📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
In pochi minuti Di Battista ha distrutto decenni di retorica sul cancro e sul malato che combatte Fanpage
Alessandro Di Battista, raccontando la sua diagnosi di cancro, ha messo in discussione la retorica del malato che deve essere un guerriero e restare sempre positivo. La malattia non è una guerra da vincere: curarsi significa anche affidarsi agli altri, accettare la propria fragilità e continuare a riprendersi spazi di libertà.
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Ci sono parole che dividono una vita in un prima e un dopo. Cancro è una di queste. Cade come un sasso in uno stagno: il rumore dura un attimo, i cerchi non finiscono più.
I manuali dicono che andrebbe pronunciata attorno a un tavolo, seduti, medico, psicologo e paziente, per attutire il colpo.
La realtà quasi mai somiglia al manuale. Negli ospedali italiani la stanza riservata si inventa: fino a un attimo prima, magari, era quella dei prelievi.
Alessandro Di Battista l'ha ricevuta a Cuba, in un ospedale senza acqua: l'embargo degli Stati Uniti è una stretta silenziosa che chiude anche i rubinetti. Lui l'ha chiamato «un assedio medievale».
Da oltre quindici anni seguo bambini e adulti malati di cancro, in Italia e nei Paesi in guerra. Trent'anni fa il cancro non si nominava: era «il brutto male», una presenza che abitava la casa senza avere un volto.
La prima regola della psico-oncologia è dare un nome alla malattia: nominare è già cominciare a farci i conti.
A diMartedì, Di Battista l’ha nominata senza giri di parole, facendo qualcosa di raro: ha rifiutato la retorica del guerriero, quella del «combatterò». Ha detto che farà le cure e che resterà positivo, perché questo è il suo carattere. Poi ha aggiunto una frase che ribalta la prospettiva: «Quelli che non devono mollare sono i dottori».
Perché il cancro è diventato una guerra?
Nel 1971 il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon firmò il National Cancer Act e nacque la «war on cancer», la guerra al cancro.
Da allora il corpo del malato è un campo di battaglia.
La guerra è il racconto più antico con cui proviamo a dare forma all’ignoto: c’è un nemico, c’è un fronte, c’è una vittoria da conquistare. È un modo per mettere ordine nel caos, e in questo può esserci qualcosa di consolatorio.
Ma ha un prezzo. Se la malattia diventa una battaglia, chi peggiora finisce per essere percepito come qualcuno che ha «perso», quasi non avesse combattuto abbastanza.
E insieme alla cura si impone così anche un altro obbligo: quello di essere sempre forti, sempre positivi.
In psico-oncologia la chiamiamo «la tirannia del pensiero positivo». Nessuno studio ha dimostrato che l'ottimismo forzato allunghi la vita; sappiamo invece che circa un paziente su tre vive un distress psicologico significativo, spesso aggravato dalla vergogna di non sentirsi abbastanza forte.
La metafora bellica cambia perfino i comportamenti: chi pensa al cancro come a un «nemico» è meno disposto a fare prevenzione. La guerra chiama all'attacco; prevenire significa limitarsi, avere cura.
Eppure chi sceglie di «combattere» merita di essere accompagnato, non corretto.
Ai miei pazienti dico sempre: siate come vi sentite.
Davanti a una malattia potenzialmente mortale ogni difesa è un riparo costruito con gli strumenti che si hanno. Per qualcuno essere guerriero è la trave portante della casa.
In una società ossessionata della performance, dove valiamo per ciò che vinciamo, anche schiacciando gli altri, non stupisce che la cura sia diventata una gara. Ma combattere non è l'unico modo di stare al mondo.
Nelle parole di Di Battista c'è una distribuzione dei ruoli che, psicologicamente, è già salute.
Io faccio le cure, sono i medici che non devono mollare.
Restare al proprio posto significa non dover sopportare tutto il peso: il paziente è una persona la cui vita è affidata nelle mani di altri.
«Farò le cure che devo fare»: la fiducia è un legame, non un'arma.
La gratitudine verso i medici, cubani e italiani, pronunciata senza enfasi, riconosce un lavoro, non l'impresa di eroi.
Decostruire la retorica della malattia è già una forma di cura.
Riconoscere il proprio posto significa anche vedere quello degli altri. Esiste un mondo in cui il cancro si cura sotto le bombe e le chemioterapie arrivano grazie a organizzazioni come Soleterre, in Ucraina e in Palestina. Di Battista quel mondo lo ha girato raccontandone le ingiustizie. Anche ora, convalescente, il suo sguardo non si è chiuso su di sé: ha parlato del neurochirurgo che gli ha salvato la vita e che gli ha scritto che all'Avana non si riesce a sterilizzare per mancanza di corrente.
C'è chi, anche nel tempo della cura, tiene accesa una luce per gli altri. Il modo in cui si abita il mondo decide molto su come ci trova la diagnosi.
La comunicazione di una malattia oncologica ti trova più o meno pronto a seconda di quanto hai potuto riflettere sulla vita. Ho visto persone pensare alla propria esistenza per la prima volta in un letto d'ospedale. Il cancro, dice Di Battista, è «democratico». Colpisce chiunque.
«Faccio parte di quel club di cittadini italiani che dicono perché proprio a me?». Detta in televisione, diventa appartenenza. Nessuno è solo, dentro quella domanda.
In Italia vivono circa 3,7 milioni di persone dopo una diagnosi di tumore; ogni anno le nuove diagnosi sono quasi 390 mila. Dietro ogni numero c'è un nome e un modo unico di soffrire e di vivere. Non esistono vite di serie A e vite di serie B: non vale di più chi lotta, né vale meno chi si affida, o chi si stanca e a un certo punto decide di fermarsi.
«Ogni giorno mi riprendo degli spazi di libertà».
È una frase che appenderei in ogni reparto. Perché racconta la malattia senza consegnarle tutto: una parte di noi continua a esistere fuori dalla diagnosi, a desiderare, scegliere, vivere.
Riprendersi quegli spazi significa riaprire, una alla volta, le finestre chiuse di una casa.
Ed è proprio da lì che la vita torna a entrare.
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'Da qui in avanti', a Roma le storie di 6 pazienti dopo la leucemia adnkronos.com
Arriva a Roma la mostra itinerante "Da qui in avanti" Sei storie, un viaggio che ricomincia”, con i racconti di Aurelia e Luigi, pazienti del policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs, che, dopo una diagnosi di tumore del sangue, si sono sottoposti alle terapie cellulari Car-T. Aurelia oggi ha 50 anni. Ha sempre vissuto a Roma, insieme a papà Alberto e mamma Agnese. Sono loro i suoi punti di riferimento, la sua famiglia, il suo rifugio. Nel 2016 tutto cambia: una stanchezza inusuale, un controllo al pronto soccorso, la diagnosi di leucemia linfoblastica acuta. Da quel momento è cominciato un lungo percorso fatto di ricoveri, cicli di chemioterapia, un trapianto. Cinque anni fa, quando le cure tradizionali non bastavano più, si è presentata una nuova possibilità: la terapia Car-T. Mesi di ospedale, giorni scanditi da attese e paure, ma sempre con la famiglia accanto. Oggi Aurelia sta bene ed è circondata da colori che parlano di rinascita.
Luigi è cresciuto a Isola di Capo Rizzuto, un paese affacciato sul mare. Una vita semplice, scandita dai legami familiari e da un rapporto speciale con suo fratello maggiore, Ernesto. Tutto sembrava scorrere con la naturalezza delle cose quotidiane, fino a quel giorno del 2020. Una febbre alta, ostinata, che non voleva placarsi. Gli esami rivelano una verità ben più dura: Leucemia linfoblastica acuta. Da quel momento, la vita di Luigi ed Ernesto cambia radicalmente. Inizia un viaggio senza sosta: chilometri percorsi tra Isola di Capo Rizzuto e Roma, lunghe attese nei corridoi del policlinico Gemelli, la speranza che si accende con i primi cicli di chemio e la delusione di vederla spegnersi poco dopo. La malattia non arretra. Dopo anni di cure e incertezze, nel 2024 a Luigi viene proposta una nuova possibilità: la terapia Car-T. Il 19 febbraio dello stesso anno, Luigi varca la soglia dell’ospedale, questa volta però è l’inizio di un nuovo capitolo: la terapia funziona. Oggi Luigi ha 32 anni e racconta la sua storia con serenità, ma anche con la forza silenziosa con cui è riuscito ad affrontare il percorso verso la guarigione. Le storie di Aurelia e Luigi, pazienti del Policlinico Gemelli di Roma, insieme ad Eliana, Ida, Renato e Americo, raccontano l’esperienza di una diagnosi di tumore ematologico e il percorso che ne segue.
