📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
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Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Ipertermia oncologica, la Puglia punta a portare le cure in tutte le province Buonasera24
Affrontare un tumore senza dover aggiungere alla malattia il peso di trasferte continue, chilometri da percorrere e giornate trascorse lontano da casa. È da questa esigenza che parte la decisione del Consiglio regionale della Puglia di chiedere una rete territoriale per l’ipertermia oncologica, con almeno un centro pubblico in ciascuna delle Asl di Bari, Bat, Brindisi, Foggia, Lecce e Taranto.
L’assemblea regionale ha approvato all’unanimità, con 35 voti favorevoli, un testo nato dall’unificazione di 3 mozioni presentate da Fratelli d’Italia, Forza Italia e Partito Democratico. L’obiettivo è duplice: intervenire subito sull’organizzazione pugliese e, contemporaneamente, portare a livello nazionale la richiesta di inserire l’ipertermia oncologica nei Livelli Essenziali di Assistenza per la specialistica ambulatoriale.
Oggi, nel sistema pubblico pugliese, il trattamento è disponibile presso l’Istituto Tumori “Giovanni Paolo II” di Bari. La conseguenza è che per molti pazienti residenti nelle altre province il percorso terapeutico può comportare spostamenti frequenti verso il capoluogo regionale, con un carico ulteriore durante una fase della vita già segnata da visite, terapie e controlli.
La mozione chiede per questo alla Giunta di individuare almeno una struttura idonea in ogni Asl, dotarla delle apparecchiature necessarie e assicurare la formazione del personale medico e sanitario. La prospettiva è costruire progressivamente una rete diffusa, capace di rendere il trattamento più vicino al luogo nel quale vive il paziente.
Nel frattempo vengono indicate anche alcune misure da adottare prima che i nuovi centri diventino operativi. Tra queste figura la modifica dell’attuale Pac regionale, il pacchetto di day service attraverso il quale viene erogata l’ipertermia oncologica locoregionale esterna.
Il punto riguarda in particolare i pazienti provenienti da fuori Bari. La richiesta è consentire loro di effettuare l’ipertermia presso l’Istituto Tumori senza essere obbligati a trasferire nella stessa struttura anche radioterapia e chemioterapia. Ridurre gli spostamenti significa infatti intervenire non soltanto sull’accessibilità della cura, ma anche sulla qualità della vita durante il trattamento.
Il provvedimento affronta anche il problema economico. Viene chiesto di garantire l’ipertermia in regime di esenzione dal ticket per i pazienti che ne hanno diritto e di prevedere, nella fase transitoria, un rimborso delle spese di trasporto per le persone con basso reddito o non autosufficienti costrette a raggiungere un centro lontano dalla propria residenza.
Dietro questa scelta c’è anche la storia di Antonella Ciccarese, che aveva raccontato pubblicamente le difficoltà incontrate nel raggiungere Bari dal Salento per sottoporsi alle cure. La sua esperienza è stata richiamata durante il confronto politico che ha portato all’approvazione della mozione.
«Quando una persona affronta un tumore sta già combattendo contro la malattia, la paura, il dolore e la stanchezza. Non possiamo chiederle di combattere anche contro la distanza», ha dichiarato il capogruppo del Pd Stefano Minerva, sottolineando la necessità di trasformare le esperienze dei pazienti in interventi organizzativi.
Sul carattere trasversale dell’iniziativa si sono soffermati anche gli altri gruppi promotori. Il presidente del gruppo di Forza Italia Paride Mazzotta ha evidenziato come l’obiettivo sia quello di avviare rapidamente una rete regionale di centri, mentre dal gruppo di Fratelli d’Italia è stata ribadita la richiesta di superare un sistema nel quale il trattamento pubblico è concentrato a Bari.
Ma una parte decisiva della partita si gioca fuori dai confini regionali. L’ipertermia oncologica, infatti, non è attualmente inserita nei Lea come prestazione specialistica ambulatoriale, mentre viene richiamata una diversa disciplina nell’ambito del ricovero ospedaliero. Per questo il Consiglio chiede alla Giunta di intervenire presso Conferenza Stato-Regioni, Conferenza delle Regioni, Governo e Parlamento affinché venga definita una cornice nazionale.
Nel testo approvato viene inoltre chiesto di sostenere la proposta di legge nazionale relativa alla sperimentazione clinica dell’ipertermia oncologica locoregionale esterna e al suo reinserimento nei Livelli Essenziali di Assistenza. Il tema non riguarda soltanto la Puglia: riconoscere la prestazione nei Lea significherebbe definire condizioni di accesso valide sull’intero territorio nazionale, riducendo le differenze tra una Regione e l’altra.
Accanto all’estensione della rete, la mozione introduce anche un meccanismo di controllo. È prevista la richiesta di istituire un Osservatorio regionale sull’equità di accesso alle terapie oncologiche innovative, chiamato a verificare ogni 6 mesi l’attuazione degli interventi, la distribuzione territoriale dei centri e l’eventuale permanenza di disparità tra le diverse Asl.
L’Osservatorio dovrebbe inoltre riferire annualmente al Consiglio regionale, consentendo di misurare se gli impegni assunti abbiano prodotto risultati concreti e se i pazienti delle diverse province possano realmente accedere alle stesse opportunità terapeutiche.
Il percorso comprende infine formazione e ricerca. La Regione viene impegnata a promuovere aggiornamento continuo del personale sanitario, in raccordo con le Università pugliesi, l’Istituto Tumori di Bari e gli altri principali centri oncologici, oltre a protocolli di ricerca sull’impiego dell’ipertermia in ulteriori tipologie di neoplasie.
La mozione, naturalmente, rappresenta un atto di indirizzo e non coincide ancora con l’apertura dei nuovi centri. Il passaggio successivo sarà quindi verificare tempi, risorse e strutture individuate dalla Giunta per trasformare l’indicazione del Consiglio in una rete effettivamente funzionante.
La sfida è tutta qui: fare in modo che la provincia di residenza non diventi un ostacolo aggiuntivo nel percorso oncologico. Perché avvicinare una terapia al paziente non significa soltanto accorciare una distanza geografica. Significa ridurre viaggi, stanchezza e costi e restituire, per quanto possibile, più tempo da trascorrere nella propria casa e vicino ai propri affetti.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Veronesi avvia trial su 500 pazienti con trastuzumab Notizie.it
In Italia vengono diagnosticati ogni anno più di 53.600 nuovi casi di cancro al seno la forma più comune tra le donne. Una percentuale stimata intorno al 70% rientra nella categoria dei carcinomi HR+/Her2- caratterizzati da una prognosi generalmente favorevole ma comunque soggetti a recidive, anche a distanza di tempo.
Il trial clinico Eurycleia: un progetto ambizioso
La Fondazione Umberto Veronesi ha messo a punto un nuovo studio denominato Eurycleia finalizzato a valutare l’efficacia del trastuzumab deruxtecan in pazienti con tumore mammario HR+/Her2- in stadio precoce. Il disegno sperimentale prevede l’arruolamento di più di 500 donne provenienti da oltre 30 centri di riferimento distribuiti sul territorio nazionale.
Si tratta della prima volta che questo anticorpo-coniugato, finora riservato a forme avanzate della malattia, sarà testato in una popolazione con lesione residua dopo la chemioterapia neoadiuvante.
Obiettivi clinici e criteri di ammissibilità
Le partecipanti saranno donne con diagnosi di carcinoma HR+/Her2- in fase iniziale, che hanno ricevuto una chemioterapia preoperatoria ma presentano ancora cellule tumorali residui al momento dell’intervento chirurgico.
Lo scopo principale è verificare se il trastuzumab deruxtecan sia in grado di ridurre il rischio di recidiva e di migliorare la sopravvivenza libera da malattia a lungo termine, offrendo così una terapia più **personalizzata** rispetto agli standard attuali.
Il ruolo della tecnologia ADC nel nuovo protocollo
Il trastuzumab deruxtecan appartiene alla classe degli Antibody-Drug Conjugates (ADC). Questa tecnologia combina la specificità di un anticorpo, capace di riconoscere le cellule tumorali HER2-negative, con la potenza di un agente chemioterapico altamente tossico, trasportato direttamente al sito maligno. Il meccanismo ricorda un “cavallo di Troia”: l’agente cytotossico è nascosto all’interno dell’anticorpo e rilasciato soltanto una volta legato alle cellule tumorali, limitando gli effetti collaterali sistemici.
Collaborazione internazionale
Il progetto è guidato dal professor Giuseppe Curigliano direttore della Divisione Sviluppo di nuovi farmaci all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, e dal dottor Carmine Valenza ricercatore dell’Università di Harvard. Questa partnership tra Italia e Stati Uniti assicura un rigore metodologico e l’accesso a piattaforme tecnologiche all’avanguardia, accelerando il percorso di sviluppo e la possibile introduzione del farmaco nella pratica clinica.
Impatto atteso e prospettive future
Il presidente della Fondazione, Paolo Veronesi ha sottolineato l’importanza di investire in progetti con alto potenziale di impatto clinico, capaci di tradurre rapidamente le scoperte scientifiche in benefici concreti per le pazienti. La coordinatrice Valentina Gambino ha aggiunto che la piattaforma di ricerca e cura sul tumore al seno rappresenta un modello strategico per la medicina di precisione mirato a sfruttare le caratteristiche molecolari di ogni tumore per personalizzare le terapie.
