📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
43.7/100
Punteggio Totale
C
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❌
Criteri Critici
Al Cardinal Massaia il villaggio del caregiver oncologico Gazzetta d'Asti
SANITÀ
La cura di un malato oncologico coinvolge anche chi gli è accanto ogni giorno. Per rendere visibile la rete di professionisti sanitari e sociosanitari, servizi e associazioni che sostiene entrambi, lunedì 5 ottobre la piazza interna dell’ospedale Cardinal Massaia di Asti diventerà il Villaggio del Caregiver.
Dalle 9.30 alle 14, chi assiste una persona oncologica potrà seguire un percorso a tappe, incontrare le équipe dell’ASL AT e trovare risposte ai propri bisogni di informazione e supporto. L’iniziativa rientra nel programma promosso dalla Rete Oncologica del Piemonte e della Valle d’Aosta in occasione della Giornata Europea del Caregiver Oncologico ed è stata coordinata dalle strutture complesse di Geriatria e Oncologia dell’Asl AT.
All’ingresso del Villaggio, un primo momento di ascolto e orientamento aiuterà ciascun partecipante a individuare i punti informativi più vicini ai propri bisogni. Nelle diverse postazioni gli operatori risponderanno alle domande, offriranno consulenza e distribuiranno i materiali informativi predisposti dal Gruppo di Oncogeriatria della Rete Oncologica.
Saranno presenti le équipe di Oncologia, Geriatria, Cure Palliative, Fisiatria e Riabilitazione, con fisioterapisti e logopedisti, Dietologia, Psico-Oncologia, Anestesia e Rianimazione – Terapia del Dolore – Ambulatorio accessi vascolari, il Nucleo di Wound Care e lesioni difficili a conduzione e responsabilità infermieristica, il Servizio Sociale aziendale e gli Infermieri di Famiglia e di Comunità (IFeC) con il progetto EduCaring.
Parteciperanno al percorso le associazioni di volontariato che operano a supporto dell’Oncologia: ASTRO – Progetto Vita, Progetto Scalda Cuore, L’Arte del Sorriso VIP, Yoga della Risata sulla Via Fulvia, Nordic Walking Asti, Associazione Con Te e Associazione Con Testo con la Pet Terapy.
L’iniziativa si svolge con il patrocinio dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Asti e dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Asti.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
38.9/100
Punteggio Totale
C
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❌
Criteri Critici
A Cesena "Piazza Idea", la prevenzione ci incontra CesenaNotizie
Redazione Il cancro del colon retto è il secondo tumore più diagnosticato e anche il secondo come causa di mortalità. Ma aderire allo screening ha dimostrato una marcata riduzione della mortalità e della incidenza di cancro: la mortalità negli uomini cala del 65% tra chi si è sottoposto allo screening e del 54% nelle donne; grazie allo screening in Emilia-Romagna si registra un -33% diagnosi di nuovi tumori del colon retto negli uomini e -21% nelle donne. Lo screening è uno strumento straordinario di prevenzione secondaria, una opportunità che il servizio sanitario dell’Emilia-Romagna offre da oltre vent’anni, gratuitamente, alla popolazione residente, dai 50 ai 69 anni, con una recente estensione dal 2025 alla fascia 70-74 anni. Eppure l’adesione della popolazione nel corso degli anni non aumenta. In Italia e anche in Emilia-Romagna solo il 53% della popolazione partecipa alla campagna di screening: nella provincia di Forlì-Cesena e, in particolare nella città di Forlì, l’adesione risulta particolarmente insufficiente, raggiungendo appena il 38% della popolazione, creando perdita di opportunità di diagnosi precoce e gratuita. Dopo il successo della prima edizione torna “Piazza Idea” il 10 ottobre a Cesena: un altro importante momento di incontro e di riflessione tra professionisti della salute e cittadini sulla importanza della promozione della salute, ponendo attenzione sulle azioni attive offerte dal Sistema Sanitario Nazionale.Nel Palazzo del Ridotto dalle 9.30 alle 13.30 gli esperti si confronteranno pubblicamente (ingresso libero fino a esaurimento posti) mentre in piazza Almerici per tutta la giornata cinque punti di accoglienza saranno a disposizione della cittadinanza per divulgare informazioni preziose su nutrizione, prevenzione, preparazione intestinale, sedazione in endoscopia digestiva e colonscopia. In piazza sarà visitabile EndoRunner, l’hub mobile messo a disposizione da FUJIFILM Healthcare e dotato di tre stazioni endoscopiche.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.7/100
Punteggio Totale
B
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❌
Criteri Critici
Max Parisi e il tumore al pancreas, negli Usa la nuova terapia che può dargli più tempo Zazoom Social News
Dopo mesi di cure e una prognosi di poche settimane, Max Parisi ha raggiunto gli Stati Uniti per iniziare una terapia appena approvata contro il tumore al pancreas. Il suo obiettivo ora è guadagnare tempo da trascorrere con la famiglia.
Per Max Parisi la prospettiva è cambiata nel giro di poche settimane. Il 31 luglio, dopo due anni segnati da chemioterapia, intervento chirurgico e radioterapia, i medici gli avevano comunicato che le opzioni disponibili erano ormai esaurite. A 58 anni, con un tumore al pancreas metastatico al fegato, gli era stato indicato un tempo molto limitato, nell'ordine di uno o due mesi.
Pochi giorni dopo, però, negli Stati Uniti è arrivata l'approvazione di daraxonrasib, commercializzato con il nome Rasonque. Il farmaco è destinato ad adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico già sottoposti ad almeno una precedente terapia sistemica o non candidabili a trattamenti combinati. Per Parisi si è aperta così una possibilità che sembrava non esserci più.
