📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
52.2/100
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Criteri Critici
Tumore alla prostata, la diagnosi dalle urine: uno studio apre la strada a esami meno invasivi La Discussione
Una piccola quantità di urina del mattino potrebbe aiutare a distinguere le forme più aggressive di tumore della prostata da quelle che possono essere soltanto monitorate. È la prospettiva aperta da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica internazionale The Journal of Liquid Biopsy, organo ufficiale della Società Internazionale di Biopsia Liquida. La ricerca, condotta su 35 uomini con sospetta neoplasia prostatica, ha individuato alcune famiglie batteriche più frequenti nei tumori di grado elevato. I risultati sono ancora preliminari, ma potrebbero contribuire allo sviluppo di nuovi strumenti diagnostici meno invasivi. Il tumore della prostata è la neoplasia più frequente nella popolazione maschile. Attualmente il percorso diagnostico si basa sul dosaggio del PSA, sulla risonanza magnetica e, quando necessario, sulla biopsia. Un sistema efficace, che può tuttavia comportare procedure invasive anche per pazienti con forme poco aggressive.
Una delle principali sfide dell’urologia oncologica consiste proprio nell’identificare precocemente i tumori che richiedono un trattamento, distinguendoli da quelli per i quali è sufficiente il monitoraggio.
In questo contesto si inserisce la cosiddetta biopsia liquida, che permette di ricavare informazioni sulla malattia attraverso campioni biologici facilmente accessibili, come sangue e urine. Al centro dell’indagine c’è il microbioma urinario, l’insieme dei microrganismi presenti nelle vie urinarie, il cui possibile rapporto con il carcinoma prostatico suscita un crescente interesse scientifico.
I primi risultati su 35 pazienti
Per la prima volta in questo ambito, i ricercatori hanno utilizzato una tecnologia capace di rilevare, attraverso un’unica analisi, tracce genetiche riconducibili a migliaia di batteri, virus, funghi e parassiti. Il gruppo di lavoro ha sviluppato un protocollo semplice e ripetibile, che prevede la raccolta autonoma di una piccola quantità di urina del mattino, senza ricorrere a procedure invasive.
Lo studio ha finora coinvolto 35 uomini seguiti all’Ospedale di Biella, nei quali la risonanza magnetica aveva evidenziato un sospetto tumore prostatico. La successiva biopsia ha confermato la diagnosi in 19 casi. Le analisi hanno rilevato alcune famiglie batteriche maggiormente presenti nelle neoplasie di grado più elevato, oltre a microrganismi individuati indipendentemente dall’esito dell’esame istologico.
Gli stessi autori sottolineano la necessità di verificare questi risultati su un numero più ampio di pazienti. Le evidenze raccolte costituiscono una base metodologica per ulteriori studi su possibili marcatori delle forme più aggressive.
La collaborazione tra Italia e Stati Uniti
La ricerca nasce dalla collaborazione tra la Struttura Complessa di Urologia dell’Ospedale di Biella, diretta da Stefano Zaramella, la Radiologia dell’Asl di Biella, guidata da Valeria Malfitana, il Laboratorio di Genomica della Fondazione Edo ed Elvo Tempia, coordinato da Giovanna Chiorino, e la Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania, negli Stati Uniti. Il progetto rientra in un programma scientifico più ampio coordinato dal Laboratorio di Genomica della Fondazione Tempia.
Le attività proseguiranno anche con il contributo del Clinical Trial Center dell’Asl BI, che si occupa della raccolta dei dati, della verifica della loro accuratezza e della gestione degli aspetti regolatori.
Biella terzo centro piemontese per interventi
L’attività scientifica si affianca a quella clinica dell’Urologia dell’Ospedale di Biella, che dispone di una risonanza magnetica dedicata alla diagnosi del tumore prostatico, della chirurgia mininvasiva robotica e di un percorso di riabilitazione postoperatoria. Gli elevati volumi di attività e gli standard assistenziali richiamano pazienti anche da fuori provincia. La struttura occupa il terzo posto in Piemonte per numero di interventi chirurgici per carcinoma della prostata.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Leucemia linfoblastica acuta: risultati migliori senza chemioterapia grazie a due farmaci innovativi insalutenews.it
diinsalutenews.it· Pubblicato20 Ottobre 2026· Aggiornato20 Ottobre 2026 Busto Arsizio, 20 ottobre 2026 – Una svolta importante nella cura della leucemia linfoblastica acuta Philadelphia-positiva (LLA Ph+), una forma aggressiva di leucemia. Un nuovo trattamento, basato su due farmaci innovativi, ponatinib (inibitore dei TKI di ultima generazione) e blinatumomab (anticorpo bispecifico anti-CD3, anti-CD19), ha dimostrato di offrire risultati decisamente migliori rispetto alla chemioterapia tradizionale associata a imatinib (inibitore dei TKI di prima generazione). La dott.ssa Elisabetta Todisco Direttrice della Struttura Complessa di Ematologia e Trapianto di cellule Staminali dell’ospedale di Busto Arsizio, è coautrice dello studio, pubblicato la scorsa settimana su una delle riviste scientifiche più prestigiose al mondo, ilNew England Journal of Medicine. Lo studio, coordinato dal GIMEMA (Gruppo Italiano Malattie Ematologiche dell’Adulto), ha coinvolto 236 pazienti adulti e ha mostrato che il nuovo approccio aumenta la sopravvivenza libera da eventi a 24 mesi dall’86%, contro il 67% del trattamento standard. Ma non è tutto: il 68% delle persone trattate con la nuova terapia ha eliminato qualsiasi traccia di malattia residua, rispetto al 42% con il vecchio trattamento, e la percentuale di recidive è stata ridotta drasticamente, passando dal 13% al 5%. Inoltre, solo una minoranza ha dovuto sottoporsi al trapianto di cellule staminali, un intervento complesso e invasivo. Secondo la dott.ssa Elisabetta Todisco, questo nuovo approccio terapeutico rappresenta una vera rivoluzione nel trattamento della LLA Ph+, perché permette di curarla e guarirla senza l’utilizzo della chemioterapia, riducendo notevolmente la tossicità correlata al trattamento e migliorando la qualità della vita dei pazienti. Un importante passo avanti nella lotta contro una malattia che fino a qualche anno fa aveva poche prospettive di guarigione.
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Criteri Critici
Tumore alla prostata, una semplice analisi delle urine potrebbe cambiare la diagnosi: da Biella una scoperta che apre nuove strade Giornale La Voce
E se in futuro bastasse un semplice campione di urine per ottenere informazioni preziose sull'aggressività di un tumore alla prostata, evitando ad alcuni pazienti esami invasivi non necessari? È la prospettiva su cui stanno lavorando i ricercatori dell'Ospedale di Biella, protagonisti di uno studio scientifico internazionale che potrebbe contribuire a cambiare il modo in cui viene affrontata la diagnosi di una delle patologie oncologiche più diffuse tra gli uomini.
