📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
43.3/100
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C
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Criteri Critici
Tumore della prostata, come le nuove tecnologie stanno cambiando la radioterapia pharmastar.it
Negli ultimi anni la radioterapia oncologica ha vissuto una trasformazione profonda grazie all'arrivo di tecnologie sempre piů avanzate. Ma cosa significa oggi fare radioterapia nei tumori urologici? In che modo imaging, risonanza magnetica e sistemi di monitoraggio stanno migliorando precisione, sicurezza e qualitŕ di vita dei pazienti? E quanto conta il lavoro multidisciplinare nella scelta del percorso piů adatto, soprattutto nel tumore della prostata?Ne abbiamo parlato con il dottor Matteo Sepulcri, Radioterapia oncologica dell'Istituto Oncologico Veneto, che abbiamo incontrato in occasione di Advanced Uro-Oncology Days. Tumore della prostata e della vescica, perché la radioterapia č piů centrale che maiDottor Fabio Matrone Tumore della prostata, nuovi biomarcatori per cure sempre piů personalizzateProfessoressa Vincenza Conteduca Tumore della prostata e della vescica, la rivoluzione della chirurgia roboticaProfessor Riccardo Schiavina Tumore del rene, quando la chirurgia conservativa puň salvare l'organoDottor Antonio Amodeo Carcinoma renale, come i biomarcatori possono guidare l'immunoterapiaProfessor Sebastiano Buti Tumore della prostata, radioterapia e farmaci oggi lavorano in sinergiaProfessor Luca Triggiani Tumore della prostata, come le nuove tecnologie stanno cambiando la radioterapiaDottor Matteo Sepulcri Tumore della vescica localizzato, oggi l'obiettivo č salvare l'organoProfessor Angelo Porreca Tumore della vescica, perché oggi si parla di una nuova fase nella malattia metastatica?Dottor Marco Maruzzo Oncologia: si concretizza l'impegno di BeOne nei tumori solidiMarco Sartori Tumore gastrico, fondamentali adeguato supporto nutrizionale e accesso rapido ai nuovi farmaciClaudia Santangelo Tumore gastrico avanzato, via libera Aifa all'immunoterapico tislelizumab piů chemio in prima lineaDott. Filippo Pietrantonio InformativaUtilizziamo cookie o tecnologie simili per finalità tecniche e, con il tuo consenso, anche per altre finalità come specificato nellacookie policy.Puoi acconsentire all'utilizzo di tali tecnologie utilizzando il pulsante "Accetta tutti". Fino a che non sceglierai una opzione utilizzeremo solo i cookie tecnici e necessari. Cookie tecniciCookie tecnici e necessari al corretto funzionamento del sito web. Non possono essere disabilitati [7]NomeFornitoreScopoDuratacovidLoginAntherica srlFunzionaleSessionelngAntherica srlFunzionalePersistentepharmaLogAntherica srlFunzionaleSessionesocialcounterAntherica srlFunzionale1 giornosys_langAntherica srlFunzionalePersistenteUserLogAntherica srlFunzionaleSessione_cookie_consentAntherica srlFunzionale1 anno Cookie di preferenzaI cookie di preferenza consentono al sito web di memorizzare informazioni che ne influenzano il comportamento, ad esempio la personalizzazione di un colore.Nessun cookie utilizzato per questa tipologia Cookie statisticiI cookie statistici aiutano a capire come i visitatori interagiscono con il sito web raccogliendo e trasmettendo informazioni in forma anonima [7]NomeFornitoreScopoDurata_gaGoogle AnalyticsStatistiche1 anno_ga_J8H44EJNJ3Google AnalyticsStatistiche1 anno__utmaGoogle AnalyticsStatistiche2 anni__utmbGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmcGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmtGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmzGoogle AnalyticsStatistiche6 mesi Cookie di marketingI cookie di marketing vengono utilizzati per tracciare i visitatori sul sito web. La finalità è quella di presentare annunci pubblicitari che siano rilevanti e coinvolgenti per il singolo utente.Nessun cookie utilizzato per questa tipologia
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
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Criteri Critici
Cancro al seno, pazienti dimenticate: «Reparti chirurgici chiusi e diritto alla salute negato» Quotidiano Di Puglia
Chiusura dei reparti chirurgici, limitazioni dei centri di diagnosi e screening, le associazioni di Brindisi vicine alle donne malate di cancro alla mammella chiedono a gran voce il rispetto del diritto alla salute. Abracadabra onlus, Andos Brindisi, Cuore di Donna, Fondazione di Giulio, da sempre vicine alle donne affette da cancro alla mammella si fanno interpreti in questo periodo di emergenza sanitaria del loro grido di dolore.
Il punto, secondo le associazioni
Le associazioni disapprovano le decisioni dell'Azienda Sanitaria Locale Brindisi che, dicono siano penalizzanti per le donne malate di cancro alla mammella, prima con la riduzione delle sedute operatorie e la chiusura dei reparti chirurgici, poi con la limitazione dei centri di diagnosi e screening come successo con la senologia a San Pietro Vernotico, causando notevoli ritardi nella diagnosi e cura di una patologia spesso letale o invalidante, quanto o più del Covid. I quattordici mesi dall'inizio della pandemia stanno causando disagi notevoli nella gestione delle pazienti della senologia; quando potremo dire di essere usciti o di cominciare a vedere la fine dell'incubo Covid, ci dovremo misurare con un'altra emergenza sanitaria: la scoperta che un numero enorme di donne avrà notevolmente ritardato la diagnosi del suo cancro, rendendolo poco aggredibile tramite chemioterapia perché ormai metastatico o vedendo cronicizzarsi un tumore che si sarebbe potuto curare in fase precoce», dicono le associazioni.
Il diradarsi di esami clinici e strumentali, l'allungarsi delle liste d'attesa per l'intervento chirurgico causeranno la perdita di un considerevole numero di madri, figlie, sorelle «nei cui confronti non saranno state colpevolmente messe in atto tutte le corrette strategie di prevenzione, diagnosi precoce e cura adeguata; dati accreditati a livello nazionale ci dicono chiaramente che nel 2020 sono stati eseguiti circa un quarto degli interventi della mammella in meno dell'anno precedente: impossibile accettarli come danni collaterali della pandemia, anche perché in una patologia come il tumore mammario i danni non si evidenziano immediatamente.
Un intervento chirurgico o un esame clinico rinviato non saranno più recuperati e mostreranno i loro effetti nefasti nell'era post-Covid».
Gli interventi oncologici hanno valore terapeutico se eseguiti rapidamente e tempestivamente: è evidente che alcune patologie siano più tempo-dipendenti di altre. Un tumore operato in fase iniziale ha maggiori probabilità di prognosi fausta di uno curato tardivamente, evidentemente.
A Brindisi le conseguenze saranno presto evidenti, perché si continua ad attingere sempre dai reparti di senologia per far fronte all'emergenza sanitaria da Covid «ma di cancro al seno si muore lo stesso, solo più lentamente -aggiungono- Non possiamo arrenderci a essere dimenticati; i malati oncologici hanno gli stessi diritti dei malati di Covid; per questo chiediamo che i reparti oncologici siano protetti, che la chirurgia senologica e anche quella ricostruttiva riprenda i suoi ritmi normali, che lo screening proceda regolarmente; ci rendiamo conto di chiedere un notevole sforzo organizzativo, ma siamo certi che saprete accogliere le istanze di chi fino ad ora ha visto solo accumularsi ritardi gravissimi, a rischio della propria vita o di quella dei propri cari». Abrcadabra, Andos, Cuore di Donna e Fondazione di Giulio chiedono che sia garantito il ripristino di tutto il percorso dedicato alla prevenzione, alla sorveglianza, allo screening e alla cura del tumore mammario: le donne hanno diritto ad essere prese in carico dalla diagnosi alla chirurgia, dalla terapia oncologica alla eventuale radioterapia nel rispetto dei percorsi disegnati a livello regionale dalla Rete Oncologica, perché la salute e il benessere delle donne sia tutelato nei fatti e non solo sulla carta.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Tumore al seno, la rete oncologica bergamasca rafforza il follow up tra ospedali e territorio L'Eco di Bergamo
Una presa in carico sempre più integrata tra ospedale e territorio, capace di accompagnare le donne operate di tumore alla mammella anche dopo la fase acuta della malattia. È stato questo il tema al centro del convegno annuale del Dipartimento Interaziendale Provinciale Oncologico (Dipo), dedicato a «Dal trattamento alla sorveglianza: il follow up del carcinoma mammario tra ospedale e territorio», che si è svolto sabato 16 maggio all’Auditorium «Lucio Parenzan» dell’Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo.