Il conduttore radiofonico ha quindi deciso di partire per la California, dove si è trasferito temporaneamente a casa della suocera per iniziare il trattamento. Non considera la terapia una promessa di guarigione, ma la possibilità di ottenere altro tempo. Una Tac prevista dopo le prime settimane dovrà fornire le prime indicazioni sulla risposta dell'organismo al farmaco.
La decisione di tentare ancora è arrivata quando Parisi aveva già iniziato a organizzare una fase completamente diversa della propria vita. Aveva lasciato il programma Caffellatte con te su Radio Monte Carlo, contattato un servizio di cure palliative e cominciato a sistemare documenti e questioni familiari insieme alla moglie Louise.
Accanto a loro ci sono le figlie Sophia, 21 anni, e Vivienne, 16. Proprio la famiglia resta il punto centrale delle sue scelte. Parisi ha spiegato di non avere una lista di desideri da realizzare, ma di voler utilizzare l'eventuale tempo guadagnato semplicemente per restare vicino alle persone con cui ha condiviso la propria vita.
La malattia era stata scoperta nel 2024 dopo un sintomo inizialmente poco riconducibile a un problema oncologico, un prurito molto intenso. I primi accertamenti avevano fatto pensare a un disturbo delle vie biliari, mentre una successiva Tac aveva evidenziato il tumore maligno al pancreas.
Durante le cure Parisi ha continuato a lavorare finché le condizioni glielo hanno permesso. In due anni ha perso circa quaranta chili e ha affrontato diversi trattamenti, fino al momento in cui i medici gli hanno comunicato che non c'erano altre terapie convenzionali da proporre.
Alla difficoltà sanitaria si aggiunge quella economica. Un mese di trattamento con daraxonrasib costa oltre 42 mila dollari, a cui si sommano visite e permanenza negli Stati Uniti. La moglie ha avviato una raccolta fondi che ha superato i 115 mila dollari, una cifra sufficiente a sostenere circa due mesi di terapia.
Parisi e il fratello Alessandro stanno inoltre valutando le possibilità per favorire l'accesso al farmaco anche in Italia, compresa la strada dell'uso compassionevole. Per il conduttore, quindi, il viaggio negli Stati Uniti non rappresenta soltanto un tentativo personale, ma anche un modo per capire se questa nuova opzione terapeutica possa diventare più facilmente disponibile per altri pazienti.
Il daraxonrasib è stato approvato negli Stati Uniti il 26 agosto 2026 dopo uno studio di fase 3 che ha mostrato un miglioramento della sopravvivenza rispetto alla chemioterapia standard nei pazienti già trattati. Per Parisi, però, ogni valutazione resta legata alla risposta individuale alla terapia e ai controlli delle prossime settimane.
Una nuova terapia orale amplia le possibilità di trattamento dell' endometriosi Come funziona linzagolix chi può accedervi attraverso il SSN e che cosa sappiamo su efficacia ed effetti indesiderati - Zazoom Social News
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
61.1/100
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✅
Criteri Critici
Una nuova terapia orale amplia le possibilità di trattamento dell' endometriosi Come funziona linzagolix chi può accedervi attraverso il SSN e che cosa sappiamo su efficacia ed effetti indesiderati Zazoom Social News
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
70.4/100
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A
Valutazione
✅
Criteri Critici
Scompenso cardiaco, terapia combinata riduce gli eventi fino al 61%. I dati sulla sicurezza Doctor33
Secondo le evidenze più recenti, la cosiddetta terapia a “quattro pilastri” potrebbe ridurre di circa il 60% la mortalità per tutte le cause nei pazienti con scompenso cardiaco, eppure meno del 2% degli idonei riceve il trattamento completo. Tra gli ostacoli, il timore di possibili effetti avversi, come ipotensione, peggioramento della funzione renale e alterazioni dei livelli di potassio.
Ora, un team di ricercatori del Brigham and Women’s Hospital e della Harvard Medical School ha analizzato i dati provenienti da nove studi randomizzati, comprendenti 38.753 partecipanti con scompenso cardiaco a frazione di eiezione ridotta (HFrEF), lievemente ridotta o preservata (HFmrEF/HFpEF). Il lavoro, pubblicato su Nature Medicine, si è concentrato sull’ottimizzazione della terapia attraverso il passaggio o l’introduzione di:
- inibitori del recettore dell’angiotensina e della neprilisina (ARNI);
- antagonisti del recettore dei mineralcorticoidi (MRA), steroidei e non;
- inibitori del cotrasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2i).
I valori considerati nello studio
Oltre il 70% dei partecipanti assumeva già beta-bloccanti e ACE-inibitori o antagonisti del recettore dell'angiotensina 2 (ARB) al basale. Solo nello studio RALES l’impiego iniziale dei beta-bloccanti era più basso.
I ricercatori hanno utilizzato un calcolatore in grado di fornire stime personalizzate in base a età, sesso, indice di massa corporea (BMI), frazione di eiezione ventricolare sinistra (LVEF) e precedenti ricoveri.
I principali parametri considerati includono:
- velocità di filtrazione glomerulare (eGFR),
- livelli sierici di potassio (potassiemia),
- rischio di eventi clinici (peggioramento dello scompenso e mortalità cardiovascolare)
I valori pressori all’inizio del trattamento
La terapia completa ha determinato riduzioni modeste della pressione arteriosa e un declino precoce dell’eGFR, insieme ad aumenti lievi della potassiemia. In particolare, nei pazienti con HFrEF, il passaggio da ACE-inibitori (o ARB) ad ARNI, insieme all’aggiunta di un SGLT2i e di un MRA steroideo, ha determinato un calo pressorio di circa 9,2 mmHg.
L’effetto era invece più contenuto nei pazienti con HFmrEF/HFpEF che assumevano un SGLT2i e un MRA (steroideo o non steroideo). In questo caso la riduzione era di circa 5 mmHg. Mentre i pazienti con LVEF inferiore al 60%, hanno mostrato un calo dei valori di pressione sistolica da 9,3 a 10,3 mmHg in seguito all’aggiunta dell’ARNI.