La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica internazionale The Journal of Liquid Biopsy, organo ufficiale della Società Internazionale di Biopsia Liquida, nasce dalla collaborazione tra l'Asl di Biella, la Fondazione Edo ed Elvo Tempia e la Perelman School of Medicine dell'Università della Pennsylvania, negli Stati Uniti. Al centro dell'indagine c'è una possibilità ancora da verificare su larga scala: individuare attraverso le urine segnali biologici capaci di aiutare i medici a distinguere le forme tumorali più aggressive da quelle che potrebbero essere semplicemente monitorate.
Una sfida particolarmente importante perché il tumore della prostata è la neoplasia più frequente nella popolazione maschile. Oggi il percorso diagnostico si basa principalmente sul dosaggio del PSA, sulla risonanza magnetica e, quando necessario, sulla biopsia prostatica. Si tratta di strumenti efficaci, ma che possono comportare il ricorso a procedure invasive anche per pazienti con forme tumorali poco aggressive.
Il problema, per gli specialisti, non è soltanto identificare la presenza di un tumore, ma comprenderne il comportamento. Alcune neoplasie richiedono un trattamento, mentre altre possono essere seguite attraverso un programma di sorveglianza. Riuscire a riconoscere tempestivamente queste differenze potrebbe consentire, in futuro, di personalizzare ulteriormente le cure e limitare gli accertamenti non necessari.
È proprio in questo contesto che si inserisce la cosiddetta biopsia liquida, un approccio che punta a raccogliere informazioni sulla malattia analizzando materiali biologici facilmente ottenibili, come sangue e urine, senza sottoporre il paziente a procedure invasive.
Lo studio biellese si concentra in particolare sul microbioma urinario, vale a dire l'insieme dei microrganismi presenti nelle vie urinarie. Il possibile rapporto tra questi microrganismi e il tumore della prostata rappresenta un settore di crescente interesse per la comunità scientifica.
Per la prima volta in questo specifico ambito di ricerca, gli studiosi hanno utilizzato una tecnologia capace di individuare, attraverso un'unica analisi, le tracce genetiche di migliaia di batteri, virus, funghi e parassiti.
Il gruppo di lavoro ha sviluppato un protocollo semplice e ripetibile, basato sulla raccolta di una piccola quantità di urina del mattino. Il campione viene prelevato direttamente dal paziente, senza necessità di manovre invasive, e successivamente sottoposto alle analisi di laboratorio.
La sperimentazione ha coinvolto finora 35 uomini seguiti all'Ospedale di Biella, nei quali la risonanza magnetica aveva evidenziato un sospetto tumore prostatico. Tutti sono stati valutati prima della biopsia, che ha successivamente confermato la presenza della malattia in 19 casi.
Dall'analisi dei campioni sono emersi alcuni elementi di interesse. I ricercatori hanno individuato determinate famiglie batteriche che risultavano più frequenti nei tumori di grado più elevato, oltre ad alcuni microrganismi presenti indipendentemente dall'esito della biopsia.
Si tratta, tuttavia, di risultati ancora preliminari, che non consentono di considerare l'esame delle urine un'alternativa già disponibile alla biopsia tradizionale. Gli stessi autori sottolineano la necessità di verificare le osservazioni attraverso studi condotti su un numero maggiore di pazienti.
Il valore della ricerca risiede quindi soprattutto nell'aver definito una metodologia che potrebbe aprire la strada all'identificazione di nuovi marcatori biologici, utili a riconoscere le forme più aggressive della malattia e a migliorare, in prospettiva, la precisione dei percorsi diagnostici.
Dietro la pubblicazione c'è una collaborazione che coinvolge diverse realtà cliniche e scientifiche. Hanno partecipato la Struttura Complessa di Urologia dell'Ospedale di Biella, diretta da Stefano Zaramella, la Struttura Complessa di Radiologia dell'Asl di Biella, guidata da Valeria Malfitana, e il Laboratorio di Genomica della Fondazione Edo ed Elvo Tempia, coordinato da Giovanna Chiorino, insieme ai ricercatori dell'Università della Pennsylvania.
Un lavoro che mette in relazione l'esperienza maturata quotidianamente nella diagnosi e nel trattamento dei pazienti con le competenze dei laboratori di genomica e di un importante centro accademico internazionale.
La ricerca rientra in un programma scientifico più ampio coordinato dal Laboratorio di Genomica della Fondazione Tempia e proseguirà anche grazie al contributo del Clinical Trial Center dell'Asl BI. Quest'ultimo svolge un ruolo nella raccolta dei dati, nella verifica della loro accuratezza e nella gestione degli aspetti regolatori, necessari per garantire il corretto svolgimento delle attività di ricerca.
L'obiettivo è proseguire gli approfondimenti e consolidare una collaborazione tra l'azienda sanitaria e la Fondazione Tempia che potrebbe produrre ulteriori risultati scientifici.
Lo studio rappresenta anche un riconoscimento delle competenze raggiunte dall'Urologia dell'Ospedale di Biella, che negli anni ha sviluppato un'attività specialistica sostenuta da tecnologie dedicate alla diagnosi e al trattamento del carcinoma prostatico.
Tra gli strumenti a disposizione figurano la risonanza magnetica dedicata alla diagnosi del tumore della prostata, la chirurgia mininvasiva robotica e un percorso di riabilitazione postoperatoria. Servizi che, insieme agli elevati volumi di attività e agli standard di cura, contribuiscono ad attirare pazienti anche da territori esterni alla provincia.
Un dato testimonia il peso assunto dalla struttura nel panorama sanitario regionale: l'Ospedale di Biella è il terzo centro del Piemonte per numero di interventi chirurgici per tumore della prostata.
Un posizionamento che contribuisce a rendere il presidio biellese un punto di riferimento nell'urologia oncologica e offre anche un contesto clinico importante per lo sviluppo di nuovi progetti di ricerca.
La pubblicazione sul Journal of Liquid Biopsy conferma, inoltre, l'inserimento dell'Urologia biellese in una rete scientifica che supera i confini provinciali e nazionali, collegando l'attività ospedaliera ai laboratori della Fondazione Tempia e a istituzioni universitarie internazionali.
Per i pazienti, al momento, non cambia il percorso diagnostico previsto dalle attuali procedure cliniche. La prospettiva aperta dagli studiosi è però significativa: comprendere se le informazioni ricavate dal microbioma urinario possano, un giorno, affiancare gli strumenti già disponibili e aiutare i medici a prendere decisioni più mirate.
La strada verso un eventuale utilizzo clinico è ancora lunga e richiederà nuove verifiche. Ma proprio da un campione di urine, raccolto senza alcuna procedura invasiva, potrebbe arrivare un ulteriore contributo alla ricerca di una diagnosi del tumore prostatico sempre più precisa e personalizzata.
