Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
60.7/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Colesterolo alto, donne più aderenti alle cure ma terapia meno efficace lapresse.it
Le donne non solo ricevono trattamenti meno mirati rispetto agli uomini, ma pur essendo più aderenti alle terapie, raggiungono meno degli uomini gli obiettivi di colesterolo LDL indicati dalle linee guida. È quanto emerge dal registro multicentrico italiano At-Target-It, coordinato dal gruppo di ricerca guidato da Pasquale Perrone Filardi, past president della Società italiana di cardiologia e direttore del dipartimento di Scienze biomediche avanzate dell’Università Federico II di Napoli.
“Un paradosso che deve far riflettere a fronte del dato che i decessi per patologie cardiovascolari risultano maggiori nelle donne, rappresentando il 45% delle cause di morte nella popolazione femminile”, sottolinea Perrone Filardi. “Tuttavia, non esiste una differenza di genere nelle raccomandazioni sugli approcci terapeutici per raggiungere gli obiettivi LDL ottimali. Un divario che invece esiste, eccome, nella vita reale, come dimostrano i risultati del nostro registro, che hanno messo in luce una significativa disparità di genere nella risposta al trattamento con anticorpi monoclonali anti-PCSK9”, aggiunge l’esperto.
Lo studio
Il registro ha analizzato 2.613 pazienti trattati con anticorpi monoclonali anti-PCSK-9, farmaci utilizzati per ridurre i livelli di colesterolo LDL. Tra i pazienti coinvolti, 806 erano donne. La popolazione femminile presentava alla partenza una condizione clinica più sfavorevole, con un’età media più elevata e valori di LDL più alti rispetto agli uomini. Nelle donne era inoltre più frequente l’intolleranza alle statine e meno comune il ricorso a una terapia ipolipemizzante orale combinata.
I risultati
Nel corso del follow-up la riduzione percentuale del colesterolo LDL è risultata costantemente inferiore nelle donne rispetto agli uomini. A sei mesi la differenza era di 9 punti percentuali, mentre dopo tre anni si attestava a 5,9 punti. “Come conseguenza diretta solo il 51,7% delle donne ha raggiunto i target raccomandati dalle linee guida internazionali, contro il 64,6% degli uomini, con una probabilità di successo terapeutico ridotta di un terzo”, osserva Perrone Filardi.
Il dato non sembra però dipendere da una minore aderenza delle pazienti alla terapia. Al contrario, nel registro l’aderenza è risultata più frequente ed elevata nelle donne. “La minore efficacia della terapia sembra dunque legata a fattori biologici o clinici ancora da indagare. Resta comunque necessaria una maggiore attenzione al profilo di rischio cardiovascolare femminile”, aggiunge Gianfranco Sinagra, presidente della Società italiana di cardiologia.
Secondo i ricercatori, quindi, i risultati sollevano un tema di medicina di genere e della possibile necessità di una maggiore personalizzazione del trattamento nelle pazienti. “Le attuali strategie terapeutiche anti-PCSK9, sviluppate in studi a prevalenza maschile – conclude Perrone Filardi – dovrebbero adottare un approccio più personalizzato per le donne, dalla scelta delle molecole al monitoraggio più frequente dei target lipidici”.
Tumore al polmone, il modello San Camillo punta sulla diagnosi precoce: nuovi risultati e proposta per estendere il percorso in tutto il Lazio - meteoweb.eu
📰 meteoweb.eu📅 2026-09-28T10:43:00
tumore polmone
Tumore al polmone, il modello San Camillo punta sulla diagnosi precoce: nuovi risultati e proposta per estendere il percorso in tutto il Lazio meteoweb.eu
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
57.8/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Tumore del pancreas, al Civico di Palermo 923 pazienti presi in carico: la forza del modello multidisciplinare Paese Italia Press
Dal 2020 cento meeting tra specialisti e un percorso diagnostico-terapeutico integrato per garantire cure tempestive e coordinate. Il PDTA aziendale punta a contrastare la migrazione sanitaria verso il Nord Italia e a migliorare la qualità dell’assistenza oncologica in Sicilia.
PALERMO, 28 settembre 2026 – Il tumore del pancreas resta una delle sfide più difficili dell’oncologia moderna: in Italia si stimano ogni anno circa 14.000 nuove diagnosi e quasi 13.000 decessi. Rappresenta la terza causa di morte oncologica dopo il tumore del polmone e del colon-retto. Nell’80-85% dei casi la malattia viene scoperta in stadio localmente avanzato o metastatico, e la sopravvivenza a cinque anni oscilla ancora tra il 5 e il 15%. Numeri che, uniti ai dati epidemiologici crescenti della provincia e della regione Sicilia, hanno spinto l’Ospedale Civico di Palermo ad attivare ( adottato con Delibera Aziendale n. 821 del 22/7/2020), un PDTA aziendale dedicato ai tumori del pancreas e delle vie biliari con il duplice obiettivo di strutturare un percorso capace di prendere in carico in modo tempestivo e coordinato pazienti oncologici estremamente fragili – per i quali ogni ritardo diagnostico o terapeutico può fare la differenza – e contrastare il fenomeno della migrazione dei pazienti siciliani verso i centri del nord Italia in cerca di cure specialistiche.
“Sul modello delle Pancreas Unit – spiega Roberto Di Mitri direttore dell’UOC Gastroenterologia con endoscopia digestiva dell’azienda palermitana e coordinatore del PDTA – già sperimentato in altre Regioni italiane ed europee, al Civico si riuniscono a cadenza bisettimanale le figure mediche cardine per la gestione di queste patologie: gastroenterologo clinico ed endoscopista biliopancreatico, chirurgo epatobiliare, oncologo medico, radiologo diagnostico e interventista, anatomopatologo, oltre ai professionisti delle Cure Palliative/Hospice e della Radioterapia. Un confronto strutturato e multidisciplinare, che permette di definire, caso per caso, il percorso diagnostico-terapeutico più appropriato”.
Cento i meeting multidisciplinari al centro del modello
Il bilancio di questi primi cento meeting multidisciplinari è imponente: 923 pazienti discussi, di cui 196 con indicazione chirurgica e 345 avviati a chemioterapia. Centodieci pazienti sono stati indirizzati alle cure palliative attraverso l’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI), mentre 19 hanno effettuato radioterapia. Sul fronte diagnostico ed endoscopico i numeri parlano da soli: 843 agoaspirati/agobiopsie (FNB) per il campionamento di lesioni bilio-pancreatiche e 557 ERCP con posizionamento di stent metallico autoespandibile per la detensione delle vie biliari. A questi si aggiungono procedure di endoscopia interventistica avanzata, riservate a pochi centri di eccellenza: 55 drenaggi biliari EUS-guidati, 11 gastro-entero-anastomosi ecoguidate e 8 epato-gastrostomie EUS-guidate.
“La nostra esperienza conclude Di Mitri – conferma quanto la letteratura scientifica ha già dimostrato in altri contesti nazionali ed europei: la centralizzazione delle competenze in centri ad alto volume e la discussione collegiale dei casi in un team multidisciplinare non sono solo un esercizio organizzativo, ma un fattore che incide direttamente su qualità e sicurezza delle cure, tempestività diagnostica e, in ultima analisi, sugli esiti clinici”.
“I dati – commenta Walter Messina direttore generale dell’ARNAS Civico Di Cristina Benfratelli di Palermo, nonché coordinatore regionale FIASO per la Sicilia – attestano l’efficacia del modello organizzativo prescelto e la capacita’ dell’azienda di dare risposta efficace a quasi mille pazienti in riferimento a questi specifici bisogni di salute. Modelli organizzativi, come quello da noi adottato, se replicati e strutturati secondo criteri di volume, qualità e integrazione tra discipline, rappresentano oggi la strada concreta per offrire anche ai pazienti del Sud Italia standard di cura equiparabili a quelli dei grandi centri nazionali, senza dover affrontare il peso, fisico ed economico, di un viaggio verso il nord del Paese”.
Photo cover: dottor Roberto Di Mitri
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
44.1/100
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C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Screening oncologici di prossimità Mammomobile di nuovo in marcia: le tappe del mese di settembre lagazzettadisansevero.it
Screening oncologici gratuiti vicino casa, a bordo dell’ambulatorio mobile di ASL Foggia. Il Mammomobile torna a percorrere il territorio della Capitanata per raggiungere gli utenti direttamente nei comuni di residenza, facilitando l’accesso ai controlli periodici.
L’iniziativa nasce con l’obiettivo di superare le difficoltà legate agli spostamenti verso le strutture sanitarie e rendere più semplice e agevole l’adesione alle campagne di prevenzione per il carcinoma della cervice uterina, della mammella e per il tumore al colon-retto. L’adesione è volontaria.
IL CALENDARIO: DOVE E QUANDO
Il calendario si inserisce nel quadro del Piano Regionale di Prevenzione ed è stato definito dal Centro Screening aziendale in collaborazione con le Amministrazioni comunali. Sette le tappe già organizzate sino alla fine di settembre:
17 settembre – Anzano di Puglia: piazza Municipio, dalle ore 9 alle ore 13, mammomobile, Hcv e color retto;
18 settembre – Sant’Agata di Puglia: piazza Perillo, dalle ore 9 alle ore 13, mammomobile, Hcv e colon retto;
19 settembre – San Marco in Lamis: Villa Comunale, dalle ore 9 alle ore 13, mammomobile, Hcv e colon retto;
21 settembre – Accadia: Palazzetto dello Sport, dalle ore 9 alle ore 13, mammomobile, Hcv e colon retto;
22 settembre – Castelluccio dei Sauri: Distretto Socio Sanitario, dalle ore 9 alle ore 13, mammomobile, Hcv e colon retto;
24 settembre – Roseto Val Fortore: piazza Municipio, dalle ore 9 alle ore 13, mammomobile, Hcv e colon retto;
28 settembre – Celle San Vito: piazzale Magrone, dalle ore 9 alle ore 13, mammomobile, Hcv e colon retto.
MAMMOGRAFIA
L’invito ad aderire allo screening per la diagnosi precoce del tumore al seno è rivolto alle donne di età compresa tra 50 e 69 anni
HCV
Lo screening HCV, attraverso l’identificazione del virus dell’Epatite C, è rivolto a donne e uomini di età compresa fra i 36 e 56 anni.