Gli effetti sulla funzione renale e i livelli di potassio
Nei pazienti con HFrEF, la combinazione dei tre farmaci ha portato a un declino iniziale dell’eGFR (6,8 ml/min/1,73 m²), insieme a un leggero aumento della potassiemia (pari a circa 0,30 mmol/l). I pazienti con HFmrEF/HFpEF che assumevano SGLT2i e MRA steroideo hanno mostrato un effetto analogo ed era ancora più contenuto se l’MRA era non steroideo. In questo caso la riduzione dell’eGFR era di 6,1 ml/min/1,73 m² e la potassiemia aumentava di circa 0,21 mmol/l in più.
Fino al 61% in meno di eventi clinici
I pazienti con HFrEF hanno ottenuto una riduzione del 61% del rischio di morte cardiovascolare ed eventi clinici rispetto alla terapia standard. Nei pazienti con HFmrEF/HFpEF, l’associazione di SGLT2i con un MRA ha comportato una riduzione del 31%. Quando veniva aggiunto l’ARNI, nei pazienti con HFmrEF/HFpEF e frazione di eiezione inferiore al 60% il beneficio stimato saliva al 40%. Inoltre, se introdotto ex novo, l’inibitore determinava variazioni fisiologiche più marcate ma, al contempo, benefici maggiori.
Conclusioni
Secondo gli autori le variazioni fisiologiche osservate all’inizio del trattamento vanno interpretate nel contesto dei benefici clinici attesi nel lungo periodo, evitando interruzioni o riduzioni premature della terapia. Questi parametri presentano infatti un’ampia variabilità individuale, mentre gli effetti direttamente attribuibili ai farmaci sono spesso modesti.
Tuttavia, lo studio presentava alcuni limiti: le variazioni osservate sono risultate circa il 20% maggiori rispetto a quelle stimate. Infine, l’analisi si è concentrata nelle prime settimane di terapia, quando gli effetti fisiologici sono generalmente più evidenti.
Alessandra Romano
Fonte:
Wang, N., Claggett, B.L., Pfeffer, M.A. et al. Short-term effects of combinations of heart failure therapies on blood pressure, kidney function and serum potassium. Nat Med (2026). https://doi.org/10.1038/s41591-026-04623-z
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
57.0/100
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B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Sempre più possibilità d’impiego terapeutico della psilocibina. Uno studio texano Associazione Luca Coscioni
Testo preparato con Peppe Brescia
Se, a oggi, le finalità mediche della psilocibina si sono prevalentemente concentrate sul trattamento di patologie come depressione, sindrome da stress post-traumatico o ansia, alcuni recenti indizi portano a ritenere che l’utilizzo farmacologico della molecola possa avere un impatto molto più ampio di quello immaginato finora per proteggere direttamente il sistema nervoso dagli effetti della chemioterapia.
È infatti in questa direzione che stanno lavorando i ricercatori dell’MD Anderson Cancer Center dell’Università del Texas.
Uno studio pubblicato sulla rivista Science mostra risultati promettenti nell’impiego della psilocibina contro la neuropatia periferica indotta dalla chemioterapia – che costituisce una delle complicazioni più frequenti e invalidanti dei trattamenti oncologici.
La neuropatia periferica può manifestarsi con formicolii, intorpidimento, perdita di sensibilità e dolore, in particolare ad arti come mani e piedi. In alcune persone i sintomi scompaiono dopo la conclusione della terapia, in altre possono durare anni o diventare permanenti. Il problema non riguarda soltanto la qualità della vita: quando gli effetti collaterali diventano troppo gravi, i medici possono essere costretti a ridurre le dosi della chemioterapia o addirittura a interrompere il trattamento.
È in questo contesto che, in maniera quasi casuale, entra in gioco la psilocibina: l’intento iniziale dei ricercatori non era quello di trovare un nuovo trattamento contro la neuropatia, quanto piuttosto di studiare il rapporto tra tumori e cellule nervose. Nel corso degli esperimenti, la psilocibina è stata utilizzata al fine di approfondire i meccanismi della neuroplasticità, facendo però emergere qualcosa di inatteso: negli animali trattati con psilocibina, la neuropatia provocata dalla chemioterapia sembrava non svilupparsi.
Negli esperimenti sui roditori, due somministrazioni effettuate prima della chemioterapia sono state sufficienti a prevenire l’ipersensibilità dolorosa durante diversi cicli di trattamento. La psilocibina ha protetto le terminazioni nervose e preservato la sensibilità al tatto, senza compromettere l’efficacia antitumorale della chemioterapia.
Il meccanismo individuato dai ricercatori è particolarmente interessante. La chemioterapia può danneggiare il sistema che permette ai mitocondri di raggiungere le estremità dei neuroni. Quando questo sistema di trasporto viene compromesso, le terminazioni nervose possono progressivamente deteriorarsi. La psilocibina sembra invece favorire il trasporto dei mitocondri all’interno delle cellule nervose, contribuendo così a preservarne il funzionamento. Gli esperimenti indicano inoltre il coinvolgimento del recettore serotoninergico 5-HT2A, uno dei principali bersagli farmacologici degli psichedelici classici.
C’è poi un altro elemento che rende la ricerca particolarmente significativa: l’effetto neuroprotettivo potrebbe essere indipendente dall’esperienza psichedelica. Nel corso degli esperimenti, un composto non allucinogeno che agisce sullo stesso sistema serotoninergico ha infatti prodotto effetti analoghi negli esperimenti di laboratorio. Questo ha suggerito che l’azione biologica responsabile della protezione dei nervi potrebbe essere separabile dagli effetti percettivi e psicologici tipici della psilocibina.
