📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
52.6/100
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Criteri Critici
Edema cerebrale e glioblastoma: cosa sono, quali sintomi danno e come si curano Skuola.net
Di Martedì
Un edema cerebrale causato da un tumore, ridotto con le cure prima dell'intervento che ha rimosso quasi tutta la massa: a Di Martedì, su La7, Alessandro Battista ha ricostruito il ricovero d'urgenza avvenuto a Cuba e il successivo rientro in Italia al Policlinico Gemelli, da dove è stato dimesso il 18 settembre.
L'ex deputato del Movimento 5 Stelle ha usato l'espressione "tumore del cervello", una definizione che nella pratica medica racchiude malattie oncologiche molto diverse tra loro per gravità, età di insorgenza e possibilità di cura.
La più frequente è il glioblastoma, ma esistono forme come i meningiomi e i gliomi di basso grado con decorsi ben diversi.
Capire cosa sia successo a Di Battista significa quindi partire da due parole chiave: edema cerebrale, il problema che ha reso necessario il primo intervento urgente, e glioblastoma, la forma di tumore al cervello più diffusa in Italia.
L'edema cerebrale ha causato i sintomi e ha richiesto cure urgenti
L'edema è un accumulo di liquidi nel tessuto cerebrale. Si forma perché il tumore, per crescere, genera nuovi vasi sanguigni fragili e pieni di piccole fessure, da cui alcuni elementi del sangue fuoriescono e si depositano nel tessuto circostante.
Sono i sintomi provocati da questo accumulo, mal di testa intenso, vertigini, nausea, vomito e sonnolenza, a spingere il paziente dal medico e a far emergere la diagnosi. È quello che è successo a Di Battista a Cuba.
"Mi sono iniziato a sentir male in virtù di un edema cerebrale dovuto alla presenza di un tumore che mi è stato riscontrato", ha raccontato l'ex parlamentare a "Di Martedì".
Ha poi aggiunto che i medici "hanno azzeccato immediatamente le cure che hanno ridotto l'edema permettendo di operarmi, mi hanno asportato quasi tutto il tumore. Adesso farò le cure sperando che funzionino".
Il glioblastoma è la forma più diffusa di tumore al cervello
Il glioblastoma rappresenta il 45% dei nuovi casi di tumore al cervello e colpisce circa 1.500 persone ogni anno, soprattutto uomini tra i 50 e i 65 anni, anche se esistono forme a esordio giovanile con età media intorno ai 39 anni.
La ricerca ha individuato due grandi famiglie della malattia, distinte dalla presenza o meno della mutazione del gene IDH (isocitrato deidrogenasi): con la mutazione si parla di forma "secondaria", che evolve da un glioma di basso grado, senza mutazione di forma "primaria", che nasce già come glioma di grado 4.
Di Battista non ha specificato pubblicamente il sottotipo esatto del proprio tumore, limitandosi a parlare di "tumore del cervello".
In Italia vengono diagnosticati oltre 6mila nuovi tumori cerebrali ogni anno e, nel caso specifico del glioblastoma, la sopravvivenza media è di poco superiore a un anno, un dato che però cambia molto in base al sottotipo e alle caratteristiche genetiche della malattia.
La cura combina chirurgia, radioterapia e chemioterapia
Il primo passo terapeutico, quando c'è un edema, è ridurlo con farmaci cortisonici. Solo dopo, se le condizioni lo permettono, si procede con la resezione chirurgica del tumore.
Le linee guida dell'Associazione Italiana Oncologia Medica (Aiom) indicano che all'intervento segue la radioterapia, con l'eventuale aggiunta della chemioterapia. È il percorso standard per il glioblastoma e, in casi più aggressivi, anche per altre neoplasie cerebrali come i meningiomi atipici.
Sul fronte della ricerca, all'Istituto Besta di Milano è allo studio una terapia basata sui linfociti infiltranti il tumore (TIL), all'interno di un progetto quinquennale contro il glioblastoma.
Si tratta però di una strategia ancora in fase di sviluppo: la chirurgia, quando possibile, resta oggi l'approccio di prima scelta, insieme a radioterapia e chemioterapia.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Tumore al seno , AIRC: “Cresce la sopravvivenza, ma il Nastro Rosa sarà completo solo quando ci sarà una cura per tutte le donne” clicMedicina
Ottobre è il mese dedicato alla ricerca e alla prevenzione del tumore al seno, con una campagna di sensibilizzazione che riguarda tutti da vicino, perché in Italia questa neoplasia colpisce 1 donna su 8 nell’arco della vita, circa 56mila donne e 600 uomini ogni anno. Grazie ai progressi della ricerca, la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi continua ad aumentare: nel nostro Paese, dagli anni Novanta a oggi è cresciuta dal 78% fino all’89,5%, numeri che significano migliaia di vite salvate. Indispensabile – ricorda AIRC – è però che tutte le donne abbiano le stesse possibilità di cura: il traguardo può sembrare vicino, ma il cosiddetto “ultimo miglio” è sempre il più difficile e complesso, specie nell’affrontare le forme più aggressive e quelle che non rispondono alle terapie attualmente disponibili. Nel 2026 Fondazione AIRC ha destinato oltre 14milioni di euro a progetti di ricerca e borse di studio in quest’ambito. I costanti progressi si riflettono nelle nuove cure che diventano via via disponibili, come racconta Beatrice, la protagonista della campagna 2026.
LE INIZIATIVE IN REGIONE
Anche quest’anno la campagna ha il patrocinio dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani Anci, che invita a illuminare di rosa palazzi comunali e monumenti significativi la notte del 1° ottobre, all’inizio del mese dedicato al tumore al seno, per richiamare l’attenzione dei cittadini sull’importanza del sostegno alla ricerca oncologica e della prevenzione. In Liguria si illumineranno di rosa alcuni dei monumenti simbolo delle nostre città.
GLI EVENTI “IN ROSA”
L’Ufficio Regionale Ligure mobilita il territorio con numerose iniziative di sensibilizzazione e raccolta fondi: dalle camminate non agonistiche alle cene offerte dai ristoranti liguri fino alle iniziative di alcune marche della grande distribuzione sono sempre di più le attività organizzate sul territorio che uniscono la sensibilizzazione sulla prevenzione alla raccolta fondi a sostegno della ricerca. Anche saloni di bellezza, centri estetici e parrucchieri si uniscono alla campagna con il progetto La Bellezza Che Conta, coinvolgendo le clienti nella raccolta fondi per la ricerca e sostenere con un gesto di vicinanza le donne colpite dal cancro al seno. Il dettaglio degli eventi sul territorio è disponibile nell’area eventi del sito nastrorosa.it.
SPILLE E CHARM CON IL SIMBOLO DELLA CAMPAGNA
È possibile sostenere le donne e il lavoro dei ricercatori contro il tumore al seno anche con una piccola donazione da 2,00 euro, indossando la spilla con il nastro rosa di AIRC, distribuita in migliaia di farmacie e punti di distribuzione. Quest’anno, presso alcuni grandi partner retail sarà disponibile anche un portachiavi con il nastro rosa di AIRC, che può anche essere indossato come charm.
DIAGNOSI PRECOCE E PREVENZIONE SALVANO VITE
Per aiutare le donne a orientarsi sulle buone abitudini da adottare, sui controlli consigliati in base all’età e sugli screening offerti dal Servizio Sanitario Nazionale nelle varie Regioni, AIRC ha realizzato una guida online sulla prevenzione del tumore al seno consultabile all’indirizzo prevenzionetumoreseno.airc.it; la campagna è occasione importante per ricordare che:
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Criteri Critici
Tumore al seno nelle giovani donne, a Genova arriva la terapia innovativa prima dell'intervento GenovaToday
Un’alleanza tra due eccellenze della sanità genovese per offrire nuove prospettive di cura alle giovani donne colpite da carcinoma mammario. Gli ospedali Galliera e Villa Scassi hanno avviato una sperimentazione clinica dedicata alle pazienti in età pre-menopausale con tumore al seno positivo ai recettori ormonali.Al centro dello studio c'è un'innovativa terapia endocrina somministrata per via orale.
Trasformare l'attesa dell'intervento in una finestra di cura
La particolarità della ricerca risiede nel momento della somministrazione: il farmaco verrà infatti assunto durante la ‘finestra’ di circa un mese che intercorre tra la diagnosi iniziale e l'intervento chirurgico di asportazione.