L’incontro, organizzato da Ats Bergamo e Asst Papa Giovanni XXIII, ha richiamato diverse centinaia di medici di assistenza primaria, specialisti ospedalieri e professionisti sanitari del territorio, con l’auditorium praticamente al completo. Il Dipo riunisce la rete oncologica provinciale composta da Ats Bergamo, dalle tre Asst bergamasche - Papa Giovanni XXIII, Bergamo Est e Bergamo Ovest - insieme agli enti del privato accreditato, alle organizzazioni di volontariato e ai rappresentanti della medicina generale.
Al centro della giornata, il modello provinciale di follow up per le donne operate di carcinoma mammario, in particolare per le pazienti a basso rischio di recidiva. L’obiettivo è garantire una sorveglianza appropriata e sostenibile, rafforzando il ruolo dei medici di assistenza primaria nella continuità delle cure e mantenendo, quando necessario, percorsi rapidi di rientro negli ambulatori specialistici.
Nel corso del convegno sono stati affrontati diversi aspetti del percorso post cura: dalle linee guida del follow up al ruolo dell’imaging, dalla gestione del rischio eredo-familiare alla qualità della vita dopo i trattamenti oncologici. La tavola rotonda conclusiva, con oncologi e medici di assistenza primaria, si è concentrata su aderenza terapeutica, salute dell’osso, fertilità e gestione del periodo che precede la menopausa.
La rete sul territorio
La partecipazione dei medici di assistenza primaria è stata particolarmente significativa anche grazie al lavoro del Centro Studi per la Formazione dei Medici delle Cure Primarie, organismo con sede in Ats al quale partecipano tutte le Asst. Il Centro Studi ha individuato l’iniziativa come primo progetto formativo dell’anno, rendendola obbligatoria per tutti i medici di assistenza primaria della provincia, con l’accreditamento scientifico curato dall’Asst Papa Giovanni XXIII.
Per Alberto Zambelli, direttore del Dipo, il convegno ha rappresentato una tappa importante nel coordinamento della rete oncologica provinciale. Il percorso, ha sottolineato, punta a promuovere la collaborazione tra ospedali e cure primarie, costruendo pratiche assistenziali condivise per garantire cure appropriate, continuità e sorveglianza tempestiva. In provincia di Bergamo, ha ricordato Zambelli, si registrano ogni anno circa 900 nuove diagnosi di tumore al seno.
Anche Francesco Locati, direttore generale dell’Asst Papa Giovanni XXIII, ha evidenziato il valore della collaborazione con Ats e della rete oncologica provinciale come strumento concreto per migliorare qualità delle cure e qualità di vita delle pazienti. Accompagnare le persone dopo la fase acuta, ha osservato, significa rispondere ai bisogni che emergono nel ritorno alla quotidianità, attraverso percorsi chiari, tempestivi e personalizzati. Locati ha inoltre richiamato il contributo di chi, nel territorio bergamasco, ha lavorato alla nascita della rete oncologica, citando i professori Labianca, Barni e Nastasi.
Il ruolo dei medici del territorio è stato ribadito da Simonetta Cesa, direttore sociosanitario e ad interim Cure Primarie dell’Asst Papa Giovanni XXIII. Il follow up delle pazienti operate per carcinoma mammario, ha spiegato, richiede un’integrazione sempre più stretta tra specialisti e medicina generale, così da assicurare sorveglianza clinica appropriata, attenzione ai bisogni emergenti e tempestività nell’eventuale ritorno ai percorsi specialistici. Cesa ha ricordato anche il contributo dei medici di assistenza primaria nella prevenzione, con la conferma dell’obiettivo di governo clinico legato alla chiamata attiva agli screening oncologici.
Il lavoro del Dipo
Massimo Giupponi, direttore generale di Ats Bergamo, ha inquadrato il lavoro del Dipo nel più ampio impegno di Ats per sviluppare modelli di assistenza efficienti e centrati sui bisogni delle persone. La presa in carico integrata, ha sottolineato, deve accompagnare i cittadini lungo tutto il percorso di salute, migliorando accessibilità, tempestività e qualità delle risposte. L’ampia partecipazione dei professionisti, secondo Giupponi, conferma l’importanza di consolidare il Dipo come modello di riferimento per il territorio bergamasco.
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Ring the bell: all'ospedale Cuneo ora c'è la campanella da suonare al termine della chemioterapia Targatocn.it
Da venerdì scorso il Day Hospital dell’Oncologia dell’Azienda Ospedaliera S. Croce e Carle di Cuneo ha la sua “campanella del sollievo”. L’installazione, realizzata grazie alla donazione di Paola Bodino, fa riferimento in realtà alla Campana del Sollievo (o Ring the Bell), un rituale simbolico in cui il paziente suona una campana alla fine dell'ultimo ciclo di chemioterapia, per annunciare la conclusione delle cure, festeggiare la guarigione o l'inizio di una nuova fase libera dalla malattia. Il rito della campanella è un esempio di come i gesti simbolici possano avere un grande impatto sulla percezione della malattia e della guarigione. Non si tratta solo di cure fisiche, ma anche di supporto psicologico e sociale. La campanella diventa un momento di collettività, dove medici, infermieri, pazienti e familiari si riuniscono per celebrare non solo un traguardo individuale, ma anche la forza della comunità che si forma attorno alla lotta contro il cancro. “La Campanella del Sollievo– afferma il direttore Generale Franco Ripa -è un simbolo carico di significato che si sta diffondendo in molti ospedali e centri di cura, in particolare nei reparti di oncologia. Il gesto apparentemente semplice di suonare una campanella, rappresenta un momento straordinario per molti pazienti che affrontano il percorso difficile e complesso delle terapie contro il cancro. Grazie di cuore da parte mia e di tutta l’Azienda a chi ha avuto questo pensiero.” “Abbiamo accolto con entusiasmo la donazione della campanella, che rappresenta un modo per condividere il termine del percorso di cura, sottolinea Gianmauro Numico direttore della Struttura complessa Oncologia dell’Azienda Ospedaliera S. Croce e Carle, che qualche volta sarà definitivo, qualche volta temporaneo, ma sempre motivo di gratitudine e occasione per un segno di festa. In un tempo in cui tutto è diventato "uguale", "celebrare" un momento significativo della vita individuale attiva energie, rende migliori se stessi, chi vive la stessa esperienza e noi professionisti”. redazione
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Criteri Critici
Ivermectina e benzimidazolo per curare il cancro? Mel Gibson fa volare le vendite ma... Everyeye Lifestyle
Il 9 gennaio 2025 veniva pubblicata l’intervista di Joe Rogan a Mel Gibson, per il noto podcast “Joe Rogan Experience”. Nella puntata si è parlato anche di ivermectina e benzimidazolo, che secondo l’attore sarebbero utili per curare i tumori. “Avevo tre amici malati di cancro allo stadio 4. Ora sono guariti”, ha dichiarato.
