📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Cancro, tumori eliminati in 15 pazienti: i risultati di amivantamab salutelab.it
Una sperimentazione internazionale condotta in 11 Paesi apre nuove prospettive nella lotta contro alcune forme di tumore avanzato. Il trattamento sperimentale denominato amivantamab ha prodotto risultati definiti senza precedenti nei pazienti coinvolti nello studio, molti dei quali erano arrivati alle cure dopo il fallimento di precedenti terapie.
Secondo i dati che saranno presentati il 31 maggio durante il congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) a Chicago, il farmaco ha portato a una riduzione significativa delle masse tumorali in numerosi pazienti e, in alcuni casi, alla loro completa scomparsa.
Lo studio su 102 pazienti con tumori della testa e del collo
La sperimentazione ha coinvolto 102 persone affette da tumori della testa e del collo, considerati tra le neoplasie più diffuse a livello mondiale e particolarmente difficili da trattare nelle fasi avanzate.
I pazienti arruolati presentavano una malattia che si era diffusa ad altri distretti dell’organismo oppure era tornata dopo precedenti cure rivelatesi inefficaci.
I risultati raccolti hanno mostrato una risposta clinica in 43 pazienti.
Nel dettaglio:
28 persone hanno registrato una marcata riduzione delle dimensioni del tumore;
15 pazienti hanno ottenuto la completa scomparsa delle lesioni tumorali rilevabili.
I cambiamenti sono stati osservati in molti casi già dopo poche settimane dall’inizio del trattamento.
Le parole dei ricercatori
Kevin Harrington, professore di terapie biologiche contro il cancro presso l’Institute of Cancer Research (ICR) di Londra, ha commentato i risultati ottenuti:
“Sono risposte eccezionalmente forti in pazienti la cui malattia è diventata resistente sia alla chemioterapia che all’immunoterapia. Si tratta di un gruppo di pazienti per i quali le opzioni terapeutiche sono estremamente limitate: osservare questi effetti positivi è davvero straordinario”.
Lo stesso ricercatore ha aggiunto:
“Questo trattamento ha il potenziale per giovare a migliaia di pazienti ogni anno”.
Come agisce amivantamab
Amivantamab è un farmaco sviluppato da Johnson & Johnson e attualmente al centro di circa 60 studi clinici in tutto il mondo.
La maggior parte delle sperimentazioni riguarda il tumore del polmone, ma il trattamento viene valutato anche per neoplasie del colon-retto, del cervello e dello stomaco.
Il meccanismo d’azione si basa su tre strategie contemporanee.
Innanzitutto blocca l’EGFR (recettore del fattore di crescita epidermico), una proteina che favorisce la proliferazione delle cellule tumorali.
In secondo luogo inibisce il MET, una delle vie biologiche che molti tumori utilizzano per sviluppare resistenza ai trattamenti.
Infine contribuisce ad attivare il sistema immunitario affinché riconosca e attacchi le cellule cancerose.
Perché il risultato è considerato particolarmente importante
Lo studio si è concentrato esclusivamente su pazienti con tumori della testa e del collo non associati al papillomavirus umano (HPV), escludendo quindi i casi di carcinoma squamocellulare orofaringeo HPV-positivo.
Questo aspetto è ritenuto particolarmente rilevante dalla comunità scientifica perché le forme non correlate all’HPV tendono a essere più aggressive e presentano generalmente maggiori difficoltà terapeutiche.
Per questo motivo i risultati ottenuti assumono un valore ancora più significativo.
Sopravvivenza superiore alle attese
Un altro dato che emerge dalla ricerca riguarda la sopravvivenza dei pazienti trattati.
Nonostante la prognosi iniziale fosse particolarmente sfavorevole, la sopravvivenza media registrata dall’inizio della terapia è stata di 12,5 mesi.
Si tratta di un elemento che rafforza l’interesse verso il farmaco e che potrebbe aprire la strada a ulteriori studi destinati a confermare l’efficacia del trattamento su un numero sempre maggiore di pazienti.
FAQ
Che cos’è amivantamab? È un farmaco antitumorale sperimentale sviluppato per colpire specifici meccanismi utilizzati dalle cellule tumorali per crescere e resistere alle terapie.
Quanti pazienti hanno ottenuto la scomparsa completa del tumore?
Nello studio presentato all’ASCO, 15 dei 102 pazienti trattati hanno mostrato una completa eliminazione delle lesioni tumorali rilevabili.
Su quali tumori è stato testato?
La sperimentazione riportata riguarda pazienti con tumori della testa e del collo in fase avanzata o recidivante.
Il trattamento è già disponibile per tutti i pazienti?
No. Il farmaco è ancora oggetto di studi clinici e valutazioni scientifiche.
Quali altri tumori vengono studiati con amivantamab?
Sono in corso ricerche sul tumore del polmone, del colon-retto, del cervello e dello stomaco.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
GLP-1 e tumori legati all’obesità: il dato sulla progressione metastatica dopo la diagnosi Sbircia la Notizia Magazine
La nostra analisi clinica
La novità reale riguarda il punto scelto dallo studio per misurare il fenomeno. Dopo una diagnosi oncologica in stadio I-III, l’esposizione a farmaci incretinici può cambiare la probabilità di arrivare allo stadio IV?
Nota sanitaria: questo articolo informa su dati di ricerca e sui loro limiti. Nessuna scelta su inizio, dose, sospensione o associazione di farmaci GLP-1 deve essere presa senza valutazione medica.
Il perimetro esatto dello studio: progressione oltre l’incidenza
Il lavoro utilizza dati real world della rete TriNetX e parte da pazienti con uno tra sette tumori solidi collegati al contesto obesità-metabolismo. Il farmaco viene osservato dopo la diagnosi, in una fase già oncologica. L’endpoint è stretto: tra chi ha già ricevuto diagnosi in stadio I, II o III, quanti passano allo stadio IV dopo l’avvio di una terapia GLP-1 rispetto a chi inizia una gliptina.
Questa distinzione è decisiva perché sposta la lettura dalla prevenzione primaria alla prevenzione della progressione metastatica. In oncologia lo stadio IV cambia intento terapeutico, prognosi, carico di trattamento e bisogni assistenziali. Un segnale su questo passaggio merita attenzione molto più di una semplice associazione generica tra peso e rischio oncologico.
Perché il confronto con le gliptine rende il dato più leggibile
Il comparatore scelto è una classe antidiabetica, le gliptine, cioè inibitori DPP-4. Questo rende il confronto più pulito rispetto a una comparazione con persone non trattate, perché entrambi i gruppi appartengono a un’area clinica metabolica e condividono una gestione del diabete più vicina. Il disegno non elimina ogni distorsione; riduce una parte della confusione prodotta da indicazione terapeutica, accesso alle cure e sorveglianza medica.
Il matching ha considerato variabili che in oncologia pesano davvero: età e caratteristiche demografiche, indice di massa corporea, fattori glicemici, fumo, comorbidità, frequenza degli screening, trattamenti oncologici e farmaci concomitanti. Questo passaggio metodologico dà forza alla lettura, perché il risultato non poggia su un confronto grezzo tra popolazioni sbilanciate.
I quattro tumori in cui il segnale supera la prova statistica
Nel tumore del polmone non a piccole cellule, la coorte comprende 2.157 coppie bilanciate: la progressione a stadio IV riguarda il 10,0% del gruppo GLP-1 contro il 22,3% del gruppo gliptine, con hazard ratio 0,50 e intervallo di confidenza 0,43-0,59. È il risultato più netto perché dimezza il rischio relativo misurato nell’analisi.
Nel carcinoma mammario, su 1.187 coppie, l’incidenza cumulativa di progressione è 10,2% contro 20,1%, con hazard ratio 0,57 e intervallo 0,46-0,71. Nel colon-retto, su 784 coppie, il dato è 13,4% contro 22,2%, con hazard ratio 0,69 e intervallo 0,54-0,88. Nel carcinoma epatocellulare, su 275 coppie, la progressione è 18,9% contro 28,4%, con hazard ratio 0,62 e intervallo 0,44-0,89. Il quadro operativo è chiaro: i quattro tumori non danno la stessa intensità di segnale e convergono nella stessa direzione clinica.
Prostata, rene e pancreas: il numero più basso non basta
La parte da maneggiare con maggiore cautela riguarda i tumori in cui il gruppo GLP-1 mostra meno progressioni in termini numerici senza raggiungere significatività statistica. Nel carcinoma prostatico, su 1.010 coppie, il passaggio allo stadio IV è 8,2% contro 13,6%, con hazard ratio 0,79 e p pari a 0,09. Il segnale esiste sul piano descrittivo e resta fuori dalla soglia convenzionale.
