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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Tumore del pancreas metastatico: farmaco sperimentale raddoppia la sopravvivenza Il Sole 24 ORE
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Il daraxonsasib, un farmaco sperimentale orale, inibitore multisettivo dell’oncogene RAS, si è dimostrato un game changer nel tumore del pancreas metastatico, determinando un raddoppiamento della sopravvivenza rispetto ai pazienti trattati con chemioterapia tradizionale. I 248 pazienti trattati con daraxonsasib hanno presentato un raddoppiamento della sopravvivenza mediana (13,2 mesi, contro i 6,7 mesi) rispetto ai 252 pazienti trattati con chemioterapia. Mai nessun farmaco finora aveva raggiunto questo traguardo. È il motivo per cui i risultati dello studio internazionale di fase 3 RASolute 302, presentati davanti alla platea mondiale degli oncologi riuniti al congresso dell’ASCO a Chicago e pubblicati in contemporanea sul New England Journal of Medicine, sono stati accolti da una standing ovation. Entusiasmo a mille, ma anche un applauso liberatorio perché per l’adenocarcinoma del pancreas in fase avanzata le opzioni terapeutiche a disposizione hanno efficacia limitata e questi pazienti continuano ad avere una prognosi sfavorevole. Daraxonrasib non promette la guarigione dal tumore del pancreas, che resta uno dei più difficili da trattare; ma rappresenta un passo avanti epocale. Il farmaco è al momento la punta di diamante di Revolution Medicines, un’azienda pharma con una pipeline specializzata nello sviluppo di terapie mirate innovative per i tumori dipendenti dalle mutazioni RAS.
Il racconto dei risultati al congresso dell’Asco
Quando il coordinatore dello studio, Brian M. Wolpin, direttore del Hale Family Center for Pancreatic Cancer Research and Gastrointestinal Cancer Center del Dana-Farber Cancer Institute (Boston), ha proiettato la slide che mostrava la riduzione di mortalità del 60% prodotta da daraxorasib, gli oncologi che assistevano alla sessione plenaria del congresso ASCO 2026 sono scoppiati in un applauso interminabile (durato 42 secondi), accompagnato da urla di gioia, fischi e qualunque tipo di apprezzamento. Un tifo da stadio per la vita, per quei mesi strappati alla morte, un ‘grande slam’ (nella definizione di Julie Gralow, vice-presidente di ASCO), tanto per i pazienti che per i ricercatori.
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Ma c’è di più. Qui mesi guadagnati alla morte, sono anche mesi vissuti meglio, senza il dolore che accompagna l’epilogo di questo tumore e al prezzo di effetti collaterali del trattamento più che tollerabili (il rash cutaneo e la stomatite sono i più frequenti).
Come funziona il nuovo farmaco
Un farmaco intelligente, dunque il daraxonrasib che lavora in modo ‘pulito’, silenziando l’oncogene RAS che, quando attivato, induce una crescita tumorale incontrollata (oltre il 90% dei tumori del pancreas alberga una mutazione RAS oncogenica). L’oncogene RAS in posizione ‘on’ è come un interruttore che rimane sempre acceso. Daraxonrasib riesce a spegnerlo e finora nessun’altra terapia era in grado di farlo nell’adenocarcinoma del pancreas. Per decenni il RAS è stato considerato un bersaglio ‘non farmacologico’ (undruggable). Poi è arrivato daraxonrasib, un inibitore RAS, anzi del RAS(ON), che si lega cioè alla forma bloccata su ‘on’ dell’interruttore mortale. È un farmaco orale (se ne prende una compressa al giorno da 300 mg). L’FDA americana gli ha concesso la designazione di breakthrough therapy per il trattamento del carcinoma pancreatico con mutazioni KRAS G12X. E non sorprende affatto.
Un nuovo standard di cura
“Daraxonrasib rappresenta un nuovo standard di cura nel trattamento di seconda linea dell’adenocarcinoma del pancreas – ha commentato la discussant della presentazione, la dottoressa Jennifer J. Knox, Princess Margaret Cancer Centre e Università di Toronto (Canada)-. L’altro punto che voglio sottolineare è che la terapia mirata a RAS dovrebbe avere un ruolo predominante negli studi clinici, lungo l’intero spettro delle manifestazioni cliniche del cancro del pancreas, sia come monoterapia che in combinazione, per offrire benefici a un numero maggiore di pazienti e migliorare la sopravvivenza e la qualità della vita.”
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Anticorpo monoclonale per curare l’Alzheimer prime pazienti trattate a Vasto Zazoom Social News
A Vasto sono state trattate le prime pazienti con un anticorpo monoclonale anti-amiloide per l’Alzheimer in fase iniziale. Le due donne, di 60 e 65 anni, sono state sottoposte alla terapia, che mira a ridurre le placche di amiloide nel cervello. Il trattamento rappresenta un passo avanti nella sperimentazione di questa classe di farmaci. L’intervento è stato effettuato in un centro specializzato. Sono due donne, di 60 e 65 anni, le prime pazienti trattate a Vasto con l’anticorpo monoclonale anti-amiloide per contrastare la malattia di Alzheimer in fase iniziale. Nella Clinica neurologica dell'ospedale San Pio sono state somministrate due infusioni di Donanemab, che segnano un momento di.🔗 Leggi su Chietitoday.it Colesterolo: anticorpo monoclonale riduce del 31% il rischio di infarto o ictusUno studio ha mostrato che un anticorpo monoclonale può ridurre del 31% il rischio di infarto o ictus nei pazienti a rischio, come quelli con diabete. Dipendenze: l’Europa si riunisce a Caltanissetta per curare i pazientiA Caltanissetta si è conclusa una settimana di formazione dedicata alle dipendenze, con la partecipazione di operatori provenienti dalla Grecia e... Temi più discussi:IZSVE - L’European Vaccines Hub (EVH) for Pandemic Readiness celebra un anno di progressi al meeting annuale; Pediatria, dalla prevenzione alle terapie su misura: così la scienza cambia il futuro dei bambini.; Bronchiolite dimezzata, tumori in remissione fino al 90%: la nuova rivoluzione della pediatria; Mieloma multiplo recidivato/refrattario, con mezigdomide più carfi. Superbatteri. Rappuoli: Gli anticorpi monoclonali aprono una nuova frontiera. La strategia dei soli antibiotici ha fallitoIl direttore scientifico della Fondazione Biotecnopolo di Siena firma su Trends in Immunology: Si stanno generando batteri mostruosi resistenti a tutti i farmaci.quotidianosanita.it Curare ebola e hantavirus. Biotecnopolo al lavoroRappuoli: Anticorpi monoclonali armi contro i batteri resistenti agli antibiotici ...msn.com Cerca News e Video
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Tumore del pancreas, nuova speranza dalla ricerca: una terapia sperimentale raddoppia la sopravvivenza Calabria Diretta News
Il tumore del pancreas continua a essere una delle neoplasie più temute e difficili da trattare. In Italia provoca ogni anno circa 15.000 decessi e, nonostante i progressi della medicina oncologica, le opzioni terapeutiche disponibili restano ancora limitate, soprattutto nelle forme metastatiche più avanzate.
Per questo motivo la comunità scientifica guarda con enorme interesse ai risultati dello studio clinico di fase 3 RASolute 302, presentati al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), uno degli appuntamenti più importanti al mondo nel settore oncologico. Al centro dell’attenzione c’è una nuova molecola sperimentale, chiamata daraxonrasib, che potrebbe aprire una nuova era nella cura del tumore del pancreas.
Un farmaco orale che raddoppia i tempi di sopravvivenza rispetto alla chemioterapia
I risultati dello studio hanno coinvolto 500 pazienti affetti da adenocarcinoma duttale pancreatico metastatico già sottoposti a precedenti trattamenti chemioterapici di prima linea. I dati mostrano un risultato che gli oncologi definiscono straordinario: i pazienti trattati con daraxonrasib hanno raggiunto una sopravvivenza media superiore a 13,2 mesi, contro i 6,7 mesi ottenuti con la chemioterapia tradizionale.
