“Mi hanno trovato un cancro ai testicoli a 34 anni. La diagnosi è stata uno choc e le cure estenuanti”: la rivelazione di Will Reve in diretta a Good Morning America
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Will Reeve, figlio del compianto e celebre attore Christopher Reeve, interprete di Superman, ha annunciato di aver recentemente combattuto contro un cancro. Il 34enne corrispondente di “Good Morning America”, ha rivelato durante la puntata di martedì scorso d…
Will Reeve, figlio del compianto e celebre attore Christopher Reeve, interprete di Superman, ha annunciato di aver recentemente combattuto contro un cancro. Il 34enne corrispondente di “Good Morning America”, ha rivelato durante la puntata di martedì scorso di aver ricevuto una diagnosi di cancro ai testicoli all’inizio di quest’anno, rassicurando i telespettatori di “stare bene”. “La diagnosi è stata uno choc e le cure estenuanti”, ha precisato. “Oggi, però, sono sollevato nell’annunciare che siamo arrivati a destinazione e che questo cancro è ormai alle spalle”.
Reeve ha dichiarato di aver trovato un “nodulo duro e dolente al proprio testicolo sinistro” pochi mesi dopo il suo matrimonio con Amanda Dubin. L’ecografia ha rivelato la presenza di “una massa che doveva essere asportata”. A seguito dell’asportazione del testicolo, Reeve ha scoperto che la massa era un carcinoma embrionale e quindi si è sottoposto a un secondo intervento chirurgico per rimuovere i linfonodi che si erano diffusi all’addome. L’anchorman ha raccontato di essersi sottoposto anche a due cicli di chemioterapia per ridurre il rischio di recidiva del cancro e ha affermato di aver riscontrato diversi effetti collaterali a causa dei farmaci, tra cui acufeni, dolori ossei, sudorazione notturna, coaguli di sangue e mal di testa persistenti. Non ha però perso i capelli perché ha utilizzato un metodo chiamato “crioterapia”.
Come riporta Fox News, “l’intervento chirurgico ha avuto luogo al Memorial Sloan Kettering, lo stesso ospedale dove sua madre, Dana Reeve, è morta di cancro ai polmoni nel 2006 all’età di 44 anni”. Papà Christopher che interpretò l’immortale Superman era morto nel 2004 all’età di 52 anni dopo aver passato gli ultimi nove anni della sua vita completamente paralizzato a causa di una caduta da cavallo. “Ho imparato di più su cosa significasse essere mio padre negli ultimi nove anni della sua vita, quando mia madre e la nostra famiglia si prendevano cura di lui”, ha chiosato Will che all’epoca dell’incidente di babbo aveva due anni.
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Dagli esami mirati per il tumore al seno a nuovi nove test - con lo screening neonatale esteso a tutto il territorio nazionale - per scovare eventuali malattie rare subito...
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Dagli esami mirati per il tumore al seno a nuovi nove test - con lo screening neonatale esteso a tutto il territorio nazionale - per scovare eventuali malattie rare subito dopo il parto così come per individuare l’atrofia muscolare spinale (Sma), per cui la tempestività d’intervento fa la differenza nella vita di bambini e famiglie. Dall’inserimento di nuovi esami in gravidanza all’aggiornamento delle prestazioni di radioterapia sempre in ambito oncologico.
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Dal 1 ottobre i cittadini hanno a disposizione in tutta Italia le nuove cure offerte gratuitamente o dietro pagamento di ticket dal Servizio sanitario nazionale: quei Livelli essenziali di assistenza che non erano più stati ritoccati dal 2017 quando l’allora ministra della Salute Beatrice Lorenzin rinnovò a sua volta la lista del 2001, dettandone una che però è rimasta a lungo priva di un Tariffario che solo nei giorni scorsi è entrato in vigore per l’assistenza specialistica ambulatoriale e per la protesica.
Il nuovo elenco diventa pienamente operativo dopo una vicenda tormentata: una prima falsa partenza nel 2024, bloccata dalle proteste dei privati accreditati che a suon di ricorsi al Tar hanno ottenuto una revisione parziale (al rialzo) delle remunerazioni per le prestazioni che offrono.
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Resta la “coperta corta” di un maxi pacchetto di prestazioni - per cui dal 2025 è prevista una quota vincolata di 200 milioni a valere sul Fabbisogno sanitario nazionale - rispetto alla quale i governatori hanno nel corso degli anni espresso più volte la richiesta di un aumento massiccio di risorse. L’ultima istanza è arrivata questa settimana in forma di documento della Commissione salute della Conferenza delle Regioni, focalizzata però essenzialmente su personale e innovazione: 18 miliardi in più nel prossimo triennio da trovare in manovra.
Schillaci: una sanità più “giusta”
La novità scatta oggi con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Dpcm e del Dm di aggiornamento che innovano quel “listone” e che con circa 800 prestazioni questa volta portano la firma del ministro della Salute Orazio Schillaci. Che promette: «Scriviamo un capitolo decisivo per dare ai cittadini un Servizio sanitario nazionale più moderno, più equo e più vicino ai loro reali bisogni di salute. Si tratta di un provvedimento che ho fortemente voluto per garantire a tutti gli italiani, ovunque risiedano, l’accesso a prestazioni e servizi innovativi. Perché non ci siano una sanità di serie A e una di serie B, ma ci sia un Ssn più giusto per tutti. Questo è stato un obiettivo di governo fin dal nostro insediamento».
Schillaci fa riferimento alle differenze regionali che sono ampie: alle singole amministrazioni è infatti permesso prevedere i cosiddetti “extra Lea”, finanziati con fondi propri, ma che inevitabilmente lasciano indietro i cittadini di Regioni che non li abbiano introdotti. Con il paradosso che un test neonatale è magari offerto in una Regione, come avviene per la Puglia, che dello screening alla nascita ha fatto un vessillo di politica sanitaria, ma non nella Regione confinante intaccando quindi il diritto alla salute previsto dall’articolo 32 della Costituzione.
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Regione Campania: 40 milioni per oncologia, diagnosi precoce e medicina di precisione - Salernonotizie.it Salerno Notizie
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La Giunta regionale della Campania ha approvato oggi una nuova misura da 40 milioni di euro per garantire il mantenimento nel tempo del sostegno alla ricerca pubblica in settori come l’oncologia e le biotecnologie e favorire lo sviluppo di nuove soluzioni per la diagnosi e la cura, anche in previsione del termine dei numerosi e importanti investimenti realizzati grazie al PNRR in tutta Italia.
L’intervento, finanziato con risorse del PR Campania FESR 2021-2027, è rivolto a Enti Pubblici di Ricerca (EPR), università e atenei pubblici e IRCCS pubblici. I progetti potranno essere finanziati fino al 100% delle spese ammissibili, con un contributo compreso tra un minimo di 1 milione e un massimo di 6 milioni di euro per ciascun progetto.
Quattro gli ambiti principali di destinazione: immunoterapia avanzata, vaccini e viroterapia; medicina di precisione e sviluppo di nuovi farmaci; diagnosi precoce e biopsia liquida; salute digitale, intelligenza artificiale e analisi avanzata delle immagini e dei dati clinici.
Saranno quindi sostenute attività finalizzate, tra l’altro, alla sperimentazione di nuove terapie e nuovi farmaci, allo sviluppo di strumenti per individuare precocemente biomarcatori e cellule tumorali e alla validazione di tecnologie basate sull’intelligenza artificiale a supporto delle decisioni cliniche.
I progetti dovranno assicurare un’ampia diffusione dei risultati e favorire la collaborazione e il trasferimento tecnologico, anche attraverso accordi con le imprese presenti in Campania, così da rafforzare il collegamento tra ricerca pubblica e sistema produttivo regionale. L’obiettivo è fare in modo che i risultati della ricerca possano proseguire il proprio percorso di sviluppo e trovare applicazione.
La Regione procederà ora alla predisposizione dell’avviso pubblico. L’ammissione a finanziamento è prevista nel primo quadrimestre del 2027, mentre lo svolgimento dei progetti è programmato nel periodo 2027-2029.
“Quello della ricerca pubblica è un ambito fondamentale per l’avanzamento della nostra società. Investire nei settori dell’oncologia, delle biotecnologie significa favorire lo sviluppo di nuove soluzioni per la diagnosi e la cura.
Siamo consapevoli che la qualità della nostra sanità non si misura solo sulla gestione dell’emergenza, ma sulla capacità di guardare al domani. Investire nella ricerca significa dare ai nostri medici e scienziati gli strumenti per scoprire nuove cure, potenziare la prevenzione e rafforzare il nostro sistema sanitario.
Garantire risorse e valorizzare le eccellenze scientifiche del nostro territorio è il più alto investimento sociale che possiamo compiere: significa trasformare l’innovazione in terapie accessibili a tutti e difendere il diritto alla salute di ogni persona” ha dichiarato il Presidente Fico.
