📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Eseguiti in ospedale i primi trattamenti di radioterapia interventistica con tecnica endocavitaria IlPescara
Nella Asl di Pescara viene ampliata l’offerta terapeutica in ambito oncologico con l’esecuzione del primo trattamento di radioterapia interventistica con tecnica endocavitaria.
La nuova procedura rappresenta un ulteriore passo avanti nello sviluppo delle tecniche radioterapiche ad alta specializzazione disponibili nell’ospedale di Pescara e contribuisce a rafforzare il ruolo dell'azienda sanitaria locale, come punto di riferimento regionale e interregionale nel trattamento oncologico.
La Uosd (unità operativa semplice dipartimentale, ndr) di Radioterapia della Asl di Pescara dispone di 2 acceleratori lineari di ultima generazione e di un impianto dedicato di brachiterapia Hdr, collocato in bunker dedicato, che permettono l’esecuzione di trattamenti radioterapici ad alta complessità con tecnologie avanzate di precisione.
Tra le metodiche disponibili figurano tecniche 4D con gating respiratorio in Dibh, trattamenti stereotassici cranici Hyper-Arc e procedure Tbi/Tmli impiegate nei programmi di condizionamento al trapianto di midollo osseo. La Asl di Pescara è attualmente l’unica in Abruzzo a erogare trattamenti Tbi/Tmli e tra i pochi centri in Italia a utilizzare tali procedure con tecnica Vmat. L’offerta terapeutica comprende inoltre brachiterapia da contatto, endocavitaria, endoluminale e interstiziale, consentendo di trattare numerose patologie oncologiche con approcci altamente specialistici e sempre più mirati.
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Le dichiarazioni
«La progressiva implementazione delle tecnologie e delle tecniche utilizzate», spiega Vincenzo Di Egidio, direttore del dipartimento dei Servizi della Asl di Pescara, «ha consentito negli ultimi anni un significativo incremento dell’attività clinica, con risultati rilevanti anche in termini di efficienza, appropriatezza ed efficacia terapeutica. Un’evoluzione che contribuisce inoltre a rafforzare la capacità attrattiva della Asl di Pescara, con una crescente mobilità attiva anche da territori esterni all’area provinciale e regionale». «Il raggiungimento di tanti obiettivi – continua Di Egidio – è stato possibile anche grazie all’impegno totale e costante dell’Uosd di Fisica Sanitaria - diretta dalla dottoressa Piera Turano - che ha saputo non solo consentire ma anche stimolare l’ottenimento di tali risultati».
Un ringraziamento viene inoltre rivolto dal direttore di dipartimento alla Uoc Hospice e Cure Palliative, diretta dalla dottoressa Donatella Bosco, «per il supporto garantito ai pazienti oncologici che affrontano percorsi terapeutici complessi, accompagnandoli con competenza professionale, attenzione alla persona e cura della qualità della vita lungo tutto il percorso assistenziale».
La Asl di Pescara ha inoltre avviato la procedura per la sostituzione dell’acceleratore lineare di acquisizione meno recente, nell’ambito del programma di ammodernamento tecnologico sostenuto dalla direzione aziendale, Strategica e Dipartimentale, con l’obiettivo di consolidare ulteriormente gli standard assistenziali e l’offerta terapeutica in ambito oncologico.
In foto, da sinistra: Piera Turano (direttore Uosd di Fisica Sanitaria), Donatella Bosco (direttore Uoc Hospice e Cure Palliative), Vincenzo Di Egidio (direttore del dipartimento dei Servizi), Pierluigi Bonfili (direttore Uosd Radioterapia), Antonietta Fracassi (dirigente medico Uosd Fisica sanitaria).
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Buone Azioni - Terapie gratuite e supporto ai malati oncologici, l'impegno quotidiano dell'Associazione Antonio Lanza Lavocedigenova.it
Ogni martedì uno spazio per raccontare l’impegno, le storie e i volti di chi, ogni giorno, si mette al servizio degli altri: con la nuova rubrica 'Buone Azioni', vogliamo dare voce alle associazioni, alle cooperative sociali, ai gruppi di volontari e a tutti coloro che costruiscono solidarietà sul territorio, spesso lontano dai riflettori ma con un impatto concreto nella vita delle persone. La rubrica sarà un viaggio settimanale nel cuore del Terzo Settore, per conoscere chi fa la differenza e capire come ciascuno può contribuire, anche con un piccolo gesto.
L'Associazione Antonio Lanza - Ente Filantropico E.T.S. prende vita ufficialmente nel 1989, ma la sua storia nasce nelle acque delle regate europee, dove è nata l'amicizia tra due giovani velisti. Quando uno dei due scompare prematuramente, l'altro fa una promessa solenne a sua madre in punto di morte: portare avanti il sogno del figlio. Quel legame si trasforma così in una missione di vita, fatta di cicli di yoga terapeutico, regate solidali e composizioni floreali, per restituire forza e dignità a chi affronta una malattia oncologica o ematologica.
"Antonio Lanza era un mio amico di vela - racconta Enrico Ciferri, chirurgo oncologo, Dirigente Medico presso l'Ospedale Galliera di Genova e oggi presidente dell'associazione -. Giravamo l'Europa insieme, sempre avversari in acqua, ma compagni di viaggio. Per risparmiare facevamo i carrelli doppi: la sua macchina, la mia barca. Spesso guidava sua madre, che non era molto abile alla guida, la quarta gliela mettevo io, che ero piccolo e stavo sul sedile dietro. Mio padre aveva un bel coraggio a prestarci la macchina".
È un'amicizia che coinvolge tutta la famiglia Lanza: la madre Anna, i compagni di regata, la giovinezza condivisa tra porti e traversate europee. Un'amicizia spensierata che si interrompe bruscamente tra il 1986 e il 1987.
"Antonio si ammalò di aplasia midollare mentre era militare- ricorda Ciferri -. Stava ancora studiando legge, si stava laureando. A Porto Ercole, durante le regate con l'aeronautica, si sentì male, e così lo portarono immediatamente a Genova". Seguirono quasi due anni di tentativi, con i primi trapianti di midollo osseo erano ancora procedure pionieristiche, cariche di incognite. Il fratellastro di Antonio donò il midollo, poi anche il padre, ma nessuno dei trapianti attecchì. Ciferri era ancora studente di medicina, lavorava come volontario nella divisione di chirurgia in cui si sarebbe poi laureato. Fece di tutto per aiutare l'amico. "L'ultima volta che l'ho visto era in camera sterile, due giorni prima che morisse". Antonio Lanza si spense a 27 anni, lasciando sua madre Anna in pieno sconforto.
Dal dolore di Anna Trucco Lanza nacque, nel 1989, un impegno che avrebbe riempito il resto della sua vita: dare aiuto e dignità ai malati emato-oncologici, cioè a quanti combattono contro le malattie tumorali del sangue, le stesse che avevano ucciso Antonio. Ciferri fu tra i soci fondatori. Poi, nel tempo, i percorsi si separarono. Fino a quando, circa dieci anni fa, Anna lo richiamò. "Ho capito subito perché mi aveva cercato: sapeva che prima o poi non ci sarebbe stata più, e voleva qualcuno di cui fidarsi per portare avanti l'associazione. Qualcuno che fosse un amico. È la promessa che mi ha fatto fare in punto di morte: 'Non ti preoccupare, Anna, ci penso io'. E così siamo andato avanti".
Non è diventato subito presidente: prima è entrato nel consiglio direttivo, poi è subentrata la Dott.ssa Vitini nella presidenza, e infine, quattro anni fa, ha assunto lui la guida dell'associazione, riorganizzandola profondamente nel rispetto del testamento morale della fondatrice.
L'Associazione Lanza è stata tra le prime realtà italiane a credere nella medicina integrata applicata all'oncologia. Per quindici anni ha coordinato, in convenzione con l'ASL 3 Genovese, il Centro di Medicina Integrata 'Antonio Lanza' presso l'Ospedale Gallino di Pontedecimo, una sede storica, con il nome di Antonio inciso all'ingresso.
"La medicina ufficiale cura il corpo, la medicina integrata cura la testa, lo spirito, l'animo. Io, come oncologo, ho sempre visto che chi aveva un atteggiamento positivo verso la malattia poteva anche guarire. L'importanza della mente, della riflessione, dell'elaborazione interiore è enorme. E la medicina integrata dà una mano proprio su questo fronte".
Le attività offerte ai pazienti spaziano dallo yoga terapeutico e dalla mindfulness alla musicoterapia e allo shiatsu, dal Jin Shin Jyutsu, antico sistema giapponese di autoguarigione, a percorsi di estetica oncologica come 'Piacersi', pensato per aiutare le persone a ritrovare un rapporto sereno con il proprio corpo durante e dopo le cure. Tutto questo, per i pazienti, è completamente gratuito.
La sede storica di Pontedecimo, tuttavia, ha dovuto essere abbandonata. I contributi pubblici coprivano soltanto un ciclo di terapia per paziente, quando invece un percorso efficace ne richiede una decina: il resto ricadeva interamente sull'associazione, che rischiò il fallimento.
