Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
57.8/100
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Criteri Critici
Oncologia all'avanguardia per il Gom con la total body irradiation ReggioToday
Una nuova importante tecnologia per i pazienti con patologie onco-ematologiche approda nel Grande Ospedale Metropolitano Bianchi-Melacrino-Morelli di Reggio Calabria, amplia la propria offerta terapeutica con l’introduzione della Total Body Irradiation.
La tbi è una tecnica di radioterapia impiegata nel condizionamento dei pazienti candidati al trapianto di cellule staminali emopoietiche. Il nuovo percorso nasce dalla collaborazione tra l’unità operativa complessa di radioterapia oncologica, diretta dal dottor Sayd Al Sayyad, e l’unità di ematologia e ctmo (centro trapianti di midollo osseo), diretta dal dottor Massimo Martino, in collaborazione anche con la uoc di fisica sanitaria guidata dal dottore Sceni e il reparto di terapia post operatoria con il dottor Stefano La Scala.
Cos'è e come funzione la tecnica di radioterapia Total Body Irradiation per le patologie onco-ematologiche
La tbi è utilizzata da oltre quarant’anni nei protocolli di condizionamento pre-trapianto. A differenza della radioterapia tradizionale, che colpisce in modo mirato una specifica area del corpo, la tbi prevede l’irradiazione dell’intero organismo del paziente, con una duplice finalità clinica: da un lato sopprimere il sistema immunitario del ricevente per evitare il rigetto delle cellule staminali del donatore, dall’altro contribuire a eradicare le cellule neoplastiche residue dopo i trattamenti chemioterapici.
Le dosi e le modalità di somministrazione, generalmente frazionate su più sedute, vengono definite caso per caso in base al tipo di malattia, al protocollo di trapianto e alle condizioni generali del paziente.
Si tratta di un tassello imprescindibile nei protocolli di trapianto allogenico, in particolare per patologie come leucemie acute, linfomi e altre neoplasie del sangue, dove la combinazione di chemioterapia e irradiazione corporea totale rappresenta da decenni uno standard consolidato nei principali centri trapianto a livello nazionale e internazionale.
L'importante collegamento con il centro unico regionale trapianti di cellule staminali e terapie cellulari
L’attivazione della tbi a Reggio Calabria consente al centro unico regionale trapianti di cellule staminali e terapie cellulari Alberto Neri — punto di riferimento per l’intera Calabria e per le regioni limitrofe — di ampliare il ventaglio di protocolli di condizionamento disponibili senza la necessità, per i pazienti, di rivolgersi a centri extraregionali.
Il percorso terapeutico richiede un lavoro coordinato tra le diverse professionalità coinvolte: dalla valutazione ematologica del paziente, alla pianificazione dosimetrica curata dalla fisica sanitaria, fino all’erogazione del trattamento da parte dell’équipe di radioterapia oncologica.
Il centro trapianti reggino ha già ottenuto negli scorsi mesi il rinnovo degli accreditamenti nazionali e internazionali (centro nazionale trapianti e certificazione Jacie), requisiti indispensabili anche per l’accesso alle terapie cellulari più innovative, come le terapie Car-T. L’introduzione della tbi si inserisce in questo percorso di consolidamento e crescita dell’offerta trapiantologica della struttura.
Una tecnica introdotta con l'impiego fondamentale di tutte le professionalità del reparto di radioterapia oncologica
L’attivazione della total body irradiation non sarebbe stata possibile senza il livello di competenza raggiunto dall’intera unità operativa complessa di radioterapia oncologica del Gom, che sotto la guida del dottor Sayd Al Sayyad si è affermata negli anni come un punto di riferimento per l’oncologia radiante in Calabria, capace di stare al passo con le tecniche più avanzate impiegate nei grandi centri nazionali.
Un percorso complesso come quello della total body irradiation richiede infatti una preparazione tecnica e una precisione fuori dal comune, e a renderlo possibile è il lavoro silenzioso ma decisivo di tutte le professionalità del reparto.
Un ruolo centrale spetta ai fisici medici, che si occupano della delicatissima fase di pianificazione dosimetrica: calcolare e distribuire la dose di radiazioni sull’intero corpo del paziente in maniera il più possibile omogenea, schermando al tempo stesso gli organi più sensibili, è un’operazione ad altissimo contenuto tecnico-scientifico, che richiede competenze specialistiche di livello avanzato e un aggiornamento costante sulle tecnologie di calcolo e verifica della dose.
Senza il loro contributo, nessun trattamento di tbi potrebbe essere eseguito in sicurezza.
Determinante è anche il lavoro dei tecnici sanitari di radiologia medica, che gestiscono quotidianamente gli acceleratori lineari e garantiscono, seduta dopo seduta, che il posizionamento del paziente e l’erogazione del trattamento avvengano con la massima accuratezza. Si tratta di professionisti che uniscono rigore tecnico e sensibilità umana, dovendo affiancare pazienti spesso fragili e provati da un percorso di malattia già lungo e complesso.
A completare il quadro, il personale infermieristico del reparto garantisce quella continuità assistenziale e organizzativa senza la quale nessun percorso multidisciplinare potrebbe funzionare.
Con la tbi la radioterapia oncologica del Gom conferma il livello di prestazioni dei più importanti centri italiani
È l’insieme di queste competenze, unite e coordinate, a fare della radioterapia oncologica del Gom una realtà capace di offrire ai pazienti calabresi prestazioni di livello paragonabile a quello dei più importanti centri italiani, riducendo la necessità di emigrazione sanitaria in un momento già di per sé difficile per malati e famiglie.
Per i pazienti onco-ematologici della regione, poter contare su un protocollo di condizionamento completo — comprensivo della tbi — direttamente sul territorio significa evitare i disagi e i costi, anche emotivi, legati ai trasferimenti verso centri fuori regione, spesso necessari in una fase già di per sé delicata del percorso di cura. La possibilità di effettuare l’intero iter, dalla diagnosi al trapianto, presso il Gom rappresenta un ulteriore passo nel rafforzamento della rete oncoematologica calabrese.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?4
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.7/100
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Criteri Critici
Vercelli: al via "Più belle insieme" per le pazienti oncologiche La Sesia – Vercelli
È partito Più belle insieme, un percorso di trucco terapeutico per le pazienti della Struttura Complessa di Oncologia dell'ASL Vercelli, promosso dalla LILT di Vercelli e dall'ASL VC con la collaborazione del consorzio di formazione professionale Coverfop.
L'iniziativa nasce con l'obiettivo di offrire alle donne che stanno affrontando un percorso di cura oncologico un sostegno concreto per prendersi cura di sé e della propria immagine durante e dopo le terapie, che possono determinare cambiamenti in grado di incidere sulla percezione della propria immagine e sulla qualità della vita.
Il progetto è partito con un primo incontro formativo, il 24 settembre, rivolto in particolare alle allieve del quarto anno dell'indirizzo Estetica di Coverfop, una ventina in tutto, che da ottobre lavoreranno direttamente con le pazienti. Le oncologhe dell'ASL Chiara Saggia e Giuseppina Antonelli hanno approfondito i principi dell'oncologia, i principali effetti collaterali ed estetici delle terapie e l'approccio alle pazienti durante il percorso di cura.
Successivamente saranno le stesse allieve di Coverfop, affiancate da una docente esperta, a diventare beauty coach per le pazienti coinvolte dalla SC Oncologia. Per loro non si tratterà soltanto di imparare a truccarsi, ma di acquisire semplici strumenti per affrontare alcuni degli effetti più visibili delle terapie. Durante gli incontri saranno illustrate tecniche per ridisegnare l'arcata sopracciliare, ridefinire lo sguardo e valorizzare i lineamenti, uniformare l'incarnato e attenuare discromie e arrossamenti, oltre alle modalità di preparazione e idratazione della pelle prima del make-up.
«Chi perde i capelli, le sopracciglia, le ciglia, chi ha la pelle segnata dalle terapie, ha bisogno di guardarsi allo specchio e riconoscersi - spiega Petra Timpanaro, coordinatrice dell'indirizzo Estetica di Coverfop -. Le nostre ragazze devono imparare questo: tecniche precise, sì, ma anche stare davanti a una persona fragile senza metterla a disagio. A diciotto anni non è scontato. La lezione del 24 settembre è servita a prepararle».
Gli incontri con le pazienti si terranno nella sede di Coverfop, in quattro giornate fra il 21 ottobre e il 25 novembre, per ciascuna seduta sono previste otto partecipanti. Al termine dell’incontro riceveranno in dono un kit per il make-up offerto da LILT. «LILT e ASL ci hanno chiesto di mettere a disposizione le nostre allieve e le nostre aule – spiega Cristiano Baucè, presidente di Coverfop -. Abbiamo detto sì perché è esattamente per questo che un'istituzione formativa dovrebbe esistere. Non solo studiare, prepararsi al lavoro, ma dare un senso a quella preparazione. Queste ragazze stanno per scoprire che le mani che hanno imparato a usare in laboratorio possono fare qualcosa che va oltre il mestiere».
Domenico Manachino, presidente LILT Vercelli, aggiunge: “La collaborazione attiva a questo importante progetto nasce da tre motivazioni in primis portare un aiuto concreto nei confronti delle pazienti oncologiche, inoltre riprendere il controllo della propria immagine durante le terapie aiuta le donne a ritrovare autostima e sicurezza. Infine vogliamo costruire una collaborazione tra tre realtà importanti della vita vercellese, l'ASL VC, la scuola professionale COVERFOP e la LILT di Vercelli per sopperire ad una totale assenza di attività di questo tipo sul nostro territorio”.
«Prendersi cura significa considerare la persona nella sua interezza, andando oltre gli aspetti strettamente clinici della terapia - sottolinea il Direttore Generale dell’ASL VC, Marco Ricci -. Più belle insieme interpreta questo principio attraverso un'attenzione concreta al benessere e alla qualità della vita delle donne durante il percorso oncologico. La collaborazione con LILT e Coverfop rappresenta inoltre un esempio virtuoso di come realtà diverse del territorio possano mettere in comune competenze e sensibilità per costruire risposte attente ai bisogni delle persone».
L'iniziativa si inserisce nel percorso di attenzione al “Benessere in Oncologia”, affiancandosi ad altre esperienze già realizzate grazie alla collaborazione tra Oncologia e LILT, come la Banca della Parrucca, della quale hanno già beneficiato più di 50 donne, e la donazione dei cuscini antilinfedema, realizzati dalle allieve di Coverfop.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
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Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Sanità di eccellenza: al GOM la nuova tecnica che evita i viaggi della speranza per i malati oncologici WeSud
Il Grande Ospedale Metropolitano “Bianchi-Melacrino-Morelli” di Reggio Calabria compie un importante passo in avanti nel campo dell’onco-ematologia, ampliando l’offerta terapeutica destinata ai pazienti oncologici con l’introduzione della Total Body Irradiation (TBI). Si tratta di una sofisticata tecnica radioterapica impiegata nei protocolli di condizionamento prima del trapianto di cellule staminali emopoietiche, una risorsa fondamentale che consente oggi ai malati di affrontare percorsi di cura complessi e salvavita direttamente in Calabria, senza doversi spostare verso strutture extraregionali.
