la sola chemioterapia convenzionale. In molti casi, infatti, si è registrato un raddoppio della durata della sopravvivenza.
Un tumore tra i più aggressivi e difficili da diagnosticare
L’adenocarcinoma duttale pancreatico (PDAC) è considerato una delle neoplasie più aggressive in assoluto, caratterizzata da una progressione rapida e da una marcata resistenza ai trattamenti disponibili. Uno degli elementi che contribuiscono alla sua elevata mortalità è la difficoltà di diagnosi precoce: nella maggior parte dei casi, la malattia viene identificata in stadi avanzati, quando le possibilità terapeutiche risultano già fortemente limitate.
Questa condizione clinica si traduce in tassi di sopravvivenza estremamente bassi e in un impatto sanitario particolarmente grave. Negli Stati Uniti, il tumore al pancreas è responsabile di oltre 50.000 decessi ogni anno, mentre in Italia si stimano circa 15.000 morti annue.
Il contesto della ricerca e il bisogno di nuove terapie
Per decenni, il trattamento del carcinoma pancreatico ha visto progressi limitati, soprattutto se confrontato con altri tumori solidi per i quali la ricerca ha prodotto terapie sempre più mirate e personalizzate. La chemioterapia, pur rappresentando ancora oggi il cardine del trattamento, offre benefici spesso contenuti e temporanei, con un impatto relativamente modesto sulla sopravvivenza complessiva.
I risultati preliminari dei trial clinici
Le evidenze attualmente disponibili derivano da studi clinici ancora in corso, nei quali il daraxonrasib è stato somministrato a pazienti affetti da forme avanzate di adenocarcinoma pancreatico. Sebbene i dati non siano ancora definitivi, le osservazioni iniziali indicano un incremento significativo della sopravvivenza media rispetto ai gruppi trattati con i protocolli standard.
In particolare, il confronto con la sola chemioterapia mostra una differenza rilevante: i pazienti trattati con la nuova molecola avrebbero vissuto mediamente più del doppio del tempo rispetto ai controlli storici.
Meccanismo d’azione
Il daraxonrasib appartiene a una nuova generazione di farmaci oncologici progettati per intervenire in maniera più selettiva sui meccanismi molecolari che guidano la crescita tumorale. A differenza della chemioterapia tradizionale, che agisce in modo generalizzato sulle cellule in rapida proliferazione, questo tipo di molecola mira a interferire con specifiche vie di segnalazione cellulare coinvolte nella progressione del tumore.
Questa strategia potrebbe consentire non solo una maggiore efficacia terapeutica, ma anche una riduzione degli effetti collaterali, un aspetto particolarmente rilevante in una patologia già di per sé altamente debilitante. Tuttavia, sarà fondamentale valutare nel tempo la tollerabilità del trattamento su larga scala e la sua reale capacità di mantenere i benefici osservati nelle fasi iniziali.
Il ruolo dell’ASCO
Un momento cruciale per la valutazione dei dati sarà rappresentato dalla prossima sessione plenaria del congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), uno degli appuntamenti scientifici più importanti a livello mondiale nel campo dell’oncologia. In questa sede verranno presentati i risultati completi degli studi sul daraxonrasib, permettendo alla comunità medica internazionale di analizzare in modo approfondito le evidenze disponibili.
L’attesa è particolarmente alta, poiché i congressi ASCO rappresentano spesso il contesto in cui emergono le principali innovazioni terapeutiche destinate a influenzare la pratica clinica globale. Nonostante l’entusiasmo generato dai primi dati, il daraxonrasib resta un farmaco sperimentale. Questo significa che il suo utilizzo è ancora limitato all’ambito della ricerca clinica e che non esistono al momento approvazioni definitive per l’impiego nella pratica terapeutica standard.
L’impatto potenziale su una delle neoplasie più letali
Se i dati dovessero essere confermati, l’introduzione del daraxonrasib potrebbe rappresentare un cambiamento significativo nella gestione dell’adenocarcinoma pancreatico, una delle forme tumorali a prognosi più severa. Anche un incremento relativamente contenuto della sopravvivenza media può assumere un valore clinico rilevante in una patologia caratterizzata da evoluzione rapida e opzioni terapeutiche limitate.
Inoltre, un miglioramento dell’efficacia terapeutica potrebbe aprire la strada a combinazioni farmacologiche più avanzate, in cui il nuovo farmaco venga integrato con altre terapie mirate o immunoterapiche, con l’obiettivo di potenziare ulteriormente la risposta clinica.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Tumore al seno metastatico: “E' ora di rendere disponibile la biopsia liquida” Il Sole 24 ORE
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Rendere finalmente effettivo l'estensione dell'utilizzo della biopsia liquida nel trattamento del tumore al seno metastatico, arma in più per le 53mila donne colpite ogni anno da questo tumore e per le 15.500 pazienti con tumore al seno metastatico. La novità che deve ancora trovare attuazione è già prevista grazie a un emendamento approvato nella scorsa legge di bilancio e di cui è stata prima firmataria Elena Murelli, senatrice (Lega), Segretario di Presidenza, membro della commissione Sanità, Lavoro e Affari Sociali e Presidente dell'Intergruppo parlamentare sulla genetica e genomica. Da inizio legislatura Murelli lavora a stretto contatto con le Società scientifiche e le Associazioni di pazienti proprio su questo fronte.
Ma quali sono i vantaggi per le pazienti? “Abbiamo voluto dare nuove speranze alle donne colpite dal cancro del seno. Con un emendamento, a mia prima firma, abbiamo destinato parte del fondo sanitario per la prevenzione previsto nell'articolo 64 all'estensione dei test genomici, su campioni di biopsia liquida, per individuare mutazioni di ESR1 nei casi di carcinoma mammario in stadio localmente avanzato o metastatico positivi per i recettori degli estrogeni (ER) e negativi per HER2. L'obiettivo è intervenire prima e in modo più efficace in uno dei momenti più difficili della malattia nella forma metastatica, cioè la progressione”. Ma perché la biopsia liquida può rappresentare una svolta in questi casi più gravi? “La medicina di precisione, la personalizzazione dei trattamenti e la ricerca - sottolinea Murelli - stanno cambiando le prospettive di cura. Con alcuni test genomici possiamo analizzare il DNA tumorale circolante e ciò permette una migliore selezione delle terapie. Questi benefici devono essere garantiti a tutte le donne che necessitano di cure oncologiche. La biopsia liquida, per la ricerca delle mutazioni di ESR1, rappresenta davvero uno strumento clinicamente rilevante per orientare in modo appropriato le scelte terapeutiche. Può migliorare l'efficacia dei trattamenti e contribuire ad una gestione più efficiente delle risorse sanitarie”.
