Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?5
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
66.3/100
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Criteri Critici
I test clinici di un nuovo farmaco hanno dato risultati incoraggianti su un modo di trattare la malattia considerato impossibile fino a qualche tempo fa
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Il daraxonrasib, un nuovo farmaco sperimentale contro la forma più insidiosa del tumore al pancreas, ha dato esiti molto promettenti, segnando secondo gli esperti uno dei più importanti successi nel trattamento della malattia. I partecipanti ai test clinici hanno vissuto per più di un anno dalla diagnosi, circa il doppio rispetto a chi era stato sottoposto alla sola chemioterapia. I risultati completi saranno comunicati la prossima settimana nella prestigiosa sessione plenaria del congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), ma negli Stati Uniti è stato già autorizzato l’accesso al trattamento tramite un programma di Expanded Access (EAP) proprio per i benefici riscontrati, in attesa dell’approvazione commerciale definitiva.
Il farmaco è ancora nella sua fase sperimentale ed è quindi presto per trarre conclusioni più ampie, ma è il progresso più importante nella ricerca contro una malattia che ogni anno uccide oltre 50mila persone negli Stati Uniti e che in Italia fa registrare circa 15mila decessi annui. L’adenocarcinoma duttale pancreatico (PDAC) è infatti tra i tumori più letali a causa della sua aggressività e del fatto che le diagnosi sono spesso tardive per le difficoltà nell’identificarlo.
In breve tempo il tumore entra in una fase metastatica, in cui le cellule tumorali raggiungono altre parti del corpo impedendo ai tessuti e agli organi di funzionare normalmente. In questo stadio la sopravvivenza a 5 anni è intorno al 3 per cento e i trattamenti standard, come la chemioterapia, spesso non sono efficaci, con una sopravvivenza mediana che raramente supera i 6-7 mesi dal momento della diagnosi. Mentre negli anni per numerosi tipi di tumori sono state sviluppate terapie efficaci, tali da allungare sensibilmente la vita dei pazienti, il tumore al pancreas ha continuato a essere una malattia estremamente ostica per la ricerca.
Nel 90-95 per cento dei casi, il PDAC è alimentato da una mutazione del gene KRAS, che contiene le istruzioni per far produrre alle cellule la proteina omonima KRAS. Questa proteina è una sorta di interruttore molecolare: quando riceve uno specifico segnale, si attiva e stimola la crescita cellulare per poi spegnersi rapidamente. In presenza della mutazione, le istruzioni sono fallate e la proteina funziona diversamente: rimane sempre nella modalità attiva e questo determina una produzione costante e incontrollata di cellule tumorali, che a loro volta contengono la mutazione e ne fanno produrre altre.
In condizioni normali il sistema immunitario ha la capacità di identificare le cellule anomale e di distruggerle prima che facciano danni, ma quando ce ne sono molte e riescono a non farsi notare, le difese sono insufficienti e la loro proliferazione impedisce agli organi di funzionare normalmente. Nel caso del PDAC, i gruppi di ricerca conoscevano la causa principale, la proteina KRAS, ma non il modo per fermarla.
Per circa quarant’anni la KRAS era sembrata impossibile da trattare. La funzione delle proteine è strettamente legata alla loro forma, che può variare quando si attivano o disattivano, e di solito si sfruttano le loro pieghe per inserire o incastrarci le molecole in modo da intervenire sul loro funzionamento. La forma della KRAS era però tale da non offrire appigli: liscia e scivolosa, senza punti di appoggio per le molecole dei farmaci. Lo era a tal punto da fare ritenere che fosse inespugnabile e intrattabile.
Nel 2013 il biologo statunitense Kevan Shokat ebbe un’intuizione. Sapendo che le proteine modificano la loro forma in base alla funzione, si chiese se in alcuni contesti KRAS cambiasse a sufficienza da poterci attaccare un’altra molecola. Studiò centinaia di molecole diverse e scoprì che quando è inattiva, apre una minuscola tasca che fino ad allora era rimasta inosservata. Era un punto debole microscopico sul quale si poteva lavorare per provare a impedire a KRAS di indurre la produzione continua di nuove cellule tumorali.
I primi tentativi diedero esiti positivi in laboratorio solo su alcune varianti di KRAS con mutazioni molto rare, lasciando scoperte quelle più comuni legate all’adenocarcinoma duttale pancreatico. Serviva una soluzione più ampia e versatile.
Fu il gruppo di lavoro di un altro biologo statunitense, Greg Verdine, a trovare una strada promettente. Considerato che una sola molecola inserita nella proteina non era sufficiente, Verdine e colleghi lavorarono alla ricerca di un complice direttamente all’interno della cellula. Si concentrarono sulla ciclofillina A (CypA), una proteina molto comune nelle cellule del nostro organismo.
Partendo dalle sue caratteristiche, svilupparono una molecola che si lega facilmente alla ciclofillina, formando una struttura più grande e “collosa” per la proteina KRAS. La colla funziona bloccando selettivamente la proteina nella sua fase attiva (lo stato RAS-ON), cioè quando sta alimentando il tumore, e le impedisce fisicamente di intervenire sulle altre proteine che trasmettono il segnale di crescita alle cellule.
Questa soluzione è alla base del daraxonrasib, il farmaco sperimentale sviluppato da Revolution Medicines. I dati clinici preliminari di fase 1 e 2 avevano già mostrato una forte attività, ma lo scorso aprile l’azienda ha annunciato i risultati dello studio di Fase 3 (chiamato RASolute 302), che ha valutato l’efficacia del farmaco come seconda linea di trattamento in pazienti con tumore metastatico.
In circa un terzo dei casi il tumore si è ridotto e la malattia ha mostrato di stabilizzarsi, un risultato che normalmente non si raggiunge con la chemioterapia. Nelle persone che hanno risposto bene alla terapia, il tumore è stato tenuto sotto controllo mediamente per otto mesi. Nello studio di Fase 3, che prevedeva un gruppo di controllo sottoposto a chemioterapia standard, il daraxonrasib ha quasi raddoppiato la sopravvivenza mediana globale, portandola a 13,2 mesi contro i 6,7 mesi della chemio. Un risultato che costituisce il più grande progresso nel trattamento di questa malattia da decenni, motivo per cui c’è grande attesa per la presentazione dei dati completi a fine mese.
Durante la sperimentazione di Fase 1 e 2 (dedicata alla sicurezza del farmaco) non ci sono stati decessi legati al trattamento, ma la quasi totalità dei partecipanti ha avuto degli effetti avversi. Il daraxonrasib interviene del resto su una proteina che è presente anche nelle cellule non tumorali, con effetti su altri tessuti e in particolare su quelli più delicati delle mucose. Sono state riscontrate infiammazioni della bocca, nausea, spossatezza e ricorrenti eruzioni della pelle con arrossamenti, gonfiore e prurito (“rash cutaneo”). Questi effetti sono stati più gravi per circa un terzo dei pazienti, ma solo uno ha interrotto definitivamente il farmaco prima del tempo. Per altri è stato sufficiente ridurre le dosi, sospendere temporaneamente l’assunzione o potenziare l’uso di terapie per alleviare i sintomi indotti dal trattamento.
