BeOne Medicines, BeOne Care Foundation e The Max Foundation rinnovano la collaborazione per ampliare l'accesso a BRUKINSA® per il trattamento della leucemia linfatica cronica nei Paesi a reddito medio-basso - ANSA
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
BeOne Medicines, BeOne Care Foundation e The Max Foundation rinnovano la collaborazione per ampliare l'accesso a BRUKINSA® per il trattamento della leucemia linfatica cronica nei Paesi a reddito medio-basso ANSA
BeOne Medicines Ltd. (“BeOne”) (Nasdaq: ONC; HKEX: 06160; SSE: 688235), azienda multinazionale operante nel settore dell'oncologia, in collaborazione con la BeOne Care Foundation , una fondazione benefica no-profit, e The Max Foundation , importante ente sanitario internazionale non a scopo di lucro, oggi hanno annunciato di aver rinnovato la collaborazione fino al 2028 per estendere l'accesso a BRUKINSA® (zanubrutinib) per il trattamento della leucemia linfatica cronica (LLC) in Paesi a reddito medio-basso, con un programma che prevede di sostenere complessivamente circa 1.000 pazienti.
Il testo originale del presente annuncio, redatto nella lingua di partenza, è la versione ufficiale che fa fede. Le traduzioni sono offerte unicamente per comodità del lettore e devono rinviare al testo in lingua originale, che è l'unico giuridicamente valido.
Vedi la versione originale su businesswire.com: https://www.businesswire.com/news/home/20260818708691/it/
Media:
Kyle Blankenship, BeOne Medicines
+1 667-351-5176
media@beonemed.com
Geoff Cook, The Max Foundation
+1 425-778-8660
geoff.cook@themaxfoundation.org
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Criteri Critici
Dopo dieci giorni di apprensione, per il sedicenne colpito da un fulmine sul monte Livata, nel territorio di Subiaco, arriva una notizia che lascia spazio alla speranza. Il ragazzo, ricoverato nella Terapia Intensiva Pediatrica del Policlinico Gemelli di Roma…
Era ricoverato da dieci giorni nella Terapia Intensiva Pediatrica del Gemelli a seguito di un arresto cardiaco causato dalla scarica elettrica. Martedì ha iniziato a parlare e a muovere gli arti
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Dopo dieci giorni di apprensione, per il sedicenne colpito da un fulmine sul monte Livata, nel territorio di Subiaco, arriva una notizia che lascia spazio alla speranza. Il ragazzo, ricoverato nella Terapia Intensiva Pediatrica del Policlinico Gemelli di Roma dopo un arresto cardiaco provocato dalla scarica elettrica, è in netto miglioramento. Martedì si è svegliato e ha iniziato a parlare e a muovere gli arti. Ora è vigile, dialoga con i genitori e con il personale sanitario, si alimenta e compie movimenti spontanei.
Il giovane si trovava in un campo scout il 7 agosto, quando un violento temporale ha colpito la zona. La scarica gli aveva provocato un arresto cardiaco, rendendo immediatamente decisivi i soccorsi prestati sul posto e le successive cure ospedaliere. Se l’evoluzione positiva sarà confermata nelle prossime ore, i medici potranno valutare lo scioglimento della prognosi e il trasferimento alla seconda fase del percorso di cura, quella dedicata alla neuroriabilitazione. A spiegare il significato del miglioramento è Marco Piastra, direttore della Terapia Intensiva e Trauma Center Pediatrico del Policlinico Gemelli. “Circa il 90% delle persone colpite da un fulmine sopravvive”, spiega il medico, ma una folgorazione può lasciare conseguenze importanti, dalle lesioni neurologiche e cardiache alle ustioni, con possibili effetti anche a lungo termine. La situazione cambia radicalmente quando la scarica provoca un arresto cardiaco. In quel caso, sottolinea Piastra, la mortalità è molto elevata a causa dell’anossia, cioè della carenza di ossigeno che si verifica quando la circolazione sanguigna si interrompe. Una rianimazione iniziata rapidamente può però modificare in modo decisivo la prognosi.
È quanto accaduto a Livata. La cosiddetta catena della sopravvivenza è rimasta attiva fin dai primi momenti, grazie all’intervento degli scout e dei soccorritori sul luogo dell’emergenza, fino all’arrivo in ospedale e all’applicazione dei protocolli di neuroprotezione in Terapia Intensiva.
La vicenda del sedicenne si inserisce però in un’estate segnata da altri episodi drammatici. Nei giorni scorsi hanno perso la vita due escursionisti colpiti da fulmini: un turista americano sull’Etna e un altoatesino di 42 anni sul Piz Starlex, in Val Monastero. Proprio questi episodi riportano l’attenzione sulla necessità di intervenire rapidamente in caso di arresto cardiaco provocato da una folgorazione. “Questi episodi purtroppo sono destinati ad aumentare”, osserva Piastra, sottolineando quanto sia centrale, per aumentare le possibilità di sopravvivenza, la disponibilità di una rianimazione avanzata. Per il ragazzo di Livata, intanto, la fase più drammatica sembra essere alle spalle. Dopo giorni sospesi tra la vita e la morte, il ritorno della coscienza, della parola e del movimento apre ora un nuovo capitolo: quello del recupero e della neuroriabilitazione.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Sono trascorse altre 24 ore senza variazioni significative nelle condizioni di Nicola Maggiotto, il 21enne di Asolo, nel Trevigiano, ricoverato in terapia intensiva a Barcellona dopo il grave trauma cranico riportato nella notte tra mercoledì 13 e giovedì 14 …
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Sono trascorse altre 24 ore senza variazioni significative nelle condizioni di Nicola Maggiotto, il 21enne di Asolo, nel Trevigiano, ricoverato in terapia intensiva a Barcellona dopo il grave trauma cranico riportato nella notte tra mercoledì 13 e giovedì 14 agosto, durante una rissa all’esterno di un locale pubblico della città catalana. Il giovane è ancora sedato e incosciente. Il padre, Daniele Maggiotto, continua ad assisterlo nei corridoi dell’istituto sanitario dove si trova ricoverato e ripete quanto gli viene riferito dai medici: per avere un quadro attendibile delle condizioni del figlio bisogna ancora attendere. Nicola era a Barcellona insieme ad altri otto coetanei, quasi tutti suoi compaesani. La sera dell’aggressione aveva partecipato a un party a bordo piscina al Sea Sea Beach, un bar-discoteca. La violenza è esplosa all’esterno del locale, dove il 21enne sarebbe stato colpito con estrema durezza alla nuca.
A cercare di aiutarlo era intervenuto un amico, che sarebbe stato a sua volta aggredito con calci e pugni fino a perdere i sensi. Un terzo italiano era arrivato poco dopo. Le loro testimonianze, tuttavia, non avrebbero consentito finora agli investigatori di delineare un’ipotesi chiara sui motivi che hanno scatenato la rissa.
La polizia di Barcellona sta lavorando soprattutto sulle immagini raccolte dalle telecamere. Gli investigatori stanno esaminando i filmati del circuito interno del locale e quelli delle videocamere pubbliche e private installate all’esterno, nella zona in cui si è verificata l’aggressione. L’obiettivo è confrontare le persone riprese all’interno del Sea Sea Beach con quelle presenti all’esterno e arrivare così a identificare gli appartenenti al gruppo coinvolto. Gli investigatori contano anche sulla possibilità che altri clienti del locale possano riconoscere alcuni dei protagonisti. Degli aggressori, infatti, si sa ancora poco. Il gruppo, composto da circa dodici persone, si è allontanato prima dell’arrivo dei soccorsi. I ragazzi italiani non avevano avuto modo di conoscerli, se non attraverso brevi scambi in inglese.
Resta quindi da chiarire anche il motivo dell’aggressione e soprattutto perché Nicola sia stato colpito con una violenza tale da provocargli un grave trauma cranico. Le testimonianze raccolte finora non sembrano offrire elementi sufficienti per formulare una ricostruzione precisa. Nelle ore successive alla rissa erano circolate anche ipotesi relative a una possibile ostilità nei confronti degli italiani. Una lettura che lo stesso padre di Nicola ha però ricondotto a un fraintendimento di alcune sue dichiarazioni. Intanto, a Barcellona, la famiglia Maggiotto continua a vivere ore di apprensione. I genitori del 21enne sono assistiti dal Consolato italiano in Spagna e dalla struttura sanitaria che ospita Nicola. L’ospedale ha inoltre messo a loro disposizione un servizio di supporto psicologico e un mediatore linguistico.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Radioterapia, Chieti tra i 20 esperti italiani per le linee guida sui tumori dell’addome superiore Zonalocale
La Radioterapia Oncologica di Chieti è tra i centri coinvolti nel consenso multidisciplinare nazionale sulle tecniche di radioterapia guidata dalle immagini (IGRT) per il trattamento dei tumori gastrointestinali dell’addome superiore, tra cui pancreas, stomaco, fegato e vie biliari.
Le raccomandazioni sono state pubblicate il 12 agosto sulla rivista scientifica Oncologie. Il documento è stato elaborato nell’ambito di un consenso promosso da AIRO, Società Italiana di Radioterapia e Oncologia Clinica, AITRO, Società Italiana dei Tecnici di Radioterapia Oncologica, e AIFM, Società Italiana dei Fisici Sanitari dedicati alla Radioterapia.