Nel carcinoma renale, su 523 coppie, la differenza è 14,3% contro 18,9%, con hazard ratio 0,95 e p pari a 0,76: qui il risultato è sostanzialmente non conclusivo. Nel pancreas, su 120 coppie, il dato è 23,3% contro 30,8%, con hazard ratio 0,69 e p pari a 0,14. La numerosità ridotta pesa molto e impedisce di trasformare il segnale in indicazione clinica.
Il recettore GLP-1R è il dettaglio biologico che impedisce una lettura solo dimagrante
Lo studio affianca alla coorte clinica una lettura dei dati di The Cancer Genome Atlas. Il punto tecnico è l’espressione tumorale del recettore GLP-1R. Quando questa espressione è alta, la sopravvivenza globale risulta migliore sull’insieme dei sette tumori, con hazard ratio 0,67 e intervallo 0,54-0,83. Nel carcinoma mammario il segnale è ancora più marcato, con hazard ratio 0,55.
Questo dettaglio non dimostra che il farmaco agisca direttamente sulla cellula tumorale, però rende insufficiente spiegare tutto con la sola perdita di peso. La via GLP-1 potrebbe dialogare con metabolismo cellulare, infiammazione, risposta immune e microambiente tumorale. La ricerca dovrà separare questi livelli con studi prospettici e campioni biologici disegnati per rispondere a una domanda meccanicistica.
Il limite metodologico: associazione forte, causalità ancora da provare
Un’analisi propensity-matched resta osservazionale. Anche quando il bilanciamento è ben costruito, possono restare fattori non catturati dalle cartelle: aderenza reale al farmaco, intensità del follow-up, variazioni di peso nel tempo, performance status, composizione corporea, qualità delle cure oncologiche ricevute e fragilità cliniche che non entrano in modo completo nei codici disponibili.
La conseguenza è tecnica. Il dato autorizza studi randomizzati e approfondimenti biologici, non una prescrizione oncologica anticipata. Chi usa già questi farmaci per diabete o obesità deve comunicarlo al team oncologico, soprattutto se sono presenti nausea da terapia, perdita di massa muscolare, rischio di disidratazione, problemi biliari o terapie che richiedono tempi precisi di assorbimento.
La classe farmacologica va chiamata con precisione
Nel dibattito pubblico si tende a riunire sotto la sigla GLP-1 prodotti con profili diversi. Semaglutide, liraglutide, dulaglutide ed exenatide appartengono agli agonisti del recettore GLP-1. Tirzepatide richiede una denominazione più precisa perché è un doppio agonista GIP/GLP-1. Questa distinzione ha valore clinico: cambia bersaglio recettoriale, indicazione regolatoria, titolazione e profilo clinico.
La lettura corretta del nuovo studio parte dal principio metodologico: esposizione farmacologica incretinica dopo diagnosi oncologica, comparatore antidiabetico attivo, endpoint di progressione a stadio IV. Ridurre tutto a un singolo farmaco sarebbe una semplificazione fuorviante.
Perché proprio i tumori legati all’obesità
L’obesità clinica non agisce solo come massa corporea in eccesso. Modifica insulina, glicemia, adipokine, ormoni sessuali, infiammazione sistemica e disponibilità energetica per i tessuti. In alcuni tumori questi circuiti possono incidere sia sul rischio di sviluppare la malattia sia sul comportamento dopo la diagnosi.
I sette tumori scelti dal disegno comprendono distretti in cui il peso del metabolismo è biologicamente plausibile. Il dato non va esteso a ogni neoplasia. Polmone, mammella, colon-retto e fegato sono i quattro punti in cui lo studio trova una differenza statisticamente solida. Estendere la lettura a tutto il cancro sarebbe un errore clinico.
Che cosa cambia oggi in Italia per pazienti e medici
Per l’Italia il cambiamento immediato riguarda il colloquio clinico, non il prontuario oncologico. I GLP-1 e i doppi agonisti GIP/GLP-1 restano farmaci da usare dentro indicazioni autorizzate, prescrizione, controlli e filiera sicura. Nel diabete tipo 2 il percorso rimborsato segue regole specifiche e schede dedicate. Nell’obesità clinica il profilo regolatorio e la sostenibilità economica vanno verificati prodotto per prodotto.
Nel paziente oncologico già trattato per diabete o obesità, la domanda pratica è più raffinata: il farmaco favorisce un assetto metabolico migliore senza compromettere nutrizione, massa muscolare, tollerabilità delle cure e sicurezza? Questa valutazione deve essere individuale. Una perdita di peso rapida durante chemioterapia, immunoterapia o terapia mirata può avere un significato diverso rispetto a una perdita programmata in un paziente stabile.
La prova che serve adesso
Il passo successivo è un trial prospettico in cui popolazione, stadio, terapia oncologica, farmaco metabolico, durata di esposizione e obiettivi siano stabiliti prima dell’arruolamento. Servono anche misure di peso, circonferenza vita, emoglobina glicata, insulina, marcatori infiammatori, composizione corporea e campioni tumorali per leggere GLP-1R nel tessuto.
Solo così si potrà capire se il beneficio nasce dal miglioramento metabolico generale, da un effetto immunologico, da una pressione diretta sul microambiente tumorale o da una combinazione ordinata di meccanismi. Fino a quel punto, il dato è già abbastanza forte per orientare la ricerca e abbastanza incompleto per evitare scorciatoie prescrittive.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Criteri Critici
Tumore del pancreas, un nuovo farmaco allunga la sopravvivenza Corriere del Ticino
Dopo anni in cui non si è registrato alcun passo avanti sostanziale sul fronte della ricerca, arriva una novità importante per il trattamento del tumore del pancreas, una delle neoplasia ad oggi più difficili da curare: un nuovo farmaco che utilizza la molecola daraxonrasib quasi raddoppia la sopravvivenza con meno effetti collaterali rispetto alla chemioterapia. La sopravvivenza media è infatti di oltre 13,2 mesi rispetto ai 6,7 ottenuti con la chemioterapia. Si tratta di un farmaco sperimentale in fase clinica, ovvero già testato sull'uomo. I risultati sono promettenti ed arrivano dallo studioResolutesu 500 pazienti, che ha riscosso grande interesse al congresso della Società americana di oncologia clinica (ASCO) in corso a Chicago, guadagnandosi la presentazione in sessione plenaria. Il farmaco è somministrato in compresse ed è indicato per i pazienti con tumore al pancreas metastatico già sottoposti a precedenti terapie. Si tratta di un risultato che rappresenta, secondo i ricercatori, il maggiore successo nel trattamento di questa neoplasia da decenni, anche se la molecola è ancora in fase sperimentale.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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45.6/100
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Criteri Critici
Tumore al pancreas, un nuovo farmaco quasi raddoppia la sopravvivenza Ticinonline
CHICAGO - Dopo anni senza progressi sostanziali nella ricerca, emerge una novità importante nel trattamento del tumore del pancreas, una delle neoplasie più difficili da curare. Un nuovo farmaco sperimentale basato sulla molecola daraxonrasib mostra infatti risultati promettenti, quasi raddoppiando la sopravvivenza rispetto alla chemioterapia tradizionale. Secondo i dati disponibili, la sopravvivenza media supera i 13,2 mesi contro i 6,7 mesi ottenuti con le terapie standard. Il trattamento presenta inoltre meno effetti collaterali, rappresentando un possibile passo avanti anche sul piano della qualità di vita dei pazienti. Il farmaco è attualmente in fase clinica ed è già stato testato sull’uomo. I risultati provengono dallo studio "Resolute", condotto su circa 500 pazienti, e hanno attirato grande attenzione al congresso della Società americana di oncologia clinica (ASCO) in corso a Chicago, dove sono stati presentati in sessione plenaria. La terapia viene somministrata in compresse ed è destinata a pazienti con tumore del pancreas metastatico già sottoposti a precedenti trattamenti. Secondo i ricercatori, si tratta del progresso più rilevante degli ultimi decenni in questo ambito, pur trattandosi ancora di una molecola in fase sperimentale.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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48.9/100
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Criteri Critici
Tumore pancreas, nuova terapia «raddoppia sopravvivenza con meno effetti collaterali rispetto alla chemioterapia» Il Messaggero
I risultati sono promettenti ed arrivano dallo studio 'Resolute', che ha riscosso interesse al congresso della Società americana di oncologia clinica (ASCO), g...
Il tumore del pancreas resta, ad oggi, una delle forme più difficili da trattare e le opzioni terapeutiche utilizzabili sono limitate. Solo in Italia fa registrare circa 15mila decessi ogni anno.
Il tumore del pancreas resta, ad oggi, una delle forme più difficili da trattare e le opzioni terapeutiche utilizzabili sono limitate. Solo in Italia fa registrare circa 15mila decessi ogni anno.
Ora, una nuova molecola che ha portato ad un farmaco sperimentale in fase clinica, ovvero già testato sui pazienti, segna un passo avanti significativo.