La mostra è un viaggio visivo, complesso e carico di emozioni, attraverso le storie di pazienti che hanno ricominciato a vivere grazie alle Car-T. Realizzato dall’Istituto Italiano di Fotografia, è un progetto di Gilead Sciences con il Patrocinio di Ail- Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma e La Lampada di Aladino Ets. L'Unità operativa complessa di Ematologia e trapianto di cellule staminali del policlinico Gemelli - informa una nota - è accreditata e autorizzata a somministrare queste innovative procedure sin dal 2019 e finora sono stati sottoposti al trattamento circa 240 pazienti. Tutti i protagonisti della mostra, Aurelia, Luigi, Eliana, Ida, Renato e Americo grazie agli scatti dei giovani fotografi dell’Istituto Italiano di Fotografia diventano il ritratto di che cosa vuol dire ricevere questo tipo di diagnosi, di quello che avviene dopo e di come, a sei anni dall’arrivo delle Car-T in Italia, oggi è possibile avere speranza e pianificare il proprio futuro. Sei storie, una stessa sfida: il tumore oncoematologico. E una stessa forza: la rinascita, piano piano la fragilità lascia spazio alla forza e alla voglia di tornare a vivere. Un cammino difficile ma anche una conquista verso la vita. Ogni scatto racchiude molto più di una semplice immagine: è un pezzo di vita, una visione, una speranza, non solo testimonianza di cura, ma promessa di futuro. I volti, i luoghi, i dettagli raccontano più delle parole: il percorso espositivo attraversa l’Italia da nord a sud, accompagnando lo spettatore nei luoghi vissuti durante la malattia e in quelli in cui la quotidianità è rifiorita.
Ogni immagine è un frammento di realtà, un gesto di coraggio e condivisione, che restituisce al pubblico una visione inedita della fragilità e della forza di tutti i pazienti. Un omaggio alla resilienza, all’umanità, alla bellezza che nasce anche da ciò che non è perfetto. "Da qui in avanti. Sei storie, un viaggio che ricomincia" è un progetto di Gilead-Kite, realizzato con il patrocinio di Ail (Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma) e La Lampada di AladinoEts. Nella lotta contro il tumore, la terapia non è solo farmacologica: anche l’arte può diventare un potente strumento di cura. Questo progetto nasce con l’obiettivo di sensibilizzare più persone possibile sulle nuove opzioni terapeutiche, trasformando la malattia in un percorso di consapevolezza e di speranza. Non si tratta di semplici ritratti, ma di scatti simbolici, in cui il colore, la luce e i soggetti rappresentano stati d’animo, paure e speranze.
"Le storie di Aurelia e Luigi - afferma Simona Sica, direttore Uoc Ematologia e trapianto Cse - Fondazione policlinico universitario A. Gemelli Irccs e associato di Malattie del sangue Università Cattolica Sacro Cuore - insieme a quelle degli altri protagonisti della mostra, ci ricordano che dietro ogni diagnosi c’è prima di tutto una persona, con le sue paure, le sue speranze e il desiderio di tornare a immaginare il proprio futuro. Le terapie Car-T hanno aperto una nuova prospettiva per alcuni pazienti affetti da tumori del sangue, offrendo una possibilità terapeutica innovativa e, per chi può beneficiarne, una nuova opportunità di vita. Come medici abbiamo il compito di accompagnare i pazienti in ogni fase di questo percorso, non solo attraverso la cura, ma anche attraverso l’ascolto e la vicinanza. Per questo trovo particolarmente significativo raccontare queste esperienze attraverso la fotografia: gli scatti riescono a restituire emozioni e momenti che spesso le parole non riescono a esprimere. 'Da qui in avanti' parla di malattia, ma soprattutto di persone e di futuro: ci ricorda che, anche dopo un percorso difficile, può tornare la possibilità di guardare avanti e costruire nuovi progetti".
"Le storie raccontate dalla campagna 'Da qui in avanti' testimoniano che oggi, grazie alle terapie Car-T, sempre più persone possono riprendere la propria vita e guardare al futuro con una nuova prospettiva. Dietro ogni trattamento c’è un percorso fatto di sostegno e accompagnamento continuo, che coinvolge pazienti, familiari, associazioni e professionisti del centro di cura. Come Ail - spiega Giuseppe Toro, presidente nazionale Ail - siamo al fianco dei pazienti lungo tutto il percorso di cura, perché nessuno debba affrontare da solo la malattia. Per questo riteniamo fondamentale promuovere iniziative come 'Da qui in avanti', che danno voce a storie autentiche di rinascita e speranza. Raccontare l’esperienza di chi, grazie alle terapie cellulari Car-T, ha potuto riprendere in mano la propria vita significa offrire fiducia a chi oggi sta affrontando un tumore del sangue e valorizzare il lavoro straordinario dei centri italiani di eccellenza. Realtà come il Policlinico Gemelli, che negli anni hanno trattato un numero crescente di pazienti con queste terapie innovative, rappresentano un esempio concreto di come ricerca, innovazione e assistenza possano tradursi in nuove opportunità di vita per molte persone".
Gli scatti raccontano la forza di chi, grazie terapie Car- T, è tornato ad immaginare il domani, costruire progetti, riappropriarsi della vita o costruirne una nuova. Ma raccontano - prosegue la nota - anche le storie di chi è stato accanto e ha accudito, di chi ha ascoltato e capito, di chi in silenzio ha dedicato cure e attenzioni. La mostra, allestita presso Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs Piano 4 Corridoio S1 sarà aperta ai visitatori, fino al 16 ottobre con ingresso gratuito, tutti i giorni in orario ambulatoriale dalle 8 alle 16. Hanno contribuito alla realizzazione della mostra: Simona Sica e Federica Sorà - Irccs Fondazione Policlinico universitario Gemelli, Roma; Mattia Novo - Ospedale Molinette, Torino; Stefania Bramanti - Humanitas, Milano; Emanuele Angelucci e Chiara Ghiggi- Irccs ospedale Policlinico San Martino, Genova; Massimo Martino - Gom Bmm, Reggio Calabria.
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Campania, 40 milioni per la ricerca oncologica: delibera di Giunta per diagnosi precoce e IA Il Mattino
La Giunta regionale della Campania ha approvato oggi una nuova misura da 40 milioni di euro per garantire il mantenimento nel tempo del sostegno alla ricerca scientifica pubblica in settori come l'oncologia e le biotecnologie e favorire lo sviluppo di nuove soluzioni per la diagnosi e la cura, anche in previsione del termine dei numerosi e importanti investimenti realizzati grazie al PNRR in tutta Italia. L'intervento, finanziato con risorse del PR Campania FESR 2021-2027, è rivolto a Enti Pubblici di Ricerca (EPR), università e atenei pubblici e IRCCS pubblici. I progetti potranno essere finanziati fino al 100% delle spese ammissibili, con un contributo compreso tra un minimo di 1 milione e un massimo di 6 milioni di euro per ciascun progetto.
APPROFONDIMENTI
Covid, contagi in aumento in Italia: quali sono le varianti che circolano nell'autunno 2026 SalvaSalvata Covid, Figliuolo: «Il mio compito era vaccinare e non per diletto, ma per salvare vite» SalvaSalvata Napoli, donazione a cuore fermo al Monaldi: prelevati fegato e cornee SalvaSalvata
Quattro gli ambiti principali di destinazione: immunoterapia avanzata, vaccini e viroterapia; medicina di precisione e sviluppo di nuovi farmaci; diagnosi precoce e biopsia liquida; salute digitale, intelligenza artificiale e analisi avanzata delle immagini e dei dati clinici. Saranno quindi sostenute attività finalizzate, tra l'altro, alla sperimentazione di nuove terapie e nuovi farmaci, allo sviluppo di strumenti per individuare precocemente biomarcatori e cellule tumorali e alla validazione di tecnologie basate sull'intelligenza artificiale a supporto delle decisioni cliniche.
Napoli, criticità al Pascale: i sindacati convocano l'assemblea dei medici per il 2 ottobre
I progetti dovranno assicurare un'ampia diffusione dei risultati e favorire la collaborazione e il trasferimento tecnologico, anche attraverso accordi con le imprese presenti in Campania, così da rafforzare il collegamento tra ricerca pubblica e sistema produttivo regionale. L'obiettivo è fare in modo che i risultati della ricerca possano proseguire il proprio percorso di sviluppo e trovare applicazione.
La Regione procederà ora alla predisposizione dell'avviso pubblico. L'ammissione a finanziamento è prevista nel primo quadrimestre del 2027, mentre lo svolgimento dei progetti è programmato nel periodo 2027-2029.
«Quello della ricerca pubblica è un ambito fondamentale per l'avanzamento della nostra società. Investire nei settori dell'oncologia, delle biotecnologie significa favorire lo sviluppo di nuove soluzioni per la diagnosi e la cura. Siamo consapevoli che la qualità della nostra sanità non si misura solo sulla gestione dell'emergenza, ma sulla capacità di guardare al domani. Investire nella ricerca significa dare ai nostri medici e scienziati gli strumenti per scoprire nuove cure, potenziare la prevenzione e rafforzare il nostro sistema sanitario. Garantire risorse e valorizzare le eccellenze scientifiche del nostro territorio è il più alto investimento sociale che possiamo compiere: significa trasformare l'innovazione in terapie accessibili a tutti e difendere il diritto alla salute di ogni persona» ha dichiarato il presidente della Regione, Roberto Fico.
