📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?2
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
34.1/100
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Criteri Critici
Gentlemen's Ride, in sella per la cura contro il cancro RaiNews
Come per il Capodanno, i primi a partire sono gli australiani. E da qui parte la storia della Distinguished Gentleman's Ride, una sfilata in moto con spirito dandy ma soprattutto altruistico.I fondi raccolti dai partecipanti vanno infatti a fondazioni per la cura contro il cancro alla prostata. E oggi la manifestazione era in contemporanea alla camminata delle Donne in rosa per la cura del cancro al seno.Una parte molto seria collegata comunque a quella più giocosa, con abbigliamento curato nei dettagli. Nel video, l'intervista a Giorgio Bana, organizzatore di Genova
“Dopo il tumore mi sono ritrovata con 8 chili in meno e senza capelli, allo specchio mi vedevo come un ragazzino. Ecco perché ho deciso di non rifare il seno dopo la mastectomia”: parla Concita De Gregorio
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
54.4/100
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✅
Criteri Critici
“Il tempo del prima è un tempo in cui le cose si possono rimandare: ‘lo faccio l’anno prossimo’, ‘ci vediamo presto’. Il tempo del dopo, no. Perché non c’è tempo”. È questo il crinale emotivo su cui si muove Concita De Gregorio. A due anni dalla diagnosi di c…
“Il tempo del prima è un tempo in cui le cose si possono rimandare: ‘lo faccio l’anno prossimo’, ‘ci vediamo presto’. Il tempo del dopo, no. Perché non c’è tempo”. È questo il crinale emotivo su cui si muove Concita De Gregorio. A due anni dalla diagnosi di cancro al seno arrivata nel 2022, la giornalista e scrittrice ha cristallizzato questa frattura temporale nel suo nuovo libro La cura, raccontandosi in un’intervista al Corriere della Sera.
Il corpo trasformato e la scelta sulla ricostruzione
Nel “tempo del dopo”, la fisicità subisce scossoni improvvisi e definitivi. “Nel ‘tempo del dopo’ ti ritrovi con otto chili in meno e senza capelli”, confida De Gregorio, descrivendo l’immagine riflessa nello specchio come quella di un ragazzino di undici anni: “Magrissimo, con gli occhi grandi, i capelli a zero, due segni al petto come due sorrisi storti”. Una figura che la scrittrice ha scelto di accogliere senza filtri: “Quel ragazzino aveva una sua bellezza che ho imparato a riconoscere […] E io ho voluto abbracciare quella figura, ho scelto di non cambiarla”. Questa consapevolezza è alla base della sua decisione di non sottoporsi all’intervento di ricostruzione mammaria dopo la mastectomia. Un passaggio su cui De Gregorio si sofferma con assoluta precisione: “Questo è un tema delicato e voglio rispondere con chiarezza: oggi mastectomia e ricostruzione si fanno quasi sempre in contemporanea, perché si dà per scontato che una donna voglia, legittimamente, tornare a quella che era prima. Io ho scelto diversamente, ma è stata una decisione strettamente personale, so bene quanto sia importante per qualcuno tornare al ‘tempo del prima’”. A chi intravede in questa prassi il riflesso di un corpo “socialmente conforme“, la giornalista risponde ripercorrendo la sua storia personale: “Io appartengo a una generazione di donne che è scesa in piazza per vedersi riconosciuto il diritto di valere senza necessariamente apparire. […] Nel mio caso ho semplicemente scelto di abitare questo corpo così come si era trasformato, fine”.
La grammatica bellica e l’opportunità della malattia
Un punto cruciale della sua riflessione riguarda il linguaggio. Ripensando al modo in cui, in passato, spiegava al figlio primogenito le cicatrici degli interventi subiti alla nascita (“Gli dicevo che erano i segni di un combattimento, contro un mostro terribile”), oggi De Gregorio riconosce la tossicità della retorica bellica applicata alla salute. “Oggi so che nel racconto della malattia ci sono due rischi retorici opposti ma speculari. Il primo è la grammatica bellica, cioè si fa sentire il malato un ‘guerriero’ che deve sconfiggere chissà quale drago. Gli si inocula una specie di colpevolezza, il famoso ‘ma che cosa ho fatto per meritarmi questo'”, sottolinea con fermezza, aggiungendo che “l’unica battaglia che bisogna fare è quella per avere fondi per la ricerca, strutture adeguate e una sanità degna di un paese civile”. Ugualmente fuorviante è la narrativa speculare: “È quello opposto del martirio, cioè della retorica della malattia come dono o come opportunità. […] Penso che se non mi fosse accaduto, sarebbe stato meglio”.
La logistica dell’amore e il setaccio dei rapporti
Nel vortice delle terapie, l’amore assume forme inaspettate. De Gregorio elogia il supporto del marito Alessandro Cecioni, compagno da quarant’anni, definendo la sua presenza una “logistica dell’amore”: “Una persona che viene a prenderti aspettando sotto la pioggia. O che organizza un viaggio, o che regola l’agenda di famiglia”. Un accudimento pratico che, nel “tempo del dopo”, “è stata fondamentale”, perché “nell’amore conta anche un ‘fare le cose’ e nel mio caso questo è stato importantissimo“. Questo approccio operativo è stato decisivo anche per permetterle di compiere un viaggio intercontinentale sconsigliato dai medici, ma emotivamente indispensabile. “Il mio figlio più piccolo vive in Australia. Non potevo dirgli per telefono della malattia, dovevo vederlo. Se non hai di fronte chi parla, non capisci, immagini scenari terribili. L’operazione era imminente, chiesi ai medici di poter partire. Sapevo dei pericoli: se hai un impianto sottopelle che ti mette a rischio embolia e se devi fare le cure ospedaliere tre volte alla settimana, un volo così lungo è sconsigliabile. […] Sapevo che sarebbe stata una medicina. E così è stato. Bellissimo. Non ho nemmeno avuto paura di volare”.
La malattia funge anche da implacabile setaccio umano, separando i legami autentici da quelli superficiali: “I sassi pesanti vanno giù, l’oro resta. Ci sono persone che di fronte a una malattia spariscono. Non sempre per insensibilità, qualche volta per una sorta di analfabetismo delle emozioni. […] Si fanno due file: quelli che si vogliono bene, quelli che ti vogliono bene”. Un abbandono che, dati alla mano, riguarda prevalentemente gli uomini: “C’è uno studio dell’American Cancer Society del 2009 su un campione di oltre duemila pazienti malati di cancro o di sclerosi multipla: tra le coppie che avevano divorziato nell’arco di quattro anni (il 6%) la persona malata era sempre la donna”. E a chi le chiede se abbia imparato qualcosa da questa traversata, De Gregorio risponde svelando un lato inedito di sé: “Non ho imparato nulla, forse ho incontrato alcune nuove versioni di me. Bene, ho conosciuto la ‘Concita sapiosexual’, che si innamora delle persone competenti”.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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63.0/100
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Criteri Critici
Mielodisplasie, la ricerca milanese che permette di scovare “i pazienti nascosti” Il Giorno
Milano - Ieo, Humanitas e Statale di Milano insieme in una importante ricerca che riguarda uno dei tumori rari del midollo osseo. I risultati sono stati pubblicati sull'autorevole rivista Blood e segnano un importante progresso per la cura delle mielodisplasie, che in alcuni pazienti possono evolvere in leucemia mieloide acuta, una delle forme più gravi di tumore ematologico.
La ricerca
La ricerca, sostenuta dalla Fondazione AIRC per la Ricerca contro il cancro, è stata coordinata da Serena Ghisletti, ricercatrice del Dipartimento di Oncologia Sperimentale dell'Istituto Europeo di Oncologia e Professoressa di Biochimica all'Università Statale di Milano, insieme a Matteo Giovanni Della Porta, Responsabile Leucemie di IRCCS Istituto Clinico Humanitas Research Hospital e Professore presso Humanitas University. I primi autori dell'articolo sono Veronica Vallelonga e Francesco Gandolfi, giovani ricercatori dell'IEO che hanno lavorato principalmente su questo progetto per cinque anni.
Foto d'archivio, un laboratorio (Afp)
Le alterazioni che possono “predire” l’evoluzione della mielodiplasia
I ricercatori, grazie all'utilizzo di metodi innovativi di trascrittomica e di epigenomica, hanno scoperto che specifiche alterazioni molecolari rilevabili nel DNA possono aiutare a predire l'evoluzione della mielodisplasia. In particolare tali alterazioni possono permettere di individuare più precisamente i pazienti che svilupperanno la leucemia mieloide acuta. A tale scopo sono state studiate alcune alterazioni epigenetiche che si verificano prima che compaiano certi sintomi: si tratta di cambiamenti nella struttura chimica delle proteine attorno alle quali è avvolto il nostro DNA e che regolano come e quando certi geni vengono attivati o inattivati. Il maggiore problema per la cura delle mielodisplasie è proprio la valutazione del rischio di evoluzione della malattia in forme più gravi.
I “pazienti nascosti”
Per quantificare tale rischio, gli ematologi classificano i pazienti in soggetti a "basso rischio" e ad "alto rischio" sulla base di analisi del midollo, da dove la malattia ha origine. Purtroppo però la classificazione attuale non riflette la complessità biologica della patologia e, infatti, in circa un terzo dei pazienti considerati a basso rischio la mielodisplasia inspiegabilmente progredisce "Abbiamo trovato il modo di identificare quei 'pazienti nascosti' che, pur avendo caratteristiche di basso rischio, hanno elevate probabilità di sviluppare una leucemia mieloide acuta. Abbiamo scoperto che questo sottogruppo presenta alcune specifiche alterazioni nell'attivazione e nella regolazione dei geni. In particolare abbiamo evidenziato il ruolo della proteina PU.1, che coordina l'attività di molti geni e costituisce un legame fra la risposta immunitaria e la progressione della malattia. I risultati di esperimenti di laboratorio hanno confermato che PU.1 promuove la mielodisplasia: quando la sua attività è bloccata, le cellule mielodisplastiche proliferano di meno e contemporaneamente diminuisce l'attività dei geni che promuovono le reazioni immunitarie e infiammatorie. In sostanza PU.1 è un marcatore della progressione della malattia e allo stesso tempo una sua causa", spiega Ghisletti.
Le ricadute positive su gestione clinica e ricerca di nuove terapie
"Identificare il sottogruppo nascosto di pazienti ad alto rischio è la base di partenza per migliorare la gestione clinica della malattia e per trovare nuove terapie a bersaglio molecolare. In particolare PU.1 rappresenta un bersaglio molto promettente: bloccare le sue funzioni potrebbe far inceppare il meccanismo che porta alla progressione della malattia. Anche se sono necessari ulteriori studi per trasformare queste scoperte in terapie, l'integrazione delle informazioni epigenetiche negli attuali sistemi prognostici è comunque un passo importante verso una medicina di precisione per la cura delle mielodisplasie" conclude Della Porta.
