📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Criteri Critici
Cancro al pancreas, un nuovo farmaco raddoppia il periodo di sopravvivenza: lo studio Adnkronos
Una pillola, presa ogni giorno, può raddoppiare il periodo di sopravvivenza per i pazienti colpiti da cancro al pancreas. Sono i risultati di una sperimentazione che gli esperti definiscono "un gamechanger" nella lotta contro uno dei tumori più letali. Le terapie attuali mostrano un'efficacia ridotta. Per decenni, evidenziano il Guardian e il Washington Post, gli scienziati hanno cercato nuove soluzioni per una patologia che spesso viene diagnosticata in fase avanzata. Oltre la metà dei pazienti riceve la diagnosi quando la malattia si è già diffusa.
Il nuovo farmaco, il daraxonrasib, potrebbe aprire la strada a una rivoluzione nelle terapie.. Nello studio condotto su 500 pazienti, tutti affetti da cancro al pancreas metastatico, la pillola ha raddoppiato il tempo di sopravvivenza, con minori effetti collaterali rispetto alla chemioterapia. I risultati sono stati presentati al congresso annuale dell'American Society of Clinical Oncology (ASCO) a Chicago. Lo studio ha rilevato che i pazienti trattati con il farmaco sono sopravvissuti in media 13,2 mesi, rispetto ai 6,6-6,7 mesi dei pazienti sottoposti a chemioterapia. "Questi risultati sono rivoluzionari", ha detto la professoressa Rachna Shroff, primario di oncologia presso l'University of Arizona Cancer Center ed esperta di tumori gastrointestinali dell'ASCO.
Il daraxonrasib agisce prendendo di mira la proteina Kras che alimenta quasi tutti i tumori al pancreas. Il farmaco lega le molecole tra loro per agganciare e bloccare la proteina, che fa parte della famiglia di geni Ras. Questi geni possono indurre le cellule tumorali a continuare a ricevere segnali di crescita e divisione: tale processo può portare alla crescita e alla diffusione del tumore. Oltre il 90% dei pazienti con la forma più comune di tumore al pancreas, l'adenocarcinoma duttale pancreatico, presenta una mutazione nel gene Kras. Questa variante è chiamata Ras G12 e determina un'iperattività della proteina Kras.
Il Guardian, sulla base di informazioni raccolte a Chicago, evidenzia che poiché i geni Ras alimentano altri tipi di cancro, c'è speranza di ottenere scoperte anche in altri ambiti. Farmaci simili sono in fase di sperimentazione per il cancro ai polmoni e al colon.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Metastasi cerebrali asintomatiche, il 32% dei pazienti trattati con la doppia immunoterapia dopo dieci anni è ancora in vita Corriere di Siena
A dieci anni dall’inizio della terapia per metastasi cerebrali asintomatiche, il 32% dei pazienti trattati con la doppia immunoterapia ipilimumab e nivolumab è ancora in vita. Un risultato di particolare rilievo per una condizione storicamente associata a una prognosi del tutto sfavorevole.
A dimostrarlo sono i risultati finali dello studio NIBIT-M2, selezionati per una presentazione orale al congresso dell’American Society of Clinical Oncology da parte di Anna Maria Di Giacomo, professore ordinario di Oncologia Medica presso l’Università di Siena e responsabile del programma di sperimentazioni cliniche di Fase I/II del CIO, Centro di Immuno-Oncologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Senese.
Lo studio è stato sviluppato e sponsorizzato dalla Fondazione NIBIT, presieduta dal professor Michele Maio, Ordinario di Oncologia Medica presso l’Università di Siena e Direttore del Centro di Immuno-Oncologia (CIO) dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Senese. NIBIT-M2 è il primo studio randomizzato di fase III al mondo ad aver valutato la doppia immunoterapia in questa popolazione di pazienti e presenta oggi il follow-up più lungo mai disponibile, con una osservazione mediana di 125 mesi.
LA SFIDA DELLE METASTASI CEREBRALI
Il melanoma è stato uno dei tumori in cui l’immunoterapia ha cambiato più profondamente le prospettive di cura. La presenza di metastasi cerebrali, tuttavia, ha rappresentato a lungo una delle principali criticità. «Le metastasi cerebrali da melanoma sono associate a una prognosi particolarmente sfavorevole e a una gestione clinica molto complessa. Per molti anni questi pazienti non hanno avuto opzioni terapeutiche efficaci ed una sopravvivenza di pochi mesi», spiega la professoressa Anna Maria Di Giacomo.
Proprio per rispondere a questa esigenza clinica, Fondazione NIBIT ha promosso lo studio NIBIT-M2, nato per valutare se l’immunoterapia potesse essere efficace anche nei pazienti con metastasi cerebrali asintomatiche.
LO STUDIO NIBIT-M2
NIBIT-M2 è uno studio di fase III, multicentrico e randomizzato, che ha coinvolto pazienti con melanoma metastatico e metastasi cerebrali attive, non trattate e asintomatiche, arruolati in 9 Centri Italiani. I pazienti non avevano ricevuto precedenti terapie sistemiche per la malattia avanzata.
Lo studio ha confrontato tre strategie: la chemioterapia con fotemustina, la combinazione di ipilimumab e fotemustina, e la doppia immunoterapia con ipilimumab e nivolumab. L’obiettivo principale era valutare la sopravvivenza globale. Gli obiettivi secondari includevano la sopravvivenza libera da progressione di malattia, sia sistemica che intracranica, nonchè la sicurezza del trattamento.