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Cos’è il tumore che ha colpito Di Battista: i sintomi e come si cura thesocialpost.it
Pubblicato: 30/09/2026 17:37
Alessandro Di Battista ha scelto lo studio di Di Martedì per raccontare pubblicamente la malattia che nelle scorse settimane lo ha costretto a un ricovero d’urgenza a Cuba. L’ex deputato del Movimento 5 Stelle ha spiegato che si tratta di un «tumore del cervello», una definizione che comprende diverse tipologie di neoplasie e che, da sola, non permette di stabilire quale sia la diagnosi precisa.
Dopo l’intervento effettuato a Cuba, Di Battista è rientrato in Italia ed è stato ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma, dal quale è stato dimesso il 18 settembre. Nel corso dell’intervista ha raccontato di essere stato sottoposto a un intervento per ridurre un edema cerebrale e ha spiegato di aver poi iniziato il percorso di cura previsto dopo l’asportazione del tumore. «Mi hanno asportato un tumore, ora mi devo curare», ha raccontato.
Parlare genericamente di tumore al cervello, però, significa mettere sotto la stessa definizione malattie molto diverse tra loro. Le neoplasie cerebrali possono infatti avere caratteristiche, comportamenti e possibilità terapeutiche differenti. Tra quelle più note c’è il glioblastoma, una forma particolarmente aggressiva appartenente alla famiglia dei gliomi.
Il glioblastoma rappresenta circa il 45% dei nuovi casi di tumore cerebrale e colpisce soprattutto gli uomini tra i 50 e i 65 anni, anche se esistono forme che possono manifestarsi in età più giovane. La ricerca ha inoltre permesso di distinguere diverse caratteristiche biologiche della malattia, tra cui la presenza o meno di una mutazione del gene IDH, elemento importante per la classificazione e la prognosi.
Uno degli aspetti che possono accompagnare la crescita di un tumore cerebrale è l’edema, cioè un accumulo di liquidi nel tessuto che circonda la lesione. Nel caso raccontato da Di Battista, proprio la presenza dell’edema avrebbe reso necessario l’intervento d’urgenza a Cuba. I sintomi possono variare, ma tra quelli possibili rientrano mal di testa, nausea, vomito, vertigini e sonnolenza, a seconda della zona interessata e dell’entità dell’edema.
Il trattamento dell’edema può prevedere l’utilizzo di farmaci corticosteroidi, con l’obiettivo di ridurre il gonfiore e la pressione sui tessuti cerebrali. Quando le condizioni lo consentono, il percorso terapeutico può comprendere anche la resezione chirurgica della massa tumorale. Per alcune forme di tumore, alla chirurgia possono seguire radioterapia e, quando indicato, chemioterapia.
Il glioblastoma, tuttavia, non è l’unica neoplasia che può interessare il cervello. Esistono anche meningiomi, gliomi di basso grado, gliomi anaplastici, medulloblastomi e tumori della regione pineale. Le caratteristiche e le terapie cambiano sensibilmente da una forma all’altra: alcuni meningiomi, per esempio, possono essere trattati con la sola chirurgia, mentre nei casi più aggressivi possono essere necessari ulteriori trattamenti.
Per questo motivo, nel caso di Di Battista è importante attenersi a quanto comunicato direttamente dall’ex parlamentare, senza associare automaticamente la sua diagnosi a una specifica forma tumorale. La definizione di «tumore del cervello» utilizzata durante l’intervista non consente infatti di stabilire se si tratti di un glioblastoma, di un altro glioma o di una diversa neoplasia cerebrale. Gli eventuali dettagli clinici devono quindi essere lasciati alle informazioni rese pubbliche dall’interessato e dai suoi medici.
Il racconto di Di Battista arriva dunque dopo settimane segnate prima dal ricovero d’urgenza a Cuba, poi dal rientro in Italia e dall’ulteriore ricovero al Gemelli. Ora l’ex deputato ha davanti un percorso di cura che, come ha spiegato lui stesso, non si è concluso con l’intervento: «Mi devo curare». Una frase che sintetizza la nuova fase della sua vita, mentre prosegue il percorso medico dopo l’asportazione del tumore.
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Carenza di MCT8, cosa cambia con l’approvazione FDA di tiratricol TantaSalute
La Food and Drug Administration statunitense ha approvato il tiratricol per trattare la tireotossicosi periferica nelle persone con carenza di MCT8, nota anche come sindrome di Allan-Herndon-Dudley. È una notizia importante per una malattia genetica ultra-rara, ma va letta con precisione: il farmaco riduce l’eccesso di ormone tiroideo che agisce sui tessuti periferici e i problemi metabolici e cardiovascolari collegati; non è stato presentato come una cura della disabilità neurologica già instaurata.
La decisione americana, annunciata il 28 settembre 2026, non coincide con una prima autorizzazione mondiale. Nell’Unione europea Emcitate, il medicinale a base di tiratricol, era già stato autorizzato per la tireotossicosi periferica dovuta alla carenza di MCT8. Per chi vive in Italia, quindi, il punto non è trasferire automaticamente le regole statunitensi, ma capire quale parte della malattia viene trattata, quali prove sostengono il beneficio e perché prescrizione e monitoraggio richiedono un centro esperto.
Che cosa ha approvato la FDA e a chi si rivolge
La FDA ha autorizzato Emcitate per la tireotossicosi periferica nei pazienti con carenza di MCT8. Il termine indica l’esposizione eccessiva di diversi tessuti agli ormoni tiroidei circolanti, una condizione che in questa malattia può contribuire a battito accelerato, pressione elevata, consumo energetico anomalo, difficoltà a mantenere il peso e perdita di massa muscolare.
La formulazione americana è stata pensata anche per persone con difficoltà di deglutizione e può essere somministrata secondo le modalità stabilite dallo specialista. Questo dettaglio è rilevante perché molti pazienti hanno disabilità motorie importanti e problemi di alimentazione. Non significa, però, che il medicinale sia adatto ad altre forme di ipertiroidismo o che possa essere usato senza una diagnosi genetica e un controllo endocrinologico specialistico.
Il comunicato regolatorio statunitense descrive la carenza di MCT8 come una malattia che colpisce soprattutto i maschi. MedlinePlus spiega che la causa è una variante patogena del gene SLC16A2, localizzato sul cromosoma X. Il gene contiene le istruzioni per produrre il trasportatore MCT8, una proteina necessaria a far entrare l’ormone tiroideo T3 in varie cellule, comprese quelle del sistema nervoso in sviluppo.
Perché la stessa malattia crea due problemi opposti
La particolarità della sindrome di Allan-Herndon-Dudley è che l’alterazione del trasporto produce una sorta di squilibrio tra organi. Nel cervello arriva troppo poco ormone tiroideo attraverso la via che dipende da MCT8; nel sangue, invece, la T3 può accumularsi e raggiungere in eccesso altri tessuti che utilizzano trasportatori differenti.
Questa combinazione aiuta a capire perché la malattia comprende sia un grave disturbo del neurosviluppo, con difficoltà motorie e cognitive, sia manifestazioni periferiche legate all’eccesso di ormone tiroideo. Debolezza muscolare, scarso incremento ponderale, alterazioni del ritmo cardiaco e stato ipermetabolico non sono dettagli separati: possono aumentare la fragilità complessiva di persone che hanno già bisogni assistenziali complessi.
Il tiratricol è un analogo dell’ormone T3 capace di entrare nelle cellule senza dipendere dal trasportatore MCT8. In questo modo può ridurre la produzione endogena di ormoni tiroidei e attenuare l’eccessiva esposizione dei tessuti periferici. È questo il bersaglio clinico dimostrato e riconosciuto dalle autorità regolatorie.
La spiegazione del meccanismo non deve diventare una promessa più ampia delle prove. Il fatto che una molecola non dipenda da MCT8 per entrare nelle cellule non dimostra automaticamente che possa recuperare lo sviluppo neurologico compromesso. Il cervello in crescita ha finestre temporali delicate e gli studi clinici devono misurare separatamente gli esiti neurologici, motori e cognitivi.
Che cosa mostrano gli studi sul tiratricol
Secondo la FDA, l’efficacia è stata valutata in due studi clinici che hanno incluso pazienti dall’infanzia all’età adulta: uno studio internazionale multicentrico randomizzato e controllato con placebo e uno studio più lungo in aperto. Nel complesso, l’autorità statunitense riferisce riduzioni dell’eccesso di ormone tiroideo nel sangue e miglioramenti di alcuni parametri cardiovascolari e metabolici influenzati dalla tireotossicosi.
Una parte importante del percorso di ricerca è documentata nello studio multicentrico di fase 2 pubblicato su The Lancet Diabetes & Endocrinology. Il lavoro ha arruolato 46 pazienti maschi, bambini e adulti, con carenza di MCT8 confermata geneticamente; 40 hanno completato dodici mesi di trattamento. Il risultato principale era la variazione della T3 nel sangue, mentre tra gli esiti secondari figuravano peso, frequenza cardiaca, pressione e marcatori biochimici dell’azione degli ormoni tiroidei.
La T3 media si è ridotta nettamente e sono stati osservati cambiamenti favorevoli nel peso rapportato all’età, nella frequenza cardiaca e nella pressione sistolica. Questi dati sostengono l’effetto sulla tireotossicosi periferica. Sono particolarmente rilevanti perché scarso peso e sovraccarico cardiovascolare rappresentano problemi concreti nella storia naturale della malattia.