È una distinzione importante anche dal punto di vista farmacologico: qualora il meccanismo venisse confermato negli esseri umani, ciò potrebbe aprire la strada non soltanto all’impiego terapeutico della psilocibina, ma anche allo sviluppo di nuove molecole capaci di sfruttarne alcune proprietà senza necessariamente produrre un’esperienza psichedelica. Per il momento, come ribadito dagli studiosi, occorre però mantenere la distinzione fondamentale tra risultati sperimentali e terapia disponibile. I dati preclinici sono promettenti, ma non dimostrano ancora che lo stesso effetto si produca negli esseri umani.
Proprio per questo, il passaggio successivo del trial è già stato programmato. Il National Cancer Institute ha registrato uno studio clinico di fase II dell’MD Anderson Cancer Center destinato a pazienti con tumore al seno, colorettale oppure della testa e del collo sottoposti a chemioterapie potenzialmente neurotossiche, con l’obiettivo di verificare se la psilocibina possa prevenire o ridurre la gravità della neuropatia periferica causata dai trattamenti.
Il protocollo prevede tre gruppi. Un gruppo riceverà dosi piene di psilocibina accompagnate da sessioni psicoterapeutiche; un secondo gruppo riceverà basse dosi ripetute prima dei primi cicli di chemioterapia; il terzo seguirà invece le cure standard. I ricercatori valuteranno non soltanto l’insorgenza della neuropatia, ma anche fattori come qualità della vita, dolore, sonno, affaticamento, salute psicologica e capacità dei pazienti di proseguire la terapia oncologica prevista.
Quest’ultimo aspetto potrebbe rivelarsi dirimente. Prevenire la neuropatia potrebbe significare consentire a un maggior numero di persone di completare i cicli di chemioterapia alle dosi stabilite, evitando riduzioni o interruzioni determinate dagli effetti collaterali.
Nonostante l’innegabile interesse sorto attorno allo studio condotto dell’MD Anderson Cancer Center, appare ancora difficile prevederne sviluppi ed esiti.
Se i risultati preclinici dovessero trovare conferma, l’interesse sarebbe rilevante anche oltre il campo degli psichedelici: significherebbe individuare un nuovo meccanismo attraverso cui proteggere i nervi dagli effetti tossici di alcuni farmaci oncologici. Per ora, però, questa rimane un’ipotesi da verificare. Il dato più concreto è che una sostanza studiata finora soprattutto per i suoi effetti sulla salute mentale è entrata in un ambito di ricerca diverso, quello della neuroprotezione, aprendo una linea di indagine che nei prossimi anni potrà essere valutata direttamente sui pazienti.
“Sudavo di notte e avevo prurito, pensavo fosse stanchezza ma era un tumore. Sono ingrassato 20 chili ma ho continuato ad allenarmi, lo sport può curare il corpo”: la storia di Ludovico Riccioli
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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37.8/100
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Criteri Critici
Quel fastidioso prurito alla pelle e sudorazioni notturne così abbondanti da bagnare le lenzuola pensava fossero attribuibili a un periodo di stanchezza. Ludovico Riccioli, 29enne fisioterapista e chinesiologo bolognese, non avrebbe mai immaginato di avere un…
Quel fastidioso prurito alla pelle e sudorazioni notturne così abbondanti da bagnare le lenzuola pensava fossero attribuibili a un periodo di stanchezza. Ludovico Riccioli, 29enne fisioterapista e chinesiologo bolognese, non avrebbe mai immaginato di avere un tumore. Proprio lui, abituato da sempre a fare attività fisica e prendersi cura della riabilitazione altrui, si è invece trovato dall’altra parte, nelle vesti di paziente.
Come Ludovico Riccioli ha scoperto di avere un tumore
La scoperta avviene durante una giornata di lavoro al Bologna Calcio, quando facendosi misurare la pressione legge quel valore che mette lui e chi gli sta intorno in allarme: 190 di massima. Scattano le indagini del caso che portano a galla una dura verità: nel suo petto c’è una massa di ben dieci centimetri, “un linfoma primitivo del mediastino, una forma non-Hodgkin, che comprime le strutture circostanti e si trova in prossimità del cuore” si legge su “Leggo”, che riporta la sua storia. “Fare attività fisica ti affina i sensi, ti rende infinitamente più ricettivo quando qualcosa dentro si rompe. Qualcosa non andava, lo sentivo”, racconta lui.
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Criteri Critici
Palermo, tumore al polmone: oggi a Villa Niscemi un confronto sui percorsi di cura condivisi tra quattro strutture sanitarie BlogSicilia
Oggi, martedì 29 settembre a Villa Niscemi un talk dedicato alla Consensus tra quattro strutture sanitarie palermitane per la presa in carico dei pazienti con tumore del polmone.
Una rete tra quattro strutture sanitarie palermitane per condividere competenze e percorsi nella presa in carico dei pazienti con tumore del polmone.
È l’esperienza della “Consensus di area metropolitana di Palermo”, al centro del talk “Insieme per il paziente: a Palermo percorsi ottimizzati per la cura del tumore al polmone”, in programma oggi, alle ore 17.30, a Villa Niscemi, a Palermo.
Protagoniste della Consensus sono A.O.U. Policlinico “Paolo Giaccone”, ARNAS Ospedali Civico Di Cristina Benfratelli, Casa di Cura La Maddalena e A.O. Ospedali Riuniti Villa Sofia Cervello, impegnate in un percorso condiviso che mette in rete professionalità e competenze delle diverse strutture, puntando sulla multidisciplinarietà e sull’uniformità del percorso di cura, per garantire tempestività diagnostica, equità di accesso, appropriatezza e personalizzazione delle cure e continuità assistenziale.
Il talk di Villa Niscemi sarà l’occasione per dare risalto a questa esperienza di collaborazione già in essere, raccontarne il valore e aprire un confronto sulle prospettive della rete e sulle sfide legate alla cura del tumore del polmone.