L’obiettivo è uniformare i livelli di qualità nei Centri di Radioterapia Oncologica italiani per l’utilizzo della radioterapia di precisione guidata dalle immagini nel trattamento dei tumori dell’addome superiore.
Alla stesura hanno partecipato 20 esperti italiani, tra Radioterapisti Oncologi, Fisici Medici e Tecnici di Radioterapia, selezionati sulla base prevalente di un’esperienza di almeno dieci anni nella radioterapia dei tumori dell’addome superiore. Il gruppo ha lavorato su 16 punti ritenuti decisivi per l’implementazione di alcune pratiche nella clinica quotidiana.
Tra gli esperti selezionati c’è Domenico Genovesi, direttore della Radioterapia Oncologica di Chieti.
«I punti ritenuti chiave per una Radioterapia di precisione nei tumori del distretto anatomico gastrointestinale superiore – spiega il Prof. Domenico Genovesi Direttore della Radioterapia Oncologica Chieti e tra i 20 esperti selezionati – devono essere rappresentati da un accurato controllo del movimento respiratorio di ogni singolo paziente attraverso strategie combinate di posizionamento di markers di riferimento in casi selezionati ma soprattutto di TC a bordo dei moderni Acceleratori Lineari da eseguirsi giornalmente durante il trattamento radiante di questi tumori e da un’adeguata ed accurata delineazione anatomo-radiologica non solo dei volumi bersaglio tumorali ma anche e soprattutto degli organi sani circostanti il tumore. Un ulteriore elemento decisivo è la concomitante implementazione, nell’uso corrente di dedicati sistemi di immobilizzazione».
Genovesi sottolinea inoltre il contributo del team della Radioterapia Oncologica di Chieti alla stesura delle raccomandazioni.
«Devo ringraziare moltissimo tutto il team della Radioterapia Oncologica Chieti per il contributo importante alla stesura di tali linee guida di riferimento, un team che ha lavorato moltissimo e si è sempre aggiornato e confrontato con la letteratura scientifica proprio su tutti e 3 questi aspetti: delineazione anatomo-radiologica (attraverso uso combinato di TC; RM, PET/TC) dei volumi bersaglio e degli organi sani adiacenti al tumore, tecniche di controllo soggettivo e personalizzato del movimento respiratorio e sistemi di immobilizzazione dedicati altamente innovativi».
Il consenso multidisciplinare nazionale raccoglie indicazioni sugli aspetti ritenuti cruciali per la somministrazione di una radioterapia di elevata precisione nei tumori dell’addome superiore e sottolinea l’importanza del lavoro multidisciplinare tra medici, tecnici e fisici in Radioterapia.
Il documento conferma inoltre la Radioterapia Oncologica di Chieti tra i Centri di riferimento con maggiore esperienza nelle terapie radianti e al centro delle innovazioni terapeutiche crescenti in oncologia.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Yael Trepy si è risvegliato dal coma ed è stato estubato. Arrivano buone notizie dall’ultimo bollettino dell’Aou di Sassari sulle condizioni del calciatore del Cagliari, ricoverato in Terapia intensiva all’ospedale Santissima Annunziata per un principio di an…
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Yael Trepy si è risvegliato dal coma ed è stato estubato. Arrivano buone notizie dall’ultimo bollettino dell’Aou di Sassari sulle condizioni del calciatore del Cagliari, ricoverato in Terapia intensiva all’ospedale Santissima Annunziata per un principio di annegamento domenica scorsa in piscina. Dopo circa quarantotto ore di coma farmacologico, l’attaccante francese si è risvegliato.
“Al risveglio – si legge nel bollettino – il paziente ha mostrato una piena ripresa dello stato di coscienza: è vigile e collaborante e, allo stato attuale, non presenta deficit neurologici evidenti. Le condizioni respiratorie ed emodinamiche risultano stabili“, spiegano i medici. Ovviamente, precisa il bollettino, “considerata la recente estubazione e il quadro polmonare conseguente alla sindrome da inalazione, il paziente permane ricoverato in Terapia Intensiva, dove prosegue lo stretto monitoraggio clinico e respiratorio”.
La cosa più importante però è il miglioramento delle condizioni di Trepy. I medici raccontano che “nel corso della giornata, come programmato, è stato sospeso il blocco neuromuscolare e progressivamente ridotta la sedazione, con contestuale avvio della progressiva riduzione del supporto ventilatorio“. Quindi, “il mantenimento di scambi respiratori ottimali ha consentito di sospendere la ventilazione meccanica e di procedere, nel pomeriggio, all’estubazione del paziente”, ha dichiarato la dottoressa Stefania Milia, direttrice della Terapia Intensiva Emergenza Urgenza dell’ospedale Santissima Annunziata dell’Aou di Sassari.
Il francese si trovava in una villa a Porto Cervo per il weekend (lasciato libero dal tecnico Fabio Pisacane dopo la vittoria nei trentaduesimi di Coppa Italia contro l’Arezzo) ed è rimasto vittima di un incidente accaduto proprio nella piscina della casa. Forse un malore o forse il non saper nuotare, fatto sta che il classe 2006 domenica, intorno alle 18, ha rischiato di annegare. La notizia è stata data nella mattinata di lunedì dallo stesso club isolano attraverso una nota ufficiale sul proprio sito.
Arrivato al Cagliari nel 2022, Trepy con la Primavera rossoblù si è messo in evidenza conquistando la Coppa Italia nel 2025. Lo scorso gennaio ha poi debuttato in Serie A, segnando contro la Cremonese. Nel febbraio scorso ha rinnovato il contratto fino al 2030 e nel debutto stagionale contro l’Arezzo, giocato venerdì scorso, era partito titolare, rimanendo in campo per 54 minuti.
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Tumori gastrointestinali, la Radioterapia oncologica di Chieti nella top20 dei centri italiani VastoWeb.com
CHIETI. La ricerca scientifica oncologica non si ferma e porta Chieti al centro dell’attenzione nazionale. Sono state pubblicate il 12 agosto sulla rivista scientifica Oncologie le raccomandazioni sull’impiego delle nuove tecniche di Radioterapia Oncologica Guidata dalle Immagini (IGRT) nel trattamento dei tumori gastrointestinali dell’addome superiore, tra cui pancreas, stomaco, fegato e vie biliari.
Il documento nasce da un consenso multidisciplinare promosso da AIRO (Associazione Italiana di Radioterapia e Oncologia Clinica), AITRO (Associazione Italiana Tecnici di Radioterapia Oncologica) e AIFM (Associazione Italiana di Fisica Medica), con l’obiettivo di uniformare sul territorio nazionale gli standard di qualità nell’utilizzo della radioterapia di precisione.
A lavorare alle raccomandazioni sono stati 20 esperti italiani, tra radioterapisti oncologi, fisici medici e tecnici di radioterapia, selezionati sulla base, prevalentemente, di almeno dieci anni di esperienza nel campo della radioterapia dei tumori dell’addome superiore. Il gruppo ha analizzato 16 aspetti ritenuti fondamentali per l’applicazione delle moderne tecniche di trattamento nella pratica clinica.
Tra gli esperti coinvolti figura il professor Domenico Genovesi, direttore della Radioterapia Oncologica di Chieti, che ha contribuito alla stesura delle raccomandazioni.
«I punti ritenuti chiave per una radioterapia di precisione nei tumori del distretto anatomico gastrointestinale superiore – spiega Genovesi – devono essere rappresentati da un accurato controllo del movimento respiratorio di ogni singolo paziente, attraverso strategie combinate e, in casi selezionati, mediante il posizionamento di marker di riferimento».
Un ruolo centrale è affidato inoltre alla TC a bordo dei moderni acceleratori lineari, da utilizzare quotidianamente durante il trattamento, e a un’accurata delineazione anatomo-radiologica non soltanto dei volumi tumorali da trattare, ma anche degli organi sani circostanti.
Tra gli elementi considerati decisivi rientra anche l’impiego di sistemi di immobilizzazione dedicati, necessari per garantire la massima precisione durante l’erogazione della terapia.
«Devo ringraziare moltissimo tutto il team della Radioterapia Oncologica Chieti per il contributo importante alla stesura di tali linee guida di riferimento – sottolinea Genovesi –. Un team che ha lavorato moltissimo e si è sempre aggiornato e confrontato con la letteratura scientifica proprio su tutti e tre questi aspetti: delineazione anatomo-radiologica, attraverso l’uso combinato di TC, RM e PET/TC, tecniche di controllo soggettivo e personalizzato del movimento respiratorio e sistemi di immobilizzazione dedicati altamente innovativi».
Le nuove raccomandazioni rappresentano quindi un riferimento nazionale per i centri di radioterapia chiamati a trattare i tumori dell’addome superiore con tecniche di elevata precisione. Il documento sottolinea anche l’importanza del lavoro multidisciplinare tra medici, tecnici e fisici nell’ambito della radioterapia moderna.
Per la Radioterapia Oncologica di Chieti, la partecipazione del professor Genovesi al gruppo dei 20 esperti e il contributo alla definizione delle raccomandazioni nazionali rappresentano un ulteriore riconoscimento dell’esperienza maturata nel settore e del ruolo del centro abruzzese nel percorso di innovazione delle terapie oncologiche.
Una collaborazione tra ricerca, tecnologia e competenze multidisciplinari che punta a un obiettivo fondamentale: rendere i trattamenti sempre più precisi e personalizzati, aumentando la capacità di colpire il tumore e, al tempo stesso, di proteggere gli organi sani circostanti.