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Il nodo però ora è quello di rendere disponibile l'esame e spetta ora al ministero della Salute e alle Regioni dare davvero attuazione a questa nuova opportunità, come conferma anche Murelli che sottolinea come il compito del dicastero della salute sia quello di scrivere i decreti attuativi della Legge di Bilancio: “Va messo nero su bianco come questi test possano essere offerti a livello nazionale. Il provvedimento deve essere presentato alla Conferenza Stato-Regioni e poi essere reso operativo nei 21 diversi servizi sanitari regionali. Bisogna completare rapidamente l'intero percorso attuativo, affinché le risorse stanziate siano effettivamente disponibili e traducibili in un accesso uniforme del test su tutto il territorio nazionale”.
Per la senatrice è necessario continuare a investire in oncologia e soprattutto nell'individuazione di nuovi strumenti diagnostici e terapeutici perché “ricerca e innovazione sono fondamentali se vogliamo sconfiggere tumori molto diffusi come quello mammario. Gli strumenti diagnostici hanno una grande importanza, in particolare nell'individuazione precoce della malattia. Credo tantissimo in questi nuovi test e, infatti, sono Presidente dell'Intergruppo Parlamentare sulla Genetica e Genomica. Esami che vanno a studiare il nostro DNA sono ormai imprescindibili perché ogni persona è diversa e quindi ogni paziente ha delle proprie caratteristiche e peculiarità. Se vogliamo andare verso la medicina personalizzata questo i test genetici, genomici e la diagnostica avanzata sono gli strumenti da cui partire”.
Per Murelli è necessario poi investire per preservare un'eccellenza del nostro servizio sanitario nazionale come l'oncologia, sotto la lente ci sono alcune inefficienze e il bisogno di una riorganizzazione: “E' necessario, per esempio, attuare e rendere operative quanto prima tutte le Reti Oncologiche Regionali. Serve poi una maggiore interazione tra i vari Registri dei Tumori a livello Regionale che devono poter far confluire i loro dati nel Registro Nazionale. Ciò non è stato ancora possibile anche per alcuni problemi informatici, così come ha denunciato l'Istituto Superiore di Sanità durante un recente convegno. Sono problemi che vanno risolti al più presto. Più in generale però l'oncologia italiana è un'eccellenza del servizio sanitario nazionale e lo dimostrano molti dati statistici che collocano il nostro Paese ai primi posti in Europa per tassi di guarigione e sopravvivenza dal cancro”.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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GOM di Reggio, donata una ‘Campana della Speranza’ all’UOC di Oncologia – FOTO CityNow
Un gesto di grande valore umano e simbolico ha avuto luogo nei giorni scorsi presso l’UOC di Oncologia del Presidio Ospedaliero Morelli del Grande Ospedale Metropolitano (GOM) di Reggio Calabria: il Rotaract Club Reggio Calabria Sud Parallelo 38, presieduto dalla dott.ssa Paola Morabito, in collaborazione con il Distretto Rotaract 2102, ha ufficialmente donato alla struttura la cosiddetta “Campana della Speranza”, un manufatto in ottone che rappresenta, in tutto il mondo, un potente simbolo di speranza e resilienza per i pazienti oncologici.
La cerimonia si è svolta alla presenza del primario f.f. dell’UOC di Oncologia, il dott. Al Sayyad, già primario di Radioterapia, il quale ha accolto la donazione con visibile emozione, condividendo con i presenti la sua stessa pregressa esperienza personale di malato oncologico. Accanto a lui, alcuni pazienti della struttura hanno testimoniato il profondo significato che un gesto simile assume per chi affronta quotidianamente la sfida della malattia. Il dott. Al Sayyad ha voluto sottolineare come la campana non sia un semplice oggetto, ma un atto concreto di vicinanza e incoraggiamento: suonarla, al termine di un ciclo di trattamento, diventa un momento di rinascita collettiva, vissuto insieme al personale sanitario e agli altri pazienti.
L’iniziativa trae ispirazione da quanto già realizzato presso la Divisione di Oncologia del Presidio Ospedaliero “San Giovanni di Dio” di Frattamaggiore (NA), diretta dal dott. Raffaele Addeo, che ha offerto sin dall’inizio il suo prezioso supporto, condividendo l’iter burocratico necessario per rendere possibile un’analoga installazione in un altro contesto ospedaliero pubblico. Un esempio virtuoso di collaborazione tra realtà territoriali diverse, accomunate dalla stessa visione: mettere la dignità e la speranza del paziente al centro del percorso di cura.
La raccolta fondi e il contributo del territorio
La donazione della Campana è stata resa possibile grazie a una raccolta fondi del tutto speciale: la vendita di uova di Pasqua gentilmente offerte al Club dall’azienda Dolciaria Monardo di Soriano Calabro (VV). Un contributo che porta il nome e il cuore di Antonio Monardo, il quale ha creduto nel progetto fin dal primo momento, scegliendo di mettere a disposizione i prodotti della sua azienda in nome di un fine più grande.
Per la realizzazione della tavola in legno a supporto dell’installazione della campana e delle relative targhe, un sentito ringraziamento va alla Falegnameria Tanan di Reggio Calabria, che ha messo la propria maestria artigianale al servizio di questo progetto.
Il ruolo del GOM e delle associazioni
Un ringraziamento speciale è rivolto inoltre a tutto l’apparato amministrativo e burocratico del GOM, la cui disponibilità e collaborazione ha reso concretamente possibile la realizzazione della donazione. Alla cerimonia hanno partecipato anche rappresentanti di altre associazioni attive nell’ambito della prevenzione oncologica e della cura della persona, a testimonianza di una rete di solidarietà sempre più coesa sul territorio.
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La campana sarà installata ufficialmente e messa in funzione nel corso di una cerimonia dedicata prevista per il mese di giugno, alla quale prenderanno parte istituzioni, rappresentanti del mondo associativo e, soprattutto, i pazienti dell’UOC di Oncologia, veri protagonisti di questa storia.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Radioterapia oncologica, occorrono investimenti e regole più chiare Medico e paziente
Integrazione tra radioterapia e farmaci innovativi, rilancio della formazione specialistica, indicatori condivisi per l’impiego della radioterapia nelle Reti Oncologiche regionali.
