Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
56.3/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Patologie eosinofile: diagnosi può richiedere fino a cinque anni, avverte Iurlo V-news.it
La sindrome ipereosinofila presenta un percorso diagnostico complesso, con oltre un terzo dei pazienti che attende da 1 a 5 anni per una diagnosi, mentre recenti progressi terapeutici, come l'uso di anticorpi monoclonali, offrono nuove speranze. È fondamentale sensibilizzare medici e pubblico per migliorare il riconoscimento dei sintomi e ridurre i tempi di attesa per il trattamento.
Giornata patologie eosinofile, ematologa Iurlo ‘fino a 5 anni per diagnosi’
Attesa lunga per la diagnosi
(Adnkronos) – “Oltre un terzo dei pazienti attende tra 1 e 5 anni prima di ricevere una diagnosi di sindrome ipereosinofila”. Il percorso diagnostico della Hes “è complesso, soprattutto per la necessità di escludere tutte le possibili cause secondarie o extra-ematologiche” della patologia rara, “incluse infezioni, malattie del sistema immunitario, dermatologiche e respiratorie, oltre a allergie e reazioni avverse ai farmaci”. Solo dopo questa fase di esclusione, “il ruolo dell’ematologo diventa centrale, chiamato a indagare eventuali forme mieloidi o linfoidi attraverso test molecolari sempre più sensibili e specifici, oltre alla biopsia ossea”. Così l’ematologa Alessandra Iurlo, responsabile della Struttura semplice Sindromi mieloproliferative-Ematologia del policlinico di Milano, nella Giornata mondiale delle patologie eosinofile, che si celebra oggi 18 maggio, richiama l’attenzione sulle criticità della Hes, condizione rara e sottodiagnosticata, con un’incidenza stimata intorno a 0,03 casi per 100mila abitanti l’anno e una prevalenza fino a circa 5 casi su 100mila, secondo dati della letteratura scientifica internazionale e studi epidemiologici condotti in Europa e negli Stati Uniti.
Patologie eosinofile: un quadro complesso
Le patologie eosinofile comprendono un ampio spettro di condizioni, sia reattive sia primitive, caratterizzate da un aumento persistente degli eosinofili – globuli bianchi coinvolti nella risposta immunitaria – che, se in eccesso, “possono provocare danni anche severi a diversi organi, dal cuore ai polmoni fino al sistema nervoso”. Questa condizione, se non diagnosticata e trattata in tempo, può portare a complicazioni gravi e compromettere significativamente la qualità della vita dei pazienti. La difficoltà nel riconoscere la sindrome ipereosinofila è accentuata dalla varietà dei sintomi, che possono variare da un paziente all’altro, rendendo il processo diagnostico ancora più arduo.
Progresso nella terapia della Hes
Sul fronte terapeutico, tuttavia, negli ultimi anni si registrano progressi significativi. “L’introduzione degli anticorpi monoclonali diretti contro l’interleuchina-5, come il mepolizumab – chiarisce l’esperta – ha rappresentato una svolta nella gestione della malattia, consentendo di ridurre in modo significativo la frequenza delle riacutizzazioni, con un profilo di sicurezza favorevole”. Questi farmaci offrono nuove speranze ai pazienti affetti da sindrome ipereosinofila, migliorando non solo la gestione della malattia, ma anche la qualità della vita complessiva. È fondamentale continuare a investire nella ricerca per trovare ulteriori terapie efficaci che possano aiutare a gestire questa patologia rara e complessa.
Importanza della sensibilizzazione
In occasione della Giornata mondiale delle patologie eosinofile, è essenziale aumentare la consapevolezza sia tra i professionisti della salute che tra il pubblico generale. La sindrome ipereosinofila, essendo una condizione rara, spesso passa inosservata, ma è cruciale che i medici siano formati per riconoscere i sintomi e indirizzare i pazienti verso un appropriato percorso diagnostico. Solo così si potrà ridurre il tempo di attesa per una diagnosi e garantire un intervento tempestivo, migliorando le prospettive per i pazienti affetti da questa malattia. La sensibilizzazione e l’educazione sono passi fondamentali per affrontare le sfide poste dalla sindrome ipereosinofila e dalle patologie eosinofile in generale.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
56.7/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Mel Gibson: «Avevo tre amici malati di cancro, stadio 4. Ora sono guariti» Il Mattino
Tre amici guariti dal cancro in stadio terminale. La cura? Due farmaci veterinari. Lo ha raccontato Mel Gibson al podcast di Joe Rogan lo scorso gennaio, davanti a sessanta milioni di spettatori. Nei sei mesi successivi le vendite di ivermectina e benzimidazolo sono aumentate del 99,5%. Il fenomeno è finito sotto la lente della rivista scientifica Jama Network Open, che ha dedicato uno studio all'impatto della trasmissione sui consumi farmaceutici americani. Ne ha scritto Repubblica.
APPROFONDIMENTI Mel Gibson tra Matera e Puglia, il set di “The Resurrection of the Christ” riorganizza le riprese Nadia Fares è morta, l'attrice e modella aveva 57 anni: era stata trovata priva di sensi in una piscina a Parigi
Cosa sono questi farmaci
L'ivermectina ha un uso approvato anche nell'uomo, ma è nota soprattutto per il suo impiego nei cavalli contro i parassiti intestinali — e per la sua breve, caotica stagione come presunto rimedio contro il Covid, che negli Stati Uniti aveva riempito i pronto soccorso di casi da sovradosaggio. Il benzimidazolo non ha invece mai ottenuto alcuna approvazione per uso umano: è un anestetico veterinario. Entrambi hanno mostrato qualche attività antitumorale in vitro e sulle cavie, tanto da spingere il National Cancer Institute a pianificare ricerche più approfondite. Ma nessuno dei due ha mai superato i test di tossicità indispensabili prima di qualsiasi sperimentazione sull'essere umano.
Prescrizioni raddoppiate
Lo studio di Jama, coordinato dall'esperta di salute pubblica Michelle Rockwell della Virginia Tech, ha messo a confronto i consumi dei primi sette mesi del 2025 con lo stesso periodo del 2024: le prescrizioni sono raddoppiate. Quattro persone ogni centomila le hanno assunte — e altrettanti medici le hanno firmate. Tra i malati di cancro l'incremento è stato ancora più netto, due volte e mezzo. Il profilo di chi ha chiesto questi farmaci — maschio, bianco, residente nel sud degli Stati Uniti — si sovrappone in modo significativo al pubblico tipico del podcast di Rogan.
«Questa roba funziona»
Gibson nello show non ha usato mezze misure: «this stuff works, man», questa roba funziona. E ancora: «Non credo che esista qualcosa, fra i mali che affliggono l'umanità, che non abbia una cura naturale. Deve esserci qualcosa, ha senso che sia così. Non posso provarlo, ma credo proprio che ci debba essere qualcosa che cura le cose». Rogan, dal canto suo, ha alimentato il racconto con la retorica del complotto farmaceutico: cure efficaci tenute nascoste perché non generano profitto.