Il principio attivo agisce come inibitore multiselettivo della proteina RAS, riuscendo a bloccare i segnali di crescita tumorale sia nei casi con mutazione genetica sia in quelli non mutati (wild-type). La nuova terapia a somministrazione orale è riuscita a ridurre il rischio di decesso del 60%, quasi raddoppiando l’aspettativa di vita in una categoria di pazienti per la quale, fino a oggi, le possibilità terapeutiche erano estremamente limitate.
Maggiore tollerabilità e riduzione degli effetti collaterali gravi
Oltre all’efficacia clinica in termini di prolungamento della vita, la sperimentazione ha evidenziato un profilo di sicurezza favorevole rispetto ai trattamenti citotossici standard. Gli eventi avversi di grado 3 o superiore si sono verificati nel 43,6% dei soggetti trattati con la nuova molecola, a fronte del 57,5% registrato nel braccio di controllo sottoposto a chemioterapia.
La maggiore tollerabilità del farmaco è confermata anche dalla drastica riduzione dei tassi di interruzione definitiva della terapia a causa di tossicità, pari all’1,2% per daraxonrasib contro l’11,2% della chemioterapia tradizionale, consentendo così il mantenimento di una migliore qualità della vita globale durante il percorso di cura.
I dati dello studio clinico presentati ad ASCO aprono la strada verso una potenziale ridefinizione degli standard terapeutici per l’adenocarcinoma pancreatico avanzato dopo il fallimento delle terapie iniziali.
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Tumore del pancreas: Cremolini (Aiom), “Daraxonrasib raddoppia la sopravvivenza e apre una nuova prospettiva di cura” Quotidiano Nazionale
Tumore del pancreas: Cremolini (Aiom), “Daraxonrasib raddoppia la sopravvivenza e apre una nuova prospettiva di cura” “La standing ovation ricevuta durante la sessione plenaria ha certificato l’importanza di questa novità. Daraxonrasib, un pan-RAS inibitore che agisce come una sorta di colla molecolare impedendo alla proteina RAS mutata di trasmettere alla cellula tumorale il segnale di crescita e proliferazione, è in grado di estendere in maniera significativa l’aspettativa di vita dei pazienti con tumore del pancreas già trattati con una linea di chemioterapia. Non solo la prolunga, ma raddoppia la sopravvivenza complessiva e la sopravvivenza libera da progressione, triplica il tasso di risposte obiettive, migliora la qualità di vita e riduce il ricorso alla terapia del dolore”. Sono queste le parole di Chiara Cremolini, Direttore Nazionale Aiom, commentando i risultati dello studio sul nuovo farmaco presentati nel corso di una sessione plenaria internazionale. Cremolini ha sottolineato come il trattamento, somministrato per via orale e generalmente ben tollerato, presenti effetti collaterali gestibili, tra cui rash cutaneo e stomatite, osservati anche nell’esperienza maturata nei centri italiani coinvolti nella sperimentazione, tra cui l’ospedale di Pisa, l’Istituto Oncologico Veneto, l’Istituto Nazionale dei Tumori e l’Istituto Europeo di Oncologia. “Ci auguriamo che questo rappresenti l’inizio di un nuovo percorso e non un punto di arrivo. Abbiamo capito come ottenere un risultato importante per i pazienti con tumore del pancreas e l’obiettivo ora è anticipare l’utilizzo di Daraxon Rasib, prima nella malattia metastatica di prima linea e successivamente negli stadi più precoci, con l’ambizione di puntare alla guarigione e non soltanto al prolungamento della sopravvivenza”, ha concluso.
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Zakaria Ben Haddi, un ragazzo di 21 anni di origini marocchine che vive a Vimercate, in Brianza, è stato fermato su richiesta della Procura di Milano per l’ipotesi di reato di ‘terrorismo internazionale‘ legata a “diversi post inneggianti al martirio” pubblic…
Il giovane, si legge nelle carte dell'accusa, avrebbe pubblicato sui social "contenuti apologetici di attentati compiuti dallo Stato Islamico in danno dei cristiani e più in generale contro l'occidente e di aperta esaltazione e incitamento al martirio"
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Zakaria Ben Haddi, un ragazzo di 21 anni di origini marocchine che vive a Vimercate, in Brianza, è stato fermato su richiesta della Procura di Milano per l’ipotesi di reato di ‘terrorismo internazionale‘ legata a “diversi post inneggianti al martirio” pubblicati il 30 maggio che hanno fatto ritenere agli inquirenti “verosimile una sua immediata ed estemporanea attivazione“. Il giovane, si legge nelle carte dell’accusa, avrebbe pubblicato sui social “contenuti apologetici di attentati terroristici compiuti dallo Stato Islamico in danno dei cristiani e più in generale contro l’occidente e di aperta esaltazione e incitamento al martirio, con, di recente, un riferimento al tragico evento delittuoso occorso nella città di Modena il 15 maggio 2026″. Un rimando, quest’ultimo, alla vicenda di Salim El Koudri, il 31enne che ha investito sette persone nella città emiliana accusato di strage e lesioni ma al quale non è stata contestata l’ipotesi di avere agito per terrorismo.
Secondo il pm, ci sono “gravi indizi di colpevolezza a carico dell’indagato sulla base delle indagini della Digos-sezione antiterrorismo dalle quali è emerso che sui profili Instagram e Tiktok, Zakaria Ben Haddi all’esito di una pericolosa accelerazione della propria spirale di radicalizzazione ideologico-religiosa ha palesato la propria disponibilità al martirio, pubblicando post e commenti che facevano ritenere la concreta intenzione a una reale attivazione violenta, peraltro nella consapevolezza di essere in procinto di lasciare l’Italia essendo stato trovato in possesso di un biglietto aereo per il Marocco per la data del 9 giugno“. Spunto degli accertamenti che hanno portato al fermo è l’inchiesta condotta sempre da Gobbis e Digos che ha portato il 22 aprile scorso agli arresti domiciliari per un ragazzo italo-albanese residente a Pavia, che avrebbe fatto parte di una rete online di giovani estremisti neonazisti e antisemiti con riferimenti a ‘Terza Posizione’.
Tra i messaggi acquisiti dagli investigatori, in un’occasione Ben Haddi aveva scritto “Impossibile fare un colpo di Stato nella situazione attuale” commentando la riflessione di un altro utente che aveva affermato: “Comunque per poter fare una sovversione e quindi un colpo di Stato ci servono molte più persone, organizzate e non sparse e che tutti seguano la stessa idea o simile”. In un altro momento, l’indagato aveva pubblicato la foto di un bambino con carnagione chiara e occhi azzurri col commento: “Chiaramente è superiore a te” in risposta all’interlocutore che lo aveva criticato scrivendo: “Tu sei africano, non sei superiore a nessuno”.
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Svolta nella cura del cancro: 15 pazienti non presentano più tumori dopo aver ricevuto una nuova iniezione. Vietnam.vn
L'amivantamab è considerata una terapia "intelligente" perché ha la capacità di agire sulle cellule tumorali in tre modi.
In una sperimentazione internazionale condotta in 11 paesi, il farmaco "amivantamab" è stato utilizzato su pazienti oncologici con tumore metastatico o recidivante che non rispondevano più ai trattamenti precedenti. In particolare, in 15 pazienti, i medici hanno osservato la completa scomparsa dei tumori dopo il trattamento, secondo quanto riportato dal quotidiano britannico The Guardian .
Oltre il 40% dei pazienti risponde al trattamento.
Nello studio, 102 pazienti affetti da tumore della testa e del collo – il sesto tipo di tumore più comune al mondo – sono stati trattati con amivantamab. I risultati hanno mostrato che 43 pazienti hanno registrato una riduzione del tumore o la sua completa scomparsa. Di questi, 28 pazienti hanno mostrato una riduzione significativa del tumore e 15 pazienti non presentavano più tumori rilevabili dopo il trattamento.