Disagio giovanile, uno studente su sette ha pensato al suicidio nell’ultimo anno L’indagine della Fondazione Foresta su circa 1.400 studenti delle superiori fotografa una sofferenza che spesso resta nascosta: 214 ragazzi hanno riferito pensieri suicidari e quasi uno su quattro, tra loro, non ne ha parlato con nessuno. Nel 2023 in Italia 3.830 morti per suicidio tra gli over 15
Influenza, Covid e virus respiratori: scoperta una molecola capace di bloccarli, la svolta arriva da Torino e Pisa Una ricerca delle Università di Pisa, Torino e Piemonte Orientale individua una nuova classe di sostanze attive contro diversi virus. La molecola AV22 ostacola la loro capacità di infettare le cellule. Risultati promettenti, ma per arrivare a un farmaco serviranno ancora anni di sperimentazione
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Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Criteri Critici
Sanità Molise, Radioterapia: Primiani chiede chiarimenti a Roberti Primonumero
Redazione Il consigliere regionale pentastellato deposita un’interpellanza urgente al Presidente della Giunta dopo l’ipotesi di cessione del ramo d’azienda da parte di Responsible a Medipass. “Servono garanzie immediate per la continuità dei trattamenti salvavita e la tutela del personale”. La forte dipendenza del sistema sanitario molisano dalle convenzioni esterne nei settori salvavita torna al centro dello scontro politico in Regione.A sollevare il caso dellaRadioterapia— branca cruciale al pari della Cardiochirurgia e della Neurochirurgia — interviene ilconsigliere regionale del Movimento 5 Stelle,Angelo Primiani,con un’interpellanza urgente indirizzata al presidenteFrancesco Robertie alla struttura commissariale. Alla base dell’iniziativa politica figura un atto formale acquisito dall’Asrem l’8 ottobre scorso,relativo allaprocedura promossa da Responsible S.p.A.davanti al Tribunale di Campobasso per autorizzare il conferimento del ramo radioterapico in una nuova società (NewCo)e lasuccessiva cessione del 99% delle quote a Medipass S.p.A.Un passaggio societario che ripropone l’incognita sulla tenuta dei servizi pubblici di fronte ai riassetti dei privati. “Quali ripercussioni potrebbe generare un eventuale stop improvviso delle prestazioni?Manca un piano alternativo in grado di schierare subito strutture,apparecchiature e professionisti pubblici senza costringere i cittadini ai viaggi della speranza fuori regione” ,sottolinea Primiani,senza entrare nel merito delle dinamiche aziendali ma richiamando le istituzioni alle proprie responsabilità di controllo. Con l’interpellanza depositata aPalazzo D’Aimmo,il M5S chiede al governatore di chiarire l’impatto della cessione sulle convenzioni vigenti,sul budget assegnato e sulla tenuta dell’accreditamento istituzionale con il Servizio Sanitario Regionale.Il documento punta inoltre a conoscere le misure di garanzia individuate per assicurare l’ininterrotta erogazione delle terapie oncologiche e la piena tutela dei livelli occupazionali del personale coinvolto. L’affondo richiamo infine la necessità di una riforma strutturale del comparto,citando anche le recenti inchieste giornalistiche di“Presa Diretta”:per l’esponente pentastellato il diritto alla salute dei molisani non può rimanere condizionato dagli equilibri societari o giudiziari delle aziende private convenzionate.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Tumore della cervice, uno studio trova la cura che si adatta all'evoluzione della malattia Il Digitale
Il trattamento del tumore della cervice uterina localmente avanzato punta a essere sempre più preciso, modificandosi nel corso della terapia. A renderlo noto, come riporta “Mondosanita”, sono i primi risultati del trial clinico internazionale EMBRACE 2, a cui ha partecipato come unico centro italiano la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.
Nello specifico, la ricerca ha stabilito nuovi standard per l’esecuzione della radioterapia, della chemioterapia concomitante e della successiva brachiterapia, con intento curativo. Gli ultimi dati, emersi nel 2025, hanno evidenziato una sopravvivenza mai raggiunta in precedenza nell’ambito di questi trattamenti, contribuendo a modificare la pratica clinica.
Tumore della cervice, lo studio rivoluzionario
Il trial clinico internazionale EMBRACE 2 ha evidenziato novità importanti nel trattamento del tumore della cervice uterina localmente avanzato, che rende le cure più precise e adattate all’evoluzione della malattia, modificando così la pratica clinica. Uno degli elementi più rilevanti dello studio, riporta “Mondosanita”, riguarda la brachiterapia guidata dalle immagini di risonanza magnetica.
In questo modo è possibile pianificare il trattamento, evidenziando seduta dopo seduta come cambia la malattia e ottimizzando la somministrazione delle dosi. È in tale contesto che l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano si è imposto come unico centro italiano, coinvolgendo Radioterapia, Fisica Sanitaria e Radiodiagnostica.
È stato possibile realizzare la pianificazione attraverso risonanza magnetica, con la possibilità per le pazienti di accedervi quotidianamente. La dottoressa Brigida Pappalardi, specialista in Radioterapia Oncologica della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, ha commentato così la ricerca:
EMBRACE 2 ha consentito di individuare e condividere con la comunità scientifica internazionale precisi standard di qualità per la radioterapia, la chemioterapia concomitante e la successiva brachiterapia. La possibilità di pianificare la brachiterapia attraverso le immagini di risonanza magnetica ci permette di osservare seduta dopo seduta come cambia il tumore e, di conseguenza, di ottimizzare le dosi. I risultati presentati hanno mostrato dati di sopravvivenza mai raggiunti prima nell’ambito di questi trattamenti e hanno contribuito a cambiare la pratica clinica.
Leggi anche: Tumore al pancreas, l’EMA dà il via libera al farmaco che raddoppia la sopravvivenza: come funziona
Come si è svolta la ricerca
La ricerca ha contribuito a stabilire nuovi standard per l’esecuzione della radioterapia, della chemioterapia concomitante e della successiva brachiterapia. È proprio in questo modo, evidenzia “Mondosanita”, che le pazienti hanno accesso a cure personalizzate e mirate. I risultati ottenuti nel 2025 hanno mostrato dati di sopravvivenza mai raggiunti prima nell’ambito di questi trattamenti.
Fondamentale nell’ottenere tali risultati è stato un modello fortemente multidisciplinare da parte dell’INT, che ha coinvolto oncologi radioterapisti, ginecologi, fisici sanitari, tecnici sanitari di radiologia medica, personale infermieristico, specialisti della diagnostica e anestesisti. È proprio la brachiterapia, eseguita in sedazione, a richiedere una fitta collaborazione tra i vari specialisti. Queste le parole della dottoressa Pappalardi:
È un percorso costruito intorno alle esigenze delle pazienti e reso possibile dalla collaborazione di molte professionalità. Il risultato raggiunto non appartiene quindi soltanto alle persone direttamente coinvolte nel trial, ma rappresenta il lavoro di un’intera squadra e testimonia il valore della collaborazione multidisciplinare nella ricerca clinica e nell’assistenza.