Lo studio, però, era in aperto e senza gruppo di controllo. Gli stessi autori sottolineano che questo disegno non consente di dimostrare da solo un rapporto causale per tutti gli esiti clinici. Il campione era piccolo, com’è frequente nelle malattie ultra-rare, molto eterogeneo per età e condizioni, e alcune misure non erano disponibili per tutti. Questi fattori possono introdurre variabilità e selezione nei dati analizzati.
Il beneficio dimostrato non equivale a recupero neurologico
Uno dei confini più importanti riguarda il neurosviluppo. Lo studio di fase 2 non era progettato per stabilire se il tiratricol migliorasse in modo affidabile lo sviluppo neurologico umano. I partecipanti avevano età diverse e molti avevano già superato le fasi più precoci dello sviluppo cerebrale. Gli esiti neurocognitivi erano esplorativi, non il principale criterio con cui giudicare il trattamento.
Per questo è corretto dire che il farmaco affronta una componente seria della malattia, ma non che ripristina il trasportatore difettoso, corregge la variante genetica o annulla la disabilità. Il miglioramento di un valore di laboratorio, della frequenza cardiaca o del peso può avere importanza clinica senza implicare un recupero delle funzioni motorie e cognitive.
Questa distinzione protegge le famiglie da aspettative irrealistiche e rende più comprensibile il valore reale dell’approvazione. Nelle malattie rare un beneficio mirato può essere significativo anche quando non modifica ogni dimensione della condizione. La valutazione deve restare individuale e considerare salute cardiaca, nutrizione, funzioni motorie, comunicazione, alimentazione e qualità dell’assistenza nel tempo.
Sicurezza e monitoraggio restano parte della terapia
La FDA segnala tra gli effetti indesiderati più comuni diarrea, vomito, eruzione cutanea e sudorazione eccessiva. La pagina EMA riporta anche irritabilità, ansia e incubi tra gli eventi osservati più frequentemente, soprattutto all’inizio del trattamento o durante gli aggiustamenti. Gli elenchi delle autorità non sostituiscono il foglio illustrativo né la valutazione del caso concreto.
Poiché il tiratricol agisce sul sistema degli ormoni tiroidei, il trattamento richiede controlli clinici e di laboratorio e deve essere avviato e seguito da un medico esperto nella gestione delle malattie genetiche rare. Anche le altre terapie in corso contano: la FDA avverte che l’associazione con un altro medicinale tiroideo deve essere discussa con il curante. Non è un farmaco da iniziare, interrompere o modificare in autonomia.
Le persone con carenza di MCT8 hanno spesso bisogni multidisciplinari che non scompaiono con l’autorizzazione di un farmaco. Supporto nutrizionale, gestione delle difficoltà di deglutizione, fisioterapia, valutazione cardiologica, ausili, comunicazione e sostegno ai caregiver restano componenti della presa in carico. Il medicinale si inserisce in questo percorso, non lo sostituisce.
Che cosa cambia per le famiglie in Italia e nell’Unione europea
La decisione FDA riguarda gli Stati Uniti. In Europa, l’EMA indica che Emcitate è autorizzato per il trattamento della tireotossicosi periferica nelle persone con carenza di MCT8 dalla nascita e che la terapia deve essere prescritta e supervisionata da uno specialista esperto. La pagina europea conferma quindi che l’indicazione è già stata valutata anche nel quadro regolatorio dell’Unione.
Da questa informazione non si possono però dedurre automaticamente disponibilità commerciale, modalità di rimborso o tempi di accesso in ogni singolo Paese. Sono passaggi distinti dall’autorizzazione regolatoria centrale. Per una famiglia italiana, la fonte appropriata resta il centro che segue la malattia rara, in coordinamento con endocrinologia pediatrica o dell’adulto e con gli altri specialisti coinvolti.
La novità americana aggiunge conferma regolatoria e amplia il riconoscimento internazionale di un trattamento mirato alla componente periferica della malattia. Il messaggio più utile è sobrio: esiste un’opzione basata su dati clinici per ridurre la tireotossicosi associata alla carenza di MCT8, mentre rimangono aperte domande sulla portata del beneficio neurologico, sugli esiti a lunghissimo termine e sulle differenze tra pazienti.
In caso di diagnosi o sospetto clinico, le decisioni devono essere affidate a professionisti e centri competenti. Questo articolo offre un inquadramento informativo e non sostituisce diagnosi, prescrizione o monitoraggio medico.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Alessandro Di Battista e il tumore al cervello, cos'è e come si cura: la spiegazione del neurochirurgo Adnkronos
"Avere un tumore al cervello" come ha rivelato Alessandro Di Battista durante la trasmissione 'DiMartedì' in onda su La7 "viene ancora oggi percepito, nell'immaginario comune, come una sorta di sentenza senza appello. Ma non è necessariamente così. Sono ancora molti, infatti, gli stigma legati a queste neoplasie: si tende ad associarle automaticamente a deficit cognitivi, problemi del linguaggio e a una prognosi infausta" Così all'Adnkronos Salute Christian Brogna, neurochirurgo specializzato nella chirurgia dei tumori cerebrali complessi, nella neuro-oncologia, nella chirurgia spinale e dei nervi periferici e oggi responsabile della Neurochirurgia presso il Paideia International Hospital di Roma.
"Ci sono oltre 100 tipi di tumore cerebrale, ciascuno con caratteristiche e comportamenti differenti. Per questo non è corretto parlare dei tumori cerebrali come se fossero un’unica malattia" spiega il neurochirurgo. Di Battista ha detto di essere stato operato a Cuba dove i medici "mi hanno salvato la vita", l'ex parlamentare M5S ha aggiunto che gli specialisti dell'Avana "mi hanno asportato quasi tutto il tumore. E adesso farò le cure sperando che funzionino. Faccio parte di quel club di cittadini italiani che dicono ’perché proprio a me".
La classificazione dei tumori cerebrali è infatti molto complessa. "All’interno della stessa categoria di tumore possono essere identificati diversi sottotipi, ognuno con caratteristiche biologiche e comportamenti differenti - sottolinea Brogna - A fare la differenza sono diversi fattori, tra cui la localizzazione della neoplasia, la sua operabilità, l’età e le condizioni generali del paziente". Esistono tumori cerebrali ad alta malignità, ma anche forme benigne. "E il fatto che un tumore venga asportato solo in parte non permette, da solo, di stabilirne la natura o la gravità - tiene a precisare l'esperto -. Sia i tumori benigni sia quelli ad alta malignità possono, in alcuni casi, essere rimossi solo parzialmente, perché il cervello ha dei limiti che il chirurgo deve rispettare".
Anche il percorso di cura non è uguale per tutti. "Non esiste un trattamento valido per ogni tumore cerebrale. Le strategie terapeutiche vengono definite in base al tipo di neoplasia e alle sue caratteristiche biologiche" chiarisce Brogna. A seconda dei casi, il "percorso può prevedere intervento chirurgico, radioterapia, radiochirurgia, chemioterapia e controlli periodici attraverso la risonanza magnetica". A essere determinante è anche il profilo biologico e molecolare del tumore, cioè le caratteristiche del suo Dna. "Ci sono tumori cerebrali per i quali la completa asportazione chirurgica può portare alla guarigione. Altri, invece, richiedono l’integrazione della chirurgia con radioterapia e chemioterapia, con l’obiettivo di prolungare la sopravvivenza e garantire al paziente la migliore qualità di vita possibile. Per questo, parlare genericamente di 'tumore al cervello' può essere fuorviante: diagnosi, prognosi e trattamento dipendono dal tipo specifico di neoplasia, dall'età e dalle caratteristiche del singolo paziente" conclude.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Cos'è l'edema cerebrale provocato da un tumore, la condizione che ha procurato il malore improvviso di Di Battista Il Giornale d'Italia
Un edema cerebrale provocato dalla presenza di un tumore. È questa la condizione che ha costretto Alessandro Di Battista a sottoporsi a un intervento d’urgenza a Cuba dopo un malore improvviso, che l'ha colpito a fine agosto. L’ex deputato del Movimento 5 Stelle ha raccontato il suo stato di salute durante un collegamento con DiMartedì su La7, spiegando di aver iniziato a sentirsi male a causa dell’edema e di essere stato successivamente operato. "Mi hanno asportato quasi tutto il tumore. E adesso farò le cure sperando che funzionino", ha detto.
Cos'è l'edema cerebrale provocato da un tumore, la condizione che ha procurato il malore improvviso di Di Battista
L’edema cerebrale non è una malattia autonoma, ma una condizione caratterizzata dall’accumulo anomalo di liquidi all’interno o attorno al tessuto cerebrale. Può essere provocato da diverse cause, tra cui traumi, ictus, infezioni e tumori. Nel caso di una massa tumorale, il gonfiore si sviluppa frequentemente nei tessuti che circondano il tumore.
