Max Parisi negli Usa per il farmaco contro il tumore al pancreas: "Ero pronto a morire ma sono ancora vivo al contrario delle previsioni" - lapresse.it
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Max Parisi negli Usa per il farmaco contro il tumore al pancreas: "Ero pronto a morire ma sono ancora vivo al contrario delle previsioni" lapresse.it
Mentre in Italia sono appena partite le sperimentazioni sul nuovo farmaco contro il tumore al pancreas, c’è chi è volato in Arizona perché il tempo di aspettare non ce l’aveva proprio. È la storia di Max Parisi, 58 anni, giornalista e speaker di Radio Monte Carlo papà di due splendide ragazze, che da due anni deve fare in conti con la malattia. I medici a fine luglio gli avevano dato poche settimane di vita ma grazie alla perseveranza di sua moglie e di suo fratello, Max ha deciso di tentare un’avventura negli States per quella che poteva essere la sua ultima opportunità.
Un’opportunità che si chiama Rasonque, nome commerciale di daraxonrasib, il nuovo farmaco orale sviluppato da Revolution Medicines per una delle forme più aggressive e difficili da trattare di tumore del pancreas, che dal 26 agosto è stato approvato ufficialmente dalla Food and Drug Administration, l’agenzia federale statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici. “Per me era o scelgo la morte o scelgo di provare questa strada che comunque ha molte incognite”, ha spiegato Parisi ai microfoni di LaPresse. “Io ero pronto a morire, devo tutto a mia moglie e a mio fratello: sono loro che hanno fatto questo percorso di ricerca del farmaco che poi è sfociato in questa opportunità e sono stati loro comunque a credere nella possibilità di darmi una seconda chance. Spesso quando sei più vicino alla morte che alla salvezza, preferisci abbracciare la morte, dà un senso di sicurezza. Le incognite su tutto questo viaggio erano tantissime. Io avevo proprio paura di non arrivare neanche a fine viaggio”.
La partenza per Phoenix e l’inizio delle cure
Max è partito per Phoenix il 6 settembre con un messaggio molto significativo lasciato sui social: “Partire è un po’ morire, scriveva Haraucourt. Partire è un po’ cercare di allontanare la morte scrivo io oggi”.
Dopo pochi giorni ha iniziato le cure con risultati che sono stati superiori alle attese. “Quando sono partito, per me il tempo cominciava a esaurirsi e anzi ho iniziato la cura, forse anche un 3-4 giorni in ritardo perché a un certo punto a metà settembre il mio fegato aveva già alzato bandiera bianca – ha raccontato – Però l’incredibile risultato che mi ha regalato questo farmaco mi ha permesso di superare questa crisi e oggi sono ancora vivo, al contrario di quello che era la previsione indicata da dagli oncologi che mi avevano dato fine settembre come data ultima”.
Parisi ha potuto anche rinunciare agli antidolorifici a cui aveva già dovuto fare ricorso visto che aveva iniziato il processo per le cure palliative. “Ero ormai a delle dosi di morfina quotidiane, quindi avevo bisogno comunque di un supporto perché il tumore stava espandendosi in maniera molto evidente. Adesso sono tornato, diciamo, indietro di un paio di mesi e posso cavarmela con una tachipirina. È un risultato in soli 15 giorni di assunzione del farmaco, direi molto importante”.
Le prospettive sono di allungare la sopravvivenza e non solo, anche se Max ovviamente non si illude dopo due anni in cui tutte le risposte del suo corpo alla medicina erano “schiaffi in faccia”. “Il mio oncologo di Phoenix, ritiene che proseguendo la cura, diciamo fino alla fine del tumore, uno arriva alla guarigione. È ovvio che come livello di informazione è sbagliato dire che guarirai. Perché potrebbe intervenire qualsiasi tipo di problema. Il tumore a un certo punto potrebbe diventare resistente, quindi non è detto che non ci siano difficoltà – ha continuato – devo dire che adesso, ripeto, non guardo sul lungo periodo, però adesso mi posso permettere di guardare davvero. Non dico il mese, però le due settimane, tre settimane sono un orizzonte che adesso mi corrisponde”.
I costi e la raccolta fondi
Una strada ricca di incognite e molto costosa. Una fornitura mensile di Rasonque costa 42 mila dollari a cui si devono sommare le visite oncologiche , le TAC. Max per far fronte a queste spese ha dato il via a una raccolta fondi che in pochi giorni supera i 115 mila dollari. “Un risultato incredibile, non credevo di suscitare tutto questo interesse – ha raccontato – anche perché ne abbiamo fatto un po’ una battaglia anche generale, non solo mia, sperando di attirare l’attenzione su un problema che secondo me è importante perché riguarda migliaia e migliaia di pazienti”.
Migliaia di pazienti che non hanno i mezzi per intraprendere il viaggio e che rischiano di non avere tempo di aspettare l’approvazione della cura. In Italia ci sono 4-5 ospedali stanno portando avanti sia la sperimentazione di fase 2 sia quella di fase 3. “Il problema è che la fase 3 è il processo conclusivo della parte sperimentale. Poi c’è tutta la parte di approvazione dove tutti i dati vengono raccolti, si fanno le valutazioni in base a quelle che sono i rischi e i le opportunità che dà questo farmaco e poi arriverà una decisione – spiega Parisi – Fino adesso ho ricevuto molte porte in faccia, nel senso che in Italia si parla comunque di una tempistica di approvazione che può arrivare forse con tanto ottimismo e un po’ di fretta alla metà del prossimo anno. È chiaro che per me, per esempio, sarebbe stato condannarmi a morte. Penso a moltissimi malati che, come me, sono in una fase terminale e non hanno più nessun appiglio a cui potersi aggrappare”.
Qualcosa però si muove, Aifa ha avviato una interlocuzione con l’azienda produttrice del nuovo farmaco per attivare un programma nazionale di uso compassionevole. La speranza è che i tempi si riducano per permettere a molti malati di avere un’opportunità in più.
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Nuovi progressi nel trattamento e nella diagnosi del cancro al seno. Vietnam.vn
Ridurre gli interventi chirurgici, personalizzare il trattamento. Secondo GLOBOCAN 2024, il Vietnam ha registrato 25.711 nuovi casi di cancro al seno, il numero più alto tra tutti i tipi di cancro. A livello globale, il cancro al seno è anche il tumore più frequentemente diagnosticato nelle donne, con circa 2,4 milioni di nuovi casi nel 2024. Grazie ai progressi della medicina, il trattamento del tumore al seno si sta evolvendo verso la riduzione degli interventi non necessari, la selezione di metodi personalizzati in base alle caratteristiche individuali di ciascuna paziente e il miglioramento dell'accuratezza diagnostica. Il 3 ottobre, l'ospedale generale Hong Ngoc - Phuc Truong Minh, in collaborazione con il comitato organizzatore della Conferenza globale sul cancro al seno (GBCC) e la Società coreana per il cancro al seno (KBCS), ha organizzato la conferenza "Nuove tendenze nella diagnosi e nel trattamento del cancro al seno: i punti salienti della GBCC 2026". Alla conferenza hanno partecipato circa 200 tra medici, specialisti e rappresentanti di associazioni professionali. Il programma prevedeva interventi di esperti vietnamiti e di 10 relatori provenienti dalla Corea del Sud, incentrati sugli ultimi aggiornamenti in materia di chirurgia, trattamento sistemico e diagnosi del tumore al seno.
Uno dei punti salienti della conferenza è stata la tendenza a ridurre l'intervento chirurgico pur garantendo il controllo della malattia. Gli esperti si sono concentrati sulla discussione della scelta dell'estensione dell'intervento chirurgico in base alle caratteristiche individuali del paziente e alla risposta al trattamento. Panoramica della conferenza. Il professor Jeong Eon Lee e il professore associato Nguyen Dinh Tung hanno copresieduto la prima sessione scientifica della conferenza. Il professore associato, dottor Nguyen Dinh Tung, primario del Dipartimento di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva - Chirurgia Maxillo-Facciale e responsabile dell'Unità di Chirurgia Senologica presso il Centro Senologico e Ginecologico dell'Ospedale Generale Hong Ngoc, ha affermato che anche le opinioni sulla ricostruzione del seno stanno cambiando.
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"In passato, la chirurgia ricostruttiva del seno mirava principalmente a ripristinare la forma del corpo, aiutando le donne a sentirsi più sicure nelle loro scelte di abbigliamento e nelle interazioni sociali. Oggi, la ricostruzione del seno si concentra su tutti e tre i criteri: forma, morbidezza e sensibilità. Il piano di ricostruzione deve essere personalizzato in base alle caratteristiche e alle esigenze di ogni paziente, anziché applicare un'unica tecnica a tutte", ha affermato la Dott.ssa Tung. Durante la conferenza, il signor Tung ha condiviso informazioni sui progressi nel trattamento chirurgico del cancro al seno in Vietnam, tra cui la ricostruzione immediata del seno, la terapia cellulare rigenerativa combinata con il trapianto di grasso autologo e la radioterapia intraoperatoria (IORT). Da una prospettiva internazionale, la Prof.ssa Associata Dott.ssa Soong June Bae, il Prof. Associato Dott. Sang Yull Kang e altri esperti coreani hanno analizzato le evidenze relative alla riduzione degli interventi sui linfonodi ascellari e alla restrizione del campo chirurgico in base alla risposta al trattamento preoperatorio. Questa tendenza mira a controllare la malattia limitando le complicanze, riducendo il carico terapeutico e preservando la qualità della vita. Oltre alla chirurgia, il trattamento sistemico viene sempre più individualizzato in base alle caratteristiche biologiche e ai fattori di rischio di ciascun gruppo di pazienti. La Prof.ssa Joo Heung Kim ha fornito un aggiornamento sulla terapia endocrina individualizzata per il carcinoma mammario luminale in fase iniziale, mentre la Prof.ssa Sang Yull Kang e la Prof.ssa Soong June Bae hanno condiviso le loro conoscenze sulla terapia adiuvante e sulle strategie ottimali di immunoterapia per il carcinoma mammario metastatico. Il cancro al seno sta cambiando il modo in cui lo operiamo e lo trattiamo.