"Ci ha addolorato molto lasciare quella sede, ma era necessario per sopravvivere". Dal 2024 le attività si svolgono presso in via Innocenzo Frugoni 15/2, due volte alla settimana. A dirigere il centro è la Dott.ssa Vidili, ex medico dell'IST con una lunga esperienza in ambito oncologico, che coordina le attività a titolo volontario.
"E' un lavoro enorme, lo fa con uno spirito e un entusiasmo ammirevoli in tutti i sensi. Devo innanzitutto ringraziarla, perché dà un contributo fondamentale all'associazione". Attualmente sono una quindicina i pazienti che partecipano regolarmente alle attività, con la possibilità di raddoppiare i posti se le donazioni lo consentissero. A Pontedecimo, nei momenti di massima attività, si arrivava a 150 pazienti che si alternavano nell'arco dell'intera settimana.
L'associazione non riceve finanziamenti pubblici. Le uniche entrate sono il 5x1000 e le donazioni private. I professionisti che erogano i servizi, come insegnanti di yoga, musicoterapeuti, operatori shiatsu, vengono regolarmente retribuiti dall'associazione, affinché il servizio resti gratuito per il paziente. Il lavoro organizzativo e direttivo è invece interamente volontario.
"Tutti noi non prendiamo nessun compenso: qualsiasi aiuto che riceviamo viene reinvestito nell'associazione". Per raccogliere fondi e sensibilizzare l'opinione pubblica, l'associazione organizza diverse iniziative, ciascuna con una propria identità.
Il Trofeo Lanza Challenge è il modo più diretto per onorare la memoria di Antonio. Si tratta di un trofeo velico assegnato durante la manifestazione Millevele Iren, in collaborazione con lo Yacht Club Italiano, per la classe J/70. Ripristinato dopo una pausa di vent'anni, nel 2025 i vincitori sono stati premiati durante la cerimonia al Salone Nautico il 21 settembre. La prossima edizione è prevista per il 12 settembre 2026. "È il ricordo dell'aspetto velico di Antonio, un trofeo challenge: ogni anno il nome del vincitore viene inciso sulla targhetta".
Sul fronte culturale, Ciferri porta in giro per la Liguria una conferenza sul 'Tesoro di San Quirico', un tesoro di monete d'oro poco noto al grande pubblico, oggetto del suo libro omonimo. La presentazione è occasione per parlare dell'associazione e sollecitare il 5x1000. "Non mi interessa tanto propagandare il mio libro: quello che conta è portare avanti il nome dell'associazione". L'edizione del 21 maggio 2025 si è svolta nel Salone Municipale di Genova Voltri; nel 2024 Ciferri aveva partecipato al Festival delle Scienze con la stessa conferenza.
C'è infine il gruppo 'Flora': un'associazione di amiche di Anna Trucco Lanza, abilissime nella floricoltura e nelle composizioni floreali, un'arte in cui la signora Lanza aveva raggiunto riconoscimenti internazionali. Queste donne organizzano incontri, laboratori aperti anche ai pazienti e serate di raccolta fondi. "Fanno composizioni bellissime, e lo fanno gratuitamente, con grande generosità".
"La più grande gratificazione, sia come medico che come volontario, è il riconoscimento che ti danno i pazienti - conclude Ciferrri -. C'è gente che ci è affezionata come si è affezionati a un parente. È normale che si instauri un rapporto del genere, soprattutto con i malati oncologici. A Pontedecimo, per esempio, oltre alla chirurgia facevo anche le chemioterapie: si crea un rapporto diretto, profondo. E quando purtroppo il cinquanta per cento di loro se ne va, lascia un vuoto incolmabile". Non sempre il percorso è lineare: "Ho incontrato anche pazienti che si sono lasciati andare, che ce l'avevano col mondo intero. È una reazione possibile, e ti disorienta, ti disarma. Ma quando riesci a instaurare un rapporto vero, quando arrivi a quella che si chiama la "buona morte", una morte vissuta in pace con se stessi, con i propri cari, con noi, allora sai che il tuo lavoro ha avuto senso. Quello è l'obiettivo principale: la qualità della vita, fino in fondo".
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Tumori pediatrici, la sfida dopo la cura Panorama della Sanità
Dalla scuola al sostegno psicologico, dai diritti dei caregiver al dopo-cancro: servono politiche integrate che accompagnino bambini, adolescenti e famiglie lungo tutto il percorso di cura e di vita, riducendo disuguaglianze e fragilità sociali
di Sergio Aglietti*, Angela Mastronuzzi°
Negli ultimi decenni i progressi della medicina hanno rivoluzionato la storia naturale dei tumori pediatrici. Oggi, grazie alla ricerca e alla qualità delle cure, circa l’80% dei bambini e adolescenti colpiti da cancro guarisce: in Italia ogni anno vengono diagnosticati circa 2.500 nuovi casi di tumore in età pediatrica e adolescenziale, ma per circa 500 pazienti le cure sono palliative, evidenziando una dicotomia che non può ritenersi soddisfacente. I guariti, inoltre, possono sviluppare effetti collaterali tardivi dei trattamenti, rendendo la guarigione oncologica solo il primo passo di un percorso più ampio.
La malattia oncologica in età pediatrica non colpisce solo il minore, ma attraversa l’intera famiglia, modificando equilibri relazionali, impattando sul lavoro dei genitori, sulla crescita dei fratelli e sul futuro del paziente. Accanto alla dimensione sanitaria emergono bisogni complessi psicologici, sociali, educativi, economici e relazionali. Le politiche pubbliche devono quindi mirare a un sistema di presa in carico globale, continuativo e integrato, prima, durante e dopo la malattia.
Il diritto alla cura e alla continuità della vita
Durante le terapie va tutelata la continuità della vita. Per bambini e adolescenti la scuola significa identità e normalità e deve essere garantita in modo stabile, in ospedale, a domicilio o online, attraverso un coordinamento efficace tra sanità e istruzione. Fondamentale è anche il supporto psicologico: le terapie oncologiche comportano cambiamenti corporei, isolamento e paura, soprattutto negli adolescenti, per i quali la malattia può accentuare il senso di diversità. È quindi necessario attuare pienamente la legge di bilancio 2025, che prevede ai commi 348 e 349 psicologi dedicati nei reparti di oncologia pediatrica. L’umanizzazione degli spazi e dei percorsi completa la risposta pubblica: ambienti adeguati all’età, spazi di gioco e socialità, e il coinvolgimento dei minori nelle decisioni restituiscono dignità anche nei momenti di maggiore fragilità.
Le famiglie: il peso invisibile della malattia
La diagnosi di tumore in un figlio ha un impatto sistemico sulla famiglia: i genitori diventano caregiver a tempo pieno, riducono o sospendono il lavoro e sostengono costi indiretti fino a circa 35.000 € l’anno per viaggi, alloggi e pasti fuori casa, con un carico emotivo ed economico altissimo. Le politiche pubbliche devono riconoscere la specificità dei minori oncologici: i congedi retribuiti per i genitori vanno resi sufficienti, flessibili e realmente accessibili, e le tutele lavorative rafforzate per evitare che la malattia del figlio si traduca in precarietà o perdita dell’occupazione. Servono inoltre misure fiscali e fondi dedicati per coprire i costi indiretti delle cure, ancora troppo spesso trascurati, mentre il recente disegno di legge del governo ha ignorato questi bisogni. Programmi di supporto psicologico devono includere l’intero nucleo familiare: i genitori, a rischio elevato di sofferenza psichica, e i fratelli e le sorelle, spesso invisibili nelle politiche ma esposti a paura, senso di colpa e trascuratezza. Percorsi specifici di sostegno psicologico e scolastico per i siblings rappresentano un investimento sulla salute complessiva e sul futuro della famiglia.
Dopo la guarigione: una nuova fase, nuovi bisogni
Dopo la guarigione si apre una fase nuova, che richiede risposte specifiche sul piano clinico e sociale. La fine delle terapie non coincide con la fine del percorso: bambini e adolescenti guariti possono sviluppare effetti tardivi e necessitano di monitoraggi a lungo termine con percorsi chiari, coordinati e omogenei sul territorio, inclusa la transizione dai servizi pediatrici a quelli adulti. Il rientro a scuola può essere complesso e va sostenuto con progetti personalizzati, sensibilizzazione dei compagni e contrasto allo stigma, affinché la malattia non diventi un’etichetta permanente. Per adolescenti e giovani adulti guariti sono cruciali i diritti civili ed economici: il diritto all’oblio oncologico rappresenta un atto di equità che libera dalla storia clinica per sempre. L’inserimento lavorativo merita attenzione, con servizi di orientamento, accompagnamento e strumenti protetti per chi presenta fragilità residue o percorsi formativi interrotti, favorendo una piena partecipazione alla vita attiva.
Il ruolo delle reti e del Terzo Settore
In molte realtà territoriali il Terzo Settore, con Fiagop in prima linea, ha svolto e continua a svolgere un ruolo essenziale, colmando spesso lacune del sistema pubblico. Offre case di accoglienza vicino ai centri di cura per ridurre i disagi logistici delle famiglie, sostegno economico per coprire i costi indiretti delle terapie, supporto psicologico specializzato per pazienti e familiari, attività ricreative che favoriscono normalità e socializzazione, e un’intensa attività di advocacy per spingere verso politiche più efficaci e inclusive. In questo percorso, la Società Scientifica Aieop gioca un ruolo complementare e strategico, definendo protocolli clinici standardizzati, promuovendo la ricerca traslazionale e garantendo coordinamento tra centri di eccellenza, protocolli aggiornati e reti europee. Queste organizzazioni non solo integrano i servizi pubblici, ma promuovono anche coordinamento tra enti e sensibilizzazione della comunità.
