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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Criteri Critici
Blog | La vita sospesa di un malato di cancro. E tanto incide l'attesa per l'accesso alle cure Il Fatto Quotidiano
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La mia prima diagnosi di cancro è del 21 febbraio 2018. L’operazione chirurgica decisa per risolverlo è del 5 aprile 2018. Le ultime analisi di controllo parlano di una probabile ripresa della patologia dopo otto anni di “sopravvivenza libera da malattia”, come si dice tecnicamente. La verifica è programmata per il 4 novembre 2026.
Come tutti i cittadini italiani, specie al Sud, oggi, come vivo i tempi delle liste di attesa? E’ una “vita sospesa”. La “vita sospesa” di un paziente oncologico è quel periodo di limbo emotivo e temporale che intercorre tra la formulazione di una diagnosi (o il forte sospetto di essa) e l’inizio effettivo delle cure (intervento chirurgico, chemioterapia, radioterapia). Non si è più la persona “sana” di prima, ma non si è ancora un paziente “in trattamento”. Il tempo non è più scandito dai progetti futuri, ma solo dai giorni che mancano alla chiamata dell’ospedale.
Anche oggi io vivo l’angoscia dell’attesa che in un paziente con diagnosi di cancro rappresenta una vera e propria crisi psicologica ed esistenziale, caratterizzata da un tempo che sembra bloccato e da una profonda perdita di controllo sul proprio futuro. Mentre per i malati comuni le liste d’attesa amplificano questo calvario, i canali preferenziali (spesso attivati per figure pubbliche, politici o persone influenti) evitano del tutto questa fase di logoramento.
L’attesa nelle liste della sanità pubblica logora la mente e il corpo. Come paziente sento che la malattia sta potenzialmente progredendo ogni giorno che passa, senza poter fare nulla per fermarla. Ogni piccolo dolore, colpo di tosse o linea di febbre viene interpretato come il segno che il tumore si sta diffondendo o sta peggiorando (metastatizzazione). La mente riempie il vuoto di informazioni e di azione con gli scenari peggiori possibili. Il tempo percepito si dilata. Pochi giorni di attesa vengono vissuti come mesi, alimentando insonnia, ansia acuta e sintomi depressivi. Spesso fatico a relazionarmi serenamente con la normalità degli altri (amici, colleghi), poiché la mia intera esistenza è focalizzata sulla malattia incombente.
La frustrazione che si subisce durante questo tempo di “vita sospesa” tocca, quindi, per forza il tema della diseguaglianza nell’accesso alle cure. Il paziente “comune” vive in pieno l’angoscia delle liste d’attesa bloccate da scadenze, carenze di personale e liste bloccate. Ogni settimana aumenta l’angoscia. Il paziente “eccellente” (politici, vip, privilegiati) salta tutta questa angoscia. Ha accesso istantaneo a diagnosi, chirurghi di fama e sale operatorie grazie a relazioni o risorse. Il “paziente comune” è un numero che deve monitorare da solo lo scorrere della lista. Il “paziente vip” ha percorsi personalizzati che azzerano i tempi morti e riducono l’impatto psicologico dell’attesa.
Questa asimmetria non è solo un problema organizzativo, ma un fattore che amplifica la sofferenza psicologica dei cittadini comuni, i quali uniscono all’angoscia della malattia il senso di ingiustizia sociale.
Dall’altra parte. Tre grandi medici raccontano la loro malattia è un libro prezioso pubblicato nel 2006 edito da Rizzoli scritto dal cardiochirurgo Sandro Bartoccioni, dall’oncologo Gianni Bonadonna e dal chirurgo toracico Francesco Sartori. Il volume dimostra che i medici ammalati sono i migliori consulenti per la politica sanitaria perché possiedono la duplice e unica prospettiva di chi conosce i meccanismi tecnici della cura e, contemporaneamente, sperimenta sulla propria pelle i difetti, la burocrazia e la freddezza del sistema sanitario. Questa inversione di ruolo, da curanti a curati, svela dinamiche che i medici sani e i decisori politici non riescono a cogliere.
I grandi clinici ammalati hanno denunciato come la sanità moderna sia spesso intrappolata in un “virtuosismo tecnologico” che allontana il medico dal dolore reale del malato. Essere “dall’altra parte” costringe a ridefinire le priorità della pianificazione politica: non servono solo macchinari all’avanguardia, ma un sistema strutturato per accogliere la persona nella sua interezza.
L’opposizione della Regione Campania e di altre regioni meridionali alla legge sull’autonomia differenziata (legge Calderoli) si basa principalmente sul rischio che la riforma possa ampliare i divari nei servizi essenziali, a partire dalla sanità, tra il Nord e il Sud del Paese. Chi critica la legge sostiene che le regioni con maggiore capacità fiscale (generalmente quelle del Nord) avranno molte più risorse da investire nella sanità rispetto alle regioni del Sud. Questo potrebbe tradursi in una ulteriore disparità nell’accesso alle cure e nella qualità delle strutture ospedaliere.
La scelta di Papa Leone XIV di comunicare in prima persona, in modo trasparente e tempestivo, la diagnosi e l’iter terapeutico del suo adenocarcinoma polmonare ha sollevato un’importante riflessione collettiva e sociale sul sistema sanitario. Se da un lato la trasparenza del Papa promuove la cultura della prevenzione, dall’altro ha spinto l’opinione pubblica a confrontarsi sulle disparità di accesso agli screening radiologici (come la TAC a bassa dose) e sulle liste d’attesa che i comuni cittadini si trovano spesso ad affrontare. Una spinta indiretta a riflettere sulla necessità di rendere la diagnosi precoce un diritto tempestivo e accessibile a tutti.
I tempi del percorso diagnostico e terapeutico di Papa Leone diventano così un riferimento preciso dei tempi ottimali per la diagnosi precoce e per le migliori terapie possibili per tutti. Amen.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Aifa: a ottobre 2026 via libera a farmaco orfano, estensioni ed equivalenti FarmaciaVirtuale.it
A ottobre 2026, l’Aifa ha esteso la rimborsabilità a trattamenti in oncologia, infettivologia e salute mentale degli adolescenti.
L’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha approvato la rimborsabilità di un farmaco orfano, ha esteso sei indicazioni terapeutiche e dato l’ok tre farmaci equivalenti a ottobre 2026. Il provvedimento del Cda riguarda in particolare il farmaco Voranigo, a base di vorasidenib, prima terapia orale approvata per il trattamento di pazienti adulti e adolescenti dai 12 anni di età, con peso pari o superiore a 40 chilogrammi, affetti da astrocitoma o oligodendroglioma di grado 2 con mutazione Idh1 o Idh2. Il farmaco è per coloro già sottoposti a intervento chirurgico, che non necessitano immediatamente di radioterapia o chemioterapia.
Estensioni di indicazione in oncologia e infettivologia
Tra le estensioni di indicazione approvate, Onivyde, a base di irinotecano pegilato liposomiale, rimborsato in prima linea in associazione con oxaliplatino, 5-fluorouracile e leucovorin per il trattamento di pazienti adulti con adenocarcinoma metastatico del pancreas. In ambito infettivologico, l’Aifa ha approvato l’estensione pediatrica dei farmaci antiretrovirali Rekambys, principio attivo rilpivirina, e Vocabria, principio attivo cabotegravir, disponibili nelle formulazioni orale e iniettabile. Entrambi sono indicati, in associazione ad altri medicinali, per il trattamento dell’infezione da Hiv-1 negli adolescenti a partire dai 12 anni di età e con peso corporeo di almeno 35 kg, in condizione di soppressione virologica.
Farmaco con azione sul sistema nervoso centrale
Per quanto riguarda il sistema nervoso centrale, l’antipsicotico Rxulti, principio attivo brexpiprazolo, ha ottenuto la rimborsabilità, subordinata a piano terapeutico, per il trattamento della schizofrenia negli adolescenti dai 13 anni che non abbiano risposto in modo adeguato alla terapia non farmacologica. È stata approvata l’estensione di indicazione per gli equivalenti di Sugammadex prodotti da Dr. Reddy’s e Mylan, farmaco impiegato per l’antagonismo del blocco neuromuscolare indotto da rocuronio o vecuronio negli adulti e, in ambito pediatrico, per l’uso di routine nel blocco indotto da rocuronio.
Equivalenti ammessi a rimborsabilità
Sul fronte dei farmaci equivalenti, il Cda ha ammesso alla rimborsabilità Lenvatinib Teva, indicato per il trattamento del carcinoma differenziato della tiroide, del carcinoma epatocellulare e, in associazione con pembrolizumab, del carcinoma dell’endometrio. È stata approvata la rimborsabilità di Macitentan, prodotto dalle aziende Aurobindo, Teva e Viatris, per il trattamento a lungo termine dell’ipertensione arteriosa polmonare sia negli adulti sia nella popolazione pediatrica di età inferiore ai 18 anni e peso pari o superiore a 40 chilogrammi. Rientra tra gli equivalenti anche Xsysto, a base di pivmecillinam, per il trattamento delle cistiti acute non complicate negli adulti, causate da batteri sensibili alla mecillina.
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Donare capelli veri significa portare speranza ai malati di cancro. Vietnam.vn
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Foto: Istituto Nazionale di Ematologia e Trasfusione di Sangue La mattina del 18 ottobre, la Rete per i bambini malati di cancro, in collaborazione con l'Istituto nazionale di ematologia e trasfusione di sangue e altre organizzazioni benefiche, ha organizzato l'evento "Dream Hair Station", raccogliendo 1.176 parrucche da donare ai pazienti oncologici.