L'intelligenza artificiale aiuta nella diagnosi ed espande le capacità di analisi delle immagini. Oltre ai cambiamenti in ambito chirurgico e terapeutico, anche l'applicazione della tecnologia nella diagnostica per immagini ha rappresentato un tema di rilievo durante la conferenza. La professoressa Eun Sook Ko, MD, PhD, membro del Comitato Professionale GBCC, Dipartimento di Diagnostica per Immagini, Facoltà di Medicina dell'Università di Sungkyunkwan, Samsung Medical Center, ha fornito un aggiornamento sull'applicazione dell'intelligenza artificiale nell'imaging e nell'analisi della risonanza magnetica mammaria attraverso la sua relazione "Applicazioni dell'IA nella risonanza magnetica: da un'imaging più veloce a risultati più intelligenti". I contenuti condivisi si concentrano sulle potenziali applicazioni dell'intelligenza artificiale per ridurre i tempi di acquisizione delle immagini, migliorarne la qualità e individuare e classificare le lesioni. Questa tecnologia è inoltre oggetto di ricerca per la previsione della risposta al trattamento preoperatorio e per il supporto alla pianificazione terapeutica. L'intelligenza artificiale è concepita come uno strumento di supporto ai medici nell'elaborazione e nell'analisi delle immagini, non per sostituire il giudizio professionale. I risultati ottenuti con questa tecnologia devono essere integrati con le informazioni cliniche e altri metodi diagnostici prima di prendere decisioni terapeutiche. Oltre all'intelligenza artificiale, la sessione diagnostica si è concentrata anche sull'imaging dei linfonodi ascellari, sull'istologia dei linfonodi ascellari, sull'iperplasia lobulare atipica (ALH) e sul carcinoma lobulare in situ (LCIS). Questi argomenti hanno fornito ulteriori approfondimenti sulla valutazione delle lesioni e sulle opzioni di trattamento.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Sanità e innovazione: a Lercara Friddi l'oncologia del futuro guarda al territorio Siciliaunonews
Lercara Friddi– Creare un ponte sinergico e indissolubile tra le grandi strutture ospedaliere e la medicina di prossimità per garantire cure sempre più personalizzate, tempestive ed efficaci. È questo lo spirito guida delCorso di aggiornamento in Oncologia con i Medici del Territorio, tenutosi a Palazzo Sartorio a Lercara Friddi. A guidare l'iniziativa in veste diResponsabile Scientificoè ilProf. Giuseppe Cicero, figura centrale dell'evento e promotore di una visione integrata dell'assistenza oncologica. Il Prof. Cicero ha ribadito l'importanza fondamentale di unire le competenze specialistiche con la capillare presenza dei medici di medicina generale (MMG), affinché il paziente possa affrontare il percorso di cura supportato da una rete multidisciplinare coesa e continuamente aggiornata. L'evento ha visto la partecipazione di un'ampiaFacultydi specialisti che si sono confrontati sulle principali patologie oncologiche e sulle più recenti innovazioni terapeutiche: Come evidenziato dal Prof. Cicero, l'obiettivo primario dell'evento non è soltanto l'aggiornamento scientifico, ma la concreta costruzione di unnetwork operativo tra specialisti e medicina territoriale. Tale sinergia risulta determinante sin dalla fase di diagnosi precoce, consentendo una gestione ottimale degli effetti indesiderati, un'attenta valutazione delle interazioni farmacologiche e un costante monitoraggio della salute psico-fisica del paziente.
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Tumore inoperabile al pancreas, al Gemelli la prima terapia al mondo con la colla radioattiva lacapitale.it
Una nuova procedura sperimentale apre una prospettiva nella cura dell’adenocarcinoma duttale del pancreas localmente avanzato, una forma tumorale che in alcuni casi non può essere affrontata chirurgicamente. Al Policlinico Gemelli di Roma è stato eseguito il primo trattamento al mondo che prevede l’utilizzo di una particolare colla biologica contenente Ittrio-90, un radioisotopo capace di emettere radiazioni beta.
La procedura è stata effettuata su una donna di 63 anni dal professor Roberto Iezzi, direttore della Radiologia d’Urgenza e Interventistica del Gemelli, all’interno di uno studio clinico internazionale dedicato alla valutazione della nuova tecnologia.
Come funziona la colla radioattiva
Il trattamento appartiene al campo della radiologia interventistica e viene eseguito attraverso un accesso percutaneo. In pratica, il materiale radioattivo viene introdotto direttamente all’interno della lesione tumorale attraverso un ago, sotto la guida delle immagini diagnostiche.
La sostanza utilizzata, denominata YntraDose, contiene particelle di Ittrio-90 incorporate in una speciale matrice biologica. L’obiettivo è concentrare l’azione delle radiazioni nella zona interessata dalla malattia, limitando la dispersione del trattamento nei tessuti circostanti.
L’approccio è stato concepito come trattamento neoadiuvante: uno degli obiettivi dello studio è infatti verificare se la riduzione della massa tumorale possa permettere, in alcuni pazienti inizialmente non operabili, di arrivare successivamente all’intervento chirurgico.
Un’ora di procedura e nessuna complicanza immediata
Nel caso trattato al Gemelli, l’intervento è stato eseguito in anestesia locale con una sedazione minima. La procedura è durata circa un’ora e non sono state registrate complicanze post-operatorie immediate.
Particolare attenzione è stata dedicata alla verifica della distribuzione del radiofarmaco. Gli esami effettuati nelle ore successive e a distanza di una settimana hanno evidenziato che il prodotto era rimasto correttamente concentrato nell’area trattata, senza evidenza di dispersione o di captazioni indesiderate.
Un lavoro di squadra tra diverse specialità
Per realizzare il trattamento è stato necessario il coordinamento di professionisti con competenze differenti. Radiologi interventisti, medici nucleari, radioterapisti e fisici sanitari hanno seguito le diverse fasi del percorso, dalla selezione della paziente alla gestione della dose e ai controlli successivi.
Il caso rientra in uno studio multicentrico internazionale che coinvolge Italia, Belgio e Regno Unito e punta a raccogliere ulteriori dati sulla sicurezza e sull’efficacia della tecnologia.
La sperimentazione prosegue al Gemelli
Il primo trattamento rappresenta dunque un risultato iniziale della sperimentazione, ma non consente ancora di stabilire quale sarà il ruolo definitivo della nuova terapia nella cura del tumore pancreatico.
L’arruolamento dei pazienti è ancora in corso e al Gemelli sono previste ulteriori procedure già nel mese di ottobre. I nuovi casi saranno fondamentali per comprendere meglio il comportamento del trattamento e verificare se questa strategia possa diventare una possibilità concreta per pazienti oggi esclusi dalla chirurgia.
L’esperienza conferma inoltre il ruolo della radiologia interventistica del Policlinico Gemelli nello sviluppo di tecniche oncologiche mini-invasive, settore nel quale l’ospedale sta portando avanti programmi di ricerca e trattamento multidisciplinari.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Screening oncologici nelle farmacie di Agrigento: prevenzione gratuita per colon, mammella e cervice uterina SiciliaTv.org
Le farmacie della provincia di Agrigento sono diventate, dal 24 settembre scorso, punti di accesso agli screening oncologici gratuiti. L’ASP di Agrigento e Federfarma Agrigento hanno avviato una collaborazione che consente ai cittadini di accedere ai programmi di prevenzione per il tumore del colon retto, il carcinoma mammario e il tumore della cervice uterina. Inoltre, l’iniziativa rende più semplice e capillare la partecipazione ai percorsi di diagnosi precoce sul territorio provinciale.
Il commissario straordinario dell’ASP di Agrigento, Alessandro Delle Donne, e il presidente di Federfarma Agrigento, Pietro Amorelli, hanno sottoscritto l’accordo regionale. Infatti, la collaborazione si inserisce nel percorso di rafforzamento delle attività di prevenzione dell’Azienda sanitaria. L’incremento dell’adesione agli screening oncologici rappresenta una delle priorità dell’ASP per il territorio agrigentino.
Screening oncologici accessibili: chi può partecipare e quali test
Nelle farmacie della provincia di Agrigento, le donne tra i 25 e i 64 anni possono accedere al programma di screening per la prevenzione del tumore della cervice uterina. Inoltre, le donne tra i 50 e i 69 anni hanno la possibilità di effettuare lo screening per la prevenzione del carcinoma mammario. Tutti i cittadini tra i 50 e i 69 anni, invece, possono accedere al programma di screening per la prevenzione del tumore del colon retto.
L’accordo regionale per la partecipazione delle farmacie ai programmi di screening oncologici amplia quindi la rete territoriale di prevenzione. Di conseguenza, i cittadini dispongono di presidi sanitari più vicini e facilmente raggiungibili per accedere ai test di diagnosi precoce. Questo modello facilita la partecipazione ai percorsi di prevenzione oncologica sul territorio provinciale.
Le dichiarazioni dei firmatari dell’accordo per gli screening oncologici
Il commissario straordinario Alessandro Delle Donne ha dichiarato che la prevenzione risulta tanto più efficace quanto più riesce ad essere vicina alle persone. Portare i programmi di screening nelle farmacie significa rendere più semplice l’accesso a importanti percorsi di diagnosi precoce. Inoltre, consente di rafforzare la rete territoriale della prevenzione. Delle Donne ha sottolineato l’intenzione di sviluppare questa collaborazione con tutti gli interlocutori del territorio.
Il presidente di Federfarma Agrigento, Pietro Amorelli, ha affermato che la farmacia rappresenta da sempre un presidio sanitario capillare e facilmente accessibile. Mettere questa rete a disposizione dei programmi di screening significa contribuire concretamente ad avvicinare la prevenzione ai cittadini. Di conseguenza, si favorisce una maggiore partecipazione. Amorelli ha evidenziato che la collaborazione con l’ASP va nella direzione di ampliare e qualificare i servizi offerti sul territorio.
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Immunoterapia cerebrale, la nuova frontiera della lotta all'Alzheimer: cos'è e perché offre nuove speranze Brevenews
Immunoterapia cerebrale, la nuova frontiera della lotta all’Alzheimer: cos’è e perché offre nuove speranze. Una nuova ricerca condotta dalla Washington University di St. Louis porta l’attenzione sul ruolo del sistema immunitario nei processi di neurodegenerazione, suggerendo che bloccare il passaggio di alcune cellule immunitarie verso il cervello potrebbe contribuire a preservare i neuroni nei modelli di Alzheimer.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Neuron, ha esaminato il ruolo dei linfociti T nei topi con accumulo di proteina tau, caratteristica delle tauopatie. I ricercatori hanno scoperto che queste cellule immunitarie possono raggiungere il tessuto cerebrale seguendo segnali chimici specifici e che impedirne l’ingresso può limitare il danno neuronale.
Il meccanismo coinvolge la chemochina CXCL10 e il suo recettore CXCR3, presente sulla superficie dei linfociti T. Secondo i risultati, l’interazione tra le due proteine è necessaria affinché le cellule immunitarie raggiungano il cervello. Precedenti ricerche dello stesso gruppo avevano mostrato che i linfociti T si concentrano nelle aree cerebrali caratterizzate da elevati livelli di tau e sono associati alla degenerazione dei neuroni. In un articolo pubblicato su Nature Neuroscience, lo stesso team aveva inoltre indicato che queste cellule ricevono istruzioni dai linfonodi situati al di fuori del cervello.