Secondo le conclusioni dello studio, nella valutazione dei costi e dei benefici gli effetti avversi sono gestibili e compatibili con un trattamento prolungato, soprattutto considerata la gravità di quel tipo di tumore al pancreas.
Il farmaco consente un controllo della malattia più che una cura definitiva perché il tumore riesce spesso ad adattarsi ai trattamenti. Il daraxonrasib elimina molte cellule tumorali, ma alcune possono sviluppare nuove mutazioni o trovare altri modi per continuare a crescere. Con il tempo queste cellule resistenti tornano a moltiplicarsi, rendendo il farmaco meno efficace. Per questo si stanno studiando combinazioni di terapie che possano bloccare contemporaneamente più meccanismi di sopravvivenza del tumore.
Se i risultati saranno confermati, in futuro il trattamento potrebbe essere integrato nei percorsi di cura, non solo per affrontare lo stadio avanzato del tumore. Il daraxonrasib potrebbe essere usato dopo l’intervento chirurgico di rimozione per eliminare eventuali cellule tumorali residue e prevenire in questo modo il rischio di recidive. Potrebbe essere usato prima dell’intervento stesso, per ridurre le dimensioni del tumore e facilitare l’asportazione.
RAS è inoltre tra le proteine coinvolte nella produzione di altri tumori come quelli al polmone e al colon, ambiti in cui ci potrebbero essere progressi grazie alla sperimentazione del nuovo farmaco. La molecola potrebbe essere integrata con i vaccini a mRNA personalizzati, un altro importante filone di ricerca sempre dedicato a contrastare alcune forme tumorali comprese quelle al pancreas.
La tecnica consiste nell’analizzare le caratteristiche genetiche delle cellule tumorali asportate dai pazienti, per identificare specifiche mutazioni da usare per produrre un vaccino che aiuti il sistema immunitario a identificare quelle cellule e ad attaccarle, evitando che facciano danni. L’obiettivo è fare in modo che l’organismo produca cellule immunitarie grazie al vaccino a mRNA, che restano nel sangue per anni, pronte a distruggere le cellule che potrebbero causare nuove metastasi e recidive del tumore.
I progressi negli ultimi anni nella sperimentazione di terapie contro le forme più insidiose di tumore al pancreas sono osservati con grande attenzione, sia dalla comunità scientifica sia dalle aziende farmaceutiche, che stanno investendo grandi quantità di denaro nei progetti e nelle startup che se ne occupano. La Food and Drug Administration, l’agenzia federale statunitense che si occupa anche di farmaci, ha intanto avviato una revisione accelerata del daraxonrasib che potrebbe portare a un uso clinico su larga scala già entro la fine di quest’anno. Non è ancora la soluzione al problema, ma la dimostrazione dei progressi raggiunti in uno degli ambiti più complessi delle terapie antitumorali.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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64.1/100
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Valutazione
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Criteri Critici
Tumore al seno, a Novara parte il progetto per personalizzare la terapia ormonale La Voce Novara e Laghi
All’ospedale Maggiore la ricerca oncologica guarda sempre più alla medicina personalizzata. A spiegarlo è stata Alessandra Gennari, direttrice del reparto di Oncologia dell’ospedale. L’appuntamento è stato l’occasione per fare il punto sui risultati raggiunti e sulle prospettive future di due realtà considerate tra le eccellenze del Maggiore e dell’Università del Piemonte Orientale, entrambe impegnate nello sviluppo di modelli assistenziali sempre più sostenibili, personalizzati e orientati ai bisogni del paziente.
Il reparto di Oncologia, centro di riferimento per la diagnosi e il trattamento dei tumori solidi, integra attività clinica, ricerca traslazionale e sperimentazione terapeutica avanzata attraverso percorsi multidisciplinari dedicati ai pazienti oncologici.
Nel corso della conferenza è stato presentato il progetto di ricerca “SNP-ET”, coordinato dalla dottoressa Benedetta Conte e recentemente finanziato dal Ministero della Salute nell’ambito del Bando Ricerca Finalizzata 2024 – Giovani ricercatori. Il progetto, della durata di 36 mesi, punta a sviluppare un test innovativo, non invasivo e a basso costo per personalizzare la terapia ormonale nelle giovani pazienti affette da carcinoma mammario ormono-sensibile in fase iniziale.
Il tumore al seno ormono-sensibile rappresenta infatti la forma più frequente di carcinoma mammario. Sebbene le terapie endocrine abbiano migliorato significativamente la sopravvivenza, resta elevato il rischio di recidive tardive, che possono manifestarsi anche a distanza di venti o venticinque anni dalla diagnosi. Una situazione che spesso porta a prolungare i trattamenti nel tempo, con effetti importanti sulla qualità di vita delle pazienti e con possibili tossicità legate alle cure.
Per affrontare questa sfida, il gruppo di ricerca composto dalla stessa Conte, dal dottor Davide Soldato dell’Irccs Policlinico San Martino di Genova e dalla dottoressa Maria Lucia Iacovino dell’Istituto Nazionale Tumori Pascale di Napoli ha sviluppato uno studio basato sull’analisi delle varianti genetiche ereditarie coinvolte nel metabolismo degli estrogeni.
Il progetto coinvolge tre centri italiani di eccellenza: l’Aou Maggiore della Carità di Novara, capofila dello studio, l’Irccs Policlinico San Martino di Genova e l’Istituto Nazionale Tumori Irccs Pascale di Napoli. L’obiettivo è integrare ricerca genomica, studi clinici e analisi della qualità di vita per arrivare rapidamente a un’applicazione concreta nella pratica clinica.
«La nostra ipotesi – spiega Benedetta Conte, oncologa medica e ricercatrice dell’Università del Piemonte Orientale – è che alcune varianti genetiche influenzino i livelli di estrogeni: da un lato aumentando il rischio di recidiva, dall’altro riducendo la probabilità di effetti collaterali più gravi, come l’osteoporosi».
L’obiettivo finale è mettere a punto un test basato su un semplice prelievo di sangue, capace di identificare il rischio di recidiva tardiva, prevedere la tossicità delle terapie endocrine e supportare decisioni terapeutiche sempre più mirate. Un approccio che potrebbe consentire di bilanciare meglio efficacia e tossicità delle cure, riducendo il rischio di sovratrattamento e migliorando la qualità di vita delle pazienti.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
37.8/100
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C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Radioterapia d’eccellenza: lo IOV entra nella prestigiosa rete scientifica europea ESTRO OggiTreviso
CASTELFRANCO VENETO / PADOVA - L’Istituto Oncologico Veneto (IOV) compie un nuovo passo fondamentale nel suo percorso di crescita internazionale aderendo alla Società Europea di Radioterapia e Oncologia (ESTRO). Si tratta della più autorevole e importante società scientifica europea nel campo della radio-oncologia, nata con l'obiettivo di rafforzare il ruolo della radioterapia nella cura multidisciplinare del cancro attraverso la promozione di ricerca, innovazione, formazione e accessibilità a trattamenti di eccellenza. L'ingresso in questa rete si inserisce in un più ampio percorso di potenziamento tecnologico che, grazie all'introduzione di tecnologie di ultima generazione, porterà il servizio di Radioterapia dello IOV a diventare nei prossimi mesi uno dei più grandi e avanzati centri italiani per trattamenti mirati e personalizzati.