Il quadro che emerge dallo studio di Jama è preoccupante: secondo un sondaggio del Pew Research Center, la metà degli americani sotto i cinquant'anni si affida per la salute a influencer senza alcuna formazione medica. E chi ha una diagnosi grave è particolarmente esposto. «Persone che fronteggiano malattie potenzialmente mortali rischiano di rinunciare ai trattamenti convenzionali, sostituendoli con terapie non confermate, che potrebbero permettere alla loro malattia di progredire», scrivono gli autori.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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53.0/100
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B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Paolo Veronesi: «La cura contro i tumori si fa insieme» Corriere della Sera
«Più ricerca, più prevenzione, più informazione alle persone. Per guadagnare terreno contro i tumori si passa da qui». Non ha dubbi Paolo Veronesi, presidente di Fondazione Umberto Veronesi Ets, quando lo contattiamo in occasione dell’annuale cerimonia dedicata ai finanziamenti alla ricerca scientifica: «La metafora bellica della “lotta al cancro” oggi è superata — ci racconta —: di guerra si parla, sfortunatamente, già troppo attorno a noi. I pazienti non si identificano più nell’idea del guerriero. Meglio attingere al mondo dello sport, fatto di fatica, di competizioni, di gioco di squadra. È così che, chi investe in ricerca, cerca di guadagnare la vittoria un punto dopo l’altro, mettendo l’avversario in un angolo».
Se si guarda l’ipotetico tabellone del match, quello dei numeri del cancro nel nostro Paese, si vedono i risultati dell’impegno profuso dai ricercatori e da chi, come Fondazione Veronesi, li finanzia anno dopo anno: le guarigioni in Italia sono in aumento, la mortalità è in calo (meno 9 per cento negli ultimi 10 anni) la sopravvivenza dei malati è migliore di quella media europea. «E anche per chi non può guarire, in un numero crescente di tumori abbiamo a disposizione molte nuove terapie che sono in grado di allungare moltissimo, di anni o di decenni, la vita delle persone. Una vita di buona qualità» sottolinea Veronesi. Così è cresciuto il numero degli italiani che vivono dopo aver ricevuto una diagnosi di cancro: oggi sono circa 3 milioni e 700mila, ovvero ben il 6,2 per cento della popolazione.
Il merito va tutto alla ricerca scientifica, che da un lato ha compreso meglio i meccanismi alla base della formazione del cancro, della sua progressione, formazione di metastasi, resistenza alle terapie e dall’altro ha messo a punto nuovi trattamenti. Chirurgia, radioterapia, nuovi farmaci sempre più precisi, efficaci e meno tossici.
Per sostenere il lavoro di scienziati e medici d’eccellenza Fondazione Veronesi dal 2003, anno della sua nascita, si impegna a raccogliere fondi: finora ha finanziato 2.643 borse di ricerca in 187 Istituti e Università (in Italia e all’Estero), 160 progetti di ricerca, 19 protocolli di cura nel campo dell’oncologia pediatrica e 4 piattaforme di ricerca e cura internazionali.
E c’è di più, com’è stato ricordato lo scorso 12 maggio durante la cerimonia nell’Aula Magna dell’Università Statale di Milano: c’è l’impegno sulla prevenzione, un fronte sul quale in casa Veronesi ci si impegna da sempre.
Tra pochi giorni a Chicago saranno riuniti gli specialisti di tutto il mondo per uno dei congressi più importanti nel mondo dell’oncologia e l’attenzione agli stili di vita è uno dei temi di maggior rilievo. Negli ultimi anni tutte le società scientifiche, italiane e internazionali, e tutti i più grandi convegni hanno inserito la prevenzione fra i fuoriclasse da mettere in campo in questo match contro i tumori: serve il grande talento degli scienziati più brillanti, ci sono terapie innovative che hanno il ruolo dei grandi campioni «e c’è la prevenzione, che ancora oggi troppe persone sottovalutano — dice Veronesi —: numeri alla mano, un tumore su tre è causato da nostri comportamenti, potrebbe essere evitato facendo scelte corrette a tavola e nella nostra quotidianità».
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
43.3/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
A Verona visite gratuite per la prevenzione del melanoma L\'Adige di Verona
Open Day a Verona Borgo Trento: Verona visite gratuite per la prevenzione del melanoma
(DCNespolo) Prevenzione melanoma a Verona, visite dermatologiche gratuite il 19 e 20 maggio: al via l’Open Day “Save your skin” all’ospedale di Borgo Trento. L’estate è in arrivo e così anche le prime esposizioni al sole, la preoccupazione per la salute della pelle aumenta. Il melanoma rappresenta oggi la principale sfida in ambito dermatologico, registrando un aumento continuo dei casi di circa il 5%, soprattutto nella fascia d’età compresa tra i 20 e i 60 anni.
Per rispondere a questa emergenza e promuovere la cultura della prevenzione, la Dermatologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata (Aoui) di Verona, a Borgo Trento e diretta dal professor Giampiero Girolomoni, ha deciso di aderire alla campagna nazionale “Save your skin”. L’iniziativa è promossa da Sidemast (Società italiana di Dermatologia medica, chirurgica, estetica e di Malatte sessualmente trasmissibili).
Open Day a Borgo Trento
Le giornate da segnare in rosso sul calendario sono martedì 19 e mercoledì 20 maggio. Dalle ore 14:00 alle 17:30, l’ospedale di Borgo Trento aprirà le porte per due pomeriggi di screening gratuiti. I cittadini potranno farsi controllare i nei dagli specialisti e ricevere informazioni fondamentali per proteggere la pelle durante i mesi estivi.
Come prenotare: Per accedere alle visite gratuite è obbligatorio prenotarsi. Il servizio è già attivo e basta chiamare il numero verde 800.89.45.24, disponibile dal lunedì al venerdì dalle ore 9:00 alle 19:00.
A Verona guarisce l’80% dei pazienti con la diagnosi precoce
Il melanoma è un tumore che nasce dalla trasformazione dei melanociti, alcune cellule della pelle. I numeri della Dermatologia di Verona parlano chiaro: ogni anno l’equipe medica del prof. Girolomoni opera mediamente 250 pazienti affetti da questa patologia.
Ma i dati degli ultimi cinque anni lanciano un messaggio di forte speranza: l’80% dei casi trattati a Verona riguarda lesioni superficiali. Questo significa che, grazie a una diagnosi precoce, il tumore viene rimosso efficacemente con un semplice intervento chirurgico di asportazione, permettendo al paziente una guarigione definitiva. Negli ultimi tempi, la consapevolezza e l’attenzione dei cittadini verso la prevenzione sono aumentate significativamente.
I consigli del professor Girolomoni per l’estate
“Nella maggior parte dei casi la diagnosi precoce del melanoma permette una guarigione definitiva con un semplice intervento chirurgico”, spiega il prof. Giampiero Girolomoni. “Per prevenire l’insorgenza del melanoma possiamo modificare le nostre abitudini di esposizione al sole evitando le scottature solari, applicando opportunamente la crema solare e usando protezioni fisiche, come magliette scure e cappelli”.