Nel nuovo esperimento, gli scienziati hanno utilizzato un anticorpo diretto contro CXCR3, somministrandolo per diversi mesi a topi giovani che presentavano già accumuli di tau, ma non una marcata perdita neuronale. Il trattamento, effettuato ogni cinque giorni, ha ridotto di circa la metà il numero di linfociti T presenti nel cervello. Gli animali trattati hanno conservato circa il 40% in più di tessuto cerebrale nelle regioni coinvolte nella memoria e hanno mostrato minori segni di danno nervoso e migliori prestazioni in un test mnemonico..
L’anticorpo ha agito nella periferia del cervello
Un elemento rilevante è che il trattamento non ha modificato gli aggregati di proteina tau, rimasti simili a quelli osservati nei topi non trattati. I risultati suggeriscono quindi che il beneficio potrebbe derivare dalla riduzione dell’infiammazione e del danno provocato dall’infiltrazione delle cellule immunitarie, anziché dalla rimozione della tau.
L’anticorpo ha agito nella periferia del cervello senza penetrare nel tessuto cerebrale. Secondo gli autori, questo dato indica la possibilità di intervenire senza attraversare la barriera emato-encefalica, una struttura che ostacola il passaggio della maggior parte delle molecole nel sistema nervoso centrale.
Le tauopatie sono caratterizzate dall’accumulo della proteina tau. Nell’Alzheimer, i depositi di amiloide si formano tra i neuroni e possono favorire la comparsa di grovigli di tau all’interno delle cellule, contribuendo alla morte neuronale. Attualmente non esiste un trattamento capace di ridurre direttamente la neurodegenerazione nelle tauopatie.
I farmaci lecanemab e donanemab agiscono invece sulla proteina amiloide e possono rallentare il declino cognitivo. Secondo quanto riportato nello studio, non prevengono però la morte neuronale né intervengono sulle tauopatie primarie, nelle quali la tau si accumula senza amiloide.
Possibili terapie mirate
David M. Holtzman, autore principale della ricerca, ha sottolineato che i risultati potrebbero giustificare l’esplorazione di terapie mirate ai linfociti T. Farmaci capaci di agire su queste cellule sono già utilizzati in alcune malattie autoimmuni, tra cui la sclerosi multipla, ma le tauopatie non sono considerate patologie autoimmuni.
Eric Topol, autorità mondiale nel campo della longevità, ha evidenziato su X il possibile significato di queste scoperte per l’immunoterapia cerebrale e per la prevenzione delle malattie neurodegenerative. Gli autori precisano però che i risultati sono stati ottenuti esclusivamente in un modello animale e non dimostrano ancora un’efficacia nell’uomo.
Saranno quindi necessari ulteriori studi per stabilire se il blocco di CXCR3 possa essere sicuro e utile nei pazienti con Alzheimer o altre tauopatie. La ricerca indica comunque un possibile approccio periferico: intervenire sulle cellule immunitarie prima che raggiungano il cervello, senza dover necessariamente eliminare la proteina tau e senza progettare farmaci capaci di attraversare la barriera emato-encefalica.
Il dato apre così una linea di ricerca centrata sull’interazione tra sistema immunitario e tessuto nervoso, da verificare attraverso studi futuri prima di considerare questa strategia applicabile alla prevenzione o al trattamento delle malattie neurodegenerative nell’uomo.
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Dialoghi sulla Salute: Il Tumore del Pancreas non è più “Incurabile”? La Svolta dell’ASCO Italian Medical News
Tempo di lettura: 2 minuti
Dall’intervista al dottor Giovanni Sanna per il quarto episodio del videopodcast: le nuove frontiere della prevenzione e la rivoluzione dello studio RASolute 302.
Il tumore del pancreas ha da sempre rappresentato una delle sfide più complesse e temute nel panorama dell’oncologia mondiale. Tuttavia, i recenti progressi della ricerca clinica stanno iniziando a scardinare vecchi dogmi, aprendo a scenari di speranza inediti per i pazienti. A fare il punto su questa rivoluzione è il quarto episodio del videopodcast Dialoghi sulla salute, prodotto da Italian Medical News, che vede protagonista l’intervista al dottor Giovanni Sanna, Medico Oncologo presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Sassari.
Nel corso della puntata, il confronto si è concentrato su due pilastri fondamentali: la prevenzione quotidiana e le straordinarie novità terapeutiche emerse dall’ultimo congresso della American Society of Clinical Oncology (ASCO).
Tumore del pancreas: prevenzione e fattori di rischio
Sebbene la prevenzione attiva su questo specifico tumore appaia complessa, il dottor Sanna ha evidenziato come agire sui fattori di rischio modificabili, come il fumo, il controllo del diabete e una corretta alimentazione, resti un’arma fondamentale.
Particolare attenzione è stata posta anche ai campanelli d’allarme silenziosi e all’importanza di controlli mirati per i soggetti a rischio o con familiarità. Essenziali per intercettare la patologia il più tempestivamente possibile.
Il vero momento di svolta, accolto da una storica standing ovation da parte degli oncologi di tutto il mondo all’ASCO, riguarda la presentazione dello studio RASolute 302 sul Daraxonrasib. Questa innovativa terapia in forma di pillola mirata ha dimostrato la straordinaria capacità di quasi raddoppiare i tempi di sopravvivenza rispetto alla chemioterapia tradizionale nei casi avanzati, migliorando al contempo la gestione clinica.
Entriamo così ufficialmente nell’era della medicina di precisione anche per il pancreas, trasformando i dati della ricerca in una concreta e rinnovata speranza per il futuro dei pazienti.
Guarda la videointervista completa Il video della quarta puntata del podcast “Dialoghi sulla salute” con l’intervista al dottor Giovanni Sanna è disponibile qui sotto: Guarda il video dell’episodio
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Leucodistrofia, parte in Campania lo screening neonatale per la diagnosi precoce TuttoSanità
Parte in Regione Campania un nuovo test neonatale per la diagnosi precoce di leucodistrofia metacromatica (MLD), una rara e grave malattia genetica neurodegenerativa progressiva, caratterizzata da un grave e rapido deterioramento delle funzioni, motorie e cognitive. Grazie ad un progetto pilota attivo al CEINGE, Centro di Ingegneria genetica e Unico Polo Regionale per lo screening neonatale, il sistema sanitario regionale offre una nuova opportunità di prevenzione salvavita con l’attivazione del nuovo test.
L’efficacia delle terapie geniche di ultima generazione ad oggi disponibili dipende esclusivamente dalla diagnosi precoce: i maggiori benefici si ottengono quando il bambino viene identificato e trattato prima della comparsa dei sintomi e del danno neurologico irreversibile. Riconoscere la malattia prima della comparsa dei sintomi può quindi consentire l’accesso alla terapia genica nelle fasi in cui offre i risultati migliori.
Lo screening per la MLD, non obbligatorio e non incluso nei Livelli essenziali di assistenza (LEA), viene proposto ai nuovi nati in Campania nell’ambito di un progetto della durata di tre anni. L’adesione è volontaria e richiede la firma del consenso informato da parte dei genitori in ospedale. Non sono necessarie ulteriori punture: il test utilizza le stesse gocce di sangue già prelevate dal tallone del neonato, tra le 48 e le 72 ore di vita, per gli screening di routine e raccolte sul cartoncino di Guthrie.
“Con il nuovo test, che pone la Campania all’avanguardia per la diagnosi precoce sulla MLD, possiamo cambiare il futuro dei bimbi che ne sono affetti. La tempestività della diagnosi può salvare vite e ridurre gli effetti della malattia sullo sviluppo perché permette di avviare tempestivamente la valutazione specialistica per l’accesso alla terapia, prima che si producano danni neurologici irreversibili” ha commentato il Presidente Roberto Fico.
Questo progetto rafforza il percorso di screening della Regione Campania, affiancando agli esami già previsti un’ulteriore possibilità di individuare precocemente la patologia. “L’iniziativa rientra in un percorso di arricchimento progressivo che ci vede già impegnati in altre patologie non inserite nei Lea, quali le malattie lisosomiali – spiega Mariano Giustino, Amministratore delegato del CEINGE -. Tutti i bambini individuati sono stati curati tempestivamente”
La leucodistrofia metacromatica è una malattia genetica rara, progressiva e neurodegenerativa, con un’incidenza stimata tra un caso ogni 40mila e uno ogni 160mila nati vivi. È causata dal deficit dell’enzima arilsulfatasi A, che determina l’accumulo di sostanze chiamate sulfatidi e il conseguente danneggiamento del sistema nervoso. Nelle forme più precoci può provocare una rapida perdita delle capacità motorie e cognitive, con conseguenze gravissime per la vita del bambino.
Oggi è disponibile una terapia genica autorizzata nell’Unione europea per specifiche forme e fasi della malattia, in grado di modificarne il decorso. I maggiori benefici si osservano nei bambini trattati prima della comparsa dei sintomi.
Il nuovo test si inserisce nella rete regionale dello screening neonatale, che ha nel CEINGE il proprio Centro Unico di riferimento. Il Centro esegue già lo screening su tutti i nati della Campania per le 48 patologie previste dalla legge 167/2016 e inserite nei LEA del 2017. Il progetto pilota è finanziato da Orchard Therapeutics ed è stato approvato dal Comitato Etico dell’Università di Napoli, con protocollo 309/2024. L’obiettivo è offrire a tutti i nuovi nati della regione un’ulteriore opportunità di diagnosi precoce e contribuire a ridurre le disuguaglianze nell’accesso alle cure.
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Criteri Critici
Nuovi progressi nella diagnosi e nel trattamento del cancro al seno. Vietnam.vn
Il forum ha riunito circa 200 tra i maggiori esperti e professionisti del settore medico provenienti dai principali ospedali del Vietnam e della Corea del Sud per condividere scoperte rivoluzionarie volte a ottimizzare i protocolli di trattamento, offrire maggiori opportunità di sopravvivenza e migliorare complessivamente la qualità della vita dei pazienti. Secondo i dati della Global Cancer Organization (GLOBOCAN 2024), il tumore al seno continua ad essere il tipo di cancro più diffuso in Vietnam, con 25.711 nuovi casi. A livello globale , è anche la principale neoplasia tra le donne, con circa 2,4 milioni di nuovi casi ogni anno.