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63.7/100
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Criteri Critici
Tumori con poche metastasi: la radioterapia italiana ridisegna il trattamento TecnoMedicina
È in corso fino al 19 maggio a Stoccolma ESTRO 2026, il più importante Congresso europeo di radioterapia e oncologia clinica. L’Associazione Italiana di Radioterapia e Oncologia clinica presenta in questo contesto una produzione scientifica che ha un filo conduttore preciso: trattare meglio le poche lesioni che contano.
La radioterapia stereotassica sta cambiando il modo di affrontare i tumori che si presentano con un numero limitato di metastasi, definiti “oligometastatici”. Non è più solo un trattamento di supporto, ma una leva terapeutica primaria, da integrare con i nuovi farmaci. Quattro studi clinici italiani, un consenso multidisciplinare nazionale e la guida del più grande registro europeo sull’argomento sono i contributi principali con cui l’AIRO si presenta a Stoccolma.
Lo studio RADIOSA, condotto all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, ha confrontato in 102 pazienti con tumore della prostata, recidivato in poche sedi e ancora sensibile alla terapia ormonale, la sola radioterapia stereotassica contro la stessa radioterapia abbinata a sei mesi di terapia ormonale di privazione androgenica. A oltre quattro anni di osservazione, il tempo libero da progressione di malattia passa da 15 a quasi 33 mesi con la combinazione, e il rischio di progressione si dimezza. Un risultato che conferma il valore della stereotassi come parte integrante della strategia terapeutica, e non come semplice complemento. Al congresso di Stoccolma arriva anche lo studio PERSIAN, che su 174 pazienti con tumore prostatico in fase oligometastatica e ancora sensibile alla terapia ormonale ha testato l’aggiunta della radioterapia stereotassica al trattamento farmacologico standard: a sei mesi la risposta biochimica completa è ai massimi in entrambi i gruppi, e il beneficio della radioterapia emerge soprattutto nei pazienti con meno di tre metastasi. Un risultato che aiuta a definire con maggiore precisione per quali pazienti la radioterapia aggiunge davvero valore terapeutico e per quali no.
Un’altra frontiera riguarda la sicurezza della radioterapia impiegata in associazione con i farmaci nella ginecologia oncologica. Il gruppo coordinato dalla Professoressa Macchia di Campobasso, nell’ambito dello studio nazionale MITO-RT3/RAD, ha analizzato 41 pazienti con carcinoma ovarico in fase oligometastatica trattate con radioterapia stereotassica entro 12 mesi dalla somministrazione di bevacizumab, farmaco che agisce bloccando la formazione di nuovi vasi sanguigni e finora considerato a rischio di interazione con la radioterapia. Il risultato risponde a un vuoto di evidenza importante: nessun effetto collaterale di grado severo, controllo della malattia nelle sedi trattate al 73% a due anni, qualità di vita preservata. È il primo studio italiano che consente di proporre con sicurezza la radioterapia stereotassica anche a pazienti che hanno ricevuto bevacizumab, ampliando le opzioni terapeutiche in uno scenario clinico finora considerato pressoché proibitivo.
Ulteriore conferma dell’importanza del filone di ricerca dedicato alla radioterapia nei tumori caratterizzati da un numero contenuto di metastasi, e della centralità dell’Italia in questo ambito: nella sessione plenaria di apertura, sui principali studi clinici europei e organizzata insieme alla rivista “The Lancet Oncology”, Umberto Ricardi dell’Università di Torino ha presentato i risultati intermedi dello studio OligoCare, il più ampio studio europeo sulla radioterapia stereotassica nei tumori oligometastatici, parte della piattaforma di ricerca clinica ESTRO-EORTC.
L’edizione 2026 dell’ESTRO è anche il congresso in cui assume la presidenza della Società europea di radioterapia e oncologia clinica la professoressa Barbara Jereczek-Fossa, in forza all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano: un ruolo che testimonia il peso della scuola italiana nella disciplina.
Infine, accanto alla produzione di evidenza clinica, l’AIRO porta a Stoccolma un risultato di sistema: il primo consenso nazionale multidisciplinare sulla radioterapia guidata dalle immagini per i tumori del tratto gastrointestinale superiore, sviluppato con l’Associazione Italiana dei Tecnici di Radioterapia e l’Associazione Italiana di Fisica Medica, con venti esperti italiani impegnati in un percorso di consenso strutturato. Un lavoro che mostra come, dietro ai singoli studi, ci sia una comunità capace di costruire standard condivisi fra radio-oncologi, fisici medici e tecnici, in una delle aree più complesse della disciplina.
“Il messaggio che portiamo a Stoccolma è duplice – dichiara Stefano Pergolizzi, Presidente AIRO –: da un lato la radioterapia stereotassica è oggi uno strumento di precisione che permette di trattare in modo mirato le poche lesioni che fanno la differenza nella storia di malattia di un paziente; dall’altro la comunità italiana è in grado non solo di applicare queste tecniche, ma di produrre l’evidenza clinica che ne definisce le indicazioni a livello internazionale. L’arrivo alla presidenza dell’ESTRO di una collega che opera nel nostro Paese è il riconoscimento di un percorso scientifico e organizzativo che la radioterapia italiana ha costruito negli ultimi anni con impegno e con risultati crescenti”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
61.5/100
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B
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✅
Criteri Critici
La rivista Jama accusa social e influencer che diffondono bufale mediche. Il farmaco, nato in veterinaria, aveva già vissuto un suo momento di gloria “fake” durante il Covid
“Ti racconterò una buona storia. Avevo tre amici malati di cancro allo stadio 4. Ora sono guariti”. L’attore Mel Gibson sa come ottenere la suspense del pubblico. Il conduttore del podcast “Joe Rogan Experience” è ansioso di sapere come, anche se anticipa già la risposta. “Ivermectina” risponde Gibson. “Ivermectina e benzimidazolo”.
Il primo farmaco è usato nei cavalli per eliminare i vermi intestinali, ma è approvato anche per uso umano. Durante la pandemia fu promosso dai social come cura fai da te per il Covid. I casi di sovradosaggio nei pronto soccorso americani aumentarono durante i primi anni della pandemia. Il secondo è usato solo in ambito veterinario, fra l’altro come anestetico. “C’è sempre di mezzo il profitto” demonizza Rogan. “Ci sono cure efficaci che non vengono usate perché non generano profitto”.
Il podcast video è stato pubblicato il 9 gennaio 2025. Nei primi sei mesi ha avuto 60 milioni di spettatori negli Stati Uniti e ha fatto aumentare del 99,5% le vendite dei due farmaci.
Prescrizioni raddoppiate
Il problema delle false informazioni mediche diffuse dai social sta diventando talmente grave da spingere la rivista Jama Network Open a occuparsene, con uno studio che ha confrontato il consumo dei due farmaci pubblicizzati da Gibson prima e dopo lo show.
“Le prescrizioni di ivermectina e benzimidazolo sono raddoppiate tra il primo gennaio e il 31 luglio 2025 rispetto agli stessi mesi del 2024” scrive allarmata la rivista. Li hanno assunti 4 persone ogni 100mila negli Usa (e altrettanti medici, evidentemente, glieli hanno prescritti).
La coppia di farmaci, spiega Jama, ha mostrato una certa attività antitumorale nelle cellule in vitro e nelle cavie. Il National Cancer Institute americano ha annunciato di avere in programma studi più approfonditi.
Prima di essere somministrato agli esseri umani, anche solo in via sperimentale, ogni nuovo medicinale deve però superare dei test di tossicità. La combinazione di ivermectina e benzimidazolo non lo ha mai fatto, almeno non in laboratori scientifici che ragionano in base ai dati e non alle “buone storie”.
La rinuncia alle cure ufficiali
Analizzando i pazienti che hanno ricevuto la prescrizione dei due farmaci, Jama osserva che sono soprattutto malati di cancro (qui la pubblicazione del podcast ha portato a un aumento di due volte e mezzo delle prescrizioni), bianchi, maschi e abitanti del sud degli Stati Uniti. Anche se non in modo preciso, questi criteri potrebbero combaciare con il bacino di pubblico del podcast di Joe Rogan.
“Il tasso elevato di prescrizioni fra i pazienti con il cancro è molto preoccupante” scrivono gli autori di Jama, coordinati dall’esperta di salute pubblica dell’ateneo Virginia Tech Michelle Rockwell, che si era occupata dell’ivermectina già ai tempi del Covid.
“Persone che fronteggiano malattie potenzialmente mortali rischiano di rinunciare ai trattamenti convenzionali, sostituendoli con terapie non confermate, che potrebbero permettere alla loro malattia di progredire”.
"Questa roba funziona”
Un sondaggio condotto dal Pew Research Center negli Stati Uniti e citato dal New York Times ha osservato che metà degli adulti sotto ai 50 anni segue i consigli di salute e benessere di influencer che non hanno una formazione sull’argomento.
Gibson è uno di questi, con il suo “this stuff works, man”: questa roba funziona ripetuto durante lo show. “Non credo che esista qualcosa, fra i mali che affliggono l’umanità, che non abbia una cura naturale” ha detto ancora a Joe Rogan. “Deve esserci qualcosa, ha senso che sia così. Non posso provarlo, ma credo proprio che ci debba essere qualcosa che cura le cose”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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48.5/100
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Criteri Critici
Tumore e diritti, le novità sul Piano oncologico mentre la ricerca corre lapresse.it
Nella XXI Giornata nazionale del malato oncologico interessanti novità per i 4 milioni di connazionali che convivono con un tumore, ma anche per i familiari e per quanti dedicano le loro forze alla ricerca contro queste malattie. Il direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, Sergio Iavicoli, ha annunciato che il 26 maggio si riunirá – per la prima volta – la Cabina di regia per l’attuazione del Piano oncologico nazionale. Un passaggio importantissimo per il Piano 2023-27, richiesto a lungo dalla Favo di Francesco De Lorenzo ed Elisabetta Iannelli.
Senza la Cabina di regia, infatti, il Pon “resta un documento programmatico privo di gambe”, aveva chiarito De Lorenzo nel corso di un recente incontro a Roma, dove ha annunciato anche l’addio alla presidenza Favo, Federazione che ha guidato a lungo e di cui resta presidente onorario.
Il drappello dei nuovi farmaci anti-cancro
Insomma, dopo le pressanti richieste delle associazioni dei malati di tumore, qualcosa si muove. Intanto l’oncologia “si conferma oggi l’area terapeutica più studiata al mondo. Sono 9.036 i medicinali in ricerca e sviluppo dedicati ai tumori, pari a quasi il 40% dell’intera pipeline globale (fonte Citeline) e al 26% del totale dei pazienti arruolati nei trial clinici nel 2025, con oltre 300.000 partecipanti (fonte Iqvia)”, sottolinea Marcello Cattani, presidente di Farmindustria.