Di Battista rivela: “Ho avuto un edema causato da un tumore al cervello, ora mi devo curare, a Cuba mi hanno salvato” L’ex deputato a diMartedì racconta l’operazione e le terapie da affrontare, chiarisce il rientro in Italia e mette la propria salute davanti alla candidatura
Il cervello si trova all’interno del cranio, una struttura rigida che non può espandersi. Di conseguenza, quando aumenta la quantità di liquido presente nei tessuti, può crescere anche la pressione intracranica. Se l’edema diventa particolarmente importante, la pressione può interferire con la normale circolazione del sangue e dell’ossigeno e, nei casi più gravi, comprimere strutture fondamentali del cervello.
Nel caso dei tumori cerebrali, l’edema è spesso di tipo vasogenico. La crescita della massa tumorale può infatti alterare la barriera emato-encefalica, che normalmente regola gli scambi tra il sangue e il tessuto cerebrale. Questo può favorire la fuoriuscita di liquidi nei tessuti circostanti e provocare il gonfiore.
I sintomi dipendono dalla quantità di edema e soprattutto dalla zona del cervello interessata. Tra le manifestazioni possibili ci sono mal di testa, nausea e vomito, sonnolenza, disturbi della vista e difficoltà nel parlare. Possono comparire anche problemi nei movimenti, debolezza o difficoltà a muovere un lato del corpo e crisi epilettiche. Nei casi più gravi può verificarsi un rapido peggioramento dello stato di coscienza.
Di Battista rivela la malattia: "Mi hanno asportato un tumore al cervello, non amo la retorica da guerriero" - VIDEO Alessandro Di Battista torna in tv e racconta per la prima volta la malattia a diMartedì da Giovanni Floris
Per individuare l’edema e la sua causa vengono utilizzati soprattutto esami di diagnostica per immagini, come la tomografia computerizzata (Tac) e la risonanza magnetica. Questi esami consentono di visualizzare la massa e il gonfiore che interessa i tessuti circostanti.
Individuare un tumore cerebrale, però, non significa avere già una diagnosi completa. Esistono infatti numerose tipologie di tumori del sistema nervoso centrale, differenti per origine, caratteristiche biologiche, grado di aggressività e risposta alle terapie. Per stabilire il trattamento è quindi necessario identificare con precisione il tipo di neoplasia e le sue caratteristiche.
Tra i tumori cerebrali più noti c’è il glioblastoma, da cui è affetto anche Di Battista, una forma aggressiva che origina dalle cellule gliali e che rappresenta uno dei tumori cerebrali maligni più frequenti nell’adulto. La diagnosi e la classificazione dipendono anche da caratteristiche molecolari, tra cui lo stato del gene IDH, che contribuisce a distinguere differenti categorie di gliomi.
Il trattamento varia in base al tipo e alla localizzazione del tumore, alle condizioni del paziente e alle caratteristiche molecolari della malattia. Può comprendere la chirurgia, quando tecnicamente possibile, associata in determinati casi a radioterapia e chemioterapia o ad altre terapie specifiche.
Lo stesso ex parlamentare ha riferito soltanto che i medici hanno rimosso "quasi tutto il tumore" e che dovrà ora affrontare le successive cure. Saranno quindi gli ulteriori accertamenti a definire la diagnosi e il percorso terapeutico.
Addio a Sophie Kinsella, morta a 56 anni per tumore al cervello diagnosticato nel 2022 la scrittrice e autrice di “I love shopping” Sophie Kinsella aveva deciso di rendere pubblica la diagnosi di glioblastoma - tumore al cervello - solo nel 2024, spiegando che la priorità era proteggere la serenità dei figli e della famiglia
I casi di glioblastomi e, in generale, tumori, sono sfortunatamente sempre più frequenti, anche nelle persone più giovani e sane. Questo è anche il caso di Di Battista, 48 anni. L'uomo soffriva da tempo di una "malattia alla testa", come raccolto da Il Giornale d'Italia. Non si sa di particolari altre problematiche di salute. L'ex M5S si era sottoposto a quattro dosi di vaccino Covid, contraendo comunque il virus. Sempre più studi collegano l'inoculazione con l'insorgere di "turbo-cancri" e di tumori.
Effetti avversi vaccino Covid, il siero Pfizer causa miocarditi acute, cancro alla prostata e carcinoma pancreatico – LO STUDIO di Christine Cotton Lo studio di Cotton pone attenzione alle problematiche metodologiche, al rispetto delle Good Clinical Practice e alla discussione di possibili segnali di sicurezza emersi nella fase di sperimentazione e farmacovigilanza, inclusi effetti avversi quali miocarditi acute, cancro alla prostata e carcinoma pancreatico
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Due colonne endoscopiche di ultima generazione, quattro colonscopi, un ecoendoscopio e un sistema integrato di intelligenza artificiale: è la nuova dote tecnologica consegnata il 29 settembre all'Irccs Crob (Centro di riferimento oncologico della Basilicat...…
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Criteri Critici
Tumori: Gemmato, massimo impegno per uso compassionevole farmaco tumore pancreas Ore12
“Stiamo spingendo al massimo, abbiamo anche risposto a un’interrogazione parlamentare e abbiamo preso un impegno” per accelerare sull’uso compassionevole del nuovo farmaco per il trattamento del tumore del pancreas, daraxonrasib. Lo ha detto il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, a margine della presentazione dell’XI Rapporto dell’Osservatorio sui farmaci accessibili di Egualia. “Nel momento in cui ci sarà dato il via libera” dall’azienda produttrice, Revolution Medicines, “quel farmaco verrà immediatamente dato alle persone che sono affette da questa patologia”, ha assicurato Gemmato, sottolineando l’impegno del ministero della Salute, ma anche il fatto che ora a pronunciarsi deve essere l’azienda produttrice. A spingere per l’uso compassionevole del medicinale contro il tumore al pancreas erano stati per primi gli oncologi di Aiom. Gli specialisti ricordano come, pur avendo prodotto finora risultati solo in termini di prolungamento della sopravvivenza e non di guarigione, la terapia abbia raddoppiato la sopravvivenza, arrivata a 13,2 mesi rispetto a 6,6 mesi con la chemioterapia tradizionale. Il farmaco, protagonista di una standing ovation all’ultimo Asco, era stato approvato ad agosto negli Stati Uniti, ma non ha ancora incassato il via libera alla commercializzazione in Europa. “Per quanto riguarda l’uso compassionevole, si bypassa questo tipo di autorizzazione. Il meccanismo prevede che l’azienda metta a disposizione gratuitamente il medicinale”, ha precisato il sottosegretario.
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Radioterapia al 'Vito Fazzi', al via il nuovo acceleratore lineare per cure oncologiche avanzate Leccenews24
Sono iniziati oggi i primi trattamenti con la nuova apparecchiatura che consente di eseguire tutte le principali tecniche di trattamento radioterapico, dalla radioterapia conformazionale 3D alle tecniche ad alta precisione IMRT e VMAT, fino alla Radioterapia Stereotassica e alla Radiochirurgia Stereotassica.
L’avvio dell’attività clinica arriva al termine di un articolato percorso di verifica e messa a punto. L’accettazione del nuovo acceleratore si è conclusa il 30 luglio 2026 e dal 5 agosto sono state avviate le procedure di commissioning: dosimetria assoluta e relativa, acquisizione e inserimento dei dati nel software di pianificazione, test “end to end” e controlli di qualità. Le attività si sono concluse il 25 settembre, consentendo l’avvio in sicurezza, nella giornata di oggi, dei trattamenti sui pazienti.
Tecnologia avanzata e controllo del respiro per una maggiore precisione
L’apparecchiatura – acquisita con fondi del Ministero della Salute (ex delibera CIPE n. 32 del 2018) – dispone di diverse energie di fotoni ed elettroni e di energie “Flatness Filter Free” (FFF), utilizzate per trattamenti radioterapici avanzati. Il lettino dotato di sei gradi di libertà permette di correggere il posizionamento del paziente non soltanto nelle tre dimensioni dello spazio, ma anche rispetto ai movimenti di rotazione, aumentando così l’accuratezza del set-up e la precisione del trattamento.
Un ulteriore elemento di innovazione è rappresentato dai dispositivi per l’esecuzione di trattamenti con “controllo del respiro”. Questa tecnologia permette di tenere conto dei movimenti respiratori durante l’irradiazione, aumentando l’accuratezza sul volume da trattare e favorendo una maggiore protezione degli organi sani situati in prossimità del bersaglio, in particolare nel torace e nell’addome superiore.
Poli tecnologici gemellati alla UOC di Radioterapia del Vito Fazzi
Il nuovo acceleratore è inoltre “gemellato” con quello già operativo nel Reparto di Radioterapia, sottoposto nel giugno 2026 a un aggiornamento del software e a nuove implementazioni tecnologiche. La configurazione delle due apparecchiature consente una maggiore flessibilità nella programmazione delle sedute e contribuisce ad assicurare la continuità dei trattamenti radioterapici.
Sono attualmente due gli acceleratori lineari in dotazione alla UOC di Radioterapia del “Vito Fazzi”. Contestualmente sono in corso i lavori di smantellamento e sostituzione di un terzo acceleratore, dismesso nell’agosto 2026, nell’ambito del percorso di rinnovamento e potenziamento tecnologico della Radioterapia.