Alla luce di questa situazione, la medicina moderna non si concentra più esclusivamente sullo screening e sulla diagnosi precoce, ma sta spostando la sua attenzione in modo significativo sulla minimizzazione degli interventi invasivi non necessari, sul miglioramento dell'accuratezza diagnostica e sulla progettazione di piani di trattamento personalizzati. La professoressa associata, dott.ssa Do Anh Tu, responsabile dell'ufficio della Società vietnamita per la lotta contro il cancro e vicedirettrice dell'ospedale K, durante un discorso. Foto: Thu Minh Intervenendo alla conferenza, la professoressa associata Dott.ssa Do Anh Tu, responsabile dell'Ufficio della Società Vietnamita per la Lotta contro il Cancro e vicedirettrice dell'Ospedale K, ha sottolineato che l'attuale trattamento del tumore al seno si basa su un approccio personalizzato, che applica la medicina di precisione e approcci multimodali. Una serie di progressi nella diagnostica per immagini, nella biologia molecolare, nella chirurgia, nell'anatomia patologica, nonché nell'immunoterapia, nella terapia mirata e nella terapia endocrina hanno modificato radicalmente le strategie di intervento, aiutando le pazienti a prolungare la propria vita e a migliorare il loro benessere fisico e mentale. Pertanto, è di particolare urgenza aggiornare proattivamente la pratica clinica in Vietnam con le evidenze scientifiche di livello internazionale.
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Uno dei temi chiave, ampiamente discussi dagli esperti al forum, è stata la tendenza a ridurre al minimo gli interventi chirurgici, garantendo al contempo un controllo efficace della malattia. Consegna di doni agli esperti vietnamiti e coreani che hanno partecipato alla conferenza. Foto: Thu Minh
Oltre alla rimozione dei tumori, anche le tecniche di ricostruzione del seno hanno fatto passi da gigante. Il professore associato, dottor Nguyen Dinh Tung, esperto dell'ospedale generale di Hong Ngoc, ha spiegato che oggi la chirurgia ricostruttiva non si limita a ripristinare l'aspetto esteriore per aiutare le pazienti a sentirsi sicure nelle interazioni sociali, ma mira a preservare tutti e tre gli elementi fondamentali: forma armoniosa, morbidezza naturale e sensibilità del tessuto mammario. In Vietnam, tecniche moderne come la ricostruzione mammaria immediata, combinata con il trapianto di tessuto adiposo autologo e la radioterapia intraoperatoria (IORT), sono state sistematicamente implementate, aiutando le donne a mantenere la fiducia in se stesse subito dopo l'intervento. Oltre agli aspetti chirurgici, le discussioni sul trattamento sistemico hanno offerto soluzioni approfondite e personalizzate per specifici gruppi di pazienti. Per il carcinoma mammario avanzato e metastatico, l'ottimizzazione dell'immunoterapia in combinazione con la terapia mirata ha offerto promettenti prospettive di controllo della malattia a lungo termine.
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Criteri Critici
Qui è nata l’oncologia italiana: quasi 100 anni dopo l’Istituto dei Tumori prepara il salto nel futuro Mondosanità
Ci sono luoghi che curano. E ci sono luoghi che, nel tempo, contribuiscono anche a cambiare il modo in cui una malattia viene studiata, diagnosticata e affrontata. L’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (INT) appartiene alla seconda categoria. L’oncologia italiana, come ricorda la stessa Fondazione, è nata qui il 12 aprile 1928. Quasi cento anni dopo, quello che oggi è una Fondazione IRCCS di diritto pubblico resta un comprehensive cancer center interamente dedicato alla cura e alla ricerca sul cancro, con un’attività che intreccia assistenza, chirurgia, terapie mediche, ricerca traslazionale, sperimentazione clinica e prevenzione. È questo il punto di partenza per capire il peso dell’INT oggi. Non soltanto la storia, ma la capacità di trasformare quella storia in innovazione. Gli ultimi dati assistenziali consolidati pubblicati dall’Istituto raccontano una struttura da 16.678 ricoveri, oltre 1,3 milioni di prestazioni ambulatoriali, 482 posti letto e più di 2.100 persone tra collaboratori e borsisti. Numeri che restituiscono la dimensione assistenziale di una struttura pubblica che continua ad avere un ruolo di riferimento nazionale e internazionale. Ma il dato che più distingue l’Istituto è forse un altro: la ricerca non è separata dalla cura. «La ricerca costituisce il cuore della nostra identità e il motore che consente all’innovazione di tradursi in benefici concreti per i Pazienti», sottolinea il presidente della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori, Gustavo Galmozzi. È un principio che all’INT prende la forma concreta della ricerca traslazionale: ciò che nasce in laboratorio viene portato verso il paziente e ciò che emerge dalla pratica clinica ritorna alla ricerca, in un continuo scambio tra domande e risposte.
Oltre 800 studi clinici e una ricerca che corre
I dati più recenti sull’attività scientifica mostrano la scala del lavoro in corso. Nel 2025 l’INT ha registrato 887 pubblicazioni scientifiche e 809 studi clinici complessivi, di cui 432 sperimentali, 364 osservazionali e 13 registri. Sul fronte dei finanziamenti, i dati 2025 indicano oltre 18,7 milioni di euro dal Ministero della Salute, circa 2,5 milioni dai bandi europei, oltre 7,5 milioni dagli studi clinici e quasi 3,8 milioni dal 5x1000. Una capacità di ricerca che attraversa prevenzione e diagnosi precoce, medicina di precisione, intelligenza artificiale, tumori rari, pazienti fragili e analisi dei dati real world. In oncologia, però, i numeri contano soltanto se riescono a trasformarsi in opportunità per i pazienti. Ed è qui che emergono alcuni risultati particolarmente significativi degli ultimi mesi.
Melanoma: il centro con più pazienti al mondo nello studio sul vaccino mRNA
Ad agosto 2026 l’Istituto Nazionale dei Tumori ha annunciato un risultato che racconta bene la sua capacità di stare dentro la ricerca oncologica internazionale. Nello studio di fase III INTerpath-001, dedicato a un vaccino personalizzato a mRNA associato all’immunoterapia nel melanoma ad alto rischio di recidiva, l’INT è stato il centro che ha randomizzato il maggior numero di pazienti al mondo: 82 su 128 sottoposti a screening. Lo studio complessivo ha coinvolto 1.137 pazienti. Il principio è quello della medicina più personalizzata possibile: il vaccino viene costruito a partire dal materiale tumorale del singolo paziente, identificando attraverso sistemi computazionali fino a 34 neoantigeni specifici del tumore. Per Galmozzi, risultati come questo raccontano qualcosa che va oltre il singolo studio. «La forza di una ricerca di questo tipo non è soltanto nella tecnologia, ma nella squadra che la rende possibile: oncologi, ricercatori, chirurghi, anatomopatologi, infermieri di ricerca, data manager e professionisti che lavorano insieme per trasformare una sperimentazione in una possibile nuova opportunità di cura».
L’intelligenza artificiale entra nelle decisioni sul tumore del polmone
Un altro fronte riguarda l’intelligenza artificiale. Nel settembre 2026 Nature Medicine ha pubblicato i primi risultati del progetto internazionale I3LUNG, coordinato dall’INT. Lo studio ha coinvolto 2.396 pazienti e 16 partner internazionali con l’obiettivo di integrare dati clinici, immagini, patologia digitale e informazioni molecolari per migliorare la capacità di prevedere la risposta all’immunoterapia nei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule metastatico. Non si tratta di sostituire il medico con un algoritmo, ma di aggiungere informazioni alle decisioni cliniche. «La tecnologia deve essere uno strumento al servizio del medico e, attraverso il medico, della Persona», è uno dei principi che Galmozzi richiama quando parla dell’evoluzione della medicina. Un concetto coerente con un modello di cura che punta sempre più a capire non soltanto quale terapia funziona in generale, ma quale possa funzionare meglio per quel singolo paziente.
Oltre 6.200 grandi interventi chirurgici in un anno
Anche sul versante chirurgico i volumi sono importanti. Negli ultimi dati pubblicati dal Dipartimento di Chirurgia Oncologica, l’INT registra 6.213 interventi maggiori, oltre a quasi 3.000 procedure in Day Hospital o con tecniche laser, più di 91 mila visite ambulatoriali e oltre 10 mila ricoveri in un anno. La chirurgia oncologica è uno degli ambiti nei quali l’evoluzione tecnologica è più evidente: sistemi robotici, procedure mini-invasive, immagini sempre più precise e percorsi multidisciplinari stanno modificando profondamente il modo di operare. Ma anche in questo caso la tecnologia non rappresenta il fine. Il punto è ridurre l’impatto del trattamento, aumentare la precisione, accelerare il recupero quando possibile e costruire interventi sempre più calibrati sulla malattia e sulla persona.
Non soltanto tumori frequenti
La forza dell’INT è anche la capacità di concentrare competenze su neoplasie complesse, rare o che richiedono un’elevata specializzazione. Tumori solidi, neoplasie ematologiche, tumori pediatrici, sarcomi, melanomi, tumori rari: la logica è quella del percorso multidisciplinare, nel quale oncologi medici, chirurghi, radioterapisti, anatomopatologi, radiologi, genetisti, biologi e altre professionalità concorrono alla decisione terapeutica. È una medicina che diventa inevitabilmente più complessa perché i tumori vengono suddivisi sempre più spesso in sottogruppi biologici e molecolari. Questo significa anche avere a disposizione terapie a bersaglio molecolare, immunoterapie, trattamenti cellulari e nuovi farmaci sperimentali, scegliendo il trattamento in funzione delle caratteristiche della malattia e del singolo paziente. La medicina di precisione, in altre parole, non è più una promessa astratta. È una parte crescente dell’oncologia quotidiana.
Un patrimonio pubblico
C’è poi un elemento che Galmozzi considera centrale: l’Istituto Nazionale dei Tumori è pubblico. Dal 2006 l’INT è una Fondazione IRCCS di diritto pubblico, di rilevanza nazionale e senza scopo di lucro. I fondatori istituzionali sono Ministero della Salute, Regione Lombardia e Comune di Milano. Questo significa che innovazione e ricerca vengono sviluppate dentro una missione di servizio pubblico. «La diffusione della conoscenza, la trasparenza e la vicinanza alle Persone rappresentano da sempre i pilastri della nostra missione», afferma Galmozzi. E aggiunge un concetto che ritorna spesso nel suo modo di descrivere l’Istituto: il rapporto con il paziente non deve ridursi alla prestazione. «La nostra missione non coincide soltanto con la cura della malattia, ma comprende la prevenzione, la ricerca, l’innovazione, l’ascolto e l’attenzione alla Persona in tutte le fasi del suo percorso». Una filosofia che si traduce anche nella volontà di rendere l’ospedale un luogo meno impersonale. «Vorremmo che ogni Persona che entra in Istituto si sentisse parte di una comunità, in un luogo che non sia soltanto quello in cui si ricevono cure, ma anche un luogo da conoscere, riconoscere e sentire un po’ come casa propria».