Il professor Kevin Harrington, specialista in trattamenti biologici contro il cancro presso l'Institute for Cancer Research London (ICR) nel Regno Unito, ha commentato: "Si tratta di risposte al trattamento eccezionalmente forti in un gruppo di pazienti la cui malattia è diventata resistente sia alla chemioterapia che all'immunoterapia. Questo metodo ha il potenziale per giovare a migliaia di pazienti ogni anno."
I ricercatori hanno anche affermato che il farmaco ha mostrato risultati simili in alcuni pazienti affetti da tumore al polmone. Attualmente, l'amivantamab, sviluppato da Johnson & Johnson, è in fase di valutazione in circa 60 diversi studi clinici, principalmente sul tumore al polmone, ma si sta estendendo anche al tumore del colon-retto, al tumore al cervello e al tumore allo stomaco.
Il cancro attacca attraverso 3 meccanismi.
L'amivantamab è considerata una terapia "intelligente" perché ha la capacità di agire sulle cellule tumorali in tre modi:
Bloccare l'EGFR (recettore del fattore di crescita epidermico), una proteina che promuove la crescita tumorale.
Bloccare MET, la via di segnalazione che le cellule tumorali spesso utilizzano per "eludere" il trattamento.
Attiva il sistema immunitario affinché riconosca e attacchi i tumori.
Il farmaco viene somministrato una volta ogni tre settimane. La maggior parte degli effetti collaterali è di entità lieve o moderata, e meno del 10% dei pazienti deve interrompere il trattamento a causa di effetti collaterali.
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Tumore al pancreas, la svolta arriva da un nuovo farmaco sperimentale: i risultati dello studio TAG24 by Unicusano
"Killer silenzioso": così viene definito il tumore al pancreas che resta, ancora oggi, una delle forme di cancro più aggressive e difficili da trattare, per la quale le opzioni terapeutiche restano limitate. Oltre la metà dei casi viene diagnosticata quando sono già presenti metastasi: in Italia fa registrare circa 15mila decessi ogni anno.
Ma ora una speranza arriva dallo studio "Resolute", presentato al congresso della Società americana di oncologia clinica (ASCO) che si svolge a Chicago: un farmaco sperimentale in fase clinica, ovvero già somministrato a pazienti, ha ottenuto risultati definiti "promettenti".
Tumore al pancreas, il farmaco sperimentale che aumenta la sopravvivenza: i dati
La molecola inserita nello studio "Resolute" – che ha coinvolto 500 pazienti già sottoposti a precedenti trattamenti tramite centri americani, asiatici ed europei – si chiama daraxonrasib ed è somministrata in compresse. Nei pazienti con tumore al pancreas metastatico (adenocarcinoma pancreatico duttale metastatico), il farmaco ha mostrato una sopravvivenza mediana di 13,2 mesi rispetto ai 6,7 delle terapie finora a disposizione.
Non solo: provoca anche meno effetti collaterali rispetto alla chemio. Solo l'1,2% dei pazienti trattati con daraxonrasib hanno dovuto interrompere la terapia, contro l'11,2% del gruppo che è stato sottoposto alla chemioterapia standard.
Questo risultato, hanno evidenziato gli oncologi, è il maggiore successo ottenuto nel trattamento di questa neoplasia da moltissimi anni, nonostante la molecola daraxonrasib sia ancora in fase sperimentale. Un ulteriore passo avanti nella ricerca.
Come funziona la nuova molecola
Oltre il 90% dei casi di adenocarcinoma duttale pancreatico è associato a una mutazione del gene Kras, responsabile della proliferazione incontrollata delle cellule tumorali. La nuova molecola si è mostrata efficace sia nei tumori che presentano questa mutazione sia nelle forme prive del gene mutato.
Negli Stati Uniti il farmaco è già disponibile per i pazienti grazie al programma "Expanded Access", in attesa che venga approvata la sua commercializzazione.
La molecola daraxonrasib è inoltre in fase di sperimentazione in differenti studi clinici, sia per il trattamento di prima linea per il cancro al pancreas ancora non metastatico, che per altri tumori legati a mutazioni del gene RAS. I ricercatori continuano intanto a lavorare anche per comprendere come i tumori possano sviluppare resistenza e individuare altre terapie, da usare in combinazione con questo farmaco, nell'ottica di migliorare la sua efficacia.
Perché questa scoperta potrebbe rivoluzionare le cure
I risultati ottenuti sono considerati particolarmente importanti perché stanno cambiando "radicalmente il panorama terapeutico" per chi è affetto da adenocarcinoma duttale pancreatico metastatico con mutazione Kras.
Stiamo osservando livelli di sopravvivenza ed efficacia senza precedenti nel trattamento di seconda linea. La 'rivoluzione' legata a questa mutazione è ormai realtà e questo studio ne costituisce la prova: colpire il gene Kras nel cancro del pancreas è fattibile ed efficace
ha evidenziato Rachna Shroff, capo della Divisione di Ematologia-Oncologia presso la University of Arizona Cancer Center ed esperta in tumori gastrointestinali.
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Nuova terapia per il cancro alla vescica: tasso di sopravvivenza quasi al 90%. V-news.it
Un nuovo studio ha dimostrato che quasi il 90% dei pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio è vivo a 5 anni grazie all'aggiunta di un anno di durvalumab alla terapia standard con BCG. Questo approccio innovativo potrebbe ridurre la necessità di interventi invasivi e migliorare la qualità della vita dei pazienti.
Cancro vescica, con terapia allungata quasi 90% pazienti è vivo a 5 anni
Terapia innovativa per il cancro vescicale
(Adnkronos) – Quasi il 90% (87,6%) dei pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio di recidiva è vivo a 5 anni, grazie all’aggiunta di un anno di trattamento con durvalumab di AstraZeneca alla terapia di induzione e mantenimento con Bacillus Calmette-Guérin (Bcg). Questo risultato è emerso dallo studio di fase 3 Potomac, presentato al Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) a Chicago. “Da oltre 10 anni non vi erano evidenti progressi per questi pazienti, che vengono trattati con intento curativo”, afferma Patrizia Giannatempo, dirigente medico della Struttura dipartimentale di Oncologia medica genitourinaria della Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano.
Progressi significativi nella sopravvivenza
L’attuale standard di cura per il tumore della vescica prevede la resezione transuretrale del tumore, seguita dall’instillazione di Bcg direttamente nella vescica. Tuttavia, un’elevata percentuale di pazienti presenta recidive e progressioni della malattia, che possono richiedere interventi invasivi fino alla cistectomia, ovvero la rimozione della vescica. “L’aggiunta di durvalumab per 12 mesi alla terapia di induzione e mantenimento con Bcg consente di raggiungere tassi elevati di sopravvivenza a 5 anni”, continua Giannatempo, sottolineando l’importanza di evitare procedure invasive che possano impattare negativamente sulla qualità della vita dei pazienti.
Valutazione della qualità di vita
Nello studio Potomac, la qualità di vita è stata misurata attraverso tre questionari: Pro, Qlq-C30 e Qlq-Nmibc24. Il Qlq-C30 ha incluso la valutazione della funzionalità fisica, con un focus su sintomi e aspetti psicologici correlati al tumore della vescica non muscolo-invasivo. “Come previsto con un trattamento immunoterapico prolungato, è stato osservato un moderato peggioramento della fatigue riportata dai pazienti. Tuttavia, l’impatto complessivo sui risultati riferiti dai pazienti è risultato limitato e comparabile al solo trattamento con Bcg”, spiega Giannatempo.
Prevenzione e consapevolezza
Nel 2025, in Italia, si stimano circa 29.100 nuovi casi di tumore della vescica, con circa il 70% delle diagnosi riguardanti forme non infiltranti. Rossana Berardi, presidente eletto Aiom e ordinario di Oncologia all’Università Politecnica delle Marche, sottolinea la necessità di un approccio multidisciplinare per garantire il miglior percorso di cura. “Circa la metà dei casi è legata al fumo di sigaretta, che aumenta di quasi 5 volte il rischio di sviluppare la malattia. È fondamentale promuovere una maggiore consapevolezza, soprattutto nella popolazione femminile, per favorire diagnosi più tempestive e migliori possibilità di cura”, conclude Berardi, evidenziando l’importanza della medicina di genere nelle diagnosi e trattamenti.