Le dichiarazioni
“Con il nuovo acceleratore sarà possibile aumentare il numero di pazienti trattati con tecniche avanzate come IMRT, VMAT, Radioterapia Stereotassica e Radiochirurgia Stereotassica. L’acceleratore può essere impiegato nel trattamento di diverse patologie oncologiche e apre alla possibilità di successivi sviluppi per trattamenti più sofisticati anche in ambito oncoematologico e pediatrico. È quindi una dotazione strategica per il nostro reparto, resa possibile dal lavoro di squadra di tanti operatori e tante operatrici, di diverse competenze e aree della ASL. Rivolgo oggi un ringraziamento speciale ai nostri pazienti per la fiducia che hanno riposto nel nostro lavoro”, ha affermato Angela Sardaro, Direttore del Reparto di Radioterapia del Vito Fazzi.
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Criteri Critici
Cos'è il colangiocarcinoma, tumore al fegato «difficile» (da scoprire e curare) che dà pochi sintomi e cresce in fretta Corriere della Sera
di Vera Martinella
È una neoplasia rara, che interessa fegato e vie biliari. Su 5mila nuovi casi ogni anno in Italia, il 70% arriva alla diagnosi in fase avanzata. Esistono nuovi farmaci efficaci, ma servono i test genetici e Centri con esperienza
Il colangiocarcinoma - malattia di cui è morta, mercoledì 30 settembre Silvia Bernardocchi, moglie dello chef tristellato Giancarlo Perbellini - è un tumore che nasce dai dotti biliari, all’interno o all’esterno del fegato, o dalla colecisti, molto spesso non dà sintomi iniziali e cresce rapidamente. Anche quando presenti, i primi segni sono piuttosto generici, come per esempio dolore addominale, perdita di peso, nausea, stanchezza, che possono essere facilmente sottovalutati o confusi con quelli di altre patologie. Così, purtroppo, spesso il colangiocarcinoma viene diagnosticato quando è già in stadio avanzato o metastatico: solo un paziente su quattro, infatti, è candidabile alla chirurgia salvavita.
Colangiocarcinoma, 5mila nuovi casi ogni anno in Italia Sono circa 5mila le persone che ogni anno in Italia scoprono di avere un colangiocarcinoma, neoplasia maligna che ha origine dalla proliferazione rapida e incontrollata dei colangiociti, le cellule che costituiscono le pareti dei dotti biliari. «I dotti biliari sono i canali che trasportano la bile dal fegato all’intestino e, in base alla sede d’insorgenza del tumore, si distinguono i colangiocarcinomi intraepatici (se si sviluppano all’interno del fegato) ed extraepatici (se nascono dalle vie biliari esterne)- spiega Lorenza Rimassa, professore Associato di Oncologia Medica all’Humanitas University e IRCCS Humanitas Research Hospital di Rozzano (Milano) -. Colpisce soprattutto gli uomini, in particolare dopo i 70 anni, ma è sempre più frequente rispetto al passato la sua comparsa in giovani adulti anche a causa della diffusione di stili di vita scorretti». Tra i fattori di rischio, infatti, ci sono la sindrome metabolica, l’obesità, la steatosi e cirrosi epatica, l’epatopatia cronica, l’abuso di alcol e il fumo di sigaretta. Oltre all’esposizione a sostanze chimiche cancerogene, a tossine e a vari agenti ambientali come diossine, nitrosamine, radon e amianto Ma, nella maggior parte dei casi, è difficile identificare una specifica causa.
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Una malattia che cresce velocemente «L’informazione può fare la differenza tra la vita e la morte, tra guarire perché il tumore viene scoperto presto e non avere questa possibilità se la diagnosi è tardiva —ricordano dall'Associazione Pazienti Italiani Colangiocarcinoma (APIC),. nata nel 2019 per offrire un punto di riferimento ai malati, con aggiornamenti continui su terapie e centri specializzati —. Siamo di fronte a una neoplasia rara, che non dà segni evidenti della sua presenza e che è aggressiva, cresce velocemente.
Possono trascorrere sei mesi dalla comparsa dei primi sintomi alla diagnosi certa di colangiocarcinoma. È fondamentale abbreviare i tempi, per salvare più vite».
Terapie, meglio nei centri con esperienza Se è vero che il colangiocarcinoma è un tumore aggressivo e che, purtroppo, nel 70% dei casi viene individuato in fase avanzata, è anche vero che grazie alla ricerca scientifica negli ultimi anni sono stati compiuti progressi importanti, con l'arrivo di nuovi farmaci (immunoterapia e terapie mirate) che permettono di controllare la malattia con una buona qualità di vita.
«L'intervento è il primo passo fondamentale per poter sperare nella guarigione, ma non sempre è praticabile per via della diagnosi tardiva - ricorda Rimassa -. In ogni caso è fondamentale farsi curare in un Centro con esperienza, sia nell’operazione (non semplice per la complessità stessa dell’area in cui si trova la neoplasia) sia nella diagnosi e nelle cure, che richiedono un team multidisciplinare di professionisti esperti in questa specifica patologia».
«Soltanto il 25% dei pazienti può essere candidato alla chirurgia e quando è possibile fare un intervento chirurgico, sia nel caso di colangiocarcinoma intraepatico che di colangiocarcinoma peri-ilare, si tratta di resezioni cosiddette "maggiori" – chiarisce Felice Giuliante, direttore della Chirurgia Epato-Biliare alla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli, IRCCS, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma –. Ecco perché servono centri esperti, dove ci siano non solo tutte le competenze chirurgiche necessarie (per la resezione e per il trapianto), ma anche le competenze oncologiche, radiologiche sia diagnostiche che interventistiche, endoscopiche, epatologiche e di laboratorio».
Farmaci, prima e dopo il bisturi Un altro aspetto recente è la possibilità di mettere in atto terapie prima della chirurgia, che possano rendere operabili pazienti che inizialmente non lo sono. «Questi trattamenti vanno discussi e programmati nel contesto di gruppi multidisciplinari, personalizzando i trattamenti, possibilmente nell’ambito di studi clinici: e, ancora una volta, tutto questo può essere effettuato in centri di riferimento per questa patologia – continua Giuliante -. È una storia che ha già caratterizzato il miglioramento dei trattamenti per altre patologie e che anche per il colangiocarcinoma si ripeterà, man mano che crescerà la disponibilità di farmaci e di procedure sempre più efficaci, che porteranno a poter operare pazienti che oggi non possono esserlo».
Già oggi la possibilità di ridurre la malattia è una realtà che riguarda alcuni pazienti, che vanno quindi accuratamente individuati garantendo la corretta profilazione molecolare, per individuare quelle caratteristiche molecolari per le quali sono già disponibili farmaci specifici.
Per i pazienti con malattia non operabile in stadio avanzato, fino a poco tempo fa era disponibile solo la chemioterapia.
«Le prospettive sono cambiate, perché oggi i clinici possono utilizzare diversi strumenti – racconta Rimassa -. L’immunoterapia in combinazione con la chemioterapia è in grado di migliorare la sopravvivenza, con una riduzione del rischio di progressione di malattia e un miglior tasso di risposte, senza alterare la qualità di vita. In questi anni, inoltre, è stata dedicata molta attenzione alla caratterizzazione molecolare. Quasi la metà dei pazienti con colangiocarcinoma presenta un’alterazione genetica, che può diventare un potenziale bersaglio di terapie mirate».
Test NGS per scegliere la cura più adeguata In base alle linee guida internazionali, incluse quelle della Società Europea di Oncologia Medica (Esmo), la profilazione molecolare attraverso la tecnologia NGS, Next-Generation Sequencing, è raccomandata al primo riscontro di malattia in stadio avanzato (metastatico o localmente avanzato) non suscettibile di chirurgia.
«Ci sono ancora alcune criticità da superare – spiega Giovanni Brandi, già Direttore della Scuola di Specializzazione di Oncologia Medica all’Università di Bologna, fondatore di APIC e del Gruppo Italiano Colangiocarcinoma (GICO) -. A dicembre 2022, anche in seguito alle richieste di APIC, è stato istituito un fondo per il triennio 2023-2025, pari a 200mila euro all’anno, per consentire ai pazienti colpiti da colangiocarcinoma l’accesso ai test NGS. Questo fondo, in realtà, è insufficiente a coprire i circa 5000 cittadini che ogni anno in Italia ricevono la diagnosi. Alcune regioni, come Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia, si sono attivate per colmare queste lacune. Inoltre, ai pazienti trattati in centri di riferimento questi esami vengono garantiti, ma in altre strutture non sono eseguiti o sono previsti tardivamente rispetto a quanto raccomandato. In Italia, insomma, manca ancora una governance per i test NGS, con differenze territoriali nelle cure».