Al confronto prenderanno parte clinici e pazienti, per affiancare alla prospettiva degli specialisti anche l’esperienza di chi vive direttamente il percorso di cura.
L’evento è stato organizzato da Ad Astra Srl con il contributo non condizionante di Roche.
Luogo: VILLA NISCEMI, , Piazza dei Quartieri, 2, 90146 Palermo PA, 2, PALERMO, PALERMO, SICILIA
Questo contenuto è stato disposto da un utente della community di BlogSicilia, collaboratore, ufficio stampa, giornalista, editor o lettore del nostro giornale. Il responsabile della pubblicazione è esclusivamente il suo autore. Se hai richieste di approfondimento o di rettifica ed ogni altra osservazione su questo contenuto non esitare a contattare la redazione o il nostro community manager.
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
56.3/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Colesterolo, meno risultati dalla terapia al femminile La Provincia di Cremona
CREMONA - Le donne non solo ricevono trattamenti meno mirati rispetto agli uomini, ma, pur mostrando una maggiore aderenza alle terapie, raggiungono meno frequentemente gli obiettivi di colesterolo LDL indicati dalle linee guida.
«Un paradosso che deve far riflettere, a fronte del dato che i decessi per patologie cardiovascolari risultano maggiori nelle donne, rappresentando il 45% delle cause di morte nella popolazione femminile – sottolinea Perrone Filardi, coordinatore del registro AT-TARGET-IT, past president della Società Italiana di Cardiologia e direttore del Dipartimento di Scienze biomediche avanzate della Federico II di Napoli –. Tuttavia, non esiste una differenza di genere nelle raccomandazioni sugli approcci terapeutici per raggiungere gli obiettivi LDL ottimali. Un divario che invece esiste, eccome, nella vita reale, come dimostrano i risultati del nostro registro, che hanno messo in luce una significativa disparità di genere nella risposta al trattamento con anticorpi monoclonali anti-PCSK9».
LO STUDIO
Lo studio, condotto in oltre 30 centri italiani, ha coinvolto 2.613 pazienti trattati con anticorpi monoclonali anti-PCSK9, di cui 806 (30,8%) donne. L’analisi ha evidenziato che le pazienti partono da una condizione clinica più svantaggiata, con un’età media più elevata e livelli basali di LDL-C più alti rispetto agli uomini (156,2 mg/dL contro 136,9 mg/dL).
Tra le donne è stata inoltre rilevata una maggiore frequenza di intolleranza alle statine e un ricorso meno frequente a una terapia ipolipemizzante orale combinata.
«Nell’analisi le donne hanno mostrato una riduzione percentuale del colesterolo LDL costantemente inferiore nel tempo rispetto agli uomini: una differenza di nove punti percentuali a sei mesi dal trattamento e di 5,9 punti dopo tre anni – osserva Perrone Filardi –. Come conseguenza diretta, solo il 51,7% delle pazienti ha raggiunto i target raccomandati dalle linee guida internazionali, contro il 64,6% degli uomini, con una probabilità di successo terapeutico ridotta di un terzo».
Un elemento cruciale emerso dallo studio è che il divario di efficacia non sembra spiegabile con una minore aderenza al trattamento. Al contrario, l’aderenza è risultata più frequente ed elevata tra le donne.
«La minore efficacia della terapia sembra dunque legata a fattori biologici o clinici ancora da indagare. Resta comunque necessaria una maggiore attenzione al profilo di rischio cardiovascolare femminile», aggiunge Gianfranco Sinagra, presidente della Società Italiana di Cardiologia (SIC).
«Le attuali strategie terapeutiche anti-PCSK9, sviluppate in studi a prevalenza maschile, dovrebbero adottare un approccio più personalizzato per le donne, dalla scelta delle molecole al monitoraggio più frequente dei target lipidici», conclude Perrone Filardi.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
42.6/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Ottobre Rosa al via con “Salviamoci la pelle!”, serata dedicata a prevenzione e ricerca L'Eco Vicentino
La prevenzione parte da un gesto semplice: conoscere la propria pelle, monitorarne i cambiamenti e sapere quando rivolgersi a uno specialista. Per approfondire questi temi, Lilt – Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, Associazione Provinciale di Vicenza, organizza, in collaborazione e con il patrocinio del Comune di Thiene e di Confcommercio Mandamento di Thiene, l’incontro pubblico “Salviamoci la pelle!”, in programma giovedì 1° ottobre alle ore 20 presso la Sala Borsa, in via Montello 33.
Una serata interamente dedicata alla prevenzione, alla diagnosi precoce, alla ricerca scientifica e alla qualità della vita nel percorso del melanoma, che costituisce anche il primo degli appuntamenti previsti nell’ambito delle iniziative dell’Ottobre Rosa, promosse dall’assessorato alle Pari Opportunità.
Dichiara l’assessora Anna Maria Savio: “Abbiamo scelto di aprire l’Ottobre Rosa con un incontro dedicato al melanoma perché la cultura della prevenzione riguarda tutte e tutti. Conoscere la propria pelle e prestare attenzione ai suoi cambiamenti sono gesti semplici, che possono aiutarci a capire quando rivolgerci a uno specialista. Questa serata ci invita anche a guardare alla persona nella sua interezza, dando spazio al benessere psicologico durante e dopo le cure. Ringrazio Lilt Vicenza, i professionisti che interverranno e Confcommercio per aver contribuito a offrire alla cittadinanza un’occasione di informazione e confronto”.