Il suo racconto, nel frattempo, ha fatto schizzare le vendite dei due farmaci. Pare infatti che le vendite siano aumentate del 99,5%, come riportato nello studio condotto dalla rivista Jama Network Open, che ha confrontato il consumo dei due medicinali prima e dopo l’intervista di Gibson.
“Deve esserci una cura”
Durante lo show, l’attore ha continuato a ripetere “This stuff works, man” ovvero “Questa roba funziona”, in riferimento all’ivermectina e al benzimidazolo.
“Non credo che esista qualcosa, fra i mali che affliggono l’umanità, che non abbia una cura naturale”, ha aggiunto. “Deve esserci qualcosa, ha senso che sia così. Non posso provarlo, ma credo proprio che ci debba essere qualcosa che cura le cose” - cura contro il cancro: ecco le 5 (incredibili) scoperte del 2025.
Il padrone di casa, Joe Rogan, si schiera concettualmente dalla sua parte e sostiene che se certi trattamenti non vengono promossi è solo una questione di profitto. “C’è sempre di mezzo il profitto. Ci sono cure efficaci che non vengono usate perché non generano profitto”, spiega.
Le vendite volano
Dalla redazione de La Repubblica ricordano che l’ivermectina viene somministrata ai cavalli per eliminare i vermi intestinali, un farmaco approvato anche per uso umano. Per quanto riguarda il benzimidazolo, invece, è usato solamente in ambito veterinario, come anestetico.
Nei primi sei mesi dalla sua pubblicazione, il video è stato cliccato da circa 60 milioni di spettatori negli Stati Uniti e ha fatto registrare un incremento del 99,5% nelle vendite dei due farmaci. Negli USA, a quanto pare, li hanno assunti 4 persone ogni 100mila, dietro prescrizione medica, evidentemente.
“Le prescrizioni di ivermectina e benzimidazolo sono raddoppiate tra il primo gennaio e il 31 luglio 2025 rispetto agli stessi mesi del 2024”, fanno sapere da Jama Network Open.
Gli studi
Nelle cellule in vitro e nelle cavie, si è osservata una certa attività antitumorale per la coppia di medicinali, sottolineano da Jama. Studi più approfonditi sono già stati annunciati dal National Cancer Institute americano.
È bene ricordare che prima di arrivare alla somministrazione per gli esseri umani, pure se in via sperimentale, ciascun farmaco deve superare dei test di tossicità. Prove che la combinazione di ivermectina e benzimidazolo non hanno mai passato ufficialmente, a livello scientifico.
“Malati di cancro rinunciano ai trattamenti”
Il fenomeno più preoccupante è che tanti pazienti malati di cancro stanno rinunciando alle terapie, dopo aver ricevuto la prescrizione dei due fermaci. E non è da escludere che l’intervista di Joe Rogan a Mel Gibson abbia fatto la differenza, considerando che il medicinale è stato prescritto soprattutto a bianchi, maschi e abitanti del sud degli Stati Uniti.
Già durante la pandemia di Covid si registrarono casi di sovradosaggio, perché l’ivermectina fu promossa sui social come cura fai da te. “Il tasso elevato di prescrizioni fra i pazienti con il cancro è molto preoccupante”, affermano gli autori di Jama, tra cui Michelle Rockwell, esperta di salute della Virginia Tech che si era occupata dell’argomento all’epoca.
“Persone che fronteggiano malattie potenzialmente mortali rischiano di rinunciare ai trattamenti convenzionali, sostituendoli con terapie non confermate, che potrebbero permettere alla loro malattia di progredire”, aggiungono.
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Criteri Critici
Tumore al seno. DIPO promuove rete bergamasca tra oncologi ospedalieri e medici di assistenza primaria AgenSalute
Si punta su modalità condivise per uniformare la gestione del follow up post intervento chirurgico delle pazienti con carcinoma mammario dimesse dagli ospedali pubblici e del privato convenzionato della provincia di Bergamo.
Bergamo, lunedì 18 maggio 2026 – Una sala gremita, con la partecipazione di diverse centinaia di Medici di Assistenza Primaria, specialisti ospedalieri e professionisti sanitari del territorio, ha caratterizzato il convegno annuale del Dipartimento Interaziendale Provinciale Oncologico (DIPO) dedicato al tema “Dal trattamento alla sorveglianza: il follow up del carcinoma mammario tra ospedale e territorio”, svoltosi sabato 16 maggio all’Auditorium “Lucio Parenzan” dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Il DIPO è la rete oncologica interaziendale provinciale composta da ATS Bergamo, dalle tre ASST del territorio – ASST Papa Giovanni XXIII, ASST Bergamo Est ed ASST Bergamo Ovest – congiuntamente con gli enti del privato accreditato, le organizzazioni di volontariato e i rappresentanti della medicina generale.
L’iniziativa, organizzata congiuntamente da ATS Bergamo e ASST Papa Giovanni XXIII, ha rappresentato un importante momento di confronto sul modello provinciale di presa in carico delle donne operate di tumore alla mammella e sul percorso che il DIPO sta promuovendo su tutto il territorio bergamasco per garantire una sorveglianza integrata, appropriata e sostenibile delle pazienti a basso rischio di recidiva, attraverso una stretta collaborazione tra specialisti ospedalieri e Medici di Assistenza Primaria. Un modello orientato a rafforzare l’integrazione tra ospedale e territorio, valorizzando il ruolo delle Cure Primarie nella continuità assistenziale e assicurando, al tempo stesso, percorsi rapidi di rientro negli ambulatori specialistici in caso di necessità clinica.
Altissima la partecipazione alla giornata, con i posti a sedere dell’Auditorium “L. Parenzan” praticamente tutti occupati. Un risultato raggiunto anche grazie al lavoro del Centro Studi per la Formazione dei Medici delle Cure Primarie. Si tratta di un organismo — con sede presso l’ATS cui partecipano tutte le ASST — che seleziona gli eventi formativi proposti sul territorio. Quest’anno il Centro Studi ha individuato proprio questo come primo progetto, rendendolo obbligatorio per tutti i medici di assistenza primaria della provincia, grazie al lavoro di accreditamento scientifico svolto dall’ASST Papa Giovanni XXIII.
Durante il convegno sono stati approfonditi i temi legati alle linee guida del follow up nel carcinoma mammario, al ruolo dell’imaging, alla gestione del rischio eredo-familiare e agli aspetti della qualità della vita dopo le cure oncologiche. In conclusione del Convegno si è tenuta una tavola rotonda tra oncologi e Medici di Assistenza Primaria, che ha affrontato i temi dell’aderenza terapeutica, della salute dell’osso, della fertilità e della gestione del periodo che precede la menopausa. I vari interventi hanno fatto emergere la volontà condivisa di rendere la rete sempre più strutturata e coordinata.
Il convegno ha ribadito il ruolo strategico del DIPO nel coordinare le attività oncologiche provinciali, favorendo la collaborazione tra le strutture sanitarie pubbliche e private accreditate e le Cure Primarie, nell’ottica di una presa in carico sempre più vicina ai bisogni delle pazienti e orientata alla qualità della vita. Al confronto hanno partecipato oncologi e professionisti dei centri ospedalieri pubblici e privati accreditati della provincia che trattano il tumore al seno: ASST Papa Giovanni XXIII, ASST Bergamo Est, ASST Bergamo Ovest, Humanitas Gavazzeni, Casa di Cura San Francesco, Policlinico San Pietro e Istituti Ospedalieri Bergamaschi.
DICHIARAZIONI:
Alberto Zambelli, Direttore del DIPO: «L’appuntamento annuale del DIPO è stato una tappa importante nel percorso di coordinamento della rete oncologica provinciale. Intendiamo proseguire nella promozione della collaborazione tra Ospedali e Cure Primarie, nella costruzione di percorsi condivisi e di migliori pratiche assistenziali, per garantire cure appropriate, continuità assistenziale e una sorveglianza oncologica tempestiva e efficace. Ogni anno si registrano circa 900 donne con nuove diagnosi di tumore al seno in provincia».