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
41.9/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Rivoluzione nella Terapia Antalgica a Chivasso: arriva la radiofrequenza contro il dolore da tumore al pancreas Il Risveglio
Sanità
ASL TO4 all'avanguardia nella Giornata del Sollievo: un intervento mininvasivo di 45 minuti per migliorare la qualità della vita
CHIVASSO (TORINO). In occasione della 25ª Giornata Nazionale del Sollievo, l’ASL TO4 annuncia una svolta cruciale nel trattamento del dolore oncologico sul territorio. Presso il Servizio di Terapia Antalgica dell’Ospedale di Chivasso è stata introdotta un’innovativa tecnica a radiofrequenza per contrastare le sofferenze acute provocate dalla neoplasia del pancreas.
L’iniziativa, supportata dall’Assessorato alla Sanità della Regione Piemonte, è stata presentata nell’ambito del Dipartimento Oncologico aziendale guidato dal dottor Giorgio Vellani. Il trattamento specifico è operativo grazie all’équipe di Terapia Antalgica (di cui è responsabile il dottor Paolo Pais), afferente alla struttura complessa di Anestesia e Rianimazione di Chivasso, diretta dal dottor Carlo Frangioni.
Come funziona l’intervento a radiofrequenza: i vantaggi clinici
Si tratta di una procedura altamente specializzata e mininvasiva, eseguita sotto guida radiologica. La tecnica permette di interrompere in modo mirato e duraturo i segnali nervosi che trasmettono il forte dolore addominale causato dal tumore pancreatico.
I principali vantaggi della procedura includono:
Durata ridotta: L’intervento richiede circa 30-45 minuti.
Nessun trauma generale: Non è necessaria l’anestesia generale.
Dimissioni rapide: Nella maggior parte dei casi il paziente viene dimesso in giornata (Day Hospital).
Riduzione dei farmaci: Riduce drasticamente il ricorso ai farmaci oppioidi e contrasta il dolore non più controllabile con le sole terapie orali.
Un percorso multidisciplinare integrato sul territorio
Per rendere il trattamento immediatamente accessibile, lo scorso mercoledì 27 maggio si è tenuto un vertice aziendale che ha coinvolto il Dipartimento Oncologico, l’Unità Operativa di Cure Palliative (UOCP) e gli specialisti di Chivasso. Durante l’incontro è stato formalizzato il percorso di accesso per i pazienti: i candidati alla radiofrequenza verranno individuati e indirizzati in modo integrato dagli oncologi, dai medici delle cure palliative o direttamente dai medici di famiglia.
«La tecnica a radiofrequenza non cura la neoplasia, ma restituisce una reale qualità di vita e dignità ai pazienti», spiega il Gruppo di lavoro multidisciplinare dell’ASL TO4.
La rete contro il dolore dell’ASL TO4
Il Direttore Generale dell’ASL TO4, il dottor Luigi Vercellino, ha espresso forte soddisfazione per questo traguardo: «L’introduzione della radiofrequenza dimostra che la lotta al dolore inutile è per noi una priorità clinica ed etica. La nostra Azienda vanta una rete capillare di servizi dedicati».
La rete di Terapia Antalgica copre l’intero territorio di competenza attraverso ambulatori specialistici attivi negli ospedali di Chivasso, Ciriè, Lanzo e Ivrea, coordinati dalle tre strutture di Anestesia e Rianimazione dirette dai primari Carlo Frangioni, Marco Fadde e Antonio Toscano.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
44.1/100
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C
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Criteri Critici
Si aggravano le condizioni di Keegan: “Il cancro è al 4° stadio. Sto facendo una cura sperimentale" TUTTO mercato WEB
Già lo scorso gennaio l’ex stella del Liverpool e dell’InghilterraKevin Keeganaveva annunciato di essere in cura per un cancro che gli era stato diagnosticato di recente senza però soffermarsi sulla natura e sulla gravità della malattia. Ora a distanza di qualche mese l’ex vincitore del Pallone d’Oro nel 1978 e nel 1979 ha aggiornato la propria situazione di salute. E non con buone notizie. “Mi è stato detto che un medico di fama sta utilizzando un nuovo metodo per combattere il mio cancro al quarto stadio- ha dichiarato l'ex capitano dell'Inghilterra sul palco del Tyne Theatre and Opera House di Newcastle – Era un tifo del Liverpool quindi sono andato a incontrarlo e sapevo che non ‘avrei camminato da solo’ se capite cosa intendo”. Keegan ha poi spiegato di voler salutare degnamente il Newcastle, di cui è stato giocatore (dal 1982 al 1984) e poi allenatore (1992-97 e nel 2008), che sui propri canali social ha pubblicato un messaggio di sostegno al campione inglese: "Esprimiamo il nostro più sentito sostegno e i nostri più calorosi auguri a Kevin Keegan e alla sua famiglia in seguito alla recente diagnosi di cancro al quarto stadio. Kevin occupa un posto unico e prezioso nella storia del Newcastle United e nel cuore dei nostri tifosi. La sua passione, la sua leadership e il suo legame con il club e la città hanno contribuito a plasmare alcuni dei nostri momenti più memorabili. - si legge ancora - Tutti nel club sono vicini a Kevin e gli inviano forza e i migliori auguri per il futuro, a lui e alla sua famiglia. Kevin sarà sempre accolto calorosamente a St. James' Park e speriamo di rivederlo presto". We send our heartfelt support and warmest wishes to Kevin Keegan and his family following his recent diagnosis of stage four cancer.Kevin holds a unique and cherished place in the history of Newcastle United, and in the hearts of our supporters. His passion, leadership and…pic.twitter.com/Gft0meUQXJ— Newcastle United (@NUFC)June 1, 2026 We send our heartfelt support and warmest wishes to Kevin Keegan and his family following his recent diagnosis of stage four cancer.Kevin holds a unique and cherished place in the history of Newcastle United, and in the hearts of our supporters. His passion, leadership and…pic.twitter.com/Gft0meUQXJ
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
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Criteri Critici
Cancro vescica, con terapia allungata quasi 90% pazienti è vivo a 5 anni Adnkronos
Quasi il 90% (87,6%) dei pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio di recidiva è vivo a 5 anni. Un risultato ottenuto grazie all'aggiunta di 1 anno di trattamento con durvalumab di AstraZeneca alla terapia di induzione e mantenimento con Bacillus calmette-guérin (Bcg). Non solo. Il nuovo regime non ha mostrato un impatto clinicamente rilevante sulla qualità di vita, valutata attraverso questionari compilati dai pazienti. E' quanto emerge dallo studio di fase 3 Potomac, presentato al Congresso dell'American Society of Clinical Oncology (Asco), a Chicago. "Da oltre 10 anni non vi erano evidenti progressi per questi pazienti, che vengono trattati con intento curativo - afferma Patrizia Giannatempo, dirigente medico della Struttura dipartimentale di Oncologia medica genitourinaria, Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano - L'attuale standard di cura è costituito dalla Turbt, la resezione transuretrale del tumore, seguita dall'instillazione di Bcg direttamente nella vescica. Un'elevata percentuale di pazienti, però, presenta recidiva e progressione di malattia, che possono richiedere ripetute procedure invasive fino alla cistectomia, l'intervento chirurgico di rimozione della vescica. Da qui la necessità di nuove opzioni di cura".