La natura fortemente multidisciplinare di ESTRO coinvolgerà in modo particolare la radio-oncologia e la fisica sanitaria dell'Istituto, i cui rispettivi rappresentanti sono il professor Marco Krengli e la dottoressa Marta Paiusco. Questa nuova e strategica adesione internazionale non è isolata, ma va a sommarsi a un network globale già ampiamente consolidato di cui lo IOV fa parte. Tra le collaborazioni attive figurano infatti realtà di spicco come OECI, DIGICORE, EURADOS, MELODI, EUREGHA, EARMA ed ELBS, oltre al costante sostegno offerto da APRE (Agenzia nazionale per la Promozione della Ricerca Europea).
Il Direttore Generale dello IOV-IRCCS, la dottoressa Patrizia Simionato, ha espresso grande soddisfazione per questo traguardo, sottolineando la rilevanza strategica dell'operazione: «Entrare a far parte di ESTRO significa rafforzare la dimensione internazionale dello IOV e creare nuove sinergie scientifiche e cliniche con i principali centri europei. La radioterapia oncologica sta vivendo una fase di grande evoluzione tecnologica e metodologica: essere all’interno di questa rete ci permetterà di contribuire attivamente allo sviluppo delle migliori pratiche e di offrire ai pazienti cure sempre più innovative e integrate. Si tratta di un’opportunità importante anche per la fisica sanitaria, disciplina centrale nello sviluppo di trattamenti radioterapici avanzati, sicuri e personalizzati. Il confronto continuo con la comunità scientifica europea favorirà ulteriormente innovazione, ricerca e qualità delle cure».
FOTO: il Direttore Generale dello IOV-IRCCS, la dottoressa Patrizia Simionato
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?2
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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D
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Criteri Critici
La nuova municipale Céline Widmer sottoposta a radioterapia Corriere del Ticino
Appena eletta, la nuova municipale socialista di Zurigo Céline Widmer è già costretta ad assentarsi parzialmente dal suo incarico. A metà aprile le è stato diagnosticato un tumore al seno. Il tumore è già stato rimosso, ha comunicato oggi il Municipio della Città sulla Limmat. Widmer non necessita di chemioterapia ed è sostanzialmente in grado di lavorare. La nuova responsabile del Dicastero opere sociali dovrà tuttavia sottoporsi a una radioterapia ambulatoriale per evitare una recidiva. Non potrà quindi partecipare a tutti gli appuntamenti nei prossimi due mesi. Gli altri membri dell'esecutivo cittadino sono pronti a darle il loro sostegno, è stato sottolineato. Oggi il nuovo Municipio, con il sindaco Raphael Golta (PS), ha tenuto la sua seduta costitutiva, iniziando quindi ufficialmente il proprio lavoro.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?3
51.9/100
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❌
Criteri Critici
“E’ davvero importante poterne parlare. Il cancro è dovunque”. Re Carlo III, due anni fa, ha stravolto le regole del protocollo reale dichiarando apertamente di essersi sottoposto ad un intervento di adeguamento della prostata, ingrossata aggiungendo che, in …
“E’ davvero importante poterne parlare. Il cancro è dovunque”. Re Carlo III, due anni fa, ha stravolto le regole del protocollo reale dichiarando apertamente di essersi sottoposto ad un intervento di adeguamento della prostata, ingrossata aggiungendo che, in quella circostanza, ha scoperto di essere malato di cancro. Era il 2024 ed il mondo restava senza parole mentre una vera e propria valanga di contatti portavano alle stelle i click sui siti della sanità britannica, con i sudditi alla disperata ricerca di informazioni per capire di cosa si trattasse e se magari poteva capitare anche a loro. L’obiettivo di un sovrano disposto a rendere pubblico il suo stato di salute era stato raggiunto, il paese era stato sollecitato a fare prevenzione e prendersi cura di sé.
Oggi, la malattia non è ancora scomparsa ma convive con un uomo di 77 anni condannato ad un regno fatto di cure e determinazione a non cedere al cancro finché gli sarà possibile. Ogni volta che torna su questo argomento lo fa con la consapevolezza di chi accetta di condividere il suo stato per generare empatia e tenere alta l’allerta di chi sottovaluta l’importanza della diagnosi preventiva. Così, martedì, durante una visita a sorpresa presso l’ospedale di York, a nord est dell’Inghilterra, il re ha incontrato lo staff ed i pazienti che stanno dando vita ad un nuovo centro finanziato dai fondi raccolti dalla organizzazione benefica Macmillan alla quale lui è molto vicino.
Il nuovo Sir Odgen Macmillan Cancer Center aprirà in luglio ma Carlo III ha voluto portare il suo saluto ed incoraggiamento prima, ed è stato proprio mentre scambiava un saluto con una delle persone arrivate ad accoglierlo che ha parlato della malattia.
Louise Rhodes, affetta da cancro al seno, ha contribuito a lavorare sul design e sullo sviluppo del nuovo centro in qualità di rappresentante dei pazienti, insieme alla madre. Come riportato dai tabloid, quando è stata avvicinata dal re gli ha raccontato di suo padre, morto per quella stessa diagnosi nel 2024. Ed è stato a quel punto che Carlo III le ha risposto: “E’ ovunque – aggiungendo – è così importante essere in grado di parlarne”.
Davanti ai volontari dell’associazione benefica, ha poi ringraziato tutti per il lavoro svolto per la causa nobile, aggiungendo: “Sono felice di essere patron da tanto tempo”.
Il sovrano ha affrontato la giornata più calda registrata in un giorno di fine maggio in Inghilterra, con temperature che hanno toccato i 35 gradi, ma non si è tirato indietro. Con un abito grigio chiaro e una camicia bianca, ha stretto mani, dispensato incoraggiamenti e saluti a tutti coloro che si sono avvicinati felici di incontralo nonostante un caldo insopportabile.
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
48.9/100
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Criteri Critici
Immunoterapia oncologica, dai vaccini all’AI: la nuova fase della lotta ai tumori Doctor33
A quindici anni dall’approvazione del primo inibitore dei checkpoint immunitari capace di migliorare la sopravvivenza nel melanoma metastatico, l’immunoterapia oncologica entra in una nuova fase. Non si parla più soltanto di anticorpi anti-PD-1 o anti-CTLA-4, ma di un ecosistema sempre più ampio di terapie cellulari, vaccini oncologici, anticorpi ingegnerizzati e strumenti di intelligenza artificiale destinati a cambiare diagnosi, trattamento e prevenzione dei tumori.