COLON RETTO
Per lo screening del colon-retto, attraverso la ricerca del sangue occulto nelle feci, gli operatori di ASL Foggia rilasceranno un coupon, da presentare nelle farmacie convenzionate, per ritirare il kit. L’invito ad aderire è rivolto a donne e uomini di età compresa tra 50 e 69 anni
COME ADERIRE AGLI SCREENING
L’adesione agli screening è volontaria e gratuita.
Per prenotare la visita è possibile:
– chiamare il numero verde 800 957 773 (attivo dal lunedì al venerdì, ore 9:00-13:00)
– scrivere all’indirizzo e-mail segreteriascreening@aslfg.it.
– utilizzare il QR code presente sulle locandine degli eventi.
Al momento dell’esame, è necessario esibire la tessera sanitaria.
LA PREVENZIONE SALVA LA VITA
“La prevenzione è una scelta che salva la vita: è uno degli strumenti più efficaci che abbiamo per prenderci cura della nostra salute, prima ancora che compaiano sintomi”, spiega Tiziana Dimatteo, Direttrice Generale di ASL Foggia. “Gli screening – prosegue – consentono di individuare precocemente eventuali alterazioni e, quando necessario, di intervenire tempestivamente, aumentando le possibilità di cura”.
“I programmi sono gratuiti, richiedono pochi minuti e non sono dolorosi”, sottolinea Elvira Sparacia, coordinatrice del Centro Screening di ASL Foggia. “La diagnosi precoce può fare una differenza sostanziale nel percorso di una persona e può contribuire a ridurre la necessità di trattamenti più invasivi. L’attività dell’ambulatorio mobile – aggiunge – risponde a una precisa strategia di prevenzione di prossimità: portare i servizi direttamente sul territorio significa rendere più facile l’accesso alla prevenzione e offrire un’opportunità concreta anche a chi può incontrare maggiori difficoltà nel raggiungere le strutture sanitarie. Partecipare alle campagne vuol dire prendersi cura di sé, della propria salute e del proprio futuro. La diagnosi precoce non è soltanto una questione clinica: è un atto di responsabilità verso se stessi e verso chi ci sta accanto”, conclude Sparacia.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?5
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
51.5/100
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B
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❌
Criteri Critici
Obesità: il vero costo non è curarla ma gestire complicanze e perdita di produttività Il Sole 24 ORE
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Quando si parla di obesità, il dibattito pubblico si concentra quasi sempre sul costo delle cure. Credo invece che la domanda giusta sia un’altra: quanto costa non curare l’obesità?
Chiedilo al Sole Le domande sono suggerite automaticamente da 24Ore AI
sulla base del contenuto visualizzato. Domande di approfondimento generate da 24Ore AI
Garantire l’accesso alle nuove terapie farmacologiche non è solo una scelta di tutela della salute, ma un investimento per il Paese. Rendere questi trattamenti rimborsabili avrebbe un costo per il Servizio Sanitario Nazionale stimabile in circa 1.000 euro all’anno per paziente, in linea con quanto il SSN già riconosce per le stesse molecole in ambito diabetologico. Al contrario, la gestione dell’obesità non trattata comporta costi diretti e indiretti stimati in 13,6 miliardi di euro l’anno, tra complicanze della malattia e perdita di produttività. È questo il vero peso economico che oggi grava sul Paese. Anche limitando la rimborsabilità al 25% dei pazienti a più alto rischio, circa mezzo milione di persone, l’investimento pubblico potrebbe tradursi in un risparmio di oltre 1,6 miliardi di euro di future spese sanitarie. A questo si aggiunge un ulteriore beneficio: recenti dati statunitensi mostrano un incremento del 27% dell’occupabilità e della capacità lavorativa delle persone in trattamento.
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A Palermo il congresso della Sio
In vista del Congresso nazionale della Società Italiana dell’Obesità, che si terrà a Palermo dal 15 al 17 ottobre, desidero rinnovare un appello al Governo affinché venga data una risposta concreta a oltre mezzo milione di italiani che potrebbero beneficiare immediatamente di queste cure, ma che oggi non vi accedono perché il costo ricade quasi interamente sulle famiglie.
Abbiamo stimato che garantire la terapia al 25% dei pazienti economicamente più fragili con BMI superiore a 40, oppure superiore a 35 in presenza di importanti comorbidità, richiederebbe un investimento pubblico compreso tra 400 e 500 milioni di euro. Si tratta di una cifra pienamente sostenibile che, solo per dare un ordine di grandezza, corrisponde a circa il 20% di quanto stanziato per il recente provvedimento sul bollo auto. Investire nell’accesso ai farmaci anti-obesità significa ridurre le future spese sanitarie, prevenire le complicanze della malattia e restituire salute e produttività a centinaia di migliaia di persone, molte delle quali sono ancora in piena età lavorativa.
La SIO ha già rappresentato questo scenario al CNEL e al suo Presidente, Renato Brunetta, evidenziando come la tutela della salute delle persone con obesità rappresenti anche una leva di crescita e sostenibilità economica. Sulla scorta delle esperienze già avviate con successo in altri Paesi europei, come la Francia, riteniamo possibile introdurre criteri di priorità chiari, destinando la rimborsabilità ai pazienti con rischio clinico più elevato.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
28.9/100
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D
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Criteri Critici
“…dica 34” di e con Simona Carisi, con Michele Bono Direttore della UOC di Radioterapia ASP di Agrigento. in3minuti.it
“…dica 34” di e con Simona Carisi_ Michele Bono Direttore della UOC di Radioterapia ASP di Agrigento.“Sotto un buon raggio, dove la tecnologia è umana” None found
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?4
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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52.6/100
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B
Valutazione
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Criteri Critici
Oncologia di precisione, dalla genomica alle cure: la nuova roadmap di Lancet Oncology Doctor33
Rendere la genomica del cancro e l’oncologia di precisione più accessibili, sostenibili ed eque, trasformando i progressi scientifici in benefici concreti per i pazienti. È l’obiettivo della nuova Lancet Oncology Commission on Cancer Genomics and Precision Oncology, presentata al World Cancer Congress di Hong Kong. La Commissione individua le principali criticità che ancora limitano l’implementazione dell’oncologia di precisione e propone una roadmap per affrontarle nei diversi sistemi sanitari.
Negli ultimi decenni, la genomica ha permesso di classificare con maggiore precisione i tumori e di utilizzare le caratteristiche molecolari per selezionare i trattamenti. Secondo la Commissione, tuttavia, l’accesso a queste opportunità resta fortemente diseguale. Test molecolari e trattamenti innovativi sono concentrati soprattutto nei Paesi ad alto reddito e, anche al loro interno, nei centri dotati delle infrastrutture e delle competenze necessarie.
Le differenze riguardano anche la produzione delle evidenze. Ricerca genomica, studi clinici guidati da biomarcatori e dati utilizzati nell’oncologia di precisione provengono prevalentemente dai Paesi ad alto reddito e dalle popolazioni occidentali. A questo si aggiunge la frammentazione degli ecosistemi dei dati.
«L’espansione dell’oncologia di precisione riflette straordinari progressi scientifici che hanno contribuito a salvare e prolungare molte vite. Ma ha anche generato nuove complessità», afferma Raffaella Casolino, oncologa e ricercatrice coordinatrice della Commissione. Sistemi diagnostici sempre più sofisticati, evidenze in evoluzione, costi e percorsi assistenziali complessi, sottolinea Casolino, rendono più difficile garantire cure oncologiche di qualità, soprattutto nei contesti con risorse limitate. La Commissione richiama inoltre la necessità di fornire ai pazienti informazioni adeguate sui test molecolari e sui trattamenti innovativi, che possono essere associati anche a benefici clinici modesti.
Cinque strumenti per portare l’innovazione nei sistemi sanitari
La Commissione propone cinque elementi per tradurre le evidenze in pratica: un modello di implementazione basato sul valore e adattato alle risorse disponibili; uno strumento per valutare il livello di preparazione dei sistemi sanitari; un quadro delle competenze necessarie ai professionisti dell’oncologia di precisione; strumenti per monitorarne e valutarne l’implementazione; un ecosistema responsabile per la condivisione dei dati e l’apprendimento dei sistemi sanitari.
Il tema dell’organizzazione assume quindi un peso pari a quello dell’innovazione tecnologica. «Le barriere all’oncologia di precisione non sono più soltanto tecnologiche, ma organizzative, economiche e regolatorie», sottolinea Nicola Normanno, responsabile del Center for Advanced Molecular Diagnostics in Oncology della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma e presidente dell’International Quality Network for Pathology, autore di un commento di accompagnamento pubblicato su The Lancet Oncology. Secondo Normanno, è necessaria una cooperazione tra sistemi sanitari, industria, società scientifiche, ricercatori e pazienti per costruire infrastrutture diagnostiche, garantire la qualità dei test e favorire l’allineamento delle regole tra Paesi.
Biomarcatori e accesso alle terapie
Il passaggio dalla caratterizzazione molecolare del tumore alla scelta terapeutica è uno dei punti centrali. «Oggi, oltre il 30% dei pazienti con tumori solidi avanzati può ricevere una terapia basata sui biomarcatori e questa percentuale aumenterà grazie alle numerose terapie di precisione che sono attualmente in sviluppo clinico», afferma Massimo Di Maio, presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM).
Per la Commissione, ampliare l’accesso richiede anche una maggiore rappresentatività della ricerca. Nei Paesi a basso e medio reddito persistono limiti nella capacità diagnostica e di laboratorio, nelle risorse finanziarie, nelle catene di approvvigionamento e nella disponibilità di competenze specialistiche. Una maggiore inclusione delle diverse popolazioni nella ricerca genomica e negli studi clinici viene indicata non soltanto come questione di equità, ma anche come requisito per produrre evidenze scientifiche applicabili a popolazioni differenti.
Particolare attenzione viene riservata infine ai dati della pratica clinica. Secondo la Commissione, l’implementazione dell’oncologia di precisione deve procedere insieme alla produzione di nuove conoscenze, attraverso evidenze più rappresentative e l’impiego responsabile dei dati real-world per valutare dove e in quali condizioni l’oncologia di precisione produca valore.
