📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
46.3/100
Punteggio Totale
C
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Criteri Critici
In Italia la prima terapia al mondo con la “colla radioattiva” contro un tumore al pancreas inoperabile Monza-News
Un primato mondiale arriva dall’Italia. Al Policlinico Gemelli è stata eseguita per la prima volta una nuova procedura sperimentale contro un tumore al pancreas non operabile utilizzando una speciale “colla radioattiva”.
La paziente trattata è una donna di 63 anni affetta da adenocarcinoma duttale del pancreas localmente avanzato. L’intervento rientra in uno studio clinico internazionale e rappresenta il primo utilizzo al mondo di questa tecnologia.
Come funziona la “colla radioattiva”
Il trattamento utilizza una sostanza chiamata YntraDose, contenente particelle di Ittrio-90, un radioisotopo capace di emettere radiazioni beta.
La sostanza viene iniettata direttamente nella massa tumorale attraverso un ago e sotto guida diagnostica. Una volta depositata, la matrice biologica trattiene il materiale radioattivo all’interno della lesione, con l’obiettivo di concentrare le radiazioni sul tumore e limitare l’esposizione dei tessuti circostanti.
L’obiettivo: rendere operabili alcuni tumori oggi non operabili
La sperimentazione punta a verificare se il trattamento possa ridurre la massa tumorale al punto da permettere, in alcuni casi, un successivo intervento chirurgico.
La procedura sulla prima paziente è durata circa un’ora ed è stata eseguita in anestesia locale con minima sedazione. Non sono state registrate complicanze immediate.
Una tecnologia sviluppata da un’azienda italiana
Dietro YntraDose c’è anche un elemento tutto italiano: la tecnologia è sviluppata da BetaGlue Therapeutics, società biotecnologica con sede a Milano.
Il trattamento rientra in uno studio multicentrico che coinvolge Italia, Belgio e Regno Unito.
Una sperimentazione ancora da valutare
Il primo trattamento rappresenta un risultato importante, ma non significa che la nuova tecnica sia già diventata una terapia standard.
Serviranno ulteriori dati per valutarne sicurezza, efficacia e capacità reale di modificare il percorso terapeutico dei pazienti con tumore pancreatico non operabile.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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53.0/100
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B
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Criteri Critici
Chirurgia robotica per tumori del colon-retto, 250 interventi all’Aou di Sassari S&H Magazine
Duecentocinquanta interventi di chirurgia robotica dal febbraio 2022, di cui 169 per neoplasie colorettali: è il bilancio della Patologia chirurgica dell’Aou di Sassari, dove il percorso dedicato alla cura dei tumori del colon e del retto integra tecnologie robotiche, formazione specialistica e gestione multidisciplinare del paziente.
L’équipe guidata da Fabrizio Scognamillo, direttore della Chirurgia generale e d’urgenza e della Patologia chirurgica dell’Aou di Sassari, lavora con Antonio Marrosu, responsabile dell’Unità di coloproctologia accreditata dalla Società italiana di Chirurgia colorettale. Il gruppo sassarese è stato tra i primi in Europa a impiegare nella chirurgia oncologica colorettale il sistema Da Vinci Single Port, piattaforma robotica che consente di intervenire con una singola mini-incisione addominale di circa cinque centimetri.
In pazienti selezionati, la rimozione del tumore può avvenire anche per via anale, evitando incisioni sulla pelle. Con questa modalità, fino al dicembre 2025, sono stati realizzati dieci interventi. La piattaforma mette a disposizione visione tridimensionale ad alta definizione, ingrandimenti fino a dieci volte e strumenti articolati progettati per movimenti di precisione. Il controllo del robot resta però interamente nelle mani del chirurgo, chiamato a gestire ogni passaggio e a prendere tutte le decisioni operatorie.
«La chirurgia robotica non si improvvisa: richiede formazione, competenze specifiche e un lavoro costante dell’intera équipe – spiega il professor Scognamillo –. I risultati raggiunti testimoniano un’esperienza costruita nel tempo. Il nostro obiettivo è utilizzare l’innovazione tecnologica per offrire ai pazienti trattamenti oncologici sempre più mirati e, quando possibile, meno invasivi».
La preparazione del personale comprende percorsi specialistici e certificazioni internazionali, compresi quelli svolti a Strasburgo. L’Unità di coloproctologia ha inoltre accolto professionisti impegnati nel perfezionamento delle tecniche chirurgiche. «Nella chirurgia oncologica non conta soltanto la tecnologia utilizzata, ma soprattutto chi la utilizza, con quale preparazione e con quale esperienza specifica», sottolinea Marrosu.
L’Aou di Sassari è anche riferimento per il Centro-Nord Sardegna nella cura delle neoplasie del retto attraverso la microchirurgia endoscopica transrettale (MET). Il modello assistenziale coinvolge chirurgi, diagnostica e servizi specialistici dalla diagnosi al postoperatorio. In Italia, nel 2024, sono state stimate circa 48.700 nuove diagnosi di tumore del colon-retto: in questo quadro restano centrali screening con ricerca del sangue occulto nelle feci e colonscopia quando indicata, strumenti utili a riconoscere lesioni precancerose o tumori nelle fasi iniziali.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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54.1/100
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✅
Criteri Critici
Tumore del fegato, la radioterapia diventa “intelligente”: a Torino la dose si adatta al fegato Mondosanità
1. Non esiste una dose uguale per tutti
Quando si parla di tumore, la parola “precisione” assume un significato molto concreto. La stessa terapia può avere conseguenze molto diverse a seconda delle condizioni dell’organo che deve essere trattato. È questo uno dei punti di partenza di una ricerca condotta dall’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino sul trattamento dell’epatocarcinoma, il principale tumore maligno primitivo del fegato. Al centro dello studio c’è la SIRT, acronimo di Selective Internal Radiation Therapy, una forma di radioembolizzazione nella quale microsfere contenenti ittrio-90 vengono portate attraverso i vasi sanguigni fino alle aree tumorali. L’obiettivo è concentrare la radiazione sul tumore limitando, per quanto possibile, l’esposizione del tessuto epatico sano.
Il principio sembra semplice, ma la difficoltà è enorme: il fegato non è un blocco unico. In molti pazienti con epatocarcinoma esiste già una malattia epatica sottostante, come la cirrosi, e quindi la quantità di tessuto ancora capace di svolgere normalmente le proprie funzioni può essere ridotta. Distruggere il tumore senza considerare quanta “riserva” possiede il fegato può significare compromettere proprio l’organo che si vuole salvare. La valutazione della funzionalità epatica diventa quindi parte integrante della strategia terapeutica.
2. Il numero che racconta quanto è “forte” il fegato
La ricerca torinese, pubblicata nel 2025 su La Radiologia Medica, ha seguito 82 pazienti consecutivi con epatocarcinoma a prevalente localizzazione epatica, trattati con SIRT tra ottobre 2014 e settembre 2023. I ricercatori hanno valutato diversi elementi clinici e legati alla procedura, compresa la modalità con cui veniva calcolata la dose di radiazioni. Venticinque pazienti erano stati trattati con una dosimetria standard, mentre negli altri era stata utilizzata una dosimetria multicompartmentale attraverso un software dedicato.
Tra gli indicatori analizzati emerge l’ALBI score, un punteggio costruito a partire da due semplici parametri di laboratorio: albumina e bilirubina. In altre parole, un modo relativamente semplice per trasformare informazioni biochimiche sulla funzionalità del fegato in un dato utilizzabile nella valutazione clinica. Nello studio, il punteggio ALBI è risultato associato in modo significativo alla sopravvivenza. Nell’analisi statistica, rispetto ai pazienti con ALBI 1, quelli con ALBI 2 presentavano un hazard ratio di morte pari a 10,54, con un intervallo di confidenza molto ampio, elemento che riflette anche la dimensione limitata del campione. Il risultato suggerisce che la condizione funzionale del fegato non sia soltanto un parametro per stimare la tossicità della terapia, ma possa contribuire alla selezione dei pazienti candidabili alla SIRT.
3. La sfida: colpire forte, ma soltanto dove serve
È qui che entra in gioco la dosimetria personalizzata. In una radioembolizzazione, infatti, non basta sapere dove si trova il tumore: bisogna stimare quanta radiazione arriverà alla lesione e quanta, invece, raggiungerà il fegato sano. L’obiettivo è trovare un equilibrio tra efficacia antitumorale e conservazione della funzione dell’organo.
L’esperienza delle Molinette va proprio in questa direzione. La pianificazione individualizzata della terapia consente di distribuire la dose tenendo conto della particolare anatomia e della funzionalità epatica del paziente. È un cambio di prospettiva importante: la domanda non è più soltanto “qual è la dose necessaria per il tumore?”, ma anche “quanta dose può sopportare questo specifico fegato senza perdere la possibilità di continuare a funzionare?”. La letteratura scientifica sottolinea da tempo l’importanza della riserva funzionale epatica nelle decisioni terapeutiche dell’epatocarcinoma, proprio perché un danno significativo al tessuto sano può ridurre le possibilità di affrontare successive linee di trattamento.
4. E ora arrivano immagini, algoritmi e radiomica
Il progetto torinese non si ferma alla dosimetria. Secondo quanto comunicato dall’AOU e dalla rete sanitaria piemontese, il gruppo di ricerca sta lavorando anche sull’utilizzo della radiomica, cioè l’estrazione di una grande quantità di informazioni numeriche dalle immagini diagnostiche attraverso algoritmi matematici e strumenti di intelligenza artificiale. L’idea è applicarla alle immagini ottenute nella fase di pianificazione della terapia, cercando caratteristiche che l’occhio umano potrebbe non riuscire a cogliere e che potrebbero aiutare a prevedere la risposta al trattamento.
Non significa che un algoritmo sia già in grado di decidere autonomamente la cura. La prospettiva è piuttosto quella di aggiungere un ulteriore livello di informazione alla valutazione multidisciplinare del paziente. Oncologi, epatologi, radiologi interventisti, medici nucleari e fisici sanitari possono così integrare dati clinici, immagini e dosimetria nella costruzione della strategia terapeutica. È una delle direzioni più interessanti dell’oncologia di precisione: non una terapia “standard” applicata a un tumore, ma un trattamento progettato intorno alla combinazione fra malattia, anatomia e capacità funzionale dell’organo. E nel caso del fegato, dove la distanza tra efficacia e danno può essere particolarmente sottile, questa differenza può diventare decisiva.
Fonte: Finessi M, Cioffi M, Grimaldi S, et al. Albi score predicts overall survival (OS) in patients with hepatocellular carcinoma (HCC) treated with selective internal radiation therapy (SIRT). La Radiologia Medica. 2025;130(2):271-279. doi:10.1007/s11547-024-01943-3.
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Criteri Critici
L’immunoterapia può spegnere il tumore e accendere una nuova cronicità Mondosanità
Per anni l’oncologia ha avuto un obiettivo semplice da formulare e difficilissimo da raggiungere:
far vivere più a lungo il paziente.
L’immunoterapia ha cambiato il significato stesso di questa frase.
Nel melanoma e in altri tumori, i farmaci anti-PD-1 hanno permesso a molti pazienti di ottenere risultati che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati eccezionali.
Ma quando si tolgono i freni al sistema immunitario per spingerlo ad attaccare il tumore, può accadere che quello stesso sistema continui a restare troppo attivo anche dopo la fine della terapia.
È qui che comincia una nuova storia clinica.
Uno studio pubblicato su JAMA Network Open ha seguito 303 pazienti con melanoma ad alto rischio trattati con immunoterapia adiuvante anti-PD-1.
Il 73% ha sviluppato almeno un evento avverso immuno-correlato acuto.
Ma il dato più importante viene dopo.
Il 48% ha sviluppato almeno una tossicità immunitaria cronica.
E dopo un follow-up mediano di circa 67 mesi, il 34% dell’intera coorte conviveva ancora con almeno un problema persistente.
Ipotiroidismo.
Artrite o artralgie.
Disturbi cutanei.
In alcuni casi le conseguenze endocrine erano particolarmente durature.
Quasi tutti i casi di ipotiroidismo cronico risultavano ancora presenti all’ultimo controllo.
Questo cambia completamente il modo in cui dovremmo leggere il successo dell’immunoterapia.
Finora abbiamo guardato soprattutto due numeri.
Quanto riduce le recidive.
Quanto aumenta la sopravvivenza.
Sono i numeri fondamentali.
Ma ora ne serve un terzo:
quanta nuova cronicità lascia dietro di sé una terapia che ha funzionato?
È una domanda tipica della medicina moderna.
Quando una cura fallisce, il problema è evidente.
Quando funziona, invece, il problema può diventare più sottile.
Il paziente è vivo.
Il tumore non è tornato.
Ma il sistema immunitario continua a produrre conseguenze.
Dal punto di vista oncologico è un successo.
Dal punto di vista del sistema sanitario, però, può essere diventato un paziente cronico diverso da prima.
Ed è qui che cambia anche il significato del follow-up.
Tradizionalmente, dopo un tumore, il controllo serve soprattutto a cercare la recidiva.
Visita.
Imaging.
Esami.
Segni di ripresa di malattia.
Con l’immunoterapia questo schema è incompleto.
Bisogna anche chiedersi:
la tiroide funziona?
Sono comparsi dolori articolari persistenti?
Ci sono disturbi cutanei?
È comparsa una nuova endocrinopatia?
Il paziente assume ancora steroidi o altri immunomodulatori?
In altre parole, il follow-up deve avere due binari.
Uno oncologico.
Uno immunologico.
E questi due binari possono durare per anni.
Qui il SSN ha davanti una sfida organizzativa molto concreta.
Chi prende in carico il paziente quando l’oncologo riduce la frequenza dei controlli?
Il medico di famiglia?
L’endocrinologo?
Il reumatologo?
Il dermatologo?
Tutti insieme?
Se non costruiamo una memoria condivisa, il rischio è che una complicanza immunitaria tardiva venga trattata come una nuova malattia completamente separata dalla terapia che l’ha provocata.
Ecco perché potrebbe essere utile un vero passaporto dell’immunoterapia.
Non un documento complicato.
Poche informazioni essenziali che accompagnino il paziente nel tempo:
farmaco ricevuto.
Durata del trattamento.
Eventi avversi comparsi.
Organi coinvolti.
Tossicità ancora attive.
Terapie necessarie.
Segnali che richiedono un nuovo contatto con il centro oncologico.
Sarebbe un modo semplice per evitare che la storia della cura si perda proprio quando il paziente comincia a stare meglio.
Naturalmente il nuovo studio va letto con cautela.
La coorte è relativamente piccola.
Riguarda solo 303 pazienti con melanoma ad alto rischio.
Non possiamo trasferire automaticamente quel 48% a tutti i tumori e a tutte le immunoterapie.
Lo studio è retrospettivo e non dimostra quali pazienti svilupperanno sicuramente tossicità persistenti.
Ma il segnale è abbastanza forte da porre una domanda che il sistema sanitario non può più evitare.
Se una terapia salva più persone, chi si occupa degli effetti che quelle persone continueranno a portare con sé per anni?
È il paradosso della buona oncologia.
Più la cura funziona, più cresce la responsabilità del follow-up.
L’ultima infusione, quindi, non è necessariamente la fine della terapia.
Può essere l’inizio di una nuova fase della medicina.
Una fase in cui non basta chiedere se il tumore è tornato.
Bisogna chiedere anche che cosa la cura ha lasciato acceso nel sistema immunitario.
References:
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Criteri Critici
Al Gemelli la prima terapia al mondo con “colla” radioattiva contro un tumore del pancreas non operabile (Giancarlo Cavalleri) FarodiRoma
Una nuova frontiera della radiologia interventistica è stata aperta al Policlinico Gemelli di Roma, dove per la prima volta al mondo una paziente con un adenocarcinoma duttale del pancreas localmente avanzato e non operabile è stata trattata attraverso l’iniezione diretta nel tumore di una particolare “colla” biologica contenente particelle radioattive di Ittrio-90.
La procedura è stata eseguita dal professor Roberto Iezzi, direttore della Radiologia interventistica della Fondazione Policlinico Gemelli, nell’ambito di una sperimentazione internazionale che coinvolge diversi Paesi europei. L’obiettivo della terapia è ambizioso: agire direttamente sulla massa tumorale per ridurne l’estensione e, in prospettiva, rendere operabili pazienti che oggi non possono essere sottoposti a intervento chirurgico.
La paziente, una donna di 63 anni, è stata trattata in anestesia locale e con una minima sedazione. Attraverso un ago introdotto per via percutanea, il materiale radioattivo è stato depositato direttamente all’interno della lesione. La procedura è durata circa un’ora e non ha provocato complicanze nel periodo immediatamente successivo.
Particolarmente significativo il controllo della distribuzione del radiofarmaco. Le Tac eseguite a 24 ore dall’intervento e a una settimana hanno documentato la corretta deposizione dell’Ittrio-90 nella sede prevista, senza evidenza di dispersione del materiale al di fuori della lesione trattata.
Il principio della terapia è quello di utilizzare le radiazioni beta dell’Ittrio-90 per colpire localmente le cellule tumorali, concentrando l’effetto terapeutico nell’area interessata dalla malattia e limitando, per quanto possibile, l’esposizione dei tessuti circostanti.
Si tratta di una procedura che richiede una stretta collaborazione tra diverse competenze. Nel caso trattato al Gemelli sono intervenuti radiologi interventisti, medici nucleari, fisici sanitari, incaricati anche della gestione della dose di radiazioni, e radioterapisti, con un lavoro coordinato prima, durante e dopo il trattamento.
Il caso romano rappresenta il primo trattamento effettuato nell’ambito di questa sperimentazione. L’arruolamento dei pazienti è tuttora in corso e sono previsti nuovi trattamenti già nel mese di ottobre.
La novità non riguarda dunque soltanto la tecnologia utilizzata, ma anche la possibilità di intervenire su una forma di tumore che, quando localmente avanzata e non operabile, pone particolari difficoltà terapeutiche. La sperimentazione dovrà ora verificare su un numero maggiore di pazienti sicurezza, efficacia e capacità della procedura di modificare il percorso clinico della malattia.
Il risultato ottenuto al Gemelli apre così una prospettiva di ricerca nel trattamento loco-regionale del tumore del pancreas, affidando alla radiologia interventistica un ruolo sempre più importante nell’impiego mirato delle terapie radioattive.
Giancarlo Cavalleri
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Criteri Critici
Tumori del colon-retto, a Sassari la chirurgia del futuro: 250 interventi robotici e un centro di riferimento per il Nord Sardegna Sardiniapost.it
Il sistema integra la chirurgia tradizionale con strumenti tecnologicamente avanzatissimi e permette un alto livello di precisione con incisioni minime
Duecentocinquanta procedure robotiche, di cui 169 interventi per neoplasie colorettali. Sono i risultati raggiunti dalla Patologia chirurgica dell’Azienda ospedaliero universitaria di Sassari dal febbraio 2022, quando è stato eseguito il primo intervento, grazie a un percorso che unisce innovazione tecnologica, formazione specialistica ed esperienza chirurgica.
Un’attività che ha portato l’équipe sassarese a essere tra le prime in Europa a utilizzare la piattaforma robotica di ultima generazione Da Vinci Single Port nella chirurgia oncologica colorettale. Questa tecnologia consente di operare attraverso un’unica mini-incisione addominale di circa cinque centimetri o, in casi accuratamente selezionati, di asportare il tumore attraverso l’orifizio anale, senza praticare incisioni cutanee. Fino al dicembre 2025, gli specialisti hanno eseguito dieci interventi con quest’ultima tecnica.
A guidare l’équipe è Fabrizio Scognamillo, direttore della Chirurgia generale e d’urgenza e della Patologia chirurgica dell’Aou di Sassari e professore associato di Chirurgia generale dell’Università di Sassari in collaborazione con Antonio Marrosu, dirigente medico della Patologia chirurgica e responsabile dell’Unità di coloproctologia accreditata dalla Società italiana di Chirurgia colorettale.
“La chirurgia robotica non si improvvisa: richiede formazione, competenze specifiche e un lavoro costante dell’intera équipe – spiega il professor Scognamillo –. I risultati raggiunti testimoniano un’esperienza costruita nel tempo. Il nostro obiettivo è utilizzare l’innovazione tecnologica per offrire ai pazienti trattamenti oncologici sempre più mirati e, quando possibile, meno invasivi”.
L’introduzione del Da Vinci Single Port rappresenta una tappa significativa del percorso di innovazione intrapreso dall’équipe. Il sistema offre al chirurgo una visione tridimensionale ad altissima definizione, con ingrandimenti fino a dieci volte, e strumenti articolati che consentono di eseguire movimenti estremamente precisi. Ma la tecnologia, da sola, non basta. Il robot non opera autonomamente: è il chirurgo a controllarne ogni movimento e ad assumere tutte le decisioni durante l’intervento. Per questo motivo, l’équipe sassarese ha investito anche nella formazione, partecipando a percorsi specialistici e di certificazione internazionale, tra cui quelli svolti a Strasburgo.
A conferma delle competenze maturate, l’Unità di coloproctologia ha ottenuto l’accreditamento della Società italiana di Chirurgia colorettale. La struttura ha inoltre ospitato professionisti impegnati in percorsi di perfezionamento, contribuendo alla formazione specialistica.
“Nella chirurgia oncologica non conta soltanto la tecnologia utilizzata, ma soprattutto chi la utilizza, con quale preparazione e con quale esperienza specifica – sottolinea il dottor Marrosu –. Un intervento sul colon o sul retto richiede una conoscenza approfondita della patologia e delle tecniche chirurgiche. Il robot è uno strumento straordinario, ma sono le competenze dei professionisti a fare la differenza“.
Un altro aspetto fondamentale è l’approccio multidisciplinare, che accompagna il paziente dalla diagnosi alla scelta del trattamento, fino all’assistenza postoperatoria. La chirurgia oncologica, infatti, non si esaurisce nell’intervento: richiede la collaborazione tra differenti specialisti e la disponibilità di servizi in grado di affrontare tempestivamente anche eventuali complicanze.
È su questo modello organizzativo che l’Azienda ha costruito negli anni il proprio percorso assistenziale, integrando competenze chirurgiche, attività diagnostiche e servizi specialistici. La struttura rappresenta inoltre un punto di riferimento per il Centro-Nord Sardegna per il trattamento delle neoplasie del retto mediante microchirurgia endoscopica transrettale (MET).
“I risultati raggiunti testimoniano il valore delle competenze dei nostri professionisti e degli investimenti nell’innovazione – dichiara la direttrice sanitaria dell’Aou di Sassari, Lucia Anna Mameli –. Il nostro impegno è continuare a sviluppare percorsi multidisciplinari che garantiscano ai pazienti cure sempre più avanzate, sicure e appropriate, valorizzando le professionalità presenti nel nostro territorio”.
In Italia, nel 2024, sono state stimate circa 48.700 nuove diagnosi di tumore del colon-retto, una delle neoplasie più diffuse nel nostro Paese.
Accanto ai progressi della chirurgia e delle terapie oncologiche, la prevenzione continua a svolgere un ruolo fondamentale. L’adesione ai programmi di screening, attraverso la ricerca del sangue occulto nelle feci e, quando indicato, la colonscopia, permette di individuare lesioni precancerose o tumori nelle fasi iniziali, aumentando le possibilità di intervenire tempestivamente.
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Criteri Critici
Tumore ovarico, 500 casi l'anno in Sicilia. Acto premia a Catania la rete di supporto alle pazienti CataniaToday
Più di 60 persone premiate, tra medici, professionisti, sportivi, volontari, bambini, rappresentanti delle istituzioni e tante realtà che negli anni hanno scelto di esserci. È questa la rete che Acto Sicilia - Alleanza contro il Tumore Ovarico - ha voluto celebrare ieri sera a Villa Antico Rotolo, a Catania, con “L’eco di un grazie che continua”.
Un grazie a chi ha dedicato tempo, energie e competenze all’associazione, a chi ha contribuito a diffonderne la voce e a chi ha portato le iniziative di Acto Sicilia in luoghi diversi, dagli spazi di cultura ai treni della Circumetnea. Una rete nata attorno alle donne che affrontano un tumore ovarico e alle loro famiglie e cresciuta coinvolgendo mondi molto diversi.
“Abbiamo coinvolto tutta Catania e non solo Catania: rugbisti, velisti, ammiragli, architetti, ingegneri, stilisti, truccatori, bambini, sommelier. Veramente tutta Catania», afferma Giusy Scandurra, primario di Oncologia medica dell’ospedale Cannizzaro di Catania, ringraziando «tutte quelle persone che hanno creduto fin dal primo momento ad Acto, alla grande famiglia che si è creata”.
Da questa rete sono nate le partite con i Briganti Rugby di Librino, le veleggiate con la Lega Navale Italiana, le mostre di Land Art con le copertine per neonati realizzate dalle pazienti oncologiche e dalle loro famiglie, i libri che raccontano le storie di pazienti e dei loro figli, arrivati anche alla Biennale di Venezia e al Salone Nautico di Genova. E poi il Giardino Magico, creato nel reparto di Oncologia medica del Cannizzaro, dove si svolgono incontri e attività, compresa la caccia alle uova di Pasqua per i bambini.
“Non basta dare supporto alla paziente, alla donna affetta da tumore ginecologico. Bisogna guardarsi attorno, guardare la famiglia”, sottolinea Anna Maria Motta, presidente di Acto Sicilia. “La malattia oncologica è una malattia delle famiglie e deve ricevere un supporto adeguato”.
Il tumore ovarico è una patologia rara e non sempre viene diagnosticata in tempo. "In Sicilia si ammalano 500 donne ogni anno, 5.000 in Italia" dice Scandurra. Il tumore ovarico “spesso viene trattato in fase avanzata” e per questo, spiega, è necessario diffondere la conoscenza dei sintomi e delle alternative terapeutiche. La serata è stata anche l’occasione per presentare le iniziative che Acto Sicilia vuole realizzare nel 2027: Passeggiata con i "Geni", In giardino tra foglie di tè: infusioni letterarie in tazza!, Di padre in figlia, e Discussioni sul quarto spazio. Progetti diversi per continuare a tutelare le pazienti, ascoltarle e occuparsi anche di ciò che c'è attorno a loro, a parlare di prevenzione, cura, tutele legali e valore della condivisione.
“Già ce ne sono quattro o cinque in cantiere, pronti per essere varati”, aggiunge Scandurra. Al centro di tutto ciò che rende possibile ogni progetto: le persone. Quelle che ci sono state, quelle che continuano a esserci e quelle che potranno aggiungersi alla rete. Non è scontato il loro sostegno, ecco perché è importante dire loro grazie.
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Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Tumore al pancreas, Max Parisi negli Usa per un nuovo farmaco: Sono ancora vivo al contrario delle previsioni Il Mattino
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(LaPresse) Un viaggio negli Usa per provare un nuovo farmaco contro il tumore al pancreas. Max Parisi, giornalista 58enne e speaker di Radio Monte Carlo, aveva davanti la prospettiva di un ultimo mese di vita a casa con le cure palliative ma grazie alla moglie e al fratello ha deciso di cogliere un'ultima opportunità. Il 6 settembre è volato a Phoenix, in Arizona per il Rasonque, nome commerciale di daraxonrasib, il nuovo farmaco orale sviluppato da Revolution Medicines per una delle forme più aggressive e difficili da trattare di tumore del pancreas, che dal 26 agosto è stato approvato ufficialmente dalla Food and Drug Administration mentre in Europa è solo alle fasi della sperimentazione. La somministrazione è iniziata da due settimane ma Max sta già avendo dei benefici: "Non guardo sul lungo periodo, però adesso mi posso permettere di guardare davvero. Non dico il mese, però le due settimane, tre settimane sono un orizzonte che adesso mi corrisponde". La cura è costosa, circa 42 mila dollari al mese, ma Parisi ha potuto contare sulla generosità di amici: la sua raccolta fondi ha superato i 115 mila dollari in pochi giorni: "Incredibile, non credevo di suscitare così tanta attenzione per una battaglia che riguarda migliaia di pazienti".
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Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
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Qui è nata l’oncologia italiana. Ora l’Istituto dei Tumori prepara il salto nel futuro il Giornale
Il 12 aprile 1928, a Milano, nasceva quello che sarebbe diventato uno dei luoghi simbolo dell’oncologia italiana. Quasi un secolo dopo, l’Istituto Nazionale dei Tumori si prepara a cambiare casa, ma soprattutto a cambiare scala. Il prossimo grande passaggio sarà la Città della Ricerca e della Salute di Sesto San Giovanni, destinata ad accogliere l’INT insieme all’Istituto Neurologico Carlo Besta. Un trasferimento che, nelle intenzioni della Fondazione, dovrà essere molto più di un trasloco.
Oggi l’Istituto è una Fondazione IRCCS di diritto pubblico e un comprehensive cancer center interamente dedicato alla prevenzione, alla diagnosi, alla cura e alla ricerca sui tumori. Gli ultimi dati consolidati fotografano una struttura che conta 482 posti letto, 16.678 ricoveri, oltre 1,3 milioni di prestazioni ambulatoriali e più di 2.100 persone tra collaboratori e borsisti.
A distinguere l’INT, però, non sono soltanto i numeri. Il punto centrale è il rapporto continuo tra attività clinica e ricerca. “La ricerca costituisce il cuore della nostra identità e il motore che consente all’innovazione di tradursi in benefici concreti per i Pazienti”, spiega il presidente della Fondazione, Gustavo Galmozzi.
Oltre 800 studi clinici
Nel 2025 l’Istituto ha registrato 887 pubblicazioni scientifiche e 809 studi clinici complessivi: 432 sperimentali, 364 osservazionali e 13 registri. Sul fronte dei finanziamenti, nello stesso anno sono arrivati oltre 18,7 milioni di euro dal ministero della Salute, circa 2,5 milioni dai bandi europei, più di 7,5 milioni dagli studi clinici e quasi 3,8 milioni dal 5x1000.
Le aree di ricerca spaziano dalla prevenzione alla diagnosi precoce, dalla medicina di precisione ai tumori rari, passando per l’intelligenza artificiale, i pazienti fragili e l’utilizzo dei dati real world.
Tra i risultati più recenti c’è quello raggiunto nello studio internazionale INTerpath-001 sul melanoma ad alto rischio di recidiva. Nell’agosto 2026 l’INT ha annunciato di essere stato il centro che ha randomizzato il maggior numero di pazienti al mondo: 82 sui 128 sottoposti a screening, all’interno di uno studio di fase III che ha coinvolto complessivamente 1.137 persone.
La sperimentazione riguarda un vaccino personalizzato a mRNA associato all’immunoterapia. Il trattamento viene costruito a partire dal materiale tumorale del singolo paziente, individuando attraverso sistemi computazionali fino a 34 neoantigeni specifici.
“La forza di una ricerca di questo tipo non è soltanto nella tecnologia, ma nella squadra che la rende possibile: oncologi, ricercatori, chirurghi, anatomopatologi, infermieri di ricerca, data manager e professionisti che lavorano insieme per trasformare una sperimentazione in una possibile nuova opportunità di cura”, sottolinea Galmozzi.
L’intelligenza artificiale entra in corsia
Un altro fronte sul quale l’Istituto sta investendo è quello dell’intelligenza artificiale. Nel settembre 2026 “Nature Medicine” ha pubblicato i primi risultati del progetto internazionale I3LUNG, coordinato dall’INT e sviluppato con 16 partner.
Lo studio ha coinvolto 2.396 pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule metastatico e punta a integrare dati clinici, immagini, patologia digitale e informazioni molecolari per migliorare la previsione della risposta all’immunoterapia.
L’obiettivo non è affidare a un algoritmo la decisione terapeutica, ma fornire al medico più strumenti per scegliere il trattamento. “La tecnologia deve essere uno strumento al servizio del medico e, attraverso il medico, della Persona”, è il principio richiamato dal presidente dell’Istituto.
La stessa trasformazione riguarda la chirurgia. Gli ultimi dati del Dipartimento di Chirurgia Oncologica riportano 6.213 interventi maggiori in un anno, quasi 3mila procedure in Day Hospital o con tecniche laser, oltre 91mila visite ambulatoriali e più di 10mila ricoveri.
Robotica, chirurgia mini-invasiva e sistemi di imaging sempre più precisi stanno modificando il modo di intervenire. L’obiettivo resta ridurre l’impatto dei trattamenti, aumentare la precisione e accelerare, quando possibile, il recupero del paziente.
Dai tumori rari alla medicina di precisione
L’attività dell’INT non riguarda soltanto le neoplasie più diffuse. L’Istituto concentra competenze anche sui tumori rari, sui sarcomi, sui melanomi, sulle neoplasie ematologiche e sui tumori pediatrici.
La gestione dei casi passa sempre più attraverso équipe multidisciplinari nelle quali oncologi, chirurghi, radioterapisti, radiologi, anatomopatologi, genetisti e biologi concorrono alla scelta della terapia.
È uno degli effetti della medicina di precisione: non esiste più soltanto il tipo di tumore, ma una crescente quantità di caratteristiche genetiche, biologiche e molecolari che possono condizionare la risposta ai trattamenti. Terapie a bersaglio molecolare, immunoterapie, trattamenti cellulari e farmaci sperimentali consentono così di costruire percorsi sempre più specifici per il singolo paziente.
Un istituto pubblico
Dal 2006 l’Istituto Nazionale dei Tumori è una Fondazione IRCCS di diritto pubblico, senza scopo di lucro e di rilevanza nazionale. I fondatori istituzionali sono il ministero della Salute, Regione Lombardia e Comune di Milano.
Per Galmozzi proprio la natura pubblica rappresenta un elemento centrale della missione dell’INT. “La diffusione della conoscenza, la trasparenza e la vicinanza alle Persone rappresentano da sempre i pilastri della nostra missione”, afferma.
Una missione che, sottolinea il presidente, non si esaurisce nella singola prestazione sanitaria. “Non coincide soltanto con la cura della malattia, ma comprende la prevenzione, la ricerca, l’innovazione, l’ascolto e l’attenzione alla Persona in tutte le fasi del suo percorso”.