Se i risultati di Eurycleia confermeranno le ipotesi di efficacia, il trastuzumab deruxtecan potrebbe diventare parte integrante del protocollo standard per le donne con carcinoma HR+/Her2- in stadio precoce, riducendo significativamente le recidive e migliorando la qualità della vita. La sperimentazione, inoltre, dimostra come le collaborazioni tra istituzioni accademiche, centri oncologici e fondazioni private possano accelerare l’innovazione terapeutica a beneficio della popolazione.
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Criteri Critici
Epatocarcinoma: studio d’eccellenza a Torino sulla radioterapia personalizzata con la SIRT Il Corriere di Alba Bra
La personalizzazione dei trattamenti e la valutazione precisa della riserva funzionale dell’organo sono aspetti fondamentali per ottimizzare l’efficacia delle terapie oncologiche complesse.
A confermarlo è uno studio condotto dall’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino e pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale La radiologia medica, focalizzato sull’impiego della SIRT (radioembolizzazione con microsfere d’Ittrio-90) nei pazienti affetti da epatocarcinoma (HCC), il più frequente tumore maligno del fegato.
Un elemento importante di questo percorso è la valutazione della dosimetria, cioè il calcolo personalizzato della dose di radiazioni che il paziente riceverà nel corso del trattamento. In ambito oncologico, la dosimetria permette infatti di stabilire con precisione la quantità di radiazioni necessaria per distruggere il tumore, salvaguardando al massimo i tessuti sani circostanti.
La ricerca è stata guidata da Monica Finessi, Dirigente Medico della Medicina Nucleare dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino, diretta da Silvia Morbelli. Il progetto, che ha coinvolto il Gruppo Interdisciplinare Cure (GIC) per le malattie del fegato, ha analizzato l’impatto dei parametri clinici e dosimetrici sulla sopravvivenza di 82 pazienti sottoposti al trattamento.
Tra i principali risultati, lo studio evidenzia come il punteggio ALBI (Albumin-Bilirubin score) — un indicatore semplice e oggettivo della funzione epatica basato sui livelli di albumina e bilirubina — sia in grado di predire in modo significativo la sopravvivenza globale dei pazienti.
Tale parametro si è dimostrato un importante fattore prognostico, superando i tradizionali sistemi di classificazione e offrendo un valido ausilio nella selezione ottimale dei candidati alla terapia, al di là della semplice stima del rischio di tossicità.
Lo studio ha anche confrontato le diverse metodologie di calcolo della dose impiegate negli ultimi 10 anni all’interno del Presidio Molinette, confermando come la pianificazione personalizzata del trattamento, realizzata in stretta collaborazione con i fisici sanitari, permetta di erogare dosi elevate e mirate al tumore senza però compromettere la funzionalità del fegato sano.
Sulla scia di questi importanti risultati, l’attività di ricerca prosegue: altri due giovani ricercatori del gruppo, Guido Rovera e Serena Grimaldi, stanno attualmente lavorando a un ulteriore progetto basato sull’impiego della radiomica applicata agli esami scintigrafici utilizzati per pianificare la terapia, prima dell’inizio del trattamento.
La radiomica è un ambito avanzato ed emergente della diagnostica per immagini che trasforma le normali immagini radiologiche in dati numerici attraverso algoritmi matematici e di intelligenza artificiale. In questo caso, le analisi sulle immagini avranno l’obiettivo di predire in maniera ancora più accurata l’efficacia del trattamento e favorire la pianificazione di terapie sempre più mirate e personalizzate sul singolo paziente colpito da un tumore.
Questo lavoro testimonia la natura fortemente multidisciplinare dell’intero percorso assistenziale offerto dall’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino ai pazienti affetti da tumori complessi: un approccio integrato che vede storicamente protagonisti i radiologi della SSD Radiologia Interventistica, diretta da Andrea Doriguzzi Breatta, ed in particolare dal dirigente medico Marco Fronda, e la Struttura di Fisica Sanitaria, diretta da Osvaldo Rampado.
I dati ottenuti confermano come l’integrazione tra valutazione clinica, dosimetria personalizzata e approcci multidisciplinari rappresenti la chiave per offrire opzioni terapeutiche sempre più efficaci e sicure per i pazienti oncologici.
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Criteri Critici
Alessandro Di Battista svela la diagnosi del tumore dopo il malore a Cuba: "Ora spero che le cure funzionino" Virgilio
Giornalista pubblicista, esperto di media, scrive di cronaca, politica e attualità. Laureato in comunicazione alla Sapienza, si è affermato come autore e conduttore di TG e programmi giornalistici. Collabora con diverse redazioni online, emittenti televisive e radiofoniche.
Alessandro Di Battista è tornato a parlare dopo i problemi di salute subiti durante la sua permanenza a Cuba. L’ex parlamentare ha rivelato a “DiMartedì” su La7 l’origine del malore che lo ha colpito, chiarendo di aver avuto un edema cerebrale come conseguenza di un tumore. “Mi sento sempre meglio, ho ricevuto un’operazione chirurgica raffinatissima. Asportato quasi tutto, spero che le cure funzionino”.
Alessandro Di Battista e il tumore
Il ricovero a Cuba, l’intervento chirurgico delicatissimo, la scoperta di avere il cancro. Ospite di Giovanni Floris a “DiMartedì”, Alessandro Di Battista ha raccontato per la prima volta in tv le difficoltà affrontate nelle ultime settimane, soffermandosi sulle cure ricevute nell’isola caraibica e sulla scelta di rientrare in Italia con un volo sanitario.
Di Battista ha spiegato di essere partito per Cuba per realizzare alcuni reportage destinati al Fatto Quotidiano e a TV Loft. Durante il soggiorno ha iniziato ad avere problemi di salute e gli accertamenti hanno individuato un tumore che aveva provocato un edema cerebrale.
ANSA
“Mi hanno asportato quasi tutto il tumore e adesso farò le cure, sperando che funzionino” ha rivelato, respingendo inoltre la retorica del “guerriero” che combatte contro la malattia. “Devo fare le cure, devo condurre una vita il più sana possibile, devo avere un atteggiamento positivo, ma questo fa parte del mio carattere da sempre. Quelli che non devono mollare sono i dottori, più che il sottoscritto”.
L’operazione delicata a Cuba e le condizioni dell’ospedale
L’ex parlamentare ha elogiato il neurochirurgo che a suo dire avrebbe eseguito un intervento complesso nonostante la disponibilità limitata di tecnologie e risorse. “Mi hanno fatto a Cuba un’operazione raffinatissima, il neurochirurgo Marlon Ortiz mi ha operato a sangue freddo, mi hanno operato con tecnologie che qui si utilizzavano trent’anni fa, eppure questo neurochirurgo mi ha salvato la vita”.
Di Battista ha raccontato anche di avere ricevuto dal medico un messaggio sulle difficoltà incontrate dall’ospedale, legate soprattutto alla mancanza di energia elettrica e acqua.
La polemica sul volo sanitario
Floris ha ricordato anche la discussione nata durante l’estate sulla possibilità di riportare Di Battista in Italia. L’ex parlamentare ha respinto le polemiche sul presunto utilizzo di un volo di Stato, spiegando di essere rientrato con un volo sanitario coperto dalla propria assicurazione, definendo ingiuste le discussioni nate mentre si trovava in condizioni molto gravi.
“Io stavo, credimi, combattendo tra la vita e la morte” ha affermato. Ha quindi ricordato il comportamento di Giorgia Meloni, che lo avrebbe contattato durante la permanenza a Cuba. Secondo Di Battista, la presidente del Consiglio gli avrebbe espresso solidarietà e invitato a non dare peso alle polemiche sul trasferimento sanitario.
Il giudizio sul governo Meloni
L’ex esponente del Movimento 5 Stelle ha poi espresso una valutazione fortemente critica dell’operato dell’esecutivo. “Un governo lungo non è per forza sinonimo di buon governo” ha affermato, citando temi quali immigrazione, sostegno alla classe media, natalità e sicurezza.
Ha inoltre contestato le politiche sulla sicurezza e ha sostenuto che il governo utilizzi alcuni temi molto visibili per spostare l’attenzione dell’opinione pubblica. Tra gli esempi citati, il dibattito sul burqa nelle scuole.
Il fenomeno Vannacci
Nel corso dell’intervista si è parlato anche di Roberto Vannacci e della sua presenza nel dibattito politico italiano. Di Battista ha sostenuto che l’attenzione mediatica contribuisca alla crescita del personaggio, perché ogni sua dichiarazione viene ripresa e sottoposta al commento degli altri esponenti politici.
“La demonizzazione costante non fa altro che favorirlo” ha ammonito. “È un fenomeno mediatico e non politico, creato anche da grandi giornali”.
Israele, Gaza e la guerra in Medio Oriente
Ampio spazio è stato dedicato anche alla politica internazionale. Floris ha chiesto a Di Battista un commento sulla posizione di Benjamin Netanyahu e sul suo intervento alle Nazioni Unite. L’ex parlamentare ha criticato duramente la politica dell’Unione Europea nei confronti di Israele, confrontandola con le sanzioni adottate contro la Russia: “21 pacchetti di sanzioni alla Russia, zero confronti ad Israele”.
