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Tumori testa-collo: nuovo farmaco mostra risultati promettenti con remissione in molti pazienti Il Messaggero
sabato 30 maggio 2026, 22:12
La ricerca oncologica registra importanti progressi grazie agli anticorpi monoclonali. Le iniezioni sottocutanee di amivantamab stanno rivelando un’elevata efficacia nel trattamento dei tumori della testa e del collo in fase metastatica o resistenti alle terapie.
Remissione completa in una quota significativa di pazienti
Il farmaco ha mostrato una forte azione antitumorale: una quota significativa dei pazienti in trattamento ha potuto raggiungere «una risposta completa, ovvero la totale assenza di malattia rilevabile attraverso esami radiografici». Oltre alla remissione, i dati indicano un miglioramento della sopravvivenza e una risposta clinica duratura, sostenuta da un follow-up di circa un anno.
Dati dallo studio Origami 4, presentato ad ASCO 2026
Questi risultati provengono dallo studio Origami 4, che ha coinvolto 102 pazienti e verrà illustrato al congresso ASCO 2026 di Chicago, uno dei più prestigiosi eventi mondiali dedicati all’oncologia clinica. Gli arruolati avevano già affrontato chemioterapia e trattamenti con inibitori dei checkpoint immunitari. La somministrazione di amivantamab è avvenuta per via sottocutanea ogni tre settimane, aspetto che ne conferma la praticità anche in ambito clinico reale.
Meccanismo d’azione e prospettive future
Amivantamab è un anticorpo bispecifico progettato per agire su due bersagli molecolari fondamentali, EGFR e MET, responsabili della crescita incontrollata delle cellule tumorali. Si tratta di un farmaco già approvato per il carcinoma polmonare non a piccole cellule con mutazione EGFR e che ha dimostrato attività anche nel carcinoma colorettale metastatico, dove sono in corso studi di fase 3. I dati presentati rinforzano, dunque, le potenzialità di questa terapia per tumori solidi difficili da trattare.
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"Un farmaco può eliminare il cancro", lo studio e la speranza contro il tumore Adnkronos
Il Guardian anticipa i risultati di un trial: 102 pazienti affetti da tumore della testa e del collo hanno ricevuto l'iniezione. I tumori si sono ridotti o sono scomparsi completamente in 43 pazienti
Un farmaco contro il cancro in grado di eliminare completamente i tumori nei pazienti. Uno studio internazionale condotto in 11 paesi ha prodotto risultati "senza precedenti" nella sperimentazione. Il Guardian riferisce che, nel trial, il farmaco è stato somministrato a pazienti affetti da tumore che si era esteso o che si era presentato come recidiva dopo terapia non efficaci. Il nuovo prodotto, denominato amivantamab, secondo quanto riporta il quotidiano britannico ha ridotto le dimensioni dei tumori in oltre un terzo dei pazienti, con cambiamenti significativi osservati nel giro di poche settimane. In 15 di questi pazienti, i medici hanno riscontrato che il farmaco aveva completamente eliminato i tumori. "Sono risposte eccezionalmente forti in pazienti la cui malattia è diventata resistente sia alla chemioterapia che all'immunoterapia. Si tratta di un gruppo di pazienti per i quali le opzioni terapeutiche sono estremamente limitate: osservare questi effetti positivi è davvero straordinario", dice Kevin Harrington, professore di terapie biologiche contro il cancro presso l'Institute of Cancer Research (ICR) di Londra. "Questo trattamento ha il potenziale per giovare a migliaia di pazienti ogni anno".
I dati dello studio
I risultati del trial saranno presentati domani, domenica 31 maggio, a Chicago in occasione del più grande congresso mondiale sul cancro, l'appuntamento annuale dell'American Society of Clinical Oncology (ASCO). Nello studio, 102 pazienti affetti da tumore della testa e del collo - la sesta patologia oncologica più diffusa - hanno ricevuto l'iniezione. I tumori si sono ridotti o sono scomparsi completamente in 43 pazienti: 28 di loro hanno mostrato una riduzione significativa, in 15 persone i tumori sono stati completamente eradicati.
I tumori trattati, come funziona il farmaco
Secondo i ricercatori, afferma il Guardian, il farmaco ha mostrato risultati simili anche in pazienti con tumore al polmone. L'amivantamab, sviluppato da Johnson & Johnson, è attualmente in fase di valutazione in circa 60 studi clinici, principalmente per il tumore al polmone, ma anche per i tumori del colon-retto, del cervello e dello stomaco. Il famraco anticancro agisce in 3 modi. Blocca l'EGFR (recettore del fattore di crescita epidermico), una proteina che favorisce la crescita dei tumori, sia il MET, la 'strada' che le cellule tumorali spesso utilizzano per eludere le terapie. Il vaccino, inoltre, contribuisce a attivare il sistema immunitario per attaccare il tumore.
I ricercatori hanno evidenziato che lo studio si è concentrato su pazienti con tumori della testa e del collo, escludendo quindi soggetti affetti da carcinoma squamocellulare orofaringeo HPV-positivo. Tale dato, secondo gli scienziati, è particolarmente significativo: i tumori della testa e del collo non causati dall'HPV sono generalmente più difficili da trattare, i progressi riscontrati in questo gruppo di pazienti pertanto sono considerati di enorme importanza. I pazienti trattati con amivantamab hanno avuto una sopravvivenza media di 12,5 mesi dall'inizio del trattamento, nonostante fossero affetti da una forma di cancro con una prognosi molto sfavorevole.
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Tumore al pancreas, a Chivasso una nuova tecnica a radiofrequenza contro il dolore oncologico Torino Cronaca
Una nuova speranza sul fronte della gestione della sofferenza e della terapia del dolore. Presso l'ospedale di Chivasso è stata introdotta una tecnica innovativa e mininvasiva a radiofrequenza per il trattamento del dolore addominale intenso e persistente legato alla neoplasia del pancreas. Questo intervento non cura direttamente il tumore, ma ha l’obiettivo fondamentale di ridurre in modo significativo la sofferenza fisica e migliorare la qualità della vita dei malati nei casi in cui i farmaci tradizionali non si rivelino più pienamente efficaci.
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La novità clinica è stata presentata in concomitanza con la 25ª edizione della Giornata Nazionale del Sollievo, promossa dalla Conferenza delle Regioni, dal Ministero della Salute e dalla Fondazione "Gigi Ghirotti". Il nuovo trattamento rientra nelle attività del Dipartimento Oncologico dell’ASL TO4, guidato dal dottor Giorgio Vellani, ed è eseguito dal Servizio di Terapia Antalgica di Chivasso, diretto dal dottor Paolo Pais, che fa capo alla struttura complessa di Anestesia e Rianimazione diretta dal dottor Carlo Frangioni.
La procedura si basa sull'uso della radiofrequenza sotto guida radiologica, grazie alla quale i medici possono intervenire sulla trasmissione dei segnali dolorosi provocati dal tumore pancreatico, interrompendola in modo selettivo e duraturo. L’intervento si caratterizza per la sua rapidità e sicurezza: ha una durata media compresa tra i 30 e i 45 minuti, viene eseguito senza la necessità di ricorrere all'anestesia generale e consente, nella maggior parte dei casi presi in esame, la dimissione del paziente in giornata. Oltre a mitigare il dolore, la tecnica permette di limitare sensibilmente l’utilizzo e la dipendenza dai farmaci oppiacei.
Per i cittadini del territorio, l’introduzione di questa tecnologia rappresenta un traguardo importante, consolidando il nosocomio di Chivasso come punto di riferimento aziendale per le procedure interventistiche di terapia antalgica oncologica. Per strutturare al meglio l'accesso al servizio, si è svolto un incontro multidisciplinare volto a definire la presa in carico dei candidati all'intervento. Il percorso prevede una valutazione integrata: i pazienti idonei potranno essere segnalati agli specialisti direttamente dagli oncologi, dai medici delle cure palliative o dai medici di famiglia.
Il direttore generale dell’ASL TO4, il dottor Luigi Vercellino, ha ribadito l'impegno etico e clinico dell'azienda nella lotta contro la sofferenza inutile, ricordando che l'azienda sanitaria piemontese dispone di una rete capillare di servizi per la terapia antalgica che comprende ambulatori dedicati non solo a Chivasso, ma anche negli ospedali di Ciriè, Lanzo e Ivrea.
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Nuovo vaccino riduce i tumori in un terzo dei pazienti - dove la chemioterapia ha fallito upday News
Condividi articolo Un vaccino a tripla azione ha dimostrato di poter ridurre o eliminare tumori dove chemioterapia e immunoterapia avevano fallito. I medici parlano di risultati "senza precedenti" in uno studio condotto in 11 paesi. L'annuncio ufficiale sarà dato domani a Chicago alla più importante conferenza mondiale sul cancro, l'incontro annuale della American Society of Clinical Oncology. Il farmaco Amivantamab ha ridotto i tumori in oltre un terzo dei pazienti trattati, con cambiamenti significativi osservati nel giro di poche settimane. La sperimentazione si è concentrata sui tumori della testa e del collo, il sesto tipo più comune al mondo. Dei 102 pazienti che hanno ricevuto il vaccino tramite iniezione sottocutanea ogni tre settimane, 28 hanno visto il tumore ridursi in modo significativo e in 15 casi è scomparso completamente. Gli effetti collaterali sono risultati molto meno pesanti delle terapie tradizionali. «Si tratta di risposte senza precedenti in pazienti la cui malattia è diventata resistente sia alla chemioterapia sia all'immunoterapia», ha spiegato Kevin Harrington, professore all'Institute of Cancer Research di Londra. La notizia è stata riportata dal quotidiano britannico The Guardian. Sono attualmente in corso circa 60 studi clinici per verificare l'efficacia di Amivantamab principalmente sul carcinoma polmonare, dove ha già dato buone risposte, ma anche su neoplasie del colon-retto, cerebrali e gastriche. Il farmaco agisce sul tumore attraverso tre modalità complementari: inibisce simultaneamente il recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR), proteina coinvolta nella proliferazione tumorale, blocca la via Met spesso utilizzata dalle cellule neoplastiche per sviluppare resistenza ai trattamenti e contribuisce all'attivazione della risposta immunitaria dell'ospite. Nota: Questo articolo è stato creato con l'Intelligenza Artificiale (IA).