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Radioterapia Oncologica di Chieti tra i 20 centri di esperienza sui tumori gastrointestinali Il Nuovo Online
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La ricerca scientifica oncologica non va in vacanza: pubblicate il 12 Agosto scorso sulla Rivista scientifica Oncologie le raccomandazioni sull’utilizzo delle nuove tecniche di Radioterapia Oncologica Guidate la moderno Imaging (IGRT) per eseguire terapie radianti di estrema precisione nei Tumori GastroIntestinali dell’addome superiore (Pancreas, Stomaco, Fegato e Vie Biliari). Al fine di uniformare gli elevati livelli di qualità nei Centri di Radioterapia Oncologica di tutto il territorio nazionale, un consenso promosso dalle Società scientifiche AIRO (Società Italiana di Radioterapia e Oncologia Clinica), AITRO (Società Italiana dei Tecnici di Radioterapia Oncologica) e AIFM (Società Italiana dei Fisici Sanitari dedicati alla Radioterapia) ha prodotto le raccomandazioni e le linee guida per l’esecuzione di una Radioterapia di precisione guidata dalle Immagini (IGRT) nel trattamento dei tumori dell’addome superiore.
In particolare, 20 esperti italiani tra Radioterapisti Oncologi, Fisici Medici e Tecnici di Radioterapia, selezionati sulla base prevalente di un’esperienza decennale nel campo della Radioterapia nei tumori dell’addome superiore, hanno lavorato su 16 punti ritenuti decisivi per l’implementazione corrente di alcune pratiche nella clinica quotidiana di questo ambito.
“I punti ritenuti chiave per una Radioterapia di precisione nei tumori del distretto anatomico gastrointestinale superiore – spiega il Prof. Domenico Genovesi Direttore della Radioterapia Oncologica Chieti e tra i 20 esperti selezionati – devono essere rappresentati da un accurato controllo del movimento respiratorio di ogni singolo paziente attraverso strategie combinate di posizionamento di markers di riferimento in casi selezionati ma soprattutto di TC a bordo dei moderni Acceleratori Lineari da eseguirsi giornalmente durante il trattamento radiante di questi tumori e da un’adeguata ed accurata delineazione anatomo-radiologica non solo dei volumi bersaglio tumorali ma anche e soprattutto degli organi sani circostanti il tumore. Un ulteriore elemento decisivo è la concomitante implementazione, nell’uso corrente di dedicati sistemi di immobilizzazione. Devo ringraziare moltissimo tutto il team della Radioterapia Oncologica Chieti per il contributo importante alla stesura di tali linee guida di riferimento, un team che ha lavorato moltissimo e si è sempre aggiornato e confrontato con la letteratura scientifica proprio su tutti e 3 questi aspetti: delineazione anatomo-radiologica (attraverso uso combinato di TC; RM, PET/TC) dei volumi bersaglio e degli organi sani adiacenti al tumore, tecniche di controllo soggettivo e personalizzato del movimento respiratorio e sistemi di immobilizzazione dedicati altamente innovativi”.
Questo consenso multidisciplinare nazionale provvede pertanto ad essere un punto di riferimento per tutti i Centri di Radioterapia italiani indicando tutti gli aspetti cruciali per la somministrazione di una Radioterapia di elevata precisione nei tumori dell’addome superiore, conferma l’importanza del lavoro multidisciplinare tra Medici, Tecnici e Fisici in Radioterapia e conferma la Radioterapia Oncologica Chieti tra i Centri di riferimento con maggior esperienza nelle terapie radianti ed al centro delle innovazioni terapeutiche crescenti in oncologia.
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Immunoterapia, nuove cure contro i tumori di polmone Corriere della Calabria
gli sviluppi della ricerca
ROMA L’immunoterapia continua a spostare in avanti i confini della cura dei tumori. Dopo aver rivoluzionato il trattamento delle forme metastatiche, oggi i benefici si estendono anche agli stadi iniziali della malattia, con l’obiettivo di aumentare le probabilità di guarigione. Le nuove prospettive riguardano il tumore del polmone, il carcinoma della vescica e quello dell’endometrio grazie alle recenti approvazioni dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) per nuove indicazioni di durvalumab, illustrate durante l’incontro ‘Tumori, oltre il silenzio della malattia: il valore dell’immunoterapia oggi’ promosso da AstraZeneca al Teatro Gerolamo di Milano. In Italia, nell’ultimo decennio, i decessi per tumore sono diminuiti del 9% e circa la metà delle persone che oggi ricevono una diagnosi di cancro è destinata a guarire, raggiungendo un’aspettativa di vita sovrapponibile a quella della popolazione generale. Un progresso reso possibile dalla prevenzione, dalla diagnosi precoce e dall’evoluzione delle terapie immunologiche. Tra le novità più rilevanti figura il tumore del polmone non a piccole cellule in stadio precoce. Aifa ha approvato la rimborsabilità di durvalumab in associazione alla chemioterapia prima dell’intervento chirurgico e successivamente in monoterapia come trattamento adiuvante. L’obiettivo è ridurre il rischio di recidiva e aumentare la sopravvivenza. “Questa strategia modifica il paradigma terapeutico del carcinoma polmonare non a piccole cellule in stadio precoce, aumentando significativamente le possibilità di cura – spiega Silvia Novello, presidente di Walce e ordinario di Oncologia medica all’Università di Torino – È fondamentale il lavoro del team multidisciplinare per selezionare correttamente i pazienti. Inoltre la chemio-immunoterapia neoadiuvante può ridurre le dimensioni del tumore, consentendo di trattare un maggior numero di pazienti e, potenzialmente, con interventi chirurgici meno invasivi”. Sempre nel tumore del polmone arriva un’importante novità anche per il microcitoma in stadio limitato, una forma particolarmente aggressiva che rappresenta circa il 15% di tutte le diagnosi polmonari. Per la prima volta dopo oltre quarant’anni, l’introduzione di durvalumab come terapia di consolidamento dopo chemioradioterapia determina un miglioramento della sopravvivenza globale, aprendo nuove prospettive terapeutiche. Un’altra svolta riguarda il carcinoma della vescica muscolo-invasivo operabile. Anche in questo caso Aifa ha approvato l’impiego di durvalumab in associazione alla chemioterapia prima della cistectomia radicale, seguito dalla monoterapia dopo l’intervento. “Per circa vent’anni il trattamento standard è stato rappresentato dalla chirurgia preceduta dalla chemioterapia a base di cisplatino, ma quasi la metà dei pazienti sviluppava una recidiva o una progressione di malattia – ricorda Lorenzo Antonuzzo, direttore della Struttura complessa di Oncologia clinica dell’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi di Firenze -. L’aggiunta dell’immunoterapia con durvalumab prima e dopo la chirurgia rappresenta una strategia innovativa che cambia la pratica clinica”. I dati dello studio Niagara confermano il beneficio clinico del nuovo approccio: il trattamento ha ridotto del 25% il rischio di morte e del 32% il rischio di progressione della malattia, recidiva, mancato completamento dell’intervento chirurgico o decesso. A due anni risultava vivo l’82,2% dei pazienti trattati con durvalumab rispetto al 75,2% di quelli sottoposti alla sola chemioterapia. Nuove prospettive arrivano anche per il carcinoma dell’endometrio avanzato o recidivante con deficit del mismatch repair, dove l’associazione tra durvalumab e chemioterapia, seguita dalla terapia di mantenimento, ha dimostrato una marcata riduzione del rischio di progressione della malattia. (Ansa Salute)
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
La Asl pronta a rivalutare la riabilitazione del paziente operato di glioblastoma emmelle.it
Dopo la lettera aperta, l’Azienda Sanitaria si rende disponibile a riconsiderare il percorso terapeutico. Il direttore generale Di Giosia rinnova la vicinanza: “Comprendiamo la sua determinazione, i nostri professionisti restano al suo fianco”
TERAMO – La Asl risponde tempestivamente all’appello lanciato attraverso una lettera aperta da L.S., paziente recentemente sottoposto a un delicato intervento chirurgico per un glioblastoma, aprendo alla possibilità di rimettere a punto il suo programma di recupero. In passato, a seguito di un’attenta valutazione collegiale condivisa e accettata dallo stesso paziente, era stato delineato e intrapreso un percorso riabilitativo di tipo estensivo.
Oggi, accogliendo le istanze espresse nella sua recente comunicazione pubblica, l’Azienda sanitaria locale si è detta formalmente disponibile a riconsiderare l’approccio terapeutico. L’obiettivo primario è quello di continuare a garantire la massima sicurezza clinica e, al contempo, assecondare le profonde aspettative di miglioramento dell’uomo. A tal fine, la Asl è pronta ad accogliere L.S. presso l’Ospedale di comunità di Atri per sottoporlo a una nuova e approfondita valutazione multidisciplinare. Questo delicato passaggio permetterà ai medici di verificare se, alla luce degli eventuali progressi o di cambiamenti nel quadro generale, sia possibile modificare l’attuale indicazione riabilitativa, individuando così strategie più aderenti alle sue attuali esigenze e potenzialità di recupero.