Un altro passaggio dell’intervista ha riguardato il conflitto tra Stati Uniti e Iran. Secondo l’ex parlamentare, gli Usa avrebbero seguito una strategia dettata in larga parte dalle esigenze politiche di Netanyahu, entrando in un conflitto contrario agli interessi americani.
Meloni, Trump e il costo della vita
Parlando del governo italiano e dei rapporti internazionali, Di Battista ha criticato anche la politica estera di Giorgia Meloni e il suo rapporto con Donald Trump. La sua accusa è che il governo avrebbe privilegiato la necessità di mantenere determinati equilibri politici rispetto a ciò che, secondo lui, sarebbe l’interesse economico degli italiani.
“La gente non ce la fa a fare il pieno” ha sintetizzato. D’altra parte, l’alternativa del campo largo sarebbe ancora debole: il punto centrale della sua critica riguarda l’Ucraina, sulla quale il Partito Democratico avrebbe “la stessa posizione di Meloni” e quindi non sarebbe in grado di battere l’attuale formazione.
Di Battista si candiderà alle prossime elezioni?
La domanda finale è stata dedicata al futuro politico di Alessandro Di Battista. Alla domanda diretta di Floris sulla possibilità di una candidatura alle prossime elezioni, l’ex pentastellato non ha escluso definitivamente questa eventualità, ma ha spiegato che oggi la sua priorità è la salute.
Dalle sue parole, si evince il percorso con l’associazione Schierarsi, costruito nell’ottica di accreditarsi in vista dell’appuntamento del 2027. Tuttavia, gli imprevedibili problemi di salute lo hanno costretto a spostare in avanti i programmi. “Ora giustamente devo pensare ad altro. Però quello che dobbiamo fare con questa associazione formata da migliaia di iscritti e migliaia di giovani è continuare a farla crescere non precludendo nessuna strada”.
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Max Parisi: Spero di arrivare a Natale con nuovo farmaco per il tumore V-news.it
Il farmaco daraxonrasib, approvato dalla FDA per il tumore al pancreas, offre nuove speranze a pazienti come Max Parisi, che ha raccontato di aver scelto di provarlo dopo che i medici gli avevano dato solo un mese di vita. Tuttavia, il costo elevato della terapia, circa 40mila dollari al mese, solleva preoccupazioni sull'accessibilità, spingendo le istituzioni a cercare soluzioni per garantire l'accesso ai pazienti.
Max Parisi, il viaggio in Usa per il tumore al pancreas: “Con nuovo farmaco spero di arrivare a Natale”
Farmaco approvato negli Stati Uniti
(Adnkronos) – Il daraxonrasib per il trattamento del tumore del pancreas “è stato approvato dalla Food and Drug Administration (Fda) negli Stati Uniti ed è, quindi, utilizzabile nella pratica clinica americana”. Così ha dichiarato all’Adnkronos Salute l’oncologa Chiara Cremolini, membro del direttivo dell’Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e professoressa di Oncologia all’Università di Pisa.
“Si tratta, tuttavia, di un farmaco a pagamento, il cui costo può essere coperto dalle assicurazioni sanitarie in base alle condizioni della polizza. Il sistema sanitario statunitense è strutturato in modo diverso da quello italiano. Se un cittadino statunitense desidera avere accesso al farmaco, deve sostenerne il costo, direttamente o attraverso la propria assicurazione. Questo vale anche per un paziente italiano: acquistare il farmaco è possibile, ma è importante chiarire che si tratta di una terapia non definitiva”.
La storia di Max Parisi
“Avevo un mese di vita, sono volato in America per provare un nuovo farmaco contro il tumore al pancreas. Ora forse arriverò a Natale”. Queste le parole di Max Parisi, noto conduttore radiofonico, che ha raccontato la sua esperienza con il tumore al pancreas. Il 31 luglio, i medici avevano comunicato a Parisi che non c’erano più opzioni terapeutiche disponibili. Il 26 agosto, negli Stati Uniti, è arrivata l’approvazione del daraxonrasib, un farmaco diretto contro una specifica alterazione molecolare associata al tumore del pancreas. A quel punto Parisi ha scelto di tentare una nuova terapia e ha deciso di raccontare la sua storia.
Costi insostenibili per i pazienti
Sul possibile ricorso all’uso compassionevole del farmaco, Cremolini ha precisato: “L’uso compassionevole in generale è un programma messo in campo da un’azienda farmaceutica, ma in Europa l’azienda in questione non ha ancora attivato alcun programma di uso compassionevole, per cui questa opzione di accesso precoce al momento non esiste”. L’oncologa ha ricordato che, ai primi di settembre, “l’Aiom ha fatto richiesta all’azienda farmaceutica di procedere in tal senso e avviare un dialogo con Aifa”. La questione ha dato origine anche a interrogazioni parlamentari bipartisan. Il nodo principale, però, resta quello del costo.
“Il prezzo attuale, circa 40mila dollari per un mese di terapia, non è sostenibile – ha sottolineato Cremolini -. Parliamo di una terapia che, se efficace, deve essere continuata finché funziona e quindi comporta una spesa di migliaia di dollari ogni mese. Se invece non funziona, il paziente ha comunque sostenuto fino a quel momento (in genere dopo almeno 2 mesi di terapia), una spesa molto elevata”.
Impegno istituzionale per l’accesso al farmaco
Nel settembre 2026, in concomitanza con il secondo anniversario della scomparsa di Paola Marella, il marito ha lanciato un appello pubblico, prendendo spunto dalla storia di Rachele Cavani, una ragazza che aveva scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere aiuto per le cure della madre. “Posso garantire che siamo impegnati al massimo sull’uso compassionevole del nuovo farmaco per il trattamento del tumore del pancreas”, ha dichiarato il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato. Gemmato ha ricordato anche l’impegno del ministero sul tema, citando una recente interrogazione parlamentare alla quale è stata data risposta e sottolineando che “l’obiettivo è rendere il farmaco disponibile il prima possibile per i pazienti che ne hanno bisogno”.
“Io personalmente sto facendo tantissimo per l’uso compassionevole del farmaco per il cancro al pancreas”, ha aggiunto il sottosegretario, ricordando alcuni casi in cui sono stati somministrati farmaci dal valore molto elevato a pazienti, anche bambini.
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Un trattamento efficace contro il cancro non consiste semplicemente nel far scomparire il tumore. Vietnam.vn
Dott.ssa Bui Le Phuoc Thu Thao, MD, Specialista II - Responsabile del Centro di Trattamento Oncologico Hope, Ospedale FV Il tumore scompare, ma che ne sarà della qualità di vita del paziente?
Se ci si concentra solo sul tumore, il trattamento del cancro potrebbe semplicemente consistere nel trovare un modo per rimuoverlo. Ma la dottoressa Thu Thảo sostiene che la sfida più difficile sia come controllare il cancro preservando al contempo le funzioni vitali del paziente. Una volta, una paziente affetta da cancro alla laringe le presentò un dilemma simile. La paziente rischiava una laringectomia totale, con conseguente perdita permanente della voce. Tuttavia, la dottoressa Thu Thảo comprese che esistevano altre opzioni terapeutiche di pari efficacia, senza compromettere questa funzione. Un ciclo di chemioterapia e radioterapia permise di controllare la malattia preservando la laringe e la capacità di comunicare. Dopo il trattamento, la paziente ha mantenuto una vita stabile per lungo tempo.
"Il prezzo da pagare per guarire dal cancro non dovrebbe essere una vita con disabilità deplorevoli. Il cancro minaccia direttamente la qualità della vita di un paziente, dalla sua capacità di comunicare e mangiare al suo aspetto", ha affermato. Il dottor Thao consiglia i pazienti sui metodi di trattamento. FOTO: OSPEDALE FV Dare priorità al trattamento conservativo per i pazienti.
Durante gli anni scolastici, la dottoressa Thu Thảo eccelleva in matematica e fisica. Inizialmente si era dedicata alla medicina per volere della famiglia. Tuttavia, l'esame di ammissione alla specializzazione in oncologia le aprì una strada diversa. Quell'anno, fu l'unica donna a essere ammessa e scelse di specializzarsi in radioterapia, un campo che richiede grande precisione, oltre a un certo livello di ragionamento matematico e fisico. Per quasi un decennio, presso il reparto di radioterapia per i tumori della testa e del collo dell'Ospedale Oncologico di Ho Chi Minh City, la dottoressa Thu Thao ha affrontato numerosi casi gravi, con un numero significativo di pazienti giunti in ospedale quando il tumore era già in fase avanzata. Ci sono stati giorni in cui lei e gli ingegneri di fisica medica lavoravano fino alle 21:00 per sviluppare piani di radioterapia personalizzati per ciascun paziente.
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La sfida consiste sempre nel somministrare una dose sufficiente di radiazioni al tumore per controllarne la progressione, riducendo al minimo i danni ai tessuti sani circostanti, come il midollo spinale, il nervo ottico o le ghiandole salivari. Ogni tumore, ogni costituzione individuale e ogni paziente richiedono un approccio diverso. Il fatto che pazienti che un tempo si riteneva avessero poche alternative terapeutiche siano stati in grado di mangiare, parlare e vivere normalmente per molti anni dopo la chemioterapia e la radioterapia ha ulteriormente rafforzato la convinzione del dottor Thao sul valore del trattamento conservativo. È anche in questa direzione che vede delle analogie con l'approccio che l'Hope Cancer Treatment Center persegue da molti anni. Il dottor Thao privilegia sempre il trattamento conservativo per i pazienti.