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Dall'ampliamento del programma di screening neonatale all'inserimento di prestazioni per una migliore caratterizzazione del tumore al seno fino a nuovi esami e cure in esenzione per le malattie croniche. (ANSA)
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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Criteri Critici
Sei professionisti ci dicono cosa dovremmo assolutamente sapere sulla prevenzione del tumore al seno ELLE
Sono 925.000 le donne viventi in Italia dopo una diagnosi di tumore della mammella e si stima che verranno diagnosticati 55.900 nuovi tumori al seno, secondo quanto si evince dal rapporto AIOM “I numeri del Cancro in Italia”. Il tumore al seno occupa uno spazio decisamente rilevante sulla popolazione femminile, rappresentando oltre il 30,0% di tutti i tumori nelle donne. La buona notizia è che nel nostro paese la sopravvivenza a 5 anni supera l'88%, con probabilità di vivere ulteriori 4 anni condizionata ad aver superato il primo anno dopo la diagnosi del 91%.
In occasione di Ottobre Rosa abbiamo raccolto il punto di vista di sei professionisti, ognuno con la propria specializzazione, per capire cosa serve davvero sapere su prevenzione, diagnosi precoce, gestione dell'urgenza, impatto psicologico e percorso di cura, dalla prima visita fino alla ricostruzione.
Medico oncologo e nutrizionista
Mattia Garutti: prevenzione primaria, alimentazione e attività fisica
Il Dr. Mattia Garutti, medico oncologo e nutrizionista presso il Centro di Riferimento Oncologico (CRO) di Aviano, ci spiega che quando si parla di prevenzione primaria ci si riferisce a chi non ha mai avuto un tumore mammario e vuole ridurre le proprie probabilità di ammalarsi agendo sullo stile di vita. Parte da un dato dell'OMS che lascia all’individuo un ampio margine d’azione: "tra il 30 e il 50% dei tumori potrebbero essere prevenuti grazie allo stile di vita. Questo è un dato incredibile che ci ricorda che abbiamo un’enorme potenza tra le nostre mani: non siamo in un treno che va dove vuole ma abbiamo un margine per controllare questo treno".
Ma quali sono le cose che funzionano di più per i tumori alla mammella? Sostanzialmente l’attività fisica, l’allattamento e l’alimentazione. Rispetto all'attività fisica sempre rifacendosi alle linee guida OMS, sottolinea che non bisogna temere l'intensità dell'allenamento, purché personalizzata: "almeno 150 minuti di attività fisica moderata, che significa che possiamo parlare ma non cantare e poi associare almeno due volte alla settimana degli esercizi di rinforzo muscolare." È importante anche gestire in modo strategico l'eccesso di tessuto adiposo, che genera infiammazione cronica e aumenta il rischio oncologico. Garutti ricorda, senza farne un obbligo o un senso di colpa perché si tratta di una scelta personale, che "allattare riduce il rischio di sviluppare un tumore della mammella." Sul fronte alimentare, riporta le evidenze nel report del fondo mondiale per la ricerca sul cancro sui benefici del consumo di frutta e verdura particolare quelli che contengono carotenoidi, e di latticini consumati con moderazione e molto importanti perché sono alimenti ricchi in calcio. Come precisa l'oncologo nutrizionista però, "non esiste il singolo cibo miracoloso, esiste il pattern alimentare, quindi l’alimentazione nel suo complesso da questo punto di vista dovremmo orientarci verso una dieta mediterranea, che è una dieta prevalentemente vegetale, ma non esclusivamente vegetale”.
Sull'alcol, invece, è netto: "l'alcol è un cancerogeno certo, non c'è una dose considerabile sicura e anche le piccole quantità aumentano il rischio. Se non è possibile non bere, a quel punto beviamo il meno possibile".
Foto di ANHELINA OSAULENKO su unsplash
Medico specialista in Ostetricia e Ginecologia
Monica Calcagni: conoscere il proprio corpo e per una prevenzione efficace
Per la Dr.ssa Monica Calcagni, medico specialista in Ostetricia e Ginecologia, la prevenzione del tumore al seno parte da un concetto fondamentale: conoscere il proprio corpo. "Non esiste infatti una prevenzione uguale per tutte, perché il rischio individuale dipende da molti fattori: età, familiarità per tumore della mammella o dell'ovaio, storia riproduttiva, stili di vita ed esposizione ormonale." La visita ginecologica, spiega, è anche l'occasione per ricostruire la propria storia clinica e parlare correttamente di contraccezione e terapia ormonale in menopausa, "che non devono essere né demonizzati né banalizzati".
Un secondo tassello riguarda l'autopalpazione, utile per imparare a riconoscere ciò che è normale. La dottoressa precisa cosa osservare oltre al semplice nodulo: "Non dobbiamo cercare soltanto il nodulo: meritano attenzione anche una modificazione della forma o del volume di una mammella, una retrazione della cute o del capezzolo, un'alterazione della pelle o una secrezione dal capezzolo che prima non c'era." Ma avverte con chiarezza che resta un complemento: "l'autopalpazione non sostituisce la mammografia, gli altri esami eventualmente indicati né i programmi di screening. La prevenzione significa conoscere il proprio corpo, conoscere il proprio rischio, aderire agli screening previsti e rivolgersi al medico quando qualcosa cambia".
Specialista in Radiodiagnostica
Fabiana Formicola: esami di screening e diagnosi precoce
La Dr.ssa Fabiana Formicola, specialista in Radiodiagnostica e Dottore di Ricerca in Sanità Pubblica, lavora ogni giorno con la diagnostica senologica e insiste su un principio semplice: la differenza la fa la regolarità dei controlli, non l'attesa di un sintomo: "le lesioni che riusciamo ad individuare quando sono piccole - e quindi più facili da curare - di solito non danno alcun sintomo. Si vedono solo attraverso gli esami giusti".
Indica quindi un calendario preciso da seguire fin da giovani, ben prima della fascia d'età più a rischio: "Già prima dei 30 anni è indicata un'ecografia all'anno, sempre insieme alla visita senologica. Dai 40 anni entra in gioco la mammografia solitamente con cadenza annuale, abbinata a visita ed ecografia (la mammografia da sola purtroppo non basta)". Conta molto anche la continuità con lo stesso specialista: "un radiologo che si occupa di seno tutti i giorni esegue l'ecografia di persona, vi visita, ascolta la vostra storia e confronta gli esami anno dopo anno".
Accanto agli esami clinici resta utile l'autoesame mensile, da fare qualche giorno dopo il ciclo o in un giorno fisso in menopausa, a cui la specialista affianca un consiglio pratico su quando non aspettare: "Un nodulo che prima non c'era, la pelle che si ritrae, una secrezione dal capezzolo: in questi casi è sempre meglio fare una visita, senza aspettare il controllo programmato".
Responsabile Dea di I livello
Solange Fugger: cosa fare se si ha un sospetto di tumore al seno?
La Dott.ssa Solange Fugger, Responsabile Dea I Livello, affronta un dubbio molto comune tra le pazienti, chiarendo subito il principio di fondo: la patologia nodulare della mammella non va gestita come un'urgenza. "Una donna con un problema al seno deve andare in pronto soccorso? La risposta onesta è: quasi mai per un sospetto tumore, a volte sì per altri motivi. La patologia nodulare della mammella non è un'emergenza, va valutata con una certa celerità, ma nel posto giusto: dal medico di famiglia, dal ginecologo, dal senologo, in un centro di senologia".
Esistono tuttavia situazioni cliniche specifiche, diverse dal sospetto oncologico, in cui il pronto soccorso resta il riferimento corretto: "mastite, ascesso mammario, che può richiedere un drenaggio, dolore acuto e intenso, secrezione anomala dal capezzolo, in particolare se ematica e da un solo lato, trauma con ematoma, complicanze dopo un intervento chirurgico o di protesi".
La dottoressa propone infine un percorso più strutturato tra pronto soccorso e ambulatori dedicati, per evitare che le pazienti restino senza una presa in carico chiara: "attivare, direttamente dal pronto soccorso, un percorso agevolato per la donna con un problema mammario acuto che non ha trovato risposta sul territorio. Penso a un invio diretto, con tempi certi, all'ambulatorio senologico o alla breast unit di riferimento. Si tratta di evitare che una donna che è già arrivata da noi torni a casa con un foglio in mano e nessuno che la prenda in carico".
Psicologo-psicoterapeuta
Andrea Bovero: l’impatto psicologico della diagnosi di tumore al seno
Il Dr. Andrea Bovero, Psicologo-Psicoterapeuta presso la SSD Psicologia Clinica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino e Coordinatore didattico Master in cure Palliative, Università degli Studi di Torino, ricorda perché questo tumore - che è la neoplasia più studiata dal punto di vista psicologico -, tocca corde profonde legate all'identità, all’autostima e alla femminilità: "Il seno non è solo un organo, ma è profondamente legato all'identità corporea e alle relazioni. La diagnosi di carcinoma mammario rappresenta un evento critico che può avere un alto impatto traumatico e scuotere il senso di stabilità futura. Ansia, paura e preoccupazioni sono reazioni comuni, non debolezze. La prevalenza di depressione nelle donne con tumore al seno varia in letteratura dal 10 al 52%".