Servono le sperimentazioni «agnostiche» «Inoltre si dovrà procedere ad una maggior omogeneizzazione dei test nei vari centri italiani – sottolinea Brandi -. Questo aspetto è suggerito dal fatto che almeno per una delle alterazioni più frequenti, cioè le translocazioni di FGFR2, sia stata rilevata una discrepanza tra la prevalenza dell’alterazione nelle casistiche internazionali, valutate con un test omogeneo, e quanto rilevato in diverse entità italiane. La ricerca nel campo dei farmaci a bersaglio molecolare è molto attiva, ma rimane comunque insoddisfacente per i pazienti. Infatti, a fronte di circa il 45% dei pazienti con colangiocarcinoma intraepatico che presentano un potenziale bersaglio per questi farmaci, poco più del 10% dei pazienti con colangiocarcinoma intraepatico, e ancor meno con colangiocarcinoma extraepatico, risultano attualmente adatti ad essere trattati con farmaci specifici già utilizzabili e prescrivibili. Questo dipende dal fatto che, prima di essere prescrivibili, occorre uno studio clinico adeguato, che ne dimostri sicurezza ed efficacia nel nostro setting specifico di malattia - conclude l'esperto -. Per questo sarebbe auspicabile maggiore disponibilità e sviluppo di trial in agnostico che, condotti su numeri adeguati di pazienti, permettano di avere una ragionevolezza di efficacia, in modo tale da accorciare i tempi di impiego di questi farmaci».
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Tumori a colon e pancreas: all'Irccs Crob di Rionero nuove tecnologie per la diagnosi precoce Il mattino di Foggia
Due colonne endoscopiche di ultima generazione, quattro colonscopi, un ecoendoscopio e un sistema integrato di intelligenza artificiale: è la nuova dote tecnologica consegnata il 29 settembre all’Irccs Crob, frutto di un investimento da 500.000 euro nell’ambito dei progetti di ricerca finanziati dal Pnrr. Questo risultato rappresenta la risposta più tangibile a chi mette in discussione il valore e la tenuta della ricerca pubblica. Quando c’è visione scientifica, rigore progettuale e capacità gestionale, la ricerca pubblica non è un costo o un esercizio astratto, ma un volano che produce innovazione immediata e tutela concreta per la salute dei cittadini. La nuova strumentazione potenzia radicalmente le attività di endoscopia digestiva. Alza l'asticella della qualità negli screening del tumore colorettale, nell’identificazione tempestiva delle lesioni precancerose e neoplastiche precoci e nella loro caratterizzazione. L'integrazione dell'intelligenza artificiale affiancherà lo specialista garantendo un'accuratezza diagnostica senza precedenti, mentre l’ecoendoscopio aprirà nuove frontiere nell'approfondimento di patologie complesse del pancreas e delle vie biliari. "In un Irccs, ricerca e assistenza non sono compartimenti stagni, ma un unico motore. Le esigenze cliniche guidano l'indagine scientifica e il progresso strumentale migliora, giorno dopo giorno, le probabilità di cura", spiega il Direttore Scientifico Carlo Calabrese. "Oltre lo scetticismo di chi mette in discussione la tenuta e soprattutto il valore della ricerca pubblica, c'è la capacità di trasformare i fondi europei in cure d'eccellenza. Il Crob - dunque - risponde con i dati: i finanziamenti aggiudicati diventano patrimonio tecnologico permanente dell’Istituto e della comunità. Risorse pubbliche trasformate in alta tecnologia al servizio di tutti", rimarca Calabrese. "Le nuove apparecchiature consentiranno inoltre di condurre studi clinici sul campo, misurando l'impatto reale dell'Ia sui percorsi diagnostici e generando nuove evidenze scientifiche. Il Crob dimostra nei fatti come si difende e si valorizza la sanità pubblica: con progetti realizzati, risorse intercettate, tecnologie d'avanguardia e risultati documentabili. Una risposta chiara, un impegno solido a beneficio della Basilicata e di chiunque scelga di affidarsi a questo Istituto", conclude il Direttore Scientifico.
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Cani con tumori: farmaco sperimentale riduce le lesioni fino all'88% biomedicalcue.it
OncoFAP glidotin testato su otto cani a Lodi, sei hanno risposto e non ci sono stati eventi avversi gravi correlati al trattamento.
Un farmaco sperimentale chiamato OncoFAP glidotin ha ridotto il volume dei tumori fino a circa l'88% in cani con neoplasie spontanee aggressive, secondo uno studio di fase I e II guidato dal Dipartimento di Medicina Veterinaria e Scienze Animali dell'Università degli Studi di Milano e pubblicato sul Journal of Medicinal Chemistry. I pazienti sono otto cani di proprietari privati con tumori positivi alla proteina FAP, su cui altre terapie avevano già fallito. Il trattamento è stato somministrato all'Ospedale Veterinario Universitario di Lodi.
Sei degli otto animali (75%) hanno risposto alla terapia, e gli autori parlano di un profilo di sicurezza eccellente, senza eventi avversi gravi correlati al farmaco. Il campione è piccolo e lo studio è di dimostrazione del principio, quindi il farmaco resta sperimentale.
Come funziona e cosa ha misurato lo studio
OncoFAP è una piccola molecola che si lega alla proteina FAP (Fibroblast Activation Protein, proteina di attivazione dei fibroblasti), presente in molti tumori umani e animali e non rilevabile nei tessuti sani, secondo il comunicato dell'ateneo milanese. A questa molecola è agganciato il chemioterapico MMAE (monometil auristatina E), un agente citotossico che impedisce alle cellule di dividersi. Il legame passa da un linker peptidico di glicina e prolina, il "glidotin" del nome, che rilascia il chemioterapico nel tumore dopo che la molecola ha raggiunto il bersaglio.
È lo schema dei coniugati farmaco-bersaglio, con una molecola piccola al posto dell'anticorpo. Gli autori ricordano che nei coniugati con anticorpo l'utilità clinica può essere limitata da penetrazione insufficiente nel tumore, produzione complessa e problemi di sicurezza. Il coautore Damiano Stefanello, docente di Chirurgia Veterinaria, ha spiegato a Dogsportal che l'MMAE esiste già per uso umano ma è molto tossico alle dosi normali, con pochissima letteratura in ambito veterinario.
Lo studio è una dose escalation, cioè le dosi aumentano da un gruppo di pazienti al successivo per individuare quella tollerata. La riduzione fino all'88% riguarda le lesioni bersaglio, misurate con tomografia computerizzata dell'intero corpo dopo 4 settimane di trattamento. Il comunicato precisa che sette pazienti hanno completato il ciclo previsto dal protocollo e sei di questi hanno risposto, un conteggio che differisce dal 75% su otto dell'abstract solo per il denominatore.
Cosa cambia e a che punto è l'uso clinico
Gli autori scrivono che i dati sostengono ulteriori attività di sviluppo traslazionale, cioè il passaggio dai dati sperimentali a una terapia utilizzabile, sia per i pazienti veterinari sia per quelli umani. L'ateneo inquadra il lavoro nella prospettiva "One Health", in cui i cani, che sviluppano tumori spontanei e condividono l'ambiente con l'uomo, offrono un modello più vicino alla malattia reale rispetto ai modelli di laboratorio. Per Stefanello questo può anche ridurre l'uso di animali di laboratorio. Il filone è quello dell'oncologia di precisione, che punta a colpire il tumore risparmiando i tessuti sani.
I limiti sono quelli di un lavoro iniziale. Gli animali erano otto, la positività a FAP è un criterio di ammissione (l'Ospedale Veterinario Universitario la verifica con esame istologico e immunoistochimico su un campione di tumore) e le fonti consultate non riportano i tipi di tumore inclusi, i criteri di risposta né la durata della risposta. OncoFAP glidotin appartiene a Philochem, che ha contribuito al progetto e ha ricercatori tra gli autori. Le fonti consultate non indicano tempi né piani per studi successivi.
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Nuovo reattore: aumento della fornitura di radiofarmaci per il trattamento del cancro. Vietnam.vn
Aumentare le fonti di farmaci per il trattamento del cancro. Il 30 settembre, durante la consueta conferenza stampa del Ministero della Scienza e della Tecnologia (MST), il Dott. Tran Chi Thanh, Direttore dell'Istituto Vietnamita per l'Energia Atomica ( MST ), ha affermato che l'applicazione più importante ed efficace dell'energia atomica in Vietnam oggi è in medicina. Una delle applicazioni che le persone possono sperimentare direttamente è la produzione di radiofarmaci per la diagnosi e il trattamento delle malattie, in particolare del cancro. Secondo il dottor Tran Chi Thanh, il reattore nucleare di ricerca di Da Lat , dopo essere stato restaurato, ammodernato e messo in funzione nel 1984 con l'aiuto dell'ex Unione Sovietica, è operativo da 42 anni. Nonostante la sua capacità di soli 0,5 MW, il reattore di Da Lat è ancora considerato dall'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) uno dei reattori a bassa potenza più efficienti al mondo. In particolare, il reattore di Da Lat fornisce attualmente circa l'80% dei radiofarmaci agli ospedali di tutto il paese, principalmente per la diagnosi e il trattamento del cancro. Ogni anno, in Vietnam si registrano circa 180.000 nuovi casi di cancro. Con l'aumento del numero di persone che necessitano di esami, diagnosi e cure, cresce anche la domanda di isotopi radioattivi utilizzati in medicina. Nel frattempo, la capacità produttiva nazionale di radiofarmaci è limitata e fortemente dipendente dalle capacità del reattore di Da Lat.