I successi della ricerca e delle terapie contro il tumore
“I progressi scientifici e tecnologici degli ultimi anni – aggiunge – stanno cambiando la lotta contro il cancro, rendendo curabili molte forme di tumore e trasformandole in molti casi in condizioni croniche con cui è possibile convivere. Un esempio concreto: in Italia negli ultimi 10 anni le persone che sopravvivono dopo una diagnosi di tumore sono 1 milione in più, grazie anche al ruolo fondamentale dei farmaci”.
Cresce anche il numero degli studi clinici oncologici. Trial in cui le terapie innovative vengono testate dai pazienti. “All’inizio del 2026 erano 20.383 quelli in corso a livello globale, con un aumento del 5,8% rispetto all’anno precedente. E in Italia, secondo l’Agenzia Italiana del Farmaco, circa il 35% degli studi clinici è relativo alle neoplasie”, segnala Cattani.
Intanto tecnologie digitali e AI stanno rendendo i processi di ricerca e sviluppo più rapidi ed efficienti, favorendo l’identificazione di nuove molecole e una maggiore personalizzazione delle terapie. “Ma per mettere pienamente a frutto le potenzialità dell’innovazione e farla arrivare prima ai pazienti, è sempre più importante prevedere schemi di accesso precoce alle terapie innovative”, insiste il presidente di Farmindustria, convinto che occorra continuare a investire in innovazione.
La strategia di Cattani richiede anche di semplificare i percorsi autorizzativi, ridurre le disuguaglianze territoriali nell’accesso ai farmaci e valorizzare la collaborazione tra istituzioni, comunità scientifica, imprese e associazioni dei pazienti. Per rendere davvero accessibili i più avanzati frutti della ricerca, ma anche i nuovi diritti. E venire incontro agli italiani che, nel corso della loro vita, si trovano a fare i conti con una diagnosi di tumore.
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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42.6/100
Punteggio Totale
C
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Criteri Critici
Visite gratuite per la prevenzione del melanoma: open day il 19 e 20 a Borgo Trento TgVerona
La Dermatologia di Borgo Trento, diretta dal prof. Giampiero Girolomoni, aderisce alla campagna nazionale di prevenzione del melanoma “Save your skin”, organizzata da Sidemesat (Società italiana di Dermatologia medica, chirurgica, estetica e di Malattie sessualmente trasmissibili).
Il 19 e 20 maggio, dalle ore 14 alle 17.30, ci saranno due giornate di open day per visite gratuite con specialisti per il controllo dei nevi e le informazioni di prevenzione, soprattutto in vista delle prossime esposizioni estive. Necessaria la prenotazione, chiamando il numero verde 800.89.45.24 attivo dal lunedì al venerdì dalle ore 9 alle 19.
Pazienti in Aoui. Nell’Uoc Dermatologia si operano mediamente 250 pazienti l’anno con melanoma. Negli ultimi 5 anni il trend positivo vede l’80% dei casi rappresentati da lesioni superficiali per cui dopo l’asportazione il paziente guarisce. Negli ultimi anni sono inoltre aumentate la consapevolezza e la prevenzione.
Il melanoma. Il melanoma rappresenta la principale sfida dermatologica e con l’arrivo dell’estate la preoccupazione si fa ancora più urgente. Il melanoma è un tumore derivante dalla trasformazione tumorale, di alcune cellule della pelle, i melanociti. Questo tipo di tumore della pelle, che interessa principalmente la fascia d’età dai 20 ai 60 anni, vede un aumento continuo circa del 5%. È quindi necessario prendere le giuste precauzioni per prevenirne l’insorgenza, come non esporsi eccessivamente al sole, usare adeguati filtri protettivi, ridurre l’uso di lampade Uv per l’abbronzatura artificiale. Inoltre, è consigliato osservare eventuali cambiamenti di nei o lesioni cutanee e sottoporsi regolarmente a controlli dermatologici. Infatti, se diagnosticato precocemente, nell’80% dei casi, questo tumore cutaneo può essere rimosso efficacemente con asportazione chirurgica.
Prof. Giampiero Girolomoni, direttore Uoc Dermatologia: “Anche l’Azienda ospedaliera di Verona aderisce alla campagna nazionale di prevenzione del melanoma con visite gratuite per la valutazione dei nevi presso la nostra Dermatologia. Trattiamo circa 250 pazienti l’anno. Nella maggior parte dei casi la diagnosi precoce del melanoma permette una guarigione definitiva con un semplice intervento chirurgico. L’80% dei melanomi che noi esportiamo sono in fase precoce, quindi il paziente può considerarsi guarito una volta rimossa la lesione. Per prevenire l’insorgenza del melanoma possiamo modificare le nostre abitudini di esposizione al sole evitando le scottature solari, applicando opportunamente la crema solare e usando protezioni fisiche, come magliette scure e cappelli”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
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Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
43.7/100
Punteggio Totale
C
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❌
Criteri Critici
Infezioni respiratorie e tumore del polmone: cosa rischiano i pazienti fragili? pharmastar.it
Infezioni respiratorie, infiammazione cronica e fragilitŕ polmonare sono stati tra i temi affrontati durante "La Sanitŕ che Vorrei", l'incontro promosso al Ministero della Salute dedicato al rapporto tra infezioni e cronicitŕ. Oggi sappiamo che le infezioni respiratorie possono incidere sull'evoluzione clinica dei pazienti fragili e influenzare anche il decorso delle patologie oncologiche polmonari.Ne abbiamo parlato con il professor Alain J. Gelibter specialista in oncologia medica del Policlinico Umberto di Roma. Infezioni respiratorie e tumore del polmone: cosa rischiano i pazienti fragili?Professor Alain J. Gelibter Tumore gastrico, fondamentali adeguato supporto nutrizionale e accesso rapido ai nuovi farmaciClaudia Santangelo Tumore gastrico avanzato, via libera Aifa all'immunoterapico tislelizumab piů chemio in prima lineaDott. Filippo Pietrantonio Tumore del polmone, via libera Aifa all’immunoterapia con tislelizumab in seconda lineaDott. Federico Cappuzzo Tumore dell’esofago, via libera Aifa a due indicazioni dell’immunoterapico tislelizumabDott. Filippo Pietrantonio Mieloma multiplo: accesso precoce alle CAR-T e nuove sfide organizzativeDott. Massimo Martino Mieloma multiplo: nuove terapie e malattia minima residua cambiano lo scenarioDott.ssa Maria Teresa Petrucci Leucemia linfatica cronica ricaduta/refrattaria: ok Aifa alla rimborsabilitŕ di pirtobrutinibProf. Paolo Ghia Leucemia linfatica cronica, una nuova speranza dopo la resistenza agli inibitori BTK covalentiDavide Petruzzelli Tumore del polmone avanzato: supporto, informazione e rete territoriale fanno la differenzaBruno Aratri Tumore del polmone EGFR-mutato: nuove strategie chemio-free cambiano lo scenarioDott. Antonio Passaro Tumore del polmone EGFR mutato: la medicina di precisione cambia lo scenarioProf.ssa Silvia Novello InformativaUtilizziamo cookie o tecnologie simili per finalità tecniche e, con il tuo consenso, anche per altre finalità come specificato nellacookie policy.Puoi acconsentire all'utilizzo di tali tecnologie utilizzando il pulsante "Accetta tutti". Fino a che non sceglierai una opzione utilizzeremo solo i cookie tecnici e necessari. Cookie tecniciCookie tecnici e necessari al corretto funzionamento del sito web. Non possono essere disabilitati [7]NomeFornitoreScopoDuratacovidLoginAntherica srlFunzionaleSessionelngAntherica srlFunzionalePersistentepharmaLogAntherica srlFunzionaleSessionesocialcounterAntherica srlFunzionale1 giornosys_langAntherica srlFunzionalePersistenteUserLogAntherica srlFunzionaleSessione_cookie_consentAntherica srlFunzionale1 anno Cookie di preferenzaI cookie di preferenza consentono al sito web di memorizzare informazioni che ne influenzano il comportamento, ad esempio la personalizzazione di un colore.Nessun cookie utilizzato per questa tipologia Cookie statisticiI cookie statistici aiutano a capire come i visitatori interagiscono con il sito web raccogliendo e trasmettendo informazioni in forma anonima [7]NomeFornitoreScopoDurata_gaGoogle AnalyticsStatistiche1 anno_ga_J8H44EJNJ3Google AnalyticsStatistiche1 anno__utmaGoogle AnalyticsStatistiche2 anni__utmbGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmcGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmtGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmzGoogle AnalyticsStatistiche6 mesi Cookie di marketingI cookie di marketing vengono utilizzati per tracciare i visitatori sul sito web. La finalità è quella di presentare annunci pubblicitari che siano rilevanti e coinvolgenti per il singolo utente.Nessun cookie utilizzato per questa tipologia
Elle Macpherson, la super modella e il tumore al seno curato con la medicina olistica: «Ho rifiutato la chemio contro il parere dei medici» - Corriere Adriatico
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Elle Macpherson, la super modella e il tumore al seno curato con la medicina olistica: «Ho rifiutato la chemio contro il parere dei medici» Corriere Adriatico
Sette anni fa le fu diagnosticato untumoreal seno e nonostante l'invito dei medici (ben 32) di sottoporsi a chemioterapia, ha sempre rifiutato. Lo ha raccontato la modella australianaElle Macpherson, conosciuta come The Body. Da sempre la top model adotta un approccio olistico nei confronti del suo benessere, ragion per cui, rifiutare le terapie farmacologiche. La diagnosi di cancro Intervistata dalla rivista Women's Weekly, la modella 60enne ha raccontato il momento in cui ha scoperto di avere un cancro. Sette anni fa è stata sottoposta ad una lumpectomia, ovvero la rimozione parziale del tessuto del seno interessato dal cancro. Successivamente le è stato diagnosticato un carcinoma intraduttale (che interessa le cellule tumorali venutesi a formare nei dotti e destinate a restarvi). Macpherson ha spiegato che per lei è stato un trauma: «È stato uno choc, è stato inaspettato, è stato sconcertante, è stato scoraggiante sotto molti aspetti e mi ha davvero dato l'opportunità di scavare a fondo nel mio senso interiore per trovare una soluzione che funzionasse per me». Il rifiuto della chemio Poi racconta di aver rifiutato la chemioterapia. «La cosa più difficile che abbia mai fatto nella mia vita. È stato un meraviglioso esercizio di fedeltà a me stessa, di fiducia in me stessa e nella natura del mio corpo e nel percorso di azione che avevo scelto». Il percorso da lei affrontato è stato raccontato anche nel libro Elle, pubblicato a luglio scorso. La medicina olistica Elle ha rivelato di aver affittato una casa a Phoenix, in Arizona, per otto mesi, dove ha "curato olisticamente" il suo cancro sotto la guida del suo medico di base, un medico di naturopatia, dentista olistico, osteopata, chiropratico e due terapisti. Restando in casa da sola, Elle ha detto che trascorreva le sue giornate "concentrandosi e dedicando ogni singolo minuto a guarire me stessa". Visualizza questo post su InstagramUn post condiviso da Elle Macpherson (@ellemacpherson)La reazione dei figli alla sua decisione Un post condiviso da Elle Macpherson (@ellemacpherson) Ovviamente la sua scelta non è stata vista di buon occhio, dal momento che adottare un approccio olistico nella cura, avrebbe potuto rappresentare un rischio per la sua salute.Macpherson si è però affidata al suo medico di base specializzato in medicina integrativa, nella quale le terapie per la mente e il corpo vanno di pari passo all'assistenza medica convenzionale. I figli della modella, Flynn, 19 anni, e Cy, 14 anni, hanno affrontato la cosa in maniera diversa: «Cy pensava semplicemente che la chemio potesse uccidermi. E quindi non ha mai voluto che lo facessi perché pensava che fosse il bacio della morte. Flynn, essendo più convenzionale, non era affatto a suo agio con la mia scelta. Lui è mio figlio, però, e mi sosterrebbe in qualsiasi cosa e mi amerebbe nelle mie scelte, anche se non fosse d'accordo con loro».