La Global Call-to-Action e la roadmap proposte dalla Commissione puntano così a fornire una base comune per l’implementazione della genomica oncologica nei diversi sistemi sanitari. Le raccomandazioni sono allineate alla risoluzione sulla medicina di precisione adottata nel 2026 dall’Assemblea Mondiale della Sanità, che invita a integrare questi approcci nei sistemi sanitari tenendo conto delle risorse e dei diversi contesti.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
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Criteri Critici
Tumore al seno, la sovradiagnosi da screening potrebbe essere inferiore al 5% sanitainformazione.it
Una nuova analisi degli studi sullo screening mammografico suggerisce che il fenomeno della sovradiagnosi del tumore al seno potrebbe essere molto meno frequente di quanto indicato da alcune stime precedenti. Secondo i ricercatori del University of Southern Denmark Faculty of Health Sciences, dopo aver tenuto conto della durata del follow-up e dell’esposizione allo screening, la quota di tumori individuati dalla mammografia che non avrebbero mai causato sintomi o minacciato la salute della donna potrebbe essere inferiore al 5%, rispetto a stime precedenti comprese tra il 30% e il 50%.
Il team ha rianalizzato tutti gli otto studi randomizzati sullo screening mammografico e ha confrontato i risultati con i dati dei programmi di screening organizzato in Danimarca. L’analisi ha preso in considerazione sia i carcinomi mammari invasivi sia il carcinoma duttale in situ (DCIS). Secondo gli autori, i risultati degli studi randomizzati, se valutati considerando l’intero periodo di osservazione, risultano coerenti con una sovradiagnosi inferiore al 5%.
Che cos’è la sovradiagnosi e perché le stime sono state così diverse
La sovradiagnosi si verifica quando lo screening identifica un tumore che, in assenza dello screening, non sarebbe mai stato diagnosticato perché non avrebbe causato sintomi, problemi di salute o morte nel corso della vita della donna. Il fenomeno rappresenta uno dei possibili svantaggi dello screening, perché una diagnosi di questo tipo può portare a ulteriori accertamenti e trattamenti senza un beneficio concreto per la salute. Le dimensioni del problema sono però da decenni oggetto di discussione.
Alcuni studi randomizzati hanno prodotto stime molto elevate, arrivando a indicare che il 30-50% dei tumori individuati attraverso lo screening potesse essere sovradiagnosticato. Questi risultati hanno avuto un ruolo nel dibattito sui benefici e sui potenziali rischi dei programmi di mammografia. La nuova analisi parte proprio da questa discrepanza. I ricercatori hanno osservato che l’introduzione dello screening modifica temporaneamente il numero di diagnosi: molti tumori vengono individuati prima rispetto a quanto sarebbe avvenuto in assenza di mammografia, determinando inizialmente un aumento dei casi diagnosticati. Una parte di questi tumori sarebbe stata comunque identificata successivamente. Se il periodo di osservazione termina prima che questo fenomeno possa essere registrato, l’aumento iniziale può essere interpretato erroneamente come sovradiagnosi.
Secondo Sisse Helle Njor, professoressa dell’Università della Southern Denmarke dell’Ospedale di Lillebælt, lo studio è stato condotto proprio per ottenere una valutazione più completa attraverso tutti gli studi clinici randomizzati disponibili.
Il confronto con i dati della Danimarca
Per verificare quanto emerso dagli studi randomizzati, i ricercatori hanno utilizzato come riferimento i dati della Danimarca, dove l’introduzione dello screening organizzato è avvenuta in momenti differenti nelle diverse regioni. In alcune aree, infatti, i programmi sono iniziati 17 anni prima rispetto ad altre.
Questa differenza temporale ha permesso di osservare cosa accade alle diagnosi di tumore al seno prima e dopo l’introduzione della mammografia. L’andamento osservato è importante per interpretare la sovradiagnosi. Dopo l’avvio dello screening, le diagnosi aumentano perché i tumori vengono individuati prima.
Successivamente, però, il numero di diagnosi dovrebbe diminuire, poiché una parte dei tumori diagnosticati precocemente sarebbe stata comunque identificata in un momento successivo anche senza screening. I ricercatori hanno quindi confrontato l’incidenza del tumore al seno osservata nei periodi corrispondenti degli studi randomizzati con quella registrata nei programmi danesi. Secondo gli autori, i due andamenti risultano sostanzialmente coerenti.
Tre fattori possono modificare le stime della sovradiagnosi
La nuova analisi ha preso in considerazione tre elementi che possono alterare significativamente la valutazione della sovradiagnosi negli studi sullo screening mammografico. Il primo riguarda l’esposizione allo screening delle donne inserite nei gruppi di controllo. In diversi studi, infatti, le partecipanti assegnate al gruppo di controllo hanno potuto sottoporsi successivamente alla mammografia, per esempio dopo la conclusione dello studio o quando lo screening è diventato disponibile nella popolazione generale. Questo può ridurre le differenze tra i gruppi e modificare l’andamento delle diagnosi nel periodo di osservazione. Il secondo elemento è rappresentato dal numero di cicli di screening effettuati.
Un maggior numero di mammografie offre più occasioni per individuare tumori in una fase precoce e può quindi influenzare il numero complessivo delle diagnosi registrate. Il terzo riguarda la durata del follow-up. Dopo l’individuazione precoce di un tumore, infatti, deve trascorrere un periodo sufficiente perché quel caso possa eventualmente essere diagnosticato anche nel gruppo non sottoposto inizialmente allo screening. Se il follow-up è troppo breve, l’aumento iniziale delle diagnosi può apparire più elevato di quanto sia realmente. Elsebeth Lynge, professoressa emerita del Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università di Copenaghen, ha sottolineato che proprio la mancata considerazione di questi fattori può portare a interpretare l’aumento iniziale delle diagnosi come sovradiagnosi. Dopo aver corretto le differenze nell’esposizione allo screening e nella durata dell’osservazione, i ricercatori hanno ritenuto che i dati degli studi randomizzati siano compatibili con una frequenza di sovradiagnosi inferiore al 5%.
Cosa cambia per le donne chiamate allo screening
La valutazione della sovradiagnosi è rilevante perché consente di bilanciare in modo più preciso i benefici e i possibili svantaggi dello screening mammografico. La diagnosi precoce può infatti consentire di individuare un tumore in una fase nella quale il trattamento può prevenire conseguenze gravi, mentre la sovradiagnosi riguarda tumori che non avrebbero mai rappresentato una minaccia per la salute.
Secondo Sisse Helle Njor, i nuovi risultati possono contribuire a fornire alle donne informazioni più realistiche quando ricevono un invito allo screening. La ricercatrice sostiene che, alla luce dell’analisi, il rischio di trattamenti non necessari legato alla sovradiagnosi potrebbe essere inferiore rispetto a quanto suggerito da alcune precedenti stime.
Matejka Rebolj, epidemiologa senior presso la Queen Mary University di Londra, ha invece sottolineato che alcune delle stime più elevate potrebbero essere state influenzate dall’interpretazione di dati raccolti prima che gli studi clinici avessero raggiunto una durata sufficiente. La nuova analisi ha incluso tutti gli otto studi randomizzati individuati dai ricercatori: New York Health Insurance Plan, Malmö, Two-County, Edimburgo, Canadian National Breast Screening Study, Stoccolma, Göteborg e UK Age. Sono stati considerati sia i tumori invasivi sia il DCIS. I risultati non eliminano quindi la questione della sovradiagnosi, ma indicano che la sua entità può dipendere in modo sostanziale da come vengono analizzati tempi, durata dello screening e follow-up.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Diagnosi precoce del tumore al polmone: l’esperienza dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini online-news.it
ROMA- A due anni dall’avvio del progetto dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini, un convegno all’Aula Magna “Agazio Menniti” mette a confronto clinici, istituzioni e medicina del territorio. Nel corso dell’evento saranno diffusi i nuovi risultati del programma avviato nel dicembre 2024, insieme alla proposta di trasformare l’evidenza scientifica in policy sanitaria regionale.
Nuovi dati e prospettive per la diagnosi precoce del tumore al polmone: il 29 settembre l’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini presenterà i risultati aggiornati del progetto di Diagnosi precoce del tumore al polmone, in occasione di un convegno che riunirà professionisti sanitari, medici di medicina generale, farmacisti di comunità e istituzioni. Al centro del confronto, le strategie per favorire una diagnosi sempre più tempestiva di una delle neoplasie a maggiore impatto epidemiologico e assistenziale in Italia.
L’appuntamento si propone come momento di aggiornamento scientifico e, insieme, di confronto sulla programmazione sanitaria: l’obiettivo è tradurre il “modello San Camillo”, in una proposta organizzativa concreta estesa a tutta la Regione Lazio, capace anticipare la diagnosi, rafforzare la prevenzione del tabagismo e garantire pari opportunità di accesso ai cittadini. A pesare in modo determinante sulla prognosi del tumore al polmone, infatti, è l’elevata quota di diagnosi tardive: una parte rilevante dei pazienti riceve la diagnosi in stadio III o IV, con quasi la metà dei casi individuata in fase già metastatica. L’identificazione precoce della malattia, al contrario, consente di intercettare i tumori in stadi iniziali, candidabili a trattamenti potenzialmente curativi, con un impatto rilevante sulla sopravvivenza, sulla qualità di vita dei pazienti e sulla sostenibilità dei percorsi oncologici.
IL PROGRAMMA
Dopo il welcome coffee (13:30), i saluti istituzionali sono affidati ad Angelo Aliquò, Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini, a Gerardo De Carolis, Direttore Sanitario, e a Eleonora Alimenti, Direttore Amministrativo della stessa Azienda Ospedaliera.
Seguono gli interventi istituzionali dell’On. Antonello Aurigemma, Presidente del Consiglio Regionale del Lazio, sul punto di vista della politica e l’impegno per l’implementazione della diagnosi precoce del tumore al polmone nella Regione Lazio, e di Maria Rita Migliorino, membro del Consiglio Direttivo di WALCE APS, sul nuovo PDTA (Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale) del tumore al polmone della Regione Lazio e sul riconoscimento del valore della diagnosi precoce.
La sessione centrale, dedicata al progetto di diagnosi precoce del San Camillo, è moderata da Ermanno Puxeddu, Direttore della UOC Broncopneumologia dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini, e da Andrea Cortese, Direttore della UOC Diagnostica per Immagini – Elezione della stessa Azienda. Intervengono: Giuseppe Cardillo, Direttore UOC Chirurgia Toracica, sul progetto di Diagnosi precoce del San Camillo; Sara Ricciardi (UOC Chirurgia Toracica) sul ruolo della diagnosi precoce in Europa e in Italia; Serena Ricciardi (UOS Pneumoncologia) sul ruolo dell’oncologo; Valentina Lombardi e Teresa Pasquariello (UOC Diagnostica per Immagini) sul ruolo del radiologo; Stefania Greco (UOS Pneumoncologia) sul ruolo del centro antifumo; Filippo Rumi (ALTEMS Advisory) sulla valorizzazione economico-sanitaria dell’intervento di prevenzione.