L’importanza e la rivoluzionarietà di EMBRACE 2 sono state riconosciute anche da ESTRO, la Società Europea di Radioterapia, che ha assegnato al team internazionale il Donal Hollywood Award. Si è trattato di un momento senza precedenti, in quanto mai prima d’ora il premio era stato attribuito a un intero gruppo di lavoro. Per l’Istituto Nazionale dei Tumori sono stati indicati la dottoressa Pappalardi, nel ruolo di principal investigator locale, la dottoressa Delle Curti e il dottor Giandini come co-PI.
Leggi anche: Tumore al polmone, trovata una nuova terapia che riduce il rischio di progressione del 37%
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Neuroblastoma: bloccare una proteina smaschera le cellule tumorali e migliora l’immunoterapia Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi
Roma, 20 ottobre 2026 (Agenbio) – Un team di ricercatori del Penn State College of Medicine ha scoperto che bloccare la proteina PIK3C3/VPS34 rende le cellule del neuroblastoma più facili da individuare e migliora l’immunoterapia. Gli anticorpi monoclonali, proteine prodotte in laboratorio progettate per riconoscere e legarsi a un bersaglio specifico, si attaccano a GD2 sulla superficie delle cellule tumorali, segnandole per la distruzione da parte delle cellule immunitarie del paziente. Aumentando i livelli di GD2, le cellule tumorali nello studio sono diventate più facili da rilevare e più vulnerabili all’immunoterapia anti-GD2. Ha anche reso l’ambiente intorno al tumore più ostile alla crescita del cancro. Il team ha riscontrato un forte legame tra l’inibizione del VPS34 e l’aumento dell’efficacia dell’immunoterapia anti-GD2. Quando hanno bloccato VPS34 negli esperimenti cellulari in laboratorio, dove le cellule tumorali hanno più ossigeno e nutrienti per sopravvivere e non dipendono così tanto dall’autofagia, le cellule tumorali sono comunque morte, indipendentemente da qualsiasi trattamento immunoterapeutico. Il blocco di VPS34 ha inoltre aumentato drasticamente la quantità di GD2 sulla superficie delle cellule tumorali, misurata tramite citometria a flusso, una tecnica di laboratorio che analizza i livelli di molecole specifiche etichettandole con marcatori fluorescenti. Le singole cellule venivano fatte passare attraverso un laser, che identificava quelle “più luminose” che trasportavano più GD2. Il blocco di VPS34 ha aumentato la quantità totale di GD2 nella cella, ma la GD2 superficiale è aumentata di più, spostando in modo sproporzionato l’equilibrio verso l’esterno della cella. (Agenbio) Etr 12:00
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Criteri Critici
Radioterapia, Primiani presenta un’interpellanza urgente sulla cessione del ramo a una NewCo isNews - Molise
Il consigliere chiede al presidente Roberti di chiarire le ricadute su convenzioni, continuità delle cure e personale
CAMPOBASSO. Il portavoce del Movimento 5 Stelle in Consiglio regionale, Angelo Primiani, ha presentato un’interpellanza urgente sulla Radioterapia in Molise. “In Molise la Radioterapia, come la Cardiochirurgia e la Neurochirurgia, vive da anni di convenzioni: branche decisive per la vita dei pazienti, di fatto esternalizzate, e dunque esposte, senza le dovute contromisure, a una vulnerabilità che riguarda i cittadini prima ancora che il sistema pubblico – afferma Primiani –. Che cosa accadrebbe se da un momento all’altro uno di questi servizi venisse meno? Non è una previsione, è una domanda di responsabilità, e la rivolgo alla Giunta. Esiste un piano alternativo? Ci sono posti, professionisti e apparecchiature pubbliche pronti a subentrare? Oppure ci ritroveremmo, ancora una volta, a mandare i pazienti a curarsi fuori regione?”.
“A rendere la questione urgente è un caso concreto, quello della Radioterapia, sul quale ho depositato un’interpellanza al presidente Roberti – spiega il consigliere –. L’8 ottobre è stato acquisito al protocollo Asrem l’atto relativo al procedimento promosso da Responsible Spa davanti al Tribunale di Campobasso, con cui si chiede l’autorizzazione a conferire il ramo radioterapico in una NewCo e a cedere il 99% del capitale della stessa a Medipass Spa”.
“Ancora una volta apprendiamo quello che accade in sanità dai giornali, ma non entro nel merito delle scelte societarie e non esprimo giudizi su chi opera nel rispetto delle regole – prosegue l’esponente pentastellato –. Mi preme capire però cosa pensa la struttura commissariale di tutto ciò. La Regione che ruolo sta giocando? Personalmente sono preoccupato, perché è importante che durante qualsiasi passaggio, giudiziario o societario, nessun paziente molisano resti senza cure nemmeno per un giorno. La Radioterapia è un presidio salvavita, e su questo non ci sono margini di trattativa”.
“Per questo chiedo al presidente di chiarire tre punti – aggiunge Primiani –. Primo: se siano state valutate le ripercussioni del conferimento e della cessione sulle convenzioni in essere, sul budget assegnato e sul mantenimento dei requisiti di accreditamento istituzionale con il Servizio sanitario regionale. Secondo: quali iniziative intenda assumere, nell’ambito delle proprie competenze, per garantire la piena e ininterrotta continuità delle prestazioni durante tutta la transizione. Terzo: quali garanzie intenda richiedere ai soggetti coinvolti per tutelare i livelli occupazionali e le professionalità del ramo d’azienda interessato”.
“Sarebbe il momento di affrontare seriamente la questione: i motivi sono ormai chiari a tutti e li ha evidenziati in modo inequivocabile anche la trasmissione tv ‘Presa Diretta’ – conclude il consigliere –. Il diritto alla salute non può dipendere dagli assetti proprietari di una società. Alla Regione spetta il dovere di vigilare e di avere sempre pronta una risposta”.
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Mieloma multiplo, le nuove frontiere della terapia DiLei
DiLei Redazione DiLei è il magazine femminile di Italiaonline lanciato a febbraio 2013, che parla a tutte le donne con occhi al 100% femminili. 20/10/26 11:391 min di lettura La ricerca sulmieloma multiploha compiuto importanti passi avanti, trasformando il panorama delle cure e aprendo nuove prospettive per chi convive con questa malattia. Ma che cos’è il mieloma e chi colpisce? Quali sono i fattori di rischio e i segnali da riconoscere? Come si arriva alla diagnosi e come si è evoluto il trattamento, tra nuovi farmaci, terapie innovative e alternative alle CAR-T? Scopriamo anche come sono migliorate le prospettive di sopravvivenza e in che modo le nuove cure possono contribuire a migliorare la qualità di vita delle persone. Ne abbiamo parlato durante l’evento live, trasmesso sulle nostre piattaforme diFacebook, Instagram e YouTube, conSilvia Mangiacavalli– Division of Hematology – Fondazione I.R.C.C.S. Policlinico San Matteo. Con il contributo di GSK Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.
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Tumore prostata: Asl Biella propone una diagnosi meno invasiva La Provincia di Biella
Il tumore della prostata è il tumore più frequente nella popolazione maschile.
Tumore prostata: Asl Biella propone una diagnosi meno invasiva
Il percorso diagnostico si basa oggi sul dosaggio del PSA, sulla risonanza magnetica e, quando necessario, sulla biopsia: un percorso efficace, che però può comportare esami invasivi anche in pazienti con forme di malattia poco aggressive. Distinguere precocemente i tumori che richiedono un trattamento da quelli che possono essere soltanto monitorati è una delle sfide principali dell’urologia oncologica.
In questo ambito, una nuova prospettiva potrebbe essere rappresentata dalla cosiddetta biopsia liquida, che punta a ricavare informazioni sulla malattia da campioni facili da ottenere, come il sangue o le urine, senza procedure invasive per il paziente.
È in questa direzione che si inserisce lo studio pubblicato sulla rivista scientifica internazionale The Journal of Liquid Biopsy, organo ufficiale della Società Internazionale di Biopsia Liquida. La ricerca è frutto della collaborazione tra la Struttura Complessa di Urologia dell’Ospedale di Biella, diretta da Stefano Zaramella, la Struttura Complessa di Radiologia dell’Asl di Biella, diretta da Valeria Malfitana, il Laboratorio di Genomica della Fondazione Edo ed Elvo Tempia, coordinato da Giovanna Chiorino, e la Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania (Stati Uniti).
Al centro dello studio c’è il microbioma urinario, cioè l’insieme dei microrganismi presenti nelle vie urinarie, il cui possibile legame con il tumore della prostata è oggi oggetto di crescente interesse scientifico.
Per la prima volta in questo ambito è stata utilizzata una tecnologia in grado di rilevare in un’unica analisi le tracce genetiche di migliaia di batteri, virus, funghi e parassiti. Il gruppo di lavoro ha messo a punto un protocollo semplice e ripetibile, che richiede soltanto una piccola quantità di urina del mattino raccolta dal paziente stesso, senza procedure invasive.
Sono stati finora coinvolti 35 uomini con sospetto tumore prostatico emerso dalla risonanza magnetica, seguiti all’Ospedale di Biella prima della biopsia, che in 19 casi ha poi confermato la diagnosi.
L’analisi ha individuato alcune famiglie batteriche più frequenti nei tumori di grado più elevato ed alcuni microrganismi presenti indipendentemente dall’esito della biopsia. Si tratta di risultati preliminari, che gli stessi autori indicano come ipotesi da confermare su casistiche più ampie, ma che pongono le basi metodologiche per nuove linee di ricerca su marcatori in grado di riconoscere le forme di tumore più aggressive.
Lo studio, inserito in un più ampio programma di ricerca coordinato dal Laboratorio di Genomica della Fondazione Tempia, proseguirà anche grazie al contributo del Clinical Trial Center dell’Asl BI, impegnato nella raccolta dei dati, nella verifica della loro accuratezza e nella gestione degli aspetti regolatori. Testimonia inoltre il consolidarsi della collaborazione tra i due enti, che potrà portare ulteriori risultati scientifici.
Un contributo determinante viene dagli elevati volumi di attività e dagli standard di cura dell’Urologia dell’Ospedale di Biella, sostenuti dalla risonanza magnetica dedicata alla diagnosi del tumore prostatico, dalla chirurgia mininvasiva robotica e dal percorso di riabilitazione postoperatoria: elementi che attraggono pazienti anche da fuori provincia e che fanno dell’Ospedale di Biella il terzo centro piemontese per numero di interventi chirurgici per tumore della prostata.
La pubblicazione conferma come l’Urologia biellese sia oggi parte integrante di una rete di ricerca che unisce la pratica clinica ospedaliera, i laboratori della Fondazione Tempia e centri accademici internazionali, consentendo all’Asl di Biella di contribuire alla produzione di nuove conoscenze utili al miglioramento dei percorsi diagnostici e di cura.
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Tumore al pancreas, svolta in Europa: il farmaco che allunga la vita MetroToday
Indice dei contenuti 🌐 Tumore al pancreas metastatico, arriva una svolta nella lotta contro uno dei tumori più aggressivi. L’Agenzia europea per i medicinali ha espresso parere favorevole a daraxonrasib (Rasonque), una nuova terapia orale che, negli studi clinici, ha portato la sopravvivenza mediana da 6,7 a 12,4 mesi. Ora la decisione passa alla Commissione europea, mentre per la disponibilità in Italia saranno decisive le successive valutazioni su prezzo e rimborsabilità. Una notizia destinata a cambiare le prospettive terapeutiche di migliaia di pazienti colpiti da una delle forme di cancro più difficili da combattere. Il Comitato per i medicinali per uso umano dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha espresso il 15 ottobre 2026 parere positivo all’autorizzazione di Rasonque, nome commerciale del principio attivo daraxonrasib, sviluppato dalla società farmaceutica Revolution Medicines. Non si tratta di una cura miracolosa né di una vittoria definitiva contro il tumore al pancreas. Ma i risultati della sperimentazione rappresentano un progresso importante in un settore dell’oncologia nel quale le alternative terapeutiche, soprattutto nelle fasi avanzate della malattia, rimangono limitate. Il nuovo medicinale è destinato agli adulti affetti da adenocarcinoma pancreatico metastatico che abbiano già ricevuto almeno una precedente terapia sistemica. Una popolazione di pazienti particolarmente vulnerabile, spesso costretta ad affrontare trattamenti impegnativi con benefici purtroppo modesti. A rendere significativa la decisione europea sono soprattutto i risultati clinici: il nuovo farmaco ha mostrato un miglioramento della sopravvivenza complessiva rispetto alla chemioterapia utilizzata come trattamento di confronto. I numeri della sperimentazione raccontano meglio di qualsiasi proclama la portata della novità. Lo studio internazionale di fase 3 ha coinvolto 500 pazienti con carcinoma pancreatico metastatico, la cui malattia era progredita dopo una precedente terapia. Nei pazienti trattati con daraxonrasib, la sopravvivenza mediana complessiva è stata di 12,4 mesi, rispetto ai 6,7 mesi registrati nel gruppo sottoposto a chemioterapia. Sopravvivenza mediana complessiva nello studio clinico 0 mesi4 mesi8 mesi12 mesi16 mesiDaraxonrasibChemioterapia Studio internazionale di fase 3, 500 pazienti. Dati EMA, ottobre 2026. Un incremento di 5,7 mesi nella sopravvivenza mediana, particolarmente rilevante per una malattia che, quando raggiunge lo stadio metastatico, presenta generalmente una prognosi molto severa. Anche l’intervallo durante il quale il tumore non mostra segni di progressione risulta migliorato: 7,2 mesi con daraxonrasib contro 3,6 mesi con la chemioterapia. È fondamentale interpretare correttamente questi risultati. La sopravvivenza mediana non rappresenta il tempo massimo di vita dei pazienti e non permette di prevedere individualmente la risposta al trattamento. Indica il momento in cui metà dei partecipanti allo studio risulta ancora in vita. Il miglioramento osservato costituisce tuttavia un segnale clinico importante e apre nuove prospettive per una patologia nella quale ogni progresso terapeutico può assumere un valore straordinario. La novità non riguarda soltanto i risultati, ma anche il meccanismo d’azione. Daraxonrasib appartiene alla categoria degli inibitori delle proteine RAS, molecole coinvolte nei processi che regolano crescita e sopravvivenza delle cellule. In numerosi tumori pancreatici, alterazioni genetiche determinano un’attivazione anomala di queste proteine, favorendo la proliferazione incontrollata delle cellule cancerose. Il medicinale interviene su questo meccanismo attraverso un processo molecolare specifico: si lega alla proteina ciclofilina A, formando un complesso capace di interferire con il funzionamento delle proteine RAS. L’obiettivo è bloccare uno dei segnali biologici che alimentano la crescita del tumore, rallentando la progressione della malattia e favorendo la morte delle cellule tumorali. Un approccio che rappresenta una delle direzioni più promettenti della ricerca oncologica: non limitarsi ad aggredire genericamente le cellule in rapida proliferazione, ma intervenire sui meccanismi molecolari responsabili della crescita cancerosa. Nella sperimentazione clinica, il 92% dei pazienti presentava una mutazione RAS G12 confermata. Il farmaco, tuttavia, è stato raccomandato per l’indicazione clinica valutata, senza che il parere positivo europeo imponesse uno specifico test genetico come requisito di accesso. Un altro elemento rilevante riguarda la modalità di somministrazione. Rasonque è infatti un farmaco orale, disponibile in compresse rivestite da 100 e 150 milligrammi, una caratteristica che lo distingue dalle tradizionali terapie oncologiche somministrate per via endovenosa. La somministrazione orale può semplificare alcuni aspetti organizzativi del trattamento, ma non elimina la necessità di controlli specialistici, monitoraggio e valutazioni cliniche periodiche. Come tutte le terapie antitumorali, anche daraxonrasib può provocare effetti indesiderati. Tra quelli osservati più frequentemente durante gli studi figurano diarrea, eruzioni cutanee, stomatite, nausea e vomito. La scelta terapeutica dovrà quindi essere effettuata dagli oncologi considerando le condizioni generali del paziente, le precedenti cure, l’evoluzione della malattia e il rapporto tra benefici attesi e possibili rischi. Non si tratta, dunque, di un medicinale da assumere autonomamente, ma di una terapia oncologica specialistica destinata a pazienti accuratamente selezionati. La rilevanza clinica della nuova terapia ha indotto l’autorità regolatoria europea ad adottare un percorso di valutazione accelerato. Daraxonrasib è stato inserito tra i medicinali prioritari nell’ambito del progetto Cancer Medicines Pathfinder, pensato per favorire lo sviluppo e la valutazione di trattamenti potenzialmente innovativi contro il cancro. L’esame della documentazione scientifica è iniziato nel luglio 2026 attraverso una procedura progressiva, che ha consentito agli esperti di analizzare i dati man mano che venivano presentati. Il procedimento si è concluso in meno di 150 giorni di valutazione, rispetto ai 210 giorni attivi che possono essere richiesti da un iter ordinario. Una riduzione dei tempi significativa, ottenuta senza rinunciare agli standard europei relativi alla qualità, alla sicurezza e all’efficacia dei medicinali. La procedura riflette una necessità sempre più avvertita nell’oncologia contemporanea: accelerare l’accesso alle innovazioni realmente promettenti, evitando che i tempi amministrativi ritardino inutilmente la disponibilità di trattamenti potenzialmente importanti. La decisione del comitato scientifico europeo rappresenta un passaggio cruciale, ma non coincide ancora con l’autorizzazione definitiva alla commercializzazione. Il parere favorevole sarà sottoposto alla Commissione europea, chiamata ad adottare la decisione sull’autorizzazione all’immissione in commercio nell’Unione. Successivamente entreranno in gioco le autorità regolatorie dei singoli Stati membri. In Italia sarà fondamentale il ruolo dell’Agenzia italiana del farmaco (AIFA), competente per le valutazioni nazionali relative al prezzo e alla rimborsabilità da parte del Servizio sanitario nazionale. È proprio in questa fase che si concentrerà una delle questioni più delicate: garantire che un progresso scientifico possa tradursi concretamente in un’opportunità terapeutica accessibile ai pazienti. Un medicinale innovativo, infatti, può ottenere l’autorizzazione europea senza diventare immediatamente disponibile e rimborsato in tutti i Paesi dell’Unione. Non è quindi ancora possibile indicare una data certa per l’accesso ordinario e rimborsato a daraxonrasib in Italia. Negli Stati Uniti il medicinale ha già ottenuto l’approvazione nell’agosto 2026, circostanza che ha alimentato le aspettative dei pazienti europei e delle loro famiglie. Il carcinoma pancreatico continua a rappresentare una delle maggiori emergenze dell’oncologia moderna. La sua pericolosità deriva da diversi fattori: aggressività biologica, possibilità di diffusione precoce e difficoltà nell’individuare la malattia nelle fasi iniziali. I primi sintomi possono essere generici e facilmente confusi con disturbi gastrointestinali o altre condizioni meno gravi. Dolori addominali persistenti, fastidi alla schiena, perdita di peso inspiegabile, diminuzione dell’appetito e comparsa di ittero possono costituire segnali che richiedono accertamenti medici, soprattutto quando persistono o si manifestano contemporaneamente. Questi sintomi non indicano necessariamente la presenza di un tumore, ma non dovrebbero essere sottovalutati. Una delle difficoltà maggiori è rappresentata dal fatto che numerose diagnosi arrivano quando la malattia è già localmente avanzata o metastatica, rendendo impossibile un intervento chirurgico con finalità curativa. È proprio per questi pazienti che i nuovi trattamenti sistemici assumono particolare importanza. Accanto alla ricerca farmacologica, rimane essenziale migliorare le strategie diagnostiche, identificare le persone a rischio elevato e sviluppare strumenti capaci di individuare il tumore prima che si diffonda. Il caso daraxonrasib dimostra come la conoscenza dei meccanismi genetici e molecolari del cancro stia progressivamente modificando le strategie terapeutiche. Per molti anni le alterazioni delle proteine RAS sono state considerate bersagli particolarmente difficili da raggiungere farmacologicamente. Lo sviluppo di nuovi inibitori dimostra invece che alcune barriere scientifiche possono essere superate attraverso la ricerca molecolare e la sperimentazione clinica. Questo non significa che tutti i tumori pancreatici potranno essere trattati con lo stesso farmaco né che la risposta sarà identica per ogni paziente. Significa piuttosto che la medicina oncologica sta ampliando le possibilità di intervenire sui processi biologici che sostengono la crescita tumorale, aprendo prospettive per trattamenti più mirati e nuove combinazioni terapeutiche. Restano comunque interrogativi importanti, dalla durata degli effetti benefici alla gestione delle resistenze farmacologiche, fino alla sicurezza nel lungo periodo. Ulteriori studi saranno necessari per comprendere se e come il trattamento possa essere utilizzato in altre fasi della malattia o associato a differenti strategie terapeutiche. Per chi combatte contro un tumore pancreatico metastatico, la notizia del parere positivo europeo rappresenta molto più di un aggiornamento regolatorio. È la prospettiva concreta di una nuova possibilità terapeutica in un contesto nel quale le alternative rimangono spesso insufficienti. Ma la storia di questo farmaco pone anche una questione centrale per la sanità pubblica: l’innovazione scientifica raggiunge il proprio obiettivo soltanto quando diventa effettivamente accessibile a chi ne ha bisogno. Dopo la raccomandazione dell’EMA, l’attenzione si concentra quindi sulle prossime decisioni della Commissione europea e, successivamente, delle autorità nazionali. Per l’Italia la partita riguarderà soprattutto tempi di disponibilità, sostenibilità economica e possibilità di garantire ai pazienti un accesso appropriato ed equo. Il nuovo farmaco non cancella la gravità del tumore al pancreas, ma introduce un elemento di speranza sostenuto da risultati clinici misurabili. La sopravvivenza mediana quasi raddoppiata nello studio rappresenta un progresso significativo. Ora la sfida sarà trasformare questo risultato della ricerca in una concreta opportunità di cura, senza creare aspettative irrealistiche e senza lasciare indietro i pazienti. Le fotografie visualizzate sono riferimenti di repertorio di corredo all’articolo, meramente indicative.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
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Radioterapia e qualità della vita: Icro Meattini conquista il riconoscimento della Breast Cancer Research Foundation insalutenews.it
Firenze, 20 ottobre 2026 – Icro Meattini, Professore Associato di Radioterapia Oncologica presso l’Università di Firenze, Direttore della Breast Unit dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi e consigliere della Fondazione Radioterapia Oncologica (FRO), è stato selezionato come investigator dalla Breast Cancer Research Foundation (BCRF) di New York, una delle principali organizzazioni non-profit al mondo dedicate al finanziamento della ricerca sul tumore al seno. Per la prima volta, un radio-oncologo europeo entra a far parte della rete internazionale della charity americana.