All'evento, un gran numero di residenti di Hanoi, compresi i bambini, ha partecipato alla donazione di capelli. Ufficiali e soldati del Dipartimento del Personale e dell'Organizzazione della Polizia di Hanoi hanno anche tagliato direttamente i capelli ai donatori, contribuendo a diffondere questa nobile iniziativa. Secondo la signora Ly Thi Hao, responsabile del dipartimento di assistenza sociale presso l'Istituto Nazionale di Ematologia e Trasfusione di Sangue, le extension per capelli donate sono di qualità naturale e aiutano i pazienti a sentirsi più sicuri nelle interazioni e nella vita quotidiana. Il dono rappresenta anche una fonte di incoraggiamento, aiutando i pazienti a sentire la cura e l'affetto della comunità durante il loro percorso di cura.
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Foto: Istituto Nazionale di Ematologia e Trasfusione di Sangue Durante l'evento, la signora Ngo Thi Thuong, di Lao Cai , si è commossa fino alle lacrime ricevendo una parrucca dopo sei mesi di cure contro il cancro. La perdita dei capelli dovuta al trattamento l'aveva fatta sentire a disagio. Spera che questo dono l'aiuti a ritrovare fiducia in se stessa e la motivi a superare la malattia. Un altro caso è quello di Nguyen Nhu Quynh, una bambina di 10 anni in cura per la leucemia presso l'Istituto Nazionale di Ematologia e Trasfusione di Sangue. Sua madre, Phung Thi Ly, ha raccontato che la sua famiglia ha altri due figli malati di cancro, in cura presso due ospedali diversi. Per lei, la gioia della figlia per il nuovo taglio di capelli è una preziosa fonte di conforto in mezzo alle difficoltà emotive e finanziarie .
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Secondo gli organizzatori, ogni parrucca donata non solo dona un nuovo look ai pazienti, ma trasmette anche l'affetto e il sostegno della comunità. Il programma continua a diffondere il messaggio che, oltre alle cure fisiche, anche il supporto emotivo è fondamentale per i pazienti durante il loro percorso terapeutico.
Fonte: Đài truyền hình Việt Nam Articolo originale Copia https://vtv.vn/trao-mai-toc-that-gui-niem-tin-den-nguoi-benh-ung-thu-100261018174409474.htm
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Criteri Critici
Tumore dell’ovaio, un vaccino su misura per ogni paziente: i primi risultati aprono una nuova strada Mondosanità
Un vaccino diverso per ogni donna, costruito studiando le caratteristiche del suo tumore. È una delle nuove frontiere della ricerca contro il cancro e potrebbe cambiare il modo in cui, in futuro, verranno affrontate alcune delle forme più difficili da curare.
I primi risultati arrivano da uno studio pubblicato il 14 ottobre 2026 su Nature Medicine. I ricercatori hanno sperimentato un vaccino personalizzato in dieci donne con tumore ovarico, osservando una risposta del sistema immunitario in otto pazienti e segnali di controllo della malattia in sei.
Sono numeri ancora piccoli, ma rappresentano un passo interessante verso una medicina capace di utilizzare le caratteristiche di ogni tumore per scegliere come combatterlo.
Il tumore dell’ovaio è una delle malattie oncologiche femminili più difficili da riconoscere precocemente. Nelle fasi iniziali, infatti, può provocare disturbi che sembrano comuni problemi digestivi o intestinali.
Gonfiore addominale persistente, sensazione di sazietà dopo aver mangiato poco, dolore nella parte bassa dell’addome e bisogno di urinare più spesso possono essere alcuni segnali. Non significano necessariamente che sia presente un tumore, ma quando compaiono frequentemente, sono nuovi e non scompaiono è importante parlarne con il medico.
La difficoltà principale è che molte donne ricevono la diagnosi quando la malattia si è già diffusa nell’addome. Chirurgia, chemioterapia e nuovi farmaci hanno migliorato le possibilità di trattamento, ma il tumore può ripresentarsi anche dopo una risposta iniziale favorevole.
Ed è proprio per ridurre il rischio che alcune cellule malate riescano a sopravvivere alle cure che gli scienziati stanno cercando nuove strategie.
Una di queste consiste nell’utilizzare il nostro sistema immunitario, cioè l’insieme delle difese naturali che ci proteggono dalle infezioni e aiutano a riconoscere le cellule anomale.
Il problema è che i tumori possono sviluppare meccanismi per sfuggire a queste difese. Le cellule malate continuano così a moltiplicarsi senza essere eliminate.
Il nuovo vaccino, chiamato NeoVax, cerca di superare questo ostacolo.
Per realizzarlo, i ricercatori hanno analizzato il DNA del tumore di ciascuna paziente, cercando alcune mutazioni che distinguono le cellule cancerose da quelle sane.
Da queste mutazioni possono derivare particolari segnali, chiamati neoantigeni, che il sistema immunitario potrebbe imparare a riconoscere.
Una volta individuati i bersagli più promettenti, gli scienziati hanno preparato un vaccino specifico per quella donna.
È come consegnare alle difese dell’organismo una fotografia delle cellule da cercare.
Il principio è diverso da quello dei vaccini che utilizziamo per proteggerci dalle infezioni. In questo caso non si cerca di evitare che una malattia compaia, ma di aiutare il corpo a combattere un tumore già diagnosticato e a riconoscere eventuali cellule rimaste dopo le terapie.
Nello studio sono state coinvolte dieci donne con una forma aggressiva di tumore ovarico. Nove avevano già affrontato una ricaduta della malattia, mentre una era stata trattata dopo la prima diagnosi.
Tutte avevano ricevuto la chemioterapia prima del vaccino. Il trattamento sperimentale è stato inoltre associato a nivolumab, un farmaco immunoterapico che aiuta il sistema immunitario a reagire contro il tumore.
I risultati hanno mostrato che otto donne su dieci hanno sviluppato una risposta immunitaria contro almeno uno dei bersagli contenuti nel vaccino.
In sei pazienti sono stati osservati segnali di controllo della malattia: in tre per un periodo più breve e in altre tre più a lungo. Nelle restanti quattro donne il tumore è progredito.
In una delle pazienti con controllo prolungato, le tracce di DNA tumorale nel sangue sono diminuite fino a non essere più rilevabili e, all’ultima valutazione riportata, non risultavano segni evidenti della malattia.
È un risultato incoraggiante, ma non significa che la paziente sia definitivamente guarita.
Bisogna inoltre ricordare che le donne hanno ricevuto più trattamenti. Non è quindi possibile stabilire quanto del beneficio osservato dipenda dal vaccino e quanto dalle altre terapie.
Anche la sicurezza deve essere studiata ulteriormente. Gli effetti indesiderati più frequenti sono stati reazioni nel punto dell’iniezione, dolori muscolari e brividi. Sono stati registrati anche alcuni eventi avversi più importanti.
La ricerca è infatti ancora nella fase 1 della sperimentazione clinica, quella in cui si verifica soprattutto se un trattamento possa essere somministrato in sicurezza e se riesca ad attivare i meccanismi biologici desiderati.
Per capire se il vaccino riduca davvero le ricadute o aumenti la sopravvivenza serviranno studi con molte più pazienti.
Ma che cosa significa questa scoperta per le donne che oggi affrontano un tumore ovarico?
Per il momento NeoVax non è disponibile come terapia ordinaria e non sostituisce i trattamenti già utilizzati. Le pazienti possono però beneficiare di una medicina sempre più personalizzata.
Già oggi, per esempio, l’analisi dei geni BRCA1 e BRCA2 e di altre caratteristiche del tumore permette di individuare alcune donne che possono trarre beneficio da farmaci mirati. In determinate situazioni, questi esami aiutano anche a riconoscere un possibile rischio ereditario per i familiari.
La novità dei vaccini personalizzati è che si cerca di fare un passo ulteriore: non soltanto scegliere il farmaco più adatto, ma costruire un trattamento partendo dalle caratteristiche biologiche del tumore della singola persona.
La prospettiva è particolarmente interessante quando la malattia è stata ridotta dalla chirurgia e dalla chemioterapia, ma potrebbero essere rimaste nell’organismo cellule tumorali troppo piccole per essere individuate con gli esami.
In futuro, un vaccino potrebbe aiutare il sistema immunitario a riconoscere proprio quelle cellule, prima che riescano a provocare una nuova ricaduta.
È ancora un obiettivo da dimostrare, non un risultato già raggiunto.
Ma questa ricerca mostra che un vaccino costruito sul tumore di una singola paziente può attivare le difese immunitarie. E apre la possibilità di trasformare una caratteristica che rende ogni tumore diverso dagli altri in uno strumento per combatterlo.
Fonti:
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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La FIGC al fianco di Komen Italia per la prevenzione dei tumori al seno Komen Italia
La Federazione supporta e contribuisce inoltre alla campagna "La prevenzione è il nostro capolavoro", realizzata da Komen con il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute: questa settimana la carovana farà tappa a Salerno.
Ottobre è il mese della prevenzione dei tumori al seno e la FIGC, come di consueto, è scesa in campo al fianco di Komen Italia, l'organizzazione che da oltre 25 anni opera in tutta Italia per promuovere la tutela della salute femminile.
La Federazione, che nell'agosto scorso (linkerò a questa news Dalla serata di ieri, l'auditorium del Centro Tecnico Federale di Coverciano si è nuovamente illuminato di rosa.La Federazione, che nell'agosto scorso (linkerò a questa news https://www.figc.it/it/ federazione/news/rinnovato-il- protocollo-dintesa-tra-figc-e- komen-italia-unite-per-la- lotta-ai-tumori-al-seno- b4a5bfe7 ) ha rinnovato il protocollo d'intesa con Komen Italia, supporta e contribuisce alla campagna "La prevenzione è il nostro capolavoro", volta a sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni sull'importanza della prevenzione, della diagnosi precoce e del mantenimento dei corretti stili di vita, realizzata da Komen in collaborazione con il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute. Una campagna che prevede, tra le altre iniziative, l'offerta gratuita di esami di diagnosi precoce dei tumori del seno e altri momenti di sensibilizzazione in tutta Italia: numerosi luoghi della cultura si sono infatti illuminati di rosa per promuovere ulteriormente il messaggio dell'importanza della tutela della salute femminile.