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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Criteri Critici
Morbillo: gli anticorpi umani mappati che possono portare alla prima terapia mirata Sbircia la Notizia Magazine
La nostra ricostruzione
La ricerca va letta separando due piani che nel dibattito pubblico tendono a sovrapporsi: la scoperta del bersaglio e la disponibilità di una terapia. Il primo piano ha compiuto un salto concreto. Il secondo richiede produzione controllata, dosaggio, sicurezza, studi clinici e approvazione regolatoria.
Nota di cautela sanitaria: questo articolo ha finalità informativa. Per sintomi, esposizione al morbillo, vaccinazione o gestione di persone fragili serve sempre il contatto con il medico e con i servizi di sanità pubblica competenti.
Sommario dei contenuti
Che cosa è stato trovato
Il punto tecnico è la costruzione di un pannello di anticorpi monoclonali umani contro il virus del morbillo. I ricercatori sono partiti dai linfociti B della memoria, cellule che conservano il ricordo immunitario dopo vaccinazioni o infezioni pregresse. Dal campione di una persona vaccinata in passato sono stati ottenuti più di cento anticorpi individuali, poi purificati e confrontati per capire dove si agganciassero sulla superficie virale.
Questa scelta cambia la qualità dell'informazione biologica. Un anticorpo generico dice solo che il sistema immunitario riconosce il virus. Un anticorpo monoclonale caratterizzato in struttura mostra invece il punto esatto di aggancio, la forza del legame e il meccanismo con cui l'ingresso del virus viene bloccato.
Perché H e F contano in modo diverso
Il virus del morbillo usa due proteine di superficie come elementi chiave dell'ingresso cellulare. La proteina H governa l'aggancio alla cellula bersaglio. La proteina F permette la fusione tra involucro virale e membrana cellulare. La terapia mirata che emerge dallo studio lavora su questo snodo: impedire al virus di attaccarsi o bloccare il cambio di forma necessario alla fusione.
La parte più utile della mappatura è l'identificazione di nove regioni bersaglio distribuite sulle due proteine. In termini pratici significa che il virus presenta più punti deboli misurabili. Per una futura terapia questo dettaglio pesa molto, perché una combinazione di anticorpi diretti contro siti non sovrapposti può ridurre il rischio che una singola variazione virale comprometta tutto il trattamento.
Il blocco della fusione: la serratura molecolare
Gli anticorpi diretti contro la proteina F hanno un interesse particolare perché agiscono sulla fase dinamica dell'infezione. Il morbillo, per entrare nella cellula, deve riorganizzare la propria proteina di fusione. Alcuni anticorpi identificati nello studio si comportano come una serratura molecolare: mantengono la proteina nella configurazione prefusionale e impediscono il movimento che aprirebbe l'accesso alla cellula.
Il valore di questo meccanismo sta nella sua precisione. Una terapia costruita su un anticorpo di questo tipo non prova a stimolare genericamente l'immunità del paziente. Fornisce direttamente una molecola già orientata verso il passaggio che il virus deve compiere per diventare produttivo nell'organismo.
Che cosa mostrano i test preclinici
Nei modelli animali usati per verificare l'effetto, gli anticorpi principali hanno ridotto la carica virale quando somministrati prima dell'esposizione e anche dopo l'infezione, entro una finestra di 24-48 ore. La riduzione riportata arriva fino a circa 500 volte in un modello di infezione da morbillo.
Due nomi tecnici meritano attenzione perché chiariscono la granularità del risultato. 3A12, diretto contro la proteina F, viene indicato nei materiali sperimentali come capace di rendere non rilevabile il virus circolante in specifiche misurazioni. 4F09, anch'esso collegato alla proteina F, risulta particolarmente protettivo nelle analisi sui livelli virali polmonari. La distinzione è importante: siamo davanti a misure biologiche diverse dentro lo stesso percorso preclinico.
A chi servirebbe davvero una terapia di questo tipo
Il primo impiego plausibile non riguarda la popolazione generale già protetta dal ciclo vaccinale. Il bisogno clinico più scoperto riguarda chi ha una controindicazione temporanea o permanente al vaccino vivo attenuato, chi non ha ancora l'età per riceverlo e chi viene esposto durante un focolaio prima di avere una copertura adeguata.
In un reparto di oncologia, in una comunità con immunodepressi o in una famiglia con un neonato troppo piccolo per il vaccino, un anticorpo monoclonale potrebbe diventare una misura rapida di protezione post-esposizione. La logica è simile a quella già usata in altre infezioni virali: offrire per via farmacologica una quota di protezione che il paziente non riesce a generare in tempo o in sicurezza.
Che cosa resta invariato nella prevenzione
Il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia resta la misura centrale. La futura disponibilità di anticorpi monoclonali avrebbe una funzione complementare, soprattutto nelle esposizioni ad alto rischio e nei pazienti esclusi dalla vaccinazione. Il motivo è epidemiologico: il morbillo è estremamente contagioso e una terapia individuale, anche efficace, non interrompe da sola la circolazione del virus in una comunità con coperture insufficienti.
La gestione clinica attuale continua a basarsi su isolamento, idratazione, controllo della febbre e trattamento tempestivo delle complicanze. La vitamina A, quando indicata, rientra nel supporto sotto supervisione sanitaria. Presentarla come alternativa preventiva al vaccino altera il quadro clinico e può esporre a sovradosaggi pericolosi.
Perché questa scoperta arriva in un momento sensibile
Il contesto rende la ricerca più rilevante. In Italia l'ultimo aggiornamento di sorveglianza disponibile al 16 maggio 2026 registra 84 casi di morbillo nel solo gennaio 2026, con incidenza più alta nella fascia 0-4 anni, oltre il 90% dei casi con stato vaccinale noto non vaccinato e più di un terzo con almeno una complicanza. Questo non descrive una malattia marginale: descrive un virus che sfrutta ogni varco di immunità.
Il quadro europeo mantiene la stessa logica. La sorveglianza europea indica che nel 2025 i casi nell'Unione europea e nello Spazio economico europeo sono calati rispetto al 2024. Restano però quasi doppi rispetto al 2023 e hanno causato decessi. La soglia tecnica del 95% con due dosi resta il riferimento per impedire focolai sostenuti. Il quadro regionale più ampio mostra poi un dato chiave: nel 2025 l'Europa e l'Asia centrale sono scese a 33.998 casi dopo i 127.412 del 2024, con un rischio ancora aperto nelle comunità sotto-vaccinate.
Il segnale dagli Stati Uniti
Il dato statunitense aiuta a capire perché la ricerca sugli anticorpi appartiene a una urgenza concreta di sanità pubblica. La sorveglianza statunitense aggiornava al 15 maggio 2026 il totale nazionale a 1.893 casi confermati nel 2026, con la larga maggioranza collegata a focolai. È un indicatore utile anche fuori dagli Stati Uniti: quando il morbillo entra in gruppi con copertura disomogenea, la trasmissione corre più rapidamente della capacità ordinaria di proteggere i fragili caso per caso.
La nostra deduzione operativa è lineare. Una terapia monoclonale avrebbe maggior valore dove la vaccinazione arriva troppo tardi per proteggere dopo l'esposizione o non può essere usata. Proprio per questo i dati preclinici sulla finestra 24-48 ore sono più interessanti della semplice neutralizzazione in provetta.
Che cosa manca prima di un farmaco
Il passaggio da anticorpo promettente a medicinale richiede produzione in qualità farmaceutica, stabilità del preparato, scelta della via di somministrazione, dose, durata della protezione e valutazione di sicurezza nei gruppi che più ne avrebbero bisogno. Un candidato destinato a neonati, immunodepressi o persone in gravidanza deve superare un livello di cautela più alto rispetto a un uso sperimentale in laboratorio.
Serve anche capire se la strategia migliore sarà un anticorpo singolo o un cocktail. La seconda opzione è biologicamente plausibile perché gli anticorpi identificati colpiscono siti differenti sulle proteine H e F. In una malattia ad alta contagiosità, una combinazione può offrire una barriera più robusta contro eventuali varianti di fuga, pur mantenendo il trattamento centrato su bersagli conservati.
Il significato per la sanità italiana
Per l'Italia il messaggio pratico riguarda la preparazione dei percorsi di risposta. Un eventuale anticorpo approvato lascerebbe invariato il calendario vaccinale e potrebbe entrare nelle procedure di protezione post-esposizione, nelle decisioni ospedaliere durante focolai e nella gestione di contatti ad altissimo rischio.
Il punto da fissare ora è amministrativo oltre che scientifico: una terapia di questo tipo avrebbe senso solo dentro una rete capace di identificare presto i contatti, confermare il caso, distinguere i pazienti eleggibili e somministrare il prodotto nella finestra utile. Senza questa filiera, anche un anticorpo potente arriverebbe tardi.
La lettura corretta della svolta
La svolta non consiste nell'annuncio di una cura pronta. Consiste nell'aver trasformato una protezione immunitaria osservata dopo vaccinazione in una mappa di anticorpi riproducibili, misurabili e potenzialmente sviluppabili come farmaco.