Il prossimo grande passaggio si chiama Città della Salute
Adesso, però, l’Istituto si prepara a uno dei cambiamenti più importanti della propria storia. La futura Città della Ricerca e della Salute di Sesto San Giovanni è destinata ad accogliere l’Istituto Nazionale dei Tumori e l’Istituto Neurologico Carlo Besta, concentrando nello stesso polo funzioni cliniche, scientifiche e di alta specializzazione. Per Galmozzi, il significato dell’operazione va ben oltre il trasferimento da un edificio a un altro. «Oggi non celebriamo soltanto l’avanzamento di un’opera infrastrutturale. Oggi osserviamo concretamente prendere forma una visione, un progetto che segnerà il futuro della Sanità Lombarda e Nazionale per i decenni a venire». La nuova struttura, sottolinea, dovrà diventare un luogo nel quale assistenza, ricerca, innovazione e formazione possano integrarsi ancora di più. «Per l’Istituto Tumori questa realizzazione costituisce una straordinaria opportunità. Un’opportunità che riguarda il futuro della nostra Istituzione, la sua missione e la sua capacità di continuare ad essere un punto di riferimento nell’oncologia, nella ricerca, nella medicina preventiva e nella cura». Ma c’è una precisazione sulla quale il presidente insiste. Non dovrà essere un semplice trasloco. «Il percorso verso il 2029 non dovrà trattarsi soltanto di un mero trasloco. Dovrà essere anche, e soprattutto, un percorso organizzativo, professionale e culturale». Il cantiere è ormai entrato nella fase più concreta e il percorso verso la nuova sede ha un orizzonte definito. Nel suo intervento Galmozzi ha indicato il 21 settembre 2029 come traguardo simbolico e operativo verso cui l’Istituto sta lavorando, all’interno di un cronoprogramma più ampio che accompagnerà il completamento della Città della Ricerca e della Salute.
«Il vero patrimonio sono le Persone»
È forse qui che emerge il messaggio più forte. Per un ospedale che si prepara a entrare in una struttura nuova, sarebbe facile concentrare tutto su edifici, robot, piattaforme tecnologiche, laboratori e sale operatorie. Galmozzi ribalta la prospettiva. «Siamo pienamente consapevoli che il valore più importante della nostra Fondazione non risiede nelle strutture, nelle tecnologie o negli edifici, per quanto moderni e avanzati possano essere. Il nostro vero patrimonio sono le Persone: le competenze, la professionalità, la passione e il senso di appartenenza di coloro che ogni giorno operano al servizio dei Pazienti e della Ricerca». È probabilmente questa la chiave per leggere insieme passato e futuro dell’Istituto. Nel 1928 l’oncologia italiana iniziava qui un percorso che allora aveva strumenti e possibilità infinitamente più limitati di quelli di oggi. Quasi un secolo dopo, nello stesso Istituto si sperimentano vaccini personalizzati, algoritmi di intelligenza artificiale, chirurgia robotica e terapie costruite sulle caratteristiche molecolari del tumore. Gli edifici cambiano. Le tecnologie cambiano. Cambia perfino il modo di definire il cancro, che da singola malattia è diventato un universo di patologie biologicamente differenti. Ma il principio resta sorprendentemente simile: concentrare conoscenza, ricerca e cura intorno al paziente. Ed è questo, più di qualunque nuova struttura, che l’Istituto Nazionale dei Tumori porterà con sé nella sua prossima casa.
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Cura del tumore al polmone, 4 ospedali di Palermo fanno rete Risoluto
Tumore al polmone, a Palermo una rete tra quattro strutture per superare la frammentazione delle cure
Una presa in carico più omogenea e un percorso condiviso per i pazienti con carcinoma polmonare metastatico. È questo l’obiettivo della “Consensus di area metropolitana di Palermo”, il progetto che mette in rete quattro realtà sanitarie del capoluogo siciliano: A.O.U. Policlinico “Paolo Giaccone”, ARNAS Ospedali Civico Di Cristina Benfratelli, Casa di Cura La Maddalena e A.O. Ospedali Riuniti Villa Sofia Cervello.
L’iniziativa è stata al centro del talk “Insieme per il paziente: a Palermo percorsi ottimizzati per la cura del tumore al polmone”, ospitato a Villa Niscemi e dedicato al confronto tra istituzioni, specialisti e pazienti. Al centro del dibattito la necessità di costruire un percorso clinico-assistenziale multidisciplinare, condiviso tra le diverse strutture e aggiornato alle più recenti evidenze scientifiche.
In Sicilia circa 3 mila nuove diagnosi ogni anno
Il tumore al polmone continua a rappresentare una delle principali cause di mortalità oncologica.
Quando la malattia viene individuata in fase avanzata, diventa quindi fondamentale ridurre i tempi necessari per arrivare a una diagnosi completa e, soprattutto, a una precisa caratterizzazione molecolare del tumore. È proprio dai risultati della profilazione che dipende infatti la possibilità di individuare la strategia terapeutica più adatta al singolo paziente.
Negli ultimi anni terapie a bersaglio molecolare e immunoterapia hanno modificato profondamente l'approccio al carcinoma polmonare, ampliando le possibilità terapeutiche per alcuni pazienti.
Perché queste opportunità possano essere sfruttate, però, è necessario che il percorso diagnostico sia rapido e coordinato.
È in questo contesto che nasce la collaborazione tra le quattro strutture palermitane, con l'obiettivo di mettere in comune competenze, professionalità e risorse e ridurre le differenze nei percorsi di presa in carico.
Un ruolo importante può essere svolto dai GOM, i gruppi oncologici multidisciplinari, chiamati a riunire competenze diverse intorno al singolo caso clinico.
La Consensus punta dunque a mettere a sistema le competenze già presenti sul territorio, superando una logica nella quale ogni struttura opera separatamente.
La collaborazione non rimane soltanto sulla carta, ma si traduce in una rete tra specialisti e strutture. L'obiettivo è permettere al paziente di accedere, quando necessario, alla diagnostica o al trattamento disponibile in un altro centro senza interrompere il percorso assistenziale.
«Abbiamo creato un network fra tutti i colleghi che ci permette di scambiare informazioni, contattarci rapidamente e avviare il paziente verso il centro che dispone di una particolare diagnostica o di uno specifico protocollo di cura», sottolinea Francesco Verderame, oncologo saccense alla guida del reparto degli Ospedali Riuniti di Villa Sofia Cervello.
La sfida, dunque, è quella di trasformare le competenze presenti nell'area metropolitana di Palermo in una rete realmente integrata, capace di ridurre i tempi diagnostici, favorire una caratterizzazione molecolare tempestiva e garantire al paziente un percorso terapeutico il più possibile uniforme, indipendentemente dalla struttura di primo accesso.
Un modello che punta a contrastare anche la mobilità sanitaria e a offrire ai pazienti siciliani un accesso più coordinato alle possibilità diagnostiche e terapeutiche disponibili sul territorio.
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“NUOVE TENDENZE NELLA DIAGNOSI E NEL TRATTAMENTO DEL TUMORE AL SENO – I PUNTI SALIENTI DEL GBCC 2026” Vietnam.vn
Tra i partecipanti figuravano il Prof. Associato Dr. Do Anh Tu - Capo dell'Ufficio della Società Vietnamita per il Cancro, Vice Direttore dell'Ospedale K; il Prof. Associato Dr. Nguyen Thi Xuyen - Presidente del Fondo di Supporto per i Pazienti Oncologici - Bright Tomorrow; il Prof. Dr. Jeong Eon Lee - Presidente del GBCC, Presidente del Consiglio di Amministrazione del KBCS, Direttore del Centro per il Cancro al Seno, Samsung Medical Center; il Prof. Associato Dr. Nguyen Thi Minh Phuong - Primario del Dipartimento di Oncologia, Hong Ngoc - Phuc Truong Minh General Hospital; il Prof. Associato Dr. Nguyen Dinh Tung - Primario del Dipartimento di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva - Chirurgia Maxillo-Facciale, Primario dell'Unità di Chirurgia Senologica, Centro Senologico e Ginecologico, Hong Ngoc General Hospital; La dottoressa Le Hong Cuc, presidente dell'Associazione vietnamita per la diagnostica senologica, insieme a relatori esperti provenienti da importanti strutture mediche, tra cui molti specialisti che ricoprono posizioni di rilievo presso la Conferenza globale sul cancro al seno (GBCC), la Società coreana per il cancro al seno (KBCS) e prestigiosi centri medici in Corea.
GBCC 2026 è una delle conferenze sul tumore al seno più influenti in Asia, con 460 abstract di ricerca provenienti da 35 paesi, oltre 400 articoli selezionati presentati in 72 sessioni specializzate e 234 interventi. Sulla base di questi risultati, gli esperti hanno proseguito le loro discussioni alla conferenza " Nuove tendenze nella diagnosi e nel trattamento del tumore al seno : i punti salienti di GBCC 2026", tenutasi presso l'ospedale generale Hong Ngoc Phuc Truong Minh.
Nel suo discorso di apertura, il Prof. Associato Dott. Do Anh Tu, Direttore dell'Ufficio della Società Vietnamita per la Lotta contro il Cancro e Vicedirettore dell'Ospedale K, ha dichiarato: "Oggi il tumore al seno viene affrontato in modo personalizzato, applicando la medicina di precisione e approcci multimodali. I progressi nella diagnostica per immagini, nell'anatomia patologica, nella biologia molecolare, nella chirurgia, nella terapia endocrina, nella terapia mirata e nell'immunoterapia hanno cambiato radicalmente le strategie di trattamento, offrendo alle pazienti maggiori possibilità di sopravvivenza e una migliore qualità della vita. La conferenza odierna rappresenta un'opportunità per aggiornare le nostre conoscenze e applicarle gradualmente alla pratica della diagnosi e del trattamento del tumore al seno in Vietnam."
La professoressa associata Dott.ssa Do Anh Tu, responsabile dell'ufficio della Società vietnamita per la lotta contro il cancro, ha tenuto il discorso di apertura del seminario.
Approfondendo il programma, 11 relatori vietnamiti e coreani hanno presentato 14 articoli in 4 sessioni scientifiche , incentrate su temi che spaziavano dalla minimizzazione dell'intervento sui linfonodi ascellari, all'ottimizzazione della chirurgia conservativa della mammella, alla ricostruzione mammaria immediata, fino alla terapia endocrina individualizzata, all'immunoterapia e all'applicazione dell'intelligenza artificiale nella risonanza magnetica mammaria. Nonostante i diversi ambiti di studio, le relazioni hanno evidenziato una tendenza verso trattamenti sempre più precisi, meno invasivi e più personalizzati.