Chiude la sessione un momento di call to action dedicato alla medicina del territorio, con Fabio Valente (Direttivo FIMMG Regionale) e Domenico Paglialunga (Direttore Operativo Farmacap), sul ruolo del medico di medicina generale e del farmacista di comunità. Le conclusioni finali e i next steps sono affidati ad Angelo Aliquò, Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini.
L’evento gode del patrocinio del Consiglio Regionale del Lazio, dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini, della FIMMG Sezione Provinciale di Roma e di WALCE, con il contributo non condizionante di AstraZeneca. La segreteria organizzativa è a cura di DreamCom Health Communication and Events.
29 SETTEMBRE 2026, AULA MAGNA AGAZIO MENNITI, SAN CAMILLO FORLANINI – PADIGLIONE PUDDU PIANO -1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Tumore del pancreas, team multidisciplinare al Civico: presi in carico quasi 1.000 pazienti in 6 anni PalermoToday
Sono già quasi mille i pazienti presi in carico dall'ospedale Civico nell'ambito del Pdta, piano diagnostico terapeutico assistenziale, dedicato ai tumori del pancreas e delle vie biliari, attivato a luglio del 2020. L'obiettivo è duplice: strutturare un percorso capace di prendere in carico in modo tempestivo e coordinato pazienti oncologici estremamente fragili - per i quali ogni ritardo diagnostico o terapeutico può fare la differenza - e contrastare il fenomeno della migrazione dei pazienti siciliani verso i centri del nord Italia in cerca di cure specialistiche.
Il tumore del pancreas, d'altronde, resta una delle sfide più difficili dell'oncologia moderna: in Italia si stimano ogni anno circa 14.000 nuove diagnosi e quasi 13.000 decessi. Rappresenta la terza causa di morte oncologica dopo il tumore del polmone e del colon-retto. Nell'80-85% dei casi la malattia viene scoperta in stadio localmente avanzato o metastatico, e la sopravvivenza a cinque anni oscilla ancora tra il 5 e il 15%. Numeri che, uniti ai dati epidemiologici crescenti della provincia di Palermo e della Sicilia, hanno spinto il Civico a mettere in pratica il Pdta.
“Sul modello delle Pancreas Unit - spiega Roberto Di Mitri, direttore dell’unità operativa complessa Gastroenterologia con endoscopia digestiva dell’azienda palermitana e coordinatore del Pdta - già sperimentato in altre regioni italiane ed europee, al Civico si riuniscono a cadenza bisettimanale le figure mediche cardine per la gestione di queste patologie: gastroenterologo clinico ed endoscopista biliopancreatico, chirurgo epatobiliare, oncologo medico, radiologo diagnostico e interventista, anatomopatologo, oltre ai professionisti delle cure palliative-hospice e della radioterapia. Un confronto strutturato e multidisciplinare, che permette di definire, caso per caso, il percorso diagnostico-terapeutico più appropriato”.
Il bilancio dei primi cento meeting multidisciplinari al Civico vede 923 pazienti discussi, di cui 196 con indicazione chirurgica e 345 avviati a chemioterapia. Centodieci pazienti sono stati indirizzati alle cure palliative attraverso l'assistenza domiciliare integrata, mentre 19 hanno effettuato radioterapia. Sul fronte diagnostico ed endoscopico i numeri parlano di 843 agoaspirati/agobiopsie per il campionamento di lesioni bilio-pancreatiche e 557 Ercp con posizionamento di stent metallico autoespandibile per la detensione delle vie biliari. A questi si aggiungono procedure di endoscopia interventistica avanzata, riservate a pochi centri di eccellenza: 55 drenaggi biliari Eus-guidati, 11 gastro-entero-anastomosi ecoguidate e 8 epato-gastrostomie Eus-guidate.
“La nostra esperienza - conclude Di Mitri - conferma quanto la letteratura scientifica ha già dimostrato in altri contesti nazionali ed europei: la centralizzazione delle competenze in centri ad alto volume e la discussione collegiale dei casi in un team multidisciplinare non sono solo un esercizio organizzativo, ma un fattore che incide direttamente su qualità e sicurezza delle cure, tempestività diagnostica e, in ultima analisi, sugli esiti clinici”.
Walter Messina, direttore generale dell’Arnas Civico Di Cristina Benfratelli di Palermo, nonché coordinatore regionale Fiaso per la Sicilia, aggiunge: “I dati attestano l'efficacia del modello organizzativo prescelto e la capacità dell’azienda di dare risposta efficace a quasi mille pazienti in riferimento a questi specifici bisogni di salute. Modelli organizzativi, come quello da noi adottato, se replicati e strutturati secondo criteri di volume, qualità e integrazione tra discipline, rappresentano oggi la strada concreta per offrire anche ai pazienti del Sud Italia standard di cura equiparabili a quelli dei grandi centri nazionali, senza dover affrontare il peso, fisico ed economico, di un viaggio verso il nord del Paese”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Cancro al seno HER2-positivo, decisivo il ruolo della radioterapia insalutenews.it
Uno studio internazionale coordinato dall’IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e pubblicato su eClinicalMedicine, del gruppo The Lancet, ridisegna il ruolo della radioterapia nell’era dei farmaci biologici avanzati. Nei casi ad alto rischio linfonodale, riduce le recidive e aumenta la sopravvivenza
Milano, 28 settembre 2026 – L’avvento dei farmaci biologici di ultima generazione e delle terapie mirate ha rivoluzionato la prognosi del carcinoma mammario HER2-positivo. Ma con l’efficacia delle nuove molecole, la radioterapia post-mastectomia conserva ancora un ruolo determinante? A questa fondamentale domanda clinica dà una risposta chiara e autorevole un importante studio internazionale pubblicato su eClinicalMedicine, rivista scientifica del prestigioso gruppo The Lancet.
Lo studio ha analizzato in modo approfondito i dati di 4.154 donne arruolate nel grande trial clinico internazionale ALTTO, seguite per un periodo di quasi 10 anni. L’idea e il coordinamento scientifico dell’analisi nascono all’interno della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (INT), grazie al lavoro guidato dalla dott.ssa Maria Carmen De Santis (oncologa radioterapista della Struttura Semplice di Radioterapia dei tumori della mammella) e dalla dott.ssa Serena Di Cosimo (oncologa medica e referente dello studio ALTTO per l’Istituto), che hanno curato l’elaborazione scientifica, la verifica e l’interpretazione dei dati in collaborazione con il Breast International Group (BIG).
Fino ad oggi, le raccomandazioni sull’uso della radioterapia dopo la mastectomia nel tumore HER2-positivo si basavano in gran parte su studi condotti prima dell’introduzione di trastuzumab e delle terapie biologiche standard. Negli ultimi anni si era ipotizzato che l’elevata efficacia dei nuovi farmaci potesse aver ridimensionato l’utilità del trattamento radiante. I risultati pubblicati sulla rivista del gruppo The Lancet dimostrano l’esatto contrario: la radioterapia non è affatto superata, ma va indicata in modo sempre più mirato e personalizzato.
Dall’analisi emerge, infatti, che il beneficio della radioterapia post-mastectomia è massimo ed essenziale nelle donne con quattro o più linfonodi interessati, nelle quali il trattamento si dimostra in grado di ridurre in modo significativo il rischio di recidiva locale, il tempo alla comparsa delle metastasi e di migliorare la sopravvivenza globale. Nelle pazienti con 1-3 linfonodi coinvolti il vantaggio appare più contenuto, ma tuttavia evidente, mentre non sono emersi benefici evidenti nelle donne senza coinvolgimento linfonodale.
“L’idea di questo studio è nata proprio dalla necessità di chiarire se l’avvento delle nuove molecole anti-HER2 avesse in qualche modo affievolito il ruolo e l’impatto della radioterapia – spiega la dott.ssa Maria Carmen De Santis, prima autrice dell’analisi – I nostri dati dimostrano, invece, che per specifiche categorie di pazienti ad alto rischio la radioterapia resta un caposaldo imprescindibile del percorso di cura: non soltanto garantisce il controllo locale della malattia, ma incide direttamente sulla sopravvivenza a lungo termine. È la conferma che l’innovazione farmacologica e i trattamenti radianti sempre più sofisticati debbano integrarsi in modo strategico”.
Le evidenze emerse dallo studio rafforzano in modo decisivo l’indicazione alla radioterapia per le pazienti con elevato carico linfonodale. Per le altre categorie di rischio, la scelta terapeutica dovrà essere valutata su misura, in attesa che futuri trial clinici prospettici confermino l’eventuale de-escalation dei trattamenti.
“Il valore di questo lavoro sta nell’aver fornito chiarezza a tutta la comunità oncologica internazionale analizzando una delle più ampie coorti di pazienti mai studiate – aggiunge la dott.ssa Serena Di Cosimo, co-autrice dello studio – Il prossimo passo della nostra ricerca sarà quello di integrare nell’analisi i biomarcatori molecolari e le caratteristiche immunologiche del tumore. L’obiettivo finale è definire con estrema precisione a quali pazienti offrire la radioterapia, rendendo le decisioni terapeutiche realmente personalizzate sul profilo del singolo tumore”.