Nei tumori mammari sensibili agli ormoni, gli estrogeni possono stimolare la crescita delle cellule tumorali legandosi a specifici recettori. Il nuovo farmaco agisce bloccando l'attività di questi recettori e favorendone la degradazione, interrompendo così i segnali che alimentano la malattia. L'obiettivo dei ricercatori è verificare se la molecola sia in grado di rallentare la proliferazione cellulare già prima di entrare in sala operatoria.
"L’obiettivo è valutare se il trattamento possa ridurre la proliferazione delle cellule tumorali, uno degli indicatori dell’aggressività biologica della malattia, già prima dell’intervento - spiega Matteo Lambertini, professore associato presso l’Università di Genova e direttore dell'oncologia medica del Galliera -. Il periodo di attesa della chirurgia diventa così una finestra preziosa per studiare la risposta del tumore e sviluppare strategie terapeutiche sempre più personalizzate".
La ricerca si concentra in modo specifico sulle donne prima della menopausa, una fascia di popolazione per la quale la medicina punta a sviluppare risposte sempre più mirate. L'impatto del trattamento verrà misurato confrontando i campioni di tessuto tumorale prelevati durante la prima biopsia diagnostica con quelli asportati successivamente al momento della chirurgia.
Il rigore della ricerca: "È una sperimentazione"
Dalla comunità scientifica arriva comunque un invito alla prudenza: trattandosi di uno studio clinico, l'effettiva capacità della terapia di raggiungere tali risultati dovrà essere accuratamente verificata sul campo. Un'eventuale riduzione della proliferazione cellulare fornirà dati biologici di fondamentale importanza per la ricerca, pur non traducendosi automaticamente o da sola in un aumento garantito delle possibilità di guarigione o in una riduzione del rischio di recidiva.
La partecipazione allo studio sarà proposta direttamente alle pazienti che risponderanno ai requisiti previsti dal protocollo medico, previa informativa completa e firma del consenso informato.
Fare squadra sul territorio: le reazioni
"Questo studio - dichiara Monica Calamai, direttore generale Aom Liguria - è un esempio concreto di ciò che l'Azienda ospedaliera metropolitana vuole essere: una rete in cui le competenze dei diversi ospedali lavorano insieme, mettendo a disposizione delle pazienti percorsi di cura integrati e l'accesso alla ricerca più avanzata. Questa collaborazione dimostra che fare squadra significa portare l'innovazione più vicino alle persone, indipendentemente dal punto della città in cui vengono prese in carico. Investire nella ricerca clinica, soprattutto su una popolazione delicata come quella delle giovani donne, è per noi una scelta strategica".
Sulla stessa linea l'assessore alla Sanità di Regione Liguria, Massimo Nicolò: "L’avvio di questo studio clinico dimostra la capacità della sanità ligure di unire ricerca, innovazione e assistenza. Per le giovani donne che affrontano un tumore al seno, studiare una nuova strategia terapeutica già nella fase che precede l’intervento significa sviluppare conoscenze e cure sempre più personalizzate. È questo il valore della medicina di precisione, che punta a individuare strategie terapeutiche mirate sulla base delle caratteristiche della malattia e della singola paziente. Come Regione Liguria continuiamo a sostenere una sanità capace di innovare e trasformare la ricerca clinica in nuove possibilità di cura".
Un approccio che unisce in modo indissolubile l'attività clinica di corsia con l'innovazione di laboratorio, come rimarca Stefano Spinaci, responsabile della senologia territoriale Aom presso l'ospedale Villa Scassi: "Questo studio si inserisce in un percorso multidisciplinare Galliera-Villa Scassi nel quale ricerca clinica e assistenza si integrano per offrire alle pazienti opportunità di cura innovative di ultima generazione e contribuire al progresso delle conoscenze sul carcinoma mammario".
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Criteri Critici
La terapia genica: La scoperta che ha ispirato Spider-Man | Euronews Tech Talks Euronews.com
Se siete appassionati di scienza e fan della Marvel, avrete forse notato che la terapia genica, un promettente approccio medico per curare le malattie intervenendo sulle loro cause genetiche, compare nell’ultima versione della saga del supereroe aracnide, Spider-Man: Brand New Day.
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In questo film, Peter Parker, alias Spider-Man, inizia a sentirsi strano. Il suo DNA muta e il suo lato da ragno prende il sopravvento, regalandogli nuovi poteri, a volte difficili da controllare.
Per riuscire a gestirli, Parker ricorre all’RNA interference, una tecnica reale di terapia genica che serve a silenziare l’attività di geni specifici.
Ma come funziona la terapia genica? E quali sono i suoi limiti?
Per rispondere a queste e ad altre domande, Euronews Tech Talks ha intervistato Alberto Auricchio, direttore dell’Istituto Telethon di Genetica e Medicina di Napoli, professore all’Università di Napoli e presidente della European Society of Gene & Cell Therapy.
Come funziona la terapia genica?
In origine impiegata per curare malattie monogeniche, oggi la terapia genica viene utilizzata e studiata per trovare trattamenti per un’ampia gamma di patologie, tra cui il cancro e l’HIV.
"La terapia genica, in sostanza, interviene sulla causa alla radice di una malattia genetica", ha spiegato Auricchio. Questo approccio medico consiste essenzialmente nell’introdurre acidi nucleici (DNA e RNA) nelle cellule e nei tessuti bersaglio a scopo terapeutico.
Gli acidi nucleici possono essere introdotti nelle cellule bersaglio in vivo (direttamente nell’organismo) oppure ex vivo (in cellule prelevate da un organismo e poi reintrodotte nel corpo). In entrambi i casi, la somministrazione avviene attraverso vettori virali o non virali.
Tra le forme di terapia genica ci sono l’aggiunta di geni e l’editing genetico; quest’ultimo si articola a sua volta in silenziamento e correzione del gene.
Come suggeriscono i nomi, l’aggiunta di geni consiste nell’inserire un gene; la correzione del gene significa riparare un gene difettoso; il silenziamento del gene lo rende inattivo.
A che punto è la terapia genica in Europa?
La terapia genica è un campo complesso e in continua evoluzione, ma non è solo materiale da storie di fantascienza. "Ormai siamo oltre la fase degli studi clinici. Esistono prodotti di terapia genica approvati, già disponibili per i pazienti", ha dichiarato Auricchio a Euronews Next.
La prima terapia genica in vivo approvata in Europa è stata Glybera, che ha ottenuto l’autorizzazione alla commercializzazione da parte della Commissione europea nel 2012 e offre un trattamento ai pazienti con attacchi di pancreatite gravi o ricorrenti dovuti a carenza di lipoproteina lipasi.
La prima terapia genica ex vivo approvata in Europa è stata Strimvelis, che ha ricevuto l’autorizzazione nel 2016. Questo farmaco cura l’immunodeficienza combinata grave dovuta a carenza di adenosina deaminasi ed è stato sviluppato all’Ospedale San Raffaele di Milano.
Perché la terapia genica è così promettente?
Tra i vari punti di forza, la terapia genica ne ha uno cruciale: è un trattamento duraturo.
"Esistono farmaci di terapia genica approvati, per i quali abbiamo dati di follow-up raccolti per decenni su pazienti in cui sappiamo che l’effetto terapeutico è stabile nel tempo, per decenni e, in teoria, per tutta la vita dell’individuo", ha spiegato Auricchio.
Di fatto, i farmaci di terapia genica sono progettati per essere un trattamento unico nella vita: una sola somministrazione dovrebbe garantire un effetto che dura a lungo.
Dall’altro lato, oltre alle difficoltà scientifiche, il principale limite della terapia genica è rappresentato dai costi.
"Si tratta di farmaci molto costosi da sviluppare e quelli che arrivano sul mercato hanno prezzi altissimi, alcuni dell’ordine di milioni di euro", ha spiegato Auricchio.
Per esempio, il costo di Strimvelis è di 594.000 euro, IVA esclusa.
"In molti casi questi farmaci vengono sviluppati per malattie rare, che non rappresentano un mercato particolarmente appetibile per i tradizionali sviluppatori, come le aziende farmaceutiche; l’elevato costo di sviluppo di questi farmaci è una sfida", ha detto Auricchio.