Sono queste le priorità indicate da AIRO, Associazione italiana di radioterapia e oncologia clinica, nel corso della seconda edizione degli Stati Generali della Radioterapia Oncologica, realizzati su iniziativa del presidente della Commissione Affari Sociali della Camera dei deputati, on. Ugo Cappellacci.
Secondo Orazio Schillaci, ministro della Salute,:
La radioterapia rappresenta un ambito cruciale nelle terapie oncologiche. Garantire il suo utilizzo ottimale è una sfida che richiede aggiornamento continuo, multidisciplinarietà e una forte capacità di innovazione organizzativa e clinica, per una efficace integrazione nei percorsi di cura. Una sfida che ci chiama tutti, Istituzioni, professionisti, associazioni, realtà accademiche, realtà della ricerca e della formazione a un impegno forte, ciascuno per la propria parte
Integrazione tra radioterapia e farmaci più facile con la nuova legislazione europea
“La convergenza tra radioterapia e terapie farmacologiche innovative è una delle frontiere più promettenti dell’oncologia,- spiega Sandra Gallina, direttrice generale Salute e Sicurezza alimentare della Commissione Europea – ma oggi il potenziale di queste combinazioni emerge troppo spesso solo nella pratica clinica, con opportunità perse per i pazienti. La nuova legislazione farmaceutica crea le condizioni per accelerare lo sviluppo di radiofarmaci innovativi e dare pieno spazio alle radiazioni ionizzanti nell’Europe’s Beating Cancer Plan.”
La nuova generazione di radio-oncologi
Nel 2025, a fronte di 139 posti nelle scuole di specializzazione, si sono iscritti appena 42 specializzandi. Se la tendenza non si inverte – sottolinea AIRO – il Servizio Sanitario Nazionale rischia di non garantire cure radioterapiche adeguate nell’arco di poco più di un decennio, proprio mentre le diagnosi di malattie neoplastiche e il fabbisogno clinico continuano ad aumentare.
AIro chiede un impegno su più fronti: corsi obbligatori di radioterapia oncologica nelle lauree in Medicina e Chirurgia, con un numero di crediti formativi adeguati; master dedicati non solo ai radio-oncologi, ma anche a tecnici e fisici medici; borse di studio per gli specializzandi; campagne di sensibilizzazione che valorizzino il ruolo strategico della disciplina.
Nuove regole per la valutazione dei percorsi di cura
La radioterapia – sottolineano i radio-oncologi – ha assunto un ruolo crescente grazie all’innovazione tecnologica, ma permangono differenze territoriali rilevanti nell’accesso e nell’utilizzo dei trattamenti. L’introduzione di indicatori specifici per la radioterapia, da parte dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Age.Na.S.) consentirà una valutazione più completa dei percorsi oncologici: appropriatezza clinica, distribuzione territoriale dei trattamenti, qualità della vita, tollerabilità ed esiti funzionali.
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
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Tumori del sangue: così tutti i malati italiani possono avere gli esami più accurati e le terapie migliori caso per caso Corriere della Sera
di Redazione Salute
La rete LabNet (promossa dal Gimema e co-finanziata da Ail) compie 20 anni: è operativa per quattro neoplasie, ora parte il progetto per il mieloma
Garantire esami diagnostici sofisticati in tutta Italia, ridurre i tempi di refertazione ed evitare ai pazienti spostamenti impropri, con effetti positivi di riduzione dei costi anche per il Servizio Sanitario Nazionale. Questi sono gli obiettivi e le prospettive di lungo periodo attese dal nuovo LabNet MRD Mieloma Multiplo presentato oggi a Roma, durante la terza Riunione Nazionale GIMEMA, il Gruppo Italiano Malattie EMatologiche dell’Adulto.
Si tratta del quinto progetto della rete LabNet, il servizio gestito da Fondazione GIMEMA che collega, attraverso una piattaforma digitale, centri clinici e laboratori specialistici del Ssn. Forte dell’esperienza nella gestione di questa rete che è già operativa per altre patologie (leucemia mieloide cronica e acuta, sindromi mielodisplastiche e neoplasie mieloproliferative croniche Philadelphia-negative) la Fondazione GIMEMA estende il servizio anche al mieloma multiplo.
160 centri clinici, 60 laboratori specialistici, 15mila pazienti raggiunti e oltre 200mila esami eseguiti. Sono questi alcuni dei dati che descrivono la ventennale attività di LabNet, rete nazionale che collega, attraverso una piattaforma digitale, centri clinici e laboratori specialistici: l’obiettivo è rendere accessibile la diagnostica avanzata in ematologia offrendo prestazioni uniformi su tutto il territorio nazionale.
Cosa significhi in concreto lo si comprende dai numeri del progetto LabNet CML (quello dedicato alla Leucemia Mieloide Cronica): tra il 2021 e il 2023, 381 pazienti hanno raggiunto una risposta molecolare ai trattamenti, consentendo la sospensione delle terapie non più necessarie in circa la metà dei casi e generando un beneficio netto di 6,8 milioni di euro per il Servizio Sanitario Nazionale.
I numeri sono emersi durante un evento tenutosi nei giorni scorsi al Ministero della Salute, dal titolo «20 anni di LabNet attività, risultati e prospettive di sviluppo», iniziativa patrocinata dall'Associazione Italiana contro Leucemie, linfomi e mieloma (Ail) e da Fondazione GIMEMA, realizzata da TEHA con il contributo non condizionante di Novartis e ha visto la partecipazione di rappresentanti di clinici, pazienti ed Istituzioni.
«In questi ultimi 20 anni abbiamo costruito un modello unico di collaborazione tra centri clinici, laboratori specialistici, istituzioni e partner privati capace di generare valore concreto per il Ssn e per la ricerca ma, soprattutto, di offrire un servizio ormai indispensabile per tutti i pazienti affetti da neoplasie ematologiche - sottolinea Marco Vignetti, Presidente di Fondazione GIMEMA -. LabNet ha, infatti, migliorato la qualità dell'assistenza ai pazienti, offrendo diagnosi rapide, precise e uniformi sul territorio nazionale, contribuendo in modo sostanziale, tra l’altro, a garantire a tutti l’equità di accesso alle cure più innovative. Allo stesso tempo ha creato una piattaforma strategica per la ricerca clinica e traslazionale. L'auspicio è che questa rete sia riconosciuta come un patrimonio strategico del Paese e che di conseguenza possa essere sostenuta, perché rappresenta non solo un modello di cura equo ed efficace, ma anche una leva fondamentale per il futuro del Ssn».