LE NOTIZIE DEL GIORNO DEL 30 MAGGIO - Linfoma Hodgkin refrattario, nuova terapia mirata efficace in 1 paziente su 2. Prima Pramac Yamaha MotoGP svela al Mugello la speciale livrea Pininfarina LE ULTIMISSIME - CasertaFocus
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LE NOTIZIE DEL GIORNO DEL 30 MAGGIO - Linfoma Hodgkin refrattario, nuova terapia mirata efficace in 1 paziente su 2. Prima Pramac Yamaha MotoGP svela al Mugello la speciale livrea Pininfarina LE ULTIMISSIME CasertaFocus
Sin: "Cure palliative centrali in neurologia per qualità vita pazienti”
Roma, 30 mag. (Adnkronos Salute) - La Società italiana di neurologia "richiama l’attenzione sull’importanza delle cure palliative nell’ambito delle malattie neurologiche ad andamento cronico, progressivo e a prognosi severa. Un tema ancora oggi poco conosciuto ma fondamentale per garantire la migliore qualità di vita possibile ai pazienti e alle loro famiglie". Questo il messaggio del presidente della Sin, Mario Zappia, in occasione della Giornata nazionale del sollievo, che si celebra domani in tutta Italia. Le cure palliative rappresentano un diritto sancito dalla legge n. 38/2010 e sono incluse nei Livelli essenziali di assistenza (Lea)" anche per le persone affette da patologie neurologiche", evidenzia.
Tuttavia, dopo 16 anni dall’approvazione - spiegano dalla Sin - la legge risulta ancora applicata in modo territorialmente disomogeneo e parziale e soprattutto, ma non solo, nelle patologie neurologiche. I malati neurologici in condizioni avanzate - come gravi patologie neurodegenerative, stati di minima responsività o declino cognitivo severo - affrontano percorsi di malattia e fine vita complessi, spesso segnati da sofferenza evitabile. Malattie come la sclerosi laterale amiotrofica (Sla), le forme avanzate di demenza e di malattia di Parkinson, la sclerosi multipla progressiva con elevata disabilità, le patologie cerebrovascolari acute e croniche, le encefalopatie e mielopatie post-traumatiche e numerose malattie neurologiche rare possono determinare sofferenze fisiche, psicologiche, relazionali e spirituali spesso protratte nel tempo, coinvolgendo profondamente non solo il malato ma anche i familiari e i caregiver.
Le cure palliative, come sottolineato i neurologi anche da un position paper dell’American Academy of Neurology del 2022, non accelerano la morte ma migliorano la qualità della vita, il controllo dei sintomi e il supporto ai familiari per pazienti in gravi condizioni e dovrebbero essere integrate precocemente nel percorso di cura. "In questi contesti, le cure palliative non rappresentano una rinuncia alle cure ma un approccio attivo e globale centrato sulla persona, orientato al controllo dei sintomi, al sollievo dalla sofferenza e al sostegno della dignità della vita in ogni fase della malattia", spiega Andrea Calvo, coordinatore del Gruppo di studio Bioetica e cure palliative Sin. "Accanto alla gestione del dolore fisico, esse affrontano anche la sofferenza emotiva, esistenziale, sociale e spirituale, promuovendo ascolto, comunicazione e accompagnamento", aggiunge.
Le cure palliative si fondano inoltre su principi etici essenziali, primo fra tutti il rispetto dell’autonomia e della volontà della persona malata. In questo percorso assumono un ruolo centrale strumenti come la pianificazione condivisa delle cure e le Disposizioni anticipate di trattamento (Dat), previste dalla Legge 219/2017, che consentono al paziente di partecipare consapevolmente alle decisioni riguardanti il proprio percorso assistenziale. Inoltre, l’assistenza palliativa è per definizione multidisciplinare e coinvolge medici, infermieri, psicologi, fisioterapisti, operatori sanitari, assistenti spirituali e volontari, con l’obiettivo di garantire una presa in carico integrata e personalizzata.
In occasione della Giornata del sollievo, la Sin rinnova il proprio impegno a favore dell’integrazione precoce delle cure palliative nella pratica neurologica: "È necessario riconoscere l’importanza delle cure palliative nelle malattie neurologiche. Oggi oltre l’80% delle risorse è destinato ai pazienti oncologici, mentre quelli neurologici presentano bisogni diversi e spesso percorsi di vita più lunghi e complessi. Serve definire con precisione quanti pazienti necessitano di un supporto palliativo e quando avviare questo approccio, che non riguarda il fine vita ma la qualità della vita. Solo così possiamo allocare correttamente le risorse e formare professionisti con competenze specifiche in neuro-palliativismo", conclude Zappia.
Sostenibilità, Stefani: "Venexus prima piattaforma regionale progetti Esg”
Padova, 30 mag. - (Adnkronos) - "Oggi presentiamo la prima piattaforma regionale in Italia per progetti ESG". Lo ha dichiarato il presidente della Regione del Veneto, Alberto Stefani, a margine della presentazione di Venexus, la nuova piattaforma digitale che mette in relazione enti pubblici, terzo settore e imprese orientate alla sostenibilità. "Vogliamo far sì che i bisogni del territorio possano essere intercettati dalle esigenze di sostenibilità delle imprese - ha spiegato -. Progetti sociali, sanitari e ambientali potranno essere presi in carico da imprese e società benefit. È un modello innovativo, partecipativo e di condivisione che potrà moltiplicare le opportunità per il territorio veneto”.
La piattaforma Venexus potrebbe generare ricadute economiche rilevanti per il Veneto, ha aggiunto Stefani intervenendo alla presentazione del progetto. "Abbiamo valutato un impatto economico dei primi progetti, ma può essere moltiplicato - ha affermato -. L'effetto emulativo delle società benefit che si prendono cura di iniziative di questo tipo può essere potenzialmente enorme per il nostro territorio". Secondo Stefani, "una piattaforma estesa a tutti i Comuni potrebbe dare effetti economici importanti, anche superiori a 100 milioni di euro all'anno", grazie al coinvolgimento delle imprese negli investimenti a favore delle comunità locali.
Tra le possibili evoluzioni di Venexus - ha continuato - c'è la creazione di un appuntamento annuale dedicato all'incontro tra enti pubblici, terzo settore e imprese. "Il futuro di Venexus potrebbe essere quello di creare anche una fiera dei progetti a beneficio comune - ha detto -. Una o due giornate annuali in cui società benefit, enti del terzo settore ed enti locali possano incontrarsi per condividere strategie di valorizzazione e sviluppo del territorio". L'iniziativa riguarderebbe progetti ambientali, sociali, sanitari, culturali e sportivi, con l'obiettivo di consolidare la collaborazione tra pubblico e privato a beneficio delle comunità venete.
Prima Pramac Yamaha MotoGP svela al Mugello la speciale livrea Pininfarina
Milano, 30 mag. - (Adnkronos) - Prima Assicurazioni e Prima Pramac Yamaha MotoGP presentano, in occasione del Gran Premio d’Italia al Mugello, una speciale livrea celebrativa firmata Pininfarina, destinata a correre sul circuito simbolo del motociclismo italiano. Il progetto - si spiega in una nota - nasce dall’idea di Prima Assicurazioni di portare in pista l’orgoglio italiano nel tempio della MotoGP in Italia, l’autodromo del Mugello. Questo ha dato vita alla livrea disegnata da Pininfarina appositamente per il team Prima Pramac Yamaha MotoGP segnando così un debutto storico: per la prima volta, l’iconica casa di design italiana ha realizzato un progetto dedicato alla MotoGP. Le tre anime del progetto sono espressione del ‘saper fare’ italiano, a iniziare da Prima Assicurazioni che in poco più di dieci anni si è affermata come uno dei principali player assicurativi nel panorama motor italiano, superando i 5 milioni di clienti attivi grazie a un modello tecnologico innovativo e a una forte capacità di trasformare il settore assicurativo. Quanto a Pininfarina, icona mondiale del design italiano dal 1930, è perfino superfluo ricordare come abbia firmato alcune delle automobili più leggendarie della storia e sia simbolo riconosciuto a livello internazionale di eleganza, innovazione e ricerca estetica.
Pramac Racing/Prima Pramac Yamaha MotoGP, tra le realtà più competitive e innovative della MotoGP contemporanea, ha vinto più volte il titolo di Best Independent Team in anni recenti, il titolo Team nel 2023 (primo Independent Team a vincere davanti ai Team ufficiali) e il campionato mondiale piloti nel 2024, prima squadra indipendente a farcela nell’era della MotoGP, grazie a una combinazione unica di talento, tecnologia e spirito imprenditoriale italiano.
“Per Prima la tappa del Mugello è un appuntamento speciale. Lo scorso anno insieme a Pramac Yamaha abbiamo realizzato una livrea dedicata ai 10 anni di Prima Assicurazioni e per il 2026 portiamo avanti questa tradizione con la voglia di rendere ancora più memorabile uno degli appuntamenti più amati della MotoGP. Dare vita a una livrea speciale firmata da un’icona del design come Pininfarina e vederla correre in pista nel weekend è per noi una grande emozione e una perfetta sintesi delle eccellenze italiane” commenta il CEO di Prima Assicurazioni, George Ottathycal.