A sottolineare la forte vicinanza dell’azienda sanitaria è intervenuto in prima persona il direttore generale Maurizio Di Giosia, il quale ha espresso profonda empatia per la volontà del paziente di non arrendersi e per la grande tenacia dimostrata in questa difficile battaglia. Il direttore ha ribadito con fermezza che tutta la struttura, con un ringraziamento particolare ai professionisti del settore e a Giuseppina Franzone, responsabile della Uosd Medicina fisica e riabilitazione della Asl di Teramo, continuerà a rimanere saldamente al fianco di L.S. La situazione clinica dell’uomo verrà costantemente monitorata a partire proprio da questa imminente rivalutazione, confermando la totale e incondizionata disponibilità dell’azienda sanitaria per qualsiasi ulteriore necessità o chiarimento.
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Protonterapia al Cro di Aviano, primo Irccs oncologico pubblico Telefriuli
Un investimento complessivo di 38,5 milioni di euro che renderà il Cro di Aviano il primo Irccs oncologico pubblico italiano dotato di Protonterapia, tecnica avanzata di radioterapia di alta precisione che usa un fascio di protoni invece dei raggi X. L’apparecchiatura è stata installata oggi: il gantry, il grande braccio rotante che indirizza il fascio di particelle da 75 tonnellate è stato calato nel bunker attraverso una apertura temporanea del tetto. Domani sarà invece calato il sincrociclotrone, l’acceleratore del peso di 50 tonnellate. Completate le successive fasi di montaggio, collaudo e validazione, i primi pazienti potrebbero essere trattati in autunno 2027.
Il reparto di Oncologia radioterapica del Cro, diretto da Maurizio Mascarin, tratta circa 2.300 nuovi pazienti ogni anno e si stima che la Protonterapia potrà essere utilizzata per circa il 10% della casistica.
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Criteri Critici
Radioterapia oncologica di Chieti tra i 20 centri italiani di esperienza sui tumori gastrointestinali Abruzzo Speciale
Il professor Domenico Genovesi tra gli esperti che hanno contribuito alle nuove raccomandazioni nazionali sulla radioterapia guidata dalle immagini
CHIETI – La Radioterapia Oncologica di Chieti si conferma tra i centri italiani di riferimento nel trattamento dei tumori gastrointestinali dell’addome superiore. Il riconoscimento arriva con la pubblicazione, sulla rivista scientifica Oncologie, delle nuove raccomandazioni nazionali sull’impiego della radioterapia guidata dalle immagini, la cosiddetta IGRT, nei tumori del pancreas, dello stomaco, del fegato e delle vie biliari.
Il documento è frutto di un consenso promosso da AIRO, Società Italiana di Radioterapia e Oncologia Clinica, AITRO, Società Italiana dei Tecnici di Radioterapia Oncologica, e AIFM, Società Italiana dei Fisici Sanitari dedicati alla Radioterapia. L’obiettivo è uniformare gli elevati standard di qualità nei centri di Radioterapia Oncologica italiani e favorire l’applicazione di trattamenti sempre più precisi e sicuri.
Alla stesura hanno partecipato venti esperti italiani tra radioterapisti oncologi, fisici medici e tecnici di radioterapia, selezionati sulla base di un’esperienza di almeno dieci anni nel campo della radioterapia dei tumori dell’addome superiore. Il gruppo di lavoro ha analizzato sedici aspetti considerati decisivi per l’applicazione delle tecniche di radioterapia di precisione nella pratica clinica quotidiana.
Tra gli esperti coinvolti figura il professor Domenico Genovesi, ordinario di Diagnostica per immagini e radioterapia e Neuroradiologia presso il Dipartimento di Medicina e Scienze dell’Invecchiamento dell’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara, nonché direttore della Radioterapia Oncologica di Chieti.
«I punti ritenuti chiave per una radioterapia di precisione nei tumori del distretto anatomico gastrointestinale superiore – spiega il professor Genovesi – devono essere rappresentati da un accurato controllo del movimento respiratorio di ogni singolo paziente».
Questo risultato può essere ottenuto attraverso strategie personalizzate, che in casi selezionati prevedono il posizionamento di marker di riferimento e, soprattutto, l’utilizzo quotidiano della tomografia computerizzata a bordo dei moderni acceleratori lineari durante il trattamento radiante.
Un ruolo fondamentale è affidato anche alla precisa delineazione, sotto il profilo anatomico e radiologico, non soltanto dei volumi tumorali da trattare, ma anche degli organi sani che circondano la lesione. A questi elementi si aggiunge l’impiego di sistemi di immobilizzazione dedicati, progettati per mantenere il paziente nella posizione corretta durante ogni seduta.
Il professor Genovesi ha sottolineato il contributo fornito dall’intero team della Radioterapia Oncologica di Chieti alla definizione delle linee guida. Il gruppo ha approfondito e applicato i principali aspetti legati alla radioterapia di precisione: la delineazione dei volumi bersaglio e degli organi sani attraverso l’utilizzo integrato di TC, risonanza magnetica e PET/TC; il controllo personalizzato del movimento respiratorio; e l’impiego di sistemi di immobilizzazione innovativi.
«Devo ringraziare moltissimo tutto il team della Radioterapia Oncologica Chieti per il contributo importante alla stesura di tali linee guida di riferimento», ha dichiarato Genovesi, evidenziando il lavoro di aggiornamento, confronto e approfondimento svolto dall’équipe.
Il consenso multidisciplinare è destinato a rappresentare un punto di riferimento per i centri di Radioterapia italiani, indicando gli elementi essenziali per la somministrazione di trattamenti ad alta precisione nei tumori dell’addome superiore.
Il documento ribadisce inoltre l’importanza della collaborazione tra medici, tecnici e fisici sanitari, figure professionali chiamate a lavorare insieme nella pianificazione e nell’esecuzione delle terapie.
«Questo consenso multidisciplinare nazionale – conclude il professor Genovesi – riafferma la posizione della Radioterapia Oncologica di Chieti tra i centri di riferimento con maggiore esperienza nelle terapie radianti e al centro delle crescenti innovazioni terapeutiche in oncologia».
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Criteri Critici
Un investimento complessivo di 38,5 milioni di euro che renderà il Cro di Aviano il primo Irccs oncologico pubblico italiano dotato di Protonterapia, tecnica avanzata di radioterapia di alta precisione che usa un fascio di protoni invece dei raggi X. (ANSA)
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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CRO di Aviano, svolta nella cura dei tumori: nel bunker entra il cuore della Protonterapia Nordest24
Al CRO di Aviano installato il gantry da 75 tonnellate della Protonterapia. Investimento da 38,5 milioni, primi trattamenti attesi nel 2027.
AVIANO. Settantacinque tonnellate calate lentamente attraverso un’apertura realizzata nel tetto del bunker. È uno dei passaggi più spettacolari e delicati nella costruzione del nuovo centro di Protonterapia del CRO di Aviano, destinato a portare in Friuli Venezia Giulia una delle tecnologie più avanzate oggi disponibili nella radioterapia oncologica.
Nella giornata di martedì 18 agosto è stato installato il gantry, il grande braccio rotante che consentirà di indirizzare il fascio di protoni sul paziente. Mercoledì sarà invece la volta del sincrociclotrone, l’acceleratore da circa 50 tonnellate che rappresenta un altro elemento fondamentale dell’impianto.
Se il cronoprogramma verrà rispettato, i primi pazienti potrebbero essere trattati nell’autunno del 2027.
Un investimento da 38,5 milioni di euro
Il progetto vale complessivamente 38,5 milioni di euro, finanziati dalla Regione e con risorse proprie del CRO, comprese quelle provenienti dalle donazioni private e dal 5 per mille.
Una volta completata, la struttura farà del CRO il primo istituto oncologico pubblico italiano dotato di Protonterapia e il quinto centro del Paese a disporre di questa tecnologia.
Prima di Aviano sono arrivati il Centro di Protonterapia di Trento, il CNAO di Pavia, CATANA a Catania e Humanitas di Rozzano.
Il nuovo investimento si inserisce in un percorso di potenziamento tecnologico dell’istituto. Nei mesi scorsi Nordest24 aveva raccontato anche l’arrivo al CRO di Aviano della nuova risonanza magnetica da 1,5 Tesla, altro intervento destinato a migliorare qualità e precisione delle prestazioni diagnostiche.
Riccardi: «Una scelta forte che rivendico»
A seguire le operazioni nel cantiere è arrivato anche l’assessore regionale alla Salute Riccardo Riccardi.
«Questa è simbolicamente una giornata molto importante perché l’investimento per la Protonterapia al CRO di Aviano è molto oneroso ed è una scelta forte, che rivendico con forza», ha affermato.
Per Riccardi il valore dell’investimento non può essere valutato esclusivamente dal punto di vista finanziario.
«L’onere delle decisioni è un peso che spesso si preferisce evitare per il suo costo, ma che poi si paga in termini di capacità di risposta ai bisogni di salute delle persone».
L’assessore ha indicato anche un obiettivo più ampio: aumentare l’attrattività dell’istituto, consolidarne la reputazione e creare condizioni capaci di richiamare professionisti, ricerca e casistica oncologica di elevata complessità.
Che cosa cambia con la Protonterapia
A spiegare il significato clinico del nuovo impianto è stato Maurizio Mascarin, direttore dell’Oncologia radioterapica del CRO.
La struttura permetterà di affiancare alla radioterapia tradizionale con fotoni anche il trattamento mediante protoni, scegliendo di volta in volta la soluzione più appropriata in base al tumore e alle caratteristiche del paziente.
La differenza fondamentale riguarda il modo nel quale viene distribuita l’energia.