Sei settimane di lavoro in sei diverse città, coinvolgendo tanto le periferie quanto le piazze centrali di ogni comune: esami gratuiti di diagnosi precoce per donne più vulnerabili ma anche lezioni di sport, fitness, sana alimentazione e benessere psico-fisico, oltre a convegni, seminari educativi e iniziative di raccolta fondi. La campagna, partita ufficialmente da Roma lo scorso 22 settembre, ha già attraversato le città di Milano, Parma e L'Aquila, e questa settimana passerà per Salerno, arrivando poi a Taranto e Reggio Calabria, per concludersi lunedì 9 novembre con una cerimonia finale alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma.
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Tumore al seno, la paura di sapere può costare cara: la sfida per portare la prevenzione vicino a tutte Mondosanità
Quel controllo che continuiamo a rinviare
Una mammografia si rimanda sempre per un motivo: il lavoro, i figli, la routine. Talvolta prevale il timore di scoprire qualcosa che non va; altre volte la convinzione di star bene e di non aver bisogno di verifiche. Eppure il tumore della mammella può crescere senza dolore né segnali evidenti, soprattutto agli esordi. Proprio quando non si avverte nulla lo screening diventa uno strumento decisivo: intercettare una lesione prima che si manifesti clinicamente aumenta le possibilità di intervenire in tempi rapidi e con terapie meno invasive.
La prevenzione, però, non inizia solo in ambulatorio. Comincia quando una donna riceve informazioni chiare, trova chi ascolti i suoi dubbi o scopre che può sottoporsi gratuitamente ai controlli attraverso il servizio sanitario. Da questa consapevolezza nasce “La Regione si colora di rosa 2026/2027”, progetto promosso da ANDOS Comitato di Torino ODV insieme alla Regione Piemonte, alla Consulta Femminile Regionale e ad ANCI Piemonte. Un’iniziativa che porta la cultura della prevenzione fuori dagli ospedali, dentro i territori, coinvolgendo amministrazioni locali e comunità. Perché parlare di tumore al seno non dovrebbe essere un appuntamento solo di ottobre, ma un’abitudine coltivata lungo l’intero anno.
Oltre 100 Comuni e 5.000 cittadini: quando la prevenzione fa rete
I dati mostrano quanto un progetto locale possa diventare movimento collettivo. Nell’edizione 2025/2026 hanno aderito oltre 100 Comuni piemontesi e più di 5.000 cittadini sono stati coinvolti nelle attività di sensibilizzazione. Non sono cifre relative a mammografie eseguite o diagnosi effettuate, ma persone raggiunte da un messaggio essenziale: conoscere gli strumenti di prevenzione e di diagnosi precoce significa poter compiere scelte più consapevoli per la propria salute.
La sesta edizione del progetto, che sarà presentata il 19 ottobre a Torino, punta ad ampliare ulteriormente la rete. L’obiettivo è semplice e concreto: evitare che la prevenzione resti confinata alle grandi strutture o alle campagne nazionali, portandola anche nei piccoli centri, dove un’amministrazione, un’associazione o una volontaria possano diventare il primo riferimento per chi cerca informazioni. Un Comune che parla di screening non sostituisce il medico, ma può aiutare una donna a compiere quel primo passo rimandato da troppo tempo.
La mammografia vede anche ciò che non si sente
Uno degli equivoci più diffusi è credere che, in assenza di noduli, dolore o cambiamenti visibili, non ci sia motivo per controlli. In realtà lo screening mammografico serve proprio a individuare eventuali alterazioni prima che compaiano sintomi. In Piemonte questo percorso passa da Prevenzione Serena, il programma regionale di screening oncologici che comprende anche quello per la mammella. La mammografia è offerta gratuitamente alle donne nelle fasce d’età previste, con intervalli stabiliti in base all’età e alle indicazioni regionali; modalità di accesso e periodicità possono variare a seconda dell’anagrafe e delle condizioni individuali.
È bene ricordare che screening e visita senologica non sono la stessa cosa: il primo si rivolge a persone senza sintomi; la seconda, con eventuali approfondimenti diagnostici, è necessaria quando emergono segnali che richiedono valutazione. Un nodulo nuovo, secrezioni spontanee dal capezzolo, modifiche della pelle o della forma del seno non vanno ignorati né rimandati all’invito successivo.
C’è poi una distinzione cruciale: la mammografia non impedisce l’insorgenza del tumore, ma può consentirne il riconoscimento anticipato. Questa è la forza della diagnosi precoce.
Perché si rinuncia ai controlli anche quando sono gratuiti?
La gratuità non elimina da sola tutti gli ostacoli. C’è chi teme l’esito, chi non sa come prenotare, chi ha difficoltà a raggiungere una struttura, e chi, semplicemente, mette la propria salute sempre dopo quella degli altri. Pesano anche precedenti esperienze, il timore del dolore durante l’esame o la difficoltà di orientarsi tra informazioni mediche complesse.
Per questo una campagna efficace deve fare più che ribadire l’importanza dei test: deve rendere più semplice capire a chi rivolgersi, quando effettuare i controlli e perché non aspettare la comparsa dei sintomi. In quest’ottica la collaborazione tra Regione Piemonte, Comuni e associazioni è una risorsa decisiva: la prossimità al territorio permette di intercettare dubbi e bisogni che raramente emergono con una comunicazione solo istituzionale. La prevenzione, così, diventa anche una questione di accessibilità e fiducia.
ANDOS Torino, quindici anni accanto alle donne
Il 2026 segna un traguardo speciale per ANDOS Comitato di Torino ODV, che celebra quindici anni di attività. L’impegno dell’associazione non riguarda soltanto l’informazione sul tumore al seno, ma anche l’accompagnamento delle donne e delle loro famiglie durante diagnosi, cure e recupero.
Ricevere una diagnosi oncologica non significa affrontare solo un problema clinico: spesso impone di riorganizzare la vita, gestire la paura, convivere con gli effetti dei trattamenti e trovare un nuovo equilibrio nella quotidianità e nelle relazioni. In questo cammino, una rete di volontarie, professionisti e persone capaci di ascolto rappresenta un sostegno concreto, complementare alle cure.
La prevenzione aiuta a scoprire la malattia prima; l’accompagnamento aiuta a non sentirsi sole quando la malattia arriva. Due dimensioni diverse ma strettamente connesse, che spiegano il valore del volontariato per la salute delle comunità.
Il Piemonte si colora di rosa: il nuovo appuntamento del 19 ottobre
La sesta edizione di “La Regione si colora di rosa 2026/2027 – Insieme per la prevenzione del tumore al seno” sarà presentata lunedì 19 ottobre alle 11,30, nella Sala Trasparenza del Grattacielo della Regione Piemonte, a Torino. All’incontro parteciperanno rappresentanti delle istituzioni regionali e cittadine, professionisti sanitari e realtà associative.
Al centro del confronto: i risultati della precedente campagna, il ruolo del volontariato e gli sviluppi della prevenzione oncologica in Piemonte, con particolare attenzione al programma regionale Prevenzione Serena. L’obiettivo è consolidare l’adesione dei Comuni e rafforzare un modello in cui istituzioni, sanità e associazionismo lavorino insieme per rendere la prevenzione più conosciuta e accessibile.
Il valore dell’iniziativa, però, va oltre il singolo evento: la sfida è trasformare una campagna di sensibilizzazione in un cambiamento delle abitudini, capace di raggiungere anche chi solitamente resta distante dai percorsi di prevenzione.
La domanda giusta non è «sto bene?», ma «quando ho fatto l’ultimo controllo?»
La prevenzione del tumore al seno non offre certezze assolute: nessun esame garantisce di individuare ogni tumore e nessun comportamento azzera il rischio. Ma aderire agli screening raccomandati, conoscere la propria storia familiare e confrontarsi con il medico in presenza di dubbi o cambiamenti sospetti permette di gestire la salute con maggiore consapevolezza.
Chi non ricorda l’ultima mammografia può iniziare verificando la propria posizione nel programma Prevenzione Serena o chiedendo informazioni alla ASL di riferimento. Chi ha già ricevuto un invito può cogliere l’occasione per fissare l’appuntamento rimasto in sospeso. E chi ha paura può trovare nel dialogo con un professionista sanitario il modo migliore per evitare che il timore diventi una barriera.
Il rosa che attraversa il Piemonte non è soltanto un colore simbolico: è un invito a non attendere che qualcosa non vada per cominciare a prendersi cura di sé. Perché la prevenzione funziona davvero quando smette di essere uno slogan e diventa un gesto concreto, ripetuto nel tempo e alla portata di tutte.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
AIFA, nuovi farmaci rimborsati: arriva una terapia orale per due tumori rari Capitalist.it
Il Servizio Sanitario Nazionale rimborserà Voranigo, una terapia orale destinata a pazienti adulti e adolescenti con specifiche forme di astrocitoma e oligodendroglioma. È una delle novità approvate dal Consiglio di Amministrazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), che il 15 ottobre 2026 ha annunciato anche sei estensioni di indicazione terapeutica e l’ammissione alla rimborsabilità di nuovi farmaci equivalenti.
Le decisioni interessano diversi ambiti della medicina, dall’oncologia al trattamento dell’HIV-1, fino alla schizofrenia negli adolescenti e all’ipertensione arteriosa polmonare.
Tra i provvedimenti approvati figurano anche medicinali a brevetto scaduto, ai quali l’AIFA associa una riduzione stimata della spesa farmaceutica di 38,2 milioni di euro.