LabNet è nata ufficialmente nel 2008, anche se le prime iniziative di standardizzazione della diagnostica molecolare nella leucemia mieloide cronica risalgono al 2006. Attualmente è articolata in quattro progetti: oltre alla leucemia mieloide cronica (LabNet CML), leucemia mieloide acuta (LabNet AML) dal 2016, neoplasie mieloproliferative Ph negative (JakNet) dal 2018 e dall’anno successivo sindromi mielodisplastiche (LabNet MDS).
A cui si aggiunge ora LabNet MRD Mieloma Multiplo che metterà in contatto i medici ematologi italiani con laboratori dove si esegue la diagnosi e la valutazione della malattia minima residua (MRD) tramite esami altamente sofisticati.
Ogni anno circa 5.600 italiani si ammalano di mieloma multiplo, una malattia che oggi è curabile e potenzialmente guaribile in una parte rilevante dei casi. Il monitoraggio della MRD, il numero di cellule tumorali che rimangono nell'organismo durante o dopo la terapia oncologica, è oggi una priorità strategica per migliorare la valutazione del paziente, ottimizzare la durata del trattamento, quando possibile sospenderlo, e identificare precocemente la ricomparsa della malattia anche in pazienti che non presentano sintomi.
Ma non tutti i centri ematologici italiani hanno la possibilità di effettuare le indagini di laboratorio necessarie a rilevare precocemente le cellule tumorali residue o quando sono presenti in numeri molto piccoli. LabNet MRD Mieloma Multiplo nasce dalla volontà di superare questi ostacoli e migliorare la vita dei pazienti e le possibilità di cura offerte dagli ematologi, così da consentire a tutti i pazienti di avere la migliore assistenza possibile.
«In questi 20 anni abbiamo assistito a un’evoluzione straordinaria dell’ematologia: diagnosi sempre più precise e terapie mirate hanno aperto prospettive impensabili fino a poco tempo fa - puntualizza Giorgina Specchia, Componente del Comitato Scientifico di AIL -. A sostenere concretamente questo percorso sono anche iniziative come LabNet (promossa dal GIMEMA e co-finanziata da AIL) che garantiscono standard diagnostici elevati, offrendo ai pazienti un monitoraggio più accurato e tempestivo e percorsi di cura più appropriati. I benefici concreti riguardano infatti il sistema sanitario, che risulta più efficiente e in grado di ottimizzazione i costi, ma ci sono anche grandi vantaggi per pazienti e caregiver, soprattutto in termini di minore mobilità e, al tempo stesso, di riduzione degli spostamenti per esami e terapie, con circa 500mila chilometri risparmiati ogni anno a migliaia di famiglie».
Il valore di questo modello organizzativo trova oggi crescente attenzione anche nei processi di programmazione sanitaria: l’appartenenza a LabNet è stata infatti utilizzata da AGENAS tra i criteri per la selezione dei centri ematologici della Rete Nazionale Tumori Rari. In questa direzione si muove anche il Piano Oncologico Nazionale 2023-2027, che auspica l’inserimento nei sistemi sanitari regionali di reti specializzate di laboratori dedicate alla diagnostica avanzata in ematologia, a garanzia di efficacia ed economicità.
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I test clinici di un nuovo farmaco hanno dato risultati incoraggianti su un modo di trattare la malattia considerato impossibile fino a qualche tempo fa
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Il daraxonrasib, un nuovo farmaco sperimentale contro la forma più insidiosa del tumore al pancreas, ha dato esiti molto promettenti, segnando secondo gli esperti uno dei più importanti successi nel trattamento della malattia. I partecipanti ai test clinici hanno vissuto per più di un anno dalla diagnosi, circa il doppio rispetto a chi era stato sottoposto alla sola chemioterapia. I risultati completi saranno comunicati la prossima settimana nella prestigiosa sessione plenaria del congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), ma negli Stati Uniti è stato già autorizzato l’accesso al trattamento tramite un programma di Expanded Access (EAP) proprio per i benefici riscontrati, in attesa dell’approvazione commerciale definitiva.
Il farmaco è ancora nella sua fase sperimentale ed è quindi presto per trarre conclusioni più ampie, ma è il progresso più importante nella ricerca contro una malattia che ogni anno uccide oltre 50mila persone negli Stati Uniti e che in Italia fa registrare circa 15mila decessi annui. L’adenocarcinoma duttale pancreatico (PDAC) è infatti tra i tumori più letali a causa della sua aggressività e del fatto che le diagnosi sono spesso tardive per le difficoltà nell’identificarlo.
In breve tempo il tumore entra in una fase metastatica, in cui le cellule tumorali raggiungono altre parti del corpo impedendo ai tessuti e agli organi di funzionare normalmente. In questo stadio la sopravvivenza a 5 anni è intorno al 3 per cento e i trattamenti standard, come la chemioterapia, spesso non sono efficaci, con una sopravvivenza mediana che raramente supera i 6-7 mesi dal momento della diagnosi. Mentre negli anni per numerosi tipi di tumori sono state sviluppate terapie efficaci, tali da allungare sensibilmente la vita dei pazienti, il tumore al pancreas ha continuato a essere una malattia estremamente ostica per la ricerca.
Nel 90-95 per cento dei casi, il PDAC è alimentato da una mutazione del gene KRAS, che contiene le istruzioni per far produrre alle cellule la proteina omonima KRAS. Questa proteina è una sorta di interruttore molecolare: quando riceve uno specifico segnale, si attiva e stimola la crescita cellulare per poi spegnersi rapidamente. In presenza della mutazione, le istruzioni sono fallate e la proteina funziona diversamente: rimane sempre nella modalità attiva e questo determina una produzione costante e incontrollata di cellule tumorali, che a loro volta contengono la mutazione e ne fanno produrre altre.
In condizioni normali il sistema immunitario ha la capacità di identificare le cellule anomale e di distruggerle prima che facciano danni, ma quando ce ne sono molte e riescono a non farsi notare, le difese sono insufficienti e la loro proliferazione impedisce agli organi di funzionare normalmente. Nel caso del PDAC, i gruppi di ricerca conoscevano la causa principale, la proteina KRAS, ma non il modo per fermarla.