Il futuro a Sesto San Giovanni
Il passaggio più importante dei prossimi anni sarà la nuova Città della Ricerca e della Salute di Sesto San Giovanni. Nel futuro polo saranno riuniti l’Istituto Nazionale dei Tumori e l’Istituto Neurologico Carlo Besta, con l’obiettivo di concentrare attività clinica, ricerca scientifica, innovazione e alta specializzazione.
“Oggi non celebriamo soltanto l’avanzamento di un’opera infrastrutturale. Oggi osserviamo concretamente prendere forma una visione, un progetto che segnerà il futuro della Sanità Lombarda e Nazionale per i decenni a venire”, ha spiegato Galmozzi.
Per l’INT sarà uno dei passaggi più delicati dalla sua fondazione. “Per l’Istituto Tumori questa realizzazione costituisce una straordinaria opportunità. Un’opportunità che riguarda il futuro della nostra Istituzione, la sua missione e la sua capacità di continuare ad essere un punto di riferimento nell’oncologia, nella ricerca, nella medicina preventiva e nella cura”.
Il presidente insiste però su un punto: non basterà spostare reparti e apparecchiature. “Il percorso verso il 2029 non dovrà trattarsi soltanto di un mero trasloco. Dovrà essere anche, e soprattutto, un percorso organizzativo, professionale e culturale”.
L’orizzonte indicato è il 2029, con il 21 settembre individuato da Galmozzi come traguardo simbolico e operativo all’interno del più ampio cronoprogramma della nuova struttura.
“Il vero patrimonio sono le Persone”
Robot, laboratori, intelligenza artificiale, nuovi farmaci e nuove sale operatorie saranno una parte decisiva del futuro dell’Istituto. Ma Galmozzi indica altrove ciò che dovrà essere preservato durante il trasferimento.
“Siamo pienamente consapevoli che il valore più importante della nostra Fondazione non risiede nelle strutture, nelle tecnologie o negli edifici, per quanto moderni e avanzati possano essere. Il nostro vero patrimonio sono le Persone: le competenze, la professionalità, la passione e il senso di appartenenza di coloro che ogni giorno operano al servizio dei Pazienti e della Ricerca”.
È il filo che lega il 1928 al futuro di Sesto San Giovanni. In quasi cento anni sono cambiati gli strumenti, i farmaci e perfino il modo di classificare i tumori. Oggi si parla di vaccini personalizzati, algoritmi, immunoterapia e chirurgia robotica. Ma resta lo stesso principio sul quale l’Istituto ha costruito la propria storia: mettere insieme cura, conoscenza e ricerca intorno al paziente.
Ed è questo patrimonio, prima ancora degli edifici e delle tecnologie, che l’Istituto Nazionale dei Tumori dovrà portare nella sua nuova casa.
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Bari, all'istituto Tumori arrivano trattamenti di oncoestetica: "La cura non può fermarsi alla terapia" Borderline24.com
Trattamenti gratuiti di oncoestetica per i pazienti oncologici in cura all’Istituto Tumori Giovanni Paolo II di Bari. Nell’ambulatorio di Medicina fisica e riabilitazione è stato avviato il primo percorso dedicato alla cura della pelle, delle unghie e dell’immagine dei pazienti durante le terapie. L’iniziativa nasce dalla collaborazione con il Centro di Servizio al Volontariato San Nicola e con le associazioni Gemme Dormienti, Acto Puglia e Walce, che nei mesi scorsi hanno promosso una raccolta fondi, anche attraverso un torneo di padel solidale, per finanziare le attività.
Non si tratta di semplice make-up, ma di trattamenti specifici di estetica oncologica, eseguiti da estetiste professioniste certificate Apeo, l’Associazione professionale di estetica oncologica. Le operatrici sono specializzate nella cura di pelle e unghie danneggiate dai trattamenti radioterapici e chemioterapici. Tra le prestazioni previste ci sono trattamenti per la pelle, utili a ridurre i danni provocati dalla tossicità dei farmaci, cura delle unghie per prevenire fragilità e infezioni, massaggi linfodrenanti per il trattamento del lipedema e make-up correttivo per ridefinire ciglia e sopracciglia perse durante le terapie.
“Abbiamo accolto con entusiasmo la proposta di queste generose associazioni”, dichiara il direttore generale dell’Istituto Tumori, Tommaso Stallone. “I trattamenti di oncoestetica arricchiscono i servizi e le prestazioni che offriamo per il benessere globale del paziente, che comprende la cura della malattia ma anche il suo benessere emotivo, la cura dell’immagine del sé, in definitiva la qualità della sua vita”.
Il progetto punta quindi ad affiancare alle cure cliniche un supporto rivolto alla persona nella sua interezza, in una fase in cui le terapie possono incidere non solo sul corpo, ma anche sulla percezione di sé. “La cura non può fermarsi alla terapia. Quando una persona affronta un percorso oncologico porta con sé paure, cambiamenti, fragilità e anche un rapporto diverso con il proprio corpo”, commenta la vicepresidente del Consiglio regionale della Puglia, Elisabetta Vaccarella. “Per questo iniziative come quella che presentiamo oggi hanno un valore che va oltre il trattamento estetico, significa prendersi cura della persona nella sua interezza. È un supporto concreto che può contribuire a migliorare il benessere e la qualità della vita delle pazienti”, conclude.
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Asti: al Cardinal Massaia, il villaggio del caregiver oncologico Settimanale LAncora
Asti. La cura di un malato oncologico coinvolge anche chi gli è accanto ogni giorno. Per rendere visibile la rete di professionisti sanitari e sociosanitari, servizi e associazioni che sostiene entrambi, lunedì 5 ottobre la piazza interna dell’ospedale Cardinal Massaia di Asti diventerà il Villaggio del Caregiver.
Dalle 9.30 alle 14, chi assiste una persona oncologica potrà seguire un percorso a tappe, incontrare le équipe dell’ASL AT e trovare risposte ai propri bisogni di informazione e supporto. L’iniziativa rientra nel programma promosso dalla Rete Oncologica del Piemonte e della Valle d’Aosta in occasione della Giornata Europea del Caregiver Oncologico ed è stata coordinata dalle strutture complesse di Geriatria e Oncologia dell’Asl AT.
All’ingresso del Villaggio, un primo momento di ascolto e orientamento aiuterà ciascun partecipante a individuare i punti informativi più vicini ai propri bisogni. Nelle diverse postazioni gli operatori risponderanno alle domande, offriranno consulenza e distribuiranno i materiali informativi predisposti dal Gruppo di Oncogeriatria della Rete Oncologica.
Saranno presenti le équipe di Oncologia, Geriatria, Cure Palliative, Fisiatria e Riabilitazione, con fisioterapisti e logopedisti, Dietologia, Psico-Oncologia, Anestesia e Rianimazione – Terapia del Dolore – Ambulatorio accessi vascolari, il Nucleo di Wound Care e lesioni difficili a conduzione e responsabilità infermieristica, il Servizio Sociale aziendale e gli Infermieri di Famiglia e di Comunità (IFeC) con il progetto EduCaring.
Parteciperanno al percorso le associazioni di volontariato che operano a supporto dell’Oncologia: ASTRO – Progetto Vita, Progetto Scalda Cuore, L’Arte del Sorriso VIP, Yoga della Risata sulla Via Fulvia, Nordic Walking Asti, Associazione Con Te e Associazione Con Testo con la Pet Terapy.
L’iniziativa si svolge con il patrocinio dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Asti e dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Asti.
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Tumore al pancreas, Max Parisi: "La cura negli Usa sembra funzionare, sono ancora vivo" lapresse.it
Un viaggio negli Usa per provare un nuovo farmaco contro il tumore al pancreas. Max Parisi, giornalista 58enne e speaker di Radio Monte Carlo, aveva davanti la prospettiva di un ultimo mese di vita a casa con le cure palliative, ma grazie alla moglie e al fratello ha deciso di cogliere un’ultima opportunità. Il 6 settembre è volato a Phoenix, in Arizona per il Rasonque, nome commerciale di daraxonrasib, il nuovo farmaco orale sviluppato da Revolution Medicines per una delle forme più aggressive e difficili da trattare di tumore del pancreas, che dal 26 agosto è stato approvato ufficialmente dalla Food and Drug Administration mentre in Europa è solo alle fasi della sperimentazione. La somministrazione è iniziata da due settimane, ma Max sta già avendo dei benefici: “Non guardo sul lungo periodo, però adesso mi posso permettere di guardare davvero. Non dico il mese, però le due settimane, tre settimane sono un orizzonte che adesso mi corrisponde”. La cura è costosa, circa 42 mila dollari al mese, ma Parisi ha potuto contare sulla generosità di amici: la sua raccolta fondi ha superato i 115 mila dollari in pochi giorni: “Incredibile, non credevo di suscitare così tanta attenzione per una battaglia che riguarda migliaia di pazienti”.
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Melanoma, l’immunoterapia finisce ma gli effetti possono restare per anni Mondosanità
La fine di una terapia oncologica non coincide necessariamente con la fine dei suoi effetti sull’organismo. Uno studio multicentrico pubblicato su JAMA Network Open, dedicato a persone operate per un melanoma ad alto rischio e successivamente trattate con immunoterapia, richiama l’attenzione su questo problema: a distanza di anni, una parte dei pazienti presenta ancora disturbi provocati dalla risposta immunitaria attivata contro il tumore. È un dato che non ridimensiona il progresso dell’immunoterapia, ma ci obbliga a considerare più estesamente il significato della cura.
Occorre subito distinguere cronico da permanente. Nello studio è stato definito cronico un evento avverso immuno-correlato, cioè legato all’attività del sistema immunitario, ancora presente almeno tre mesi dopo la sospensione del trattamento. Questa definizione non equivale a una previsione di irreversibilità. Tuttavia, quando un disturbo persiste per anni, non possiamo considerarlo un episodio accessorio della storia oncologica: diventa una condizione da riconoscere, seguire e trattare.
La ricerca ha esaminato 303 persone con melanoma in stadio III o IV, operato, che avevano ricevuto farmaci anti-PD-1 dopo l’intervento per ridurre il rischio di recidiva, vale a dire di ritorno della malattia. Almeno una tossicità cronica era comparsa in 146 pazienti, il 48% del gruppo. Dopo un periodo di osservazione mediano di 67 mesi, 102 persone presentavano ancora un effetto immuno-correlato: il 34% dell’intera coorte. Il dato riguarda dunque non soltanto la comparsa di un problema, ma la sua presenza a lunga distanza dal trattamento.
Per comprendere questi risultati dobbiamo affrontare tre questioni. Innanzitutto, il meccanismo della terapia. Gli anti-PD-1 rimuovono uno dei freni che limitano la risposta immunitaria, consentendo ai linfociti T, cellule del sistema immunitario, di riconoscere e attaccare più efficacemente le cellule tumorali. La stessa risposta può però rivolgersi contro tessuti sani. Non si tratta quindi dei consueti effetti collaterali della chemioterapia, bensì di disturbi che possono interessare quasi ogni organo e che hanno evoluzioni differenti: alcuni si risolvono, altri richiedono controlli e trattamenti prolungati.
In secondo luogo, dobbiamo distinguere le diverse conseguenze cliniche. Tra i 146 pazienti con tossicità cronica, il problema più frequente era l’ipotiroidismo, cioè una ridotta funzione della tiroide, registrato in 45 persone; seguivano artrite o dolori articolari in 25 e dermatite o prurito in 17. Le endocrinopatie, le alterazioni delle ghiandole che producono ormoni, mostravano una particolare persistenza: all’ultimo controllo l’ipotiroidismo era ancora presente nel 93% di chi lo aveva sviluppato. L’insufficienza surrenalica e l’ipofisite, rispettivamente una ridotta funzione delle ghiandole surrenali e un’infiammazione dell’ipofisi, persistevano in tutti i casi registrati.
Questa distinzione ha conseguenze concrete. All’ultimo controllo, per esempio, 17 persone avevano ancora artrite e alcune necessitavano di antinfiammatori, corticosteroidi o altri trattamenti, come metotrexato, idrossiclorochina e farmaci biologici. La protezione dalla recidiva e la gestione di una nuova condizione cronica possono dunque appartenere alla stessa esperienza di cura. Non sono due realtà alternative: per una parte dei pazienti devono essere affrontate insieme.
Infine, vi è la questione della previsione del rischio. Possiamo individuare in anticipo chi svilupperà una tossicità persistente? Nell’analisi dedicata agli eventi immuno-correlati non endocrini, quelli destinati a cronicizzarsi comparivano mediamente più tardi rispetto a quelli che si risolvevano, 153 contro 99 giorni dall’inizio della terapia, ed erano più frequentemente trattati con corticosteroidi. L’associazione, tuttavia, non significa che i corticosteroidi provochino la cronicizzazione e variava anche in relazione al momento di comparsa dell’evento. In un piccolo sottogruppo sono state inoltre rilevate otto citochine, molecole coinvolte nella comunicazione del sistema immunitario, a livelli più elevati nei pazienti con tossicità cronica. Sono indizi interessanti, non ancora strumenti di previsione validati.
È qui che il metodo scientifico impone prudenza. Lo studio è retrospettivo, ricostruisce cioè quanto accaduto a pazienti già trattati, e include persone selezionate con oltre dodici mesi di osservazione dopo la sospensione della terapia. Le associazioni rilevate non dimostrano rapporti di causa ed effetto. Non sarebbe quindi corretto affermare che quasi una persona su due, fra tutte quelle trattate con anti-PD-1, avrà problemi permanenti. La precisione dell’informazione è necessaria tanto per evitare false rassicurazioni quanto per non alimentare paure ingiustificate.
Ciò non toglie che il problema organizzativo sia già chiaro. Il follow-up, cioè il percorso di controlli successivi alla cura, non può limitarsi alla ricerca di una recidiva del melanoma. Quando compaiono sintomi compatibili, occorre considerare anche tiroide, articolazioni, cute, polmoni, sistema nervoso e altri organi. Le linee guida ASCO ed ESMO affrontano queste tossicità organo per organo; secondo il disturbo, la gestione può richiedere il contributo dell’endocrinologo, del reumatologo, del dermatologo o di altri specialisti accanto all’oncologo.
Credo che sia questa la conseguenza più importante: integrare l’assistenza a chi vive dopo il tumore con il monitoraggio delle tossicità tardive, senza separare il successo oncologico dai bisogni che possono accompagnarlo. La continuità della cura non è un’aggiunta al progresso terapeutico, ma una sua responsabilità. Se la medicina consente di vivere più a lungo, deve anche riconoscere e assistere ciò che quella vita più lunga porta con sé.
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Kankaria RA, Fankhauser R, Boutros A, et al. Anti–PD-1 Therapy and Long-Term Toxic Effects Among Patients With Melanoma. JAMA Network Open. 2026;9(10):e2637199. doi:10.1001/jamanetworkopen.2026.37199.
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LEGA * CAMERA: «TUMORI: CATTOI (LEGA), PREVENZIONE È PRIMA FORMA DI CURA. NUTRIZIONE, PSICO-ONCOLOGIA E FORMAZIONE SIANO PARTE INTEGRANTE DELLA PRESA IN CARICO - agenziagiornalisticaopinione.it
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15.10 - sabato 3 ottobre 2026
Di Luca Franceschi
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Tumori: Cattoi (Lega), prevenzione è prima forma di cura. Nutrizione, psico-oncologia e formazione siano parte integrante della presa in carico
Roma, 3 ott. – “Il mese della prevenzione oncologica è un momento importante per ribadire che la lotta contro il cancro non può esaurirsi nella diagnosi e nella cura della malattia. La prevenzione significa promuovere corretti stili di vita, garantire l’accesso agli screening, sostenere la ricerca e costruire percorsi di presa in carico sempre più completi e vicini alle esigenze delle persone”.
Lo dichiara Vanessa Cattoi, coordinatrice dell’Intergruppo parlamentare ‘Insieme per un impegno contro il cancro’.
“Desidero rivolgere un ringraziamento particolare ad Anna Maria Mancuso e al progetto ‘La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere’, che rappresenta un’esperienza preziosa di partecipazione, ascolto e confronto sui temi della salute. Grazie a questo progetto, a ogni legislatura viene ricostituito l’Intergruppo parlamentare ‘Insieme per un impegno contro il cancro’, offrendo continuità al dialogo tra Parlamento, istituzioni, professionisti sanitari, associazioni dei pazienti e Terzo settore. È un lavoro fondamentale per mantenere alta l’attenzione sui bisogni delle persone con patologie oncologiche e delle loro famiglie. Come Intergruppo abbiamo scelto di mettere al centro una visione della lotta al cancro che consideri la persona nella sua interezza. In questo quadro, un ruolo importante deve essere riconosciuto anche alla nutrizione in oncologia. L’approvazione all’unanimità, lo scorso anno, della mozione dedicata a questo tema rappresenta un impegno parlamentare che vogliamo continuare a portare avanti, affinché la nutrizione diventi sempre più parte integrante dei percorsi di prevenzione, cura e recupero. Allo stesso modo – prosegue Cattoi – dobbiamo rafforzare la dimensione psicologica della presa in carico. Una diagnosi oncologica ha un impatto profondo sulla persona, sulla sua famiglia e sulla sua quotidianità. Per questo riteniamo necessario valorizzare la figura dello psico-oncologo, affinché possa entrare in maniera strutturata e operativa nelle Breast Unit, accanto alle altre professionalità che compongono l’équipe multidisciplinare. Ma non basta riconoscere l’importanza di questa figura: dobbiamo anche investire sulla formazione. È necessario lavorare all’istituzione di un percorso formativo dedicato alla psico-oncologia, capace di fornire competenze specifiche e omogenee e di rispondere a un bisogno concreto delle pazienti e delle loro famiglie. Un altro capitolo riguarda la formazione dei professionisti che operano nell’ambito della chirurgia oncologica. Dobbiamo sostenere e incentivare nuovi percorsi specialistici universitari dedicati alla senologia e alla chirurgia senologica, facendo riferimento alla proposta di legge presentata dalla collega Tiziana Nisini per l’istituzione della specializzazione universitaria in senologia. Si tratta di un’iniziativa importante, perché la qualità delle cure passa anche dalla disponibilità di professionisti adeguatamente formati e dalla capacità del nostro sistema sanitario di garantire competenze specialistiche, innovazione e un adeguato ricambio generazionale. Prevenzione, diagnosi precoce, nutrizione, supporto psicologico, chirurgia, ricerca e formazione – sottolinea Cattoi – devono essere considerati parti di un unico percorso. La presa in carico, però, non può esaurirsi all’interno dell’ospedale né concludersi una volta superato il momento dell’intervento chirurgico. È necessario garantire continuità assistenziale anche nel percorso successivo, accompagnando la persona nel recupero, nella riabilitazione e nel ritorno alla quotidianità, con un’attenzione costante ai bisogni fisici, psicologici e sociali. Il nostro impegno come Intergruppo è continuare a lavorare affinché questi temi non rimangano soltanto oggetto di sensibilizzazione, ma diventino azioni concrete e strutturali, capaci di ridurre le disuguaglianze e migliorare la qualità della vita delle persone che affrontano un tumore. Il cancro non può essere affrontato da una sola prospettiva. Serve una rete che metta insieme istituzioni, professionisti sanitari, università, ricerca, associazioni dei pazienti, cittadini e Terzo settore. Le organizzazioni del Terzo settore, le associazioni di volontariato e gli enti impegnati quotidianamente accanto alle persone con patologie oncologiche svolgono un ruolo fondamentale nell’informazione, nell’accompagnamento, nel sostegno psicologico e sociale e nella promozione dell’accesso ai servizi. La loro esperienza e la loro capacità di intercettare i bisogni reali delle comunità devono essere valorizzate e integrate stabilmente nella rete oncologica. Ringrazio tutti i colleghi parlamentari dell’intergruppo che con me si stanno adoperando per raggiungere importanti risultati legislativi: il cancro non ha colore e noi dimostriamo quotidianamente che il cancro non ha soprattutto alcun colore politico e di questo voglio ringraziare di cuore i miei colleghi per consentire di dimostrare attraverso le nostre iniziative che la politica se vuole sa unirsi per le battaglie importanti ed il cancro sicuramente lo è. È questa la direzione nella quale intendiamo continuare il nostro lavoro: più prevenzione, più formazione, più presa in carico, più attenzione alla persona e una collaborazione sempre più forte con il Terzo settore”.
Così la deputata Vanessa Cattoi coordinatrice dell’intergruppo parlamentare ‘Insieme per un impegno contro il cancro’.
Ufficio Stampa Lega Camera
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?5
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?3
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Criteri Critici
Esperti vietnamiti e coreani forniscono aggiornamenti sulle nuove tendenze nel trattamento del cancro al seno. Vietnam.vn
Il 3 ottobre, l'ospedale generale Hong Ngoc - Phuc Truong Minh, in collaborazione con il comitato organizzatore della Conferenza globale sul cancro al seno (GBCC) e la Società coreana per il cancro al seno (KBCS), ha organizzato la conferenza internazionale "Nuove tendenze nella diagnosi e nel trattamento del cancro al seno: i punti salienti della GBCC 2026". La conferenza ha riunito circa 200 medici, esperti e rappresentanti di associazioni professionali per discutere gli aggiornamenti in materia di chirurgia, trattamento sistemico e diagnostica per immagini del cancro al seno, con la partecipazione di esperti vietnamiti e 10 relatori provenienti dalla Corea. Dalle terapie generali alle opzioni di trattamento individualizzate. Secondo GLOBOCAN 2024, in Vietnam sono stati registrati circa 25.711 nuovi casi di tumore al seno nel 2024, rendendolo il tumore con il maggior numero di nuovi casi nel Paese. A livello globale, nello stesso anno sono stati registrati circa 2,43 milioni di nuovi casi di tumore al seno, confermandolo come il tumore più frequentemente diagnosticato nelle donne. Considerata questa realtà e la necessità di una diagnosi precoce, la medicina moderna si concentra sempre più sulla selezione di opzioni terapeutiche appropriate alle caratteristiche biologiche, allo stadio della malattia e alla risposta di ciascun singolo paziente. Anziché applicare una strategia di trattamento relativamente uniforme, i medici tendono a valutare il livello di intervento in base ai rischi e alle caratteristiche specifiche di ogni caso. Questo è stato anche il tema principale della conferenza, "Nuove tendenze nella diagnosi e nel trattamento del tumore al seno: i punti salienti del GBCC 2026". Le quattro sessioni scientifiche si sono concentrate sulla chirurgia mininvasiva, la terapia sistemica, la chirurgia del tumore al seno in fase iniziale e la diagnosi del tumore al seno.
La professoressa associata Dott.ssa Do Anh Tu, responsabile dell'ufficio della Società vietnamita per la lotta contro il cancro e vicedirettrice dell'ospedale K, ha tenuto il discorso di apertura della conferenza. Nel suo intervento di apertura, il Professor Associato Dott. Do Anh Tu, Direttore dell'Ufficio della Società Vietnamita per la Lotta contro il Cancro e Vicedirettore dell'Ospedale K, ha affermato che il tumore al seno viene affrontato in modo personalizzato, applicando la medicina di precisione e approcci multimodali. I progressi nella diagnostica per immagini, nell'anatomia patologica, nella biologia molecolare, nella chirurgia, nella terapia endocrina, nella terapia mirata e nell'immunoterapia stanno modificando le strategie di trattamento. Secondo lui, aggiornare le nuove evidenze scientifiche e integrarle gradualmente nella pratica clinica è fondamentale per migliorare l'efficacia del trattamento e garantire una migliore qualità di vita alle pazienti. Riduzione degli interventi chirurgici. In ambito chirurgico, sta guadagnando terreno la tendenza a ridurre il livello di intervento, concentrandosi sulla selezione dell'estensione chirurgica più appropriata in base alle caratteristiche individuali del paziente e alla risposta al trattamento. Gli esperti discutono di cambiamenti nella gestione dei linfonodi ascellari, nonché della possibilità di restringere l'estensione chirurgica in base alla risposta del paziente dopo il trattamento preoperatorio. Questo approccio richiede una valutazione più accurata delle condizioni del paziente prima e dopo il trattamento, al fine di selezionare il livello chirurgico più adeguato. Il Professor Associato, Dott. Nguyen Dinh Tung, Primario del Dipartimento di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva - Chirurgia Maxillo-Facciale e Primario dell'Unità di Chirurgia Senologica presso il Centro Senologico e Ginecologico dell'Ospedale Generale Hong Ngoc - Phuc Truong Minh, ha affermato che anche il concetto di ricostruzione mammaria sta cambiando. Mentre in passato l'obiettivo principale era ripristinare la forma dopo l'intervento chirurgico, i requisiti attuali sono più completi e includono forma, morbidezza e sensibilità. Pertanto, il piano di ricostruzione deve essere scelto in base alle caratteristiche e alle esigenze di ogni singola paziente.
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Il Prof. Associato Dr. Nguyen Dinh Tung, Primario del Dipartimento di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva - Chirurgia Maxillo-Facciale e Primario dell'Unità di Chirurgia Senologica del Centro Senologico e Ginecologico dell'Ospedale Generale Hong Ngoc, ha presentato una relazione alla conferenza. Alla conferenza, il Prof. Associato Dr. Nguyen Dinh Tung ha presentato una relazione sui progressi nel trattamento chirurgico del tumore al seno in Vietnam e ha co-presieduto due sessioni scientifiche sulla chirurgia. Ha illustrato tre tecniche: la ricostruzione immediata del seno, la terapia cellulare rigenerativa combinata con il trapianto di tessuto adiposo autologo e la radioterapia intraoperatoria (IORT). Questi argomenti si sono concentrati sull'implementazione di queste tecniche in Vietnam, sui cambiamenti nella pratica chirurgica e sul ruolo di questi metodi nel trattamento del tumore al seno. Da una prospettiva internazionale, gli esperti coreani hanno anche analizzato le evidenze relative alla riduzione degli interventi sui linfonodi ascellari e alla limitazione dell'estensione chirurgica nei pazienti che hanno risposto bene al trattamento preoperatorio. Il filo conduttore di queste analisi è uno spostamento dell'attenzione dalla domanda "fino a che punto si può intervenire?" a "di quale livello di intervento ha effettivamente bisogno il paziente?". L'obiettivo non è solo controllare la malattia, ma anche limitare le complicanze e ridurre il peso del trattamento a lungo termine. Personalizzare il trattamento in base alle caratteristiche biologiche. Nel trattamento sistemico, la tendenza all'individualizzazione è chiaramente dimostrata anche dalla selezione di farmaci e strategie terapeutiche per ciascun gruppo di pazienti. Alla conferenza, gli esperti si sono concentrati sulla terapia endocrina, sulla terapia adiuvante e sull'immunoterapia. La Prof.ssa Associata Dr.ssa Joo Heung Kim, responsabile del Comitato Espositivo del GBCC e del Comitato Comunicazione del KBCS, ha fornito un aggiornamento sull'individualizzazione della terapia endocrina nel carcinoma mammario luminale in fase iniziale.
Il Prof. Associato Dr. Sang Yull Kang (a sinistra) e la Prof.ssa Associata Dr. Soong June Bea (a destra) intervengono alla conferenza. Nel frattempo, la Prof.ssa Associata Dott.ssa Sang Yull Kang ha condiviso trattamenti adiuvanti e strategie per affrontare la resistenza endocrina nei gruppi ad alto rischio. La Prof.ssa Associata Dott.ssa Soong June Bae ha analizzato le strategie ottimali di immunoterapia nel carcinoma mammario metastatico. I risultati dimostrano che il trattamento individualizzato non implica solo la scelta del farmaco più adatto, ma anche l'identificazione del gruppo di pazienti appropriato, la tempistica dell'intervento e il livello di trattamento necessario. La stratificazione del rischio e la valutazione delle caratteristiche biologiche del tumore assumono un'importanza crescente nello sviluppo di strategie terapeutiche. L'intelligenza artificiale contribuisce a migliorare l'accuratezza diagnostica. Durante la conferenza, la Professoressa Eun Sook Ko, MD, PhD, membro del Comitato Professionale del GBCC, Dipartimento di Diagnostica per Immagini, Facoltà di Medicina dell'Università di Sungkyunkwan, Samsung Medical Center, ha condiviso spunti di riflessione sul potenziale dell'intelligenza artificiale (IA) nell'imaging e nell'analisi della risonanza magnetica mammaria attraverso la sua presentazione "Applicazioni dell'IA nella risonanza magnetica: da immagini più veloci a risultati più intelligenti". Secondo la professoressa Eun Sook Ko, l'intelligenza artificiale viene studiata e applicata in molte fasi del processo di risonanza magnetica mammaria, dalla riduzione dei tempi di acquisizione dei dati e dal miglioramento della qualità delle immagini al supporto nell'individuazione e classificazione delle lesioni. L'elaborazione di grandi quantità di dati in breve tempo consente inoltre al sistema di fornire informazioni aggiuntive ai medici per valutare le immagini, supportando così il processo di lettura e analisi dei risultati.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Criteri Critici
Il trattamento del cancro nelle donne sta entrando in una fase di individualizzazione. Vietnam.vn
Questo è stato anche il tema principale di discussione tra gli esperti vietnamiti e coreani alla conferenza internazionale "Nuove tendenze nella diagnosi e nel trattamento del tumore al seno: i punti salienti del GBCC 2026", tenutasi il 3 ottobre ad Hanoi.
Tuttavia, la storia del tumore al seno oggi non riguarda più solo la diagnosi precoce. I progressi nell'imaging, nella biologia molecolare, nei farmaci e nelle tecniche chirurgiche stanno cambiando il modo in cui i medici scelgono le strategie di trattamento, con l'obiettivo non solo di controllare la malattia, ma anche di ridurre gli interventi non necessari, limitare le complicanze e preservare la qualità di vita a lungo termine delle pazienti.
Il tumore al seno è attualmente il tumore con il maggior numero di nuovi casi in Vietnam. I dati GLOBOCAN 2024 mostrano che il Vietnam ha registrato 25.711 nuovi casi, mentre a livello globale circa 2,4 milioni di donne hanno ricevuto una diagnosi di questa malattia nello stesso anno.
Il professor Jeong Eon Lee, MD, PhD, direttore del Centro per il cancro al seno presso il Samsung Medical Center e presidente del GBCC, ha affermato che ottimizzare e minimizzare l'intervento chirurgico, in particolare sui linfonodi ascellari, è un'area di grande interesse. L'obiettivo non è ridurre al minimo l'intervento a tutti i costi, ma piuttosto evitare interventi che vadano oltre le reali necessità della paziente, garantendo al contempo un efficace controllo del tumore.
Uno dei cambiamenti più evidenti si verifica proprio in sala operatoria. Mentre in passato la chirurgia si concentrava sulla rimozione di un'ampia area della lesione per garantire il controllo della malattia, l'approccio attuale pone sempre maggiore enfasi sulla determinazione precisa dell'estensione dell'intervento necessario per ogni singolo paziente. Le caratteristiche del tumore, la risposta al trattamento preoperatorio e i rischi individuali del caso sono al centro delle decisioni chirurgiche.
I progressi nella diagnostica per immagini, nell'anatomia patologica, nella biologia molecolare, nella chirurgia, nella terapia endocrina, nella terapia mirata e nell'immunoterapia hanno radicalmente cambiato le strategie di trattamento, offrendo ai pazienti la possibilità di vivere più a lungo e con una migliore qualità della vita. La conferenza odierna rappresenta un'opportunità per aggiornare le nostre conoscenze e applicarle gradualmente alla pratica della diagnosi e del trattamento del tumore al seno in Vietnam.
Nel suo intervento di apertura alla conferenza, il professore associato Dr. Do Anh Tu, responsabile dell'Ufficio della Società vietnamita per la lotta contro il cancro e vicedirettore dell'Ospedale K, ha affermato che il tumore al seno viene ora affrontato in modo personalizzato, applicando la medicina di precisione e un approccio multidisciplinare.
In Vietnam, questa tendenza è evidente anche nella chirurgia ricostruttiva. Secondo il Prof. Associato Dr. Nguyen Dinh Tung, Primario del Dipartimento di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva - Chirurgia Maxillo-Facciale e Primario dell'Unità di Chirurgia Senologica presso il Centro Senologico e Ginecologico dell'Ospedale Generale Hong Ngoc, mentre in passato la ricostruzione si concentrava principalmente sul ripristino della forma, le tecniche attuali mirano a tre criteri contemporaneamente: forma, morbidezza e sensibilità. Pertanto, il piano di ricostruzione deve essere personalizzato in base alle caratteristiche fisiche, all'entità del danno e alle esigenze di ciascun paziente, anziché applicare una singola tecnica.
In Vietnam sono state implementate diverse nuove tecniche, come la ricostruzione immediata, la terapia cellulare rigenerativa combinata con il trapianto di tessuto adiposo autologo e la radioterapia intraoperatoria. Questi progressi indicano che la chirurgia del tumore al seno si sta evolvendo da un approccio incentrato esclusivamente sulla rimozione del tumore a uno più ampio che considera l'efficacia del trattamento, la funzionalità corporea e la qualità della vita post-trattamento.
Oltre alla chirurgia, anche la terapia farmacologica si sta concentrando sempre più sulle caratteristiche biologiche di ciascun tumore. Il professor Jeong Eon Lee ha affermato che uno dei cambiamenti più significativi attualmente in atto è lo sviluppo dei coniugati anticorpo-farmaco, o ADC. Questa classe di farmaci è stata applicata nel trattamento del cancro metastatico in Corea del Sud ed è considerata una delle scoperte più innovative, con il potenziale di rivoluzionare le pratiche terapeutiche in futuro.
Anche la terapia ormonale si sta espandendo con gli inibitori di CDK4/6 e i degradatori selettivi orali dei recettori degli estrogeni. Queste nuove opzioni offrono ai medici più strumenti per progettare regimi di trattamento basati sulle caratteristiche biologiche, sul rischio e sulla progressione della malattia, anziché applicare la stessa strategia a molti pazienti.