La TBI è una tecnica volumetrica avanzata (VMAT) impiegata da anni nei più importanti centri internazionali. A differenza della radioterapia tradizionale, concentrata su una specifica massa tumorale, la TBI prevede l’irradiazione mirata e controllata dell’intero organismo. La finalità è duplice: sopprimere temporaneamente il sistema immunitario del paziente per evitare il rigetto delle cellule staminali del donatore ed eliminare le cellule neoplastiche residue dopo i cicli di chemioterapia.
Un passaggio strategico nei protocolli di trapianto allogenico per patologie gravissime quali leucemie acute, linfomi e altre neoplasie del sangue. Le dosi e le modalità di erogazione, frazionate in più sedute, vengono calibrate su misura per ciascun paziente in base al tipo di patologia e alle sue condizioni generali.
L’attivazione del servizio rappresenta il frutto di una proficua collaborazione multidisciplinare tra l’Unità Operativa Complessa di Radioterapia Oncologica, diretta dal dottor Sayd Al Sayyad, e l’Unità di Ematologia e CTMO (Centro Trapianti di Midollo Osseo), guidata dal dottor Massimo Martino. Al progetto partecipano in modo determinante la UOC di Fisica Sanitaria, diretta dal dottor Sceni, e il reparto T.I.P.O. (Terapia Intensiva Post-Operatoria), con il dottor Stefano La Scala.
L’integrazione di questa tecnica rafforza il ruolo del Centro Unico Regionale Trapianti di Cellule Staminali e Terapie Cellulari “A. Neri” come punto di riferimento per l’intera Calabria e per le regioni vicine. La struttura reggina ha recentemente rinnovato gli accreditamenti del Centro Nazionale Trapianti e la prestigiosa certificazione internazionale JACIE, requisiti indispensabili anche per accedere a terapie all’avanguardia come le CAR-T.
Dietro l’avvio della TBI c’è il lavoro coordinato di un’équipe ad alta specializzazione. Un ruolo fondamentale è svolto dai fisici medici, responsabili della delicata pianificazione dosimetrica necessaria per calcolare la distribuzione omogenea delle radiazioni salvaguardando gli organi sani e sensibili.
Pari rilievo assume l’operato dei tecnici sanitari di radiologia medica (TSRM), incaricati della gestione degli acceleratori lineari e del posizionamento millimetrico del paziente, affiancati dal personale infermieristico che garantisce l’assistenza continua e l’accoglienza di malati spesso provati da lunghi percorsi di cura.
Per i pazienti onco-ematologici e le loro famiglie, la disponibilità della Total Body Irradiation a Reggio Calabria significa poter effettuare l’intero iter terapeutico — dalla diagnosi al trapianto — vicino a casa. Un traguardo significativo che riduce il peso economico ed emotivo della migrazione sanitaria, consolidando la rete oncologica calabrese su livelli di eccellenza.
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Criteri Critici
Franco Locatelli: "Le CAR-T sono la cura più promettente per i tumori. Tra 5-6 anni saranno terapia standard" huffingtonpost.it
Questo è il numero del 24 settembre 2026 della newsletter Ippocrate, firmata da Linda Varlese, su salute e medicina. Per iscriverti clicca qui.
Un tumore del fegato infantile, considerato tra i più difficili da trattare quando si mostra refrattario alle cure convenzionali, sconfitto grazie a una nuova generazione di CAR-T. È il risultato ottenuto dai ricercatori del Texas Children’s Hospital, del Baylor College of Medicine, che hanno sviluppato cellule immunitarie modificate in laboratorio capaci di persistere più a lungo nell’organismo e continuare ad attaccare le cellule tumorali. Con questa strategia hanno salvato la vita a un bambino di 3 anni con un epatoblastoma metastatico, resistente a tre diverse linee di chemioterapia, alla chirurgia per rimuovere il tumore e a due interventi per eliminare le metastasi ai polmoni. Dopo il trattamento con la nuova CAR-T, a 12 mesi il bambino non presenta più segni della malattia.
Un risultato straordinario quello pubblicato sul New England Journal of Medicine che rappresenta un passo importante in un campo ancora complesso: quello dell’impiego delle CAR-T contro i tumori solidi. Se questa immunoterapia ha già rivoluzionato il trattamento di alcuni tumori del sangue, al contrario, nei tumori solidi ha finora incontrato ostacoli molto più difficili da superare. Per comprendere meglio l'efficacia e il funzionamento di questa nuova frontiera della lotta ai tumori ci siamo rivolti al Professor Franco Locatelli che è il Direttore del Dipartimento di Onco-Ematologia e Terapia Cellulare e Genica dell'IRCCS Ospedale Pediatrico Bambino Gesù responsabile, tra le altre cose, di uno degli studi più robusti di efficacia delle CAR-T contro un tumore solido: il neuroblastoma.
Professore, partiamo dal principio: cosa sono le CAR-T e quale è il loro funzionamento nella cura dei tumori?
Si tratta di cellule che si ottengono prelevando i linfociti T del paziente, fisiologicamente deputati a proteggerci contro virus, quali quello influenzale o quello del raffreddore per dire, che vengono geneticamente modificati attraverso un processo che si chiama trasduzione con vettori o lentivirali nella larga parte dei casi o retrovirali. Dopo all'incirca un periodo di 2-4 settimane, durante il quale si fanno anche dei test di adeguata idoneità all’uso clinico, ivi incluse la determinazione della percentuale di cellule prodotte, e di assenza di contaminazioni da parte di agenti avversi, le CAR-T vengono reinfuse al paziente. Prima della reinfusione il paziente stesso riceve quella che si chiama una terapia linfodepletante che non ha lo scopo di agire In senso antitumorale, ma di creare spazio all'interno del sistema immunitario perché le cellule CAR-T si espandano adeguatamente. Tutta la manipolazione genetica avviene in locali appositamente dedicati allo scopo e approvati dall'agenzia regolatoria nazionale.
L'utilizzo delle CAR-T in alcuni tipi di tumore non è una novità. Cos'è che rende il caso di questo bambino texano così importante?
Le cellule CAR-T hanno un ruolo consolidato in tre diverse tipologie di tumori ematologici: le leucemia linfatiche acute B, i linfomi non Hodgkin B e il mieloma multiplo. Per queste tre indicazioni esistono ormai dei prodotti commercialmente approvati. Ovviamente, la grande sfida è traslarle all'ambito dei tumori solidi come è appunto il caso del bambino texano. Tuttavia, ci sono alcuni ostacoli all'efficacia delle cellule CAR-T da tenere in considerazione. Il primo è quello della necessità da parte delle cellule CAR-T di penetrare all'interno di una massa solida; la seconda necessità è quella di doversi confrontare con un microambiente tumorale che è ostile all'azione delle cellule CAR-T perché caratterizzato da popolazioni che hanno un effetto depotenziante sulle cellule CAR-T medesime; il terzo tema è che all'interno di una massa solida vi è un ambiente ipossico, caratterizzato da una bassa concentrazione di ossigeno, e acido che non giova all'azione delle cellule CAR-T.
Come hanno superato questi ostacoli i ricercatori di Houston?
Di fatto si sono trovati a testare varie strategie per superare questi ostacoli, oltre alla necessità di identificare dei bersagli che siano espressi sulle cellule tumorali, ma con minima o addirittura assente espressione per le cellule normali. Mi faccia subito dire che Houston è una sede che ha fatto 'scuola' nell'ambito delle cellule CAR-T perché lì ha lavorato e coordinato i più importanti anni un collega di origine inglese che si chiama Malcolm Brenner. Di fatto il laboratorio, dunque, ha una tradizione importante sulle CAR-T. Ebbene, loro hanno identificato il bersaglio contro il quale dirigere le CAR-T, in una molecola che si chiama GPC3 (Glipicano 3) che è espresso da cellule delle neoplasie del fegato in particolare su cellule di epatoblastoma che è un tumore tipico dell'età pediatrica che origina primitivamente dal fegato, ma che può essere anche su altre neoplasie del fegato. E in più hanno sviluppato quelle che si chiamano le Armored CAR T-cells, vuol dire che oltre che alla sequenza che riconosce il bersaglio, oltre i domini costimolatori, il costrutto genico fa sì che queste cellule producano delle interleuchine, in particolare 15 e 21, che favoriscono la proliferazione e l'espansione delle cellule CAR-T permettendo loro di durare più a lungo.
Ma perché allora non si infondono sistemicamente interleuchine per superare il problema della proliferazione e della durata dell'effetto delle CAR-T?
Perché hanno una loro tossicità e generano una reazione infiammatoria, mentre se le producono le CAR-T la loro azione è più confinata a livello locale.
Un risultato straordinario quello texano, ma si tratta di un solo caso...
È vero che è un solo caso, ma è quello che si chiama una proof of concept or proof of principal di efficacia quindi è la ragione per cui una rivista come il New England Journal of Medicine che è sempre attenta alle novità, lo fu anche nel nostro caso del neuroblastoma, ha deciso di pubblicare l'articolo dei colleghi di Houston.
Ci racconti dello studio sul neuroblastoma: sono stati trattati decine di pazienti, due su tre hanno risposto alla cura, e quattro su dieci sono andati in remissione completa, con un monitoraggio medio di oltre quattro anni
Noi del Bambino Gesù per la cura del neuroblastoma abbiamo deciso di impiegare costrutti di terza generazione che, proprio per la loro natura includente due sequenze che ottimizzano la funzione dei Linfociti T, sostanzialmente si sono dimostrate più efficaci rispetto a quelle di seconda generazione che connotano i prodotti commercialmente utilizzati. Abbiamo pubblicato prima nel 2023 poi l'anno scorso l'efficacia significativa nell'ambito di un’altra delle neoplasie solide del bambino. In questo caso il bersaglio per le CAR-T è GD2.
L'approccio innovativo del laboratorio di Houston andrà dimostrato su un più ampio numero di casi, però consolida l'efficacia dell'utilizzo delle CAR-T nella cura dei tumori solidi
Senza dubbio. Si può obiettare che servono officine farmaceutiche, che il processo manifatturiero è lungo, che ha dei costi, però questo tipo di terapia è certamente la più promettente delle immunoterapie e ha un'efficacia potenzialmente più alta nel contesto dei tumori solidi rispetto agli anticorpi monoclonali, per esempio.
Come siamo messi in Italia nella produzione di CAR-T?
In Italia le produciamo regolarmente. All'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù abbiamo in corso il trail sui tumori cerebrali e in più stiamo per aprire uno studio sull'uso delle cellule CAR-T negli osteosarcomi e negli ependimomi che sono un tipo di tumore cerebrale, perché entrambe queste neoplasia esprimono un bersaglio che di chiama FOLR1 che codifica per il recettore alfa del folato. Il nostro Paese è tutt'altro che indietro.