Bovero sottolinea che “dal punto di vista psico-oncologico, la prevenzione passa attraverso la cura della salute emozionale e della consapevolezza corporea: superare i tabù e la paura della parola “cancro” che spingono a rimandare i controlli, promuovere un rapporto sereno con il proprio corpo e imparare a riconoscere il distress emotivo, quella sofferenza che può diventare difficile da sostenere da sole. Ecco perché anche parlarne è fare prevenzione: conoscere questi aspetti, permette alle pazienti di chiedere aiuto prima e di sentirsi meno sole.
Determinante anche la comunicazione medico-paziente della diagnosi, che lascia un segno duraturo sul percorso psicologico: "Un colloquio strutturato secondo modelli clinici basati sull'evidenza, come il protocollo SPIKES, deve essere empatico, graduale, chiaro, veritiero e capace di accogliere il silenzio e il pianto senza fretta." L’intervento psiconcologico, fin dalla diagnosi, è parte integrante della cura. Lo psicologo interviene come facilitatore dell'adattamento collaborando con l’oncologo nella gestione della comunicazione e del colloquio clinico, valuta il livello di distress emotivo e offre uno spazio sicuro e non giudicante. Affianca paziente e famiglia aiutandole a comunicare e a riconoscere le risorse personali su cui poter contare."
Charles Gullung // Getty Images
Medico chirurgo specialista in Chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica
Mauro Barone: le possibilità di ricostruzione del seno, prendersi cura della persona non solo della malattia
Il Dr. Mauro Barone, Medico Chirurgo Specialista in Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica, spiega come oggi chirurgia oncologica e chirurgia ricostruttiva facciano sempre più parte dello stesso percorso terapeutico, pensato fin dall'inizio insieme all'équipe multidisciplinare: "L'obiettivo principale rimane naturalmente curare la malattia, ma questo non significa che dobbiamo dimenticare il corpo, l'immagine di sé, la qualità della vita". Una diagnosi precoce, spiega, apre spesso a interventi più conservativi grazie alla cosiddetta chirurgia oncoplastica, che unisce due obiettivi: "chirurgia oncologica e principi della chirurgia plastica lavorano insieme per ottenere prima di tutto la radicalità oncologica, cercando contemporaneamente di preservare forma, proporzioni e simmetria".
Quando invece serve la mastectomia totale, entrano in gioco diverse opzioni ricostruttive, da scegliere in base alla paziente e al percorso oncologico: "ricostruzione protesica oppure ricostruzione autologa, nella quale utilizziamo i tessuti della stessa paziente." Il chirurgo osserva come la ricostruzione non cancella la storia della malattia ma la accompagna: "Una mammella ricostruita non è una mammella che non è mai stata operata. Ricostruire non significa cancellare ciò che è successo, significa ricordare che stiamo curando una persona, non soltanto una malattia".
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La Regione stanzia 40 milioni per la ricerca pubblica nei settori dell'oncologia e delle biotecnologie Goldwebtv
Questo il post pubblicato ieri sulla sua pagina Facebook dal Presidente della Regione Campania Roberto Fico: "Oggi (ieri ndr) in Giunta abbiamo approvato una misura da 40 milioni di euro per sostenere la ricerca pubblica in Campania nei settori dell’oncologia e delle biotecnologie. Le risorse saranno destinate a università, enti e istituti pubblici di ricerca per sviluppare nuove soluzioni nel campo dell’immunoterapia avanzata, della diagnosi precoce, dei vaccini e viroterapia - si legge nel post - della medicina di precisione e sviluppo di nuovi farmaci.
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A Bergamo è iniziato il nuovo Corso di Laurea in Tecniche di Radiologia Medica per Immagini e Radioterapia Humanitas Gavazzeni
CENTRALINO Se hai bisogno di maggiori informazioni contattaci telefonicamente PRENOTAZIONI LINEE DEDICATE Dagiovedì 1° ottobre 2026, nella sede di Bergamo diHumanitas Universityè attivo il nuovoCorso di Laurea triennale in Tecniche di Radiologia Medica per Immagini e Radioterapia. Il Corso, cui partecipano25 allievi, è nato per rispondere alla crescente domanda di professionisti nei settori delladiagnostica per immaginie dellaradioterapia, caratterizzati da una rapida e continua evoluzione tecnologica. Ilpercorso di studicomprende, tra gli altri, insegnamenti dedicati adAnatomia,Radiologia,Biologia,Patologia,Tecniche diagnosticheeSistemi informativi. Già a partire dalprimo annola formazione integralezioni teoriche,laboratoriedesperienze sul campo. Damarzo 2027, infatti, gli studentiinizierannoil tirocinio nelle sedi di Humanitas Gavazzeni, Humanitas Castelli e in altre strutture sanitarie del territorio, confrontandosi direttamente con ilcontesto ospedalieroe con l’impiego ditecnologie mediche avanzate. Nel Corso, particolare attenzione è dedicata all’innovazioneche sta trasformando ladiagnostica per immaginie laradioterapia, con l’introduzione di tecnologie di nuova generazione e software basati sull’intelligenza artificiale, sempre più presenti nella pratica clinica. Allapreparazione tecnicasi affiancano lo sviluppo delragionamento criticoe lacapacità di collaborareall’interno di team multidisciplinari, sempre mantenendo al centro leesigenze del paziente. «Siamo particolarmenteorgogliosidi avviare aBergamoquesto nuovo corso di laurea – sottolineaRossella Pezzini, coordinatrice per la sede di Bergamo di Humanitas University –. Itecnici di radiologiasono professionisti fondamentali nei percorsi di diagnosi e cura, che richiedonocompetenze avanzatee uncontinuo aggiornamento tecnologico. Formarli significa investire nellaqualitàe nell’innovazionedelle professioni sanitarie». Ricevi news e approfondimenti su temi di salute e benessere firmati dai nostri specialisti. Il tuo nome La tua e-mail Ho letto l’informativa e acconsento all’invio del materiale informativo e promozionale a mezzo email You can see how this popup was set up in our step-by-step guide: https://wppopupmaker.com/guides/auto-opening-announcement-popups/
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Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
52.6/100
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Criteri Critici
“Nutricolon”: prevenzione, screening e percorso di educazione alimentare per pazienti, caregiver e familiari RuvoLive.it
La prevenzione comincia a tavola, nella vita di ogni giorno, e riguarda tutti: chi è stato già operato per tumore al colon-retto, il familiare e anche la persona sana che presenta fattori di rischio. È partito nei giorni scorsi il progetto “A scuola di nutrizione: percorso di educazione alimentare per pazienti, caregiver e familiari”, una delle attività previste nell’ambito della sperimentazione “NutriColon: promuovere la salute del colon con la corretta alimentazione”, attivo da giugno grazie alla collaborazione tra la UOSVD Screening Colon-Retto e il SIAN Area Nord, di cui sono responsabili rispettivamente il dr. Alessandro Azzarone e la dr.ssa Maria Grazia Forte.
L’iniziativa rappresenta un modello innovativo di prevenzione del tumore del colon-retto, perché integra screening, counseling nutrizionale ed educazione ai corretti stili di vita in un unico percorso multidisciplinare, gratuito e centrato sulla persona.
Il progetto si sviluppa attraverso tre assi di intervento. Il primo è dedicato ai cittadini risultati positivi al test per la ricerca del sangue occulto nelle feci ma con colonscopia negativa per neoplasia. Si tratta di persone che, pur non avendo una diagnosi di tumore, rappresentano una popolazione sulla quale è possibile intervenire precocemente per modificare i fattori di rischio e promuovere comportamenti salutari.
Il secondo asse coinvolge i familiari dei pazienti arruolati e i soggetti sani che presentano fattori di rischio o sintomi gastrointestinali rilevanti. Per loro sono previste agende endoscopiche dedicate, con l’obiettivo di favorire una diagnosi precoce e un accesso appropriato ai percorsi di prevenzione.
Il terzo asse è rivolto ai pazienti già operati per tumore del colon-retto e inseriti nel follow-up clinico. In questo caso l’obiettivo è la prevenzione terziaria, riducendo il rischio di recidive attraverso il controllo dei fattori di rischio modificabili e il supporto nutrizionale.
L’integrazione dei tre assi consente di accompagnare le persone lungo tutte le fasi della prevenzione: dalla promozione della salute alla diagnosi precoce, fino alla presa in carico dei pazienti già trattati per la malattia.
Elemento qualificante del progetto è il counseling nutrizionale personalizzato, offerto gratuitamente a tutti i partecipanti e ai loro familiari che scelgono di aderire. L’obiettivo è trasformare le raccomandazioni scientifiche in comportamenti concreti e sostenibili nella vita quotidiana.