Con i protoni è possibile controllare con maggiore precisione la profondità alla quale il fascio si arresta, riducendo così l’irradiazione dei tessuti sani che si trovano oltre il bersaglio.
Un vantaggio particolarmente importante quando il tumore si trova vicino a organi delicati.
Bambini e tumori vicini agli organi critici
Tra i pazienti che potrebbero ottenere i maggiori benefici ci sono quelli pediatrici, nei quali ridurre la dose di radiazioni ai tessuti sani significa anche diminuire il rischio di conseguenze che potrebbero manifestarsi molti anni dopo le cure.
La Protonterapia potrà avere un ruolo significativo anche nei tumori localizzati vicino a organi critici e nelle recidive che interessano zone del corpo già precedentemente sottoposte a radioterapia.
Il tema degli effetti a lungo termine è diventato sempre più importante proprio grazie all’aumento della sopravvivenza dei pazienti oncologici.
Mascarin ha ricordato che nei pazienti trattati decenni fa possono essere osservati effetti tardivi delle terapie, compresa la possibile comparsa di secondi tumori correlati alle precedenti irradiazioni.
Ridurre quanto più possibile l’esposizione dei tessuti sani diventa quindi parte integrante della strategia terapeutica.
Fino a 200 pazienti l’anno
L’Oncologia radioterapica del CRO tratta attualmente circa 2.300 nuovi pazienti ogni anno.
Le stime indicano che la Protonterapia potrebbe essere utilizzata per 150-200 persone all’anno, una quota vicina al 10 per cento della casistica trattata.
A pieno regime l’impianto avrà una capacità di circa 20 pazienti al giorno.
Non sarà quindi una tecnologia destinata a sostituire completamente la radioterapia tradizionale: servirà invece a selezionare i casi nei quali il trattamento con protoni offre un vantaggio clinico concreto.
Lo sviluppo della Protonterapia era stato richiamato dal CRO anche parlando delle nuove possibilità nella cura dei sarcomi, dove tecnologie radioterapiche sempre più mirate consentono di ridurre l’esposizione degli organi sani.
Undici mesi soltanto per installare e validare l’impianto
L’arrivo delle grandi componenti non significa che la macchina sia pronta per essere utilizzata.
La fase di installazione durerà circa undici mesi e comprenderà il montaggio meccanico, la validazione dell’acceleratore, l’installazione dei sistemi per il posizionamento del paziente e la gestione del fascio, le verifiche radiografiche e infine i test complessivi.
La precisione richiesta è dell’ordine del decimo di millimetro.
Per questo ogni componente dovrà essere allineato e calibrato prima della validazione clinica dell’intero centro.
Domani arriva il sincrociclotrone da 50 tonnellate
Il passaggio di oggi ha avuto come protagonista il gantry.
Quello di mercoledì riguarderà invece il sincrociclotrone, del peso di circa 50 tonnellate: è la macchina che accelera le particelle necessarie al trattamento.
A seguire ci saranno il completamento della copertura del bunker e delle opere di radioprotezione.
La struttura è stata progettata proprio per schermare le radiazioni prodotte durante il funzionamento della macchina: in alcuni punti i muri raggiungono uno spessore vicino ai tre metri.
Il cantiere era stato avviato nel settembre 2024 ed è affidato al raggruppamento formato dalla belga IBA - Ion Beam Applications e da Bettiol Srl.
Una nuova struttura collegata alla Radioterapia
Il centro non sarà separato dal resto dell’attività oncologica.
La nuova struttura sarà infatti collegata direttamente all’attuale Radioterapia oncologica attraverso un corridoio interrato.
Accanto al bunker e alle sale nelle quali verranno eseguiti i trattamenti sarà realizzata anche un’area sanitaria con spazi per l’accoglienza, attività cliniche e servizi di supporto.
L’obiettivo è integrare la tecnologia nel normale percorso del paziente oncologico, mantenendo la presa in carico multidisciplinare che caratterizza il CRO.
Il bacino si allargherà oltre il Friuli Venezia Giulia
La Protonterapia di Aviano è pensata per un bacino che va oltre i confini regionali.
Tra le aree di riferimento vengono indicati anche il Veneto, la Slovenia e l’Austria, rafforzando ulteriormente la vocazione sovraregionale e internazionale del CRO.
L’istituto avianese è già punto di riferimento per patologie oncologiche complesse. Nordest24 aveva raccontato anche l’attività di sostegno alla ricerca e alle cure attraverso iniziative come la raccolta fondi del Sorriso di Giulia destinata al CRO di Aviano.
Una parte della macchina sarà dedicata alla ricerca
La struttura non sarà utilizzata soltanto per l’attività clinica.
Una parte del tempo macchina sarà riservata alla ricerca, in particolare allo studio dell’interazione tra protoni e nuovi trattamenti oncologici, dagli immunoterapici alle terapie molecolari.
Il traguardo immediato resta però quello fissato nel calendario del cantiere: completare installazione, calibrazione e collaudi per poter arrivare nell’autunno del 2027 ai primi trattamenti sui pazienti.
L’ingresso del gantry da 75 tonnellate nel bunker segna quindi molto più di un passaggio tecnico: è il momento nel quale un investimento avviato anni fa comincia materialmente a trasformarsi in una nuova possibilità terapeutica per i pazienti oncologici del Friuli Venezia Giulia e di un bacino molto più ampio.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Radioterapia oncologica di Chieti tra i 20 centri italiani coinvolti nelle nuove raccomandazioni sui tumori gastrointestinali ChietiToday
La Radioterapia oncologica di Chieti figura tra i centri rappresentati nel gruppo di esperti che ha contribuito alla definizione delle nuove raccomandazioni nazionali sull’utilizzo della radioterapia guidata dalle immagini nei tumori gastrointestinali dell’addome superiore.
Le indicazioni, pubblicate sulla rivista scientifica “Oncologie”, riguardano l’impiego delle moderne tecniche di Image Guided Radiation Therapy (Igrt) nel trattamento dei tumori di pancreas, stomaco, fegato e vie biliari, con l’obiettivo di uniformare gli standard di qualità nei centri di radioterapia oncologica italiani.
Il documento nasce da un consenso promosso da Airo, Associazione italiana di radioterapia e oncologia clinica, Aitro, Associazione italiana tecnici sanitari di radiologia medica e radioterapia oncologica, e Aifm, Associazione italiana di fisica medica. Al lavoro hanno partecipato 20 esperti italiani tra radioterapisti oncologi, fisici medici e tecnici di radioterapia, selezionati sulla base di un’esperienza di almeno dieci anni nel trattamento dei tumori dell’addome superiore.
Tra loro c’è il professor Domenico Genovesi, ordinario di Diagnostica per immagini, radioterapia e neuroradiologia nel dipartimento di Medicina e scienze dell’invecchiamento dell’università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara e direttore della Radioterapia oncologica di Chieti.
«I punti ritenuti chiave per una radioterapia di precisione nei tumori del distretto anatomico gastrointestinale superiore devono essere rappresentati da un accurato controllo del movimento respiratorio di ogni singolo paziente attraverso strategie combinate di posizionamento di marker di riferimento in casi selezionati, ma soprattutto di Tc a bordo dei moderni acceleratori lineari da eseguirsi giornalmente durante il trattamento radiante», spiega Genovesi.
Un altro aspetto centrale riguarda, prosegue il direttore, «un’adeguata e accurata delineazione anatomo-radiologica non solo dei volumi bersaglio tumorali, ma anche e soprattutto degli organi sani circostanti il tumore», insieme all’utilizzo di specifici sistemi di immobilizzazione.
Genovesi sottolinea anche il contributo del gruppo di lavoro teatino: «Devo ringraziare moltissimo tutto il team della Radioterapia oncologica di Chieti per il contributo importante alla stesura di tali linee guida di riferimento, un team che ha lavorato moltissimo e si è sempre aggiornato e confrontato con la letteratura scientifica».
Il lavoro svolto a Chieti si è concentrato in particolare sulla delineazione dei volumi bersaglio e degli organi sani attraverso l’impiego combinato di Tc, risonanza magnetica e Pet/Tc, sulle tecniche di controllo personalizzato del movimento respiratorio e sui sistemi di immobilizzazione dedicati.
«Questo consenso multidisciplinare nazionale rappresenta un punto di riferimento per tutti i centri di radioterapia italiani, indicando gli aspetti cruciali per la somministrazione di una radioterapia di elevata precisione nei tumori dell’addome superiore», aggiunge Genovesi.
Le raccomandazioni evidenziano inoltre il ruolo della collaborazione tra medici, tecnici e fisici sanitari nella gestione dei trattamenti. Per Genovesi, il coinvolgimento nel gruppo di lavoro «riafferma la posizione della Radioterapia oncologica di Chieti tra i centri con maggiore esperienza nelle terapie radianti e nelle innovazioni terapeutiche in oncologia».
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Tumori, il nemico nascosto è la mancanza di ossigeno: così l’ipossia può renderli più resistenti a chemio, radio e immunoterapia Mondosanità
Dentro molti tumori solidi esistono zone in cui arriva pochissimo ossigeno. Non è soltanto una conseguenza della crescita della massa tumorale: le cellule cancerose possono adattarsi a questa condizione e sfruttarla per sopravvivere, modificare il proprio metabolismo, sfuggire al sistema immunitario e diventare meno sensibili alle terapie. Una vasta review pubblicata su Frontiers in Oncology ricostruisce i meccanismi dell’ipossia tumorale e indica una delle possibili strade dell’oncologia di precisione: misurare quanto un tumore è ipossico e intervenire proprio sui suoi punti più poveri di ossigeno.