Oggi la medicina e la ricerca offrono percorsi di cura in costante evoluzione. L’evento nasce proprio per offrire ai cittadini strumenti concreti di consapevolezza, affrontando il tema della salute della pelle attraverso tre sguardi specialistici e complementari, la prevenzione e la cura, gli stili di vita e il benessere psicologico. Santo Paolo Del Fiore guiderà il pubblico nell’autocontrollo della pelle, spiegando cosa succede quando si passa dalla prevenzione alla diagnosi e quali sono i moderni percorsi terapeutici. Il biologo Marco Boschetti approfondirà le sane abitudini quotidiane, concentrandosi sull’impatto della cosmesi e della nutrizione nella protezione della cute. Lo psicologo Sebastiano Zanetti sposterà l’attenzione dalla pelle alla persona, affrontando il tema della percezione di sé e della qualità della vita durante e dopo le cure.
“‘Salvarsi la pelle‘ non significa vivere con la paura della malattia”, spiegano gli organizzatori della Lilt Vicenza. “Significa al contrario conoscerci meglio, essere più consapevoli e avere gli strumenti giusti per prenderci cura della nostra salute, sapendo che oggi la ricerca e la medicina possono accompagnare i pazienti con efficacia”. A fine serata ci sarà un’utile sorpresa per i partecipanti. L’incontro è aperto alla cittadinanza con ingresso gratuito.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
77.8/100
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Criteri Critici
Mieloma multiplo, una nuova terapia CAR-T mostra risposte profonde e durature nei pazienti già trattati salute33
Una nuova generazione di terapia cellulare CAR-T potrebbe aprire una prospettiva interessante per le persone con mieloma multiplo recidivato o refrattario, una delle forme più difficili da trattare tra le neoplasie ematologiche.
Uno studio di fase 1 pubblicato il 23 settembre 2026 sul New England Journal of Medicine ha valutato anitocabtagene autoleucel, abbreviato anito-cel, una terapia CAR-T autologa diretta contro il BCMA, una proteina presente sulla superficie delle plasmacellule e particolarmente rilevante nel mieloma multiplo.
La ricerca ha seguito pazienti con malattia fortemente pretrattata, molti dei quali avevano già sviluppato resistenza a diverse classi di farmaci. Dopo un follow-up mediano di 38,1 mesi, tutti i 38 pazienti trattati avevano ottenuto una risposta alla terapia e il 79% aveva raggiunto una risposta completa. A 24 mesi, la sopravvivenza libera da progressione era del 57%. Questi risultati devono tuttavia essere interpretati nel contesto di uno studio di fase 1, con un numero limitato di partecipanti e senza gruppo di controllo.
Che cos’è il mieloma multiplo
Il mieloma multiplo è un tumore delle plasmacellule, cellule del sistema immunitario derivate dai linfociti B e normalmente deputate alla produzione di anticorpi.
Nel mieloma, una popolazione anomala di plasmacellule si moltiplica nel midollo osseo e produce quantità anomale di una proteina monoclonale. La proliferazione delle cellule tumorali può interferire con la normale produzione delle cellule del sangue e provocare diverse complicanze.
Tra le manifestazioni più importanti possono comparire anemia, infezioni ricorrenti, alterazioni della funzione renale e danno osseo. Le lesioni ossee possono inoltre favorire dolore e fratture.
Negli ultimi anni la terapia del mieloma multiplo è profondamente cambiata grazie all’introduzione di numerosi farmaci mirati. Nonostante questi progressi, una parte dei pazienti sviluppa una malattia resistente ai trattamenti disponibili.
Quando il mieloma diventa refrattario
Il termine malattia refrattaria indica una situazione nella quale il tumore non risponde adeguatamente a una determinata terapia oppure progredisce nonostante il trattamento.
Nel nuovo studio la popolazione era particolarmente difficile da trattare. Tutti i pazienti avevano una malattia refrattaria alle tre principali classi terapeutiche precedentemente utilizzate, mentre il 68% presentava una malattia refrattaria a cinque o più farmaci.
Si trattava quindi di persone che avevano già ricevuto numerose linee terapeutiche e per le quali erano disponibili meno alternative efficaci.
È proprio in questo contesto che la terapia CAR-T assume particolare interesse.
Come funziona una terapia CAR-T
Le CAR-T sono cellule del sistema immunitario, in particolare linfociti T, che vengono prelevate dal paziente e successivamente modificate in laboratorio.
Attraverso l’ingegneria genetica viene inserito nelle cellule un recettore artificiale chiamato CAR, acronimo di chimeric antigen receptor.
Questo recettore permette ai linfociti T modificati di riconoscere una determinata struttura presente sulle cellule tumorali.
Dopo la modifica e la moltiplicazione in laboratorio, le cellule vengono reinfuse nel paziente. Una volta nell’organismo, le CAR-T possono riconoscere le cellule che presentano il bersaglio molecolare e contribuire alla loro eliminazione.
Il principio è quindi differente da quello di un farmaco tradizionale: invece di somministrare soltanto una sostanza che agisce sulle cellule tumorali, si utilizza il sistema immunitario del paziente come componente attiva del trattamento.
Perché il bersaglio è il BCMA
Anito-cel è progettato per riconoscere il B-cell maturation antigen, conosciuto con l’acronimo BCMA.
Il BCMA è una proteina presente soprattutto sulle plasmacellule mature e sulle plasmacellule neoplastiche del mieloma multiplo. Questa caratteristica lo rende un bersaglio particolarmente interessante per l’immunoterapia.
Le CAR-T dirette contro BCMA possono quindi essere progettate per riconoscere le cellule del mieloma e attivare contro di esse la risposta citotossica dei linfociti T modificati.
Il principio non è completamente nuovo: esistono già terapie CAR-T dirette contro BCMA. La ricerca su anito-cel si concentra però su una particolare caratteristica del recettore utilizzato per riconoscere il BCMA.
Che cosa rende particolare anito-cel
Anito-cel utilizza un piccolo componente artificiale denominato d-domain binder, indicato nello studio come ddBCMA.
Questo elemento ha il compito di riconoscere il BCMA presente sulla cellula bersaglio. Secondo i dati sperimentali presentati dagli autori, il binder di anito-cel presenta caratteristiche di interazione con il BCMA differenti rispetto ad altri sistemi di riconoscimento utilizzati nelle CAR-T.
In particolare, il ddBCMA presenta un rapido distacco dal bersaglio, definito in farmacologia come fast off-rate.
Il concetto è importante perché l’intensità e la durata dell’interazione tra il recettore CAR e l’antigene possono influenzare il comportamento dei linfociti T.
L’ipotesi degli autori è che una dinamica di legame più rapida possa consentire alle cellule CAR-T di mantenere una potente attività contro le cellule tumorali limitando contemporaneamente alcuni segnali infiammatori eccessivi.
Il disegno dello studio
La ricerca è stata condotta come studio di fase 1.
Sono stati arruolati 40 pazienti con mieloma multiplo recidivato o refrattario. Tutti avevano ricevuto almeno tre precedenti linee di trattamento oppure presentavano una malattia refrattaria alle tre principali classi terapeutiche considerate nello studio.
Di questi 40 pazienti, 38 hanno effettivamente ricevuto anito-cel.
Lo studio ha valutato due livelli di dose. La dose successivamente selezionata per lo sviluppo clinico è stata di 100 milioni di cellule CAR-T.
L’obiettivo principale della fase 1 era valutare la sicurezza del trattamento e individuare la dose raccomandata per gli studi successivi.
Una risposta osservata in tutti i pazienti trattati
Il risultato più evidente riguarda la risposta tumorale.
Tra i 38 pazienti valutabili, tutti hanno ottenuto una risposta al trattamento.
Il 79% ha raggiunto una risposta completa, mentre il 92% ha ottenuto almeno una risposta parziale molto buona.
La durata mediana della risposta è stata di 29,1 mesi.
Si tratta di un dato particolarmente interessante considerando le caratteristiche della popolazione studiata, ma deve essere interpretato con prudenza perché lo studio comprendeva soltanto 38 pazienti trattati e non prevedeva un gruppo di controllo.
La sopravvivenza libera da progressione
Un altro parametro importante è la sopravvivenza libera da progressione, cioè il periodo durante il quale la malattia non mostra una progressione documentata.
Nel nuovo studio la mediana della sopravvivenza libera da progressione è stata di 30,2 mesi.
A 24 mesi, il 57% dei pazienti risultava ancora libero da progressione.
Il follow-up ha inoltre permesso di osservare i pazienti per un periodo sufficientemente lungo da fornire informazioni sulla durata delle risposte, che rappresenta uno degli aspetti più importanti quando si valuta una terapia cellulare destinata a persone con malattia fortemente pretrattata.
Un dato significativo sulla sopravvivenza globale
La sopravvivenza globale mediana non era ancora stata raggiunta al momento dell’analisi.
A 36 mesi, la sopravvivenza globale stimata era del 65%.
Questo dato non significa che il 65% dei pazienti sia necessariamente guarito. La sopravvivenza globale misura infatti la percentuale di persone ancora vive a un determinato momento indipendentemente dal fatto che la malattia sia completamente scomparsa o meno.
Per stabilire quanto a lungo possano persistere i benefici e quali pazienti possano ottenere remissioni estremamente prolungate saranno necessari periodi di osservazione ancora più lunghi.
Gli effetti collaterali delle CAR-T
Le CAR-T sono terapie potenti e possono provocare effetti indesiderati importanti.
Uno dei principali è la sindrome da rilascio di citochine, conosciuta come CRS.
Quando le cellule CAR-T vengono attivate contro il tumore, possono liberare numerose molecole infiammatorie. Questa risposta può provocare febbre, ipotensione, alterazioni della frequenza cardiaca e, nei casi più gravi, insufficienza d’organo.
Nel gruppo trattato con la dose raccomandata, il 94% dei pazienti ha sviluppato una CRS di grado 1 o 2. Non sono stati osservati casi di CRS di grado 3 o superiore a quella dose.
Si tratta di un dato che gli autori considerano rilevante nel profilo di sicurezza della terapia.
La neurotossicità associata alle CAR-T
Un altro effetto indesiderato delle terapie CAR-T è la ICANS, acronimo di immune effector cell-associated neurotoxicity syndrome.
Può manifestarsi con confusione, difficoltà nel linguaggio, alterazioni dello stato di coscienza e altri sintomi neurologici.
Nel complesso dello studio, ICANS è stata osservata nel 18% dei pazienti. La maggior parte dei casi era di grado 1 o 2, mentre un paziente ha sviluppato un evento di grado 3.
Nel gruppo trattato con la dose raccomandata, il 16% ha presentato ICANS di grado 1 o 2 e il 3% un evento di grado 3.
Gli autori non hanno osservato effetti neurotossici non correlati a ICANS né manifestazioni neurologiche tardive del tipo di quelle descritte con alcune altre terapie CAR-T.
Gli eventi avversi più frequenti
Come previsto per questo tipo di trattamento, gli eventi avversi ematologici sono stati molto frequenti.
La neutropenia è stata osservata nell’87% dei pazienti, la trombocitopenia nel 68% e l’anemia nel 63%.
Queste alterazioni sono importanti perché le CAR-T richiedono una preparazione del paziente e una fase terapeutica nella quale il sistema ematopoietico può essere temporaneamente compromesso.
Le infezioni di grado 3 o superiore hanno interessato il 16% dei pazienti. Non sono state registrate infezioni di grado 5.
Durante il periodo di trattamento sono inoltre comparsi altri effetti come stanchezza, alterazioni degli elettroliti e riduzione delle immunoglobuline.
Perché è importante il profilo immunologico
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda il comportamento biologico delle cellule CAR-T.