«Con NutriColon – spiega il direttore generale Luigi Fruscio – la ASL conferma il proprio impegno nel costruire percorsi sempre più integrati tra prevenzione, assistenza ed educazione sanitaria, mettendo al centro la persona e promuovendo una cultura della salute fondata sulla diagnosi precoce, sulla corretta alimentazione e sull’adozione di stili di vita sani: un’azione di sanità pubblica che parte dalla quotidianità delle persone, dalle loro case prim’ancora che nelle strutture sanitarie».
In questo contesto si inserisce il ciclo di incontri “A scuola di nutrizione”, articolato in tre appuntamenti: il primo si è svolto il 24 settembre, mentre i successivi sono programmati per il 22 ottobre e il 26 novembre. Gli incontri sono rivolti a pazienti, caregiver e familiari e hanno lo scopo di fornire strumenti pratici per adottare un’alimentazione equilibrata e stili di vita salutari, riconosciuti tra i principali fattori di prevenzione del tumore del colon-retto.
«NutriColon – sottolinea la dr.ssa Maria Grazia Forte – rappresenta un esempio concreto di integrazione tra i tre livelli della prevenzione. Agisce sulla prevenzione primaria, promuovendo la modifica dei fattori di rischio attraverso l’educazione alimentare e sani stili di vita; sulla prevenzione secondaria, valorizzando il ruolo dello screening, del counseling nutrizionale e dei percorsi endoscopici dedicati; e sulla prevenzione terziaria, accompagnando i pazienti con pregresso tumore del colon-retto nel percorso di follow-up con interventi mirati a ridurre il rischio di recidive».
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?3
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Criteri Critici
Artrosi del ginocchio: la radioterapia a basse dosi funziona? Dossier Salute
Una radioterapia a dosi molto più basse di quelle oncologiche potrebbe rallentare l’artrosi del ginocchio e ridurre il rischio di disabilità. È quanto emerge da uno studio randomizzato presentato il 27 settembre al congresso ASTRO, con quasi 12 anni di follow-up. I risultati sono promettenti e stanno facendo discutere, ma arrivano da un singolo centro e vanno letti con cautela. Ecco che cosa è stato osservato, quali sono i limiti e che cosa cambia (per ora) per i pazienti.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
In sintesi
Lo studio ha seguito 292 pazienti con artrosi del ginocchio iniziale per una mediana di 11,9 anni, e i risultati sono stati presentati all’ASTRO il 27 settembre 2026.
Il protocollo prevedeva 4,5 Gray in 10 sedute con raggi X a bassa energia, in aggiunta a glucosamina e condroitina.
Il gruppo irradiato ha mostrato benefici duraturi su dolore, funzione e qualità di vita, con meno degenerazione alla risonanza magnetica.
Il rischio di disabilità certificata è risultato inferiore del 67% rispetto al solo trattamento farmacologico.
Lo studio non era in cieco e proviene da un solo istituto russo: servono conferme indipendenti prima di cambiare la pratica clinica.
Che cosa ha mostrato lo studio presentato all’ASTRO
Il lavoro è stato presentato il 27 settembre 2026 al congresso annuale dell’American Society for Radiation Oncology (ASTRO). Si tratta di uno studio randomizzato condotto in un solo centro in Russia, che ha seguito 292 pazienti con artrosi sintomatica del ginocchio per una mediana di quasi 12 anni. I partecipanti avevano un’artrosi iniziale o lieve, classificata tra i gradi 0 e 2 della scala Kellgren-Lawrence, e un’età mediana di 38 anni.
Tutti i pazienti assumevano glucosamina e condroitina. Un gruppo, però, riceveva anche un ciclo di radioterapia a basse dosi sull’articolazione. Rispetto al solo trattamento farmacologico, chi aveva fatto la radioterapia ha mantenuto nel tempo miglioramenti di dolore, funzione fisica e qualità di vita.
Anche le risonanze magnetiche hanno raccontato qualcosa di interessante. Nell’arco di tre anni la degenerazione dell’articolazione è risultata minore nel gruppo irradiato, che a 12 mesi mostrava perfino un lieve miglioramento, mentre nei controlli la situazione peggiorava.
Il dato che ha attirato più attenzione riguarda la disabilità. Nell’intera popolazione, la radioterapia è stata associata a un rischio inferiore del 67% di ottenere una certificazione ufficiale di disabilità, dopo aggiustamento statistico.
Va precisato un aspetto del contesto. L’artrosi iniziale è la fase in cui oggi le opzioni sono più limitate, perché si consiglia soprattutto di muoversi e di controllare il peso, mentre gli interventi chirurgici arrivano più tardi. Un trattamento capace di rallentare la malattia già nelle fasi precoci, quindi, interesserebbe moltissime persone.
Come funziona la radioterapia a basse dosi sul ginocchio
Il protocollo prevedeva una dose totale di 4,5 Gray, suddivisa in 10 sedute, con un apparecchio a raggi X di bassa energia chiamato ortovoltaggio. Per capire l’ordine di grandezza, si tratta di una frazione delle dosi usate per curare i tumori. L’obiettivo, in questo caso, non è distruggere cellule malate.
La radioterapia a basse dosi viene infatti impiegata per ridurre l’infiammazione, che nell’artrosi contribuisce al dolore e al progressivo danneggiamento della cartilagine. In Europa questo approccio non è del tutto nuovo, perché per alcune patologie articolari benigne è stato usato per decenni.
Particolarmente significativo è il sottogruppo con malattia già stabilita ma non avanzata, cioè il grado 2. Si tratta di 78 pazienti, e va ricordato che questa analisi è esplorativa. Tra loro la disabilità è comparsa nel 31% di chi aveva ricevuto la radioterapia, contro il 61% di chi aveva assunto soltanto i farmaci.
Differenza simile per la chirurgia: la protesi di ginocchio è stata necessaria nel 14% del gruppo irradiato e nel 36% del gruppo di controllo. Questi numeri spiegano perché la notizia stia circolando così tanto, dato che l’artrosi del ginocchio è una delle cause più comuni di dolore e limitazione motoria.
Un punto merita attenzione. Nello studio la radioterapia si aggiungeva alla terapia di base e non la sostituiva. Dunque i dati non dicono se funzionerebbe da sola, né se gli stessi risultati si otterrebbero con altri macchinari, altre dosi o altri tipi di pazienti. Anche il congresso ASTRO, del resto, è una sede in cui si presentano risultati che devono ancora superare la revisione completa di una rivista scientifica.
I limiti dello studio e cosa cambia per i pazienti
Prima di parlare di svolta, però, servono molte cautele. Lo studio non era in cieco, quindi i pazienti sapevano quale trattamento stavano ricevendo. Inoltre il gruppo di controllo ha assunto farmaci e non una radioterapia simulata, e questo può influenzare la percezione del dolore.
Gli autori segnalano altri limiti. Le analisi a lungo termine e quella sul grado 2 sono esplorative, mentre i dati delle risonanze di controllo sono incompleti. Trattandosi di un solo istituto, inoltre, i risultati potrebbero non valere altrove.
C’è poi la questione della sicurezza. Lo studio non era progettato per rilevare effetti rari a distanza né il rischio di tumori nel corso della vita, un aspetto da non trascurare in una popolazione così giovane. Per questo servono studi indipendenti, in più centri e con un confronto più rigoroso.
Che cosa cambia, quindi, per chi soffre di artrosi? Per ora nulla di immediato. Le strategie consolidate restano l’attività fisica mirata, il controllo del peso, i farmaci prescritti dal medico e, nei casi avanzati, la valutazione ortopedica. La radioterapia a basse dosi, se confermata, potrebbe diventare in futuro un’opzione in più, da discutere sempre con lo specialista.
Un consiglio pratico riguarda i messaggi che circolano online. Titoli che parlano di “radiazioni contro l’artrosi” possono spingere qualcuno a cercare cure non validate o a sospendere terapie in corso. La prudenza vale soprattutto per chi ha dolore persistente: una diagnosi corretta, con visita e imaging, resta il punto di partenza per scegliere il trattamento adatto.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.
Domande frequenti (FAQ)
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Dopo la mastectomia la radioterapia serve ancora? La risposta arriva da 4.154 donne Mondosanità
L’avvento dei farmaci biologici di ultima generazione e delle terapie mirate ha rivoluzionato la prognosi del carcinoma mammario HER2-positivo. Ma con l'efficacia delle nuove molecole, la radioterapia post-mastectomia conserva ancora un ruolo determinante? A questa fondamentale domanda clinica dà una risposta chiara e autorevole un importante studio internazionale pubblicato su eClinicalMedicine, rivista scientifica del prestigioso gruppo The Lancet. Lo studio ha analizzato in modo approfondito i dati di 4.154 donne arruolate nel grande trial clinico internazionale ALTTO, seguite per un periodo di quasi 10 anni. L’idea e il coordinamento scientifico dell’analisi nascono all’interno della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (INT), grazie al lavoro guidato dalla dottoressa Maria Carmen De Santis (oncologa radioterapista della Struttura Semplice di Radioterapia dei tumori della mammella) e dalla dottoressa Serena Di Cosimo (oncologa medica e referente dello studio ALTTO per l'Istituto), che hanno curato l'elaborazione scientifica, la verifica e l'interpretazione dei dati in collaborazione con il Breast International Group (BIG).