Secondo un’analisi pubblicata da Eric Topol nella newsletter scientifica Ground Truths, sono oggi oltre 2.500 i farmaci e i programmi di immunoterapia oncologica in sviluppo. Accanto agli inibitori dei checkpoint immunitari, che hanno trasformato il trattamento del melanoma e di diverse altre neoplasie, stanno avanzando nuove piattaforme terapeutiche come anticorpi coniugati a farmaci citotossici, anticorpi bispecifici, cellule CAR-T, cellule natural killer ingegnerizzate, vaccini terapeutici e virus oncolitici.
Il quadro che emerge è quello di un’oncologia sempre più orientata verso il potenziamento del sistema immunitario come strumento terapeutico centrale, ma anche caratterizzata da una crescente complessità biologica e clinica.
Gli anticorpi anti-PD-1 e anti-PD-L1 restano la base dell’immunoterapia moderna. Pembrolizumab, uno dei farmaci più utilizzati, conta oggi oltre 40 indicazioni approvate dalla Food and Drug Administration statunitense. Tuttavia i risultati restano eterogenei e molti pazienti sviluppano forme di resistenza primaria o acquisita. Per questo motivo la ricerca si sta spostando verso strategie di combinazione che associano nuovi bersagli immunologici, come TIGIT, TIM-3, VISTA e BTLA, agli inibitori già disponibili. L’obiettivo è amplificare e prolungare la risposta immunitaria.
Tra le piattaforme in maggiore espansione figurano gli anticorpi coniugati a farmaci citotossici, progettati per trasportare il principio attivo direttamente sulle cellule tumorali. Sono già oltre quindici quelli approvati e più di 300 risultano in sviluppo clinico. Crescono anche gli anticorpi bispecifici, progettati per mettere in contatto diretto cellule tumorali e linfociti T. Negli Stati Uniti sono già stati autorizzati nove farmaci di questa classe per tumori ematologici e melanoma uveale, mentre oltre 500 molecole sono in fase di studio.
Le cellule CAR-T rappresentano uno dei simboli più avanzati dell’immunoterapia moderna. Dopo i risultati ottenuti nelle leucemie pediatriche, nei linfomi e nel mieloma multiplo, la ricerca sta tentando di estendere questa tecnologia anche ai tumori solidi. Le difficoltà principali riguardano però la capacità delle cellule ingegnerizzate di penetrare il microambiente tumorale e superare l’eterogeneità biologica delle neoplasie solide. Per affrontare questi limiti, diversi gruppi stanno sviluppando nuove strategie basate su cellule natural killer modificate, macrofagi ingegnerizzati e piattaforme standardizzate pronte all’uso.
Uno dei filoni più promettenti riguarda i vaccini oncologici. Oggi molti programmi puntano su vaccini terapeutici personalizzati sviluppati a partire dai neoantigeni del singolo tumore e spesso associati all’immunoterapia già disponibile. Studi recenti hanno riportato risultati incoraggianti nel melanoma, nel carcinoma pancreatico, nel glioblastoma e nel tumore mammario triplo negativo.
Ma il fronte più innovativo riguarda i vaccini preventivi destinati ai soggetti ad alto rischio genetico. Sono in corso studi clinici in portatori della sindrome di Lynch o di mutazioni BRCA1 e BRCA2, mentre altri programmi sperimentali stanno valutando bersagli molecolari come KRAS nel carcinoma pancreatico. La prospettiva è utilizzare il sistema immunitario non soltanto per trattare il tumore avanzato, ma anche per prevenire l’evoluzione della malattia nelle persone ad alto rischio.
Un altro tema centrale è il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale nella selezione dei pazienti candidati all’immunoterapia. Secondo Topol, i biomarcatori attualmente utilizzati non sono sufficienti per guidare in modo ottimale le scelte terapeutiche. Diversi studi stanno quindi valutando nuovi strumenti, tra cui biopsia liquida, analisi del microambiente tumorale, valutazioni radiologiche e modelli di apprendimento automatico per classificare la risposta immunitaria.
Particolare attenzione viene rivolta al microambiente tumorale, considerato uno dei principali fattori che influenzano la risposta ai trattamenti. L’obiettivo della ricerca è trasformare tumori immunologicamente poco reattivi in neoplasie caratterizzate da una maggiore infiltrazione linfocitaria e quindi più sensibili all’immunoterapia.
Molte delle strategie oggi in sviluppo restano ancora lontane dalla pratica clinica quotidiana. Tuttavia il cambiamento di paradigma appare già evidente: l’oncologia punta sempre più a utilizzare il sistema immunitario non solo per trattare il tumore avanzato, ma anche per intercettare precocemente il rischio oncologico e prevenire la progressione della malattia.
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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45.2/100
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Criteri Critici
“Pensate prima a lui”, aveva detto una giovane mamma che aveva scoperto un tumore al seno durante la gravidanza. Ma l’intervento di mastectomia con dissezione linfonodale ascellare e ricostruzione mammaria immediata avvenuto il 18 maggio all’ospedale Pascale …
NAPOLI - Una psicologa di Salerno era stata messa davanti al bivio: continuare la gravidanza o interromperla e curarsi. Ma i medici dell'istituto per la cura dei Tumori Pascale le hanno restituito una prospettiva
“Pensate prima a lui”, aveva detto una giovane mamma che aveva scoperto un tumore al seno durante la gravidanza. Ma l’intervento di mastectomia con dissezione linfonodale ascellare e ricostruzione mammaria immediata avvenuto il 18 maggio all’ospedale Pascale di Napoli ha salvato entrambe le vite. L’operazione è perfettamente riuscita e la donna è tornata a casa dopo 48 ore.
È una storia a lieto fine quella della futura mamma – una psicologa di Salerno che ha preferito restare anonima – eppure la vicenda era nata come il peggiore degli incubi con una diagnosi di tumore al seno arrivata nel pieno della gravidanza. Da lì si era delineato il terribile scenario della scelta: proseguire la gravidanza senza curarsi o interromperla per iniziare al più presto la terapia. Erano state diverse le strutture ospedaliere che avevano messo la donna davanti a questo bivio fino a quando, parlando con il professor Michielino De Laurentiis, è riuscita ad aggrapparsi a una speranza.
“Può curarsi e continuare a essere mamma”, le aveva detto il professor De Laurentiis spiegandole che oggi è possibile affrontare il tumore al seno durante la gravidanza senza rinunciare al bambino. E il 18 maggio ne ha avuto la conferma: la donna si è sottoposta al delicato intervento di mastectomia guidato dai chirurghi Di Giacomo e Fucito, coadiuvati dal dottor Marone, specialisti della chirurgia senologica dell’istituto napoletano.
Non è stato un intervento facile perché in situazioni del genere i parametri vitali da considerare si raddoppiano: monitorare madre e feto contemporaneamente durante tutte le fasi dell’operazione. Per questa ragione, la pianificazione accurata dell’intervento – che di per sé è già complesso – ha dovuto considerare epoca gestazionale, biologia del tumore, sicurezza farmacologica e anestesiologica. I medici hanno inoltre scelto la ricostruzione immediata del seno con protesi definitiva per scongiurare alla madre qualsiasi implicazione fisica e psicologica.