Dopo l’infusione, le cellule modificate si sono espanse nell’organismo e hanno mostrato un’attivazione associata alla presenza del bersaglio tumorale.
Parallelamente, i livelli di alcune citochine infiammatorie sono aumentati rapidamente dopo l’infusione e sono successivamente tornati verso i valori precedenti al trattamento.
Secondo gli autori, questo andamento è compatibile con un’attivazione delle CAR-T prevalentemente guidata dalla presenza dell’antigene.
Gli esperimenti di laboratorio hanno inoltre mostrato che le cellule con il binder ddBCMA mantenevano una potente attività citotossica, ma producevano meno rilascio di citochine rispetto al sistema di confronto utilizzato negli esperimenti.
Un possibile vantaggio della progettazione del recettore
La ricerca non riguarda quindi soltanto il risultato clinico della terapia, ma anche la progettazione del recettore CAR.
Il principio è particolarmente interessante perché la struttura del recettore potrebbe influenzare il modo in cui le cellule immunitarie interagiscono con il tumore.
Un recettore che rimane legato troppo a lungo al bersaglio potrebbe generare segnali eccessivi e contribuire a un’attivazione infiammatoria più intensa. Un’interazione sufficientemente rapida potrebbe invece permettere alla cellula T di staccarsi e riconoscere successivamente altre cellule tumorali.
Si tratta di un’ipotesi biologica sostenuta dai dati preclinici dello studio, ma non significa che la struttura del binder sia da sola responsabile di tutti gli effetti osservati nei pazienti.
Il problema della piccola dimensione dello studio
Nonostante i risultati siano interessanti, esistono importanti limitazioni.
La prima riguarda il numero di partecipanti: soltanto 38 pazienti hanno ricevuto la terapia.
Inoltre, tutti i pazienti appartenevano a un’unica coorte di trattamento e non esisteva un gruppo di controllo randomizzato con cui confrontare direttamente i risultati.
Questo significa che non è possibile stabilire, sulla base di questo studio, quanto anito-cel sia superiore o inferiore ad altre terapie CAR-T o ad altri trattamenti disponibili.
Gli stessi autori sottolineano che i confronti con altre CAR-T devono essere interpretati con cautela perché provengono da studi differenti, con popolazioni e disegni diversi.
Dalla fase 1 alla fase 3
La ricerca rappresenta una fase iniziale dello sviluppo clinico di anito-cel.
Il trattamento è infatti oggetto di ulteriori studi, compresi studi di fase 2 e fase 3 destinati a valutare la terapia in popolazioni più ampie e a raccogliere dati comparativi più solidi.
Questo passaggio è fondamentale.
Una terapia può mostrare risultati molto interessanti in uno studio iniziale e successivamente presentare risultati differenti quando viene somministrata a centinaia di pazienti con caratteristiche più eterogenee.
Gli studi successivi dovranno quindi confermare l’efficacia, definire meglio la sicurezza e stabilire quale sia il ruolo di anito-cel all’interno delle diverse sequenze terapeutiche del mieloma multiplo.
Una nuova direzione per l’immunoterapia del mieloma
La ricerca pubblicata sul New England Journal of Medicine mostra quanto rapidamente stia evolvendo la terapia cellulare del mieloma multiplo.
La possibilità di modificare geneticamente i linfociti T per riconoscere il BCMA ha già trasformato il trattamento di alcuni pazienti con malattia recidivata o refrattaria. Il nuovo studio si concentra su un ulteriore livello di progettazione: modificare non soltanto il bersaglio della CAR-T, ma anche le caratteristiche molecolari del recettore utilizzato per riconoscerlo.
Nei 38 pazienti trattati, tutti hanno ottenuto una risposta e il 79% una risposta completa, con una sopravvivenza libera da progressione mediana di 30,2 mesi e una sopravvivenza globale a 36 mesi del 65%.
Questi numeri non possono essere interpretati come una prova definitiva dell’efficacia della terapia, perché provengono da uno studio di fase 1, non randomizzato e con un campione ridotto. Rappresentano però dati clinici che giustificano la prosecuzione dello sviluppo di questa strategia.
Il futuro della terapia del mieloma potrebbe quindi dipendere non soltanto dalla scoperta di nuovi farmaci, ma anche dalla capacità di progettare cellule immunitarie sempre più precise, controllabili e durature.
La sfida successiva sarà verificare se i risultati osservati in questa prima esperienza possano essere confermati in studi più grandi e comparativi e, soprattutto, quali pazienti possano ottenere i benefici più duraturi dalla terapia.
Fonte;
Frigault MJ, Dhakal B, Jakubowiak AJ, et al. Phase 1 Study of Anito-cel, a d-Domain BCMA CAR T Cell for Refractory or Recurrent Myeloma. New England Journal of Medicine. 2026;395:1180-1192. Pubblicato online il 23 settembre 2026.
Disclaimer: Le informazioni riportate hanno esclusivamente finalità divulgative e non sostituiscono il parere del medico o dello specialista.
Al via il nuovo progetto clinico per ridurre il rischio di recidiva e migliorare le prospettive di guarigione a lungo termine nelle pazienti con tumore della mammella HR+/HER2− in stadio precoce - tecnomedicina.it
📰 tecnomedicina.it📅 2026-09-29T08:19:52
nuovo trattamento cancro
Al via il nuovo progetto clinico per ridurre il rischio di recidiva e migliorare le prospettive di guarigione a lungo termine nelle pazienti con tumore della mammella HR+/HER2− in stadio precoce tecnomedicina.it
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Cecità ereditaria: una terapia genica ha riparato più del previsto Futuro Prossimo
FP sul Fatto Quotidiano
Alberto Robiati e Gianluca Riccio guidano i lettori tra gli scenari del futuro: le opportunità, i rischi e le possibilità che abbiamo di realizzare il domani possibile.