Spider-Man: Brand New Day non affronta il problema economico legato alla terapia genica. Peter Parker ha la fortuna di conoscere il brillante scienziato Bruce Banner, alias Hulk, che lo aiuta a sviluppare la sua terapia.
Ma la scienza reale è spesso molto più complessa di un film di supereroi.
Euronews Tech Talks è un podcast prodotto, scritto, condotto e pubblicato in inglese.
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Water Matters
L'acqua in Europa è sempre più minacciata. L'inquinamento, la siccità e le inondazioni hanno un impatto sull'acqua potabile, sui laghi, sui fiumi e sulle coste. Unitevi a noi per un viaggio in Europa: scopriremo perché la protezione degli ecosistemi è importante, come le nostre acque reflue possono essere gestite meglio e quali sono le migliori soluzioni idriche. Reportage video, una serie di spiegazioni animate e un dibattito: scoprite perché l'acqua è importante, su Euronews.
Appena due mesi dopo essersi sottoposta a un intervento chirurgico per un tumore alla tiroide, a una donna di 40 anni è stato diagnosticato un tumore ai polmoni. - Vietnam.vn
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Criteri Critici
Appena due mesi dopo essersi sottoposta a un intervento chirurgico per un tumore alla tiroide, a una donna di 40 anni è stato diagnosticato un tumore ai polmoni. Vietnam.vn
In particolare, il paziente non si è rivolto a un medico a causa di evidenti sintomi respiratori. Il danno è stato scoperto durante un controllo medico di routine, quando il paziente era ancora in grado di svolgere le sue normali attività.
Di conseguenza, la paziente NHT (donna, 40 anni) ha una storia di carcinoma papillare della tiroide nel lobo sinistro, trattato chirurgicamente nel luglio 2026. Durante un controllo medico di routine, le immagini polmonari hanno rivelato un nodulo a vetro smerigliato nel segmento 6 del polmone sinistro, di dimensioni approssimative di 12 x 11 mm.
Il 30 settembre, informazioni provenienti dall'ospedale K indicavano che i medici avevano recentemente ricoverato e curato un paziente affetto da tumore al polmone in fase iniziale.
A seguito di una scoperta casuale, i medici hanno proceduto con una valutazione completa. La risonanza magnetica cerebrale non ha rivelato lesioni secondarie; anche la scintigrafia ossea e l'ecografia addominale non hanno evidenziato lesioni secondarie. Gli esami cardiovascolari e respiratori non hanno rivelato controindicazioni all'intervento chirurgico.
Secondo i medici, l'obiettivo dell'intervento chirurgico non è solo rimuovere la lesione, ma anche preservare quanto più tessuto polmonare sano possibile. I polmoni sono l'organo responsabile della respirazione a lungo termine. Pertanto, quando la lesione è localizzata e idonea all'intervento chirurgico, la scelta del margine di resezione appropriato è fondamentale.
Durante l'intervento chirurgico, il campione è stato inviato immediatamente per una biopsia. I risultati preliminari hanno indicato un sospetto adenocarcinoma (tumore del tessuto ghiandolare).
Dopo aver sintetizzato i dati clinici e paraclinici e a seguito di un consulto, al paziente è stato diagnosticato un carcinoma polmonare sinistro cT1N0M0, con piano di trattamento consistente nella resezione laparoscopica del sesto lobo del polmone sinistro.
In seguito all'intervento chirurgico, le condizioni del paziente sono stabili e attualmente continua a essere monitorato e curato in ospedale.
Secondo i medici dell'ospedale K, il paziente T. non si è recato in ospedale a causa di prolungata difficoltà respiratoria, emottisi (tosse con sangue) o altri sintomi respiratori evidenti che potessero essere segnali di un tumore ai polmoni. Il danno è stato scoperto quando il paziente ha effettuato un controllo medico di routine. Sulla base di tale scoperta, i medici hanno proceduto a valutare l'estensione della malattia e a scegliere il piano di trattamento più appropriato. Questo dimostra l'importanza di individuare la malattia quando è ancora "silente".
Nel caso del cancro, la tempestività della diagnosi ha un impatto significativo sulle opzioni terapeutiche. Una lesione di dimensioni superiori a 1 cm, rilevata tramite diagnostica per immagini, potrebbe non causare sintomi evidenti, ma una diagnosi e una valutazione precoci possono offrire maggiori opportunità di trattamento quando la malattia è ancora localizzata.
Ciò sottolinea ancora una volta l'importanza di sottoporsi regolarmente a controlli medici per individuare precocemente le malattie, aumentando così le probabilità di successo del trattamento o riducendo le complicazioni future.
Fonte: https://giadinh.suckhoedoisong.vn/vua-phau-thuat-ung-thu-tuyen-giap-2-thang-nguoi-phu-nu-40-tuoi-phat-hien-them-ung-thu-phoi-172260930133419286.htm
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Tumore al seno e rischio di recidiva: conoscere non basta, serve più dialogo nelle decisioni di cura Corriere della Sera
Ottobre è il mese «rosa» volto alla sensibilizzazione sul tumore al seno, il Breast Cancer Awareness Month, tradizionalmente dedicato all’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce. Ma, per le persone che hanno già ricevuto una diagnosi, la consapevolezza non si ferma alla scoperta della malattia: significa anche comprendere il proprio percorso, conoscere il rischio individuale di recidiva, sapere cosa aspettarsi dalle terapie e sentirsi parte attiva delle decisioni di cura. È questa la prospettiva al centro della nuova ricerca promossa da Novartis Italia e realizzata da IQVIA su 148 donne con tumore al seno HR+/HER2- in fase iniziale. La ricerca restituisce il quadro di donne informate, che riconoscono il valore della relazione con il medico, ma che non sempre riescono a trasformare la consapevolezza in domande, confronto e partecipazione alle decisioni terapeutiche: solo una su quattro riferisce che la scelta terapeutica è stata realmente discussa e presa in modo condiviso.
Comprendere i rischi per affrontare le cure Ogni anno in Italia vengono diagnosticati circa 54.000 nuovi casi di tumore al seno e sono circa 925.000 le donne che vivono dopo una diagnosi. Per molte, l’intervento chirurgico non rappresenta la conclusione del percorso di cura. Nel tumore HR+/HER2- in fase iniziale, che conta circa il 70% delle donne affette da tumore al seno, il rischio di recidiva può persistere anche a distanza di molti anni e deve essere valutato individualmente. Le terapie adiuvanti hanno l’obiettivo di ridurre questo rischio e possono accompagnare la donna per alcuni anni. «Conoscere il proprio rischio individuale significa comprendere meglio le ragioni delle opzioni terapeutiche proposte e che cosa aspettarsi dal trattamento. Per questo è importante che il dialogo con il team di cura prosegua nel tempo e offra a ogni donna lo spazio per porre domande, condividere dubbi e approfondire gli aspetti più rilevanti per il proprio percorso» afferma Angela Toss, professoressa associata all’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e oncologa medica presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Modena.
Dalla conoscenza alla partecipazione I risultati IQVIA mostrano che circa 8 pazienti su 10 sono consapevoli della possibilità che il tumore possa ripresentarsi. La conoscenza generale, tuttavia, non sempre coincide con la comprensione della propria situazione: una donna su 4 non conosce il proprio rischio individuale di recidiva. Sebbene oltre tre donne su quattro dichiarino di sentirsi ascoltate e accolte nel rapporto con il proprio medico, la fiducia riposta nel team curante tende spesso a tradursi in una delega delle scelte terapeutiche più che in una partecipazione attiva: solo il 24% riferisce che la decisione sul trattamento è stata discussa e presa in modo condiviso. Rosanna D’Antona, presidente di Europa Donna Italia, dichiara: «La ricerca evidenzia che oggi, tra le pazienti, c’è una buona consapevolezza del rischio di recidiva e si è rafforzata la relazione di fiducia con il team curante. Si tratta di un risultato importante, frutto anche dell'impegno che associazioni di pazienti e Breast Unit hanno portato avanti negli anni per accompagnare le donne lungo il percorso di cura, offrendo informazione e supporto. È ora fondamentale compiere un passo ulteriore, favorendo un dialogo più aperto con il medico e una partecipazione più attiva delle pazienti alle decisioni terapeutiche che le riguardano. Come associazione di pazienti, stiamo lavorando anche in questa direzione». I dati indicano quindi la necessità di creare contesti nei quali ogni donna possa sentirsi libera di esprimere dubbi, aspettative e priorità, comprese quelle relative agli effetti collaterali e alla qualità di vita.
