Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
52.6/100
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Criteri Critici
A Genova record di trapianti. Policlinico San Martino: raggiunti i 100 pazienti trattati con terapia CAR-T (Roberto Bobbio) FarodiRoma
Un traguardo che racconta la crescita della medicina di precisione e, insieme, la capacità del sistema sanitario ligure di confrontarsi con alcune delle sfide più avanzate dell’oncologia contemporanea. Il Centro Trapianti di cellule staminali e terapie cellulari dell’AOM IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova ha raggiunto quota 100 pazienti trattati con terapia CAR-T, una delle strategie terapeutiche più innovative oggi disponibili per alcune neoplasie ematologiche.
Il risultato assume un significato ancora maggiore considerando che il programma CAR-T del Policlinico è stato avviato in un periodo particolarmente difficile, segnato dall’emergenza pandemica, e che negli anni è stato consolidato attraverso un percorso di crescita organizzativa, tecnologica e professionale. Un percorso che ha consentito a un numero sempre maggiore di pazienti di accedere a una terapia altamente specialistica, destinata soprattutto a chi non ha ottenuto benefici sufficienti dalle terapie convenzionali.
Le CAR-T, acronimo di Chimeric Antigen Receptor T-cell, rappresentano una forma avanzata di terapia cellulare personalizzata. Il trattamento parte dai linfociti T del paziente, cellule del sistema immunitario che vengono prelevate e successivamente modificate in laboratorio attraverso sofisticate tecniche di ingegneria genetica. L’obiettivo è renderle capaci di riconoscere specifici bersagli presenti sulle cellule tumorali. Una volta reinfuse nell’organismo, le cellule CAR-T possono quindi individuare e attaccare le cellule malate in maniera mirata.
In Italia questa terapia viene attualmente utilizzata per diverse neoplasie ematologiche a cellule B, comprese alcune forme di leucemia e differenti tipi di linfoma recidivati o refrattari alle terapie convenzionali. Le indicazioni terapeutiche si sono progressivamente ampliate e comprendono oggi anche il mieloma multiplo.
Si tratta, in particolare, di una possibilità terapeutica rivolta a pazienti che hanno già affrontato trattamenti come la chemioterapia e il trapianto di cellule staminali emopoietiche senza ottenere una risposta adeguata o che hanno sviluppato una recidiva. In questi casi la terapia CAR-T può offrire una concreta possibilità di controllo della malattia e, per una parte significativa dei pazienti, anche prospettive di remissione duratura.
La complessità di questo tipo di trattamento richiede però una struttura organizzativa altrettanto sofisticata. Al Policlinico San Martino il programma è affidato a un CAR-T Team multidisciplinare, nel quale operano ematologi con esperienza nel trapianto di cellule staminali, neurologi, cardiologi, infettivologi, anestesisti, specialisti della medicina trasfusionale e farmacisti ospedalieri. A questi professionisti si affiancano due équipe infermieristiche dedicate: una specializzata nelle procedure di aferesi, necessarie per la raccolta delle cellule, e una impegnata nella presa in carico e nel monitoraggio dei pazienti sottoposti alla terapia.
Una squadra costruita per affrontare anche le possibili complicanze e tossicità associate alle CAR-T, che richiedono un controllo clinico particolarmente attento e una stretta collaborazione tra discipline differenti.
“Il traguardo dei 100 pazienti trattati con terapia CAR-T al Policlinico San Martino rappresenta un risultato di grande importanza per tutta la Liguria”, sottolinea l’assessore regionale alla Sanità Massimo Nicolò. “Parliamo di una terapia altamente innovativa e complessa, che offre nuove possibilità di cura a pazienti affetti da patologie ematologiche particolarmente difficili da trattare”.
Nicolò ha rivolto un ringraziamento al direttore del Centro, Emanuele Angelucci, ai professionisti del CAR-T Team e a tutti gli operatori sanitari impegnati quotidianamente nell’assistenza ai pazienti, ricordando anche il ruolo delle associazioni che accompagnano le persone malate e le loro famiglie.
Per l’assessore, il risultato raggiunto deve essere considerato non come un punto di arrivo, ma come una tappa di un percorso più ampio. “Il nostro obiettivo deve essere continuare a investire nella ricerca, nelle terapie avanzate e nelle professionalità, perché ogni innovazione che diventa cura accessibile rappresenta un passo avanti per la qualità e l’efficacia del nostro sistema sanitario”, afferma Nicolò.
Sulla stessa linea Monica Calamai, direttore generale di AOM Liguria, che definisce il traguardo dei 100 pazienti il risultato di un lavoro costruito nel tempo. “È un importante risultato costruito nel tempo, grazie alla competenza di un team multidisciplinare altamente specializzato e alla collaborazione tra diverse professionalità”, osserva Calamai. In un settore terapeutico in continua evoluzione, aggiunge, consolidare un programma CAR-T significa offrire ai pazienti affetti da patologie ematologiche complesse “una possibilità terapeutica avanzata e, in molti casi, una nuova prospettiva di vita”.
Ma il percorso del San Martino non si ferma alle applicazioni già consolidate in campo ematologico. Sono infatti attive anche due importanti sperimentazioni che guardano a possibili nuovi impieghi delle terapie cellulari. Una riguarda le patologie autoimmuni ed è condotta in collaborazione con l’équipe del professor De Palma; l’altra è dedicata alla sclerosi multipla, in collaborazione con la Neurologia diretta dal professor Schenone e dalla professoressa Inglese.
È proprio l’estensione della ricerca a nuove patologie a rendere particolarmente significativo il risultato raggiunto a Genova. La CAR-T, nata come strumento di frontiera per affrontare alcune forme di tumore del sangue resistenti alle terapie convenzionali, sta progressivamente ampliando il proprio campo di applicazione e alimentando nuove prospettive nella medicina personalizzata.
Dietro il numero cento, dunque, non c’è soltanto una cifra simbolica. Ci sono cento percorsi clinici, cento pazienti e altrettante storie personali affrontate attraverso una terapia che richiede competenze altamente specialistiche, tecnologie avanzate e una presa in carico multidisciplinare. Il traguardo del Policlinico San Martino conferma così il ruolo della struttura genovese nella rete italiana delle terapie cellulari e indica una direzione precisa: fare in modo che la ricerca più avanzata possa trasformarsi, sempre più rapidamente, in possibilità concrete di cura.
Roberto Bobbio
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Moderna vola in Borsa dopo risultati positivi sperimentazione contro melanoma Teleborsa
Moderna vola in Borsa dopo risultati positivi sperimentazione contro melanoma
(Teleborsa) - Le azioni Moderna balzano di circa il 150% dopo l'annuncio che un vaccino sperimentale personalizzato contro il cancro, sviluppato insieme a Merck , ha mostrato risultati iniziali positivi nella sua prima sperimentazione di fase avanzata.
La terapia combinata ha raggiunto l'obiettivo principale dello studio, ovvero prolungare significativamente il tempo di sopravvivenza dei pazienti senza recidiva del melanoma, rispetto al trattamento con Keytruda in monoterapia, e ha anche ridotto il rischio di metastasi in altre parti del corpo.
I dati iniziali suggeriscono che la combinazione potrebbe rappresentare una nuova opzione terapeutica per la forma più letale di cancro della pelle e convalidare un nuovo approccio di trattamento personalizzato.
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Vola il titolo di Moderna a Wall Street dopo i risultati positivi del test condotto insieme a Merk sul nuovo vaccino sperimentale contro il melanoma. Il farmaco sarebbe riuscito a...
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Vola il titolo di Moderna a Wall Street dopo i risultati positivi del test condotto insieme a Merk sul nuovo vaccino sperimentale contro il melanoma. Il farmaco sarebbe riuscito a prevenire la recidiva e la sua diffusione in uno studio condotto su pazienti affetti dalla forma di patologia più complessa: si apre così la strada a un trattamento potenzialmente innovativo in grado di prolungare la vita delle migliaia di persone a cui ogni anno viene diagnosticato questo tumore della pelle potenzialmente letale. Le azioni del colosso farmaceutico americano sono subito balzate fino a +160 per cento. Decisamente più contenuto ma comunque significativo il rialzo di Merck che sale dell'11 per cento.
Il vaccino a mRna, somministrato in combinazione con l'immunoterapico Keytruda di Merck, ha raggiunto - fanno sapere e due aziende farmaceutiche - gli obiettivi chiave dello studio di fase 3 condotto su oltre 1.100 pazienti affetti da melanoma ad alto rischio o in stadio avanzato, i quali erano stati sottoposti a intervento chirurgico per la rimozione completa della massa tumorale. La terapia ha inoltre ridotto il rischio di diffusione del tumore in altre parti del corpo. Questi risultati confermano e integrano i dati positivi emersi dallo studio di fase 2 condotto sullo stesso regime terapeutico all'inizio dell'anno.
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Per l'azienda americana Moderna tra le pioniere della tecnologia innovativa a base di mRna impiegata per prima nello sviluppo di uno dei vaccini contro il Covid - insieme all'altro vaccino realizzato da Pfizer-BioNTech - è un passo molto importante per la sua pipeline di prodotti. Così come è importante per questa frontiera della ricerca che sta scommettendo, subito dopo la pandemia, sullo sviluppo dei primi vaccini a mRna anti-tumore. In pista ci sono infatti diverse sperimentazioni in corso per Moderna così come per altre Big Pharma per impiegare questa tecnologia contro altre neoplasie come quelle che aggrediscono il polmone, il rene o il pancreas. Questi vaccini personalizzati - va sottolineato - non sono preventivi ma terapeutici.
«Si tratta del primo annuncio di risultati positivi di fase 3 per una terapia oncologica basata su mRna», hanno dichiarato Merck e Moderna in un comunicato congiunto. «Per molti anni, l'idea di creare un trattamento a mRna progettato specificamente per il tumore di un singolo individuo era difficile da immaginare. Oggi stiamo contribuendo a trasformare quella visione in realtà», ha affermato Stéphane Bancel, Ceo di Moderna. Merck e Moderna intendono ora presentare i dati a un prossimo convegno scientifico e avviare l'iter per ottenere l'approvazione normativa del trattamento. «Siamo all'inizio di una grande svolta nel campo dell'oncologia: nella terapia adiuvante l'immunoterapia aveva raggiunto già certi risultati, ora con questo vaccino terapeutico personalizzato a mRna aumentano i benefici e diminuiscono le ricadute dei pazienti già operati», avverte Paolo Ascierto, oncologo e direttore dell'Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell'Istituto Pascale di Napoli, tra i maggiori esperti di melanoma. Che aggiunge: “Ora aspettiamo i dati che saranno presentati, ma questo è solo l'inizio per i vaccini mRna anti-tumore».
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Criteri Critici
C' è un farmaco per l' asma che è anche un antitumorale Zazoom Social News
È stato scoperto che un farmaco usato per l'asma ha anche proprietà antitumorali. La ricerca ha evidenziato che questo medicinale, originariamente destinato alla cura dell'asma, può essere utile anche nel trattamento di alcune forme di cancro. La scoperta arriva da studi che hanno analizzato le proprietà di farmaci esistenti, senza sviluppare nuovi composti. Attualmente, sono in corso ulteriori approfondimenti per verificare l’efficacia e la sicurezza di questa applicazione. La ricerca lavora costantemente per trovare nuove soluzioni per sconfiggere il cancro e migliorare la vita dei pazienti che convivono con la malattia. Talvolta nuove soluzioni arrivano in modo inaspettato coinvolgendo anche farmaci che vengono usati per il trattamento di altre problematiche. Un recente studio ha scoperto come un medicinale usato per il trattamento dell'asma sembrerebbe avere un impatto contro i tumori aggressivi. Il team di ricercatori guidati da Bin Zhang dell'università Northwestern, ha pubblicato sulla rivista Nature Cancer i risultati di uno studio che ha coinvolto il montelukast, chiamato anche Singulair, un medicinale usato contro l'asma e che sembrerebbe aiutare anche nell'affrontare diverse tipologie di tumori.🔗 Leggi su Gazzetta.it I bambini con l'asma possono avere un gatto? Lo studio che "assolve" i feliniUno studio pubblicato su Frontiers in Allergy ha analizzato l'effetto della presenza di gatti in casa su bambini con asma. Antinfiammatori intelligenti: arriva il farmaco che si accende con la luceUn nuovo farmaco antinfiammatorio si accende con la luce, offrendo una possibile innovazione nel trattamento del dolore. Temi più discussi:Le tre peggiori città per gli asmatici; Farmaci: Usa, 125'000 morti anno tra malati che non li prendono; Etna, cenere vulcanica: cosa respiriamo davvero? La parola alla pneumologa; Fumo degli incendi in Friuli: dove si sente, qualità dell'aria e cosa fare in casa. C'è un farmaco per l'asma che è anche un antitumoraleUn farmaco per l'asma sembra essere utile anche contro i tumori i risultati di un recente e promettente studio.gazzetta.it Asma e carenza di salbutamolo: serve un piano nazionale per garantire un farmaco essenzialeIl salbutamolo, farmaco broncodilatatore di prima scelta nelle crisi d’asma, è sempre più difficile da trovare nelle farmacie italiane. La sua carenza, segnalata ormai da mesi, mette a rischio ...iodonna.it Cerca News e Video
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Criteri Critici
Una sola terapia genica riesce a invertire una cardiomiopatia: cosa è successo nei mini-cuori umani Mondosanità
Le recenti ricerche sulle cardiomiopatie ereditarie indicano una strada di grande interesse: intervenire non soltanto sulle conseguenze della malattia, ma sulla sua causa molecolare, restituendo alle cellule cardiache una funzione genetica compromessa. È una prospettiva importante, che tuttavia deve essere interpretata correttamente. Non siamo ancora di fronte a una terapia disponibile per i pazienti, bensì a una dimostrazione sperimentale, ottenuta nei topi e in tessuti cardiaci costruiti in laboratorio, secondo cui una cardiomiopatia già sviluppata può almeno in questi modelli regredire.
Il lavoro, condotto dal Murdoch Children’s Research Institute di Melbourne e pubblicato su Nature Cardiovascular Research, riguarda ALPK3, un gene le cui varianti possono causare forme anche molto severe di cardiomiopatia. In queste malattie l’alterazione genetica compromette proteine necessarie al muscolo cardiaco, per cui il cuore può progressivamente ingrossarsi, perdere capacità contrattile e sviluppare anomalie del ritmo. I ricercatori hanno utilizzato un vettore virale adeno-associato, cioè un sistema capace di trasportare materiale genetico nelle cellule, per introdurre nel cuore una copia completa e funzionante di ALPK3.
La distinzione essenziale è questa: non si tratta di compensare un danno già prodotto attraverso una terapia rivolta ai soli sintomi, ma di tentare di ripristinare il meccanismo cellulare dal quale il danno ha avuto origine. Il principio appare lineare: se la cellula non dispone correttamente di ALPK3, le si fornisce nuovamente la possibilità di produrre la proteina necessaria. Ma dalla semplicità del principio non deve derivare l’illusione di una facile applicazione clinica. La terapia genica richiede infatti che il gene raggiunga le cellule appropriate, che sia espresso in misura adeguata e che l’effetto risulti sufficientemente sicuro e duraturo.
Lo studio si è sviluppato lungo tre direttrici. Innanzitutto, nei topi geneticamente modificati per manifestare una cardiomiopatia simile a quella umana, la somministrazione subito dopo la nascita ha impedito la comparsa delle principali alterazioni cardiache. In secondo luogo, e questo è il dato più significativo, il trattamento è stato impiegato in animali adulti nei quali la malattia era già presente: il cuore ha recuperato struttura e capacità di contrazione. Infine, l’analisi delle cellule ha mostrato la normalizzazione di oltre il 95% della firma molecolare associata alla patologia, vale a dire dell’insieme delle alterazioni biologiche che ne caratterizzavano il tessuto cardiaco.
Perché il ripristino di un solo gene produce un effetto così esteso? ALPK3 sembra partecipare all’organizzazione del sarcomero, la struttura microscopica attraverso la quale il muscolo cardiaco si contrae, e ai sistemi incaricati di controllare e smaltire le proteine danneggiate. Reintrodurlo, pertanto, non equivale semplicemente ad aggiungere un componente assente: può consentire alla cellula di ristabilire l’ordine di una parte più ampia della propria macchina contrattile e dei propri meccanismi di manutenzione.
Una seconda conferma è arrivata dagli organoidi cardiaci, i cosiddetti “mini-cuori”, ottenuti da cellule staminali derivate da pazienti. Si tratta di piccoli tessuti tridimensionali che riproducono alcune proprietà funzionali del cuore umano, pur senza coincidere con la complessità di un organo completo. Nei modelli portatori di varianti di ALPK3 la contrazione risultava debole e irregolare; dopo l’introduzione della copia sana del gene, la forza e la regolarità contrattile si sono avvicinate ai valori normali. È un risultato coerente con quanto osservato negli animali e rafforza l’ipotesi biologica, ma non costituisce ancora una prova di efficacia nell’uomo.
Lo studio apre inoltre una possibilità più ampia. Attraverso Geneformer, un modello di intelligenza artificiale impiegato per analizzare le relazioni tra geni, i ricercatori hanno individuato un legame particolarmente forte fra ALPK3 e TTN, il gene che contiene le istruzioni per la titina. Le varianti troncanti di TTN, che determinano la produzione incompleta della proteina, sono fra le principali cause genetiche di cardiomiopatia dilatativa. Poiché TTN è estremamente grande, inserirlo negli attuali vettori di terapia genica è particolarmente difficile. Eppure, nei tessuti cardiaci ottenuti da portatori di queste varianti, l’aumento di ALPK3 ha migliorato la capacità di contrazione nonostante il difetto genetico riguardasse TTN.
Questo non significa che sia stata trovata una cura comune per tutte le cardiomiopatie genetiche. Significa, più precisamente, che intervenire su un nodo condiviso dell’organizzazione contrattile e del controllo delle proteine potrebbe produrre benefici anche quando il difetto originario riguarda un gene diverso. È probabilmente l’ipotesi più promettente del lavoro, perché consentirebbe di superare almeno in alcuni casi il modello di una terapia costruita per una sola mutazione. Ed è, nello stesso tempo, l’ipotesi che richiede le verifiche più rigorose.
I limiti sono chiari. Nessun paziente è stato ancora trattato; gli organoidi rimangono modelli di laboratorio e il topo, per quanto accuratamente progettato, non permette di stabilire con certezza quale sarà nell’uomo l’efficacia, quale dose risulterà adeguata, quanto durerà il beneficio e quali rischi potranno emergere. Gli stessi ricercatori ritengono necessari ulteriori studi di sicurezza e stanno cercando partner per accompagnare il programma verso la sperimentazione clinica. La distanza dal laboratorio al letto del malato resta dunque considerevole.
Ciò non toglie che sia stato spostato un confine scientifico rilevante. Per molto tempo, di fronte a una malattia genetica del cuore, l’obiettivo realistico è stato soprattutto controllarne le conseguenze. Oggi questo studio suggerisce che si possa cominciare a pensare anche alla regressione del danno attraverso la correzione del meccanismo molecolare che lo produce. La speranza è legittima soltanto quando procede insieme al metodo, alla prudenza e alla verifica. Ma è proprio questa speranza razionale — non il miracolismo, bensì il cammino paziente della ricerca — che può trasformare una scoperta biologica in una futura possibilità di cura.
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McNamara JW, Keen EB, Sutton R, et al. “Alpha Protein Kinase 3 Gene Therapy Restores Heart Function in Mouse and Human Models of Cardiomyopathy”. Nature Cardiovascular Research, 19 agosto 2026. DOI: 10.1038/s44161-026-00843-1.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Ampliamento della fascia d'età per lo screening del tumore al seno Portugal Resident
La Lega portoghese contro il cancro appoggia la decisione del governo di estendere la fascia d'età a coloro che hanno un'età compresa tra i 45 e i 69 anni.
La Lega portoghese contro il cancro (LPCC) ha accolto con favore la decisione del governo di estendere la fascia d'età per lo screening del tumore al seno dai 45 ai 69 anni, in linea con le più recenti raccomandazioni europee. Fino ad ora, la fascia d'età coperta dal programma nazionale di screening del tumore al seno era compresa tra i 50 e i 69 anni.
Il presidente dell'LPCC, Vitor Veloso, si è detto entusiasta di questo passo avanti nella lotta contro il cancro. "Siamo lieti che il Portogallo dia priorità alla prevenzione e alla diagnosi precoce, allineando le sue politiche alle migliori pratiche europee".
Nel 2022, il Consiglio dell'Unione europea ha raccomandato agli Stati membri di estendere la fascia d'età coperta dallo screening di popolazione per il tumore al seno, includendo le fasce d'età 45-49 e 70-74 anni.
Vitor Veloso aggiunge: “È evidente che l’inclusione di queste fasce d’età rafforza la salute pubblica. L’ampliamento consentirà un maggior numero di diagnosi precoci e, di conseguenza, trattamenti meno invasivi e più efficaci, contribuendo a una significativa riduzione dell’incidenza dei tumori invasivi e della mortalità specifica dovuta al tumore al seno”.
Secondo i dati più recenti sul cancro al seno in Portogallo, pubblicati dall'Osservatorio globale sul cancro dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per il 2022, si stima che circa 9,000 donne abbiano ricevuto una diagnosi di cancro al seno e che oltre 2,000 siano decedute a causa della malattia.
Con una percentuale di guarigione superiore al 90% se diagnosticato e trattato precocemente, il cancro al seno, sebbene più comune nelle donne, colpisce anche gli uomini (1 caso su 100).
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Criteri Critici
C'è un farmaco per l'asma che è anche un antitumorale La Gazzetta dello Sport
Un recente studio ha mostrato come il montelukast, chiamato anche Singulair, potrebbe aiutare contro il cancro
Riccardo Cristilli
La ricerca lavora costantemente per trovare nuove soluzioni per sconfiggere il cancro e migliorare la vita dei pazienti che convivono con la malattia. Talvolta nuove soluzioni arrivano in modo inaspettato coinvolgendo anche farmaci che vengono usati per il trattamento di altre problematiche. Un recente studio ha scoperto come un medicinale usato per il trattamento dell'asma sembrerebbe avere un impatto contro i tumori aggressivi.
farmaco contro tumori — Il team di ricercatori guidati da Bin Zhang dell'università Northwestern, ha pubblicato sulla rivista Nature Cancer i risultati di uno studio che ha coinvolto il montelukast, chiamato anche Singulair, un medicinale usato contro l'asma e che sembrerebbe aiutare anche nell'affrontare diverse tipologie di tumori. In particolare i ricercatori si sono concentrati sul modo in cui i tumori dirottino i globuli bianchi per eludere l'immunoterapia, usando un modello murino e dei tessuti umani per effettuare gli esperimenti. L'obiettivo era quindi trovare dei modi alternativi per trattare quelle tipologie di cancro che hanno una maggiore resistenza all'immunoterapia, tra cui il carcinoma mammario triplo negativo.
la ricerca — I ricercatori hanno evidenziato come la molecola CysLTR1 che ha un ruolo nell'asma e nell'infiammazione, viene contrastata da farmaci come montelukast. Attraverso i loro esperimenti gli studiosi della Nortwhestern hanno scoperto che molti tumori sfruttano quel gene CysLTR1 per resistere alle terapie, ingannando il sistema immunitario spingendolo a favorire la crescita di un gruppo di globuli bianchi chiamati neutrofili che favoriscono lo sviluppo del tumore. Quella molecola avrebbe il ruolo di interruttore di questo processo e i ricercatori hanno notato che bloccandola, attraverso l'uso di farmaci come il Singulair, il sistema immunitario tornava ad avere le capacità per bloccare la crescita delle neoplasie. Questo approccio non lavora sulla rimozione dei globuli bianchi dannosi ma sulla loro trasformazione, rieducando le cellule a combattere il tumore. In diversi animali questa operazione ne migliorava la sopravvivenza ripristinando la risposta immunitaria. I ricercatori hanno utilizzato ampi set di dati di pazienti oncologici, ma anche campioni di tumori umani, cellule immunitarie umane e modelli murini per svolgere le loro analisi.
Il team di ricerca spera di poter passare presto a una fase di sperimentazione clinica, considerando anche che questi farmaci che bloccano il CysLTR1 sono già approvati, visto che attraverso i dati dei pazienti oncologici hanno potuto dimostrare che la maggiore attività di quella molecola era collegata a un tasso di sopravvivenza più basso e a una scarsa risposto all'immunoterapia.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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Criteri Critici
La Regina Camilla parla della malattia di Re Carlo: "Ecco come abbiamo gestito la diagnosi di cancro" Adnkronos
"Non è stato facile mantenere quel segreto, ma ora guardate mio marito: niente lo ha fermato". A parlare è la Regina consorte Camilla che per la prima volta ha raccontato in pubblico il diffiicile momento vissuto qualche anno fa - esattamente a febbraio del 2024 -, quando al marito, Re Carlo III, è stato diagnosticato un tumore.
Lo ha fatto in un nuovo video diffuso da Buckingham Palace, in cui ha parlato apertamente del cancro del consorte, di cui non si sono mai conosciuti i dettagli, intervistata da Laura Lee, CEO dell'organizzazione benefica di supporto ai malati di cancro Maggie's Centres.
"A quel tempo, nessuno poteva dire nulla. È stato piuttosto difficile. Stavo per dire qualcosa, ma ho sentito che non era il momento giusto", ha detto Camilla, che il prossimo anno compirà 80 anni. Momenti difficili, che però hanno reso la coppia reale ancora più unita: "Niente lo ha fermato. Ha semplicemente detto: 'Sconfiggerò anche questo'", ha aggiunto la regina, che ha anche spiegato come l'annuncio della malattia del marito le abbia anche permesso di comprendere meglio la situazione di tante altre famiglie. "All'improvviso, è tuo marito a ricevere una diagnosi, e devi aiutarlo e cercare di capire tutto", ha concluso. A distanza di oltre due anni, Re Carlo III è ancora in cura per il cancro. Buckingham Palace ha però ribadito che le sue condizioni di salute continuano a migliorare.
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📰 La Repubblica📅 2026-08-19T14:23:57Z✍️ salute@gedi.it (Redazione di Salute)
terapia oncologica
Meno recidive e meno metastasi nei pazienti già operati rispetto alla sola immunoterapia. Intervista all’oncologo Paolo Ascierto del Pascale di Napoli, che lo ha sperimentato: “Un modello replicabile con altri tumori, parliamo di un modo diverso di fare oncol…
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Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Successo della terapia genica anche per il cuore: riparate certe cardiomiopatie “scritte” nel DNA la Repubblica
Partiamo dall’inizio.La proteina Alfa-chinasi 3 o ALPK3 è fondamentale per la corretta formazione delle cellule cardiache. Se viene prodotta in modo anomalo per difetti genetici può portare a dilatazione del cuore, a volte già presente ed importante al momento della nascita quando il quadro si manifesta nei bimbi. In questi casi, l’evoluzione verso lo scompenso può essere tanto rapida da portare al trapianto, oltre che al controllo di eventuali aritmie. Nelle forme meno gravi, poi, il quadro può anche comparire nell’adulto: conduce progressivamente ad insufficienza cardiaca. In futuro, grazie ad una sola iniezione di terapia genica, questa malattia rara potrebbe fare meno paura perché il cuore potrebbe riaccendersi, superando il difetto genetico. Ad accendere la speranza (siamo solo a livello di laboratorio) è una ricerca pubblicata su Nature Cardiovascular Research condotta dagli esperti del Murdoch Children's Research Institute (MCRI) di Melbourne. Lo studio (primo nome James W. McNamara) dimostra infatti che la somministrazione del gene ALPK3 con una singola iniezione ha invertito la malattia del muscolo cardiaco in tessuti cardiaci di pazienti coltivati in laboratorio e in modelli murini. In pratica, con il trattamento si sono annullati gli effetti delle varianti del gene alterato, responsabili della cardiomiopatia. Non solo: grazie all’Intelligenza Artificiale, si sono testati questi approcci in altre forme di cardiomiopatia dilatativa su base genetica più comuni, aprendo l’orizzonte a nuove prospettive.
Cuore e aritmie fatali nei giovani, verso la cura su misura per il disturbo del ritmo di 26 Maggio 2026 di Federico Mereta
Mini-cuori che tornano normali
Gli studiosi australiani hanno creato un modello animale di cardiomiopatia da ALPK3: i topolini neonati portatori di una versione difettosa di ALPK3 sviluppano cuori ingrossati e una ridotta funzionalità cardiaca, riproducendo fedelmente la gravità a esordio precoce osservata nei bambini affetti. Gli esperti hanno quindi reintrodotto la versione “normale” di ALPK3 grazie alla terapia genica che hanno messo a punto, arrivando a riparare l'impalcatura strutturale delle cellule cardiache malate e restituendo, in ultima analisi, la capacità di pompa al cuore malato. “In modo sorprendente, abbiamo anche dimostrato che la terapia non solo preveniva la cardiomiopatia nei topi neonati, ma invertiva completamente la malattia nei topi adulti – commenta McNamara in una nota dell’Istituto di Melbourne -. Questo è stato un risultato di enorme importanza, che ci ha suggerito che il cuore dipende fortemente da ALPK3”. Proprio in seguito a questa osservazione si è voluto ripetere il trattamento in in tessuti cardiaci coltivati a partire da cellule staminali create da pazienti con la stessa variante genetica di ALPK3 utilizzata nei topi. In pratica questi “avatar” dei cuori in coltura presentavano lo stesso tipo di cardiomiopatia dei pazienti con varianti del gene ALPK3. Anche in questo caso la terapia ha funzionato: “abbiamo sostituito le copie difettose di ALPK3 con la versione sana e abbiamo ripristinato completamente la normale forza e il ritmo del battito nei mini cuori – segnala McNamara -”.
Infarto, ictus e aritmie: organoidi, terapia genica e AI. Come la ricerca salverà il cuore di 16 Giugno 2025 di Federico Mereta
Verso la correzione di altri difetti
Dopo queste osservazioni, ovviamente, è apparso importante provare ad allargare il raggio d’azione di questa terapia genica. Così è entrata in gioco un sistema di Intelligenza Artificiale sviluppato da Christina Theodoris, presso i Gladstone Institutes in California, per verificare se ipotetiche varianti patogene in altri geni potessero essere corrette ripristinando la proteina ALPK3. E si è visto che la terapia genica potrebbe contribuire a correggere altre malattie cardiache genetiche, non solo quelle causate dalle varianti di ALPK3, come le varianti troncanti di TTN, la causa genetica più comune di cardiomiopatia dilatativa. Il gene TTN regola la produzione della titina, una grande proteina che favorisce la forza e la contrazione delle cellule del miocardio e più in generale dei muscoli. La mutazione a carico di questo gene, spesso in forma “troncante” rappresenta la causa genetica più comune di cardiomiopatia dilatativa e spiegano almeno un quinto dei casi di natura familiare. Non si può parlare oggi di terapia genica mirata a correggere direttamente questo difetto genetico, e quindi si è puntato proprio su ALPK3, un vero e proprio “interruttore di controllo qualità” per molte importanti proteine cardiache. Come rileva Mc Namara si è scoperto che “l'aggiunta di ALPK3 sano migliora la contrazione muscolare nei tessuti cardiaci creati da persone portatrici di una forma troncata di titina -”. Insomma: seppur in fase iniziale, questi risultati rappresentano un passo importante verso la cura delle malattie cardiache genetiche. La speranza è di poter evitare ai bambini malati trapianti di cuore, procedure chirurgiche o con catetere, terapie farmacologiche a lungo termine e dispositivi impiantabili come defibrillatori.
Dopo l’infarto, la terapia genica proteggerà così il cuore dalle aritmie letali di 31 Luglio 2025 di Federico Mereta
Cosa potrebbe cambiare
“Si tratta di un’innovazione sperimentale di grande interesse perché, nei modelli animali, una sola somministrazione della terapia genica non ha soltanto prevenuto la cardiomiopatia da deficit di ALPK3, ma ha migliorato la contrattilità anche dopo la comparsa della disfunzione ventricolare, facendo risalire la frazione di eiezione da circa il 31 al 50% - fa sapere Ciro Indolfi, Presidente della Fondazione Italiana Cuore e Circolazione – SIC -. Tuttavia, non possiamo ancora parlare di una cura per i pazienti: i risultati derivano da topi e da tessuti cardiaci coltivati, mentre nelle forme legate al gene TTN l’efficacia è stata osservata solo in laboratorio. Occorrerà verificare sicurezza, dosaggio, durata dell’effetto e possibili reazioni immunitarie, soprattutto nei cuori con fibrosi avanzata. Se tutte le successive fasi di sperimentazione avranno esito favorevole, l’arrivo nella pratica clinica richiederà realisticamente almeno 5-10 anni”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Ricerca oncologica, Chieti tra i 20 centri di esperienza News Istruzione
Università
La Radioterapia Oncologica dell'Università d'Annunzio di Chieti è stata inserita tra i venti centri di eccellenza italiani per i tumori gastrointestinali.
L’Unità Operativa Complessa di Radioterapia Oncologica dell’Università degli Studi "Gabriele d’Annunzio" di Chieti-Pescara è stata inserita tra i venti Centri di Esperienza nazionali per la cura e la ricerca sui tumori del tratto gastrointestinale. Il riconoscimento, annunciato ufficialmente dall'ateneo abruzzese il 18 agosto, premia l'elevata specializzazione clinica e il contributo scientifico offerto dalla struttura universitaria integrata con la rete sanitaria regionale.
L'inserimento nel network nazionale valorizza l'attività svolta dal centro chietino, posizionandolo al fianco dei principali poli della ricerca oncologica italiana. Per la comunità accademica e per gli studenti dell'ateneo, la novità rappresenta una conferma dell'alto livello formativo e scientifico raggiunto dai dipartimenti dell'area medica.
I criteri della selezione e il ruolo della struttura
La selezione dei venti Centri di Esperienza si basa su rigorosi parametri clinici e di ricerca scientifica. Tra i requisiti presi in considerazione rientrano il volume di pazienti trattati, l'adozione di protocolli terapeutici avanzati, l'impiego di tecnologie radioterapiche di ultima generazione e la partecipazione attiva a studi clinici multicentrici coordinati a livello nazionale e internazionale.
La struttura dell'ateneo abruzzese si distingue per l'integrazione tra la pratica clinica quotidiana e la formazione accademica, garantendo ai medici specializzandi, ai dottorandi e ai ricercatori un contesto d'eccellenza in cui sviluppare competenze all'avanguardia nelle tecniche di radioterapia di precisione.
Specializzazione clinica: trattamenti radioterapici mirati e personalizzati per i tumori dell'apparato digerente.
trattamenti radioterapici mirati e personalizzati per i tumori dell'apparato digerente. Attrezzature tecnologiche: utilizzo di sistemi di posizionamento e guida per immagini per la massima accuratezza delle radiazioni.
utilizzo di sistemi di posizionamento e guida per immagini per la massima accuratezza delle radiazioni. Integrazione accademica: stretta sinergia tra l'attività dell'Ospedale "SS. Annunziata" di Chieti e i dipartimenti di ricerca dell'Università "G. d'Annunzio".
Che cosa cambia per l'ateneo e per il territorio
L'ingresso in questo ristretto gruppo di strutture di riferimento nazionale porta benefici concreti sia sul fronte scientifico sia su quello dell'assistenza ai pazienti del territorio abruzzese e delle regioni limitrofe.
Sul piano accademico, l'ateneo rafforza la propria capacità di attrarre finanziamenti dedicati alla ricerca oncologica, bandi di studio e collaborazioni con altri istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS). Inoltre, aumenta l'attrattività dei percorsi di specializzazione medica e dei corsi di laurea delle professioni sanitarie afferenti all'area radiologica e oncologica.
Per quanto riguarda l'impatto sanitario, la presenza di un centro riconosciuto a livello nazionale consente ai pazienti locali di accedere a trattamenti innovativi e sperimentazioni cliniche avanzate direttamente sul proprio territorio, riducendo la necessità di ricorrere alla mobilità sanitaria verso altre regioni.
Come consultare le informazioni e le attività scientifiche
Le attività della struttura, le linee di ricerca attive e i dettagli sulle opzioni terapeutiche sono consultabili direttamente attraverso il portale istituzionale dell'ateneo, alla sezione notizie dell'’Università "G. d'Annunzio" di Chieti-Pescara.
L'inserimento della Radioterapia Oncologica tra i venti centri d'eccellenza conferma il ruolo centrale delle università italiane non solo nella didattica, ma anche nella generazione di conoscenza scientifica con un impatto diretto sulla salute pubblica e sul progresso della medicina traslazionale.
Il documento ufficiale: il provvedimento sul sito unich.it.
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Un paziente di 49 anni affetto da leucemia è stato sottoposto con successo a un trapianto di cellule staminali. Vietnam.vn
Secondo la Dott.ssa Pham Thi Viet Anh, vicedirettrice del Centro di Ematologia e Trasfusione di Sangue dell'Ospedale 19-8, il paziente sottoposto con successo a trapianto di cellule staminali è un uomo nato nel 1977, a cui era stata diagnosticata la leucemia (mieloma multiplo) nell'agosto del 2025. Il paziente è stato sottoposto a diversi cicli di chemioterapia, le sue condizioni si sono stabilizzate e le cellule staminali sono state prelevate e conservate. Valutando il rischio di recidiva precoce e i potenziali effetti collaterali della chemioterapia, i medici hanno deciso di eseguire un trapianto di cellule staminali per aiutare il paziente ad avere una migliore qualità di vita dopo il trattamento. Il trapianto è stato eseguito il 29 luglio. Dopo oltre 20 giorni di monitoraggio, il paziente era completamente stabile ed è stato dimesso il 18 agosto. Le condizioni di salute del paziente si sono stabilizzate dopo il trapianto di cellule staminali ematopoietiche (Foto: fornita dall'ospedale). Secondo Viet Anh, studente di master, il trapianto di cellule staminali ematopoietiche ha dimostrato la sua efficacia nel trattamento di numerose patologie, in particolare del mieloma multiplo e di alcune forme di linfoma. Tuttavia, eseguire un trapianto di cellule staminali non è semplicemente una questione di effettuare una procedura. Dietro a esso si cela un sistema di processi che comprende la selezione del paziente, la valutazione pre-trapianto, la mobilizzazione, la raccolta e la conservazione delle cellule staminali, il trattamento di condizionamento, l'infusione delle cellule staminali, il controllo delle infezioni, le trasfusioni di sangue e di emoderivati, l'assistenza nutrizionale, il monitoraggio del trapianto contro l'impianto e l'individuazione e la gestione tempestiva delle complicanze. "Dietro un trapianto di successo non c'è solo la tecnica. Ci sono anche i giorni che il paziente può trascorrere di nuovo con la sua famiglia, l'opportunità di tornare al lavoro e più anni da vivere con i propri cari", ha affermato Viet Anh, studente di master. In Vietnam, molti pazienti che si sono sottoposti a trapianto di cellule staminali per la leucemia godono di un'ottima qualità di vita, vivono in salute per decenni, si sposano e hanno figli. Sono in grado di tornare a una vita normale, lavorando, vivendo efacendo attività fisicacome le persone comuni. Paziente il giorno delle dimissioni (Foto: fornita dall'ospedale). In particolare, il costo del trapianto autologo di cellule staminali in Vietnam è accessibile, offrendo a molti pazienti l'opportunità di accedere al trattamento. Secondo Viet Anh, studente di master presso l'Ospedale 19-8, l'obiettivo di padroneggiare le tecniche di trapianto di cellule staminali va oltre la mera rilevanza professionale. Risorse umane ben formate e procedure sempre più standardizzate contribuiscono a contenere i costi del trattamento in modo più ragionevole, riducendo al contempo il peso sui pazienti e sulle loro famiglie. In precedenza, il Centro di Ematologia e Trasfusione di Sangue dell'Ospedale 19-8 ha eseguito un trapianto autologo di cellule ematiche su due pazienti, con il supporto professionale dell'Istituto Nazionale di Ematologia e Trasfusione di Sangue. In questo caso, i medici dell'ospedale hanno padroneggiato la procedura, portandola a termine con successo al 100%, e i pazienti sono stati dimessi in condizioni stabili. Fonte: https://dantri.com.vn/suc-khoe/benh-nhan-49-tuoi-mac-ung-thu-mau-duoc-ghep-te-bao-goc-thanh-cong-20260819141804007.htm
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Al Centro trapianti del San Martino curati 100 pazienti con terapia Car-T ANSA
Redazione AnsaGENOVA - Agosto 19,2026 - News (ANSA) - GENOVA, 19 AGO - Il Centro trapianti di cellule staminali e terapie cellulari, diretto dal dottor Emanuele Angelucci, dell'ospedale policlinico San Martino taglia il traguardo dei 100 pazienti trattati con terapia Car-T. Si tratta di una delle più innovative e promettenti strategie terapeutiche oggi disponibili per la cura di specifiche neoplasie ematologiche.Il programma era stato avviato con l'emergenza pandemica ed è proseguito negli anni con continuità.Le Chimeric antigen receptor (CAR) - T cell, sono terapie cellulari personalizzate basate sui linfociti T del paziente.Attraverso sofisticate tecniche di ingegneria genetica, questi linfociti vengono modificati in laboratorio per riconoscere specifici bersagli presenti sulle cellule tumorali. Una volta re-infuse nel paziente, le cellule Car-T sono in grado di individuare e distruggere in modo mirato quelle malate.Al momento in Italia la terapia è impiegata nel trattamento di diverse neoplasie ematologiche a cellule B, tra cui alcune forme di leucemia e diversi tipi di linfoma recidivati o refrattari alle terapie convenzionali. Negli ultimi anni, le indicazioni si sono progressivamente ampliate e oggi comprendono anche il mieloma multiplo. Sono inoltre attive presso il Policlinico due importanti sperimentazioni che promettono speranze anche per altre categorie di pazienti: una nelle patologie auto-immuni in collaborazione con l'equipe del professor De Palma e una nella sclerosi multipla in collaborazione con la Neurologia diretta dal professor Schenone e dalla professoressa Inglese.Al San Martino il programma Car-T è gestito da una specifica unità funzionale multidisciplinare composta da ematologi esperti in trapianto di cellule staminali, neurologi, cardiologi, infettivologi, anestesisti, medici della medicina trasfusionale e farmacisti ospedalieri. A supporto dell'attività operano inoltre due team infermieristici dedicati."Il nostro obiettivo - spiega l'assessore alla Sanità Massimo Nicolò - deve essere continuare a investire nella ricerca, nelle terapie avanzate e nelle professionalità, perché ogni innovazione che diventa cura accessibile rappresenta un passo avanti per la qualità e l'efficacia del nostro sistema sanitario". (ANSA).
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Il Centro trapianti di cellule staminali e terapie cellulari, diretto dal dottor Emanuele Angelucci, dell'ospedale policlinico San Martino taglia il traguardo dei 100 pazienti trattati con terapia Car-T. (ANSA)
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Protonterapia al Cro di Aviano: calato il "gantry" da 75 tonnellate, pazienti dal 2027 PordenoneToday
Al Centro di riferimento oncologico (Cro) di Aviano è stato calato nel bunker il gantry, il grande braccio rotante da circa 75 tonnellate che costituisce il cuore del nuovo impianto di Protonterapia. L'installazione è avvenuta attraverso l'apertura temporanea del tetto della struttura. Il giorno seguente è previsto il calaggio del sincrociclotrone, l'acceleratore da circa 50 tonnellate. Completate tutte le fasi di montaggio, collaudo e validazione, i primi pazienti potrebbero essere trattati nell'autunno del 2027.
Un investimento da 38,5 milioni per una tecnologia d'avanguardia
Il progetto, avviato nel settembre 2024 e affidato al raggruppamento temporaneo di imprese composto dalla belga IBA - Ion Beam Applications e dalla Bettiol Srl, ha un quadro economico complessivo di 38,5 milioni di euro, finanziati dalla Regione e da fondi propri del Cro, comprese le risorse derivanti dalle donazioni private e dal 5 per mille. L'installazione del sistema richiederà circa 11 mesi e comprenderà il montaggio meccanico delle componenti, la validazione dell'acceleratore, i sistemi di posizionamento del paziente e di gestione del fascio, le verifiche radiografiche e la validazione complessiva del centro.
Con questo impianto il Cro diventerà il primo istituto oncologico pubblico italiano dotato di Protonterapia e il quinto centro in Italia a disporre di questa tecnologia, dopo il Centro di protonterapia di Trento, il Centro nazionale di adroterapia oncologica (CNAO) di Pavia, il centro CATANA di Catania e Humanitas di Rozzano, nell'area metropolitana di Milano.
Come funziona la protonterapia e perché è diversa
A illustrare le caratteristiche cliniche dell'impianto è stato il direttore dell'Oncologia radioterapica del Cro, Maurizio Mascarin. La nuova tecnologia consentirà di affiancare alla radioterapia tradizionale con fotoni anche il trattamento con protoni, permettendo di scegliere la modalità più appropriata in base alle caratteristiche della patologia e del paziente.
La differenza principale rispetto alla radioterapia convenzionale consiste nella possibilità di controllare la profondità alla quale il fascio di protoni si arresta, limitando l'irradiazione dei tessuti sani circostanti. Questo riduce gli effetti collaterali tardivi e assume particolare rilevanza nei pazienti pediatrici, nei tumori localizzati vicino a organi critici e nelle recidive che interessano aree già sottoposte a radioterapia.
Mascarin ha sottolineato come oggi siano osservabili, anche a distanza di 25-30 anni, effetti tardivi delle terapie radioterapiche effettuate negli anni Ottanta e Novanta, tra cui i cosiddetti secondi tumori indotti dai precedenti trattamenti. La Protonterapia punta quindi anche a ridurre questo tipo di conseguenze a lungo termine.
Numeri e bacino d'utenza
Il reparto di Oncologia radioterapica del Cro tratta attualmente circa 2.300 nuovi pazienti ogni anno. Si stima che la Protonterapia potrà essere utilizzata per circa 150-200 pazienti all'anno, pari a circa il 10 per cento della casistica, con una capacità a regime di circa 20 pazienti al giorno.
Il bacino di riferimento comprenderà il Veneto, ma anche Slovenia e Austria. Particolare rilievo avrà l'attività di ricerca: una parte del tempo macchina sarà destinata allo studio dell'interazione dei protoni con i nuovi farmaci oncologici, gli immunoterapici e le terapie molecolari.
Dal punto di vista tecnico, il coordinatore dei lavori per IBA Group, Matteo Pasini, ha illustrato come la precisione richiesta per il trattamento sia nell'ordine del decimo di millimetro, con la necessità di un accurato allineamento e calibrazione di tutte le componenti. Il responsabile del procedimento, Dimitri Troncon, ha spiegato che il cantiere prevede anche il completamento della copertura del bunker e delle opere di radioprotezione: in alcuni punti i muri raggiungono uno spessore vicino ai tre metri.
La nuova struttura sarà collegata all'attuale Radioterapia oncologica attraverso un corridoio interrato e comprenderà il bunker per il macchinario e le sale di trattamento, oltre a un'area sanitaria per l'accoglienza, l'attività clinica e i servizi di supporto.
La visita in cantiere
Alla visita al cantiere, ad accesso ridotto per motivi di sicurezza, erano presenti l'assessore regionale alla Salute, Riccardo Riccardi, il sindaco di Aviano Paolo Tassan-Zanin, Michelangelo Agrusti, presidente della Fondazione Cro Aviano Onlus e di Confindustria Alto Adriatico — promotore fin dagli anni Novanta della richiesta di questo investimento per il Cro — e Piero Cappelletti, presidente del Comitato di indirizzo e valutazione del Cro e già direttore generale dell'istituto.
"Questa è simbolicamente una giornata molto importante perché l'investimento per la protonterapia al Cro di Aviano è molto oneroso ed è una scelta forte, che rivendico con forza: l'onere delle decisioni è un peso che spesso si preferisce evitare per il suo costo, ma che poi si paga in termini di capacità di risposta ai bisogni di salute delle persone. Mi auguro che questo investimento rafforzi la reputazione del nostro sistema sanitario, restituendo fiducia ai cittadini e superando le contrapposizioni di chi guarda ai destini dei singoli e non a quelli della comunità. Oggi considerare una neoplasia oncologica come un elemento di cronicità è una grande conquista" - ha dichiarato Riccardi.