L’intervento è stato un successo clinico: dopo appena 48 ore la donna, descritta come una paziente forte e lucida, è tornata casa. “Questo risultato – ha detto il direttore generale del polo oncologico partenopeo, Maurizio di Mauro – rappresenta il volto migliore della sanità pubblica e dell’oncologia italiana. Al Pascale lavorano professionisti straordinari capaci di affrontare anche le situazioni più delicate con competenza, sensibilità e spirito di squadra. Curare una giovane donna senza interrompere il percorso della maternità significa difendere insieme la vita, la speranza e il futuro”.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
45.6/100
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C
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Criteri Critici
Progressi nell'individuazione, nella diagnosi e nel trattamento delle malattie. Vietnam.vn
Molti importanti progetti di ricerca, parte integrante della strategia tecnologica che il settore sanitario vietnamita ha posto come priorità e sta implementando, sono stati presentati al seminario "Progressi nell'individuazione, diagnosi e trattamento delle malattie".
Nuove strategie di trattamento per le persone con problemi di udito.
Intervenendo al seminario, la professoressa Ana Belen Elgoyhen (Università di Buenos Aires) ha affermato che, secondo le stime dell'OMS, oltre 1,5 miliardi di persone convivono attualmente con un certo grado di perdita dell'udito. Si prevede che questo numero aumenterà significativamente, con una stima di 2,5 miliardi di persone colpite da un qualche grado di perdita dell'udito entro il 2050.
La professoressa Ana Belen Elgoyhen ha condiviso le sue riflessioni sulla terapia genica.
Senza interventi efficaci, il costo annuo stimato della perdita dell'udito a livello globale supera i 980 miliardi di dollari. Questo onere è particolarmente gravoso nei paesi a basso e medio reddito.
Per quanto riguarda le cause, sono molti i fattori che contribuiscono, come la genetica, la biologia, comportamenti come l'ascolto di musica ad alto volume e fattori ambientali. In termini di genetica, circa 1 bambino su 500 presenta problemi di udito congeniti, di cui oltre il 50% è dovuto a fattori genetici, mentre il restante 50% è dovuto a infezioni durante il parto o ad altre cause. Di questi, il 30% sono sindromi e il 70% sono condizioni indipendenti non sindromiche. La maggior parte è dovuta a geni autosomici recessivi, mentre il 15% è dovuto a geni dominanti.
Sono stati identificati oltre 150 geni le cui mutazioni possono causare la perdita dell'udito. Si stima che circa 300 geni possano causare la perdita dell'udito nell'orecchio interno o in diverse sindromi.
Le opzioni di trattamento più comuni attualmente disponibili sono gli apparecchi acustici per la perdita uditiva da lieve a moderata, l'amplificazione del suono o l'intervento chirurgico di impianto cocleare. Sebbene si tratti di soluzioni rivoluzionarie per i non udenti, non possono sostituire completamente la perdita dell'udito dovuta alle difficoltà nell'apprendimento e nella comprensione del linguaggio e alle limitazioni nell'ascolto della musica.
Durante il seminario, la professoressa Ana Belen Elgoyhen ha presentato la terapia genica.
Di conseguenza, il gene (OTOF) codifica una proteina chiamata otoferlina. La proteina otoferlina svolge un ruolo vitale nella trasmissione delle informazioni dall'orecchio interno al nervo uditivo e, successivamente, nella trasmissione dei segnali elettrici al cervello. Quando il gene (OTOF) subisce una mutazione, questa trasmissione del segnale viene completamente interrotta, causando sordità congenita. Gli scienziati utilizzano virus geneticamente modificati come vettori per introdurre una copia sana del gene (OTOF) nel paziente, aiutandolo a recuperare l'udito.
La sfida ora è che i test hanno avuto successo solo con un gene (OTOF), mentre esistono oltre 150 geni diversi che possono causare la perdita dell'udito ereditaria. Pertanto, molte altre domande dovranno trovare risposta nel prossimo futuro.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Tumore al seno, la nutrizione diventa cura: il peso corporeo influenza la prognosi insalutenews.it
Gestione del peso, attività fisica e qualità della vita nell’iter terapeutico oltre la malattia. Per la SINU, a Bergamo per il 46° Congresso Nazionale, necessaria maggiore diffusione delle linee guida nutrizionali specifiche
Bergamo, 27 maggio 2026 – Nella moderna oncologia, la nutrizione è diventata una parte integrante e imprescindibile del protocollo di cura. Il concetto di supporto nutrizionale sottolinea come il metabolismo del paziente non sia un fattore passivo, ma una variabile attiva in grado di influenzare la tolleranza ai trattamenti, la qualità della vita e, in ultima analisi, la sopravvivenza globale.
Il carcinoma mammario (CM) è il tumore femminile più diffuso nel mondo. Dalle stime GLOBOCAN nel 2022 i nuovi casi erano 2,3 milioni, ovvero il 24% di tutti i nuovi casi di cancro nelle donne. In Italia, secondo le stime AIOM 2025, ogni anno vengono diagnosticate più di 50.000 donne con CM, con una sopravvivenza a 5 anni dell’88% ed una prevalenza di 925.000 survivors. Si tratta di una popolazione che può presentare maggiore vulnerabilità a complicanze cardiometaboliche e ad una riduzione della qualità della vita.
Una diagnosi di cancro al seno può comportare disagio fisico e mentale e cambiamenti sostanziali della vita quotidiana, oltre ai disturbi fisici, tra cui l’affaticamento e il dolore derivanti dalla malattia, dalla chirurgia e dalla terapia oncologica adiuvante.
Tradizionalmente, in molte neoplasie il problema nutrizionale principale è la malnutrizione per difetto e la cachessia, condizioni associate a peggior prognosi e ridotta tolleranza alle terapie. Nel CM, al contrario, emerge sempre più spesso una malnutrizione per eccesso, spesso accompagnata da obesità sarcopenica e alterazioni metaboliche.
Le pazienti vanno incontro a profonde alterazioni della composizione corporea a causa di trattamenti sistemici, terapie ormonali e della menopausa iatrogena, fattori che, uniti alla riduzione dell’attività fisica post-diagnosi, favoriscono un aumento del grasso viscerale a discapito della massa muscolare.
Questo scenario, meno evidente ma altrettanto rilevante sul piano prognostico, richiede un cambio di paradigma nella presa in carico nutrizionale, con strategie cliniche mirate non tanto al recupero ponderale, quanto al riequilibrio della composizione corporea e del profilo metabolico.