In particolare, nel campo della chirurgia, il Prof. Associato Dr. Nguyen Dinh Tung – Primario del Dipartimento di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva - Chirurgia Maxillo-Facciale, Primario dell'Unità di Chirurgia Senologica, Centro Senologico e Ginecologico dell'Ospedale Generale Hong Ngoc – ha presentato una relazione su "Progressi nel trattamento chirurgico del tumore al seno in Vietnam", incentrata su tre tecniche principali: ricostruzione mammaria immediata, radioterapia intraoperatoria (IORT) e trapianto di tessuto adiposo autologo combinato con tessuto stromale vascolare (SVF). L'obiettivo è un trattamento più completo, che controlli la malattia e si concentri sia sull'aspetto fisico che sulla qualità della vita della paziente.
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“Se sono qui oggi lo devo alla ricerca sui tumori”. Erika Franchini ha 24 anni, ha un sorriso luminoso e i lunghi capelli bruni. Quando risponde al telefono è settembre, il mese dedicato all’oncologia pediatrica. Lo ricorda bene il 3 agosto del 2016, il giorn…
Erika Franchini ha 24 anni: nel 2016 le era stata diagnosticata la leucemia. Ha affrontato le cure, complesse, e il ritorno alla normalità si è rivelato più difficile del previsto. Ma ora è a un passo dalla laurea
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“Se sono qui oggi lo devo alla ricerca sui tumori”. Erika Franchini ha 24 anni, ha un sorriso luminoso e i lunghi capelli bruni. Quando risponde al telefono è settembre, il mese dedicato all’oncologia pediatrica. Lo ricorda bene il 3 agosto del 2016, il giorno in cui, a 14 anni, le viene diagnosticata la leucemia. “È stato come il mondo mi crollasse addosso. Stavo per partire per un campo scout e invece alla fine niente più campo e niente più amici”. Oggi, dieci anni dopo e con la malattia alle spalle, ha deciso di iscriversi proprio al corso di laurea triennale in Infermieristica, “un modo per restituire tutto quello che mi hanno dato gli infermieri e i medici nel tempo. Mi manca ancora un esame e la laurea per coronare questo sogno”.
Il suo percorso non ha seguito un protocollo del tutto lineare. Pian piano le persone al terzo piano del padiglione dove era ricoverata Erika, a Roma – medici, infermieri e altri bambini che avevano bisogno di essere curati – sono diventati la sua famiglia. E, all’inizio, purtroppo le cure non andavano come sperato. “Sono stata tra i primi pazienti – ricorda nella sua intervista al fatto.it – a essere stata curata con un nuovo farmaco“. Il professor Franco Locatelli (nella foto con Erika) decise infatti di utilizzare un approccio fuori dagli schemi standard e un farmaco sperimentale con l’obiettivo di colpire ciò che, nel 2016, le terapie precedenti non erano riuscite a eliminare completamente. “Me lo promise: mi disse che avrebbe fatto tutto il possibile per riuscirci”.
Per anni Erika ha affrontato cicli di chemio, con due trapianti, tra cui uno per il quale è stato usato il midollo del papà. “Non era solo la cura il problema: la perdita dei capelli, la perdita delle sopracciglia, ti faceva sembrare un alieno. È come se perdessi la tua identità”, ricorda lei. Nel 2019, mentre Erika si stava sottoponendo a una visita, sente il commento della dottoressa Gaspari che stava controllando al computer se fosse arrivato il risultato della sua biopsia osteomidollare. “Volete una notiziona? La molecolare è negativa!”. “Per me significava che quelle alterazioni che ancora risultavano presenti erano state finalmente debellate grazie a quel farmaco sperimentale”. Era uno di quei momenti che Erika non dimenticherà mai. “Finalmente potevo prendere una boccata d’aria a pieni polmoni”.
Durante la malattia Erika aveva imparato a trovare il bello nelle cose più semplici e a costruirsi una quotidianità dentro quelle mura del terzo piano. Quando tutto è finito, però, è iniziata un’altra fase: quella del ritorno alla vita. Ed è stata più complessa di quanto si possa immaginare. “In quegli anni – racconta – avevo perso una parte importante della mia adolescenza. Mentre io ero ferma, il resto del mondo continuava ad andare avanti”. Si è ritrovata così con “pochissime amicizie rimaste e con la sensazione di dover recuperare pezzi di vita che non avevo potuto vivere”.
Il rientro nella società, insomma, è stato bellissimo, ma anche difficile. Da una parte c’era la felicità di poter tornare a vivere, dall’altra gli sguardi, i pregiudizi e gli stereotipi di chi vedeva soltanto una ragazza in fase di ripresa, senza sapere realmente cosa ci fosse dietro. “Ho sempre cercato di non farmi condizionare. Nessuno poteva sapere fino in fondo quello che avevo attraversato”.
La voglia e la determinazione di recuperare il tempo perso la portano, tra l’altro, a iscriversi a infermieristica, scegliendo proprio il Bambin Gesù come sede del corso di laurea, superando il test d’ingresso con una sensazione di leggerezza e felicità: “Tornavo per imparare a prendermi cura degli altri”.
Oggi Erika è concentrata sullo studio, ha un po’ di agitazione – confessa – e allo stesso tempo non vede l’ora di arrivare alla fine. Le manca solo un esame, da sostenere in autunno, poi sarà il momento della laurea. “Tra impegni e cose da fare, finisco quasi sempre per recuperare le ore di studio la sera. Anzi, a volte do il meglio proprio di notte: quando intorno a me c’è silenzio riesco a concentrarmi”.
Quando sei così vicina al traguardo, ripensi inevitabilmente a tutto quello che hai affrontato per arrivarci. La tesi riguarda il ruolo dell’infermiere nella gestione della crisi asmatica pediatrica in pronto soccorso, un tema che unisce due aspetti del percorso che la contraddistingue: l’assistenza ai bambini e la capacità di intervenire nei momenti di urgenza.
Il resto della settimana è un intreccio di studio, allenamenti e impegni quotidiani, tra Latina (dove vive) e Roma. Non sempre è tutto ordinato, “ma è la mia vita in questo momento – sorride – e cerco di godermela”. Oltre allo studio, due volte a settimana per Erika c’è un appuntamento a cui tiene molto: aiutare il suo maestro di karate ad allenare i bambini dai 6 ai 9 anni. “Mi piace stare con loro, vedere quanto si impegnano e quanto sono contenti quando riescono a fare qualcosa che prima sembrava difficile”. Poi arriva il suo turno e si allena nel corso di prepugilistica.
L’obiettivo di Erika è diventare un’infermiera preparata, continuare a formarsi ed essere utile a qualcuno nel momento in cui ha bisogno. “Sogno di arrivare un giorno ad avere un ruolo importante, che mi permetta anche di contribuire a migliorare l’assistenza”. Tra dieci anni le piacerebbe guardarsi indietro e sapere di aver dato davvero il massimo, sia come persona sia nel lavoro. Il desiderio più grande, alla fine, è la salute: per lei e il suo fidanzato, Renato, per i suoi genitori, per le persone che ama. “Dopo quello che ho vissuto, so quanto sia preziosa”. Poi c’è il sogno della famiglia. “È un desiderio a cui stiamo già pensando”, spiega. Le cure che ha affrontato hanno lasciato delle conseguenze anche su questo aspetto della vita: il percorso potrebbe richiedere tempo e aiuto. Ma la speranza c’è, ed è grande. “Mi emoziona – conclude – immaginare il giorno in cui potrò dire ai miei genitori che diventeranno nonni”.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Tumori femminili, dalla prevenzione alle nuove cure: le ricerche che stanno cambiando le speranze delle pazienti Mondosanità
Ottobre Rosa, prevenire resta la prima arma
Ottobre accende ogni anno i riflettori sulla prevenzione oncologica femminile, ma non tutti i tumori possono essere intercettati allo stesso modo. Per il carcinoma mammario esiste lo screening mammografico; contro il tumore della cervice uterina abbiamo HPV test, Pap test e vaccinazione anti-HPV. Per il carcinoma ovarico, invece, non esiste oggi uno screening di popolazione sufficientemente affidabile per le donne senza sintomi e a rischio medio. Familiarità e genetica possono inoltre cambiare il percorso: i nuovi LEA introducono un programma dedicato al rischio eredo-familiare BRCA1 e BRCA2. Il punto, quindi, non è moltiplicare gli esami “per sicurezza”, ma utilizzare gli strumenti che hanno dimostrato un beneficio nell'età e nella popolazione appropriate. Diagnosi precoce e valutazione del rischio restano fondamentali, ma oggi una parte importante della speranza arriva anche da ciò che accade dopo la diagnosi.
Tumore al seno, farmaci che portano la terapia direttamente alle cellule tumorali
Una delle trasformazioni più interessanti riguarda gli anticorpi coniugati a farmaco, gli ADC: molecole progettate per riconoscere determinati bersagli presenti sulle cellule tumorali e trasportare fino a esse un potente agente antitumorale. Nel carcinoma mammario HER2-positivo, trastuzumab deruxtecan ha già modificato il trattamento della malattia metastatica e ora i risultati stanno avanzando verso fasi più precoci. Nel trial internazionale DESTINY-Breast05, pubblicato sul New England Journal of Medicine, 1.635 pazienti con tumore HER2-positivo precoce e malattia residua ad alto rischio dopo terapia preoperatoria sono state randomizzate a trastuzumab deruxtecan o T-DM1: a tre anni la sopravvivenza libera da malattia invasiva era del 92,4% contro l'83,7%. Il rischio di un evento invasivo o di morte risultava inferiore nel gruppo trastuzumab deruxtecan. Non significa che il farmaco sia indicato per ogni tumore della mammella: HER2 è un biomarcatore preciso e anche gli effetti indesiderati, compreso il rischio di pneumopatia interstiziale, richiedono attenta selezione e monitoraggio.
Ovaio ed endometrio, quando il bersaglio molecolare cambia la terapia
La stessa logica sta entrando nei tumori ginecologici. Nel carcinoma ovarico platino-resistente con elevata espressione del recettore FRα, lo studio di fase III MIRASOL ha confrontato l'ADC mirvetuximab soravtansine con la chemioterapia in 453 pazienti. La sopravvivenza mediana è passata da 12,75 a 16,46 mesi e la risposta tumorale dal 15,9% al 42,3%, mostrando che individuare un bersaglio biologico può avere conseguenze cliniche concrete anche in una malattia difficile da trattare. Nel carcinoma dell'endometrio, invece, una delle svolte riguarda l'immunoterapia. Nel trial NRG-GY018, su 816 pazienti con malattia avanzata o recidivante, pembrolizumab aggiunto alla chemioterapia ha prolungato la sopravvivenza libera da progressione sia nei tumori con deficit del sistema di riparazione del DNA, chiamati dMMR, sia in quelli pMMR. Nel gruppo dMMR, a 12 mesi era libera da progressione il 74% delle pazienti trattate con pembrolizumab contro il 38% con placebo. La carta d'identità molecolare del tumore sta quindi diventando parte della decisione terapeutica, non soltanto della diagnosi.