Quale è l'orizzonte affinché questa cura possa diventare abituale per tutti i tipi di tumore o per la maggior parte?
Non è molto lontano, ma nemmeno domani mattina. Se mi chiede quando le CAR-T diventeranno un trattamento standard, le risponderei in onestà fra un 5-6 anni, non così in là perché c'è un largo filone di investigazione. Noi per esempio stiamo anche sviluppando delle CAR-T dirette contro una molecola che si chiama B7-H3 o contro HER2 nei carcinomi della mammella. Investimenti e filoni di ricerca sono molteplici. Quello che deve passare, però, è che il GPC3, un ottimo target per i tumori del fegato e anche per qualche altra neoplasia, non può andare bene per tutto. Come al contrario non si pensi di trattare con le CAR-T GD2 efficaci nel neuroblastoma, il carcinoma del pancreas. Va identificata la specificità del bersaglio per ogni singola neoplasia.
Per idee, suggerimenti, correzioni o se desiderate che Ippocrate approfondisca un tema in particolare, potete scrivere a linda.varlese@huffpost.it. Mi trovate anche su Facebook https://www.facebook.com/linda.varlese e su Instagram (@linda_varlese).
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Tumori, l’esercizio fisico entra nel percorso di cura: "Deve diventare parte della terapia" RiminiToday
L'esercizio fisico come strumento terapeutico per i pazienti oncologici è stato al centro dell'incontro "Meet the Professor", svoltosi giovedì (25 settembre) nel pomeriggio nell'Aula G del Padiglione Ovidio dell'ospedale Infermi di Rimini. Relatore d'eccezione Francesco Bettariga, clinico specializzato in Exercise Medicine in oncologia, ricercatore presso la University of Technology Sydney e docente in corsi nazionali e internazionali.
"L'Exercise Medicine significa applicare in modo strutturato l'esercizio fisico alle persone con tumore – spiega Bettariga –. Oggi sappiamo che rappresenta una strategia importante per gestire gli effetti collaterali dei trattamenti e contribuire a migliorarne gli esiti. È uno strumento terapeutico che dobbiamo mettere a disposizione dei pazienti: l'accesso a programmi di esercizio adeguati deve diventare parte del percorso di cura".
Il progetto "Spazi di Salute"
L'incontro rientra nel progetto "Spazi di Salute", promosso dai Rotary Club dell'Area Romagna Sud (Rimini Riviera, Riccione Cattolica, Novafeltria Alto Montefeltro e Riccione Perla Verde) e di San Marino, con il coordinamento del Rotary Club Rimini, capofila del District Grant del Distretto 2072. Il progetto è realizzato in partnership con Oltre la Ricerca OdV e con la collaborazione dell'Ausl della Romagna e dell'Istituto per la Sicurezza Sociale della Repubblica di San Marino.
L'obiettivo è diffondere una cultura in cui l'esercizio fisico diventi alleato della prevenzione e componente integrante dei percorsi di cura.
"Questa iniziativa ha un valore particolare perché traduce le evidenze scientifiche in opportunità concrete per i pazienti e mette in rete sei ospedali, le palestre di riabilitazione e le comunità della provincia di Rimini e di San Marino – sottolinea Francesca Raggi, direttrice medica del Presidio ospedaliero di Rimini –. L'attività fisica è uno strumento di salute lungo tutto l'arco della vita e assume un valore ancora maggiore durante percorsi terapeutici impegnativi. Promuoverne l'utilizzo significa aiutare le persone a stare meglio, affrontare le cure nelle migliori condizioni possibili e diventare parte attiva del proprio percorso di salute".
Francesca Gabellini, presidente di Oltre la Ricerca OdV, ha ricordato la missione dell'associazione: "Oltre la Ricerca è un'Associazione di volontariato impegnata nel sostegno alla ricerca e nei progetti rivolti ai pazienti con tumore del pancreas e alle loro famiglie, con una particolare attenzione anche alla sensibilizzazione e alla formazione - aggiunge Gabellini -. Con 'Spazi di Salute' contribuiamo a diffondere conoscenza e consapevolezza sul ruolo dei corretti stili di vita nella prevenzione e sul valore dell'esercizio fisico anche durante il percorso di cura".
"È un progetto articolato su più livelli – conclude Fabrizio Santarini, presidente del Rotary Club Rimini Riviera – dalla sensibilizzazione della popolazione a una componente più tecnica, che prevede l'acquisto e l'installazione di attrezzature destinate a migliorare l'approccio alla cura potenziando le dotazioni della medicina riabilitativa. Siamo lieti di contribuire concretamente alla sua realizzazione".
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Nasce per curare i tumori ma può rivoluzionare la menopausa: la molecola che protegge le ossa e fa perdere peso LeccoToday
Un farmaco sperimentale, sviluppato in origine per combattere i tumori, potrebbe rappresentare una svolta terapeutica per milioni di donne alle prese con gli effetti indesiderati della menopausa. È quanto emerge da una ricerca della University of East Anglia, e pubblicata su npj drug discovery, che rivela come la molecola aiuti a preservare la densità ossea e a contrastare l’accumulo di grasso in eccesso nelle donne in post-menopausa, offrendo una potenziale risposta a due problematiche cliniche fortemente correlate.
Dalla terapia oncologica alla salute ossea: la molecola “due in uno”
La molecola, denominata CADD522, era stata progettata inizialmente come inibitore di una proteina che promuove lo sviluppo e la disseminazione di diverse forme tumorali. Durante la valutazione delle sue proprietà, i ricercatori hanno osservato però una risposta biologica inattesa: l’inibizione di questa specifica via di segnalazione molecolare interferisce direttamente con i meccanismi di degradazione del tessuto osseo che si innescano con il calo ormonale tipico della menopausa. Poteva quindi rivelarsi promettente come farmaco per il trattamento delle comorbidità tipiche della menopausa.
Nei test blocca l'osteoporosi e brucia i grassi in eccesso senza alterare il metabolismo
Come illustrato dai colleghi di Today.it, per testarne l’efficacia, gli autori dello studio hanno quindi fatto ricorso a modelli animali con scompensi ormonali idonei a simulare gli effetti della menopausa. E i risultati hanno confermato le speranze degli scienziati: gli esemplari trattati con CADD522 per un periodo di 8 settimane hanno mostrato miglioramenti significativi nella struttura scheletrica, un incremento del volume osseo e una migliore conservazione dell’architettura trabecolare interna delle ossa, senza alterare il fisiologico ciclo di rimodellamento osseo.
"Un particolare importante - spiega Darrell Green, ricercatore della University of East Anglia che ha partecipato allo studio - perché molti farmaci oggi utilizzati contro l’osteoporosi agiscono sopprimendo completamente la perdita di tessuto osseo, e questo a volte può determinare problemi sul lungo periodo”.
Metabolismo e peso corporeo
Oltre ai benefici sulla densità dello scheletro, lo studio ha identificato effetti marcati anche sul profilo metabolico. Gli animali che hanno ricevuto il farmaco hanno infatti perso peso corporeo rispetto al gruppo di controllo, anche a parità di apporto calorico. Le analisi hanno confermato una riduzione del grasso corporeo generale e un minore accumulo di adipe all’interno del midollo osseo, un fenomeno frequentemente associato all’invecchiamento scheletrico e al deterioramento della qualità dell’osso.
Le indagini condotte sui tessuti cerebrali degli animali hanno inoltre rivelato la capacità del composto di preservare i livelli di acidi grassi essenziali, tra cui gli omega-3, ripristinando un profilo lipidico analogo a quello dei soggetti sani. Questo dettaglio suggerisce possibili implicazioni positive anche nei confronti del declino cognitivo o delle alterazioni neurologiche associate alla menopausa, sebbene tali aspetti richiederanno approfondimenti dedicati.
Un cambio di paradigma
I risultati preliminari sulla tollerabilità del composto indicano un profilo di sicurezza favorevole. Test condotti su modelli murini e canini hanno confermato la fattibilità della somministrazione per via orale. Inoltre, le analisi di farmacocinetica su tessuti umani indicano che CADD522 viene metabolizzato più lentamente rispetto a quanto osservato nei modelli animali, un elemento che potrebbe tradursi in una maggiore stabilità terapeutica nei futuri studi clinici sull’uomo.
“Oggi i trattamenti per l’osteoporosi e la menopausa non mancano, ma molti sono gravati da effetti collaterali, problemi di sicurezza o schemi di somministrazione scomodi che rendono difficile l’aderenza terapeutica a lungo termine - sottolinea Green - Quello che abbiamo scoperto è un modo completamente nuovo di affrontare il problema: un farmaco originariamente sviluppato per fermare il cancro che potrebbe aiutare milioni di donne che affrontano la duplice sfida delle ossa fragili e dell’aumento di peso nella mezza età. La nostra speranza è che questo lavoro possa portare a una nuova generazione di trattamenti per l’osteoporosi in grado di contrastare la perdita ossea e al contempo affrontare alcune delle più ampie conseguenze metaboliche della menopausa”.
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In cosa consiste la nuova scoperta della scienza che aiuta nella diagnosi precoce di un tumore Microbiologia Italia
Scopri in cosa consiste la nuova scoperta della scienza che aiuta nella diagnosi precoce di un tumore e i suoi benefici.
Questo articolo esplora in dettaglio la recente scoperta scientifica che permette di intercettare segnali di rischio oncologico nel sangue anni prima della comparsa clinica della malattia. Sarà utile a chiunque sia interessato alla prevenzione, ai professionisti della salute, ai ricercatori e alle persone con fattori di rischio familiari o personali, perché offre strumenti concreti per comprendere come la scienza stia trasformando la lotta contro i tumori attraverso approcci non invasivi e predittivi.
Introduzione
La diagnosi precoce del tumore rappresenta da sempre una delle sfide più urgenti dell’oncologia moderna. Individuare una neoplasia nelle sue fasi iniziali aumenta drasticamente le probabilità di guarigione e riduce la necessità di trattamenti aggressivi. Negli ultimi mesi la scienza ha compiuto un passo significativo: ricercatori dell’Università di Toronto, dell’Ontario Institute for Cancer Research e di Oxford Population Health hanno dimostrato che il tumore lascia tracce molecolari nel sangue fino a otto anni prima della diagnosi clinica.
Lo studio, pubblicato su Cell Genomics, ha analizzato campioni di plasma conservati di 491 partecipanti all’Ontario Health Study, tutti liberi da diagnosi oncologica al momento del prelievo. Confrontando chi avrebbe sviluppato un cancro della prostata o della mammella con chi sarebbe rimasto sano, gli scienziati hanno individuato cambiamenti epigenetici nel DNA libero circolante (cfDNA). Queste modificazioni, legate soprattutto a regioni regolatorie chiamate silencer e enhancer, riflettono la risposta dell’organismo alle primissime fasi della malattia.
Questa nuova scoperta sulla diagnosi precoce non si limita a un singolo tipo di neoplasia. Parallelamente, un test chiamato PANXEON, descritto su Nature Medicine, ha mostrato capacità elevate di intercettare il tumore del pancreas in stadio I e II e addirittura lesioni precancerose. Insieme, questi risultati delineano un futuro in cui un semplice prelievo di sangue potrà stratificare il rischio e guidare controlli mirati.