Voranigo, la nuova terapia orale rimborsata per astrocitoma e oligodendroglioma
La novità riguarda Voranigo (vorasidenib), un farmaco orfano destinato al trattamento di pazienti con astrocitoma o oligodendroglioma di grado 2, caratterizzati dalla presenza di una mutazione IDH1 o IDH2.
Secondo quanto comunicato dall’AIFA, si tratta della prima terapia orale approvata per questa specifica popolazione di pazienti.
La rimborsabilità riguarda gli adulti e gli adolescenti a partire dai 12 anni, con un peso corporeo di almeno 40 chilogrammi.
L’indicazione si riferisce ai pazienti già sottoposti esclusivamente a intervento chirurgico e per i quali non risulta necessario iniziare nell’immediato un trattamento con radioterapia o chemioterapia.
La decisione amplia quindi le opzioni terapeutiche rimborsate per una popolazione definita da caratteristiche cliniche e molecolari precise.
La presenza delle mutazioni IDH1 o IDH2, il grado del tumore e il percorso terapeutico precedente sono elementi che delimitano l’indicazione approvata.
Il riconoscimento della rimborsabilità da parte del SSN riguarda dunque l’impiego del medicinale nelle condizioni specificate dall’Agenzia.
Tumore del pancreas, rimborsata una nuova indicazione per Onivyde
Le novità in campo oncologico comprendono anche Onivyde, medicinale a base di irinotecano liposomiale pegilato.
L’AIFA ha approvato la rimborsabilità del trattamento in prima linea, in associazione con oxaliplatino, 5-fluorouracile e leucovorina, per i pazienti adulti affetti da adenocarcinoma metastatico del pancreas.
L’estensione riguarda quindi una specifica combinazione terapeutica utilizzata nel trattamento della malattia in fase metastatica.
La decisione inserisce questa opzione tra le indicazioni rimborsabili, secondo le condizioni approvate dall’autorità regolatoria.
L’oncologia rappresenta uno degli ambiti interessati dai nuovi provvedimenti, insieme alle malattie rare e alle patologie che richiedono trattamenti anche in età adolescenziale.
HIV-1, nuove indicazioni per Rekambys e Vocabria negli adolescenti
Un’altra novità riguarda il trattamento dell’infezione da HIV-1 nella popolazione adolescenziale.
Il Consiglio di Amministrazione dell’AIFA ha approvato l’estensione pediatrica della rimborsabilità per due farmaci antiretrovirali: Rekambys (rilpivirina) e Vocabria (cabotegravir).
Per Vocabria, il provvedimento riguarda le formulazioni orale e iniettabile.
Le indicazioni comprendono adolescenti dai 12 anni di età, con un peso corporeo di almeno 35 chilogrammi, che si trovano in una condizione di soppressione virologica.
I medicinali sono indicati nell’ambito di trattamenti in associazione con altri farmaci, secondo quanto previsto dalle rispettive indicazioni terapeutiche.
L’estensione permette di includere una fascia di età più giovane tra i destinatari delle terapie rimborsate dal Servizio Sanitario Nazionale.
La decisione riguarda una popolazione clinicamente definita, per la quale la soppressione virologica costituisce uno dei requisiti indicati dall’AIFA.
Schizofrenia dai 13 anni, via libera alla rimborsabilità di Rxulti
Tra le estensioni approvate figura anche Rxulti (brexpiprazolo), farmaco antipsicotico utilizzato nel trattamento della schizofrenia.
L’AIFA ha riconosciuto la rimborsabilità per gli adolescenti a partire dai 13 anni che non abbiano ottenuto una risposta adeguata alla terapia non farmacologica.
L’impiego rimborsato è soggetto a piano terapeutico, come precisato dall’Agenzia.
La decisione riguarda quindi una specifica popolazione adolescenziale e prevede un percorso prescrittivo definito.
L’estensione si aggiunge alle novità che interessano la salute mentale dei più giovani, un ambito nel quale la valutazione clinica e l’individuazione del trattamento avvengono sulla base delle condizioni del singolo paziente.
Sugammadex, nuove indicazioni rimborsate anche in ambito pediatrico
Il provvedimento comprende anche le estensioni di indicazione per gli equivalenti di Sugammadex, commercializzati da Dr. Reddy’s e Mylan.
Il principio attivo è utilizzato per l’antagonismo del blocco neuromuscolare indotto da specifici medicinali impiegati in ambito anestesiologico.
Negli adulti, le indicazioni riguardano il blocco neuromuscolare indotto da rocuronio o vecuronio.
In ambito pediatrico, l’estensione riguarda invece l’uso di routine per il blocco indotto da rocuronio.
Anche queste indicazioni rientrano tra le decisioni sulla rimborsabilità approvate dal Consiglio di Amministrazione dell’AIFA.
Farmaci equivalenti, le nuove opzioni per tumori e ipertensione polmonare
Accanto al farmaco orfano e alle estensioni terapeutiche, l’AIFA ha ammesso alla rimborsabilità nuovi farmaci equivalenti destinati a differenti condizioni cliniche.
Tra questi figura Lenvatinib Teva (lenvatinib), indicato per il trattamento del carcinoma differenziato della tiroide, del carcinoma epatocellulare e del carcinoma dell’endometrio.
Il provvedimento comprende inoltre Macitentan, nelle versioni commercializzate da Aurobindo, Teva e Viatris, destinato al trattamento dell’ipertensione arteriosa polmonare.
Per questo principio attivo, la rimborsabilità riguarda sia i pazienti adulti sia quelli pediatrici di età inferiore ai 18 anni, purché abbiano un peso corporeo pari o superiore a 40 chilogrammi.
Completa l’elenco Xsysto (pivmecillinam), indicato per il trattamento delle cistiti acute non complicate negli adulti, quando l’infezione è sostenuta da batteri sensibili alla mecillina.
Le approvazioni ampliano l’insieme dei medicinali equivalenti rimborsabili nelle rispettive aree terapeutiche.
AIFA, i farmaci e le indicazioni interessati dalle nuove decisioni
Farmaco Ambito terapeutico Pazienti e indicazioni Voranigo Astrocitoma e oligodendroglioma di grado 2 con mutazione IDH1 o IDH2 Adulti e adolescenti dai 12 anni, almeno 40 kg, nelle condizioni cliniche approvate Onivyde Adenocarcinoma metastatico del pancreas Adulti, in prima linea e in associazione con altri medicinali Rekambys e Vocabria HIV-1 Adolescenti dai 12 anni, almeno 35 kg, in soppressione virologica Rxulti Schizofrenia Adolescenti dai 13 anni, con piano terapeutico Sugammadex equivalenti Antagonismo del blocco neuromuscolare Adulti e uso pediatrico secondo le indicazioni approvate Lenvatinib Teva Tumori della tiroide, del fegato e dell’endometrio Indicazioni oncologiche approvate Macitentan equivalenti Ipertensione arteriosa polmonare Adulti e pazienti pediatrici con peso di almeno 40 kg Xsysto Cistite acuta non complicata Adulti con infezioni da batteri sensibili alla mecillina
Fonte: AIFA, comunicato del 15 ottobre 2026. La tabella riassume le indicazioni e non sostituisce le informazioni prescrittive dei singoli medicinali.
Farmaci a brevetto scaduto, prevista una riduzione della spesa di 38,2 milioni
Le decisioni dell’AIFA comprendono anche un effetto economico sulla spesa farmaceutica.
L’Agenzia ha comunicato che l’approvazione di medicinali a brevetto scaduto genera una riduzione della spesa stimata in 38,2 milioni di euro.
Il dato è una stima riferita ai procedimenti approvati e rappresenta l’elemento economico del pacchetto di decisioni sulla rimborsabilità.
La presenza di farmaci equivalenti si affianca così all’introduzione di nuove opzioni terapeutiche per malattie rare, oncologia, infezioni e salute mentale.
L’intervento del Consiglio di Amministrazione riguarda complessivamente l’ampliamento delle indicazioni rimborsate e l’ingresso di ulteriori medicinali nel sistema pubblico di rimborso.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Dal reperto casuale alle cure molecolari: cosa insegna il caso di Papa Leone XIV sul tumore al polmone Mondosanità
Cercavano qualcosa nell'addome, hanno trovato un tumore al polmone. È l'inatteso retroscena clinico che ha portato Papa Leone XIV sul tavolo operatorio del Policlinico Gemelli lo scorso 13 ottobre per l'asportazione di un lobo polmonare. A rivelarlo è stato il chirurgo toracico Stefano Margaritora: durante accertamenti radiologici di controllo rivolti alla cavità addominale, i medici hanno notato una piccola opacità sospetta alla base polmonare.
La vicenda del Pontefice racchiude un affascinante paradosso dell'assistenza sanitaria moderna: da un lato la totale casualità di una diagnosi inattesa, dall'altro l'estrema precisione con cui la biologia molecolare stabilirà le cure successive.
Non tutti i noduli sono tumori (e perché non serve fare TAC a tappeto)
Rilevare un nodulo polmonare non equivale a una condanna, né all'obbligo di un intervento chirurgico:
- Natura spesso benigna: molti noduli sono esiti cicatriziali, granulomi o memorie biologiche di pregresse infezioni respiratorie.
- I criteri di rischio: le linee guida internazionali (come quelle della Fleischner Society) impongono una stratificazione rigorosa basata su diametro, densità (solida o a vetro smerigliato), regolarità dei margini e storia clinica del paziente.
- La crescita asintomatica: nelle fasi precoci il tumore polmonare non dà segnali; non provoca tosse, dolore o affanno.
Questo dato non deve tuttavia trasformarsi in una caccia indiscriminata agli esami: lo screening con TAC a basso dosaggio (LDCT) è validato ed efficace solo nelle popolazioni ad alto rischio selezionate per età e forte esposizione al fumo, non nella popolazione generale.