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?3
49.6/100
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Criteri Critici
Alessandro Di Battista racconta il tumore: «Ora la priorità è curarmi» iodonna.it
Dopo settimane di riserbo, Alessandro Di Battista ha scelto di raccontare pubblicamente la malattia che ha cambiato improvvisamente la sua vita. Ospite in collegamento a DiMartedì, su La7, l’ex parlamentare ha spiegato che il malore avuto a Cuba alla fine di agosto era stato provocato da un edema cerebrale legato alla presenza di un tumore. Operato all’Avana, è poi rientrato in Italia e ora si prepara ad affrontare le terapie. Un racconto molto personale, nel quale Di Battista ha scelto anche di prendere le distanze dalla retorica della malattia come battaglia da vincere a tutti i costi. Ma che cos’è un edema cerebrale e perché può rappresentare il primo segnale della presenza di una massa nel cervello?
Come il ritmo della camminata rivela quanto velocemente invecchia il cervello X
Alessandro Di Battista e il racconto della malattia a DiMartedì
È stato lo stesso Alessandro Di Battista, nella puntata di DiMartedì del 29 settembre, a raccontare per la prima volta in modo esplicito che cosa gli è accaduto. Durante un viaggio a Cuba per realizzare alcuni reportage aveva iniziato a stare male. Come ha spiegato a Giovanni Floris, il malessere era legato a «un edema cerebrale dovuto alla presenza di un tumore». I medici cubani, ha raccontato, sono riusciti a ridurre rapidamente l’edema e questo ha permesso di procedere all’intervento chirurgico. Il tumore è stato asportato quasi completamente e ora Di Battista dovrà affrontare le cure successive. Al momento non è stato reso pubblico il tipo istologico della neoplasia.
È un particolare importante anche dal punto di vista medico: i tumori che interessano il cervello costituiscono infatti un gruppo molto eterogeneo di malattie, differenti per origine, caratteristiche biologiche, comportamento clinico, prognosi e trattamenti. Non è quindi possibile, sulla base delle informazioni rese pubbliche, formulare ipotesi sulla diagnosi precisa o sulle terapie che Di Battista dovrà seguire.
«Ogni giorno mi riprendo degli spazi di libertà»
Nel racconto televisivo di Di Battista c’è però soprattutto la dimensione personale di una diagnosi arrivata improvvisamente, raccontata con parole che meritano di essere ascoltate senza invadere uno spazio così intimo. Di Battista ha detto che «ogni giorno mi riprendo degli spazi di libertà», spiegando di prepararsi ora alle cure. E parlando della domanda che spesso accompagna una diagnosi oncologica ha ammesso di essere entrato anche lui nel gruppo di persone che si chiedono perché la malattia sia capitata proprio a loro.
È significativo anche il modo in cui ha parlato del futuro. Alla domanda su un possibile ritorno alla politica, la risposta è stata molto semplice: «Ora la priorità è curarmi». Le terapie inizieranno presto e, ha spiegato, in questo momento deve pensare ad altro.
La malattia senza la retorica del “guerriero”
C’è un altro passaggio del suo racconto che merita attenzione. Di Battista ha rifiutato l’idea che affrontare un tumore significhi necessariamente trasformarsi in un “guerriero”, chiamato a vincere la malattia grazie alla propria forza di volontà.
Ha spiegato di voler affrontare le cure con un atteggiamento positivo, ma ha spostato il peso della “lotta” sui medici che lo stanno seguendo. Una distinzione non banale: ammalarsi non è una prova di carattere e l’esito di una terapia oncologica non dipende dalla capacità di essere più o meno forti o ottimisti. Nel suo caso, ciò che oggi sappiamo è soltanto ciò che lui stesso ha scelto di condividere: l’intervento è stato eseguito, gran parte della massa è stata rimossa e dovrà iniziare un nuovo percorso terapeutico.
Alessandro Di Battista: che cos’è l’edema cerebrale
Ma che cosa significa edema cerebrale, la condizione che ha provocato il malore di Di Battista e ha portato alla scoperta del tumore? L’edema è, in termini semplici, un accumulo anomalo di liquidi nel tessuto cerebrale. Il problema è particolarmente delicato perché il cervello è racchiuso all’interno della scatola cranica, uno spazio rigido: l’aumento di volume provocato dall’edema può quindi determinare una maggiore pressione e comprimere le strutture cerebrali.
Nel caso delle neoplasie cerebrali, AIRC spiega che la crescita di una massa può determinare la formazione di edema, con conseguente compressione dei tessuti circostanti. L’edema cerebrale non significa però automaticamente tumore. Può essere associato a condizioni diverse e deve essere valutato nel contesto clinico della singola persona. Nel caso di Di Battista, è lui stesso ad aver riferito che i medici hanno ricondotto l’edema alla presenza della neoplasia.
Quali sintomi può provocare
I sintomi dipendono dalla zona cerebrale interessata, dalle dimensioni della lesione e dall’entità dell’aumento della pressione intracranica. Secondo il Manuale MSD Professionale, tra i sintomi associati ai tumori endocranici possono comparire cefalea, vomito, alterazioni dello stato mentale, deficit neurologici focali e crisi epilettiche. L’edema cerebrale può inoltre contribuire all’aumento della pressione all’interno del cranio.
Questo non significa naturalmente che un comune mal di testa debba far pensare a un tumore cerebrale. Le cefalee sono estremamente frequenti e nella grande maggioranza dei casi hanno altre cause. A richiedere una valutazione medica sono soprattutto sintomi nuovi, importanti o progressivi, in particolare quando il mal di testa cambia nettamente caratteristiche o si accompagna a manifestazioni neurologiche.
Perché ridurre l’edema può essere necessario prima dell’intervento
Il racconto di Di Battista contiene anche un particolare clinicamente rilevante: prima di operarlo, i medici sono intervenuti sull’edema. È un passaggio coerente con ciò che avviene nella gestione di alcune masse cerebrali. Ridurre l’edema e la pressione sui tessuti può essere necessario per stabilizzare il paziente e creare condizioni più sicure per l’intervento, mentre il trattamento successivo dipende dalla natura precisa della neoplasia.
Ed è proprio qui che, nel caso di Alessandro Di Battista, bisogna fermarsi. Non conosciamo la diagnosi istologica e non sappiamo quali terapie gli siano state prescritte. Qualunque indicazione più precisa sul tipo di tumore, sulla prognosi o sul percorso terapeutico sarebbe quindi, al momento, una supposizione. Ciò che lui ha scelto di raccontare è il passaggio improvviso da una vita normale a una diagnosi inattesa e alla necessità di curarsi. E forse sono proprio le parole con cui ha descritto il presente a restituire meglio questo momento: riprendersi, giorno dopo giorno, i propri spazi di libertà.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Il tumore al cervello di Alessandro Di Battista: cosa è e come si cura la Repubblica
Alessandro Di Battista ha scelto “Di martedì” per spiegare che la malattia che lo ha costretto a un ricovero di urgenza a Cuba è un tumore al cervello. Una volta rientrato in Italia, l’ex deputato 5 stelle è stato ricoverato al Policlinico Gemelli da dove è stato dimesso il 18 settembre. Di Battista ha parlato di “tumore del cervello”, definizione sotto cui cadono diverse malattie oncologiche.
Il glioblastoma
La forma più diffusa di tumore al cervello è il glioblastoma, malattia che colpisce circa 1500 persone all’anno. Rappresenta il 45% dei nuovi casi e si sviluppa principalmente nei maschi, fra i 50 e i 65 anni. Esistono forme a esordio giovanile, con una media di età intorno ai 39 anni. La ricerca scientifica ha permesso negli ultimi anni di individuare due grandi famiglie di questa malattia, identificate in base alla mutazione o meno di un gene chiamato IDH (isocitrato deidrogenasi). La presenza della mutazione identifica il glioblastoma “secondario” che evolve da un glioma di basso grado. In caso contrario si parlerà di “primario”, che nasce direttamente come glioma di grado 4.