Corpo centrale
I meccanismi molecolari alla base della scoperta
Il DNA libero circolante deriva dalla morte cellulare fisiologica e patologica. Nelle fasi iniziali di un tumore, le cellule cancerose e il microambiente circostante rilasciano frammenti di DNA con pattern di metilazione anomali. La metilazione agisce come un interruttore epigenetico che regola l’espressione genica senza alterare la sequenza del DNA.
Nello studio su prostata e mammella, le regioni silencer (che normalmente spengono i geni) mostravano alterazioni particolarmente informative per il cancro prostatico. Le persone classificate ad alto rischio presentavano un rischio di successiva diagnosi 3,55 volte maggiore, con segnali rilevabili da cinque a otto anni prima. Per il tumore al seno i segnali riguardavano soprattutto gli enhancer e risultavano un po’ meno robusti, ma comunque presenti tra un anno e mezzo e otto anni prima della diagnosi.
Questi cambiamenti non rappresentano necessariamente frammenti di una massa già formata, ma la risposta immunitaria e infiammatoria dell’organismo alle primissime alterazioni cellulari. Si tratta quindi di un segnale biologico sistemico, non solo tumorale.
Il test PANXEON e il pancreas
Il tumore del pancreas è notoriamente difficile da intercettare precocemente perché rimane asintomatico a lungo. PANXEON combina tre biomarcatori: microRNA circolanti, microRNA contenuti negli esosomi e la proteina CA19-9. Un algoritmo di intelligenza artificiale fonde questi dati in un unico punteggio di rischio.
In uno studio internazionale su quasi 1.800 persone, il test ha identificato correttamente l’86-87% dei casi di stadio I e II, con un tasso di falsi positivi del 3% nei soggetti a basso rischio e intorno al 15-16% in quelli ad alto rischio. Ancora più rilevante, ha riconosciuto la displasia di alto grado (spesso considerata stadio 0) in oltre il 64% dei casi.
Questa capacità di intercettare lesioni precancerose apre la possibilità di interventi prima che il cancro diventi invasivo, un obiettivo considerato fino a poco tempo fa quasi irraggiungibile per il pancreas.
Vantaggi rispetto agli screening tradizionali
Gli screening attuali (mammografia, PSA, colonscopia, TAC a basso dosaggio) sono efficaci ma presentano limiti di specificità, invasività o copertura. Un test basato sul cfDNA o sui microRNA offre diversi vantaggi:
Non invasività: basta un prelievo di sangue.
Possibilità di ripetizione nel tempo senza rischi cumulativi di radiazioni.
Capacità di stratificare il rischio e indirizzare solo i soggetti ad alto rischio verso esami più approfonditi.
Potenziale di copertura di tumori attualmente privi di screening di popolazione, come il pancreas.
La diagnosi precoce del tumore tramite questi approcci non sostituisce gli screening consolidati, ma li completa, riducendo il numero di esami inutili e aumentando l’efficienza del sistema sanitario.
Limitazioni e prospettive future
I risultati sono ancora in fase di validazione. Lo studio su prostata e mammella si basa su campioni archiviati e richiede conferme prospettiche su coorti più ampie. PANXEON mostra performance eccellenti ma necessita di ulteriori studi per ridurre i falsi positivi nei gruppi ad alto rischio e definire protocolli clinici precisi.
Le prossime tappe includono:
Validazione in studi prospettici multicentrici. Integrazione con dati clinici e di imaging. Sviluppo di pannelli multi-cancro che combinino metilazione, microRNA e proteine. Valutazione costo-efficacia per l’introduzione nei sistemi sanitari pubblici.
La ricerca sta già esplorando l’uso di intelligenza artificiale per migliorare la sensibilità e la specificità, nonché l’analisi di altri fluidi corporei e del microbioma intestinale come possibili biomarcatori aggiuntivi.
Impatto sulla pratica clinica e sulla popolazione
Per i medici di medicina generale e gli oncologi, queste scoperte offrono uno strumento di triage: identificare chi merita controlli più intensi e chi può essere seguito con minore intensità. Per le persone con storia familiare di tumore, un test predittivo potrebbe guidare decisioni personalizzate su stile di vita, frequenza di controlli e, in alcuni casi, interventi preventivi.
Dal punto di vista della sanità pubblica, la possibilità di intercettare il cancro anni prima della diagnosi clinica potrebbe ridurre significativamente la mortalità e i costi legati alle terapie avanzate. La diagnosi precoce resta la strategia più efficace per migliorare gli outcome, e queste innovazioni molecolari rappresentano un’evoluzione naturale degli screening tradizionali.
Conclusioni
La nuova scoperta sulla diagnosi precoce del tumore dimostra che segnali molecolari circolanti possono anticipare di anni la comparsa clinica della malattia. Sia le firme di metilazione del cfDNA per prostata e mammella sia il pannello multi-biomarcatore PANXEON per il pancreas aprono scenari concreti di prevenzione personalizzata. Sebbene ulteriori validazioni siano necessarie, la direzione è chiara: la scienza sta spostando l’attenzione dalla diagnosi tardiva alla predizione e all’intercettazione precoce. Integrare questi strumenti nei percorsi di prevenzione potrà salvare vite e migliorare la qualità della vita di migliaia di persone.
Domande Frequenti
Chi può beneficiare maggiormente di questi nuovi test predittivi? Le persone con familiarità per tumori solidi, età superiore ai 50 anni o fattori di rischio noti rappresentano il target principale. Consiglio: consulta sempre il medico di famiglia prima di richiedere test sperimentali.
Cosa esattamente rilevano questi esami del sangue? Rilevano pattern di metilazione del DNA libero circolante o combinazioni di microRNA e proteine associate alle fasi iniziali del tumore. Consiglio: non interpretare mai un risultato isolato senza conferma clinica.
Quando si prevede che questi test entrino nella pratica routinaria? I tempi dipendono da validazioni prospettiche e approvazioni regolatorie; alcuni potrebbero arrivare entro pochi anni per gruppi selezionati. Consiglio: resta aggiornato tramite fonti scientifiche affidabili e non affidarti a promesse premature.
Come funzionano in pratica i nuovi approcci di diagnosi precoce? Si basa su un prelievo di sangue, estrazione del materiale genetico o proteico, analisi con tecnologie di sequenziamento o PCR e interpretazione tramite algoritmi di intelligenza artificiale. Consiglio: privilegia centri che partecipano a studi clinici controllati.
Dove è possibile accedere a queste innovazioni oggi? Attualmente sono disponibili principalmente all’interno di protocolli di ricerca in centri specialistici di oncologia e università. Consiglio: verifica se esistono studi aperti nella tua regione attraverso le reti oncologiche nazionali.
Perché è importante investire nella diagnosi precoce molecolare? Perché intercettare il tumore anni prima della comparsa clinica aumenta drasticamente le probabilità di cura e riduce l’impatto delle terapie aggressive. Consiglio: combina sempre prevenzione primaria (stile di vita) con screening secondari appropriati.
Fonti
Cheng N. et al., Pre-diagnosis plasma cell-free DNA reveals early signatures of prostate and breast cancer risk up to eight years prior to clinical detection, Cell Genomics, 2026. https://www.cell.com/cell-genomics/fulltext/S2666-979X(26)00226-0
Xu C. et al., Liquid biopsy for early detection of pancreatic ductal adenocarcinoma, Nature Medicine, 2026. https://doi.org/10.1038/s41591-026-04625-x
Oxford Population Health, Blood tests could identify early signs of cancer years before diagnosis, 2026. https://www.ox.ac.uk/news/2026-09-23-blood-tests-could-identify-early-signs-of-cancer-years-before-diagnosis
Microbiologia Italia, Diagnosi Precoce di un Tumore: Metodi e Importanza. https://www.microbiologiaitalia.it/oncologia/diagnosi-precoce-di-un-tumore/
Microbiologia Italia, Biopsia Liquida: Una Tecnologia nella Gestione del Cancro al Colon. https://www.microbiologiaitalia.it/medicina/biopsia-liquida-cancro-al-colon/
Crediti fotografici
Immagine in evidenza generata con AI – Link
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Mieloma multiplo: la nuova CAR-T fa rispondere il 100% dei pazienti. Cosa significa davvero questo dato? Mondosanità
Il dato cattura immediatamente l’attenzione: tutti i 38 pazienti trattati hanno risposto alla nuova terapia CAR-Tcontro il mieloma multiplo. Di questi, ben 30 (pari al 79%) hanno raggiunto una risposta completa.
Sono numeri difficili da ignorare, soprattutto perché riguardano persone con una malattia avanzata, già ricomparsa o diventata resistente a molteplici trattamenti. Ma è fondamentale chiarire un punto: “100% di risposta” non significa guarigione, né garantisce che la terapia funzionerà esattamente allo stesso modo su larga scala.
Lo studio, pubblicato sul New England Journal of Medicine, è una fase 1: un primo passaggio clinico servito a valutare sicurezza, dosaggio e fattibilità. Si tratta di un segnale fortissimo, ma non ancora di una prova definitiva.
Che cos’è il mieloma multiplo
Il mieloma multiplo è un tumore delle plasmacellule, le cellule del sistema immunitario che producono anticorpi. Quando diventano tumorali, si accumulano nel midollo osseo causando anemia, dolori e fragilità ossea, insufficienza renale e forte vulnerabilità alle infezioni.
Negli ultimi anni la sopravvivenza è aumentata grazie a farmaci immunomodulanti, inibitori del proteasoma, anticorpi monoclonali e terapie cellulari. Il mieloma, tuttavia, resta una malattia complessa: può regredire e poi ripresentarsi attraverso cellule diventate resistenti.
Per questo motivo, una risposta positiva agli esami non coincide automaticamente con la guarigione definitiva.
Come funziona la terapia CAR-T e cos'ha di diverso anito-cel
La terapia CAR-T riprogramma i linfociti T del paziente stesso. Le cellule vengono prelevate, modificate geneticamente in laboratorio per riconoscere un bersaglio tumorale specifico, moltiplicate e reinfuse nell'organismo.
Anito-cel (anitocabtagene autoleucel) è progettato per aggredire la BCMA, una proteina espressa in grandi quantità sulle cellule del mieloma.
La sua vera novità risiede nel recettore sintetico d-domain: progettato per legarsi alla proteina BCMA e poi staccarsene con una velocità controllata. L’obiettivo è mantenere un'elevata efficacia antitumorale riducendo l'eccessiva reazione infiammatoria e neurologica.
Un’ipotesi tecnologica molto promettente, anche se solo futuri studi comparativi diretti potranno stabilire se sia davvero superiore alle altre CAR-T già in uso.
Chi erano i pazienti arruolati
Nello studio sono state arruolate 40 persone (38 quelle che hanno completato l'infusione), tutte con mieloma recidivato o refrattario. Avevano già affrontato almeno tre linee di cura o mostravano resistenza ai principali farmaci disponibili: pazienti con pochissime alternative terapeutiche.