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Melanoma, prevenzione e benessere: arriva a Cosenza la Skin & Care Experience Cosenza 2.0
Focus sulla prevenzione del melanoma con il Prof. Paolo Antonio Ascierto La prevenzione, la ricerca scientifica, la cura della pelle e il benessere saranno i protagonisti di “Skin & Care Experience – Un viaggio nella salute e nella bellezza della pelle”, l’evento promosso dall’Associazione Onco Med, in programma sabato 3 ottobre alle ore 10.00 presso la prestigiosa Sala “G. Leone” della Galleria Nazionale di Palazzo Arnone. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico sull’importanza della prevenzione dermatologica, con particolare attenzione al melanoma, una delle forme di tumore cutaneo più aggressive ma che, se diagnosticata precocemente, può essere affrontata con maggiori possibilità di successo. Ospite d’eccezione e figura centrale dell’evento sarà il Prof. Paolo Antonio Ascierto, oncologo di fama internazionale, Direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Pascale di Napoli. Considerato tra i massimi esperti mondiali nella ricerca e nel trattamento del melanoma, il professor Ascierto è autore di centinaia di pubblicazioni scientifiche e protagonista di importanti studi che hanno rivoluzionato l’approccio terapeutico ai tumori della pelle attraverso l’immunoterapia. Nel corso di una prestigiosa Lectio Magistralis, il professor Ascierto illustrerà i risultati delle più recenti ricerche sul vaccino contro il melanoma, una delle frontiere più promettenti dell’oncologia moderna. Un’occasione unica per conoscere da vicino gli sviluppi della scienza e comprendere come l’innovazione stia aprendo nuove prospettive nella lotta contro questa patologia. Accanto all’approfondimento scientifico, “Skin & Care Experience” dedicherà uno spazio speciale alla cura e alla bellezza della pelle grazie alla presenza di BioNike, azienda leader nel settore della dermocosmesi. Gli esperti Vincenzo Cucchiara e Salvatore Garbato, make-up artist di fama nazionale, Federica Scardino, consulente formatrice Bionike e Ida Naccarato, make up artist di Cosenza, accompagneranno il pubblico in un percorso dedicato alla valorizzazione della bellezza femminile, offrendo consigli e suggerimenti professionali per il benessere e la cura della persona. L’evento sarà inoltre arricchito da un momento di intrattenimento e leggerezza con la partecipazione straordinaria di Vincenzo De Lucia, attore e imitatore tra i più apprezzati dal pubblico italiano. Reduce dai successi televisivi ottenuti su Rai e Mediaset, con partecipazioni a programmi di grande ascolto come Festival di Sanremo, Amici e Stasera tutto è possibile, De Lucia regalerà ai presenti un momento di sorrisi e divertimento attraverso il suo talento artistico e le sue celebri imitazioni. “Skin & Care Experience” si propone come un appuntamento che unisce informazione, prevenzione, ricerca scientifica e benessere, offrendo ai cittadini un’opportunità concreta per approfondire temi fondamentali per la salute e la qualità della vita. Keep in touch with our news & offers
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Diagnosi precoce del tumore al polmone: l’esperienza dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini TusciaTimes.eu
ROMA- A due anni dall’avvio del progetto dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini, un convegno all’Aula Magna “Agazio Menniti” mette a confronto clinici, istituzioni e medicina del territorio. Nel corso dell’evento saranno diffusi i nuovi risultati del programma avviato nel dicembre 2024, insieme alla proposta di trasformare l’evidenza scientifica in policy sanitaria regionale.
Nuovi dati e prospettive per la diagnosi precoce del tumore al polmone: il 29 settembre l’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini presenterà i risultati aggiornati del progetto di Diagnosi precoce del tumore al polmone, in occasione di un convegno che riunirà professionisti sanitari, medici di medicina generale, farmacisti di comunità e istituzioni. Al centro del confronto, le strategie per favorire una diagnosi sempre più tempestiva di una delle neoplasie a maggiore impatto epidemiologico e assistenziale in Italia.
L’appuntamento si propone come momento di aggiornamento scientifico e, insieme, di confronto sulla programmazione sanitaria: l’obiettivo è tradurre il “modello San Camillo”, in una proposta organizzativa concreta estesa a tutta la Regione Lazio, capace anticipare la diagnosi, rafforzare la prevenzione del tabagismo e garantire pari opportunità di accesso ai cittadini. A pesare in modo determinante sulla prognosi del tumore al polmone, infatti, è l’elevata quota di diagnosi tardive: una parte rilevante dei pazienti riceve la diagnosi in stadio III o IV, con quasi la metà dei casi individuata in fase già metastatica. L’identificazione precoce della malattia, al contrario, consente di intercettare i tumori in stadi iniziali, candidabili a trattamenti potenzialmente curativi, con un impatto rilevante sulla sopravvivenza, sulla qualità di vita dei pazienti e sulla sostenibilità dei percorsi oncologici.
IL PROGRAMMA
Dopo il welcome coffee (13:30), i saluti istituzionali sono affidati ad Angelo Aliquò, Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini, a Gerardo De Carolis, Direttore Sanitario, e a Eleonora Alimenti, Direttore Amministrativo della stessa Azienda Ospedaliera.
Seguono gli interventi istituzionali dell’On. Antonello Aurigemma, Presidente del Consiglio Regionale del Lazio, sul punto di vista della politica e l’impegno per l’implementazione della diagnosi precoce del tumore al polmone nella Regione Lazio, e di Maria Rita Migliorino, membro del Consiglio Direttivo di WALCE APS, sul nuovo PDTA (Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale) del tumore al polmone della Regione Lazio e sul riconoscimento del valore della diagnosi precoce.
La sessione centrale, dedicata al progetto di diagnosi precoce del San Camillo, è moderata da Ermanno Puxeddu, Direttore della UOC Broncopneumologia dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini, e da Andrea Cortese, Direttore della UOC Diagnostica per Immagini – Elezione della stessa Azienda. Intervengono: Giuseppe Cardillo, Direttore UOC Chirurgia Toracica, sul progetto di Diagnosi precoce del San Camillo; Sara Ricciardi (UOC Chirurgia Toracica) sul ruolo della diagnosi precoce in Europa e in Italia; Serena Ricciardi (UOS Pneumoncologia) sul ruolo dell’oncologo; Valentina Lombardi e Teresa Pasquariello (UOC Diagnostica per Immagini) sul ruolo del radiologo; Stefania Greco (UOS Pneumoncologia) sul ruolo del centro antifumo; Filippo Rumi (ALTEMS Advisory) sulla valorizzazione economico-sanitaria dell’intervento di prevenzione.
Chiude la sessione un momento di call to action dedicato alla medicina del territorio, con Fabio Valente (Direttivo FIMMG Regionale) e Domenico Paglialunga (Direttore Operativo Farmacap), sul ruolo del medico di medicina generale e del farmacista di comunità. Le conclusioni finali e i next steps sono affidati ad Angelo Aliquò, Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini.
L’evento gode del patrocinio del Consiglio Regionale del Lazio, dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini, della FIMMG Sezione Provinciale di Roma e di WALCE, con il contributo non condizionante di AstraZeneca. La segreteria organizzativa è a cura di DreamCom Health Communication and Events.
29 SETTEMBRE 2026, AULA MAGNA AGAZIO MENNITI, SAN CAMILLO FORLANINI – PADIGLIONE PUDDU PIANO -1
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Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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San Paolo Savona, Ats precisa: “Nessuna chiusura di Anatomia patologica, Radioterapia e Malattie infettive. L’ospedale non sarà penalizzato” IVG.it
Savona. “La riorganizzazione prevista dal Piano organizzativo aziendale non dispone la chiusura dei servizi di Anatomia patologica, Radioterapia e Malattie infettive dell’ospedale San Paolo di Savona. Le attività assistenziali proseguiranno regolarmente nella sede ospedaliera e il piano non prevede una riduzione dei posti letto assegnati”. Così, in una nota, Ats Liguria in risposta alle ultime voci circa una possibile soppressione di alcuni primariati del nosocomio savonese.
L’Azienda Tutela della Salute ritiene “necessario chiarire la distinzione tra la direzione di una struttura e la sede in cui vengono erogate le cure. Una Struttura complessa con responsabilità su più aree può coordinare attività svolte in sedi diverse: questo non comporta in alcun modo il trasferimento o la cessazione dei servizi presenti a Savona. Il piano prevede anche responsabilità organizzative locali per assicurare la gestione delle attività nelle singole sedi. Le strutture locali hanno risorse dedicate e un livello gestionale che si affianca al Direttore di Struttura Complessa. Per tali ragioni gli allarmismi circa la confluenza delle strutture di Malattie Infettive in un’unica struttura complessa, se si tiene conto della quantità e della qualità dei servizi al cittadino, sono ingiustificati”.
“Circa la riorganizzazione ospedaliera, il nuovo assetto proposto nel POA si articola in Strutture Complesse Inter-Area con direzioni funzionali sovra-territoriali. Si tratta di un passaggio a un modello di rete clinica integrata. La direzione inter-area garantisce maggiore coordinamento con i centri regionali di riferimento e refertazione più rapida. Il nuovo modello non si fonda su un mero accorpamento amministrativo, ma su strumenti consolidati di governo clinico, tra cui: PDTA (Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali) condivisi tra le aree, per una presa in carico tempestiva e coordinata dei pazienti oncologici, cronici e fragili; audit clinici periodici e monitoraggio di indicatori di qualità, esito e appropriatezza; integrazione multidisciplinare tra oncologi, radioterapisti, patologi e chirurghi per le decisioni sui casi complessi”.
“Pertanto la riorganizzazione dei primariati di Anatomia Patologica, Radioterapia e malattie infettive dell’ospedale San Paolo di Savona non devono in alcun modo allarmare i cittadini e il personale sanitario. Non è prevista la chiusura né la riduzione di tali servizi ospedalieri. I reparti restano pienamente operativi presso l’Ospedale, con la stessa capacità assistenziale, gli stessi posti letto, la medesima dotazione tecnologica e il medesimo personale specializzato attualmente in servizio. La rete inter-area rafforza quindi e non indebolisce la capacità del San Paolo di continuare a essere polo di riferimento per l’oncologia. Le prestazioni proseguono senza soluzione di continuità, con l’ulteriore vantaggio di un allineamento più stretto ai protocolli oncologici nazionali. Standard uniformi di sicurezza, qualità e personale riducono le disomogeneità che, quelle sì, storicamente hanno penalizzato alcune aree”.
“L’ospedale San Paolo non viene quindi penalizzato da questa riorganizzazione: viene inserito in un sistema più integrato, capace di garantire standard uniformi e maggiore resilienza clinica, mantenendo al contempo piena operatività locale”, concludono da Ats
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Criteri Critici
Chemioterapia somministrata per errore: perché medico e struttura non devono risarcire Diritto.it
Il medico non risponde dell’erronea prescrizione di chemioterapia al paziente deceduto, se la stessa non ne ha determinato la morte. Per approfondire questa materia, consigliamo il volume Manuale pratico operativo della responsabilità medica, disponibile su Shop Maggioli e su Amazon.