Per circa quarant’anni la KRAS era sembrata impossibile da trattare. La funzione delle proteine è strettamente legata alla loro forma, che può variare quando si attivano o disattivano, e di solito si sfruttano le loro pieghe per inserire o incastrarci le molecole in modo da intervenire sul loro funzionamento. La forma della KRAS era però tale da non offrire appigli: liscia e scivolosa, senza punti di appoggio per le molecole dei farmaci. Lo era a tal punto da fare ritenere che fosse inespugnabile e intrattabile.
Nel 2013 il biologo statunitense Kevan Shokat ebbe un’intuizione. Sapendo che le proteine modificano la loro forma in base alla funzione, si chiese se in alcuni contesti KRAS cambiasse a sufficienza da poterci attaccare un’altra molecola. Studiò centinaia di molecole diverse e scoprì che quando è inattiva, apre una minuscola tasca che fino ad allora era rimasta inosservata. Era un punto debole microscopico sul quale si poteva lavorare per provare a impedire a KRAS di indurre la produzione continua di nuove cellule tumorali.
I primi tentativi diedero esiti positivi in laboratorio solo su alcune varianti di KRAS con mutazioni molto rare, lasciando scoperte quelle più comuni legate all’adenocarcinoma duttale pancreatico. Serviva una soluzione più ampia e versatile.
Fu il gruppo di lavoro di un altro biologo statunitense, Greg Verdine, a trovare una strada promettente. Considerato che una sola molecola inserita nella proteina non era sufficiente, Verdine e colleghi lavorarono alla ricerca di un complice direttamente all’interno della cellula. Si concentrarono sulla ciclofillina A (CypA), una proteina molto comune nelle cellule del nostro organismo.
Partendo dalle sue caratteristiche, svilupparono una molecola che si lega facilmente alla ciclofillina, formando una struttura più grande e “collosa” per la proteina KRAS. La colla funziona bloccando selettivamente la proteina nella sua fase attiva (lo stato RAS-ON), cioè quando sta alimentando il tumore, e le impedisce fisicamente di intervenire sulle altre proteine che trasmettono il segnale di crescita alle cellule.
Questa soluzione è alla base del daraxonrasib, il farmaco sperimentale sviluppato da Revolution Medicines. I dati clinici preliminari di fase 1 e 2 avevano già mostrato una forte attività, ma lo scorso aprile l’azienda ha annunciato i risultati dello studio di Fase 3 (chiamato RASolute 302), che ha valutato l’efficacia del farmaco come seconda linea di trattamento in pazienti con tumore metastatico.
In circa un terzo dei casi il tumore si è ridotto e la malattia ha mostrato di stabilizzarsi, un risultato che normalmente non si raggiunge con la chemioterapia. Nelle persone che hanno risposto bene alla terapia, il tumore è stato tenuto sotto controllo mediamente per otto mesi. Nello studio di Fase 3, che prevedeva un gruppo di controllo sottoposto a chemioterapia standard, il daraxonrasib ha quasi raddoppiato la sopravvivenza mediana globale, portandola a 13,2 mesi contro i 6,7 mesi della chemio. Un risultato che costituisce il più grande progresso nel trattamento di questa malattia da decenni, motivo per cui c’è grande attesa per la presentazione dei dati completi a fine mese.
Durante la sperimentazione di Fase 1 e 2 (dedicata alla sicurezza del farmaco) non ci sono stati decessi legati al trattamento, ma la quasi totalità dei partecipanti ha avuto degli effetti avversi. Il daraxonrasib interviene del resto su una proteina che è presente anche nelle cellule non tumorali, con effetti su altri tessuti e in particolare su quelli più delicati delle mucose. Sono state riscontrate infiammazioni della bocca, nausea, spossatezza e ricorrenti eruzioni della pelle con arrossamenti, gonfiore e prurito (“rash cutaneo”). Questi effetti sono stati più gravi per circa un terzo dei pazienti, ma solo uno ha interrotto definitivamente il farmaco prima del tempo. Per altri è stato sufficiente ridurre le dosi, sospendere temporaneamente l’assunzione o potenziare l’uso di terapie per alleviare i sintomi indotti dal trattamento.
Secondo le conclusioni dello studio, nella valutazione dei costi e dei benefici gli effetti avversi sono gestibili e compatibili con un trattamento prolungato, soprattutto considerata la gravità di quel tipo di tumore al pancreas.
Il farmaco consente un controllo della malattia più che una cura definitiva perché il tumore riesce spesso ad adattarsi ai trattamenti. Il daraxonrasib elimina molte cellule tumorali, ma alcune possono sviluppare nuove mutazioni o trovare altri modi per continuare a crescere. Con il tempo queste cellule resistenti tornano a moltiplicarsi, rendendo il farmaco meno efficace. Per questo si stanno studiando combinazioni di terapie che possano bloccare contemporaneamente più meccanismi di sopravvivenza del tumore.
Se i risultati saranno confermati, in futuro il trattamento potrebbe essere integrato nei percorsi di cura, non solo per affrontare lo stadio avanzato del tumore. Il daraxonrasib potrebbe essere usato dopo l’intervento chirurgico di rimozione per eliminare eventuali cellule tumorali residue e prevenire in questo modo il rischio di recidive. Potrebbe essere usato prima dell’intervento stesso, per ridurre le dimensioni del tumore e facilitare l’asportazione.
RAS è inoltre tra le proteine coinvolte nella produzione di altri tumori come quelli al polmone e al colon, ambiti in cui ci potrebbero essere progressi grazie alla sperimentazione del nuovo farmaco. La molecola potrebbe essere integrata con i vaccini a mRNA personalizzati, un altro importante filone di ricerca sempre dedicato a contrastare alcune forme tumorali comprese quelle al pancreas.
La tecnica consiste nell’analizzare le caratteristiche genetiche delle cellule tumorali asportate dai pazienti, per identificare specifiche mutazioni da usare per produrre un vaccino che aiuti il sistema immunitario a identificare quelle cellule e ad attaccarle, evitando che facciano danni. L’obiettivo è fare in modo che l’organismo produca cellule immunitarie grazie al vaccino a mRNA, che restano nel sangue per anni, pronte a distruggere le cellule che potrebbero causare nuove metastasi e recidive del tumore.