“Portare al Mugello una livrea firmata Pininfarina insieme a Prima è qualcosa di speciale non solo per il nostro team, ma per tutto il motorsport. Vedere correre nella fantastica cornice del Mugello le nostre moto con una livrea che mostra tutta la classe e l’eleganza del design Pininfarina ci rende orgogliosi e conferma l’incredibile valore che Prima Assicurazioni porta alla nostra squadra” dichiara Paolo Campinoti, Team Principal Pramac Racing.
“Siamo orgogliosi di questo incontro tra brand, design e velocità. La livrea nasce dall’unione di realtà diverse, accomunate dalla stessa idea di eccellenza: trasformare un segno distintivo in identità. In questo progetto, Pininfarina interpreta un patrimonio visivo consolidato attraverso un linguaggio essenziale, elegante e immediatamente iconico, pensato per valorizzare la dinamicità di una MotoGP. Il risultato è una livrea capace di coniugare prestigio e tensione dinamica. Presentarla al Mugello significa inserirla nel contesto ideale, dove velocità, passione e identità italiana si fondono naturalmente: qui il design non si limita a essere osservato, ma si vive” aggiunge Paolo Dellachà, CEO di Pininfarina.
La special livery dalle linee essenziali e dinamiche, che riporta la firma ‘Design by Pininfarina’, valorizza la silhouette delle Yamaha che corrono nel Campionato Mondiale MotoGP e Moto2. Elemento centrale del design è la linea rossa diagonale - completata da due sottili linee viola che richiamano l’identità visiva di Prima - reinterpretazione contemporanea del celebre tratto grafico della Modulo, iconica concept car firmata Pininfarina nel 1970 e diventata uno dei simboli assoluti del design automobilistico italiano.
L’omaggio all’eccellenza italiana coinvolgerà l’intero universo di Pramac Racing per la gara di domenica del Gran Premio d’Italia MotoGP 2026 al Mugello, uno degli appuntamenti più iconici e sentiti dell’intero calendario mondiale. Oltre alla speciale livrea MotoGP firmata Pininfarina, anche i piloti del team scenderanno in pista con tute celebrative dedicate e con una capsule sviluppata insieme a Kappa, storico marchio italiano dello sportswear, che ha reinterpretato i codici stilistici del progetto attraverso una collezione esclusiva per il Gran Premio d’Italia. Tanti i contenuti speciali che verranno realizzati nel corso del weekend e condivisi sui canali ufficiali Prima, Prima Pramac Yamaha e Pininfarina per rivelare il progetto.
Solidarietà, Carron: "Venexus strumento per valorizzare impegno imprese”
Padova, 30 mag. - (Adnkronos) - Le imprese del territorio sostengono da tempo iniziative sociali, culturali e sportive, ma spesso faticano a comunicarne l'impatto. È quanto ha evidenziato la presidente di Confindustria Veneto Est, Paola Carron, intervenendo alla presentazione di Venexus. "Le aziende hanno un forte legame con il territorio e con la comunità dove operano e da sempre sostengono progetti legati alla crescita del sociale, dello sport e della cultura - ha spiegato -. Questo può essere uno strumento che facilita la diffusione delle buone pratiche e coinvolge altre imprese nello sviluppo del territorio". Carron ha inoltre annunciato che Confindustria Veneto Est ha già candidato tre iniziative sulla piattaforma: un progetto rivolto alle donne musulmane impiegate nel settore vitivinicolo, uno dedicato alle attività estive per bambini e un altro incentrato sugli screening oncologici.
Linfoma Hodgkin refrattario, nuova terapia mirata efficace in 1 paziente su 2
Roma, 30 mag. (Adnkronos Salute) - L’Italia è protagonista nel mondo nella ricerca nel linfoma di Hodgkin. Lo studio internazionale di fase 1 'Primavera', presentato oggi al Congresso dell’American society of clinical oncology (Asco), in corso a Chicago, ha dimostrato che una nuova terapia mirata, AZD3470, è efficace in circa il 50% dei pazienti con linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario, determinando, alle dosi più elevate, risposte complete in una percentuale significativa, pari al 35%, con un buon profilo di sicurezza. Un risultato molto importante, raggiunto senza ricorrere alla chemioterapia e in persone pesantemente pretrattate, che avevano già ricevuto in media sei precedenti linee di terapia. Lo studio, promosso da AstraZeneca, è presentato all’Asco da un ricercatore italiano, Enrico Derenzini, direttore della Divisione di Oncoematologia all'Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano e associato di Ematologia alla Statale di Milano. I due centri al mondo che hanno arruolato il maggior numero di pazienti sono italiani: Ieo e l’Irccs Policlinico Sant’Orsola di Bologna.
"Lo studio 'Primavera' apre nuove vie della ricerca e si basa su un razionale biologico molto forte - spiega Derenzini -. La molecola AZD3470 agisce con un meccanismo epigenetico, cioè modula l’espressione genica delle cellule neoplastiche del linfoma di Hodgkin. In più dell’80% dei casi, la malattia non esprime la proteina Mtap, una condizione che porta all’accumulo di un metabolita, Mta, che inibisce l’attività di un altro enzima, Prmt5. Quest’ultimo costituisce proprio il bersaglio del farmaco. Siamo partiti dal presupposto che, se l’attività della proteina Prmt5 è già ridotta a causa di un’alterazione preesistente nella cellula, l’azione del farmaco possa essere ancora più efficace, perché è in grado di bloccare completamente l’attività di questo enzima, con un potente effetto antiproliferativo. Le cellule malate, che già presentano un difetto genetico, risultano estremamente sensibili all’azione del farmaco. Questo approccio rappresenta il paradigma della medicina di precisione".
Nello studio Primavera sono stati coinvolti 68 pazienti. "Sono persone molto pretrattate, che avevano esaurito tutte le opzioni terapeutiche disponibili, costituite da chemioterapia, immunoterapia e anticorpi farmaco coniugati - sottolinea Derenzini -. Nello studio Primavera, per la prima volta, è stata dimostrata l’efficacia di un farmaco orale nel linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario. Sono stati analizzati 8 livelli di dose. È stato evidenziato un profilo di tollerabilità molto favorevole, senza interruzioni della cura legate a effetti avversi. Nei pazienti che hanno ricevuto i livelli più alti della dose, la percentuale di risposta globale si avvicina al 60%, con il 35% di risposte complete”.
L'AZD3470 - informa una nota - "è un nuovo farmaco orale molto selettivo, un inibitore di Prmt5 di seconda generazione caratterizzato da elevata tollerabilità, che è in grado di indurre risposte complete in una frazione significativa di pazienti, cioè l'assenza di segni del tumore con le indagini radiologiche". Si tratta di "risultati straordinari - sottolinea Derenzini - se si considera che parliamo di pazienti molto complessi e fragili, che hanno ricevuto in media 6 linee di terapia. È la prima volta al mondo che viene sperimentato un approccio di questo tipo nel linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario. Va ricordato che si tratta di uno studio di fase 1, per cui serviranno anni prima della disponibilità della molecola nella pratica clinica”.
"Il futuro delle cure parte dagli studi di fase 1", spiega Gennaro Daniele, segretario di Fondazione Aiom e direttore Programma e Uoc di fase I di Fondazione Policlinico Gemelli Irccs. "Queste sperimentazioni richiedono tempi di attivazione veloci, necessari per permettere alla ricerca di avanzare con continuità e tradursi concretamente in nuove opportunità di cura. Troppo spesso però l’Italia resta indietro nell’avvio di questi studi, rispetto, ad esempio, agli altri Paesi europei, spesso più agili negli iter di approvazione. Ad esempio, in Danimarca devono essere approvati in 14 giorni dall’agenzia regolatoria danese. Nel nostro Paese servono in media tra 180 e 200 giorni. Condurre le fasi 1 è fondamentale per restare al centro della ricerca internazionale. Lo studio Primavera dimostra che l’Italia ha un potenziale enorme in questo tipo di sperimentazioni e, se ci fossero politiche per sostenerle, potremmo essere sempre più protagonisti della ricerca mondiale".
"Oggi, in Italia, circa l’80% dei trial clinici di fase 1 riguarda i tumori - continua Gennaro Daniele -. Solo centri attrezzati per rispondere a elevati standard possono partecipare. Condurre studi di fase 1 significa offrire ai pazienti l’opportunità di accedere a farmaci altamente innovativi fino a dieci anni prima della loro approvazione. Lo scopo della fase 1 è verificare, per la prima volta nell’uomo, se una terapia sia sicura. Queste sperimentazioni hanno assunto sempre più anche un ruolo terapeutico, consentendo in alcuni casi la disponibilità di cure innovative. Per questo motivo, è fondamentale agire a livello regolatorio per garantire la rapida approvazione degli studi e fornire ai pazienti l’opportunità di accedere in maniera precoce a trattamenti innovativi”.
Milano, nuovo campetto sportivo in piazza Paci alla Barona
Milano, 28 mag. (Adnkronos) - Il vecchio campetto di piazza Paci, nel cuore del quartiere milanese Barona, rinasce e si trasforma in un luogo d'incontro in cui le persone del quartiere possono incontrarsi e praticare sport, "che qui torna a farsi promotore di inclusione e linguaggio universale", evidenzia in una nota Ford Italia, che ha sostenuto l'intervento che "non è una semplice riqualificazione", ma una “restituzione".
Grazie alla collaborazione con il Comune di Milano e Municipio 6, Ford "ridisegna uno spazio inutilizzato da tempo, trasformandolo in un luogo di condivisione. Il campo, completamente rinnovato e reinterpretato sotto la guida artistica del collettivo Truly Design, diventa un gigantesco murales a cielo aperto. In una giungla urbana, un felino - simbolo di energia, velocità e territorialità - sfila tra le sue strade con decisione e intraprendenza. Un invito a uscire dalla routine di tutti i giorni, per vivere una vita fuori dagli schemi. Il campetto di piazza Paci torna così a essere una piccola agorà contemporanea, un luogo in cui lo sport diventa linguaggio comune, capace di creare connessioni. Uno spazio totalmente libero, aperto e restituito alla comunità", viene spiegato nella nota.
“Gli interventi realizzati nell'ultimo anno in questo angolo di città stanno contribuendo a rendere il quartiere Barona - Sant'Ambrogio sempre più vivo e inclusivo, capace di generare opportunità e rafforzare il senso di comunità”, ha dichiarato Gaia Romani, assessora alla Partecipazione del Comune di Milano. “Questo progetto, infatti, si inserisce in una più ampia serie di interventi proprio in via Paci e dintorni: un anno fa abbiamo inaugurato la nuova piazza scolastica di via De Nicola e riqualificato la celebre fontana del centauro di piazza Paci. Un insieme di azioni che valorizzano gli spazi pubblici e migliorano concretamente la qualità della vita delle persone. È la dimostrazione di quanto sia fondamentale costruire sinergie tra istituzioni, amministrazione e Municipio, realtà private e territorio per restituire valore ai luoghi della città”, ha aggiunto Romani.
In questo equilibrio tra visione e concretezza si inserisce l’impegno di Ford Italia, che ha sostenuto l’iniziativa con un intervento pensato per costruire nel tempo. “Da oltre 120 anni Ford sostiene concretamente le comunità in cui opera ed è presente con la sua rete, in tutto il mondo. Questo progetto rappresenta per noi un esempio tangibile di questo impegno e di come si traduca poi a livello locale in azioni in grado di costruire valore nel tempo”, ha commentato Marco Buraglio, amministratore delegato Ford Italia. “Con la restituzione di uno luogo come questo alla comunità di Barona, il nostro è un invito affinché si torni a riappropriarsi degli spazi urbani e a prendersene cura”.
Più che un intervento urbanistico, piazza Paci torna a essere uno spazio vissuto, capace di creare connessioni e portare nuova energia nel quartiere. Un valore condiviso anche a livello territoriale. Santo Minniti, Presidente del Municipio 6 parla di ‘un investimento concreto sulla qualità della vita del quartiere’, sottolineando come ‘offrire spazi di aggregazione significhi dare alle persone, e in particolare ai giovani, punti di riferimento positivi e duraturi’. A fianco di Ford, per dare continuità alla visione a lungo termine, c’è Slums Dunk, associazione fondata da Bruno Cerella e Tommaso Marino che utilizza lo sport come leva educativa e sociale, con percorsi che partono dal gioco, e dai valori dello sport, per arrivare alla costruzione di un futuro possibile. ‘Per noi lo sport è uno strumento potente di educazione e riscatto’, ha dichiarato Tommaso Marino. “Qui vogliamo costruire qualcosa che resti nel tempo, insieme al quartiere”.
L’inaugurazione ha alternato momenti istituzionali e attività aperte al pubblico, restituendo fin da subito - viene evidenziato nella nota - "il senso più profondo dell’iniziativa: non un luogo da osservare, ma uno spazio da vivere. In una città che corre veloce, piazza Paci si riprende il tempo. Tempo per unire, per accogliere, per costruire. E dimostra che, a volte, basta un campo da basket per rimettere in moto una comunità". Il progetto è il risultato di un patto di collaborazione tra Comune di Milano, Municipio 6, Brand for the City, Ics Sant’Ambrogio, Fondazione L’Impronta Impresa Sociale, Condominio Box De Nicola Voltri, Slums Dunk Odv e Truly Design, con il sostegno di Ford Italia.
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Tumore al pancreas, a Chivasso una nuova tecnica contro il dolore oncologico Giornale La Voce
Non cura il tumore, ma può ridurre in modo significativo il dolore e migliorare la qualità della vita dei pazienti. È questo l’obiettivo della tecnica a radiofrequenza introdotta dall’ASL TO4 per il trattamento del dolore addominale legato alla neoplasia del pancreas.
La novità viene presentata in occasione della 25ª edizione della Giornata Nazionale del Sollievo, in programma domenica 31 maggio, promossa dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, dal Ministero della Salute e dalla Fondazione Nazionale “Gigi Ghirotti”. Un appuntamento che richiama l’attenzione sul tema della sofferenza fisica e morale e sulla necessità di garantire cure capaci di accompagnare la persona malata anche nella gestione del dolore.
da sinistra: il Coordinatore del Day Hospital Oncoematologico di Chivasso Luca Basso della Concordia, il Direttore del Dipartimento Oncologico dell'ASL TO4 Giorgio Vellani, il Responsabile del Servizio Terapia Antalgica di Chivasso Paolo Pais, il Direttore dell'Anestesia e Rianimazione Chivasso Carlo Frangioni, la Responsabile del Day Hospital Oncologico di Chivasso Enrica Manzin, una Dirigente Medico dell'Unità Operativa di Cure Palliative (UOCP) Alessandra Bertola
Il nuovo trattamento rientra nell’attività del Dipartimento Oncologico dell’ASL TO4, guidato dal dottor Giorgio Vellani, ed è effettuato dal Servizio di Terapia Antalgica dell’Ospedale di Chivasso, diretto dal dottor Paolo Pais. Il servizio fa capo alla struttura complessa di Anestesia e Rianimazione di Chivasso, diretta dal dottor Carlo Frangioni.
La procedura è mininvasiva e viene eseguita sotto guida radiologica. Attraverso la radiofrequenza è possibile intervenire sulla trasmissione del dolore addominale provocato dal tumore pancreatico, interrompendola in modo selettivo e duraturo. L’intervento dura in genere tra i 30 e i 45 minuti, non richiede anestesia generale e nella maggior parte dei casi consente la dimissione in giornata.
Non si tratta di una terapia rivolta indistintamente a tutti i pazienti, ma di un’opzione indicata per chi convive con un dolore intenso e persistente, non più controllabile in modo adeguato con i soli farmaci. L’obiettivo è ridurre la sofferenza, migliorare la qualità della vita e limitare, quando possibile, il ricorso agli oppioidi.
Per i cittadini del territorio significa poter accedere a una tecnica avanzata direttamente all’Ospedale di Chivasso. Il Servizio di Terapia Antalgica chivassese si sta infatti consolidando, all’interno dell’ASL TO4, come riferimento aziendale per le procedure interventistiche dedicate al dolore oncologico.
Proprio per strutturare il nuovo percorso, mercoledì 27 maggio si è svolto un incontro multidisciplinare con il Dipartimento Oncologico aziendale, l’Unità Operativa di Cure Palliative e il Servizio di Terapia Antalgica di Chivasso. Al centro del confronto, la definizione delle modalità di accesso alla procedura e della presa in carico dei pazienti candidabili.
Il percorso prevede una valutazione integrata. I pazienti potranno essere segnalati dagli oncologi, dai medici delle cure palliative o dai medici di famiglia, attraverso una consulenza specialistica, e successivamente presi in carico dall’équipe di Terapia Antalgica.
Nel corso dell’incontro sono state affrontate anche le principali strategie interventistiche per il trattamento del dolore cronico di origine oncologica in diverse patologie tumorali. L’obiettivo dell’ASL TO4 è costruire un sistema più organizzato e accessibile, capace di portare sul territorio risposte terapeutiche oggi sempre più rilevanti nella cura dei pazienti oncologici.
“La tecnica a radiofrequenza non cura il tumore, ma può restituire una reale qualità di vita a pazienti con dolore scarsamente controllato dai farmaci – spiega il Gruppo di lavoro multidisciplinare –. Rappresenta un passo concreto verso una gestione della sofferenza oncologica che sia non solo efficace, ma anche vicina ai luoghi di vita delle persone”.
Sulla stessa linea il direttore generale dell’ASL TO4, dottor Luigi Vercellino.
“In occasione della Giornata Nazionale del Sollievo – dichiara Vercellino – vogliamo ribadire il nostro impegno contro la sofferenza inutile. L’introduzione di questa tecnica a radiofrequenza dimostra che la lotta al dolore è per noi una priorità clinica ed etica quotidianamente tradotta in pratica. Nella nostra Azienda la lotta al dolore è supportata da una rete capillare di Servizi per la terapia antalgica”.
La rete aziendale comprende gli ambulatori dedicati negli ospedali di Chivasso, Ciriè, Lanzo e Ivrea. I servizi fanno capo alle tre strutture operative di Anestesia e Rianimazione dirette dai dottori Carlo Frangioni, Marco Fadde e Antonio Toscano.
L’ospedale di Settimo Torinese passa all’ASL TO4. E il primo regalo è una grana sindacale Dal 1° giugno la gestione passa all’ASL TO4, ma il sindacato attacca Regione e Azienda: “Delibere dell’ultimo minuto, nessuna certezza su lavoratori, organizzazione e fondi”
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Chemioterapia per il tumore al seno, è possibile evitarla grazie ai test genetici: lo studio presentato negli Usa Corriere della Sera
di Laura Cuppini
Al congresso dell'American Society of Clinical Oncology i risultati di un lavoro mostrano come alcuni pazienti oltre i 40 anni con carcinoma mammario ormono-sensibile non traggano beneficio dalla chemio
Alcuni pazienti, donne e uomini, con diagnosi recente di tumore al seno possono evitare di sottoporsi alla chemioterapia grazie ai test genetici, risparmiando effetti collaterali non necessari e senza aumentare il rischio di recidiva. Lo conferma uno studio dell'University College di Londra (OPTIMA, Optimal personalised treatment of early breast cancer using multi-parameter analysis), presentato al congresso dell'American Society of Clinical Oncology (Asco) in corso a Chicago.
La chemioterapia viene regolarmente offerta alle persone con tumore al seno in fase iniziale diffuso ai linfonodi vicini, poiché riduce il rischio di recidiva. Sebbene sia generalmente efficace, molte pazienti con il tipo più comune di tumore al seno, quello ormono-sensibile, possono trarre scarso o nessun beneficio dalla chemio, pur subendo effetti collaterali pesanti. Sono dunque preziosi i test di espressione genica, già utilizzati, in grado di supportare le decisioni relative alla chemioterapia nelle donne con carcinoma mammario iniziale.
Lo studio OPTIMA ha analizzato i risultati offerti da uno specifico test, Prosigna (che misura l'attività dei geni coinvolti nella crescita del cancro al seno). Hanno partecipato 4.429 donne e uomini di età superiore a 40 anni, sottoposti a intervento chirurgico per carcinoma mammario con recettori ormonali positivi ed HER2 negativo, seguite dal 2017 al 2025. Nella maggior parte dei casi il tumore si era diffuso ai linfonodi ascellari, con alto rischio di recidiva. Per questo motivo, il trattamento standard prevedeva sia un ciclo di chemio sia la terapia ormonale per un periodo da 5 a 10 anni.
I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a due gruppi:
- gruppo di trattamento standard: i pazienti hanno ricevuto chemioterapia seguita da terapia ormonale;
- gruppo sottoposto a test mirato: i pazienti sono stati sottoposti al test Prosigna (eseguito su campioni di tessuto tumorale); coloro che hanno ottenuto un punteggio elevato (superiore a 60) hanno ricevuto chemio e terapia ormonale, mentre quelli con un punteggio basso (inferiore o uguale a 60) sono stati trattati con la sola terapia ormonale. Radioterapia e altri trattamenti sono stati somministrati a entrambi i gruppi.
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Delle 4.429 persone che hanno partecipato alla sperimentazione, più di due terzi (68%) hanno ottenuto un punteggio Prosigna basso. Per questo gruppo, i risultati hanno mostrato esiti molto simili sia con la chemio sia senza. Cinque anni dopo il trattamento, il 94,8% di coloro che hanno ricevuto la chemio insieme alla terapia ormonale era ancora in vita e non presentava recidive del tumore al seno; il 93,6% dei pazienti trattati con la sola terapia ormonale era ancora in vita e libero da recidive. Un test statistico ha dimostrato che solo il 2% dei pazienti con basso punteggio Prosigna trarrebbe beneficio dalla chemioterapia.
«Lo studio OPTIMA affronta una sfida di lunga data nella cura del tumore al seno: identificare chi trae realmente beneficio dalla chemio e chi no. I nostri risultati dimostrano che molte pazienti possono evitarla in tutta sicurezza, senza compromettere i risultati - commenta Rob Stein, responsabile del lavoro e professore di Oncologia mammaria presso l'University College -. Lo studio ha utilizzato la biologia del tumore per guidare le decisioni, anziché basarsi esclusivamente sulle caratteristiche cliniche tradizionali. Per i pazienti, ciò significa che molti potrebbero essere risparmiati dal peso fisico ed emotivo della chemioterapia e dai suoi potenziali effetti collaterali a lungo termine. Per i sistemi sanitari, rappresenta un utilizzo più efficiente delle risorse».
Il team di ricerca ha anche esaminato se i risultati differissero per specifici gruppi di pazienti. Gli esiti sono risultati simili per le donne in pre e post menopausa e non sono state osservate differenze in base al numero di linfonodi interessati. Al contrario di studi precedenti, che si concentravano principalmente su donne in post menopausa con un coinvolgimento linfonodale limitato, OPTIMA ha incluso donne in pre menopausa e pazienti con una malattia più estesa. Alcuni uomini hanno partecipato allo studio, ma il loro numero era troppo esiguo per trarre conclusioni definitive. Infine, non è noto se i risultati siano applicabili a persone di età inferiore ai 40 anni.
«Lo studio indica la possibilità di utilizzare un altro test genomico oltre a quello già disponibile e maggiormente usato (Oncotype DX), per decidere se aggiungere la chemio alla terapia ormonale nei pazienti con recettori ormonali positivi ed HER2 negativo - spiega Lucia Del Mastro, direttore della Clinica di Oncologia medica all’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino, Università di Genova -. Oncotype DX ha già dimostrato da anni la capacità di evitare la chemio in oltre il 30% dei casi. L’aspetto più interessante del nuovo test è la performance nelle pazienti in pre menopausa con linfonodi positivi, dove Oncotype DX non si è dimostrato utile. Un limite etico dello studio riguarda il fatto che gli autori, nel braccio di controllo, avrebbero dovuto usare proprio Oncotype DX, come raccomandano le linee guida. Quindi, rispetto alla pratica clinica attuale, l’effettiva riduzione dell’uso di chemio è in realtà molto più bassa».
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Dieci nuovi esperti nella cura del tumore della mammella Prima Saronno
L’obiettivo è preparare medici che pongano al centro non solo la malattia come espressione biologica, ma soprattutto la persona, con il suo vissuto, la sua cultura e la sua esperienza.
Si sono diplomati al Master in Senologia dell’Insubria, la cerimonia a Villa Toeplitz.
Dieci nuovi esperti nella cura del tumore della mammella
Dieci nuove figure altamente specializzate nella cura del tumore della mammella hanno discusso le loro tesi e ricevuto il diploma del Master di II Livello in Senologia dell’Università degli Studi dell’Insubria, con una cerimonia che si è tenuta il 29 maggio a Villa Toeplitz di Varese.
Anche in questa settima edizione il percorso di alta formazione ha richiamato medici da tutta Italia, che hanno potuto specializzarsi con un gruppo qualificato di docenti diretto dalla professoressa Francesca Rovera. Presidente della Scuola di Medicina e direttrice del Centro di ricerca in Senologia dell’Ateneo, nonché direttrice della Struttura complessa Breast Unit di Asst Sette Laghi.
La professoressa Rovera concilia in modo esemplare attività di ricerca, clinica, capacità di ascolto e attenzione alla cura delle pazienti, qualità che fanno della Senologia varesina un punto di riferimento nazionale.
Attenzione alla prevenzione e alla cura personalizzata
Il Master in Senologia, unico nel panorama nazionale, è nato per mantenere alta e costante l’attenzione alla prevenzione e alla cura personalizzata del cancro al seno. Destinato a laureati in Medicina e chirurgia, ha l’obiettivo di formare figure professionali altamente specializzate in ambito senologico, fornendo una preparazione completa nella diagnosi e nella gestione multidisciplinare, spesso complessa, del carcinoma mammario, integrando competenze cliniche e umanizzazione della cura.
L’obiettivo è preparare medici che pongano al centro non solo la malattia come espressione biologica, ma soprattutto la persona, con il suo vissuto, la sua cultura e la sua esperienza. Medici capaci di costruire un rapporto basato sulla condivisione delle responsabilità e di rendere la donna malata partecipe del processo decisionale.
I diplomati del Master hanno acquisito le basi scientifiche e la preparazione teorico-pratica necessarie allo svolgimento dell’attività clinica, insieme a un elevato livello di autonomia professionale, decisionale e operativa, attraverso un percorso caratterizzato da un approccio olistico ai problemi di salute della persona, sana o malata, anche in relazione all’ambiente chimico-fisico, biologico e sociale che la circonda.
Sono state inoltre approfondite le conoscenze necessarie per valutare criticamente, dal punto di vista clinico, i dati relativi allo stato di salute del singolo individuo, affrontando in modo responsabile i problemi sanitari prioritari in ambito preventivo, diagnostico, prognostico, terapeutico e riabilitativo.
La cerimonia dei diplomi
La cerimonia dei diplomi si è aperta con la lectio magistralis «La Senologia nell’Arte» del professor Giorgio Maria Baratelli, chirurgo senologo, senior consultant in Chirurgia senologica dell’Ospedale di Erba e membro del comitato scientifico dell’Accademia di Senologia Umberto Veronesi.
Sono seguite le discussioni delle tesi, dedicate ad alcuni dei temi più attuali della senologia. I lavori hanno affrontato argomenti che spaziano dalle nuove tecniche diagnostiche per il carcinoma mammario alle innovazioni chirurgiche e radioterapiche, dalla gestione dei tumori HER2-low alla de-escalation della chirurgia ascellare.
Ampio spazio è stato dedicato anche alla prevenzione e alla diagnosi precoce, con approfondimenti sul ruolo della densità mammaria, dell’intelligenza artificiale e dell’ecografia 3D nei programmi di screening. Altri elaborati hanno analizzato l’integrazione della medicina tradizionale cinese nel trattamento degli effetti collaterali delle terapie oncologiche, il rapporto tra nutrizione e tumore della mammella, e le nuove prospettive nella gestione della malattia durante e dopo la gravidanza.
Conferma la professoressa Francesca Rovera:
“È un onore e un’emozione vivere questi momenti formativi, nei quali vengono affrontate non solo le competenze cliniche, ma anche le dimensioni etiche, organizzative e storiche di questa straordinaria disciplina la capacità di comunicare con chiarezza e umanità con il paziente, i familiari ed i caregiver, la collaborazione tra le diverse figure professionali nelle attività sanitarie di gruppo, soprattutto nell’organizzazione delle Breast Unit, novità in campo chirurgico nella gestione del carcinoma mammario, il ruolo fondamentale della genetica per una personalizzazione sia diagnostica che terapeutica”.
Presenti alla consegna dei diplomi alcuni docenti del Master e Adele Patrini, presidente di Caos, il Centro ascolto operate al seno, e presidente della Fondazione Sostenibilità Sociale One Health, da sempre accanto al Centro di ricerca dell’Insubria e alla Senologia varesina nel sostegno dell’eccellente impegno di cura e ricerca contro il cancro.
Ha commentato Adele Patrini:
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Test del Dna potrebbe evitare la chemioterapia a milioni di donne con tumore al seno HuffPost Italia
La strategia di Mosca prevede agganci con le destre europee per destabilizzare le democrazie. Come una giornalista russa porta le tesi del Cremlino nei giornali e nelle tv di Francia e infiamma il dibattito. Il problema della libertà d’espressione e l’eterno dilemma su libertà e sicurezza
di Sofia Ventura
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Tumore al seno, nell'Isola 1600 nuovi casi all'anno. Diagnosi precoce e ricerca scientifica per cure più efficaci Sardiniapost.it
A Cagliari il convegno regionale con medici, associazioni, psicologi, rappresentanti delle istituzioni e dei pazienti.
I progressi della ricerca, il rapporto tra medico e paziente, l’accesso a screening e informazione: sono i temi su cui si è concentrato l’evento regionale “Tumore al seno: perché parlarne può salvare la vita?” promosso da Salute Donna e Salute Uomo con il contributo non condizionato di Novartis e il sostegno dell’intergruppo parlamentare “Insieme per un impegno contro il cancro” della Camera dei Deputati che si è svolto a Cagliari questa mattina. All’incontro hanno partecipato clinici, associazioni dei pazienti e rappresentanti delle principali cariche istituzionali nazionali, regionali e locali, che si sono confrontati su questa neoplasia considerata priorità di salute pubblica che necessita di risposte coordinate sul territorio.
I dati in Sardegna
Oggi, grazie alla diagnosi precoce e ai progressi della ricerca, la storia del tumore al seno è cambiata, la maggior parte delle diagnosi riguarda tumori in fase iniziale che se affrontati tempestivamente sono sempre più curabili.
Il tumore al seno è la neoplasia più frequente in Sardegna: rappresenta il 31% di tutti i tumori femminili, con un’incidenza di oltre 1.600 nuovi casi all’anno, ma ha anche una elevata capacità di cura grazie alla diagnosi precoce e alla ricerca scientifica. Il rischio di recidiva esiste, anche a distanza di molti anni e rimane una sfida clinica importante: 1 donna su 5 può andare incontro ad una ripresa di malattia nei primi 10 anni. Si stima che nell’isola vi siano circa 15 mila donne che convivono con una pregressa diagnosi di carcinoma mammario: dati in linea con la media nazionale, ma purtroppo con una adesione allo screening mammario ancora inferiore rispetto a quanto avviene sul territorio nazionale.
“Parlare di tumore al seno significa salvare vite: la prevenzione non è uno slogan, ma il primo atto di cura e una priorità politica che questo Governo ha rimesso al centro dell’agenda sanitaria nazionale, con più risorse, più programmazione e più attenzione agli screening – così Ugo Cappellacci, presidente della commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati – il nuovo Piano nazionale della prevenzione 2026-2031, approvato pochi giorni fa, conferma questa direzione e rafforza l’obiettivo di rendere gli interventi più omogenei su tutto il territorio nazionale. L’estensione dello screening mammografico alle donne tra i 45 e i 49 anni e tra i 70 e i 74 anni è una misura concreta, che ho sostenuto fin dalla mia proposta emendativa alla legge di bilancio 2024 e che il Governo ha poi trasformato in norma e in servizio reale per le cittadine. Ora il passo successivo è garantire percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali uniformi, perché dopo lo screening ogni donna deve trovare una rete capace di accompagnarla dalla diagnosi alla cura, senza disuguaglianze territoriali”.
Le risposte: cure accessibili, approccio multidisciplinare, ricerca scientifica
“La lotta contro il tumore al seno non può ammettere disuguaglianze territoriali, tanto da rendere il diritto alla cura e alla salute non universale – sottolinea Ilenia Malavasi, capogruppo PD commissione Affari sociali della Camera dei Deputati, componente dell’intergruppo parlamentare “Insieme per un impegno contro il cancro” alla Camera – anche in Sardegna è urgente potenziare la sanità di prossimità e rafforzare la prevenzione gratuita offerta dagli screening, investendo in campagne di informazione, di educazione a partire dalle giovani generazioni, e in percorsi dedicati alle giovani donne a rischio genetico”.
“Come donna che sta vivendo e affrontando un percorso oncologico, conosco profondamente cosa significhi paura, bisogno di non sentirsi sole e sostegno capace di infondere forza, so cosa vuol dire svegliarsi ogni giorno combattendo una battaglia che ti cambia dentro, nel corpo e nell’anima – commenta Tiziana Nisini, membro della Camera dei Deputati, vicepresidente della commissione Lavoro – per questo, come politica, ritengo doveroso parlare di prevenzione, ascolto e sostegno concreto alle donne che ricevono una diagnosi di tumore mammario: perché dobbiamo sempre ricordare che dietro ogni diagnosi c’è una persona, una famiglia, una vita che merita dignità, speranza, vicinanza e cure”.
«Parlare di tumore al seno oggi significa migliorare le scelte di domani; è questo l’obiettivo che ci poniamo come associazione dei pazienti e che ci ha convinto a promuovere un evento su questa patologia in Sardegna – dichiara Anna Maria Mancuso, presidente di Salute Donna ODV. – La prevenzione è lo strumento fondamentale che abbiamo nella lotta a questa neoplasia, anche se la ricerca ha compiuto progressi enormi rendendo il tumore al seno altamente curabile se preso in tempo. Tuttavia, la prevenzione inizia dall’informazione e dalla conoscenza: per questo è necessario continuare a porre il tumore al seno al centro del dibattito scientifico e istituzionale, tenendo sempre alta l’attenzione dell’opinione pubblica su questa patologia di enorme portata socio-sanitaria ed economica”.
“La diagnosi precoce può aumentare notevolmente le possibilità di cura e guarigione; per questo motivo sono importanti controlli regolari come l’autopalpazione, la visita senologica e la mammografia periodica – sottolinea Luigi Mascia, oncologo medico, direttore struttura complessa di oncologia medica, Ospedale oncologico Businco – a ciò si aggiunge che negli ultimi anni i progressi della medicina hanno migliorato notevolmente le terapie disponibili».
Il tumore al seno è una patologia complessa, da qui la necessità di una presa in carico multidisciplinare e di un dialogo aperto, continuo e costruttivo con il medico curante in modo da orientare le scelte terapeutiche in base al rischio e personalizzare il più possibile gli interventi, valutando i benefici clinici, la tollerabilità e le esigenze di ciascun paziente.
“In passato la terapia era pressoché esclusivamente appannaggio della chirurgia, mentre oggi gli interventi sono diventati meno demolitivi ed è emersa l’esigenza di preservare la femminilità, la ripresa funzionale, il completo ripristino dell’integrità della persona – spiega Gianfranco Fancello, chirurgo, direttore struttura complessa Chirurgia senologica, ospedale oncologico Businco – sono nate le Breast unit, dove molteplici figure professionali condividono le strategie terapeutiche, consentendo alle donne di ricevere le migliori terapie possibili”.
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Un test genetico rivoluzionario potrebbe aiutare milioni di donne affette da tumore al seno a evitare la chemioterapia. Vietnam.vn
Questa nuova scoperta potrebbe rivoluzionare il trattamento di molte pazienti affette da tumore al seno ormono-positivo. (Immagine: Hearst Newspapers) Secondo il quotidiano britannico The Guardian, il cancro al seno è attualmente il tipo di tumore più diffuso al mondo . Il protocollo di trattamento standard prevede un intervento chirurgico per rimuovere il tumore, seguito da chemioterapia qualora i medici ravvisino un rischio di recidiva. Tuttavia, la chemioterapia è da tempo un incubo per molti pazienti a causa dei suoi gravi effetti collaterali fisici e mentali. I pazienti possono manifestare perdita di capelli, eruzioni cutanee, nausea, insonnia e debolezza prolungata. In alcuni casi, la chemioterapia può lasciare conseguenze a lungo termine come infertilità, declino cognitivo o menopausa precoce. Per decenni, i pazienti non hanno avuto praticamente altre opzioni. Ora, però, gli scienziati hanno sviluppato un test genetico in grado di identificare con precisione chi ha realmente bisogno della chemioterapia e chi può evitarla. Questa nuova conquista apre la strada a un'era di trattamenti personalizzati, in cui i piani terapeutici vengono adattati alle caratteristiche biologiche uniche di ciascun paziente. I risultati di uno studio internazionale suggeriscono che milioni di donne potrebbero evitare in tutta sicurezza la chemioterapia senza aumentare il rischio di recidiva del cancro. Questi risultati saranno presentati al congresso annuale dell'American Society of Clinical Oncology (ASCO), il più grande congresso oncologico al mondo, che si terrà a Chicago il 30 maggio. Lo studio Optima, condotto dall'University College London (UCL), ha monitorato oltre 4.000 pazienti con diagnosi recente di tumore al seno nel Regno Unito, in Norvegia, Svezia, Australia, Nuova Zelanda e Thailandia. I risultati hanno dimostrato che i pazienti con punteggi bassi nel test genetico potevano essere trattati efficacemente con la sola terapia ormonale, senza bisogno di chemioterapia. Una donna che ha partecipato allo studio ha raccontato che la notizia di non aver bisogno della chemioterapia l'ha fatta sentire "felice come a Natale". Nove anni dopo la diagnosi, gli esami e la decisione di non sottoporsi alla chemioterapia, gode di buona salute e conduce una vita attiva. Il professor Rob Stein, ricercatore principale ed esperto di tumore al seno presso l'UCL, ha affermato che lo studio Optima ha affrontato una sfida di lunga data nel trattamento del tumore al seno: identificare con precisione quali pazienti traggono realmente beneficio dalla chemioterapia.
"I risultati suggeriscono che molti pazienti possono evitare la chemioterapia in tutta sicurezza, senza compromettere l'efficacia del trattamento", ha affermato. Secondo il professor Stein, la ricerca rappresenta un passo significativo verso la terapia personalizzata, in cui le decisioni terapeutiche vengono prese in base alle caratteristiche biologiche del tumore piuttosto che esclusivamente in base ai fattori clinici tradizionali. "Per i pazienti, questo significa che molti non dovranno più sopportare il peso fisico e psicologico della chemioterapia e dei suoi effetti collaterali a lungo termine. Per il sistema sanitario , si tratta di un utilizzo delle risorse più efficiente e basato su dati concreti", ha affermato. Immagine istopatologica di carcinoma duttale in situ (D&C) della mammella. (Fonte immagine: Wikimedia Commons) Il test Prosigna, sviluppato dall'azienda di diagnostica medica Veracyte, è in grado di analizzare l'attività di 50 geni nel tessuto tumorale. Attraverso questo test, viene identificato il sottogruppo molecolare del tumore e viene assegnato un punteggio per valutare il rischio di recidiva entro i successivi 10 anni. I risultati aiutano i medici a valutare se la chemioterapia sarebbe effettivamente utile per il paziente. Lo studio randomizzato ha coinvolto 4.429 pazienti di età pari o superiore a 40 anni affette da carcinoma mammario ormono-positivo, il tipo di tumore al seno più comune al giorno d'oggi, che rappresenta circa l'80% dei casi di tumore al seno in tutto il mondo. I pazienti sono stati divisi in due gruppi di trattamento. Nel gruppo di trattamento standard, i pazienti hanno ricevuto prima la chemioterapia, seguita dalla terapia ormonale. Nel secondo gruppo, i campioni tumorali sono stati analizzati mediante test genetici. Ai pazienti con punteggi elevati è stata comunque prescritta la chemioterapia combinata con la terapia ormonale, mentre quelli con punteggi bassi hanno ricevuto solo la terapia ormonale. Altri trattamenti, come la radioterapia, sono stati comunque somministrati come di consueto in entrambi i gruppi, quando necessario.
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Linfoma Hodgkin, cura mirata efficace in 50% dei pazienti senza più opzioni ANSA
Redazione AnsaCHICAGO - Maggio 30,2026 - News Passi avanti nella ricerca sul linfoma di Hodgkin, con l'Italia in prima fila. Lo studio internazionale di fase 1 Primavera, presentato al Congresso della Società americana di oncologia clinica (ASCO), ha dimostrato che una nuova terapia mirata, AZD3470, è efficace in circa il 50% dei pazienti determinando, alle dosi più elevate, risposte complete - ovvero l'assenza di segni del tumore con le indagini radiologiche - in una percentuale pari al 35%. Un risultato raggiunto senza ricorrere alla chemioterapia e in persone pesantemente pretrattate, che avevano già ricevuto in media sei precedenti linee di terapia. Lo studio è presentato da Enrico Derenzini, Direttore della Divisione di Oncoematologia all'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano. I due centri al mondo che hanno arruolato il maggior numero di pazienti sono lo IEO e l'Irccs Policlinico Sant'Orsola di Bologna. Sono stati coinvolti 68 pazienti. "Sono persone molto pretrattate, che avevano esaurito tutte le opzioni terapeutiche disponibili, costituite da chemioterapia, immunoterapia e anticorpi farmaco coniugati - sottolinea Derenzini -. Nello studio, per la prima volta, è stata dimostrata l'efficacia di un farmaco orale. Nei pazienti che hanno ricevuto i livelli più alti della dose, la percentuale di risposta globale si avvicina al 60%. Sono risultati straordinari, ma si tratta di uno studio di fase 1, per cui serviranno anni prima della disponibilità della molecola nella pratica clinica". Ogni anno, in Italia, sono stimati circa 2.200 nuovi casi di linfoma di Hodgkin. È un tumore del sistema linfatico che origina dai linfociti B, colpisce soprattutto i giovani tra 15 e 35 anni. I progressi delle cure hanno reso il linfoma di Hodgkin una delle neoplasie ematologiche con la migliore prognosi e la sopravvivenza a 5 anni supera l'85%. Resta, però, una percentuale di pazienti che presenta recidiva o non risponde più alle terapie disponibili. Lo studio, conclude Derenzini, "può essere l'apripista per lo sviluppo di cure senza chemioterapia in pazienti pretrattati. Va considerato che si tratta spesso di giovani, in cui la chemioterapia può determinare effetti avversi nel medio e lungo termine".
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Linfoma di Hodgkin, una nuova possibile terapia per le forme più difficili da curare la Repubblica
Chemioterapia, immunoterapia e trapianto di cellule staminali sono a oggi i principali trattamenti utilizzati contro il linfoma di Hodgkin, un tumore ematologico di cui ogni anno in Italia si contano 2200 nuove diagnosi (I numeri del cancro 2025). E sono tumori in buona parte trattabili, ricordano gli esperti: a cinque anni la sopravvivenza sfiora il 90%. Ma queste terapie non funzionano in tutti i pazienti, e la notizia che arriva oggi dal Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) in corso a Chicago di una nuova possibile strategia di cura contro la malattia riguarda proprio questi casi. Oltreoceano infatti, sono stati presentati i risultati dello studio Primavera relativi a una nuova potenziale terapia mirata, AZD3470: circa la metà dei pazienti trattati ha risposto al trattamento.
Linfomi, le nuove terapie che aumentano le guarigioni di 30 Aprile 2025 di Dario Rubino
Una nuova possibile strategie di cura per i casi più difficili
Si tratta di risultati che arrivano da uno studio di fase I - la fase più precoce delle sperimentazioni cliniche, in cui lo scopo principale è quello di valutare la sicurezza di un trattamento sperimentale - ma sono stati presentati con entusiasmo. “Nello studio Primavera, per la prima volta, è stata dimostrata l’efficacia di un farmaco orale nel linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario - ha infatti spiegato Enrico Derenzini, Direttore della Divisione di Oncoematologia all’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo) di Milano e professore associato di Ematologia alla Statale di Milano, autore della presentazione - Sono stati analizzati 8 livelli di dose. È stato evidenziato un profilo di tollerabilità molto favorevole, senza interruzioni della cura legate a effetti avversi. Nei pazienti che hanno ricevuto i livelli più alti della dose, la percentuale di risposta globale si avvicina al 60%, con il 35% di risposte complete”.
Un dato incoraggiante se si considera che si tratta di pazienti pluritrattati - in media con sei linee di trattamento - che avevano esaurito tutte le opzioni di cura disponibili, sottolinea Derenzini. Che aggiunge: quando parliamo di linfoma di Hodgkin, ci riferiamo a pazienti giovani. La malattia è infatti più frequente tra i 15 e i 35 anni. “Lo studio Primavera può essere l’apripista per lo sviluppo di cure senza chemioterapia in pazienti fortemente pretrattati. Va considerato che si tratta molto spesso di persone giovani, in cui la chemioterapia può determinare effetti avversi nel medio e lungo termine”.
Tumori, tre giovani ricercatori italiani premiati con i Merit Award Asco 2026 di 29 Maggio 2026 di Irma D'Aria
Lo studio Primavera
Più nel dettaglio i dati presentati a Chicago riguardano le analisi raccolte su 68 pazienti (il reclutamento dello studio Primavera è ancora in corso, per coinvolgere circa 160 pazienti in totale. Qui l’abstract della presentazione, con i dati che si fermano allo scorso novembre). Nella sperimentazione, AZD3470 viene testata, in diverse coorti, come monoterapia o in combinazione con altri trattamenti (come immunoterapia). Si tratta di uno studio multicentrico, che coinvolge 35 diverse strutture. L’Italia partecipa con l’Azienda ospedaliera Universitaria di Alessandria, lo Ieo, e l’Irccs Policlinico Sant’Orsola di Bologna, questi ultimi due i centri che finora hanno arruolato il maggior numero di pazienti.
Tecnicamente AZD3470 è un inibitore della PRMT5 (un enzima che aiuta la crescita dei tumori) che agisce in maniera mirata, come spiega Derenzini: “La molecola modula l’espressione genica delle cellule neoplastiche del linfoma di Hodgkin. In più dell’80% dei casi, la malattia non esprime la proteina MTAP, una condizione che porta all’accumulo di un metabolita, MTA, che inibisce l’attività di un altro enzima, PRMT5. Quest’ultimo costituisce proprio il bersaglio del farmaco. Siamo partiti dal presupposto che, se l’attività della proteina PRMT5 è già ridotta a causa di un’alterazione preesistente nella cellula, l’azione del farmaco possa essere ancora più efficace, perché è in grado di bloccare completamente l’attività di questo enzima, con un potente effetto antiproliferativo. Le cellule malate, che già presentano un difetto genetico, risultano estremamente sensibili all’azione del farmaco”.
Nuovi studi per approfondire efficacia ed effetti collaterali
I ricercatori ad Asco hanno riportato che gli effetti collaterali più comuni associati alla terapia sono stati anemia, nausea, astenia, stitichezza, affaticamento e neutropenia. Nella maggior parte dei casi si trattava di effetti lievi o moderati, in circa un terzo dei pazienti arruolati si è trattato di eventi più gravi, che in alcuni casi hanno portato alla riduzione della dose di trattamento.
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Gli studi ora proseguono: “Va ricordato che si tratta di uno studio di fase 1, per cui serviranno anni prima della disponibilità della molecola nella pratica clinica”, precisa Derenzini. Ma è da qui che parte la ricerca, aggiunge Gennaro Daniele, segretario di Fondazione Aiom e Direttore programma e Uoc di fase I di Fondazione Policlinico Gemelli Irccs: “Queste sperimentazioni richiedono tempi di attivazione veloci, necessari per permettere alla ricerca di avanzare con continuità e tradursi concretamente in nuove opportunità di cura. Troppo spesso però l’Italia resta indietro nell’avvio di questi studi, rispetto, ad esempio, agli altri Paesi europei, spesso più agili negli iter di approvazione. Ad esempio, in Danimarca devono essere approvati in 14 giorni dall’agenzia regolatoria danese. Nel nostro Paese servono in media tra 180 e 200 giorni. Condurre le fasi 1 è fondamentale per restare al centro della ricerca internazionale”.
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Questo metodo di trattamento offre opportunità ai pazienti affetti da tumore allo stomaco in stadio avanzato. Vietnam.vn
Dal 2018 ad oggi, il Centro Medico Universitario di Ho Chi Minh City ha implementato un trattamento multimodale per oltre 100 pazienti affetti da carcinoma gastrico in stadio avanzato, combinando chemioterapia, immunoterapia, terapia mirata e chirurgia, con un tasso di risposta superiore al 50%. Questa cifra è considerata spettacolare rispetto al passato, quando il cancro allo stomaco metastatico era quasi incurabile, e apre nuove opportunità per i pazienti affetti da cancro allo stomaco in stadio avanzato. Recentemente, una paziente diciottenne della provincia di Dong Nai, affetta da carcinoma gastrico metastatico in stadio avanzato, è stata trattata con successo presso il Dipartimento di Chirurgia Gastrointestinale del Centro Medico Universitario di Ho Chi Minh City, utilizzando un approccio multimodale che combinava chemioterapia, immunoterapia e chirurgia. In precedenza, il paziente era stato ricoverato in ospedale per dolore addominale persistente, scarso appetito, nausea, vomito dopo i pasti e una perdita di peso di 9 kg in soli 2-3 mesi. Al momento del ricovero presso il Centro Medico Universitario di Ho Chi Minh City, l'endoscopia e la biopsia hanno rivelato un carcinoma gastrico diffuso (linitis plastica), con invasione del pancreas, del mesentere del colon trasverso e metastasi al peritoneo addominale. "Questo è un caso particolare perché il cancro allo stomaco di solito si manifesta in persone di età superiore ai 60 anni. L'individuazione di un paziente di 18 anni con un cancro allo stomaco in stadio avanzato è un chiaro monito sulla tendenza di questa malattia a colpire anche i più giovani, evidenziando l'urgente necessità di screening precoci e diagnosi tempestiva nella comunità", ha affermato il dottor Nguyen Viet Hai, del Dipartimento di Chirurgia Gastrointestinale. Fin dal momento del ricovero, i medici del reparto di chirurgia gastrointestinale, insieme a esperti del reparto di chemioterapia oncologica, del reparto di anatomia patologica e del reparto di diagnostica per immagini, si sono consultati e hanno sviluppato un protocollo di trattamento multimodale e individualizzato, basato sulle caratteristiche biologiche molecolari del tumore.
I pazienti vengono sottoposti a test per individuare le mutazioni delle cellule tumorali, in base ai quali i medici prescrivono il miglior trattamento disponibile, combinando fin dall'inizio l'immunoterapia con la chemioterapia sistemica. Dopo 6 cicli di trattamento della durata di oltre 4 mesi, la paziente ha risposto molto bene al protocollo terapeutico: le lesioni metastatiche si sono ridotte del 90% e il tumore primario si è significativamente rimpicciolito. La paziente ha guadagnato 10 kg, le sue condizioni fisiche sono migliorate ed è stata in grado di condurre una vita quasi normale. I medici del Centro Medico Universitario di Ho Chi Minh City si congratulano con un paziente diciottenne affetto da cancro allo stomaco in stadio avanzato per il successo del trattamento. (Foto: VNA) Quando le condizioni sono state soddisfatte, l'équipe medica ha eseguito una gastrectomia totale, una dissezione linfonodale D2 e una biopsia delle sedi metastatiche. L'intervento è stato sicuro e ha avuto successo. La paziente si è ripresa rapidamente, ha ripreso a mangiare e camminare normalmente ed è stata dimessa 7 giorni dopo l'operazione. L'esame istologico postoperatorio ha evidenziato una risposta quasi completa nella paziente, con solo circa il 10% di cellule maligne residue nel tumore primario, e le metastasi addominali pre-trattamento risultavano prive di cellule cancerose. Sono state inoltre condotte indagini sulle mutazioni genetiche e sul DNA tumorale circolante nel sangue per fornire informazioni personalizzate ai fini della prognosi e del monitoraggio del trattamento. I pazienti hanno continuato a essere monitorati attentamente mediante metodi avanzati e si è valutata la possibilità di un trattamento aggiuntivo (immunoterapia di mantenimento) per ridurre il rischio di recidiva. Il professore associato, dottor Vo Duy Long, vicedirettore del Dipartimento di Chirurgia Gastrointestinale, ha affermato che questo caso dimostra l'efficacia del trattamento multimodale e della medicina personalizzata nel carcinoma gastrico avanzato. La chiave del successo risiede nella stretta collaborazione tra le diverse specialità, in una diagnosi accurata a livello cellulare e molecolare e nello sviluppo di protocolli di trattamento su misura per ogni paziente.
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Nuova terapia mirata offre speranza per pazienti con linfoma Hodgkin refrattario V-news.it
Uno studio italiano di fase 1, presentato al Congresso Asco, ha dimostrato che la nuova terapia mirata AZD3470 è efficace in circa il 50% dei pazienti con linfoma di Hodgkin refrattario, senza l'uso di chemioterapia. Questo approccio innovativo, che agisce su un meccanismo epigenetico, rappresenta un'importante opportunità per i pazienti già sottoposti a numerosi trattamenti.
Linfoma Hodgkin refrattario, nuova terapia mirata efficace in 1 paziente su 2
Nuova Terapia per Linfoma di Hodgkin
(Adnkronos) – L’Italia è in prima linea nella ricerca sul linfoma di Hodgkin. Lo studio internazionale di fase 1 ‘Primavera’, presentato oggi al Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) a Chicago, ha mostrato che la nuova terapia mirata AZD3470 è efficace in circa il 50% dei pazienti con linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario, con risposte complete nel 35% dei casi alle dosi più elevate e un buon profilo di sicurezza. Questo risultato è significativo, in quanto ottenuto senza chemioterapia e su pazienti già sottoposti a una media di sei precedenti linee di trattamento. Lo studio, promosso da AstraZeneca, è stato presentato da Enrico Derenzini, direttore della Divisione di Oncoematologia all’Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano. I due centri con il maggior numero di pazienti arruolati sono italiani: Ieo e l’Irccs Policlinico Sant’Orsola di Bologna.
Meccanismo d’Azione Innovativo
“Lo studio ‘Primavera’ apre nuove strade nella ricerca e si basa su un forte razionale biologico – spiega Derenzini -. La molecola AZD3470 agisce attraverso un meccanismo epigenetico, modulando l’espressione genica delle cellule neoplastiche del linfoma di Hodgkin. In più dell’80% dei casi, la malattia non esprime la proteina Mtap, il che porta all’accumulo di un metabolita, Mta, che inibisce l’attività dell’enzima Prmt5, bersaglio del farmaco. Se l’attività di Prmt5 è già ridotta a causa di un’alterazione preesistente, l’azione del farmaco può risultare ancora più efficace, bloccando completamente l’attività di questo enzima e mostrando un forte effetto antiproliferativo. Le cellule malate, già affette da un difetto genetico, sono estremamente sensibili al farmaco. Questo approccio rappresenta un esempio di medicina di precisione”.
Risultati Promettenti dello Studio
Nello studio Primavera sono stati coinvolti 68 pazienti. “Si tratta di persone molto pretrattate, che avevano esaurito tutte le opzioni terapeutiche disponibili, tra cui chemioterapia, immunoterapia e anticorpi farmaco coniugati – sottolinea Derenzini -. Per la prima volta, nello studio Primavera, è stata dimostrata l’efficacia di un farmaco orale nel linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario. Sono stati analizzati 8 livelli di dose, evidenziando un profilo di tollerabilità favorevole, senza interruzioni della cura per effetti avversi. Nei pazienti che hanno ricevuto le dosi più alte, la percentuale di risposta globale si avvicina al 60%, con il 35% di risposte complete”.
Il Futuro della Ricerca Oncologica
L’AZD3470 è un nuovo farmaco orale selettivo, un inibitore di Prmt5 di seconda generazione con elevata tollerabilità, capace di indurre risposte complete in una frazione significativa di pazienti, cioè assenza di segni del tumore. “Risultati straordinari – sottolinea Derenzini – considerando che si tratta di pazienti complessi e fragili, con una media di 6 linee di terapia. È la prima volta al mondo che viene sperimentato un approccio di questo tipo nel linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario. È importante notare che si tratta di uno studio di fase 1, quindi ci vorranno anni prima che la molecola sia disponibile nella pratica clinica”.
“Il futuro delle cure parte dagli studi di fase 1”, spiega Gennaro Daniele, segretario di Fondazione Aiom e direttore Programma e Uoc di fase I di Fondazione Policlinico Gemelli Irccs. “Queste sperimentazioni richiedono tempi di attivazione rapidi per permettere alla ricerca di avanzare e tradursi in nuove opportunità di cura. Tuttavia, l’Italia spesso resta indietro rispetto ad altri Paesi europei, più agili negli iter di approvazione. In Danimarca, ad esempio, l’approvazione avviene in 14 giorni, mentre in Italia richiede mediamente tra 180 e 200 giorni. Condurre le fasi 1 è fondamentale per mantenere l’Italia al centro della ricerca internazionale. Lo studio Primavera dimostra il grande potenziale dell’Italia in questo tipo di sperimentazioni e, con politiche di sostegno, potremmo diventare sempre più protagonisti nella ricerca mondiale”.
“Attualmente, in Italia, circa l’80% dei trial clinici di fase 1 riguarda i tumori – continua Gennaro Daniele –. Solo centri attrezzati per elevati standard possono partecipare. Condurre studi di fase 1 significa offrire ai pazienti l’opportunità di accedere a farmaci altamente innovativi fino a dieci anni prima della loro approvazione. Lo scopo della fase 1 è verificare, per la prima volta nell’uomo, la sicurezza di una terapia. Queste sperimentazioni hanno assunto anche un ruolo terapeutico, consentendo in alcuni casi l’accesso a cure innovative. È fondamentale agire a livello regolatorio per garantire la rapida approvazione degli studi e fornire ai pazienti l’opportunità di accedere precocemente a trattamenti innovativi”.