Dalla sala operatoria alle dimissioni lampo
Il 13 ottobre il Pontefice è stato sottoposto a lobectomia inferiore destra videoassistita (VATS) con esame istologico estemporaneo che ha diagnosticato l'adenocarcinoma.
Grazie alla chirurgia toracica mini-invasiva e ai protocolli riabilitativi precoci, il Papa è stato dimesso a quattro giorni dall'intervento. Come ha ricordato il chirurgo toracico Mario Nosotti, una degenza di 4-5 giorni rientra nei tempi fisiologici in assenza di complicanze.
Tuttavia, archiviare la degenza chirurgica non significa aver concluso il percorso oncologico.
Il verdetto dell'istologico definitivo: quando basta la chirurgia?
La domanda centrale è se il tumore sia stato eradicato definitivamente o se occorreranno ulteriori trattamenti precauzionali. La risposta dipende dall'esame anatomopatologico completo:
1. Margini di resezione: verificare che il tessuto polmonare sul bordo dell'asportazione sia completamente indenne da cellule tumorali.
2. Linfonodi mediastinici: l'assenza di metastasi linfonodali è il presupposto più favorevole.
Come ha osservato Massimo Di Maio, presidente dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), in presenza di linfonodi negativi e di neoplasie molto piccole (stadio IA), la sola chirurgia può essere curativa e richiedere unicamente una rigorosa sorveglianza nel tempo. Ma oggi la sola anatomia non basta più.
Le mutazioni genetiche cambiano le cure
Una parte fondamentale della valutazione riguarda la biologia molecolare del tumore.
Gli esami possono individuare alterazioni genetiche che contribuiscono alla crescita delle cellule tumorali e che, in determinate condizioni, rappresentano bersagli per farmaci specifici.
Tra le più importanti vi sono alcune mutazioni di EGFR e i riarrangiamenti di ALK.
Nei pazienti con carcinoma polmonare operato e mutazioni EGFR eleggibili, lo studio ADAURA ha dimostrato che il trattamento adiuvante con osimertinib può ridurre il rischio di recidiva e migliorare la sopravvivenza in specifici stadi della malattia.
Per i tumori ALK-positivi, lo studio ALINA ha documentato un importante beneficio dell'alectinib nel ridurre le recidive nei pazienti selezionati.
Sono terapie a bersaglio molecolare, spesso assunte per via orale, che hanno modificato profondamente le possibilità di trattamento.
Non sono però prive di effetti indesiderati e non devono essere prescritte in assenza di un'indicazione precisa.
Chemioterapia e immunoterapia: quando entrano in gioco
Per alcuni tumori operati, soprattutto negli stadi più avanzati, la chemioterapia a base di platino continua a rappresentare una componente importante del trattamento adiuvante.
In pazienti selezionati può essere seguita dall'immunoterapia.
Tra i farmaci disponibili figura il pembrolizumab, un anticorpo monoclonale che agisce sul sistema immunitario bloccando PD-1, uno dei meccanismi attraverso i quali il tumore può sottrarsi alla risposta immunitaria.
Lo studio KEYNOTE-091 ha dimostrato un beneficio in termini di sopravvivenza libera da malattia in una popolazione selezionata di pazienti con carcinoma polmonare completamente resecato.
Un altro immunoterapico, atezolizumab, ha dimostrato benefici in specifici pazienti con espressione di PD-L1 dopo chirurgia e chemioterapia.
La scelta dipende dallo stadio, dai biomarcatori, dai trattamenti già effettuati e dalle condizioni del paziente.
Non significa che l'immunoterapia debba essere aggiunta automaticamente dopo qualsiasi intervento.
Gli anticorpi coniugati: la nuova frontiera della ricerca
Un'altra importante innovazione oncologica è rappresentata dagli anticorpi farmaco-coniugati, conosciuti come ADC.
Sono molecole che combinano un anticorpo capace di riconoscere un bersaglio presente sulle cellule tumorali con un farmaco citotossico trasportato direttamente verso quelle cellule.
Questa strategia ha già aperto nuove possibilità terapeutiche in diverse neoplasie ed è oggetto di studi anche nel carcinoma polmonare.
Ma occorre distinguere le prospettive della ricerca dalle cure già consolidate.
Gli ADC non rappresentano oggi una terapia adiuvante standard da proporre automaticamente dopo una lobectomia per adenocarcinoma polmonare.
Quando potrebbero iniziare eventuali cure?
Non necessariamente subito.
Di Maio ha ricordato che, quando è indicato un trattamento adiuvante, occorre normalmente consentire al paziente di recuperare dall'intervento.
L'avvio può essere programmato nelle settimane successive, spesso nell'arco di uno o due mesi, secondo il trattamento scelto e le condizioni cliniche.
Non è dunque corretto immaginare che la dimissione dall'ospedale debba essere seguita immediatamente dall'inizio di una terapia oncologica.
Per Papa Leone XIV non conosciamo ancora lo stadio definitivo, il profilo molecolare e l'eventuale indicazione a un trattamento aggiuntivo.
Qualsiasi previsione sulla terapia sarebbe prematura.
L’incognita del viaggio in Sudamerica
In questo quadro clinico si inserisce l'agenda internazionale del Pontefice, a partire dal viaggio pastorale in Sudamerica programmato dal 6 al 17 novembre.
Volare a sole tre settimane da una lobectomia comporta valutazioni accurate:
- La quota e la pressione di cabina: possono incidere sugli scambi gassosi e creare criticità in caso di residui aerei pleurici non del tutto riassorbiti.
- Le linee guida internazionali: la British Thoracic Society suggerisce prudenzialmente un'attesa di circa quattro settimane dalla rimozione dei drenaggi per i voli intercontinentali.
Il parere degli specialisti: a fronte dell'ottimismo del chirurgo Margaritora, pneumologi come Sergio Harari invitano a una cautela rigorosa. La decisione finale dipenderà dalla spirometria pre-volo e dall'eventuale calendarizzazione di cure oncologiche.
C'è infine un'altra variabile: l'esito dell'istologia definitiva. Se fossero indicati ulteriori trattamenti oncologici, anche la loro programmazione dovrebbe essere coordinata con gli impegni del Pontefice.
La domanda non è soltanto se Leone XIV possa tornare a viaggiare, ma quando e a quali condizioni possa farlo in sicurezza.
La casualità e il metodo
La storia clinica di Papa Leone XIV si è aperta con un colpo di fortuna radiologico: una macchia scorta per caso alla base di un organo che i medici non stavano esaminando. Da quell'istante, però, il caso ha lasciato spazio al metodo rigoroso della medicina moderna.
Non esistono più cure standard uguali per tutti. Saranno la mappa genetica del nodulo e l'equilibrio biologico del paziente a dettare i prossimi passi. La buona medicina non fa affidamento sulla fortuna; usa la fortuna come punto di partenza per applicare la precisione della scienza.
Fonti scientifiche e riferimenti clinici:
- Fleischner Society: Guidelines for Management of Incidental Pulmonary Nodules.
- Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM): Linee Guida Neoplasie del Polmone.
- Tsuboi M. et al. (ADAURA Trial), New England Journal of Medicine.
Wu Y.L. et al. (ALINA Trial), New England Journal of Medicine.
- British Thoracic Society: Recommendations for Air Travel in Respiratory Patients.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
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Fujifilm: tumore colon-retto, con EndoRunner la prevenzione scende in piazza Il Sole 24 ORE
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Roma, 16 ott - La prevenzione per il tumore del colon-retto passa anche da un gesto semplice: rispondere all'invito allo screening e seguire il percorso proposto dal Servizio sanitario nazionale.
Un'esperienza significativa arriva da Forli', dove le attivita' di informazione e sensibilizzazione realizzate nel 2025 sul territorio, tra cui l'iniziativa Piazza Idea, hanno contribuito ad aumentare l'adesione al programma di screening, passata dal 37% (2024) al 45% (2025). E' in questo contesto che si inserisce la presenza di EndoRunner, l'hub mobile di Fujifilm Healthcare dotato di tre stazioni endoscopiche: uno spazio tecnologico che permettera' a cittadini e professionisti di conoscere da vicino alcune delle soluzioni piu' avanzate utilizzate nei percorsi di diagnosi e cura. Per Davide Campari, Managing Director di Fujifilm Healthcare Italia 'EndoRunner nasce come spazio mobile dedicato alla formazione e alla conoscenza delle tecnologie endoscopiche e iniziative come Piazza Idea ci permettono di utilizzarlo anche per avvicinare le persone al tema della prevenzione'.
com-Dif.
Gli ultimi video Radiocor
(RADIOCOR) 18-10-26 17:23:13 (0384)SAN 5 NNNN
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Criteri Critici
Cecità, la retina torna a vedere la luce: una nuova terapia funziona in 6 pazienti su 10 Mondosanità
Riuscire a individuare una porta, riconoscere un oggetto su un tavolo o seguire una linea sul pavimento. Gesti che compiamo senza pensarci, ma che per una persona che ha perso quasi completamente la vista possono diventare impossibili.
Una nuova terapia sperimentale è riuscita a restituire almeno una parte di queste capacità ad alcune persone con una grave malattia degli occhi, la retinite pigmentosa.
I risultati, pubblicati nell’ottobre 2026 sul New England Journal of Medicine, mostrano che sei pazienti su dieci hanno ottenuto un miglioramento significativo nella capacità di percepire la luce. Alcuni sono riusciti anche a distinguere oggetti e ostacoli utilizzando speciali occhiali elettronici.
Non significa che abbiano recuperato una vista normale. Ma per persone che avevano perso quasi completamente la capacità di vedere, tornare a riconoscere anche soltanto alcuni elementi dell’ambiente può rappresentare un cambiamento importante.
La retinite pigmentosa è un gruppo di malattie ereditarie che danneggiano progressivamente la retina, il tessuto che riveste la parte interna dell’occhio e permette di trasformare la luce in segnali che il cervello interpreta come immagini.