Verso un modello integrato di policy
Rispondere ai bisogni dei bambini e adolescenti malati (e guariti) di cancro richiede un cambio di paradigma: non basta curare la malattia, ma accompagnare la persona e la famiglia lungo tutto il percorso di vita. Un modello efficace prevede una presa in carico multidisciplinare obbligatoria con équipe integrate; piani individualizzati che coprano aspetti sanitari, psicologici, educativi e sociali; un fondo nazionale dedicato all’oncologia pediatrica per ridurre disuguaglianze territoriali; il rafforzamento dei diritti dei caregiver; e un sistema di monitoraggio che valuti non solo esiti clinici, ma anche sociali e di qualità della vita. Il successo di un sistema si misura nella possibilità per i guariti di vivere una vita piena, autonoma e inclusiva: un bambino che supera il cancro deve crescere, studiare, lavorare e costruire relazioni senza essere definito dalla sua diagnosi. Investire in queste politiche è un dovere morale e una scelta di civiltà, che trasforma la sopravvivenza in piena cittadinanza per i membri più vulnerabili della società.
*Presidente Federazione Nazionale delle Associazioni di Genitori di bambini e adolescenti con tumori o leucemie, FIAGOP
°Presidente Associazione Italiana Ematologia Oncologia Pediatrica, AIEOP
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
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Criteri Critici
Essere una famiglia in Italia è complicato. Richiede uno sforzo di adattamento, sopportazione, accettazione del supporto zero che le istituzioni ti danno da richiedere massicce dosi di ansiolitici (meglio: “antirabbici”) e psicoterapia. E quando tu, magari, h…
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Essere una famiglia in Italia è complicato. Richiede uno sforzo di adattamento, sopportazione, accettazione del supporto zero che le istituzioni ti danno da richiedere massicce dosi di ansiolitici (meglio: “antirabbici”) e psicoterapia. E quando tu, magari, hai cominciato a fare pace con il fatto di dover essere famiglia in Italia, perché per il momento emigrare non puoi, accade qualcosa che ha dell’inverosimile. La Regione Emilia Romagna decide, e ci mette 3 milioni di euro, di riaprire le scuole materne, solo materne, il primo settembre. E non per la didattica – cioè il calendario scolastico resta uguale, infatti sono opzionali – ma per attività ricreative, in modo da sostenere quei genitori arrivati alla fine dell’estate a corto di energie e di soldi. E soprattutto quei bambini che hanno radicalmente bisogno di tornare in un ambiente scolastico, dopo mesi di assenza. La scelta coinvolge, però, solo le famiglie già “fortunate”, per così dire, perché nel nostro paese esiste questa strana cosa per cui nidi e materne terminano non l’8 giugno ma il 30 giugno (ottimo, eccellente), mentre primaria e secondaria no. Bizzarra contraddizione, perché non si capisce perché un bambino di 10, 12, o un ragazzo di 15 non abbia il diritto di restare a scuola fino a fine giugno anche lui/lei. Tra l’altro, ricordiamo che per lo Stato italiano un minore non può stare solo a casa fino a 14 anni, il che rende ancor più inverosimile questa situazione.
Ma l’assurdità di cui parlavo all’inizio sta nella reazione inferocita alla decisione della Regione di bagnini, aziende balneari e Federalberghi, che hanno visto in questi quindici giorni di attività ricreative opzionali un pericolosissimo agguato alla stagione balneare. Si resta senza parole per vari motivi. Primo, se anche il calendario scolastico fosse cambiato, nessun bagnino o impresa balneare dovrebbe interessarsi di qualcosa che viene deciso a livello ministeriale anzitutto per il bene dei bambini e dei ragazzi. Ormai quando si scrive di questo argomento arrivano a centinaia i commenti della serie “la scuola non è un albergo”, “hai fatto i figli etc”. L’ignoranza regna sovrana, perché esistono mucchi di studi che dimostrano come una interruzione di 3 mesi e 15 giorni di scuola danneggi anzitutto gli studenti e il loro apprendimento. E poi, certo, c’è la difficoltà delle famiglie: ma se i lavoratori hanno tre settimane di ferie di cosa stiamo parlando esattamente se non di un conflitto allucinante tra la possibilità di occuparsi dei propri figli e il lavoro? Esattamente dove andrebbero collocati nei restanti due mesi non coperti dalle ferie dei genitori, nel paese dove i nonni non esistono più, perché i figli ormai si fanno tardissimo?
La soluzione si chiama centri estivi, che non sono una soluzione in nessun senso perché costano moltissimo ma spesso espongono i bambini a un intrattenimento forzato che nulla fa apprendere e che non giova neanche a loro. In ogni caso, visto che non si trattava di didattica, forse i bagnini e gli albergatori dovrebbero prendersela anche con i centri estivi e con i parenti che tengono i bambini, che ruberebbero quei bambini dalle spiagge (sulle quali non vanno, appunto perché nessuno ce li può portare).
Il caso comunque si placherà perché il calendario sacro e intoccabile è rimasto uguale, mentre i bambini tedeschi iniziano la scuola i primi di agosto e nessuna scuola europea potrebbe mai terminare le lezioni i primi di giugno. La Regione Emilia ha dato un segnale comunque importante, vediamo chi seguirà: ma purtroppo non cambierà nulla, visto che siamo il paese dove la conservazione del peggio è il valore massimo e fare riforme risulta impraticabile. L’ho detto e scritto mille volte, così come tante altre giornaliste e influencer, vedi Mammadimerda, che ne ha fatto una campagna fissa da anni: non si può più andare avanti con un immenso vuoto di tre mesi e quindici giorni. È assurdo, controproducente per tutti, impossibile da gestire, anche pericoloso a suo modo visto che se sei in ufficio come fai a controllare i tuoi figli?
Perché tutto questo cambi ci vorrebbe una vera unione di intenti. Ci vorrebbe un ministro dell’Istruzione che ne faccia la sua battaglia, ci vorrebbero Regioni non appese alle lobby, ci vorrebbe una classe di insegnanti che per prima dice “queste vacanze sono assurde”. Non lo farà mai, ovviamente, anzi, almeno non lo farà senza avere in cambio più soldi e meno carichi burocratici di ogni tipo.
Ma per cambiare le vacanze bisognerebbe cambiare anche la didattica. Ad esempio, io sono convinta che mandare un ragazzo di 15 anni a scuola dalle 8 alle 14 sia semplicemente inutile e dannoso, sia per il suo ritmo biologico, sia per l’apprendimento. Basterebbero quattro ore al giorno, massimo, e una scuola che prosegue poi fino alla fine di giugno e riprende i primi di settembre. In Svizzera i bambini delle elementari finiscono la scuola alle 12, poi però hanno varie forme di doposcuola insieme. Ma a scuola ci vanno fino alla fine di giugno e iniziano alla fine di agosto. È tutto molto più fisiologico.
Qui arriva l’altra obiezione: il caldo. E figuriamoci se io che di clima mi occupo posso negare il problema. La cosa che ritengono sconvolgente è che non ci sia alcun dibattito pubblico, ma proprio alcuno, sulla climatizzazione delle scuole. Sarebbe lo stesso se nei nostri uffici non ci fosse aria condizionata? Eppure nessuno dei miliardi del Pnrr è andato in questa direzione e non avremo più occasioni simili, visto il mare di debiti in cui siamo. Così ci ritroviamo una scuola con lavagne elettroniche e tablet e poi 35 gradi a giugno dentro le classi. Un’immagine perfetta delle nostre contraddizioni.
In conclusione, che dire? Le cose non cambieranno, noi continueremo ad arrangiarci, come abbiamo sempre fatto, si faranno ancora meno figli – il calo è ormai di 3,4 punti percentuali ogni anno.
E per questo, credo, bagnini e gli albergatori non possono dormire sogni tranquilli. Perché tanto tra un po’ non ci saranno più bambini. E le spiagge a settembre resteranno comunque deserte. Consiglio vivamente loro di iniziare a trasformarle in spiagge per cani, con gadget e servizi per animali domestici. Che non hanno un calendario scolastico che qualcuno potrebbe volere – chissà perché – progressivamente modificare. Magari per allineare l’Italia al continente al quale appartiene.
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Criteri Critici
Cancro sul lavoro in UE: i dati EU-OSHA e la prevenzione -... PuntoSicuro
Il cancro di origine professionale rimane una delle sfide più significative in materia di salute sul lavoro in Europa ed è la principale causa di morte sul lavoro nell'UE. Secondo il Codice europeo contro il cancro , i tumori di origine professionale rappresentano oltre il 45% di tutti i decessi sul lavoro nell'UE, con più di 100.000 vittime ogni anno. Allo stesso tempo, sempre più persone convivono e lavorano con il cancro. Tuttavia, lavorare durante il trattamento oncologico o dopo la guarigione può essere difficile e spesso richiede soluzioni flessibili e di supporto sul luogo di lavoro.