Un tumore non è semplicemente un ammasso di cellule che proliferano senza controllo. È quasi un piccolo ecosistema. Ha vasi sanguigni, cellule immunitarie, fibroblasti, proteine strutturali, molecole di segnalazione e una matrice extracellulare che avvolge e sostiene le cellule. E all’interno di questo ecosistema può crearsi una condizione apparentemente paradossale: mentre il tumore cresce e consuma sempre più energia, alcune sue regioni rimangono quasi senza ossigeno.
La review di Kamilla J.A. Bigos e colleghi, pubblicata su Frontiers in Oncology, stima che circa il 50% dei tumori solidi presenti aree di ipossia.
Ed è proprio qui che comincia una delle battaglie più interessanti della moderna oncologia.
Nelle cellule normali una grave carenza di ossigeno rappresenta una situazione di emergenza. Le cellule tumorali, invece, possono sviluppare strategie che consentono loro di sopravvivere. Uno dei protagonisti è HIF, Hypoxia-Inducible Factor, un sistema molecolare che funziona quasi come un sensore dell'ossigeno. Quando l'ossigeno diminuisce, HIF attiva una serie di geni che permettono alla cellula di adattarsi: aumenta la capacità di utilizzare il glucosio, favorisce la formazione di nuovi vasi sanguigni e modifica numerosi programmi cellulari coinvolti nella sopravvivenza.
L'ipossia può così influenzare crescita, invasività e resistenza alle terapie e contribuire alla capacità del tumore di metastatizzare. Non esiste inoltre una sola ipossia: può essere cronica, acuta oppure "ciclica", con periodi di carenza di ossigeno alternati a momenti di riossigenazione. Proprio queste oscillazioni possono contribuire ulteriormente alla resistenza a radioterapia e chemioterapia.
Il tumore cambia carburante Quando l'ossigeno scarseggia cambia anche il metabolismo: le cellule tumorali aumentano il ricorso alla glicolisi e il consumo di glucosio, producendo maggiori quantità di lattato. Il microambiente che circonda il tumore tende così a diventare più acido. Non è un particolare secondario. L'acidificazione del microambiente può contribuire a sopprimere la risposta immunitaria e favorire invasione e metastasi. In altre parole, la scarsità di ossigeno non riguarda soltanto la "respirazione" della cellula cancerosa: può riorganizzare buona parte dell'ambiente in cui il tumore vive.
Anche la struttura che circonda il tumore cambia Uno degli aspetti più affascinanti riguarda la matrice extracellulare, la rete di collagene, fibronectina e altre molecole che costituisce una sorta di impalcatura dei tessuti. L'ipossia può modificarla: entrano in gioco enzimi come le lisil-ossidasi (LOX), capaci di favorire i legami tra le fibre e contribuire alla rigidità della matrice. Anche i fibroblasti associati al cancro (CAF) partecipano profondamente alla costruzione di questo microambiente. Il risultato può essere una struttura più fibrotica e rigida, ma la situazione è molto più complessa di quanto si pensasse. La stessa review sottolinea infatti che esistono diversi sottotipi di CAF: alcuni possono favorire il tumore, altri esercitare effetti opposti. È uno dei motivi per cui colpire indiscriminatamente queste cellule non rappresenta necessariamente una strategia efficace. Il tumore, insomma, non modifica soltanto se stesso: può rimodellare il "terreno" nel quale cresce.
Perché la radioterapia soffre quando manca ossigeno Il rapporto tra ossigeno e radioterapia è particolarmente importante. Le radiazioni producono radicali altamente reattivi che, in presenza di ossigeno, contribuiscono a rendere più stabile il danno provocato al DNA delle cellule tumorali. Quando l'ossigeno scarseggia, questo meccanismo perde parte della propria efficacia. La review ricorda dati sperimentali secondo cui, in condizioni ipossiche, può essere necessario un effetto radiobiologico equivalente a quello ottenibile con una dose 2,5-3 volte maggiore rispetto alle condizioni ossigenate. Questo non significa naturalmente che sia sufficiente aumentare indiscriminatamente le dosi: farlo significherebbe aumentare anche il rischio per i tessuti sani. La vera sfida è un'altra: capire dove si trovano le aree ipossiche e come renderle nuovamente vulnerabili.
L'ipossia può proteggere il tumore anche dalla chemioterapia Il problema non riguarda soltanto le radiazioni. L'ipossia può portare alcune cellule verso una condizione di relativa quiescenza. Ma diversi farmaci antitumorali funzionano meglio proprio sulle cellule che si stanno dividendo. La review richiama meccanismi di resistenza che possono interessare differenti categorie di farmaci e descrive inoltre l'attivazione, in condizioni ipossiche, di vie cellulari di sopravvivenza come PI3K/AKT, MAPK e NF-kB.
La scarsità di ossigeno diventa quindi una sorta di pressione selettiva: sopravvivono meglio le cellule capaci di adattarsi a un ambiente ostile e può nascondere il tumore al sistema immunitario. C'è poi il terzo fronte: l'immunoterapia. L'ipossia può modificare le cellule immunitarie e l'endotelio dei vasi, ridurre l'infiltrazione di alcune cellule antitumorali e favorire un microambiente maggiormente immunosoppressivo. I fibroblasti associati al tumore possono inoltre cambiare la produzione di citochine e chemochine. In alcuni modelli descritti nella review, questi meccanismi possono ridurre l'attività di linfociti T, cellule dendritiche e cellule NK e favorire segnali collegati all'esaurimento dei linfociti e all'evasione immunitaria. Ecco perché l'ipossia viene studiata anche come possibile componente della resistenza all'immunoterapia. Possiamo vedere le zone senza ossigeno?
Questa è probabilmente una delle questioni più importanti. Se l'ipossia influenza così profondamente la risposta alle cure, sarebbe utile poter costruire una vera e propria mappa dell'ossigenazione del tumore prima e durante il trattamento. Sono stati studiati marcatori come HIF-1α, CA9 e GLUT1, firme genetiche e tecniche di imaging. Una delle possibilità è la PET con traccianti dell'ipossia, come 18F-MISO. Sono allo studio anche altri approcci di imaging, compresa la risonanza magnetica dinamica con contrasto.
In alcuni tumori testa-collo, la PET dell'ipossia ha mostrato potenzialità nella previsione della risposta e della recidiva locale. La risonanza può invece fornire informazioni sulla perfusione e indirettamente sull'ossigenazione. Ma non esiste ancora il biomarcatore perfetto. Costo, riproducibilità, standardizzazione, disponibilità delle tecnologie e validazione prospettica rappresentano ancora ostacoli importanti.
Rendere il tumore più vulnerabile all'ossigeno. L'idea di modificare l'ipossia non è nuova. Sono stati sperimentati nel tempo ossigeno iperbarico o miscele respiratorie, farmaci capaci di modificare la perfusione, radiosensibilizzanti come il nimorazolo, molecole attivate preferenzialmente nelle zone ipossiche e farmaci diretti contro bersagli molecolari collegati alla risposta alla carenza di ossigeno. E non si tratta soltanto di esperimenti di laboratorio.
Una revisione sistematica citata dagli autori e comprendente 10.108 pazienti in 86 studi randomizzati aveva mostrato che modificare l'ipossia nei pazienti sottoposti a radioterapia poteva migliorare il controllo loco-regionale e associarsi a un miglioramento della sopravvivenza globale.
Esistono inoltre esempi clinici concreti. Nel trial DAHANCA-5 sui tumori testa-collo, l'aggiunta del radiosensibilizzante nimorazolo portò il controllo loco-regionale dal 33 al 49%. Nel BCON trial sul carcinoma della vescica muscolo-invasivo, l'associazione della radioterapia con carbogen e nicotinamide produsse un miglioramento assoluto della sopravvivenza globale del 13%; il beneficio è risultato mantenuto nel follow-up a dieci anni, soprattutto considerando la stratificazione mediante biomarcatori dell'ipossia. Risultati importanti, anche se queste strategie non sono diventate pratica standard per la maggioranza dei tumori solidi. Verso una radioterapia "dipinta" sul tumore. Una prospettiva particolarmente interessante è combinare imaging e radioterapia di precisione. Se una PET fosse in grado di indicare quali zone del tumore sono maggiormente ipossiche e quindi potenzialmente radioresistenti, quelle stesse aree potrebbero diventare bersagli di un trattamento differenziato. È il concetto del dose painting: non considerare necessariamente tutto il tumore biologicamente identico, ma adattare la distribuzione della dose alle caratteristiche delle diverse regioni della massa tumorale. La review cita questa possibilità anche nell'ambito della protonterapia, dove le regioni più ipossiche potrebbero essere oggetto di strategie di intensificazione mirata. È un passaggio concettuale importante: dalla radioterapia guidata prevalentemente dall'anatomia alla radioterapia guidata anche dalla biologia del tumore.