Gli investigator BCRF sono scienziati e clinici di eccellenza, impegnati nella prevenzione, diagnosi e cura del tumore alla mammella. Per il suo progetto di ricerca, Meattini riceverà dalla Breast Cancer Research Foundation un finanziamento di circa 200.000 dollari che sarà destinato al Dipartimento di Scienze Biomediche Sperimentali e Cliniche dell’Università degli Studi di Firenze a cui afferisce il professore.
Il progetto si basa sullo studio internazionale di fase 3 EUROPA, interamente sostenuto dalla FRO e coordinato dallo stesso Meattini in qualità di principal investigator. Il trial coinvolge oltre 900 donne over 70 con tumore al seno in stadio precoce e a basso rischio, confrontando la radioterapia con la terapia ormonale e includendo tra gli obbiettivi primari la qualità di vita e il peso del trattamento per le pazienti.
La nuova fase del progetto intende contribuire a personalizzare le cure delle donne con tumore a basso rischio, evitando trattamenti superflui e i relativi eventi avversi. Prevede, in particolare:
analisi dell’impatto delle diverse modalità di erogazione della radioterapia sugli effetti collaterali e sulla qualità di vita delle pazienti;
sviluppo di un modello di costo-efficacia per individuare le strategie di cura in grado di offrire il maggior valore alle pazienti e ai sistemi sanitari;
studio degli ostacoli che limitano l’accesso alle cure e la partecipazione alla ricerca clinica.
L’obiettivo è generare evidenze utili a promuovere un’assistenza oncologica più equa, sostenibile e personalizzata.
“Sono profondamente onorato di entrare a far parte della comunità degli investigator della Breast Cancer Research Foundation e di condividere con colleghi di tutto il mondo l’impegno a migliorare la vita delle donne con tumore mammario. Essere il primo radio-oncologo europeo a ricevere questo riconoscimento è motivo di orgoglio e una grande responsabilità. Questo risultato, tuttavia, nasce da un lavoro di squadra: dall’impegno dei colleghi con cui lavoro, dal sostegno della Fondazione Radioterapia Oncologica e, soprattutto, dalla fiducia delle pazienti che hanno scelto di contribuire alla ricerca. Il finanziamento BCRF ci permetterà di approfondire come offrire cure efficaci con un minore impatto sulla vita quotidiana, tenendo conto dei bisogni e delle preferenze di ogni donna”, dichiara Icro Meattini.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Tumore della cervice, non più la stessa cura dall’inizio alla fine: ora si adatta mentre il tumore cambia Mondosanità
Rendere il trattamento del tumore della cervice uterina localmente avanzato sempre più preciso, adattandolo all’evoluzione della malattia e definendo standard condivisi a livello internazionale. È questo uno dei principali risultati del trial clinico internazionale EMBRACE 2, al quale la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano ha partecipato come unico centro italiano, attraverso la SC Radioterapia.
Lo studio, al quale l’Istituto ha iniziato a lavorare nel 2018, ha contribuito a stabilire nuovi standard per l’esecuzione della radioterapia, della chemioterapia concomitante e della successiva brachiterapia nel trattamento, con intento curativo delle pazienti con tumore della cervice uterina localmente avanzato. I risultati presentati nel 2025 hanno evidenziato dati di sopravvivenza mai raggiunti in precedenza nell'ambito di questi trattamenti, contribuendo a modificare la pratica clinica.
Un trattamento che segue l’evoluzione del tumore
Uno degli elementi qualificanti del protocollo EMBRACE 2 riguarda la brachiterapia guidata dalle immagini di risonanza magnetica. Una modalità che consente di pianificare il trattamento verificando, seduta dopo seduta, come cambia il tumore e permettendo così di ottimizzare la somministrazione delle dosi. Proprio su questo fronte l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano ha avuto un ruolo pionieristico nel contesto italiano. La partecipazione allo studio e la collaborazione tra Radioterapia, Fisica Sanitaria e Radiodiagnostica hanno infatti reso possibile realizzare la pianificazione mediante risonanza magnetica, con la possibilità per le pazienti sottoposte a questo trattamento di accedere quotidianamente alla risonanza.
«EMBRACE 2 ha consentito di individuare e condividere con la comunità scientifica internazionale precisi standard di qualità per la radioterapia, la chemioterapia concomitante e la successiva brachiterapia», spiega la dottoressa Brigida Pappalardi, specialista in Radioterapia Oncologica della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. «La possibilità di pianificare la brachiterapia attraverso le immagini di risonanza magnetica ci permette di osservare seduta dopo seduta come cambia il tumore e, di conseguenza, di ottimizzare le dosi. I risultati presentati hanno mostrato dati di sopravvivenza mai raggiunti prima nell'ambito di questi trattamenti e hanno contribuito a cambiare la pratica clinica».
Un percorso costruito intorno alla paziente
Alla base dei risultati c’è anche un modello fortemente multidisciplinare. Il percorso sviluppato all’INT coinvolge infatti oncologi radioterapisti, ginecologi, fisici sanitari, tecnici sanitari di radiologia medica, personale infermieristico, specialisti della diagnostica e anestesisti. La brachiterapia viene eseguita in sedazione e richiede una stretta integrazione tra le diverse competenze, dalla ginecologia all’anestesia fino alla radiodiagnostica.