“Negli ultimi anni, un numero crescente di studi ha evidenziato come il peso corporeo dopo una diagnosi di tumore al seno non sia solo una questione di benessere generale, ma un fattore che può influenzare in modo concreto la prognosi. Le evidenze epidemiologiche più aggiornate, basate su numerosi studi condotti a livello internazionale, indicano che l’eccesso di adiposità è associato ad un aumento del rischio di mortalità. In particolare, le donne con obesità dopo la diagnosi presentano un rischio più elevato di mortalità, sia per tutte le cause, sia per il tumore al seno stesso, rispetto alle donne normopeso”, afferma il dott. Alessio Filippone, Vice-coordinatore del gruppo di lavoro SINU “Nutrizione in Oncologia”, in occasione del 46° Congresso Nazionale della Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU), a Bergamo dal 27 al 29 maggio 2026.
Un aspetto rilevante emerso dalla letteratura è che non conta solo il peso corporeo totale, ma anche la distribuzione del grasso. L’adiposità addominale, valutata ad esempio tramite la circonferenza della vita, è associata a una prognosi peggiore. Questo tipo di accumulo adiposo è infatti correlato a specifiche alterazioni metaboliche, che possono favorire la progressione tumorale.
Per le principali linee guida nazionali e internazionali – tra cui quelle AIOM 2024, ESPEN 2021 e le recenti raccomandazioni WCRF/AICR 2025 riguardanti i pattern dietetici – lo screening nutrizionale precoce in caso di tumore al seno è fondamentale: identificare il rischio metabolico già al momento della diagnosi permette di intervenire prima che il declino funzionale diventi irreversibile. La gestione del peso corporeo, accanto ai trattamenti oncologici, si configura sempre più come parte integrante del percorso di cura e follow-up delle pazienti con carcinoma mammario.
“Entrando nel merito delle indicazioni cliniche, il supporto nutrizionale deve mirare al mantenimento di un adeguato apporto proteico, per sostenere il sistema immunitario e preservare il muscolo. Contemporaneamente, è essenziale gestire l’assetto glicemico, pertanto, la dieta deve privilegiare carboidrati complessi e ridurre zuccheri semplici come le bevande zuccherate, le bevande alcoliche, quest’ultime direttamente collegate a un maggior rischio di recidiva”, sottolinea il dott. Filippone.
Un ruolo chiave è svolto dalla Dieta Mediterranea, associata a una riduzione del 22% della mortalità per tutte le cause e a una significativa diminuzione delle recidive. Inoltre, i benefici cardiovascolari di questo modello alimentare risultano particolarmente rilevanti nelle donne con storia di tumore al seno, per le quali il rischio cardiovascolare diventa la principale causa di mortalità a distanza di anni dalla diagnosi.
Accanto alla nutrizione, l’attività fisica rappresenta un pilastro del percorso di cura oncologico. Evidenze consolidate indicano che un esercizio regolare dopo la diagnosi può ridurre fino al 44% la mortalità totale e del 35% il rischio di recidiva. Anche interventi moderati contribuiscono al miglioramento della composizione corporea, alla riduzione del grasso viscerale e al recupero della massa muscolare.
Oltre agli effetti biologici, l’attività fisica migliora in modo significativo la qualità della vita, riducendo fatigue, ansia e depressione. Tuttavia, i dati italiani evidenziano ancora livelli elevati di sedentarietà femminile, che colpisce il 30% delle donne, contro il 23% degli uomini, con picchi del 31% nella fascia 50-69 anni indicando la necessità di strategie integrate di promozione dello stile di vita attivo.
“Solo il 49% dei centri oncologici italiani dispone di percorsi nutrizionali strutturati e uniformi. Per colmare questo divario e rafforzare l’integrazione tra nutrizione, prevenzione e terapia oncologica, il gruppo di lavoro SINU “Nutrizione in Oncologia” sta lavorando a indicazioni nutrizionali per la paziente con tumore al seno, che considerino lo stile di vita, il mantenimento di un peso adeguato, insieme a un’alimentazione equilibrata e a un livello di attività fisica compatibile con le condizioni cliniche. Personalizzare la terapia nutrizionale in base al profilo metabolico di ogni donna significa trasformare l’alimentazione in un alleato strategico della cura farmacologica e chirurgica, capace di amplificarne l’efficacia e favorire un percorso realmente integrato. L’obiettivo finale non è solo la guarigione clinica, ma il ripristino di un equilibrio metabolico che garantisca una vita piena e in salute oltre la malattia”, conclude la dott.ssa Angela Polito, Coordinatrice del Gruppo di lavoro.
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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Criteri Critici
Un farmaco già noto potrebbe indebolire il tumore al pancreas tomshw.it
Un farmaco già usato in altri contesti clinici potrebbe rendere il tumore al pancreas metastatico meno protetto contro la chemioterapia. Non è una cura pronta né una prova definitiva di efficacia, ma un piccolo trial randomizzato indica che il paricalcitol, un analogo della vitamina D, può modificare l’ambiente che circonda il tumore. Il punto chiave è lo scudo fibrotico: una rete di cellule e tessuto connettivo che spesso limita l’azione dei farmaci e contribuisce alla resistenza terapeutica.
Nel trial sono stati coinvolti 36 pazienti con tumore pancreatico metastatico non ancora trattato. I partecipanti hanno ricevuto la chemioterapia standard con gemcitabina e nab-paclitaxel, da sola o combinata con paricalcitol per via orale o endovenosa. L’obiettivo principale era verificare se l’aggiunta fosse tollerabile, non dimostrare già un vantaggio di sopravvivenza.
Il risultato più interessante non riguarda quindi solo le dimensioni del tumore, ma ciò che succede nel suo microambiente. Le biopsie prelevate prima e dopo quattro-sei settimane di trattamento hanno mostrato una riduzione dell’attivazione dei fibroblasti, le cellule che costruiscono parte della barriera protettiva intorno al tumore. Nei gruppi con paricalcitol è emerso anche un aumento della presenza e della vicinanza dei linfociti T CD8 alle cellule tumorali, un segnale potenzialmente rilevante perché questi tumori tendono a escludere molte difese immunitarie.
L'idea è togliere forza allo scudo del tumore, non colpirlo solo dall'esterno.
Il paricalcitol agisce attivando il recettore della vitamina D, una leva biologica che nei modelli preclinici aveva già mostrato la capacità di riportare i fibroblasti tumorali verso uno stato meno aggressivo. Questa logica è diversa da quella di molti farmaci anticancro: invece di mirare direttamente alla cellula tumorale, prova a rendere meno ostile il terreno in cui il tumore cresce. È un approccio che interessa molto il cancro del pancreas, perché la sua massa è spesso circondata da uno stroma denso e immunosoppressivo.
Sul piano clinico i segnali sono incoraggianti, ma vanno letti con cautela. Le risposte parziali sono state osservate in 10 dei 24 pazienti trattati con paricalcitol più chemioterapia, contro 1 dei 12 nel gruppo placebo; inoltre, a un anno, cinque pazienti del gruppo paricalcitol erano liberi da progressione, mentre nessuno lo era nel gruppo di controllo. Sono numeri piccoli e lo studio non era progettato per stabilire un nuovo standard terapeutico, quindi serviranno trial più ampi per capire se il beneficio regge davvero.