Tribunale di Nocera Inferiore – sentenza n. 2841 del 29-06-2026 SENTENZA_TRIBUNALE_DI_NOCERA_INFERIORE_N._1665_2026_-_N._R.G._00006118_2018_DEPOSITO_MINUTA_25_06_2026__PUBBLICAZIONE_29_06_2026.pdf 259 KB Iscriviti alla newsletter per poter scaricare gli allegati Iscriviti Grazie per esserti iscritto alla newsletter. Ora puoi scaricare il tuo contenuto. × Iscriviti alla newsletter Si è verificato un errore durante la tua richiesta. EMAIL Scegli quale newsletter vuoi ricevere Seleziona newsletter DirittoeDiritti Sentenze Settimana Autorizzo l’invio di comunicazioni a scopo commerciale e di marketing nei limiti indicati nell’informativa. Autorizzo Non autorizzo Presto il consenso all’uso dei miei dati per ricevere proposte in linea con i miei interessi. Autorizzo Non autorizzo Cliccando su “Iscriviti” dichiari di aver letto e accettato la privacy policy. Iscriviti Iscrizione completata Grazie per esserti iscritto alla newsletter. Seguici sui social
1. Referti scambiati e chemioterapia inutile: da dove nasce il caso
Un signore si sottoponeva a delle indagini diagnostiche presso un centro medico privato, in quanto era affetto da tosse persistente e all’esito di dette indagini la dottoressa che li aveva valutati disponeva ulteriori accertamenti sul paziente da svolgersi presso una struttura sanitaria campana. Il paziente, quindi, effettuava le ulteriori indagini disposte dalla dottoressa, ma sfortunatamente la struttura sanitaria dove gli stessi erano stati eseguiti scambiava erroneamente i risultati del paziente con quelli di un altro soggetto.
La dottoressa esaminava i risultati del soggetto terzo che le erano stati erroneamente inviati dalla struttura sanitaria e valutava che il paziente potesse essere affetto da un microcitoma polmonare. Pertanto, la dottoressa inviava il paziente presso una seconda struttura sanitaria per effettuare delle sedute di chemioterapia.
Dopo aver eseguito il primo ciclo di sedute chemioterapiche, il paziente si sottoponeva a nuovi esami citologici, che però davano risultati negativi circa la presenza della neoplasia polmonare.
Pochi mesi dopo, però, il paziente decedeva a causa di una sindrome influenzale.
I parenti del paziente deceduto attribuivano la morte del proprio congiunto alla chemioterapia che gli era stata inutilmente somministrata (ritenendo che la stessa avrebbe aggravato la condizione cardiopolmonare del paziente, concorrendo al decesso nella misura del 70%) e quindi imputavano la responsabilità alla dottoressa che aveva prescritto la chemioterapia nonché alla struttura sanitaria dove erano stati effettuati gli esami valutati dalla dottoressa.
In particolare, i congiunti sostenevano che la dottoressa avrebbe errato per non aver verificato che i risultati degli esami non erano quelli del paziente e quindi per non aver escluso la presenza del tumore polmonare. Invece, sostenevano che la struttura sanitaria avrebbe errato per aver confuso i risultati degli esami tra due diversi pazienti.
Conseguentemente, i congiunti si rivolgevano al tribunale di Nocera Inferiore, chiedendo di accertare la responsabilità della dottoressa e della struttura sanitaria per gli errori commessi e la loro condanna al risarcimento dei danni subiti dal paziente a causa della morte nonché quelli subiti direttamente dai congiunti medesimi per la perdita del rapporto parentale. Per approfondire questa materia, consigliamo il volume Manuale pratico operativo della responsabilità medica, disponibile su Shop Maggioli e su Amazon.
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2. Errore medico e risarcimento: perché serve provare il nesso causale
La responsabilità della struttura sanitaria nei confronti del paziente è inquadrabile all’interno della responsabilità contrattuale e si configura anche nel caso in cui l’inadempimento sia posto in essere dai sanitari di cui la struttura si avvale per l’esecuzione delle proprie prestazioni, in quanto si tratta di ausiliari della medesima.In ragione della natura contrattuale della responsabilità, il paziente che agisce in giudizio per il risarcimento dei danni subiti deve provare l’esistenza del rapporto con la struttura sanitaria (quindi l’esistenza del contratto di spedalità) e l’aggravamento della patologia di cui era già affetto oppure l’insorgenza di una nuova patologia nonché deve allegare un inadempimento qualificato della struttura sanitaria o dei suoi ausiliari, cioè astrattamente idoneo a cagionare il danno lamentato. Per quanto riguarda i congiunti del paziente, che agiscono per far valere il danno dai medesimi subiti direttamente per la perdita del rapporto parentale, la responsabilità della struttura sanitaria è inquadrabile nella categoria della responsabilità extracontrattuale. Ciò significa che l’attore deve provare tutti gli elementi costitutivi dell’illecito aquiliano: cioè condotta del sanitario, evento di danno, nesso di causalità tra condotta ed evento, colpa o dolo del sanitario, danno conseguenza). Per entrambe le fattispecie di responsabilità, il nesso di causalità tra condotta ed evento di danno deve essere accertato in base al criterio del “più probabile che non”: cioè un fatto può essere ritenuto causa di un evento nel caso in cui lo stesso appia la causa dell’evento più probabile rispetto alle altre possibili cause alternative. Il nesso di causalità materiale tra la condotta del sanitario e l’aggravamento della patologia oppure l’insorgenza della nuova patologia deve accertarsi attraverso un giudizio controfattuale, cioè verificando se, qualora il sanitario avesse tenuto il comportamento che avrebbe dovuto tenere, l’aggravamento della patologia o l’insorgenza della nuova patologia sarebbero stati evitati oppure sarebbero stati posticipati, con un adeguato grado di probabilità. Il nesso di causalità giuridica, invece, riguarda le conseguenze dannose che possano essere ritenuto come immediate e dirette rispetto alla condotta inadempiente del sanitario: solo dette conseguenze possono essere risarcite. In ragione di quanto sopra, secondo il tribunale di Nocera Inferiore, il paziente che agisce per il risarcimento del danno non può limitarsi a dedurre la mera violazione delle regole di condotta da parte del medico, ma deve dimostrare che la condotta inadempiente di quest’ultimo è stata la causa dell’aggravamento della patologia oppure dell’insorgenza della nuova patologia. Nel caso in cui il paziente non riesca a fornire detta prova e quindi anche nel caso in cui la causa dell’evento dannoso risulti incerta, la domanda risarcitoria non potrà essere accolta.
3. La chemioterapia ha causato la morte? La decisione del Tribunale
Nel caso di specie, il giudice campano ha fatto propri i risultati della CTU svolta nel corso del giudizio, i quali hanno escluso che la seduta chemioterapica cui è stato sottoposto il paziente abbia determinato una tossicità acuta significativa oppure una tossicità acuta cumulativa, che avrebbero potuto contribuire al decesso del paziente. Infatti, secondo i consulenti tecnici d’ufficio, il peggioramento irreversibile delle condizioni respiratorie o cardiache del paziente non è dipeso dalla chemioterapia effettuata, quanto piuttosto dalla progressione naturale della patologia di cui il paziente era già affetto.
Pertanto, secondo il giudice, il nesso di causalità tra l’errore medico (consistito nella somministrazione di chemioterapia conseguente all’erronea valutazione dell’esistenza di un tumore polmonare) e la morte del paziente è rimasto al livello di una semplice possibilità, ma non ha raggiunto il necessario livello di probabilità prevalente rispetto alle altre cause possibili del decesso.
In considerazione del fatto che gli attori non hanno fornito la prova della sussistenza del nesso di causalità tra gli errori posti in essere dai convenuti e la morte del paziente loro congiunto, il tribunale di Nocera Inferiore ha escluso una responsabilità risarcitoria della struttura sanitaria e della dottoressa, nonostante la loro condotta inadempiente consistita rispettivamente nell’aver scambiato i referti di due pazienti e nel non aver verificato tempestivamente l’erroneità soggettiva del referto esaminato.
Conseguentemente, il tribunale ha rigettato le domande attoree, condannando gli attori alla refusione delle spese legali a favore dei due convenuti.
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Tumore ovaio, CRO: scoperta molecola contro chemioresistenza INNLIFES
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Nei laboratori del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano sono conservati i campioni di decine di pazienti con tumore ovarico: tessuti prelevati in momenti diversi della loro storia clinica, quando la malattia rispondeva ancora al platino e quando, mesi o anni dopo, aveva smesso di farlo. È da questo archivio, reso possibile dal fatto che al CRO cura e ricerca condividono lo stesso tetto, che è partita l’indagine del gruppo di Oncologia molecolare e modelli preclinici di progressione tumorale guidato da Gustavo Baldassarre, oggi direttore scientifico dell’istituto.
Lo studio, da poco pubblicato sulla rivista Signal Transduction and Targeted Therapy, affronta un problema che la medicina oncologica non ha ancora risolto. «I tumori ovarici sono per il 70% dei casi sensibili alla chemioterapia con platino» spiega Baldassarre. «Il problema è che la malattia si scopre spesso tardi e dopo qualche anno compaiono le recidive, che di solito sono resistenti al platino. Per queste pazienti, nella pratica clinica, non abbiamo un trattamento davvero efficace». Esistono farmaci sperimentali, ma con risultati insoddisfacenti: si riesce a prolungare la malattia, non a debellarla.
Il doppio bersaglio
CDK12 era già un gene noto per il suo ruolo nel metabolismo dell’RNA. Il gruppo di Baldassarre ha voluto capire come si comportasse nei tumori ovarici, e per rispondere ha raccolto campioni di pazienti con malattia sensibile, resistente, o prelevati in momenti diversi della stessa storia clinica. Il risultato: CDK12 risultava più espresso proprio nei tumori che rispondevano peggio alla terapia.
Di questo gene si sapeva già che regola la trascrizione dell’RNA, il passaggio intermedio tra il DNA e le proteine che la cellula produce, e che questa regolazione è particolarmente importante per i geni “lunghi”, tra cui rientrano molti di quelli deputati al riparo del danno al DNA.
Il platino agisce danneggiando il DNA delle cellule tumorali: se si inibisce CDK12, il meccanismo di riparo si inceppa, e il danno del platino diventa più difficile da rimediare per la cellula malata. «L’effetto sinergico tra il danno indotto dal platino e l’inibizione di CDK12 fa sì che il platino sia molto più efficace» racconta Baldassarre.
Dal modello murino alla mappa molecolare
Da questa osservazione alla verifica sperimentale il passo non è stato breve. Il gruppo ha messo alla prova diverse molecole capaci di inibire CDK12, fino a imbattersi in CT7439, sviluppata dall’azienda biofarmaceutica irlandese Carrick Therapeutics e risultata nettamente più potente delle altre già testate. A guidare gran parte degli esperimenti in laboratorio sono state due ricercatrici: Ilenia Pellarin, prima autrice dello studio, e Valentina Rossi, che ha condotto questo lavoro come tesi di dottorato e ne è oggi co-responsabile.