Con un follow-up mediano di 38,1 mesi — un periodo lungo per una fase 1 — i ricercatori hanno tracciato la durata dell'efficacia:
100% di risposte complessive;
79% di risposte complete;
29,1 mesi di durata mediana della risposta;
30,2 mesi di sopravvivenza mediana senza progressione della malattia;
A 3 anni, la sopravvivenza complessiva stimata era del 65%.
Al momento dell’analisi, 13 pazienti (il 34%) mantenevano ancora la risposta. Questo dato spiega perché "risposta" non equivalga a "guarigione": in una parte dei pazienti la malattia è purtroppo tornata a presentarsi nel tempo.
Cosa si intende per “risposta completa”
Nel mieloma, la risposta completa indica che gli esami del sangue, delle urine e del midollo osseo non rilevano più tracce visibili della malattia.
Tuttavia, possono rimanere microscopiche quantità di cellule tumorali (la cosiddetta malattia minima residua). Per questo la vera efficacia si misura nel tempo: valutando quanti anni i pazienti vivono liberi da progressione e con una buona qualità di vita.
Tossicità ed effetti collaterali: i dati sulla sicurezza
Trattandosi di terapie molto potenti, le tossicità non sono marginali:
Il 97% dei pazienti ha sviluppato un evento avverso di grado 3 o superiore, principalmente citopenie (calo delle cellule del sangue).
Il 94% ha manifestato la sindrome da rilascio di citochine (una forte reazione infiammatoria con febbre e sbalzi di pressione), ma solo di grado lieve-moderato (1 e 2) alla dose definitiva.
Il 16% ha avuto neurotossicità lieve (ICANS) e solo un paziente (3%) ha registrato un evento di grado 3.
Un profilo di sicurezza incoraggiante, ma che dovrà essere confermato su numeri più ampi.
Perché la fase 1 è solo il primo passo
Lo studio non aveva un gruppo di controllo e comprendeva un numero limitato di persone (38). I risultati dovranno ora essere confermati dalle fasi 2 e 3, fondamentali per:
Testare la terapia su centinaia di pazienti;
Confrontarla direttamente con i trattamenti standard;
Rilevare eventuali effetti collaterali più rari;
Valutare l'impatto reale su sopravvivenza e qualità di vita.
Lo studio è stato finanziato da Arcellx e Kite (gruppo Gilead), un legame d'interesse importante da segnalare per trasparenza scientifica.
Oltre il farmaco: le sfide di gestione e accesso
Le CAR-T non sono farmaci pronti all'uso. Richiedono una complessa filiera di produzione personalizzata, ricoveri dedicati ed équipe mediche ad altissima specializzazione per gestire le complicanze.
In Italia la sfida futura non sarà solo l'approvazione del farmaco, ma anche la capacità produttiva, i tempi di attesa e la disponibilità omogenea dei centri autorizzati su tutto il territorio nazionale.
CONCLUSIONE
Anito-cel ha mostrato risultati straordinari: risposta in tutti i pazienti trattati e remissione completa in quasi 8 casi su 10, in una popolazione con malattia avanzata e refrattaria.
La prudenza nel leggere questi dati non serve a ridimensionare la scoperta, ma a collocarla nella giusta prospettiva: non siamo ancora davanti a una guarigione certa, ma a una delle promesse cliniche più solide e interessanti degli ultimi anni.
FONTI (REFERENZE SCIENTIFICHE)
Frigault MJ et al. Phase 1 Study of Anito-cel, a d-Domain BCMA CAR T Cell for Refractory or Recurrent Myeloma. New England Journal of Medicine, 23 settembre 2026. Studio originale
Anito-cel for Multiple Myeloma. Editoriale di accompagnamento, New England Journal of Medicine, 2026. Editoriale scientifico
ClinicalTrials.gov. Phase 1 Study of Anitocabtagene Autoleucel – NCT04155749. Registro dello studio.
ASL Bari – “Nutricolon”: prevenzione, screening e corretti stili di vita – Percorso di educazione alimentare per pazienti, caregiver e familiari - PugliaLive
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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ASL Bari – “Nutricolon”: prevenzione, screening e corretti stili di vita – Percorso di educazione alimentare per pazienti, caregiver e familiari PugliaLive
Progetto innovativo e multidisciplinare attivo da giugno incollaborazione tra la UOSVD Screening Colon-Retto e il SIAN Area Nord. Obiettivo: prevenire il tumore del colon-retto con incontri informativi, counseling personalizzato, diagnosi precoce e una sana alimentazione
Bari, 26 settembre 2026– La prevenzione comincia a tavola, nella vita di ogni giorno, e riguarda tutti: chi è stato già operato per tumore al colon-retto, il familiare e anche la persona sana che presenta fattori di rischio. È partito nei giorni scorsi il progetto“A scuola di nutrizione: percorso di educazione alimentare per pazienti, caregiver e familiari”, una delle attività previste nell’ambito della sperimentazione “NutriColon: promuovere la salute del colon con la corretta alimentazione”, attivo da giugno grazie alla collaborazione tra laUOSVD Screening Colon-Rettoe ilSIAN Area Nord, di cui sono responsabili rispettivamente il dr. Alessandro Azzarone e la dr.ssa Maria Grazia Forte.
L’iniziativa rappresenta un modello innovativo di prevenzione del tumore del colon-retto, perché integra screening, counseling nutrizionale ed educazione ai corretti stili di vita in un unico percorso multidisciplinare, gratuito e centrato sulla persona.
Il progetto si sviluppa attraverso tre assi di intervento. Il primo è dedicato ai cittadini risultati positivi al test per la ricerca del sangue occulto nelle feci ma con colonscopia negativa per neoplasia. Si tratta di persone che, pur non avendo una diagnosi di tumore, rappresentano una popolazione sulla quale è possibile intervenire precocemente per modificare i fattori di rischio e promuovere comportamenti salutari.
Il secondo asse coinvolge i familiari dei pazienti arruolati e i soggetti sani che presentano fattori di rischio o sintomi gastrointestinali rilevanti. Per loro sono previste agende endoscopiche dedicate, con l’obiettivo di favorire una diagnosi precoce e un accesso appropriato ai percorsi di prevenzione.
Il terzo asse è rivolto ai pazienti già operati per tumore del colon-retto e inseriti nel follow-up clinico. In questo caso l’obiettivo è la prevenzione terziaria, riducendo il rischio di recidive attraverso il controllo dei fattori di rischio modificabili e il supporto nutrizionale.
L’integrazione dei tre assi consente di accompagnare le persone lungo tutte le fasi della prevenzione: dalla promozione della salute alla diagnosi precoce, fino alla presa in carico dei pazienti già trattati per la malattia.
Elemento qualificante del progetto è ilcounseling nutrizionale personalizzato, offerto gratuitamente a tutti i partecipanti e ai loro familiari che scelgono di aderire. L’obiettivo è trasformare le raccomandazioni scientifiche in comportamenti concreti e sostenibili nella vita quotidiana.
«Con NutriColon – spiega il direttore generale Luigi Fruscio – la ASL conferma il proprio impegno nel costruire percorsi sempre più integrati tra prevenzione, assistenza ed educazione sanitaria, mettendo al centro la persona e promuovendo una cultura della salute fondata sulla diagnosi precoce, sulla corretta alimentazione e sull’adozione di stili di vita sani: un’azione di sanità pubblica che parte dalla quotidianità delle persone, dalle loro case prim’ancora che nelle strutture sanitarie».
In questo contesto si inserisce il ciclo di incontri“A scuola di nutrizione”, articolato in tre appuntamenti: il primo si è svolto il 24 settembre, mentre i successivi sono programmati per il22 ottobree il26 novembre. Gli incontri sono rivolti a pazienti, caregiver e familiari e hanno lo scopo di fornire strumenti pratici per adottare un’alimentazione equilibrata e stili di vita salutari, riconosciuti tra i principali fattori di prevenzione del tumore del colon-retto.
«NutriColon – sottolinea la dr.ssa Maria Grazia Forte – rappresenta un esempio concreto di integrazione tra i tre livelli della prevenzione. Agisce sullaprevenzione primaria, promuovendo la modifica dei fattori di rischio attraverso l’educazione alimentare e sani stili di vita; sullaprevenzione secondaria, valorizzando il ruolo dello screening, del counseling nutrizionale e dei percorsi endoscopici dedicati; e sullaprevenzione terziaria, accompagnando i pazienti con pregresso tumore del colon-retto nel percorso di follow-up con interventi mirati a ridurre il rischio di recidive».
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Batteri “corrieri” contro il cancro: entrano nel tumore e rilasciano la cura dall’interno Mondosanità
Alcuni batteri, infatti, possiedono una capacità singolare: raggiungere e colonizzare le zone più profonde, scarsamente ossigenate e poco irrorate dei tumori solidi, dove molti farmaci e perfino alcune cellule del sistema immunitario penetrano con difficoltà. Un approfondimento pubblicato su Nature descrive queste nuove terapie viventi: microrganismi geneticamente attenuati e programmati per trasportare farmaci, citochine, molecole immunostimolanti o persino istruzioni genetiche direttamente nella massa tumorale. L’obiettivo è aumentare l’efficacia delle cure limitando l’esposizione dei tessuti sani e, quindi, gli effetti collaterali.
Perché i batteri si dirigono verso i tumori Le masse tumorali non sono tessuti omogenei. Crescendo rapidamente, possono sviluppare aree con poco ossigeno, scarsa disponibilità di nutrienti e zone di necrosi. È un ambiente ostile per molte cellule dell’organismo, ma favorevole alla proliferazione di alcuni batteri. Ceppi attenuati di Salmonella Typhimurium, Escherichia coli Nissle e altri microrganismi possono quindi accumularsi preferenzialmente nel tumore. Con le tecniche di biologia sintetica vengono trasformati in minuscole “fabbriche di farmaci”: una volta arrivati a destinazione producono o liberano il principio terapeutico. I possibili carichi comprendono: sostanze che richiamano e attivano i linfociti, citochine come interleuchine, enzimi che trasformano un profarmaco inattivo in chemioterapico, anticorpi e frammenti diretti contro i checkpoint immunitari, tossine capaci di uccidere selettivamente le cellule tumorali, materiale genetico e virus oncolitici.