Tumori professionali: una delle principali sfide per la salute sul lavoro in Europa
L'esposizione a fattori di rischio cancerogeno sul luogo di lavoro è frequente. I risultati dell'indagine sull'esposizione dei lavoratori condotta dall'EU-OSHA indicano che quasi la metà dei lavoratori europei è stata probabilmente esposta ad almeno un fattore di rischio cancerogeno durante l'ultima settimana lavorativa, comprese esposizioni ad alto livello e multiple per determinate attività.
Sebbene gli agenti chimici rimangano la principale causa di tumori professionali, non sono gli unici. Anche i fattori di rischio fisici e organizzativi giocano un ruolo importante. Tra questi, le radiazioni ultraviolette solari, il lavoro notturno e altri fattori legati all'organizzazione e alle condizioni lavorative. Cresce l'interesse scientifico per i potenziali effetti cancerogeni degli interferenti endocrini (come alcuni pesticidi) e di alcuni nanomateriali , ad esempio i nanotubi di carbonio a parete multipla-7 (MWCNT-7) .
Interventi dell'UE per prevenire i tumori legati al lavoro.
In risposta alla portata del problema, l'Unione europea ha adottato misure per proteggere meglio i lavoratori. Prevenire l'esposizione alla fonte, migliorare la gestione del rischio sul luogo di lavoro e sensibilizzare l'opinione pubblica rimangono elementi essenziali per proteggere i lavoratori e ridurre l'incidenza dei tumori professionali in tutta Europa. La prevenzione dei tumori professionali è un obiettivo chiave del Quadro strategico dell'UE in materia di salute e sicurezza sul lavoro 2021-2027 e del Piano europeo per la lotta contro il cancro .
Uno strumento legislativo fondamentale è laDirettiva sulle sostanze cancerogene, mutagene e reprotossiche (CMRD). Questa Direttiva è stata rivista più volte per recepire le più recenti evidenze scientifiche. Si prevede che queste misure ridurranno significativamente i futuri casi di cancro correlato al lavoro e altri gravi effetti sulla salute.
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Tumore al seno, nutrizione parte della cura: le indicazioni su dieta, peso e attività fisica Farmacista33
Nutrizione
Nutrizione
26 Maggio 2026
Tumore al seno, nutrizione parte della cura: le indicazioni su dieta, peso e attività fisica Dalla Sinu focus sul ruolo della nutrizione nei percorsi di cura del carcinoma mammario: controllo del peso, dieta mediterranea, apporto proteico e attività fisica entrano sempre più nella gestione clinica e nel follow-up delle pazienti. di Redazione Farmacista33
La nutrizione è oggi considerata una componente integrante e imprescindibile del protocollo di cura delle donne con tumore al seno, con un ruolo che coinvolge prognosi, tolleranza alle terapie, qualità della vita e prevenzione delle complicanze metaboliche. Il tema è stato al centro del 46° Congresso Nazionale della Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU), in corso a Bergamo, dove gli esperti hanno richiamato la necessità di integrare screening nutrizionale, gestione del peso corporeo e attività fisica nei percorsi oncologici dedicati alle pazienti con carcinoma mammario.
Tumore al seno e alterazioni metaboliche
Il carcinoma mammario rappresenta il tumore femminile più diffuso a livello mondiale: secondo le stime Globocan 2022 i nuovi casi sono stati 2,3 milioni, pari al 24% di tutte le nuove diagnosi oncologiche nelle donne. In Italia, secondo Aiom 2025, ogni anno vengono diagnosticate oltre 50 mila donne con tumore al seno, con una sopravvivenza a cinque anni pari all’88% e circa 925 mila survivors.
Nel carcinoma mammario, spiegano gli esperti Sinu, il problema nutrizionale non riguarda soltanto la malnutrizione per difetto tipica di molte neoplasie, ma sempre più frequentemente una malnutrizione per eccesso, associata a obesità sarcopenica, aumento del grasso viscerale e alterazioni metaboliche favorite dalle terapie sistemiche, dalla menopausa iatrogena e dalla riduzione dell’attività fisica dopo la diagnosi.
“Negli ultimi anni, un numero crescente di studi ha evidenziato come il peso corporeo dopo una diagnosi di tumore al seno non sia solo una questione di benessere generale, ma un fattore che può influenzare in modo concreto la prognosi”, ha spiegato Alessio Filippone, vice-coordinatore del gruppo di lavoro Sinu “Nutrizione in Oncologia”, sottolineando che “le donne con obesità dopo la diagnosi presentano un rischio più elevato di mortalità, sia per tutte le cause, sia per il tumore al seno stesso, rispetto alle donne normopeso”.
Non conta solo il peso, ma anche il grasso addominale
Secondo quanto emerso dalla letteratura scientifica, non conta soltanto il peso corporeo totale ma anche la distribuzione del grasso corporeo. L’adiposità addominale, valutata per esempio attraverso la circonferenza vita, è infatti associata a una prognosi peggiore ed è correlata ad alterazioni metaboliche che possono favorire la progressione tumorale.
Le principali linee guida nazionali e internazionali indicano come fondamentale lo screening nutrizionale precoce nelle pazienti con tumore al seno, per identificare tempestivamente il rischio metabolico e intervenire prima che il declino funzionale diventi irreversibile.
Le indicazioni nutrizionali: proteine, carboidrati complessi e meno alcol
Sul piano clinico, il supporto nutrizionale deve puntare al mantenimento di un adeguato apporto proteico per preservare la massa muscolare e sostenere il sistema immunitario, oltre a favorire un corretto controllo glicemico attraverso il consumo di carboidrati complessi e la riduzione di zuccheri semplici, bevande zuccherate e alcol. “Le bevande alcoliche sono direttamente collegate a un maggior rischio di recidiva”, ha ricordato Filippone.
Un ruolo centrale viene attribuito alla dieta mediterranea, associata — secondo i dati richiamati dalla Sinu — a una riduzione del 22% della mortalità per tutte le cause e a una significativa diminuzione delle recidive. Particolarmente rilevanti anche i benefici cardiovascolari, considerato che nelle donne con pregresso tumore al seno il rischio cardiovascolare rappresenta una delle principali cause di mortalità a distanza di anni dalla diagnosi.
Accanto alla nutrizione, anche l’attività fisica viene considerata un pilastro del percorso di cura oncologico. Secondo le evidenze riportate dagli esperti Sinu, un esercizio regolare dopo la diagnosi può ridurre fino al 44% la mortalità totale e del 35% il rischio di recidiva, contribuendo inoltre al miglioramento della composizione corporea, alla riduzione del grasso viscerale e al recupero della massa muscolare.
Per rafforzare l’integrazione tra nutrizione, prevenzione e terapia oncologica, il gruppo di lavoro Sinu “Nutrizione in Oncologia” sta lavorando a indicazioni nutrizionali dedicate alle pazienti con tumore al seno, orientate a promuovere stili di vita corretti, mantenimento di un peso adeguato, alimentazione equilibrata e livelli di attività fisica compatibili con le condizioni cliniche delle donne durante e dopo i trattamenti oncologici.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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«Mfat», il grasso che aiuta a curare artrosi e tumori L'Eco di Bergamo
Una soluzione capace di migliorare la qualità della vita dei pazienti e prolungare la funzionalità articolare: si chiama tessuto adiposo umano microframmentato - MFAT - e, ora, nuove evidenze scientifiche ne confermano il ruolo sempre più centrale nella medicina rigenerativa, con applicazioni che spaziano dall’ortopedia alla medicina dello sport, fino all’oncologia. I risultati di queste ricerche e applicazioni cliniche (già utilizzate con successo nel trattamento dell’artrosi e delle patologie muscoloscheletriche, anche legate all’attività sportiva) sono stati illustrati venerdì 22 maggio dal professor Carlo Tremolada, direttore scientifico di Image Regenerative Clinic di Milano e inventore della tecnologia Lipogems® nel corso del «Milan Longevity Summit», svoltosi all’Allianz MiCo di Milano.
Oltre 250 relatori
Giunto alla terza edizione, il «Milan Longevity Summit» ha visto la partecipazione di autorevoli esponenti della Medicina e della Scienza, tra cui Thomas Südhof, premio Nobel per la Medicina 2013, David Furman, direttore del Buck Institute, Guido Kroemer, tra i massimi esperti mondiali di biologia e biochimica, e Jay Olshansky, professore alla School of Public Health dell’Università dell’Illinois a Chicago. Ma sono stati oltre 250 i relatori da tutto il mondo che hanno parlato a quasi diecimila partecipanti.
Il professor Tremolada ha partecipato alla sessione «Regenerative Medicine: Translating Science into Care» insieme a ricercatori e clinici di alcuni tra i più importanti centri italiani: Università del Sannio, Centro Cardiologico Monzino, Irccs Galeazzi, Columbus Clinic Center, Cdi-Centro Diagnostico Italiano e Irccs Auxologico.
Al centro del suo intervento, i risultati degli studi sull’MFAT condotti in collaborazione con Augusto Pessina, Francesca Paino, Giulio Alessandri (Università di Milano) e Michela Bosetti (Università del Piemonte Orientale).