Oltre a sottoporsi a controlli dermatologici regolari, gli esperti consigliano di monitorare autonomamente la propria pelle per individuare qualsiasi mutamento dei nei o la comparsa di nuove lesioni cutanee , riducendo al minimo anche l’uso di lampade UV per l’abbronzatura artificiale.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Mel Gibson: «Avevo tre amici malati di cancro, stadio 4. Ora sono guariti», e le vendite dei farmaci aumentano del 99.5% Leggo.it
Tre amici guariti dalcancroin stadio terminale. La cura? Due farmaci veterinari. Lo ha raccontatoMel Gibsonal podcast di Joe Rogan lo scorso gennaio, davanti a sessanta milioni di spettatori. Nei sei mesi successivi le vendite diivermectina e benzimidazolosono aumentate del 99,5%. Il fenomeno è finito sotto la lente della rivista scientifica Jama Network Open, che ha dedicato uno studio all'impatto della trasmissione sui consumi farmaceutici americani. Ne ha scritto Repubblica. L'ivermectina ha un uso approvato anche nell'uomo, ma è nota soprattutto per il suo impiego nei cavalli contro i parassiti intestinali — e per la sua breve, caotica stagione come presunto rimedio contro il Covid, che negli Stati Uniti aveva riempito i pronto soccorso di casi da sovradosaggio. Il benzimidazolo non ha invece mai ottenuto alcuna approvazione per uso umano: è un anestetico veterinario. Entrambi hanno mostrato qualche attività antitumorale in vitro e sulle cavie, tanto da spingere il National Cancer Institute a pianificare ricerche più approfondite. Ma nessuno dei due ha mai superato i test di tossicità indispensabili prima di qualsiasi sperimentazione sull'essere umano. Lo studio di Jama, coordinato dall'esperta di salute pubblica Michelle Rockwell della Virginia Tech, ha messo a confronto i consumi dei primi sette mesi del 2025 con lo stesso periodo del 2024: le prescrizioni sono raddoppiate.Quattro persone ogni centomila le hanno assunte — e altrettanti medici le hanno firmate. Tra i malati di cancro l'incremento è stato ancora più netto, due volte e mezzo. Il profilo di chi ha chiesto questi farmaci — maschio, bianco, residente nel sud degli Stati Uniti — si sovrappone in modo significativo al pubblico tipico del podcast di Rogan. Gibson nello show non ha usato mezze misure: «this stuff works, man», questa roba funziona. E ancora: «Non credo che esista qualcosa, fra i mali che affliggono l'umanità, che non abbia una cura naturale. Deve esserci qualcosa, ha senso che sia così. Non posso provarlo, ma credo proprio che ci debba essere qualcosa che cura le cose». Rogan, dal canto suo, ha alimentato il racconto con la retorica del complotto farmaceutico: cure efficaci tenute nascoste perché non generano profitto. Il quadro che emerge dallo studio di Jama è preoccupante: secondo un sondaggio del Pew Research Center,la metà degli americani sotto i cinquant'anni si affida per la salute a influencer senza alcuna formazione medica. E chi ha una diagnosi grave è particolarmente esposto. «Persone che fronteggiano malattie potenzialmente mortali rischiano dirinunciare ai trattamenti convenzionali, sostituendoli con terapie non confermate, che potrebbero permettere alla loro malattia di progredire», scrivono gli autori.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Criteri Critici
Mielodisplasie, studio identifica i pazienti a rischio evoluzione in leucemia acuta Doctor33
Specifiche alterazioni epigenetiche potrebbero aiutare a identificare i pazienti con mielodisplasia destinati a evolvere verso leucemia mieloide acuta, anche nei casi classificati a basso rischio. È quanto emerge da uno studio coordinato da ricercatori dell’Istituto Europeo di Oncologia, dell’Università degli Studi di Milanoe diHumanitas Research Hospital, pubblicato sulla rivista Blood. La ricerca, sostenuta daFondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro, è stata coordinata da Serena Ghisletti, ricercatrice del Dipartimento di Oncologia sperimentale dello IEO e professoressa di Biochimica all’Università Statale di Milano, insieme aMatteo Giovanni Della Porta, responsabile Leucemie di Humanitas Research Hospital e professore di Humanitas University. Attraverso tecniche di trascrittomica ed epigenomica, i ricercatori hanno individuato alterazioni molecolari nel DNA associate alla progressione della mielodisplasia verso forme più aggressive. In particolare, lo studio ha identificato il ruolo della proteina PU.1, coinvolta nella regolazione dell’attività di numerosi geni e nei meccanismi immunitari e infiammatori legati alla progressione della malattia. Secondo gli autori, uno dei principali limiti nella gestione clinica delle mielodisplasie riguarda proprio la difficoltà di identificare i pazienti che, pur classificati a basso rischio sulla base degli attuali sistemi prognostici, evolveranno verso leucemia mieloide acuta. Circa un terzo dei pazienti considerati a basso rischio, spiegano i ricercatori, presenta infatti una progressione inattesa della malattia. “Abbiamo trovato il modo di identificare quei pazienti ‘nascosti’ che, pur avendo caratteristiche di basso rischio, hanno elevate probabilità di sviluppare una leucemia mieloide acuta”, ha spiegato Ghisletti. “Abbiamo evidenziato il ruolo della proteina PU.1, che costituisce un legame fra la risposta immunitaria e la progressione della malattia”. Gli esperimenti di laboratorio hanno mostrato che il blocco dell’attività di PU.1 riduce la proliferazione delle cellule mielodisplastiche e l’attività dei geni associati alle risposte immunitarie e infiammatorie. “Identificare il sottogruppo nascosto di pazienti ad alto rischio è la base di partenza per migliorare la gestione clinica della malattia e per trovare nuove terapie a bersaglio molecolare”, ha dichiarato Della Porta. Secondo il ricercatore, l’integrazione delle informazioni epigenetiche negli attuali sistemi prognostici potrebbe rappresentare un passo verso approcci di medicina di precisione nelle mielodisplasie. I risultati dello studio sono ancora in fase preclinica e saranno necessari ulteriori studi per valutare le possibili applicazioni terapeutiche. Gli algoritmi relativi alla medicina di emergenza rappresentano una risorsa fondamentale per i professionisti sanitari che, ciascuno nel proprio ambito... L’impatto dell’Intelligenza Artificiale (AI) e dei Big Data nel settore sanitario è innegabile. L’AI sta rivoluzionando la scoperta di farmaci, la... Edra, sempre attenta a garantire una formazione completa e adeguata alle esigenze del sistema salute, ha progettato il nuovo corso... Introdurre la Medicina Narrativa nella progettazione dei percorsi di cura. Integrare la narrazione nel sistema cura e nel sistema persona... Inserisci le tue chiavi di accesso
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Criteri Critici
Terapia ormonale in menopausa: la nuova verità della FDA che sta cambiando tutto My-personaltrainer
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Ascolta su Spreaker. La nuovaetichettatura aggiornatanasce dall’analisi firmata da Martin A. Makary, Christine P. Nguyen e Tracy Beth Høeg suJAMA(10 novembre 2025). Il focus è netto: la terapia vapersonalizzata, non compressa nella regola “minima dose, minor tempo”. Viene inoltre riconosciuto che l’estrogenovaginalelocalenon condivide gli stessi rischi sistemici dei trattamenti per bocca o cerotto. E c’è una finestra temporale precisa:prima dei 60 anni o entro 10 annidall’avvio della menopausa. Un punto chiave, spesso frainteso: l’aggiornamento riguarda milioni di donne e nasce per ridurrepaure non fondatee semplificazioni che, per oltre vent’anni, hanno condizionato scelte eaccesso alle cure. Secondo l’analisi suJAMA, quando la terapia ormonale viene iniziata entro undecenniodalla perimenopausa, i benefici risultano consistenti e misurabili, con un impatto che va oltre i solisintomi vasomotori. Nelle donne più giovani in postmenopausa (50‑59 anni), non si osserva un aumento significativo dellemalattie cardiovascolariaterosclerotiche. Tradotto: la finestra giusta conta, eccome. Un chiarimento atteso: nessuno studio clinico ha documentato un aumento dellamortalità per tumore alsenoassociata alla terapia ormonale. Informazione cruciale per valutare con luciditàbeneficierischi. Il crollo dell’uso nel 2002, dopo i primi risultati delWomen’s Health Initiative (WHI), è legato soprattutto al timore per iltumore del seno. Oggi si sa che quel segnale era in gran parte connesso a unprogestinico specificousato nello studio, ilmedrossiprogesterone acetato, che non è più impiegato nella maggior parte delle terapie attuali. Resta invece da ricordare il rischio ditumore endometrialecon estrogeni non bilanciati nelle donne con utero, rischio peròprevenibilecon l’aggiunta del progestinico. Chi può beneficiarne? Chi sta attraversando latransizionemenopausalee vivesintomiche limitano il benessere quotidiano. La terapia, se iniziataprima dei 60 anni o entro 10 annidall’inizio della menopausa, mostra un profilo favorevole sucuore,ossaefunzione cognitiva. Non è obbligatoria né valida per chiunque: la scelta va presa con unmedico competente, alla luce dellastoria clinicae degli obiettivi personali. Perché l’informazione corretta riduce paure inutili e migliora, davvero, laqualità di vita.