Il rilascio può essere programmato affinché avvenga quando i batteri raggiungono una certa densità, incontrano le condizioni tipiche del tumore oppure ricevono un comando esterno. Il caso raccontato da Nature L’articolo apre con la storia di John Heller, colpito nel 2023 da un carcinoma pancreatico avanzato. L’uomo entrò in contatto con Daniel Saltzman, chirurgo dell’Università del Minnesota impegnato nello sviluppo di una terapia basata su Salmonella geneticamente modificata per portare nel tumore interleuchina-2, una potente molecola capace di attivare il sistema immunitario. La vicenda è suggestiva, ma non rappresenta da sola una dimostrazione di efficacia. Il decorso di un singolo paziente può dipendere da numerosi fattori e non consente di stabilire quanto del risultato sia attribuibile al trattamento sperimentale. Servono sperimentazioni controllate su gruppi più ampi. Una fabbrica terapeutica dentro il tumore Il vantaggio teorico è importante. Somministrata in tutto l’organismo, una citochina come l’interleuchina-2 può provocare tossicità severe. Produrla direttamente nel tumore potrebbe consentire di raggiungere localmente concentrazioni elevate riducendo quelle nel sangue e negli organi sani. Un’altra piattaforma sperimentale utilizza E. coli Nissle 1917, un ceppo di origine probiotica, modificato per produrre ossido nitrico nel microambiente tumorale. Nei modelli animali il trattamento ha ridotto l’ipossia, modificato i vasi sanguigni anomali e reso il tumore più sensibile all’immunoterapia anti-PD-L1. Si tratta, però, ancora di risultati ottenuti prevalentemente nei topi. � Nature Biotechnology +1 Altri ricercatori stanno trasformando i batteri in vettori di virus oncolitici. Una Salmonella ingegnerizzata è stata utilizzata per trasportare nel tumore l’RNA del Senecavirus A, avviando un’infezione selettiva capace di distruggere le cellule cancerose nei modelli preclinici. Il batterio funziona, in questo caso, come un involucro biologico che protegge il materiale virale durante il viaggio. Anche chemio e immunoterapia nello stesso microrganismo Una delle linee più avanzate combina più funzioni. Un E. coli sperimentale è stato progettato per trasformare la 5-fluorocitosina, relativamente inattiva, in 5-fluorouracile direttamente nel tumore. Contemporaneamente produce un superagonista dell’interleuchina-15 e un nanocorpo contro PD-L1, associando chemioterapia locale e stimolazione immunitaria. Anche in questo caso, però, la prova disponibile è preclinica e non autorizza a parlare di una cura già applicabile ai pazienti. I rischi da risolvere La grande sfida resta la sicurezza. Un batterio terapeutico deve raggiungere il tumore senza provocare infezioni, sepsi o infiammazione incontrollata. Deve inoltre essere eliminabile, non trasferire i geni inseriti ad altri microrganismi e non colonizzare stabilmente l’intestino o altri organi. Per aumentare il controllo, i ricercatori stanno sviluppando: ceppi fortemente attenuati; interruttori genetici di autodistruzione; dipendenza da nutrienti presenti soprattutto nel tumore; sensibilità conservata agli antibiotici; circuiti che attivano il carico solo nel microambiente tumorale. Una revisione del 2026 sottolinea infatti che gli “smart bugs” hanno ridotto la crescita tumorale in numerosi modelli sperimentali, ma non hanno ancora dimostrato in modo convincente la stessa efficacia nell’uomo.
Una frontiera promettente, non una cura disponibile L’articolo di Nature fotografa dunque una piattaforma in rapido sviluppo, non l’arrivo di una terapia già pronta per l’uso ordinario. La maggior parte dei risultati deriva da cellule e animali; gli studi clinici sull’uomo sono ancora iniziali e devono chiarire dosi, sicurezza, controllo della proliferazione batterica ed effettivo vantaggio rispetto alle cure esistenti. È inoltre corretto segnalare che l’approfondimento appartiene a uno speciale di Nature Outlook sostenuto finanziariamente da Taiho Oncology, sebbene la rivista dichiari la propria indipendenza editoriale. La prospettiva, tuttavia, è concreta: trasformare organismi viventi in farmaci programmabili, capaci di trovare il tumore, attraversarne le zone più impenetrabili e produrre la terapia esattamente nel punto in cui serve. Non batteri da assumere autonomamente né comuni probiotici, ma medicinali biologici complessi che, se supereranno la prova degli studi clinici, potrebbero affiancare chemioterapia, radioterapia e immunoterapia nella cura dei tumori solidi.
ASL Foggia Centro di Orientamento Oncologico di San Severo. Progetto “Armonia in Rosa”: concluso il laboratorio di estetica per pazienti in terapia oncologica - La Gazzetta di San Severo
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Criteri Critici
ASL Foggia Centro di Orientamento Oncologico di San Severo. Progetto “Armonia in Rosa”: concluso il laboratorio di estetica per pazienti in terapia oncologica La Gazzetta di San Severo
Arrivato a conclusione il primo ciclo del laboratorio di estetica per pazienti in terapia oncologica, organizzato da ASL Foggia su iniziativa del Centro di Orientamento Oncologico (COr.O) del Presidio Ospedaliero “Teresa Masselli Mascia” di San Severo, in co-progettazione con l’associazione Agata-Foggia, impegnata nel sostegno alle donne operate al seno.
ARMONIA IN ROSA
L’iniziativa rientra nel progetto “Armonia in Rosa”, finanziato con fondi della Regione Puglia – Dipartimento Welfare, Sezione Benessere Sociale, Innovazione e Sussidiarietà, e nasce con l’obiettivo di affiancare al percorso clinico interventi dedicati alla cura della persona, promuovendo il benessere psicofisico e contribuendo ad affrontare alcuni degli effetti che le terapie oncologiche possono avere sull’immagine di sé e sulla quotidianità.
LABORATORIO DI ESTETICA
Il primo ciclo di attività laboratoriali di estetica, partito lo scorso mese di marzo, è stato articolato in quattro incontri e ha visto la partecipazione di 25 pazienti.
Gli appuntamenti si sono svolti presso il C.Or.O e sono stati coordinati da Severina Lanzone, estetica oncologica specializzata APEO (Accademia Professionale di Estetica Oncologica).
Durante gli incontri, sono stati affrontati temi legati alla cura della pelle e delle unghie, al make-up e alla gestione dei cambiamenti estetici associati alle terapie, con particolare attenzione alla dimensione del benessere personale e al sostegno dell’autostima.
LABORATORIO DI YOGA
Il progetto “Armonia in rosa” comprende anche un laboratorio di yoga. Il secondo ciclo di incontri è partito nei giorni scorsi. Quindici le iscrizioni, tra cui due uomini.
L’attività è pensata per accompagnare i partecipanti verso un recupero graduale dell’equilibrio psicofisico, favorendo il rilassamento, la gestione dello stress e il recupero energetico in armonia con il percorso clinico.
Le sessioni sono curate da Debora Di Nunno, insegnante di yoga specializzata, e comprendono attività fisica adattata, tecniche di respirazione, esercizi finalizzati alla riduzione e alla gestione dello stress e attività volte al miglioramento della mobilità.
SPAZIO DI ASCOLTO ACCANTO AL PERCORSO SANITARIO
“Con Armonia in Rosa è stato costruito uno spazio di ascolto, condivisione e accompagnamento per affiancare il percorso sanitario con interventi orientati al benessere della persona, alla gestione dello stress e alla valorizzazione delle risorse individuali”, spiega Massimo Lombardi, Responsabile del Centro di Orientamento Oncologico del Presidio Ospedaliero Teresa Masselli Mascia di San Severo.
“Il progetto nasce con l’obiettivo di mettere al centro del sistema sanitario e territoriale, i pazienti oncologici e le famiglie, nell’ambito delle azioni di rafforzamento della medicina di prossimità, con iniziative per ridurre le disuguaglianze nell’accesso alle opportunità di benessere per pazienti in condizioni di fragilità economica, sociale o psichica” aggiungono la Dottoressa Fabrizia Checola, Dirigente psicologa, e la Dottoressa Carolina Villani, Assistente Sociale e coordinatrice del Servizio Sociale dei Distretti Socio Sanitari di San Severo e San Marco In Lamis. “I laboratori – concludono – si inseriscono in questo percorso per restituire la vita ai pazienti e far sì che possano concentrarsi sull’hic et nunc, sul qui e ora della loro vita, sul presente, depotenziando la spinta progettuale verso il futuro, fortemente reso inaccessibile dai vissuti relativi alla patologia oncologica“.
“Il percorso oncologico – prosegue Lombardi – riguarda la persona nella sua complessità e non soltanto la malattia. In questa prospettiva, il laboratorio di estetica rappresenta un’opportunità per prendersi cura anche della dimensione psicofisica, offrendo strumenti concreti per affrontare alcuni cambiamenti legati alle terapie e favorendo una maggiore consapevolezza e fiducia in se stessi. Anche attraverso lo yoga – va avanti – si offre uno spazio dedicato alla persona, nel quale movimento, respirazione e rilassamento possano contribuire al benessere complessivo. L’obiettivo è accompagnare ciascun partecipante con attività adeguate e compatibili con il proprio percorso, promuovendo ascolto del corpo, consapevolezza e graduale recupero delle energie. Promuovere il benessere – conclude Lombardi – vuol dire accompagnare i pazienti lungo tutto il percorso di cura, valorizzandone bisogni, dignità e qualità della vita”.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Distrofia muscolare FSHD, al Sant’Andrea di Roma parte una sperimentazione innovativa lacapitale.it
Nuovo passo nella ricerca sulle malattie neuromuscolari al policlinicoSant’Andrea di Roma. L’ospedale ha arruolato il primo paziente italiano nell’ambito dello studio clinicoFortitude-3, sperimentazione di fase 3 dedicata alladistrofia muscolare facio-scapolo-omerale, conosciuta con l’acronimo FSHD. Il progetto è seguito dalla Neurologia del policlinico attraverso l’équipe specializzata nelle Malattie Neuromuscolari, coordinata dal professor Matteo Garibaldi. La partecipazione alla sperimentazione inserisce il Sant’Andrea in una rete internazionale impegnata nello sviluppo di nuove strategie terapeutiche per una patologia ancora priva di trattamenti in grado di modificarne direttamente l’evoluzione. La FSHD è una malattia genetica progressiva che colpisce prevalentemente la muscolatura del volto, delle spalle e degli arti superiori, ma può coinvolgere nel tempo anche altri distretti muscolari. La perdita di forza può diventare significativa e incidere sull’autonomia quotidiana, sulla mobilità e sulla qualità della vita. La patologia rappresenta una delle forme più frequenti di distrofia muscolare dell’età adulta. Attualmente la gestione dei pazienti si basa soprattutto su interventi di supporto e riabilitazione. La ricerca punta quindi a individuare strumenti capaci di intervenire più direttamente sui meccanismi biologici responsabili della malattia. Al centro dello studio Fortitude-3 c’è AOC 1020, noto anche come delpacibart braxlosiran, un farmaco sperimentale sviluppato da Avidity Biosciences e Novartis. L’approccio utilizza una tecnologia basata sugli Antibody-oligonucleotide conjugates, progettata per favorire il trasporto del trattamento verso il tessuto muscolare. L’obiettivo è ridurre l’espressione di DUX4, un gene la cui attivazione anomala svolge un ruolo centrale nei meccanismi molecolari della FSHD. La sperimentazione mira quindi a valutare se intervenire su questo processo possa tradursi in un beneficio concreto per le persone affette dalla malattia. L’avvio dello studio al Sant’Andrea assume particolare importanza in un settore nel quale le opzioni disponibili non sono ancora in grado di modificare il decorso della patologia. L’arruolamento del primo partecipante rappresenta soprattutto l’inizio di un percorso di verifica scientifica. Saranno infatti i risultati della sperimentazione a stabilire efficacia, sicurezza e potenziale ruolo della nuova terapia nel trattamento della FSHD. Per il professor Matteo Garibaldi e per l’équipe di Malattie Neuromuscolari, la partecipazione al programma internazionale costituisce anche un’occasione per offrire ai pazienti l’accesso a una ricerca avanzata nel campo delle malattie rare. Il Sant’Andrea conferma così il proprio impegno nella ricerca clinica e nella medicina di precisione, contribuendo a un progetto che punta a trasformare le conoscenze sui meccanismi genetici della FSHD in possibili nuove opportunità terapeutiche. La Capitale, il nuovo giornale online di Roma La Capitale, è una testata giornalistica iscritta nel Registro Stampa del Tribunale di Roma il 25 luglio 2024, n. 100/2024 DIRETTORE RESPONSABILEStefano Quagliozzi Via Giuseppe Gioacchino Belli, 86Roma - 00193
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Dopo la diagnosi di cancro, ha inventato una maglietta che protegge i cateteri impiantati nei pazienti da cinture, zaini e piccoli urti greenMe
Dopo la diagnosi di cancro, ha inventato una maglietta che protegge i cateteri impiantati nei pazienti da cinture, zaini e piccoli urti
Allacciare la cintura di sicurezza, infilare uno zaino, dormire su un fianco. Gesti piuttosto banali finché sotto la pelle del torace non c’è una camera impiantabile. Ange-Solal Llantia lo ha scoperto durante il proprio percorso di cura per un tumore del sangue e, insieme a Benjamin Leroy, ha trasformato quel fastidio in un oggetto decisamente poco fantascientifico: una maglietta, una tasca e una piccola protezione rigida. È nato così Cinelle, il primo progetto della startup francese Cellule Rouge.