Dalla ricerca alla clinica
«Negli ultimi anni, i dati clinici hanno dimostrato come l’MFAT sia in grado di offrire benefici significativi nel trattamento dell’artrosi, una condizione particolarmente diffusa negli anziani ma anche tra sportivi ed ex atleti. Grazie alla sua capacità di modulare l’infiammazione e favorire i processi di rigenerazione tissutale, questo approccio rappresenta una valida alternativa alle terapie tradizionali più invasive» ha spiegato il professor Tremolada. «Non solo: le vescicole extracellulari (EVs) derivate da MFAT - ha aggiunto - giocano un ruolo chiave nel mantenimento dell’equilibrio tra osso e cartilagine, contribuendo a ridurre il riassorbimento osseo e a rallentare la degenerazione articolare tipica dell’osteoartrosi».
Per una migliore qualità della vita
L’utilizzo di MFAT, spiegano i ricercatori, consente infatti interventi mirati, minimamente invasivi e con un elevato profilo di sicurezza, favorendo il recupero funzionale e la ripresa dell’attività fisica, così importante a tutte le età e soprattutto, oggi, in ottica longevity, quando la sfida da vincere è quella di garantire benessere e qualità della vita anche in età più avanzata.
L’ambito oncologico
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Nuova terapia anti anemia applicata a 14enne a Perugia Corriere dell’Umbria
Domenica 31 Maggio 2026 Sfoglia il giornale Sanità Ma.Pe. 25 Maggio 2026, 18:54 Anche all’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia, dopo ilBambin Gesù a Roma, è stata somministrata, per la prima volta, a un ragazzo di14 annilaterapia genicaper il trattamento dellabeta-talassemia e dell'anemia falciformee la terapia è statainteramente rimborsata dal servizio sanitario nazionale. Lo ha annunciato nei giorni scorsi ilsenatore di Fratelli d'Italia Francesco Zaffini, presidente della commissione Sanità, lavoro e previdenza di palazzo Madama. “Nei giorni scorsi, presso l'ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia- ha annunciato Zaffini - sotto la guida deldottor Francesco Arcioni,direttore della struttura complessa di oncoematologia pediatricaeresponsabile del programma di terapia genicapresso l'azienda ospedaliera del capoluogo umbro, è stata somministrata a un ragazzo di14 anniper la prima volta laterapia genicaper il trattamento della beta-talassemia e dell'anemia falciformeinteramente rimborsata dal servizio sanitario nazionale”. “Con questo importante successo - ha aggiunto -l'Umbria recupera il primatoche le compete per la sua storia nel campo dell'ematologia clinica el'Italia si dimostra ancora una volta pionieranel trattamento delle malattie rare e complesse, che richiedono soluzioni terapeutichealtamente innovativerese accessibili a tutti i cittadini grazie all'universalità del nostro sistema sanitario; sono trattamenti, come quello somministrato oggi al minore, definitione shotche permettono cioè di cambiare radicalmente la vita dei pazienti guarendo dalla patologia. Effetto particolarmente prezioso per chi la vita l'ha appena iniziata. Affinché questo primato non rimanga un caso isolato - continua Zaffini - ma rappresenti invece un modello strutturale di accesso all'innovazione per tutti i pazienti, è necessario implementare unagovernance specifica e sostenibilein grado di regolamentare in modo organico l'accesso alle terapie avanzate”. L’importanza di unaterapia di questo tipoper i malatibeta-talassemia e l'anemia falciformeè quindi fondamentale: in assenza di terapia genomica si tratta di malati obbligati a sottoporsi acontinue trasfusioni. In particolare la terapia prevede che lecellule staminali ematopoietichevengano estratte dal paziente,modificate geneticamentein laboratorio e reinfuse nel suo organismo, dove danno origine alle cellule del sangue in grado di produrreemoglobina fetale (sana),riducendo o eliminando la necessità di trasfusioni. *Iscrivendoti alla newsletter dichiari di aver letto e accettato le nostrePrivacy Policy Gruppo Corriere S.r.l. | Perugia (PG) - Via Pievaiola 166/F6P.IVA 11948101008 - Codice Fiscale: 11948101008
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Tumore al seno, ogni anno 60 mila diagnosi. Buone risposte dalla prevenzione Italpress
ROMA (ITALPRESS) – Il tumore del seno rappresenta oggi la neoplasia più frequente nella popolazione femminile in Italia e nel mondo. In Italia, secondo Aiom e Aertum, ogni anno si registrano circa 55mila-60mila nuove diagnosi di tumore della mammella: l’incidenza aumenta con l’età, ma in realtà questo tumore riguarda anche una quota significativa di donne più giovani; circa un caso su quattro viene infatti diagnosticato prima dei cinquant’anni. A livello globale i dati della World Health Organization e della International Agency for Research on Cancer parlano di oltre 2,3 milioni di nuovi casi ogni anno: l’incidenza è più elevata nei paesi ad alto reddito ma la crescita più rapida si osserva nelle aree a medio e basso reddito, dove i cambiamenti negli stili di vita, dall’alimentazione alla riduzione della natalità, stanno modificando il profilo di rischio. Se l’incidenza resta elevata, i progressi sul fronte della sopravvivenza sono molto incoraggianti: in Italia la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi ha raggiunto oggi livelli tra i più alti in Europa, attestandosi intorno all’87-90%; un risultato reso possibile da una combinazione di fattori, programmi di screening, maggiore consapevolezza, diagnosi sempre più tempestiva e terapie sempre più efficaci, dalla chirurgia conservativa alle cure sistemiche mirate.
“Il tumore al seno è un universo, però possiamo comunque restringere il campo a quattro sottotipi maggiori. Il più frequente è il tumore ormonosensibile, che rappresenta i due terzi o addirittura i tre quarti dei tumori mammari e si verifica soprattutto dopo la menopausa: questi a loro volta si dividono in tumori ormonodipendenti con proliferazione bassa o alta”, ha spiegato Paolo Veronesi, direttore della divisione di Chirurgia senologica e Breast Unit dell’Istituto europeo di Oncologia di Milano e presidente della Fondazione Umberto Veronesi, intervistato da Marco Klinger per Medicina Top, format tv dell’agenzia di stampa Italpress.
Le tipologie di trattamento, sottolinea Veronesi, sono diverse: “Normalmente i tumori ormonali richiedono un intervento chirurgico o di radioterapia, nel caso occorra qualcosa di più conservativo, e una cura di tipo ormonale. Quest’ultima dipenderà dallo stato menopausale della paziente: alle donne più giovani si può dare il tamoxifene, se il tumore è molto piccolo o con linfonodi negativi, o si può fare una terapia più complessa che prevede di bloccare il ciclo e indurre la menopausa con dei farmaci; in questo caso le prospettive di guarigione sono ottime, ma dipende anche dallo stadio iniziale. Quando la proliferazione è un po’ più vivace, a volte si può aggiungere anche un trattamento chemioterapico, sia pre che post operatorio”.
Sul tumore mammario, prosegue, “possiamo fare ottima prevenzione, anche perché la crescita di solito non è così rapida ed è dunque difficile che sfugga ai controlli periodici: purtroppo ci sono anche tumori molto aggressivi che si manifestano tra un controllo e l’altro e sfuggono alla prevenzione, mentre i tumori ormonali vengono facilmente individuati quando sono di piccole dimensioni perché hanno una nettezza abbastanza lunga nel tempo di crescita. Il vantaggio di uno studio multicentrico è naturalmente quello di poter arruolare un numero maggiore di pazienti in un tempo più breve: l’obiettivo è anticipare uno studio genomico, che normalmente viene offerto ai pazienti dopo un intervento chirurgico nei casi di tumore con proliferazione vivace per capire se ci può essere un vantaggio o meno in un trattamento chemioterapico; questo studio permette di fare il test prima dell’intervento chirurgico, per capire se la paziente può essere candidata prima dell’intervento chirurgico a una chemioterapia neoadiuvante o a una terapia ormonale o se invece si deve andare direttamente all’intervento senza passare dalla chemioterapia”.
Paolo Veronesi si sofferma poi sull’eredità lasciata dal padre Umberto, evidenziando come “è stato papà non solo mio ma in un certo senso di tutti i senologi italiani e dei chirurghi e non che si occupano di questa patologia: ha insegnato il rispetto della femminilità e dell’aspetto della donna, ha introdotto la chirurgia conservativa, ha condotto ricerche sulla conservazione dei linfonodi e sulla possibilità di evitare la radioterapia dopo l’intervento; a lui dobbiamo anche la ricostruzione mammaria e la chirurgia oncoplastica, segno che metteva massima attenzione alla qualità di vita e all’aspetto estetico in modo da evitare il disagio per l’asportazione dei linfonodi. Un altro messaggio di papà era di non fermarsi mai: ricordo che tutte le volte che finivamo uno studio scientifico lui ci spronava a continuare. Era sempre pronto a innovare: anche negli ultimi anni della sua vita, quando sapeva che magari un suo studio non sarebbe stato portato a termine, lo proponeva ugualmente e poi li abbiamo finiti noi. I medici di oggi sono padroni di una tecnologia che mio papà non aveva perché non c’era: hanno la possibilità di accedere a informazioni maggiori rispetto a un tempo. Credo però che l’aspetto umano sia altrettanto fondamentale, soprattutto nell’entrare in empatia con i pazienti e capire quali sono i loro desideri, programmi di vita, idee sul futuro in modo da venirgli incontro con le terapie che proponiamo: le nostre proposte vanno sempre adattati ai desideri delle pazienti, naturalmente nel rispetto dei limiti della correttezza scientifica. Poi c’è l’aspetto dell’esame clinico: oggi spesso si guardano gli esami ma si trascura di visitare la paziente e creare un rapporto personale. Altrettanto importante è guardare gli esami diagnostici: oggi tutti leggono i referti e magari nessuno si prende la briga di guardare le mammografie, mentre io e papà non avevamo le mammografie digitali e guardavamo con la lente la lastra stampata”.