"Nella malattia non muscolo infiltrante ad alto rischio, l'obiettivo è evitare la cistectomia e le procedure invasive, che possono avere un impatto negativo sulla qualità di vita - continua Giannatempo - L'aggiunta di durvalumab, per 12 mesi, alla terapia di induzione e mantenimento con Bcg consente di raggiungere tassi elevati di sopravvivenza a 5 anni. Nello studio Potomac, la qualità di vita è stata misurata sulla base di tre questionari, Pro, Qlq-C30 e Qlq-Nmibc24. Qlq-C30 ha incluso la valutazione della funzionalità fisica, cioè è specificamente dedicato ai sintomi e agli aspetti psicologici correlati al tumore della vescica non muscolo-invasivo. Come atteso con un trattamento immunoterapico prolungato, è stato osservato un moderato peggioramento della fatigue riportata dai pazienti. Tuttavia, l'impatto complessivo sui patient-reported outcomes è risultato limitato e globalmente comparabile al solo trattamento con Bcg. Questi pazienti presentano molto spesso un bisogno improvviso e impellente di urinare, che può influire significativamente sulla quotidianità e sulla percezione della propria autonomia".
"Qlq-Nmibc24 - prosegue Giannatempo - è un questionario specificamente dedicato ai pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo e valuta, oltre ai sintomi urinari e agli effetti dei trattamenti intravescicali, aspetti legati alla percezione della malattia e alle preoccupazioni per il futuro. Come atteso con un trattamento immunoterapico prolungato, è stato osservato un moderato peggioramento della fatigue riportata dai pazienti. Tuttavia, l'impatto complessivo sui patient-reported outcomes è risultato limitato e globalmente comparabile al solo trattamento con Bcg. Si tratta di un elemento particolarmente rilevante in una patologia caratterizzata da trattamenti protratti nel tempo e dalla necessità di preservare, oltre al controllo della malattia, anche la funzionalità vescicale e la qualità di vita".
Queste evidenze illustrate all'Asco - ricorda una nota - si aggiungono ai dati dello studio Potomac già presentati nel 2025 al congresso della European Society for Medical Oncology (Esmo) e pubblicati su 'The Lancet', in cui il regime con durvalumab aveva dimostrato una riduzione del 32% del rischio di recidiva (o di morte in assenza di recidiva) rispetto al solo trattamento con Bcg. Inoltre, un'analisi esplorativa dello studio Potomac, presentata recentemente al congresso dell'American Urological Association (Aua), ha evidenziato che, nel primo anno di trattamento, il numero di eventi ad alto rischio e di recidive non sensibili a Bcg nel braccio trattato con durvalumab più Bcg era quasi la metà rispetto alla sola Bcg. Durvalumab più Bcg ha quindi migliorato il tempo all’intervento chirurgico di asportazione della vescica (cistectomia) e la sopravvivenza libera da cistectomia, con un numero inferiore di pazienti sottoposti a chirurgia.
"Nel 2025, in Italia, sono stimati circa 29.100 nuovi casi di tumore della vescica - spiega Rossana Berardi, presidente eletto Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e ordinario di Oncologia all'università Politecnica delle Marche e direttore della Clinica oncologica dell'azienda ospedaliero universitaria delle Marche - Circa il 70% delle diagnosi riguarda forme non infiltranti, individuate quindi in una fase iniziale della malattia, nella quale le nuove terapie possono aumentare significativamente le possibilità di guarigione e migliorare la qualità di vita dei pazienti. Per garantire il miglior percorso di cura è fondamentale un approccio multidisciplinare, che coinvolga diverse figure specialistiche, tra cui oncologo, urologo, radiologo e anatomo-patologo".
"Grande attenzione - rimarca Berardi - deve essere rivolta anche alla prevenzione. Circa la metà dei casi è legata al fumo di sigaretta, che aumenta di quasi 5 volte il rischio di sviluppare la malattia rispetto ai non fumatori. Un dato particolarmente rilevante riguarda la popolazione femminile, in cui il tabagismo è in crescita e, di conseguenza, aumentano anche le diagnosi di tumore della vescica. Sebbene questa neoplasia sia ancora più frequente negli uomini, nelle donne esiste un rischio maggiore di diagnosi tardiva. L'ematuria, che rappresenta il principale campanello d’allarme della malattia, viene infatti spesso inizialmente attribuita ad altre condizioni urologiche o ginecologiche, ritardando l'avvio degli accertamenti diagnostici. E' quindi fondamentale promuovere una maggiore consapevolezza anche in ottica di medicina di genere, per favorire diagnosi più tempestive e migliori possibilità di cura. Infine, circa il 10% dei casi è associato all'esposizione professionale a sostanze chimiche presenti, ad esempio, in coloranti, diserbanti e idrocarburi. Le categorie professionali maggiormente esposte devono pertanto essere sottoposte a programmi di monitoraggio e sorveglianza dedicati", conclude il presidente eletto Aiom.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
68.9/100
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A
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✅
Criteri Critici
Melanoma, a 5 anni sopravvive il 92% dei pazienti con vaccino a mRNA e immunoterapia ilsud24.it
Ascierto: «Possibile cambio di paradigma nelle cure».
Dal congresso mondiale ASCO di Chicago arriva una conferma pesante per la ricerca sul melanoma: il vaccino personalizzato a mRNA, combinato con l’immunoterapia, mantiene nel tempo risultati clinici rilevanti e rafforza una strada aperta anche dall’Italia, con il ruolo centrale dell’Istituto Pascale di Napoli e di Paolo Ascierto.
Il dato che emerge dallo studio di Fase 2b Keynote-942 è netto: a cinque anni dalla sperimentazione, avviata nel 2021, il 92,2% dei pazienti trattati con il vaccino è vivo, contro il 71,3% registrato nel gruppo di controllo. La terapia, totalmente personalizzata, è stata valutata in associazione all’immunoterapia standard e ha mostrato una riduzione del 49% del rischio di recidiva o morte nei pazienti con melanoma ad alto rischio.
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I risultati sono stati illustrati al congresso dell’American Society of Clinical Oncology, in corso a Chicago, e pubblicati in contemporanea sul Journal of Clinical Oncology. Al centro dello studio c’è la combinazione tra intismeran, vaccino anti-cancro personalizzato, e pembrolizumab, immunoterapia standard già utilizzata nel trattamento del melanoma.
Leggi anche: Paolo Ascierto è il primo al mondo nella ricerca sul melanoma
Ascierto: «La strada intrapresa è quella giusta»
In Italia, come in altre parti del mondo, è già partita la sperimentazione di Fase 3. Il primo centro ad avviarla nel nostro Paese è stato l’Istituto Pascale di Napoli, con Paolo Ascierto, professore ordinario di Oncologia all’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus.
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«I risultati presentati all’ASCO confermano che la strada intrapresa con il vaccino a mRNA è quella giusta e che l’efficacia della combinazione con l’immunoterapia si mantiene costante nel tempo», commenta Ascierto.
Per l’oncologo, il valore clinico dei numeri sta soprattutto nella loro tenuta a distanza di anni: «Ridurre del 49% il rischio di recidiva e del 59% quello di metastasi a distanza a cinque anni apre prospettive cliniche importantissime per il futuro dei pazienti ad alto rischio».
La sperimentazione ha coinvolto 157 pazienti operati per melanoma, suddivisi in due gruppi per misurare l’efficacia della terapia adiuvante, cioè somministrata dopo l’intervento chirurgico. Nel gruppo trattato con vaccino più immunoterapia, il 68,8% dei pazienti risulta completamente libero da tumore dopo cinque anni. Tra coloro che hanno ricevuto soltanto l’immunoterapia, la percentuale si ferma al 49,1%.
«Inoltre, la combinazione ha ridotto del 59% il rischio che il melanoma si diffonda in altri organi del corpo», riferisce Ascierto. Poi sottolinea il dato più forte: «Ma il dato forse più impressionante è che il 92,2% dei pazienti del gruppo vaccino è vivo a cinque anni».
Come funziona il vaccino personalizzato
L’elemento innovativo del trattamento è la costruzione della terapia sul profilo biologico del singolo paziente. Non si tratta, chiarisce Ascierto, di un vaccino preventivo tradizionale, ma di un intervento terapeutico progettato dopo l’analisi del tumore rimosso chirurgicamente.