Non esiste “la cura dei tumori femminili”: esistono tumori sempre più riconoscibili
È forse questo il cambiamento più importante da raccontare nell'Ottobre Rosa. Mammella, ovaio, endometrio e cervice non sono un'unica malattia e nemmeno due tumori dello stesso organo sono necessariamente biologicamente identici. HER2, recettore alfa dei folati, BRCA, deficit del mismatch repair e altri biomarcatori possono oggi contribuire a stabilire quali strategie abbiano maggiori probabilità di funzionare in specifici gruppi di pazienti. Le nuove terapie non permettono quindi di parlare genericamente di “cura del cancro”, ma stanno aumentando le possibilità di controllare più a lungo alcune forme della malattia e, in determinati contesti precoci, di ridurre il rischio che ritorni. È una speranza molto più concreta di uno slogan, proprio perché ha dei confini: ogni risultato riguarda uno stadio, un sottotipo e una popolazione definiti. Il futuro dell'oncologia femminile sembra muoversi sempre meno verso un trattamento uguale per tutte e sempre più verso una domanda precisa: che tumore è, biologicamente, quello che dobbiamo colpire?
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New England Journal of Medicine – “Trastuzumab Deruxtecan in Residual HER2-Positive Early Breast Cancer”, DESTINY-Breast05 – 2026.
New England Journal of Medicine – “Mirvetuximab Soravtansine in FRα-Positive, Platinum-Resistant Ovarian Cancer”, MIRASOL.
New England Journal of Medicine – “Pembrolizumab plus Chemotherapy in Advanced Endometrial Cancer”, NRG-GY018.
New England Journal of Medicine – “Pembrolizumab for Persistent, Recurrent, or Metastatic Cervical Cancer”, KEYNOTE-826.
European Society for Medical Oncology – Clinical Practice Guidelines e aggiornamenti 2026 per tumori ginecologici e carcinoma mammario.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
La clinica mobile porta la prevenzione in piazza La Prealpina
Una giornata, domenica 18 ottobre, nella centrale piazza Sant’Ambrogio, dedicata alla sanità di prossimità e alla socialità diffusa, ponendo al centro il bene della propria comunità. Tutto ciò è reso possibile attraverso il “Progetto Hope”, che è stato fortemente voluto dall’amministrazione comunale - e in particolar modo dal sindaco Elena Carraro e dall’assessore ai Servizi sociali Raffaella Bandera - ed è improntato sulla prevenzione dermatologica, con visite specialistiche erogate a titolo gratuito. In particolare, sarà possibile effettuare il controllo dei nei e la diagnosi precoce del melanoma, con l’obiettivo principale di tutelare la salute di ciascuno di noi.
Sostanzialmente, in piazza Sant’Ambrogio ci sarà una clinica mobile, dotata di strumentazione all’avanguardia, a completa disposizione dei cittadini lonatesi con una equipe medica specializzata. Le visite sono gratuite e, su prenotazione, sono rivolte alle donne e agli uomini di tutte le età residenti nel comune di Lonate Pozzolo per quella che è una prima volta sul territorio cittadino. E, particolare assolutamente non secondario, la consegna dell’esito della visita è immediata. Senza dover attendere giorni e senza doversi recare negli uffici preposti per i risultati degli esami.
Una importante occasione per diffondere l’importanza dello screening e del prendersi cura di sé. Sottolinea il sindaco Carraro: «La prevenzione è uno strumento fondamentale per curare la propria salute. Invito quindi tutti a cogliere questa opportunità e di condividerla con i familiari e gli amici». Aggiunge l’assessore Bandera: «Abbiamo voluto questo progetto importante per tutta la comunità». Ma “Progetto del Cuore” è una realtà in paese grazie all’importante contributo di diversi sponsor, il sostegno economico da parte delle aziende e degli imprenditori lonatesi che hanno creduto in questa iniziativa e si sono spesi in prima persona - insieme all’amministrazione comunale - per mettere al centro la salute di tutti i cittadini lonatesi in una domenica dal sapore davvero speciale. Quello della sanità territoriale, che parte dal basso e che dà risposte concrete ai bisogni dei cittadini.
Sarà possibile prenotare direttamente le visite dermatologiche a partire dalle 12 di lunedì 5 ottobre dal sito www.eventihope.com, con l’auspicio di una risposta positiva e massiccia della popolazione.
Un uomo laotiano affetto da occlusione intestinale è stato sottoposto a un intervento chirurgico d'urgenza da medici vietnamiti utilizzando una tecnica speciale. - Vietnam.vn
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Un uomo laotiano affetto da occlusione intestinale è stato sottoposto a un intervento chirurgico d'urgenza da medici vietnamiti utilizzando una tecnica speciale. Vietnam.vn
Circa un mese prima del ricovero, la paziente aveva accusato un dolore addominale sordo e persistente, non adeguatamente trattato. Due giorni prima di giungere all'ospedale 19/08, il dolore si era intensificato notevolmente, trasformandosi in fitte acute e crampiformi, accompagnate da grave distensione addominale e vomito continuo. Essendo straniero, il paziente ha incontrato difficoltà nella comunicazione con il personale medico . La raccolta dell'anamnesi e delle informazioni sui sintomi ha quindi richiesto più tempo. Tuttavia, tramite esame obiettivo e diagnostica per immagini d'urgenza, i medici del reparto di Chirurgia Generale hanno riscontrato un tumore nel colon sinistro che causava un'occlusione intestinale completa, con sospette lesioni metastatiche. Si tratta di un'emergenza medica perché, in caso di ostruzione intestinale, gas, liquidi e feci continuano ad accumularsi al di sopra del blocco, causando una rapida distensione del colon. Se la situazione si protrae, la parete intestinale può diventare ischemica, necrotica o perforata, con conseguente peritonite e infezione grave.
Il tumore nel colon sinistro ha causato un'ostruzione intestinale, con lesioni che si sospettano essere metastasi. Le difficoltà dell'intervento chirurgico non si limitavano al tumore del colon. Il paziente era obeso e soffriva anche di ipertensione, diabete e dislipidemia. Questi fattori hanno reso necessaria un'attenta pianificazione dell'anestesia, della rianimazione e del monitoraggio post-operatorio.
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Nella cavità addominale, il colon sovrastante il tumore risultava notevolmente dilatato, contenente una grande quantità di liquido e feci. Se il segmento intestinale contenente il tumore fosse stato resecato e le due estremità dell'intestino fossero state anastomizzate in un unico intervento chirurgico, il rischio di deiscenza anastomotica sarebbe potuto aumentare. Secondo la dottoressa Mai Tien Dung, specialista in chirurgia generale, dopo un consulto, l'équipe ha concordato all'unanimità di eseguire l'intervento di Hartmann. Si tratta di una tecnica specialistica in cui i medici sezionano il segmento di colon contenente il tumore, chiudono l'estremità inferiore e fanno fuoriuscire l'estremità superiore del colon per creare un ano artificiale. L'obiettivo immediato è risolvere l'occlusione intestinale, ridurre il rischio di complicanze e aiutare il paziente ad affrontare in sicurezza la fase di emergenza. Dopo la guarigione, il paziente verrà sottoposto a ulteriori accertamenti per determinare il percorso terapeutico oncologico più appropriato. Secondo il medico, quando il colon è significativamente dilatato e il rischio di deiscenza anastomotica è elevato, l'intervento di Hartmann è l'opzione appropriata. Dopo la fase di emergenza, i medici continueranno a valutare il paziente per elaborare una strategia di trattamento oncologico. Al quinto giorno dopo l'intervento, le condizioni del paziente mostravano un miglioramento. L'addome era morbido, la colostomia funzionava correttamente e il drenaggio era stabile. La pressione sanguigna e la glicemia erano sotto controllo. Il paziente è cosciente, di buon umore e continua a ricevere monitoraggio e cure post-operatorie. Una volta stabilizzata la situazione di emergenza, gli specialisti effettueranno una valutazione completa dello stadio della malattia per elaborare un piano di trattamento più appropriato.
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Leucemia linfoblastica acuta pediatrica, l’immunoterapia dimezza le recidive corrierenazionale.it
Secondo i risultati di nuovi studi scientifici nella leucemia linfoblastica acuta pediatrica ad alto rischio, l’immunoterapia dimezza le recidive
Trovare il modo di insegnare al sistema immunitario ad attaccare la leucemia linfoblastica acuta ad alto rischio e di utilizzarlo come alleato per contrastare la patologia leucemica nei bambini e negli adolescenti è possibile: questo è quanto hanno dimostrato i risultati emersi dallo studio AIEOP-BFM ALL 2017, una lunga e complessa sperimentazione clinica internazionale in cui, nei pazienti ad alto rischio di ricaduta, due cicli di chemioterapia ad alta intensità sono stati confrontati con due cicli di immunoterapia. I risultati ottenuti hanno permesso di giungere alla solida conclusione che questa strategia può quasi dimezzare il numero delle recidive e ridurre significativamente gli effetti collaterali gravi della chemioterapia intensiva.
I dati emersi nella ricerca sono pubblicati oggi sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale New England Journal of Medicine.
Lo studio apre nuove prospettive per i pazienti pediatrici con una forma di leucemia particolarmente difficile da trattare e maggiormente esposta al rischio di ricaduta. In questi pazienti la necessità di prevenire la recidiva ha finora richiesto il ricorso a regimi chemioterapici particolarmente intensivi, che possono determinare effetti collaterali gravi e, in alcuni casi, anche letali.
Gli schemi di chemioterapia intensiva consentono oggi di ottenere una guarigione a lungo termine in circa il 90% dei bambini affetti da leucemia linfoblastica acuta. Tuttavia, circa un paziente su cinque rientra in una specifica categoria, denominata ad alto rischio perché presenta una probabilità più elevata di recidiva. Nello studio AIEOP-BFM ALL 2017 i ricercatori hanno valutato proprio, in questa categoria di bambini, la possibilità di sostituire una parte della chemioterapia più aggressiva con un trattamento immunoterapico mirato, utilizzando il farmaco blinatumomab.
Il blinatumomab è un farmaco che, allo scopo di contrastare la leucemia, sfrutta il sistema immunitario del paziente mettendo in contatto diretto i linfociti T, cellule fondamentali delle difese immunitarie, con le cellule leucemiche. Ciò consente alle cellule del sistema immunitario di riconoscere e distruggere più efficacemente le cellule tumorali.