I progressi negli ultimi anni nella sperimentazione di terapie contro le forme più insidiose di tumore al pancreas sono osservati con grande attenzione, sia dalla comunità scientifica sia dalle aziende farmaceutiche, che stanno investendo grandi quantità di denaro nei progetti e nelle startup che se ne occupano. La Food and Drug Administration, l’agenzia federale statunitense che si occupa anche di farmaci, ha intanto avviato una revisione accelerata del daraxonrasib che potrebbe portare a un uso clinico su larga scala già entro la fine di quest’anno. Non è ancora la soluzione al problema, ma la dimostrazione dei progressi raggiunti in uno degli ambiti più complessi delle terapie antitumorali.
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Tumore al seno, a Novara parte il progetto per personalizzare la terapia ormonale La Voce Novara e Laghi
All’ospedale Maggiore la ricerca oncologica guarda sempre più alla medicina personalizzata. A spiegarlo è stata Alessandra Gennari, direttrice del reparto di Oncologia dell’ospedale. L’appuntamento è stato l’occasione per fare il punto sui risultati raggiunti e sulle prospettive future di due realtà considerate tra le eccellenze del Maggiore e dell’Università del Piemonte Orientale, entrambe impegnate nello sviluppo di modelli assistenziali sempre più sostenibili, personalizzati e orientati ai bisogni del paziente.
Il reparto di Oncologia, centro di riferimento per la diagnosi e il trattamento dei tumori solidi, integra attività clinica, ricerca traslazionale e sperimentazione terapeutica avanzata attraverso percorsi multidisciplinari dedicati ai pazienti oncologici.
Nel corso della conferenza è stato presentato il progetto di ricerca “SNP-ET”, coordinato dalla dottoressa Benedetta Conte e recentemente finanziato dal Ministero della Salute nell’ambito del Bando Ricerca Finalizzata 2024 – Giovani ricercatori. Il progetto, della durata di 36 mesi, punta a sviluppare un test innovativo, non invasivo e a basso costo per personalizzare la terapia ormonale nelle giovani pazienti affette da carcinoma mammario ormono-sensibile in fase iniziale.
Il tumore al seno ormono-sensibile rappresenta infatti la forma più frequente di carcinoma mammario. Sebbene le terapie endocrine abbiano migliorato significativamente la sopravvivenza, resta elevato il rischio di recidive tardive, che possono manifestarsi anche a distanza di venti o venticinque anni dalla diagnosi. Una situazione che spesso porta a prolungare i trattamenti nel tempo, con effetti importanti sulla qualità di vita delle pazienti e con possibili tossicità legate alle cure.
Per affrontare questa sfida, il gruppo di ricerca composto dalla stessa Conte, dal dottor Davide Soldato dell’Irccs Policlinico San Martino di Genova e dalla dottoressa Maria Lucia Iacovino dell’Istituto Nazionale Tumori Pascale di Napoli ha sviluppato uno studio basato sull’analisi delle varianti genetiche ereditarie coinvolte nel metabolismo degli estrogeni.
Il progetto coinvolge tre centri italiani di eccellenza: l’Aou Maggiore della Carità di Novara, capofila dello studio, l’Irccs Policlinico San Martino di Genova e l’Istituto Nazionale Tumori Irccs Pascale di Napoli. L’obiettivo è integrare ricerca genomica, studi clinici e analisi della qualità di vita per arrivare rapidamente a un’applicazione concreta nella pratica clinica.
«La nostra ipotesi – spiega Benedetta Conte, oncologa medica e ricercatrice dell’Università del Piemonte Orientale – è che alcune varianti genetiche influenzino i livelli di estrogeni: da un lato aumentando il rischio di recidiva, dall’altro riducendo la probabilità di effetti collaterali più gravi, come l’osteoporosi».
L’obiettivo finale è mettere a punto un test basato su un semplice prelievo di sangue, capace di identificare il rischio di recidiva tardiva, prevedere la tossicità delle terapie endocrine e supportare decisioni terapeutiche sempre più mirate. Un approccio che potrebbe consentire di bilanciare meglio efficacia e tossicità delle cure, riducendo il rischio di sovratrattamento e migliorando la qualità di vita delle pazienti.
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Radioterapia d’eccellenza: lo IOV entra nella prestigiosa rete scientifica europea ESTRO OggiTreviso
CASTELFRANCO VENETO / PADOVA - L’Istituto Oncologico Veneto (IOV) compie un nuovo passo fondamentale nel suo percorso di crescita internazionale aderendo alla Società Europea di Radioterapia e Oncologia (ESTRO). Si tratta della più autorevole e importante società scientifica europea nel campo della radio-oncologia, nata con l'obiettivo di rafforzare il ruolo della radioterapia nella cura multidisciplinare del cancro attraverso la promozione di ricerca, innovazione, formazione e accessibilità a trattamenti di eccellenza. L'ingresso in questa rete si inserisce in un più ampio percorso di potenziamento tecnologico che, grazie all'introduzione di tecnologie di ultima generazione, porterà il servizio di Radioterapia dello IOV a diventare nei prossimi mesi uno dei più grandi e avanzati centri italiani per trattamenti mirati e personalizzati.
La natura fortemente multidisciplinare di ESTRO coinvolgerà in modo particolare la radio-oncologia e la fisica sanitaria dell'Istituto, i cui rispettivi rappresentanti sono il professor Marco Krengli e la dottoressa Marta Paiusco. Questa nuova e strategica adesione internazionale non è isolata, ma va a sommarsi a un network globale già ampiamente consolidato di cui lo IOV fa parte. Tra le collaborazioni attive figurano infatti realtà di spicco come OECI, DIGICORE, EURADOS, MELODI, EUREGHA, EARMA ed ELBS, oltre al costante sostegno offerto da APRE (Agenzia nazionale per la Promozione della Ricerca Europea).
Il Direttore Generale dello IOV-IRCCS, la dottoressa Patrizia Simionato, ha espresso grande soddisfazione per questo traguardo, sottolineando la rilevanza strategica dell'operazione: «Entrare a far parte di ESTRO significa rafforzare la dimensione internazionale dello IOV e creare nuove sinergie scientifiche e cliniche con i principali centri europei. La radioterapia oncologica sta vivendo una fase di grande evoluzione tecnologica e metodologica: essere all’interno di questa rete ci permetterà di contribuire attivamente allo sviluppo delle migliori pratiche e di offrire ai pazienti cure sempre più innovative e integrate. Si tratta di un’opportunità importante anche per la fisica sanitaria, disciplina centrale nello sviluppo di trattamenti radioterapici avanzati, sicuri e personalizzati. Il confronto continuo con la comunità scientifica europea favorirà ulteriormente innovazione, ricerca e qualità delle cure».