«Bersagliando in modo specifico la funzione del gene CDK12 con CT7439, le cellule tumorali ovariche diventano molto più sensibili alla chemioterapia con platino, e questo vale anche per le cellule già chemio-resistenti» spiega Pellarin. «L’azione sinergica si mantiene anche nei modelli preclinici, dove il farmaco è ben tollerato e raddoppia la sopravvivenza libera da malattia».
Confermata l’ipotesi nelle colture cellulari, il passaggio successivo è stato quello ai modelli animali, indispensabile prima di poter pensare a una sperimentazione umana. Il gruppo ha contattato Iain McNeish dell’Imperial College di Londra, che disponeva di un modello murino particolarmente simile alla condizione platino-resistente osservata nelle pazienti.
Gli esperimenti nel topo hanno confermato quanto visto in laboratorio, e per caratterizzare con precisione la risposta, il CRO si è rivolto all’Università di Milano, dove il gruppo di ricerca guidato dalla professoressa Camilla Recordati ha analizzato in cieco i campioni, senza conoscere in anticipo il trattamento ricevuto dagli animali: il numero di metastasi si è rivelato nettamente più basso nei topi trattati con la combinazione dei due farmaci rispetto a quelli trattati con il solo platino.
Un ulteriore passaggio ha reso il modello ancora più vicino alla realtà clinica: un tumore prelevato da una paziente platino-resistente è stato trapiantato in un topo, tecnica nota come xenotrapianto derivato da paziente, o PDX. Anche in questo caso la combinazione dei due farmaci ha mostrato un’attività particolarmente significativa.
A ricostruire il meccanismo molecolare alla base di questi risultati, studiando come CDK12 modifica il metabolismo dell’RNA, ha contribuito il gruppo del professor Guido Sanguinetti della SISSA di Trieste, con competenze di biologia computazionale che hanno permesso di collegare le osservazioni biologiche ai processi molecolari sottostanti.
Verso la sperimentazione clinica
Il lavoro, tra ideazione e completamento, è durato circa cinque anni e mezzo, finanziato dalla Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro, dai fondi strutturali del Ministero della Salute e da un progetto di co-sviluppo della Regione Friuli Venezia Giulia, tuttora in corso. Proprio quest’ultimo, insieme a un accordo di co-sviluppo con Carrick Therapeutics, ha permesso di preparare, con il dottor Michele Bartoletti del CRO, un protocollo di studio clinico ora all’esame del comitato etico regionale.
Se arriverà l’autorizzazione, lo studio partirà nell’istituto di Aviano, con la possibilità di coinvolgere altri centri italiani attraverso un gruppo cooperativo nazionale, qualora servisse ampliare il numero di pazienti arruolate. Obiettivo, valutare l’attività e la tossicità di questo trattamento innovativo.
La sorpresa inattesa
C’è, infine, un risultato che il team non si aspettava, e che è forse il più interessante dell’intero studio. Per capire perché la combinazione dei due farmaci garantisse, nei modelli murini, un beneficio così duraturo, il gruppo ha condotto un ultimo esperimento. Esponendo a lungo le cellule tumorali all’inibitore di CDK12, si attendeva di veder comparire resistenze incrociate anche verso il platino.
È successo l’esatto contrario: le cellule diventate resistenti a CT7439 sono risultate ipersensibili al platino, e il fenomeno non è un caso isolato, ma è stato verificato su tre modelli cellulari diversi, con caratteristiche molecolari differenti tra loro, ottenendo sempre lo stesso risultato.
«Questo ci fa pensare che, utilizzando insieme i due farmaci, si possa evitare o ritardare molto la comparsa di una recidiva platino-resistente, che ancora oggi nelle pazienti non è curabile» spiega Rossi. «Pensiamo che la combinazione dei due trattamenti dia risultati nettamente superiori rispetto al trattamento singolo» conclude Baldassarre, mentre l’istituto attende il via libera per portare, per la prima volta, questa strategia dal laboratorio alle pazienti. «Questa è in fondo la missione di un IRCCS: combinare ricerca clinica e preclinica per migliorare le terapie e renderle sempre più a misura di ogni paziente».
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Una domenica indimenticabile per la Virtus Erchie: l'omaggio al piccolo Francesco dopo la chemioterapia Serie D 24
Allo stadio comunale di Torre Santa Susanna, in Puglia, il Presidente della Virtus Erchie, Mino Valente, ha accolto Francesco, quattro anni, che pochi giorni fa ha terminato il suo ultimo ciclo di chemioterapia. La sua famiglia lo ha celebrato al rientro dall'ospedale di Lecce con un corteo di auto, palloncini e uno striscione che citava: "Fine chemio, ho vinto io".
Una vera e propria festa organizzata da Valente. Spalti praticamente pieni di cittadini, amici e parenti. Per il bambino un'accoglienza che ricorderà sicuramente, tra l'abbraccio del suo paese, il giro sulle spalle dei calciatori per il campo. Per lui anche una maglia della squadra personalizzata.
La società ha raccontato la giornata dedicata a Francesco: "Oggi Francesco ha fatto gol. Francesco la sua partita l'ha giocata e ha vinto quella più importante. Oggi il risultato era nel suo sorriso, in quello della mamma e del papà. Negli occhi di sua sorella e suo fratello. La più bella vittoria a tavolino della nostra storia. Super Francesco, questa l'hai vinta tu".
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“Nutricolon”: prevenzione, screening e corretti stili di vita. Percorso di educazione alimentare per pazienti, caregiver e familiari Ruvesi.it
La prevenzione comincia a tavola, nella vita di ogni giorno, e riguarda tutti: chi è stato già operato per tumore al colon-retto, il familiare e anche la persona sana che presenta fattori di rischio. È partito nei giorni scorsi il progetto “A scuola di nutrizione: percorso di educazione alimentare per pazienti, caregiver e familiari”, una delle attività previste nell’ambito della sperimentazione “NutriColon: promuovere la salute del colon con la corretta alimentazione”, attivo da giugno grazie alla collaborazione tra la UOSVD Screening Colon-Retto e il SIAN Area Nord, di cui sono responsabili rispettivamente il dr. Alessandro Azzarone e la dr.ssa Maria Grazia Forte.
L’iniziativa rappresenta un modello innovativo di prevenzione del tumore del colon-retto, perché integra screening, counseling nutrizionale ed educazione ai corretti stili di vita in un unico percorso multidisciplinare, gratuito e centrato sulla persona.
Il progetto si sviluppa attraverso tre assi di intervento. Il primo è dedicato ai cittadini risultati positivi al test per la ricerca del sangue occulto nelle feci ma con colonscopia negativa per neoplasia. Si tratta di persone che, pur non avendo una diagnosi di tumore, rappresentano una popolazione sulla quale è possibile intervenire precocemente per modificare i fattori di rischio e promuovere comportamenti salutari.
Il secondo asse coinvolge i familiari dei pazienti arruolati e i soggetti sani che presentano fattori di rischio o sintomi gastrointestinali rilevanti. Per loro sono previste agende endoscopiche dedicate, con l’obiettivo di favorire una diagnosi precoce e un accesso appropriato ai percorsi di prevenzione.
Il terzo asse è rivolto ai pazienti già operati per tumore del colon-retto e inseriti nel follow-up clinico. In questo caso l’obiettivo è la prevenzione terziaria, riducendo il rischio di recidive attraverso il controllo dei fattori di rischio modificabili e il supporto nutrizionale.
L’integrazione dei tre assi consente di accompagnare le persone lungo tutte le fasi della prevenzione: dalla promozione della salute alla diagnosi precoce, fino alla presa in carico dei pazienti già trattati per la malattia.
Elemento qualificante del progetto è il counseling nutrizionale personalizzato, offerto gratuitamente a tutti i partecipanti e ai loro familiari che scelgono di aderire. L’obiettivo è trasformare le raccomandazioni scientifiche in comportamenti concreti e sostenibili nella vita quotidiana.
«Con NutriColon – spiega il direttore generale Luigi Fruscio – la ASL conferma il proprio impegno nel costruire percorsi sempre più integrati tra prevenzione, assistenza ed educazione sanitaria, mettendo al centro la persona e promuovendo una cultura della salute fondata sulla diagnosi precoce, sulla corretta alimentazione e sull’adozione di stili di vita sani: un’azione di sanità pubblica che parte dalla quotidianità delle persone, dalle loro case prim’ancora che nelle strutture sanitarie».
In questo contesto si inserisce il ciclo di incontri “A scuola di nutrizione”, articolato in tre appuntamenti: il primo si è svolto il 24 settembre, mentre i successivi sono programmati per il 22 ottobre e il 26 novembre. Gli incontri sono rivolti a pazienti, caregiver e familiari e hanno lo scopo di fornire strumenti pratici per adottare un’alimentazione equilibrata e stili di vita salutari, riconosciuti tra i principali fattori di prevenzione del tumore del colon-retto.
«NutriColon – sottolinea la dr.ssa Maria Grazia Forte – rappresenta un esempio concreto di integrazione tra i tre livelli della prevenzione. Agisce sulla prevenzione primaria, promuovendo la modifica dei fattori di rischio attraverso l’educazione alimentare e sani stili di vita; sulla prevenzione secondaria, valorizzando il ruolo dello screening, del counseling nutrizionale e dei percorsi endoscopici dedicati; e sulla prevenzione terziaria, accompagnando i pazienti con pregresso tumore del colon-retto nel percorso di follow-up con interventi mirati a ridurre il rischio di recidive».
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Donne e colesterolo, la cura non basta: meno risultati con gli anti-PCSK9 nonostante una maggiore aderenza insalutenews.it
Lo rivelano i risultati del registro multicentrico italiano AT-TARGET-IT, coordinato dal gruppo di ricerca guidato dal prof. Pasquale Perrone Filardi, Past President della Società Italiana di Cardiologia. I dati mostrano come l’impatto sulle donne degli anticorpi monoclonali anti-PCSK9, farmaci di ultima generazione utilizzati per abbattere i livelli di colesterolo “cattivo”, sia inferiore rispetto agli uomini, nonostante la popolazione femminile segua le cure con maggiore costanza, aprendo così nuovi interrogativi sulla medicina di genere
Napoli, 28 settembre 2026 – Le donne non solo ricevono trattamenti meno mirati rispetto agli uomini, ma pur essendo più aderenti alle terapie, raggiungono meno degli uomini gli obiettivi di colesterolo LDL indicati dalle linee guida.