Francesco Locati, Direttore generale ASST Papa Giovanni XXIII: «Il percorso promosso in collaborazione con ATS rappresenta un esempio concreto di come la rete oncologica provinciale possa tradursi in un miglioramento reale della qualità delle cure e della qualità di vita delle pazienti. Accompagnare le persone anche dopo la fase acuta della malattia significa garantire continuità assistenziale, appropriatezza clinica e attenzione ai bisogni che emergono nel rientro alla quotidianità. Quello che ci segnalano molti professionisti sanitari, in ospedale e sul territorio, è la necessità di modelli condivisi e sempre più coordinati di presa in carico, capaci di assicurare percorsi chiari, tempestivi e personalizzati. Anche attraverso il DIPO continueremo a sostenere il lavoro multidisciplinare e la collaborazione tra specialisti ospedalieri e Medici di Assistenza Primaria, con l’obiettivo di offrire ai pazienti oncologici cure sempre più appropriate, vicine e attente alla persona. È stata l’occasione anche per ascoltare chi ha contribuito sul nostro territorio alla nascita della rete oncologica e mi riferisco al prof. Labianca, al prof. Barni e al prof. Nastasi che ho conosciuto personalmente e apprezzato per il lavoro svolto».
Simonetta Cesa, Direttore Sociosanitario e ad interim Cure Primarie ASST Papa Giovanni XXIII: «Il follow up delle pazienti operate per carcinoma mammario richiede un’integrazione sempre più stretta tra ospedale e territorio, affinché la presa in carico possa proseguire in modo continuativo anche dopo la conclusione delle cure ospedaliere. In questo percorso il ruolo dei Medici di Assistenza Primaria è strategico: la collaborazione con gli specialisti consente di accompagnare la persona nel tempo, vicino al proprio contesto di vita, assicurando sorveglianza clinica appropriata, attenzione ai bisogni emergenti e tempestività nell’eventuale rientro nei percorsi specialistici. Il lavoro sviluppato all’interno del DIPO rafforza un modello di rete provinciale fondato sulla continuità assistenziale, sulla condivisione delle competenze e sull’integrazione concreta tra tutti i professionisti coinvolti. È necessario ricordare il ruolo centrale dei medici del territorio nei temi di prevenzione, tanto che abbiamo confermato anche per questo anno l’obiettivo di governo clinico sulla chiamata attiva agli screening oncologici».
Massimo Giupponi, Direttore generale ATS Bergamo: «La governance di ATS Bergamo sui Dipartimenti Interaziendali ha l’obiettivo di favorire lo sviluppo di modelli di assistenza più efficienti e centrati sulle esigenze delle persone. Intendiamo costruire e consolidare, assieme, percorsi che si spingano oltre i confini dello specifico ambito clinico e supportino trasversalmente la continuità delle cure. Questo significa accompagnare i cittadini lungo tutto il loro percorso di salute, rafforzando la presa in carico integrata, migliorando l’accessibilità ai Servizi e garantendo risposte sempre più appropriate, tempestive e di qualità, con un impatto concreto sul benessere complessivo della Comunità. Questo incontro rappresenta un importante momento di condivisione di questo spirito, e l’ampia partecipazione dei professionisti ci conferma l’importanza di proseguire su questa strada. Il mio augurio e impegno è che il lavoro del DIPO possa continuare a svilupparsi e consolidarsi sempre più come modello di riferimento per l’intero territorio. In questo evento, organizzato dall’ASST Papa Giovanni XXIII, abbiamo voluto inserire una sessione dedicata alla valorizzazione del percorso che ci ha condotti ad oggi, frutto dell’impegno e della lungimiranza dei Professori Labianca, Barni e Nastasi, promotori della Rete oncologica bergamasca. Ringrazio il Professor Zambelli di aver accettato l’incarico di Direttore del DIPO, cui auguro di gestirlo con la competenza che lo contraddistingue, affinché il lavoro di Rete prosegua con impegno, dedizione e visione condivisa, a servizio della Salute dei cittadini del nostro territorio».
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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Università di Udine capofila del progetto europeo da 4,5 milioni per diagnosi e terapie d'avanguardia Agenzia Nova
L’Università di Udine ha vinto un finanziamento europeo di 4,5 milioni di euro con un progetto di ricerca (Int2Act) sullo sviluppo di biotecnologie innovative per diagnosi e terapie di nuova generazione. La ricerca, quadriennale e con 25 partner internazionali, è guidata dal Dipartimento di Medicina e coordinata da Carlo Vascotto, docente di Biologia molecolare. Prevede l’utilizzo degli acidi nucleici, molecole fondamentali che conservano, trasmettono ed esprimono l’informazione genetica e che hanno aperto nuove prospettive cliniche: dall’immunoterapia oncologica alla diagnosi delle malattie infettive fino al trattamento delle malattie rare. Il progetto è fra i primi sette finanziati dall’Unione europea nel settore “Scienze della vita”, su 35 ammessi, del programma “Marie Sklodowska-Curie” – Doctoral action. Al progetto, intitolato “Innovative nucleic acids technologies for analysis, detection and treatment” (Int2Act, https://int2act.eu/), partecipano istituzioni scientifiche e industrie con sede in Italia, Spagna, Polonia, Regno Unito, Irlanda, Germania, Israele, Svizzera, Stati Uniti e Cina. Dei 25 partner, dodici sono università, quattro enti di ricerca, otto aziende e una organizzazione non profit.
Al centro dello studio ci sono gli acidi nucleici (Dna e Rna), molecole fondamentali per il funzionamento delle cellule, oggi sempre più utilizzate anche come strumenti diagnostici e terapeutici. Negli ultimi anni queste tecnologie hanno aperto nuove prospettive nella medicina personalizzata, ad esempio nell’immunoterapia oncologica, nella diagnosi precoce attraverso biopsie liquide e nello sviluppo di terapie innovative basate sull’Rna. Il progetto punta a superare alcuni limiti attuali di queste tecnologie, sviluppando metodi più sensibili e accurati per individuare precocemente le malattie, migliorare l’analisi genetica e rendere più efficaci i trattamenti. Accanto alla ricerca, un elemento centrale del progetto è la formazione: sono previste 15 posizioni di dottorato completamente finanziate, in un percorso internazionale che combina esperienza accademica e industriale. “Questo progetto – spiega il coordinatore, Carlo Vascotto – è una iniziativa all’avanguardia nello sviluppo di tecnologie sempre più centrali nella medicina di precisione e consentirà anche la formazione di una nuova generazione di esperti nello studio e nell’applicazione degli acidi nucleici a scopi terapeutici”.
Inoltre, “il progetto rappresenterà un’opportunità di crescita internazionale per il Dipartimento di Medicina – sottolinea il direttore, Gianluca Tell – che ben si inquadra nelle nuove strategie per lo sviluppo del Campus Biomedico dell’Ateneo di piazzale Kolbe, in fase di realizzazione. Il campus ospiterà oltre 2000 studenti dei corsi di laurea di Medicina, Biotecnologie e i corsi di studio di ambito sanitario di competenza del dipartimento. In questo nuovo ecosistema della didattica e della ricerca verranno sviluppati progetti all’avanguardia nell’ambito della medicina molecolare e personalizzata dando vita a nuove forme di didattica innovativa integrata con la ricerca biomedica di frontiera”.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Il Grande ospedale metropolitano di Reggio Calabria è tra i primi centri in Italia ad attivare la nuovissima terapia a base di cellule CAR-T cilta cel per il mieloma multiplo recidivante. (ANSA)
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
ESTRO 2026. Tumori con poche metastasi: la radioterapia italiana ridisegna il trattamento AgenSalute
Al Congresso europeo di Stoccolma quattro studi clinici e la guida del più grande registro europeo
L’AIRO porta al Congresso europeo evidenze che ridefiniscono il trattamento dei tumori oligometastatici: più precisione, meno tossicità, integrazione con i nuovi farmaci
Stoccolma, 18 maggio 2026 — È in corso fino al 19 maggio a Stoccolma ESTRO 2026, il più importante Congresso europeo di radioterapia e oncologia clinica. L’Associazione Italiana di Radioterapia e Oncologia clinica (AIRO) presenta in questo contesto una produzione scientifica che ha un filo conduttore preciso: trattare meglio le poche lesioni che contano.