FOTO: il Direttore Generale dello IOV-IRCCS, la dottoressa Patrizia Simionato
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La nuova municipale Céline Widmer sottoposta a radioterapia Corriere del Ticino
Appena eletta, la nuova municipale socialista di Zurigo Céline Widmer è già costretta ad assentarsi parzialmente dal suo incarico. A metà aprile le è stato diagnosticato un tumore al seno. Il tumore è già stato rimosso, ha comunicato oggi il Municipio della Città sulla Limmat. Widmer non necessita di chemioterapia ed è sostanzialmente in grado di lavorare. La nuova responsabile del Dicastero opere sociali dovrà tuttavia sottoporsi a una radioterapia ambulatoriale per evitare una recidiva. Non potrà quindi partecipare a tutti gli appuntamenti nei prossimi due mesi. Gli altri membri dell'esecutivo cittadino sono pronti a darle il loro sostegno, è stato sottolineato. Oggi il nuovo Municipio, con il sindaco Raphael Golta (PS), ha tenuto la sua seduta costitutiva, iniziando quindi ufficialmente il proprio lavoro.
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Criteri Critici
“E’ davvero importante poterne parlare. Il cancro è dovunque”. Re Carlo III, due anni fa, ha stravolto le regole del protocollo reale dichiarando apertamente di essersi sottoposto ad un intervento di adeguamento della prostata, ingrossata aggiungendo che, in …
“E’ davvero importante poterne parlare. Il cancro è dovunque”. Re Carlo III, due anni fa, ha stravolto le regole del protocollo reale dichiarando apertamente di essersi sottoposto ad un intervento di adeguamento della prostata, ingrossata aggiungendo che, in quella circostanza, ha scoperto di essere malato di cancro. Era il 2024 ed il mondo restava senza parole mentre una vera e propria valanga di contatti portavano alle stelle i click sui siti della sanità britannica, con i sudditi alla disperata ricerca di informazioni per capire di cosa si trattasse e se magari poteva capitare anche a loro. L’obiettivo di un sovrano disposto a rendere pubblico il suo stato di salute era stato raggiunto, il paese era stato sollecitato a fare prevenzione e prendersi cura di sé.
Oggi, la malattia non è ancora scomparsa ma convive con un uomo di 77 anni condannato ad un regno fatto di cure e determinazione a non cedere al cancro finché gli sarà possibile. Ogni volta che torna su questo argomento lo fa con la consapevolezza di chi accetta di condividere il suo stato per generare empatia e tenere alta l’allerta di chi sottovaluta l’importanza della diagnosi preventiva. Così, martedì, durante una visita a sorpresa presso l’ospedale di York, a nord est dell’Inghilterra, il re ha incontrato lo staff ed i pazienti che stanno dando vita ad un nuovo centro finanziato dai fondi raccolti dalla organizzazione benefica Macmillan alla quale lui è molto vicino.
Il nuovo Sir Odgen Macmillan Cancer Center aprirà in luglio ma Carlo III ha voluto portare il suo saluto ed incoraggiamento prima, ed è stato proprio mentre scambiava un saluto con una delle persone arrivate ad accoglierlo che ha parlato della malattia.
Louise Rhodes, affetta da cancro al seno, ha contribuito a lavorare sul design e sullo sviluppo del nuovo centro in qualità di rappresentante dei pazienti, insieme alla madre. Come riportato dai tabloid, quando è stata avvicinata dal re gli ha raccontato di suo padre, morto per quella stessa diagnosi nel 2024. Ed è stato a quel punto che Carlo III le ha risposto: “E’ ovunque – aggiungendo – è così importante essere in grado di parlarne”.
Davanti ai volontari dell’associazione benefica, ha poi ringraziato tutti per il lavoro svolto per la causa nobile, aggiungendo: “Sono felice di essere patron da tanto tempo”.
Il sovrano ha affrontato la giornata più calda registrata in un giorno di fine maggio in Inghilterra, con temperature che hanno toccato i 35 gradi, ma non si è tirato indietro. Con un abito grigio chiaro e una camicia bianca, ha stretto mani, dispensato incoraggiamenti e saluti a tutti coloro che si sono avvicinati felici di incontralo nonostante un caldo insopportabile.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Immunoterapia oncologica, dai vaccini all’AI: la nuova fase della lotta ai tumori Doctor33
A quindici anni dall’approvazione del primo inibitore dei checkpoint immunitari capace di migliorare la sopravvivenza nel melanoma metastatico, l’immunoterapia oncologica entra in una nuova fase. Non si parla più soltanto di anticorpi anti-PD-1 o anti-CTLA-4, ma di un ecosistema sempre più ampio di terapie cellulari, vaccini oncologici, anticorpi ingegnerizzati e strumenti di intelligenza artificiale destinati a cambiare diagnosi, trattamento e prevenzione dei tumori.
Secondo un’analisi pubblicata da Eric Topol nella newsletter scientifica Ground Truths, sono oggi oltre 2.500 i farmaci e i programmi di immunoterapia oncologica in sviluppo. Accanto agli inibitori dei checkpoint immunitari, che hanno trasformato il trattamento del melanoma e di diverse altre neoplasie, stanno avanzando nuove piattaforme terapeutiche come anticorpi coniugati a farmaci citotossici, anticorpi bispecifici, cellule CAR-T, cellule natural killer ingegnerizzate, vaccini terapeutici e virus oncolitici.
Il quadro che emerge è quello di un’oncologia sempre più orientata verso il potenziamento del sistema immunitario come strumento terapeutico centrale, ma anche caratterizzata da una crescente complessità biologica e clinica.
Gli anticorpi anti-PD-1 e anti-PD-L1 restano la base dell’immunoterapia moderna. Pembrolizumab, uno dei farmaci più utilizzati, conta oggi oltre 40 indicazioni approvate dalla Food and Drug Administration statunitense. Tuttavia i risultati restano eterogenei e molti pazienti sviluppano forme di resistenza primaria o acquisita. Per questo motivo la ricerca si sta spostando verso strategie di combinazione che associano nuovi bersagli immunologici, come TIGIT, TIM-3, VISTA e BTLA, agli inibitori già disponibili. L’obiettivo è amplificare e prolungare la risposta immunitaria.