I risultati sulla ricerca per il farmaco
I risultati sono promettenti ed arrivano dallo studio 'Resolute', che ha riscosso interesse al congresso della Società americana di oncologia clinica (ASCO), guadagnandosi la presentazione in sessione plenaria. La molecola si chiama daraxonrasib ed è somministrata in compresse: nei pazienti con tumore al pancreas già metastatico che nello studio - che ha coinvolto 500 pazienti già sottoposti a precedenti terapie - hanno ricevuto il trattamento, il daraxonrasib quasi raddoppia la sopravvivenza con meno effetti collaterali rispetto alla chemioterapia: il farmaco ha portato la sopravvivenza media a oltre 13,2 mesi rispetto ai 6,7 ottenuti con la chemioterapia.
«Il maggiore successo nel trattamento di questa neoplasia da decenni»
Un risultato che rappresenta, secondo gli oncologi, il maggiore successo nel trattamento di questa neoplasia da decenni, anche se la molecola è ancora in fase sperimentale. In oltre il 90% dei casi questo tumore (adenocarcinoma duttale pancreatico) è favorito dalla mutazione del gene Kras che, in questa forma mutata, agevola la proliferazione incontrollata delle cellule tumorali. La nuova molecola si è dimostrata efficace sia nei tumori che presentano questo gene mutato, bloccandone l'azione, sia nei tumori al pancreas senza mutazione di Kras.
Il trattamento
In Usa il trattamento è già accessibile per i pazienti, proprio per i benefici riscontrati, attraverso il programma di Expanded Access, in attesa della definitiva approvazione commerciale. Il farmaco è inoltre in fase di sperimentazione in diversi altri studi clinici: per il trattamento di prima linea per il cancro al pancreas ancora non metastatico e per il trattamento di altri tumori correlati a mutazioni del gene RAS. I ricercatori stanno anche lavorando per comprendere come i tumori possano sviluppare resistenza e per identificare altre terapie che possano essere utilizzate in combinazione con daraxonrasib per migliorarne l'efficacia. «Sono poche le terapie disponibili per i pazienti affetti da cancro del pancreas metastatico precedentemente trattato; tali terapie presentano un'efficacia modesta e una tossicità sostanziale.
Lo studio
Lo studio Rasolute 302 è stato concepito per valutare un trattamento di seconda linea, con l'obiettivo di definire un nuovo standard di cura per questi pazienti che risulti più efficace e comporti minori effetti collaterali rispetto alle chemioterapie ora disponibili», spiega Brian Wolpin, del Gastrointestinal Cancer Center presso il Dana-Farber Cancer Institute di Boston. Gli oncologi dall'Asco sottolineano come questi risultati «cambino radicalmente il panorama terapeutico» per i pazienti affetti da cancro del pancreas metastatico con mutazione Kras. «Stiamo osservando livelli di sopravvivenza ed efficacia senza precedenti nel trattamento di seconda linea. La 'rivoluzione' legata a questa mutazione è ormai realtà e questo studio ne costituisce la prova: colpire il gene Kras nel cancro del pancreas è fattibile ed efficace», afferma Rachna Shroff, capo della Divisione di Ematologia-Oncologia presso la University of Arizona Cancer Center ed esperta in tumori gastrointestinali.
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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52.2/100
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Criteri Critici
Cancro recidivante e resistente ai farmaci: una nuova speranza dalla terapia con cellule CAR-T. Vietnam.vn
Alla conferenza, scienziati del VRISG e importanti esperti nazionali e internazionali nel campo delle scienze biomediche provenienti da Stati Uniti, Europa, Giappone, Italia, ecc., hanno presentato relazioni e discusso le ultime ricerche e applicazioni: terapia con cellule CAR-T e trapianto di cellule staminali ematopoietiche nel trattamento del cancro, malattie autoimmuni, terapia genica e modifica genetica, terapia con cellule staminali e secrezioni... Gli esperti hanno inoltre aggiornato e scambiato conoscenze professionali nel campo della terapia cellulare e genica.
La terapia cellulare è oggetto di ricerca e applicazione da parte di scienziati e medici nazionali per il trattamento del cancro e di alcune malattie rare e autoimmuni.
La Conferenza Internazionale sulle Scoperte nella Terapia Cellulare e nell'Edizione Genetica per il Cancro, le Malattie Metaboliche e Genetiche si è tenuta oggi, 31 ottobre, presso l'Università VinUni di Hanoi , organizzata dal Vinmec Stem Cell and Gene Technology Research Institute (VRISG) dell'Ospedale Vinmec.
Nel corso dell'ultimo anno, otto pazienti affetti da leucemia linfoblastica acuta (LLA) e sette pazienti affetti da linfoma non Hodgkin (LNH) sono stati trattati con cellule CAR-T. I periodi di follow-up sono variati da 1 a 10 mesi. Cinque dei sei pazienti affetti da LNH (un paziente in attesa di valutazione) e tutti e sette i pazienti affetti da LLA (un paziente in attesa di valutazione) hanno raggiunto la remissione completa dopo il trapianto di cellule CAR-T.
Si tratta del primo studio clinico di fase 1 condotto in Vietnam per valutare la sicurezza e l'efficacia iniziale della terapia con cellule CAR-T nel trattamento della leucemia linfoblastica acuta (LLA, un tumore del sangue comune nell'infanzia) e del linfoma non Hodgkin (LNH) recidivanti o resistenti ai farmaci. Lo studio è in corso da agosto 2023 ad oggi.
Nell'ultimo aggiornamento sui risultati del trattamento del linfoma e della leucemia acuta con la terapia CAR-T presso l'ospedale Vinmec, il professor Nguyen Thanh Liem, direttore del VRISG, ha affermato che la terapia con cellule CAR-T rappresenta un potenziale metodo di trattamento per i pazienti affetti da linfoma non Hodgkin (NHL) e leucemia acuta (ALL) recidivanti o resistenti ai farmaci.
Il professor Nguyen Thanh Liem ha fornito informazioni sui risultati preliminari del trattamento del linfoma e della leucemia acuta con la terapia Car-T.
Durante il periodo di follow-up, 5 pazienti affetti da linfoma non Hodgkin (NHL) e 4 pazienti affetti da leucemia linfoblastica acuta (ALL) hanno mantenuto la remissione completa, mentre 1 paziente affetto da NHL e 3 pazienti affetti da ALL hanno avuto una ricaduta.
Secondo il professor Liem, le cellule Car-T prodotte sono di alta qualità, paragonabili a quelle di altri Paesi, con tempi di trattamento più brevi (8 giorni rispetto a 12), riducendo così i costi e soddisfacendo le esigenze terapeutiche. "Possiamo produrre prodotti a base di cellule Car-T a un prezzo ragionevole. I risultati iniziali dimostrano che il trattamento con Car-T è relativamente sicuro e offre speranza nel trattamento dei linfomi non Hodgkin e delle leucemie linfoblastiche acute recidivanti o resistenti ai farmaci", ha affermato il professor Liem.
I risultati preliminari suggeriscono che questa terapia offra una possibilità ai pazienti affetti da cancro in stadio avanzato e da tumori resistenti ad altri trattamenti.
Secondo il team di ricerca, una delle difficoltà nell'accesso a questo metodo in Vietnam è l'alto costo rispetto alle possibilità economiche di molte persone, sebbene il prezzo sia molto inferiore rispetto ai paesi che lo hanno già adottato. Attualmente, il costo del prodotto CAR-T per un paziente è di circa 80.000 dollari; il costo del trattamento è di circa 60.000 dollari. Il costo totale si aggira intorno ai 140.000 dollari. Questa cifra rappresenta solo circa un quinto di quella applicata in altri paesi.
Secondo gli scienziati, le cellule CAR-T hanno la capacità di attaccare le cellule tumorali. Le cellule CAR-T sono considerate un importante progresso nel trattamento del cancro e offrono speranza a molti pazienti oncologici, soprattutto a coloro che non rispondono alle terapie convenzionali.
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Criteri Critici
Un farmaco per le donne in menopausa spegne le vampate e riduce i disturbi del sonno Corriere della Sera
di Vera Martinella
Uno studio dimostra l'efficacia del medicinale anche per le donne in terapia ormonale per un tumore al seno: riduce frequenza, numero e gravità delle vampate, migliorano il riposo e la qualità di vita in generale
(Getty Images)
Vampate e problemi del sonno addio. La notizia arriva dal congresso della Società Americana di Oncologia (Asco), in corso a Chicago, e interessa moltissime donne con un tumore al seno, ma non solo: un nuovo farmaco, in compresse, può ridurre gli effetti collaterali legati alla terapia ormonale. Lo studio presentato al convegno negli Stati Uniti riguarda le donne con cancro al seno, alle quali (dopo l'intervento chirurgico) viene spesso prescritta una terapia ormonale per cinque, sette o persino dieci anni con l'obiettivo di abbassare il rischio di una ricaduta. Tante pazienti, però, interrompono la cura proprio a causa degli effetti indesiderati che peggiorano notevolmente la loro qualità di vita.