FOTO: OSPEDALE FV Esaminare il caso di un paziente con "due occhi"
Dopo anni dedicati alla cura dei tumori della testa e del collo, la dottoressa Thu Thao ha ampliato le sue competenze includendo un approccio olistico al trattamento del cancro. Ha partecipato a programmi di formazione e borse di studio internazionali in Corea del Sud, Singapore e presso la Società Europea di Radioterapia (ESTRO). Un'altra tappa fondamentale del suo percorso professionale è stata quella di diventare una delle prime dottoresse in Vietnam a ricevere una formazione in cure palliative. Questi due ambiti apparentemente diversi – la terapia intensiva e le cure palliative – si completano a vicenda: uno controlla il cancro, l'altro gestisce i sintomi, riduce il dolore e preserva la qualità della vita del paziente. La dottoressa Thao definisce questo un approccio "a doppio senso". Non vuole aspettare le fasi finali per prendere in considerazione le cure palliative. Per molti pazienti, la gestione dei sintomi, l'alimentazione, il supporto psicologico e il sollievo dal dolore dovrebbero essere affrontati durante tutto il percorso di cura del cancro. "La cura del cancro non significa sempre puntare all'aggressività massima. L'importante è scegliere il trattamento più adatto a ciascun paziente, in ogni fase della malattia, tenendo conto di molti fattori che prima venivano trascurati, come la funzionalità, la qualità della vita e i desideri del paziente e della sua famiglia", ha sottolineato. Diffondere il valore del trattamento di standard internazionale presso FV Entrata a far parte dell'FV Hospital e assumendo ufficialmente la carica di Direttore dell'Hope Cancer Treatment Center a partire dal 1° ottobre 2026, la Dott.ssa Thu Thao applica direttamente tecniche di radioterapia avanzate (IMRT, VMAT, SRS/SBRT, DIBH) per il trattamento di tumori complessi come quelli della testa e del collo, del seno, del polmone, le metastasi cerebrali, ecc. In particolare, la Dott.ssa Thao continua a sviluppare la radioterapia stereotassica, uno dei punti di forza dell'FV Hospital. Si tratta di una soluzione "non chirurgica" altamente sicura, che ottimizza la distruzione del tumore e massimizza la preservazione dei tessuti sani circostanti. La dottoressa Thu Thảo ha inoltre sviluppato direttamente protocolli di trattamento che combinano chemioradioterapia simultanea, terapia endocrina e terapia mirata; e ha ideato nuove tecniche avanzate come la radiochirurgia CyberKnife e la brachiterapia.
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Pazienti trattati con brachiterapia. FOTO: OSPEDALE FV Integra la sua esperienza nelle cure palliative e nella gestione del dolore nel trattamento. Allo stesso tempo, aspira a sviluppare il campo dell'oncologia pediatrica, dove ogni decisione deve concentrarsi non solo sul controllo della malattia, ma anche considerare lo sviluppo fisico a lungo termine del bambino, le sue funzioni e la sua qualità di vita.
"Assumere questa nuova responsabilità comporta una notevole pressione, ma è una sfida positiva. FV mi offre un ambiente operativo standardizzato in cui posso concentrarmi appieno sulla mia competenza e sulla sicurezza dei pazienti", ha affermato la Dott.ssa Thu Thảo. Fissa un appuntamento con la Dott.ssa Bui Le Phuoc Thu Thao - Responsabile del Centro di Trattamento Oncologico Hope presso il Centro di Trattamento Oncologico Hope, Ospedale FV (06 Nguyen Luong Bang, Quartiere Tan My (ex Distretto 7), Ho Chi Minh City). Tel: (028) 35 11 33 33. FV applica una politica che combina i vantaggi dell'assicurazione sanitaria, dell'assicurazione privata, dell'iscrizione prioritaria a FV (equivalente all'assicurazione FV, se disponibile) e dei pagamenti rateali a tasso zero per le spese ospedaliere.
Fonte: https://thanhnien.vn/mot-ca-dieu-tri-ung-thu-thanh-cong-khong-chi-la-lam-khoi-u-bien-mat-185260929195413966.htm
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Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Max Parisi, il viaggio in Usa per il tumore al pancreas: “Con nuovo farmaco spero di arrivare a Natale” S&H Magazine
(Adnkronos) – Il daraxonrasib per il trattamento del tumore del pancreas “è stato approvato dalla Food and Drug Administration (Fda) negli Stati Uniti ed è, quindi, utilizzabile nella pratica clinica americana”. Così all’Adnkronos Salute l’oncologa Chiara Cremolini, membro del direttivo dell’Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e professoressa di Oncologia all’Università di Pisa.
“Si tratta, tuttavia, di un farmaco a pagamento, il cui costo può essere coperto dalle assicurazioni sanitarie in base alle condizioni della polizza. Il sistema sanitario statunitense, infatti, è strutturato in modo diverso da quello italiano. Se un cittadino statunitense desidera avere accesso al farmaco, deve sostenerne il costo, direttamente o attraverso la propria assicurazione. Questo oggi vale anche per un paziente italiano: comprarsi il farmaco è possibile ma deve essere ben chiaro che parliamo di una terapia non definitiva”.
“Poiché non è ancora approvato dall’Ema, che sta effettuando la revisione dei dati, il farmaco non può essere utilizzato e rimborsato nei sistemi sanitari pubblici, ma può essere al momento solo acquistato a spese del paziente. L’Ema sta aspettando che l’azienda produttrice presenti la richiesta di immissione in commercio”, aggiunge.
Cremolini interviene così sulla vicenda di Max Parisi, noto conduttore radiofonico, che in un’intervista ha raccontato la propria esperienza con il tumore al pancreas: “Avevo un mese di vita, sono volato in America per provare un nuovo farmaco contro il tumore al pancreas. Ora forse arriverò a Natale. Dalla vita ho avuto tutto, vorrei solo passare il tempo che mi resta con la mia famiglia”. Il 31 luglio i medici avevano comunicato a Parisi che non c’erano più opzioni terapeutiche disponibili. Il 26 agosto, negli Stati Uniti, è arrivata l’approvazione del daraxonrasib, un farmaco diretto contro una specifica alterazione molecolare associata al tumore del pancreas. A quel punto Parisi ha scelto di tentare una nuova terapia e ha deciso di raccontare la sua storia.
Sul possibile ricorso all’uso compassionevole del farmaco, Cremolini precisa: “L’uso compassionevole in generale è un programma messo in campo da un’azienda farmaceutica, ma in Europa l’azienda in questione non ha ancora attivato alcun programma di uso compassionevole, per cui questa opzione di accesso precoce al momento non esiste”. L’oncologa ricorda inoltre che, ai primi di settembre, “l’Aiom ha fatto richiesta all’azienda farmaceutica di procedere in tal senso e avviare un dialogo con Aifa”. La questione ha successivamente dato origine anche a interrogazioni parlamentari bipartisan. Il nodo principale, però, resta quello del costo.
“Il prezzo attuale, circa 40mila dollari per un mese di terapia, non è sostenibile – sottolinea Cremolini -. Parliamo di una terapia che, se efficace, deve essere continuata finché funziona e quindi comporta una spesa di migliaia di dollari ogni mese. Se invece non funziona, il paziente ha comunque sostenuto fino a quel momento (in genere dopo almeno 2 mesi di terapia), una spesa molto elevata”.Il daraxonrasib, chiarisce l’oncologa, “non rappresenta una cura definitiva del tumore, ma può contribuire a rallentarne la progressione e a prolungare la sopravvivenza in alcuni pazienti.Da medico trovo inaccettabile e non etico dire a un paziente che deve acquistare a queste cifre un farmaco”, afferma Cremolini. “Al paziente spiego che questa possibilità esiste, ma non la caldeggio. Ci sono pazienti e famiglie che si indebitano per una terapia che non è risolutiva”. Quanto alla scelta di Max Parisi, l’oncologa sottolinea: “Rispetto la sua decisione e non voglio sminuire il valore del farmaco, perché il farmaco rappresenta un grande passo in avanti per questa patologia. Ma non è una soluzione definitiva” conclude Cremolini.
Nel settembre 2026, in concomitanza con il secondo anniversario della scomparsa di Paola Marella, il marito ha lanciato un appello pubblico, prendendo spunto dalla storia di Rachele Cavani, una ragazza che aveva scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere aiuto per le cure della madre.
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Semaglutide allarga il campo delle evidenze, dal controllo del diabete e del peso alla protezione cardio-renale, mentre nuovi dati contribuiscono a definire anche il profilo di sicurezza della molecola. Al...
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Semaglutide allarga il campo delle evidenze, dal controllo del diabete e del peso alla protezione cardio-renale, mentre nuovi dati contribuiscono a definire anche il profilo di sicurezza della molecola. Al centro delle novità presentate in occasione del congresso EASD di Milano ci sono le nuove Linee guida europee su malattia cardiovascolare e malattia renale cronica, i risultati delle più recenti sperimentazioni sulle formulazioni orali e uno studio osservazionale sul possibile rischio di tumore del pancreas.
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Cosa prevedono le linee guida
Il primo passaggio riguarda le Linee guida Esc 2026, elaborate in collaborazione con la European Renal Association e dedicate per la prima volta in modo specifico all’intersezione tra malattia cardiovascolare e malattia renale cronica. Per le persone con diabete di tipo 2 e malattia renale cronica, il documento raccomanda semaglutide, in presenza dei criteri indicati nelle linee guida, per ridurre la progressione della malattia renale e il rischio di eventi cardiovascolari.