L’obiettivo è molto concreto: creare una barriera tra la zona in cui si trova la camera impiantabile e tutto ciò che, durante la giornata, può premerci sopra o sfregarla. Niente robot, sensori o intelligenza artificiale. Stavolta l’innovazione parte da una cintura dell’auto che dà fastidio.
Quando anche una cintura può diventare un problema
La camera impiantabile, chiamata anche port-a-cath o PAC, è un piccolo dispositivo sistemato sotto la pelle e collegato attraverso un catetere a una vena centrale. Viene utilizzato nei pazienti che devono ricevere terapie endovenose ripetute e per lunghi periodi, comprese alcune chemioterapie, evitando di dover reperire ogni volta una vena periferica.
Il dispositivo può rimanere in sede per mesi e accompagnare quindi il paziente anche molto oltre la porta dell’ospedale. Ed è lì che cominciano problemi decisamente meno raccontati: una cintura che passa proprio sopra il punto dell’impianto, una tracolla, uno zaino, uno sfregamento ripetuto durante il movimento.
Llantia conosceva il problema sulla propria pelle. Nel 2021, dopo la diagnosi di un tumore del sangue, gli venne applicata una camera impiantabile. Da quella esperienza, insieme all’amico ed ex compagno di studi Benjamin Leroy, è nata l’idea di Cellule Rouge: sviluppare una protezione che permettesse di continuare a muoversi riducendo pressioni e sfregamenti sulla zona.
Una tasca mobile e una piccola coque intorno al dispositivo
Cinelle è composta da tre elementi: una maglietta tecnica, una tasca regolabile e una coque protettiva. Secondo la descrizione pubblicata da Cellule Rouge, il sistema in velcro permette di spostare la protezione sia in altezza sia lateralmente, adattandola alla posizione della camera sul torace.
La coque ha una forma rettangolare con bordi arrotondati e soprattutto un’apertura circolare centrale: il materiale protettivo resta quindi intorno alla camera impiantabile invece di schiacciarla direttamente. All’interno c’è una schiuma pensata per assorbire piccoli urti, mentre uno strato morbido tra tessuto e pelle serve a limitare gli sfregamenti, compresi quelli vicino alle cicatrici.
È un dettaglio meno banale di quanto sembri. Le camere impiantabili non vengono posizionate con precisione identica su tutti i pazienti: una protezione fissa rischierebbe di funzionare benissimo su un manichino e decisamente meno su una persona vera.
Cellule Rouge spiega di aver sviluppato il progetto raccogliendo le esigenze dei pazienti e continua a utilizzare i loro riscontri per decidere quali accessori realizzare successivamente. Sul sito compaiono, tra le proposte, una protezione specifica per cintura e tracolla, una coque rinforzata per l’attività sportiva e una protezione pensata per il sonno.
Il problema riguarda anche migliaia di pazienti italiani
La storia nasce in Francia, ma il dispositivo che Cinelle cerca di rendere più sopportabile fa parte anche della quotidianità oncologica italiana.
Secondo il rapporto I numeri del cancro in Italia 2025, realizzato da AIOM insieme ad AIRTUM, Fondazione AIOM, Osservatorio nazionale screening e altri enti scientifici, nel nostro Paese nel 2025 sono state stimate circa 390 mila nuove diagnosi di cancro, sostanzialmente stabili rispetto all’anno precedente.
Naturalmente questo numero non coincide con quello delle persone che utilizzano una camera impiantabile: non tutti i pazienti oncologici ne hanno bisogno e il dispositivo viene impiegato anche in contesti diversi. Serve però a misurare la dimensione di un sistema di cura nel quale sempre più persone convivono per mesi o anni con terapie, controlli e dispositivi medici.
Ed è proprio qui che un problema apparentemente minuscolo smette di esserlo. Un accesso venoso centrale facilita trattamenti ripetuti; poi il paziente torna a casa e deve guidare, vestirsi, portare una borsa, dormire e muoversi con quel dispositivo ancora sotto la pelle. La medicina fa il lavoro grosso. Il quotidiano, come spesso accade, resta pieno di dettagli.
Cinelle non cura nulla, ma prova a rendere meno scomoda la cura
Qui serve tenere i piedi per terra. Cinelle non è una terapia e non sostituisce la camera impiantabile. I fondatori la presentano come una soluzione tessile per il comfort quotidiano e, nei materiali disponibili, non risultano studi clinici pubblicati che ne dimostrino l’efficacia.
Sul sito dell’azienda compaiono anche alcuni dati raccolti direttamente da Cellule Rouge: il 68% delle persone interpellate avrebbe riferito fastidio legato alla camera nei primi mesi e il 48% ancora dopo almeno sei mesi dalla fine dei trattamenti. Sono risultati di un sondaggio interno dell’azienda, quindi non possono essere estesi alla popolazione generale.
Il progetto, inoltre, è ancora in fase di lancio. Cellule Rouge sta preparando una campagna di crowdfunding su Ulule per finanziare la prima produzione dei kit e sul sito sono aperte le preregistrazioni. È un’innovazione piccola per definizione, ma a volte basta cominciare proprio da lì: da una cintura che continua a passare esattamente nel posto sbagliato.
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Umbria, quattro nuovi percorsi di cura per i tumori di ovaio, utero, pancreas e stomaco La Voce del Territorio Umbro
Al via il percorso per definire standard condivisi di diagnosi, trattamento e assistenza. Oltre cento professionisti coinvolti
L’Umbria fa un nuovo decisivo passo avanti nella lotta contro le patologie oncologiche. Hanno preso il via nei giorni scorsi (mercoledì 23 e giovedì 24) i lavori per la stesura di quattro nuovi Percorsi preventivo diagnostico terapeutico assistenziali (Ppdta) dedicati ai tumori dell’ovaio, dell’utero, del pancreas e dello stomaco. L’iniziativa, promossa dalla direzione Salute e welfare della Regione Umbria, estende la rete di presa in carico specialistica già avviata lo scorso anno per le neoplasie di mammella, colon-retto, polmone e prostata.
I nuovi percorsi rappresenteranno il frutto di un lavoro corale che vede impegnati oltre cento professionisti della sanità umbra. Grazie a un’intensa serie di incontri operativi, i team multidisciplinari con specialisti di tutte e quattro le aziende sanitarie della regione lavoreranno insieme per definire standard omogenei capaci di accompagnare il paziente in ogni fase della malattia: dalla prevenzione primaria e secondaria, laddove prevista, alla diagnosi tempestiva, fino al trattamento, all’assistenza continua e al follow-up.
Questa nuova tappa consolida il modello della Rete oncologica regionale umbra (Ror-U). Il sistema punta, infatti, a superare la frammentazione dei servizi per offrire cure di prossimità, eque e personalizzate su tutto il territorio, riducendo la necessità per i cittadini di doversi spostare fuori regione per ricevere l’assistenza necessaria. I pazienti affetti dalle patologie di nuova introduzione potranno contare sulle stesse tutele e sugli stessi strumenti già attivi per le precedenti patologie: dai Gruppi oncologici multidisciplinari (Gom), che esaminano collegialmente ogni singolo caso, fino alle tecnologie del Punto di orientamento e di ascolto locale oncologico (Polo) — la porta d’accesso unica per l’accoglienza e l’orientamento — e del Codice identificativo di percorso (Cip), che permette di monitorare in tempo reale e in modo trasparente l’intero iter sanitario e i relativi tempi di attesa.
“Siamo al fianco di ogni paziente per garantire che nessuno venga lasciato indietro e che tutti possano accedere a cure tempestive e di alta qualità – sottolinea la presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti –. La sfida fondamentale è fare rete su tutto il territorio regionale, valorizzando la collaborazione tra i nostri centri d’eccellenza, gli ospedali e la sanità di territorio per costruire una comunità di cura unita, equa e vicina alle persone”.
“Con l’attivazione di questi quattro ulteriori percorsi di cura compiamo un progresso fondamentale nell’organizzazione dell’offerta oncologica regionale – dichiara la direttrice regionale alla Salute e welfare, Daniela Donetti –. I percorsi dedicati a ovaio, utero, pancreas e stomaco si affiancano a quelli già operativi dedicati a mammella, colon-retto, polmone e prostata, integrando appieno l’esperienza e la professionalità dei nostri operatori. Il nostro obiettivo centrale resta la persona: vogliamo che ogni paziente umbro, fin dal primo sospetto diagnostico, si senta accolto, ascoltato e guidato lungo un cammino di cura chiaro, tempestivo e strutturato sulle sue specifiche esigenze, grazie al lavoro di squadra e alla sinergia tra i nostri ospedali e i servizi del territorio”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Criteri Critici
Nuovi percorsi di diagnosi, terapia e assistenza per tumori ovaio, utero, pancreas e stomaco in Umbria - Umbria 24
Al via in Umbria la definizione di quattro nuovi Percorsi preventivo diagnostico terapeutico assistenziali (Ppdta) dedicati ai tumori dell’ovaio, dell’utero, del pancreas e dello stomaco. I lavori, promossi dalla direzione regionale Salute e welfare, sono iniziati mercoledì 23 e giovedì 24 settembre e ampliano la rete oncologica regionale già attiva per mammella, colon-retto, polmone e prostata.