La radioterapia stereotassica — una tecnica capace di colpire singole metastasi con dosi elevate in poche sedute, risparmiando i tessuti sani — sta cambiando il modo di affrontare i tumori che si presentano con un numero limitato di metastasi, definiti “oligometastatici”. Non è più solo un trattamento di supporto, ma una leva terapeutica primaria, da integrare con i nuovi farmaci. Quattro studi clinici italiani, un consenso multidisciplinare nazionale e la guida del più grande registro europeo sull’argomento sono i contributi principali con cui l’AIRO si presenta a Stoccolma.
Prostata oligorecidiva: con la stereotassi più tempo libero da progressione
Lo studio RADIOSA, condotto all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano (G. Marvaso, B. Jereczek-Fossa), ha confrontato in 102 pazienti con tumore della prostata, recidivato in poche sedi e ancora sensibile alla terapia ormonale, la sola radioterapia stereotassica contro la stessa radioterapia abbinata a sei mesi di terapia ormonale di privazione androgenica. A oltre quattro anni di osservazione, il tempo libero da progressione di malattia passa da 15 a quasi 33 mesi con la combinazione, e il rischio di progressione si dimezza. Un risultato che conferma il valore della stereotassi come parte integrante della strategia terapeutica, e non come semplice complemento. Al congresso di Stoccolma arriva anche lo studio PERSIAN (G. Francolini, L. Livi, Firenze, multicentrico nazionale), che su 174 pazienti con tumore prostatico in fase oligometastatica e ancora sensibile alla terapia ormonale ha testato l’aggiunta della radioterapia stereotassica al trattamento farmacologico standard (apalutamide più privazione androgenica): a sei mesi la risposta biochimica completa è ai massimi in entrambi i gruppi (oltre il 93%), e il beneficio della radioterapia emerge soprattutto nei pazienti con meno di tre metastasi. Un risultato che aiuta a definire con maggiore precisione per quali pazienti la radioterapia aggiunge davvero valore terapeutico e per quali no.
Ovaio oligometastatico: la stereotassi sicura anche dopo i farmaci antiangiogenici
Un’altra frontiera riguarda la sicurezza della radioterapia impiegata in associazione con i farmaci nella ginecologia oncologica. Il gruppo coordinato dalla Professoressa Macchia di Campobasso, nell’ambito dello studio nazionale MITO-RT3/RAD, ha analizzato 41 pazienti con carcinoma ovarico in fase oligometastatica trattate con radioterapia stereotassica entro 12 mesi dalla somministrazione di bevacizumab, farmaco che agisce bloccando la formazione di nuovi vasi sanguigni e finora considerato a rischio di interazione con la radioterapia. Il risultato risponde a un vuoto di evidenza importante: nessun effetto collaterale di grado severo, controllo della malattia nelle sedi trattate al 73% a due anni, qualità di vita preservata. È il primo studio italiano che consente di proporre con sicurezza la radioterapia stereotassica anche a pazienti che hanno ricevuto bevacizumab, ampliando le opzioni terapeutiche in uno scenario clinico finora considerato pressoché proibitivo.
Tumori oligometastatici: l’Italia in prima fila, presenta lo studio di riferimento europeo
Ulteriore conferma dell’importanza del filone di ricerca dedicato alla radioterapia nei tumori caratterizzati da un numero contenuto di metastasi, e della centralità dell’Italia in questo ambito: nella sessione plenaria di apertura, sui principali studi clinici europei e organizzata insieme alla rivista The Lancet Oncology, Umberto Ricardi dell’Università di Torino ha presentato i risultati intermedi dello studio OligoCare, il più ampio studio europeo sulla radioterapia stereotassica nei tumori oligometastatici, parte della piattaforma di ricerca clinica ESTRO-EORTC.
L’Italia nella cabina di regia europea
L’edizione 2026 dell’ESTRO è anche il congresso in cui assume la presidenza della Società europea di radioterapia e oncologia clinica la professoressa Barbara Jereczek-Fossa, in forza all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano: un ruolo che testimonia il peso della scuola italiana nella disciplina.
Infine, accanto alla produzione di evidenza clinica, l’AIRO porta a Stoccolma un risultato di sistema: il primo consenso nazionale multidisciplinare sulla radioterapia guidata dalle immagini per i tumori del tratto gastrointestinale superiore, sviluppato con l’Associazione Italiana dei Tecnici di Radioterapia (AITRO) e l’Associazione Italiana di Fisica Medica (AIFM), con venti esperti italiani impegnati in un percorso di consenso strutturato. Un lavoro che mostra come, dietro ai singoli studi, ci sia una comunità capace di costruire standard condivisi fra radio-oncologi, fisici medici e tecnici, in una delle aree più complesse della disciplina.
“Il messaggio che portiamo a Stoccolma è duplice – dichiara Stefano Pergolizzi, Presidente AIRO –: da un lato la radioterapia stereotassica è oggi uno strumento di precisione che permette di trattare in modo mirato le poche lesioni che fanno la differenza nella storia di malattia di un paziente; dall’altro la comunità italiana è in grado non solo di applicare queste tecniche, ma di produrre l’evidenza clinica che ne definisce le indicazioni a livello internazionale. L’arrivo alla presidenza dell’ESTRO di una collega che opera nel nostro Paese è il riconoscimento di un percorso scientifico e organizzativo che la radioterapia italiana ha costruito negli ultimi anni con impegno e con risultati crescenti”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Malati oncologici in Italia: diritti, cure e nuove tutele Medicitalia
Il Piano Oncologico Nazionale: cosa non funziona ancora
Uno dei problemi principali riguarda il Piano Oncologico Nazionale (PON) 2023-2027: la Cabina di Regia prevista per monitorarne l'attuazione non è ancora operativa. Questo organismo avrebbe il compito di:
controllare come vengono usate le risorse ;
; verificare i risultati delle cure nelle varie regioni;
delle cure nelle varie regioni; ridurre le disuguaglianze territoriali nell'accesso alle terapie.
Anche il Coordinamento delle Reti Oncologiche Regionali è fermo. Il risultato? Liste d'attesa più lunghe e cure non uniformi in tutto il Paese.
La partecipazione dei pazienti alle reti oncologiche
Nonostante un accordo Stato-Regioni del dicembre 2025 definisca le regole per il coinvolgimento delle associazioni di pazienti nei Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA), la situazione è ancora molto disomogenea:
in alcune regioni le associazioni partecipano attivamente;
in altre sono quasi del tutto escluse;
manca un modello nazionale condiviso,
La partecipazione dei pazienti non è un privilegio: è un atto di democrazia sanitaria. L'esperienza diretta della malattia porta un contributo che nessun professionista può sostituire.
Il peso economico del cancro sulle famiglie: la tossicità finanziaria
Il cancro non è solo una malattia: è anche un problema economico. Secondo il Rapporto FAVO, molte famiglie si trovano a sostenere spese significative che il SSN non copre:
spostamenti per cure in altre città o regioni (mobilità sanitaria forzata);
visite ed esami privati per ridurre i tempi d'attesa;
assistenza domiciliare non rimborsata;
non rimborsata; perdita di reddito del paziente o del caregiver.
Una soluzione possibile è il welfare aziendale, con servizi come supporto psicologico, consegna farmaci a domicilio e percorsi di reinserimento graduale nel lavoro.