L’ultima riflessione è dedicata al lavoro svolto dalla Fondazione Umberto Veronesi, con la quale “cerchiamo di fare tanto in termini di prevenzione: ci manca molto sulla prevenzione primaria, ad esempio sugli stili di vita, ma anche su quella secondaria abbiamo cercato di capire perché molte donne soprattutto al centro-sud non vogliono fare questi esami, pur essendo invitate a farli gratuitamente; a volte ci è stato risposto che questi esami non venivano fatti per paura di trovare una malattia e quindi fare una chirurgia, ma questo è un approccio culturale completamente sbagliato perché se troviamo una malattia di piccole dimensioni basta un intervento rapido in un Day Hospital”.
– foto tratta da video Medicina Top –
(ITALPRESS).
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Asl Pescara. Eseguiti i primi trattamenti di radioterapia interventistica con tecnica endocavitaria AgenSalute
Pescara, 25 maggio 2026 – La ASL di Pescara amplia l’offerta terapeutica in ambito oncologico con l’esecuzione del primo trattamento di radioterapia interventistica con tecnica endocavitaria, effettuato il 21 maggio scorso presso la UOSD di Radioterapia aziendale, diretta dal Dr. Pierluigi Bonfili.
La nuova procedura rappresenta un ulteriore passo avanti nello sviluppo delle tecniche radioterapiche ad alta specializzazione disponibili nell’Ospedale di Pescara e contribuisce a rafforzare il ruolo della ASL di Pescara come punto di riferimento regionale e interregionale nel trattamento oncologico.
La UOSD di Radioterapia della ASL di Pescara dispone di 2 Acceleratori lineari di ultima generazione e di un impianto dedicato di brachiterapia HDR, collocato in bunker dedicato, che consentono l’esecuzione di trattamenti radioterapici ad alta complessità con tecnologie avanzate di precisione.
Tra le metodiche disponibili figurano tecniche 4D con gating respiratorio in DIBH, trattamenti stereotassici cranici Hyper-Arc e procedure TBI/TMLI impiegate nei programmi di condizionamento al trapianto di midollo osseo. La ASL di Pescara è attualmente l’unica in Abruzzo ad erogare trattamenti TBI/TMLI e tra i pochi centri in Italia ad utilizzare tali procedure con tecnica VMAT.
L’offerta terapeutica comprende inoltre brachiterapia da contatto, endocavitaria, endoluminale ed interstiziale, consentendo di trattare numerose patologie oncologiche con approcci altamente specialistici e sempre più mirati.
“La progressiva implementazione delle tecnologie e delle tecniche utilizzate – spiega il Dr. Vincenzo Di Egidio, Direttore del Dipartimento dei Servizi della ASL di Pescara – ha consentito negli ultimi anni un significativo incremento dell’attività clinica, con risultati rilevanti anche in termini di efficienza, appropriatezza ed efficacia terapeutica. Un’evoluzione che contribuisce inoltre a rafforzare la capacità attrattiva della ASL di Pescara, con una crescente mobilità attiva anche da territori esterni all’area provinciale e regionale.”
“Il raggiungimento di tanti obiettivi – continua Di Egidio – è stato possibile anche grazie all’impegno totale e costante dell’UOSD di Fisica Sanitaria – diretta dalla Dr.ssa Piera Turano – che ha saputo non solo consentire ma anche stimolare l’ottenimento di tali risultati.”
Un ringraziamento viene inoltre rivolto dal Direttore di Dipartimento alla UOC Hospice e Cure Palliative, diretta dalla Dr.ssa Donatella Bosco, “per il supporto garantito ai pazienti oncologici che affrontano percorsi terapeutici complessi, accompagnandoli con competenza professionale, attenzione alla persona e cura della qualità della vita lungo tutto il percorso assistenziale”.
La ASL di Pescara ha inoltre avviato la procedura per la sostituzione dell’Acceleratore lineare di acquisizione meno recente, nell’ambito del programma di ammodernamento tecnologico sostenuto dalla Direzione aziendale, Strategica e Dipartimentale, con l’obiettivo di consolidare ulteriormente gli standard assistenziali e l’offerta terapeutica in ambito oncologico.
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Tumore prostata metastatico, un farmaco per frenare la progressione la Repubblica
Sono appena stati resi noti nuovi dati in merito all’efficacia e alla sicurezza di darolutamide, un farmaco per il tumore alla prostata che ha da poco ricevuto un estensione di indicazione da parte di Aifa (per il trattamento della malattia metastatica con o senza chemioterapia). Sono quelli dello studio Arasec e dimostrano che la molecola, in associazione a terapia di deprivazione androgenica (Adt), riduce il rischio di progressione della malattia e il rischio di morte nel tumore della prostata ormonosensibile metastatico (mHSPC) rispetto alla sola Adt.
I risultati arrivano dalla presentazione avvenuta nei giorni scorsi durante il congresso dell’American Urological Association.
Una nuova opzione contro il tumore alla prostata
Darolutamide è un inibitore del recettore degli androgeni che si assume per via orale, inibendone la funzione e la crescita delle cellule tumorali. A oggi è indicato per il trattamento del cancro della prostata non metastatico resistente alla castrazione (nmCRPC) ad alto rischio di metastasi, cancro della prostata metastatico ormono-sensibile (mHSPC) più terapia di deprivazione androgenica in associazione o meno con chemioterapia. E’ un farmaco con una scarsa capacità di attraversare la barriera emato-encefalica e che ha mostrato un buon profilo di tollerabilità. I dati dello studio di fase II Arasec, appena presentati Oltreoceano, confermano efficacia e sicurezza della molecola.
Lo studio Arasec
Più nello specifico, Arasec è uno studio per la valutazione del farmaco, in associazione a terapia di deprivazione androgenica, confrontato con un braccio di controllo esterno (trattato con la sola Adt), condotto su pazienti con cancro della prostata metastatico ormono-sensibile, mHSPC. Nei pazienti con questa forma di malattia (fino al 10% alla diagnosi iniziale) circa un terzo (~38%) sopravviverà cinque anni più dopo la diagnosi, e la maggior parte progredirà verso il tumore della prostata resistente alla castrazione (CRPC), una condizione con una sopravvivenza a lungo termine limitata.
“I risultati dello studio Arasec forniscono ulteriori prove del fatto che la combinazione di darolutamide e terapia di deprivazione androgenica (Adt) offre un chiaro beneficio di sopravvivenza rispetto alla sola Adt nei pazienti con tumore della prostata ormonosensibile metastatico”, ha commentato Luigi Formisano, professore di Oncologia Medica all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Rispetto alla sola terapia con Adt, darolutamide ha ridotto del 71% il rischio di progressione di malattia e del 50% quello di morte. Malgrado la segnalazione di eventi avversi sia elevata (presente nel 96% di pazienti), solo l’8,1% ha interrotto il trattamento con il farmaco. “I dati confermano ulteriormente la capacità di darolutamide di offrire a medici e pazienti affetti dal tumore della prostata un'opzione terapeutica efficace e, soprattutto, ben tollerata, che preserva la qualità di vita dei pazienti”.
Uno studio clinico innovativo
Christine Roth, Executive Vice President, Global Product Strategy and Commercialization e membro del Pharmaceuticals Leadership Team di Bayer, commentando i risultati, ha sottolineato il carattere innovativo dello studio. Il braccio di controllo esterno dell studio Arasec, infatti, proveniva dallo studio di fase III Chaarted.
“Riteniamo che Arasec sia anche il primo studio sul tumore della prostata ormonosensibile metastatico ad adottare un innovativo disegno di studio ibrido, in cui una coorte arruolata in modo prospettico viene abbinata a una coorte esterna di pazienti proveniente da uno studio precedente. Sfruttando i dati esistenti insieme ai nuovi arruolamenti, questo approccio potrebbe contribuire a semplificare e accelerare i futuri studi clinici sul tumore della prostata”.