A essere colpite sono soprattutto alcune cellule chiamate fotorecettori. I bastoncelli ci permettono di vedere quando c’è poca luce, mentre i coni sono fondamentali per distinguere i colori e i dettagli.
Quando queste cellule si deteriorano, la vista peggiora gradualmente.
Spesso il primo segnale è la difficoltà a vedere al buio. Successivamente può ridursi la visione laterale, quella che ci permette di accorgerci di una persona o di un ostacolo senza guardarlo direttamente.
Con il passare degli anni, il campo visivo può restringersi sempre di più. In alcune persone la malattia arriva a compromettere gravemente anche la visione centrale.
Non tutti, però, hanno lo stesso decorso. La retinite pigmentosa può essere causata da alterazioni di numerosi geni differenti e la velocità con cui progredisce varia da persona a persona.
La difficoltà nel trovare una cura dipende anche da questo: non esiste un’unica alterazione genetica sulla quale intervenire.
La nuova ricerca ha provato a superare il problema attraverso una strada completamente diversa.
Invece di cercare di riparare le cellule della retina ormai distrutte, gli scienziati hanno utilizzato altre cellule nervose che possono sopravvivere anche quando la malattia è molto avanzata.
L’obiettivo era trasformarle in nuovi sensori capaci di reagire alla luce.
La tecnica si chiama optogenetica e combina una terapia genetica con un dispositivo tecnologico.
Per capire come funziona possiamo immaginare la retina come una macchina fotografica. Quando i sensori che catturano la luce smettono di funzionare, le immagini non vengono più trasmesse correttamente.
I ricercatori hanno cercato di aggirare questo ostacolo, permettendo ad altre cellule di svolgere almeno una parte del lavoro.
Lo studio ha coinvolto dieci persone con una perdita della vista molto grave dovuta alla retinite pigmentosa.
Ogni partecipante ha ricevuto una sola iniezione nell’occhio con la vista peggiore. Attraverso un virus modificato, utilizzato per trasportare materiale genetico, gli scienziati hanno introdotto nelle cellule della retina le istruzioni per produrre una proteina sensibile alla luce, chiamata ChrimsonR.
Questa proteina permette ad alcune cellule nervose, chiamate cellule gangliari, di reagire a particolari stimoli luminosi.
Ma l’iniezione da sola non basta.
I pazienti devono indossare anche occhiali elettronici dotati di una telecamera. Gli occhiali riprendono ciò che si trova davanti alla persona e trasformano le immagini in segnali luminosi adatti ad attivare le cellule modificate.
Queste cellule possono così inviare nuove informazioni al cervello.
In pratica, la terapia rende alcune cellule sensibili alla luce e gli occhiali permettono loro di utilizzarla per riconoscere ciò che si trova nell’ambiente.
Il cervello, però, deve imparare a interpretare questi segnali, che sono molto diversi da quelli prodotti dalla vista normale.
I risultati mostrano che sette pazienti su dieci hanno migliorato la propria sensibilità alla luce.
In sei persone il miglioramento è stato considerato clinicamente significativo: la capacità di percepire la luce era aumentata di almeno quattro volte.
In alcuni partecipanti gli incrementi sono stati ancora maggiori, arrivando a superare le sessanta volte rispetto alla situazione iniziale.
Ma che cosa significa concretamente vedere meglio la luce?
Per una persona quasi completamente cieca può significare accorgersi della presenza di qualcosa davanti a sé, distinguere una zona illuminata da una più scura o riuscire a individuare alcuni oggetti.
Per questo gli scienziati non si sono limitati a misurare la sensibilità luminosa, ma hanno chiesto ai pazienti di svolgere attività pratiche.
Otto partecipanti hanno completato prove nelle quali dovevano individuare oggetti o riconoscerne la posizione. Quattro hanno mostrato miglioramenti in più esercizi.
Alcuni sono riusciti a localizzare una porta, seguire una linea sul pavimento o trovare un oggetto utilizzando gli occhiali.
Non sono ancora capacità sufficienti per leggere un libro, riconoscere un volto o muoversi con la stessa autonomia di chi vede normalmente. Ma rappresentano un primo recupero di informazioni visive che prima non erano disponibili.
Un altro dato interessante riguarda l’allenamento.
I pazienti che avevano utilizzato più a lungo gli occhiali tendevano a ottenere risultati migliori nelle prove con gli oggetti.
Questo suggerisce che il cervello possa imparare progressivamente a utilizzare i nuovi segnali, anche se saranno necessari altri studi per capire quanto l’esercizio contribuisca ai miglioramenti.
La ricerca ha mostrato anche i limiti di questa tecnologia.
La sperimentazione ha coinvolto soltanto dieci persone e aveva come obiettivo principale la valutazione della sicurezza.
La maggior parte degli effetti indesiderati oculari è stata lieve o moderata, ma si è verificato anche un episodio grave: un’interruzione temporanea della circolazione nell’arteria centrale della retina subito dopo l’iniezione, risolta rapidamente grazie all’intervento medico.
Serviranno quindi studi più ampi per capire quanto il trattamento sia sicuro, quanto durino i benefici e quali pazienti possano trarne il maggiore vantaggio.
C’è però un aspetto che rende questa ricerca particolarmente interessante.
A differenza di alcune terapie genetiche che funzionano soltanto in presenza di determinate mutazioni, questa tecnica non cerca di correggere il gene responsabile della malattia.
Utilizza invece cellule ancora presenti nella retina, indipendentemente dalla causa genetica che ha danneggiato i fotorecettori.
In futuro potrebbe quindi essere utile anche per persone con forme differenti di retinite pigmentosa. È una possibilità promettente, ma ancora da dimostrare.
Che cosa cambia oggi per chi soffre di questa malattia?
Per il momento la terapia non è disponibile nella normale pratica clinica e non rappresenta una cura definitiva della cecità.
Chi ha ricevuto una diagnosi di retinite pigmentosa dovrebbe rivolgersi a un centro specializzato nelle malattie ereditarie della retina. Gli esami genetici possono aiutare a individuare la forma della malattia e a verificare se esistano trattamenti specifici o sperimentazioni cliniche alle quali poter accedere.
Anche gli ausili per ipovedenti, gli strumenti digitali e i percorsi di riabilitazione visiva possono aiutare a conservare autonomia e qualità della vita.
La novità di questa ricerca è soprattutto nella prospettiva che apre.
Fino a oggi, quando le cellule responsabili della visione erano ormai gravemente danneggiate, recuperare anche una piccola parte della capacità di vedere rappresentava una sfida enorme.
Ora gli scienziati hanno dimostrato che altre cellule della retina possono essere utilizzate per trasmettere nuovamente alcune informazioni al cervello.
Non significa che la cecità sia stata sconfitta. E non significa che tutte le persone con retinite pigmentosa potranno recuperare la vista.
Ma per chi non riesce più a distinguere ciò che ha davanti, tornare a individuare una porta o un ostacolo può già fare una differenza nella vita quotidiana.
È questo il risultato più importante: anche quando una malattia ha danneggiato gravemente la retina, potrebbe essere ancora possibile recuperare una parte delle capacità visive utilizzando ciò che dell’occhio continua a funzionare.
Fonti:
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A Venezia la "Camminata Rosa" per sensibilizzare sulla prevenzione contro il tumore al seno RaiNews
Sono i Tamburi di Venezia a scandire il ritmo della "Camminata Rosa", perché contro il tumore al seno bisogna battere duro. Cinque chilometri di passeggiata, dalla stazione di Santa Lucia fino alla Basilica della Salute: mille donne tengono viva l'attenzione sull'importanza della prevenzione. La diagnosi precoce può davvero salvare una vita. A sostegno dell'iniziativa anche tanti uomini. Abbiamo intervistato Kiki Dellisanti, Tamburi di Venezia; Francesca Baldi, "Pink Lioness in Venice; Giovanna Salmaso, ex malata oncologica; Nicola Santarello
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
41.1/100
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CURA MALATTIE AUTOIMMUNI, REGGIO PROTAGONISTA TeleTricolore
CURA MALATTIE AUTOIMMUNI, REGGIO PROTAGONISTA
La reumatologia dell’Ausl reggiana partecipa a un progetto finalizzato allo studio delle cellule CAR-T, una terapia nata per curare alcuni tumori del sangue. Il 90% dei pazienti sottoposti a questo trattamento sarebbe in remissione
L’Ausl reggiana protagonista di un progetto, chiamato “Betelgeuse” finalizzato allo studio delle cellule Car-T per curare malattie autoimmuni più gravi. In particolare è il reparto di reumatologia di Reggio che partecipa al progetto, che si basa sulla terapia detta “Car-T”, attraverso la quale i linfociti del paziente malato vengono prelevati e modificati in laboratorio per eliminare quelle cellule che alimentano la malattia autoimmune. L’obiettivo di questa terapia, nata per curare alcuni tumori del sangue, ha l’obiettivo di ottenere un reset del sistema immunitario: stando ai dati attuali circa il 90% dei pazienti sottoposti a questo tipo di trattamento, sarebbe in remissione completa. Dunque attraverso questo progetto, promosso dalla regione e approvato dall’agenzia nazionale del farmaco, si intende valutare l’efficacia di questo tipo di terapia nel trattamento di queste gravi patologie
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Leucemia, la terapia senza chemio riduce le recidive: anche Reggio Calabria nello studio italiano Calabria 7
L’Ematologia del Gom ha contribuito alla ricerca pubblicata sul New England Journal of Medicine. Nei pazienti adulti con leucemia linfoblastica acuta Philadelphia-positiva, sopravvivenza libera da eventi all’86% a due anni C’è anchel’Ematologia del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabriatra i protagonisti dello studio italiano che apre nuove prospettive nella cura dellaleucemia linfoblastica acuta Philadelphia-positiva dell’adulto. La ricerca di fase 3GIMEMA ALL2820, pubblicata il 14 ottobre sulNew England Journal of Medicine, ha confrontato una terapia mirata associata all’immunoterapia con il trattamento a base di imatinib e chemioterapia, mostrando risultati superiori per il nuovo approccio. Tra gli autori figuranoCaterina Alati e Massimo Martino. Lo studio, promosso dalGimema, è stato coordinato daSabina Chiaretti e Robin Foà, della Sapienza Università di Roma. Alla ricerca ha partecipato l’équipe reggina diretta dal professorMassimo Martino, con il contributo della dottoressaCaterina Alati, esperta di leucemie. “Vedere Reggio Calabria tra gli autori di un lavoro sul NEJM è un grande orgoglio: dimostra che anche al Sud si fa ricerca d’eccellenza”, dichiara Martino. Un riconoscimento per il lavoro del reparto e per la sua partecipazione a una ricerca che affronta una forma specifica e aggressiva di leucemia. La sperimentazione ha coinvolto236 pazienti adulti, confrontando il trattamento conponatinib seguito da blinatumomabcon quello a base di imatinib e chemioterapia. Lasopravvivenza libera da eventi a 24 mesiè risultata dell’86% nel gruppo sperimentale, contro il67% nel gruppo di controllo: una differenza di 19 punti percentuali. Lerecidivesono state registrate nel5% dei casi, rispetto al13%dell’altro gruppo. Sono risultati riferiti alla popolazione studiata e al periodo di osservazione, che non equivalgono a una percentuale di guarigione definitiva. Il nuovo approccio combina due strumenti:ponatinib, un farmaco che agisce su uno specifico bersaglio molecolare, eblinatumomab, un anticorpo bispecifico impiegato nell’immunoterapia. L’obiettivo è colpire la malattia attraverso un percorso diverso dalla chemioterapia convenzionale. Secondo i dati comunicati, anche glieventi avversi gravisono stati meno frequenti:34% contro 47%. Lo studio offre dunque un’indicazione concreta per il trattamento di questa particolare forma di leucemia: l’associazione tra terapia mirata e immunoterapia ha ottenuto un controllo della malattia migliore rispetto al regime utilizzato come confronto. A questo risultato ha contribuito anche il lavoro dell’Ematologia reggina.
