Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Perseveranza e approccio corretto: fattori cruciali nel trattamento del cancro al polmone. Vietnam.vn
Oggi, i progressi della medicina di precisione stanno rendendo il trattamento del cancro al polmone più personalizzato. Grazie a una diagnosi accurata e all'accesso al trattamento più appropriato, i pazienti hanno maggiori possibilità di ottenere risultati migliori a lungo termine. Perché l'aderenza al trattamento è importante? Alla World Lung Cancer Conference 2026 (WCLC 2026), i dati aggiornati dello studio di fase III ADAURA hanno continuato a fornire prove cruciali per il trattamento del carcinoma polmonare non a piccole cellule in stadio iniziale con mutazioni dell'EGFR dopo l'intervento chirurgico. Si tratta del set di dati di sopravvivenza più lungo mai pubblicato in uno studio globale di fase III su questa popolazione di pazienti. Il Congresso mondiale sul cancro al polmone (WCLC 2026), svoltosi a Seul, in Corea del Sud , ha attirato migliaia di esperti, medici e ricercatori da tutto il mondo (Foto: TN).
Dopo 8 anni di follow-up, nei pazienti in stadio II-IIIA, il trattamento adiuvante con osimertinib ha ridotto il rischio di morte del 47% rispetto al placebo. Il tasso di sopravvivenza a 8 anni è stato del 74%, rispetto al 58% nel gruppo placebo. Nell'intero gruppo di pazienti dallo stadio IB al IIIA, il trattamento con osimertinib ha ridotto il rischio di morte del 48%, con un tasso di sopravvivenza a 8 anni del 79%, rispetto al 64% nel gruppo placebo. Oltre ai risultati degli studi clinici, i dati reali presentati alla conferenza hanno anche dimostrato che interrompere precocemente il trattamento prima del completamento del ciclo raccomandato può aumentare il rischio di recidiva o di decesso. Ciò sottolinea l'importanza della collaborazione tra pazienti e operatori sanitari , aiutando i pazienti a comprendere il proprio piano terapeutico e ad aderire alle indicazioni del medico. Il trattamento del cancro ai polmoni richiede un percorso di cura completo.
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Oggi, la cura del tumore al polmone non è più di esclusiva competenza di una singola specialità. Dalla diagnostica per immagini, all'anatomia patologica e ai test di biologia molecolare, fino alla chirurgia, alla terapia farmacologica e al monitoraggio a lungo termine, ogni fase svolge un ruolo cruciale nello sviluppo di un piano di trattamento adeguato per ogni singolo paziente. La collaborazione tra diverse specialità consente una valutazione più completa dei pazienti e supporta le decisioni terapeutiche basate sulle caratteristiche patologiche individuali. Questo rappresenta anche un fondamento cruciale per i benefici concreti della medicina di precisione per i pazienti. Ampliare le opportunità per i pazienti affetti da tumore al polmone in Vietnam. In Vietnam, molti pazienti incontrano ancora difficoltà nell'accesso alla diagnosi precoce, ai test di biologia molecolare e alle terapie avanzate. Tuttavia, grazie allo sviluppo della scienza e agli sforzi per migliorare le capacità del sistema sanitario, le opportunità di accedere a soluzioni terapeutiche adeguate si stanno gradualmente ampliando.
Condividendo le sue riflessioni dopo aver partecipato alla conferenza, il Dott. Nguyen Van Loi, Vice Primario del Dipartimento di Chirurgia Toracica del K Hospital, ha dichiarato: "I dati di sopravvivenza a 8 anni dello studio ADAURA confermano ulteriormente i benefici a lungo termine del trattamento adiuvante con osimertinib nei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule in stadio iniziale con mutazioni del gene EGFR dopo l'intervento chirurgico. Questo risultato dimostra anche l'importanza della diagnosi precoce, di test genetici appropriati e del supporto ai pazienti nell'aderenza al piano terapeutico prescritto dal medico." Lo studio ADAURA mostra segnali positivi nel trattamento del cancro ai polmoni (Foto: TN). Oltre ai progressi nel trattamento, si prevede che un migliore accesso ai test di biologia molecolare, a diagnosi accurate e a soluzioni terapeutiche basate sull'evidenza contribuiranno in futuro a migliorare gli esiti del trattamento per i pazienti affetti da tumore al polmone in Vietnam.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Farmacia ospedaliera, l’organizzazione delle cure in ambito oncologico e oncoematologico al centro di PharmacON Farmacista33
Farmacia ospedaliera
farmacisti ospedalieri
20 Ottobre 2026
Farmacia ospedaliera, l’organizzazione delle cure in ambito oncologico e oncoematologico al centro di PharmacON Un evento Sifo a Pisa sull’ecosistema della farmacia oncologica: al centro dei lavori innovazione terapeutica, organizzativa e professionale di Redazione Farmacista33
Si è conclusa a Pisa la diciassettesima edizione di PharmacON, organizzata dalla Società italiana di farmacia ospedaliera e incentrata sui temi dell’innovazione terapeutica, organizzativa e professionale in ambito oncologico ed onco-ematologico. L’evento - “Dall’oncologia ed ematologia di precisione alla decentralizzazione delle terapie: il nuovo ecosistema della farmacia oncologica” - ha coinvolto oltre centocinquanta professionisti provenienti dalla farmacia ospedaliera e da altre specialità sanitarie, concludendosi con una esercitazione pratica di programmazione economico-sanitaria coordinata da Giuseppe Turchetti, docente di Economia e management presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.
"È stata una due giorni molto intensa, partecipata e densa di contenuti”, commenta il coordinatore scientifico Alessandro D’Arpin. “Ogni anno a questo evento diamo un'impronta diversa e per l'edizione 2026 abbiamo deciso di fare un focus sulla sostenibilità delle cure incontrandoci all’interno della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, che è un centro nevralgico della governance delle politiche sanitarie. Abbiamo individuato il tema nevralgico delle terapie oncologiche ed ematologiche, nelle quali molte novità sono arrivate in questo settore, con le terapie geniche, con le CAR-T, i farmaci bispecifici e con le più avanzate terapie orali che possono andare in sostituzione delle iniettive. Tutto questo modifica il paradigma di trattamento e ci costringe di conseguenza a fare dei ripensamenti sui paradigmi del trattamento delle diverse patologie”.
Si parla di ecosistema, per D’Arpino, perché “ci preme mostrare come ogni tassello del sistema del farmaco e delle cure sia strettamente correlato. Viene affermato molto spesso: non è più possibile ragionare per compartimenti stagni e noi ci crediamo davvero. E non mi riferisco soltanto alle categorie professionali con le quali si interfaccia il farmacista, dagli oncologi ai provveditori, ma anche al ripensamento del lavoro stesso del farmacista ospedaliero. Bisogna cioè fare in modo che anche all'interno della farmacia i colleghi professionisti che ormai hanno acquisito specializzazioni diverse - chi si occupa di galenica spesso non si occupa di gare e viceversa - interagisca in maniera diretta e quotidiana con il collega, perché altrimenti non riusciamo a garantire un servizio farmaceutico adeguato a quella che è la richiesta dell'ospedale e del territorio”.
Trama (Sifo): oncologia area cruciale per la professione
Presente a PharmacON 2026, il vice presidente Sifo Ugo Trama afferma che “l'oncologia è una delle aree cliniche maggiormente vissute e sentite dalla nostra professione. Il ruolo del farmacista in questo ambito - che spazia dalla preparazione al rapporto stretto con l’oncologo, dal supporto alle direzioni strategiche per la gestione dei processi assistenziali al contributo dato sul controllo della spesa - è centrale. Ne consegue naturalmente che Sifo sviluppi formazione di qualità, stimolando i propri iscritti all'aggiornamento per essere in grado di dialogare con gli altri interlocutori del sistema oncologico. Un’attenzione della nostra Società scientifica che avrà anche grande spazio all’interno del nostro prossimo Congresso Nazionale di Roma".
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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Criteri Critici
Una paziente oncologica ha partorito in sicurezza grazie a un nuovo protocollo di trattamento. Vietnam.vn
NDO - Una donna di 42 anni, alla 36ª settimana di gravidanza e affetta da tumore al collo dell'utero, è stata recentemente sottoposta a un doppio intervento chirurgico speciale presso l'Ospedale Nazionale di Ostetricia e Ginecologia: un parto cesareo combinato con un'isterectomia radicale e una dissezione bilaterale dei linfonodi per trattare il tumore. Alla ventiseiesima settimana di gravidanza, alla signora T. è stato diagnosticato un carcinoma cervicale in stadio 1B3. Trovandosi di fronte alla straziante scelta tra la propria vita e quella del bambino che portava in grembo, ha avuto la fortuna di ricevere consulenza e cure dai medici del National Obstetrics and Gynecology Hospital, seguendo un protocollo di chemioterapia neoadiuvante. Si tratta di un protocollo moderno che aiuta a controllare la progressione del tumore garantendo al contempo la sicurezza della gravidanza prima di eseguire l'intervento chirurgico al momento opportuno. Sotto stretto monitoraggio da parte dell'équipe medica, il feto si è sviluppato regolarmente durante le 10 settimane successive alla chemioterapia. Quando la gravidanza ha raggiunto le 36 settimane ed è stata ritenuta idonea a un intervento sicuro, il dottorNguyen Van Thang, primario del reparto di oncologia ginecologica, ha prescritto un parto cesareo combinato con un intervento chirurgico radicale. Il bambino è nato il 26 aprile. Secondo il dottor Thang, l'aspetto più impegnativo di questo intervento chirurgico è stato l'altissimo rischio di emorragia dovuto all'aumento della proliferazione vascolare uterina indotto dalla gravidanza. "Abbiamo dovuto coordinare diverse specialità e applicare tecniche chirurgiche moderne per garantire la massima sicurezza sia per la madre che per il bambino." In seguito all'intervento, il bambino è nato sano e la madre è in condizioni stabili e continua a essere tenuta sotto stretto controllo. In passato, in casi simili, l'interruzione precoce della gravidanza era quasi un'opzione obbligatoria per garantire alla madre un trattamento oncologico tempestivo. Tuttavia, grazie ai progressi della medicina moderna e ai protocolli di trattamento aggiornati, i medici dell'Ospedale Nazionale di Ostetricia e Ginecologia sono ora in grado di curare il cancro preservando la gravidanza, offrendo speranza di maternità a quelle donne che, sfortunatamente, contraggono la malattia durante la gestazione. La dottoressa Nguyen Van Thang afferma che il cancro cervicale, se diagnosticato precocemente, può essere efficacemente controllato e trattato. Pertanto, sottoporsi regolarmente a visite ginecologiche, screening per il cancro cervicale e vaccinazione contro l'HPV sono pratiche che ogni donna dovrebbe adottare. Fonte: https://nhandan.vn/san-phu-ung-thu-sinh-con-an-toan-nho-phac-do-dieu-tri-moi-post879165.html
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Criteri Critici
Israele scopre il meccanismo che permette alle cellule tumorali di sopravvivere alla chemioterapia. Vietnam.vn
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Cellule tumorali (Immagine illustrativa: AI) Secondo il Times of Israel, un team di ricerca dell'Università Ben-Gurion nella regione del Negev (Israele) ha recentemente scoperto due proteine in grado di mantenere un meccanismo di protezione che aiuta le cellule tumorali a sopravvivere anche se sottoposte a chemioterapia. Quando questo meccanismo di protezione viene interrotto, la cellula può entrare in un processo di morte cellulare programmata.