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Il protocollo sanitario per due sospetti casi di ebola è stato attivato a Lurate Caccivio, piccolo paese del Comasco. Lo ha comunicato in una nota alla cittadinanza sindaca Serena Arrighi. A mostrare sintomi riconducibili alla malattia due cooperanti, un uomo…
Il protocollo sanitario per sospetti casi di ebola è stato attivato in due paesini del Comasco, Lurate Caccivio e Bulgarogrosso. A mostrare sintomi riconducibili alla malattia due cooperanti, un uomo di 31 anni e una donna di 33, di ritorno dall’Uganda dopo una permanenza di circa tre mesi per attività di volontariato. I due sono atterrati domenica all’alba a Malpensa con un volo da Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia: viaggiavano in un gruppo di sette persone composto da due nuclei familiari. I sospetti contagiati, ha spiegato in conferenza stampa l’assessore lombardo alla Sanità Guido Bertolaso, hanno mostrato un aumento della temperatura corporea durante la notte: nel caso della donna si trattava di “febbre molto alta con nausea, vomito, diarrea, e anche una leggera sintomatologia di carattere neurologico”. Meno preoccupante la situazione del 31enne, con febbre a 37,5-38 e “sintomi vaghi di problematiche di tipo intestinale”. Entrambi sono stati isolati e portati dai Vigili del fuoco all’ospedale Sacco di Milano in attesa dei risultati dei test per l’ebola, che arriveranno tra il tardo pomeriggio e la serata di lunedì. La figlia della 33enne, una bambina di un anno, ha contratto la malaria durante il viaggio: per questo, afferma Bertolaso, “pensiamo che probabilmente la causa di quei sintomi sia quella di una malaria anche cerebrale o di un virus gastrointestinale”. Gli altri componenti del gruppo e alcuni contatti familiari sono stati posti in isolamento domiciliare fiduciario e vengono monitorati dalle autorità sanitarie.
“Con riferimento all’epidemia di malattia da virus Bundibugyo-Bvc sviluppata nella Repubblica democratica del Congo“, il ministero della Salute comunica in una nota “che sono attualmente in corso approfondimenti sanitari relativi ad alcuni soggetti rientrati nelle scorse ore dall’Uganda e sottoposti, a titolo precauzionale, a valutazione clinica specialistica presso strutture ospedaliere ad alta specializzazione. In particolare, due persone con sintomatologia febbrile sono state trasferite presso il Sacco di Milano, struttura dotata dei più elevati livelli di biocontenimento e di gestione delle malattie infettive ad alto rischio, dove saranno eseguiti gli accertamenti diagnostici previsti dai protocolli nazionali e internazionali. Le altre persone appartenenti ai nuclei familiari coinvolti sono sottoposte a sorveglianza sanitaria e monitoraggio da parte delle autorità competenti. Il ministero della Salute, attraverso il Dipartimento della Prevenzione, è in contatto con la Regione Lombardia che si è subito attivata”, si legge. Il ministero sottolinea che il rischio di ebola in Italia “resta molto basso“: “Il sistema nazionale di preparazione e risposta alle emergenze infettive è pienamente operativo e tutte le procedure previste per la gestione di eventuali casi sospetti risultano attivate. Il ministero monitora costantemente l’evolversi della situazione in stretto raccordo con le Regioni, l’Istituto superiore di sanità, le strutture ospedaliere di riferimento, le autorità sanitarie nazionali e tutti gli enti coinvolti”.
Lunedì mattina le autorità ugandesi hanno confermato due nuovi casi di ebola nel Paese dell’Africa orientale, portando il totale a sette. A quanto riferisce il ministero della Salute, si tratta di operatori sanitari che lavorano in una struttura privata nella capitale Kampala. Nella Repubblica democratica del Congo, il paese più colpito dall’epidemia, i casi sospetti hanno invece superato i novecento, principalmente nella provincia orientale di Ituri. Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha avvertito che “i Paesi confinanti con la Rdc sono particolarmente a rischio e dovrebbero adottare misure immediate”. Ma Bertolaso sottolinea che “non c’è alcun motivo per creare allarmismi” in Italia: “Conosciamo bene queste situazioni e il nostro sistema sanitario è preparato ad affrontarle. Ho vissuto personalmente l’emergenza in Sierra Leone durante una delle epidemie più gravi mai registrate e sappiamo quanto queste malattie possano essere serie. Allo stesso tempo, è importante chiarire che per arrivare a una diffusione ampia servono condizioni sanitarie, climatiche e sociali che fortunatamente in Italia non esistono”, afferma. “Allo stato attuale il rischio per la popolazione italiana resta molto basso”, conferma all’agenzia di stampa LaPresse il virologo Fabrizio Pregliasco. La gestione dei due casi lombardi, spiega, “rientra pienamente nei protocolli di massima precauzione adottati a livello internazionale: significa agire rapidamente, isolare eventuali casi sospetti e svolgere gli accertamenti necessari in strutture ad alta specializzazione. Questo non equivale alla conferma di casi di Ebola, ma rappresenta una misura preventiva indispensabile per garantire sicurezza sanitaria e contenimento del rischio”.
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Leucemia mielomonocitica cronica: una nuova mappa genetica per comprendere la malattia e orientare il percorso di cura Corriere della Sera
di Redazione Salute
I risultati di uno studio internazionale pubblicati aiutano a capire meglio l'evoluzione di questa malattia e aiutano a definire un nuovo approccio per personalizzare le terapie, migliorando le prospettive dei pazienti
I risultati di uno studio internazionale pubblicati sul Journal of Clinical Oncology propongono un nuovo approccio per migliorare la gestione della leucemia mielomonocitica cronica, una rara neoplasia del sangue caratterizzata da elevata variabilità tra i pazienti e da esiti spesso sfavorevoli. Integrando informazioni molecolari, parametri clinici e modelli computazionali avanzati, i ricercatori hanno sviluppato strumenti in grado di stimare più accuratamente l’evoluzione della malattia e supportare decisioni terapeutiche personalizzate.
Lo studio, multicentrico e su larga scala, è il risultato della collaborazione di un team internazionale che coinvolge centri di ricerca in Europa, Stati Uniti e Taiwan. Il progetto è stato ideato e coordinato dall'Istituto Clinico Humanitas di Milano, sotto la guida di Matteo Della Porta, responsabile di Leucemie dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas e professore di Humanitas University. Hanno contribuito allo studio Saverio D’Amico, ingegnere biomedico e data scientist presso Humanitas AI Center, impegnato nello sviluppo degli strumenti di analisi dei dati e, come primo autore, Luca Lanino, ematologo presso la Yale School of Medicine ed ex specializzando di Humanitas University.
Una malattia rara e complessa La leucemia mielomonocitica cronica si distingue per l’aumento dei monociti nel sangue, un tipo di globuli bianchi coinvolto nella risposta immunitaria, ed è caratterizzata da una marcata eterogeneità clinica. Colpisce prevalentemente la popolazione adulta e, in una parte dei casi, può evolvere in leucemia mieloide acuta, una forma più aggressiva della malattia.
Il trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche rappresenta ad oggi l’unico trattamento potenzialmente curativo (ovvero in grado di portare a guarigione), tuttavia molti pazienti non sono candidabili a causa dell’età avanzata o della presenza di altre patologie concomitanti. Le alternative farmacologiche disponibili, come gli agenti ipometilanti, offrono benefici limitati, evidenziando la necessità di strumenti prognostici più precisi e di approcci terapeutici sempre più personalizzati.
Una nuova mappa genetica della malattia Analizzando i dati clinici e genetici di oltre 3.500 pazienti con un approccio multimodale, i ricercatori hanno identificato nove cluster molecolari, ciascuno associato a specifiche alterazioni genetiche e a differenti esiti clinici. Una parte dei pazienti (circa il 15%) ha inoltre mostrato caratteristiche sovrapposte ad altre neoplasie mieloidi, suggerendo che i confini tra queste malattie siano meno definiti di quanto ritenuto finora.
«Questa nuova mappa genetica permette di descrivere la malattia in modo più preciso rispetto alle classificazioni tradizionali, offrendo uno strumento per comprendere meglio le differenze tra i pazienti e la variabilità clinica che osserviamo nella pratica - spiega Luca Lanino -. Una classificazione più accurata rappresenta la base per sviluppare strategie terapeutiche sempre più mirate».
Come cambia la valutazione del rischio I dati raccolti hanno portato allo sviluppo dell’International CMML Prognostic Scoring System (iCPSS), un nuovo sistema prognostico che integra mutazioni genetiche, parametri ematologici e alterazioni citogenetiche, cioè anomalie dei cromosomi che contengono il DNA.
Il modello individua cinque gruppi prognostici, ciascuno con differenti probabilità di sopravvivenza complessiva e di evoluzione verso leucemia acuta, migliorando la capacità predittiva su base individuale rispetto ai sistemi precedenti. Circa il 55% dei pazienti è stato infatti riclassificato in categorie di rischio diverse.
«Integrare informazioni genetiche e cliniche consente di ottenere una valutazione più precisa della prognosi e di personalizzare le decisioni terapeutiche - osserva MatteoDella Porta -. Questo approccio permette di identificare meglio i pazienti che possono beneficiare di strategie più intensive, come il trapianto, e di pianificare il percorso di cura in modo più mirato».
Il ruolo dell’intelligenza artificiale Un elemento innovativo dello studio è l’impiego di strumenti avanzati di analisi dei dati e modelli decisionali sviluppati attraverso tecniche di intelligenza artificiale, con il contributo dell’Humanitas AI Center, che include tra le proprie linee di ricerca lo sviluppo di Digital Twin, rappresentazioni virtuali di pazienti costruite integrando dati clinici, genomici, immagini mediche, trattamenti ed esiti, per la comprensione e la gestione in particolare delle malattie in ambito oncoematologico. In questo contesto, i ricercatori hanno implementato una piattaforma di apprendimento federato, che consente di aggiornare continuamente il modello utilizzando dati provenienti da diversi centri senza condividere direttamente informazioni sensibili dei pazienti. L’uso di dati sintetici ha inoltre permesso di simulare scenari clinici realistici, testando e validando il modello per favorirne applicazioni future.