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Leucemia Ph-positiva, la cura senza chemio finisce sul NEJM. L’Ematologia di Reggio Calabria tra i protagonisti Corriere della Calabria
la svolta
REGGIO CALABRIA Il New England Journal of Medicine pubblica oggi lo studio di fase 3 GIMEMA ALL2820, interamente italiano, che segna una svolta nella cura della leucemia linfoblastica acuta Philadelphia-positiva dell’adulto. Su 236 pazienti, la terapia mirata e immunoterapica senza chemioterapia (ponatinib seguito da blinatumomab) ha raggiunto una sopravvivenza libera da eventi a 24 mesi dell’86%, contro il 67% del trattamento standard con imatinib e chemioterapia. Le recidive sono scese dal 13% al 5% e gli eventi avversi gravi sono stati meno frequenti (34% contro 47%).
Lo studio
Lo studio è stato promosso dal Gimema e coordinato dalla professaoressa Sabina Chiaretti e dal prof. Robin Foà della Sapienza Università di Roma. Un contributo importante è venuto dall’Ematologia del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria, grazie all’intera équipe diretta dal prof. Massimo Martino e, in particolare, alla dottoressa Caterina Alati, esperta di leucemie. «Vedere Reggio Calabria tra gli autori di un lavoro sul NEJM è un grande orgoglio: dimostra che anche al Sud si fa ricerca d’eccellenza», dichiara il professor Martino.
Mentre accompagnava il fratello minore alle sedute di chemioterapia, quest'ultimo scoprì inaspettatamente che entrambi avevano lo stesso tipo di cancro. - Vietnam.vn
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Mentre accompagnava il fratello minore alle sedute di chemioterapia, quest'ultimo scoprì inaspettatamente che entrambi avevano lo stesso tipo di cancro. Vietnam.vn
Il signor Trinh, originario di Taizhou, nella provincia di Zhejiang, in Cina , non avrebbe mai immaginato che i suoi viaggi in ospedale per la chemioterapia del fratello lo avrebbero portato a ricevere una diagnosi di cancro al colon-retto. Secondo Tencent News, quando al fratello di Zheng fu diagnosticato un cancro al colon-retto, la malattia era già in fase avanzata, con metastasi al fegato e nessuna possibilità di intervento chirurgico. I medici potevano solo ricorrere alla chemioterapia per tenere sotto controllo la malattia. In quel periodo, Zheng accompagnava spesso il fratello all'Ospedale Centrale di Taizhou per le cure, assistendo alle sofferenze del paziente e al grave impatto che la malattia aveva sull'intera famiglia. I medici avevano precedentemente ricordato a Trinh che le persone con parenti diretti affetti da cancro del colon-retto appartengono a un gruppo ad alto rischio e dovrebbero prestare attenzione agli screening per la malattia. Inizialmente, l'uomo non era troppo preoccupato. Aveva solo 44 anni, mangiava e dormiva normalmente e non mostrava segni evidenti di malattia, quindi pensava che il cancro fosse ancora lontano. Tuttavia, più volte accompagnava il fratello dal medico e assisteva in prima persona all'arduo processo di cura, più si sentiva a disagio.
Per precauzione, il signor Trinh si è consultato con il dottor Luong Kien Hoa, primario del reparto di chirurgia gastrointestinale dell'ospedale centrale di Taizhou, e ha programmato una gastroscopia e una colonscopia. Durante una colonscopia, il medico ha scoperto numerosi polipi nell'intestino e una massa tumorale nel retto. Il tumore occupava circa tre quarti del lume rettale e mostrava evidenti segni di malignità. La successiva biopsia ha confermato la diagnosi di cancro al retto. Fortunatamente, il tumore non aveva metastatizzato. Il signor Trinh è stato sottoposto tempestivamente a un intervento chirurgico radicale per il cancro al retto mediante chirurgia laparoscopica. Dopo l'intervento, il paziente si è ripreso bene ed è stato dimesso dopo circa una settimana. A due fratelli è stato diagnosticato un cancro del colon-retto, ma gli esiti del trattamento sono stati significativamente diversi. Al fratello maggiore è stata diagnosticata la malattia in fase avanzata, rendendo impossibile l'intervento chirurgico, con conseguenti difficoltà nel trattamento e una prognosi infausta. Il fratello minore, invece, si è sottoposto a screening preventivi, ha individuato la malattia precocemente ed è stato operato tempestivamente.
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Secondo il dottor Luong Kien Hoa, la tempestività della diagnosi è stata un fattore chiave che ha fatto la differenza nel processo di trattamento dei due fratelli. I medici hanno eseguito un intervento chirurgico laparoscopico per rimuovere completamente un tumore canceroso al retto del signor Trinh. Foto: QQ. L'assenza di sintomi non significa che non si sia malati. Molte persone credono che, se il loro corpo non presenta sintomi insoliti, non sia necessario sottoporsi a un controllo medico. Tuttavia, questo è uno dei motivi per cui il cancro del colon-retto viene facilmente trascurato. I tumori dello stomaco e del colon-retto in fase iniziale spesso non presentano sintomi specifici. Quando compaiono sintomi come disturbi gastrointestinali, i pazienti possono confonderli con comuni problemi di stomaco, emorroidi o altri disturbi digestivi.
Il cancro del retto inferiore può causare feci con tracce di sangue, ma questo sintomo viene talvolta confuso con le emorroidi. I tumori nella parte superiore dell'intestino, invece, possono provocare piccole perdite di sangue difficili da individuare a occhio nudo. Alcune persone si rivolgono al medico solo quando avvertono stanchezza o anemia. Quando compaiono sintomi evidenti come dolore addominale o ostruzione intestinale, la malattia potrebbe essere già in uno stadio intermedio o avanzato, precludendo ai pazienti la possibilità di accedere a trattamenti efficaci. Il cancro del colon-retto spesso non presenta sintomi evidenti nelle sue fasi iniziali. Foto: NMG . I polipi intestinali possono essere un precursore del cancro. Il cancro del colon-retto di solito non compare all'improvviso. La maggior parte dei casi si sviluppa a partire da polipi intestinali, che subiscono una trasformazione maligna nel corso di molti anni o anche più a lungo. Questo lasso di tempo è cruciale anche per individuare e intervenire sulle lesioni precancerose.
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Assicurazione neopatentati 2025: costi, bonus e T‑Cross Motori Magazine
Calcola il vero premio RC per i neopatentati, usa il Bonus Familiare e scopri la T‑Cross perfetta per partire con il piede giusto.
Nel 2025 chi si avvicina al volante per la prima volta si trova di fronte a una realtà più severa di quanto suggeriscano le pubblicità online. Il premio medio annuo per la RC Auto di un neopatentato oscilla tra gli 800 e i 1.500 euro, con una media ragionevole intorno ai 1.000 euro. Questa fascia dipende da fattori geografici, dal profilo dell’intestatario e dall’esperienza di guida, ed è decisamente più alta rispetto alla media nazionale di circa 425 euro.
Statistica dei costi: perché i giovani pagano di più
Secondo i dati dell’IVASS, nel periodo gennaio-settembre 2025 la media nazionale di tutti gli automobilisti si è attestata intorno a 410-437 euro. Per i conducenti under 24, però, la situazione cambia radicalmente: gli uomini di questa fascia pagano in media 938 euro, le donne 866 euro. L’ANIA riporta una media di 912 euro per gli utenti tra 18 e 25 anni. La differenza nasce dal calcolo di probabilità di sinistro un guidatore con meno di tre anni di patente è considerato a più alto rischio, per cui le compagnie richiedono un premio più elevato per coprire le eventuali perdite.