Un dettaglio importante è che i ricercatori hanno visto una forte variabilità nell’espressione del recettore della vitamina D nei tumori. I pazienti con livelli più alti di questo recettore sembravano ottenere risposte migliori quando ricevevano paricalcitol, suggerendo un possibile ruolo come biomarcatore. In pratica, in futuro potrebbe non bastare chiedersi se il farmaco funzioni, ma in quali tumori e in quali pazienti abbia più senso usarlo.
La notizia si inserisce in una fase in cui l’oncologia sta cercando modi più precisi per scegliere le terapie, anche attraverso strumenti predittivi come i modelli che collegano DNA tumorale e risposta ai trattamenti. Qui però il messaggio è complementare: non basta leggere il profilo genetico del cancro, bisogna capire anche il comportamento del tessuto che lo protegge. Il trial mostra che intervenire su quello strato di supporto può produrre cambiamenti misurabili nel giro di poche settimane.
Resta anche un limite pratico: nella somministrazione orale, 5 dei 12 pazienti hanno avuto un aumento della calcemia, gestito con riduzioni di dose. Questo non cancella il profilo di sicurezza osservato, ma ricorda che anche un farmaco già approvato per altri usi deve essere rivalutato con attenzione quando entra in combinazioni oncologiche. I prossimi studi dovranno chiarire dose, via di somministrazione, pazienti più adatti e impatto reale su sopravvivenza e qualità di vita.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
L’Oms parla di “epidemia complessa”, che può allargarsi a dieci Stati africani. Punta sui vaccini e una cura con anticorpi monoclonali
L’Oms avverte: “Ci troviamo ad affrontare un'epidemia di Ebola estremamente grave e difficile”. Epidemia che per ora nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) ha provocato 101 casi con 10 decessi, anche se, ha sottolineato il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus, nella Rdc è molto più estesa: attualmente si contano oltre 900 casi e 220 decessi sospetti”, mentre “in Uganda 5 casi confermati e 1 decesso”.
Un virus, Ebola, che pare sfuggire di mano. Lo pensa anche l’epidemiologo Massimo Ciccozzi, professore dell'Università Campus Bio-Medico di Roma. “È un’epidemia fuori controllo perché insiste su un’area in cui ci sono guerre continue, perché in quei Paesi c’è la fame, perché gli aiuti umanitari sono insufficienti - spiega Ciccozzi -. Quindi i contagi potrebbero allargarsi anche oltre i confini dell’Uganda e della Repubblica democratica del Congo. Cosa fare? Pensiamo ai vaccini e non alla cosa più urgente: servono test molecolari rapidi che ci dicano, come avveniva per il virus Sars-CoV-2 durante la pandemia Covid, se una persona sia infetta anche quando Ebola è in fase di incubazione, ossia dai 2 ai 10 giorni, e il paziente non presenta ancora sintomi”.
L’Oms: “Epidemia complessa”
L’Organizzazione mondiale della sanità non fa mistero della preoccupazione che si sta alzando. Partito dalla Repubblica Democratica del Congo (RDC), il virus ha superato i confini nazionali, raggiungendo la vicina Uganda. Jean Kaseya, direttore dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC) avverte: “Abbiamo 10 Paesi a rischio: Angola, Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Etiopia, Kenya, Ruanda, Sud Sudan, Tanzania e Zambia”. Di fronte a questa realtà l’Oms non ha potuto che dichiarare ufficialmente il nuovo focolaio di Ebola in Africa Centrale come “Emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale” (PHEIC). E ora il direttore Kaseya calca la mano. “Diversi aspetti di questa epidemia la rendono particolarmente complessa. Innanzitutto, il ritardo nell'individuazione (del primo focolaio) significa che ora ci troviamo a dover rincorrere un fenomeno in rapida diffusione. Stiamo urgentemente intensificando le operazioni, ma al momento l'epidemia ci sta superando”, spiega Kaseya.
Perché l’area di contagio si allarga
Ghebreyesus prosegue: “In secondo luogo, le province di Ituri e del Nord Kivu sono estremamente insicure, con un'intensificazione dei combattimenti negli ultimi mesi che ha causato lo sfollamento di oltre 100mila persone. Inoltre, tra la popolazione locale c'è una forte sfiducia nei confronti delle autorità esterne. Nell'ultima settimana si sono verificati due episodi di violenza contro strutture sanitarie. Instaurare un rapporto di fiducia con le comunità colpite è fondamentale per una risposta efficace ed è una delle nostre massime priorità”.
Ma c’è anche una terza ragione da considerare. “Non esistono vaccini o terapie approvati per il virus Bundibugyo - sottolinea il numero uno dell’Oms –. Ci sono stati solo due precedenti focolai: in Uganda nel 2007 e nella Repubblica Democratica del Congo nel 2012. Proprio per questo l'Oms ha riunito i leader di diverse organizzazioni partner nell'ambito della Rete provvisoria: l’obiettivo era parlare delle contromisure mediche, nonché esaminare lo stato di sviluppo di vaccini, terapie e strumenti diagnostici”. Le contromisure: priorità agli anticorpi monoclonali In quella sede l’Organizzazione, ricorda Ghebreyesus, “ha raccomandato di dare priorità a due anticorpi monoclonali per l'avanzamento nelle sperimentazioni cliniche”. Aggiungendo: “Raccomandiamo inoltre la valutazione dell'antivirale obeldesivir in una sperimentazione clinica come profilassi post-esposizione per le persone ad alto rischio di contatto. Questa sperimentazione clinica è attualmente in fase di sviluppo congiunto con l'Africa Cdc e il Collaborative Open Research Consortium on filovuruses. Stiamo inoltre discutendo con i partner i vaccini candidati in fase di sviluppo e produzione”.
“La situazione peggiorerà”
Ghebreyesus non nasconde il suo pensiero: “La situazione peggiorerà prima di migliorare”, afferma. Ma, precisa subito dopo, “conosciamo questo virus e sappiamo come fermarlo: abbiamo fermato tutte le precedenti epidemie di Ebola e fermeremo anche questa”. “Riuscirci è possibile solo con l'unità - conclude il capo dell'agenzia ginevrina -. La domanda è quanto velocemente ci riusciremo e quante altre vite andranno perse prima di riuscirci. L'Oms è pienamente impegnata a lavorare sotto la guida dei governi della Repubblica Democratica del Congo e dell'Uganda, fianco a fianco con l'Africa Cdc e tutti gli altri partner. Non ci fermeremo finché non avremo portato questa epidemia sotto controllo”.