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Criteri Critici
Ecco come i tumori riescono a resistere alla chemioterapia tomshw.it
Alcuni tumori potrebbero avere un trucco molecolare in più per resistere alla chemioterapia. La scoperta riguarda MYC, una proteina già nota perché in molti tumori accelera crescita, metabolismo e sopravvivenza delle cellule malate. Il punto nuovo è più insidioso: una forma modificata di MYC sembra raggiungere direttamente le rotture del DNA e aiutare la cellula tumorale a ripararle. Questo può rendere meno efficaci proprio le terapie che puntano a danneggiare il DNA del tumore fino a renderlo non più vitale.
MYC è studiata da decenni perché è anormalmente attiva in una grande quota di tumori umani. Finora il suo ruolo principale era visto soprattutto come quello di un acceleratore genetico: accende programmi di crescita, spinge la proliferazione e aiuta le cellule a sostenere un ritmo metabolico elevato. Il nuovo lavoro aggiunge una funzione diversa, non canonica, che non passa soltanto dall’attivazione dei geni. In condizioni di stress genotossico, MYC può comportarsi come un elemento operativo della risposta al danno.
Il meccanismo ruota attorno alla fosforilazione della serina 62, una modifica chimica che stabilizza MYC e ne cambia il comportamento. Quando il DNA subisce rotture a doppio filamento, questa forma di MYC si avvicina ai siti danneggiati e favorisce il reclutamento di proteine di riparazione come BRCA1 e RAD51. In pratica, la cellula tumorale non solo sopporta meglio il danno, ma riesce anche a rimettere in funzione parti del proprio materiale genetico dopo trattamenti pensati per distruggerla.
La conseguenza è rilevante perché molte terapie oncologiche agiscono proprio inducendo danni al DNA. Chemioterapia e radioterapia funzionano quando il carico di lesioni diventa troppo alto per essere riparato in tempo. Se un tumore guidato da MYC potenzia i suoi sistemi di riparazione, può superare una parte di quello stress e continuare a crescere. È una possibile spiegazione biologica per alcune forme di resistenza ai trattamenti, in particolare nei tumori aggressivi.
Il problema non è solo quanto cresce il tumore, ma quanto bene ripara i danni.
Il collegamento è particolarmente interessante nel carcinoma pancreatico, dove l’attività di MYC può essere elevata e le opzioni terapeutiche restano difficili. Su questo fronte, un recente studio su daraxonrasib aveva già mostrato quanto sia importante cercare bersagli molecolari più precisi contro tumori finora considerati quasi imprendibili. Qui però l’angolo è diverso: non si tratta di bloccare direttamente RAS, ma di capire come una cellula tumorale riesca a sopravvivere quando il trattamento le infligge danni al DNA.
I ricercatori hanno osservato il fenomeno anche in modelli derivati da tumori pancreatici e in analisi di dati tumorali. Le cellule con MYC attivo e modificato sembravano più efficienti nel riparare il DNA e più capaci di sopravvivere sotto stress. Nei campioni collegati a tumori pancreatici, l’elevata attività di MYC si associava a segnali di maggiore riparazione del DNA e a esiti clinici peggiori. Questo non dimostra ancora una nuova terapia pronta all’uso, ma indica un punto vulnerabile da studiare con più precisione.
Il dato va letto con cautela. Bloccare MYC è stato a lungo considerato complicato perché la proteina ha una struttura difficile da colpire con farmaci tradizionali e svolge funzioni importanti anche nelle cellule sane. La nuova pista, però, suggerisce un approccio più mirato: interferire con il ruolo di MYC nella riparazione del DNA tumorale, invece di spegnere indiscriminatamente ogni sua attività. Se questa distinzione reggerà nei test successivi, potrebbe aiutare a rendere più sensibili alcuni tumori alle terapie che già usano il danno al DNA come arma principale.
La parte clinica è ancora all’inizio, ma il razionale è chiaro. Se la resistenza nasce anche dalla capacità di riparare rapidamente le rotture, allora misurare la forma modificata di MYC potrebbe diventare utile per capire quali tumori sono più difficili da colpire. In parallelo, gli studi su inibitori sperimentali di MYC dovranno chiarire se questa funzione può essere bloccata senza aumentare troppo la tossicità. Il prossimo passo non sarà annunciare una cura, ma verificare se questa scorciatoia molecolare può essere trasformata in un bersaglio terapeutico concreto.
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Leucemia, fondi per due milioni: all’ospedale «Papa Giovanni» un progetto triennale sui pazienti adulti L'Eco di Bergamo
È il tumore più comune tra i bambini, ma colpisce con una certa frequenza anche gli adulti. Per questo, la ricerca sulla leucemia linfoblastica acuta percorre costantemente nuove frontiere di cura: e una nuova strada provano a percorrerla anche la Fondazione Irccs San Gerardo dei Tintori di Monza e l’ospedale «Papa Giovanni», al lavoro su un nuovo progetto triennale dal valore complessivo di circa 2 milioni di euro.
Il progetto
A erogare le risorse è la Fondazione regionale per la ricerca biomedica (Frrb), attraverso un bando dedicato alle «strategie innovative per il targeting molecolare e metabolico avanzato della leucemia linfoblastica acuta pediatrica e dell’adulto, finalizzate alla personalizzazione dei trattamenti»: in altri termini, lo scopo è comprendere al meglio alcuni meccanismi molecolari e genomici della patologia.
Capofila del progetto è il San Gerardo, che ha ottenuto 1.410.400 euro: il team coordinato da Giovanni Cazzaniga, professore associato dell’Università di Milano-Bicocca e responsabile dell’Unità di Genetica della leucemia della Fondazione Tettamanti di Monza, si dedicherà in particolare ai pazienti pediatrici. Sarà invece il «Papa Giovanni», unico partner di progetto, grazie a un finanziamento da 589.400 euro, a occuparsi della ricerca sugli adulti.
«Approcci all’avanguardia»
«Questo studio – spiega Federico Lussana, direttore facente funzione dell’Ematologia dell’Asst Papa Giovanni e professore associato all’Università degli Studi di Milano – si basa sulla messa a punto di approcci all’avanguardia per la leucemia linfoblastica acuta che possano portare a un miglioramento e a una personalizzazione dei trattamenti, ampliandone l’efficacia. Il fine – continua Lussana – è quello di generare strategie terapeutiche sempre più personalizzate sulle caratteristiche genomiche e metaboliche, riducendo il rischio di fallimento della terapia o di recidiva della malattia».
«Vorremmo arrivare a progettare delle terapie sempre più mirate, questo è un progetto di ricerca ma che ha implicazioni cliniche, perché l’intenzione è riuscire a traslare in tempi rapidi delle soluzioni terapeutiche più personalizzate» La «medicina di precisione» è l’ambito sul quale si concentrano maggiormente le attenzioni degli oncologi: è un approccio che punta a studiare dal punto di vista genetico ogni singolo caso, cogliendone le peculiarità, così da adottare la strategia terapeutica più efficace.
«Nel progetto – prosegue Lussana – procederemo analizzando il profilo genetico delle cellule tumorali sia al momento della diagnosi sia nel corso dei trattamenti, specie per le recidive, per capire i meccanismi che guidano il persistere della malattia. La leucemia linfoblastica acuta – aggiunge – è una patologia complessa che può cambiare nel tempo: in alcuni casi, il microambiente che circonda le cellule tumorali può favorire il ritorno della malattia o un “escape” (una “fuga” dall’efficacia, ndr) dei trattamenti tradizionali. Vorremmo arrivare a progettare delle terapie sempre più mirate, questo è un progetto di ricerca ma che ha implicazioni cliniche, perché l’intenzione è riuscire a traslare in tempi rapidi delle soluzioni terapeutiche più personalizzate».
Trattamenti personalizzati e terapie più efficaci
LUGANO - Martedì scorso, 12 maggio, presso il Centro professionale sociosanitario medico-tecnico (CPS) di Lugano si è svolta la cerimonia di consegna degli attestati cantonali del Tronco comune OmL Terapia complementare. Lo riporta il Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport (DECS). Al termine di un percorso formativo della durata di un anno e mezzo, 16 partecipanti hanno ottenuto l’attestato cantonale che consente di proseguire la formazione quale Terapista complementare e/o Naturopata con diploma federale oppure di richiedere l’autorizzazione al libero esercizio quale Terapista complementare cantonale. Alla cerimonia sono intervenuti il direttore del Centro, Antonello Ambrosio, il medico cantonale Giorgio Merlani e il Capo della Sezione della formazione sanitaria e sociale della Divisione della formazione professionale, Pascal Fara, che hanno consegnato gli attestati alle persone diplomate. Hanno ottenuto l’Attestato cantonale Tronco comune OmL Terapia complementare: Ambra Bernasconi, Marila Binda, Leonardo Brenchio, Margareta Crivat, Fiorella Ferrara, Rossella Gatti-Treherne, Valentina Guidetti, Katia Marangoz, Roberta Montalbano, Federica Moretti, Marina Mozzato, Davide Pallaro, Kaja Paris, Monica Regazzoni, Luca Renzi ed Elizabeth Reyes Collado. Il percorso rappresenta una tappa importante nell’ambito della formazione sanitaria e complementare, valorizzando competenze professionali orientate alla qualità delle cure e all’accompagnamento della persona.
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Tumori, quando l'immunoterapia può essere somministrata in pochi minuti sottocute: i vantaggi per i pazienti e per il Ssn Corriere della Sera
di Redazione Salute
Via libera dell'Agenzia Italiana del Farmaco alla nuova formulazione dei farmaco nivolumab in diversi tipi di neoplasie avanzate o metastatiche
(Getty Images)
Pochi minuti rispetto agli attuali 30 o 60, che si traducono in più tempo a disposizione per i pazienti oncologici e in una migliore qualità di vita. La breve durata della somministrazione sottocutanea di nivolumab, terapia immuno-oncologica, implica importanti vantaggi: meno tempo in ospedale da dedicare alla terapia, maggiore flessibilità a parità di efficacia clinica, più efficienza per il Servizio Sanitario Nazionale grazie a una migliore gestione delle risorse e degli spazi nei nosocomi. L’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha approvato, in diversi tumori solidi, la nuova formulazione sottocutanea di nivolumab e tre ulteriori indicazioni del farmaco immuno-oncologico: in associazione a ipilimumab in prima linea nel carcinoma del colon-retto metastatico con deficit di riparazione del mismatch o elevata instabilità dei microsatelliti (dMMR/MSI-H), in associazione alla chemioterapia in prima linea nel carcinoma uroteliale non resecabile o metastatico e in monoterapia nel trattamento adiuvante del carcinoma uroteliale muscolo-invasivo.
Nuova formulazione sottocutanea Nivolumab sottocutaneo è approvato da Aifa per l’utilizzo in molteplici tumori solidi dell’adulto: in monoterapia; come monoterapia di mantenimento successiva al completamento della fase di combinazione con ipilimumab endovena; in combinazione con chemioterapia o cabozantinib.
«L’immuno-oncologia, negli ultimi 15 anni, ha rappresentato uno "tsunami" nella cura del cancro, perché ha cambiato la storia naturale di molti tumori - spiega Paolo Ascierto, direttore della Struttura Complessa di Oncologia Clinica Sperimentale del melanoma – Immunoterapia e terapie innovative dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale di Napoli -. Oggi l’innovazione consente di raggiungere un ulteriore traguardo, costituito dalla somministrazione sottocutanea di nivolumab, formulazione più semplice e veloce dell’infusione endovenosa. Richiede pochi minuti, rispetto a un tempo che varia da 30 minuti a un’ora per l’infusione, e non servono cannule o cateteri venosi. In questo modo, viene semplificato il percorso terapeutico, i pazienti trascorrono meno tempo in ospedale e la somministrazione è più agevole».
A giugno 2025, la Commissione europea ha approvato la formulazione sottocutanea di nivolumab in molteplici indicazioni, sulla base dei risultati dello studio CheckMate -67T. Nello studio, la nuova formulazione sottocutanea è risultata non inferiore rispetto alla formulazione endovenosa sia in termini farmacocinetici, endpoint primari dello studio, sia in termini di tasso di risposta obiettiva, endpoint secondario chiave.
Per pazienti con carcinoma del colon-retto metastatico L’immuno-oncologia ha cambiato la pratica clinica anche nei tumori gastrointestinali, neoplasie frequenti nei Paesi occidentali, in particolare il carcinoma del colon-retto, che ha fatto registrare nel 2025 in Italia 41.700 nuovi casi. Aifa ha approvato nivolumab, in associazione a sole 4 dosi di ipilimumab, per il trattamento di prima linea di pazienti con carcinoma del colon-retto metastatico con deficit di riparazione del mismatch o elevata instabilità dei microsatelliti, riconoscendone la piena innovatività. Circa il 4% dei pazienti con tumore del colon-retto metastatico presenta il difetto di riparazione del mismatch o elevata instabilità dei microsatelliti, il complesso di proteine preposto a correggere gli errori di replicazione del DNA. Questo difetto, che in passato era riconosciuto come una caratteristica biologica a prognosi sfavorevole, diventa un fattore predittivo positivo permettendo di selezionare il sottogruppo di pazienti che rispondono all’immunoterapia.
«È la prima combinazione immunoterapica approvata in prima linea in questi pazienti – spiega Sara Lonardi, direttore Oncologia 1 all’Istituto Oncologico Veneto IRCCS di Padova -. Nello studio CheckMate 8HW, la duplice immunoterapia in prima linea ha evidenziato un’efficacia superiore rispetto alla monoterapia. Nivolumab più sole 4 somministrazioni di ipilimumab a basse dosi riduce il rischio di progressione del 31% rispetto a nivolumab in monoterapia, con un profilo di tossicità estremamente buono. Il beneficio clinico è rilevante: il follow-up a 4 anni indica che 4 pazienti su 5 sono liberi da progressione. Inoltre, anche per questi pazienti, vi è l’opzione della somministrazione sottocutanea di nivolumab - dopo la fase di combinazione con ipilimumab -, garantendo così importanti vantaggi in termini di praticità e gestione della terapia».