Fino ad oggi, le raccomandazioni sull'uso della radioterapia dopo la mastectomia nel tumore HER2-positivo si basavano in gran parte su studi condotti prima dell'introduzione di trastuzumab e delle terapie biologiche standard. Negli ultimi anni si era ipotizzato che l'elevata efficacia dei nuovi farmaci potesse aver ridimensionato l’utilità del trattamento radiante. I risultati pubblicati sulla rivista del gruppo The Lancet dimostrano l'esatto contrario: la radioterapia non è affatto superata, ma va indicata in modo sempre più mirato e personalizzato. Dall'analisi emerge infatti che il beneficio della radioterapia post-mastectomia è massimo ed essenziale nelle donne con quattro o più linfonodi interessati, nelle quali il trattamento si dimostra in grado di ridurre in modo significativo il rischio di recidiva locale, il tempo alla comparsa delle metastasi e di migliorare la sopravvivenza globale. Nelle pazienti con 1-3 linfonodi coinvolti il vantaggio appare più contenuto ma tuttavia evidente, mentre non sono emersi benefici evidenti nelle donne senza coinvolgimento linfonodale.
«L'idea di questo studio è nata proprio dalla necessità di chiarire se l'avvento delle nuove molecole anti-HER2 avesse in qualche modo affievolito il ruolo e l'impatto della radioterapia», spiega la dottoressa De Santis, prima autrice dell'analisi. «I nostri dati dimostrano invece che per specifiche categorie di pazienti ad alto rischio la radioterapia resta un caposaldo imprescindibile del percorso di cura: non soltanto garantisce il controllo locale della malattia, ma incide direttamente sulla sopravvivenza a lungo termine. È la conferma che l'innovazione farmacologica e i trattamenti radianti sempre più sofisticati debbano integrarsi in modo strategico». Le evidenze emerse dallo studio rafforzano in modo decisivo l'indicazione alla radioterapia per le pazienti con elevato carico linfonodale. Per le altre categorie di rischio, la scelta terapeutica dovrà essere valutata su misura, in attesa che futuri trial clinici prospettici confermino l'eventuale de-escalation dei trattamenti.
«Il valore di questo lavoro sta nell'aver fornito chiarezza a tutta la comunità oncologica internazionale analizzando una delle più ampie coorti di pazienti mai studiate», aggiunge la dottoressa Di Cosimo, co-autrice dello studio. «Il prossimo passo della nostra ricerca sarà quello di integrare nell'analisi i biomarcatori molecolari e le caratteristiche immunologiche del tumore. L'obiettivo finale è definire con estrema precisione a quali pazienti offrire la radioterapia, rendendo le decisioni terapeutiche realmente personalizzate sul profilo del singolo tumore».
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Giornate padovane di chirurgia oncologica, esperti a confronto sul tumore del colon-retto PadovaOggi
L’Aula Magna di Palazzo del Bo e il Centro Congressi del Musme accoglieranno oggi, giovedì 1 ottobre, e domani, venerdì 2 ottobre, le “Giornate padovane della Chirurgia Oncologica” dal titolo “Le sfide moderne al trattamento dei tumori del colon-retto”, organizzate dalla professoressa Gaya Spolverato, associata del dipartimento di Scienze Chirurgiche Oncologiche e Gastroenterologiche e direttrice dell’UOC Chirurgia Generale a indirizzo Colo-rettale dell’Azienda Ospedale-Università Padova, insieme ai collaboratori Alessandra Pulvirenti, Quoc Riccardo Bao e Cesare Ruffolo.
Le Giornate padovane rappresentano un momento di confronto e aggiornamento tra specialisti (medici-chirurghi e personale infermieristico) sulle principali sfide contemporanee al trattamento dei tumori del colon-retto. In un contesto in continua evoluzione, caratterizzato dall’integrazione tra innovazioni tecnologiche, approcci multimodali e crescente personalizzazione delle cure, il congresso si propone di offrire una visione critica e multidisciplinare dei percorsi diagnostico-terapeutici. Il programma scientifico affronta in maniera strutturata i nodi decisionali più rilevanti nella pratica clinica, con particolare attenzione alla gestione del tumore del retto, alla malattia metastatica, alle procedure chirurgiche complesse e ai sottogruppi di pazienti che richiedono strategie dedicate, come quelli affetti da malattie infiammatorie croniche intestinali o da tumori rari.
Obiettivo dell’incontro - che si terrà l’1 ottobre nell’Aula Magna di Palazzo del Bo, dalle 14.00 alle 19.30 e il 2 ottobre al MUSME-Museo di Storia della Medicina (in via S. Francesco, 94, a Padova), dalle 8.30 alle 19.00 - è l’ottimizzazione delle strategie terapeutiche nel tumore del retto. Verrà approfondito il ruolo delle terapie neoadiuvanti, incluse le più recenti evoluzioni come la total neoadjuvant therapy e l’immunoterapia, e le loro implicazioni nella preservazione d’organo. Saranno discussi i criteri di selezione per strategie conservative quali il “watch-and-wait”, l’excision locale e la chirurgia radicale, con un focus sui pazienti con risposta clinica completa o quasi completa.
Verrà approfondita la gestione del carcinoma colo-rettale nel contesto delle malattie infiammatorie croniche intestinali, con particolare attenzione alla diagnosi precoce, alla sorveglianza endoscopica e alle implicazioni chirurgiche in questi pazienti. Una sezione dedicata affronterà le peculiarità biologiche e cliniche dei tumori rari, tra cui tumori neuroendocrini e sarcomi.
Ampio spazio sarà dedicato alla presentazione e discussione di casi clinici reali, favorendo un confronto diretto tra esperti e partecipanti e stimolando un approccio critico alle decisioni cliniche complesse. Ci saranno confronti sulla pianificazione preoperatoria e sulle strategie ricostruttive, con focus sulle tecniche mininvasive e robotiche, riflettendo su come affrontare in sicurezza procedure ad alta complessità in centri ad alto volume.
Il congresso esplorerà infine il ruolo emergente dell’intelligenza artificiale, dei biomarcatori circolanti e dei modelli innovativi come gli organoidi nella gestione del carcinoma colo-rettale. Questi strumenti rappresentano nuove frontiere per la medicina di precisione e per l’ottimizzazione dei percorsi terapeutici.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Vittorio Sgarbi ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma, è in terapia intensiva Sky TG24
Secondo quanto confermano fonti sanitarie, il critico d'arte, 74 anni, è stato ricoverato nel nosocomio romano. L’ultimo importante ricovero risale alla primavera del 2025, quando ha affrontato una profonda sindrome depressiva che lo ha portato a periodi di isolamento, a una marcata perdita di peso e al rifiuto di alimentarsi
Vittorio Sgarbi è ricoverato al policlinico Gemelli di Roma. Lo conferma lo stesso nosocomio. Secondo il sito 'ilgraffio.net' l'ex deputato sarebbe in gravi condizioni in terapia intensiva. A quanto si apprende da fonti ospedaliere, almeno al momento non sono previsti bollettini ( Vittorio Sgarbi, la sua storia tra critica d'arte, politica e litigi in tv ).