Cosa è l’edema
Di Battista ha spiegato che a Cuba è stato sottoposto a un intervento per ridurre un edema cerebrale. Il tumore, infatti, per svilupparsi ha bisogno di nuovi vasi sanguigni che risultano fragili, pieni di fessure attraverso cui alcuni elementi del sangue fuoriescono dal flusso circolatorio e si accumulano nel tessuto cerebrale circostante, formando quindi quello che si chiama edema. Sono i sintomi causati da questo accumulo – forte mal di testa, vertigini, nausea e vomito, sonnolenza – che portano i pazienti a rivolgersi al medico e quindi ad avere la diagnosi. Come è successo a Di Battista a Cuba.
Alessandro Di Battista: "Mi hanno asportato un tumore, ora mi devo curare"
Come si cura
Il primo passo è quindi quello di ridurre l’accumulo con una terapia a base di farmaci cortisonici. Il secondo è quello della resezione chirurgica del tumore a cui, come indicano le linee guida dell’Associazione Italiana Oncologia Medica (Aiom), segue la radioterapia con l’eventuale aggiunta di chemioterapia.
Gli altri tumori del cervello
Oltre al glioblastoma, che appartiene alla famiglia più ampia dei gliomi, il cervello può essere sede anche di altre neoplasie. I più frequenti sono i meningiomi, i gliomi di basso grado, i gliomi anaplastici, medulloblastomi e i tumori della regione pineale. I meningiomi sono per lo più curabili con la sola chirurgia ma in casi selezionati e in presenza di una maggiore aggressività necessitano di un trattamento radio e chemioterapico.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
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RAINEWS * SALUTE: «MAX PARISI: "HO UN TUMORE AL PANCREAS, SONO VOLATO IN AMERICA PER PROVARE UNA NUOVA TERAPIA" agenziagiornalisticaopinione.it
In collaborazione con Rainews riceviamo e pubblichiamo il link della seguente news. Opinione ringrazia l’editore per la partnership multimediale./// Il conduttore radiofonico: “Mi hanno dato due mesi di vita, spero di arrivare a Natale” Link alla notizia
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Il nuovo reattore di Dong Nai produrrà radiofarmaci per il trattamento del cancro. vietnam.vn
La nostra missione è aiutare 180.000 malati di cancro ogni anno. Durante la conferenza stampa periodica organizzata dal Ministero della Scienza e della Tecnologia , la questione delle risorse umane nell'industria nucleare ha suscitato grande interesse. Condividendo il suo punto di vista sul potenziale e sullo stato attuale del settore, il dottor Tran Chi Thanh, direttore dell'Istituto vietnamita per l'energia atomica, ha affermato che l'applicazione più importante ed efficace dell'energia nucleare in Vietnam oggi è in medicina. Secondo il dottor Tran Chi Thanh, il reattore nucleare di ricerca di Da Lat , dopo essere stato restaurato, ammodernato e messo in funzione nel 1984 con l'aiuto dell'ex Unione Sovietica, è ora operativo da 42 anni. Il dottor Tran Chi Thanh, direttore dell'Istituto vietnamita per l'energia atomica (Foto: Minh Nhat).
Nonostante la sua modesta capacità di soli 0,5 MW, il reattore di Da Lat è considerato dall'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) uno dei reattori a bassa potenza più efficienti al mondo . Attualmente, il reattore fornisce circa l'80% dei radiofarmaci agli ospedali di tutto il paese, concentrandosi sulla diagnosi e il trattamento del cancro. Ogni anno, in Vietnam si registrano circa 180.000 nuovi casi di cancro. La domanda di isotopi radioattivi per uso medico è in aumento, ma la capacità produttiva interna rimane limitata. Il progetto del Centro di ricerca per la scienza e la tecnologia nucleare, con il suo nuovo reattore di ricerca a Dong Nai, dovrebbe potenziare le capacità di ricerca, la produzione di isotopi radioattivi e lo sviluppo di applicazioni della tecnologia nucleare. "Al fine di ampliare la propria capacità di servire il settore sanitario e la regione, il Vietnam sta realizzando un nuovo progetto di reattore nucleare di ricerca a Dong Nai, con una capacità 30 volte superiore a quella del reattore di Da Lat, con l'obiettivo di diventare un centro di fornitura di radiofarmaci per la diagnosi e il trattamento del cancro per l'intera regione", ha analizzato il dottor Thanh. Solo il 20% degli esperti ritorna e, su 1.000 borse di studio, solo 10 vengono utilizzate.
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Secondo l'Istituto vietnamita per l'energia atomica e il Dipartimento per la sicurezza dalle radiazioni e nucleare, il Vietnam possiede un patrimonio di risorse umane accumulato in molti anni di ricerca, formazione, applicazione e gestione. Tuttavia, per soddisfare le esigenze a lungo termine, è necessario integrare la forza lavoro esistente in termini quantitativi, strutturali e di competenze specialistiche. Il dottor Tran Chi Thanh ha affermato senza mezzi termini che la situazione delle risorse umane rappresenta "la sfida principale". Per l'energia nucleare, la forza lavoro necessaria è enorme. Ogni centrale nucleare richiede 600-700 persone (con tecnologia occidentale) o quasi 1.000 persone (con tecnologia russa). Gli isotopi radioattivi vengono consegnati agli ospedali per la diagnosi del cancro (Foto: Thanh Dong).
In passato, il Vietnam ha inviato quasi 1.000 funzionari e studenti a studiare nella Federazione Russa e in Giappone. Tuttavia, ad oggi, solo circa il 20% è tornato a lavorare nel settore. Facendo seguito alle osservazioni del direttore dell'Istituto vietnamita per l'energia atomica, il signor Tran Quang Tuan, vicedirettore del Dipartimento per la sicurezza dalle radiazioni e nucleare, ha affermato che il governo ha varato numerose strategie e progetti specifici per preparare in modo completo le risorse per la nuova fase di sviluppo. Secondo la Decisione 438/QD-TTg sulla Strategia per lo sviluppo delle applicazioni dell'energia atomica, il Vietnam mira a costituire una forza lavoro di circa 2.000 persone entro il 2030 e ad aumentare tale numero a 2.500 entro il 2035. Questa forza si compone di quattro pilastri: amministrazione statale, ricerca e sviluppo, supporto tecnico e il team operativo diretto della centrale nucleare. Per raggiungere questo obiettivo, sono state approvate e attuate una serie di importanti politiche. "La nostra prospettiva è quella di massimizzare il potenziale intellettuale della nostra forza lavoro attuale, formando al contempo attivamente nuovo personale per soddisfare le crescenti esigenze in termini di quantità, struttura e competenze specializzate", ha sottolineato il signor Tran Quang Tuan.
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Il progetto 1816 porta le tecniche di radioterapia più avanzate a disposizione dei pazienti di Gia Lai. Vietnam.vn
L'ospedale Cho Ray, in collaborazione con l'ospedale generale Gia Lai , sta implementando il trasferimento di tecniche di radioterapia nell'ambito di un accordo tra le due strutture. Una delegazione dell'ospedale Cho Ray, guidata dal dottor Pham Phu Dong, specialista di primo livello del dipartimento di chemioterapia e radioterapia del centro oncologico, sta fornendo supporto e assistenza diretta al personale medico locale nello svolgimento delle procedure professionali.
Durante il trasferimento, le équipe dei due ospedali hanno collaborato al trattamento di tre pazienti oncologici ricoverati presso l'Ospedale Generale Gia Lai. Un paziente affetto da tumore al polmone con metastasi cerebrali è stato sottoposto a radioterapia cerebrale totale; due pazienti affetti da tumore al polmone con metastasi ossee multiple hanno ricevuto radioterapia palliativa per controllare il dolore e migliorare la qualità della vita.
Un aspetto rilevante del trasferimento di competenze è che la formazione viene condotta in parallelo con l'applicazione pratica su casi specifici. Gli esperti dell'ospedale Cho Ray hanno collaborato con l'équipe dell'ospedale generale Gia Lai per eseguire le tecniche e fornire una guida passo passo nel processo di trattamento, consentendo così al team locale di accedere direttamente a tecniche di radioterapia avanzate.
Secondo il contratto, l'ospedale Cho Ray supporterà l'ospedale generale Gia Lai nell'implementazione di tecniche di radioterapia con acceleratore lineare, tra cui la radioterapia a intensità modulata, la radioterapia combinata con la chemioterapia, la radioterapia sintomatica nelle metastasi tumorali e la simulazione e pianificazione per la radioterapia a fasci esterni.
Per adottare la tecnologia, l'Ospedale Generale Gia Lai ha preparato proattivamente il proprio personale, i pazienti, le attrezzature, i materiali e le necessarie condizioni professionali. Oltre alla pratica in loco, il personale medico dell'ospedale ha ricevuto aggiornamenti sulle tecniche di radioterapia; diverse équipe specializzate sono state inviate a partecipare a corsi di formazione avanzata presso l'Ospedale Cho Ray e l'Ospedale Oncologico di Ho Chi Minh City.
Avvicinare le tecniche mediche più avanzate ai pazienti.
Il trasferimento tecnologico previsto dal Progetto 1816 non solo aiuta le strutture di livello inferiore ad acquisire nuove tecniche, ma mira anche a rafforzare le competenze professionali locali. Per l'Ospedale Generale Gia Lai, l'acquisizione e la graduale padronanza delle tecniche di radioterapia presso l'Unità di Radioterapia del Dipartimento di Oncologia e Medicina Nucleare crea maggiori opportunità per i pazienti oncologici di accedere a trattamenti specialistici direttamente nella propria zona.
Secondo il Dipartimento della Salute di Gia Lai, l'implementazione locale di queste tecniche consentirà agli abitanti della provincia e delle aree circostanti di accedere più facilmente ai servizi di radioterapia, riducendo la necessità di trasferimenti in altre strutture. Per i pazienti oncologici che necessitano di cure a lungo termine, ricevere il trattamento vicino alla propria residenza riduce i tempi e i costi di viaggio, facilitando al contempo il monitoraggio e la terapia.
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Tumore al polmone, screening per il personale della Polizia di Stato ÈliveBrescia TV
Un questionario per individuare i soggetti più a rischio e, quando indicato dagli specialisti, la possibilità di effettuare una TAC a bassa dose. È il percorso volontario previsto dalla nuova campagna di sensibilizzazione e prevenzione del tumore al polmone rivolta agli appartenenti alla Polizia di Stato e all’Amministrazione Civile dell’Interno.
L’iniziativa è stata presentata questa mattina nella Sala Prosperi della Questura di Brescia e rientra nel programma “Care for Caring 3.0 – Ambasciatori della Prevenzione”.
LA PRESENTAZIONE
DAL QUESTIONARIO ALLA TAC
La prima fase prevede la compilazione di un questionario di valutazione del rischio, rivolto in particolare a fumatori ed ex fumatori.
Le informazioni saranno valutate dagli specialisti per individuare le persone per le quali possa essere opportuno un ulteriore approfondimento. Ai soggetti considerati a rischio significativo potrà essere proposta una TAC a bassa dose e, quando necessario, l’indirizzamento verso i centri diagnostici e terapeutici competenti.
PREVENZIONE E DIAGNOSI PRECOCE
Durante la presentazione è stata sottolineata l’importanza della diagnosi precoce, anche perché il tumore al polmone può svilupparsi nelle fasi iniziali senza sintomi evidenti. Tra i principali fattori di rischio è stato indicato il fumo di tabacco.
All’incontro sono intervenuti, tra gli altri, il Questore di Brescia Paolo Sartori, il direttore generale dell’ASST Spedali Civili Luigi Cajazzo, il dirigente generale medico della Polizia di Stato Mario Mazzotti e Monica Caserta, Founder ed Executive Director di Ladies First.
La parte scientifica ha visto gli interventi di Giuseppina Ravizzi, Silvia Novello e Salvatore Grisanti, con i contributi video di Alessandra Dorigo e Michela Bezzi.
L’obiettivo del progetto è mettere a disposizione del personale strumenti concreti per conoscere i fattori di rischio e favorire l’individuazione precoce delle situazioni che richiedono ulteriori accertamenti.
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Dall’intelligenza artificiale alle cure su misura, tante opportunità per l’oncologia La Provincia di Como
La ricerca scientifica sta trasformando la prevenzione, la diagnosi e il trattamento dei tumori. Ne abbiamo parlato con il professor Giuseppe Curigliano, direttore della Divisione di sviluppo di nuovi farmaci dell’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo), professore ordinario di Oncologia medica al Dipartimento di Oncologia ed emato-oncologia dell’Università degli Studi di Milano e direttore della Scuola di specializzazione in Oncologia medica della stessa università. Il professore, presidente dell’Esmo (European Society for Medical Oncology), domani alle 18 sarà in Biblioteca a Como in occasione della terza edizione di “La prevenzione in piazza”.
Professore, sappiamo che la prevenzione in oncologia è fondamentale ma a che punto siamo in Italia?
In Italia abbiamo compiuto passi avanti, ma la prevenzione resta una delle aree con il più ampio margine di miglioramento. Sappiamo che una quota importante dei tumori è legata a fattori modificabili: fumo, consumo di alcol, eccesso di peso, sedentarietà, alimentazione non equilibrata, alcune infezioni prevenibili con la vaccinazione e alcune esposizioni ambientali o professionali. Una stima Airc parla di circa il 40% dei nuovi casi potenzialmente prevenibili attraverso comportamenti e interventi di prevenzione. La prevenzione, pero, non significa solo dire alle persone di avere stili di vita corretti. Significa costruire condizioni che rendano le scelte salutari più facili.
Quali?
Contrasto al tabagismo, promozione dell’attività fisica, vaccinazioni, ambienti di lavoro più sicuri, accesso ai servizi e programmi di screening organizzati.
Leggiamo quasi ogni giorno di importanti traguardi della ricerca, ma ci aiuta a capire come la stessa sta trasformando la prevenzione?
Lo sta facendo in almeno tre direzioni. La prima è la prevenzione sempre più personalizzata: integrare familiarità, genetica, fattori di rischio, precedenti clinici e caratteristiche dell’esposoma per identificare meglio chi può beneficiare di interventi o controlli più mirati. La seconda è lo sviluppo di nuovi strumenti di diagnosi precoce, come biomarcatori e test basati su DNA tumorale circolante. La terza i vaccini, che stanno già dimostrando come prevenire alcune infezioni possa ridurre il rischio oncologico. Nel breve termine mi aspetto una migliore stratificazione del rischio, un uso più intelligente dei dati e studi clinici capaci di dirci non soltanto se un test individua un tumore, ma se il suo utilizzo riduce davvero la mortalità e non genera più falsi positivi, sovradiagnosi o esami inutil.
La tecnologia sta mostrando nuove frontiere per intercettare prima e meglio la malattia. Quali le innovazioni che stanno facendo la differenza?
Tra le tecnologie più interessanti ci sono l’AI applicata alle immagini diagnostiche, l’analisi molecolare dei tumori e la cosiddetta “liquid biopsy”, cioè la ricerca nel sangue di segnali biologici associati alla malattia. Sono strumenti che possono aiutare a riconoscere pattern molto difficili da cogliere, migliorare la precisione e supportare il lavoro dei professionisti. Un ambito promettente è quello dei test multicancro, che cercano segnali di più tumori in un unico campione biologico. Va precisato che oggi questi test sono ancora oggetto di valutazione e non abbiamo prove definitive che il loro impiego nello screening della popolazione sana riduca la mortalità. Lo stesso vale per molte applicazioni avanzate dell’AI.
Sul fronte delle terapie negli anni sono arrivate novità importanti. Oggi, inoltre, si parla di medicina personalizzata. Come avviene la ”personalizzazione”?
La personalizzazione nasce dalla conoscenza sempre più dettagliata della biologia del tumore. Non guardiamo più soltanto all’organo in cui la neoplasia è comparsa, ma anche alle alterazioni molecolari e immunologiche che la caratterizzano. Attraverso biopsia, esami istologici e profilazione molecolare si cercano biomarcatori che possano indicare se una persona è candidata a una terapia mirata, a un’immunoterapia o ad altre strategie. È un approccio importante perché tumori apparentemente simili possono avere caratteristiche biologiche molto diverse e, al contrario, tumori di organi differenti possono condividere una stessa alterazione molecolare. La medicina di precisione permette di scegliere il trattamento sulla base della biologia del tumore, aumentando la probabilità di efficacia e cercando di evitare terapie non utili.
Sui nuovi farmaci cosa ci può dire?
Stiamo assistendo alla crescita delle terapie target, degli anticorpi monoclonali, degli antibody-drug conjugates, delle immunoterapie, delle terapie bispecifiche e, in alcune neoplasie, delle terapie cellulari. L’innovazione non consiste soltanto nell’arrivare a un nuovo principio attivo, ma nel capire per quale paziente funziona, in quale momento della malattia e in quale combinazione. Negli ultimi anni le autorità regolatorie hanno approvato nuove terapie per tumori selezionati attraverso specifici iomarcatori, un segnale evidente della direzione presa dall’oncologia. Ogni nuovo farmaco però va valutato per beneficio clinico, sicurezza, qualità di vita e sostenibilità.
I dati sulla prevenzione ci dicono che purtroppo l’adesione agli screening disponibili non e ancora a livelli soddisfacenti. Come mai?
L’adesione non dipende da un’unica causa. Pesano la percezione personale del rischio, la paura del risultato, la scarsa familiarità con i test, difficolta organizzative, tempi di lavoro, spostamenti, accessibilità dei servizi e differenze socio-economiche e territoriali. Anche la fiducia nel sistema e la qualità della comunicazione fanno la differenza. I dati dell’Osservatorio Nazionale Screening relativi al 2024 mostrano progressi ma anche forti divari: l’adesione per lo screening mammografico è stata del 53,8%, del 42% per quello cervicale e del 35,8% per il colorettale, per quest’ultimo la differenza tra Nord e Sud-Isole è stata molto ampia. Non basta aumentare le campagne informative, bisogna ridurre le barriere: inviti più semplici, appuntamenti flessibili, comunicazione comprensibile, prossimità dei servizi, recupero attivo di chi non aderisce e interventi per gruppi difficili da raggiungere.
Oggi per molte forme di tumore l’età di insorgenza si è abbassata rispetto al passato. E’ necessario pensare a nuove opportunità di screening per una fascia più giovane?
La domanda è importante, ma la risposta non può essere un semplice abbassamento generalizzato dell’età di screening. Un programma funziona quando i benefici superano chiaramente i possibili danni e quando esiste una buona evidenza scientifica. Se il rischio cambia in alcune fasce di età o in determinati sottogruppi, diventa interessante sviluppare screening stratificati per rischio, cioè diversi per intensità e modalità in base alle caratteristiche individuali. In Italia alcune Regioni hanno già esteso lo screening mammografico e colorettale. La prospettiva più promettente è uno screening più personalizzato e basato sul rischio, non necessariamente uno screening uguale per tutti da un’età sempre più bassa.
Qualche consiglio per i nostri lettori?
Il primo: non pensare alla prevenzione come a qualcosa da fare solo quando compare un problema. Il rischio oncologico si costruisce nel tempo e può essere ridotto con scelte quotidiane. Il secondo è partecipare agli screening organizzati nelle fasce previste e seguire i percorsi di approfondimento in caso di risultato positivo. Infine, evitare il fai-da-te diagnostico: la scelta degli accertamenti dovrebbe essere condivisa con i professionisti, sulla base del rischio individuale e delle evidenze.
Cosa ci dobbiamo aspettare in futuro?
Mi aspetto un’oncologia sempre più integrata. La prevenzione sarà più mirata grazie alla stratificazione del rischio; la diagnosi diventerà progressivamente più precoce grazie alla combinazione di imaging, patologia digitale e biomarcatori; le terapie saranno sempre più selezionate sulla biologia della malattia e integrate con informazioni dinamiche sulla risposta al trattamento. Avremo probabilmente sistemi in grado di collegare dati clinici, immagini e informazioni genomiche per supportare decisioni più precise. Il futuro non sarà soltanto tecnologico, dovrà essere anche organizzativo: senza reti oncologiche efficienti, accesso uniforme, presa in carico multidisciplinare e sostenibilità economica, le innovazioni rischiano di arrivare alle persone in modo diseguale.
Altro?
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.7/100
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Criteri Critici
Max Parisi: "Ho un tumore al pancreas, sono volato in America per provare una nuova terapia" RaiNews
"Poiché non è ancora approvato dall’Ema, che sta effettuando la revisione dei dati, il farmaco non può essere utilizzato e rimborsato nei sistemi sanitari pubblici, ma può essere al momento solo acquistato a spese del paziente. L’Ema sta aspettando che l’azienda produttrice presenti la richiesta di immissione in commercio", aggiunge.
"Si tratta, tuttavia, di un farmaco a pagamento, il cui costo può essere coperto dalle assicurazioni sanitarie in base alle condizioni della polizza. Il sistema sanitario statunitense, infatti, è strutturato in modo diverso da quello italiano. Se un cittadino statunitense desidera avere accesso al farmaco, deve sostenerne il costo, direttamente o attraverso la propria assicurazione. Questo oggi vale anche per un paziente italiano: comprarsi il farmaco è possibile ma deve essere ben chiaro che parliamo di una terapia non definitiva ".
Presto Max dovrebbe ricevere la prima confezione di Daraxonrasib . Si tratta di un farmaco "approvato dalla Food and Drug Administration (Fda) negli Stati Uniti ed è, quindi, utilizzabile nella pratica clinica americana" spiega l’ oncologa Chiara Cremolini , membro del direttivo dell’Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e professoressa di Oncologia all’Università di Pisa.
E' il 31 luglio quando i medici dicono a Max Parisi , noto conduttore radiofonico affetto da un tumore al pancreas che le possibilità terapeutiche sono finite. Il 26 agosto, la notizia che gli dà speranza: negli Stati Uniti, viene approvato un nuovo farmaco che potrebbe offrirgli altro tempo, il Daraxonrasib . In meno di un mese la prospettiva di Max Parisi cambia completamente: dall'organizzazione degli ultimi giorni alla decisione di attraversare l'oceano e tentare ancora una volta.
Max Parisi ha 58 anni e negli ultimi due ha perso quaranta chili tra chemioterapia, intervento chirurgico e radioterapia per un tumore al pancreas con metastasi al fegato. Fino a quando, il 31 luglio, il suo oncologo è stato netto: “Le cartucce che avevamo in canna le abbiamo sparate tutte”. La prospettiva che gli viene indicata è un mese, forse due.
Max decide allora di fermarsi. Lascia Caffellatte con te, il programma di Radio Monte Carlo al quale lavorava da anni, contatta Vidas per le cure palliative e comincia a sistemare le questioni pratiche insieme alla moglie Louise. “Riordinare i documenti è stato terapeutico: ho ripercorso gli ultimi vent'anni vissuti accanto a lei e alle nostre figlie”.
Le figlie sono Sophia, 21 anni, e Vivienne, 16. Quando la più piccola comprende la gravità della situazione, protesta: “Papà ci deve essere il giorno del mio diploma”.
Poi arriva una possibilità che rimette tutto in discussione. Negli Stati Uniti viene approvato il Daraxonrasib, un trattamento destinato a pazienti che hanno già affrontato altre terapie. Max ha i requisiti per assumerlo. Nessuno gli promette una guarigione: “Non ti guarisce, questo me lo hanno specificato più volte, però può raddoppiare il tuo tempo. Magari io arrivo a Natale, se sono fortunato a gennaio” spiega in un'intervista a Vanity Fair.
Per tentare la terapia vola negli Stati Uniti e si trasferisce temporaneamente a casa della suocera, in California. Dopo quindici giorni una Tac dovrà stabilire se il farmaco sta funzionando. Ma quando gli si chiede cosa vorrebbe fare del tempo eventualmente guadagnato, Max non ha una lista di desideri: “Dalla vita ho già avuto tutto quello che potevo sognare e anche di più. Non ho altro da chiedere. Vorrei solo vivere quel che mi resta con la mia famiglia”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Alessandro Di Battista, la malattia: l'edema cerebrale provocato da un tumore al cervello. I sintomi, come si cura e quali sono le speranze leggo.it
Un letto d'ospedale all'Avana, un reparto senz'acqua, una sala operatoria dove la corrente non basta a sterilizzare gli strumenti. Da lì è partita la malattia di Alessandro Di Battista, 48 anni, ex deputato del Movimento 5 Stelle, che a DiMartedì, su La7, in collegamento con Giovanni Floris, ha raccontato per la prima volta le ragioni del malore avuto a Cuba a fine agosto. Alla base c'è un tumore al cervello, scoperto dopo un edema cerebrale. «Ogni giorno mi riprendo degli spazi di libertà», ha detto.
Alessandro Di Battista, l'intervento: «A Cuba operazione raffinatissima in un ospedale senza acqua. Il neurochirurgo mi ha salvato la vita»
Il malore e la diagnosi
«Ho iniziato a sentirmi male per un edema cerebrale dovuto alla presenza di un tumore che mi è stato riscontrato», ha spiegato Di Battista. Nel racconto un ruolo centrale ha l'ospedale Hermanos Ameijeiras dell'Avana, dove è stato ricoverato. I medici cubani, ha sottolineato, «hanno azzeccato immediatamente le cure che hanno ridotto l'edema permettendo di operarmi. Mi hanno asportato quasi tutto il tumore. Adesso farò le cure sperando che funzionino». Il tipo di tumore non è stato reso noto. La diagnosi, per ora, si ferma a ciò che lo stesso Di Battista ha dichiarato in trasmissione.
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Criteri Critici
Di Battista e la diagnosi di tumore al cervello, dal mal di testa forte alla nausea: i sintomi 'spia' Adnkronos
Prima apparizione televisiva per Alessandro Di Battista dopo la diagnosi di tumore al cervello e l'intervento al quale è stato sottoposto a Cuba. Dal glioblastoma alle forme più rare, i tumori al cervello sono un gruppo di neoplasie molto diverse fra loro. Si sviluppano da una crescita incontrollata di cellule nel sistema nervoso centrale che ne altera il funzionamento e, come si ricorda nel report annuale 'I numeri del cancro in Italia', di Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e Airtum (Associazione italiana registri tumori), "non esiste la possibilità di una 'diagnosi precoce'". La maggior parte di questi tumori "viene diagnosticata a seguito della comparsa di sintomi e finora non sono riconosciuti test efficaci a livello di popolazione". Sono neoplasie relativamente rare, rappresentando circa l'1,6% di tutti i tumori registrati in un anno: in Italia si viaggia al ritmo di circa 6mila nuove diagnosi annue, le stime 2025 ne indicano 5.730 (su un totale di 362.100 nuovi casi di cancro censiti nel Paese), più comuni negli uomini (3.240 casi) che nelle donne (2.490 casi).
Esistono tumori cerebrali primitivi (che originano nel sistema nervoso centrale) e secondari (o metastasi), che si sviluppano originariamente in altri organi e poi si diffondono al tessuto nervoso. Tra i tumori cerebrali primitivi - si spiega in un focus dell'Irccs Humanitas - esiste un'ulteriore distinzione in tumori gliali, o gliomi, che rappresentano circa il 40% di tutti i tumori del sistema nervoso centrale dell'adulto, e in tumori non gliali. In generale la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è di poco più del 25%. In Europa vengono diagnosticati in media 5 casi all'anno di tumori primitivi del sistema nervoso centrale ogni 100.000 abitanti, e rappresentano il 2% di tutti decessi per cancro. A differenza di alcuni Paesi industrializzati quali gli Usa e l'Inghilterra, dove si assiste a un costante incremento, l'incidenza negli ultimi anni dei tumori del sistema nervoso centrale (Snc) in Italia appare stabile, si osserva nel volume di Aiom e Airtum.
Il tumore del Snc maligno più frequente nell’adulto è il glioblastoma, con un tasso di incidenza stimato intorno a 3-4 casi su 100 mila abitanti per anno. Il glioblastoma fa parte del gruppo degli astrocitomi, che rappresentano l'85% circa di tutti i gliomi dell'adulto e sono i più comuni di questa tipologia, seguiti dagli oligodendrogliomi e dagli ependimomi (nomi che derivano al tipo di cellule da cui originano). I gliomi tradizionalmente vengono suddivisi in tumori a basso grado, più frequenti dai 20 ai 40 anni - spiega l'Humanitas nel focus - o ad altro grado, più frequenti dai 40 ai 70. Dopo i 70 anni, il glioblastoma multiforme è la forma più frequente e aggressiva. Per quanto riguarda i tumori non gliali, in questo gruppo molto vario rientrano per esempio il medulloblastoma, il meningioma, i linfomi primitivi del sistema nervoso centrale, i tumori dell'ipofisi.
Difficile inquadrare i sintomi, nel senso che le manifestazioni dei tumori cerebrali sono varie, come spiega in un approfondimento il Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs di Roma e legate principalmente alla zona in cui si sviluppano e alla loro grandezza, per cui mostrano sintomi sia nelle forme benigne che in quelle maligne. Si parla di sintomi profondamente diversi come: forte mal di testa refrattario ai trattamenti farmacologici; crisi epilettiche (che assieme al mal di testa sono i sintomi più comuni); variazioni della personalità e del carattere; progressiva perdita della deambulazione e difficoltà nella coordinazione; confusione generalizzata; disturbi del linguaggio; problemi improvvisi all'udito; problemi di equilibrio; disturbi visivi; nausea; vomito; perdita dell'appetito; disturbi emotivi; progressiva ipoestesia (perdita parziale o totale della sensibilità); allucinazioni sensoriali; e nel bambino ritardi nella crescita.
In linea di massima, segnalano gli esperti dell'Irccs romano, si può affermare che i sintomi si presentano nel lato del corpo opposto all'emisfero in cui si trova il tumore, nello specifico mostrando indebolimento o paralisi di un arto. Considerando, infine, che lo spazio disponibile per la crescita del tumore nel cervello è ridotto, si verifica un accumulo di liquido (edema), che può causare un innalzamento della pressione endocranica.
La diagnosi di tumore al cervello deve tenere in considerazione la sintomatologia riscontrata (in particolare se il mal di testa assume caratteristiche specifiche o si presentino crisi epilettiche mai viste prima) e si avvale, per la conferma, degli esami di imaging, come risonanza magnetica e tomografia computerizzata. Si ricorre, infine, a biopsia del tumore per comprenderne la malignità, in alcuni casi eseguita con tecnica stereotassica. Inoltre, oggi le moderne tecniche di risonanza funzionale permettono di sapere quali aree cerebrali adiacenti e quali fibre nervose sono coinvolte per permettere al chirurgo di eseguire la procedura chirurgica rispettando tali aree.
Il trattamento dei tumori cerebrali è variabile e può prevedere: l'intervento chirurgico (craniotomia); la radiochirurgia senza incisioni (con raggi gamma o fasci protonici); l'inserimento di un impianto che rilascia gradualmente un farmaco chemioterapico; l'applicazione di un dispositivo chiamato shunt per drenare il liquido cerebrospinale (nell'addome, in cui viene smaltito, grazie a un impianto sottocutaneo); la chirurgia stereotassica.
Chi è più a rischio? Come evidenzia un focus dell'Airc, tra i fattori di rischio accertati c'è l'esposizione a radiazioni gamma e X ad alto dosaggio, agenti per i quali, secondo l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), vi è sufficiente evidenza di effetto cancerogeno negli esseri umani. Per quanto riguarda l'esposizione a campi elettromagnetici, anche quelli prodotti dai telefoni cellulari, non è riconosciuta al momento un'evidenza significativa di possibili effetti di questo tipo nell'uomo. Raramente alcuni tipi di neoplasie del sistema nervoso ricorrono nell'ambito di una stessa famiglia. In questi casi è probabile che vi sia una componente genetica ereditaria, anche se non è ancora chiaro quali siano i geni interessati né come le alterazioni si trasmettano e siano in grado di causare la malattia. Per dare un'idea, si stima che solo il 5% dei tumori gliali presenti una componente ereditaria. Alcune sindromi genetiche sono associate a un maggior sviluppo di tumori del sistema nervoso centrale: tra queste la neurofibromatosi di tipo 1 e di tipo 2, la sclerosi tuberosa, la sindrome di Li-Fraumeni, la sindrome di Von Hippel-Lindau e altre (sindromi di Turcot, Gorlin, Cowden).