Influsso della zona di residenza
Le provinziali non sono tutte uguali. A Milano un neopatentato può trovare offerte intorno agli 800 euro, mentre a Roma o Torino la media sale a 1.100-1.200 euro. Nel Mezzogiorno, in particolare a Napoli, i premi superano spesso i 1.800 euro a causa di una sinistralità più elevata e di un più alto rischio di furto. Queste variazioni regionali riducono notevolmente la capacità di contrattare il prezzo, anche per i guidatori più attenti.
Le leve per abbattere il premio
Il Bonus Familiare introdotto nel 2020 e potenziato dalla legge Bersani, permette al giovane di ereditare la classe di merito più favorevole di un familiare convivente. Se il padre è in CU 1 il figlio può partire anch’egli da quella classe anziché da CU 14. Un esempio di del luglio 2025 mostra un risparmio del 27%: da 1.470 euro a 1.073 euro. Un’opzione ancora più vantaggiosa è intestare l’auto al genitore e farla riconoscere al giovane solo come conducente abituale, con la formula “guida libera”. In questo caso il premio può scendere a 521 euro, ovvero un risparmio del 64% rispetto alla situazione di base. È fondamentale dichiarare correttamente l’utilizzo quotidiano, altrimenti la compagnia può rivalersi in caso di sinistro.
Polizze telematiche e tipologia di guida
Molte compagnie propongono polizze telematiche (black box o app) che monitorano velocità, frenate e orari di utilizzo. Un neopatentato che guida con prudenza può ottenere sconti dal 10% al 20%. Al contrario, chilometraggi elevati o comportamenti aggressivi possono annullare il beneficio o addirittura aumentare il premio. Un’altra variabile è la formula di guida esperta (limitata a conducenti sopra i 23-25 anni) rispetto a guida libera. La prima riduce il costo, ma la seconda garantisce maggiore flessibilità.
La scelta dell’auto: perché la Volkswagen T-Cross è adatta ai neopatentati
Tra i modelli che rispettano le nuove norme di potenza (75 kW/t per i primi tre anni) la Volkswagen T-Cross 1.0 TSI R-Line Plus 115 cv DSG si distingue per praticità e costi contenuti. È un utility compatto, dotato di fari IQ.Light LED matrix cruise control adattivo e sistema di assistenza al parcheggio, tutti elementi che migliorano la sicurezza e, Il veicolo è disponibile a Milano per 28.400 € (finanziamento) con garanzia Mapfre fino a 36 mesi, ispezione professionale e servizi di lavaggio e lucidatura. Optare per un modello con componenti tecnici meno costosi da sostituire, come le city-car, aiuta a contenere il premio RC.
Come coniugare auto e assicurazione per massimizzare il risparmio
Combinare l’intestazione dell’auto al genitore, l’attivazione del Bonus Familiare e una polizza telematica su una T-Cross può portare il costo totale della RC Auto a meno di 600 euro all’anno, a fronte dei 1.400-1.500 euro di base. È consigliabile richiedere preventivi a più compagnie, specificare la presenza di frenata assistita e controllo di stabilità e verificare che la copertura includa la franchigia più bassa possibile.
Così, anche nel 2025, è possibile avviare la propria esperienza al volante senza gravare eccessivamente sul bilancio familiare.
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Prevenzione uomini: i controlli da fare e a che età Dossier Salute
Le donne vivono in media quattro anni più degli uomini. Le ragioni sono tante, biologiche e sociali, ma una riguarda da vicino la prevenzione. Molte donne hanno un appuntamento fisso con i controlli già dai 25 anni, mentre per un uomo il primo screening organizzato arriva a 50. Questo articolo è per voi, lettori uomini. Vediamo perché tendete a controllarvi meno, quali esami servono davvero e cosa potete imparare dalle donne che vi stanno accanto.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
In sintesi
Secondo l’ISTAT, nel 2025 la speranza di vita alla nascita è di 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne.
Le donne entrano negli screening organizzati già a 25 anni; per gli uomini il primo programma, quello del colon-retto, parte a 50.
Gli uomini ricevono circa il 56% delle diagnosi di tumore del colon-retto; in Umbria aderiscono allo screening meno delle donne in tutte le fasce d’età.
Pressione, colesterolo, glicemia e peso vanno controllati con il medico di famiglia già da giovani adulti.
Per la prostata non esiste uno screening organizzato: il test del PSA va discusso con il medico.
Perché gli uomini si controllano meno
Partiamo dai numeri. Secondo l’ISTAT, nel 2025 la speranza di vita alla nascita in Italia è di 81,7 anni per gli uomini e di 85,7 anni per le donne. Il divario si è ridotto a quattro anni, ma resta. In altre parole, un bambino nato oggi può aspettarsi di vivere in media quattro anni meno di una bambina. Dipende da molti fattori: genetica, ormoni, lavori più rischiosi, fumo e alcol, storicamente più diffusi tra gli uomini. Anche il rapporto con la prevenzione, però, ha un ruolo.
C’è innanzitutto una differenza strutturale. Una donna riceve il primo invito allo screening del collo dell’utero a 25 anni. Poi, con l’età, arriva la mammografia. Per decenni, quindi, entra in un ambulatorio a intervalli regolari. Un uomo, invece, riceve il primo invito organizzato solo a 50 anni, per lo screening del colon-retto. Prima di allora, se sta bene, può non vedere un medico per anni.
A questo si aggiunge un fattore culturale. Molti uomini associano il medico alla malattia, non alla prevenzione. Rimandano un controllo perché “non hanno tempo” o per non sentirsi fragili. E spesso arrivano dal medico solo quando un sintomo diventa impossibile da ignorare.
I dati confermano almeno in parte questa tendenza. Un’analisi del sistema di sorveglianza PASSI in Umbria, pubblicata sul Bollettino epidemiologico nazionale, mostra che gli uomini aderiscono meno allo screening del colon-retto in tutte le fasce d’età. Eppure ricevono circa il 56% delle diagnosi di questo tumore. A livello nazionale, comunque, la differenza tra uomini e donne nell’esecuzione del test non risulta significativa.
I controlli da fare, età per età
La buona notizia è che la prevenzione maschile non richiede esami complicati. Il punto di partenza è il medico di famiglia.
Dai 20-30 anni. Controllo periodico di pressione arteriosa, peso e circonferenza della vita. Esami del sangue per colesterolo e glicemia secondo le indicazioni del medico. Da giovani è utile anche l’autopalpazione dei testicoli, per notare eventuali noduli.
Controllo periodico di pressione arteriosa, peso e circonferenza della vita. Esami del sangue per colesterolo e glicemia secondo le indicazioni del medico. Da giovani è utile anche l’autopalpazione dei testicoli, per notare eventuali noduli. Dai 40 anni. Controlli cardiovascolari più regolari, soprattutto in presenza di fumo, sovrappeso, diabete o familiarità per infarto. È anche l’età giusta per parlare con il medico di eventuali disturbi urinari.
Controlli cardiovascolari più regolari, soprattutto in presenza di fumo, sovrappeso, diabete o familiarità per infarto. È anche l’età giusta per parlare con il medico di eventuali disturbi urinari. Dai 50 anni. Screening del colon-retto con la ricerca del sangue occulto nelle feci, gratuito e su invito della ASL, di norma ogni due anni. È l’unico screening oncologico organizzato rivolto anche agli uomini.
E la prostata? In Italia non esiste uno screening organizzato. Il test del PSA, un esame del sangue, può essere utile in alcuni casi, ma può anche portare a diagnosi e trattamenti non necessari. Per questo la decisione va presa insieme al medico, valutando età, familiarità e preferenze personali.
Un capitolo a parte riguarda la familiarità. Se in famiglia ci sono casi di tumore al seno, all’ovaio, alla prostata o al pancreas, conviene parlarne con il medico. Le mutazioni dei geni BRCA, infatti, riguardano anche gli uomini: secondo uno studio della Sapienza sostenuto da AIRC, le varianti di BRCA2 triplicano il rischio di alcuni tumori rispetto a BRCA1.
Cosa potete imparare dalle donne
Il modo in cui molte donne gestiscono la prevenzione offre spunti utili anche agli uomini.
Il primo è la regolarità. Lo screening funziona perché si ripete nel tempo, anche quando ci si sente bene. Quindi non aspettate un sintomo: fissate un controllo annuale dal medico di famiglia, come un tagliando.
Il secondo è parlarne. Molte donne si confrontano con amiche, sorelle e madri su esami e sintomi. Gli uomini, invece, tendono a tenere tutto per sé. Parlare di salute con il partner, gli amici o i figli rende più facile non rimandare.
Il terzo riguarda la lettera della ASL. Quando arriva l’invito per il sangue occulto, prenotate subito. Il test si fa a casa, è semplice e gratuito. Se il risultato è positivo, la ASL propone una colonscopia di approfondimento, anch’essa gratuita.
Il quarto è ascoltare i segnali del corpo. Le donne sono spesso abituate a notare i cambiamenti, per esempio durante l’autopalpazione del seno. Allo stesso modo, un uomo non dovrebbe ignorare sangue nelle feci, cambiamenti persistenti dell’intestino, disturbi urinari, un neo che cambia aspetto o un nodulo ai testicoli. Sono tutti motivi validi per una visita, senza imbarazzo.
Infine, un ultimo consiglio. Se accompagnate vostra moglie, vostra madre o vostra figlia alle visite, approfittatene per chiedere anche dei vostri controlli. La prevenzione, in fondo, è un impegno da condividere in famiglia.
Nei prossimi articoli di ottobre la rubrica proseguirà con il rapporto tra padri e figlie e con l’esperienza del partner di una donna che ha affrontato un tumore.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.
Domande frequenti (FAQ)