Gli ultimi ricoveri
L’ultimo importante ricovero risale alla primavera del 2025, quando il critico d'arte ed ex sottosegretario ha affrontato una profonda sindrome depressiva che lo ha portato a periodi di isolamento, a una marcata perdita di peso e al rifiuto di alimentarsi. A fine 2015 era stato operato al cuore al Policlinico di Modena e nel 2021 aveva spiegato di essere guarito da un tumore alla prostata curato all'Istituto nazionale tumori Regina Elena di Roma. Lo scorso febbraio Sgarbi è riapparso in pubblico alla Certosa di Ferrara, visibilmente debilitato fisicamente, con passo incerto e volto piuttosto provato. Negli ultimi mesi il critico è stato al centro di una battaglia giudiziaria avviata dalla figlia Evelina, che ha presentato un’istanza al tribunale civile di Roma per la nomina di un amministratore di sostegno per il padre, sostenendo che Sgarbi non sia più in grado di gestire autonomamente la propria persona e i propri interessi.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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✅
Criteri Critici
Una donna di 53 anni ha scoperto di avere un cancro al colon in fase iniziale grazie a qualcosa che molti vietnamiti trascurano. Vietnam.vn
GĐXH - Durante un controllo medico generale, la signora Thuy ha scoperto un polipo al colon di 2,5 cm con sospetti segni di cancro in fase iniziale. La signora Thuy si è recata all'ospedale generale Tam Anhdi Hanoiper un controllo di routine. Poiché aveva più di 45 anni e aveva avuto in passato un'infezione da Helicobacter pylori, il dottor Nguyen Van Son, del reparto di Gastroenterologia, Epatologia e Pancreatologia, le ha consigliato di sottoporsi a gastroscopia e colonscopia per lo screening oncologico. La colonscopia ha rivelato tre polipi del colon, il più grande dei quali misurava 0,6 cm, era benigno ed è stato completamente rimosso. Nel colon sinistro, il medico ha scoperto un altro grosso polipo, di circa 2,5 cm di diametro. Esaminandolo al microscopio, la superficie e i vasi sanguigni del polipo mostravano evidenti alterazioni, indicative di un tumore in fase iniziale. I medici si sono consultati e hanno deciso di eseguire una dissezione endoscopica sottomucosa (ESD), con l'obiettivo di rimuovere l'intera lesione come un'unica massa. L'équipe ha eseguito la tecnica ESD per rimuovere la lesione polipoide sulla signora Thuy. Foto: fornita dall'ospedale. L'esame istopatologico ha rivelato che il polipo era una lesione ghiandolare serrata tipica con displasia di alto grado, equivalente ad adenocarcinoma in situ. Tutti i margini di resezione del campione erano indenni da cellule tumorali. Il tumore è stato diagnosticato in una fase molto precoce, prima di qualsiasi segno di invasione. Grazie alla rimozione completa della lesione tramite endoscopia, la signora Thuy ha potuto sottoporsi a un trattamento radicale, senza necessità di chemioterapia adiuvante, ma necessita comunque di controlli regolari. Secondo il dottor Son, l'ESD è una tecnica di dissezione endoscopica sottomucosa in cui il medico disseziona e rimuove l'intera lesione dallo strato mucoso. Questo metodo viene preso in considerazione per alcune lesioni del colon di grandi dimensioni e diffuse o per quelle con segni precoci di sospetto cancro. Quando è necessario ottenere campioni di tessuto completi per l'esame patologico e una valutazione accurata della natura e dell'entità del danno, i medici possono dare priorità alla tecnica ESD nei casi appropriati. Il cancro del colon-retto tende a progredire silenziosamente nel corso di molti anni, a partire da lesioni intestinali come i polipi. Pertanto, individuare e trattare queste anomalie tramite endoscopia è fondamentale per la prevenzione e la diagnosi precoce della malattia. Il dottor Son raccomanda a tutti di sottoporsi a un controllo medico e a uno screening per il cancro del colon-retto, in base all'età, ai fattori di rischio e ai consigli del medico. Alle persone ad alto rischio, come quelle con una storia familiare di cancro del colon-retto o polipi, una storia di polipi, malattie infiammatorie croniche intestinali o sindromi genetiche come la sindrome di Lynch o la poliposi multipla, si consiglia di sottoporsi a screening appropriati. Fonte: https://giadinh.suckhoedoisong.vn/nguoi-phu-nu-53-tuoi-phat-hien-ung-thu-dai-trang-giai-doan-som-tu-1-viec-nhieu-nguoi-viet-bo-qua-172260930084845867.htm
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Criteri Critici
Max Parisi vola negli Stati Uniti per tentare il Daraxonrasib dopo la diagnosi di tumore al pancreas La Voce di Venezia
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Max Parisi, 58 anni e volto noto della radio, è volato negli Stati Uniti per iniziare una terapia sperimentale dopo che lo scorso 31 luglio i medici gli avevano comunicato che le opzioni terapeutiche disponibili in Italia si erano esaurite. Ai familiari era stata prospettata una sopravvivenza di circa uno-due mesi.
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La svolta è arrivata il 26 agosto, quando la Food and Drug Administration ha approvato il Daraxonrasib, un trattamento destinato a pazienti che hanno già ricevuto altre terapie. Parisi ha i requisiti per accedervi e a breve dovrebbe ricevere la prima fornitura del farmaco; dopo quindici giorni una Tac valuterà l’efficacia del trattamento.
L’oncologa Chiara Cremolini, membro del direttivo Aiom e professoressa all’Università di Pisa, ha spiegato che il Daraxonrasib è utilizzabile nella pratica clinica americana ma non è ancora approvato dall’Ema. Di conseguenza, per ora il farmaco non è rimborsabile nei sistemi sanitari pubblici e può essere acquistato solo a carico del paziente; la copertura dipende dalle condizioni delle polizze assicurative. L’Ema sta effettuando la revisione dei dati e attende la presentazione della richiesta di immissione in commercio da parte dell’azienda produttrice.
Negli ultimi due anni Parisi ha perso circa quaranta chili a causa di chemioterapia, intervento chirurgico e radioterapia per un tumore al pancreas con metastasi al fegato. Dopo la comunicazione dei medici, aveva deciso di fermarsi, lasciando il programma Caffellatte con te di Radio Monte Carlo e avviando le cure palliative con Vidas, mentre insieme alla moglie Louise sistemava questioni pratiche familiari. Le figlie sono Sophia, 21 anni, e Vivienne, 16.
Il conduttore è partito per la California e si è temporaneamente trasferito a casa della suocera. Pur consapevole che la terapia non garantisce la guarigione, Parisi ha spiegato che può offrire tempo aggiuntivo: l’obiettivo è vivere questi mesi accanto alla famiglia. Il sintomo che ha dato il via alla diagnosi risale al 2024, quando un prurito persistente portò a esami che, dopo un iniziale sospetto di infezione biliare, hanno rivelato la neoplasia pancreatica.
Sul piano economico la terapia ha un costo rilevante: una fornitura per trenta giorni supera i 42.000 dollari, senza considerare visite e soggiorno negli Stati Uniti. La moglie Louise ha avviato una raccolta fondi online che ha superato i 115.000 dollari, somma sufficiente a sostenere circa due mesi di trattamento. Dopo questo periodo Parisi dovrà tornare in Italia.
In parallelo alla terapia, Parisi e il fratello Alessandro stanno cercando di favorire l’accesso al farmaco anche in Italia, valutando la possibilità dell’uso compassionevole. La vicenda del conduttore ha attirato attenzione anche per le implicazioni pratiche e regolatorie sulla disponibilità del Daraxonrasib nei sistemi sanitari europei.
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
45.6/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Specializzazioni mediche, nove sono al completo. Sos Radioterapia, la sorpresa dei patologi Il Giorno
Milano – Prima dello scadere delle iscrizioni (domani alle 12) sette scuole di specialità della Statale su 50 hanno già coperto tutti i posti a disposizione: Chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica, Dermatologia e venereologia, Malattie dell’apparato cardiovascolare, Neurochirurgia, Neurologia, Oftalmologia, Otorinolaringoiatria. Complessivamente, su 902 posti disponibili ne sono stati coperti 632. “Siamo al 71% di saturazione e, verosimilmente, chiuderemo all’85%, come un anno fa – commenta Francesco Blasi, professore di Malattie respiratorie al Policlinico di Milano e preside della facoltà di Medicina della Statale –. Un buon segnale lo dà Anatomia patologica: su otto posti a disposizione sette sono già riempiti. In Medicina d’emergenza e urgenza, al momento, abbiamo un iscritto in più: lo scorso anno su 48 posti disponibili 22 erano stati coperti, quest’anno siamo a 23 e manca ancora qualche giorno, speriamo bene, visto che ci sono ancora possibilità di movimento. Un’altra area in cui siamo lontani dalla saturazione è radioterapia, una specialità molto importante”.
L’importanza dell’orientamento
Si cerca di invertire la rotta puntando sull’orientamento, “quest’anno abbiamo organizzato anche una prima giornata delle scuole di specialità alla quale hanno partecipato più di mille studenti, speriamo ci sia qualche ritorno di fiamma – sottolinea Blasi –. Sappiamo che alcune scuole non satureranno tutti i posti disponibili, non dipende dalla bontà della scuola, il problema è a valle, nella tipologia di lavoro, negli incentivi che ancora mancano o che sono limitati per chi si trova a lavorare nei pronto soccorso, per esempio. Serve un segnale diverso, a livello di sistema, per invertire la tendenza”.