La differenza è sostanziale. Finora il morbillo aveva una prevenzione vaccinale molto efficace e una gestione terapeutica priva di un antivirale specifico approvato. Ora compare una traiettoria razionale per colmare quello spazio: anticorpi umani, bersagli definiti, meccanismo di blocco dell'ingresso virale e prove precliniche coerenti.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
"Innovazione in oncologia: l’importanza dei caschetti refrigeranti” ekuonews.it
16 Maggio 2026 - 16:40 - Walter Cori
ROMA - Su iniziativa del Senatore Guido Quintino Liris, Capogruppo in Commissione Bilancio al Senato, si terrà martedì 19 maggio 2026, alle ore 15.30, presso la Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, al Senato della Repubblica, il convegno: “Innovazione in oncologia: l’importanza dei caschetti refrigeranti”
Il convegno vedrà la partecipazione di illustri professionisti, rappresentanti istituzionali, esponenti del mondo sanitario e dell’associazionismo nazionale e provinciale.
Sarà l’occasione per approfondire il tema dell’oncologia e dell’umanizzazione delle cure, con particolare attenzione all’utilizzo dei caschetti refrigeranti nella prevenzione dell’alopecia da chemioterapia.
L’appuntamento sarà inoltre l’occasione per annunciare il risultato straordinario di una raccolta fondi nata pochi mesi fa a Giulianova e diffusasi nella provincia di Teramo, capace di coinvolgere i cuori di cittadini e imprese, in un gesto concreto di solidarietà, generosità e attenzione alla dignità dei pazienti oncologici.
Nata da un’intuizione della Sig.ra Santomo, l’iniziativa è stata da subito condivisa e raccolta dall’associazione Herakles – Cultura e Identità Associazione di Promozione Sociale A.P.S. ETS, che ne ha rappresentato il motore propulsivo e la vera forza.
Grazie all’impegno dei soci e alla generosità del territorio, cittadini e mondo imprenditoriale locale, la raccolta fondi ha permesso di raggiungere, in pochi mesi, un obiettivo importante: reperire le risorse necessarie per l’acquisto di un’apparecchiatura refrigerante del cuoio capelluto Paxman, del valore di cinquantamila euro, destinata al Reparto di Oncologia dell’Ospedale di Giulianova.
Il progetto sostenuto dalla raccolta fondi è “Non smettere di sentirti bella”, nato per offrire un aiuto concreto alle donne e agli uomini che affrontano la chemioterapia e che, oltre alla malattia, vivono spesso anche le conseguenze psicologiche legate alla perdita dei capelli.
L’apparecchiatura acquistata è il Paxman Scalp Cooling System, un dispositivo medico per la refrigerazione del cuoio capelluto, pensato per prevenire o ridurre la caduta dei capelli durante i trattamenti oncologici.
Il sistema agisce attraverso una cuffia refrigerante che contribuisce a limitare l’afflusso dei farmaci chemioterapici ai follicoli piliferi, aiutando molti pazienti a preservare i propri capelli durante il percorso di cura.
La macchina è pronta e sono in corso le procedure burocratiche per formalizzare la donazione alla ASL di Teramo.
Il valore del progetto non è soltanto sanitario, ma profondamente umano: mantenere la propria immagine, riconoscersi allo specchio e proteggere la propria privacy significa affrontare la terapia con maggiore forza, dignità e serenità.
È in questa direzione che la tecnologia diventa anche attenzione alla cura della persona, contribuendo a rendere il percorso oncologico più umano e più attento alla qualità della vita.
L’iniziativa testimonia come la collaborazione tra cittadini, imprese, istituzioni e mondo sanitario possa generare risultati importanti e contribuire a migliorare la qualità della vita dei pazienti oncologici. Interverranno:
Guido Quintino Liris – Senatore della Repubblica, Capogruppo in Commissione Bilancio, promotore del convegno
Etelwardo Sigismondi – Senatore della Repubblica
Guerino Testa – Deputato della Repubblica
Nicoletta Verì – Assessore alla Sanità della Regione Abruzzo
Ida Paris – Responsabile Senologia, Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS
Anna Maria Mancuso – Presidente Salute Donna ODV e Coordinatrice del gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere”
Giovanni Lorenzini – Presidente di Praesidia, azienda distributrice Paxman
Giuseppe Quintavalle – Presidente della Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere, FIASO
Laura Iezzi - Dirigente medico day-hospital oncologico, Giulianova
Marilena Rossi – Consigliere Regionale Abruzzo
Maurizio Di Giosia – Direttore Generale ASL Teramo
Marialuigia Orfanelli – Consigliere Comunale Giulianova
Gianni Di Marco – Presidente Herakles – Cultura e Identità Associazione di Promozione Sociale A.P.S. ETS
Modera il convegno:
Antonella Formisani – Ufficio Stampa ASL Teramo.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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Fibrosi cistica: nuove particelle per portare le terapie nei polmoni dei pazienti VeneziaToday
Delle minuscole goccioline sospese nell'aria potrebbero portare nelle cellule dei polmoni, attraverso il respiro, le terapie geniche per trattare la fibrosi cistica: innovativi “veicoli” per la terapia genica, formati da molecole simili ai grassi capaci di sfruttare meccanismi di auto-organizzazione simili alle proto-cellule studiate per capire l’origine della vita sulla Terra.
È questa una delle linee di ricerca più innovative presentate stamattina a Jesolo in occasione del XXIV seminario scientifico della Fondazione per la ricerca sulla fibrosi cistica. L’evento, che ha visto la partecipazione di oltre 200 persone tra esperti, volontari e persone che assistono chi ha la fibrosi cistica, è l’appuntamento annuale in cui la Fondazione presenta i risultati più recenti della ricerca da essa sostenuta, oltre a discutere delle sfide ancora aperte per contrastare sintomi, complicanze e per trovare una cura risolutiva per questa malattia, purtroppo ancora assente.
Come spiega il presidente Matteo Marzotto, l'appuntamento rappresenta «un’importante occasione di confronto e aggiornamento per i volontari e i sostenitori di Fondazioneg». Nell'incontro vengono presentate le prospettive della ricerca sulla fibrosi cistica, i risultati scientifici raggiunti e le strategie che guideranno le attività future. «Come Fondazione, crediamo che il progresso nella ricerca sulla fibrosi cistica rappresenti non solo un avanzamento scientifico, ma anche una concreta speranza per i malati e le loro famiglie».
Il filone di ricerca
Nel corso del seminario, ricercatori e clinici hanno approfondito un filone di ricerca emergente che nasce dallo studio di semplici molecole lipidiche, capaci di organizzarsi spontaneamente in ambiente acquoso e raggrupparsi in goccioline sospese nell’aria, che possono anche inglobare e trasportare altre sostanze. Un processo che, secondo alcune ipotesi scientifiche, potrebbe aver avuto un ruolo nell’origine della vita, quando semplici sistemi chimici avrebbero iniziato ad acquisire proprietà simili a quelle delle primitive cellule.
Proprio da queste osservazioni, un gruppo di ricerca dell’università di Trento, coordinato dal prof. Sheref Mansy, ha avuto l’intuizione di sfruttare queste strutture lipidiche legate alla vita primordiale come “contenitori” per incapsulare tecnologie terapeutiche, trasportarle e rilasciarle direttamente nelle cellule dei polmoni, in maniera simile a un aerosol o a uno spray inalatore.
L’obiettivo è superare alcune delle principali barriere biologiche che caratterizzano la fibrosi cistica, come lo spesso strato di muco e le infiammazioni croniche, che finora hanno limitato l’efficacia di questi approcci.
«Nella fibrosi cistica una delle sfide più complesse è riuscire a far arrivare le terapie all’interno delle cellule dei polmoni in modo efficace e sicuro – afferma Carlo Castellani, direttore scientifico della Fondazione per la ricerca sulla fibrosi cistica – in questo senso, le nanoparticelle lipidiche rappresentano un modello innovativo, in grado di superare ostacoli biologici finora molto limitanti. Queste strutture potrebbero essere utilizzate per veicolare le terapie geniche e applicarle anche a specifiche varianti del gene CFTR, che non rispondono ai farmaci oggi disponibili, aprendo così una prospettiva concreta anche per le persone che, fino ad ora, sono rimaste prive di opzioni terapeutiche».
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Terapia genica e tumori cerebrali: il caso risolto che riscrive la sicurezza medica infinitynews.it
Per decenni, i tumori cerebrali maligni, come il glioblastoma, hanno rappresentato una delle sfide più frustranti per la medicina. La barriera emato-encefalica e la delicatezza del tessuto neurale rendono la chirurgia e la chemioterapia strumenti spesso insufficienti. Tuttavia, un caso recente di completa remissione ottenuto tramite terapia genica ha acceso una luce di speranza senza precedenti. Non si tratta solo di una vittoria contro il cancro, ma di una lezione fondamentale su come possiamo “riprogrammare” il sistema immunitario o le cellule stesse per combattere il male dall’interno, trasformando una condanna in una patologia trattabile.
Il meccanismo: vettori virali e “cavalli di Troia”
La terapia genica utilizzata in questo caso clinico si basa sull’impiego di vettori virali modificati. Gli scienziati hanno rimosso la capacità dei virus di replicarsi e causare malattie, utilizzandoli invece come “navette” per trasportare istruzioni genetiche sane direttamente all’interno delle cellule tumorali. Una volta inserito, il nuovo materiale genetico può indurre le cellule malate a produrre una tossina che le autodistrugge o, in altri protocolli, può renderle visibili al sistema immunitario del paziente, che altrimenti le ignorerebbe. Questo approccio di precisione riduce drasticamente i danni ai neuroni sani circostanti.
La sicurezza al primo posto: il monitoraggio dei siti di integrazione
Uno dei grandi timori storici della terapia genica è la cosiddetta “mutagenesi inserzionale“, ovvero il rischio che il nuovo gene si posizioni in un punto sbagliato del DNA, attivando accidentalmente geni legati al cancro. Il caso risolto ci ha insegnato l’importanza vitale del sequenziamento genomico di nuova generazione. Monitorando esattamente dove il gene curativo si inserisce, i medici possono oggi prevedere e prevenire reazioni avverse a lungo termine. La sicurezza non è più solo una speranza, ma un processo di sorveglianza molecolare costante che accompagna il paziente durante tutta la terapia.
La gestione della risposta infiammatoria cerebrale
L’introduzione di una terapia genica nel cervello innesca inevitabilmente una risposta immunitaria. Abbiamo imparato che il segreto del successo non risiede solo nella potenza del trattamento, ma nella gestione bilanciata dell’infiammazione. Un sistema immunitario troppo aggressivo potrebbe causare un edema cerebrale pericoloso, mentre uno troppo debole non eliminerebbe il tumore. L’uso combinato di farmaci immunomodulatori di precisione ha permesso, in questo caso, di mantenere l’infiammazione entro una “finestra terapeutica” sicura, dimostrando che il controllo del microambiente cerebrale è critico quanto la terapia stessa.