Verso una Medicina di precisione Nel loro insieme, queste soluzioni dimostrano come l’integrazione tra ricerca clinica, genomica e intelligenza artificiale possa supportare lo sviluppo di strumenti prognostici dinamici e aggiornabili nel tempo, con ricadute concrete sulla pratica clinica.
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda infatti le strategie terapeutiche: l’adozione del modello ha modificato la pianificazione del trattamento nel 31% dei casi, con un miglioramento atteso della sopravvivenza nei pazienti idonei a terapie più intensive, come il trapianto di cellule staminali.
Complessivamente, lo studio rappresenta un risultato di rilievo internazionale e un possibile cambio di paradigma nella gestione della leucemia mielomonocitica cronica, dimostrando come la medicina di precisione possa diventare sempre più applicabile nella pratica clinica quotidiana.
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Tumore ovarico, il digiuno controllato migliora la risposta alla chemioterapia Dazebaonews
Lo studio del Gemelli presentato all’ASCO 2026. Una strategia nutrizionale basata sul digiuno controllato prima e dopo la chemioterapia potrebbe migliorare la risposta delle pazienti con tumore ovarico avanzato ai trattamenti oncologici.
È quanto emerge da uno studio coordinato dal Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, selezionato tra oltre 3.400 abstract per la conferenza stampa pre-congressuale dedicata agli stili di vita dell’American Society of Clinical Oncology Annual Meeting 2026.
La ricerca, coordinata dalla professoressa Claudia Marchetti, ha analizzato gli effetti del digiuno peri-chemioterapia in 36 donne con carcinoma ovarico in stadio avanzato (III-IV), trattate con chemioterapia neoadiuvante a base di carboplatino e paclitaxel.
Digiuno controllato e chemioterapia: come si è svolto lo studio
Le partecipanti sono state suddivise in due gruppi. Il primo ha seguito un protocollo alimentare caratterizzato da 36 ore di digiuno prima della chemioterapia e 24 ore successive al trattamento, mentre il gruppo di controllo ha mantenuto una dieta libera.
Durante il periodo di digiuno erano consentiti acqua, tisane, brodo vegetale leggero e fino a due litri di succo vegetale al giorno, per un massimo complessivo di 350 calorie quotidiane.
L’obiettivo dello studio era comprendere se il digiuno controllato potesse influenzare i livelli di insulina, ormone spesso associato alla crescita tumorale e alla resistenza alle terapie oncologiche, e migliorare l’efficacia della chemioterapia.
Tumore ovarico: risultati promettenti sul fronte terapeutico
Dopo tre cicli di trattamento, le pazienti sottoposte al protocollo di digiuno hanno mostrato risultati significativamente migliori rispetto al gruppo con alimentazione standard.
In particolare, i ricercatori hanno osservato una marcata riduzione dei livelli di insulina e una migliore risposta patologica alla chemioterapia. Quasi il 60% delle donne del gruppo digiuno ha ottenuto una risposta completa o quasi completa ai trattamenti, contro meno del 20% del gruppo di controllo.
Anche la sopravvivenza libera da progressione è risultata più lunga: oltre 38 mesi nelle pazienti che hanno seguito il digiuno peri-terapia rispetto ai 24 mesi registrati nelle donne con dieta libera.
Secondo i ricercatori, il digiuno avrebbe inoltre favorito modificazioni immunologiche positive, potenzialmente in grado di aumentare l’efficacia della risposta antitumorale.
Effetti collaterali simili tra i due gruppi
Lo studio ha evidenziato anche un buon profilo di tollerabilità del protocollo nutrizionale. Tutte le pazienti del gruppo digiuno hanno completato il trattamento previsto e gli effetti collaterali osservati, in particolare la riduzione dei globuli bianchi e dell’emoglobina, sono risultati sovrapponibili rispetto al gruppo di controllo.
“Nonostante i progressi della chirurgia e della chemioterapia – ha spiegato la professoressa Claudia Marchetti – le pazienti con carcinoma ovarico avanzato continuano ad avere una prognosi sfavorevole. È quindi fondamentale individuare nuove strategie sicure, sostenibili e facilmente applicabili per migliorare l’efficacia delle cure”.
Digiuno e tumori: verso nuovi studi clinici
Gli esperti dell’ASCO hanno definito i risultati dello studio “promettenti”, sottolineando come confermino dati preliminari già emersi in precedenti ricerche sul ruolo metabolico del digiuno durante le terapie oncologiche.
Saranno tuttavia necessari studi clinici più ampi per validare definitivamente questi risultati e comprendere meglio i meccanismi biologici che potrebbero spiegare il miglioramento della risposta ai trattamenti contro il tumore ovarico.
Il tema del rapporto tra alimentazione, metabolismo e terapie oncologiche si conferma così uno dei filoni più innovativi della medicina personalizzata e della ricerca sul cancro.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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Otto arresti, undici Daspo e un’inchiesta aperta dalla procura di Torino. Proseguono le indagini sugli scontri ultras scoppiati prima del derby della Mole tra Torino e Juventus, in cui è rimasto gravemente ferito il tifoso juventino Marco Leonardo Basoccu, ri…
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Otto arresti, undici Daspo e un’inchiesta aperta dalla procura di Torino. Proseguono le indagini sugli scontri ultras scoppiati prima del derby della Mole tra Torino e Juventus, in cui è rimasto gravemente ferito il tifoso juventino Marco Leonardo Basoccu, ricoverato in terapia intensiva dopo essere stato colpito da un oggetto contundente durante i tafferugli scoppiati nelle ore precedenti alla partita. Basoccu, 36 anni, resta ricoverato in osservazione in terapia intensiva. Le sue condizioni vengono definite stabili, ma resta in coma farmacologico. Nel frattempo, le indagini dovranno chiarire innanzitutto da cosa è stato colpito. Se da una bottiglia di vetro, come emerge dalla prime ricostruzioni, oppure da un razzo lacrimogeno, come hanno dichiarato fin da subito gli ultras e come sostiene apertamente il padre, Pierluigi Basoccu: “L’impatto è stato fortissimo e devastante e ho testimonianze dei ragazzi che erano lì con lui: è stato un razzo lacrimogeno sparato ad altezza uomo“.
La procura di Torino ha aperto un fascicolo per chiarire le responsabilità legate al ferimento di Marco Basoccu. L’inchiesta, affidata al pm Paolo Scafi, procede al momento con l’ipotesi di lesioni gravi. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire con precisione quanto accaduto nei momenti più concitati degli scontri e se vi siano responsabilità dirette nell’episodio che ha portato al grave ferimento del tifoso juventino. Gli accertamenti medici e investigativi sembrano orientarsi verso una ricostruzione: sul corpo del tifoso non sarebbero state rilevate bruciature compatibili con un lacrimogeno, mentre le lesioni sarebbero riconducibili all’impatto con un oggetto contundente, probabilmente una bottiglia di vetro forse addirittura piena. Non si esclude che il colpo possa essere arrivato dal cosiddetto “fuoco amico”, cioè da un altro sostenitore juventino coinvolto nei disordini.
La versione del padre
Questa ricostruzione però viene smentita con forza da Pierluigi Basoccu, il padre di Marco. Parlando sia con Repubblica che con Corriere della Sera, ha spiegato: “Io ho le testimonianze di almeno 200 ragazzi che erano lì fuori, che sono stati con noi fino alle due di notte, che erano parte dei gruppi dei Viking Milano“, ovvero il gruppo ultras di cui è membro anche il figlio. ” Erano lì fuori in attesa di essere controllati nel settore ospiti: sono stati assaliti da un manipolo di tifosi del Toro, dopodiché la polizia ha subito risposto con un lancio di lacrimogeni, uno dei quali, sparato ad altezza d’uomo, è arrivato sulla testa di mio figlio”, ha aggiunto Basoccu. Che ha sottolineato: “Mi sono indignato leggendo la versione di una bottiglia, quella al massimo provoca qualche punto di sutura”. Le condizioni di Marco Basoccu invece sono molto più gravi: “Purtroppo ha la calotta cranica frantumata in più pezzi e non è stata neanche ricostituita tutta, quindi l’impatto è stato devastante”. Sulle testimonianze dei tifosi bianconeri e su questa ricostruzione dovrà lavorare la Procura, per tutte le verifiche del caso.
Gli otto tifosi arrestati
La polizia ha arrestato otto tifosi juventini: tre in flagranza di reato e altri cinque in flagranza differita, grazie all’analisi delle immagini registrate dal drone utilizzato durante il servizio di ordine pubblico. Gli arrestati sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di resistenza a pubblico ufficiale, lancio di materiale pericoloso e possesso di artifizi pirotecnici in occasione di manifestazioni sportive. Il questore di Torino ha inoltre disposto undici Daspo nei confronti di tifosi coinvolti nei disordini. Parallelamente, la Digos sta continuando gli accertamenti per identificare eventuali altri responsabili degli scontri. Nel bilancio della giornata figurano anche sei agenti della polizia di Stato rimasti contusi durante le tensioni tra ultras e forze dell’ordine.