“Un paradosso che deve far riflettere a fronte del dato che i decessi per patologie cardiovascolari risultano maggiori nelle donne, rappresentando il 45% delle cause di morte nella popolazione femminile – sottolinea Perrone Filardi, coordinatore del registro AT-TARGET-IT, Past President della Società Italiana di Cardiologia e Direttore dipartimento scienze biomediche avanzate della Federico II di Napoli – Tuttavia, non esiste una differenza di genere nelle raccomandazioni sugli approcci terapeutici per raggiungere gli obiettivi LDL ottimali. Un divario che invece esiste, eccome, nella vita reale, come dimostrano i risultati del nostro registro, che hanno messo in luce una significativa disparità di genere nella risposta al trattamento con anticorpi monoclonali anti-PCSK9”.
Lo studio
Dott. Pasquale Perrone Filardi
Lo studio condotto in oltre 30 centri italiani, che ha coinvolto 2.613 pazienti trattati con anticorpi monoclonali anti-PCSK-9, di cui 806 (30,8%) donne, ha evidenziato che queste partono da una condizione clinica più svantaggiata, con un’età media più elevata, livelli basali di LDL-C più alti rispetto agli uomini (156,2 mg/dL contro 136,9 mg/dL), una maggiore frequenza di intolleranza alle statine e ricevono meno spesso una terapia ipolipemizzante orale combinata.
“Nell’analisi le donne hanno mostrato una riduzione percentuale del colesterolo LDL, costantemente inferiore nel tempo rispetto agli uomini: una differenza di nove punti percentuali a sei mesi dal trattamento e di 5,9 punti dopo tre anni – osserva Perrone Filardi – Come conseguenza diretta solo il 51,7% delle donne ha raggiunto i target raccomandati dalle linee guida internazionali, contro il 64,6% degli uomini, con una probabilità di successo terapeutico ridotta di un terzo”.
Un problema cruciale emerso dallo studio è che il divario di efficacia non è spiegabile con una minore aderenza al trattamento da parte delle donne, che invece è addirittura risultata più frequente ed elevata.
“La minore efficacia della terapia sembra dunque legata a fattori biologici o clinici ancora da indagare. Resta comunque necessaria una maggiore attenzione al profilo di rischio cardiovascolare femminile”, aggiunge Gianfranco Sinagra, Presidente della Società Italiana di Cardiologia (SIC).
“Le attuali strategie terapeutiche anti-PCSK9, sviluppate in studi a prevalenza maschile, dovrebbero adottare un approccio più personalizzato per le donne, dalla scelta delle molecole al monitoraggio più frequente dei target lipidici”, conclude Perrone Filardi.
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Il viaggio di un medico vietnamita che porta speranza ai malati di cancro. vietnam.vn
Il dottor Pham Nguyen Quy, primario del reparto di oncologia medica presso l'ospedale centrale Kyoto Miniren di Kyoto, in Giappone, offre consulenze online gratuite ai pazienti oncologici.
1. Il medico offre una consulenza gratuita per il trattamento del cancro. Da molti anni, la comunità vietnamita in Giappone conosce il dottor Pham Nguyen Quy, primario del reparto di oncologia medica interna presso l'ospedale centrale Kyoto Miniren di Kyoto, in Giappone. Oltre ad essere uno specialista di grande competenza, il dottor Pham Nguyen Quy è anche co-fondatore e responsabile di un progetto di medicina di comunità che offre consulenze gratuite per la cura del cancro a migliaia di persone in Vietnam e Giappone. Per il dottor Pham Nguyen Quy, questi furono momenti che lo aiutarono a comprendere profondamente il significato della professione medica. I medici non si limitano a curare le malattie, ma accompagnano i pazienti anche nelle fasi più difficili della loro vita. Nato a Hue e studente modello presso la Hue National High School, Pham Nguyen Quy fu ammesso direttamente all'Università di Medicina e Farmacia di Ho Chi Minh City nel 2000. Durante il secondo anno, ricevette una borsa di studio del governo giapponese (MEXT) e iniziò un nuovo percorso nella terra dei ciliegi in fiore.
Il percorso per diventare medico in Giappone non è stato facile per il dottor Quy. Dopo un anno di studio del giapponese, ha trascorso sei anni a studiare medicina, affrontando numerosi esami di lingua giapponese in cui gli stranieri a volte potevano solo intuire il significato dalla forma scritta, non sapendo come pronunciare correttamente i nomi completi delle malattie. Dopo aver superato l'esame nazionale di medicina, ha avuto l'onore di ricevere una borsa di studio MEXT per proseguire gli studi di dottorato per quattro anni. A un certo punto, il suo progetto di ricerca si è bloccato per oltre un anno, portandolo a considerare l'idea di abbandonare. Tuttavia, grazie all'incoraggiamento della famiglia, degli amici e dei colleghi, ha perseverato, ha completato la sua ricerca in tempo e ha conseguito il dottorato in medicina. "Oltre alla barriera linguistica, molti vietnamiti in Giappone non hanno accesso a servizi medici adeguati perché non conoscono la propria storia clinica. Quando offro consulenze e supporto online a molti vietnamiti in diverse località, ricordo sempre loro di preparare un'anamnesi dettagliata prima dell'appuntamento, annotando i sintomi in ordine cronologico, i farmaci assunti, gli effetti osservati e di non esitare a fare domande se qualcosa non è chiaro." Poiché oggigiorno tutto può essere tradotto automaticamente con una precisione piuttosto elevata, il problema non è più la lingua, ma la percezione. Ancora più importante, è fondamentale considerare il medico come un partner nel processo di cura, anziché aspettarsi che risolva tutti i problemi dopo un solo breve incontro. Quando sia il paziente che il medico sono pazienti, condividono informazioni complete e seguono insieme un piano di trattamento, i risultati sono generalmente molto migliori, ha affermato il dottor Quy. Il dottor Quy (all'estrema destra) con i suoi colleghi in ospedale. Foto: fornita dal soggetto .
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Avendo lavorato per molti anni nel campo dell'oncologia, il Dott. Quy e i suoi colleghi hanno promosso numerose attività di ricerca e di sensibilizzazione nella comunità. Non solo hanno promosso la diagnosi precoce e lo screening dei tumori gastrointestinali nei soggetti ad alto rischio, ma il suo team ha anche contribuito alla diffusione di tecniche endoscopiche che consentono un trattamento oncologico più completo con metodi minimamente invasivi. Per i pazienti affetti da tumore in stadio avanzato che necessitano di chemioterapia, lui e i suoi colleghi giapponesi-vietnamiti condividono le loro esperienze in un lavoro di squadra multidisciplinare, garantendo la sicurezza e il comfort dei pazienti durante il trattamento. 2. Accompagnare numerosi pazienti oncologici per un lungo periodo di tempo. Avendo accompagnato a lungo molti malati di cancro, il dottor Quy si è reso conto che la difficoltà maggiore per i pazienti e le loro famiglie non è solo la malattia in sé. Paura, confusione e disinformazione possono talvolta avere un impatto più devastante della malattia stessa. Il dottor Quy ha incontrato molti pazienti in Vietnam che hanno rifiutato le cure prescritte dai medici per seguire metodi non comprovati come bere acqua alcalina, mangiare lombrichi o altre terapie diffuse sui social media. Molte persone hanno perso l'opportunità di ricevere cure efficaci e sono tragicamente morte semplicemente perché hanno creduto a pubblicità prive di fondamento scientifico . Tuttavia, il dottor Quy non ha offerto una critica unilaterale, bensì un'analisi più approfondita per dimostrare che i pazienti possono avere diverse ragioni per non voler ricorrere alla medicina moderna. Attraverso "Mille e una notte di cancro", "Saggezza sul cancro" e i programmi della Community Medicine Organization, il dottor Quy è gradualmente diventato uno dei medici che diffondono attivamente la conoscenza medica nella comunità, senza però dimenticare un punto fondamentale: conoscere il contesto socio -economico del paziente e comprenderne la visione del mondo per aiutarlo a compiere scelte consapevoli. "I pazienti devono ricevere le giuste informazioni affinché possano prendere decisioni appropriate per se stessi", ha affermato il dottor Quy. È anche per questo che il dottor Quy e i suoi colleghi di medicina di comunità hanno fondato il Cancer Patient Support Project nel 2017 e sviluppato numerose attività di supporto. L'obiettivo del progetto non è solo quello di raccogliere articoli di qualità e fornire informazioni mediche accurate e di facile comprensione, ma anche di aiutare i pazienti e le loro famiglie a comprendere meglio lo screening, il trattamento, l'alimentazione e le cure palliative, in modo che possano vivere al meglio la propria vita. Il Cancer Patient Support Project si impegna a creare una rete che colleghi i colleghi del settore oncologico e la comunità interessata, con l'obiettivo di fornire informazioni su patologia oncologica, screening, nutrizione in ambito oncologico e cure palliative. Inoltre, il progetto della Dott.ssa Quy aiuta i pazienti e le loro famiglie ad assumere il controllo del proprio percorso terapeutico, fornendo informazioni accurate in linea con gli standard internazionali in materia di cancro e contrastando la disinformazione e le notizie non ufficiali diffuse sui social media.
Il dottor Quy ha partecipato a una conferenza medica annuale sulla prevenzione del cancro. Foto: fornita dal soggetto. 3. I sopravvissuti al cancro diventano figure di ispirazione. Ciò che è straordinario è che la rete del dottor Quy comprende non solo medici e studenti di medicina, ma anche molti pazienti che hanno sconfitto il cancro. Essi diventano fonti di ispirazione, aiutando i nuovi pazienti a mantenere la fiducia nel loro percorso di cura. Oltre alla sua attività professionale, il Dott. Quy dedica molto tempo al sostegno della comunità vietnamita in Giappone. Ha constatato come molti lavoratori vietnamiti incontrino difficoltà nell'accesso ai servizi sanitari a causa delle barriere linguistiche e della mancanza di informazioni. Alcuni non sanno a quale reparto rivolgersi, non comprendono le istruzioni per le cure o perdono l'opportunità di ricevere assistenza medica tempestiva. Grazie ai suoi contatti e alla sua conoscenza del settore, il Dott. Quy ha aiutato molti a trovare strutture mediche adeguate, si è battuto per lo sviluppo di programmi di supporto linguistico per i pazienti vietnamiti e li ha messi in contatto con organizzazioni di assistenza sociale quando necessario.
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