Lo studio, sottoposto a revisione paritaria e pubblicato sulla rivista scientifica Redox Biology, fornisce nuove informazioni sui meccanismi molecolari coinvolti nella resistenza delle cellule tumorali alla chemioterapia. Il dottor Aeid Igbaria del Dipartimento di Scienze della Vita dell'Università Ben-Gurion, che ha guidato la ricerca, ha paragonato la ricerca sul cancro a una partita a scacchi, in cui la risposta delle cellule tumorali ai trattamenti è altamente imprevedibile. Secondo lui, i risultati della ricerca potrebbero aprire la strada a progressi nel trattamento dei tumori solidi. Il dottor Igbaria ha affermato che, quando ha iniziato la sua ricerca alcuni anni fa, era particolarmente interessato al glioblastoma, una delle forme più aggressive e complesse di tumore cerebrale. Attraverso le sue ricerche, ha scoperto che la struttura e l'organizzazione interna delle cellule tumorali differiscono significativamente da quelle delle cellule normali. Le proteine possono spostarsi tra diverse aree all'interno della cellula e svolgere funzioni differenti.
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Le ricerche più recenti si concentrano su due proteine, DNAJB12 e DNAJB14, localizzate sulla membrana del reticolo endoplasmatico. Il team di ricerca definisce queste proteine "proteine protettive". Per comprenderne i meccanismi d'azione, gli scienziati hanno utilizzato trattamenti farmacologici in laboratorio e creato condizioni di stress fisiologico su linee cellulari umane, valutando così la risposta delle cellule a diversi livelli di stress. In condizioni normali, il reticolo endoplasmatico funge da impianto di produzione ed elaborazione delle proteine, mantenendo una distribuzione proteica adeguata alle attività quotidiane della cellula. Tuttavia, quando le cellule sono sottoposte a stress, come ad esempio durante la chemioterapia nei pazienti oncologici, due proteine, DNAJB12 e DNAJB14, possono attivare un meccanismo paragonabile all'apertura di una valvola di sfogo. Questo meccanismo porta alla migrazione delle proteine dal reticolo endoplasmatico al citoplasma, l'ambiente liquido all'interno della cellula. Qui, alcune proteine che normalmente svolgono altre funzioni possono assumere un ruolo protettivo, inibendo gli enzimi coinvolti nell'autodistruzione cellulare. Di conseguenza, le cellule tumorali sono in grado di sopravvivere nonostante gli effetti dei farmaci. Secondo il dottor Igbaria, non si tratta semplicemente di una degradazione passiva della struttura cellulare. Le cellule, infatti, sono in grado di percepire i livelli di stress attraverso lo stato dei legami chimici presenti nei loro sistemi proteici di protezione. Quando questi legami si rompono, il meccanismo di protezione diventa instabile, consentendo alla cellula di avviare un processo di morte cellulare programmata, noto anche come apoptosi. Questa scoperta aiuta gli scienziati a comprendere meglio perché alcune cellule tumorali riescono a resistere alla chemioterapia e suggerisce anche la possibilità di sviluppare metodi per colpire questi meccanismi di protezione al fine di aumentare la sensibilità del tumore al trattamento. Tuttavia, si tratta solo del risultato di una ricerca di laboratorio sui meccanismi cellulari e non significa ancora che un nuovo metodo di trattamento si sia dimostrato efficace sui pazienti. In particolare, il dottor Igbaria ha affermato che un meccanismo di commutazione molecolare simile opera anche nelle cellule cardiache durante la privazione di ossigeno. Il controllo di questo processo potrebbe aprire nuove prospettive di ricerca per terapie che aiutino a limitare il danno al tessuto cardiaco dopo un infarto.
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Commentando la ricerca, il dottor Francisco Laurindo, professore associato e responsabile dell'Unità di Biologia Vascolare presso l'Istituto di Cardiologia (INCOR) della Facoltà di Medicina dell'Università di San Paolo (Brasile ), ha affermato che comprendere come le cellule scelgano tra la sopravvivenza in condizioni di stress e l'autodistruzione è uno degli obiettivi più importanti della biologia e della medicina. Nel contesto della persistente resistenza alla chemioterapia, che rappresenta una sfida per il trattamento del cancro, la scoperta del ruolo di DNAJB12 e DNAJB14 aggiunge un approccio cruciale alla comprensione dell'adattabilità e della sopravvivenza delle cellule maligne. Ulteriori ricerche dovranno stabilire se la manipolazione di questi meccanismi possa essere sviluppata in trattamenti antitumorali sicuri ed efficaci.
Fonte: Đài truyền hình Việt Nam Articolo originale Copia https://vtv.vn/israel-phat-hien-co-che-khien-te-bao-ung-thu-co-the-song-sot-sau-hoa-tri-100261017183532023.htm
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Criteri Critici
Gliomi, una nuova terapia: il percorso comincia dal referto Mondosanità
Per chi ha affrontato un intervento per un tumore cerebrale, leggere che arriva una nuova terapia apre una domanda immediata: può servire anche a me? Il 15 ottobre il Consiglio di amministrazione di AIFA ha approvato la rimborsabilità di vorasidenib per una popolazione selezionata con glioma. È un passaggio importante, ma la comunicazione non basta a stabilire quando e secondo quali condizioni operative ogni centro potrà erogarlo. E il nome della malattia, da solo, non dice chi possa beneficiarne.
La decisione riguarda astrocitomi e oligodendrogliomi di grado 2 con mutazione IDH1 o IDH2, in adulti e adolescenti dai 12 anni, con peso di almeno 40 chilogrammi. I pazienti devono aver ricevuto soltanto un trattamento chirurgico e non avere necessità immediata di radioterapia o chemioterapia. Sono condizioni che delimitano una fase specifica della cura: non è un’indicazione per tutti i tumori cerebrali.
Il primo passaggio utile è quindi leggere il referto insieme all’équipe. Il grado descrive caratteristiche biologiche del tumore; la mutazione identifica un’alterazione molecolare rilevante per il trattamento. Nel caso di vorasidenib, la scheda europea precisa le mutazioni IDH1 R132 o IDH2 R172. Sapere che esiste un farmaco non sostituisce la verifica che il tumore possieda il bersaglio a cui è diretto.
Per il paziente, una domanda concreta è: il mio esame sul tessuto contiene già tutte le informazioni necessarie? Se qualcosa manca o richiede chiarimenti, dovrebbe essere l’équipe a indicare il percorso diagnostico. La disponibilità di una terapia mirata rende ancora più importante il collegamento fra chi analizza il campione, chi interpreta le immagini e chi decide il trattamento.
Che cosa può offrire il farmaco? Nello studio INDIGO, pubblicato nel 2023 sul New England Journal of Medicine, la mediana del tempo senza progressione della malattia è stata di 27,7 mesi con vorasidenib e 11,1 mesi con placebo. Il confronto riguardava pazienti selezionati con glioma di grado 2 e mutazione IDH, operati e senza altri trattamenti precedenti.
Quei numeri vanno letti bene. Descrivono un risultato di gruppo relativo alla progressione o alla morte, non una scadenza individuale. Non significano che ogni persona guadagni quella differenza in mesi di vita, né dimostrano da soli un allungamento della sopravvivenza complessiva. Il beneficio documentato riguarda il controllo della malattia; la scelta deve tenere conto della situazione clinica di ciascuno.
C’è poi un equivoco da evitare: una terapia orale non è una cura senza sorveglianza. Fra gli effetti indesiderati segnalati dall’Agenzia europea figurano aumenti degli enzimi del fegato, stanchezza e diarrea. Servono controlli e riferimenti chiari per comunicare problemi. Per chi vive lontano dal centro, sapere dove eseguire gli esami e chi li valuterà è parte dell’accesso alla terapia.
L’autorizzazione europea risale al 17 settembre 2025. Il passaggio italiano del 15 ottobre 2026 riguarda il rimborso. Le due date appartengono a procedure diverse: la loro distanza non consente, senza conoscere la cronologia della domanda, di attribuire tutto l’intervallo alla valutazione AIFA. Prima di annunciare disponibilità generalizzata vanno verificati gli atti applicativi e la loro decorrenza.
Il SSN dovrebbe rendere comprensibile questo percorso. Alla persona servono una valutazione dell’idoneità, l’indicazione del centro di riferimento, informazioni sulla dispensazione e un programma di controlli. Non possiamo dedurre dalla decisione di rimborso che questi passaggi siano già uniformi sul territorio, ma possiamo chiedere che vengano organizzati e misurati.
La novità terapeutica trova così il suo significato concreto. Il valore comprende il beneficio clinico e il modo in cui viene reso accessibile: referti utilizzabili, decisioni condivise, controlli sostenibili. Per chi aspetta una risposta, la domanda iniziale deve poter diventare una conversazione precisa con l’équipe, senza lasciare alla famiglia il compito di ricostruire da sola ogni tappa.