Alla definizione dei nuovi percorsi partecipano oltre cento professionisti delle quattro aziende sanitarie umbre, riuniti in gruppi multidisciplinari. L’obiettivo è individuare modalità e standard condivisi per accompagnare i pazienti nelle diverse fasi, dalla prevenzione alla diagnosi, dal trattamento all’assistenza e al follow-up.
I nuovi Ppdta entrano nel modello della Rete oncologica regionale umbra (Ror-U), che punta a coordinare i servizi ospedalieri e territoriali e a rendere omogenea la presa in carico sul territorio regionale. Per le quattro nuove patologie saranno utilizzati gli strumenti già previsti dalla rete, tra cui i Gruppi oncologici multidisciplinari (Gom), il Punto di orientamento e di ascolto locale oncologico (Polo) e il Codice identificativo di percorso (Cip), che consente di seguire l’iter assistenziale e i relativi tempi di attesa.
«Siamo al fianco di ogni paziente per garantire che nessuno venga lasciato indietro e che tutti possano accedere a cure tempestive e di alta qualità», sottolinea la presidente della Regione Stefania Proietti. «La sfida fondamentale è fare rete su tutto il territorio regionale, valorizzando la collaborazione tra i nostri centri d’eccellenza, gli ospedali e la sanità di territorio per costruire una comunità di cura unita, equa e vicina alle persone».
La direttrice regionale alla Salute e welfare Daniela Donetti parla di «un progresso fondamentale nell’organizzazione dell’offerta oncologica regionale». «Il nostro obiettivo centrale resta la persona: vogliamo che ogni paziente umbro, fin dal primo sospetto diagnostico, si senta accolto, ascoltato e guidato lungo un cammino di cura chiaro, tempestivo e strutturato sulle sue specifiche esigenze», afferma.
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Una sola CAR-T e cinque anni senza terapia: il mieloma sta diventando curabile almeno per alcuni? Mondosanità
Per decenni il mieloma multiplo è stato considerato una malattia controllabile ma non guaribile.
Le terapie sono migliorate enormemente, la sopravvivenza si è allungata, ma il modello è rimasto sostanzialmente lo stesso: remissione, ricaduta, nuova terapia, nuova remissione.
Ora una piccola coorte dello studio CARTITUDE-2 suggerisce che, almeno per alcuni pazienti, questo schema potrebbe cominciare a cambiare.
Venti persone con mieloma multiplo recidivato o refrattario, già trattate con una-tre linee precedenti e resistenti a lenalidomide, hanno ricevuto una singola infusione di ciltacabtagene autoleucel, o cilta-cel, una CAR-T diretta contro BCMA.
Poi nessuna terapia di mantenimento.
Dopo un follow-up mediano di 60,7 mesi, cioè poco più di cinque anni, 10 pazienti su 20 erano ancora vivi e senza progressione della malattia, senza aver avuto bisogno di ulteriori terapie anti-mieloma.
La sopravvivenza globale stimata a cinque anni era del 69,2% e la sopravvivenza libera da progressione mediana ha raggiunto 60,5 mesi.
In tre pazienti nei quali è stata ancora valutata la malattia minima residua a cinque anni, nessuna cellula tumorale era rilevabile con una sensibilità fino a 10^-6.
Tre pazienti sono però troppo pochi per trarne conclusioni generali.
Ed è proprio qui che bisogna separare una notizia straordinariamente interessante da un titolo eccessivo.
Non possiamo ancora dire che la CAR-T guarisca il mieloma.
Lo studio è di fase II, non randomizzato per questa analisi a lungo termine, e riguarda appena 20 persone selezionate. Inoltre i risultati diffusi il 25 settembre sono stati presentati al congresso annuale dell’International Myeloma Society e comunicati dalle aziende produttrici: non siamo di fronte a un nuovo grande trial indipendente pubblicato e conclusivo.
Ma il segnale è difficile da ignorare.
Il mieloma è una malattia nella quale molti pazienti, soprattutto dopo la ricaduta, passano da una linea terapeutica alla successiva. Ogni nuova terapia può significare infusioni, compresse, controlli, tossicità e una vita organizzata intorno alla malattia.
Qui il paradigma è completamente diverso:
una terapia, una volta sola, e per alcuni pazienti anni senza ulteriori farmaci.
Le CAR-T sono cellule T del paziente prelevate, geneticamente modificate in laboratorio per riconoscere un bersaglio presente sulle cellule tumorali e poi reinfuse. Cilta-cel riconosce BCMA, fortemente espresso sulle plasmacellule del mieloma.
Non è però una terapia semplice.
Richiede un centro altamente specializzato, raccolta e manipolazione cellulare, chemioterapia preparatoria e monitoraggio stretto dopo l’infusione. Può provocare sindrome da rilascio di citochine, tossicità neurologiche, citopenie prolungate e altre complicanze anche gravi. FDA ed EMA prevedono infatti una sorveglianza specifica; la FDA ha inoltre aggiornato nel 2025 le avvertenze includendo una rara ma grave enterocolite associata alle cellule immunitarie.
C’è però un altro elemento che rende CARTITUDE-2 particolarmente interessante: la CAR-T è stata utilizzata relativamente presto.
I pazienti avevano ricevuto soltanto una-tre linee precedenti. E dati precedenti dello studio randomizzato CARTITUDE-4 avevano già mostrato che, in questa popolazione, una singola infusione di cilta-cel riduceva nettamente il rischio di progressione rispetto alle terapie standard. A 12 mesi la sopravvivenza libera da progressione era 75,9% con cilta-cel contro 48,6% con terapia convenzionale.
Anche EMA oggi autorizza Carvykti negli adulti con mieloma recidivato e refrattario dopo almeno una precedente linea terapeutica, se la malattia è resistente a lenalidomide e sono già stati utilizzati un immunomodulante e un inibitore del proteasoma.
Questo sposta la domanda.
Forse le CAR-T non dovrebbero essere considerate soltanto l’ultima arma da utilizzare quando tutte le altre hanno fallito. Potrebbero funzionare meglio quando il sistema immunitario è meno compromesso e la malattia ha accumulato meno resistenze.
È ancora un’ipotesi da dimostrare pienamente, ma è una delle direzioni più importanti dell’oncoematologia.
Per il SSN si apre anche un problema organizzativo enorme.
Se una terapia molto costosa e complessa, somministrata una sola volta, riesce davvero a sostituire anni di trattamenti continuativi in una quota significativa di pazienti, il valore non può essere misurato soltanto confrontando il prezzo iniziale dei farmaci.
Bisognerà calcolare anni senza terapia, ricoveri evitati, tossicità, qualità di vita e capacità produttiva dei centri CAR-T.
La domanda più affascinante rimane però clinica.
Cinque anni senza progressione non equivalgono formalmente a guarigione. Nel mieloma possono esistere ricadute tardive e servono popolazioni molto più ampie e follow-up ancora più lunghi.
Ma quando una terapia “one shot” lascia metà di un piccolo gruppo senza progressione e senza farmaci dopo cinque anni, una parola che fino a pochi anni fa sembrava quasi proibita comincia inevitabilmente ad affacciarsi.
Non ancora guarigione.
Ma forse, per alcuni pazienti, qualcosa che comincia ad assomigliarle.
References:
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
60.0/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Meningioma operato, la radioterapia dimezza il rischio che ritorni Mondosanità
Il chirurgo ha tolto tutto il tumore. Perché, allora, sottoporre il paziente anche alla radioterapia? Nel caso del meningioma atipico di grado 2, la risposta arriva da uno studio internazionale pubblicato su The Lancet: irradiare la zona dopo l’intervento riduce sensibilmente il rischio che la malattia ricompaia. È la prima prova ottenuta con un trial di fase 3 randomizzato per una scelta sulla quale, finora, gli specialisti non disponevano di un confronto altrettanto solido.
Il meningioma nasce dalle meningi, le membrane che avvolgono il cervello e il midollo spinale. Quello di grado 2 tende a recidivare più spesso del meningioma di grado 1, anche quando l’asportazione risulta completa. Ecco il punto: «completa» descrive ciò che è stato rimosso con l’operazione, non certifica che nell’area non restino cellule tumorali microscopiche. La radioterapia adiuvante — cioè somministrata dopo l’intervento — mira proprio a colpire quelle eventuali cellule; ma comporta un trattamento che, per alcuni pazienti, potrebbe rivelarsi superfluo. Per questo le linee guida europee lasciavano aperte due possibilità: irradiare subito oppure controllare la situazione con risonanze periodiche.
A mettere le due strategie una di fronte all’altra è stato il trial ROAM/EORTC-1308. Vi hanno partecipato 157 pazienti operati in 58 ospedali di 11 Paesi: 78 sono stati assegnati casualmente alla radioterapia, 79 alla sola sorveglianza. L’assegnazione casuale, o randomizzazione, serve a rendere il confronto meno esposto alle differenze fra i pazienti dei due gruppi, un limite che pesava sugli studi precedenti. Chi ha ricevuto le radiazioni è stato trattato con una dose complessiva di 60 Gy (gray, l’unità con cui si misura la dose assorbita), suddivisa in 30 sedute nell’arco di circa sei settimane; per gli altri erano previsti controlli regolari mediante immagini diagnostiche.
I numeri sono eloquenti. Dopo circa cinque anni, il tumore era tornato in 11 pazienti su 78 nel gruppo irradiato, il 14%, e in 24 su 79 fra quelli sorvegliati, il 30%. La sopravvivenza libera da malattia a cinque anni è risultata rispettivamente del 79,9% e del 64,3%. Per intenderci, la differenza osservata nelle recidive è di 16 punti percentuali: sulla base di questi dati, occorrerebbe trattare poco più di sei persone per evitarne una nel periodo considerato. Non significa, invece, che sia stato dimostrato un aumento della sopravvivenza globale: lo studio documenta un miglior controllo della malattia, non quel diverso risultato.
E il prezzo del trattamento? Nel tempo osservato non sono emerse differenze rilevanti nella qualità di vita o nelle funzioni neurocognitive dei due gruppi; gli eventi gravi attribuiti alle radiazioni sono stati poco frequenti. Sono dati rassicuranti, non una garanzia senza scadenza: alcuni effetti dell’irradiazione possono manifestarsi molti anni dopo. Gli autori indicano perciò una decisione individuale, da prendere insieme al paziente, soppesando il rischio di una nuova operazione o di altri trattamenti contro quello della radioterapia. Il vantaggio nel prevenire le recidive, ora, è misurabile. Resta da vedere quanto a lungo durerà.
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Jenkinson MD, et al. Radiotherapy versus observation following surgical resection of WHO grade 2 atypical meningioma (ROAM/EORTC-1308): an international, multicentre, open-label, phase 3, randomised controlled trial. The Lancet. Pubblicato online il 25 settembre 2026. DOI: 10.1016/S0140-6736(26)01804-0.
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