Da quel campione vengono individuati fino a 34 neoantigeni, cioè le «firme» proteiche specifiche ed esclusive di quel melanoma. Su questa base viene sintetizzato un filamento di mRNA che, una volta iniettato, serve a orientare la risposta immunitaria.
«Istruisce i linfociti T, cioè i soldati del sistema immunitario, a riconoscere e distruggere qualsiasi cellula tumorale residua che tenti di nascondersi o riprodursi», spiega Ascierto.
Il meccanismo della combinazione si fonda su due azioni complementari. Pembrolizumab rimuove il «freno» che il tumore utilizza per difendersi dal sistema immunitario. Intismeran, invece, consegna ai linfociti T l’identikit preciso del bersaglio da colpire.
Dalla Fase 3 al possibile cambio di paradigma
Secondo Ascierto, i dati disponibili rafforzano anche il profilo di sicurezza del trattamento. «La sicurezza del trattamento è ormai comprovata, con effetti collaterali assolutamente gestibili e sovrapponibili a quelli di una normale reazione influenzale», afferma.
La sperimentazione internazionale di Fase 3 è già in corso e, aggiunge l’oncologo, «vede l’Italia fortemente protagonista». Ma il passaggio più rilevante riguarda la prospettiva aperta dalla tecnologia dell’mRNA nella cura dei tumori.
La «vera notizia», per Ascierto, è che questo approccio «fa da apripista». L’applicazione dell’mRNA ai tumori ad alto tasso di mutazione, come il melanoma, è infatti già in fase di valutazione anche nel tumore al polmone e in altre neoplasie difficili da trattare. «Siamo di fronte a un potenziale cambio di paradigma: se i dati della Fase 3 confermeranno questi trend, la medicina di precisione diventerà uno standard terapeutico consolidato per queste patologie».
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
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74.1/100
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A
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✅
Criteri Critici
Tumore della vescica, nuova terapia riduce le recidive: quasi 9 pazienti su 10 vivi a 5 anni la Repubblica
Ricevere una diagnosi di tumore della vescica significa spesso entrare in un percorso lungo, fatto di controlli, terapie e, in alcuni casi, procedure invasive ripetute. Per molti pazienti, quindi, l’obiettivo non è soltanto controllare la malattia, ma anche preservare il più possibile la quotidianità, l’autonomia e la qualità di vita. Da questo punto di vista arrivano dati importanti dallo studio di fase III Potomac, presentato al Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) in corso a Chicago. Nei pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio di recidiva, quasi il 90%, per la precisione l’87,6%, è vivo a 5 anni grazie all’aggiunta di un anno di trattamento con durvalumab alla terapia standard con Bacillus Calmette-Guérin, più noto come BCG.
Che cosa ha mostrato lo studio Potomac
Lo studio ha valutato l’efficacia dell’aggiunta di durvalumab, farmaco immunoterapico, alla terapia di induzione e mantenimento con BCG. Il risultato principale è rilevante: il nuovo regime si associa a una riduzione del rischio di recidive e, allo stesso tempo, non ha mostrato un impatto clinicamente rilevante sulla qualità di vita dei pazienti. Quest’ultimo aspetto è stato valutato attraverso questionari compilati direttamente dai pazienti, i cosiddetti patient-reported outcomes, strumenti che aiutano a capire come la terapia venga vissuta nella vita reale, al di là dei soli dati clinici.
Un bisogno di cura ancora aperto
Il tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio viene trattato con intento curativo, ma può ripresentarsi e, in alcuni casi, progredire. Questo può costringere il paziente a nuove procedure, fino alla cistectomia, cioè l’intervento chirurgico di rimozione della vescica. “Da oltre 10 anni non vi erano evidenti progressi per questi pazienti, che vengono trattati con intento curativo - afferma Patrizia Giannatempo, dirigente medico della struttura Dipartimentale di Oncologia Medica Genitourinaria, Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. “L’attuale standard di cura è costituito dalla Turbt, la resezione transuretrale del tumore, seguita dall’instillazione di BCG direttamente nella vescica. Un’elevata percentuale di pazienti, però, presenta recidiva e progressione di malattia, che possono richiedere ripetute procedure invasive fino alla cistectomia, l’intervento chirurgico di rimozione della vescica. Da qui la necessità di nuove opzioni di cura”.
Evitare interventi invasivi è un obiettivo centrale
Nel tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio, la sfida è controllare la malattia limitando, quando possibile, trattamenti che possono pesare sulla quotidianità del paziente. “Nella malattia non muscolo infiltrante ad alto rischio, l’obiettivo è evitare la cistectomia e le procedure invasive, che possono avere un impatto negativo sulla qualità di vita”, continua Patrizia Giannatempo. “L’aggiunta di durvalumab, per 12 mesi, alla terapia di induzione e mantenimento con BCG consente di raggiungere tassi elevati di sopravvivenza a 5 anni. Nello studio Potomac, la qualità di vita è stata ‘misurata’ attraverso tre questionari compilati dai pazienti, che hanno valutato il benessere generale, la funzionalità fisica, i sintomi urinari e l’impatto psicologico della malattia. Come atteso con un trattamento immunoterapico prolungato, è stato osservato un moderato peggioramento della fatigue riportata dai pazienti. Tuttavia, l’impatto complessivo sui patient-reported outcomes è risultato limitato e globalmente comparabile al solo trattamento con BCG. Questi pazienti presentano molto spesso un bisogno improvviso e impellente di urinare, che può influire significativamente sulla quotidianità e sulla percezione della propria autonomia”.
I questionari raccontano anche il vissuto dei pazienti
Valutare il benessere durante le cure significa considerare non solo i sintomi fisici, ma anche autonomia, attività quotidiane e preoccupazioni per il futuro. Per questo nello studio Potomac sono stati utilizzati anche strumenti specifici per questa patologia. “QLQ-NMIBC24 è un questionario specificamente dedicato ai pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo e valuta, oltre ai sintomi urinari e agli effetti dei trattamenti intravescicali, aspetti legati alla percezione della malattia e alle preoccupazioni per il futuro”, spiega Patrizia Giannatempo. “Si tratta di un elemento particolarmente rilevante in una patologia caratterizzata da trattamenti protratti nel tempo e dalla necessità di preservare, oltre al controllo della malattia, anche la funzionalità vescicale e la qualità di vita”.
Meno recidive e più tempo prima della chirurgia
I dati presentati all’Asco si aggiungono a quelli già illustrati nel 2025 al Congresso della European Society for Medical Oncology e pubblicati su The Lancet. In quell’occasione il regime con durvalumab aveva dimostrato una riduzione del 32% del rischio di recidiva, o di morte in assenza di recidiva, rispetto al solo trattamento con BCG. Un’analisi esplorativa dello studio Potomac, presentata anche al Congresso dell’American Urological Association, ha inoltre mostrato che nel primo anno di trattamento il numero di eventi ad alto rischio e di recidive non sensibili a BCG nel gruppo trattato con durvalumab più BCG era quasi la metà rispetto al gruppo trattato con la sola BCG. Il nuovo regime ha quindi migliorato anche il tempo all’intervento di asportazione della vescica e la sopravvivenza libera da cistectomia, con un numero inferiore di pazienti sottoposti a chirurgia.
Il tumore della vescica in Italia
Il tema riguarda da vicino anche l’Italia. Nel 2025 sono stati stimati circa 29.100 nuovi casi di tumore della vescica. Circa il 70% delle diagnosi riguarda forme non infiltranti, cioè individuate in una fase iniziale della malattia. È proprio in questa fase che nuove strategie terapeutiche possono aumentare le possibilità di guarigione e contribuire a preservare la qualità di vita. “Per garantire il miglior percorso di cura - spiega Rossana Berardi, presidente eletto Aiom (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e Ordinario di Oncologia all’Università Politecnica delle Marche e Direttore della Clinica Oncologica dell’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche - è fondamentale un approccio multidisciplinare, che coinvolga diverse figure specialistiche, tra cui oncologo, urologo, radiologo e anatomo-patologo”.