Andrea Biondi, direttore scientifico della Fondazione Tettamanti e principal investigator per l’Italia dello studio AIEOP-BFM ALL 2017, commenta: “L’obiettivo di questo importante studio, a cui hanno partecipato oltre cento centri di ricerca di otto paesi europei ed extraeuropei, era tentare di migliorare ulteriormente le probabilità di guarigione, riducendo per quanto possibile la tossicità delle cure sui bambini e il loro impatto sulle famiglie. Per arrivare a questi risultati è stato fondamentale il lavoro di alto profilo cooperativo svolto, nell’ambito dello studio internazionale, da parte dei centri della rete AIEOP, coordinati per l’area “leucemia linfoblastica acuta” da oltre trent’anni dalla Clinica Pediatrica di Monza (Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori di Monza, Università di Milano-Bicocca) e sostenuti dal Centro di ricerca Tettamanti che, grazie al fondamentale aiuto fornito dalla Fondazione Maria Letizia Verga di Monza, ha potuto sviluppare analisi e trattamenti sempre più precisi e mirati, studi biologici e profilazioni genetiche di alta complessità e valore prognostico, mettendoli a disposizione di tutti i bambini in Italia affetti da leucemia linfoblastica acuta”.
I risultati della sperimentazione pubblicati sul NEJM rafforzano la prospettiva di integrare l’immunoterapia sempre più precocemente ed efficacemente nel percorso terapeutico della leucemia linfoblastica acuta pediatrica. L’obiettivo non è soltanto aumentare le possibilità di guarigione, ma anche limitare le conseguenze immediate e a lungo termine dei trattamenti più aggressivi, attraverso strategie maggiormente selettive e meglio tollerate.
Lo studio nasce soprattutto dalla pluridecennale collaborazione tra l’AIEOP e il gruppo tedesco Berlin-Frankfurt-Münster Group for Acute Lymphoblastic Leukemia (BFM), co-promotori rispettivamente per l’Italia e per la Germania. Una partnership scientifica già avviata con un primo protocollo internazionale nel 1998, che ha reso l’Italia parte attiva nello sviluppo e nella realizzazione di molti successivi protocolli internazionali di grande rilievo per la cura della leucemia linfoblastica acuta pediatrica.
Per l’Italia AIEOP ha nominato la Fondazione Tettamanti quale National Coordinating Center (NCC). La Fondazione ha assicurato il project management del protocollo, le visite ai centri partecipanti, la farmacovigilanza, la copertura assicurativa, le analisi statistiche e l’analisi dei dati, sostenendo un impegno economico di oltre 1.200.000 euro l’anno.
Alla realizzazione dello studio hanno contribuito anche il centro di Oncologia Pediatrica dell’Università di Padova e la Fondazione Città della Speranza di Padova, con una attività di diagnosi e monitoraggio centralizzate delle malattie diagnosticate nei bambini e adolescenti italiani; le due istituzioni sono in Italia tra quelle maggiormente coinvolte nelle attività cliniche e di ricerca e tra i sostenitori delle sperimentazioni nell’ambito delle leucemie.
Lo studio è stato sostenuto da: Deutsche Krebshilfe, Fondazione AIRC per Ricerca sul Cancro, Fondazione Maria Letizia Verga, Fondazione Tettamanti, Fondazione Città della Speranza, Israel Cancer Association, Chaim Association e Ministero della Salute della Repubblica Ceca.
L’attività di ricerca della Fondazione Tettamanti e del suo Centro di ricerca è stata svolta nel contesto della convenzione con la Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori per lo svolgimento di progetti di ricerca congiunti.
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Screening del tumore al colon-retto: 3 motivi per cui non vale la pena affidarsi ai test fai-da-te My-personaltrainer
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Test casalinghi per il colon: comodità o illusione? Negli ultimi anni, la diffusione dei test di autodiagnosi acquistabili online o in farmacia ha registrato un notevole incremento. Questa tendenza risulta comprensibile: la possibilità di eseguire un controllo comodamente tra le mura domestiche, ottenendo risposte rapide e mantenendo la totale privacy, attira in particolar modo chi desidera un check-up immediato. Tuttavia, quando si affronta il tema della prevenzione oncologica, e in modo specifico del tumore al colon-retto, la rapidità del "fai-da-te" rischia di rivelarsi una mera illusione. Infatti, sebbene la comodità di tali kit sia innegabile, affidarsi esclusivamente a strumenti commerciali senza un inquadramento clinico adeguato può compromettere l'efficacia della diagnosi precoce. In questo contesto, non si intende generare allarmismo, bensì favorire l'acquisizione di una maggiore consapevolezza sui limiti intrinseci di queste soluzioni rapide, le quali non possono in alcun modo sostituire i protocolli ufficiali di salute pubblica.
1. Falsi negativi: il rischio di lesioni invisibili Il primo e più rilevante fattore di criticità riguarda la sensibilità clinica degli strumenti di autodiagnosi. I test casalinghi, per quanto basati su principi chimici e biologici validi, offrono di frequente un'aspettativa di sensibilità inferiore rispetto alle analisi standardizzate condotte all'interno dei laboratori ospedalieri o convenzionati. Di conseguenza, il rischio maggiore a cui ci si espone è il cosiddetto "falso negativo", ovvero un referto che non rileva tracce ematiche pur in presenza di anomalie intestinali. Un risultato del genere rischia di instillare un falso senso di sicurezza, portando a ignorare la potenziale presenza di polipi o lesioni precancerose silenti. Tali formazioni, al contrario, richiederebbero un approfondimento diagnostico tempestivo, che risulta possibile unicamente attraverso iter clinici strutturati e refertati da personale medico qualificato.
2. Zero integrazione con i percorsi di prevenzione ASL Un ulteriore motivo per cui risulta sconsigliabile l'utilizzo esclusivo dei kit privati risiede nell'assoluta mancanza di una rete di supporto medico al momento della lettura dei risultati. Lo screening ufficiale proposto dal Servizio Sanitario Nazionale non si limita alla semplice consegna di un referto, ma inserisce il cittadino all'interno di un protocollo tracciato e interamente protetto. Invece, eseguendo un test fai-da-te, la persona si ritrova totalmente isolata nella gestione dell'esito. In caso di positività o anomalia, viene a mancare quell'automatismo virtuoso che caratterizza i percorsi delle ASL, nei quali il paziente viene immediatamente contattato dalle strutture sanitarie per programmare l'esame di approfondimento di primo livello, ovvero la colonscopia. La solitudine di fronte a un risultato dubbio genera ansia ingiustificata e, molto spesso, causa gravi ritardi nell'avvio del corretto iter diagnostico e terapeutico.
3. Errori di esecuzione che alterano il risultato Non occorre inoltre sottovalutare i limiti pratici legati alla raccolta e alla conservazione del campione biologico. All'interno di una struttura sanitaria e nei circuiti delle ASL, i campioni vengono processati seguendo rigidi standard che garantiscono la massima affidabilità analitica. Nell'ambiente domestico e nelle fasi di spedizione privata, al contrario, le variabili fuori controllo sono innumerevoli. Per questo motivo, la validità dell'esito può essere facilmente vanificata da disattenzioni involontarie o condizioni ambientali avverse. Tra i fattori che compromettono maggiormente l'accuratezza del test fai-da-te, si evidenziano: Variazioni termiche : l'esposizione del campione biologico a temperature troppo elevate o a sbalzi termici durante la conservazione domestica o il trasporto via corriere.
: l'esposizione del campione biologico a temperature troppo elevate o a sbalzi termici durante la conservazione domestica o il trasporto via corriere. Tempistiche inadeguate : il trascorrere di troppi giorni tra la raccolta del materiale e la sua effettiva analisi in laboratorio.
: il trascorrere di troppi giorni tra la raccolta del materiale e la sua effettiva analisi in laboratorio. Contaminazioni igieniche: la possibile interazione accidentale del campione con l'acqua del WC, con la carta igienica o con detergenti chimici, che rischiano di degradare irrimediabilmente le molecole necessarie all'analisi.
Screening ASL gratuito: la vera garanzia di salute Per intraprendere un percorso di reale ed efficace prevenzione, il Ministero della Salute e l'Istituto Superiore di Sanità (ISS) raccomandano l'adesione ai programmi di screening nazionali organizzati. Questo percorso prevede l'esecuzione del test FIT (ricerca del sangue occulto nelle feci) ed è attivamente indirizzato, tramite lettera di invito a domicilio, alla fascia d'età maggiormente a rischio, compresa di norma tra i 50 e i 69 anni, con una progressiva estensione fino ai 74 anni in diverse Regioni italiane. Scegliere di aderire a questo programma ufficiale offre garanzie insostituibili: Gratuità totale : l'intero iter, dal test preventivo iniziale fino all'eventuale colonscopia e alle cure necessarie, è completamente gratuito e a carico del Servizio Sanitario Nazionale.
: l'intero iter, dal test preventivo iniziale fino all'eventuale colonscopia e alle cure necessarie, è completamente gratuito e a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Validazione certificata : l'analisi dei campioni viene condotta all'interno di laboratori accreditati, utilizzando protocolli di altissima precisione.
: l'analisi dei campioni viene condotta all'interno di laboratori accreditati, utilizzando protocolli di altissima precisione. Presa in carico integrata: ogni fase del processo è gestita da personale sanitario esperto, sempre a disposizione per guidare e supportare il paziente, anche per la prenotazione degli approfondimenti.
I segnali di allarme da sottoporre subito al medico In conclusione, è fondamentale ricordare che la tutela della propria salute intestinale non si basa esclusivamente sull'esecuzione di esami, ma anche sull'ascolto attento del proprio corpo. A prescindere dall'età anagrafica e dall'inclusione nelle finestre temporali dello screening di base, si raccomanda di non trascurare mai l'insorgenza di sintomi improvvisi o persistenti. Risulta infatti necessario richiedere tempestivamente un consulto clinico qualora si manifestino: Presenza visibile di sangue nelle feci o perdite ematiche anomale.
Alterazioni prolungate delle abitudini intestinali, come l'alternanza ingiustificata tra episodi di stipsi e diarrea.
Dolori e crampi addominali continui, associati a sensazione di svuotamento incompleto o a una perdita di peso non giustificata da diete. In presenza di tali circostanze, è opportuno rivolgersi senza esitazioni al proprio Medico di Medicina Generale. Sarà quest'ultimo a valutare il quadro clinico e a prescrivere gli accertamenti diagnostici più appropriati, garantendo un intervento tempestivo e un inquadramento sicuro.