I molti disagi legati alla menopausa Ogni anno in Italia a 40mila donne circa viene prescritta una terapia ormonale (chiamata anche endocrina) per il tumore al seno Utilissima per trattare in modo efficace la malattia e per prevenire le recidive, l’ormonoterapia va assunta a lungo (da 5 fino a 10 anni) ed è generalmente considerata «ben tollerata» dalle pazienti, soprattutto se messa a confronto con l’assai più temuta chemioterapia. Il suo impatto però può essere importante, con conseguenze sull’intimità e i rapporti sessuali, sul benessere psicologico e sulla salute delle ossa, cui si aggiungono vampate di calore e disturbi del sonno. «In generale la terapia ormonale può esacerbare, nelle donne già in menopausa, o far comparire nelle donne in pre-menopausa, sintomi tipici della menopausa - dice Saverio Cinieri, past president dell'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) -. Oltre a quelli più noti possono essere molto impegnativi da gestire anche sudorazione abbondante, sbalzi di umore, difficoltà di memoria, senso di affaticamento, calo del desiderio sessuale, dolori osteoarticolari, riduzione della densità ossea (osteoporosi), secchezza vaginale con possibili implicazioni sul rapporto di coppia, ritenzione idrica, insonnia».
Lo studio sul nuovo farmaco Lo studio OASIS (di fase tre, l’ultima prima dell’approvazione di una nuova cura) ha valutato il nuovo medicinale elinzanetant (una doppia terapia mirata a base di neurochinina, antagonista dei recettori NK-1 e NK-3) e i suoi effetti sui disturbi del sonno e la qualità di vita correlata alla menopausa in base alle diverse tipologie di terapie endocrine (tamoxifene, inibitore dell’aromatasi o soppressione della funzione ovarica). I primi risultati relativi a elinzanetant erano già stati presentati a Chicago nel meeting Asco 2025 e il farmaco aveva dimostrato di ridurre la frequenza, il numero e la gravità delle vampate di calore ed è risultata solitamente ben tollerata. In totale sono state coinvolte 316 donne, d’età compresa tra 18 e 70 anni, con carcinoma mammario con recettori ormonali positivi che hanno ricevuto il trattamento per 52 o 40 settimane e sono state confrontate con pazienti a cui è stato somministrato solo placebo. Gli esiti illustrati ad Asco 2026 indicano che i sintomi sono nettamente migliorati indipendentemente dalla tipologia di terapia endocrina somministrata. Inoltre, il farmaco non risulta interferire sulle cure anti-tumorali.
Valutazione dell'Aifa attesa a breve «La gestione degli effetti collaterali delle terapie non è più un aspetto secondario delle cure - conclude Cinieri, direttore dell'Oncologia medica e Breast Unit dell'Ospedale Perrino di Brindisi -. Per la prima volta avremo un trattamento farmacologico specifico per contrastare vampate e altri disturbi che interessano le donne con carcinoma mammario ormono-positivo. Finora abbiamo potuto utilizzare solo antidepressivi generici o l’agopuntura. Quindi ci auguriamo che elinzanetant sia presto disponibile in Italia anche con l’indicazione per le pazienti oncologiche. La valutazione dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) è attesa a breve e il farmaco sarà prescrivibile a tutte le donne con vampate e disturbi del sonno d'intensità media-forte. Attendiamo di conoscere anche se sarà rimborsato dal Ssn e per chi».
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Elimina completamente i tumori cancerosi metastatici grazie a un nuovo farmaco iniettabile. Vietnam.vn
Il professor Kevin Harrington dell'Institute for Cancer Research (ICR) di Londra ha dichiarato: "Si tratta di risposte eccezionalmente positive in un gruppo di pazienti con pochissime opzioni terapeutiche. Questo metodo ha il potenziale per giovare a migliaia di persone ogni anno".
Dopo un breve periodo di trattamento con iniezioni di Amivantamab, i medici hanno osservato che i tumori si erano ridotti o erano completamente scomparsi in 43 pazienti. Di questi, 28 hanno registrato una significativa riduzione delle dimensioni del tumore e 15 hanno visto la sua completa scomparsa nel giro di poche settimane. In particolare, la sopravvivenza media per questo gruppo di pazienti ha raggiunto i 12,5 mesi, nonostante avessero precedentemente fallito i trattamenti standard. I ricercatori hanno affermato che il farmaco ha mostrato un'efficacia simile anche nei pazienti affetti da tumore al polmone.
I risultati della ricerca sono stati presentati il 31 maggio a Chicago, negli Stati Uniti, in occasione del congresso annuale dell'American Society of Clinical Oncology (ASCO). Lo studio è stato condotto su 102 pazienti affetti da tumori della testa e del collo non correlati all'HPV, un gruppo di patologie con una prognosi molto sfavorevole ed estremamente difficili da trattare.
Meccanismo di attacco "intelligente" a tre punte
Amivantamab, sviluppato da Johnson & Johnson, è attualmente in fase di valutazione in circa 60 studi clinici (tra cui quelli per il cancro al polmone, al colon-retto, al cervello e allo stomaco). Il farmaco è molto apprezzato dagli esperti per il suo meccanismo d'azione, che consiste nell'attaccare le cellule tumorali simultaneamente in tre direzioni:
Bloccare l'EGFR: una proteina che favorisce la crescita dei tumori. Blocco di MET: la via di segnalazione utilizzata dalle cellule tumorali per eludere le terapie. Attivare il sistema immunitario: riconoscere e attaccare i tumori.
A differenza dei metodi tradizionali, l'amivantamab viene somministrato per via sottocutanea (ogni 3 settimane) anziché per via endovenosa, rendendo il trattamento più rapido e comodo in regime ambulatoriale. La maggior parte degli effetti collaterali è di entità lieve o moderata e meno del 10% dei pazienti necessita di interrompere il trattamento.
Restituire qualità di vita ai pazienti.
Uno dei primi pazienti a beneficiarne è Carl Walsh (56 anni), a cui è stato diagnosticato un tumore alla lingua nel maggio 2024 e che ha partecipato alla sperimentazione OrigAMI-4 presso il Royal Marsden Hospital nel luglio 2025, dopo che sia la chemioterapia che l'immunoterapia non avevano avuto successo.
Il signor Walsh ha raccontato che prima della sperimentazione soffriva di dolori, aveva difficoltà a parlare e a deglutire e poteva mangiare solo zuppa o bere latte nutriente. Tuttavia, dopo soli due cicli di iniezioni di Amivantamab, il gonfiore e il dolore si sono ridotti significativamente. Ad oggi, al suo 17° ciclo di trattamento, non ha riscontrato gravi effetti collaterali come quelli della chemioterapia e ora può parlare normalmente per lavorare e mangiare come prima.
Il professor Kristian Helin, CEO dell'ICR, ha affermato che raggiungere un alto tasso di risposta tumorale e risultati di sopravvivenza incoraggianti in un gruppo di pazienti con prognosi sfavorevole rappresenta un passo avanti molto importante, a dimostrazione del valore di una rigorosa ricerca sul cancro per la medicina moderna.
Fonte: https://baolaocai.vn/xoa-so-hoan-toan-khoi-u-ung-thu-di-can-nho-thuoc-tiem-moi-post900734.html
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Tumori: nuovo farmaco mostra risultati promettenti con remissione in molti pazienti Il Mattino
EMBED
In arrivo nuovi risultati promettenti dalla ricerca oncologica sull’utilizzo di anticorpi monoclonali: le iniezioni sottocutanee di amivantamab stanno mostrando un’elevata efficacia nel trattamento dei pazienti con tumore della testa e del collo metastatico o resistente alle terapie. Il farmaco ha evidenziato una forte azione antitumorale, con una quota significativa di pazienti che ha raggiunto una risposta completa, ovvero la totale assenza di malattia rilevabile attraverso esami radiografici. I dati indicano inoltre un miglioramento della sopravvivenza e una risposta clinica duratura, osservata con un follow-up di circa un anno. Questi risultati emergono dallo studio Origami 4, condotto su 102 pazienti e che sarà presentato al congresso della ASCO 2026 in corso a Chicago, uno dei più importanti appuntamenti mondiali dedicati all’oncologia clinica. I pazienti coinvolti nello studio erano già stati sottoposti a chemioterapia e a trattamenti con inibitori dei checkpoint immunitari. L’amivantamab è stato somministrato per via sottocutanea ogni tre settimane, confermando la praticità del regime terapeutico. Si tratta di un anticorpo bispecifico progettato per agire simultaneamente su due bersagli molecolari fondamentali, EGFR e MET, coinvolti nella crescita incontrollata delle cellule tumorali, in particolare nel carcinoma polmonare non a piccole cellule. L’amivantamab ha già dimostrato efficacia nel carcinoma polmonare avanzato con mutazione EGFR, ottenendo diverse approvazioni regolatorie, e ha mostrato attività anche nel carcinoma colorettale metastatico, con studi di fase 3 ancora in corso.
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Linfoma di Hodgkin, svolta italiana all’ASCO: risposta completa nel 35% dei pazienti con la nuova molecola insalutenews.it
A Chicago, al Congresso ASCO, il prof. Derenzini, Direttore dell’Oncoematologia allo IEO, presenta i risultati dello studio di fase 1 PRIMAVERA. Coinvolti 68 pazienti pluritrattati, che avevano esaurito le opzioni di cura disponibili. Prof. Derenzini: “Sono state ottenute risposte complete in una percentuale significativa di pazienti, pari al 35%. Sono risultati molto importanti, raggiunti con un farmaco orale, senza ricorrere alla chemioterapia. Questo approccio rappresenta il paradigma della medicina di precisione”
Chicago, 31 maggio 2026 – L’Italia è protagonista nel mondo nella ricerca nel linfoma di Hodgkin. Lo studio internazionale di fase 1 PRIMAVERA, presentato al Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), in corso a Chicago, ha dimostrato che una nuova terapia mirata, AZD3470, è efficace in circa il 50% dei pazienti con linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario, determinando, alle dosi più elevate, risposte complete in una percentuale significativa, pari al 35%, con un buon profilo di sicurezza.
Un risultato molto importante, raggiunto senza ricorrere alla chemioterapia e in persone pesantemente pretrattate, che avevano già ricevuto in media sei precedenti linee di terapia. Lo studio è presentato all’ASCO da un ricercatore italiano, Enrico Derenzini, Direttore della Divisione di Oncoematologia all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano e Professore Associato di Ematologia alla Statale di Milano. I due centri al mondo che hanno arruolato il maggior numero di pazienti sono italiani: lo IEO e l’IRCCS Policlinico Sant’Orsola di Bologna.
“Lo studio PRIMAVERA apre nuove vie della ricerca e si basa su un razionale biologico molto forte – spiega il prof. Derenzini – La molecola AZD3470 agisce con un meccanismo epigenetico, cioè modula l’espressione genica delle cellule neoplastiche del linfoma di Hodgkin. In più dell’80% dei casi, la malattia non esprime la proteina MTAP, una condizione che porta all’accumulo di un metabolita, MTA, che inibisce l’attività di un altro enzima, PRMT5. Quest’ultimo costituisce proprio il bersaglio del farmaco. Siamo partiti dal presupposto che, se l’attività della proteina PRMT5 è già ridotta a causa di un’alterazione preesistente nella cellula, l’azione del farmaco possa essere ancora più efficace, perché è in grado di bloccare completamente l’attività di questo enzima, con un potente effetto antiproliferativo. Le cellule malate, che già presentano un difetto genetico, risultano estremamente sensibili all’azione del farmaco. Questo approccio rappresenta il paradigma della medicina di precisione”.
Nello studio PRIMAVERA sono stati coinvolti 68 pazienti. “Sono persone molto pretrattate, che avevano esaurito tutte le opzioni terapeutiche disponibili, costituite da chemioterapia, immunoterapia e anticorpi farmaco coniugati – sottolinea il prof. Derenzini – Nello studio PRIMAVERA, per la prima volta, è stata dimostrata l’efficacia di un farmaco orale nel linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario. Sono stati analizzati 8 livelli di dose. È stato evidenziato un profilo di tollerabilità molto favorevole, senza interruzioni della cura legate a effetti avversi. Nei pazienti che hanno ricevuto i livelli più alti della dose, la percentuale di risposta globale si avvicina al 60%, con il 35% di risposte complete”.
AZD3470 è un nuovo farmaco orale molto selettivo, un inibitore di PRMT5 di seconda generazione caratterizzato da elevata tollerabilità, che è in grado di indurre risposte complete in una frazione significativa di pazienti, cioè l’assenza di segni del tumore con le indagini radiologiche.
“Sono risultati straordinari – sottolinea il prof. Derenzini – se si considera che si tratta di pazienti molto complessi e fragili, che hanno ricevuto in media 6 linee di terapia. È la prima volta al mondo che viene sperimentato un approccio di questo tipo nel linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario. Va ricordato che si tratta di uno studio di fase 1, per cui serviranno anni prima della disponibilità della molecola nella pratica clinica”.
“Il futuro delle cure parte dagli studi di fase 1 – spiega Gennaro Daniele, segretario di Fondazione AIOM e Direttore programma e UOC di fase I di Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS – Queste sperimentazioni richiedono tempi di attivazione veloci, necessari per permettere alla ricerca di avanzare con continuità e tradursi concretamente in nuove opportunità di cura. Troppo spesso però l’Italia resta indietro nell’avvio di questi studi, rispetto, ad esempio, agli altri Paesi europei, spesso più agili negli iter di approvazione. Ad esempio, in Danimarca devono essere approvati in 14 giorni dall’agenzia regolatoria danese. Nel nostro Paese servono in media tra 180 e 200 giorni. Condurre le fasi 1 è fondamentale per restare al centro della ricerca internazionale. Lo studio PRIMAVERA dimostra che l’Italia ha un potenziale enorme in questo tipo di sperimentazioni e, se ci fossero politiche per sostenerle, potremmo essere sempre più protagonisti della ricerca mondiale”.
“Oggi, in Italia, circa l’80% dei trial clinici di fase 1 riguarda i tumori – continua Gennaro Daniele – Solo centri attrezzati per rispondere a elevati standard possono partecipare. Condurre studi di fase 1 significa offrire ai pazienti l’opportunità di accedere a farmaci altamente innovativi fino a dieci anni prima della loro approvazione. Lo scopo della fase 1 è verificare, per la prima volta nell’uomo, se una terapia sia sicura. Queste sperimentazioni hanno assunto sempre più anche un ruolo terapeutico, consentendo in alcuni casi la disponibilità di cure innovative. Per questo motivo, è fondamentale agire a livello regolatorio per garantire la rapida approvazione degli studi e fornire ai pazienti l’opportunità di accedere in maniera precoce a trattamenti innovativi”.
Ogni anno, in Italia, sono stimati circa 2.200 nuovi casi di linfoma di Hodgkin. “È un tumore del sistema linfatico che origina dai linfociti B, un tipo di globuli bianchi presenti nel sangue, nei linfonodi, nella milza, nel midollo osseo e in numerosi altri organi che compongono il tessuto linfatico – conclude il prof. Derenzini – Colpisce soprattutto i giovani, tra 15 e 35 anni. Inoltre, la malattia presenta un secondo picco di incidenza negli over 60. Generalmente il primo sintomo è la comparsa spesso casuale di linfonodi aumentati di volume al collo, ascelle e inguine, in assenza di infezioni. Altri sintomi possono essere febbre persistente, sudorazioni notturne profuse, perdita di peso o prurito intenso. I progressi delle cure hanno reso il linfoma di Hodgkin una delle neoplasie ematologiche con la migliore prognosi. La sopravvivenza a 5 anni supera l’85%. Questo tumore del sangue rappresenta quindi uno dei maggiori successi dell’oncologia. Resta, però, una percentuale di pazienti che presenta recidiva o non risponde più alle terapie disponibili. Lo studio PRIMAVERA può essere l’apripista per lo sviluppo di cure senza chemioterapia in pazienti fortemente pretrattati. Va considerato che si tratta molto spesso di persone giovani, in cui la chemioterapia può determinare effetti avversi nel medio e lungo termine”.
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Un vaccino a tripla azione ha mostrato risposte “senza precedenti” su pazienti in cui il tumore era diventato resistente a chemioterapia e immunoterapia
I medici li hanno definiti risultati "senza precedenti". Una sperimentazione clinica con un vaccino antitumorale a tripla azione ha eliminato la malattia in alcuni pazienti. Il farmaco, chiamato amivantamab, oltre a ridurre la dimensione dei tumori nel giro di poche settimane, in oltre un terzo dei pazienti è stato osservato che in 15 di loro i tumori erano scomparsi del tutto.
I risultati
Lo studio è stato condotto su 102 pazienti (e 11 diversi Paesi) affetti da tumore alla testa e al collo, quest’ultimo è il sesto tumore più comune al mondo. Dopo la somministrazione del vaccino, i tumori si sono ridotti o sono scomparsi completamente in 43 pazienti: su 28 di essi c’è stata un’evidente riduzione della massa tumore e negli altri 15, come detto, della malattia non si è vista più traccia.
"Si tratta di risposte eccezionalmente forti in pazienti la cui malattia è diventata resistente sia alla chemioterapia che all'immunoterapia”, spiega al The Guardian Kevin Harrington, professore di terapie biologiche contro il cancro presso l'Institute of Cancer Research di Londra (ICR). "Si tratta di un gruppo di pazienti per i quali le opzioni terapeutiche sono estremamente limitate, quindi constatare questo livello di beneficio è davvero notevole”.
La tripla azione del vaccino
Questo vaccino ha mostrato risultati simili anche nei pazienti affetti da tumore al polmone. L'amivantamab, sviluppato da Johnson & Johnson, è attualmente in fase di valutazione in circa 60 studi clinici e destinato principalmente per il tumore al polmone ma anche per i tumori del colon-retto, del cervello e dello stomaco.
Prima abbiamo detto che si tratta di un vaccino “a tripla azione”: i ricercatori spiegano infatti che agisce sul cancro in tre diverse modalità. “Blocca sia l'Egfr (recettore del fattore di crescita epidermico), una proteina che favorisce la crescita dei tumori, sia il Met, una via di segnalazione che le cellule tumorali spesso utilizzano per eludere il trattamento. Inoltre, contribuisce ad attivare il sistema immunitario per attaccare il tumore”.
Come si somministra
A differenza di tanti altri trattamenti contro i tumori, l'amivantamab viene somministrato con una piccola iniezione sottocutanea e non per via endovenosa: si tratta di una procedura più rapida e comoda per i pazienti e molto più facile da somministrare in ambulatorio.
La maggior parte degli effetti collaterali del trattamento, somministrato una volta ogni tre settimane, è stata di entità lieve o moderata e meno di un paziente su 10 è stato costretto a interrompere la terapia.
"Questo studio dimostra come lo sviluppo di nuove terapie attraverso una rigorosa ricerca sul cancro possa portare a progressi significativi, anche per i pazienti con opzioni terapeutiche molto limitate”, ha spiegato il professor Kristian Helin,
amministratore delegato dell'ICR. "Raggiungere questo livello di risposta tumorale e ottenere risultati di sopravvivenza incoraggianti in un gruppo di pazienti così difficile da trattare rappresenta un significativo passo avanti”.
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La scienza ha trovato come colpire il tumore "impossibile". La cura del cancro al pancreas a un punto di svol… HuffPost Italia
Per decenni il tumore al pancreas è stato considerato uno dei nemici più difficili da battere della medicina moderna. Una diagnosi spesso tardiva, terapie poco efficaci e una sopravvivenza a cinque anni ferma intorno al 13% ne hanno fatto una delle forme di cancro più letali. Oggi, però, qualcosa sta cambiando. Secondo un’inchiesta pubblicata dal Washington Post, un nuovo farmaco sperimentale potrebbe rappresentare la prima vera crepa in una malattia ritenuta per anni “indruggable”, cioè impossibile da colpire con medicinali mirati.
Al centro della svolta c’è una proteina chiamata KRAS, una sorta di interruttore biologico che controlla la crescita cellulare. Negli anni Ottanta gli scienziati scoprirono che, nella maggior parte dei tumori pancreatici, questo interruttore rimaneva bloccato nella posizione “acceso”, spingendo le cellule tumorali a moltiplicarsi senza controllo. La scoperta sembrava destinata a rivoluzionare le cure oncologiche. Ma c’era un ostacolo enorme: la proteina KRAS aveva una superficie liscia, priva di punti in cui un farmaco potesse agganciarsi. Molti ricercatori la descrivevano come “una palla da bowling senza buchi”. In altre parole, un bersaglio visibile ma imprendibile.
Per anni aziende farmaceutiche e laboratori di ricerca hanno fallito nel tentativo di bloccarla. Alcuni oncologi arrivarono a definire il cancro al pancreas “il cimitero dello sviluppo farmaceutico”. La situazione è cambiata grazie a una nuova generazione di farmaci progettati con tecniche di chimica molecolare molto sofisticate. Il più promettente si chiama daraxonrasib, sviluppato dalla biotech americana Revolution Medicines. Nei trial clinici il medicinale ha mostrato risultati che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati impensabili: i pazienti con tumore pancreatico metastatico hanno raggiunto una sopravvivenza media di oltre 13 mesi, circa il doppio rispetto a quella ottenuta con la chemioterapia tradizionale.
Non si tratta ancora di una cura definitiva, e gli stessi ricercatori invitano alla prudenza. Gli effetti collaterali possono essere importanti e il tumore, col tempo, può sviluppare nuove resistenze. Tuttavia il valore della scoperta è enorme: per la prima volta la medicina è riuscita a colpire un meccanismo biologico che sembrava intoccabile. Dietro questo risultato ci sono oltre quarant’anni di ricerca. Secondo il Washington Post, la svolta è nata da un lavoro paziente e poco spettacolare fatto di migliaia di tentativi falliti, simulazioni chimiche e studi di laboratorio. Una vera maratona scientifica che oggi sta cambiando la prospettiva dei malati. Gli oncologi parlano ormai di “nuova era” per il trattamento del tumore pancreatico. E non soltanto per questo tipo di cancro.
Le mutazioni KRAS sono coinvolte anche in molti tumori del polmone e del colon-retto, il che significa che le tecnologie sviluppate oggi potrebbero avere applicazioni molto più ampie nei prossimi anni. Accanto ai farmaci mirati stanno emergendo anche altre strategie innovative. Tra queste vi sono vaccini terapeutici a mRNA — simili, nella tecnologia, a quelli sviluppati durante la pandemia — capaci di “allenare” il sistema immunitario a riconoscere e distruggere le cellule tumorali residue dopo l’intervento chirurgico. I primi studi sono ancora limitati, ma i risultati iniziali hanno alimentato un forte ottimismo nella comunità scientifica.
Un altro fronte promettente riguarda l’intelligenza artificiale. Alcuni sistemi di analisi dei dati clinici sono riusciti a identificare segnali precoci del tumore al pancreas anche anni prima della diagnosi tradizionale, aprendo la strada a programmi di screening più efficaci. Il cancro al pancreas resta una malattia aggressiva e difficile da curare. Ma la sensazione, oggi, è che qualcosa si sia finalmente mosso. Dopo decenni di sconfitte, la ricerca ha trovato un punto debole nel “tumore impossibile”.
In America non sta entrando nessuno sospettato di contagio, né stranieri, né americani. Una politica in netto contrasto con il modo in cui le amministrazioni precedenti hanno gestito le epidemie: Craig Spencer (Brown University): "Drammatica abdicazione a ciò che dobbiamo ai nostri stessi cittadini".
Per idee, suggerimenti, correzioni o se desiderate che Ippocrate approfondisca un tema in particolare, potete scrivere a linda.varlese@huffpost.it. Mi trovate anche su Facebook https://www.facebook.com/linda.varlese e su Instagram (@linda_varlese).
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La scienza ha trovato come colpire il tumore "impossibile". La cura del cancro al pancreas a un punto di svolta (di L.Varlese) HuffPost Italia
Questo è il numero del 28 maggio 2026 della newsletter Ippocrate, firmata da Linda Varlese, su Salute e Ricerca. Per iscriverti clicca qui.
Per decenni il tumore al pancreas è stato considerato uno dei nemici più difficili da battere della medicina moderna. Una diagnosi spesso tardiva, terapie poco efficaci e una sopravvivenza a cinque anni ferma intorno al 13% ne hanno fatto una delle forme di cancro più letali. Oggi, però, qualcosa sta cambiando. Secondo un’inchiesta pubblicata dal Washington Post, un nuovo farmaco sperimentale potrebbe rappresentare la prima vera crepa in una malattia ritenuta per anni “indruggable”, cioè impossibile da colpire con medicinali mirati.
Al centro della svolta c’è una proteina chiamata KRAS, una sorta di interruttore biologico che controlla la crescita cellulare. Negli anni Ottanta gli scienziati scoprirono che, nella maggior parte dei tumori pancreatici, questo interruttore rimaneva bloccato nella posizione “acceso”, spingendo le cellule tumorali a moltiplicarsi senza controllo. La scoperta sembrava destinata a rivoluzionare le cure oncologiche. Ma c’era un ostacolo enorme: la proteina KRAS aveva una superficie liscia, priva di punti in cui un farmaco potesse agganciarsi. Molti ricercatori la descrivevano come “una palla da bowling senza buchi”. In altre parole, un bersaglio visibile ma imprendibile.
Per anni aziende farmaceutiche e laboratori di ricerca hanno fallito nel tentativo di bloccarla. Alcuni oncologi arrivarono a definire il cancro al pancreas “il cimitero dello sviluppo farmaceutico”. La situazione è cambiata grazie a una nuova generazione di farmaci progettati con tecniche di chimica molecolare molto sofisticate. Il più promettente si chiama daraxonrasib, sviluppato dalla biotech americana Revolution Medicines. Nei trial clinici il medicinale ha mostrato risultati che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati impensabili: i pazienti con tumore pancreatico metastatico hanno raggiunto una sopravvivenza media di oltre 13 mesi, circa il doppio rispetto a quella ottenuta con la chemioterapia tradizionale.
Non si tratta ancora di una cura definitiva, e gli stessi ricercatori invitano alla prudenza. Gli effetti collaterali possono essere importanti e il tumore, col tempo, può sviluppare nuove resistenze. Tuttavia il valore della scoperta è enorme: per la prima volta la medicina è riuscita a colpire un meccanismo biologico che sembrava intoccabile. Dietro questo risultato ci sono oltre quarant’anni di ricerca. Secondo il Washington Post, la svolta è nata da un lavoro paziente e poco spettacolare fatto di migliaia di tentativi falliti, simulazioni chimiche e studi di laboratorio. Una vera maratona scientifica che oggi sta cambiando la prospettiva dei malati. Gli oncologi parlano ormai di “nuova era” per il trattamento del tumore pancreatico. E non soltanto per questo tipo di cancro.
Le mutazioni KRAS sono coinvolte anche in molti tumori del polmone e del colon-retto, il che significa che le tecnologie sviluppate oggi potrebbero avere applicazioni molto più ampie nei prossimi anni. Accanto ai farmaci mirati stanno emergendo anche altre strategie innovative. Tra queste vi sono vaccini terapeutici a mRNA — simili, nella tecnologia, a quelli sviluppati durante la pandemia — capaci di “allenare” il sistema immunitario a riconoscere e distruggere le cellule tumorali residue dopo l’intervento chirurgico. I primi studi sono ancora limitati, ma i risultati iniziali hanno alimentato un forte ottimismo nella comunità scientifica.
Un altro fronte promettente riguarda l’intelligenza artificiale. Alcuni sistemi di analisi dei dati clinici sono riusciti a identificare segnali precoci del tumore al pancreas anche anni prima della diagnosi tradizionale, aprendo la strada a programmi di screening più efficaci. Il cancro al pancreas resta una malattia aggressiva e difficile da curare. Ma la sensazione, oggi, è che qualcosa si sia finalmente mosso. Dopo decenni di sconfitte, la ricerca ha trovato un punto debole nel “tumore impossibile”.
In America non sta entrando nessuno sospettato di contagio, né stranieri, né americani. Una politica in netto contrasto con il modo in cui le amministrazioni precedenti hanno gestito le epidemie: Craig Spencer (Brown University): "Drammatica abdicazione a ciò che dobbiamo ai nostri stessi cittadini".
Per idee, suggerimenti, correzioni o se desiderate che Ippocrate approfondisca un tema in particolare, potete scrivere a linda.varlese@huffpost.it. Mi trovate anche su Facebook https://www.facebook.com/linda.varlese e su Instagram (@linda_varlese).
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Terapia CAR-T al San Camillo Forlanini: un nuovo polo per la sanità romana vivereroma.org
diCarlo Meniconiroma@vivere.it Giornalista specializzato in salute, benessere e alimentazione. Approfondisce medicina e prevenzione con fonti scientifiche e aggiornamento continuo. Il San Camillo Forlanini introduce la terapia CAR-T per pazienti ematologici, diventando il primo ospedale non universitario del Lazio a offrire questa cura. Un passo significativo per l'assistenza sanitaria pubblica a Roma e nella regione. L'Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini, situata inCirconvallazione Gianicolense 87nel quartiereMonteverde, ha introdotto la terapia cellulare CAR-T per pazienti ematologici. Il primo paziente trattato è stato dimesso il 6 maggio 2026, segnando un'evoluzione nell'offerta sanitaria pubblica romana. La terapia CAR-T al San Camillo Forlanini La terapia CAR-T, acronimo di Chimeric Antigen Receptor T Cell Therapies, è una cura genica antitumorale personalizzata che "addestra" il sistema immunitario del paziente a combattere le cellule tumorali. IlSan Camillo Forlaniniè il terzo ospedale nel Lazio e il primo non universitario a dotarsi di questa tecnologia. Il primo paziente, affetto da linfoma mantellare resistente alle terapie convenzionali, è stato ricoverato a metà aprile 2026 e dimesso in buone condizioni dopo un periodo di osservazione. Il San Camillo polo regionale per le terapie cellulari L'introduzione della terapia CAR-T si inserisce in un progetto più ampio che vede ilSan Camillo Forlaninidesignato come sede del Centro Regionale per le Terapie Cellulari e Geniche. Questa iniziativa, come dichiarato dal presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, mira a creare una vera e propria cell factory per la produzione diretta delle CAR-T, rappresentando una novità per il Lazio. Tale sviluppo consolida il ruolo dell'ospedale come riferimento per le cure ad alta specializzazione, migliorando l'accesso a trattamenti complessi per i residenti della regione. Info pratiche Questa evoluzione delSan Camillo Forlaninirappresenta un cambiamento concreto per l'offerta sanitaria pubblica a Roma. La possibilità di accedere a terapie avanzate come le CAR-T direttamente in città, e in un ospedale non universitario, riduce la necessità di spostamenti per i pazienti e le loro famiglie. Il futuro sviluppo di una cell factory potrebbe ulteriormente rafforzare l'autonomia regionale nella produzione di queste cure, con un impatto diretto sulla qualità della vita dei romani che necessitano di trattamenti ematologici complessi. Cosa fare gratis a Roma nel weekend 30-31 maggio 2026 Mostre a Roma 30-31 maggio 2026: Ettore Scola, aperture... Cosa fare gratis a Roma 30 maggio 2026: roseto, concerti e mostre Cosa fare gratis a Roma 25-31 maggio 2026: Village... Village Celimontana, 100 eventi gratuiti fino al 5 settembre diCarlo Meniconiroma@vivere.it Giornalista specializzato in salute, benessere e alimentazione. Approfondisce medicina e prevenzione con fonti scientifiche e aggiornamento continuo. Il San Camillo Forlanini introduce la terapia CAR-T per pazienti ematologici, diventando il primo ospedale non universitario del Lazio a offrire questa cura. Un passo significativo per l'assistenza sanitaria pubblica a Roma e nella regione. L'Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini, situata inCirconvallazione Gianicolense 87nel quartiereMonteverde, ha introdotto la terapia cellulare CAR-T per pazienti ematologici. Il primo paziente trattato è stato dimesso il 6 maggio 2026, segnando un'evoluzione nell'offerta sanitaria pubblica romana. La terapia CAR-T al San Camillo Forlanini La terapia CAR-T, acronimo di Chimeric Antigen Receptor T Cell Therapies, è una cura genica antitumorale personalizzata che "addestra" il sistema immunitario del paziente a combattere le cellule tumorali. IlSan Camillo Forlaniniè il terzo ospedale nel Lazio e il primo non universitario a dotarsi di questa tecnologia. Il primo paziente, affetto da linfoma mantellare resistente alle terapie convenzionali, è stato ricoverato a metà aprile 2026 e dimesso in buone condizioni dopo un periodo di osservazione. Il San Camillo polo regionale per le terapie cellulari L'introduzione della terapia CAR-T si inserisce in un progetto più ampio che vede ilSan Camillo Forlaninidesignato come sede del Centro Regionale per le Terapie Cellulari e Geniche. Questa iniziativa, come dichiarato dal presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, mira a creare una vera e propria cell factory per la produzione diretta delle CAR-T, rappresentando una novità per il Lazio. Tale sviluppo consolida il ruolo dell'ospedale come riferimento per le cure ad alta specializzazione, migliorando l'accesso a trattamenti complessi per i residenti della regione. Info pratiche Questa evoluzione delSan Camillo Forlaninirappresenta un cambiamento concreto per l'offerta sanitaria pubblica a Roma. La possibilità di accedere a terapie avanzate come le CAR-T direttamente in città, e in un ospedale non universitario, riduce la necessità di spostamenti per i pazienti e le loro famiglie. Il futuro sviluppo di una cell factory potrebbe ulteriormente rafforzare l'autonomia regionale nella produzione di queste cure, con un impatto diretto sulla qualità della vita dei romani che necessitano di trattamenti ematologici complessi.
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Elettra e l’idea che cambia la diagnosi del melanoma il Nord Est
C’è una domanda a cui i dermatologi vorrebbero poter rispondere in pochi secondi, senza bisturi e biopsia: questa macchia è pericolosa? Ogni anno il cancro della pelle causa oltre 36.000 morti nell’Ue e genera circa nove miliardi di euro tra costi sanitari e indiretti. Un progetto europeo appena partito prova a costruire lo strumento che potrebbe cambiare tutto. Si chiama Thz-Skin Pathfinder Open, è finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del programma Eic, dedicato alle idee più ambiziose e rischiose, e coinvolge un consorzio internazionale di partner accademici e industriali da Italia, Finlandia, Regno Unito, Lituania e Svizzera.
A tirare le fila è la University of Eastern Finland, dove il 12 febbraio si è tenuto il kick-off meeting ufficiale. Tra i partner chiave c’è Elettra Sincrotrone Trieste, con il gruppo guidato da Giuseppe Cautero. Alla base del progetto l’ipotesi che la pelle malata e quella sana si comportino in modo diverso di fronte alle onde elettromagnetiche nella regione spettrale del terahertz, radiazioni invisibili.
La differenza dipende dalla composizione chimica delle cellule, dal loro contenuto d’acqua, dalla struttura delle membrane e da altre proprietà biologiche. «Immagina di scoprire che le cellule malate emettono tantissimo nel “blu terahertz” e poco nel rosso, e viceversa le cellule sane», spiega Cautero. «A quel punto un sensore capace di misurare la radiazione emessa dalla pelle nei diversi “colori” diventa uno strumento diagnostico: basta passarlo sulla pelle per capire con che tipo di cellule si ha a che fare». Il primo obiettivo del progetto è mappare queste differenze, costruendo una libreria aperta di impronte spettrali tumorali su cui addestrare poi gli algoritmi di intelligenza artificiale.
La soluzione del gruppo di Elettra, messa a punto nel precedente progetto europeo Attract con altri partner, è una matrice di minuscoli risonatori micromeccanici, micro molle che costituiscono i pixel del sensore. Ognuno è progettato per assorbire una diversa porzione dello spettro terahertz: quando la radiazione arriva, le molle si scaldano e cambiano la loro frequenza di risonanza. Il risultato è quello che i fisici chiamano hyperspectral imaging: un’immagine che non mostra solo quanto è intensa la radiazione, ma di che “colore” terahertz è fatta.
Il ruolo di Elettra è centrale: il gruppo di Cautero porta in dote l’elettronica di controllo e acquisizione dei risonatori micromeccanici sviluppati in Attract, e in THz-Skin si occupa di progettare e costruire un nuovo setup di misura che raggiunga la sensibilità richiesta. I microbolometri meccanici, come vengono chiamati tecnicamente, reagiscono alla radiazione terahertz modificando la loro frequenza di oscillazione: il compito dell’elettronica è ascoltare in tempo reale questi cambiamenti infinitesimali e tradurli in informazione utile.
È qui che si incrociano le competenze del consorzio: fisici, ingegneri elettronici, medici e specialisti di intelligenza artificiale lavorano insieme perché nessuna delle componenti del progetto può funzionare senza le altre.
Il nemico principale per chi deve sviluppare l’elettronica di acquisizione ha un nome solo: il rumore di fondo, che rischia di soffocare i segnali debolissimi emessi dalle cellule. «È il grande nemico di tutti gli scienziati sperimentali», dice Cautero.
Importanti studi dimostrano che le pazienti affette da cancro al seno possono tranquillamente evitare un intervento chirurgico invasivo che lascia 1 su 5 con gonfiore al braccio per tutta la vita - portadaestrela.com
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Importanti studi dimostrano che le pazienti affette da cancro al seno possono tranquillamente evitare un intervento chirurgico invasivo che lascia 1 su 5 con gonfiore al braccio per tutta la vita portadaestrela.com
A migliaia di donne potrebbe ora essere risparmiato uno degli effetti collaterali più debilitanti del seno cancro trattamento – gonfiore permanente del braccio – la ricerca ha scoperto.
Il linfedema è una condizione a lungo termine che provoca gonfiore nei tessuti del corpo; ed è sperimentato da quasi un quinto dei pazienti affetti da cancro al seno in seguito a un intervento chirurgico alle ghiandole vicine.
In precedenza, gli esperti suggerivano che i medici potessero trattare le donne il cui cancro si è diffuso alle ghiandole sotto il braccio con la radioterapia anziché con la chirurgia invasiva, riducendo così il rischio di linfedema.
Ma non era chiaro se l’approccio potesse essere offerto alle donne sottoposte a mastectomia o a quelle con tumori più grandi.
Ora, presentando i loro risultati al meeting annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), Chicagoi ricercatori sono fiduciosi che l’intervento chirurgico sia in gran parte inutile in questi pazienti.
I risultati hanno anche mostrato che i tassi di sopravvivenza erano leggermente più alti nel gruppo che non aveva subito un intervento chirurgico per rimuovere le ghiandole, con il 94% dei pazienti che sopravvivevano alla malattia per almeno cinque anni.
Commentando i risultati, la dottoressa Jane Lowe Meisel, esperta di cancro al seno, ha detto:
“Questi risultati hanno il potenziale per semplificare la gestione chirurgica e avere un impatto significativo sulla sopravvivenza al cancro al seno per le donne di tutto il mondo.
Trattare il cancro al seno con la radioterapia anziché con la chirurgia invasiva riduce il rischio di linfedema (immagine stock)
“Il linfedema può essere un problema devastante per la qualità della vita che altera la mobilità, l’aspetto e l’autostima di una donna anche molto tempo dopo il completamento del trattamento per il cancro al seno.
“Questo studio rigoroso e su larga scala dimostra che possiamo tranquillamente evitare la dissezione invasiva del nodo ascellare in pazienti con malattia linfonodale limitata e che, evitando questo intervento chirurgico aggiuntivo, possiamo ridurre drasticamente le complicanze del braccio a lungo termine e migliorare la funzione del braccio per i pazienti affetti da cancro al seno anche a distanza di anni dalla diagnosi.”
Lo studio ha seguito 2.540 donne provenienti da Svezia, Danimarca, Germania, Grecia e Italia di età pari a circa 61 anni il cui cancro si era diffuso a uno o due linfonodi vicini, trovati sotto il braccio.
Circa un quinto dei tumori al seno sono in grado di diffondersi a questi linfonodi, di solito comportando una procedura per rimuovere ulteriori linfonodi per impedire la diffusione della malattia.
Ma circa la metà delle donne che si sottopongono alla procedura sviluppano linfedema.
In questo studio, i ricercatori volevano vedere se evitare l’intervento chirurgico sarebbe stato sicuro per le donne con tumori più grandi di due millimetri.
I pazienti – un terzo dei quali avevano scelto di sottoporsi alla rimozione del seno – sono stati assegnati in modo casuale a sottoporsi all’intervento chirurgico, noto come dissezione dei linfonodi ascellari (ALND) e radioterapia, o semplicemente alla sola radioterapia.
Per valutare gli effetti collaterali legati al braccio, alle donne è stato chiesto di completare questionari uno, tre e cinque anni dopo il trattamento.
Queste includevano domande su quanto bene potevano sollevare oggetti pesanti o guidare, così come effetti collaterali specifici del cancro al seno tra cui affaticamento, confusione mentale e cambiamenti di umore.
Il linfedema è una condizione a lungo termine che provoca gonfiore nei tessuti del corpo
I pazienti hanno valutato i loro sintomi su una scala da 0-10 e poi da 0-100, con punteggi più alti che indicano i problemi e i sintomi al braccio più gravi.
Dopo cinque anni, le donne che hanno evitato l’intervento chirurgico hanno riportato una funzione del braccio significativamente migliore.
Sebbene il tasso di sopravvivenza fosse simile tra i gruppi, il gruppo che non ha subito un intervento chirurgico ha ottenuto risultati complessivamente leggermente migliori.
L’autrice principale dello studio, la dott.ssa Jana de Boniface, ha concluso: “Dopo studi precedenti, non era chiaro se l’omissione dell’ALND potesse essere proposta anche alle pazienti sottoposte a mastectomia o a quelle con tumori più grandi.
‘La scoperta chiave è che un maggior numero di interventi chirurgici ascellari di per sé non migliora la sopravvivenza in questi pazienti.
“Ciò è estremamente importante perché significa che la chirurgia ascellare dovrebbe essere vista come uno strumento diagnostico e non come uno strumento terapeutico.”
Il linfedema colpisce più di 200.000 persone nel Regno Unito, nella maggior parte dei casi a causa del trattamento del cancro.
Il cancro al seno è il tumore più comune nelle donne nel Regno Unito, con circa 59.000 nuovi casi ogni anno.
Negli Stati Uniti, il cancro al seno rappresenta circa il totale delle diagnosi di cancro, con una previsione di 322.000 donne a cui verrà diagnosticata la malattia nel 2026.
Bunia Gorelick, direttrice associata della ricerca presso Breast Cancer Now, afferma: “Sappiamo che quando i linfonodi vengono rimossi durante un intervento chirurgico per il cancro al seno, il linfedema può essere un effetto collaterale che può causare disagio, secchezza della pelle e rigidità delle braccia e, nel complesso, un impatto negativo sulla qualità della vita delle persone.
‘Diamo il benvenuto a qualsiasi nuova ricerca che possa ridurre gli effetti collaterali del trattamento in modo che tutti coloro a cui è stato diagnosticato un cancro al seno possano vivere e vivere bene.
‘Mentre queste prime ricerche suggeriscono che, per alcune persone, omettere la rimozione dei linfonodi può migliorare la qualità della vita senza compromettere la sopravvivenza. Dobbiamo vedere studi più ampi con un follow-up più lungo per esplorare veramente le possibilità di adattare la guida al trattamento”.