Il futuro: misurare l'ipossia prima di scegliere la terapia
Il vero salto potrebbe quindi essere la stratificazione dei pazienti. Due tumori apparentemente simili per sede e dimensioni potrebbero avere livelli di ossigenazione molto differenti e, di conseguenza, una diversa sensibilità alle cure. L'obiettivo dell'oncologia di precisione potrebbe diventare non soltanto chiedersi quale mutazione possieda il tumore, ma anche:
quanto ossigeno arriva alle sue cellule? Gli autori sottolineano tuttavia che molti biomarcatori disponibili non sono ancora facilmente trasferibili nella pratica clinica e diversi non sono stati validati in studi prospettici. Servono piattaforme accessibili, standardizzate e sostenibili economicamente. Anche i modelli sperimentali dovranno diventare più realistici. Molti studi utilizzano ancora colture bidimensionali composte da un solo tipo cellulare, mentre un tumore reale contiene cellule cancerose, fibroblasti, cellule immunitarie, vasi e matrice extracellulare che comunicano continuamente tra loro. Gli autori indicano nei modelli tridimensionali multicellulari e nello studio dell'ipossia ciclica strumenti importanti per comprendere meglio questi fenomeni.
La conclusione è dunque meno fantascientifica di quanto possa sembrare: l'ossigeno potrebbe diventare una nuova informazione da aggiungere alla carta d'identità biologica del tumore. Non basta sapere dove si trova una neoplasia, quanto è grande o quali mutazioni possiede. Comprendere come respira, quali sue zone vivono quasi senza ossigeno e come queste dialogano con immunità, fibroblasti e matrice extracellulare potrebbe aiutare a spiegare perché alcune cellule sopravvivono alle cure. E soprattutto potrebbe indicare dove colpirle meglio.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Svolta per la cura dei tumori al Cro di Aviano: calato nel bunker il braccio rotante della nuova Protonterapia Messaggero Veneto
Una giornata storica per la sanità del Friuli Venezia Giulia e per la lotta ai tumori. Nel cantiere del Centro di Riferimento Oncologico (CRO) di Aviano sono scattate le delicate operazioni di installazione della nuova Protonterapia: attraverso un'apertura temporanea creata sul tetto del bunker, è stato calato il gantry, l'imponente braccio rotante da 75 tonnellate che avrà il compito di indirizzare il fascio di particelle con precisione millimetrica.
I lavori proseguiranno a ritmo serrato con il posizionamento del sincrociclotrone — l'acceleratore di particelle dal peso di circa 50 tonnellate — a cui seguiranno undici mesi dedicati al montaggio meccanico, alle verifiche radiografiche, alla taratura dei sistemi e ai collaudi complessivi. Se la tabella di marcia verrà rispettata, i primi pazienti potranno essere trattati nell'autunno del 2027.
Un investimento di eccellenza da 38,5 milioni di euro
L'opera comporta un impegno economico complessivo di 38,5 milioni di euro, finanziati dalla Regione Friuli Venezia Giulia e da fondi propri del Cro nei quali rientrano anche le donazioni private e i proventi del 5 per mille. La struttura sarà direttamente collegata all'attuale reparto di Radioterapia oncologica tramite un corridoio interrato e comprenderà, oltre al bunker con pareti spesse fino a tre metri per la radioprotezione, un'area sanitaria dedicata ad accoglienza, attività clinica e servizi.
Riccardi: "La Protonterapia consolida la reputazione del Cro di Aviano"
L'installazione posiziona il Cro come il quinto centro in Italia a disporre della Protonterapia (insieme a Trento, Pavia, Catania e Rozzano), ma gli conferisce un primato assoluto: sarà il primo istituto oncologico interamente pubblico nel Paese a dotarsi di tale tecnologia.
Alla visita di cantiere ha preso parte l'assessore regionale alla Salute, Riccardo Riccardi, che ha rivendicato con forza la scelta politica e finanziaria della Regione, evidenziando come l'investimento rafforzi la reputazione della sanità pubblica e l'attrattività del Cro verso i migliori professionisti. Presenti alla giornata anche il sindaco di Aviano Paolo Tassan-Zanin, il presidente della Fondazione Cro Aviano Onlus e di Confindustria Alto Adriatico Michelangelo Agrusti — storico promotore dell'iniziativa fin dagli anni Novanta —, Piero Cappelletti, presidente del Comitato di indirizzo del Cro, e i responsabili tecnici e clinici del progetto.
Come funziona e quali sono i vantaggi per i pazienti
Come spiegato dal direttore dell'Oncologia radioterapica del Cro, Maurizio Mascarin, la Protonterapia affiancherà la radioterapia tradizionale a fotoni. La differenza sostanziale risiede nella capacità di controllare la profondità a cui il fascio di protoni rilascia la sua energia arrestandosi: questo consente di colpire il tumore risparmiando i tessuti sani circostanti.
Tale precisione permette di ridurre drasticamente gli effetti collaterali tardivi e i cosiddetti "secondi tumori" indotti a distanza di decenni dai trattamenti, un aspetto cruciale considerando l'aumento della sopravvivenza dei pazienti. La Protonterapia risulta particolarmente indicata per i pazienti pediatrici, dove la salvaguardia dei tessuti in crescita è fondamentale, per i tumori localizzati vicino a organi critici o difficilmente raggiungibili e per le recidive sviluppate in aree già sottoposte in passato a cicli di radioterapia.
L'assessore alla delicata installazione nel bunker del gantry, braccio rotante dell'impianto che potrà essere in funzione da autunno 2027 Aviano, 18 ago - "Questa è simbolicamente una giornata molto importante perché l'investimento per la protonterapia al Cro di Aviano è molto oneroso ed è una scelta forte, che rivendico con forza: l'onere delle decisioni è un peso che spesso si preferisce evitare per il suo costo, ma che poi si paga in termini di capacità di risposta ai bisogni di salute delle persone. Mi auguro che questo investimento rafforzi la reputazione del nostro sistema sanitario, restituendo fiducia ai cittadini e superando le contrapposizioni di chi guarda ai destini dei singoli e non a quelli della comunità. Oggi considerare una neoplasia oncologica come un elemento di cronicità è una grande conquista". Lo ha affermato oggi l'assessore regionale alla Salute, Riccardo Riccardi, in visita al cantiere del Centro di riferimento oncologico (Cro) di Aviano, dove è in corso l'installazione della nuova Protonterapia. Il gantry, il grande braccio rotante che indirizza il fascio di particelle, del peso di circa 75 tonnellate, è stato calato oggi nel bunker attraverso l'apertura temporanea del tetto. Domani sarà invece calato il sincrociclotrone, l'acceleratore del peso di circa 50 tonnellate. Completate le successive fasi di montaggio, collaudo e validazione, i primi pazienti potrebbero essere trattati nell'autunno del 2027. L'installazione del sistema richiederà circa 11 mesi e comprenderà il montaggio meccanico delle componenti, la validazione dell'acceleratore, i sistemi di posizionamento del paziente e di gestione del fascio, le verifiche radiografiche e la validazione complessiva del centro, prima dei test e del collaudo. Il nuovo impianto rappresenta un investimento complessivo di 38,5 milioni di euro e renderà il Cro il primo istituto oncologico pubblico italiano dotato di Protonterapia, il quinto centro in Italia a disporre di questa tecnologia. Riccardi ha sottolineato come la realizzazione della Protonterapia si inserisca nella strategia di consolidamento del Cro quale punto di riferimento per la cura e la ricerca oncologica, insieme alla formazione e alla capacità di attrarre professionisti. La scelta, ha evidenziato, è stata assunta dalla Regione considerando non soltanto gli aspetti economico-finanziari, ma anche le ricadute sul sistema professionale e sulla qualità delle prestazioni. "La scelta deve innanzitutto avere una condizione tecnica, la capacità di rispondere a un bisogno conclamato e delle potenzialità di flusso, perché a questo sono correlate anche le risorse economico-finanziarie, molto ingenti in questo caso visto che alla fine si toccheranno 40 milioni di euro" ha osservato Riccardi, evidenziando il valore della concentrazione della casistica e dell'eccellenza delle prestazioni, elementi che possono rafforzare l'attrattività del Cro e contribuire a portare nuovi professionisti in una struttura dotata di tecnologie avanzate e di un forte profilo di ricerca. Nel corso della visita, ad afflusso ridotto per motivi di sicurezza, oltre al sindaco di Aviano Paolo Tassan-Zanin erano presenti anche Michelangelo Agrusti, presidente della Fondazione Cro Aviano Onlus e di Confindustria Alto Adriatico, promotore fin dagli anni Novanta della richiesta di questo investimento per il Cro e Piero Cappelletti oggi presidente del Comitato di indirizzo e valutazione del Cro e già direttore generale dell'istituto. Riccardi ha ricordato il contributo di Agrusti al percorso che ha portato a suo tempo al riconoscimento del Cro come istituto di ricovero e cura a carattere scientifico e allo sviluppo del progetto attuale e ha rivolto un ringraziamento particolare al direttore generale Giuseppe Tonutti. A illustrare le caratteristiche della struttura è stato il direttore dell'Oncologia radioterapica del Cro, Maurizio Mascarin. L'impianto consentirà di affiancare alla radioterapia tradizionale con fotoni anche il trattamento con protoni, permettendo di scegliere la tecnologia più appropriata in funzione delle caratteristiche della patologia e del paziente. La principale differenza consiste nella possibilità di controllare la profondità alla quale il fascio di protoni si arresta, limitando l'irradiazione dei tessuti sani circostanti. Questo consente di ridurre gli effetti collaterali tardivi e assume particolare rilevanza nei pazienti pediatrici, nei tumori localizzati vicino a organi critici e nelle recidive che interessano aree già sottoposte a radioterapia. La riduzione dell'esposizione dei tessuti sani è particolarmente importante anche alla luce della maggiore sopravvivenza dei pazienti oncologici. Mascarin ha evidenziato come oggi siano osservabili, anche a distanza di 25-30 anni, effetti tardivi delle terapie radioterapiche effettuate negli anni Ottanta e Novanta, tra cui i cosiddetti secondi tumori indotti dai precedenti trattamenti. La Protonterapia punta quindi anche a ridurre questo tipo di conseguenze a lungo termine. Il reparto di Oncologia radioterapica del Cro tratta attualmente circa 2.300 nuovi pazienti ogni anno e si stima che la Protonterapia potrà essere utilizzata per circa 150-200 pazienti all'anno, pari a circa il 10 per cento della casistica. La capacità dell'impianto sarà di circa 20 pazienti al giorno a regime. Il Cro sarà il quinto centro italiano a disporre della Protonterapia, dopo il Centro di Protonterapia di Trento, il Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica (CNAO) di Pavia, il centro CATANA di Catania, l’Istituto europeo oncologico (IEO) di Milano e Humanitas di Rozzano, nell'area metropolitana di Milano. La struttura avianese sarà però il primo istituto oncologico pubblico italiano completamente pubblico a dotarsi di questa tecnologia. Il bacino di riferimento considererà quindi Veneto, ma anche Slovenia e Austria (Vienna dispone di una prontoterapia). Particolare rilievo avrà inoltre l'attività di ricerca: una parte del tempo macchina sarà destinata allo studio dell'interazione dei protoni con i nuovi farmaci oncologici, gli immunoterapici e le terapie molecolari, con l'obiettivo di sviluppare nuove possibilità terapeutiche. Gli aspetti tecnici dell'installazione sono stati illustrati dal coordinatore dei lavori per IBA Group, Matteo Pasini. La precisione richiesta per il trattamento è nell'ordine del decimo di millimetro e impone un accurato allineamento e una successiva calibrazione di tutte le componenti. Il responsabile del procedimento, Dimitri Troncon, ha illustrato il proseguimento del cantiere, che prevede anche il completamento della copertura del bunker e delle opere necessarie alla radioprotezione. In alcuni punti i muri raggiungono uno spessore vicino ai tre metri. Il progetto, avviato nel settembre 2024, è affidato al raggruppamento temporaneo di imprese composto dalla belga IBA - Ion Beam Applications e dalla Bettiol Srl. Il quadro economico complessivo è di 38,5 milioni di euro, finanziati dalla Regione e da fondi propri del Cro, comprese le risorse derivanti dalle donazioni private e dal 5 per mille. La nuova struttura sarà direttamente collegata all'attuale Radioterapia oncologica attraverso un corridoio interrato e comprenderà il bunker destinato al macchinario e alle sale di trattamento e un'area sanitaria per accoglienza, attività clinica e servizi di supporto. ARC/EP/gg
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
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"È ridicolo", Sharon Stone svela la reazione dell'ex marito dopo la diagnosi di due tumori al seno Demografica
“È ridicolo”, così, vent’anni fa, l’ex marito di Sharon Stone, Phil Bronstein, reagì alla diagnosi di due tumori al seno appena comunicata alla moglie. “Uno di questi tumori era più grande di tutto il mio seno sinistro. Il medico è venuto a casa mia e mi ha detto: ‘Guardi, pensiamo che dovrebbe sottoporsi a una mastectomia bilaterale. La situazione è davvero grave’”, ha spiegato l’attrice, ospite del podcast ‘The Person Who Believed In Me’ condotto da David Begnaud.
La coppia ha divorziato nel 2004, ma i motivi della rottura sono stati sempre poco chiari. Ora sappiamo che quanto avvenuto quel giorno, tra le mura della loro casa, fu la goccia che fece traboccare il vaso. O forse qualcosa di peggio: “Tutto finì lì, in quella stanza. Per lui era finita. Era tutto finito. Si capiva benissimo. Mio marito pensava che fossi ridicola. Pensava che fosse tutta una sciocchezza. Pensava che prendessi troppe decisioni da sola”, ha rivelato la Catherine Tramell di Basic Instinct. La coppia si separò poco dopo.
Il matrimonio (secondo e ultimo per Sharon Stone) durò dal 1998 al 2004.
La diagnosi di mastectomia bilaterale
Dopo aver definito “ridicolo” quanto sarebbe avvenuto, Bronstein (mai nominato esplicitamente dall’attrice) uscì dalla stanza. “Mi sarei sottoposta a una mastectomia bilaterale, ma lui non era preoccupato per la mia salute, no, no. Era arrabbiato perché mi avrebbero asportato entrambi i seni”, ha rivelato l’attrice statunitense.
Il medico provò a far ragione l’ex marito di Stone, ma la donna reagì: “Decido io, non lui”.
Le analisi successive e le biopsie rilevarono che quelle grandi masse tumorali erano fortunatamente benigne. Sharon Stone non dovette quindi procedere con la mastectomia totale preventiva, ma si sottopose a un intervento di rimozione dei noduli e a una successiva chirurgia ricostruttiva.
Mastectomia bilaterale: cos’è, perché si esegue e tassi di sopravvivenza del tumore al seno
La mastectomia bilaterale è un intervento di chirurgia oncologica che prevede la rimozione completa del tessuto ghiandolare di entrambe le mammelle. Si tratta di una procedura tipica della gestione del carcinoma mammario, ma viene impiegata anche come strategia di prevenzione primaria in donne sane ad alto rischio ereditario.
Perché si esegue la rimozione di entrambi i seni?
Le indicazioni cliniche che spingono l’équipe medica a optare per un intervento demolitivo bilaterale si dividono principalmente in due categorie:
Finalità terapeutica: viene raccomandata in caso di tumori multifocali o multicentrici (estesi a più quadranti della ghiandola), carcinomi localmente avanzati, o laddove si verifichino recidive locali dopo un precedente trattamento conservativo (quadrantectomia);
viene raccomandata in caso di (estesi a più quadranti della ghiandola), carcinomi localmente avanzati, o laddove si verifichino dopo un precedente trattamento conservativo (quadrantectomia); Finalità profilattica (preventiva): è indicata per le donne sane che presentano un rischio genetico altissimo, legato in particolare alle mutazioni ereditarie di specifici geni (Brca1 e Brca2) In questo scenario, l’asportazione preventiva abbatte il rischio di sviluppare la patologia di oltre il 90%.
Tasso di guarigione e sopravvivenza: i dati aggiornati
Il tumore della mammella registra oggi uno dei tassi di guarigione più elevati in ambito oncologico, grazie alla combinazione tra chirurgia d’avanguardia, terapie mirate e screening precoci, migliorati con l’avvento dell’Ai. I dati ufficiali evidenziano un quadro estremamente incoraggiante:
Sopravvivenza generale a 5 anni: i dati della Fondazione Airc certificano che la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi ha raggiunto l’89,5% complessivo;
i dati della Fondazione Airc certificano che la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi ha raggiunto l’89,5% complessivo; Efficacia della diagnosi precoce (Stadio I): quando il carcinoma mammario viene identificato negli stadi iniziali, la percentuale di sopravvivenza a lungo termine e di guarigione supera il 98%;
quando il carcinoma mammario viene identificato negli stadi iniziali, la percentuale di sopravvivenza a lungo termine e di guarigione supera il 98%; Aspettativa di vita standard: secondo i dati dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), l’87,5% delle donne guarisce in modo definitivo, riallineando la propria aspettativa di vita a quella della popolazione generale.
Uno studio internazionale pubblicato su Jama Oncology ha chiarito un aspetto fondamentale: per le pazienti affette da tumore unilaterale (ovvero a un solo seno) che non presentano mutazioni genetiche ereditarie, la mastectomia bilaterale azzera il rischio di un secondo tumore nell’altro seno, ma non offre un vantaggio statistico in termini di sopravvivenza rispetto a un approccio conservativo associato a radioterapia e cure oncologiche. La scelta dell’intervento deve quindi essere sempre personalizzata in base al profilo biologico e genetico della paziente.
L’impatto psicologico e sociale del tumore al seno: lo stigma della diagnosi
Il caso di Sharon Stone dimostra che l’impatto di una diagnosi di carcinoma mammario e di interventi chirurgici importanti come la mastectomia va oltre la dimensione clinica, sfociando spesso in dinamiche di stigma sociale e discriminazione. La situazione diventa particolarmente delicata quando lo stigma arriva proprio da chi dovrebbe sostenerci (un partner, un familiare, un amico).
Molte pazienti si trovano a dover affrontare stereotipi culturali che associano la malattia a una perdita di femminilità, a causa di cambiamenti corporei visibili come le cicatrici chirurgiche o l’alopecia da trattamento. Questa situazione può generare barriere emotive, senso di isolamento e può impattare negativamente sulla qualità della vita e sulla riabilitazione psicologica delle donne.
Lo stigma si manifesta in modo marcato anche nella sfera professionale e sociale, dove la narrazione del tumore come un limite permanente alimenta pregiudizi legati alla produttività lavorativa e alla stabilità emotiva della persona, rallentando il pieno reinserimento sociale e il ritorno alla normalità.
I dati ufficiali sulla discriminazione e l’isolamento delle pazienti
La portata dello stigma e della discriminazione sociale a seguito di una diagnosi oncologica trova riscontro in precise indagini statistiche e ricerche di settore: