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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Tumore al seno, al Pascale la radioterapia è sempre meno invasiva lapresse.it
Home > Salute > Sanità > Tumore al seno, al Pascale la radioterapia è sempre meno invasiva
Al Pascale di Napoli arriva la tecnologia per trattare il tumore al seno, per una radioterapia di precisione e sempre più sicura
Una radioterapia più precisa, meno invasiva e capace di ridurre drasticamente i tempi di cura per il tumore al seno. È la promessa di GammaPod, la nuova tecnologia entrata in funzione all’Istituto Pascale di Napoli, tra i primi centri europei ad adottarla.
La tecnologia per il tumore al seno
Il programma clinico è partito lo scorso febbraio con il trattamento della prima paziente e segna un ulteriore passo avanti nella personalizzazione delle cure oncologiche. Grazie all’introduzione della piattaforma il Pascale è entrato a far parte del Consorzio clinico internazionale GammaPod, una rete di centri impegnati nello sviluppo di nuove strategie terapeutiche per il tumore della mammella.
La tecnologia è stata progettata per concentrare le radiazioni sul bersaglio tumorale con una precisione sub-millimetrica. Attraverso un sistema di immobilizzazione non invasivo, migliaia di fasci radianti vengono indirizzati direttamente sulla lesione, limitando al massimo l’esposizione dei tessuti sani circostanti.
Ridurre i rischi delle radiazioni
Tra gli aspetti più innovativi vi è la posizione prona adottata durante il trattamento: la paziente viene infatti posizionata a pancia in giù, una soluzione che consente di allontanare naturalmente cuore e polmoni dall’area irradiata, riducendo sensibilmente il rischio di esposizione degli organi sani alle radiazioni.
Migliorare la qualità della vita
L’obiettivo non è soltanto migliorare l’efficacia delle cure, ma anche la qualità della vita delle pazienti. Uno dei principali vantaggi riguarda infatti la durata del percorso terapeutico. L’attuale protocollo prevede cinque sedute, contro trattamenti che fino a pochi anni fa richiedevano diverse settimane.
“L’introduzione di GammaPod nella nostra offerta terapeutica consente di offrire alle pazienti un percorso in grado di migliorare sensibilmente la qualità di vita, sia per l’esito clinico sia per il minor impatto sulla quotidianità”, spiega Vincenzo Ravo, direttore della Radioterapia oncologica del Pascale. La riduzione del numero di sedute, inoltre, “permette di garantire accesso a trattamenti di alta qualità a un numero maggiore di pazienti”.
L’ipotesi di una sola seduta di radioterapia
Ma le prospettive potrebbero essere ancora più ambiziose. Gli specialisti dell’istituto stanno infatti lavorando a protocolli sperimentali che, in casi selezionati, potrebbero consentire di concentrare l’intero trattamento radioterapico in una sola seduta.
“La prospettiva è quella di sviluppare approcci sempre più efficaci e conservativi”, sottolinea Sara Falivene, referente Breast in Radioterapia. “Stiamo lavorando all’attivazione di studi multicentrici internazionali che potrebbero contribuire a ridefinire gli standard terapeutici e aprire nuove opportunità per le pazienti”.
L’ingresso nel Consorzio internazionale consentirà inoltre al Pascale di partecipare allo sviluppo di studi clinici e alla raccolta di dati destinati a orientare le future linee guida per il trattamento del tumore mammario.
Per Michelino De Laurentiis, direttore del Dipartimento di Oncologia senologica e toraco-polmonare dell’Istituto, GammaPod rappresenta “un ulteriore passo avanti verso una medicina sempre più personalizzata”. La tecnologia, conclude De Laurentiis, “consente di esplorare strategie di radioterapia parziale ad altissima precisione, riducendo tempi di trattamento ed esposizione dei tessuti sani senza compromettere l’efficacia oncologica”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Tumore prostata: bene le nuove strategie, ma senza dimenticare ruolo radioterapia Il Sole 24 ORE
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Ho letto con grande interesse il Vostro articolo dedicato allo studio PROTEUS, recentemente presentato all'Asco, il Congresso americano di oncologia clinica, e pubblicato sul New England Journal of Medicine. Ritengo tuttavia necessario proporre alcune riflessioni critiche: l'auspicio è che l'informazione fornita – in particolare su un tema così rilevante e complesso come il trattamento del carcinoma prostatico ad alto rischio – sia il più possibile completa, equilibrata e contestualizzata.
In primo luogo, l'articolo sembra suggerire, seppur implicitamente, che i risultati dello studio possano “cambiare il paradigma” terapeutico per le persone con carcinoma prostatico ad alto rischio. Questa affermazione appare prematura. Lo studio PROTEUS, infatti, confronta una strategia di intensificazione ormonale sistemica (apalutamide + ADT) in setting perioperatorio con la sola terapia di deprivazione androgenica, ma non include un braccio con radioterapia, che rappresenta oggi – insieme alla chirurgia – uno dei pilastri del trattamento curativo nei tumori prostatici localmente avanzati o ad alto rischio. Questa assenza non è un dettaglio metodologico secondario, ma un limite sostanziale: oggi, una quota significativa di pazienti viene trattata con radioterapia associata a terapia ormonale, approccio sostenuto da robuste evidenze di lungo periodo in termini di controllo biochimico, sopravvivenza libera da metastasi e sopravvivenza globale. Pertanto, non è possibile, sulla base dei dati presentati, stabilire una reale superiorità o anche solo un vantaggio comparativo rispetto alle strategie radioterapiche attualmente consolidate. Semplificando, è come se si annunciasse una grande rivoluzione nella mobilità urbana, sulla base di uno studio che confrontasse un modernissimo drone con gli elicotteri sinora conosciuti, ma trascurando che in concreto, nelle nostre città, le persone si spostano in bici, in auto o con lo scooter.
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In secondo luogo, l'enfasi sui risultati – pur interessanti – merita una lettura più cauta. Un tasso di risposta patologica completa o quasi completa inferiore al 10%, pur superiore al controllo, deve essere interpretato con prudenza, soprattutto considerando che il vero endpoint clinico rilevante resta la sopravvivenza globale a lungo termine, sulla quale, dallo studio, non emerge alcun impatto. Analogamente, il beneficio in sopravvivenza libera da eventi e da metastasi, sebbene statisticamente significativo, non è ancora maturo al punto da ridefinire standard consolidati. Il vantaggio offerto da questa strategia terapeutica deve essere inoltre valutato alla luce degli eventi avversi riportati nello studio – tutt'altro che trascurabili – per un corretto bilanciamento fra rischi e benefici.
Un ulteriore aspetto completamente assente nell'articolo riguarda la sostenibilità economica. In presenza di alternative terapeutiche già efficaci e consolidate, e non confrontate con l'approccio testato nell'ambito dello studio PROTEUS, l'introduzione di farmaci di nuova generazione come l'apalutamide in fase perioperatoria comporta inevitabilmente un incremento significativo dei costi del trattamento. In sistemi sanitari pubblici come il nostro, è imprescindibile che ogni innovazione terapeutica venga valutata non solo in termini di efficacia, ma anche di costo-efficacia. Senza un'analisi farmacoeconomica rigorosa, il rischio è quello di proporre modelli terapeutici difficilmente trasferibili nella pratica reale, perché non sostenibili su larga scala.
Infine, appare necessario sottolineare che il carcinoma prostatico ad alto rischio è una malattia intrinsecamente multidisciplinare. Ridurre la narrazione a un confronto centrato esclusivamente sulla chirurgia – per quanto tecnologicamente avanzata, anche in ambito robotico – rischia di offrire una visione parziale. Va infatti sottolineato come gli stessi risultati del trial evidenzino che una significativa percentuale di pazienti, per la natura intrinseca di malattia ad alto rischio, ha necessitato di ulteriori trattamenti postoperatori, tra i quali la radioterapia. La vera sfida contemporanea è l'integrazione ottimale tra chirurgia, radioterapia oncologica e trattamenti sistemici, selezionando il percorso più appropriato per ciascun paziente.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Sanita': Alzheimer, da neurologi ospedalieri focus su nuovi farmaci e rete di cura Il Sole 24 ORE
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Roma, 5 giu - I nuovi anticorpi monoclonali anti-amiloide segnano una fase nuova nella storia della malattia di Alzheimer, ma il loro ingresso nella pratica clinica non potra' essere ridotto alla semplice disponibilita' di un farmaco. Serviranno diagnosi piu' precoci, biomarcatori, neuroimaging, criteri condivisi di eleggibilita', monitoraggio degli effetti collaterali e una rete clinica capace di garantire equita', appropriatezza e sostenibilita'. E' uno dei messaggi emersi a Reggio Calabria durante il 65mo Congresso nazionale SNO-Scienze Neurologiche Ospedaliere, principale appuntamento annuale della societa' scientifica che riunisce neurologi, neurochirurghi e neuroradiologi ospedalieri italiani. Il tema Alzheimer e' stato affrontato in particolare nella II sessione plenaria - dedicata a 'La rete clinica per l'Alzheimer nel 2026: la prevenzione ed i modelli organizzativi per garantire equita' e appropriatezza nel trattamento con anticorpi monoclonali' - che ha posto al centro il problema dei percorsi necessari per accompagnare il paziente dal sospetto clinico alla diagnosi, fino alla terapia e al follow-up.
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(RADIOCOR) 05-06-26 13:19:28 (0331)SAN 5 NNNN
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Natalia Paragoni: "Ho il linfoma di Hodgkin, ho iniziato la chemioterapia" ComingSoon.it
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L rivelazione di Natalia Paragoni: "Ero incinta all’ottavo mese quando l’ho scoperto"
Natalia Paragoni ha deciso di condividere con i suoi follower un momento estremamente difficile della sua vita. L’ex corteggiatrice di Uomini e Donne ha rivelato di aver scoperto di essere affetta da linfoma di Hodgkin, una forma tumorale del sistema linfatico.
Natalia Paragoni e la diagnosi di linfoma di Hodgkin: cosa ha raccontato
La notizia è arrivata dopo un periodo di silenzio, che oggi l’influencer ha spiegato pubblicamente con grande sincerità. Nel suo racconto Natalia ha spiegato come tutto sia iniziato nel pieno di una delle fasi più importanti della sua vita, la gravidanza della piccola Beatrice:
“Tutto è iniziato il 27 aprile con una telefonata che mi ha cambiato la vita. Ero incinta all’ottavo mese, dentro di me cresceva la piccola Beatrice e io avrei dovuto pensare solo alla sua nascita. Invece, una notizia inaspettata ha trasformato quel periodo di attesa e felicità in un tempo di paura, domande e incertezza. Oggi vi racconto il motivo dei miei silenzi di quest’ultimo mese.”
L’ex corteggiatrice ha poi raccontato nel dettaglio il percorso affrontato dopo la nascita della figlia:
“Mi è stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin e, dopo aver dato alla luce Beatrice, ho iniziato il percorso di chemioterapia. In questo mese ho provato dolore, paura e ho pianto tantissimo, quando invece avrei dovuto solo gioire. Mi sono fatta mille domande e ci sono stati momenti davvero difficili. Per fortuna, però, non sono mai stata sola.”
Natalia ha sottolineato il sostegno ricevuto dalla sua famiglia e dalle persone più vicine:
“Ho avuto accanto tutta la mia famiglia, nessuno escluso: Andrea, i miei genitori e gli amici più cari mi hanno dato forza, amore e sostegno ogni giorno. E poi ci sono le mie bambine che, con il loro amore e i loro sorrisi, riescono a darmi una forza immensa.”
Nel suo messaggio, Natalia ha anche condiviso il suo stato d’animo attuale e la volontà di affrontare il percorso terapeutico con determinazione:
“Adesso dovrò affrontare un nuovo viaggio. Non so ancora cosa mi aspetta, ma so che ce la devo fare e ce la farò. Per le mie bimbe. Per le persone che amo. Ma soprattutto per me. Avevo bisogno di tempo prima di raccontarlo, ma oggi sento di volerlo condividere con voi con sincerità. Un passo alla volta.”
Tantissimi i messaggi di conforto all'ex corteggiatrice di Uomini e Donne. "Ciao Naty, ricordati che non sei sola, non siete soli. Forza ragazzi, vi abbraccio forte e spero di vedervi al più presto" ha scritto Francesco Oppini al quale hanno fatto seguito tantissimi volti noti, Chiara Ferragni, Clizia Incorvaia, Martina Luchena, Valeria Bigella, Claudia Dionigi, Valeria Bigella, Sonia Lorenzini, Giulia Salemi, Ida Platano, Andrea Zenga, Nilufar Addati, Teresa Langella.
Il messaggio di Andrea Zelletta
Accanto a lei, il compagno Andrea Zelletta ha voluto dedicarle parole di sostegno e vicinanza:
“Ci sono momenti in cui la vita cambia all’improvviso. E tu puoi solo fermarti, respirare e trovare la forza di restare in piedi anche quando dentro ti senti crollare. In questo ultimo periodo ho visto la donna che amo affrontare qualcosa di enorme. L’ho vista avere paura, piangere, sentirsi fragile… ma non smettere mai di essere una mamma straordinaria, una compagna incredibile e la persona più forte che io conosca.”
E ancora:
“Non importa quanto sarà lunga o difficile questa strada, la affronteremo insieme. Passo dopo passo. E torneranno giorni leggeri. Ne sono sicuro.”
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Criteri Critici
In totale disprezzo dei due referendum contro il nucleare votati dagli italiani, la Camera ha approvato il nucleare civile nella forma dei così detti “mini-reattori di ultima generazione”. Ciò che è accaduto, in sostanza è questo: un piccolo plotone di parlam…
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In totale disprezzo dei due referendum contro il nucleare votati dagli italiani, la Camera ha approvato il nucleare civile nella forma dei così detti “mini-reattori di ultima generazione”. Ciò che è accaduto, in sostanza è questo: un piccolo plotone di parlamentari del centrodestra , che – da quanto si è ampiamente visto – nulla sanno di energia, ha deciso che in Italia deve tornare il nucleare. Tutto questo senza avere quasi alcuna contezza di quello che ciò significhi in termini di costi, di scorie, di compatibilità con l’attuale sistema energetico e soprattutto di tempi.
L’operazione, particolarmente avallata anche da giornali progressisti come la Stampa con un apposito sondaggio in cui gli italiani sarebbero favorevoli, pubblicato qualche giorno fa, è stata resa possibile probabilmente dal nome di questo nucleare. Già, perché “mini-reattori di ultima generazione” fa pensare a qualcosa di innocuo, piccolo, trasportabile. Secondo me i deputati se lo immaginano come una sorta di nucleare pret-à-porter, da borsetta insomma, che si attiva magicamente quando vogliamo e produce l’energia necessaria. Gli stessi giornali riportano notizie confuse sulla dimensione, se è vero che il Messaggero scrive oggi venerdì che le dimensioni sarebbero quelle di un tir (l’altra voce che circola è anche quella di un nucleare “galleggiante”), quando lo stesso Pichetto Fratin, nelle tante interviste gongolanti appena rilasciate ammette che, quanto a dimensioni, si parla di almeno tre campi da calcio.
Il problema è che, ripeto, chi ha votato questo nucleare di energia sa poco o nulla. Si vota per il nucleare in nome di una visione “anti-ideologica”, come se le energie rinnovabili fossero qualcosa di ideologico, e non quanto di più concreto esista. Si vota per il nucleare immaginando che già domani entri in funzione, probabilmente quasi nessun deputato sa che non si avrà energia prima di anni, almeno dieci. Di che stiamo parlando? In dieci anni tutto può succedere, soprattutto noi abbiamo bisogno di ridurre le emissioni e decarbonizzare ora, visto che non lo abbiamo fatto abbastanza con il PNRR e ora ci troviamo ad elemosinare soldi alla UE che, speriamo, vengano rigorosamente usati per questo scopo e non per inutili sconti all’energia che non danno nessun beneficio a chi li riceve (figuriamoci a chi non li riceve). Si vota per il nucleare senza sapere dove finiranno le scorie, se i territori accetteranno di averlo, quali saranno i costi. In pratica, è una cambiale in bianco che di fatto, come già avvenuto in passato, servirà solo ad una cosa: rallentare ulteriormente lo sviluppo delle rinnovabili, mettere soldi in progetti che non servono (e che probabilmente non si faranno), dare agli italiani l’illusione di una energia facile e pronta che non esiste, e così confonderli. Insomma, una mezza truffa.
A ciò occorre aggiungere che la fantomatica credenza per cui il nucleare possa servire a compensare le intermittenze delle rinnovabili è falsa per il semplice fatto che il nucleare non lo puoi accendere o spegnere a piacimento, è un’energia continua, appunto, dunque in che senso sarebbe “complementare alle rinnovabili?”. Ma è inutile chiederlo perché questo, con tutta probabilità, i deputati che hanno votato a favore non lo sanno, come il resto.
Resta dunque una operazione questa sì ideologica, sbagliata, preoccupante e anche antidemocratica, visto il “no” degli italiani al nucleare. E i mini-reattori di ultima generazione sono sempre nucleare, punto e basta. Ciò che davvero allarma, su questo fronte come su altri tipi di scelte energetiche, come la dipendenza dal gas, è che a scegliere su questioni molto tecniche e scientifiche sia una politica che non sa nulla né di tecnica né di scienza e che spesso e volentieri è legata mani e piedi alle lobby dell’energia. Assurdo che manchi, come spesso richiesto dai veri esperti, ad esempio Antonello Pasini del Cnr, un comitato di scienziati che dia indicazioni alla politica su questioni che riguardano l’ambiente e il clima, e dunque anche le scelte energetiche. Si tratta davvero di questioni di vita e di morte, perché con l’energia facciamo tutto quello che serve, non potremmo vivere un’ora senza, e al tempo stesso l’energia è anche la causa del collasso del pianeta, perché quella non rinnovabile produce, appunto, emissioni climalteranti che hanno raggiunti livelli insostenibili. Ingannare così gli italiani, facendogli credere magari che le bollette caleranno col nucleare, è una vera impostura.
Sarebbe ora di ribellarsi a tutto questo, a questa ignoranza scientifica, a questa arroganza che addita le rinnovabili come ideologia, a un parlamento che vota un provvedimento che gli italiani non vogliono e che non porterà beneficio all’Italia, né ridurrà la povertà energetica. Perché se mai ci sarà energia nucleare, ripeto, sarà tra tantissimo tempo e certo non a costo zero. Il motivo per cui dobbiamo subire questo non è chiaro. Invece è chiaro perché i giovani se ne vadano all’estero: che un paese con una politica così medioevale, e dove l’antiscienza regna sovrana, è davvero un posto quasi intollerabile in cui vivere.