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A sostenere la raccomandazione sono soprattutto i risultati dello studio Flow, condotto su 3.533 persone con diabete di tipo 2 e malattia renale cronica. Il trattamento settimanale con semaglutide ha ridotto del 24% il rischio dell’endpoint renale composito, che comprendeva insufficienza renale, una riduzione sostenuta di almeno il 50% dell’eGFR (velocità di filtrazione glomerulare stimata) o morte per cause renali o cardiovascolari. Il trial ha inoltre evidenziato una riduzione di circa un terzo del tasso di declino dell’eGFR e, sul versante cardiovascolare, una riduzione del 18% dell’endpoint composto da infarto miocardico non fatale, ictus non fatale o morte cardiovascolare.
Il quadro si estende anche alle persone con sovrappeso o obesità. Nello studio Select, condotto in persone con malattia cardiovascolare preesistente ma senza diabete, semaglutide 2,4 mg ha ridotto del 20% il rischio dell’endpoint cardiovascolare primario e del 22% un endpoint renale composito prespecificato. Le nuove raccomandazioni europee richiamano inoltre il ruolo dell’obesità come fattore di rischio per cuore e reni e considerano gli agonisti del recettore Glp-1 nel paziente con scompenso cardiaco a frazione di eiezione preservata, malattia renale cronica e obesità, con l’obiettivo di favorire la perdita di peso e migliorare la qualità di vita.
Trattamenti più semplici e personalizzabili
Parallelamente, la ricerca si sta muovendo verso modalità di trattamento più semplici e personalizzabili. Nel diabete di tipo 2 è tra le novità più attese la combinazione, in un’unica somministrazione settimanale, di insulina basale e semaglutide. Secondo i dati richiamati al congresso, questa strategia può ridurre il carico delle iniezioni, mantenere il controllo glicemico e offrire benefici sul peso, con tassi inferiori di ipoglicemia. Un tema rilevante anche perché, secondo i dati presentati dagli esperti, circa il 30% delle persone con diabete di tipo 2 che necessita di insulina in Italia ne ritarda l’avvio di oltre due anni.
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Due dottoresse creano ghiaccioli per alleviare i fastidi durante la chemioterapia greenMe
In Brasile una medica oncologa e una nutrizionista hanno trasformato i racconti dei loro pazienti in una linea di ghiaccioli studiata appositamente per chi affronta la chemioterapia. Si chiama Tropovita e ha preso vita a Caxias do Sul, nello Stato brasiliano del Rio Grande do Sul, dalla collaborazione tra la dottoressa Janaína Brollo, la nutrizionista oncologica Gisela Chissini Leoncio e la Tropino Gelateria, guidata da Rachelle Morés.
L’idea è nata ascoltando chi la chemioterapia la vive sulla propria pelle. Diversi pazienti avevano infatti raccontato alle due professioniste di provare nausea anche mangiando i classici ghiaccioli, utilizzati spesso per trovare un po’ di sollievo durante il trattamento. Il problema, riferivano, era soprattutto la presenza di zuccheri e grassi in alcune preparazioni tradizionali.
Leggi anche: Gli scienziati creano “semi” magnetici non invasivi capaci di “uccidere” il cancro senza chemioterapia
Da qui la domanda: si può creare qualcosa di freddo, gradevole e più adatto alle esigenze di chi sta affrontando una terapia oncologica?
Perché il freddo può essere utile durante alcune chemioterapie
Uno degli effetti indesiderati che può comparire nel corso di alcuni trattamenti oncologici è la mucosite orale, un’infiammazione delle mucose della bocca che può provocare arrossamento, ulcere, bruciore e dolore, fino a rendere difficile mangiare, bere o deglutire.
Di fatto, la chemioterapia può causare lesioni simili alle afte nella bocca e nel tratto gastrointestinale. In presenza di nausea e vomito, inoltre, alcuni pazienti tollerano meglio alimenti freddi o a temperatura ambiente, compresi gelati e gelatine, tanto che in alcuni specifici protocolli di chemioterapia viene utilizzata la cosiddetta crioterapia orale: in pratica si raffredda la cavità orale, generalmente con ghiaccio, poco prima e durante la somministrazione del farmaco.
Il principio è relativamente semplice: il freddo provoca una vasocostrizione temporanea, cioè una riduzione del flusso sanguigno nelle mucose della bocca. Con alcuni chemioterapici somministrati rapidamente, questo può diminuire per un breve periodo la quantità di farmaco che raggiunge i tessuti della cavità orale e quindi il rischio di danno alle mucose.
Non significa, però, che mangiare un ghiacciolo sia automaticamente una terapia contro la mucosite. L’utilità della crioterapia varia in base al farmaco utilizzato e al protocollo oncologico e deve quindi essere valutata dall’équipe che segue il paziente.
Sei ghiaccioli sviluppati pensando ai pazienti oncologici
La linea brasiliana comprende sei ricette, costruite combinando frutta e altri ingredienti (senza conservanti, grassi idrogenati, coloranti né aromi artificiali):
Abraço Rosa, con fragola, pera, datteri, psillio e semi di lino
Energia Roxa, con açaí, succo d’uva, banana, semi di lino, latte di cocco in polvere e datteri
Desinflama, con mango, limone, curcuma e zenzero
Detox Vita, con limone, cavolo, ananas e datteri
Cacau Vita, con proteine del siero del latte, cacao, datteri, noci e latte di cocco in polvere
Aconchego, con latte di cocco, banana, avena, mela e cannella
Al di là dei nomi commerciali (alcuni dei quali evocano proprietà “detox” o antinfiammatorie che non vanno interpretate come effetti terapeutici dimostrati) la cosa interessante è soprattutto creare un alimento freddo tenendo conto delle difficoltà reali incontrate dalle persone durante le cure.
Non sono medicinali
È importante non trasformare una buona idea in una promessa che la scienza non ha ancora dimostrato. Non risultano al momento studi clinici pubblicati sulla linea Tropovita che dimostrino che questi specifici ghiaccioli prevengano o curino la mucosite. Il progetto va quindi distinto dalla crioterapia orale utilizzata in ambito clinico, per la quale esiste invece una letteratura scientifica e una specifica indicazione in determinati contesti terapeutici.
Anche ingredienti come curcuma, zenzero, açaí o semi di lino non trasformano automaticamente il prodotto in un alimento “terapeutico”. Durante una terapia oncologica, inoltre, dieta, integratori e alimenti particolari vanno sempre essere concordati con medico e nutrizionista, soprattutto quando possono interferire con farmaci o condizioni individuali.
La presentazione ufficiale dei ghiaccioli è prevista per il 3 ottobre 2026, durante la seconda edizione della Corrida Pela Cura, iniziativa organizzata a sostegno dei pazienti oncologici della città.
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QUEI MINUTI CONTANO Umanizziamo una stanza della Radioterapia dell’Ospedale Maggiore a Trieste Idea Ginger
Una stanza della Radioterapia non è soltanto uno spazio sanitario. È un luogo in cui, anche solo per pochi minuti, una persona può trovarsi sola con la paura, l’attesa e l’ansia legate alla terapia. E in quella stanza entrano donne, uomini e, alcune volte, anche bambini. Con "Anche lo spazio cura", dinAMICI vuole trasformare una stanza della Radioterapia dell’Ospedale Maggiore di Trieste attraverso nuovi mobili, arredi, sedute, illuminazione ed elementi visivi capaci di rendere l’ambiente più accogliente, rassicurante e umano. Non possiamo eliminare la paura di una terapia. Ma possiamo fare in modo che quei minuti vengano vissuti in un luogo che accolga la persona, non soltanto il paziente.
Siamo l’Associazione dinAMICI – insieme per il volontariato.
Ogni giorno siamo presenti nei luoghi della cura, accanto ai pazienti e alle loro famiglie, portando accoglienza, supporto e umanità negli spazi ospedalieri.
IL NOSTRO OBIETTIVO
Vogliamo raccogliere 10.000 euro per realizzare un intervento concreto di umanizzazione all’interno della Radioterapia dell’Ospedale Maggiore di Trieste. Il progetto prevede di intervenire sulla stanza attraverso nuovi arredi, mobili, sedute e complementi, insieme a colori, immagini ed elementi visivi studiati per rendere l'ambiente più caldo, armonioso e rassicurante.
Non vogliamo semplicemente decorare una stanza. Vogliamo trasformare la sensazione che si prova entrando in quella stanza. Perché chi vi entra non è soltanto un paziente. È una persona che può avere paura.
È un adulto che, pur conoscendo le ragioni di ciò che sta affrontando, può vivere quei minuti con ansia e preoccupazione. Ed è anche un bambino, per il quale un ambiente sanitario, le apparecchiature e il momento in cui deve separarsi anche solo temporaneamente dai propri genitori possono diventare ancora più difficili da affrontare.
È pensando a loro che vogliamo cambiare quello spazio.
UNA STANZA, POCHI MINUTI. MA QUEI MINUTI CONTANO.
Ci sono momenti, durante un percorso di cura, nei quali pochi minuti sembrano molto più lunghi. Entrare, aspettare, vedere chi ci accompagna fermarsi fuori. Rimanere soli in una stanza. Sapere che tra poco inizierà una procedura. Per un adulto può significare tensione, preoccupazione, paura. Per un bambino può essere ancora più difficile comprendere perché si trovi lì, perché debba rimanere solo anche per un breve momento e cosa stia per accadere. Sono pochi minuti, quando si ha paura, anche pochi minuti contano.
Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce il nostro progetto. Se non possiamo modificare ciò che una persona deve affrontare, possiamo almeno modificare il luogo nel quale lo affronta.
PERCHÉ NASCE QUESTO PROGETTO
PERCHÉ VOGLIAMO REALIZZARE QUESTA STANZA
dinAMICI nasce dall’esperienza, da quella di chi la malattia l’ha incontrata davvero e conosce gli ospedali non soltanto come luoghi nei quali ricevere una terapia, ma come spazi nei quali trascorrono giorni, mesi e, a volte, anni della propria vita pazienti e famiglie.
Sappiamo quanto contino i dettagli. Una sedia comoda. Un mobile che non trasmetta freddezza. Un colore capace di alleggerire la percezione dell'ambiente. Un'immagine sulla quale fermare lo sguardo. Uno spazio che non ricordi continuamente alla persona di essere malata. Per questo, negli anni, abbiamo scelto di non limitarci a parlare di umanizzazione delle cure. Abbiamo deciso di trasformarla in qualcosa di concreto. Crediamo che curare significhi anche accogliere. Significa guardare una stanza e non domandarsi soltanto se sia funzionale dal punto di vista sanitario. Significa domandarsi:
“Come si sentirà la persona che dovrà rimanere qui?” È da questa domanda che nasce “Anche lo spazio cura”.
COSA VOGLIAMO REALIZZARE
La raccolta fondi servirà a finanziare la progettazione e la realizzazione dell'intervento di umanizzazione della stanza individuata all’interno della Radioterapia dell’Ospedale Maggiore di Trieste. Vogliamo intervenire concretamente attraverso:
nuovi mobili e complementi d'arredo adatti all'ambiente sanitario;
adatti all'ambiente sanitario; sedie e sedute capaci di unire funzionalità, comfort e accoglienza ;
capaci di unire funzionalità, ; elementi visivi e decorativi pensati per ridurre la percezione di trovarsi in un ambiente fortemente medicalizzato ;
; colori e immagini capaci di accompagnare lo sguardo e rendere lo spazio più rassicurante ;
capaci di accompagnare lo sguardo e rendere lo ; soluzioni pensate con particolare attenzione anche alla presenza di bambini e ragazzi;
tutti gli elementi necessari a creare un ambiente armonioso, dignitoso e realmente accogliente.
Ogni scelta sarà naturalmente compatibile con le esigenze tecniche, igienico-sanitarie e operative della Radioterapia. L'obiettivo non è riempire una stanza di oggetti. È creare un ambiente nel quale ogni elemento abbia una funzione di accoglienza.
PERCHÉ L’AMBIENTE CONTA
Un percorso oncologico non è fatto soltanto di diagnosi, farmaci, macchinari ed esami. È fatto anche di attese. Di porte che si chiudono. Di persone care che, per qualche minuto, devono rimanere fuori. Di silenzi. Di pensieri. Di stanze nelle quali si entra sapendo che si sta affrontando qualcosa che non si sarebbe mai voluto affrontare.
La Radioterapia è altamente tecnologica e proprio per questo alcuni suoi ambienti possono apparire inevitabilmente tecnici e impersonali. Ma dietro quella tecnologia c'è sempre una persona. E quella persona può avere bisogno anche di qualcosa di apparentemente semplice: sentirsi accolta. Un arredo, una seduta, una parete, un'immagine o un colore non possono cancellare una diagnosi. Possono però cambiare la percezione di uno spazio. Possono offrire allo sguardo qualcosa di diverso su cui posarsi. Possono rendere meno freddo un momento difficile. Possono essere particolarmente importanti quando a entrare in quella stanza è un bambino. Per noi questa è umanizzazione della cura.
CHI È dinAMICI
L’Associazione dinAMICI ODV opera con un obiettivo preciso: trasformare la solidarietà in progetti concreti a favore dei pazienti e delle strutture sanitarie del territorio. Negli anni abbiamo scelto di investire nell’umanizzazione degli ambienti di cura, nelle attrezzature sanitarie e in progetti capaci di lasciare qualcosa che rimanga realmente a disposizione della comunità. Conosciamo questi luoghi. Conosciamo il valore di una stanza che cambia volto. E sappiamo che dietro ogni progetto non ci sono soltanto muri, mobili o attrezzature. Ci sono le persone che li utilizzeranno. Non realizziamo progetti astratti.
Raccogliamo risorse e le trasformiamo in spazi, arredi, attrezzature e servizi che entrano concretamente nella quotidianità di chi sta affrontando una malattia. È il nostro modo di intendere la solidarietà.
10.000 EURO. UN OBIETTIVO CONCRETO.
Questa volta il nostro traguardo è 10.000 euro. Dietro quella cifra non c’è soltanto un numero. Ci sono mobili da scegliere. Sedie da acquistare. Arredi da realizzare. Uno spazio da ripensare. Una stanza che può cambiare completamente volto. Ma soprattutto ci sono tutte le persone che, negli anni, entreranno in quella stanza. Adulti. Bambini. Famiglie. Persone che magari vi rimarranno soltanto pochi minuti. Ma saranno minuti vissuti in un momento delicato della loro vita. Una donazione da sola può sembrare piccola. Insieme alle altre può diventare una sedia, un mobile, un'immagine, una parete, un ambiente completamente trasformato. Può diventare qualcosa che resterà.
AIUTACI A TRASFORMARE QUESTA STANZA
IN QUESTA STANZA
Non ti chiediamo semplicemente di sostenere dinAMICI. Ti chiediamo di entrare con noi in quella stanza prima ancora che venga trasformata. Di immaginare per un momento di essere lì.
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La cura oncologica non finisce quando termina una terapia, va umanizzata Leggilanotizia
Imola. La cura oncologica non finisce quando termina una terapia. Continua nel recupero della quotidianità, nelle relazioni, nella possibilità di tornare al lavoro e nella qualità della vita. È da questa consapevolezza che nasce l’incontro “Umanizziamo le cure oncologiche – Le aziende del comprensorio imolese e il ritorno al lavoro”, promosso dall’Associazione Onconauti APS in collaborazione con il Comune di Imola.. L’iniziativa, in programma giovedì 8 ottobre alle 18.30 alla Cantina Merlotta di Imola, è stata presentata in conferenza stampa il 29 settembre nella Sala del Consiglio comunale al quale erano presenti Marco Panieri, Sindaco di Imola; Antonio Maestri, Direttore U.O.C. Oncologia Territoriale Metropolitana Interaziendale di Imola e Bologna; Fosco Foglietta, Presidente Onorario dell’Associazione Onconauti; Marina Casciani, Responsabile dell’Associazione ChiaraMilla e Silvia Poli, Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Imola.
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Gli interventi si sono concentrati sul fatto che l’umanizzazione delle cure significa considerare la persona nella sua globalità, andando oltre il solo trattamento della patologia. In ambito oncologico questo approccio può comprendere, accanto alle terapie farmacologiche, interventi di supporto e riabilitazione rivolti al benessere fisico, psicologico e sociale. È il terreno sul quale opera Onconauti, associazione impegnata nell’accompagnamento delle persone con esperienza oncologica anche nella fase successiva alle terapie. Le cosiddette terapie integrate oncologiche affiancano al percorso clinico interventi finalizzati al recupero e al mantenimento della qualità della vita, attraverso attività come esercizio fisico, alimentazione, tecniche mente-corpo e supporto psicologico e sociale. In questo percorso rientra anche il ritorno al lavoro, che rappresenta un passaggio importante verso il recupero dell’autonomia e della quotidianità. L’obiettivo dell’incontro con le aziende è quindi aprire un confronto concreto su come imprese e lavoratori possano essere accompagnati nella fase del reinserimento professionale e su come il luogo l’azienda possa diventare parte della rete di sostegno alla persona.
A Imola arriva la pet therapy in oncologia
L’altro elemento centrale dell’iniziativa riguarda la Pet Therapy, destinata a diventare una nuova componente del percorso di umanizzazione del Day
Hospital Oncologico di Imola. Il progetto nasce dall’esperienza sviluppata all’Ospedale Bellaria di Bologna, dove la collaborazione tra Onconauti, professionisti sanitari e l’Associazione ChiaraMilla ha portato cani e gatti all’interno del percorso oncologico con l’obiettivo di offrire ai pazienti momenti di relazione, supporto e benessere durante le cure. L’esperienza sarà ora portata a Imola, rappresentando una prima esperienza di Pet Therapy nel Day Hospital Oncologico imolese. Gli Interventi Assistiti con gli Animali, realizzati da operatori e animali adeguatamente formati secondo normativa regionale, contribuiscono a rendere l’ambiente di cura più accogliente e a sostenere la persona anche sul piano emotivo e relazionale.
“Sosteniamo con profonda convinzione questo progetto, perché prendersi cura di una persona significa accompagnarla attivamente anche oltre il percorso
clinico. Il ritorno alla quotidianità e, in particolare, al mondo del lavoro sono passaggi essenziali per il benessere e la dignità di ogni individuo. Imola
dimostra, ancora una volta, di essere una comunità solidale e attenta ai bisogni concreti di chi affronta percorsi complessi. In quest’ottica, l’introduzione della pet therapy nel nostro Day Hospital rappresenta un passo avanti di grande sensibilità, capace di portare calore, vicinanza e supporto umano. Voglio
ringraziare l’Associazione Onconauti, i professionisti sanitari, la dirigenza AUSL, le imprese, la Fondazione Cassa di Risparmio di Imola e tutte le realtà
associative coinvolte per aver costruito insieme a noi questa preziosa rete sul territorio imolese”, dichiara Marco Panieri, sindaco di Imola.
“La cura non termina con la terapia. Continua nella vita della persona. Anche nel lavoro”: è il messaggio che accompagna l’iniziativa dell’8 ottobre, per partecipare all’evento è necessaria la prenotazione, che punta a costruire una rete più ampia tra ospedale, territorio, associazioni e imprese.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
60.7/100
Punteggio Totale
B
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❌
Criteri Critici
Tumore al seno, 60mila diagnosi l’anno: perché l’autopalpazione non basta The Wom Healthy
La notizia in breve
In Italia sono circa 60.000 le donne che ogni anno ricevono una diagnosi di tumore al seno, la neoplasia più frequente tra le donne, pari a circa il 30% di tutti i tumori femminili, con una stima di una donna su sette che potrebbe svilupparlo nel corso della vita. I progressi della diagnosi precoce e delle terapie hanno portato il tasso di sopravvivenza a cinque anni oltre l’88%, e dal 2000 si registra una costante riduzione della mortalità.
Nel mese di ottobre, dedicato a livello mondiale alla prevenzione del tumore alla mammella, prende avvio l’edizione 2026 di Lilt for Women – Nastro Rosa, la campagna informativa della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori. L’iniziativa pone al centro l’autopalpazione e vede le 105 associazioni Lilt impegnate in tutte le regioni con incontri e visite senologiche gratuite.
L’ambasciatrice della campagna è Elisabetta Gregoraci, la quale ha riferito che la propria storia personale le ha insegnato l’importanza della prevenzione e di non rimandare i controlli, dichiarandosi orgogliosa di sostenere l’iniziativa.
Il presidente della Lilt, Francesco Schittulli, ha sottolineato che la conoscenza del proprio corpo costituisce il primo atto di prevenzione, evidenziando che l’autopalpazione aiuta ad accorgersi tempestivamente dei cambiamenti e ribadendo la richiesta dell’associazione di ottenere programmi di screening uniformi su tutto il territorio nazionale a fronte di una neoplasia oggi sempre più guaribile.
Sulla collaborazione istituzionale è intervenuto il vicepresidente Anci, Roberto Pella: “I Comuni italiani continueranno a essere al fianco della Lilt, a portare la promozione della salute sui territori e a rendere più accessibili i percorsi di diagnosi precoce e di assistenza, anche domiciliare”.
Prevenzione primaria e diagnosi precoce
Parlare di prevenzione del tumore al seno significa tenere distinti due livelli. La prevenzione primaria mira a ridurre la probabilità che la malattia compaia, agendo sui fattori di rischio modificabili. La diagnosi precoce, o prevenzione secondaria, non impedisce l’insorgenza del tumore ma punta a individuarlo in una fase iniziale, quando le terapie sono in genere meno invasive e più efficaci.
L’autopalpazione e lo screening appartengono a questo secondo livello. La riduzione della mortalità e l’aumento della sopravvivenza osservati negli ultimi decenni si devono all’effetto combinato di diagnosi più tempestive e di trattamenti sempre più mirati sulle caratteristiche biologiche del singolo tumore.
Il ruolo dell’autopalpazione
Il tumore al seno può manifestarsi con segni che la persona stessa è in grado di notare. Tra questi, la comparsa di un nodulo o di un ispessimento, la retrazione della pelle o del capezzolo, secrezioni dal capezzolo, arrossamenti o alterazioni della cute con aspetto “a buccia d’arancia”, ingrossamento dei linfonodi ascellari. Nelle fasi iniziali la malattia è spesso del tutto asintomatica.
Sul valore dell’autopalpazione esiste un dibattito nella comunità scientifica. Il consenso prevalente la considera utile per sviluppare familiarità con il proprio corpo e cogliere cambiamenti, ma complementare e non sostitutiva degli esami strumentali: le lesioni più piccole spesso non sono rilevabili al tatto. Per questo molte società scientifiche preferiscono parlare di consapevolezza del seno, più che di una tecnica codificata da eseguire con rigore.
Lo screening organizzato
Lo screening mammografico è uno strumento di sanità pubblica rivolto a donne senza sintomi, in fasce d’età definite in base al rapporto tra benefici e rischi. Il beneficio principale è l’individuazione di tumori non ancora palpabili. I limiti riconosciuti comprendono i falsi positivi, che comportano accertamenti aggiuntivi e ansia, e la sovradiagnosi, cioè la scoperta di lesioni che non avrebbero mai dato problemi nel corso della vita.
Per le donne con rischio elevato, per esempio per una marcata familiarità o per mutazioni genetiche predisponenti, esistono percorsi di sorveglianza specifici, che possono iniziare prima e prevedere esami diversi. L’adesione e l’organizzazione dei programmi possono variare da un territorio all’altro, con ricadute sull’equità di accesso.
I fattori legati allo stile di vita
Alcuni fattori di rischio non sono modificabili: l’età, che resta il principale, la storia familiare, l’assetto genetico, la storia riproduttiva e ormonale. Altri invece dipendono in parte dalle abitudini.
Il consumo di alcol è associato a un aumento del rischio anche a quantità contenute. Il sovrappeso, soprattutto dopo la menopausa, e la sedentarietà giocano un ruolo documentato, mentre l’attività fisica regolare e l’allattamento al seno sono considerati fattori protettivi. Queste misure riducono la probabilità di ammalarsi senza annullarla: per questo prevenzione primaria e diagnosi precoce restano strumenti che si affiancano, non alternativi.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
52.2/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Max Parisi e la speranza del nuovo farmaco in America: "Ora spero di arrivare a Natale" Adnkronos
Il daraxonrasib per il trattamento del tumore del pancreas "è stato approvato dalla Food and Drug Administration (Fda) negli Stati Uniti ed è, quindi, utilizzabile nella pratica clinica americana". Così all'Adnkronos Salute l’oncologa Chiara Cremolini, membro del direttivo dell’Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e professoressa di Oncologia all’Università di Pisa.
"Si tratta, tuttavia, di un farmaco a pagamento, il cui costo può essere coperto dalle assicurazioni sanitarie in base alle condizioni della polizza. Il sistema sanitario statunitense, infatti, è strutturato in modo diverso da quello italiano. Se un cittadino statunitense desidera avere accesso al farmaco, deve sostenerne il costo, direttamente o attraverso la propria assicurazione. Questo oggi vale anche per un paziente italiano: comprarsi il farmaco è possibile ma deve essere ben chiaro che parliamo di una terapia non definitiva".
"Poiché non è ancora approvato dall’Ema, che sta effettuando la revisione dei dati, il farmaco non può essere utilizzato e rimborsato nei sistemi sanitari pubblici, ma può essere al momento solo acquistato a spese del paziente. L’Ema sta aspettando che l’azienda produttrice presenti la richiesta di immissione in commercio", aggiunge.
La storia di Max Parisi e la scelta di volare in America per la nuova terapia
Cremolini interviene così sulla vicenda di Max Parisi, noto conduttore radiofonico, che in un’intervista ha raccontato la propria esperienza con il tumore al pancreas: "Avevo un mese di vita, sono volato in America per provare un nuovo farmaco contro il tumore al pancreas. Ora forse arriverò a Natale. Dalla vita ho avuto tutto, vorrei solo passare il tempo che mi resta con la mia famiglia". Il 31 luglio i medici avevano comunicato a Parisi che non c’erano più opzioni terapeutiche disponibili. Il 26 agosto, negli Stati Uniti, è arrivata l’approvazione del daraxonrasib, un farmaco diretto contro una specifica alterazione molecolare associata al tumore del pancreas. A quel punto Parisi ha scelto di tentare una nuova terapia e ha deciso di raccontare la sua storia.
Il nodo dei costi e la questione dell'uso compassionevole in Europa
Sul possibile ricorso all’uso compassionevole del farmaco, Cremolini precisa: "L’uso compassionevole in generale è un programma messo in campo da un’azienda farmaceutica, ma in Europa l’azienda in questione non ha ancora attivato alcun programma di uso compassionevole, per cui questa opzione di accesso precoce al momento non esiste". L’oncologa ricorda inoltre che, ai primi di settembre, "l’Aiom ha fatto richiesta all’azienda farmaceutica di procedere in tal senso e avviare un dialogo con Aifa". La questione ha successivamente dato origine anche a interrogazioni parlamentari bipartisan. Il nodo principale, però, resta quello del costo.