Riferimenti:
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“Anche i funghi nella prevenzione del tumore alla prostata clicMedicina
Anche mangiare funghi potrebbe ridurre il rischio di avere un tumore alla prostata. I funghi porcini, colombine, champion e shiitake rappresentano infatti una buona fonte di vitamine, minerali e antiossidanti. I funghi shiitake sono i più coltivati al mondo: shii indica un tipo di albero simile al castagno (Castanopsis cuspidata); take è semplicemente il fungo. “In particolare, la sostanza in grado di proteggere dal tumore sarebbe la L-ergotioneina”, spiega Aldo Franco De Rose, specialista urologo e andrologo genovese, presidente dell’Associazione Andrologi Italiani AssAI. Il prof. Hu Zhang, della Tohoku University, già nel 2019 aveva pubblicato una ricerca sull’International Journal of Cancer, dal titolo Large, Long-Term Study Suggests Link Between Eating Mushrooms and a Lower Risk of Prostate Cancer. L’analisi era stata condotta su 36.499 uomini tra i 40 e i 79 anni e seguiti per un periodo di 13,2 anni. I risultati del loro consumo regolare sono stati particolarmente significativi tra gli uomini con più di 50 anni e in quelli la cui dieta consisteva principalmente in carne e latticini (con un consumo limitato di frutta e verdura). Durante questo lungo periodo sono stati diagnosticati 1.204 tumori della prostata.
“Dall’analisi dei dati, si è evinto però un dato molto importante”, prosegue De Rose: “Negli uomini che avevano consumato funghi 1 o 2 volte alla settimana, il rischio risultava inferiore di circa l’8% rispetto a chi li consumava meno di 1 volta alla settimana. Il rischio però diminuiva ulteriormente in coloro che mangiavano funghi 3 o più volte alla settimana, arrivando al 17%.”
“È bene però precisare – sottolinea De Rose – che la ricerca, anche se pubblicata su una rivista prestigiosa, è pur sempre uno studio osservazionale, e come tale può individuare un’associazione, ma non dimostrare che siano stati proprio i funghi a evitare la comparsa del tumore.” Un altro studio americano, pubblicato su Cancer nel 2015, dal prof. Przemyslaw Twardwski, del Department of Medical Oncology and Experimental Therapeutics, City of Hope National Medical Center, Duarte, California, si era spinto oltre, dimostrando come la polvere di fungo, alle dosi di 8 e 14 g/die abbia determinato un abbassamento completo del PSA in alcuni soggetti con tumore. In particolare, i livelli di PSA erano scesi a valori non rilevabili, mantenendosi tali per 49 e 30 mesi.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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63.7/100
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Criteri Critici
Tumore al pancreas metastatico, nuovo farmaco verso l’autorizzazione Ue: sopravvivenza mediana da 6,7 a 12,4 mesi Calabria 7
Il daraxonrasib, commercializzato con il nome di Rasonque, ha ricevuto il parere positivo del Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell’Agenzia europea del farmaco (Ema), che ne ha raccomandato l’autorizzazione all’immissione in commercio nell’Unione europea per il trattamento del tumore al pancreas metastatico. Si tratta di una terapia orale destinata agli adulti affetti da adenocarcinoma pancreatico metastatico che hanno già ricevuto almeno un trattamento precedente. Il farmaco, particolarmente atteso dalla comunità dei pazienti, era stato approvato ad agosto dalla Food and Drug Administration (Fda) statunitense, alimentando le speranze di chi si era rivolto agli Stati Uniti per accedere alla terapia.
Il parere del Chmp rappresenta una tappa intermedia: la decisione passa ora alla Commissione europea, che avvierà l’iter per il rilascio dell’autorizzazione valida in tutta l’Ue. Successivamente, saranno i singoli Stati membri a decidere in merito al prezzo e al rimborso, valutando il ruolo del farmaco all’interno dei rispettivi sistemi sanitari nazionali.
La procedura accelerata dell’Ema
Per i pazienti con adenocarcinoma pancreatico metastatico la cui malattia è progredita dopo un trattamento precedente, le opzioni terapeutiche restano limitate e la prognosi è sfavorevole. La chemioterapia standard, sottolinea l’Ema, presenta un’efficacia limitata e una tossicità significativa, rendendo necessario lo sviluppo di alternative più efficaci. La raccomandazione è arrivata al termine di una revisione progressiva dei dati relativi a Rasonque. Il farmaco era stato individuato nell’ambito del progetto “Cancer Medicines Pathfinder” dell’Ema come una terapia prioritaria, potenzialmente in grado di rispondere a un bisogno medico ancora insoddisfatto.
Il processo di valutazione è iniziato all’inizio di luglio 2026. Il comitato ha esaminato progressivamente i dati sulla qualità, gli aspetti non clinici e quelli clinici, man mano che venivano trasmessi dall’azienda produttrice. Questo approccio ha consentito di ridurre i tempi a meno di 150 giorni, rispetto ai 210 giorni effettivi che può richiedere una procedura standard. Considerando anche i tempi necessari per le risposte dell’azienda alle eventuali richieste di chiarimento, una valutazione ordinaria può durare complessivamente circa un anno.
L’esperienza maturata con Rasonque, evidenzia l’agenzia europea, contribuirà a definire l’applicazione di questo modello di valutazione nel quadro della nuova normativa farmaceutica dell’Ue. L’obiettivo è rendere le procedure più agili e favorire un accesso più rapido dei pazienti a terapie promettenti. L’Ema e il Chmp valuteranno inoltre caso per caso l’inserimento di altri farmaci in fase di sviluppo nei percorsi di revisione graduale, considerando la capacità di rispondere a esigenze mediche non soddisfatte e l’interesse per la salute pubblica, in particolare sul fronte dell’innovazione terapeutica.
Come funziona il daraxonrasib
Il principio attivo di Rasonque, il daraxonrasib, è un inibitore di Ras. Le proteine Ras svolgono un ruolo nei processi di crescita e sopravvivenza delle cellule. Nell’adenocarcinoma pancreatico, alcune mutazioni del gene Ras possono mantenerle costantemente attive, favorendo la proliferazione incontrollata delle cellule tumorali. Il farmaco agisce legandosi a una proteina chiamata ciclofillina A e formando un complesso che si aggancia alle proteine Ras, bloccandone l’attività. Il meccanismo determina la morte delle cellule tumorali e contribuisce a rallentare la crescita del cancro.
I risultati dello studio clinico: sopravvivenza mediana di 12,4 mesi
L’efficacia di Rasonque è stata studiata in una sperimentazione multinazionale di fase 3, in aperto, che ha coinvolto 500 pazienti affetti da adenocarcinoma pancreatico metastatico, la cui malattia era peggiorata dopo un precedente trattamento sistemico. Nel 92% dei partecipanti era stata confermata una mutazione Ras G12, categoria che comprende le mutazioni Ras più comuni associate alla patologia. Secondo i risultati riportati dall’Ema, i pazienti trattati con Rasonque hanno registrato una sopravvivenza mediana di 12,4 mesi, rispetto ai 6,7 mesi osservati nei pazienti sottoposti a chemioterapia. Anche il tempo mediano trascorso senza un peggioramento della malattia è risultato superiore: 7,2 mesi con Rasonque, contro i 3,6 mesi registrati con la chemioterapia.
Tra gli effetti indesiderati più comuni riscontrati durante il trattamento figurano diarrea, eruzioni cutanee, stomatite, ovvero un’infiammazione della mucosa orale, nausea e vomito. Il parere positivo dell’Ema rappresenta dunque un passaggio importante verso la possibile disponibilità della terapia in Europa. Restano ora da completare l’iter autorizzativo comunitario e le successive valutazioni nazionali, decisive per stabilire quando e a quali condizioni il farmaco potrà essere accessibile ai pazienti.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Complicazioni post-operatorie dopo un intervento chirurgico per tumore al colon: un uomo "tossisce feci". Vietnam.vn
Un paziente di 54 anni è stato ricoverato in ospedale con febbre alta persistente e tosse produttiva con espettorato maleodorante. I medici hanno scoperto una connessione anomala tra la cavità addominale e i polmoni, che causava un grave ascesso polmonare. L'Ospedale Centrale per le Malattie Tropicali ha recentemente eseguito un intervento chirurgico su un paziente di 54 anni, ricoverato per sepsi, ascesso polmonare, febbre alta prolungata e tosse con espettorato maleodorante simile a feci. Circa tre mesi fa, il paziente è stato sottoposto a un intervento chirurgico locale per l'asportazione di un tumore, seguito da un intervento laparoscopico per la rimozione di aderenze dovute a un'occlusione intestinale. A causa di una fistola in corrispondenza dell'anastomosi del colon, il paziente ha richiesto un intervento chirurgico per la creazione di una colostomia sinistra. Un paziente di sesso maschile che aveva espulso feci con la tosse è stato sottoposto a intervento chirurgico presso l'Ospedale Centrale per le Malattie Tropicali. FOTO: THANH DANG In seguito all'intervento chirurgico, il paziente ha manifestato febbre alta persistente e tosse persistente con catarro dall'odore fecale, pertanto è stato trasferito all'Ospedale Centrale per le Malattie Tropicali per le cure. Gli esami di diagnostica per immagini eseguiti in ospedale hanno rivelato un ampio ascesso nel polmone destro, comunicante con una raccolta di liquido sotto il fegato tramite una perforazione diaframmatica. Inoltre, il paziente presentava una raccolta di liquido nella parete addominale sinistra. I medici hanno stabilito che il paziente presentava una perforazione del colon destro con conseguente ascesso sottocostale, necrosi e perforazione del diaframma, che creava una connessione anomala con il polmone destro. Inoltre, il paziente presentava una fistola a livello dell'anastomosi del colon sinistro, conseguenza di un precedente intervento chirurgico. Il liquido infetto proveniente dal tratto gastrointestinale è risalito attraverso un passaggio anomalo nel diaframma fino alla cavità toracica, formando un grosso ascesso nel polmone destro e causando nel paziente l'espettorazione di un catarro maleodorante simile a feci. Per curare le lesioni, i medici hanno eseguito un intervento chirurgico a torace aperto per ripulire l'ascesso polmonare. Durante l'intervento addominale, l'équipe ha identificato una perforazione nel colon destro che si estendeva fino all'area sottostante il fegato, causando necrosi, una perforazione diaframmatica e creando una connessione con il polmone destro; hanno inoltre scoperto una perdita a livello dell'anastomosi del colon sinistro. I medici hanno ripulito la cavità addominale, riparato la perforazione diaframmatica e creato degli ani artificiali nei due punti del colon danneggiati per controllare la fonte dell'infezione. Secondo i medici, si tratta di una serie di lesioni che si estendono dal colon, attraverso la zona sottostante il fegato, il diaframma, fino al polmone destro. La connessione anomala tra l'apparato digerente e quello respiratorio permette al liquido infetto di diffondersi ai polmoni, causando ascessi e producendo espettorato dall'odore fecale. Già il secondo giorno dopo l'intervento, il paziente aveva superato la fase critica.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Anticipare la mammografia a 45 anni serve davvero? Cosa dicono gli ultimi dati sulla prevenzione precoce My-personaltrainer
Per decenni, il protocollo standard per lo screening mammografico ha individuato nella fascia d'età compresa tra i 50 e i 69 anni il bacino ottimale per la prevenzione organizzata. Questa scelta si basava sull'incidenza storica della malattia, che registrava un'impennata proprio in corrispondenza del periodo post-menopausale .