Tra le piattaforme in maggiore espansione figurano gli anticorpi coniugati a farmaci citotossici, progettati per trasportare il principio attivo direttamente sulle cellule tumorali. Sono già oltre quindici quelli approvati e più di 300 risultano in sviluppo clinico. Crescono anche gli anticorpi bispecifici, progettati per mettere in contatto diretto cellule tumorali e linfociti T. Negli Stati Uniti sono già stati autorizzati nove farmaci di questa classe per tumori ematologici e melanoma uveale, mentre oltre 500 molecole sono in fase di studio.
Le cellule CAR-T rappresentano uno dei simboli più avanzati dell’immunoterapia moderna. Dopo i risultati ottenuti nelle leucemie pediatriche, nei linfomi e nel mieloma multiplo, la ricerca sta tentando di estendere questa tecnologia anche ai tumori solidi. Le difficoltà principali riguardano però la capacità delle cellule ingegnerizzate di penetrare il microambiente tumorale e superare l’eterogeneità biologica delle neoplasie solide. Per affrontare questi limiti, diversi gruppi stanno sviluppando nuove strategie basate su cellule natural killer modificate, macrofagi ingegnerizzati e piattaforme standardizzate pronte all’uso.
Uno dei filoni più promettenti riguarda i vaccini oncologici. Oggi molti programmi puntano su vaccini terapeutici personalizzati sviluppati a partire dai neoantigeni del singolo tumore e spesso associati all’immunoterapia già disponibile. Studi recenti hanno riportato risultati incoraggianti nel melanoma, nel carcinoma pancreatico, nel glioblastoma e nel tumore mammario triplo negativo.
Ma il fronte più innovativo riguarda i vaccini preventivi destinati ai soggetti ad alto rischio genetico. Sono in corso studi clinici in portatori della sindrome di Lynch o di mutazioni BRCA1 e BRCA2, mentre altri programmi sperimentali stanno valutando bersagli molecolari come KRAS nel carcinoma pancreatico. La prospettiva è utilizzare il sistema immunitario non soltanto per trattare il tumore avanzato, ma anche per prevenire l’evoluzione della malattia nelle persone ad alto rischio.
Un altro tema centrale è il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale nella selezione dei pazienti candidati all’immunoterapia. Secondo Topol, i biomarcatori attualmente utilizzati non sono sufficienti per guidare in modo ottimale le scelte terapeutiche. Diversi studi stanno quindi valutando nuovi strumenti, tra cui biopsia liquida, analisi del microambiente tumorale, valutazioni radiologiche e modelli di apprendimento automatico per classificare la risposta immunitaria.
Particolare attenzione viene rivolta al microambiente tumorale, considerato uno dei principali fattori che influenzano la risposta ai trattamenti. L’obiettivo della ricerca è trasformare tumori immunologicamente poco reattivi in neoplasie caratterizzate da una maggiore infiltrazione linfocitaria e quindi più sensibili all’immunoterapia.
Molte delle strategie oggi in sviluppo restano ancora lontane dalla pratica clinica quotidiana. Tuttavia il cambiamento di paradigma appare già evidente: l’oncologia punta sempre più a utilizzare il sistema immunitario non solo per trattare il tumore avanzato, ma anche per intercettare precocemente il rischio oncologico e prevenire la progressione della malattia.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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“Pensate prima a lui”, aveva detto una giovane mamma che aveva scoperto un tumore al seno durante la gravidanza. Ma l’intervento di mastectomia con dissezione linfonodale ascellare e ricostruzione mammaria immediata avvenuto il 18 maggio all’ospedale Pascale …
NAPOLI - Una psicologa di Salerno era stata messa davanti al bivio: continuare la gravidanza o interromperla e curarsi. Ma i medici dell'istituto per la cura dei Tumori Pascale le hanno restituito una prospettiva
“Pensate prima a lui”, aveva detto una giovane mamma che aveva scoperto un tumore al seno durante la gravidanza. Ma l’intervento di mastectomia con dissezione linfonodale ascellare e ricostruzione mammaria immediata avvenuto il 18 maggio all’ospedale Pascale di Napoli ha salvato entrambe le vite. L’operazione è perfettamente riuscita e la donna è tornata a casa dopo 48 ore.
È una storia a lieto fine quella della futura mamma – una psicologa di Salerno che ha preferito restare anonima – eppure la vicenda era nata come il peggiore degli incubi con una diagnosi di tumore al seno arrivata nel pieno della gravidanza. Da lì si era delineato il terribile scenario della scelta: proseguire la gravidanza senza curarsi o interromperla per iniziare al più presto la terapia. Erano state diverse le strutture ospedaliere che avevano messo la donna davanti a questo bivio fino a quando, parlando con il professor Michielino De Laurentiis, è riuscita ad aggrapparsi a una speranza.
“Può curarsi e continuare a essere mamma”, le aveva detto il professor De Laurentiis spiegandole che oggi è possibile affrontare il tumore al seno durante la gravidanza senza rinunciare al bambino. E il 18 maggio ne ha avuto la conferma: la donna si è sottoposta al delicato intervento di mastectomia guidato dai chirurghi Di Giacomo e Fucito, coadiuvati dal dottor Marone, specialisti della chirurgia senologica dell’istituto napoletano.
Non è stato un intervento facile perché in situazioni del genere i parametri vitali da considerare si raddoppiano: monitorare madre e feto contemporaneamente durante tutte le fasi dell’operazione. Per questa ragione, la pianificazione accurata dell’intervento – che di per sé è già complesso – ha dovuto considerare epoca gestazionale, biologia del tumore, sicurezza farmacologica e anestesiologica. I medici hanno inoltre scelto la ricostruzione immediata del seno con protesi definitiva per scongiurare alla madre qualsiasi implicazione fisica e psicologica.
L’intervento è stato un successo clinico: dopo appena 48 ore la donna, descritta come una paziente forte e lucida, è tornata casa. “Questo risultato – ha detto il direttore generale del polo oncologico partenopeo, Maurizio di Mauro – rappresenta il volto migliore della sanità pubblica e dell’oncologia italiana. Al Pascale lavorano professionisti straordinari capaci di affrontare anche le situazioni più delicate con competenza, sensibilità e spirito di squadra. Curare una giovane donna senza interrompere il percorso della maternità significa difendere insieme la vita, la speranza e il futuro”.