"Il prezzo attuale, circa 40mila dollari per un mese di terapia, non è sostenibile - sottolinea Cremolini -. Parliamo di una terapia che, se efficace, deve essere continuata finché funziona e quindi comporta una spesa di migliaia di dollari ogni mese. Se invece non funziona, il paziente ha comunque sostenuto fino a quel momento (in genere dopo almeno 2 mesi di terapia), una spesa molto elevata".Il daraxonrasib, chiarisce l’oncologa, "non rappresenta una cura definitiva del tumore, ma può contribuire a rallentarne la progressione e a prolungare la sopravvivenza in alcuni pazienti.Da medico trovo inaccettabile e non etico dire a un paziente che deve acquistare a queste cifre un farmaco", afferma Cremolini. "Al paziente spiego che questa possibilità esiste, ma non la caldeggio. Ci sono pazienti e famiglie che si indebitano per una terapia che non è risolutiva". Quanto alla scelta di Max Parisi, l’oncologa sottolinea: "Rispetto la sua decisione e non voglio sminuire il valore del farmaco, perché il farmaco rappresenta un grande passo in avanti per questa patologia. Ma non è una soluzione definitiva" conclude Cremolini.
Nel settembre 2026, in concomitanza con il secondo anniversario della scomparsa di Paola Marella, il marito ha lanciato un appello pubblico, prendendo spunto dalla storia di Rachele Cavani, una ragazza che aveva scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere aiuto per le cure della madre.
Gemmato: "Massimo impegno per uso compassionevole del farmaco"
"Posso garantire che siamo impegnati al massimo sull'uso compassionevole del nuovo farmaco per il trattamento del tumore del pancreas", daraxonrasib. E' quanto ha detto il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, a margine della presentazione a Roma dell'XI Rapporto dell'Osservatorio sui farmaci accessibili di Egualia. Gemmato ha ricordato anche l'impegno del ministero sul tema, citando una recente interrogazione parlamentare alla quale è stata data risposta e sottolineando che "l'obiettivo è rendere il farmaco disponibile il prima possibile per i pazienti che ne hanno bisogno". "Nel momento in cui sarà dato il via libera" dall'azienda produttrice, Revolution Medicines, "quel farmaco verrà immediatamente dato alle persone che sono affette da questa patologia", ha assicurato Gemmato. Il sottosegretario ha evidenziato che "la questione dell'accesso ai farmaci e della spesa sanitaria richiede attenzione", ricordando il "lavoro svolto negli ultimi anni anche sul fronte dell'uso compassionevole".
"Io personalmente sto facendo tantissimo per l'uso compassionevole del farmaco per il cancro al pancreas", ha aggiunto il sottosegretario, ricordando alcuni casi in cui sono stati somministrati farmaci dal valore molto elevato a pazienti, anche bambini.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Max Parisi e la speranza del nuovo farmaco in America: "Ora potrei arrivare anche a Natale" Adnkronos
Il daraxonrasib per il trattamento del tumore del pancreas "è stato approvato dalla Food and Drug Administration (Fda) negli Stati Uniti ed è, quindi, utilizzabile nella pratica clinica americana". Così all'Adnkronos Salute l’oncologa Chiara Cremolini, membro del direttivo dell’Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e professoressa di Oncologia all’Università di Pisa.
"Si tratta, tuttavia, di un farmaco a pagamento, il cui costo può essere coperto dalle assicurazioni sanitarie in base alle condizioni della polizza. Il sistema sanitario statunitense, infatti, è strutturato in modo diverso da quello italiano. Se un cittadino statunitense desidera avere accesso al farmaco, deve sostenerne il costo, direttamente o attraverso la propria assicurazione. Questo oggi vale anche per un paziente italiano: comprarsi il farmaco è possibile ma deve essere ben chiaro che parliamo di una terapia non definitiva".
"Poiché non è ancora approvato dall’Ema, che sta effettuando la revisione dei dati, il farmaco non può essere utilizzato e rimborsato nei sistemi sanitari pubblici, ma può essere al momento solo acquistato a spese del paziente. L’Ema sta aspettando che l’azienda produttrice presenti la richiesta di immissione in commercio", aggiunge.
La storia di Max Parisi e la scelta di volare in America per la nuova terapia
Cremolini interviene così sulla vicenda di Max Parisi, noto conduttore radiofonico, che in un’intervista ha raccontato la propria esperienza con il tumore al pancreas: "Avevo un mese di vita, sono volato in America per provare un nuovo farmaco contro il tumore al pancreas. Ora forse arriverò a Natale. Dalla vita ho avuto tutto, vorrei solo passare il tempo che mi resta con la mia famiglia". Il 31 luglio i medici avevano comunicato a Parisi che non c’erano più opzioni terapeutiche disponibili. Il 26 agosto, negli Stati Uniti, è arrivata l’approvazione del daraxonrasib, un farmaco diretto contro una specifica alterazione molecolare associata al tumore del pancreas. A quel punto Parisi ha scelto di tentare una nuova terapia e ha deciso di raccontare la sua storia.
Il nodo dei costi e la questione dell'uso compassionevole in Europa
Sul possibile ricorso all’uso compassionevole del farmaco, Cremolini precisa: "L’uso compassionevole in generale è un programma messo in campo da un’azienda farmaceutica, ma in Europa l’azienda in questione non ha ancora attivato alcun programma di uso compassionevole, per cui questa opzione di accesso precoce al momento non esiste". L’oncologa ricorda inoltre che, ai primi di settembre, "l’Aiom ha fatto richiesta all’azienda farmaceutica di procedere in tal senso e avviare un dialogo con Aifa". La questione ha successivamente dato origine anche a interrogazioni parlamentari bipartisan. Il nodo principale, però, resta quello del costo.
"Il prezzo attuale, circa 40mila dollari per un mese di terapia, non è sostenibile - sottolinea Cremolini -. Parliamo di una terapia che, se efficace, deve essere continuata finché funziona e quindi comporta una spesa di migliaia di dollari ogni mese. Se invece non funziona, il paziente ha comunque sostenuto fino a quel momento (in genere dopo almeno 2 mesi di terapia), una spesa molto elevata".Il daraxonrasib, chiarisce l’oncologa, "non rappresenta una cura definitiva del tumore, ma può contribuire a rallentarne la progressione e a prolungare la sopravvivenza in alcuni pazienti.Da medico trovo inaccettabile e non etico dire a un paziente che deve acquistare a queste cifre un farmaco", afferma Cremolini. "Al paziente spiego che questa possibilità esiste, ma non la caldeggio. Ci sono pazienti e famiglie che si indebitano per una terapia che non è risolutiva". Quanto alla scelta di Max Parisi, l’oncologa sottolinea: "Rispetto la sua decisione e non voglio sminuire il valore del farmaco, perché il farmaco rappresenta un grande passo in avanti per questa patologia. Ma non è una soluzione definitiva" conclude Cremolini.
Nel settembre 2026, in concomitanza con il secondo anniversario della scomparsa di Paola Marella, il marito ha lanciato un appello pubblico, prendendo spunto dalla storia di Rachele Cavani, una ragazza che aveva scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere aiuto per le cure della madre.
Gemmato: "Massimo impegno per uso compassionevole del farmaco"
"Posso garantire che siamo impegnati al massimo sull'uso compassionevole del nuovo farmaco per il trattamento del tumore del pancreas", daraxonrasib. E' quanto ha detto il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, a margine della presentazione a Roma dell'XI Rapporto dell'Osservatorio sui farmaci accessibili di Egualia. Gemmato ha ricordato anche l'impegno del ministero sul tema, citando una recente interrogazione parlamentare alla quale è stata data risposta e sottolineando che "l'obiettivo è rendere il farmaco disponibile il prima possibile per i pazienti che ne hanno bisogno". "Nel momento in cui sarà dato il via libera" dall'azienda produttrice, Revolution Medicines, "quel farmaco verrà immediatamente dato alle persone che sono affette da questa patologia", ha assicurato Gemmato. Il sottosegretario ha evidenziato che "la questione dell'accesso ai farmaci e della spesa sanitaria richiede attenzione", ricordando il "lavoro svolto negli ultimi anni anche sul fronte dell'uso compassionevole".
"Io personalmente sto facendo tantissimo per l'uso compassionevole del farmaco per il cancro al pancreas", ha aggiunto il sottosegretario, ricordando alcuni casi in cui sono stati somministrati farmaci dal valore molto elevato a pazienti, anche bambini.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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A Canicattì l’Agenda solidale Ibiscus: Aiutiamo la ricerca e il trattamento della leucemia e dei tumori infantili Giornale Centro Sicilia
“AGENDA SOLIDALE IBISCUS ”, 40 anni di speranza, amore e solidarietà. E un’agenda speciale per ricordarlo ogni giorno! L’Agenda Solidale Ibiscus per 40 anni dell’associazione è finalmente arrivata ed è pronta per essere ritirata. Con un contributo di 10 € vi porterete a casa la MITICA AGENDA con dentro disegni e messaggi dei meravigliosi guerrieri. Frasi di grande speranza forza e coraggio. Tutto il ricavato verra’ destinato all’ Ibiscus – ETS 𝗟𝗲𝗴𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗹𝗮 𝗿𝗶𝗰𝗲𝗿𝗰𝗮 𝗲𝗱 𝗶𝗹 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗟𝗲𝘂𝗰𝗲𝗺𝗶𝗮 𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗧𝘂𝗺𝗼𝗿𝗶 𝗜𝗻𝗳𝗮𝗻𝘁𝗶𝗹𝗶 , associazione che sostiene i bambini ricoverati in Onco-Ematologia Pediatrica del Policlinico di Catania e le loro famiglie. Le agende sono disponibili presso: Piaggio La Mantia, via A. Fanfani,35/37, 92024 Canicatti’. Prenotala al numero 3207449178 (anche via WhatsApp)