Secondo il dottor Tran Chi Thanh, la realizzazione del progetto del Centro di ricerca per la scienza e la tecnologia nucleare con un nuovo reattore di ricerca a Dong Nai creerà ulteriore capacità per la ricerca, la produzione di isotopi radioattivi e lo sviluppo di applicazioni di tecnologia nucleare. "Al fine di ampliare la propria capacità di servire il settore sanitario e la regione, il Vietnam sta realizzando un nuovo progetto di reattore nucleare di ricerca a Dong Nai, con una capacità 30 volte superiore a quella del reattore di Da Lat, con l'obiettivo di diventare un centro di fornitura di radiofarmaci per la diagnosi e il trattamento del cancro per l'intera regione", ha affermato il dottor Tran Chi Thanh. Se realizzato come previsto, il nuovo reattore creerà una fornitura aggiuntiva di radiofarmaci, contribuendo a soddisfare le esigenze delle strutture mediche nazionali. Ciò fornirà inoltre al Vietnam le basi per sviluppare prodotti per la medicina nucleare, anziché limitarsi a ricevere e applicare la tecnologia. Da una prospettiva concreta, la storia dell'industria nucleare non riguarda quindi solo grandi dispositivi o tecnologie complesse, ma è direttamente collegata all'accesso dei pazienti a metodi diagnostici e terapeutici moderni. La tecnologia nucleare non viene utilizzata solo in ambito sanitario, ma anche in molti altri settori. In agricoltura , ad esempio, la tecnologia di irradiazione è stata introdotta a scopo di quarantena, contribuendo alle attività di esportazione. Nell'industria, la tecnologia nucleare viene utilizzata per testare e valutare le apparecchiature e per individuare potenziali problemi negli impianti, comprese le raffinerie di petrolio e le centrali termoelettriche. Nel campo delle risorse naturali e dell'ambiente, una delle applicazioni implementate è l'utilizzo degli isotopi per studiare e valutare le risorse idriche sotterranee nelle regioni settentrionali, centrali e meridionali del Vietnam. Questa tecnologia viene utilizzata anche per valutare il livello di inquinamento ambientale e di contaminazione delle acque.
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Accelerare lo sviluppo di una forza lavoro di 2.000 persone entro il 2030. Oltre alle infrastrutture, un altro fattore che incide direttamente sulle capacità operative e di sfruttamento degli impianti nucleari è rappresentato dalle risorse umane. Secondo i vertici dell'Istituto vietnamita per l'energia atomica, le tecniche nucleari sono ampiamente utilizzate in tutto il mondo e molte di esse non presentano particolari difficoltà di implementazione per il Vietnam. Tuttavia, il livello di applicazione in Vietnam non è ancora commisurato al suo potenziale. Uno dei motivi è la limitata disponibilità di risorse umane. Inoltre, la società non ha ancora compreso appieno le applicazioni della tecnologia nucleare. Quando si parla di energia nucleare, molti pensano spesso all'elettricità nucleare o alle bombe atomiche, mentre la tecnologia nucleare ha numerose applicazioni pratiche nella vita quotidiana e nella produzione. Il dottor Tran Chi Thanh ha affermato che il Vietnam possiede una solida base di risorse umane nel settore della tecnologia nucleare, accumulata nel corso di molti anni di ricerca, formazione, applicazione e gestione. Tuttavia, l'attuale forza lavoro necessita di essere ulteriormente potenziata in termini di quantità, struttura e competenze specialistiche. Nel settore dell'energia nucleare, la richiesta di manodopera è particolarmente elevata. Secondo il dottor Tran Chi Thanh, ogni centrale nucleare necessita di circa 600-700 persone con competenze occidentali o di quasi 1.000 persone con competenze russe. In passato, il Vietnam ha inviato quasi 1.000 funzionari e studenti a studiare nella Federazione Russa e in Giappone. Tuttavia, secondo il dottor Tran Chi Thanh, solo circa il 20% di coloro che hanno ricevuto la formazione è tornato e ha continuato a lavorare nel settore.
Questa figura mostra che la sfida delle risorse umane non riguarda solo il numero di persone da formare, ma anche come attrarre, utilizzare e trattenere coloro che sono stati formati nel settore. Secondo quanto affermato dal signor Tran Quang Tuan, vicedirettore del Dipartimento per la sicurezza dalle radiazioni e nucleare (Ministero della Scienza e della Tecnologia), in base alla Decisione 438/QD-TTg sulla strategia per lo sviluppo delle applicazioni dell'energia atomica, il Vietnam mira a costituire una forza lavoro di circa 2.000 persone entro il 2030 e ad aumentare tale numero a 2.500 entro il 2035. Il signor Tran Quang Tuan parla durante la conferenza stampa. (Foto: MST) Questa forza si compone di quattro pilastri principali: amministrazione governativa, ricerca e sviluppo, supporto tecnico e il team che gestisce direttamente gli impianti nucleari. Secondo il signor Tran Quang Tuan, l'energia atomica è un settore altamente tecnologico che richiede conoscenze approfondite ed esperienza pratica. Pertanto, rafforzare la cooperazione internazionale e inviare personale per la formazione in paesi con industrie nucleari sviluppate è una delle soluzioni per acquisire rapidamente esperienza. Tuttavia, il Vietnam deve anche sviluppare una propria capacità di formazione interna, evitando una completa dipendenza da risorse umane formate all'estero. L'obiettivo è quello di formare gradualmente una forza lavoro in grado di ricercare, progettare, padroneggiare, migliorare e sviluppare la tecnologia nucleare per soddisfare le esigenze interne. Il dottor Tran Chi Thanh ha suggerito che in futuro si dovrebbero condurre ricerche per istituire 1-2 dipartimenti di tecnologia nucleare presso le principali università tecniche di Hanoi e Ho Chi Minh City, con programmi di formazione che soddisfino gli standard internazionali.
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Tumore al polmone, quasi il 95% dei pazienti arriva a un trattamento curativo. Nuove prospettive per i pazienti allo stadio III insalutenews.it
All’ASTRO 2026 di Boston presentati i dati di uno studio internazionale a cui ha partecipato l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Il risultato? Introdurre due cicli di chemio-immunoterapia prima della scelta tra chirurgia e chemioradioterapia ha permesso di portare alla cura la quasi totalità dei pazienti, migliorando le prospettive terapeutiche
Milano, 30 settembre 2026 – Ad ASTRO 2026, il più importante congresso mondiale sulla radioterapia oncologica che si chiude oggi a Boston (Usa), il prof. Andrea Filippi, Direttore della Struttura Complessa Radioterapia dell’IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, ha presentato i risultati di uno studio internazionale, a cui ha partecipato anche l’Istituto milanese, che apre nuove prospettive di terapia per alcuni malati di cancro al polmone.
La ricerca, effettuata su un panel di 142 pazienti reclutati a livello globale e discussa poi anche negli highlights del convegno, è focalizzata su pazienti affetti da tumore al polmone con malattia localmente avanzata, non metastatica, stadio terzo, che storicamente erano trattati o con chirurgia o con chemioradioterapia seguita da immunoterapia.
“Abbiamo testato due coorti separate di pazienti – spiega Filippi – Ai primi, con malattia considerata chirurgica fin dall’inizio, sono stati praticati due cicli di chemio-immunoterapia, per poi essere rivalutati dal multidisciplinare e dai chirurghi: in caso di conferma della fattibilità, si procedeva con l’intervento e la successiva immunoterapia di ‘consolidamento’. L’altra coorte, più innovativa, era composta da pazienti con malattia più avanzata: linfonodi più grandi, estensioni maggiori… Casi che tradizionalmente andavano alla chemioradioterapia, e in cui, invece, abbiamo provato prima a fare due cicli di chemio-immunoterapia. Dopo la valutazione multidisciplinare, alcuni sono stati avviati alla chirurgia ed altri – quelli che non hanno risposto così bene oppure hanno risposto, ma restavano pazienti non chirurgici per l’estensione della malattia o altri motivi – hanno fatto la chemioradioterapia seguita poi da immunoterapia di mantenimento”.
Alla fine, sui 142 pazienti arruolati soltanto 11 non sono stati in condizione né di essere operati, né di essere indirizzati alla radioterapia. “Di fatto, quindi, quasi il 95% è riuscito ad arrivare a un trattamento curativo – ha sottolineato il prof. Filippi – I pazienti operati sono andati estremamente bene, come ci si aspettava. Ma abbiamo ottenuto risultati molto positivi anche per chi, dopo i due cicli di iniziali, è stato spostato su un programma di chemioradioterapia. È molto probabile che averli intercettati prima, dopo questi primi due cicli e la valutazione del multidisciplinare, e aver fatto la radioterapia al momento giusto abbia consentito loro di tollerarla molto meglio, con risultati migliori e simili a quelli chirurgici”.
Il risultato pratico, aggiunge il professore, è che “cambia un po’ la prospettiva con cui, a volte, si dice ai pazienti in stadio tre fin dall’inizio che sono o non sono operabili, con tutte le conseguenze anche psicologiche che questo approccio rischia di dare loro. Il messaggio ai pazienti è quindi più positivo. In pratica, si può partire in molti casi con un’induzione, cioè una sorta di prima parte di chemio-immunoterapia, per decidere poi come passare alla miglior terapia locale, sia essa la chirurgia o la radioterapia. Ed è una strategia adattativa che offre un’ottima possibilità di portare il paziente alla cura”.