Il beneficio principale di anticipare lo screening risiede nell'identificazione delle lesioni in stadio precoce , come lo stadio 0 ( carcinoma in situ) o lo stadio I. Rilevare la neoplasia quando le sue dimensioni sono millimetriche aumenta in modo esponenziale le opzioni terapeutiche a disposizione dell'équipe medica: in questi casi, risulta ancora possibile affidarsi a interventi di chirurgia conservativa , come la quadrantectomia , i quali evitano il trauma fisico e psicologico di una mastectomia totale.
L'estensione dei programmi di screening preventivo porta con sé vantaggi clinici misurabili. Gli studi più recenti documentano come sottoporre la popolazione femminile a controlli a partire dai 45 anni si traduca in una riduzione stimata della mortalità per tumore al seno. Intercettare la malattia in una fase in cui è asintomatica e impalpabile, del resto, altera radicalmente la prognosi.
Nonostante gli evidenti vantaggi, l'anticipazione della mammografia non è esente da limiti tecnici e clinici che alimentano il dibattito scientifico:
Questa disomogeneità riflette il fatto che il dibattito tra esperti — senologi, epidemiologi e radiologi — non ha ancora prodotto un'unanimità globale. Il bilanciamento tra le vite salvate grazie alla diagnosi precoce e i danni derivanti dalla sovradiagnosi e dai falsi allarmi rimane un calcolo statistico e clinico in continua evoluzione.
Di fronte a questo quadro complesso, la comunità scientifica internazionale ha elaborato raccomandazioni che riflettono approcci talvolta divergenti. Negli Stati Uniti, la United States Preventive Services Task Force (USPSTF) ha recentemente aggiornato le proprie linee guida, raccomandando l'inizio dello screening mammografico biennale già a partire dai 40 anni, proprio in virtù dell'aumento dei casi nelle giovani adulte. In Europa, la Commissione Europea attraverso l'iniziativa ECIBC suggerisce una posizione più cauta, raccomandando lo screening nella fascia 45-49 anni con indicazioni che tengono conto del rapporto costo-beneficio.
Dallo screening di massa a quello su misura: la stratificazione del rischio
L'attuale paradigma della prevenzione si sta lentamente spostando dall'approccio standardizzato verso una medicina di precisione. Risulta evidente che fissare una soglia anagrafica fissa non sia più sufficiente. Esistono infatti situazioni cliniche in cui attendere i 45 anni risulta persino tardivo. È il caso, per esempio, della gestione del rischio genetico, in particolare per le portatrici di mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2, o per chi presenta una marcata familiarità di primo grado: in questi scenari, i protocolli prevedono l'inizio dei controlli molto prima, con percorsi dedicati.
Per superare i limiti diagnostici del seno denso, la pratica clinica moderna punta sull'integrazione degli esami strumentali. Diventa fondamentale abbinare alla mammografia l'ecografia mammaria, capace di distinguere la natura solida o liquida di un nodulo nel tessuto ghiandolare. Nelle pazienti ad alto rischio, la risonanza magnetica mammaria rappresenta invece lo strumento di eccellenza per sensibilità.
Alla luce di tutte queste variabili, il futuro della prevenzione oncologica sarà inevitabilmente caratterizzato da modelli predittivi sempre più sofisticati. L'utilizzo di test poligenici e la raccolta di dati anamnestici dettagliati permetteranno prossimamente di calcolare un profilo di rischio individuale, personalizzando non solo l'età di partenza dei controlli, ma anche l'intervallo temporale più adeguato tra un esame e l'altro.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Diagnosi precoce tumori: tutti gli esami di screening indicati per le diverse fasce di età e cosa cambia se c'è una familiarità My-personaltrainer
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Diagnosi precoce: perché lo screening salva la vita La lotta contro le patologie oncologiche si basa su due pilastri fondamentali per la salute pubblica, spesso confusi tra loro: la prevenzione primaria e la prevenzione secondaria. La prima agisce sui fattori di rischio e sugli stili di vita, come l'alimentazione, l'attività fisica e l'astensione dal fumo, per ridurre le probabilità che la malattia si manifesti. La seconda, invece, coincide con la diagnosi precoce e ha lo scopo di intercettare lesioni precancerose o tumori in uno stadio iniziale, molto prima della comparsa di eventuali sintomi clinici. Sottoporsi a un esame strumentale o di laboratorio quando si è in apparente stato di perfetta salute rappresenta una strategia cruciale. Individuare una neoplasia nelle sue fasi embrionali, infatti, aumenta in modo esponenziale i tassi di sopravvivenza a lungo termine e le possibilità di guarigione completa. Inoltre, una diagnosi tempestiva consente di ricorrere a trattamenti medici e chirurgici nettamente meno invasivi, preservando la funzionalità degli organi e la qualità della vita del paziente. L'obiettivo non è generare allarmismo o ansia, ma promuovere una profonda e matura consapevolezza sull'importanza di monitorare il proprio corpo nel tempo, affidandosi con fiducia agli strumenti forniti dalla medicina moderna.
Gli screening gratuiti del SSN divisi per fasce d’età In Italia, il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) garantisce tre programmi di screening oncologico di popolazione, offerti in modo sistematico e completamente gratuito, per i tumori della cervice uterina, del seno e del colon-retto. Si tratta di percorsi strutturati a cui i cittadini appartenenti a specifiche fasce di età accedono tramite una lettera di invito inviata al proprio domicilio dalla ASL di riferimento, garantendo equità di accesso alle cure. Tumore del collo dell'utero: Pap test e HPV DNA test (25-64 anni) Lo screening per la prevenzione del carcinoma della cervice uterina si basa sull'impiego di due esami differenti, calibrati in base all'età della paziente e alla storia vaccinale: Per le donne di età compresa tra i 25 e i 30-33 anni , non vaccinate contro il Papillomavirus (HPV) con un ciclo completo, è raccomandato il Pap test ogni 3 anni .
, non vaccinate contro il Papillomavirus (HPV) con un ciclo completo, è raccomandato il . Per la fascia d'età successiva, dai 30-35 fino ai 64 anni, invece, l'esame di riferimento diventa l'HPV DNA test, da ripetersi con cadenza quinquennale (ogni 5 anni). Entrambi gli esami condividono la medesima e rapida modalità di prelievo ambulatoriale, ma differiscono nell'analisi di laboratorio: mentre il Pap test cerca al microscopio eventuali anomalie cellulari, l'HPV DNA test rileva la presenza del virus ad alto rischio. Intercettare l'infezione o le alterazioni cellulari consente di intervenire molto prima che si sviluppi una vera e propria neoplasia. Tumore della mammella: la mammografia biennale (50-69 anni) Il programma di prevenzione per il carcinoma mammario prevede l'esecuzione ogni 2 anni di una mammografia di controllo, che al momento attuale rappresenta l'unico strumento radiologico dimostratosi efficace per ridurre in modo significativo su vasta scala la mortalità legata al tumore. A livello nazionale, il target standard è rivolto alla popolazione femminile di età compresa tra i 50 e i 69 anni, sebbene un numero crescente di Regioni abbia già provveduto a estendere l'invito a una fascia più ampia, dai 45 ai 74 anni. Se la mammografia rileva una qualche lesione sospetta, servono ovviamente ulteriori accertamenti, che possono comprendere agoaspirato (con biopsia), ecografia mammaria, visita senologica e, in alcuni casi, anche risonanza magnetica. Tumore del colon-retto: ricerca del sangue occulto (50-69/74 anni) Il programma di screening nazionale per il tumore del colon-retto è rivolto sia alla popolazione maschile che a quella femminile, generalmente nella fascia d'età tra i 50 e i 69 anni, con estensioni previste fino ai 74 anni in diverse aree geografiche. Il piano prevede un esame di primo livello corrispondente al FIT, ovvero la ricerca del sangue occulto nelle feci, da eseguire ogni 2 anni. Il prelievo del campione avviene in totale autonomia presso il proprio domicilio, riconsegnando poi l'apposito kit in farmacia o presso il centro indicato dalla ASL. La presenza di tracce ematiche invisibili a occhio nudo rappresenta un possibile campanello d'allarme, seppur aspecifico. Solo in caso di positività al FIT, è previsto l'esame di secondo livello, che è la colonscopia. Tale procedura è fondamentale poiché permette non solo di esplorare accuratamente le pareti intestinali, ma anche di asportare contestualmente eventuali polipi prima che questi possano degenerare e trasformarsi in formazioni maligne.
Familiarità e genetica: come cambiano tempi e percorsi Quando si affronta il tema del rischio oncologico all'interno di un nucleo familiare, occorre distinguere chiaramente tra i concetti di "familiarità" ed "ereditarietà genetica certa": La familiarità si verifica quando più membri della stessa famiglia sviluppano una determinata patologia, una condizione che spesso deriva dalla condivisione di fattori di rischio comuni, come le abitudini alimentari, gli stili di vita, l'esposizione ambientale o un mix di varianti genetiche a basso impatto.
si verifica quando più membri della stessa famiglia sviluppano una determinata patologia, una condizione che spesso deriva dalla condivisione di fattori di rischio comuni, come le abitudini alimentari, gli stili di vita, l'esposizione ambientale o un mix di varianti genetiche a basso impatto. L'ereditarietà genetica, al contrario, è legata alla trasmissione diretta di specifiche e documentate mutazioni, in grado di aumentare in modo drastico il rischio di sviluppare un tumore. Esempi classici e ben noti alla medicina sono le mutazioni a carico dei geni BRCA1 e BRCA2 per le neoplasie di seno e ovaio, o la Sindrome di Lynch associata al tumore del colon-retto. In presenza di parenti di primo grado (genitori, fratelli o figli) colpiti da un tumore in età giovanile, le tempistiche della prevenzione subiscono delle rigide modifiche. La regola generale in ambito clinico prevede che i controlli debbano iniziare circa 10 anni prima rispetto all'età in cui è stata diagnosticata la malattia al familiare più giovane. Di conseguenza, i controlli preventivi per il colon o per il seno potrebbero essere anticipati ai 40 o ai 35 anni di età, anziché attendere le classiche soglie dei 50 anni previste dallo screening di massa. In questi scenari clinici, il primo passo fondamentale è affrontare l'argomento in modo approfondito con il proprio Medico di Medicina Generale. Sarà il professionista a valutare accuratamente l'albero genealogico e la storia clinica familiare, per disporre, laddove necessario, l'accesso a una consulenza genetica specialistica. I soggetti identificati ad alto rischio vengono quindi inseriti in percorsi di sorveglianza dedicati e personalizzati, che possono includere accertamenti diagnostici di secondo livello come la risonanza magnetica mammaria o sedute di colonscopia ravvicinate nel tempo.
Oltre lo screening: controlli e autocontrollo da non ignorare Oltre ai programmi strutturati dal Servizio Sanitario Nazionale, esiste un livello di prevenzione altrettanto vitale: la diagnosi precoce opportunistica, o sorveglianza individuale. Questa si fonda sull'osservazione costante dei cambiamenti del proprio corpo, affiancata da controlli specialistici mirati, non previsti dalle campagne di massa a cui si accede tramite invito. Pelle e mappatura dei nei Per la salute cutanea, risulta essenziale programmare visite dermatologiche periodiche per la mappatura dei nevi. Tra un controllo e l'altro, si raccomanda l'esecuzione di un autocontrollo visivo mensile, procedendo step-by-step secondo la regola dell'ABCDE per intercettare precocemente alterazioni sospette: Verificare l' A simmetria della lesione, tracciando una linea immaginaria al centro.
simmetria della lesione, tracciando una linea immaginaria al centro. Controllare se i B ordi risultano frastagliati o irregolari.
ordi risultano frastagliati o irregolari. Osservare eventuali disomogeneità di C olore all'interno dello stesso nevo.
olore all'interno dello stesso nevo. Valutare le D imensioni, prestando attenzione ai nei superiori ai 6 millimetri.
imensioni, prestando attenzione ai nei superiori ai 6 millimetri. Monitorare l'Evoluzione rapida di forma o l'insorgenza anomala di prurito e sanguinamento. Salute maschile e prevenzione Occorre sfatare il mito del dosaggio dell'antigene prostatico specifico (PSA) come test di screening a tappeto. L'esame va sempre concordato con il medico all'interno di una visita urologica o andrologica, valutando rischi e benefici clinici su base strettamente individuale. Per i maschi più giovani, tra i 15 e i 40 anni, risulta invece di primaria importanza l'autopalpazione testicolare, una manovra semplice ma utilissima per individuare tempestivamente eventuali nodularità o ingrossamenti anomali. L'importanza dell'autopalpazione del seno L'autopalpazione mammaria rappresenta uno strumento prezioso per acquisire confidenza con l'anatomia del proprio corpo, permettendo di riconoscere alterazioni improvvise come retrazioni della cute, secrezioni atipiche o nuovi noduli palpabili. Tuttavia, è necessario ribadire con fermezza che tale pratica non sostituisce in alcun caso l'accuratezza diagnostica degli esami per immagini, come l'ecografia o la mammografia. L'ascolto dei segnali del corpo La prevenzione si completa prestando profonda attenzione ai messaggi inviati dall'organismo. Di fronte alla comparsa di sintomi persistenti e ingiustificati, risulta fondamentale contattare tempestivamente il proprio medico curante. Campanelli d'allarme come una tosse che non regredisce con le terapie, un calo ponderale non spiegato da cambiamenti dietetici, o alterazioni prolungate delle abitudini intestinali richiedono sempre un approfondimento clinico mirato, rifuggendo da pericolose autodiagnosi su internet.
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Naldini, il pioniere della terapia genica entra nell’Olimpo della medicina Usa Il Sole 24 ORE
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Un riconoscimento che premia trent’anni di ricerca e consacra la scuola milanese della terapia genica a livello mondiale. Luigi Naldini, direttore dell’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia genica (SR-Tiget) e professore ordinario all’Università Vita-Salute San Raffaele, è stato eletto membro internazionale della National Academy of Medicine (Nam) degli Stati Uniti, tra le più autorevoli istituzioni al mondo nel campo della salute e delle scienze biomediche.
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L’Accademia ha motivato la nomina con il contributo pionieristico di Naldini allo sviluppo e alla traslazione clinica dei vettori lentivirali per il trasferimento genico, una tecnologia che ha reso possibili terapie sicure ed efficaci per migliaia di persone con gravi malattie genetiche ereditarie e tumori.
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Il traguardo della Wiskott-Aldrich
L’elezione arriva a meno di un anno da un risultato storico per la comunità scientifica che Naldini ha contribuito a costruire. Nel dicembre 2025 la Food and Drug Administration ha approvato negli Stati Uniti una terapia genica per la sindrome di Wiskott-Aldrich, rara malattia del sistema immunitario. Il trattamento si basa sulla piattaforma lentivirale sviluppata al SR-Tiget e ha seguito un percorso di sviluppo e autorizzazione guidato da Fondazione Telethon, che è così diventata il primo ente non profit al mondo a portare una terapia genica dalla ricerca all’approvazione negli Usa.
Un centro di riferimento mondiale
Sotto la guida di Naldini, SR-Tiget è diventato uno dei principali centri internazionali per la ricerca in terapia genica e cellulare, integrando ricerca di base, ricerca clinica e sviluppo terapeutico in un unico ecosistema traslazionale. In trent’anni i vettori lentivirali si sono affermati come uno degli strumenti più utilizzati nella ricerca biomedica, con applicazioni che vanno dalla terapia genica ex vivo e in vivo all’immunoterapia oncologica, fino alla produzione di vaccini. I numeri danno la misura dell’impatto: 7 delle 18 terapie geniche approvate nell’Unione europea e 12 delle 32 approvate negli Stati Uniti si basano su vettori lentivirali.
Tra i risultati dell’Istituto figura anche la terapia genica per la leucodistrofia metacromatica, poi concessa in licenza a Orchard Therapeutics. Al SR-Tiget è nata inoltre la prima terapia genica ex vivo con cellule staminali approvata in Europa, nel 2016, per l’Ada-Scid: Fondazione Telethon continua a garantirne la disponibilità ai pazienti europei.
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Terapia genica con vettori lentivirali: Naldini entra nella National Academy of Medicine e cosa significa My-personaltrainer
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Quando si parla di terapia genica, spesso l’attenzione va ai risultati clinici: trattamenti che diventano disponibili e nuove prospettive per chi convive con malattie genetiche ereditarie o tumori. Dietro questi traguardi, però, c’è un lungo lavoro di ricerca e sviluppo di tecnologie che permettono di trasferire geni in modo controllato e, nel tempo, di portare quelle scoperte verso l’uso clinico. In questo contesto si inserisce la nomina di Luigi Naldini a membro internazionale della National Academy of Medicine degli Stati Uniti, un riconoscimento attribuito al suo contributo allo sviluppo e alla traslazione clinica dei vettori lentivirali per il trasferimento genico.
La nomina alla National Academy of Medicine e il ruolo di Naldini Luigi Naldini, direttore dell'Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia genica e professore ordinario presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, è stato eletto membro internazionale della National Academy of Medicine degli Stati Uniti. Secondo quanto riportato, il riconoscimento è dovuto al contributo pionieristico di Naldini nello sviluppo e nella traslazione clinica dei vettori lentivirali per il trasferimento genico, una tecnologia che ha reso possibili terapie definite sicure ed efficaci per migliaia di persone con gravi malattie genetiche ereditarie e tumori.
Cosa sono i vettori lentivirali nella terapia genica Nella terapia genica, per “trasferimento genico” si intende l’introduzione di materiale genetico nelle cellule con l’obiettivo di correggere o compensare un difetto biologico. Per veicolare questo materiale si possono usare i cosiddetti vettori, cioè strumenti in grado di trasportare il gene nelle cellule bersaglio. I vettori lentivirali rappresentano una delle piattaforme utilizzate in ambito biomedico per il trasferimento genico e, come ricordato nella notizia, il lavoro di Naldini ha contribuito ad affermarli come uno degli strumenti più usati nella ricerca, con applicazioni che spaziano dalla terapia genica ex vivo e in vivo all’immunoterapia oncologica e alla produzione di vaccini.
Il traguardo del 2025: la terapia genica per la sindrome di Wiskott-Aldrich La nomina arriva a meno di un anno da un traguardo indicato come importante per la comunità scientifica alla quale Naldini ha contribuito. Nel dicembre del 2025, infatti, una terapia genica per la sindrome di Wiskott-Aldrich, descritta come una rara malattia del sistema immunitario, ha ottenuto l'approvazione negli Stati Uniti. La terapia è basata sulla piattaforma lentivirale sviluppata presso SR-Tiget e ha ottenuto l’approvazione da parte della Food and Drug Administration attraverso un percorso di sviluppo e autorizzazione guidato da Fondazione Telethon, che è così diventata il primo ente non profit al mondo a portare una terapia genica dalla ricerca all'approvazione negli Usa.
SR-Tiget e l’ecosistema traslazionale descritto nella notizia Il testo riporta che, sotto la guida di Naldini, SR-Tiget è diventato uno dei principali centri mondiali per la ricerca in terapia genica e cellulare, integrando ricerca di base, ricerca clinica e sviluppo terapeutico in un ecosistema traslazionale definito unico. Viene inoltre ricordato che negli ultimi trent’anni il suo lavoro ha contribuito a consolidare l’impiego dei vettori lentivirali nella ricerca biomedica. In questo quadro, la notizia segnala anche un dato relativo alle autorizzazioni nell’Unione Europea: 7 delle 18 terapie geniche approvate nell'Unione Europea sono basate su questa tecnologia.
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Tumore del seno e screening: oltre 1.600 mammografie con Shield Women e il focus sulle donne fragili My-personaltrainer
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Quando si parla di prevenzione del tumore del seno, spesso il problema non è solo “fare lo screening”, ma riuscire ad accedervi davvero: tra ostacoli economici, difficoltà organizzative, barriere linguistiche e una scarsa conoscenza dei servizi disponibili, alcune donne arrivano tardi agli esami o non li fanno affatto. È su questo punto che si concentra Shield. Women (Screening Help Initiative for Empowerment and Learning in Disadvantaged Women), progetto promosso da Andos Nazionale Ets con l’obiettivo di favorire l’accesso alla prevenzione e alla diagnosi precoce del tumore del seno nelle donne che vivono condizioni di fragilità sociale, economica o culturale.
Shield Women: i numeri raggiunti in pochi mesi In pochi mesi, secondo quanto riportato, il progetto ha raggiunto oltre 10mila persone e ha inserito 2.798 donne nei percorsi di prevenzione. Sono state inoltre eseguite oltre 1.600 mammografie. Per 473 donne si è trattato del primo esame. Complessivamente, grazie agli accertamenti, sono stati individuati 12 casi.
Dove e come si è costruita la rete sul territorio Dei risultati di Shield Women si è parlato oggi a Roma nella Sala della Protomoteca in Campidoglio. Le attività sono state realizzate da undici comitati Andos distribuiti su tutto il territorio nazionale, attraverso una rete che ha coinvolto 93 associazioni e realtà locali. La collaborazione ha interessato ambiti diversi: dalle organizzazioni culturali alle case antiviolenza, dalle parrocchie alle farmacie, fino agli ambulatori popolari e alle organizzazioni sindacali. L’idea di fondo è avvicinare l’informazione e l’accesso ai servizi nei luoghi in cui le persone vivono e si muovono quotidianamente.
Perché alcune donne non accedono allo screening anche se ne hanno diritto L’obiettivo dichiarato del progetto è intercettare le donne che, pur potendo beneficiare dei programmi di screening mammografico, non riescono ad accedervi o lo fanno tardivamente. Tra i motivi indicati ci sono difficoltà economiche e logistiche, barriere linguistiche e culturali, fragilità psicologiche e una scarsa conoscenza dei servizi disponibili. In questo contesto, la disuguaglianza di accesso può tradursi in una minore tempestività dei controlli e quindi in un percorso diagnostico che parte più tardi di quanto sarebbe possibile.
Il collegamento con il Servizio sanitario nazionale e la “prossimità” Il progetto punta a creare un collegamento diretto tra queste donne e il Servizio sanitario nazionale, attraverso attività di informazione, sensibilizzazione e accompagnamento. “Il progetto si basa soprattutto sulla prossimità: incontri informativi e iniziative di sensibilizzazione vengono realizzati nei luoghi frequentati dalle comunità, grazie alla collaborazione con associazioni culturali e sociali, organizzazioni del volontariato, enti religiosi e servizi territoriali”, ha detto Flori Degrassi, presidente di Andos Nazionale Ets. “L'obiettivo - ha aggiunto - è raggiungere anche chi difficilmente accede ai tradizionali canali di informazione e prevenzione. Vogliamo trasformare questa esperienza in un modello sempre più strutturato e replicabile. La diagnosi precoce può ridurre l'invasività dei trattamenti e aumentare la possibilità di guarigione, ma perché questo accada dobbiamo ridurre le disuguaglianze che ancora condizionano l'accesso alla prevenzione”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Da Kylie Minogue a Magic Johnson fino a Leone XIV, parlare della malattia aiuta la prevenzione? L'analisi Adnkronos
Papa Leone XIV, operato al Gemelli per la rimozione di un fibroma polmonare maligno, aveva annunciato durante l'Angelus la necessità dell'intervento. Prima di lui, anche Giovanni Paolo II non aveva nascosto i segni della malattia; negli anni '30 il campione di baseball Lou Gehrig rese pubblica la diagnosi di sclerosi laterale amiotrofica (Sla); l'attrice Shirley Temple è stata la prima donna famosa a svelare di avere avuto un tumore al seno e una conseguente mastectomia; più recentemente parlò del suo tumore al seno anche la cantante Kylie Minogue. Ancora, nel 1991, all'apice della carriera, il campione dei Los Angeles Lakers Earvin 'Magic'Johnson rivelò di aver contratto l'Hiv; nel 2013 l'attrice Angelina Jolie raccontò sul 'New York Times' di avere varianti patologiche del gene Brca e di avere quindi deciso di farsi asportare entrambe le mammelle. "Sono passati i tempi in cui le malattie dei papi, dei capi di Stato, delle persone famose in genere, erano considerate top secret e oggetto di speculazioni da parte della stampa e del pubblico. Oggi, al contrario, sono spesso i diretti interessati a parlarne, talvolta per aumentare la consapevolezza del pubblico sulla loro condizione e sensibilizzarlo su eventuali misure di prevenzione, talaltra per sollecitare donazioni alla ricerca. Il fenomeno è però ancora oggetto di studio: se da un lato infatti può produrre effetti molto positivi, dall'altro può talvolta dare luogo a conseguenze inattese e indesiderate". A fare il punto è Roberta Villa, medico e divulgatrice scientifica, con un'analisi sul sito anti-bufale 'Dottore ma è vero che?...' curato dalla Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medidi chirurghi odontoiatri.
Chi furono i primi personaggi famosi a rompere il silenzio? "In epoca moderna - analizza Villa - le prime persone famose a parlare delle loro malattie sui media furono nel 1939 il campione di baseball Lou Gehrig, che rendendo pubblica la sua diagnosi fece conoscere la Sla (che da lui prese anche nome, come sindrome di Lou Gehrig), e all'inizio degli anni Settanta l'ex bambina prodigio del cinema in bianco e nero, poi votata all'attività diplomatica, Shirley Temple, la prima donna famosa a svelare di avere avuto un tumore al seno e una conseguente mastectomia. Se Shirley Temple cominciò a rompere il ghiaccio, il caso più noto e studiato per i suoi effetti sulla salute pubblica fu però il cosiddetto 'Betty Ford blip', cioè l'aumento del 15% circa delle nuove diagnosi di carcinoma della mammella negli Stati Uniti nei mesi successivi alla rivelazione di quella della first lady Betty Ford, moglie del 38esimo presidente Usa Gerald Ford. Trent'anni dopo, parlò del suo tumore al seno anche la cantante Kylie Minogue: i contenuti sui media relativi alla malattia, con l'invito a farsi controllare, nei 10 giorni successivi aumentarono di 20 volte; le prenotazioni di una mammografia salirono in 2 settimane del 40%, raddoppiando tra le donne di 40-69 anni che non si erano mai sottoposte allo screening, e 6 settimane dopo le richieste restavano più alte di oltre un terzo rispetto a prima dell’annuncio".
Per tornare alla Casa Bianca, anche la comunicazione aperta sul tumore del colon-retto di Ronald Reagan "produsse effetto positivo in termini di salute pubblica e di risparmio: nel periodo della diagnosi del presidente, aumentarono infatti le telefonate al National Cancer Institute per avere informazioni su questo tumore, salì anche l'aderenza ai programmi di screening e conseguentemente i tassi di diagnosi della malattia, in fase precoce e avanzata - ricorda l'autrice - Per quantificare l'efficacia di questo fenomeno, i ricercatori del National Institute for Occupational Safety and Health (Niosh) calcolarono il costo per anno di vita salvato correlato all'evento. Nel periodo compreso tra il 1986 e il 1996, questo rapporto di costo-efficacia è cresciuto progressivamente fino ad avvicinarsi ai 29.000 dollari nel 1996. In economia sanitaria, una cifra simile (inferiore alla storica soglia standard di 50.000 dollari per anno di vita guadagnato) dimostra che l'evento ha avuto un impatto incredibilmente efficiente e sostenibile per la salute pubblica".
Ma è vero che gli annunci delle persone famose riducono lo stigma? "La trasparenza - sottolinea Villa - fa bene soprattutto quando svela una malattia associata in qualche modo a discriminazione e stigma. In questo senso, rappresentarono una vera svolta gli attori, gli sportivi, i cantanti e le tante altre celebrità che non nascosero di aver contratto Hiv, anche in un periodo in cui la sieropositività per questo virus significava ancora una quasi certa evoluzione verso l'Aids e purtroppo spesso anche un isolamento dal contesto sociale. La rivelazione di aver contratto il virus da parte di uno dei più grandi giocatori di basket della storia, Earvin 'Magic' Johnson, portò per esempio a un aumento dell'interesse e delle discussioni sull'Aids e, secondo i Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta, anche a una riduzione dei comportamenti a rischio. Allo stesso modo, non si può dimenticare il ruolo che molte celebrities (attori, cantanti, sportivi) hanno avuto nello sdoganare il tema della salute mentale nella discussione pubblica, raccontando delle loro difficoltà e parlando apertamente delle cure a cui si sono sottoposti. Sapere che anche persone di successo lottano per stare bene può contribuire a ridurre lo stigma, aumentando la consapevolezza del pubblico, offrendo un modello di comportamento e stimolando chi ne ha bisogno a chiedere aiuto senza vergogna. Tuttavia, occorreranno più studi accurati per verificare se la comunicazione da parte di una celebrità produca davvero cambiamenti profondi in questo campo".
Si può interpretare in termini di azione contro lo stigma delle donne sottoposte a mastectomia bilaterale anche uno dei fenomeni mediatici più noti in questo campo: "L'articolo del 2013 in cui l’attrice Angelina Jolie raccontò sul 'New York Times' di avere varianti patologiche del gene Brca e di avere quindi deciso di farsi asportare entrambe le mammelle, per evitare di ripercorrere il destino della madre e di altre donne della sua famiglia, morte giovani di cancro. La sua storia - precisa Villa - poteva essere di incoraggiamento per le pazienti che si dovevano sottoporre a interventi di questo tipo, mostrando sulla sua pelle come questi non dovessero essere interpretati come minacce alla propria femminilità. Il cosiddetto 'effetto Angelina Jolie' produsse però soprattutto una corsa ai test genetici, anche in persone senza particolari fattori di rischio. Nel Regno Unito le richieste di consulenza genetica quasi raddoppiarono e negli Stati Uniti, nelle donne adulte con assicurazione privata, si passò da 0,71 a 1,13 esami eseguiti al giorno ogni 100.000 donne nelle 2 settimane seguenti alla pubblicazione dell'articolo e si consolidò un incremento del 37% nei mesi successivi, senza che in parallelo aumentassero le prestazioni di follow-up. La maggior parte dei test indotti dal clamore di questa storia negli Stati Uniti, insomma, risultò negativa. In altre parole, non produsse salute, ma solo ansia nelle donne e spese ingiustificate".
"Da parte sua, la figlia di Betty Ford ancora all'inizio degli anni Duemila faceva advocacy per anticipare a 35 anni lo screening per il tumore al seno, sebbene non ci fosse alcuna prova scientifica a sostenerne il beneficio - rimarca l'autrice - Allo stesso modo, la diagnosi di tumore della prostata in alcuni politici e altre persone famose nel Regno Unito ha portato negli ultimi anni a un movimento a favore dello screening per il tumore della prostata, anche in contrasto con le indicazioni delle autorità sanitarie locali. Gli effetti negativi di questo tipo di comunicazione non riguardano però solo un eccesso di esami, che alla fin fine si rivela non solo inutile, ma perfino controproducente. Nei 6 mesi dopo l'operazione in cui un'altra first lady, Nancy Reagan, fu sottoposta a mastectomia radicale, ci fu negli Stati Uniti un boom di questi interventi più invasivi, 3.400 più dell'atteso, mentre calava del 25% la probabilità che una paziente con tumore al seno ricevesse un trattamento più conservativo, come la lumpectomia".
"Insomma - conclude Villa - la trasparenza è cosa buona, ma presenta dei rischi, anche perché questo tipo di comunicazione tende ad arrivare alle persone che si tengono più informate, non necessariamente a quelle che sarebbe prioritario raggiungere. Il contenuto stesso degli appelli, poi, che provengono da pazienti e familiari senza competenza, ma che riscuotono simpatia e fiducia, può finire per essere più ascoltato della raccomandazione del proprio medico o di una società scientifica".
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Tumori, superare i muri invisibili che proteggono il cancro, la sfida della meccanobiologia oncologica Adnkronos
Il cancro non cresce nel vuoto. Intorno alle cellule malate c'è un ambiente fatto di cellule di sostegno, cellule immunitarie e una fitta rete di fibre, la matrice extracellulare, che il tumore modifica e piega ai propri interessi. E non conta soltanto chi abita questo ambiente, ma anche la sua consistenza: una matrice densa e rigida può rendere il tumore più aggressivo, favorire le metastasi e sbarrare la strada alle cure. È la nuova frontiera della meccanobiologia dei tumori, al centro dell'8° Workshop di oncologia traslazionale che il 19 e 20 ottobre riunisce all'Istituto nazionale tumori Regina Elena (Ire) di Roma esperti internazionali, in collaborazione con il Manchester Cell-Matrix Centre dell'università di Manchester e il Cancer Research UK Manchester Institute. La nuova sfida della lotta al cancro, dunque, è superare i muri invisibili che lo proteggono.
Per molto tempo la matrice extracellulare, il materiale che riempie lo spazio tra una cellula e l'altra, è stata considerata una semplice impalcatura, spiegano dal Regina Elena. Oggi sappiamo che non è così. È una struttura dinamica, che viene continuamente costruita e rimodellata e che, nel tumore, condiziona il comportamento delle cellule. Può essere più densa o più lassa, più rigida o più morbida, e le cellule lo avvertono. È come se possedessero un senso del tatto: percepiscono la durezza di ciò che le circonda e la trasformano in segnali che regolano l'attività dei geni coinvolti nella crescita del tumore, nella sua capacità di invadere altri tessuti e nella resistenza alle cure. E tra il tumore e le cellule che lo circondano i messaggi viaggiano in entrambe le direzioni. "È un dialogo continuo, in cui tumore e microambiente si rafforzano a vicenda - descrive Giovanni Blandino, direttore scientifico dell'Istituto Regina Elena - Per decenni abbiamo colpito la cellula tumorale. Le terapie di domani dovranno interrompere anche questo scambio". Interrompere, però, non significa distruggere tutto: "Non tutte le cellule che circondano il tumore lavorano per lui, alcune lo contrastano - precisa Blandino - È il caso di una parte dei fibroblasti, le cellule che producono la matrice: alcuni favoriscono il tumore, altri lo frenano. Questi ultimi vanno rafforzati, non eliminati. Bisogna essere selettivi".
Il tumore del pancreas è l'esempio più emblematico, illustrano gli esperti. È spesso circondato da un tessuto fibroso così denso da ostacolare la distribuzione dei farmaci e l'azione delle cellule immunitarie. Un ambiente definito immunologicamente 'freddo', nel quale le difese dell'organismo faticano ad agire e anche l'immunoterapia incontra notevoli difficoltà. Anche nei tumori testa-collo e dell'ovaio la matrice extracellulare può contribuire alla progressione della malattia e alla resistenza ai trattamenti. Nei tumori testa-collo si studia inoltre se la rigidità della matrice nella zona dell'intervento chirurgico possa influenzare il rischio di recidiva. Su questi temi lavorano anche i ricercatori Ire, con studi dedicati.
Lo scorso anno il Workshop di oncologia traslazionale aveva acceso i riflettori sulle alleanze che il tumore stringe con il proprio microambiente, ricorda una nota dell'Ire. Quest'anno le osserva con una lente d'ingrandimento più potente. Grazie alle analisi molecolari spaziali, alle tecnologie di imaging e ai modelli tridimensionali, gli scienziati possono studiare con maggiore precisione le interazioni tra cellule tumorali, matrice e sistema immunitario, alla ricerca di nuovi indicatori biologici e possibili bersagli terapeutici.
"Questi eventi riflettono gli obiettivi strategici dell'Istituto", afferma Livio De Angelis, direttore generale degli Ifo, gli Istituti fisioterapici ospitalieri a cui fa capo il Regina Elena: "Rafforzare le collaborazioni internazionali, investire sui giovani talenti e accelerare il passaggio dei risultati della ricerca alla cura. È così che un Irccs costruisce l'innovazione al servizio dei pazienti".
La due giorni è organizzata da Blandino, Anna Bagnato e Paola Nisticò dell'Istituto Regina Elena, insieme ad Adam Byron dell'università di Manchester e a Claus Jørgensen, vicedirettore del Cancer Research UK Manchester Institute. Tra i relatori esperti di livello mondiale come Valerie Weaver dell'università della California di San Francisco e Amanda Psyrri, oncologa dell'università di Atene, impegnata nella sperimentazione clinica. Ampio spazio è dedicato ai giovani ricercatori, molti dei quali dell'Ire.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
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Criteri Critici
Nuova frontiera della radioterapia a Brescia: il trattamento si adatta alle variazioni del corpo Il Giorno
Brescia, 19 ottobre 2026 – Nuova frontiera della radioterapia: il trattamento potrà adattarsi alle condizioni anatomiche del paziente anche immediatamente prima della seduta, per cure oncologiche sempre più mirate e personalizzate.
Questa novità è stata introdotta al Centro di Radioterapia e Radiochirurgia Guido Berlucchi di Fondazione Poliambulanza, a Brescia, prima struttura in Italia a mettere in funzione un acceleratore Elekta Evo Adaptive, che consente di effettuare, nei casi indicati, radioterapia adattiva online con CBCT (tomografia computerizzata a fascio conico).
La radioterapia adattiva
Grazie alle immagini tridimensionali, gli specialisti possono osservare l'anatomia del paziente nel momento in cui sta per ricevere le radiazioni e individuare eventuali variazioni nella posizione del tumore e degli organi circostanti rispetto al piano iniziale. Quando è necessario modificarlo, il fisico medico ricalcola e verifica la distribuzione della dose insieme all'équipe, prima dell'erogazione. Il trattamento può così essere aggiornato in base all'anatomia del giorno, con l'obiettivo di colpire il bersaglio tumorale con maggiore precisione e proteggere gli organi sani.
L'intelligenza artificiale è già integrata in alcune fasi del percorso: supporta la definizione preliminare degli organi sulle immagini della TC di centratura e contribuisce a migliorare la qualità delle immagini CBCT, rendendole più adatte ai calcoli dosimetrici. I risultati vengono verificati dal medico e dal fisico medico: le decisioni cliniche e la validazione del piano restano affidate ai professionisti.
Altre tecniche avanzate
La radioterapia adattiva si affianca ad altre tecniche avanzate disponibili nel Centro, che consentono, nei casi clinicamente indicati, di concentrare dosi elevate di radiazioni in un numero limitato di sedute. A rafforzare la sicurezza contribuiscono anche sistemi ottici che monitorano la posizione e i movimenti del paziente durante il trattamento, permettendo di interrompere l'erogazione delle radiazioni in caso di spostamenti oltre i limiti previsti. Il progetto, del valore complessivo di 10,8 milioni di euro, comprende due nuovi acceleratori lineari Elekta, un nuovo bunker e la riqualificazione degli spazi assistenziali.
La radiochirurgia
Rinnovata anche l'area dedicata alla radiochirurgia Gamma Knife, utilizzata per trattare specifiche lesioni intracraniche senza intervento chirurgico tradizionale, con un day hospital dedicato, personale infermieristico di riferimento e ambienti più confortevoli per i pazienti. Inaugurato nel 2010 e operativo dal 2011, il Centro ha effettuato 11.660 cicli di radioterapia fino a giugno 2026, ai quali si aggiungono 3.869 trattamenti Gamma Knife, introdotti nel 2017, sempre fino a giugno 2026.
“Il rinnovamento del Centro unisce nuove apparecchiature, competenze professionali e una revisione dei percorsi. La tecnologia offre possibilità in più, ma il suo valore dipende dal modo in cui viene integrata nel lavoro dell'équipe e nella presa in carico della persona” dichiara Marcellino Valerio, direttore generale di Fondazione Poliambulanza.
La collaborazione
Il rinnovamento consolida la collaborazione tra Fondazione Poliambulanza e Fondazione Guido Berlucchi, da oltre 25 anni impegnata nella ricerca oncologica. Un rapporto avviato con la nascita del Centro e l'acquisto dei primi acceleratori lineari, proseguito con l'introduzione dei sistemi ottici di posizionamento nel 2022 e oggi con il sostegno all'ammodernamento della struttura. Un esempio concreto di come la filantropia possa contribuire a rendere accessibili ai pazienti tecnologie sempre più avanzate.
“L'innovazione nella lotta contro il cancro corre veloce, proprio per questo la vera sfida è fare in modo che i suoi progressi diventino opportunità concrete di cura per i pazienti. Portare a Brescia una delle prime tecnologie in Italia per la radioterapia adattiva supportata dall'intelligenza artificiale significa compiere un passo importante in questa direzione. È qui che la filantropia può fare la differenza: sostenere investimenti capaci di avvicinare le scoperte scientifiche alla pratica clinica e rendere disponibili strumenti sempre più avanzati. Questa è la visione che Guido Berlucchi ci ha lasciato e che continua a guidare le scelte della nostra Fondazione” dichiara Giambattista Bruni Conter, presidente della Fondazione Guido Berlucchi.
Farmaci per i tumori della testa e del collo al 2035: immunoterapia e invecchiamento demografico trainano la crescita - Notizie e Statistiche - IndexBox
📰 IndexBox📅 2026-10-19T15:01:04
immunoterapia
Farmaci per i tumori della testa e del collo al 2035: immunoterapia e invecchiamento demografico trainano la crescita - Notizie e Statistiche IndexBox
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Criteri Critici
Foligno, al San Domenico la comicità di Mezzancella per sostenere i pazienti oncologici - Umbria 24
Imitazioni, musica e comicità per sostenere i pazienti oncologici. Domenica 22 novembre, alle 17, l’Auditorium San Domenico di Foligno ospiterà Antonio Mezzancella con lo spettacolo “Mamma, ho perso Sanremo!”, il cui ricavato sarà interamente devoluto all’associazione Donne Insieme Odv di Foligno per finanziare il servizio gratuito di navetta per i pazienti sottoposti a radioterapia negli ospedali di Foligno e Spoleto.
L’appuntamento è patrocinato dal Comune di Foligno e prodotto da Spettacoli PRO e TGC Eventi. L’artista perugino, noto al pubblico per la vittoria a Tale e quale show nel 2018 e per il ruolo di vocal coach nel programma di Rai 1, porterà sul palco uno spettacolo costruito attorno alla storia del Festival di Sanremo e ai suoi protagonisti.
In “Mamma, ho perso Sanremo!”, Mezzancella interpreta un imitatore che sogna di diventare cantautore e riceve finalmente l’occasione di partecipare al Festival con un proprio brano. Il progetto salta quando uno sciopero improvviso di artisti e maestranze impedisce lo svolgimento della manifestazione. La reazione è allora quella di organizzare un Sanremo tutto suo, dando vita a una rassegna immaginaria tra musica, parodie e colpi di scena.
Nel corso dello spettacolo l’artista dà voce a numerosi protagonisti della musica italiana, da Lucio Dalla a Fabio Concato, da Gino Paoli a Ornella Vanoni, fino a Biagio Antonacci, Marco Mengoni, Sal Da Vinci e Mahmood. Le imitazioni si estendono anche a personaggi dello spettacolo e dell’attualità, in un susseguirsi di trasformazioni vocali e interpretazioni. Lo spettacolo è scritto da Antonio Mezzancella con Marzio Rossi e Andrea Midena.
L’intero ricavato della vendita dei biglietti sarà destinato all’associazione Donne Insieme Odv, presieduta da Giorgia Paioncini, che da anni promuove attività di sensibilizzazione, informazione e prevenzione e raccoglie fondi per sostenere servizi rivolti alle donne e alle loro famiglie, in collaborazione con l’ospedale di Foligno.Tra le attività sostenute dall’associazione, c’è anche il servizio gratuito di trasporto andata e ritorno tra Foligno e Spoleto per i pazienti che devono sottoporsi a radioterapia. L’associazione finanzia inoltre un servizio di estetica oncologica, attività motoria dedicata alle persone in terapia oncologica e una professionista con il ruolo di data manager a supporto della Breast Unit.
La prevendita è disponibile online sul sito Ciaotickets.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Criteri Critici
Melanoma, prevenzione personalizzata e intelligenza artificiale: le sfide dell’IMI Quotidiano Sanità
Più di 12.900 persone ogni anno in Italia si ammalano di melanoma e in totale i pazienti che vivono con una diagnosi ammontano a più di 221mila. Se la sopravvivenza a cinque anni supera il 90% si registrano però ancora circa 2.500 decessi l’anno. Da qui l’esigenza di incentivare la prevenzione con percorsi personalizzati in base al rischio individuale, garantendo controlli mirati alle persone più vulnerabili. Anche l’intelligenza artificiale può contribuire a vincere questa sfida purché sia utilizzata come supporto e non come sostituto del clinico. È quanto emerso dal congresso annuale dell’Intergruppo Melanoma Italiano (IMI), che si è svolto dal 16 al 18 ottobre.
“Il melanoma risulta in crescita in quasi tutti i Paesi occidentali ma si può sconfiggerlo anche grazie ad un approccio multidisciplinare – sostiene Daniela Massi, Presidente IMI – È così inoltre possibile ottenere una maggiore personalizzazione dei trattamenti. Oltre al genere sono diversi gli aspetti di cui dobbiamo tenere conto perché è un tumore molto eterogeno. Nel percorso diagnostico e terapeutico la precisione dell’anatomia patologica è fondamentale per guidare le scelte cliniche”.
“Oggi la biologia molecolare, la digital pathology e l’intelligenza artificiale offrono davvero opportunità senza precedenti – continua Massi – In particolare, l’IA può agire come un “copilota specializzato” al fianco dell’anatomopatologo e offrire un supporto di valore inestimabile, soprattutto nella diagnosi. Inoltre, la digitalizzazione non è solo un processo tecnologico ma anche culturale e organizzativo. Servono regole, standard ed ecosistemi digitali accessibili per garantire diagnosi sempre più accurate e trattamenti davvero su misura del singolo paziente”.
“Il melanoma costituisce un problema sanitario crescente –aggiunge Vincenzo De Giorgi, Segretario IMI -La prima sfida riguarda la riduzione dei comportamenti a rischio ed è quindi fondamentale promuovere una corretta fotoprotezione. Non può essere limitata solo alle vacanze estive ma va estesa alla vita quotidiana con particolare attenzione alle donne e ai più giovani. Poi è necessario diagnosticare il cancro precocemente e meglio. Le moderne tecniche non invasive, come la dermoscopia o l’imaging avanzato, permettono di identificare melanomi sempre più piccoli e sottili. L’aumento della sensibilità diagnostica deve però accompagnarsi a una maggiore specificità, per evitare un numero eccessivo di asportazioni di lesioni benigne, con conseguenze per i pazienti e per il sistema sanitario. È su questo equilibrio tra efficacia, appropriatezza e sostenibilità che dovrà concentrarsi la prevenzione dermatologica dei prossimi anni”.
L’incidenza della patologia. Interventi sempre meno invasivi
Ogni anno nel mondo si registrano circa 100 mila nuovi casi di melanoma e la sua incidenza è raddoppiata negli ultimi 10 anni. “E’ una crescita che è andata di pari passo all’incremento ed evoluzione delle terapie – sottolinea Roberto Patuzzo, Consigliere IMI – L’approccio chirurgico è profondamente cambiato e in contesti selezionati vi è stata una riduzione dell’invasività degli interventi. È un fatto importante dal momento che la prospettiva di una lunga sopravvivenza è sempre più frequente e quindi sono più rilevanti le conseguenze degli interventi. Cicatrici, dolore persistente, linfedema e limitazioni funzionali possono accompagnare il paziente per diversi anni. Preservare tessuti e funzioni, garantire la riabilitazione e la gestione degli esiti sono ormai parti essenziali della cura. Il percorso deve assicurare continuità assistenziale, controlli personalizzati e attenzione alle priorità della persona. L’obiettivo finale è integrare il controllo della malattia con la tutela della qualità di vita, lungo tutto il percorso del paziente”.
“Anche i trattamenti medici sono cambiati negli ultimi decenni e i più utilizzati sono adesso le terapie target e l’immunoterapia – Mario Mandalà, Past President IMI -L’implementazione di queste cure ha portato benefici ai pazienti ma anche all’inevitabile necessità di gestire le tossicità. I clinici devono assicurare sempre una corretta informazione a malati e caregiver. Migliora la consapevolezza dei pazienti, perfeziona il rapporto medico-malato e può contribuire ad instaurare una relazione di fiducia. Le diagnosi precoci del tumore cutaneo e la gestione multidisciplinare garantiscono poi una migliore risoluzione anche degli eventi avversi. Di solito sono l’oncologo e lo specialista d’organo che devono farsi carico della riduzione dell’impatto delle tossicità croniche a lungo termine”.
La ricerca. L’importanza degli studi indipendenti
Al congresso di Bologna è stato dato ampio spazio alla ricerca sul melanoma. “Promuovere studi indipendenti è uno dei principali obiettivi della nostra Associazione – aggiunge Anna Maria Di Giacomo, Consigliere IMI – Purtroppo la ricerca no profit in Italia attraversa una fase critica e negli ultimi 15 anni le sperimentazioni non finanziate dall’industria farmaceutica sono calate del 57%. In questo contesto difficile gruppi cooperativi, come IMI, possono davvero avere un ruolo importante, per esempio, promuovendo trial su farmaci innovativi ma in setting o in popolazioni di pazienti spesso esclusi dagli studi registrativi. Altro ambito rilevante è il disegno di studi che prevedano una forte componente traslazionale, finalizzata anche all’identificazione di biomarcatori predittivi di risposta e tossicità ai trattamenti”.
“L’evoluzione delle terapie e della ricerca ha portato a risultati davvero rilevanti nel contrasto ad una neoplasia insidiosa come il melanoma – conclude Daniela Massi –. Lo stesso vale per le nuove tecnologie che dovrebbero sempre essere garantite a pazienti e clinici. I test di Next Generation Sequencing (NGS) permettono di identificare alterazioni genetiche cruciali per accedere a farmaci mirati. Tuttavia, non esiste ancora un pannello diagnostico o prognostico dedicato e rimborsato nel tariffario. La criticità è elevata nei tumori melanocitari atipici o a incerta definizione, dove la diagnosi è molto complessa e così come il rischio di sotto-trattamento o sovra-trattamento. Come IMI abbiamo chiesto al Ministero della Salute la richiesta di inserire nel nomenclatore tariffario la prestazione: “Test NGS per tumori melanocitari atipici ad incerto potenziale maligno/melanocitoma”. Auspichiamo inoltre un investimento mirato per individuare i centri di riferimento regionali connessi in rete per l’esecuzione degli esami innovativi”.