In Bicocca e all’Humanitas University
In Bicocca i posti assegnati dal Ministero sono aumentati da 384 a 401, sono 17 in più. Le iscrizioni sono aperte fino al 2 di ottobre e l’ateneo ha già saturato il 70,3% dei posti. Rispetto al 31 ottobre 2025 (all’avvio delle attività didattiche) qualche segnale si nota già: le scuole che registrano una crescita di immatricolati sono Chirurgia generale (+8), Igiene e medicina preventiva (+5), Medicina nucleare (+3), Ematologia (+2), Malattie dell’apparato respiratorio (+2), Medicina d’emergenza-urgenza (+2), Neuropsichiatria infantile (+2) e Radioterapia (+2). Anche in questo caso fa più fatica Radioterapia e - tra le specialità da riscoprire - ci sono Patologia clinica e Statistica sanitaria e biometria. Sono invece già sature Chirurgia generale, Malattie dell’apparato respiratorio e Malattie infettive e tropicali. All’Università San Raffaele è già coperto il 95% dei posti: 223 su 235. In controtendenza Medicina d’urgenza con 9 posti coperti su 14, dopo tre anni di deserto. All’Humanitas University, dei 21 contratti disponibili per Medicina d’Urgenza ed Emergenza ne sono stati assegnati 16. Nel 2025 erano state assegnate 11 borse su 20 (e si erano immatricolati in dieci). Ottimi segnali in Medicina nucleare che fa l’en plein con tre borse assegnate su tre, in Radioterapia con quattro posti coperti su cinque e in Igiene e medicina del lavoro che satura gli 11 posti.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
Prof. Associato Dott. Pham Cam Phuong: Promuovere la cooperazione internazionale per migliorare il trattamento del cancro in Vietnam. Vietnam.vn
La professoressa associata, dottoressa Pham Cam Phuong, è stata appena nominata ambasciatrice dalla Fondazione belga Oncidium. È la prima rappresentante del Vietnam in questa rete professionale. Con quasi 20 anni di esperienza nel campo dell'oncologia, il Dott. Phuong ha partecipato alla ricerca e all'implementazione di numerose tecniche di medicina nucleare e metodi di trattamento moderni, tra cui PET/CT, terapia mirata, immunologia, test genetici e teranostica. Prof. Associato Dott. Pham Cam Phuong. Foto: fornita dall'ospedale.
Applicazioni della medicina nucleare nel trattamento del cancro. Nel 2016, mentre ricopriva la carica di vicedirettrice del Centro di Medicina Nucleare e Oncologia presso l'Ospedale Bach Mai, la dottoressa Pham Cam Phuong è stata tra i 10 giovani medici di Hanoi a ricevere il premio Dang Thuy Tram. Questo premio viene assegnato a giovani medici che si sono distinti per i risultati eccezionali raggiunti nella loro attività professionale e nel servizio alla comunità. Presso l'ospedale Bach Mai, la professoressa associata Dr.ssa Pham Cam Phuong e i suoi colleghi sono stati pionieri nell'applicazione di numerose tecnologie diagnostiche e terapeutiche moderne, come la tomografia a emissione di positroni (PET/CT), la terapia mirata, l'immunoterapia e i test genetici per le patologie tumorali complesse. Un'area di suo interesse è la teranostica, un metodo che combina diagnosi e trattamento basati su sostanze radiomarcate. Queste sostanze sono legate a molecole in grado di identificare bersagli nell'organismo, facilitando così l'individuazione delle lesioni e il rilascio di agenti terapeutici alle cellule malate. Si tratta di un approccio nell'ambito della medicina di precisione e del trattamento personalizzato del cancro.
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Da molti anni, la professoressa associata Phuong si dedica alla ricerca sulle metastasi cerebrali, sul cancro del colon-retto, sul cancro al seno, sui tumori cerebrali e su diverse altre forme di cancro. La sua ricerca si concentra sull'efficacia della radiochirurgia, della chemioradioterapia, sul ruolo della PET/CT nella diagnosi di tumori a origine primaria sconosciuta e sull'efficacia di alcune terapie mirate. Oltre alla sua attività professionale, partecipa a programmi di screening per il tumore al seno rivolti alle donne in diverse aree svantaggiate. L'auspicio è che i pazienti oncologici abbiano maggiori opportunità di accedere a metodi di trattamento avanzati.
La professoressa associata, dottoressa Pham Cam Phuong, nata nel 1978, si è laureata in medicina generale presso l'Università di Medicina di Hanoi nel 2001. Nel 2006 ha completato il master e la specializzazione in oncologia presso la stessa università. Nel 2007 ha ulteriormente perfezionato la sua specializzazione in oncologia presso l'Università Marie Curie - Parigi VI e l'Ospedale Avicenne, in Francia. Nel 2013 ha conseguito il dottorato di ricerca in Oncologia presso l'Università Medica di Hanoi . Nel 2018 è stata nominata Professore Associato. La sua formazione e il suo lavoro successivi sono rimasti strettamente legati alle nuove tecniche in oncologia e medicina nucleare. Dopo molti anni di lavoro presso l'ospedale Bach Mai, ha assunto la carica di direttrice dell'Istituto di Medicina Nucleare e Oncologia. La sua attività attuale coniuga la cura dei pazienti, la ricerca, la formazione e l'implementazione di nuove tecniche nel campo della lotta contro il cancro. La professoressa associata, dottoressa Pham Cam Phuong, si è detta onorata di diventare ambasciatrice e prima rappresentante del Vietnam nella rete della Fondazione Oncidium.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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50.4/100
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Criteri Critici
Terapia genica, una retina costruita in laboratorio torna a rispondere meglio alla luce Mondosanità
Un gruppo internazionale guidato dalla Newcastle University e dal King’s College London ha ottenuto un risultato sorprendente contro la retinite pigmentosa di tipo 11 (RP11): introducendo una copia funzionante del gene difettoso in cellule retiniche derivate da pazienti, ha migliorato non soltanto alcuni processi cellulari, ma anche la risposta di strutture retiniche coltivate in laboratorio alla luce. La vista di un paziente non è stata restituita. È stato però possibile intervenire su un guasto che, poco alla volta, compromette il funzionamento della retina.
Lo studio, pubblicato il 30 settembre su Nature Communications, prende di mira PRPF31, un gene necessario al lavoro dello spliceosoma, il complesso cellulare che prepara l’RNA prima che venga usato per produrre proteine. Per intenderci, l’RNA è come una copia delle istruzioni ricavate dal DNA: lo spliceosoma ne elimina alcune parti e ricongiunge quelle da conservare. Se PRPF31 non funziona a dovere, questa preparazione — chiamata splicing — si inceppa. I ricercatori hanno ottenuto da cellule dei pazienti sia epitelio pigmentato retinico, il tessuto che sostiene i fotorecettori, sia organoidi tridimensionali, piccole strutture che riproducono alcuni elementi della retina; hanno poi introdotto la copia sana del gene mediante un virus adeno-associato modificato, usato come veicolo di trasporto.
Che cosa è cambiato? Anzitutto, nelle cellule trattate la proteina PRPF31 è stata ritrovata più spesso nel nucleo, dove deve svolgere la propria funzione, e diversi indicatori dello splicing si sono avvicinati alla normalità. Sono diminuiti gli accumuli anomali di proteine; le ciglia, sottili strutture cellulari, hanno mostrato un recupero; l’epitelio pigmentato ha ripreso a smaltire meglio i residui lasciati dai fotorecettori. Anche la disposizione delle cellule è risultata più simile a quella fisiologica. Non è tutto: l’aggiunta di rapamicina, impiegata per stimolare l’autofagia — il sistema con cui la cellula elimina componenti danneggiati — non ha prodotto un beneficio ulteriore. È un indizio, non una prova definitiva, che la correzione dello splicing sia il passaggio decisivo.
La verifica più suggestiva è arrivata con i lampi di luce. Appoggiando gli organoidi su matrici di microelettrodi, gli studiosi hanno registrato i segnali elettrici delle cellule ganglionari, attraverso le quali esce l’informazione elaborata dal circuito retinico. Negli organoidi che avevano ricevuto soltanto un vettore di controllo la risposta era scarsa o modesta; in quelli trattati con PRPF31, invece, l’intensità della risposta alla luce è aumentata in modo significativo. Attenzione, però: la quota di cellule che aumentava la propria attività è cresciuta di appena 4 punti percentuali, una differenza che gli stessi autori giudicano compatibile con la normale variabilità fisiologica. A reagire con più forza sono state soprattutto cellule già sensibili alla luce.
Qui passa il confine fra un esperimento promettente e una cura della vista. Un organoide consente di osservare cellule umane e parte dei loro collegamenti, ma non possiede tutte le componenti anatomiche, vascolari e immunitarie di un occhio; né può stabilire se una persona, dopo il trattamento, vedrebbe meglio. Il risultato si aggiunge a precedenti osservazioni su cellule umane e modelli animali e presenta un dato importante: un recupero consistente è stato ottenuto anche nell’epitelio pigmentato retinico maturo. Ciò suggerisce che la finestra in cui intervenire potrebbe non essere limitata alle primissime fasi della RP11. Resta però da dimostrare nell’uomo.
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Elia M, Pauzuolyte V, Georgiou M, et al. “Cell-autonomous restoration of splicing homeostasis and RP11 phenotype in patient-derived RPE and retinal organoids by PRPF31.AAV gene therapy”. Nature Communications. Pubblicato il 30 settembre 2026. DOI: 10.1038/s41467-026-78065-z.
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
L’immunoterapia preventiva apre a nuove possibilità di cura al tumore avanzato del polmone La Voce dei Giornalisti
Ad ASTRO 2026, il più importante congresso mondiale sulla radioterapia oncologica che si chiude oggi a Boston (Usa), il professor Andrea Filippi, direttore della Struttura Complessa Radioterapia dell’IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, ha presentato i risultati di uno studio internazionale, a cui ha partecipato anche l’Istituto milanese, che apre nuove prospettive di terapia per alcuni malati di cancro al polmone.