Come controllare l’epidemia
Questo è il punto nodale della questione. Ciccozzi ha appena pubblicato su The Lancet lo studio “Il virus Ebola di Bundibugyo e il divario cognitivo: ripensare la preparazione alle epidemie nell'era delle epidemie regionalizzate”, in collaborazione con i colleghi del Biocampus Francesco Branda, Mohamed Mustaf Ahmed, Zhinya Kawa Othman, Fabio Scarpa, Giancarlo Ceccarelli e Ntuli Kapologwe. A tale proposito spiega: “Questa epidemia va riportata sotto controllo con l’ausilio di test molecolari rapidi. Solo in questo modo si potrà capire se una persona è positiva al virus anche in fase di incubazione e non presenta sintomi. Consideriamo che durante la prima settimana di contagio il paziente può presentare una sintomatologia che inganna, visto che è simile a quella generata da altri virus: potrebbe essere malaria, o influenza, o ancora Covid. Quindi è importante un test molecolare rapido che individui subito la sequenza dell’RNA virale della persona, infetta o meno che sia”.
Ciccozzi non si ferma qui. Per contenere l’epidemia di Ebola, dice “bisogna ricorrere al cordone epidemiologico: verificare i contatti, capire se provengono dai Paesi vicini al focolaio, se si muovono in aereo e dove, se hanno avuto contatti con persone che abitano in Uganda e nella Repubblica democratica del Congo”. “insomma queste persone vanno monitorate - conclude Ciccozzi –. L’epidemia al momento è ad alto rischio proprio perché questo non avviene. Così si rischia che possa sfuggire di mano”.
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Buone notizie per i pazienti affetti da glioblastoma. Vietnam.vn
Gli scienziatidi questo Paese stanno offrendo un barlume di speranza ai pazienti affetti da glioblastoma, uno dei tumori più letali conosciuti dalla medicina. Questo tipo di cancro raramente offre ai pazienti la possibilità di sopravvivere oltre pochi mesi e viene diagnosticato a circa 1.000 canadesi ogni anno. Pubblicato su The Lancet Oncology, questo studio ha seguito 34 persone affette da glioblastoma, tra cui 14 pazienti trattati presso il Sunnybrook Health Sciences Centre di Toronto. La ricerca ha dimostrato che una nuova tecnica che utilizza microbolle, attivate da onde ultrasoniche focalizzate per aprire temporaneamente la barriera protettiva del cervello, permette alla chemioterapia di penetrare nelle aree tumorali in modo più efficace. I pazienti sono vissuti quasi il 40% più a lungo, con una sopravvivenza media di oltre 31 mesi, rispetto ai circa 19 mesi del gruppo trattato con la terapia standard. Il dottor Nir Lipsman, neurochirurgo e direttore dell'Harquail Neuromodulation Center presso il Sunnybrook, ha affermato che si tratta di una condizione che richiede un trattamento urgente. Il nuovo trattamento è piuttosto sicuro ed efficace. Questo potrebbe essere un punto di partenza per riflettere sul ruolo degli ultrasuoni nella cura di questi pazienti. Lo studio, condotto dal 2018 al 2022 a Toronto e in diverse località degli Stati Uniti, ha testato un nuovo metodo che prevedeva sei trattamenti a ultrasuoni mensili nell'arco di sei mesi. Ogni volta, i pazienti ricevevano una chemioterapia orale (temozolomide) per cinque giorni. Il giorno del trattamento a ultrasuoni, veniva loro iniettata anche una sostanza contenente microbolle. Queste bolle vibravano quando venivano colpite dalle onde ultrasoniche e aprivano temporaneamente la barriera emato-encefalica, consentendo alla chemioterapia di attraversarla, aggirare il tumore e i tessuti circostanti. I risultati sono stati notevoli: i tassi di sopravvivenza sono aumentati a oltre 30 mesi, rispetto ai 19 mesi del gruppo sottoposto al trattamento tradizionale. Alcuni pazienti sono addirittura sopravvissuti per 4-5 anni dopo il trattamento, un esito estremamente raro per il glioblastoma. La dottoressa Mary Jane Lim-Fat, specialista in tumori cerebrali e scienziata presso il Sunnybrook che ha partecipato allo studio, ha affermato che si tratta di un caso piuttosto raro. Mentre meno del 5% dei pazienti sopravvive dopo cinque anni, attualmente ci sono pazienti che partecipano alla sperimentazione e che sono sopravvissuti per oltre quattro o cinque anni. Questi pazienti sono stati in grado di riprendere la maggior parte delle attività quotidiane senza alcuna difficoltà, fatta eccezione per la necessità di radersi la testa per ciascuno dei sei trattamenti a ultrasuoni. La dottoressa Lim-Fat ha affermato che trovare un modo per somministrare farmaci al cervello è una sfida importante e, se si riuscisse, si potrebbe aprire la strada a ulteriori sperimentazioni e potenzialmente avvicinarci a trattamenti più efficaci. La barriera emato-encefalica è da tempo uno dei maggiori ostacoli nel trattamento delle malattie neurologiche, proteggendo il cervello dalle tossine, ma bloccando al contempo molti farmaci potenzialmente salvavita. Secondo il dottor Lim-Fat, somministrare farmaci a concentrazioni sufficienti a produrre un effetto è molto difficile, poiché il cervello è circondato dalla barriera emato-encefalica. Quelle minuscole bollicine sono la chiave. Dopo essere state iniettate, circolano nel flusso sanguigno. Gli ultrasuoni focalizzati, trasmessi sotto guida RM, fanno vibrare le bollicine precisamente in corrispondenza del tumore e dei suoi margini circostanti. Tale vibrazione apre momentaneamente la barriera emato-encefalica. Aprendo la barriera, anche solo per pochi minuti, la chemioterapia può penetrare nel cervello e raggiungere la zona in cui le cellule del glioblastoma rimangono dopo l'intervento chirurgico, ovvero quella che i medici chiamano la "zona di confine" e che rappresenta quasi sempre il punto di partenza per la recidiva del tumore. Il team di ricerca ha scoperto che questa tecnica non solo permette alla chemioterapia di entrare, ma sembra anche consentire ai principali marcatori tumorali di uscire attraverso una porta a doppio senso. Il dottor Lipsman ha affermato che le sostanze possono entrare, ma possono anche uscire. Nei campioni di sangue prelevati entro 30 minuti dal trattamento, i ricercatori hanno trovato marcatori del tumore, aprendo la strada alla possibilità di biopsie del sangue non invasive per individuare il cancro al cervello, una capacità straordinaria che consente ai medici di tracciare la genetica del tumore e prevedere chi potrebbe rispondere al trattamento. Ciò significa che gli ultrasuoni vengono utilizzati non solo come strategia terapeutica, ma anche come strategia diagnostica, e questo è davvero unico. Sebbene promettente, questa terapia attualmente richiede una sala per la risonanza magnetica, una risorsa costosa e limitata. Ciò significa che, qualora la terapia venisse approvata, solo un numero ristretto di pazienti potrà accedervi. Gli studi sul dispositivo di fabbricazione canadese potrebbero iniziare già il prossimo anno. Un dispositivo temporaneo più piccolo – una sorta di cappuccio migliorato, ma comunque basato sulla risonanza magnetica – è già stato utilizzato. (VNA/Vietnam+) Fonte: https://www.vietnamplus.vn/tin-vui-cho-cac-benh-nhan-u-nguyen-bao-than-kinh-dem-post1079665.vnp