Il ruolo della prevenzione
Grande attenzione deve essere rivolta anche alla prevenzione. Circa la metà dei casi è legata al fumo di sigaretta, che aumenta di quasi cinque volte il rischio di sviluppare la malattia rispetto ai non fumatori. “Un dato particolarmente rilevante - prosegue Berardi - riguarda la popolazione femminile, in cui il tabagismo è in crescita e, di conseguenza, aumentano anche le diagnosi di tumore della vescica. Sebbene questa neoplasia sia ancora più frequente negli uomini, nelle donne esiste un rischio maggiore di diagnosi tardiva. L’ematuria, che rappresenta il principale campanello d’allarme della malattia, viene infatti spesso inizialmente attribuita ad altre condizioni urologiche o ginecologiche, ritardando l’avvio degli accertamenti diagnostici. È quindi fondamentale promuovere una maggiore consapevolezza anche in ottica di medicina di genere, per favorire diagnosi più tempestive e migliori possibilità di cura. Infine, circa il 10% dei casi è associato all’esposizione professionale a sostanze chimiche presenti, ad esempio, in coloranti, diserbanti e idrocarburi. Le categorie professionali maggiormente esposte devono pertanto essere sottoposte a programmi di monitoraggio e sorveglianza dedicati”.
Il campanello d’allarme da non ignorare
Uno dei segnali più importanti del tumore della vescica è l’ematuria, cioè la presenza di sangue nelle urine. Può comparire anche senza dolore e proprio per questo non deve essere sottovalutata. Il messaggio degli specialisti è chiaro: una diagnosi tempestiva può fare la differenza. Questo vale per tutti, ma ancora di più per le donne, nelle quali il sintomo può essere confuso con altre condizioni urologiche o ginecologiche, ritardando gli accertamenti.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
59.6/100
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Criteri Critici
Melanoma, con vaccino e immunoterapia a cinque anni è vivo oltre il 90% dei pazienti più gravi la Repubblica
Meno recidive, meno metastasi e sopravvivenza maggiore per il vaccino terapeutico e immunoterapia contro il melanoma rispetto alla sola immunoterapia dopo chirurgia. Il risultato arriva da Chicago, con la presentazione, durante il congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) dei nuovi risultati della sperimentazione KEYNOTE-942, annunciati come un successo non solo per il melanoma, ma potenzialmente anche per altri tipi di cancro. "I nostri risultati rappresentano anche un incoraggiamento per i ricercatori oncologici di tutto il mondo, dimostrando che i vaccini a mRNA come l'intismeran potrebbero funzionare bene in combinazione con l'immunoterapia per altri tumori le cui elevate percentuali di mutazioni si sono rivelate difficili da trattare", ha infatti commentato Janice Mehnert dalla Nyu Grossman School of Medicine, a capo dello studio. I dettagli dei risultati sono stati pubblicati su Journal of Clinical Oncology.
Un vaccino terapeutico contro il cancro
Gli ultimi dati presentati ad Asco si riferiscono a un follow-up di cinque anni, confermano e rinforzano i risultati positivi di sicurezza ed efficacia di questo approccio terapeutico in pazienti con malattia avanzata, operati e già osservati a follow-up più ristretti. Il vaccino intismeran (mRNA-4157) è un vaccino a mRna terapeutico sviluppato da Msd e Moderna, ideato per pazienti ad alto rischio di recidiva. Il vaccino spinge il sistema immunitario a scatenare una risposta contro il tumore, colpendo gli antigeni tumorali (identificati sequenziando il Dna tumorale di ciascun paziente).
Già a cavallo tra il 2022 e il 2023 i primi risultati dello studio - che ha coinvolto 157 pazienti tra Australia - che associava il vaccino a un immunoterapico (il pembrolizumab) facevano ben sperare. Rispetto alla sola immunoterapia - somministrata come standard di cura in terapia adiuvante – a due anni, il vaccino terapeutico aveva mostrato di ridurre del 44% il rischio di recidive o morte. Un risultato incoraggiante e che permetterebbe di superare i limiti associati all’immunoterapia in questo tumore: pur rivoluzionaria, infatti, scrivono gli esperti, alcuni pazienti sviluppano resistenza e non ci sono prove di efficacia a sostegno dell’uso di immunoterapie combinate (intese come combinazioni di inibitori del checkpoint immunitario).
Meno recidive e aumento della sopravvivenza a cinque anni
Oggi, come anticipato, i risultati su un follow up più esteso appaiono ancora più incoraggianti: il rischio di recidiva o morte si riduce del 49% nei pazienti che hanno ricevuto la combinazione vaccino terepeutico e immunoterapico (la sopravvivenza libera da recidiva era del 68% nel gruppo dei pazienti trattati con la terapia combinata, rispetto al 49% di quelli che avevano ricevuto solo l’immunoterapia). Altri dati che arrivano da Chicago (qui l’abstract della presentazione) mostrano inoltre che intismeran combinato a pembrolizumab riduce del 59% il rischio di metastasi e che la sopravvivenza globale a cinque anni con questo schema terapeutico è del 92% contro il 71% del gruppo che ha ricevuto pembrolizumab. Confermati e ritenuti gestibili gli effetti collaterali associati alla terapia.
“Questi risultati a lungo termine dimostrano che i benefici del trattamento con intismeran + pembrolizumab si sono mantenuti e sono duraturi nel tempo, nonostante tutti i pazienti avessero completato il trattamento previsto dallo studio prima dell'analisi primaria (2021) - concludono gli autori, dalle pagine del Journal of Clinical oncology - Come già riportato in precedenza, intismeran è risultato ben tollerato, con un profilo di sicurezza gestibile per la combinazione intismeran + pembrolizumab. Intismeran + pembrolizumab è attualmente in fase di valutazione in uno studio di fase 3 su pazienti con melanoma in stadio II-IV resecato ad alto rischio e in studi su pazienti affetti da altre neoplasie”.
Anche l’Italia partecipa alla ricerca nel campo
Lo studio di fase 3 per il melanoma in stadio avanzato è quello che vede anche la partecipazione dell’Italia, ha ricordato Paolo Ascierto, ordinario di Oncologia all’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus, che con l’Istituto Pascale di Napoli vi prende parte. “I risultati presentati all’Asco confermano che la strada intrapresa con il vaccino a mRNA è quella giusta e che l'efficacia della combinazione con l’immunoterapia si mantiene costante nel tempo. La vera notizia è che questo approccio fa da apripista - conferma l’esperto italiano - Siamo di fronte a un potenziale cambio di paradigma: se i dati della Fase 3 confermeranno questi trend, la medicina di precisione diventerà uno standard terapeutico consolidato per queste patologie”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Tumore del fegato, una nuova strategia di cura migliora la sopravvivenza dei pazienti inizialmente non operabili Corriere della Sera
di Vera Martinella
I dati dello studio presentato al convegno Asco: quasi un malato su tre è vivo e senza progressione di malattia a due anni dal trattamento
(Getty Images)
Una nuova strategia terapeutica è destinata a cambiare l'attuale standard di cura per i pazienti con un carcinoma epatocellulare non operabile. Gli esiti dello studio di fase tre (l’ultima prima dell’approvazione di una nuova cura) EMERALD-3, presentati al congresso annuale dell'American Society of Clinical Oncology (Asco) in corso a Chicago, indicano infatti che la combinazione di una doppia immunoterapia unita alla chemioembolizzazione può rallentare la crescita del tumore e allungare la sopravvivenza dei pazienti. Obiettivi importanti soprattutto in considerazione del fatto che il cancro al fegato è una ancora oggi patologia difficile da curare, spesso individuata tardi e, di conseguenza, con una prognosi spesso sfavorevole.
Situazione attuale: le cure standard finora Ogni anno in Italia sono stimate oltre 12.500 nuove diagnosi di tumore del fegato e, a cinque anni dalla diagnosi, è vivo in media il 22%dei pazienti. Il tipo più comune di tumore al fegato è il carcinoma epatocellulare (rappresenta oltre 8 casi su 10) che viene spesso diagnosticato in fase avanzata, quando l'intervento chirurgico, che potrebbe far sperare nella guarigione, non è più un'opzione praticabile. In fase avanzata della malattia, circa il 30% dei pazienti è idoneo al trattamento con TACE, la chemioembolizzazione transarteriosa: ovvero una procedura di radiologia interventistica che blocca l’afflusso di sangue alla neoplasia e permette di somministrare la chemioterapia o la radioterapia direttamente nel fegato. Per oltre 20 anni questo è stato il trattamento standard per le persone con epatocarcinoma non operabile, ma la malattia spesso riprende a crescere o si diffonde nei pazienti entro un anno dal trattamento e per questi pazienti attualmente non esistono altre cure approvate né in Italia né altrove.
Lo studio EMERALD-3: un terzo dei pazienti vivo a 2 anni dalla cura «È in questo contesto che s'inserisce lo studio EMERALD-3 che ha sperimentato il regime STRIDE, basato su un innovativo approccio di doppia immunoterapia con una singola dose di tremelimumab seguita da durvalumab in monoterapia - spiega Lorenza Rimassa, professore associato di Oncologia medica all’Humanitas University e responsabile dell’Oncologia epatobiliopancreatica all’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Milano -. I pazienti affetti da tumore al fegato idonei all’embolizzazione hanno urgente bisogno di nuove opzioni terapeutiche per ritardare la progressione di malattia e migliorare la prognosi e i risultati presentati a Chicago aprono uno spiraglio». La sperimentazione ha coinvolto 760 partecipanti che sono stati divisi in tre gruppi: uno trattato con STRIDE e lenvatinib (una target therapy) più TACE (293 partecipanti); uno con STRIDE con TACE (175 partecipanti) e l'ultimo con l'attuale cura standard, TACE da sola (292 partecipanti). «Gli esiti indicano che un’unica somministrazione di tremelimumab, infatti, è in grado di fornire una "spinta" alla risposta immunitaria, offrendo maggiore efficacia: quasi un partecipante su tre è vivo e senza progressione di malattia a due anni dal trattamento. Si tratta di un progresso significativo associato a una tendenza al miglioramento della sopravvivenza (con o senza l’aggiunta di lenvatinib)».
Speranze di guarigione Il regime STRIDE in combinazione con lenvatinib e TACE ha dimostrato una riduzione del 30% del rischio di progressione di malattia o di morte in assenza di progressione rispetto alla sola TACE. È probabile che questi risultati cambino l'attuale trattamento standard e siano un punto di svolta per questa patologia: «Lo studio EMERALD-3 evidenzia il ruolo importante del regime immunoterapico STRIDE in combinazione con la TACE, quando la funzionalità epatica non è compromessa - commenta Vincenzo Mazzaferro, professore di Chirurgia all’Università degli Studi di Milano e direttore della Chirurgia oncologica (epato-gastro-pancreatica) e trapianto di fegato alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano- . Sulla base di questi risultati è verosimile che sarà significativo il numero di pazienti in cui il livello di risposta tumorale sarà compatibile con terapie che possono portare a guarigione, come la resezione del tumore o il trapianto. Va ricordato che la miglior gestione dell’epatocarcinoma, che frequentemente complica un quadro di cirrosi, richiede il contributo di diversi specialisti, che compongono i team multidisciplinari».
Otto casi su 10 si potrebbero evitare Una recente indagine ha evidenziato che quasi l'80% dei tumori al fegato si può evitare solo con la prevenzione: «La maggioranza dei casi, infatti, è riconducibile a fattori di rischio noti, quali l’infezione da virus dell’epatite B e C - ricorda Massimo Di Maio, presidente dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) -. Negli ultimi anni, però, si è osservato un progressivo incremento dei casi "non virali", cioè collegati a sovrappeso e diabete oppure a questi fattori e all'eccesso di bevande alcoliche, dato che la cirrosi epatica predispone all'insorgenza di questa neoplasia. Questo cambiamento epidemiologico è dovuto all’effetto positivo della vaccinazione anti-HBV, in Italia obbligatoria da più di 30 anni, e alle terapie antivirali per l’HCV che hanno fatto calare il rischio di cancro». D'altro canto però qualcosa lo ha fatto salire: gli stili di vita scorretti diffusi in molti Paesi Occidentali e pure in Italia, specie l’alimentazione eccessiva e ricca di grassi, la sedentarietà e l'abuso di alcolici. «La sorveglianza con ecografia epatica semestrale delle persone a rischio (cioè con epatopatia cronica) consente la diagnosi di tumore del fegato in stadio precoce, con interventi potenzialmente guaritivi, e permette di migliorare la sopravvivenza - conclude Di Maio -. L’immunoterapia ha già dimostrato di essere efficace nello stadio metastatico, dove è diventata standard di cura. I risultati dello studio EMERALD-3 sono un esempio della possibilità di sperimentare l’impiego di trattamenti già dimostrati efficaci nella malattia avanzata anche in stadi più precoci, come accaduto in molti tipi di tumori».
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Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Tumore del pancreas, nuova speranza dalla ricerca: una terapia sperimentale raddoppia la sopravvivenza · LaC News24 LaC News24
I risultati dello studio Resolute, presentati al congresso Asco, accendono l’attenzione della comunità scientifica. Il farmaco daraxonrasib ha portato la sopravvivenza media dei pazienti con tumore pancreatico metastatico da 6,7 a oltre 13 mesi Il tumore del pancreas continua a essere una delle neoplasie più temute e difficili da trattare.In Italia provocaogni anno circa 15 mila decessie, nonostante i progressi della medicina oncologica, le opzioni terapeutiche disponibili restano ancora limitate, soprattutto nelle forme metastatiche più avanzate.Per questo motivo la comunità scientifica guarda con enorme interesse ai risultati dellostudio Resolute, presentati al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), uno degli appuntamenti più importanti al mondo nel settore oncologico. Al centro dell’attenzione c’è una nuova molecola sperimentale, chiamata daraxonrasib, che potrebbe aprire una nuova era nella cura del tumore del pancreas.Il farmaco che quasi raddoppia la sopravvivenzaI risultati dello studio hanno coinvolto circa500 pazienti affetti da adenocarcinoma duttale pancreatico metastaticogià sottoposti a precedenti trattamenti. I dati mostrano un risultato che gli oncologi definiscono straordinario: i pazienti trattati con daraxonrasib hanno raggiuntouna sopravvivenza media superiore a 13,2 mesi, contro i 6,7 mesi ottenuti con la chemioterapia tradizionale.In pratica, la nuova terapia è riuscita quasi a raddoppiare l’aspettativa di vita in una categoria di pazienti per la quale, fino a oggi, le possibilità terapeutiche erano estremamente limitate. Continua a leggere suLaCapitalenews.it Il tumore del pancreas continua a essere una delle neoplasie più temute e difficili da trattare.In Italia provocaogni anno circa 15 mila decessie, nonostante i progressi della medicina oncologica, le opzioni terapeutiche disponibili restano ancora limitate, soprattutto nelle forme metastatiche più avanzate. Per questo motivo la comunità scientifica guarda con enorme interesse ai risultati dellostudio Resolute, presentati al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), uno degli appuntamenti più importanti al mondo nel settore oncologico. Al centro dell’attenzione c’è una nuova molecola sperimentale, chiamata daraxonrasib, che potrebbe aprire una nuova era nella cura del tumore del pancreas. I risultati dello studio hanno coinvolto circa500 pazienti affetti da adenocarcinoma duttale pancreatico metastaticogià sottoposti a precedenti trattamenti. I dati mostrano un risultato che gli oncologi definiscono straordinario: i pazienti trattati con daraxonrasib hanno raggiuntouna sopravvivenza media superiore a 13,2 mesi, contro i 6,7 mesi ottenuti con la chemioterapia tradizionale. In pratica, la nuova terapia è riuscita quasi a raddoppiare l’aspettativa di vita in una categoria di pazienti per la quale, fino a oggi, le possibilità terapeutiche erano estremamente limitate. Continua a leggere suLaCapitalenews.it