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Linfoma di Hodgkin: cos'è, sintomi, possibile cura e tasso di sopravvivenza Sky TG24
Come riporta la Fondazione AIRC, il linfoma di Hodgkin è un tumore del sistema linfatico che nasce dai linfociti B, un tipo di globuli bianchi presenti nel sangue, nei linfonodi, nella milza, nel midollo osseo e in numerosi altri organi che compongono il tessuto linfatico. Scopriamo come si cura, quali sono i sintomi e quali soggetti sono maggiormente a rischio. La malattia nasce solitamente all’interno dei linfonodi, ovvero i piccoli organi disposti soprattutto nella parte superiore del corpo, che svolgono un ruolo cruciale nella difesa immunitaria. Infatti, in condizioni fisiologiche, in presenza di una infiammazione o infezione si ingrossano e inducono la proliferazione di linfociti B e altre cellule immunitarie che raggiungeranno il sito del danno cellulare. Questo tipo di tumore può insorgere in ogni parte del corpo ove siano presenti linfonodi o altri componenti del tessuto linfatico. Lo spiega la Fondazione AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro).Leggi anche:Melanoma, a 5 anni vivo il 92% trattato con vaccino personalizzato La malattia nasce solitamente all’interno dei linfonodi, ovvero i piccoli organi disposti soprattutto nella parte superiore del corpo, che svolgono un ruolo cruciale nella difesa immunitaria. Infatti, in condizioni fisiologiche, in presenza di una infiammazione o infezione si ingrossano e inducono la proliferazione di linfociti B e altre cellule immunitarie che raggiungeranno il sito del danno cellulare. Questo tipo di tumore può insorgere in ogni parte del corpo ove siano presenti linfonodi o altri componenti del tessuto linfatico. Lo spiega la Fondazione AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro). Leggi anche:Melanoma, a 5 anni vivo il 92% trattato con vaccino personalizzato Il tumore prende il nome da Thomas Hodgkin, il medico inglese che per primo descrisse la patologia nel 1832. Ciò che differenzia il linfoma di Hodgkin dagli altri linfomi, chiamati linfomi non Hodgkin (LNH), è la presenza di cellule giganti, dette cellule di Reed-Sternberg e cellule di Hodgkin. In ambito medico, il linfoma di Hodgkin viene suddiviso in due tipi principali: quello classico, che interessa il 95 per cento dei casi e viene a sua volta classificato in quattro sottotipi; e quello a predominanza linfocitaria.Leggi anche:Ebola, investimenti su 3 vaccini sperimentali contro virus Bundibugyo: cosa sapere Il tumore prende il nome da Thomas Hodgkin, il medico inglese che per primo descrisse la patologia nel 1832. Ciò che differenzia il linfoma di Hodgkin dagli altri linfomi, chiamati linfomi non Hodgkin (LNH), è la presenza di cellule giganti, dette cellule di Reed-Sternberg e cellule di Hodgkin. In ambito medico, il linfoma di Hodgkin viene suddiviso in due tipi principali: quello classico, che interessa il 95 per cento dei casi e viene a sua volta classificato in quattro sottotipi; e quello a predominanza linfocitaria. Leggi anche:Ebola, investimenti su 3 vaccini sperimentali contro virus Bundibugyo: cosa sapere Il primo sintomo del linfoma di Hodgkin, di solito, è un ingrossamento dei linfonodi, soprattutto nella regione cervicale. Ma avere un ingrossamento dei linfonodi non significa per forza avere un linfoma. Infatti, questo fenomeno è causato da un tumore solo nel 15 per cento dei casi, mentre per oltre l’80 per cento è ricollegabile a malattie benigne. Altri sintomi più generici comprendono febbre pomeridiana, sudorazioni notturne, perdita di peso involontaria e prurito. Meno specifici, ma comunque non trascurabili, sono la stanchezza e la mancanza di appetito. Nel caso in cui la malattia riguardi i linfonodi presenti nel torace, e non nella regione cervicale, si possono manifestare anche tosse, dolore al petto e difficoltà respiratorie.Leggi anche:Tumore al pancreas, un nuovo farmaco sperimentale aumenta la sopravvivenza. Lo studio Il primo sintomo del linfoma di Hodgkin, di solito, è un ingrossamento dei linfonodi, soprattutto nella regione cervicale. Ma avere un ingrossamento dei linfonodi non significa per forza avere un linfoma. Infatti, questo fenomeno è causato da un tumore solo nel 15 per cento dei casi, mentre per oltre l’80 per cento è ricollegabile a malattie benigne. Altri sintomi più generici comprendono febbre pomeridiana, sudorazioni notturne, perdita di peso involontaria e prurito. Meno specifici, ma comunque non trascurabili, sono la stanchezza e la mancanza di appetito. Nel caso in cui la malattia riguardi i linfonodi presenti nel torace, e non nella regione cervicale, si possono manifestare anche tosse, dolore al petto e difficoltà respiratorie. Leggi anche:Tumore al pancreas, un nuovo farmaco sperimentale aumenta la sopravvivenza. Lo studio Si tratta di un tumore relativamente raro, che colpisce circa 4 persone ogni 100mila abitanti. La fascia di età più a rischio è quella tra i 20 e i 30 anni e oltre i 60. In generale, gli uomini rischiano di ammalarsi di più delle donne. In Italia, per esempio, di 2.150 nuove diagnosi nel 2020, in 1.220 casi erano uomini e in 930 donne. Nel calcolo del rischio sono poi rilevanti i fattori ambientali, più di quelli genetici. Non si tratta infatti di una malattia ereditaria, ma è più comune tra le persone con un elevato tenore di vita. Il linfoma è inoltre più diffuso nel Nord Europa, negli Stati Uniti e in Canada che nei Paesi asiatici.Leggi anche:Giornata Mondiale della sclerosi multipla, in Italia 150mila pazienti: i dati Si tratta di un tumore relativamente raro, che colpisce circa 4 persone ogni 100mila abitanti. La fascia di età più a rischio è quella tra i 20 e i 30 anni e oltre i 60. In generale, gli uomini rischiano di ammalarsi di più delle donne. In Italia, per esempio, di 2.150 nuove diagnosi nel 2020, in 1.220 casi erano uomini e in 930 donne. Nel calcolo del rischio sono poi rilevanti i fattori ambientali, più di quelli genetici. Non si tratta infatti di una malattia ereditaria, ma è più comune tra le persone con un elevato tenore di vita. Il linfoma è inoltre più diffuso nel Nord Europa, negli Stati Uniti e in Canada che nei Paesi asiatici. Leggi anche:Giornata Mondiale della sclerosi multipla, in Italia 150mila pazienti: i dati La possibilità di guarigione dal linfoma di Hodgkin è oggi piuttosto elevata, specialmente in giovane età, con una percentuale dell’87 per cento nelle pazienti e dell’85 per cento nei pazienti. Il trattamento si basa sulla polichemioterapia e sulla radioterapia. Nel primo caso, lo schema maggiormente utilizzato si chiama ABVD ed è stato sviluppato da un ricercatore italiano, Gianni Bonadonna. Ma negli stadi più avanzati della malattia si utilizzano schemi di terapia più aggressivi. La radioterapia è utilizzata invece come cura di consolidamento per sterilizzare le sedi di malattia voluminosa.Leggi anche:Parkinson, il caschetto a ultrasuoni contro i tremori: 10 pazienti curati a Napoli La possibilità di guarigione dal linfoma di Hodgkin è oggi piuttosto elevata, specialmente in giovane età, con una percentuale dell’87 per cento nelle pazienti e dell’85 per cento nei pazienti. Il trattamento si basa sulla polichemioterapia e sulla radioterapia. Nel primo caso, lo schema maggiormente utilizzato si chiama ABVD ed è stato sviluppato da un ricercatore italiano, Gianni Bonadonna. Ma negli stadi più avanzati della malattia si utilizzano schemi di terapia più aggressivi. La radioterapia è utilizzata invece come cura di consolidamento per sterilizzare le sedi di malattia voluminosa. Leggi anche:Parkinson, il caschetto a ultrasuoni contro i tremori: 10 pazienti curati a Napoli Esistono farmaci mirati contro il linfoma di Hodgkin come il brentuximab-vedotin, un anticorpo monoclonale che riconosce l’antigene CD30 sulle cellule malate e che veicola una tossina in grado di distruggere tali cellule in maniera selettiva. Un altro esempio sono i checkpoint inhibitors, come il nivolumab e pembrolizumab, che tolgono i freni alle risposte antitumorali dei linfociti T.Leggi anche:Health, Alzheimer: una sfida sanitaria e sociale sempre più urgente Esistono farmaci mirati contro il linfoma di Hodgkin come il brentuximab-vedotin, un anticorpo monoclonale che riconosce l’antigene CD30 sulle cellule malate e che veicola una tossina in grado di distruggere tali cellule in maniera selettiva. Un altro esempio sono i checkpoint inhibitors, come il nivolumab e pembrolizumab, che tolgono i freni alle risposte antitumorali dei linfociti T. Leggi anche:Health, Alzheimer: una sfida sanitaria e sociale sempre più urgente La malattia non è prevenibile perchè ancora non si conoscono fattori di rischio specifici. Tuttavia, alla presenza di sintomi che possono far pensare a un linfoma di Hodgkin, è importante rivolgersi al medico per ulteriori esami di approfondimento. L'esame fondamentale per arrivare a una diagnosi si chiama biopsia dei linfonodi, ovvero il prelievo di tessuto dai linfonodi da analizzare al microscopio. Una volta ottenuta la diagnosi istologica, occorre effettuare la stadiazione della malattia, cioè valutarne l’estensione. Gli esami di stadiazione sono altrettanto essenziali perchè consentono di definire lo stadio del linfoma, al quale viene associato il suffisso A o B a seconda dell’assenza o presenza di determinati sintomi.Leggi anche:Colesterolo, le fluttuazioni dei valori aumentano i rischi. Lo studio La malattia non è prevenibile perchè ancora non si conoscono fattori di rischio specifici. Tuttavia, alla presenza di sintomi che possono far pensare a un linfoma di Hodgkin, è importante rivolgersi al medico per ulteriori esami di approfondimento. L'esame fondamentale per arrivare a una diagnosi si chiama biopsia dei linfonodi, ovvero il prelievo di tessuto dai linfonodi da analizzare al microscopio. Una volta ottenuta la diagnosi istologica, occorre effettuare la stadiazione della malattia, cioè valutarne l’estensione. Gli esami di stadiazione sono altrettanto essenziali perchè consentono di definire lo stadio del linfoma, al quale viene associato il suffisso A o B a seconda dell’assenza o presenza di determinati sintomi. Leggi anche:Colesterolo, le fluttuazioni dei valori aumentano i rischi. Lo studio
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Una storia che ricorda quella di Saman Abbas, uccisa nel 2021 a Novellara. Ma che, fortunatamente, porta a un epilogo diverso, perché la vittima è riuscita a confidarsi con i carabinieri per poi aprirsi al magistrato titolare dell’inchiesta e al procuratore. …
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Una storia che ricorda quella di Saman Abbas, uccisa nel 2021 a Novellara. Ma che, fortunatamente, porta a un epilogo diverso, perché la vittima è riuscita a confidarsi con i carabinieri per poi aprirsi al magistrato titolare dell’inchiesta e al procuratore. Anche in questo caso viene dalla Bassa reggiana: una ragazza pachistana di 22 anni è stata sottoposta ad anni di vessazioni, percosse e aborto indotto dai genitori, perché considerata colpevole per una relazione sentimentale che non approvavano. Prima è stata privata del cellulare, poi isolata e costretta ad andare in Pakistan contro la sua volontà, minacciata di non farla tornare se non avesse accettato il fidanzamento e poi un matrimonio con un cugino. Il padre e la madre, 54 e 51 anni, sono stati condannati a due anni e 15 giorni per maltrattamenti e tentata induzione al matrimonio forzato. Il processo in primo grado conclude una complessa indagine dei carabinieri di Boretto, con i carabinieri di Guastalla, coordinati dalla Procura reggiana diretta da Calogero Gaetano Paci.