Cosa fa FAVO per i malati oncologici
FAVO rappresenta oltre 200 associazioni federate, 25.000 volontari e 700.000 iscritti in tutta Italia. Il suo obiettivo è trasformare le esigenze dei pazienti in proposte concrete per le istituzioni, contribuendo a migliorare le condizioni assistenziali dei malati oncologici a livello nazionale.
Per approfondire:L'importanza del volontariato nelle cure palliative
Le nuove tutele per i lavoratori oncologici: cosa prevede la Legge 106/2025
Sul fronte lavorativo, nel 2025 è entrata in vigore la Legge n. 106 del 2025, che introduce nuove garanzie per chi soffre di patologie oncologiche, invalidanti o croniche. Tra le misure previste:
permessi retribuiti per visite mediche, esami e terapie;
per visite mediche, esami e terapie; maggiori tutele per i lavoratori con patologie croniche;
con patologie croniche; supporto al reinserimento lavorativo dopo la malattia.
Per approfondire:Oblio oncologico: la legge contro le discriminazioni
Exercise oncology: perché l'esercizio fisico fa parte della cura
Nel 2025 in Italia sono state stimate circa 390.000 nuove diagnosi di tumore. Accanto alle terapie tradizionali (chirurgia, radioterapia, farmaci), cresce l'evidenza scientifica sull'importanza dell'attività fisica durante e dopo le cure.
I benefici documentati includono:
miglioramento della capacità cardiorespiratoria e della forza muscolare;
riduzione della fatigue oncologica;
migliore qualità della vita e benessere psicologico;
in alcuni casi, miglioramento della sopravvivenza.
Lo studio CHALLENGE, pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha dimostrato un miglioramento della sopravvivenza nei pazienti con tumore del colon che seguivano programmi strutturati di esercizio fisico.
In Italia, però, l'integrazione dell'esercizio fisico nei percorsi oncologici è ancora limitata e non uniforme. Solo alcune regioni hanno attivato le cosiddette "palestre della salute", mentre paesi come Regno Unito, Germania e Paesi Bassi dispongono già di modelli nazionali consolidati.
Sigarette elettroniche e tumori: il rischio nascosto tra i giovani
Il Rapporto FAVO lancia un allarme sul consumo di sigarette elettroniche e prodotti a tabacco riscaldato tra adolescenti e giovani adulti. I dati principali:
negli ultimi 5 anni il consumo tra i giovanissimi è triplicato ;
; gli aerosol contengono sostanze cancerogene, mutagene e metalli pesanti;
la nicotina assunta prima dei 25 anni danneggia lo sviluppo cerebrale, in particolare le aree legate all'attenzione e al controllo degli impulsi.
Il marketing accattivante di questi prodotti punta sui giovani, inducendo dipendenza e aumentando il rischio oncologico a lungo termine.
Vaccinazioni nei pazienti oncologici: copertura ancora insufficiente
Chi soffre di un tumore è spesso più vulnerabile alle infezioni e le vaccinazioni possono ridurre il rischio di complicanze gravi e ospedalizzazioni. Tuttavia in Italia i tassi di copertura vaccinale nei pazienti oncologici restano al di sotto degli obiettivi raccomandati dalla letteratura scientifica internazionale.
Per migliorare la situazione, gli esperti chiedono di integrare l'offerta vaccinale direttamente nei percorsi di cura oncologici, anche con ambulatori dedicati nelle strutture ospedaliere.
Per approfondire:Screening oncologici: troppe diagnosi mancate per scarsa adesione
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
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Criteri Critici
Il suono della rinascita: finita la chemio i pazienti suonano la "campanella del sollievo" per una nuova vita dopo le cure Unione Monregalese
Da venerdì scorso il Day Hospital dell’Oncologia dell’Azienda Ospedaliera Santa Croce e Carle ha una nuova voce capace di emozionare pazienti, familiari e operatori sanitari: è la “Campanella del Sollievo”, simbolo di speranza, rinascita e condivisione dopo il difficile percorso delle cure oncologiche.
L’installazione, realizzata grazie alla donazione di Paola Bodino, richiama il rito internazionale della “Ring the Bell”, la campana che i pazienti suonano al termine dell’ultimo ciclo di chemioterapia per celebrare la fine delle cure e l’inizio di una nuova fase della vita.
Un gesto semplice, ma profondamente significativo, che rappresenta non solo la conclusione di una terapia, ma anche la forza, il coraggio e il sostegno umano che accompagnano chi combatte contro il cancro.
Il suono della campanella diventa così un momento collettivo: medici, infermieri, familiari e pazienti si ritrovano insieme per condividere un traguardo che va oltre la guarigione fisica, trasformandosi in un messaggio di speranza per tutti.
“La Campanella del Sollievo – afferma il Direttore Generale Franco Ripa – è un simbolo carico di significato che si sta diffondendo in molti ospedali e centri di cura, in particolare nei reparti di oncologia. Il gesto apparentemente semplice di suonare una campanella rappresenta un momento straordinario per molti pazienti che affrontano il percorso difficile e complesso delle terapie contro il cancro. Grazie di cuore da parte mia e di tutta l’Azienda a chi ha avuto questo pensiero”.
Anche Gianmauro Numico, direttore della Struttura complessa Oncologia, sottolinea il valore umano dell’iniziativa:
“Abbiamo accolto con entusiasmo la donazione della campanella, che rappresenta un modo per condividere il termine del percorso di cura; che qualche volta sarà definitivo, qualche volta temporaneo, ma sempre motivo di gratitudine e occasione per un segno di festa. In un tempo in cui tutto è diventato uguale, celebrare un momento significativo della vita individuale attiva energie, rende migliori se stessi, chi vive la stessa esperienza e noi professionisti”.
Nel reparto di Oncologia del Santa Croce e Carle, da oggi, quel suono sarà molto più di una campana: sarà il simbolo di una battaglia affrontata insieme e di una speranza che continua a vivere.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?5
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
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Criteri Critici
Terapia CAR-T per le malattie autoimmuni: la speranza di una nuova vita PhoneToday
A 49 anni, la sclerosi multipla stava distruggendo la libertà di Jan Janisch-Hanzlik di vivere la vita che desiderava. Ha lasciato il suo attivo lavoro di infermiera per un ruolo d’ufficio. Le cadute frequenti le hanno fatto temere di portare in braccio i suoi nipoti. Ha dovuto trasferirsi in una casa più grande per fare spazio alla sedia a rotelle che temeva di dover usare a tempo pieno.
Nemmeno i migliori farmaci disponibili stavano migliorando i sintomi di Janisch-Hanzlik, e lei temeva che potessero solo peggiorare. Così, quando ha saputo di una sperimentazione della terapia con cellule CAR-T presso il Centro Medico dell’Università del Nebraska a Omaha, vicino alla città di Blair dove vive, ha chiamato la clinica ogni due mesi finché non sono stati pronti ad arruolarla come prima paziente.
Originariamente progettata per colpire e distruggere il cancro riprogrammando le cellule immunitarie del paziente, la terapia CAR-T viene ora offerta ai pazienti in centinaia di studi clinici per condizioni autoimmuni come sclerosi multipla, lupus, morbo di Graves, vasculite e molte altre. La speranza è che la CAR-T possa replicare il successo dimostrato in una serie di tumori del sangue, andando a caccia ed eliminando le cellule che attaccano il sé nelle malattie autoimmuni. Questo resettarebbe essenzialmente le difese dell’organismo a uno stato simile a quello esistente prima che la malattia prendesse piede.
La promessa e le incognite di una rivoluzione terapeutica
Ma insieme alla promessa della CAR-T arrivano rischi, domande e sfide. C’è incertezza su quanto funzionerà per l’autoimmunità e su quanto potranno durare i benefici, così come sugli effetti collaterali a lungo termine che potrebbero manifestarsi. Janisch-Hanzlik lo sapeva quando si è seduta per ricevere il trattamento sperimentale il 9 giugno 2025; provava un misto di speranza e paura, sapendo che avrebbe trascorso la settimana successiva sotto monitoraggio per effetti collaterali, tra cui una pericolosa infiammazione.
Il caso di Janisch-Hanzlik non è isolato. In tutto il mondo, centri di ricerca e ospedali stanno esplorando l’uso della terapia CAR-T al di là dell’oncologia. L’idea di fondo è affascinante: prelevare i linfociti T del paziente, modificarli geneticamente in laboratorio per riconoscere e attaccare bersagli specifici, e reinfonderli nel corpo. Nelle malattie autoimmuni, il bersaglio sono le cellule B anomale che producono autoanticorpi, responsabili dell’attacco ai tessuti sani.
I primi risultati e le sfide della ricerca
I primi studi, sebbene su piccoli numeri di pazienti, hanno mostrato risultati incoraggianti. In alcuni casi di lupus eritematoso sistemico, i pazienti hanno raggiunto una remissione duratura senza bisogno di farmaci immunosoppressori. Per la sclerosi multipla, i dati preliminari suggeriscono che la CAR-T potrebbe arrestare la progressione della malattia e, in alcuni pazienti, portare a un miglioramento dei sintomi neurologici.
Tuttavia, la strada è irta di ostacoli. Uno dei problemi principali è la sindrome da rilascio di citochine, una reazione infiammatoria sistemica che può essere grave e persino letale. I ricercatori stanno lavorando per affinare i protocolli, riducendo le dosi o utilizzando tecniche di ingegneria genetica più precise per minimizzare questi rischi. Un’altra sfida è la durata della risposta: non è chiaro se il reset immunitario sia permanente o se la malattia possa ripresentarsi dopo mesi o anni.
Un ulteriore aspetto critico è il costo. Attualmente, la terapia CAR-T per il cancro ha un prezzo che può superare le 300.000 euro per singola infusione, senza contare le spese ospedaliere. Sebbene si preveda che i costi possano scendere con l’aumento della produzione e della concorrenza, rimane una barriera significativa per l’accesso universale. In Italia, il Sistema Sanitario Nazionale valuta l’introduzione di queste terapie, ma la sostenibilità economica è un tema caldo nel dibattito pubblico.
Il punto di vista dei pazienti e della comunità scientifica
Per pazienti come Janisch-Hanzlik, la partecipazione a uno studio clinico rappresenta un atto di coraggio e di speranza. “Non avevo molto da perdere”, ha dichiarato al giornale locale. “La mia qualità di vita stava peggiorando giorno dopo giorno. Questa terapia è la mia ultima possibilità per riconquistare la mia indipendenza”. La sua storia è emblematica di migliaia di persone che vivono con malattie autoimmuni gravi e refrattarie ai trattamenti convenzionali.
La comunità scientifica italiana segue con grande attenzione questi sviluppi. Il professor Lorenzo Moretta, immunologo di fama internazionale, ha sottolineato in un recente convegno che “la CAR-T rappresenta un cambio di paradigma non solo in oncologia, ma potenzialmente in tutta la medicina. Tuttavia, dobbiamo procedere con cautela. I meccanismi dell’autoimmunità sono complessi e diversificati. Non possiamo aspettarci che una singola terapia funzioni per tutte le malattie”.
Verso un futuro di terapie personalizzate
La ricerca sta esplorando anche varianti della CAR-T, come le cellule CAR-T “armate” per secernere molecole antinfiammatorie o quelle dotate di interruttori di spegnimento per controllare la loro attività. Un’altra frontiera è rappresentata dalle cellule CAR-T derivate da donatori sani, che potrebbero essere prodotte in grandi quantità e rese disponibili “pronte all’uso”, riducendo i tempi di attesa e i costi.
Mentre Janisch-Hanzlik attende i risultati delle sue analisi, il mondo della medicina osserva con attenzione. La sua esperienza, insieme a quella di centinaia di altri pazienti arruolati negli studi, contribuirà a scrivere il prossimo capitolo della lotta contro le malattie autoimmuni. La strada è ancora lunga, ma per la prima volta dopo decenni, esiste una speranza concreta di resettare il sistema immunitario e offrire una cura definitiva a chi soffre.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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Criteri Critici
Diabete, cresce l’utilizzo di terapie innovative Medico e paziente
L’Associazione Medici Diabetologi (AMD) ha reso noti i dati degli Annali AMD, il report annuale che documenta caratteristiche cliniche, qualità dell’assistenza, trattamenti e complicanze delle persone con diabete seguite nei servizi specialistici italiani. La rilevazione, riferita ai dati raccolti nel 2025, ha coinvolto 343 centri diabetologici distribuiti sul territorio nazionale -ad eccezione della Basilicata- per un totale di oltre 700mila persone con diabete.
Precisa Andrea Da Porto, direttore del Gruppo Annali AMD:
disponiamo di un campione sempre più rappresentativo della popolazione italiana con diabete. Crescono infatti sia i centri che aderiscono al network che il numero di pazienti censiti, pari a 775.050 in quest’ultima edizione, di cui 51.013 con diabete tipo 1, 693.000 con diabete tipo 2 e 15.093 con diabete gestazionale.”
Nel complesso l’indagine rivela un aumento della quota di persone che riescono a tenere sotto controllo i livelli di glicemia e colesterolo; cresce inoltre l’impiego dei farmaci innovativi e dei microinfusori, il cui utilizzo è stato per la prima volta rilevato in questa edizione.
DT2, dati positivi sul controllo metabolico
L’89,3% del campione totale risulta affetto da diabete di tipo 2. Si tratta in maggioranza di uomini (58,8%) e con età media complessiva di 70 anni. Rispetto al passato resta stabile la quota degli over 75, anche oggi pari al 36,4%. La durata media della malattia è risultata di 12,7 anni, ma il 20,8% dei soggetti censiti convive con il diabete da oltre vent’anni. Infine, il 35,1% dei pazienti presenta obesità e il 18,1% risulta fumatore.
Il 56,3% dei pazienti risulta in target per i livelli di emoglobina glicata (≤7,0%), mentre nel 48,9% dei casi vengono raggiunti livelli di colesterolo LDL inferiore a 70 mg/dl. Livelli pressori nella norma, definiti da valori inferiori a 130/80 mmHg, riguardano il 27,9% della popolazione. Solo l’8,9% dei soggetti partecipanti all’indagine risulta in linea, contemporaneamente, con i tre target metabolici e cardiovascolari. Sottolinea Da Porto:
I dati positivi sulla gestione dell’emoglobina glicata e sul controllo del colesterolo (in regola per quasi il 49% dei pazienti, contro il 44,6% dello scorso anno) raccontano l’impegno dedicato dai diabetologi alla riduzione del rischio cardiovascolare dei propri assistiti, negli anni passati identificata come area critica. È quello che potremmo definire ‘effetto Annali’: dopo la rilevazione di un problema, si innesca una reazione di risposta per porvi rimedio.”
DT2, terapie innovative per oltre l’80% dei trattati
Sul versante dei nuovi farmaci, gli SGLT2-inibitori sono prescritti al 45,3% dei pazienti, mentre i GLP1-RA iniettivi o orali al 34,8%; il 5,5% riceve dual agonisti GLP1-RA/GIP. I DPP4-inibitori sono utilizzati nel 18,4% dei casi, mentre il ricorso a secretagoghi e glitazonici si attesta per entrambe le classi al 4,1%.
Complessivamente, l’85,6% dei pazienti assume almeno un farmaco innovativo tra SGLT2-inibitori, agonisti recettoriali del GLP-1 o dual agonist, mentre il 19% è trattato con una combinazione di SGLT2i e GLP1-RA o dual agonist.