Il concetto di “farmaco vivente” e la sua persistenza
A differenza della chimica tradizionale, che viene smaltita dall’organismo in poche ore, la terapia genica crea quello che i ricercatori chiamano un “farmaco vivente”. Una volta che le cellule sono state modificate, continuano a esercitare la loro funzione protettiva per mesi o anni. Dal caso risolto abbiamo appreso quanto sia fondamentale studiare la persistenza di queste cellule. Sapere per quanto tempo il gene modificato rimane attivo ci aiuta a stabilire se sono necessari richiami e a monitorare eventuali effetti collaterali tardivi, garantendo una protezione duratura senza sovraccaricare l’organismo.
Il superamento della barriera emato-encefalica
Una delle lezioni più preziose riguarda la modalità di somministrazione. In questo caso di successo, la terapia è stata somministrata direttamente nel sito del tumore o attraverso il liquido cerebrospinale, superando l’ostacolo fisico della barriera emato-encefalica. Questo metodo ha garantito che l’agente terapeutico raggiungesse la massima concentrazione proprio dove necessario, riducendo l’esposizione di altri organi (come fegato e reni) al trattamento. La precisione anatomica è diventata, quindi, un pilastro della sicurezza della terapia genica moderna.
Verso una medicina personalizzata e scalabile
Il successo di questo paziente ha dimostrato che la terapia genica non è più una teoria astratta, ma una realtà scalabile. Tuttavia, abbiamo imparato che ogni tumore ha un profilo genetico unico. La sicurezza del futuro passerà per la personalizzazione: progettare vettori specifici per le mutazioni del singolo individuo. Questo approccio riduce il rischio di “fuoco amico” contro le cellule sane e aumenta le probabilità di successo clinico, segnando il passaggio definitivo dalla medicina “taglia unica” a una sartoria molecolare d’alta precisione.
Conclusioni: una nuova era di fiducia medica
In conclusione, il caso risolto del tumore cerebrale tramite terapia genica rappresenta una pietra miliare della scienza medica. Ci ha insegnato che la sicurezza non è l’assenza di rischi, ma la capacità di comprenderli, monitorarli e gestirli attraverso l’eccellenza tecnologica. Oggi guardiamo a queste cure con una nuova consapevolezza: non sono più trattamenti sperimentali estremi, ma strumenti raffinati che stanno riscrivendo le regole del possibile. La strada è ancora lunga, ma la lezione di oggi ci dice che siamo finalmente sulla rotta giusta per vincere la guerra contro i tumori più aggressivi.
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«Save your skin», a Borgo Trento visite gratuite per la prevenzione del melanoma L'Arena
LaDermatologia di Borgo Trento, diretta dal prof.Giampiero Girolomoni,aderisce alla campagna nazionale di prevenzione del melanoma“Save your skin”,organizzata da Sidemesat (Società italiana di Dermatologia medica, chirurgica, estetica e di Malattie sessualmente trasmissibili). Il 19 e 20 maggio, dalle ore 14 alle 17.30, ci saranno due giornate di open day per visite gratuitecon specialisti per il controllo dei nevi e le informazioni di prevenzione, soprattutto in vista delle prossime esposizioni estive. Necessaria la prenotazione, chiamando il numero verde 800.89.45.24 attivo dal lunedì al venerdì dalle ore 9 alle 19. Il professor Giampiero Girolomoni Nell’Uoc Dermatologiasi operano mediamente 250 pazienti l’anno con melanoma. Negli ultimi 5 anni il trend positivo vede l’80% dei casi rappresentati da lesioni superficiali per cui dopo l’asportazione il paziente guarisce. Negli ultimi anni sono inoltre aumentate la consapevolezza e la prevenzione. Il melanoma rappresenta la principale sfida dermatologica e con l’arrivo dell’estate la preoccupazione si fa ancora più urgente. Il melanoma è un tumore derivante dalla trasformazione tumorale, di alcune cellule della pelle, i melanociti. Questo tipo di tumore della pelle, cheinteressa principalmente la fascia d’età dai 20 ai 60 anni,vede un aumento continuo circa del 5%. È quindinecessario prendere le giuste precauzioni per prevenirne l’insorgenza,come non esporsi eccessivamente al sole, usare adeguati filtri protettivi, ridurre l’uso di lampade Uv per l’abbronzatura artificiale. Inoltre, è consigliato osservare eventuali cambiamenti di nei o lesioni cutanee e sottoporsi regolarmente a controlli dermatologici. Infatti, se diagnosticato precocemente, nell’80% dei casi, questo tumore cutaneo può essere rimosso efficacemente con asportazione chirurgica. Prof. Giampiero Girolomoni, direttore Uoc Dermatologia: “Anche l’Azienda ospedaliera di Verona aderisce alla campagna nazionale di prevenzione del melanoma con visite gratuite per la valutazione dei nevi presso la nostra Dermatologia. Trattiamo circa 250 pazienti l’anno. Nella maggior parte dei casi la diagnosi precoce del melanoma permette una guarigione definitiva con un semplice intervento chirurgico. L’80% dei melanomi che noi esportiamo sono in fase precoce, quindi il paziente può considerarsi guarito una volta rimossa la lesione. Per prevenire l’insorgenza del melanoma possiamo modificare le nostre abitudini di esposizione al sole evitando le scottature solari, applicando opportunamente la crema solare e usando protezioni fisiche, come magliette scure e cappelli”. L’Arena è su Whatsapp.Clicca quiper iscriverti al nostro canale e rimanere aggiornato in tempo reale.
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Fibrosi cistica: la terapia genica del futuro viaggia su vettori ispirati all’origine della vita MeteoWeb
Una scoperta straordinaria che unisce i segreti ancestrali della nascita della vita sulla Terra con la medicina molecolare più avanzata promette di cambiare radicalmente il futuro del trattamento della fibrosi cistica. Nella giornata di oggi, 16 maggio 2026, ricercatori, clinici, volontari e caregiver si sono riuniti a Jesolo (Venezia) in occasione del XXIV Seminario scientifico della Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica – ETS, intitolato “Le nuove frontiere della terapia su misura”. L’attenzione dei presenti e dell’intera comunità scientifica si è focalizzata su una linea di ricerca scientifica di frontiera: lo sviluppo di nuove particelle simili ai grassi, concepite per trasportare le terapie geniche direttamente all’interno delle cellule dei polmoni delle persone colpite dalla malattia. Questo approccio rivoluzionario punta a superare le principali barriere biologiche della patologia, aprendo una strada terapeutica concreta anche per tutti quei pazienti che non rispondono ai trattamenti farmacologici attualmente disponibili sul mercato.
La svolta della terapia genica ispirata alle proto-cellule
Il fulcro scientifico delle novità presentate a Jesolo riguarda la capacità di creare minuscole goccioline sospese nell’aria, in grado di veicolare nei polmoni, attraverso il semplice respiro, la terapia genica necessaria a correggere le mutazioni che causano i gravi sintomi della malattia. L’aspetto inedito di questi innovativi veicoli terapeutici risiede nella loro struttura chimica: essi sono formati da molecole simili ai grassi e sfruttano meccanismi di auto-organizzazione del tutto analoghi a quelli delle proto-cellule, i sistemi primordiali studiati dagli scienziati per comprendere l’origine della vita sulla Terra.
Questo filone emergente nasce dall’osservazione di semplici molecole lipidiche che hanno la proprietà di organizzarsi spontaneamente in un ambiente acquoso e di raggrupparsi in goccioline sospese nell’aria, capaci di inglobare al loro interno altre sostanze. Si tratta di un processo che, secondo accreditate ipotesi scientifiche, potrebbe aver avuto un ruolo chiave nelle prime fasi della vita sul nostro pianeta, quando sistemi chimici rudimentali iniziarono ad acquisire proprietà simili a quelle delle cellule primitive.
Partendo da queste evidenze, un gruppo di ricerca dell’Università di Trento, coordinato dal professor Sheref Mansy, ha avuto l’intuizione di sfruttare tali strutture lipidiche legate alla vita primordiale come veri e propri contenitori per incapsulare le tecnologie terapeutiche, trasportarle e rilasciarle direttamente nei tessuti polmonari, con una modalità di somministrazione simile a quella di un comune aerosol o di uno spray inalatore. L’obiettivo principale è l’abbattimento delle barriere biologiche che caratterizzano la fibrosi cistica, come il tipico strato di muco molto spesso e le infiammazioni croniche, fattori che fino a oggi hanno fortemente limitato l’efficacia di simili trattamenti.
In merito a questo cruciale passo avanti, il direttore scientifico dell’ente ha spiegato accuratamente la portata della scoperta: “Nella fibrosi cistica una delle sfide più complesse è riuscire a far arrivare le terapie all’interno delle cellule dei polmoni in modo efficace e sicuro – afferma Carlo Castellani, direttore scientifico della Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica – in questo senso, le nanoparticelle lipidiche rappresentano un modello innovativo, in grado di superare ostacoli biologici finora molto limitanti. Queste strutture potrebbero essere utilizzate per veicolare le terapie geniche e applicarle anche a specifiche varianti del gene CFTR, che non rispondono ai farmaci oggi disponibili, aprendo così una prospettiva concreta anche per le persone che, fino ad ora, sono rimaste prive di opzioni terapeutiche”.
Il punto sulla ricerca e il valore della qualità della vita
L’evento di Jesolo ha registrato una massiccia partecipazione, accogliendo oltre 200 persone tra esperti del settore, volontari e caregiver. Questo seminario rappresenta l’appuntamento annuale in cui la Fondazione illustra i risultati più freschi della ricerca da essa finanziata, offrendo un momento di dibattito aperto sulle sfide cliniche non ancora risolte, sulla gestione delle complicanze e sulla ricerca di una cura risolutiva, che purtroppo a oggi è ancora assente.
Il presidente dell’istituto ha voluto sottolineare la rilevanza istituzionale e sociale del convegno, dichiarando: “Si tratta di un appuntamento particolarmente atteso – dichiara Matteo Marzotto, presidente di FFC Ricerca – che rappresenta un’importante occasione di confronto e aggiornamento per i volontari, i sostenitori di Fondazione e per tutti coloro che seguiranno l’evento in streaming. Durante l’incontro verranno presentate le prospettive della ricerca sulla fibrosi cistica, i risultati scientifici raggiunti da Fondazione e le strategie che guideranno le attività future. Come Fondazione, crediamo che il progresso nella ricerca sulla fibrosi cistica rappresenti non solo un avanzamento scientifico, ma anche una concreta speranza per i malati e le loro famiglie. L’attenzione alla qualità della vita assume oggi un ruolo sempre più centrale, con l’obiettivo di garantire percorsi di cura che favoriscano un’esistenza quanto più piena, autonoma e sostenibile”.