Le vessazioni sono iniziate nel 2017 e si sono protratte fino al 2023. La ragazza è stata picchiata e chiusa a chiave in cantina, di notte. A dicembre 2022, scoperta la gravidanza, la giovane è stata presa a pugni all’addome e alla schiena, costretta poi ad abortire. Dopo le sue dichiarazioni ai carabinieri era arrivato un divieto di avvicinamento, dove il giudice aveva sottolineato come le condotte fossero espressione di una visione “maschilista e dispotica”, incompatibile con i diritti fondamentali garantiti dall’ordinamento italiano. Tra gli episodi più gravi contestati ci sono schiaffi in volto, inginocchiarsi e il padre la percuoteva con pugni alla schiena facendole sbattere il viso contro il pavimento e la madre la chiudeva a chiave in cantina costringendola a trascorrervi la notte. Nel dicembre 2022, scoperta la gravidanza la giovane veniva colpita con pugni all’addome e in precedenza anche alla schiena, costretta poi ad abortire sotto minaccia di farle praticare l’aborto in Pakistan e di non essere più accolta in casa nell’ipotesi di portare a termine la gravidanza. Oltre alle violenze fisiche, i genitori avrebbero tentato ripetutamente di imporle matrimoni combinati con uomini scelti da loro, sottraendole il cellulare per isolarla dai contatti esterni.
Tra gennaio e febbraio 2023, dopo averle prospettato la possibilità di tornare a casa solo se avesse accettato di sposarsi, la avrebbero indotta a scegliere un ragazzo tra quelli che le venivano proposti e facevano a quest’ultimo una concreta proposta di matrimonio ma non riuscivano nell’intento per il rifiuto del ragazzo. Nell’aprile 2023 le comunicavano che avrebbe dovuto sposare un altro ragazzo connazionale organizzando un incontro tra lo stesso e la figlia contro la volontà di quest’ultima. Nonostante la paura, la giovane vittima è riuscita a parlare con gli inquirenti.
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Natalia Paragoni, diagnosi di linfoma di Hodgkin durante la gravidanza: il post su Instagram Sky TG24
L'influencer ha parlato sui social di essere in cura per un linfoma di Hodgkin diagnosticato quando era all'ottavo mese di gravidanza. Dopo la nascita della figlia Beatrice ha iniziato la chemioterapia. Nel messaggio pubblicato su Instagram ha ripercorso le settimane segnate dalla paura e dall'incertezza, ringraziando il compagno Andrea Zelletta, la famiglia e gli amici per il sostegno ricevuto Natalia Paragoni ha scelto di condividere con i suoi follower uno dei momenti più difficili della sua vita. Attraverso un lungo messaggio pubblicato su Instagram, l'influencer ha rivelato di essere in cura per un linfoma di Hodgkin, una diagnosi arrivata mentre era all'ottavo mese di gravidanza della sua seconda figlia. La notizia, come ha raccontato lei stessa, ha cambiato improvvisamente un periodo che avrebbe dovuto essere dedicato esclusivamente all'attesa della nascita della bambina. Dopo il parto, Natalia Paragoni ha iniziato il percorso terapeutico indicato dai medici, che comprende la chemioterapia. Nel post pubblicato online, Paragoni ha spiegato di aver atteso alcune settimane prima di parlare pubblicamente della malattia. Una scelta dettata dalla necessità di elaborare quanto accaduto e di affrontare i primi passaggi delle cure lontano dai riflettori. L'influencer ha descritto un periodo segnato da emozioni contrastanti, tra la gioia per l'arrivo della figlia Beatrice e le preoccupazioni legate alla diagnosi. Nel suo racconto emergono la paura, i dubbi e la difficoltà di affrontare una situazione inattesa in un momento particolarmente delicato della vita. Accanto a lei, in queste settimane, c'è stato il compagno Andrea Zelletta. Poco dopo la pubblicazione del messaggio di Natalia, anche l'ex volto televisivo ha condiviso una foto scattata in ospedale, accompagnandola con parole di affetto e incoraggiamento. Paragoni ha inoltre ringraziato la propria famiglia e gli amici più vicini, sottolineando quanto la loro presenza sia stata fondamentale durante l'inizio del percorso di cura. Un sostegno che, insieme all'amore delle sue figlie, rappresenta una delle principali motivazioni con cui affrontare i prossimi mesi. Nel suo messaggio, l'influencer ha spiegato di non sapere ancora quali saranno tutte le tappe del cammino che l'attende, ma di voler affrontare la malattia con determinazione. La scelta di rendere pubblica la diagnosi è arrivata anche con l'intenzione di condividere una parte importante della propria esperienza personale con chi la segue quotidianamente sui social. La sua testimonianza ha raccolto in poche ore numerosi messaggi di vicinanza e sostegno da parte di follower, colleghi e personaggi del mondo dello spettacolo. Il linfoma di Hodgkin è un tumore che colpisce il sistema linfatico, una componente fondamentale del sistema immunitario. Tra i segnali più frequenti vi è l'ingrossamento dei linfonodi, spesso localizzato nella zona del collo, delle ascelle o dell'inguine. Grazie ai progressi della ricerca e alle terapie oggi disponibili, questa patologia presenta elevate possibilità di trattamento. La chemioterapia rappresenta uno degli strumenti terapeutici più utilizzati e consente, in molti casi, di ottenere risultati positivi e prospettive favorevoli nel lungo periodo.
"Una telefonata mi ha cambiato la vita, ho scoperto di avere un linfoma di Hodgkin all'ottavo mese di gravidanza. Dopo il parto ho iniziato la chemioterapia, ce la devo fare per le bimbe": così Natalia Paragoni - Il Fatto Quotidiano
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"Una telefonata mi ha cambiato la vita, ho scoperto di avere un linfoma di Hodgkin all'ottavo mese di gravidanza. Dopo il parto ho iniziato la chemioterapia, ce la devo fare per le bimbe": così Natalia Paragoni Il Fatto Quotidiano
“Tutto è iniziato il 27 aprile con una telefonata che mi ha cambiato la vita”. Con queste parole l’influencer Natalia Paragoni rivela di aver ricevuto la diagnosi di un linfoma di Hodgkin durante l’ottavo mese di gravidanza. Attraverso un post pubblicato su Instagram, accompagnato da un’immagine scattata in un letto d’ospedale, Paragoni rompe il silenzio delle ultime settimane e ufficializza l’inizio del trattamento chemioterapico intrapreso dopo la nascita della figlia Beatrice.
La diagnosi durante la maternità
Nel suo messaggio, Paragoni ripercorre il momento della comunicazione medica e l’impatto sulla gravidanza in corso: “Ero incinta all’ottavo mese, dentro di me cresceva la piccola Beatrice e io avrei dovuto pensare solo alla sua nascita. Invece, una notizia inaspettata ha trasformato quel periodo di attesa e felicità in un tempo di paura, domande e incertezza”. La necessità di elaborare la diagnosi ha portato all’allontanamento dai social, una circostanza che lei stessa motiva nel testo: “Oggi vi racconto il motivo dei miei silenzi di quest’ultimo mese. Mi è stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin e, dopo aver dato alla luce Beatrice, ho iniziato il percorso di chemioterapia“. Un arco temporale segnato dal contrasto tra l’arrivo della figlia e la patologia: “In questo mese ho provato dolore, paura e ho pianto tantissimo, quando invece avrei dovuto solo gioire”.
La rete familiare e il post di Andrea Zelletta
Paragoni sottolinea il ruolo del supporto ricevuto nell’affrontare la situazione clinica: “Mi sono fatta mille domande e ci sono stati momenti davvero difficili. Per fortuna, però, non sono mai stata sola”. Il riferimento è ai legami più stretti: “Ho avuto accanto tutta la mia famiglia, nessuno escluso: Andrea, i miei genitori e gli amici più cari mi hanno dato forza, amore e sostegno ogni giorno, e vi assicuro che non è una cosa scontata”. A questo si somma l’attaccamento alle figlie: “E poi ci sono le mie bambine che, con il loro amore e i loro sorrisi, riescono a darmi una forza immensa”. A pochi minuti di distanza dal post, anche il compagno Andrea Zelletta ha condiviso una fotografia scattata all’interno della struttura ospedaliera, commentando il quadro clinico: “In questo ultimo periodo ho visto la donna che amo affrontare qualcosa di enorme. L’ho vista avere paura, piangere, sentirsi fragile… ma non smettere mai di essere una mamma straordinaria, una compagna incredibile e la persona più forte che io conosca”. Il messaggio si conclude confermando l’impegno ad affiancarla: “Non importa quanto sarà lunga o difficile questa strada, la affronteremo insieme. Passo dopo passo. E torneranno giorni leggeri. Ne sono sicuro”.
Le prospettive cliniche
La dichiarazione di Paragoni termina affrontando il percorso terapeutico appena iniziato: “Adesso dovrò affrontare un nuovo viaggio. Non so ancora cosa mi aspetta, ma so che ce la devo fare e ce la farò. Per le mie bimbe. Per le persone che amo. Ma soprattutto per me”. La decisione di rendere pubblica la malattia è maturata al termine di un iter privato e personale: “Avevo bisogno di tempo prima di raccontarlo, ma oggi sento di volerlo condividere con voi con sincerità. Un passo alla volta”.
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Prevenzione del melanoma: Pierre Fabre porta l’informazione sulle spiagge di Jesolo La Piazza Web
Con l’arrivo dell’estate torna l’attenzione sulla prevenzione del melanoma cutaneo, una delle forme più aggressive di tumore della pelle, con quasi 2.000 nuovi casi diagnosticati ogni anno solo in Veneto. Per promuovere comportamenti responsabili al sole e favorire la diagnosi precoce, Laboratoires Pierre Fabre, con il patrocinio dell’associazione MelanomaDay, lancia «La tua estate sulla pelle», iniziativa di sensibilizzazione che si svolgerà il 27 e 28 giugno 2026 sulle spiagge di Jesolo.
Durante le due giornate saranno distribuiti materiali informativi e consigli pratici per un’esposizione solare sicura, indirizzata in particolare a chi presenta fattori di rischio come fototipo chiaro, numerosi nei o familiarità per melanoma. «Non possiamo limitare la prevenzione al solo mese di maggio – spiega Giuseppe Di Majo, General Manager di Pierre Fabre Pharma Italia –. L’obiettivo è portare l’informazione direttamente nei luoghi dove le persone vivono l’estate, incoraggiando controlli dermatologici regolari e una maggiore consapevolezza dei rischi legati ai raggi UV».
Il melanoma, che origina dai melanociti responsabili della produzione di melanina, rappresenta il tumore cutaneo più aggressivo. In Italia si contano circa 13.000 nuovi casi l’anno, con una sopravvivenza a cinque anni dell’88% negli uomini e del 91% nelle donne, grazie ai progressi delle terapie. In Veneto, la malattia è il tumore più frequente tra gli uomini sotto i 50 anni e colpisce un uomo su 29 e una donna su 43 nel corso della vita.
Il dott. Jacopo Pigozzo, responsabile dell’UOS Oncologia del Melanoma dell’Istituto Oncologico Veneto, ricorda l’importanza di proteggersi dai raggi UV evitando lampade abbronzanti e adottando misure di prevenzione primaria, come creme solari e indumenti protettivi, integrate da controlli regolari dei nei. «Ogni azione di prevenzione, dal monitoraggio dei nei a una corretta esposizione al sole, può fare la differenza», sottolinea Gianluca Pistore, presidente di MelanomaDay.
In vista della stagione estiva, gli esperti raccomandano di applicare la protezione solare fin dal mattino, riapplicarla frequentemente, evitare le ore centrali della giornata (11-16) e proteggere occhi e testa con cappello e occhiali da sole.
L’iniziativa «La tua estate sulla pelle» si inserisce nel percorso di sensibilizzazione di Laboratoires Pierre Fabre, gruppo farmaceutico e dermocosmetico internazionale, impegnato da oltre quarant’anni in oncologia, dermatologia e prevenzione, con un’attenzione costante alla salute della comunità e alla sostenibilità.
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Natalia Paragoni: “Mi è stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin, dopo il parto ho iniziato la chemioterapia” Mediaset Infinity
"Tutto è iniziato il 27 aprile con una telefonata che mi ha cambiato la vita": inizia così il lungo post con cui Natalia Paragoni, 28 anni, annuncia di avere un tumore. "Ero incinta all’ottavo mese, dentro di me cresceva la piccola Beatrice e io avrei dovuto pensare solo alla sua nascita. Invece, una notizia inaspettata ha trasformato quel periodo di attesa e felicità in un tempo di paura, domande e incertezza", aggiunge l'influencer, diventata mamma per la seconda volta lo scorso 5 maggio.
Natalia Paragoni spiega: "Mi è stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin e, dopo aver dato alla luce Beatrice, ho iniziato il percorso di chemioterapia. In questo mese ho provato dolore, paura e ho pianto tantissimo, quando invece avrei dovuto solo gioire. Mi sono fatta mille domande e ci sono stati momenti davvero difficili".
Sempre accanto a lei il compagno Andrea Zelletta, 32 anni: "Per fortuna, però, non sono mai stata sola. Ho avuto accanto tutta la mia famiglia, nessuno escluso: Andrea, i miei genitori e gli amici più cari mi hanno dato forza, amore e sostegno ogni giorno, e vi assicuro che non è una cosa scontata. E poi ci sono le mie bambine che, con il loro amore e i loro sorrisi, riescono a darmi una forza immensa".
"Adesso dovrò affrontare un nuovo viaggio. Non so ancora cosa mi aspetta, ma so che ce la devo fare e ce la farò. Per le mie bimbe. Per le persone che amo. Ma soprattutto per me. Avevo bisogno di tempo prima di raccontarlo, ma oggi sento di volerlo condividere con voi con sincerità. Un passo alla volta", conclude l'influencer, mamma anche di Ginevra, venuta al mondo a luglio del 2023.
Lo scorso aprile, Natalia Paragoni aveva parlato sui social di un problema di salute riscontrato in gravidanza: "Da circa un mesetto, è uscito questo bozzo, questa palla, che dall'ecografia fatta la settimana scorsa, è un linfonodo grosso. Mi sono preoccupata, mi hanno detto di fare la biopsia. Mi hanno prelevato il tessuto dal linfonodo ingrossato di quattro centimetri. Tra dieci giorni capiamo cos'è". Dopo la nascita della seconda figlia, l'influencer, parlando del parto, aveva detto: "Ho dovuto fare il cesareo per motivi che poi vi spiegherò".
Nel video sotto, l'ultima intervista di Natalia Paragoni e Andrea Zelletta a Verissimo.
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Tumore al pancreas, daraxonrasib raddoppia la sopravvivenza dei pazienti TecnoAndroid
Per il Tumore al pancreas c’è una nuova speranza concreta: un farmaco sperimentale chiamato daraxonrasib ha quasi raddoppiato il tempo di sopravvivenza dei pazienti rispetto alla chemioterapia tradizionale, stando ai risultati di uno studio definito “cruciale” dagli stessi ricercatori. Numeri che pesano, soprattutto considerando quanto questo tipo di tumore sia notoriamente difficile da trattare.
Cosa cambia con daraxonrasib
Parliamo di una delle forme di cancro più temute in assoluto, e non a caso. La diagnosi arriva spesso tardi, le opzioni terapeutiche sono limitate e la prognosi tende a restare cupa. È proprio in questo scenario che daraxonrasib si è ritagliato un ruolo da protagonista. Nel corso della sperimentazione, il farmaco ha mostrato di poter allungare in modo significativo l’aspettativa di vita dei pazienti, quasi raddoppiandola se messa a confronto con i risultati ottenuti dalla chemioterapia standard.
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Un dato che, nel campo dell’oncologia pancreatica, ha tutto il sapore di una svolta. Per anni i progressi sono stati lenti, fatti di piccoli passi avanti più che di salti veri e propri. Qui invece il margine di miglioramento appare netto, tanto da spingere chi ha condotto lo studio a parlare apertamente di un possibile nuovo standard di riferimento per le cure.
Verso un nuovo standard terapeutico
L’idea di fondo è semplice da capire anche per chi non mastica medicina tutti i giorni: se un farmaco riesce a far vivere più a lungo le persone colpite da una malattia così aggressiva, allora merita di entrare a pieno titolo nelle terapie di prima linea. E i risultati emersi dal trial vanno proprio in questa direzione, suggerendo che daraxonrasib possa diventare il trattamento di riferimento per chi convive con il cancro al pancreas.
Il confronto diretto con la chemioterapia, ancora oggi pilastro delle cure oncologiche, rende l’esito ancora più significativo. Non si tratta di un’alternativa qualsiasi, ma di un’opzione che, sulla carta, supera quella attualmente più diffusa in termini di efficacia sulla sopravvivenza dei pazienti.
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Tumore colon-retto, scoperto meccanismo per indurre all’autodistruzione le cellule farmaco-resistenti Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi
Roma, 5 giugno 2026 (Agenbio) – Uno studio condotto dall’Istituto di Candiolo, e pubblicato sulla rivista EMBO Molecular Medicine, rivela come colpire la proteina WEE1 permetta di “togliere il freno” alle cellule tumorali resistenti nel carcinoma del colon-retto, costringendole all’autodistruzione. I ricercatori hanno scoperto che le cellule tumorali resistenti, pur sembrando più forti, nascondono una fragilità: sono cariche di danni al DNA e soffrono di un elevato stress replicativo. Per sopravvivere nonostante questi danni, il tumore si affida a una proteina chiamata WEE1, che funge da “freno di sicurezza”. WEE1 ferma momentaneamente il ciclo cellulare, permettendo alla cellula malata di riparare il proprio DNA e continuare a dividersi. Inibendo WEE1, la cellula tumorale è costretta a correre e dividersi senza controllo, portando con sé tutti i suoi errori genetici e metabolici fino a “schiantarsi” e andare incontro a morte cellulare.
Lo studio si è avvalso di una piattaforma d’avanguardia basata su diversi modelli di laboratorio, tra cui cellule, xenotrapianti e organoidi che replicano fedelmente la resistenza umana. È in questo modo che i ricercatori hanno identificato nella proteina H2AX un indicatore utile per capire quali tumori sono più “danneggiati” e quindi più sensibili al trattamento. La ricerca dimostra che l’inibitore di WEE1 è estremamente efficace se combinato con la chemioterapia tradizionale. In questa combinazione, la chemio agisce come un “carburante tossico” che esaspera i danni, mentre il blocco di WEE1 impedisce ogni riparazione. (Agenbio) Etr 13:00
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Criteri Critici
Un raro tumore dell’appendice è in aumento tra i giovani: gli esperti non sanno ancora perché Pazienti.it
Il tumore dell’appendice resta una malattia rara, ma i dati più recenti stanno attirando l’attenzione degli specialisti. Negli Stati Uniti, le persone appartenenti alla Generazione X e ai Millennials avrebbero una probabilità da tre a quattro volte più alta di ricevere una diagnosi rispetto alle generazioni più anziane. Il dato sorprende perché, storicamente, questo tipo di cancro colpiva soprattutto persone in età più avanzata.
Oggi, invece, circa un paziente su tre con tumore appendicolare viene diagnosticato prima dei 50 anni. Per gli esperti si tratta di un cambiamento che merita attenzione, anche perché le cause non sono ancora chiare.
Perché è così difficile da riconoscere
L’appendice è un piccolo organo collegato all’intestino, spesso considerato poco importante fino a quando non si infiamma. L’appendicite resta infatti il problema più comune associato a questa struttura. In alcuni casi molto rari, però, durante o dopo la rimozione dell’appendice viene scoperto un tumore.
Il problema è che il cancro dell’appendice può crescere in modo silenzioso. I sintomi iniziali, come dolore addominale, gonfiore o dolore pelvico, possono essere facilmente confusi con disturbi digestivi, ernie, fibromi, cisti o lesioni endometriali. Anche per questo motivo la diagnosi può arrivare tardi o essere mancata nelle fasi iniziali.
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Negli Stati Uniti si contano circa 3.000 casi all’anno di tumore dell’appendice, un numero molto più basso rispetto al tumore del colon-retto, che interessa circa 150.000 persone ogni anno. Proprio la rarità della malattia contribuisce a ridurre attenzione, ricerca e consapevolezza.
I dati che preoccupano i ricercatori
L’epidemiologa e biologa molecolare Andreana Holowatyj, della Vanderbilt University, studia da anni l’aumento dei tumori appendicolari nelle generazioni più giovani. In un’analisi nazionale pubblicata nel 2020, il suo gruppo aveva osservato che l’incidenza del tumore maligno dell’appendice negli Stati Uniti era aumentata del 232% tra il 2000 e il 2016.
Le ricerche più recenti indicano un ulteriore divario generazionale. I casi sarebbero triplicati tra gli americani nati tra il 1976 e il 1984, rispetto a quelli nati tra il 1941 e il 1949. Tra le persone nate tra il 1981 e il 1989, invece, il rischio risulterebbe quadruplicato.
Le possibili cause, ancora da chiarire
Gli scienziati non hanno ancora una spiegazione definitiva. Tra le ipotesi in studio ci sono cambiamenti nello stile di vita, dieta, riduzione dell’attività fisica, fattori genetici ereditari ed esposizioni ambientali. Alcuni ricercatori guardano anche alla possibile influenza dell’inquinamento chimico, delle plastiche, delle microplastiche e della qualità dell’acqua.
Il sospetto nasce anche dal fatto che negli ultimi anni sono aumentati diversi tumori gastrointestinali tra gli under 50, compresi quelli del colon-retto, del pancreas, delle vie biliari e dell’appendice. Secondo gli esperti, alcuni fattori comuni potrebbero contribuire a questa crescita, ma serviranno studi più ampi per capirlo.
Diagnosi e trattamenti restano limitati
A oggi non esistono linee guida standardizzate per lo screening del tumore dell’appendice. Le opzioni terapeutiche sono ancora limitate e la malattia può essere facilmente confusa con altre condizioni più frequenti. Inoltre, secondo gli studiosi, i tumori appendicolari hanno caratteristiche molecolari diverse rispetto ai tumori del colon-retto, si presentano e si diffondono in modo differente e spesso non rispondono agli stessi trattamenti chemioterapici.
Per questo motivo Holowatyj e il suo gruppo stanno cercando di capire chi sia più a rischio e quali fattori possano favorire la comparsa della malattia. L’obiettivo è migliorare diagnosi, consapevolezza e strategie terapeutiche per un tumore raro, ma sempre meno trascurabile nelle nuove generazioni.
Fonti:
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Gli esperti SIDeMaST: “La protezione più efficace deriva dall’associazione tra corretto utilizzo dei prodotti fotoprotettivi, comportamenti responsabili e consulenza specialistica quando si rende necessaria”
Con l’arrivo dell’estate torna l’attenzione sui rischi legati all’esposizione al sole e sull’importanza di una corretta fotoprotezione. Ma se per anni la prevenzione si è concentrata soprattutto sul Fattore di Protezione Solare (SPF) e sui raggi ultravioletti, oggi la dermatologia guarda a una prospettiva più ampia che comprende l’intero “esposoma solare”, ovvero l’insieme dei fattori ambientali che influenzano la salute della pelle.
“L’esposizione solare rappresenta un fattore biologico fondamentale per la salute umana. Da un lato favorisce la sintesi della vitamina D e contribuisce al benessere psicofisico, dall’altro, quando è eccessiva o cumulativa, può provocare danni importanti alla pelle, accelerare i processi di invecchiamento cutaneo e aumentare il rischio di tumori cutanei”, spiega il professor Pietro Quaglino, Direttore della Clinica Dermatologica della Azienda Ospedaliera Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino, Professore di Dermatologia dell’Università degli Studi di Torino e Membro del Consiglio Direttivo SIDeMaST – Società Italiana di Dermatologia”.
Non esistono solo i raggi UV
I danni da esposizione ai raggi UV sono conosciuti. Gli UVA, che costituiscono circa il 95% delle radiazioni ultraviolette che raggiungono la superficie terrestre, penetrano più profondamente nel derma e favoriscono la formazione di specie reattive dell’ossigeno responsabili dello stress ossidativo e del fotoinvecchiamento. Gli UVB, invece, sono i principali responsabili dell’eritema solare e dei danni diretti al DNA che possono favorire lo sviluppo di neoplasie cutanee, tra cui carcinoma basocellulare, carcinoma squamocellulare e melanoma.
“Oggi però sappiamo che il danno cutaneo non dipende esclusivamente da UVA e UVB – sottolinea Quaglino – anche la luce visibile, in particolare la componente blu-violetta, e la luce blu ad alta energia possono svolgere un ruolo rilevante nei fenomeni di iperpigmentazione, nel melasma e nei processi di fotoinvecchiamento. Per questo la protezione richiesta non è più soltanto anti-UV ma deve diventare multispettrale”.
Negli ultimi anni le evidenze scientifiche hanno infatti dimostrato l’importanza di proteggere la pelle anche da altre componenti della radiazione solare. Ad esempio, i filtri colorati cosiddetti “tinted sunscreens” contenenti ossidi di ferro garantiscono una protezione superiore dalla luce visibile rispetto ai prodotti non colorati in condizioni come melasma e iperpigmentazione post-infiammatoria.
Primo sole, anche indumenti anti-Uv per proteggere la pelle dai tumori
I nuovi parametri
La comunità scientifica internazionale sta lavorando alla definizione di nuovi parametri per misurare la protezione dalla luce visibile: “Il Fattore di Protezione Solare infatti, seppur fondamentale, misura solo l’esposizione UVB e non fornisce una misurazione della fotoprotezione cumulativa UVA indotta né per la luce visibile”. Dall’SPF all’esposoma: una nuova visione della fotoprotezione Ma il cambiamento più significativo riguarda proprio il concetto di esposoma solare.
“Quando parliamo di esposoma non ci riferiamo soltanto ai raggi UV – spiega il Prof. Quaglino – la pelle è costantemente esposta all’azione combinata di luce visibile, luce blu ad alta energia, infrarossi, calore, inquinamento atmosferico, fumo e fattori climatici. Tutti questi elementi possono interagire tra loro amplificando il danno biologico e accelerando i processi di invecchiamento cutaneo”. Si parla sempre più infatti di “environmental aging”, un concetto che comprende ma supera il tradizionale photoaging. L’obiettivo non è più soltanto evitare le scottature, ma ridurre il danno cumulativo che si accumula nel corso degli anni, limitare l’invecchiamento della pelle, le alterazioni pigmentarie e il rischio di dermatosi fotoindotte. “Il concetto innovativo è che il danno cutaneo può derivare dall’interazione di molteplici fattori ambientali che agiscono contemporaneamente o in momenti diversi dell’anno – aggiunge Quaglino – per questo motivo la moderna dermatologia punta sempre più a prevenire e modulare il danno solare cumulativo, piuttosto che limitarsi a trattare le sue conseguenze”.
Fotoprotezione personalizzata
In questo scenario diventa centrale il concetto di fotoprotezione personalizzata, che prevede strategie differenti in base alle caratteristiche individuali della persona, all’età, al fototipo, all’esposizione professionale e alla presenza di specifiche patologie dermatologiche. “Non esiste una protezione uguale per tutti – evidenziaQuaglino – le esigenze di un bambino, di una persona con melasma, di un paziente immunodepresso o di chi svolge attività lavorative all’aperto sono profondamente diverse. Il dermatologo può individuare il percorso più appropriato in funzione delle caratteristiche della pelle e del tipo di esposizione ambientale cui ciascun individuo è sottoposto”. Tra le nuove frontiere della ricerca dermatologica emerge inoltre la cosiddetta fotoprotezione biologica, che punta a sostenere e rafforzare i sistemi di difesa naturali della pelle contro lo stress ossidativo, l’infiammazione e i danni al DNA indotti dai fattori ambientali. “La fotoprotezione biologica rappresenta un approccio complementare rispetto ai tradizionali filtri solari – conclude Quaglino – l’obiettivo è intervenire sui meccanismi cellulari e molecolari coinvolti nel danno cutaneo. Le evidenze disponibili sono ancora in evoluzione e saranno necessari ulteriori studi, ma si tratta certamente di uno dei filoni più promettenti della dermatologia contemporanea”.
Dieci regole per proteggere la pelle durante l’estate
Per affrontare in sicurezza la stagione estiva, SIDeMaST ricorda che la protezione più efficace deriva dall’associazione tra corretto utilizzo dei prodotti fotoprotettivi, comportamenti responsabili e consulenza specialistica quando necessaria.
Il decalogo SIDeMaST per una corretta esposizione al sole
1. Scegliere un fattore di protezione adeguato al proprio fototipo, all’intensità dell’esposizione e alle condizioni ambientali, privilegiando SPF 30 o superiore.
2. Applicare la protezione almeno 20-30 minuti prima dell’esposizione al sole per consentire ai filtri chimici di attivare la reazione che porta allo sviluppo della protezione solare. 3. Utilizzare una quantità adeguata di prodotto: una dose troppo elevata è inutile, una dose ridotta diminuisce significativamente il livello di protezione indicato.
4. Distribuire la protezione uniformemente su tutte le aree esposte, senza dimenticare orecchie, collo, mani, piedi e labbra (opportuno applicare la crema di protezione a casa e non in spiaggia).
5. Applicare la protezione anche nelle giornate nuvolose.
6. Riapplicarla dopo bagno, attività sportiva o sudorazione intensa, anche se il prodotto è resistente all'acqua.
7. Evitare l’esposizione diretta nelle ore centrali della giornata, generalmente tra le 11 e le 15.
8. Proteggersi anche in montagna, in barca e durante le attività all’aperto, dove acqua, sabbia e neve aumentano la riflessione delle radiazioni.
9. Prestare particolare attenzione alla protezione dei bambini, utilizzando prodotti specifici e misure di schermatura fisica.
10. Ricordare che la crema solare non elimina completamente i rischi dell’esposizione e non consente di esporsi al sole senza limiti di tempo: deve essere associata a cappelli, occhiali da sole, indumenti adeguati e comportamenti responsabili.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Criteri Critici
Un semplice esame del sangue potrebbe prevedere se un tumore risponderà alle cure Pazienti.it
Contrariamente a quello che si può pensare, i tumori non sono composti soltanto da cellule cancerose. Attorno a esse esiste un ambiente complesso formato da cellule immunitarie, tessuti di supporto e numerosi altri elementi biologici che possono influenzare sia la crescita della malattia sia l’efficacia delle terapie. Comprendere questa rete di interazioni è uno degli obiettivi principali della ricerca oncologica moderna, ma analizzarla in modo preciso è spesso difficile.
Un gruppo di ricercatori finanziato dal National Institutes of Health (NIH), guidato da Aadel Chaudhuri della Mayo Clinic e Aaron Newman della Stanford University, ha sviluppato un sistema basato sull’intelligenza artificiale in grado di identificare e classificare questi microambienti tumorali. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature, suggerisce che tali informazioni potrebbero essere ottenute anche attraverso un semplice esame del sangue.
L’intelligenza artificiale individua nove “ecotipi” tumorali
Per realizzare il lavoro, gli scienziati hanno analizzato dati provenienti da oltre 100 tumori umani di differenti tipologie e da più di 10 milioni di cellule singole. Utilizzando tecniche avanzate di analisi genetica e apprendimento automatico, il sistema ha identificato specifici modelli di attività genetica condivisi da diversi tumori.
I ricercatori hanno così individuato nove distinti “ecotipi spaziali”, ovvero particolari configurazioni cellulari che tendono a comparire in specifiche aree del tumore. Alcuni risultavano più frequenti nelle zone periferiche della massa tumorale, mentre altri erano localizzati soprattutto nelle regioni centrali.
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L’aspetto più interessante è che la presenza di determinati ecotipi sembrava collegata alla prognosi dei pazienti e alla risposta ai trattamenti. In particolare, due ecotipi identificati come SE7 e SE8 sono stati associati a una migliore risposta alle immunoterapie basate sull’inibizione dei checkpoint immunitari. Al contrario, l’ecotipo SE4 è risultato collegato a una maggiore resistenza terapeutica.
Dal tumore al sangue
Successivamente il team ha verificato se questi segnali biologici potessero essere rilevati senza ricorrere a biopsie invasive. I ricercatori si sono concentrati sul DNA rilasciato dai tumori nel sangue e sulle sue caratteristiche chimiche, in particolare sui processi di metilazione che influenzano l’attività dei geni.
Attraverso un secondo sistema di intelligenza artificiale, gli studiosi sono riusciti a collegare specifici schemi di metilazione ai diversi ecotipi tumorali. Questo ha permesso di stimare la presenza degli ecotipi semplicemente analizzando un campione di sangue.
Per testare il metodo, il gruppo ha studiato campioni provenienti da 78 pazienti affetti da melanoma sottoposti a immunoterapia. Anche in questo caso i risultati hanno confermato che livelli elevati degli ecotipi SE7 e SE8 erano associati a migliori benefici clinici e a una sopravvivenza più lunga, mentre livelli più alti di SE4 risultavano correlati a una risposta peggiore alle cure.
Verso terapie sempre più personalizzate
Secondo gli autori, questi risultati potrebbero aprire la strada a strumenti diagnostici meno invasivi e più rapidi per monitorare l’evoluzione dei tumori e prevedere l’efficacia delle terapie prima ancora che vengano somministrate.
L’obiettivo finale è permettere ai medici di individuare fin dall’inizio il trattamento più adatto per ogni paziente, evitando di perdere tempo prezioso con strategie terapeutiche poco efficaci. Come ha spiegato Chaudhuri, se un paziente non è destinato a rispondere a una determinata terapia, sapere questa informazione in anticipo potrebbe consentire di passare subito a un’alternativa più promettente, migliorando concretamente le possibilità di successo delle cure.
Fonti:
NIH - Blood test predicts tumor response to treatment
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
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Impedì alla figlia 16enne di curarsi, la mamma Rita Benini seguace di Hamer muore per un tumore dopo il rifiuto delle terapie Corriere del Veneto
di Luca Mastrantonio e Andrea Priante
Fu condannata per omicidio colposo per la morte della figlia Eleonora Bottaro. Il marito: «Ha detto no al veleno»
Quante volte si può morire in una vita soltanto? A Rita Benini è successo tre volte. L’ultima, a inizio di questo giugno. Una malattia, si parla di tumore, se l’è portata via. Prima, nel 2013, aveva perso il figlio Luca, colto da malore in montagna. I funerali si svolsero nella chiesa di Bagnoli di Sopra, nel Padovano, vicino al paesino dove i genitori avevano uno studio fotografico. «Voglio saper dire le parole giuste al momento giusto e nulla di più», disse all’epoca la mamma del ragazzo. Tre anni dopo, nel 2016, Rita e il marito, Lino Bottaro, persero anche la figlia, Eleonora, morta a 18 anni per una forma di leucemia linfoblastica acuta. Curabile, nell’80-85 per cento dei casi, secondo i medici. Curabile, secondo i genitori, ma senza chemio, solo vitamina C.
Il delitto all'isola di Cavallo Loro, ed Eleonora di riflesso, erano seguaci di Ryke Geerd Hamer, l’ex dottore tedesco che negli anni 80 ha ideato una suggestiva quanto pericolosa teoria, ispirata dal tumore che lui stesso sviluppò dopo la morte del figlio Dirk (a sparare nella notte del delitto all’isola di Cavallo del 1978 fu Vittorio Emanuele di Savoia, assolto a Parigi nel 1991). Tuttora spacciata per cura da migliaia di terapisti sparsi in tutto il mondo, la teoria invita a risolvere — con atti psichici e simili — i conflitti biologici innescati dal trauma all’origine della malattia. Attenzione: per Hamer la malattia è un buon segno, è il segno della risoluzione del conflitto, non va «disturbata».
Lino Bottaro, che su internet e nei convegni è stato attivo diffusore di Hamer, parlava di «benattìa» in contrapposizione a «malattia». Quando alla figlia fu diagnosticata la leucemia, alla luce del Nuovo testamento per la medicina germanica di Hamer, ai genitori apparve come il sintomo della risoluzione del conflitto innescato da un trauma legato a un calo dell’autostima. Dovuto a cosa? Alla morte del fratello maggiore. Superato quel trauma, risolto il conflitto, Eleonora sarebbe guarita.
Il rifiuto di Rita Il padre arrivò a dire che «la leucemia è rigenerazione». Giovedì ha commentato così, chiamando «principessa» la moglie che ha perso: «Dopo la morte di Eleonora abbiamo dovuto sopportare di tutto, la mia principessa era tormentata. In Oncologia i medici hanno consigliato un protocollo che prevedeva dei cicli di radio e chemioterapia, ma neppure loro sapevano che esito avrebbe avuto. Rita ha detto subito di no: una principessa non si fa iniettare del veleno. Ma lo sapete che la chemioterapia è fatta di polvere da sparo, pirite e veleni come il topicida? Quella di mia moglie, come prima quella di Eleonora, è stata una libera scelta».
La condanna Una scelta fatale, non curarsi. Cioè curarsi con Hamer. Che cosa dice sul tumore alla lingua la sua teoria? «Il conflitto è l’essere senza parole», riportano i siti hameriani: «Ad esempio un paziente è rimasto senza parole dopo che il suo capo lo ha aggredito». L’impotenza a parlare crea un aumento cellulare dell’organo. E alla bocca? «Qualcosa che non va giù, che è andato di traverso». Nel 2023, quando la Cassazione aveva confermato la condanna a due anni per omicidio colposo della figlia, sottratta dai genitori alle cure che l’ospedale di Padova voleva somministrarle per una possibile guarigione, Rita Benini aveva commentato: «Rifarei tutto». A 10 anni dalla morte della figlia, ha deciso di non curarsi. Quel «rifarei tutto», andava preso alla lettera.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Tumore al seno, a volte si può ridurre il trattamento. Senza diminuire l’efficacia della cura la Repubblica
Per stare meglio bisogna per forza curarsi di più? Assumere più farmaci? Non sempre. Anzi. La ricerca scientifica fa passi avanti anche in tema della cosiddetta “de-escalation” delle terapie, dimostrando che in qualche caso eliminare dei farmaci non solo non produce un danno alla salute ma, anzi, la migliora. In questa direzione sono andati i risultati più importanti nell’ambito del tumore al seno presentati al Congresso americano di oncologia (Asco), che si è chiuso a Chicago il 2 giugno scorso.
Perché ridurre è importante
Diminuire il carico farmacologico - a parità di risultati in termini di sopravvivenza, è evidente - risponde a esigenze importanti: la sostenibilità del sistema, l'accessibilità alle cure e, soprattutto, la qualità della vita del paziente. Uno degli strumenti con cui è possibile attuare questa strategia sono i test genomici, alla base della personalizzazione della terapia: l’idea cioè di capire cosa è meglio, quando e per chi.
Tumore al seno: con i test genomici fino al 40% delle donne può evitare la chemioterapia
Meno chemio
Un esempio importante discusso a Chicago riguarda il carcinoma mammario precoce con recettori ormonali positivi ed Her2 negativo (HR+/HER2-). Lo studio Optima ha dimostrato che, usando il test genomico Prosigna, è possibile risparmiare la chemioterapia a una buona fetta di pazienti senza per questo aumentare il rischio che la malattia si ripresenti. “E’ un concetto che abbiamo imparato a conoscere grazie a un altro test, Oncotype DX, che ci ha permesso di ridurre l'uso della chemioterapia di oltre il 30%. Ma questo test non riusciva a dare dei risultati per un gruppo di pazienti, dove invece Prosigna dimostra la sua efficacia: donne giovani, in pre-menopausa, con un coinvolgimento linfonodale compreso tra 1-3 linfonodi positivi”, spiega Lucia Del Mastro, Direttore UO Clinica Oncologia Medica presso Irccs San Martino, Genova.
Non fare la chemioterapia per queste pazienti vuol dire non andare in menopausa precoce e poter preservare la propria fertilità. In futuro, quindi, affiancando i due test sarà possibile evitare la chemio a molte donne, senza temere di aumentare il loro rischio di ammalarsi di nuovo. Come nel caso di Oncotype DX, i risultati di Prosigna sono stati ottenuti in studi randomizzati e sono quindi solidi dal punto di vista scientifico. Prima che questa innovazione diventi però una pratica bisognerà attendere del tempo. E “combattere” affinché l’opportunità venga garantita a tutte coloro che ne hanno diritto.
Chirurgia solo se serve
Non solo terapia farmacologica, si può ridurre anche l’impatto della chirurgia. Lo studio Senomac, presentato al congresso, ha dimostrato che, anche in presenza di uno o due linfonodi sentinella macrometastatici, la dissezione ascellare completa non apporta benefici clinici incrementali rispetto alla sola biopsia del linfonodo sentinella. “La rilevanza dello studio risiede nell'aver incluso categorie di pazienti precedentemente escluse per via dogmatica, come le pazienti sottoposte a mastectomia e quelle con tumori di grandi dimensioni. Mentre la pratica standard limitava la de-escalation ai casi di chirurgia conservativa con successiva radioterapia, Senomac valida la sicurezza di questo approccio anche in assenza di irradiazione post-operatoria, modificando potenzialmente la chirurgia quotidiana per una platea di pazienti molto più ampia”, conclude Del Mastro. Insomma, l’idea è di risparmiare a gran parte delle donne – e non solo a quelle che hanno avuto una chirurgia conservativa – la rimozione chirurgica di tutti i linfonodi dell’ascella, un’operazione che ha diversi effetti collaterali, come l’accumulo di linfa, gonfiore cronico del braccio, formicolii e rigidità della spalla.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
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Kate Middleton abbraccia una madre che suona la campana per la fine della chemioterapia: «Il cancro cambia la vita, non solo nel fisico» Leggo.it
Kate Middletontrasforma una visita al The Christie Hospital, uno dei principali centri oncologici d'Europa, in un momento di grande impatto emotivo. La Principessa del Galles, che ha combattuto a sua volta con un tumore, durante l'incontro si è ritrovata faccia a faccia con una giovane madre al termine del suo percorso di chemioterapia. Kate ha abbracciato e si è congratulata con Claire Lorente, una giovane madre che ha suonato la tradizionale campana della fine della cura dopo aver completato il ciclo di chemioterapia. Il gesto, molto simbolico, segna la conclusione del percorso terapeutico oncologico, alla presenza di familiari e operatori sanitari. Un post condiviso da The Prince and Princess of Wales (@princeandprincessofwales) Secondo quanto scrive la BBC, Kate ha rivolto parole di incoraggiamento a Claire: «Bravissima, che percorso! È stato difficile, vero? Hai fatto un lavoro straordinario».Inoltre, ha sottolineato quanto la malattia coinvolga emotivamente anche i familiari. Rivolgendosi al figlio della donna, la principessa ha aggiunto: «La mamma non è coraggiosa?» e l'ha incitata a suonare la campana dicendo: «Puoi farcela». Il centro cura ogni anno oltre 60.000 pazienti e serve una popolazione di circa 3,2 milioni di persone tra Manchester e le aree vicine. Tra i servizi offerti gratuitamente a pazienti e caregiver ci sono corsi d’arte, un giardino del benessere e il supporto spirituale. Durante la giornata, Kate ha partecipato a una sessione di attività artistica con alcuni pazienti oncologici. Una delle artiste residenti ha spiegato come queste attività aiutino contro l’isolamento e permettano di vivere momenti di normalità durante le cure. La principessa, riporta il media britannico, ha poi riflettuto sull’impatto profondo della malattia: «Il cancro cambia la vita nel profondo, non solo sul piano fisico, ma anche emotivo e psicologico. Esprimere i propri sentimenti, in questi casi, non è sempre facile». Per questo, ha sottolineato l’importanza di spazi pensati per accogliere anche le emozioni dei pazienti. Tra loro una donna ha raccontato come il centro rappresenti per lei un punto di riferimento fondamentale, lodando la comunità solidale che si crea tra pazienti e personale sanitario. La visita si è conclusa nel reparto dedicato ad adolescenti e giovani adulti: qui, ragazzi e ragazze possono usufruire di sala musica, palestra e aree ricreative per socializzare.
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Napoli: radioterapia di precisione GammaPod per il tumore al seno in 5 sedute Blasting News
L'Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale di Napoli ha introdotto un innovativo trattamento di radioterapia di precisione per il tumore al seno, somministrato in sole cinque sedute. Questa innovazione è un importante progresso nella cura dei tumori mammari localizzati, offrendo alle pazienti una significativa riduzione dei tempi di trattamento rispetto ai protocolli tradizionali.
La nuova tecnologia, denominata GammaPod, è progettata per concentrare la dose di radiazioni con estrema precisione sulla lesione, minimizzando l'esposizione dei tessuti sani circostanti.
Indicato per pazienti con tumore al seno in fase iniziale, il trattamento mira a migliorare la qualità della vita delle donne, riducendo sia la durata complessiva della terapia sia gli effetti collaterali della radioterapia convenzionale.
Radioterapia in cinque sedute: dettagli e benefici
Il protocollo prevede cinque sedute di radioterapia, ciascuna di circa venti minuti. La tecnologia GammaPod impiega un sistema di immobilizzazione che garantisce massima precisione nell'erogazione delle radiazioni. Questa modalità focalizza la dose sulla zona interessata, riducendo il rischio di danni ai tessuti sani e migliorando la tollerabilità della terapia. Giuseppe Di Lella, direttore della Radioterapia del Pascale, ha dichiarato: "Questa innovazione rappresenta un'opportunità importante per le nostre pazienti, che potranno beneficiare di un percorso terapeutico più rapido e meno invasivo".
Questa radioterapia di precisione è rivolta principalmente a donne con tumori localizzati e di piccole dimensioni, per le quali la chirurgia conservativa è un'opzione di trattamento. L'introduzione di tale tecnologia a Napoli conferma l'Istituto Pascale centro di riferimento nazionale, costantemente impegnato nell'aggiornamento delle strategie terapeutiche oncologiche.
GammaPod: innovazione e ricerca clinica
Il sistema GammaPod è stato oggetto di studi clinici internazionali, come il trial NCT04234386, che ne ha valutato la sicurezza e l'efficacia nel trattamento del carcinoma mammario in fase iniziale. Specificamente progettato per la radioterapia del seno, questo dispositivo utilizza un fascio di radiazioni focalizzato, con la possibilità di modulare la dose in base alle caratteristiche della lesione.
I risultati preliminari indicano che la tecnologia permette un controllo locale della malattia con un profilo di tollerabilità favorevole.
L'adozione della GammaPod all'Istituto Pascale segna un ulteriore passo verso la personalizzazione delle terapie oncologiche, con l'obiettivo di offrire alle pazienti trattamenti sempre più mirati e meno gravosi. L'iniziativa si inserisce nelle attività di ricerca clinica e innovazione tecnologica promosse dall'istituto partenopeo.