In generale, la metformina si conferma il farmaco maggiormente impiegato, e utilizzato nel 67,6% dei casi. La terapia insulinica interessa il 32,3% dei pazienti; in dettaglio, per il 31,6% si tratta di insulina basale e per il 14,2% di insulina rapida. Per quanto riguarda la protezione cardiovascolare, il 72,4% dei pazienti è in terapia ipolipemizzante e il 67,5% assume farmaci antipertensivi.
DT2, complicanze microvascolari, una zona d’ombra
Un ambito da migliorare riguarda la gestione delle complicanze microvascolari del diabete; è infatti in calo il monitoraggio di micro e macroalbuminuria (campanello d’allarme di malattia renale), della retinopatia e del piede diabetico. Secondo Da Porto, «il fenomeno si riflette anche sul fronte terapeutico. Se da un lato cresce l’uso dei farmaci innovativi (SGLT2 inibitori, agonisti recettoriali del GLP-1o Dual Agonist) utilizzati (+8,2% rispetto allo scorso anno), dall’altro lato, farmaci ‘classici’ ma fondamentali in caso di danno renale come ACE-inibitori e sartani, non vengono impiegati in circa il 43% dei pazienti che ne avrebbero bisogno».
Tra le complicanze, la malattia renale cronica si conferma quella prevalente e interessa oltre il 50% del campione. Altre relative alla funzionalità renale sono la macroalbuminuria, presente nel 35,9% dei pazienti, e una riduzione del filtrato glomerulare al di sotto di 60 ml/min nel 31,1%. La retinopatia interessa il 17,3%, mentre la malattia cardiovascolare è riportata nel 15,2% dei casi.
Diabete di tipo 1
Il diabete di tipo 1 interessa il 6,6% della popolazione analizzata (per il 54,5% di sesso maschile), con una età media di 48,8 anni e superiore ai 65 anni nel 18,3% dei casi. Il 14,7% degli individui è obeso, e il 26,2% fumatore.
Il controllo glicemico, con livelli di emoglobina glicata ≤7,0% è raggiunto dal 50,1% dei pazienti; un corretto controllo lipidico (definito per livelli di colesterolo LDL <70 mg/dl o non-HDL <100 mg/dl), questo viene riportato nel 37,2% dei casi, mentre la pressione arteriosa risulta nella norma (valori inferiori a 130/80 mmHg) per il 40,5% dei partecipanti all’indagine. Nel complesso, il 4,3% dei pazienti risulta in target per i tre parametri.
Dal punto di vista terapeutico, il 50,1% del campione risulta in terapia insulinica; l’insulina basale è utilizzata dal 44,4% dei pazienti, mentre l’insulina rapida dal 19,9%. L’impiego di insulina basale di seconda generazione riguarda il 90,6% dei trattati.
Inoltre il 49,5% è in terapia ipolipemizzante -dato in crescita di circa il 2% rispetto alla precedente rilevazione- e il 29,8% assume terapia antipertensiva. La metformina viene utilizzata nel 5,6% dei casi.
Evidente l’impiego della tecnologia, con i microinfusori che sono utilizzati dal 21,3% dei pazienti. I primi dati sul monitoraggio continuo del glucosio CGM (per ora disponibili in circa 13.000 pazienti con DT1) mostrano margini di miglioramento ma anche i benefici dello strumento: solo un paziente su tre riesce a mantenere la glicemia nel time in range (tra 70 e 180 mg/dl) per almeno il 70% del tempo, ma la maggior parte dei pazienti evita di incorrere in episodi di ipoglicemia.
La retinopatia è la principale complicanza, e interessa il 29,5% dei pazienti, seguita da micro o macroalbuminuria nel 20,8% e da riduzione del filtrato glomerulare nell’11,3% dei pazienti. La malattia cardiovascolare interessa il 5,3% del totale pazienti analizzati.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Patologie eosinofile: diagnosi può richiedere fino a cinque anni, avverte Iurlo V-news.it
La sindrome ipereosinofila presenta un percorso diagnostico complesso, con oltre un terzo dei pazienti che attende da 1 a 5 anni per una diagnosi, mentre recenti progressi terapeutici, come l'uso di anticorpi monoclonali, offrono nuove speranze. È fondamentale sensibilizzare medici e pubblico per migliorare il riconoscimento dei sintomi e ridurre i tempi di attesa per il trattamento.
Giornata patologie eosinofile, ematologa Iurlo ‘fino a 5 anni per diagnosi’
Attesa lunga per la diagnosi
(Adnkronos) – “Oltre un terzo dei pazienti attende tra 1 e 5 anni prima di ricevere una diagnosi di sindrome ipereosinofila”. Il percorso diagnostico della Hes “è complesso, soprattutto per la necessità di escludere tutte le possibili cause secondarie o extra-ematologiche” della patologia rara, “incluse infezioni, malattie del sistema immunitario, dermatologiche e respiratorie, oltre a allergie e reazioni avverse ai farmaci”. Solo dopo questa fase di esclusione, “il ruolo dell’ematologo diventa centrale, chiamato a indagare eventuali forme mieloidi o linfoidi attraverso test molecolari sempre più sensibili e specifici, oltre alla biopsia ossea”. Così l’ematologa Alessandra Iurlo, responsabile della Struttura semplice Sindromi mieloproliferative-Ematologia del policlinico di Milano, nella Giornata mondiale delle patologie eosinofile, che si celebra oggi 18 maggio, richiama l’attenzione sulle criticità della Hes, condizione rara e sottodiagnosticata, con un’incidenza stimata intorno a 0,03 casi per 100mila abitanti l’anno e una prevalenza fino a circa 5 casi su 100mila, secondo dati della letteratura scientifica internazionale e studi epidemiologici condotti in Europa e negli Stati Uniti.
Patologie eosinofile: un quadro complesso
Le patologie eosinofile comprendono un ampio spettro di condizioni, sia reattive sia primitive, caratterizzate da un aumento persistente degli eosinofili – globuli bianchi coinvolti nella risposta immunitaria – che, se in eccesso, “possono provocare danni anche severi a diversi organi, dal cuore ai polmoni fino al sistema nervoso”. Questa condizione, se non diagnosticata e trattata in tempo, può portare a complicazioni gravi e compromettere significativamente la qualità della vita dei pazienti. La difficoltà nel riconoscere la sindrome ipereosinofila è accentuata dalla varietà dei sintomi, che possono variare da un paziente all’altro, rendendo il processo diagnostico ancora più arduo.
Progresso nella terapia della Hes
Sul fronte terapeutico, tuttavia, negli ultimi anni si registrano progressi significativi. “L’introduzione degli anticorpi monoclonali diretti contro l’interleuchina-5, come il mepolizumab – chiarisce l’esperta – ha rappresentato una svolta nella gestione della malattia, consentendo di ridurre in modo significativo la frequenza delle riacutizzazioni, con un profilo di sicurezza favorevole”. Questi farmaci offrono nuove speranze ai pazienti affetti da sindrome ipereosinofila, migliorando non solo la gestione della malattia, ma anche la qualità della vita complessiva. È fondamentale continuare a investire nella ricerca per trovare ulteriori terapie efficaci che possano aiutare a gestire questa patologia rara e complessa.
Importanza della sensibilizzazione
In occasione della Giornata mondiale delle patologie eosinofile, è essenziale aumentare la consapevolezza sia tra i professionisti della salute che tra il pubblico generale. La sindrome ipereosinofila, essendo una condizione rara, spesso passa inosservata, ma è cruciale che i medici siano formati per riconoscere i sintomi e indirizzare i pazienti verso un appropriato percorso diagnostico. Solo così si potrà ridurre il tempo di attesa per una diagnosi e garantire un intervento tempestivo, migliorando le prospettive per i pazienti affetti da questa malattia. La sensibilizzazione e l’educazione sono passi fondamentali per affrontare le sfide poste dalla sindrome ipereosinofila e dalle patologie eosinofile in generale.