I lavori e il confronto sul territorio proseguono senza sosta durante il fine settimana con il Raduno Nazionale dei Volontari, il tradizionale meeting che unisce le Delegazioni e i Gruppi di Sostegno della Fondazione. Questo incontro costituisce un momento fondamentale per la condivisione di esperienze dirette, per il consolidamento della fitta rete di realtà attive nelle varie regioni e per fare il punto sulle imminenti iniziative locali e nazionali volte a sostenere la ricerca scientifica in tutta Italia.
Nuovi servizi di supporto clinico per le cure personalizzate
Il XXIV Seminario di primavera della Fondazione si è aperto formalmente con l’intervento del direttore scientifico Carlo Castellani, il quale ha ripercorso le tappe fondamentali dei progetti sostenuti negli ultimi anni e tracciato le linee programmatiche future, focalizzate sulla transizione verso cure personalizzate e sempre più mirate per ciascun paziente. Successivamente, la vicedirettrice scientifica Nicoletta Pedemonte ha esposto al pubblico un nuovo importante servizio promosso dalla Fondazione. Questo strumento è stato concepito per assistere attivamente i medici specialisti nella selezione della terapia più idonea per ogni singolo caso, avvalendosi dell’analisi biologica delle cellule prelevate direttamente dalle persone affette da fibrosi cistica. Si tratta di un sussidio clinico di grande rilievo per ottimizzare l’impiego dei farmaci modulatori, ovvero i trattamenti terapeutici oggi in uso che intervengono per migliorare il meccanismo della proteina CFTR difettosa, causa scatenante della patologia.
La sessione mattutina ha visto inoltre alternarsi sul palco autorevoli rappresentanti della comunità scientifica e clinica nazionale, insieme ai coordinatori della valorizzazione della ricerca di FFC Ricerca. I relatori hanno sviscerato i temi caldi dell’innovazione tecnologica, del trasferimento dei risultati dai laboratori alla pratica medica e delle frontiere della medicina su misura. Un intero blocco di approfondimento è stato poi dedicato specificamente ai nuovi vettori molecolari per il trasporto della terapia genica, con le relazioni dettagliate della professoressa Anna Cereseto e del professor Sheref Mansy dell’Università di Trento, che hanno mostrato alla platea i presupposti scientifici e le enormi potenzialità applicative di queste metodologie basate sulle nanoparticelle lipidiche.
Comprendere la complessità della patologia e i dati epidemiologici
La fibrosi cistica si conferma come una delle malattie genetiche gravi più diffuse nella popolazione globale. I bambini che nascono con questa patologia ereditano due copie mutate del gene CFTR. In condizioni di normalità, questo specifico gene è responsabile della corretta sintesi dell’omonima proteina CFTR, la quale svolge il compito fondamentale di regolare il funzionamento e la fluidità delle secrezioni di molteplici organi interni. Nei soggetti malati, tuttavia, la proteina è gravemente ipofunzionante o, in molti casi, completamente assente.
I tessuti che subiscono il danno biologico più rilevante e progressivo sono i bronchi e i polmoni. Al loro interno, a causa del difetto genetico, le secrezioni mucose diventano estremamente dense e viscose, tendendo a ristagnare stabilmente. Questo ristagno continuo genera infezioni batteriche ricorrenti e uno stato di infiammazione cronica che, con il passare del tempo, danneggia in modo grave e irreversibile la funzionalità polmonare complessiva. La dimensione epidemiologica del fenomeno è rilevante: si stima che nel territorio italiano le persone affette da questa patologia siano circa 6000, mentre i dati complessivi indicano la presenza di circa 48.000 casi in Europa e ben 160.000 nel resto del mondo.
La struttura e i numeri della Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica
La Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica – ETS ha stabilito la sua prima sede a Verona nel 1997, prendendo vita grazie all’impegno del professor Gianni Mastella, del dottor Michele Romano e degli imprenditori Vittoriano Faganelli e Matteo Marzotto. L’ente è stato il primo polo in Italia specificamente dedicato alla ricerca scientifica su questa patologia ed è legalmente riconosciuto dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR). La Fondazione persegue l’obiettivo costante di informare l’opinione pubblica e promuovere progetti scientifici avanzati per incrementare l’aspettativa di vita, migliorare la quotidianità dei malati e trovare una cura definitiva.
Oggi FFC Ricerca si avvale di una vasta rete scientifica che conta ben 1.052 ricercatori attivi e poggia sul lavoro di oltre 158 tra Delegazioni e Gruppi di sostegno presenti capillarmente in tutte le regioni d’Italia, oltre che sull’apporto di 5.000 volontari non occasionali. Sotto la guida del presidente Matteo Marzotto, dal 2002 a oggi l’ente ha investito una cifra superiore ai 42 milioni di euro, finanziando complessivamente 512 iniziative di ricerca, tra cui si annoverano complessi progetti strategici e studi scientifici accuratamente selezionati tramite due bandi pubblici annuali. Ogni indagine viene valutata e approvata dal Comitato scientifico interno con il supporto fondamentale di esperti internazionali indipendenti. Tutte le informazioni ufficiali e gli aggiornamenti sui progetti sono disponibili sul portale web www.fibrosicisticaricerca.it.
A margine dei lavori scientifici svoltisi a Jesolo, i vertici dell’istituto e i rappresentanti dei clinici si sono uniti per una fotografia ufficiale che testimonia la coesione del movimento. Nella foto ufficiale dell’evento compaiono da sinistra Matteo Marzotto, presidente della Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica (FFC Ricerca), Vincenzo Carnovale, presidente della Società Italiana per lo studio della Fibrosi Cistica (SIFC), Paolo Faganelli, vicepresidente della Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica (FFC Ricerca), e Giuseppe Zanferrari, vicepresidente esecutivo della Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica (FFC Ricerca).
“Pensavo fossero emorroidi, mai avrei pensato al cancro”: a 35 anni si prepara per la Maratona di Boston ma scopre di avere un tumore al colon. Ora corre con il medico che lo ha salvato
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Aveva appena realizzato uno dei sogni della sua vita: qualificarsi per la Maratona di Boston. Ma due settimane dopo, per John B. Johnson, 35 anni, nel 2023, è arrivata una diagnosi che gli ha cambiato tutto: tumore al colon. Oggi, dopo cure, chemioterapia e r…
Aveva appena realizzato uno dei sogni della sua vita: qualificarsi per la Maratona di Boston. Ma due settimane dopo, per John B. Johnson, 35 anni, nel 2023, è arrivata una diagnosi che gli ha cambiato tutto: tumore al colon. Oggi, dopo cure, chemioterapia e radioterapia, il cancro non mostra più segni. E adesso correrà proprio la Boston Marathon insieme al medico che lo ha seguito durante la malattia. La storia, raccontata da People, è quella di un uomo giovane, sportivo e in perfetta forma fisica che mai avrebbe immaginato di trovarsi davanti a una diagnosi oncologica. “Non importa quanto tu sia forte o giovane, se c’è qualcosa che semplicemente non sembra normale, vai a farti controllare”, dice Johnson.
Johnson vive a Westlake, in Ohio, e nel 2023 aveva corso la Maratona di Cleveland con un tempo sufficiente per qualificarsi a Boston. “Ho corso la maratona in poco più di tre ore. Era la prima volta che riuscivo a fare un tempo abbastanza veloce per qualificarmi a Boston. Ero emozionato e orgoglioso”, racconta. Ma poco prima della gara aveva iniziato a notare sangue nelle feci. “L’avevo visto, ne ero consapevole. Continuava a succedere e così sono andato dal medico”. Il dottore gli consigliò una colonscopia, che però lui rimandò a dopo la maratona. “Tutti pensavano che fossero semplicemente emorroidi. Di certo non stavo pensando al cancro”.
La tremenda diagnosi
La diagnosi arrivò poco dopo. “Il medico entrò e mi disse che avevano trovato una massa e che molto probabilmente era un tumore”. Uno shock totale. “Ero nella forma migliore della mia vita. Avevo 35 anni. Non riuscivo a crederci”. Il suo primo pensiero andò subito alla famiglia: “Come dovrei dirlo a mia moglie?”. Sua figlia aveva appena un anno e, due settimane dopo la diagnosi, lui e la moglie Sarah scoprirono di aspettare un secondo figlio.
Johnson ha raccontato a People che parlare pubblicamente della sua esperienza è diventato quasi una missione personale. “I trentacinquenni non parlano di tumore al colon. Non parlano di colonscopie. Non parlano di sangue nelle feci. Prima di allora, nessuno aveva mai parlato dei problemi che aveva con il proprio sedere. Non è proprio da noi. Da quando ho condiviso la mia storia, i miei amici mi dicono: ‘Ehi, anch’io ho avuto sangue nelle feci. Andrò a farmi controllare’”.
Il lieto fine
Dopo gli esami, i medici gli diagnosticarono un tumore al secondo stadio. “Era il giorno del compleanno di mia moglie, il 12 luglio. Me lo ricordo perché avevamo in programma di mangiare dei tacos. Mi diedero la diagnosi. Era un po’ più avanzato di quanto pensassero inizialmente, ma non si era ancora diffuso, e questa era una buona notizia”. Il trattamento è stato lungo: cinque settimane di radioterapia e quattro mesi di chemioterapia. L’ultima terapia è terminata il 3 gennaio 2024. Pochi giorni dopo, la risonanza magnetica ha dato la notizia migliore: “Il tumore era sparito”.
Accanto a lui, durante tutto il percorso, c’è stato il chirurgo colorettale David Rosen della Cleveland Clinic, che oggi correrà con lui la Maratona di Boston. “Ho visto John in alcuni dei momenti più vulnerabili e dolorosi della sua vita, e ora vederlo così forte e impegnato a raggiungere un obiettivo che inseguiva da tanto tempo è incredibile”, ha dichiarato il medico a People. “È fonte di ispirazione”.
L’importanza della prevenzione
Rosen ha anche ricordato quanto sia importante non sottovalutare i segnali del corpo: “Quando vedi una persona come John, completamente sana e giovane, ti senti invincibile, pensi che una cosa come il cancro non possa colpirti. Ma è successo. Non bisogna mai ignorare i sintomi quando compaiono. E se succede, bisogna andare dal medico e fare una colonscopia”.
Oggi Johnson dice di sentirsi diverso, persino più forte. “Mi sento più forte come persona. Un mio amico mi ha chiamato e mi ha detto che la sua sorellina ha un tumore al cervello. Non sanno ancora se sia maligno, ma temono che lo sia. Non avrei mai saputo come affrontare una conversazione del genere o come dare consigli, ma l’ho appena vissuta. Sono più forte emotivamente. Sono più forte spiritualmente. Sono più forte in ogni senso”. E spiega che tornare ad allenarsi e preparare Boston ha avuto per lui un significato preciso: “Era un modo per essere migliore di prima del cancro e semplicemente celebrare la vita. Se c’è qualcosa che semplicemente non sembra normale, andate a farvi controllare, punto”. Perché, ammette, se avesse aspettato ancora, “Potrei non essere vivo”.