«È un percorso costruito intorno alle esigenze delle pazienti e reso possibile dalla collaborazione di molte professionalità», prosegue Pappalardi. «Il risultato raggiunto non appartiene quindi soltanto alle persone direttamente coinvolte nel trial, ma rappresenta il lavoro di un’intera squadra e testimonia il valore della collaborazione multidisciplinare nella ricerca clinica e nell’assistenza».
Il riconoscimento internazionale
Il valore dei risultati prodotti da EMBRACE 2 è stato riconosciuto anche da ESTRO, la Società Europea di Radioterapia, che in occasione del congresso europeo svoltosi a Vienna nel maggio 2025 ha conferito al gruppo di lavoro internazionale il Donal Hollywood Award, intitolato alla memoria di un precedente presidente della Società. Il riconoscimento ha avuto inoltre una caratteristica particolare. Secondo quanto riferito dalla dott.ssa Pappalardi, per la prima volta nella storia del premio il Donal Hollywood Award non è stato attribuito al singolo autore della migliore presentazione orale, ma a un intero gruppo di lavoro internazionale. Per l’Istituto Nazionale dei Tumori sono stati indicati la stessa Pappalardi, nel ruolo di principal investigator locale, la dottoressa Delle Curti e il dottor Giandini come co-PI. Un riconoscimento che arriva quindi a valle di un risultato scientifico e clinico più ampio e che valorizza un percorso di ricerca capace di tradursi in nuove modalità di cura per le pazienti.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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IL SOLE 24 ORE * SALUTE: «NALDINI, IL PIONIERE DELLA TERAPIA GENICA ENTRA NELL’OLIMPO DELLA MEDICINA USA agenzia giornalistica opinione
In collaborazione con Il Sole 24 ore riceviamo e pubblichiamo il link della seguente news.Opinione ringrazia l’editore per la partnership multimediale./// Un riconoscimento che premia trent’anni di ricerca e consacra la scuola milanese della terapia genica a livello mondiale.Luigi Naldini, direttore dell’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia genica (SR-Tiget)… Link alla notizia
La prima professoressa associata vietnamita scelta a livello internazionale come ambasciatrice nella lotta contro il cancro ha affermato: "Il titolo non salva i pazienti; la cura è l'obiettivo finale". - Vietnam.vn
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Criteri Critici
La prima professoressa associata vietnamita scelta a livello internazionale come ambasciatrice nella lotta contro il cancro ha affermato: "Il titolo non salva i pazienti; la cura è l'obiettivo finale". Vietnam.vn
"Mi sento profondamente onorata e commossa per questa fiducia. Ma subito dopo la gioia subentra la consapevolezza di una responsabilità ancora maggiore, perché non si tratta solo di un traguardo personale", ha dichiarato.
Alla notizia della sua nomina ad Ambasciatrice della Fondazione Oncidium, la Dott.ssa Phuong non ha potuto nascondere la sua gioia e la sua emozione. Ma per lei, dietro questo prestigioso riconoscimento si cela una maggiore consapevolezza della sua responsabilità nei confronti della comunità professionale e dei pazienti oncologici del Paese.
In occasione della Giornata della Donna vietnamita, il 20 ottobre, un giornalista del quotidiano " Giornalisti e Opinione Pubblica " ha intervistato la Professoressa Associata, Dottoressa Pham Cam Phuong, Direttrice dell'Istituto di Medicina Nucleare e Oncologia dell'Ospedale Bach Mai, riguardo al suo percorso professionale nel campo della medicina nucleare e dell'oncologia, al significato di questo importante traguardo internazionale e alla sua aspirazione a trasformare i contatti professionali in concrete opportunità di trattamento per i pazienti.
Per le dottoresse, questo è un legame che deve essere coltivato in entrambe le direzioni: il Vietnam accoglie i progressi rilevanti provenienti da tutto il mondo , contribuendo al contempo in modo proattivo con la propria voce, esperienza pratica e competenza professionale alla comunità medica internazionale.
In una prospettiva più ampia, si prevede che la presenza di un ambasciatore vietnamita aiuterà la comunità internazionale a comprendere meglio le capacità, le esigenze e gli sviluppi della medicina nucleare e dell'oncologia nel Paese. Allo stesso tempo, gli esperti vietnamiti avranno maggiori opportunità di accedere a nuove conoscenze, partecipare a programmi di formazione, scambiare esperienze e connettere la ricerca con i colleghi internazionali.
"Per me, la parola 'prima' non è la cosa più importante. Ciò che conta di più è cosa posso fare con questa opportunità e quale valore posso creare per i malati di cancro", ha affermato la dottoressa.
Per lei, il significato di questo ruolo non risiede nel titolo, ma nella capacità di tradurre il riconoscimento in attività collaborative concrete, dalla formazione e dallo scambio accademico alla condivisione di esperienze e alla promozione della ricerca.
In oncologia, uno sviluppo terapeutico a livello globale non significa che il trattamento sia accessibile a tutti i pazienti. Esiste un divario tra i risultati scientifici e la loro applicazione pratica, influenzato da fattori quali i costi, la disponibilità di radiofarmaci, le infrastrutture, il personale specializzato e l'accesso alle informazioni.
Sono queste anche le tematiche che la dottoressa Phuong spera di trasmettere alla comunità professionale internazionale attraverso il suo nuovo ruolo.
Secondo lei, ciò di cui i pazienti hanno bisogno prima di tutto è l'accesso a cure appropriate al momento giusto. Per raggiungere questo obiettivo, il sistema sanitario non solo deve aggiornare le proprie tecniche, ma anche migliorare la capacità di individuare i pazienti che necessitano di trattamento, perfezionare le procedure professionali e rafforzare i collegamenti tra le strutture di cura.
Oltre all'accesso alla tecnologia, anche le informazioni mediche sono fondamentali. I pazienti e le loro famiglie hanno bisogno di spiegazioni chiare su quale metodo di trattamento sia più adatto alla loro condizione, sui benefici e i limiti del trattamento, sui potenziali rischi, sui costi previsti e su dove accedere al servizio.
"Se dotati di informazioni accurate e appropriate, i pazienti avranno una base migliore per comprendere la propria malattia, collaborare con i medici e partecipare in modo più efficace alle decisioni relative al proprio trattamento", ha affermato.
Per il dottor Phuong, avvicinare i progressi medici ai pazienti non significa semplicemente trasferire una tecnica. Soprattutto nel campo della radioteranostica – un settore che combina diagnosi e trattamento mediante agenti radioattivi, con l'obiettivo di una terapia personalizzata – il processo di implementazione richiede il coordinamento tra numerose specialità, dalla medicina nucleare, all'oncologia, alla diagnostica per immagini, ai radiofarmaci, fino alla fisica medica, all'assistenza infermieristica, alla radioprotezione e alla gestione della qualità.