La ricerca, effettuata su un panel di 142 pazienti reclutati a livello globale e discussa poi anche negli highlights del convegno, è focalizzata su pazienti affetti da tumore al polmone con malattia localmente avanzata, non metastatica, stadio terzo, che storicamente erano trattati o con chirurgia o con chemioradioterapia seguita da immunoterapia.
Istituto Turmori di Milano
«Abbiamo testato due coorti separate di pazienti – spiega Filippi – Ai primi, con malattia considerata chirurgica fin dall’inizio, sono stati praticati due cicli di chemio-immunoterapia, per poi essere rivalutati dal multidisciplinare e dai chirurghi: in caso di conferma della fattibilità, si procedeva con l’intervento e la successiva immunoterapia di “consolidamento”. L’altra coorte, più innovativa, era composta da pazienti con malattia più avanzata: linfonodi più grandi, estensioni maggiori… Casi che tradizionalmente andavano alla chemioradioterapia, e in cui, invece, abbiamo provato prima a fare due cicli di chemio-immunoterapia. Dopo la valutazione multidisciplinare, alcuni sono stati avviati alla chirurgia ed altri – quelli che non hanno risposto così bene oppure hanno risposto, ma restavano pazienti non chirurgici per l’estensione della malattia o altri motivi – hanno fatto la chemioradioterapia seguita poi da immunoterapia di mantenimento».
Il prof. Andrea Filippi durante il suo intervento
Alla fine, sui 142 pazienti arruolati soltanto 11 non sono stati in condizione né di essere operati, né di essere indirizzati alla radioterapia. «Di fatto, quindi, quasi il 95% è riuscito ad arrivare un trattamento curativo», ha sottolineato il professor Filippi: «I pazienti operati sono andati estremamente bene, come ci si aspettava. Ma abbiamo ottenuto risultati molto positivi anche per chi, dopo i due cicli di iniziali, è stato spostato su un programma di chemioradioterapia. È molto probabile che averli intercettati prima, dopo questi primi due cicli e la valutazione del multidisciplinare, e aver fatto la radioterapia al momento giusto abbia consentito loro di tollerarla molto meglio, con risultati migliori e simili a quelli chirurgici».
Il risultato pratico, aggiunge il professore, è che «cambia un po’ la prospettiva con cui, a volte, si dice ai pazienti in stadio tre fin dall’inizio che sono o non sono operabili, con tutte le conseguenze anche psicologiche che questo approccio rischia di dare loro. Il messaggio ai pazienti è quindi più positivo. In pratica, si può partire in molti casi con un’induzione, cioè una sorta di prima parte di chemio-immunoterapia, per decidere poi come passare alla miglior terapia locale, sia essa la chirurgia o la radioterapia. Ed è una strategia adattativa che offre un’ottima possibilità di portare il paziente alla cura».
Nella foto il prof. Andrea Filippi
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?5
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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64.4/100
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Criteri Critici
Huntington, una terapia genica rallenta la malattia. Ma a quattro anni arriva il dubbio Mondosanità
Immaginiamo una terapia che si somministra una volta sola direttamente nel cervello e che potrebbe rallentare una malattia neurodegenerativa oggi incurabile.
Poi immaginiamo che, dopo quattro anni, il risultato continui ad apparire favorevole ma diventi statisticamente incerto.
La approveremmo?
È questa, più ancora della percentuale di efficacia, la domanda sollevata dai nuovi dati su ifezuntirgene inilparvovec, finora conosciuta come AMT-130, terapia genica sperimentale contro la malattia di Huntington.
La Huntington è una patologia genetica progressiva che compromette movimento, capacità cognitive, comportamento e autonomia. In Italia interessa circa 7.000 persone, secondo dati richiamati dall’Istituto Superiore di Sanità. Oggi possiamo trattarne diversi sintomi, ma non disponiamo di una terapia approvata capace di fermarne o rallentarne con certezza la progressione.
AMT-130 prova a cambiare questo scenario.
Una terapia che entra direttamente nel cervello
Il principio è affascinante e radicale.
La malattia è provocata da un’alterazione del gene HTT, responsabile della produzione della proteina huntingtina. AMT-130 utilizza un vettore virale AAV5 per portare nelle cellule cerebrali un microRNA progettato per ridurre la produzione di huntingtina.
Non è una compressa né un’infusione periodica.
La terapia viene somministrata una sola volta attraverso una procedura neurochirurgica stereotassica, direttamente nello striato, nelle regioni del caudato e del putamen. E proprio perché modifica stabilmente le cellule raggiunte, una volta somministrata non può essere semplicemente sospesa o rimossa.
È qui che i nuovi risultati diventano particolarmente interessanti.
A quattro anni il 44%. Ma non basta leggere la percentuale
Nei 12 pazienti trattati con la dose elevata e valutabili dopo 48 mesi, la progressione della malattia misurata attraverso la scala composita cUHDRS è risultata rallentata del 44% rispetto a un gruppo esterno di pazienti con caratteristiche comparabili.
Sembra moltissimo.
Ma il valore di p è 0,144: il risultato principale non raggiunge la significatività statistica.
Sulla Total Functional Capacity, che misura quanto il paziente riesca ancora a lavorare, gestire le attività quotidiane e mantenere la propria autonomia, il rallentamento è invece risultato del 61%, con un valore nominale di p=0,008.
Ancora più interessante è ciò che succede tornando indietro di un anno.
Nell’analisi aggiornata a 36 mesi, su 15 pazienti ad alta dose, il rallentamento sulla cUHDRS arriva all’80% ed è statisticamente significativo.
Perché allora a quattro anni il risultato sembra indebolirsi?
Il problema potrebbe essere anche chi usiamo come confronto
Qui la storia diventa più utile della semplice notizia sul nuovo farmaco.
Lo studio è di fase I/II e coinvolge pochi pazienti. Per valutare l’efficacia a lungo termine non utilizza un grande gruppo placebo seguito parallelamente, ma confronta i pazienti trattati con persone selezionate dalla banca dati internazionale Enroll-HD sulla storia naturale della Huntington. La FDA aveva concordato con l’azienda che un controllo esterno costruito con criteri statistici prestabiliti potesse essere utilizzato come base del dossier regolatorio.
Ma con il passare degli anni molti dati dei controlli diventano mancanti.
Secondo uniQure, questo potrebbe introdurre un paradosso: se dal database scompaiono più facilmente i pazienti che peggiorano rapidamente, quelli rimasti disponibili per il confronto finiscono per essere mediamente meno gravi. La terapia sembrerebbe quindi funzionare meno.
È possibile.
Ma per ora è una spiegazione, non una dimostrazione.
Ed è precisamente per questo che non possiamo trasformare il 44% in “la terapia rallenta la Huntington del 44%”.
La FDA adesso ha un problema affascinante
La questione non è teorica.
Il 2 settembre 2026 uniQure ha già presentato alla FDA la domanda di autorizzazione biologica per AMT-130. L’agenzia aveva precedentemente comunicato che l’analisi a tre anni poteva costituire la base principale di una richiesta di approvazione accelerata.
E adesso arrivano questi dati.
Da una parte c’è una malattia devastante, genetica, progressiva e senza una terapia capace di modificarne il decorso.
Dall’altra abbiamo dodici pazienti a quattro anni, un controllo esterno e un endpoint principale che non raggiunge la significatività statistica.
Nel mezzo c’è una terapia somministrata direttamente nel cervello e sostanzialmente irreversibile.
È quasi il caso di scuola della medicina che sta arrivando.
Quanto deve essere grande la certezza quando i pazienti sono pochi?
Per le malattie comuni possiamo chiedere trial randomizzati con migliaia di persone.
Per una malattia rara questo modello può diventare molto più difficile. La stessa FDA nel 2026 ha proposto nuovi percorsi regolatori per terapie altamente personalizzate nelle malattie ultra-rare quando grandi studi randomizzati non sono realistici.
Ma accelerare non può significare abbassare semplicemente l’asticella.
Può significare spostare una parte della certezza dopo l’approvazione: registri obbligatori, follow-up molto lunghi, studi confermativi, raccolta sistematica degli esiti reali e possibilità di rivalutare continuamente beneficio e rischio.
È una questione che, se AMT-130 arriverà anche davanti a EMA e successivamente ad AIFA, riguarderà direttamente l’Europa e il SSN.
Il futuro delle terapie geniche potrebbe quindi costringerci ad abbandonare una vecchia alternativa: farmaco approvato oppure farmaco sperimentale.
Potremmo entrare nell’epoca dell’approvazione condizionata alla produzione continua di conoscenza.
Perché davanti a malattie senza alternative non possiamo pretendere sempre la certezza di studi impossibili.
Ma proprio quando una terapia entra una volta sola nel cervello e non può più uscirne, dobbiamo pretendere qualcosa di altrettanto importante:
che l’incertezza non venga nascosta dietro una percentuale spettacolare, ma venga misurata e seguita per anni insieme al paziente.
References: