📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
55.6/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Non riusciva ad alzarsi, a salire le scale, aveva la mente annebbiata. Un protocollo di immunoterapia messo a punto da Spallanzani e Bambino Gesù lo restituisce alla vita di prima
Non riusciva ad alzarsi, tanto meno a salire le scale. Non riusciva ad andare a bere un caffè con gli amici, e nemmeno a ricordarsi quello che aveva letto dieci minuti prima. Confuso, come stordito, privo di forze, era diventato un ricordo di quello che, solo qualche mese prima, si allenava e correva in strada. A 39 anni, il Covid gli ha cambiato la vita, trasformandosi in quel Long Covid che nel 2024 ancora imperversava bersagliando non solo anziani e fragili. Matteo (nome di fantasia per tutelare la privacy) allora era un ricercatore in campo economico. Dunque con un lavoro avviato, moglie e figli. Tutto proiettato verso un futuro promettente. Non fosse che il virus SARS-CoV-2 gli ha tagliato la strada, con uno sgambetto che si ricorderà per tutta la vita.
Il colpo di scena e la terapia a base di anticorpi
Alla fine però il colpo di scena è arrivato. Quello che il Covid gli ha tolto nel maggio del 2024, Matteo l’ha riacquistato ora grazie alla scoperta di un team di scienziati dell’Istituto per le Malattie infettive Spallanzani e dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Scoperta contenuta in uno studio, primo in Europa nel suo genere, pubblicato su The Lancet Infectious Diseases che indica una terapia a base di anticorpi che, nel caso di Matteo, ha funzionato: nell’arco di un anno l’ha riportato a star bene, risultato confermato dal monitoraggio continuo a cui è stato sottoposto, sia a livello immunitario che neurocognitivo. Una terapia che, sottolineano gli scienziati autori della ricerca, “contiamo si possa applicare anche agli altri pazienti colpiti da Long Covid, pure a quelli più piccoli”.
Il runner bloccato
Tutto è iniziato con un raffreddore, ed è proseguito con febbre e stordimento. “Sintomi influenzali”, questo ha pensato Matteo cercando di interpretare quel malessere che sembrava comune. Non era così. Fatto un tampone, alla diagnosi di Covid, ha capito che doveva fare i conti con il virus che stava primeggiando da quattro anni. Una terapia antivirale poteva bastare, si era detto, dopo aver consultato il medico. Quindi si è curato come da programma, pronto a riprendere la sua attività di ricercatore. Ma la nube di stordimento non lo abbandonava. E poi c’era la stanchezza, quella sensazione di non riuscire a fare nemmeno due passi, uno sfinimento che arrivava dal profondo.
Tanti sintomi e una diagnosi difficile
Consultato di nuovo il medico, Matteo si è sottoposto ad esami. Due anni fa il Long Covid era ormai noto, ma non ancora al punto da portare i sanitari a identificarlo facilmente. Perché non provocava solo un sintomo, ma parecchi. Così Matteo ha iniziato a fare esami per indagare la causa del suo stato. Intanto al lavoro non si era più presentato e gli amici non riusciva a vederli perché gli mancavano le forze. Non bastasse, era subentrata una sorta di tristezza latente molto simile alla depressione.
L’incontro con gli immunologi
L’incontro con i medici che gli hanno salvato la vita è arrivato circa sei mesi dopo. “Il paziente è arrivato alla nostra sezione dopo aver girato diversi ambulatori, per la difficoltà di stabilire una diagnosi - spiega la dottoressa Eva Piano Mortari, dell’Unità di ricerca Linfociti B dell’Ospedale Bambino Gesù, ricercatrice e tra le prime autrici dello studio -. Il fatto è che non esiste un marcatore che possa misurare il Long Covid. Abbiamo sottoposto il paziente ad esami e poi ad infusione del farmaco. Dopo la prima seduta era già sparito l’annebbiamento mentale”.
Mortari si riferisce ad una terapia immunomodulante, una terapia con anticorpi che è riuscita a ripristinare il corretto funzionamento del sistema immunitario di Matteo, quindi efficace per il trattamento della sindrome post-virale. “Questo caso – spiegano i ricercatori - ha dato il via a un possibile approccio terapeutico per sottogruppi selezionati di pazienti, da confermare in studi clinici controllati”.
La diagnosi di Long Covid
Il Long Covid non è facile da diagnosticare. È una condizione caratterizzata dal persistere o dall’insorgere di sintomi che possono durare per mesi dopo l’infezione da SARS-CoV-2 e sino ad oggi non esisteva una terapia riconosciuta. A chi ne è colpito porta fatigue (stanchezza intensa), difficoltà cognitive, cefalea, insonnia, disturbi autonomici (condizione in cui il sistema nervoso autonomo non regola correttamente le funzioni involontarie), intolleranza allo sforzo, dispnea, disestesie (disturbi della sensibilità per cui i vari stimoli suscitano reazioni diverse dal normale).
Per arrivare a una diagnosi di questo tipo su Matteo i due ospedali romani ne hanno analizzato il profilo clinico, neuro-cognitivo, immunologico e infiammatorio. L’uomo presentava appunto da alcuni mesi fatigue (grave stanchezza) invalidante, nebbia cognitiva (un senso di stanchezza mentale persistente che rende chi ne è affetto molto meno lucido ed efficiente del normale), disturbi di memoria e concentrazione, insonnia e sintomi di disfunzione autonomica, con un impatto rilevante sulla vita personale e professionale.
Gli anticorpi "sabotanti”
Nessuna delle terapie utilizzate in precedenza aveva prodotto benefici che durassero nel tempo. L’équipe dello Spallanzani, formata da Marta Camici e Andrea Antinori, del Dipartimento Clinico di Ricerca Malattie infettive, ha indagato a fondo: ha scoperto nel sangue del paziente autoanticorpi circolanti che interferivano con importanti funzioni vitali, come la comunicazione nervosa e il tono dei vasi sanguigni. E di conseguenza ha prescritto il trattamento con immunoglobuline per via endovenosa ad alte dosi per tre cicli con cadenza mensile.
Va detto che le immunoglobuline sono anticorpi purificati di derivazione umana utilizzati da anni in diverse patologie autoimmuni e infiammatorie per modulare la risposta immunitaria. Un trattamento durante il quale il paziente è stato monitorato anche attraverso la misurazione della performance neuropsicologica e una stimolazione neuro-cognitiva. A questo ha pensato Giulia Del Duca, neuropsicologa del Dipartimento clinico di Ricerca Malattie infettive dello Spallanzani.
Il miglioramento è stato rapidissimo, e nei mesi i sintomi si sono normalizzati. Un anno dopo l’inizio della terapia, Matteo ha recuperato le funzioni cognitive, è tornato al lavoro e ha ripreso l’attività sportiva non agonistica.
Perché questa terapia è efficace
Durante lo studio, spiegano i ricercatori del Bambino Gesù, “abbiamo osservato una modifica di specifici parametri immunologici, tra cui la riduzione del titolo degli autoanticorpi diretti contro i recettori del sistema nervoso autonomo, dei marcatori infiammatori e degli indicatori di attivazione della coagulazione”. E aggiungono: “L’efficacia della terapia è risultata collegata alla scomparsa di un’interazione anomala tra linfociti T e monociti, potenzialmente responsabile del mantenimento di uno stato infiammatorio cronico”.
A cosa portano questi risultati? È Camici a parlare: “Suggeriscono che, in un sottogruppo di pazienti, il Long Covid potrebbe essere sostenuto da una persistente disregolazione del sistema immunitario, non necessariamente legata alla presenza del virus nell’organismo. Le immunoglobuline non rappresentano una terapia per tutti, ma potrebbero avere un ruolo in pazienti selezionati, identificabili attraverso i biomarcatori trovati nello studio”.
Una soluzione mirata anche per i bambini
L’idea è di utilizzare questi anticorpi anche sui bambini infettati dal virus SARS-CoV-2 e con sintomi a lungo termine. “Il Long Covid colpisce anche i più giovani, e le immunoglobuline sono un farmaco già utilizzato in ambito pediatrico per altre patologie. Questo apre la possibilità di estendere in futuro questo approccio anche ai pazienti pediatrici”, sottolinea Piano Mortari, che insieme a Chiara Agrati (responsabile Unità di ricerca Immunità patogeno-specifica) e Giusi Prencipe (Unità di ricerca Immuno-Reumatologia) dell’Ospedale Bambino Gesù, hanno identificato il complesso immunologico anomalo associato alla risposta alla terapia. Le ricercatrici spiegano che “pur trattandosi di un singolo caso clinico, i risultati sono estremamente incoraggianti e fornisce indicazioni importanti per la progettazione di futuri trial clinici controllati”.
E concludono: “L’obiettivo dei prossimi studi sarà identificare quali pazienti possano beneficiarne maggiormente, confermare l’utilità degli autoanticorpi contro i neurotrasmettitori per la diagnosi di Long Covid e comprendere meglio i meccanismi biologici alla base della risposta al trattamento”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
57.8/100
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Criteri Critici
In principio erano le statine, farmaci fondamentali per la prevenzione di infarto ed ictus perché in grado di abbassare il colesterolo LDL, fattore causale di queste manifestazioni cliniche. Hanno cambiato...
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In principio erano le statine, farmaci fondamentali per la prevenzione di infarto ed ictus perché in grado di abbassare il colesterolo LDL, fattore causale di queste manifestazioni cliniche. Hanno cambiato la narrazione della prevenzione cardiovascolare ed ancora sono basilari. Col tempo, poi si sono aggiunti altri farmaci, come ezetimibe e acido bempedoico, per rendere ancor più efficiente il calo di colesterolo “cattivo” raggiungendo valori sempre inferiori e consentendo una sempre più efficace personalizzazione dell'approccio. E non è finita. In tempi più recenti, vista la necessità di ridurre prima possibile e quanto più possibile i valori delle LDL (le lipoproteine che legano il grasso e lo mantengono nel sangue) nei soggetti ad alto rischio, si sono aggiunti gli anticorpi monoclonali anti-PCSK9, veri e proprio medicinali intelligenti che hanno assicurato una discesa ancor più drastica dei livelli del colesterolo LDL, contribuendo a ridurre il rischio di infarti ed ictus e non solo.
Ed è su questo fronte, tra le diverse ricerche che si affollano nel panorama delle dislipidemie anche attraverso meccanismi d'azione diversi ed innovativi rispetto ad oggi, che si affaccia un'importante novità prossima (questo è l'auspicio) ad essere disponibile nella pratica clinica. Si chiama enlicitide decanoato ed è un farmaco attivo su PCSK9. La novità? E' somministrabile con una compressa facile da assumere ogni giorno per via orale, in associazione alle statine.
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Dagli Usa gli ultimi studi
Il trattamento con enlicitide ha portato a riduzioni del colesterolo LDL statisticamente significative e clinicamente rilevanti rispetto ad acido bempedoico, a ezetimibe o alla loro combinazione dopo otto settimane di trattamento. A dirlo sono i dati dello studio CORALreef AddOn, presentati presentati in occasione del congresso dell'American College of Cardiology e pubblicati sul Journal of the American College of Cardiology. Dopo 56 giorni di trattamento con enlicitide in associazione alle statine si è osservata una diminuzione dei livelli di colesterolo LDL del 64,6% rispetto al basale. Non solo: oltre a questo dato assoluto il farmaco ha ridotto le LDL del 56,7% rispetto all'acido bempedoico, del 36% rispetto ad ezetimibe e del 28,1% rispetto alla combinazione di acido bempedoico ed ezetimibe. Il tutto, vista la facilità di assunzione, con elevati livelli di aderenza alle terapie e di semplicità nel seguire il dosaggio proposto.
Le prospettive che si aprono
“Enlicitide rappresenterà in futuro una nuova opzione terapeutica nella gestione dei pazienti che, pur trattati, non raggiungono gli obiettivi stabiliti dalle linee guida – sottolinea Alberico L. Catapano, tra gli autori principali dello studio, Presidente della Fondazione SISA e Direttore Centro Studi Aterosclerosi presso IRCCS Multimedica e l'Università di Milano, che ha presentato i risultati all'American College of Cardiology.. Si tratta di un'evidenza che potrà realmente cambiare la pratica clinica quotidiana, con il vantaggio di una terapia orale giornaliera che potrà essere co-somministrata con una statina”. Il tutto, va detto, con un meccanismo d'azione estremamente interessante, condiviso con gli anti-PCSK9 già disponibili per via iniettabile. La proteina PCSK9 si lega ai recettori delle LDL sulle cellule del fegato: i farmaci, portandola via, le impediscono di unirsi a questi recettori che quindi rimangono maggiormente disponibili. Risultato: grazie alla presenza di un numero più elevato di recettori, come veri e propri “accalappiacani” si traduce nella maggior cattura ed eliminazione del colesterolo cattivo. “La silente epidemia cardiovascolare richiede con urgenza innovazioni supportate da evidenze scientifiche robuste e frutto di un impegno costante nel lungo periodo, - commenta Nicoletta Luppi, Presidente e Amministratrice Delegata di MSD Italia. I risultati positivi dello studio di fase 3 CORALreef AddOn rafforzano il profilo clinico di enlicitide, consolidando quanto osservato negli studi precedenti e aprendo la strada alla soluzione orale potenzialmente più efficace per i pazienti che non raggiungono gli obiettivi terapeutici nonostante il trattamento con statine”.