Per pazienti con tumore della vescica L’immunoterapia sta modificando in maniera sostanziale lo scenario terapeutico di un altro tumore ad alta incidenza, come quello della vescica, con 29.100 nuove diagnosi stimate nel 2025 nel nostro Paese. Aifa ha approvato nivolumab in monoterapia per il trattamento adiuvante, cioè dopo la chirurgia, in pazienti con carcinoma uroteliale muscolo-invasivo con espressione tumorale del PD L1 ≥ 1%, ad alto rischio di recidiva dopo resezione radicale e non eleggibili a chemioterapia adiuvante post-operatoria con cisplatino. «Per anni circa la metà dei pazienti con carcinoma uroteliale muscolo-invasivo, nonostante la diagnosi precoce consentisse l’asportazione chirurgica del tumore, è andata incontro a recidiva di malattia, con ridotte opzioni terapeutiche efficaci in grado di prevenirla - afferma Fabio Calabrò, direttore dell’Oncologia Medica 1 dell’IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma -. Nello studio CheckMate-274, nivolumab ha dimostrato una sopravvivenza mediana libera da malattia di oltre 4 anni e mezzo, con riduzione del 42% del rischio di recidiva o morte rispetto al placebo. L’approvazione da parte di Aifa cambia la pratica clinica, perché introduce un nuovo standard di cura post chirurgia e, per questi pazienti, si aggiunge inoltre l’opportunità di accedere alla somministrazione sottocutanea dell’immunoterapia».
Vantaggi per pazienti e Ssn Aifa, inoltre, ha approvato nivolumab in associazione a chemioterapia (cisplatino e gemcitabina) per il trattamento in prima linea di pazienti adulti con carcinoma uroteliale non resecabile o metastatico.
«La chemioterapia a base di cisplatino è stata considerata per decenni lo standard di cura nella malattia metastatica – continua Calabrò -. Spesso si è però osservata una breve durata delle risposte alla chemioterapia ed una precoce ripresa della malattia. Nello studio CheckMate-901, nivolumab in associazione a chemioterapia a base di cisplatino ha ridotto il rischio di morte del 22%, dimostrando una sopravvivenza globale mediana di 21,7 mesi rispetto a 18,9 mesi con la sola chemioterapia. Il dato particolarmente interessante è legato anche alla percentuale di risposte complete alla terapia, cioè alla completa scomparsa della malattia visibile con le indagini radiologiche. Circa il 22% dei pazienti trattati con la combinazione ha infatti riportato una risposta completa che ha avuto una durata mediana di oltre 3 anni. È la prima associazione di chemio-immunoterapia a evidenziare un tale miglioramento rispetto allo standard di cura basato su combinazioni a base di cisplatino».
«La semplificazione delle modalità di somministrazione dell’immunoterapia ha una ricaduta immediata sui pazienti e sui caregiver – conclude Francesco De Lorenzo, presidente FAVO (Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) -. I principali vantaggi includono il minore impatto psicologico della cura, perché l’iniezione sottocutanea è meno invasiva, e la riduzione dei tempi di attesa in ospedale con benefici sulla qualità di vita. Inoltre, viene resa più agevole la somministrazione del trattamento per i pazienti con vene di difficile accesso. Ci sono vantaggi anche per il Servizio Sanitario Nazionale, perché viene alleggerito il carico di lavoro del personale, che può dedicare più tempo all’ascolto e al dialogo con i pazienti, con una ottimizzazione delle risorse nei day hospital oncologici».
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Oncologia ed emergenze: «Grazie ai nuovi servizi il Murri all'avanguardia» Corriere Adriatico
FERMO Un casco che, raffreddando la testa durante la chemioterapia, non fa cadere i capelli. Un manichino polifunzionale a disposizione del settore emergenze dell’Ast. Sono i due dispositivi acquistati dall’Ast Fermo, con la donazione, da parte della Fondazione Carifermo, presieduta da Giorgio Girotti Pucci. Crescono i servizi per l’ospedale. «Ringrazio la Fondazione per la vicinanza al territorio – il commento del direttore generale Ast Roberto Grinta –: per il manichino faremo formazione adeguata creando professionisti preparati, per il casco è a disposizione dei pazienti». Un modo per «pensare anche all’aspetto psicologico delle cure» osserva la direttrice sanitaria Simona Bianchi. Un’acquisizione importante «che, pur se prevalentemente utilizzato da donne, potrà servire anche agli uomini», commenta Elisa Draghi, della direzione medica, a proposito del casco.
I particolari
Raffreddando la testa del paziente durante il trattamento, questo casco eviterà l’alopecia, la caduta dei capelli durante la chemioterapia. «Serve a questo – spiega il primario di Oncologia Renato Bisonni –: è un grande aiuto per la psico-oncologia. È pesante, serve una grande motivazione, la temperatura arriva ai 18 gradi in testa, ma aiuta e non poco i nostri pazienti». Una grande opportunità, quindi, per chi deve sottoporsi a queste terapie. «Donne e uomini – precisa la responsabile psicologica del reparto Barbara Esperide –. Per le donne, ad esempio, il tumore al seno o quello ovarico colpisce nell’intimo, mentre la caduta dei capelli ha un impatto esterno, sociale, impedendo di uscire o di lavorare, senza dover spiegare il problema. Questa è una nuova sfida». «Così – aggiunge la coordinatrice infermieristica Maria Rosaria Borriello – non si deve spiegare sempre che si sta facendo la chemio. Abbiamo fatto una sperimentazione anche se non completa, abbiamo incontrato le pazienti, spiegando loro come funziona e il confronto è stato bello: si sono sentite accolte e coccolate, contente di questa possibilità». Il dispositivo funziona con due pazienti alla volta e le prime due, giovani, sono pronte a usarlo.
La funzione
Diverso il discorso per il manichino, polifunzionale, di tecnologia avanzata, che, fa presente Draghi, «per ora è solo nella nostra Ast.
Oggi si fa riferimento al rischio clinico, ma è essenziale fare sempre formazione pratica, per simulare i casi il più possibile vicini alla realtà. Del resto anche il ministero invita a fare simulazione». È il primario di Rianimazione, Luisanna Cola, che spiega le caratteristiche di questo dispositivo: «Muove gli occhi, è intubabile dalla bocca al naso, è tracheostomizzabile, si sente il battito cardiaco, soffi e toni compresi, così si possono simulare più problematiche. Inoltre il manichinino è defibrillabile, quindi si possono fare tutte le simulazioni relative alle forme di aritmia maligna e si può fare il drenaggio toracico». Ci sono anche molte altre funzioni utili nella formazione per preparare il personale sanitario a gestire la fase d’urgenza. «C’è anche la pelle ecografabile» puntualizza l’ingegnere Elisa Bitti. Donazioni importanti, quindi, per lo scopo dei due dispositivi, ma anche per i relativi importi. «Circa 55mila euro – spiega Girotti Pucci – per il manichino e circa 48mila per il casco. Quella che noi abbiamo con l’Ast è una collaborazione storica, ogni anno cerchiamo di registrare le esigenze e verificare quello che si può fare. Nel 2023 le erogazioni per la sanità fermana, che non sono state solo per il Murri, sono risultate il 21% del totale, per circa 400mila euro complessivi». Il vicepresidente della Regione e assessore alla Sanità, Filippo Saltamartini rimarca: «Va sottolineato il ruolo di una banca del territorio, come la Carifermo che ringrazio, nel sostegno alla Sanità locale – sottolinea Saltamartini, che non è potuto intervenire alla cerimonia ma ha voluto comunque inviare un messaggio – la dignità di sentirsi belle nella malattia è un valore che dovremmo garantire ad ogni donna in cura per una patologia neoplastica. Il manichino, inoltre, è uno strumento fondamentale di formazione per il personale di emergenza-urgenza. Si tratta dunque di due strumenti diversi, ma entrambi di grande importanza per la Ast di Fermo».
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Screening tumore colon retto, avviato l’iter per quattro nuovi macchinari diagnostici CosenzaOk
Dopo l’interrogazione depositata in Regione e le segnalazioni dei cittadini, arriva il via libera alla procedura d’acquisto dei sistemi automatizzati per la diagnosi precoce
Soddisfazione per l’avvio dell’iter d’acquisto per quattro macchinari d’avanguardia per la diagnosi precoce del tumore al colon retto.
A seguito delle numerose segnalazioni avute dai cittadini, tutte accomunate dalle difficoltà di accedere ai percorsi di screening per assenza di materiali di consumo e di strumenti diagnostici adeguati, ho depositato un’interrogazione il 4 Marzo 2026 per capire quale fosse lo stato dell’arte e a che punto fossero le procedure di gara per la fornitura di suddette apparecchiature e di tutti gli strumenti necessari al funzionamento delle stesse.
La Regione ha risposto di aver avviato la prassi per l’acquisto dei sistemi dinamici automatizzati. Ora, sicuramente un passo avanti rispetto ad una gara avviata più di un anno fa. Ma quello che chiedevo erano anche tempistiche certe affinché tra un passaggio e l’altro, ovvero tra l’avvio della procedura e l’effettiva disponibilità del servizio, non intercorressero tempi biblici. Perché in mezzo, giova sempre ricordalo, c’è la salute dei calabresi. In mezzo, c’è il fattore tempo che sappiamo tutti quanto sia importante per una prevenzione efficacie.
Pertanto, dopo tutte le criticità sollevate dai cittadini, per i quali, pur essendo nella fascia di età e nelle condizioni di dover effettuare lo screening, arrivare a fare questi esami era diventato pressoché impossibile, ho immediatamente chiesto spiegazioni al Presidente nonché all’allora commissario ad acta della Sanità in Calabria.
Perché il tema centrale è proprio questo: capire chi può fare cosa e, al tempo stesso, le sedi istituzionali in cui farlo. Le piazze, gli appuntamenti e i convegni sono certamente un luogo di confronto e dibattito, ma le cose si cambiano all’interno delle Istituzioni e con gli strumenti consentiti dalla legge. Soddisfatta dunque di aver sollecitato e pungolato la Regione affinché si impegnasse a rendere agibile questo percorso di screening, ma continuerò a seguire la procedura perché dalle disposizioni di acquisto si passi all’erogazione effettiva del servizio.
La diagnosi precoce è uno di quei fattori che definisce i nostri Lea, ovvero i livelli essenziali d’assistenza. Come tutti sappiamo la Calabria ha totalizzato 177 punti su 300, dimostrando la sua massima fragilità proprio sull’assistenza territoriale e sui percorsi di prevenzione.
Ed è nell’ottica del miglioramento dei servizi che intendo proseguire la mia attività, anche nella commissione Sanità, per fare in modo che i calabresi riacquistino fiducia nei nostri ambulatori e nei nostri ospedali e che non debbano essere più costretti a fare le valigie per curarsi. Certo, le pre-intese tra stato e regioni in materia di autonomia differenziata avallate dal Presidente peggiorano il quadro. Ma continuerò a lavorare per la salute dei calabresi con tutti i mezzi e gli strumenti che posso utilizzare nell’ambito delle Istituzioni.
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Terapia CAR T: dal cancro a una svolta per le malattie autoimmuni TecnoAndroid
La terapia CAR T, una delle innovazioni più potenti nella lotta contro i tumori, sta aprendo prospettive inaspettate per milioni di persone affette da malattie autoimmuni. Quella che era nata come un’arma contro le forme aggressive di leucemia potrebbe presto diventare un trattamento rivoluzionario per condizioni come sclerosi multipla, lupus, sindrome della persona rigida e molte altre patologie in cui il sistema immunitario attacca il corpo stesso.
La storia di Jan Janisch-Hanzlik racconta bene cosa significa vivere con una malattia autoimmune che non risponde alle cure convenzionali. A 49 anni, la sua sclerosi multipla le aveva tolto quasi tutto. Aveva lasciato il lavoro attivo come infermiera per un ruolo d’ufficio, le cadute frequenti le impedivano di tenere in braccio i nipotini, e si era trasferita in una casa più grande per fare spazio alla sedia a rotelle che temeva di dover usare a tempo pieno. Quando ha saputo di una sperimentazione sulla terapia CAR T presso il centro medico dell’Università del Nebraska a Omaha, vicino alla sua città, ha chiamato la clinica ogni due mesi finché non è stata arruolata come prima paziente. Il 9 giugno 2025 si è seduta per ricevere il trattamento sperimentale, con un misto di speranza e paura.
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Il principio alla base della terapia CAR T è tanto elegante quanto complesso. Si prelevano le cellule T del paziente, si inserisce nel loro DNA il codice per un recettore chimerico (il famoso CAR, chimeric antigen receptor), e poi si reinfondono nel corpo. Quel recettore si aggancia a molecole specifiche sulla superficie delle cellule bersaglio, attivando la cellula T per distruggerle. Nel caso dei tumori del sangue, il bersaglio sono le cellule B impazzite. Ma le cellule B sono anche al centro di molte malattie autoimmuni, perché producono anticorpi contro i tessuti sani del corpo anziché contro gli agenti patogeni. Il ragionamento è stato quasi naturale. Se la terapia CAR T funziona contro le cellule B cancerose, potrebbe funzionare anche contro quelle che causano autoimmunità.
Terapia CAR T: i primi risultati e i rischi da considerare
Un team tedesco ha aperto la strada nel 2021, trattando con successo una donna affetta da lupus. Da allora, centinaia di sperimentazioni cliniche sono state avviate in tutto il mondo. Amanda Piquet, neurologa specializzata in autoimmunità all’Università del Colorado, ha definito la terapia CAR T “un punto di svolta” mentre ne valutava l’applicazione per la sindrome della persona rigida, una condizione rara senza trattamenti approvati dalla FDA. Nello studio da lei guidato, pubblicato con risultati preliminari a dicembre 2025, 26 pazienti hanno ricevuto una singola dose. Prima del trattamento, molti camminavano a fatica e 12 usavano ausili come deambulatori o bastoni. A 16 settimane dal trattamento, la maggior parte camminava più velocemente e otto non avevano più bisogno di supporti per brevi distanze. Ad aprile, tutti e 26 i pazienti avevano sospeso qualsiasi altra immunoterapia.
Ma riprogrammare il sistema immunitario non è privo di conseguenze. Le cellule CAR T, mentre attaccano i bersagli, possono provocare infiammazioni severe con febbre alta e pressione bassa. Se l’infiammazione raggiunge il cervello, possono comparire confusione e sonnolenza. La buona notizia è che i medici oggi hanno un decennio di esperienza nel gestire queste complicanze. Emily Littlejohn, reumatologa alla Cleveland Clinic, spiega che nella maggior parte dei casi sono reversibili e non causano danni a lungo termine. C’è poi il tema della ridotta immunità. Il trattamento prevede chemioterapia per fare spazio alle nuove cellule ingegnerizzate, e se funziona decima la popolazione di cellule B. Per circa un anno i pazienti restano vulnerabili alle infezioni, anche se antibiotici preventivi, antivirali e vaccini aiutano a gestire il rischio.
Costi, nuove generazioni e il futuro della terapia CAR T
A febbraio, funzionari della FDA hanno pubblicato un documento che riconosce il potenziale della terapia CAR T nelle malattie autoimmuni, avvertendo però di possibili “tossicità imprevedibili a lungo termine”. Nei pazienti oncologici, il trattamento è stato collegato a problemi come il morbo di Parkinson e, in rari casi, le stesse cellule ingegnerizzate hanno dato origine a nuovi tumori. Un rischio accettabile quando si combatte un cancro letale, molto meno quando si tratta di autoimmunità, come sottolinea Matt Lunning, direttore medico per la terapia genica e cellulare al Nebraska Medicine.
Per questo si lavora già a versioni di seconda e terza generazione. James Howard, neurologo all’Università della Carolina del Nord, sta testando una tecnologia sviluppata da Cartesian Therapeutics che utilizza mRNA al posto del DNA per codificare il recettore CAR. Le cellule T così modificate eliminano le cellule B solo finché l’mRNA persiste, poi perdono la loro capacità di attacco, eliminando il rischio di cellule geneticamente modificate che restano nel corpo a lungo termine. In una recente sperimentazione, 15 pazienti autoimmuni hanno ricevuto questo trattamento. Due terzi hanno visto migliorare i sintomi e nessuno ha avuto effetti collaterali gravi.
L’altro grande ostacolo è il costo, che può raggiungere centinaia di migliaia di euro considerando ricoveri, ingegnerizzazione cellulare e spese correlate. Una soluzione promettente è l’approccio “off the shelf”, che utilizza cellule T da donatori sani anziché dal singolo paziente. Bing Du, immunologo alla East China Normal University di Shanghai, stima che da un singolo prelievo di sangue di un donatore si potrebbero produrre cellule CAR T per oltre 1.000 pazienti, con un risparmio significativo. Proprio questo tipo di terapia CAR T da donatore è quella ricevuta da Janisch-Hanzlik nel 2025, nell’ambito di uno studio di TG Therapeutics che dovrebbe concludersi all’inizio del 2029.
A quasi un anno dal trattamento, Janisch-Hanzlik non ha più bisogno degli occhiali speciali per la visione doppia, ha smesso di portare il bastone in casa e al supermercato, cade raramente e non ha più bisogno del pisolino quotidiano di tre ore. Ha visitato il Grand Canyon e passa più tempo con i nipotini. Restano alcuni sintomi, tra cui debolezza alla gamba destra e difficoltà nel trovare le parole giuste. Quando chiede ai medici se migliorerà ancora, la risposta è sempre la stessa: “Non lo sappiamo, sei la prima. Dovremo aspettare e vedere.”
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
39.3/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Eleonora Giorgi e il tumore al pancreas: «A gennaio proverò una nuova terapia, spero di arrivarci. Paola Marella non ce l'ha fatta» Il Gazzettino
«Sto facendo una chemio molto dura in cui sto malissimo. Ecco perché sono provata ma oggi sto bene». Eleonora Giorgi con i figli Andrea Rizzoli e Paolo Ciavarro si collega da casa con lo studio di Verissimo. «Non riesco a mangiare e ogni invece devo farlo. La mia giornata modello è quella di sforzarmi di mangiare per stare meglio. Il mio unico impegno giornaliero è di passare da mio nipote». Continua la battaglia dell'attrice contro il tumore al pancreas.
Eleonora Giorgi a Verissimo
Non si è mai arresa e ora sembra una donna serena. «Poi a gennaio c'è un farmaco sperimentale ma già testato e speriamo - non vuole finire la frase perché i figli la bloccano - di farlo e tutto e che funzioni.
Sono in uno stato d'animo di grazia perché accolgo tutto quello che arriva come un dono in piu'. Stando bene mi godo ogni momento».
Al compleanno dello scorso anno arrivò la diagnosi di tumore al pancreas. «Era l'anno piu' glorioso per me ed è arrivata quella tosse che mi ha spinto a fare la tac che mi ha fatto scoprire tutto». Andrea la interrompe e dice: «Siamo stati fortunati» e la Giorgi aggiunge: «perché questa patologia non sempre ce la si fa». E con affetto aggiunge: «La stessa Paola Marella non ce l'ha fatta». L'architetto star della tv è morta infatti lo scorso mese dopo una battaglia contro lo stesso cancro della Giorgi.
Un momento difficile per Paolo Ciavarro: «Io sono sempre stato positivo invece al compleanno di mamma lei non è stata bene e io non sono riuscito a stare coon lei come avrei voluto e quindi il giorno dopo sono stato male, perché non voglio perdere neanche un'ora con lei»
Poi dopo il video messaggio di Cristiano Malgioglio aggiunge: «Grazie per quello che mi hai detto, io ce la devo fare perché dobbiamo lavorare insieme» E poi i saluti alla Toffanin: «Ci vediamo alla Tac e vi faccio sapere come va. Grazie a tutti per come ci siete vicini» Toffanin scoppia a piangere: «Scusa ma ti vogliamo troppo bene, siamo affezionati ai tuoi figli che sono meravigliosi»
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
40.4/100
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Criteri Critici
Bianca Balti e il tumore: «Diagnosi come una condanna a morte, la battaglia non è finita» Il Gazzettino
Dalla scoperta delcancro ovaricoall'ultima infusione di chemio, quella del 27 gennaio. Con una carrellata di foto e un toccante messaggio sui social,Bianca Baltiripercorre la sua battaglia nella giornata mondiale contro il cancro. Fino a poco tempo fa, il 4 febbraio "è sempre stato un giorno qualunque», rivela Balti. La storia Nonostante la familiarità con il cancro, a causa dellaperdita di una ziaper un cancro al seno metastatico a soli 39 anni e la diagnosi di mieloma della madre, e pur sapendo dal 2021 di essere portatrice delgene Brca1, che l'ha spinta a sottoporsi a unadoppia mastectomia preventivanel dicembre 2022, «il cancro non poteva abitare i miei pensieri, figuriamoci il mio corpo», scrive la modella. La diagnosi Poi l'8 settembre 2024 la diagnosi: «giorno in cui il cancro ovarico è entrato nella mia vita e che ho sentito come una condanna a morte».Il 14 ottobre la prima infusione di chemioterapia e l'ultima lo scorso 27 gennaio: «In questi mesi, con mia grande sorpresa, mi sono sentita viva come sempre. Non davo più per scontata la mia vita e la mia gratitudine ha raggiunto il massimo storico. Tutto ha iniziato ad avere il sapore di una vera benedizione», scrive Balti. Visualizza questo post su InstagramUn post condiviso da Bianca Balti (@biancabalti) Un post condiviso da Bianca Balti (@biancabalti) Il percorso di chemioterapia è stato documentato da Balti con alcune immagini significative: la prima infusione, la figlia Matilde che le rasa i capelli, il Natale in famiglia dopo sette anni, gli incendi a Los Angeles, Carlo Conti che annuncia la sua partecipazione a Sanremo come co-conduttrice della seconda serata e, infine, l'ultima chemio. "È stata dura, e non è ancora del tutto finita, ma non vorrei altrimenti. Si dice 'ciò che non uccide ti fortifica', ma per me ciò che non mi ha ucciso mi ha fatto amare molto di più la vita'", conclude.
Enhertu, il farmaco per il tumore al seno sviluppato da AstraZeneca e Daiichi Sankyo, ottiene l'approvazione della FDA per il trattamento pre- e post-operatorio nei pazienti in fase iniziale - Bitget
📰 Bitget📅 2026-05-17T15:32:34
nuovo farmaco tumore
Enhertu, il farmaco per il tumore al seno sviluppato da AstraZeneca e Daiichi Sankyo, ottiene l'approvazione della FDA per il trattamento pre- e post-operatorio nei pazienti in fase iniziale Bitget