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Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Prevenzione del tumore al seno: controlli senologici gratuiti al Municipio 3 di Bari Borderline24.com
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Domenica 14 giugno, dalle ore 8.30 alle 13.30, presso la sede del Municipio 3 (via Ricchioni 1), sarà possibile effettuare controlli senologici gratuiti. L’iniziativa, voluta dall’associazione “Energia Donna ODV for Breast Unit Asl Bari” e patrocinata dal Municipio, è rivolta a donne di età compresa tra i 40 e i 49 anni o superiore ai 70 anni, che potranno gratuitamente eseguire un controllo senologico con i tecnici e i medici volontari, all’interno dell’ambulatorio mobile dell’associazione “Una stanza per un sorriso”.
“Proseguiamo con la corretta informazione e con la prevenzione in favore delle nostre concittadine – dichiara la presidente del Municipio 3 Luisa Verdoscia-. Grazie al lavoro sinergico con l’associazione Energia Donna ODV mettiamo al centro la salute delle donne, individuando le strategie per prevenire e combattere le malattie oncologiche”.
I posti sono limitati: per informazioni e prenotazioni è possibile contattare il numero 3381512900.
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Tumore della vescica, quasi il 90% dei pazienti ad alto rischio di recidiva è vivo a cinque anni dalla fine delle terapie Corriere della Sera
di Redazione Salute
L'aggiunta dell'immunoterapia alla cura standard diminuisce le probabilità che la malattia si ripresenti e migliora la qualità di vita dei malati
(Getty Images)
Quasi il 90% (87,6%) dei pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio di recidiva è vivo a cinque anni dalla cura. Un risultato ottenuto grazie all’aggiunta di un anno di trattamento con durvalumab alla terapia di induzione e mantenimento con Bacillus Calmette-Guérin (BCG). Non solo. Il nuovo regime non ha mostrato un impatto clinicamente rilevante sulla qualità di vita, valutata attraverso questionari compilati dai pazienti. È quanto emerge dallo studio di fase tre (l’ultima prima dell’approvazione di una nuova cura) POTOMAC, presentato durante il congresso annuale dell'American Society of Clinical Oncology (Asco), da poco conclusosi a Chicago.
Aumentare le possibilità di guarigione Nel 2025, in Italia, sono stimati circa 29.100 nuovi casi di tumore della vescica. «Circa il 70% delle diagnosi riguarda forme non infiltranti, individuate quindi in una fase iniziale della malattia, nella quale le nuove terapie possono significativamente aumentare le possibilità di guarigione e migliorare la qualità di vita dei pazienti – spiega Rossana Berardi, Presidente eletto AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e direttore della Clinica Oncologica dell’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche -. Per garantire il miglior percorso di cura è fondamentale un approccio multidisciplinare, che coinvolga diverse figure specialistiche, tra cui oncologo, urologo, radiologo e anatomo-patologo».
La cura standard attuale «Da oltre 10 anni non c'erano evidenti progressi per questi pazienti, che vengono trattati con intento di guarigione - dice Patrizia Giannatempo, dirigente medico della struttura Dipartimentale di Oncologia Medica Genitourinaria alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano -. L’attuale standard di cura è costituito dall'operazione di TURBT, la resezione transuretrale del tumore, seguita dall’instillazione di BCG direttamente nella vescica. Un’elevata percentuale di pazienti, però, presenta recidiva e progressione di malattia, che possono richiedere ripetute procedure invasive fino alla cistectomia, l’intervento chirurgico di asportazione di tutta la vescica. Da qui la necessità di nuove opzioni di cura».
Nel carcinoma vescicale non muscolo infiltrante ad alto rischio, quindi, l’obiettivo è evitare la cistectomia e le procedure invasive, che possono avere un impatto negativo sulla qualità di vita.
Migliorare la qualità di vita L’aggiunta di durvalumab, per 12 mesi, alla terapia di induzione e mantenimento con BCG consente di raggiungere tassi elevati di sopravvivenza a cinque anni.
Inoltre, nello studio POTOMAC la qualità di vita è stata «misurata» sulla base di tre questionari: PRO, QLQ-C30 e QLQ-NMIBC24.
QLQ-C30 ha incluso la valutazione della funzionalità fisica, cioè era specificamente dedicato ai sintomi e agli aspetti psicologici correlati al tumore della vescica non muscolo-invasivo: come atteso con un trattamento immunoterapico prolungato, è stato osservato un moderato peggioramento della fatigue (o stanchezza cronica) riportata dai pazienti.
Tuttavia, l’impatto complessivo è risultato limitato e globalmente comparabile al solo trattamento con BCG.
Questi pazienti presentano poi molto spesso un bisogno improvviso e impellente di urinare, che può influire significativamente sulla quotidianità e sulla percezione della propria autonomia.
«QLQ-NMIBC24 è un questionario specificamente dedicato ai pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo e valuta, oltre ai sintomi urinari e agli effetti dei trattamenti intravescicali, aspetti legati alla percezione della malattia e alle preoccupazioni per il futuro – aggiunge Giannatempo -. Si tratta di un elemento particolarmente rilevante in una patologia caratterizzata da trattamenti protratti nel tempo e dalla necessità di preservare, oltre al controllo della malattia, anche la funzionalità vescicale e la qualità di vita».
Meno pazienti sottoposti all'asportazione della vescica Queste evidenze illustrate ad Asco si aggiungono ai dati dello studio POTOMAC già presentati nel 2025 al Congresso Esmo (European Society for Medical Oncology) e contemporaneamente pubblicati sulla rivista scientifica The Lancet, in cui il regime con durvalumab aveva dimostrato una riduzione del 32% del rischio di recidiva (o di morte in assenza di recidiva) rispetto al solo trattamento con BCG.
Inoltre, un’analisi esplorativa dello stesso studio presentata recentemente al convegno dell’American Urological Association ha evidenziato che, nel primo anno di trattamento, il numero di eventi ad alto rischio e di recidive non sensibili a BCG nel braccio trattato con durvalumab più BCG era quasi la metà rispetto alla sola BCG. Durvalumab più BCG ha quindi allungato il tempo che intercorre fino all’intervento chirurgico di asportazione della vescica (cistectomia) e la sopravvivenza libera da cistectomia, con un numero inferiore di pazienti sottoposti a chirurgia.
Metà dei casi dovuta al fumo: donne più a rischio «Circa la metà dei casi è legata al fumo di sigaretta, che aumenta di quasi cinque volte il rischio di sviluppare la malattia rispetto ai non fumatori - conclude Berardi, Ordinario di Oncologia all’Università Politecnica delle Marche -. Un dato particolarmente rilevante riguarda la popolazione femminile, in cui il tabagismo è in crescita e, di conseguenza, aumentano anche le diagnosi di tumore della vescica. Sebbene questa neoplasia sia ancora più frequente negli uomini, nelle donne esiste un rischio maggiore di diagnosi tardiva. L’ematuria (cioè il sangue nelle urine), che rappresenta il principale campanello d’allarme della malattia, viene infatti spesso inizialmente attribuita ad altre condizioni urologiche o ginecologiche, ritardando l’avvio degli accertamenti diagnostici. È quindi fondamentale promuovere una maggiore consapevolezza anche in ottica di medicina di genere, per favorire diagnosi più tempestive e migliori possibilità di cura».
Infine, circa il 10% dei casi è associato all’esposizione professionale a sostanze chimiche presenti, ad esempio, in coloranti, diserbanti e idrocarburi. Le categorie professionali maggiormente esposte devono pertanto essere sottoposte a programmi di monitoraggio e sorveglianza dedicati».
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Milella: «Tumore al pancreas, c’è la svolta: ecco il farmaco che raddoppia la sopravvivenza» L'Arena
Una scena commovente: si sono alzati dalle poltrone, hanno applaudito a lungo, urlato di gioia, immortalato con i telefoni le diapositive proiettate sul grande schermo con i grafici rivoluzionari. Un tifo liberatorio, un inno alla vita, la consapevolezza di aver messo a segno un punto fondamentale che ripaga la fatica, i tentativi falliti e il dolore per ogni paziente che non ce l’ha fatta.
Ma adesso basta: per la prima volta nella storia della lotta al tumore al pancreas è stata scritta una delle più belle pagine della scienza medica. I migliori oncologi del mondo riuniti nei giorni scorsi a Chicago, al congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (Asco), sono scattati in piedi travolti da una gioia incontenibile davanti ai dati della sperimentazione con il Daraxonsasib, il nuovo farmaco che raddoppia la sopravvivenza dei pazienti in fase metastatica rispetto a quelli trattati con chemioterapia.
«Siamo di fronte a un game changer», conferma il professor Michele Milella, direttore dell’Oncologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Verona, uno dei luminari seduti in quella platea entusiasta, «siamo finalmente al punto di svolta nella cura di quello, tra i tumori solidi, che ha la prognosi peggiore». In Italia provoca 15mila decessi all’anno, nel mondo 470mila: è una delle patologie oncologiche a prognosi più severa con un tasso di sopravvivenza a 5 anni che arriva solo all'11% per gli uomini e al 12% per le donne.
Dottore, nella partita con il «big killer» ora cambiano le regole del gioco. Può spiegare meglio la portata di questa scoperta?
È l’alba di una rivoluzione e la standing ovation al Congresso che ha richiamato 40mila oncologi da tutto il mondo ne è la conferma. Aspettavamo da decenni quello che per altri tumori è arrivato da tempo: abbiamo terapie in grado di migliorare la prognosi, ad esempio, per il colon, la mammella, il polmone, il melanoma. Per il pancreas invece no, da 20 anni avevamo a disposizione solo la chemioterapia tradizionale. Vedere quindi a Chicago le curve di sopravvivenza nei pazienti, in fase avanzata di malattia, trattati con Daraxonsasib, passare da 6.6 mesi a 13,2, è una rivoluzione che abbiamo accolto con incontenibile entusiasmo. La svolta è arrivata. Quei lunghi minuti di applausi dicono tutto.
Umanamente?
Molto emozionante essere dentro alla storia ma, anche, doloroso perché rivedi tutti i pazienti che purtroppo non hanno avuto la possibilità di avere questa terapia. Negli occhi di noi che applaudivamo c’era la commozione per i tanti che abbiamo curato e non ce l’hanno fatta e c’era conforto per le vite sospese di chi sta combattendo con armi spuntate e ora ne ha una efficace. Ci vorrà del tempo per rendere la nuova cura accessibile a tutti: adesso la sfida è questa, accelerare sulle autorizzazioni.
In termini concreti si arriverà a guarire dal tumore al pancreas?
Questo farmaco non guarisce ma lo studio ha raggiunto un risultato mai avuto prima: i malati in fase avanzata di malattia, cioè con metastasi, vivono il doppio di quelli curati con la chemio. E questo si chiama speranza per il futuro. Gli diamo più vita e di qualità: una pastiglia per bocca al giorno, con tossicità incomparabile rispetto a quella delle terapie fin qui a disposizione. Se i risultati della sperimentazione su malati metastatici sono questi, di sicuro le prospettive su chi ha diagnosi meno severe non possono che essere ulteriormente favorevoli. Ripeto, è una bellissima storia.
Quando sarà disponibile il nuovo farmaco?
Eccola, è questa adesso la sfida che ci aspetta: bisogna far arrivare il Daraxonsasib il più in fretta possibile a tutti i malati. La comunità scientifica deve lavorare, insieme ai produttori, agli enti regolatori e alle istituzioni, per garantirlo in tempi brevi. Perché questo tumore è veloce.
La nostra Azienda Ospedaliera Universitaria ha un Centro del Pancreas di fama internazionale, il fatto che fosse rappresentata a Chicago non è casuale.
Sì, facciamo all’anno più di 400 interventi, contiamo più di 300 pazienti in trattamento avanzato, 10mila visite ambulatoriali e 1.000 prestazioni in Day hospital. L’80 per cento arriva da extra regione. Non abbiamo direttamente partecipato allo studio presentato al Congresso ma abbiamo inviato alcuni nostri malati a Milano, che era uno dei centri coinvolti. Posso dirlo?
Cosa, professore?
Che a Chicago, di fronte a quei grafici dai risultati entusiasmanti, ho pensato alle tante persone che seguiamo al Policlinico e m’è venuta tristezza in particolare per una che, da poche settimane, è in un hospice. C’è amarezza per chi non entra nella sperimentazione: serviranno ancora due anni perché questa terapia sia commercializzata.
Ha giovani pazienti con questo tumore, dottor Milella?
Sì, purtroppo. Proprio prima di partire per l’America abbiamo accolto in reparto una ragazza di 25 anni. Ho pensato anche a lei, a Chicago, davanti all’epocale scoperta. E m’è scappato un sorriso.
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Catania, arriva l’acceleratore FLASH contro il cancro: radioterapia mille volte più rapida insalutenews.it
Catania, 8 giugno 2026 – L’Università degli Studi di Catania e i Laboratori Nazionali del Sud dell’INFN-Istituto Nazionale di Fisica Nucleare annunciano il completamento dell’installazione e del collaudo di un acceleratore lineare per Electron FLASH Therapy presso il Center for Advanced Preclinical in vivo Research (CAPiR) dell’Ateneo catanese. La macchina è tra le prime disponibili in Italia per la ricerca preclinica in campo oncologico ed è operativa all’interno di un centro di ricerca traslazionale integrato.
“Questo risultato rafforza concretamente la capacità dell’Università di Catania di fare ricerca biomedica di frontiera – sottolinea Giovanni Li Volti professore dell’Università di Catania e Presidente del CAPiR – Disporre di questa tecnologia all’interno di un centro preclinico integrato come il CAPiR ci mette nelle condizioni di avviare studi che fino a ieri richiedevano di andare altrove, con ricadute che nel medio periodo potranno riguardare i protocolli di cura dei pazienti oncologici”.
L’acquisizione dell’acceleratore è stata realizzata nell’ambito del progetto ANTHEM – AdvaNced Technologies for Human-centrEd Medicine, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del Piano Nazionale Complementare al PNRR: 123 milioni di euro complessivi, 23 enti partner, oltre 250 ricercatrici e ricercatori impegnati in quattro Spoke tematici dedicati all’innovazione biomedica, tra cui lo Spoke 4 coordinato dall’Università di Catania e dedicato allo sviluppo di terapie oncologiche di nuova generazione, dalla FLASH Therapy alla Boron Neutron Capture Therapy.
La FLASH Therapy: una nuova frontiera contro il cancro
La FLASH Therapy eroga fasci di elettroni ad altissimo rateo di dose – fino a mille volte superiore rispetto alla radioterapia convenzionale – in frazioni di secondo. Studi radiobiologici preclinici hanno documentato che questo approccio preserva in misura significativa i tessuti sani mantenendo inalterata l’efficacia terapeutica sul tumore, aprendo nuovi paradigmi nella lotta al cancro. Il meccanismo biologico sottostante è ancora oggetto di ricerca intensa a livello mondiale: disporre di un’infrastruttura preclinica dedicata è il presupposto indispensabile per avanzare su questo fronte.
“La FLASH Therapy apre scenari scientifici che nella ricerca traslazionale erano finora difficilmente accessibili – spiega Rosalba Parenti professoressa dell’Università di Catania e responsabile scientifica del Pilot 4.4 dello Spoke 4 del progetto ANTHEM – Poter lavorare su questa tecnologia in un ambiente come il CAPiR – con le piattaforme di imaging, gli stabulari e la rete di partner già attiva – significa avere le condizioni ideali per produrre risultati scientificamente rigorosi e clinicamente rilevanti”.
Il primo campo di applicazione su cui si concentra la ricerca dello Spoke 4 è il glioblastoma, il tumore cerebrale più aggressivo e tra quelli con le minori opzioni terapeutiche disponibili. I ricercatori e le ricercatrici stanno studiando come la FLASH Therapy possa interagire con i meccanismi di adattamento metabolico che rendono il glioblastoma resistente alle terapie convenzionali – dalla chemioterapia alla radioterapia standard – combinando l’irradiazione FLASH con strategie mirate sul metabolismo tumorale. Modelli preclinici su zebrafish hanno già confermato alterazioni nel metabolismo del ferro e delle purine durante la progressione tumorale, aprendo prospettive concrete per strategie terapeutiche combinate e personalizzate.
Il sistema installato al CAPiR è totalmente integrato con i laboratori di biologia, biologia molecolare e ricerca preclinica del Centro – dotato di piattaforme di imaging multimodale, stabulari autorizzati dal Ministero della Salute e laboratori specializzati – offrendo una configurazione unica nel panorama nazionale per lo studio sistematico e multidisciplinare dell’effetto FLASH su modelli biologici avanzati.
L’acquisizione dell’acceleratore FLASH al CAPiR non è il frutto di un singolo progetto, ma di una collaborazione scientifica, nata nel 2017, che vede come partner l’Università di Catania, l’Azienda Ospedaliera per l’Emergenza Cannizzaro, l’Istituto di Bioimmagini e Sistemi Biologici Complessi del CNR (CNR-IBSBC) e i Laboratori Nazionali del Sud dell’INFN. Questa piattaforma scientifica e tecnologica oggi si conferma competitiva a livello nazionale e internazionale, a supporto dello sviluppo e della validazione di nuovi approcci terapeutici in oncologia, neurologia e medicina personalizzata.
“I Laboratori Nazionali del Sud dell’INFN portano in questo progetto una competenza consolidata nella fisica applicata alla medicina – sottolinea Giacomo Cuttone ricercatore dei Laboratori Nazionali del Sud dell’INFN e coordinatore del gruppo di ricerca – La collaborazione con il CAPiR dimostra che unire fisica fondamentale e ricerca biomedica preclinica produce risultati che nessuna delle due discipline potrebbe raggiungere da sola. E con I-Luce siamo pronti ad andare ancora oltre”.
Prospettive: verso l’ultra FLASH con I-Luce
Nell’ambito dello stesso Pilot 4.4 del progetto ANTHEM, sarà presto disponibile ai Laboratori Nazionali del Sud il sistema di accelerazione basato su laser di alta potenza I-Luce, che consentirà di lavorare in modalità “ultra FLASH” con fasci di elettroni accelerati a intensità ancora superiori. Catania e la Sicilia si candidano così a diventare un polo di riferimento nazionale ed europeo nello studio e nell’applicazione di nuovi strumenti per il trattamento dei tumori, grazie alla capacità unica di integrare ricerca di base, ricerca preclinica e applicazione clinica in un unico ecosistema.
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Pochi giorni dopo aver annunciato la diagnosi di linfoma di Hodgkin, l’influencer Natalia Paragoni ha condiviso sui social la decisione di tagliare drasticamente i capelli. A seguito della prima seduta di chemioterapia, Paragoni ha iniziato a perdere alcune c…
Pochi giorni dopo aver annunciato la diagnosi di linfoma di Hodgkin, l’influencer Natalia Paragoni ha condiviso sui social la decisione di tagliare drasticamente i capelli. A seguito della prima seduta di chemioterapia, Paragoni ha iniziato a perdere alcune ciocche. Attraverso un video pubblicato nelle storie di Instagram, ha documentato il momento in cui ha diviso la lunga capigliatura in due codini per poi tagliarne le lunghezze, ottenendo un caschetto. Durante il taglio era presente la prima figlia Ginevra, con cui ha ironizzato sulla nuova acconciatura, supportata dall’assistenza del compagno Andrea Zelletta. Nella prima settimana di giugno, l’ex volto del programma “Uomini e Donne” ha inoltre comunicato di essersi sottoposta alla seduta successiva del trattamento: “Ho già iniziato, questa settimana ho la seconda ‘infusione’, come la chiamo io. Si ricomincia”.
Nonostante il percorso clinico, Paragoni ha confermato l’intenzione di continuare a documentare la propria vita sui social: “Vi porterò con me in tutta questa esperienza, come ho sempre fatto”. La creatrice di contenuti ha ribadito la volontà di preservare le proprie abitudini: “Cercherò di andare avanti con la mia quotidianità, lo stare con la mia famiglia, il lavoro, l’essere felice e triste. Qualunque cosa, non voglio cambiare niente, anche se sarà inevitabile qualche cambiamento”. La scoperta della malattia risale allo scorso 27 aprile tramite una telefonata, mentre l’influencer si trovava all’ottavo mese di gravidanza della secondogenita Beatrice. Le terapie oncologiche sono iniziate subito dopo il parto, avvenuto il 5 maggio. Al suo fianco rimane il compagno Zelletta, che ha confermato pubblicamente il proprio sostegno: “Ho visto la donna che amo affrontare qualcosa di enorme. Non importa quanto sarà lunga o difficile questa strada, la affronteremo insieme”.
Il linfoma di Hodgkin, la patologia diagnosticata a Natalia Paragoni, è un tumore che colpisce e interessa il sistema linfatico.
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Tumore prostata in paziente anziano di 94 anni (08/06/2026) | Forum Tumori di prostata e testicoli | Il Medico Risponde Corriere della Sera
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L'ospedale Bach Mai sviluppa un'intelligenza artificiale per supportare una diagnosi accurata del cancro ai polmoni. Vietnam.vn
Per commemorare il 45° anniversario della fondazione del Centro di Pneumologia dell'ospedale Bach Mai, si è tenuta una conferenzascientificadi due giorni, dal 26 al 27 marzo, sul tema della prevenzione e del controllo delle malattie non trasmissibili e del miglioramento della qualità dell'assistenza sanitaria respiratoria. Il sistema di diagnosi del cancro ai polmoni "Made in Bach Mai", assistito dall'intelligenza artificiale, analizza le immagini diagnostiche (TAC), contribuendo a individuare precocemente le lesioni polmonari e a valutare il rischio di cancro. FOTO: OSPEDALE BACH MAI Durante il seminario, i medici hanno presentato la soluzione di intelligenza artificiale "Make in Bach Mai" per la diagnosi del tumore al polmone. Questa tecnologia intelligente, sviluppata dall'ospedale Bach Mai, utilizza l'intelligenza artificiale per analizzare le immagini diagnostiche (TAC), contribuendo a individuare precocemente le lesioni polmonari, aumentando la precisione e ottimizzando i tempi di diagnosi. Il professore associato Pham Cam Phuong, direttore del Centro di Medicina Nucleare e Oncologia (Ospedale Bach Mai), ha affermato che l'ospedale sta implementando un modello che combina intelligenza artificiale, esperti di spicco e consulenze multidisciplinari. Oltre alla semplice individuazione della malattia, i medici puntano fin dall'inizio a un trattamento personalizzato, basato sulle caratteristiche genetiche di ciascun paziente. Gli esperti dell'ospedale Bach Mai sottolineano che i noduli polmonari molto piccoli e poco evidenti presentano un alto rischio di cancro. Nello specifico, i noduli polmonari inferiori a 3 cm hanno una probabilità di essere cancerosi di quasi il 70%. Per i noduli inferiori a 1 cm, la probabilità di malignità raggiunge il 64,3%. Per le lesioni in fase iniziale, un intervento chirurgico tempestivo può portare a un trattamento radicale e molti pazienti non necessitano di chemioterapia adiuvante. Il tumore al polmone spesso progredisce in modo asintomatico e i gruppi ad alto rischio dovrebbero sottoporsi a controlli regolari, tra cui: Gruppi ad alto rischio a causa del fumo (età compresa tra 50 e 80 anni; fumatori attuali o che hanno smesso negli ultimi 15 anni; storia di fumo di 20 pacchetti o più all'anno). Gruppi a rischio ambientale e professionale (esposizione a lungo termine ad amianto, radon, arsenico, cromo, nichel o fumi di scarico diesel; anamnesi di radioterapia toracica). Gruppi con fattori patologici e genetici: avere un familiare affetto da tumore al polmone, soffrire di malattie polmonari croniche come BPCO, fibrosi polmonare o avere una storia di tubercolosi. In Vietnam, tra i gruppi specifici a rischio figurano: le donne che non fumano ma sono esposte al fumo passivo; e le persone che vivono o lavorano in ambienti inquinati con elevati livelli di fumo e polvere. Nel corso della cerimonia per la celebrazione del 45° anniversario della fondazione del Centro di Pneumologia dell'Ospedale Bach Mai, svoltasi la mattina del 26 marzo, il comitato organizzatore ha annunciato la decisione di istituire l'Istituto di Medicina Respiratoria, con la Professoressa Associata Dott.ssa Phan Thu Phuong, Direttrice del Centro di Pneumologia dell'Ospedale Bach Mai, come direttrice. Fonte: https://thanhnien.vn/benh-vien-bach-mai-phat-trien-ai-ho-tro-chan-doan-chinh-xac-ung-thu-phoi-185260326132654495.htm
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Cancro al seno: un test per evitare la chemioterapia RSI Radiotelevisione svizzera
Un test genetico potrebbe, grazie a nuove scoperte, evitare a persone affette da cancro al seno di sottoporsi a una chemioterapia pesante. I ricercatori hanno presentato i promettentirisultati dello studioalla più grandeconferenza mondiale sul cancroa Chicago. I risultati mostrano che, grazie a un test genetico, è possibile stabilire quali pazienti necessitano, oltre alla terapia ormonale, anche di una chemioterapia e quali invece no. In altre parole: chi può rinunciare alla chemioterapia, e quindi anche agli effetti collaterali, spesso pesanti sia sul piano fisico sia su quello emotivo. Chemioterapia: possibili effetti collaterali La chemioterapia può comportare diversi effetti collaterali, che però non si manifestano con la stessa intensità in tutti i pazienti. Tra i più comuni figurano stanchezza, spossatezza, nausea, perdita dei capelli ed eruzioni cutanee. In alcuni casi, soprattutto per alcune donne, possono insorgere conseguenze a lungo termine, come l’infertilità o una menopausa precoce. Grazie al test genetico, è ora possibile valutare caso per caso se una chemioterapia sia davvero necessaria e se offra ulteriori benefici rispetto alla sola terapia ormonale. I risultati indicano che il 95% delle persone sottoposte sia a chemioterapia sia a terapia ormonale non presentava ricadute di cancro al seno dopo quattro anni. Tra chi ha seguito “solo” la terapia ormonale, la percentuale era del 94%, una differenza molto ridotta. Un elemento nuovo è che lo studio ha incluso anche persone con quattro o più linfonodi colpiti. Finora, per questi casi, si ricorreva sempre alla chemioterapia. Dati sul cancro al seno in Svizzera In Svizzera, ogni annocirca 6’800 donne e 60 uominisono colpiti dal cancro al seno, che rappresenta circa un terzo di tutti i casi di cancro diagnosticati nelle donne. I risultati rappresentano un passo importante, anche perché riguardano la forma più diffusa di cancro al seno. In questi casi, molte pazienti si trovano di fronte al dilemma se affiancare o meno una chemioterapia alla terapia ormonale. Nello studio, il test genetico ha indicato in due casi su tre che è possibile rinunciare alla chemioterapia. Bisogna però tenere presente che il periodo di osservazione di quattro anni è breve, poiché il cancro al seno può ripresentarsi anche dopo molti anni. Inoltre, lo studio ha coinvolto persone a partire dai 40 anni: resta quindi da chiarire se i risultati siano validi anche per le pazienti più giovani. Per il resto, il test sembra già indicare con buona affidabilità chi può rinunciare alla chemioterapia in sicurezza. Come funziona un test genetico? Ladottoressa Elena Kralidis, specialista in tumore al seno, spiega che in questi test genetici non si analizzano i geni delle pazienti, bensì si esamina il tessuto tumorale alla ricerca di specifici geni. Queste informazioni permettono di capire quanto il tumore sia attivo o aggressivo, precisa Kralidis. I test genetici non sono una novità assoluta in oncologia: da anni vengono utilizzati per orientare le scelte terapeutiche e sono ormai parte integrante della pratica clinica. In alcuni casi, servono anche a individuare eventuali predisposizioni ereditarie a determinate forme di tumore. Si tratta però di strumenti in continua evoluzione, come dimostrano anche i risultati più recenti. Questo permette di adattare sempre meglio le cure alle caratteristiche di ogni singola persona, nella cosiddetta “medicina personalizzata”. Negli ultimi quindici anni, l’oncologia ha compiuto progressi importanti, tra i più significativi proprio nel trattamento del cancro al seno. Iscriviti per non perdere le notizie e i nostri contributi più rilevanti https://whatsapp.com/channel/0029Vat6p4zL2ATyO8IRFJ2C
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Lipoparticelle: nuove prospettive per la terapia genica del muscolo Osservatorio Terapie Avanzate
Terapia genica
Lipoparticelle: nuove prospettive per la terapia genica del muscolo
Le nanoparticelle lipidiche stanno emergendo come alternativa ai vettori virali per veicolare geni anche nelle cellule staminali del muscolo, garantendo un beneficio più duraturo
Il panorama della terapia genica per le malattie che colpiscono il muscolo scheletrico è oggi dominato dai vettori virali adeno-associati (AAV). Un esempio è Elevidys, autorizzata nel 2023 dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense per la distrofia muscolare di Duchenne Questi vettori, però, trasducono soprattutto le fibre muscolari mature, lasciando in gran parte escluse le cellule staminali, fondamentali per la rigenerazione del tessuto. Per superare questo limite, stanno emergendo strategie alternative, come le ormai note nanoparticelle lipidiche. Cecilia Jimenez-Mallebrera, ricercatrice esperta di malattie neuromuscolari presso il Sant Joan de Déu Pediatric Hospital di Barcellona, ne descrive le potenziali applicazioni nelle malattie muscolo-scheletriche sulla rivista CRISPR Medicine News.
SICUREZZA ED EFFICACIA DELLE TERAPIE CON AAV
Le malattie muscolari scheletriche di origine genetica, come la distrofia muscolare di Duchenne o di Becker, sono causate da mutazioni in geni fondamentali per la stabilità e la funzione delle fibre muscolari. La terapia genica rappresenta un approccio promettente per correggere questi difetti e si basa principalmente su vettori virali adeno-associati (AAV), virus incapaci di replicare ma in grado di trasferire il gene terapeutico nelle cellule muscolari.
Questi vettori sono i più utilizzati nell’ambito della terapia genica di tipo in vivo, ma la loro sicurezza ed efficacia restano oggetto di attenzione (Osservatorio Terapie Avanzate ne ha parlato recentemente qui). L’estate scorsa un evento fatale verificatosi durante uno studio clinico ha portato a uno stop temporaneo dell’uso clinico di Elevidys negli Stati Uniti, e uno stop degli studi clinici e dell’iter regolatorio in Europa. Circa un mese fa è stata diffusa la notizia dell’avvio di un nuovo studio clinico di Fase III in Europa per raccogliere ulteriori dati e permettere l’accesso ai pazienti del vecchio continente.
IL NODO DELLE CELLULE STAMINALI MUSCOLARI
Una delle criticità delle piattaforme AAV, oltre agli aspetti di sicurezza, riguarda anche il meccanismo di azione: questi vettori tendono infatti a trasdurre prevalentemente le fibre muscolari mature, lasciando in gran parte escluse le cellule staminali muscolari, note come cellule satelliti.
Questo aspetto è tutt’altro che secondario. Nelle distrofie muscolari, il tessuto è sottoposto a cicli continui di degenerazione e rigenerazione. Se le cellule staminali non vengono corrette, le nuove fibre continueranno a portare la mutazione, con una progressiva perdita dell’effetto terapeutico nel tempo. In altre parole, anche una terapia inizialmente efficace rischia di “diluire” il proprio beneficio nel tempo.
L'ALTERNATIVA DELLE LIPOPARTICELLE
Le nanoparticelle lipidiche (LNP) stanno emergendo come una possibile alternativa per il trasporto di materiale genetico nelle cellule, sia a scopo di vaccino che di terapia genica. A differenza degli AAV, le LNP possono veicolare RNA terapeutici e componenti del sistema di editing genetico, come CRISPR, non solo nelle fibre muscolari ma anche nelle cellule satelliti e in altri tipi cellulari coinvolti nella patologia.
Nel sangue, le LNP si rivestono di una “corona” di proteine plasmatiche, che vengono riconosciute dai recettori LDLR, particolarmente abbondanti sulle cellule staminali muscolari. Di conseguenza, pur determinando un’espressione del gene terapeutico molto più breve rispetto agli AAV, potrebbero paradossalmente garantire un beneficio più duraturo. A questo si aggiunge un ulteriore vantaggio: le nanoparticelle lipidiche possono essere somministrate più volte perché, a differenza dei vettori virali, non vengono riconosciute dal sistema immunitario, rendendo possibile la ripetizione di un trattamento nel tempo.
IL COLLO DI BOTTIGLIA: IL FEGATO
Nonostante queste premesse, l’ostacolo principale resta la delivery, ovvero come far arrivare le nanoparticelle al loro bersaglio. Le vie di somministrazione locale, come quella intramuscolare, garantiscono un’elevata efficienza di trasduzione ma limitata al sito di iniezione. Al contrario, quando le LNP vengono somministrate per via sistemica, ad esempio per iniezione endovenosa, la maggior parte si accumula nel fegato.
Questo avviene perché le apolipoproteine che si depositano sulla superficie delle LNP vengono riconosciute dai recettori degli epatociti, favorendone l’ingresso. Il fegato, quindi, intercetta gran parte delle nanoparticelle prima che possano raggiungere altri tessuti.
Solo una piccola frazione arriva effettivamente al muscolo, rendendo necessario aumentare la quantità di farmaco per ottenere l’effetto terapeutico desiderato, con un conseguente aumento del rischio di tossicità. Inoltre, l’accumulo epatico può portare a eventi off-target, inclusi eventi di editing indesiderato in un organo che non è quello bersaglio.
OTTIMIZZARE LA DISTRIBUZIONE
Per superare questo limite, la ricerca si sta muovendo su più fronti. Una prima strategia consiste nel cosiddetto Selective Organ Targeting, che prevede variazioni controllate nella formulazione delle nanoparticelle, intervenendo su lipidi ionizzabili con dimensione e carica superficiale per ridurre l’accumulo nel fegato e favorire la distribuzione verso altri organi.
Parallelamente, si stanno sviluppando approcci basati sull’aggiunta di molecole di targeting, come peptidi o anticorpi, in grado di legarsi a recettori espressi sulle cellule muscolari, aumentando la probabilità che le nanoparticelle raggiungano il tessuto bersaglio.
NUOVA PROSPETTIVA
Sebbene la distribuzione delle nanoparticelle lipidiche sia ancora inefficiente, lo studio di questa piattaforma sta aprendo nuove prospettive, tra cui la possibilità di intervenire in una fase estremamente precoce dello sviluppo, durante la vita fetale. Molte malattie muscolari genetiche sono infatti congenite e un intervento precoce potrebbe aumentare le probabilità di successo, soprattutto con le LNP.
In questa finestra, la maggiore permeabilità dei tessuti, la ridotta attività del sistema immunitario e l’elevata proliferazione cellulare potrebbero facilitare la diffusione delle nanoparticelle e potenziarne l’efficacia. Studi preclinici hanno già mostrato che la somministrazione in utero può indurre un’espressione diffusa del gene, con effetti osservabili dopo la nascita. Resta però ancora da dimostrare se questi risultati possano tradursi in un’applicazione clinica su larga scala.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
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"I Passi di Matera" 2026, il 14 giugno la città cammina per i bambini in terapia oncologica Telenorba
Una camminata che unisce sport, solidarietà e partecipazione per sostenere i bambini in terapia oncologica e le loro famiglie. Domenica 14 giugno torna a Matera “I Passi di Matera”, giunta alla quarta edizione, un appuntamento che negli anni è diventato un simbolo di vicinanza concreta alla ricerca e all’assistenza sanitaria.
La manifestazione partirà alle ore 9 dal Parco del Castello e coinvolgerà cittadini di tutte le età in un percorso attraverso le vie della città, arricchito da momenti di Silent Fitness, con attività di aerobica e danza guidate tramite cuffie wireless. Un’esperienza originale e coinvolgente in cui il movimento diventa occasione di condivisione e sostegno.
L’iniziativa è promossa dalla Palestra Light Energy in collaborazione con Let’s Dance Company e con il patrocinio del Comune di Matera. Il ricavato sarà destinato ad APLETI e alle attività del reparto di Oncoematologia Pediatrica del Policlinico di Bari, centro di riferimento per la cura delle patologie oncologiche pediatriche.
L’edizione 2026 sosterrà in particolare il progetto “Adotta una famiglia”, nato per offrire un aiuto economico temporaneo alle famiglie dei piccoli pazienti, accompagnandole durante il percorso di cura e nel graduale ritorno alla normalità.
Dopo il successo dello scorso anno, che ha permesso di raccogliere 25mila euro, l’obiettivo è coinvolgere ancora più persone in una giornata in cui ogni partecipante può contribuire concretamente a sostenere la ricerca e regalare nuove speranze ai bambini e alle loro famiglie.
Informazioni utili
Evento: I Passi di Matera – IV edizione
Data: Domenica 14 giugno 2026
Orario: 09:00
Partenza: Parco del Castello, Matera
Tipologia: Camminata solidale con attività di Silent Fitness
Finalità: Sostegno ad APLETI e al reparto di Oncoematologia Pediatrica del Policlinico di Bari
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Trapianto di rene, la terapia CAR-T apre nuove speranze per i pazienti senza donatori compatibili Qui Salute Magazine
Una svolta che potrebbe cambiare il futuro dei trapianti. Grazie alla terapia CAR-T, due pazienti affetti da insufficienza renale terminale sono riusciti a ricevere un trapianto di rene dopo anni di attesa, nonostante fossero considerati tra i casi più complessi per la ricerca di un donatore compatibile.
Trapianto di rene, lo studio dell’Università della Pennsylvania
Il risultato arriva da uno studio clinico pionieristico condotto dall’Università della Pennsylvania e pubblicato sul New England Journal of Medicine. I due pazienti presentavano infatti un’elevata quantità di anticorpi in grado di attaccare e rigettare la maggior parte degli organi donati, una condizione che rende estremamente difficile l’accesso al trapianto.
«È la prima dimostrazione che le cellule CAR-T possono essere impiegate per aiutare pazienti che, fino ad oggi, non avevano alcuna possibilità di ricevere un rene compatibile», ha spiegato il ricercatore Ali Naji. «Per chi è costretto a rimanere per anni in lista d’attesa, questo approccio potrebbe rappresentare una vera rivoluzione».
Lo studio di fase I ha valutato l’efficacia di due diverse tipologie di cellule CAR-T, una terapia che modifica le cellule immunitarie del paziente per colpire in modo selettivo quelle responsabili della produzione degli anticorpi dannosi. L’obiettivo era quello di ridurre drasticamente tali anticorpi e “resettare” il sistema immunitario, rendendolo più tollerante nei confronti dell’organo trapiantato.
I primi risultati della ricerca sono incoraggianti
I risultati sono stati incoraggianti: entrambi i pazienti hanno registrato una netta diminuzione degli anticorpi responsabili del rigetto, condizione che ha consentito ai medici di individuare donatori precedentemente incompatibili. Successivamente, i due malati sono stati sottoposti con successo al trapianto di rene.
A oggi nessuno dei due ha manifestato segni di rigetto dell’organo, confermando il potenziale di una strategia terapeutica che potrebbe offrire nuove opportunità a migliaia di persone in attesa di un trapianto.
I ricercatori proseguiranno ora con le fasi successive dello studio, che prevedono l’utilizzo di dosi più elevate di cellule CAR-T e il coinvolgimento di un numero maggiore di pazienti, per confermare sicurezza ed efficacia di un trattamento che potrebbe segnare una nuova era nella medicina dei trapianti.
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Criteri Critici
La scoperta: Un farmaco contro il cancro sarebbe stato iniettato troppo spesso per anni | blue News blue News
L'oncologo Roger von Moos dell'Ospedale Cantonale dei Grigioni dimostra che il farmaco denosumab può essere somministrato molto meno frequentemente per le metastasi ossee, senza alcuna perdita di efficacia. IMAGO/BSIP
I dati di un nuovo studio dimostrano che il farmaco «denosumab» può essere somministrato meno frequentemente per le metastasi ossee, senza perdita di efficacia e con un potenziale risparmio.
Lea Oetiker Lea Oetiker
Hai fretta? blue News riassume per te Uno studio dimostra che il farmaco «denosumab» può essere somministrato meno frequentemente per le metastasi ossee, senza perdita di efficacia e con un potenziale di risparmio.
Così, in Svizzera, circa 5000 pazienti dovrebbero recarsi in ospedale solo quattro volte all'anno invece che dodici.
Allo stesso tempo, il risultato solleva questioni relative al sovratrattamento e alla ricerca scarsamente finanziata. Mostra di più
Uno studio presentato al più importante congresso oncologico del mondo a Chicago sta facendo scalpore.
L'oncologo Roger von Moos dell'Ospedale cantonale dei Grigioni ha dimostrato che il farmaco «denosumab» può essere somministrato con una frequenza significativamente inferiore per la cura delle metastasi ossee, senza alcuna perdita di efficacia.
La notizia è stata riportata dal quotidiano «SonntagsBlick».
Finora i pazienti ricevevano l'iniezione ogni quattro settimane, ma secondo i nuovi dati è invece sufficiente un'iniezione ogni dodici settimane.
In questo modo non solo si riducono gli effetti collaterali, ma anche l'onere per le persone colpite: in Svizzera, circa 5000 pazienti dovrebbero recarsi in ospedale solo quattro volte all'anno invece che dodici.
Sono stati esaminati 1'380 pazienti affetti da cancro
Il dottor Roger von Moos e il suo team hanno esaminato 1'380 pazienti affetti da cancro provenienti da Svizzera, Austria e Germania.
Per un periodo di dieci anni, alcuni partecipanti hanno ricevuto il «denosumab» ogni quattro settimane come in precedenza, mentre gli altri sono stati trattati solo ogni dodici settimane.
Il risultato? La somministrazione meno frequente non ha mostrato effetti negativi. Al contrario, i pazienti con l'intervallo di tre mesi hanno addirittura riportato meno effetti collaterali.
Per von Moos è chiaro che questa pratica diventerà «il nuovo standard di cura». Solo in Svizzera, vede un potenziale risparmio di circa 15 milioni di franchi all'anno.
Alcune incertezze
Tuttavia, i risultati sollevano questioni fondamentali. Ad esempio, non è chiaro quanti altri farmaci antitumorali siano attualmente utilizzati più frequentemente del necessario.
I farmaci antitumorali e le immunoterapie hanno generato costi per quasi tre miliardi in Svizzera nel 2024.
Un problema risiede nel finanziamento di tali studi: la ricerca sull'ottimizzazione è difficilmente sostenuta dall'industria farmaceutica, poiché non è economicamente interessante.
Di conseguenza, la ricerca indipendente è considerata cronicamente sottofinanziata, mentre il numero di studi clinici in Svizzera ristagna.
Allo stesso tempo, la Cina sta espandendo notevolmente le proprie capacità di ricerca. «Nessun paziente vuole essere curato solo sulla base di studi condotti in Cina», avverte Vincent Gruntz, direttore dell'Istituto svizzero del cancro, sempre al «SonntagsBlick».
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Natalia Paragoni, chemioterapia con la figlia neonata: "Pronta a una nuova infusione. Proverò a non cambiare la mia quotidianità" today.it
La forza di non voler cambiare nulla, il coraggio di affrontare il momento più difficile della propria vita mantenendo intatta, per quanto possibile, la normalità degli affetti e del quotidiano. Natalia Paragoni, 28 anni, ha scelto la via della totale trasparenza con il proprio pubblico per comunicare una delle sfide più complesse: la diagnosi di linfoma di Hodgkin. Una notizia arrivata come un fulmine a ciel sereno lo scorso aprile, quando l’influencer si trovava al settimo mese di gravidanza, e tenuta sotto il più stretto riserbo fino a quarantotto ore fa, appena un mese dopo la nascita della sua seconda figlia.
Dopo l’annuncio, travolta da centinaia di migliaia di messaggi di vicinanza e affetto da parte dei follower, l’ex volto di Uomini e Donne è tornat oggi a a parlare attraverso i social da un momento di relax a bordo piscina, ribadendo la ferma intenzione di non farsi sopraffare dalla malattia, soprattutto per il bene delle figlie piccole, e di voler includere chi la segue in questo percorso.
La chemio e le figlie vicine: “Questa settimana una nuova infusione”
Nel video diffuso nelle scorse ore, Natalia si mostra serena, sotto il sole: “Buongiorno a tutti, nuovo taglio, bella giornata, oggi è il compleanno di mio fratello. Vi ringrazio per l’affetto che mi avete mandato”. Il riferimento è al nuovo taglio di capelli, corto, una scelta legata all'inizio delle terapie e avvenuta tra le mura di casa in un momento di profonda e commovente quotidianità: ieri la ventottenne ha infatti accorciato i capelli in bagno, tenendo in braccio la figlia più piccola.
La volontà di non farsi isolare dal percorso medico è il filo conduttore del suo messaggio: “Vi porterò con me in tutta questa esperienza come ho sempre fatto in ogni mio viaggio o situazione bella o brutta che sia. Cercherò di portare avanti la mia quotidianità: lavoro, famiglia, essere triste e felice. Non voglio cambiare niente, anche se sarà inevitabile qualche cambiamento”. Le cure sono già entrate nel vivo: “Questa settimana ho la seconda infusione, la chiamo così perché mi piace di più”.
Subito dopo le sue parole, l’obiettivo dello smartphone si sposta per inquadrare quelle che definisce “le mie donne”, ovvero la madre e le sue due bambine, Ginevra e la neonata Beatrice, presenti con lei a bordo piscina. Una vicinanza, quella delle figlie in tenera età, che per l'influencer rappresenta il pilastro fondamentale da tenere stretto anche nei passaggi più delicati delle terapie.
Cos’è il linfoma di Hodgkin: le prospettive di guarigione
Da un punto di vista medico, il linfoma di Hodgkin è un tumore del sistema linfatico che si sviluppa a partire dai linfociti B. La patologia è scientificamente caratterizzata dalla presenza di cellule malate note come cellule di Reed-Sternberg. Nonostante la gravità della patologia, i dati clinici offrono ampie rassicurazioni: si tratta infatti di una delle neoplasie con il più alto tasso di guarigione in assoluto, che supera l'80-90% dei casi quando sottoposta a tempestivi trattamenti terapeutici. Una diagnosi con cui la ventottenne convive dallo scorso aprile, tutelando la privacy familiare fino al parto e alla nascita della secondogenita.
L'unione con Andrea Zelletta, dalla tv alla famiglia
Al centro di questa rete di supporto c’è la storia d'amore con Andrea Zelletta, un legame solido nato sotto i riflettori televisivi nella primavera del 2019, durante il dating show di Canale 5 Uomini e Donne. Da quel momento la coppia ha costruito un percorso comune, consolidato anno dopo anno. Prima la nascita della primogenita, Ginevra, e solo poche settimane fa l'arrivo della piccola Beatrice, che ha allargato la famiglia proprio a ridosso della scoperta della malattia, diventando, insieme alla sorella maggiore, la forza motrice con cui l'influencer ha deciso di affrontare le cure senza rinunciare ai propri affetti.
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Terapia CAR-T e autoimmunità: nuova frontiera medica focustech.it
Terapia CAR-T: quando la cura del cancro cambia la medicina
La medicina contemporanea sta attraversando una trasformazione profonda grazie alla terapia CAR-T, un approccio innovativo nato per combattere alcune forme di cancro del sangue e oggi al centro di un nuovo scenario scientifico: il possibile trattamento delle malattie autoimmuni.
Questa strategia, basata sulla riprogrammazione delle cellule immunitarie, sta attirando l’attenzione dei ricercatori perché potrebbe non solo spegnere la risposta immunitaria “impazzita”, ma addirittura resettare il sistema immunitario in condizioni patologiche come lupus, sclerosi multipla e altre malattie croniche.
Come funziona la terapia CAR-T
Il principio della CAR-T (Chimeric Antigen Receptor T-cell therapy) è tanto sofisticato quanto rivoluzionario. Le cellule T, protagoniste del sistema immunitario, vengono prelevate dal paziente e modificate in laboratorio per riconoscere bersagli specifici.
Una volta reinfuse nel corpo, queste cellule diventano veri e propri “cacciatori programmati”, capaci di individuare e distruggere cellule bersaglio. Il processo è reso possibile dall’inserimento di un recettore artificiale, il CAR (Chimeric Antigen Receptor).
Originariamente sviluppata per la lotta ai tumori del sangue, questa tecnologia è stata approvata per la prima volta nel 2017 dalla Food and Drug Administration, segnando una svolta nella medicina oncologica.
Dal cancro alle malattie autoimmuni: il cambio di paradigma
Il passaggio dalla oncologia alle patologie autoimmuni nasce da una scoperta chiave: molte di queste malattie sono alimentate dalle cellule B, responsabili della produzione di anticorpi che, in condizioni patologiche, attaccano i tessuti sani.
La terapia CAR-T, già efficace nell’eliminare cellule B cancerose, ha quindi aperto la possibilità di colpire anche quelle “difettose” coinvolte in disturbi come lupus, vasculiti, morbo di Graves e sclerosi multipla.
In questo contesto, studi clinici condotti in diversi centri internazionali stanno testando la capacità della terapia di ottenere una sorta di reset immunologico, riportando il sistema difensivo a uno stato simile a quello precedente alla malattia.
Un esempio significativo arriva da una ricerca pubblicata sul New England Journal of Medicine, che ha documentato i primi risultati positivi dell’utilizzo della CAR-T in pazienti affetti da lupus, aprendo la strada a una nuova linea di sperimentazione clinica.
Le promesse cliniche: remissioni e miglioramenti inattesi
I dati preliminari provenienti da diversi studi sono incoraggianti. In alcune sperimentazioni su malattie autoimmuni neurologiche e sistemiche, pazienti con gravi difficoltà motorie hanno mostrato miglioramenti significativi dopo una singola infusione.
In alcuni casi, persone che necessitavano di ausili per camminare hanno recuperato una mobilità parziale o completa nel giro di poche settimane. Altri pazienti hanno riportato una riduzione della necessità di terapie immunosoppressive.
Tra gli istituti coinvolti nella ricerca figura anche la University of Nebraska Medical Center, uno dei centri pionieri nell’applicazione della terapia CAR-T alle patologie autoimmuni.
Secondo alcuni specialisti, il potenziale di questo approccio non riguarda solo il controllo dei sintomi, ma la possibilità di intervenire sulla radice immunologica della malattia.
Rischi, effetti collaterali e incognite
Nonostante l’entusiasmo, la terapia CAR-T resta un trattamento complesso e non privo di rischi. Uno dei principali effetti collaterali è la cosiddetta sindrome da rilascio di citochine, una risposta infiammatoria intensa che può provocare febbre alta, ipotensione e, nei casi più gravi, complicazioni neurologiche.
Come sottolineano gli esperti della Cleveland Clinic, questi effetti sono oggi più gestibili rispetto al passato, grazie a protocolli di monitoraggio e intervento precoce, ma richiedono comunque un ambiente clinico altamente specializzato.
Un’altra criticità riguarda la immunosoppressione temporanea: eliminando le cellule B, il paziente diventa vulnerabile alle infezioni per periodi che possono durare mesi. Questo impone una gestione attenta con antibiotici, antivirali e strategie preventive.
Restano inoltre interrogativi aperti sulla durata degli effetti: non è ancora chiaro se il “reset immunitario” ottenuto sia permanente o destinato a svanire nel tempo.
Il futuro della CAR-T: sicurezza, costi e nuove generazioni
La ricerca si sta già muovendo verso versioni più sicure e sostenibili della terapia. Una delle direzioni più promettenti riguarda l’uso dell’mRNA al posto del DNA per programmare temporaneamente le cellule immunitarie, riducendo il rischio di effetti a lungo termine.
Parallelamente, si stanno sviluppando modelli “off-the-shelf”, cioè terapie prodotte da cellule di donatori compatibili e utilizzabili su larga scala. Questa soluzione potrebbe abbattere i costi, oggi ancora molto elevati, che rendono la CAR-T una terapia accessibile solo in contesti altamente specializzati.
Un altro fronte di ricerca riguarda la possibilità di modificare le cellule T direttamente all’interno dell’organismo, evitando la fase di manipolazione in laboratorio.
Una rivoluzione ancora in costruzione
La terapia CAR-T rappresenta uno dei più importanti esempi di trasferimento tecnologico tra oncologia e immunologia clinica. Tuttavia, nonostante i risultati promettenti, la comunità scientifica mantiene un atteggiamento prudente.
Il bilanciamento tra benefici e rischi è ancora in fase di definizione, soprattutto considerando la natura estremamente variabile delle malattie autoimmuni.
Come spesso accade nelle grandi innovazioni mediche, la vera sfida non è solo dimostrare l’efficacia del trattamento, ma comprenderne a fondo le conseguenze a lungo termine.
In questo scenario, la CAR-T non è ancora una cura definitiva, ma una finestra aperta su un possibile futuro in cui il sistema immunitario potrebbe essere riparato, riprogrammato e riarmonizzato invece che semplicemente soppresso.
Una prospettiva che, se confermata, potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui la medicina affronta le malattie autoimmuni nei prossimi decenni.
Foto di Darko Stojanovic da Pixabay
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Cancro in aumento nel mondo: entro il 2050 potrebbero mancare 100 milioni di operatori sanitari Pazienti.it
L'invecchiamento della popolazione mondiale e l'aumento complessivo degli abitanti del pianeta stanno contribuendo a una crescita costante dei casi di cancro. Secondo un nuovo rapporto commissionato da The Lancet Oncology, entro il 2050 si potrebbero registrare 35,3 milioni di nuove diagnosi di tumore ogni anno e circa 18,5 milioni di decessi legati alla malattia.
Gli esperti sottolineano che sette persone su dieci tra quelle che riceveranno una diagnosi vivranno in Paesi a basso o medio reddito, dove le probabilità di sopravvivenza restano sensibilmente inferiori rispetto alle nazioni più sviluppate.
Questo incremento rispecchia la transizione epidemiologica globale. L'aumento della speranza di vita sposta il carico sanitario dalle malattie infettive a quelle croniche non trasmissibili.
La carenza di personale sanitario preoccupa gli esperti
Lo studio evidenzia un problema che potrebbe diventare centrale nei prossimi decenni: la mancanza di professionisti sanitari specializzati nella diagnosi e nel trattamento dei tumori. Secondo le stime, entro il 2050 il sistema sanitario globale potrebbe trovarsi ad affrontare una carenza di circa 100 milioni di operatori rispetto al fabbisogno necessario per gestire l'aumento dei pazienti oncologici.
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Le figure più richieste saranno gli infermieri, con un deficit previsto di 65 milioni di professionisti, seguiti da radiologi, patologi e altri specialisti della diagnostica, per i quali potrebbero mancare circa 16 milioni di operatori. A questi si aggiungono una carenza di 10 milioni di medici specialisti, 6 milioni di professionisti clinici avanzati e circa 15 milioni di tecnici e operatori sanitari qualificati.
Africa e Asia tra le aree più vulnerabili
Le conseguenze potrebbero essere particolarmente pesanti in Africa e in molte regioni dell'Asia. Il rapporto prevede che nel 2050 i tassi di sopravvivenza a cinque anni dal cancro possano fermarsi al 34% in Africa e al 39% in Asia, valori nettamente inferiori rispetto a quelli stimati per Nord America e Oceania, dove potrebbero raggiungere il 60%.
Gli autori sottolineano inoltre che circa un tumore su tre non viene diagnosticato nel mondo e che in alcune aree africane oltre il 60% dei casi potrebbe rimanere senza una diagnosi. In molti contesti, spiegano i ricercatori, il luogo in cui una persona riceve cure e assistenza influisce sulla sopravvivenza più della tipologia stessa di tumore.
Le possibili soluzioni
Per affrontare il problema, gli esperti propongono una serie di interventi che includono investimenti nella formazione, una migliore distribuzione del personale sanitario, l'utilizzo di tecnologie digitali e sistemi basati sull'intelligenza artificiale, oltre alla creazione di un registro globale della forza lavoro oncologica, oggi ancora inesistente.
Secondo il rapporto, un rafforzamento efficace del sistema potrebbe contribuire a evitare fino a 170 milioni di morti per cancro tra il 2030 e il 2050.
Gli autori del documento definiscono questi dati un chiaro segnale d'allarme. Senza interventi rapidi e coordinati, l'aumento dei casi di cancro rischia infatti di superare la capacità dei sistemi sanitari di offrire diagnosi e cure adeguate a milioni di persone nel mondo.
Fonti:
ScienceAlert - Growing 'Cancer Crisis' Requires Millions More Healthcare Workers, Report Warns
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Tumore del colon-retto: prevenzione primaria e screening possono cambiare la prognosi La Provincia di Cremona
CREMONA - Protagonista della rubrica ‘Il medico risponde’ è il dottor Roberto Grassia, direttore di Endoscopia Digestiva e Gastroenterologia dell’Asst di Cremona.
Che cos’è il cancro del colon-retto?
«Il cancro del colon-retto è una neoplasia che si sviluppa nell’ultimo tratto dell’apparato digerente. Nasce dalla proliferazione delle cellule che rivestono il colon e segue generalmente un percorso lento: da piccoli polipi benigni può evolvere progressivamente fino a forme invasive. Questo processo richiede spesso dai 10 ai 15 anni e rappresenta un vantaggio perché consente di intervenire precocemente attraverso la prevenzione e la diagnosi precoce».
Quali sono i numeri in Italia e nel mondo?
«Il tumore del colon-retto è uno dei principali tumori per diffusione. In Italia è il secondo più frequente nella popolazione femminile e il terzo in quella maschile. Ogni anno si registrano ancora circa 50mila nuovi casi. Le possibilità di cura sono però in costante miglioramento grazie ai progressi dell’endoscopia, della chirurgia, della radioterapia e delle terapie farmacologiche. La prognosi dipende sempre dallo stadio della malattia al momento della diagnosi. Negli ultimi anni si sta osservando un cambiamento epidemiologico: mentre nei soggetti sopra i 50 anni incidenza e mortalità tendono a diminuire, nella popolazione più giovane si registra un aumento dei casi e dei decessi. Questo accade spesso perché nei pazienti under 50 la diagnosi arriva più tardi».
Che cosa si intende per prevenzione primaria?
«La prevenzione primaria comprende tutte le azioni che riducono il rischio di sviluppare la malattia prima che compaia. Sappiamo che obesità, fumo, consumo di alcol e alimentazione ricca di cibi ultra processati aumentano il rischio nel corso degli anni. Per questo la prevenzione deve iniziare fin dall’età giovanile, privilegiando alimenti ricchi di fibre, limitando i prodotti ultra processati e adottando uno stile di vita sano. È importante inoltre evitare il fumo e ridurre il consumo di bevande alcoliche».
Parliamo di screening. Che cos’è e perché si fa?
«Lo screening si rivolge a persone che non presentano sintomi ma che potrebbero avere una malattia già presente in fase iniziale. In Italia il primo livello consiste nella ricerca del sangue occulto nelle feci. Se il test risulta positivo, il paziente viene indirizzato alla colonscopia. L’efficacia dello screening dipende dall’adesione della popolazione. Anche in Lombardia i tassi di partecipazione sono ancora troppo bassi, attorno al 50%. Incrementare l’adesione significa aumentare le possibilità di individuare la malattia quando è ancora curabile».
Quali sono i sintomi e i segnali d’allarme?
«Esistono sintomi che meritano sempre attenzione, anche nelle persone sotto i 50 anni. Tra questi vi sono anemia e stanchezza, alterazioni dell’alvo non spiegabili da altre cause, calo di peso involontario, sanguinamento rettale e dolore notturno. In presenza di questi segnali è opportuno rivolgersi al medico. Spesso l’approfondimento diagnostico richiede una colonscopia, che rappresenta non solo uno strumento di diagnosi ma anche di trattamento. Durante l’esame è infatti possibile individuare e rimuovere polipi o lesioni superficiali prima che evolvano verso forme più avanzate».
Quale messaggio lanciare?
«È fondamentale conoscere i propri fattori di rischio e intervenire su quelli modificabili, come alimentazione, sedentarietà, obesità, fumo e consumo di alcol. Occorre inoltre prestare attenzione alla storia familiare e ad eventuali patologie predisponenti, che possono richiedere controlli specifici. Un altro messaggio importante riguarda lo screening. Quando arriva l’invito a eseguire il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci non bisogna ignorarlo. Un risultato positivo non significa necessariamente avere un tumore, ma permette di eseguire approfondimenti e di individuare eventuali lesioni in una fase precoce. Per questo è importante aderire sempre ai programmi di screening».
La rubrica, realizzata insieme ad Asst di Cremona, può essere ascoltata sul sito de ‘La Provincia’ e anche su YouTube.
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La senologa Girardi: «Tumore al seno, la diagnosi precoce salva la vita» Giornale di Brescia
La dott.ssa Veronica Girardi , radiologa, responsabile del Servizio di senologia clinica dell’Istituto Clinico Sant’Anna, è stata eletta presidente del (GISMa) Gruppo italiano di screening mammografico . Un riconoscimento importante per una professionista che da anni opera nell'ambito della diagnosi precoce e della prevenzione del tumore della mammella e che è stata ospite mercoledì a Obiettivo Salute.
La sua nomina arriva in un momento in cui il tema della prevenzione continua a rappresentare una delle sfide più importanti della sanità pubblica: il tumore della mammella , infatti, è la neoplasia più frequente nella popolazione femminile, ma è anche una delle forme tumorali per le quali la diagnosi precoce può fare maggiormente la differenza.
Il valore dello screening e la diagnosi precoce
«Oggi abbiamo a disposizione strumenti diagnostici sempre più efficaci, ma il vero elemento che può cambiare la storia naturale della malattia è l'adesione ai programmi di screening – ha spiegato la dottoressa Girardi durante la trasmissione – intercettare una lesione nelle sue fasi iniziali significa aumentare significativamente le possibilità di guarigione e, molto spesso, poter ricorrere a trattamenti meno invasivi».
Secondo la specialista, la prevenzione non deve essere vista come un appuntamento occasionale, ma come un percorso che accompagna la donna nelle diverse fasi della vita. «La mammografia resta l'esame di riferimento per lo screening organizzato e ha dimostrato negli anni di ridurre la mortalità per tumore al seno. È fondamentale che le donne rispondano agli inviti e comprendano il valore di questo strumento».
Proprio lo screening mammografico organizzato rappresenta il cuore dell'attività del GISMa, società scientifica fondata nel 1990 che riunisce tutte le figure professionali coinvolte nel percorso di prevenzione, diagnosi e cura del tumore mammario. Radiologi, anatomopatologi, chirurghi, oncologi, epidemiologi, tecnici sanitari di radiologia medica, infermieri, fisici e ingegneri clinici lavorano insieme per garantire standard elevati di qualità e sicurezza. Un approccio multidisciplinare che rappresenta uno dei punti di forza del sistema di screening italiano.
Qualità e monitoraggio
«Dietro una mammografia non c'è soltanto un esame diagnostico – ha sottolineato la Girardi – c'è una rete di professionisti che lavora quotidianamente per garantire accuratezza, appropriatezza e qualità. Ogni fase del percorso viene monitorata attraverso indicatori rigorosi che permettono di mantenere elevati gli standard assistenziali». L'associazione promuove attività di ricerca scientifica, aggiornamento professionale, formazione continua e sviluppo di linee guida condivise. Un lavoro spesso poco visibile ai cittadini, ma fondamentale per assicurare che i programmi di screening siano efficaci e uniformi su tutto il territorio nazionale.
La donna protagonista del proprio percorso di benessere
Nel corso della puntata di Obiettivo Salute, la specialista ha affrontato anche alcuni dubbi molto diffusi tra le donne. Tra questi, la paura dell'esame o il timore di ricevere una diagnosi. «Comprensibilmente esiste ancora una certa apprensione quando si parla di mammografia, ma è importante ricordare che la prevenzione non deve spaventare, al contrario, è uno strumento di tutela della propria salute».
La dott.ssa Girardi ospite a Obiettivo Salute
La diagnosi precoce, infatti, permette oggi percentuali di sopravvivenza sempre più elevate, grazie ai progressi della medicina, molte forme di tumore mammario individuate in fase iniziale possono essere curate con ottimi risultati e con un impatto sempre minore sulla qualità di vita delle pazienti. «La prevenzione non si esaurisce con l'esame diagnostico – ha aggiunto la dottoressa Girardi – significa anche conoscere il proprio corpo, segnalare eventuali cambiamenti e seguire i percorsi consigliati dagli specialisti. Ogni donna deve sentirsi protagonista della propria salute».
AI e sfide future
Tra le sfide che attendono il nuovo direttivo del GISMa ci sarà anche quella legata all'innovazione tecnologica e all'intelligenza artificiale applicata alla diagnostica senologica. L'obiettivo sarà quello di integrare strumenti innovativi mantenendo sempre al centro la qualità clinica e la sicurezza delle pazienti. «L'intelligenza artificiale rappresenta una grande opportunità, sia per la formazione dei professionisti sia per il supporto all'attività diagnostica – ha spiegato la Girardi – ma ogni innovazione deve essere validata scientificamente e monitorata nel tempo per garantire affidabilità e appropriatezza».
Il riconoscimento
L'elezione della dott.ssa Girardi rappresenta quindi il riconoscimento di un percorso professionale consolidato, nel corso degli anni ha ricoperto incarichi di responsabilità all'interno delle società scientifiche e svolge da oltre dieci anni attività di radiologia senologica con certificazione EUSOMA, uno dei più autorevoli standard europei di qualità per i centri dedicati alla diagnosi e alla cura delle patologie della mammella.
La dott.ssa Girardi eletta presidente del GISMa
Un incarico prestigioso che arriva con un messaggio chiaro rivolto alle donne: la prevenzione resta il primo alleato nella lotta contro il tumore al seno. «Se c'è un invito che vorrei rivolgere a tutte le donne – ha concluso durante Obiettivo Salute – è quello di non rimandare i controlli, la diagnosi precoce salva vite, e ogni adesione allo screening rappresenta un'opportunità concreta di proteggere la propria salute».