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Chirurgia robotica contro il cancro: al Santa Rosa 30 interventi in pochi mesi | FOTO ViterboToday
A tre mesi dall’avvio dell’attività di chirurgia robotica, l’équipe di Chirurgia generale e oncologica dell’ospedale Santa Rosa di Viterbo ha raggiunto il primo significativo traguardo delle 30 procedure eseguite. Il risultato riguarda in particolare l’attività dell’équipe nell’ambito di un più ampio sviluppo della chirurgia robotica all’interno dell’ospedale, che coinvolge anche altre équipe e discipline.
Chirurgia robotica contro il cancro
Dopo una fase iniziale dedicata alla formazione e al trattamento di casi a minore complessità, l’attività chirurgica si è progressivamente orientata verso interventi più complessi, in particolare nell’ambito della chirurgia oncologica. Sono state infatti effettuate resezioni del colon, del retto e dello stomaco per patologie tumorali, utilizzando una tecnologia che consente una visione tridimensionale del campo operatorio e una elevata precisione nei movimenti chirurgici.
L’approccio robotico ha permesso di garantire interventi accurati e radicali dal punto di vista oncologico, nel pieno rispetto dei percorsi di cura dei pazienti. I risultati raggiunti hanno superato le aspettative iniziali, consentendo di standardizzare procedure in linea con quelle dei principali centri dotati di questa tecnologia.
Il percorso avviato ha coinvolto in maniera integrata diverse professionalità sanitarie, a partire dalla direzione strategica della Asl, con la definizione di protocolli specifici per la selezione e la sicurezza dei pazienti, fino alla formazione del personale medico e infermieristico. Fondamentale anche il contributo del gruppo multidisciplinare oncologico, impegnato da anni nella presa in carico del paziente lungo tutte le fasi del percorso, dalla diagnosi al trattamento fino al follow-up.
Le dichiarazioni
“Il raggiungimento delle prime 30 procedure rappresenta un risultato importante per la nostra attività – spiega il direttore della Chirurgia generale e oncologica, Pietro Maria Amodio –. Dopo una fase iniziale di consolidamento, siamo passati rapidamente al trattamento di patologie oncologiche complesse, sfruttando al massimo le potenzialità della chirurgia robotica. La qualità tecnica dell’intervento, unita alla precisione e alla visione tridimensionale, ci consente di garantire elevati standard di radicalità oncologica e sicurezza per i pazienti”.
“Questo risultato dimostra la capacità dell’ospedale di Viterbo di integrare innovazione tecnologica, organizzazione e competenze professionali – sottolinea la direttrice sanitaria della Asl di Viterbo, Assunta De Luca –. La chirurgia robotica non è solo una tecnologia, ma un modello di lavoro che richiede percorsi strutturati, formazione continua e collaborazione tra diverse figure professionali, con l’obiettivo di migliorare gli esiti di cura e la qualità dell’assistenza”.
“La sanità pubblica deve saper coniugare innovazione, qualità e accessibilità delle cure – aggiunge il direttore generale della Asl di Viterbo, Egisto Bianconi –. Il percorso avviato con la chirurgia robotica all’ospedale Santa Rosa va esattamente in questa direzione: offrire ai cittadini prestazioni ad alta complessità vicino al proprio territorio, riducendo la necessità di spostarsi verso altri centri. I risultati raggiunti in questi primi mesi confermano la solidità del progetto e rafforzano il ruolo dell’ospedale come punto di riferimento regionale per la chirurgia oncologica digestiva, all’interno di una rete di servizi che mette al centro il paziente in tutte le fasi del percorso di cura. L’ospedale Santa Rosa si configura oggi come una realtà in grado di coniugare volumi di attività e qualità delle prestazioni, grazie a un’offerta integrata che comprende chirurgia, oncologia, radioterapia, endoscopia, radiologia interventistica e presa in carico complessiva del paziente, anche sotto il profilo fisico e psicologico”.
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Trasloco “eccezionale” al nuovo Centro oncologico del Maggiore: completato il trasferimento della Radioterapia ParmaToday
Con l’entrata in funzione del terzo acceleratore lineare nella nuova sede della Radioterapia, il Centro oncologico completa la propria dotazione tecnologica e concentra tutte le attività nel padiglione 24 dell’Ospedale Maggiore. Anche i pazienti del reparto diretto da Nunziata D’Abbiero, come già avviene per il day hospital, attivo da gennaio, hanno ora un unico punto di riferimento per visite, esami e trattamenti.
Dietro quello che può sembrare un semplice trasloco si nasconde un’operazione durata oltre un anno, complessa e altamente specialistica, che ha coinvolto tecnici, ingegneri, informatici e personale sanitario. Spostare un acceleratore lineare, infatti, non significa trasferire soltanto un macchinario, ma muovere un gigante tecnologico capace di lavorare con precisione millimetrica, fondamentale per i trattamenti radioterapici.
Con l’apertura del nuovo Centro era già entrato in funzione un nuovo acceleratore lineare, finanziato da fondi statali e regionali. Per gli altri due, invece, il percorso è stato più complesso. Sono serviti oltre due mesi per smontare e rimontare ciascuna apparecchiatura. Sono entrati in azione camion gru di grandi dimensioni, sono stati abbattuti muri predisposti appositamente per consentire l’uscita delle macchine dal vecchio padiglione e sono stati necessari giorni di cablaggi e collegamenti informatici. Per garantire la continuità operativa tra la vecchia e la nuova sede è stato inoltre realizzato un “ponte” informatico per il trasferimento e la condivisione dei dati clinici.
L’operazione ha coinvolto le Attività tecniche, l’Ingegneria clinica, i Sistemi informatici e la Fisica sanitaria dell’azienda ospedaliera.
“Finalmente siamo pienamente operativi nel Centro di oncologia e radioterapia – annuncia la direttrice Nunziata D’Abbiero –. Il trasferimento della radioterapia è iniziato oltre un anno fa con l’obiettivo di garantire sempre, nonostante i disagi, la piena operatività di tre acceleratori lineari”.
La direttrice ripercorre le tappe dell’intervento: “Abbiamo attivato il primo acceleratore lineare nel nuovo centro dopo quattro mesi di lavoro, di cui uno dedicato alla calibrazione, per la quale ringrazio i professionisti della Fisica sanitaria guidati da Caterina Ghetti per il prezioso supporto. Avviato il trasferimento del secondo, abbiamo mantenuto operative due apparecchiature nella vecchia sede, inclusa una macchina più obsoleta che ci ha consentito di garantire lo stesso livello di prestazioni”.
Infine l’ultimo acceleratore: “Per spostarlo abbiamo aperto una breccia nel muro perimetrale del padiglione 14, già prevista in fase progettuale per consentire l’ingresso e, in futuro, anche l’uscita della macchina”.
Nel frattempo il reparto ha continuato a garantire le cure. Medici, tecnici sanitari, infermieri e operatori si sono divisi tra le due sedi, affrontando anche turni aggiuntivi il sabato mattina per recuperare le prestazioni e ridurre al minimo i disagi per i pazienti.
“Lavorare su due sedi è stato molto complesso – sottolinea D’Abbiero – ma sono profondamente grata al personale della radioterapia. Tutti hanno affrontato queste difficoltà con grande impegno, consapevoli della fatica ma anche dell’importanza del servizio garantito ai malati”.
Ma lo sguardo della dottoressa D’Abbiero, in qualità di direttrice del dipartimento onco-ematologico provinciale, è già rivolto al futuro. “La piena operatività del Centro di oncologia e radioterapia, ormai in dirittura d’arrivo con il completamento dell’ultimo piano che ospiterà la degenza oncologica – conclude la direttrice – ci offre l’opportunità di lavorare anche sul progetto di riqualificazione dei locali dell’ematologia. Questo riguarda le strutture, ma ci consente anche di lavorare con determinazione sulla rete oncologica provinciale, per sviluppare sempre di più una sanità vicina ai bisogni dei pazienti.”
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
44.1/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
“La cura del tumore al seno diventa ‘qualità di vita’” clicmedicina.it
C’è un silenzio che pesa più della diagnosi stessa: è quello delle parole non dette tra le corsie di un Ospedale, delle paure che non trovano spazio in una cartella clinica e dei bisogni che vanno oltre la semplice somministrazione di un farmaco. In occasione della XXVII edizione della Race for the Cure a Roma, Pfizer ha scelto di “rompere questo silenzio” con la campagna La Voce Oltre la Cura. L’obiettivo è spostare i riflettori dai numeri della sopravvivenza – pur incoraggianti, con oltre 55mila donne che oggi in Italia convivono con un carcinoma metastatico – alla sostanza della vita quotidiana. Attraverso lo stand L’Angolo delle Parole Mai Dette, pazienti, familiari e caregiver hanno potuto liberare emozioni e pensieri che spesso restano ai margini del percorso clinico. Non si è parlato solo di terapie, ma di 3 pilastri che definiscono l’esistenza di ogni donna:
“L’Ascolto. Trasformare il dialogo tra medico e paziente in una relazione autentica;
Il Corpo. Riconnettersi con la propria immagine, non più vista solo come un ‘promemoria della malattia’, ma come spazio di identità e femminilità;
Il Tempo. Combattere la cosiddetta time toxicity, ovvero il tempo sottratto alla vita privata da attese estenuanti e burocrazia sanitaria”.
Il progetto ha ribadito la centralità delle Breast Unit. In questi Centri, l’approccio multidisciplinare permette di gestire sintomi “invisibili" come la fatigue (la stanchezza cronica), l’insonnia e il dolore, che incidono sulla qualità della vita tanto quanto la massa tumorale stessa. “Solo partendo da un ascolto autentico possiamo dare risposte che siano davvero umane”, dichiara Marco Provera, Oncology lead di Pfizer Italia. Uno dei messaggi più forti emersi dalla manifestazione riguarda la sostenibilità dei percorsi di cura. Per una donna con tumore metastatico, ogni ora è preziosa. Ridurre il carico di visite e ottimizzare i tempi ospedalieri significa restituire alle pazienti la possibilità di essere madri, lavoratrici, amiche, in una parola, persone. La Medicina del futuro non si misura più solo in mesi guadagnati, ma nella bellezza e nella dignità dei giorni vissuti. Campagne come La Voce Oltre la Cura ci ricordano che la battaglia contro il cancro si vince due volte, quando si cura il corpo e quando si protegge l’anima.