UN PAZIENTE SU TRE VIVO A DIECI ANNI
Dopo un follow-up mediano di 125 mesi, i risultati confermano il beneficio duraturo della doppia immunoterapia.
Nel gruppo trattato con ipilimumab e nivolumab, la sopravvivenza globale a 10 anni è risultata pari al 32% mentre la sopravvivenza specifica per melanoma ha raggiunto il 36%. Anche il controllo della malattia a livello cerebrale si mantiene nel tempo: la sopravvivenza libera da progressione intracranica a 10 anni è infatti pari al 29%.
«Questi dati dimostrano che una quota significativa di pazienti con melanoma e metastasi cerebrali può ottenere un beneficio molto prolungato nel tempo dalla doppia immunoterapia», sottolinea la Di Giacomo. «Non parliamo solo di un prolungamento della sopravvivenza, ma della possibilità concreta, per molti pazienti, di mantenere il controllo della malattia a lungo termine».
Un elemento clinicamente importante riguarda anche il trattamento nel lungo periodo. Tra i pazienti vivi a 10 anni trattati con ipilimumab e nivolumab, infatti, il 70% non ha ricevuto più alcuna terapia antitumorale. Un dato che rafforza l’idea di un controllo persistente della malattia anche dopo la sospensione del trattamento immunoterapico.
UN RISULTATO CLINICO DI LUNGO PERIODO
«NIBIT-M2 mostra che l’immunoterapia può essere efficace anche in presenza di metastasi cerebrali asintomatiche e che il beneficio può mantenersi nel lunghissimo periodo», commenta il professor Michele Maio. «Il dato a 10 anni è importante perché sposta la prospettiva di vita dei pazienti: in una malattia storicamente associata a una prognosi molto severa, oggi possiamo osservare pazienti vivi a lungo termine e, in molti casi, senza necessità di continuare le cure».
Accanto ai dati clinici, lo studio ha valutato anche alcuni marcatori biologici ottenuti attraverso la biopsia liquida, cioè l’analisi del DNA tumorale circolante nel sangue, nell’ambito del Programma AIRC “5 per mille” EPICA, coordinato dal professor Michele Maio. I risultati suggeriscono che il profilo di metilazione del DNA aiuta ad identificare i pazienti destinati a beneficiare più a lungo dell’immunoterapia, monitorandone la risposta in modo non invasivo
«Il percorso dello studio NIBIT-M2 dimostra quanto sia importante sostenere sperimentazioni cliniche indipendenti da parte di organizzazioni no-profit che siano in grado di rispondere a domande cliniche reali. Oggi possiamo dire che, anche in una condizione difficile come il melanoma con metastasi cerebrali, una parte dei pazienti può ottenere un beneficio assolutamente duraturo e, sperabilmente, la guarigione dalla malattia. È un risultato clinico, prima ancora che scientifico, che apre la strada a nuove combinazioni di immunoterapia e farmaci epigenetici anche nei pazienti con metastasi cerebrali da melanoma. Una strategia che stiamo già attivamente studiando nel trial clinico NIBIT-ML1, sponsorizzato da Fondazione NIBIT e coordinato da Anna Maria Di Giacomo, in pazienti con melanoma metastatico resistenti all’immunoterapia» conclude Maio.
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Criteri Critici
Ottenuti risultati "senza precedenti" con un nuovo farmaco per il cancro al pancreas Agenpress
Il farmaco sperimentale daraxonrasib, che ha raddoppiato il tempo di sopravvivenza nei pazienti con tumore al pancreas in stadio avanzato, potrebbe rivelarsi efficace anche per i tumori al polmone, al colon e all’ovaio
AgenPress. Ogni singolo paziente affetto da tumore al pancreas in stadio avanzato che si è recato nello studio del dottor Zev Wainberg gli ha detto che avrebbe preferito assumere un farmaco sperimentale piuttosto che sottoporsi a un altro ciclo di chemioterapia.
Wainberg, co-direttore del programma di oncologia gastrointestinale dell’UCLA Health, stava conducendo una sperimentazione clinica su un nuovo farmaco chiamato daraxonrasib. Tutti i partecipanti allo studio avevano precedentemente ricevuto una chemioterapia che stava iniziando a non essere più efficace.
L’entusiasmo per il daraxonrasib sta raggiungendo livelli altissimi. Nello studio di fase 3 condotto su 500 pazienti, il farmaco ha dimostrato di raddoppiare il tempo di sopravvivenza dei pazienti affetti da tumore al pancreas in stadio avanzato, una forma di cancro notoriamente letale: 13,2 mesi in media, rispetto ai 6,7 mesi dei pazienti sottoposti a chemioterapia. Wainberg e i suoi colleghi hanno presentato questi risultati al congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology a Chicago. Lo studio completo è stato pubblicato contemporaneamente sul New England Journal of Medicine.
Quando la Revolution Medicines, l’azienda produttrice del farmaco, ha pubblicato i risultati preliminari della sperimentazione ad aprile, la dottoressa Rachna Shroff, primario del reparto di ematologia e oncologia del Cancer Center dell’Università dell’Arizona a Tucson, ha dichiarato di aver “iniziato a piangere lacrime di gioia”.
“È una svolta epocale per chi, come noi, cura il cancro al pancreas”, ha affermato. “Non ha precedenti.”
Ora, l’entusiasmo si sta estendendo ad altri tipi di cancro. Il daxaronrasib, che si assume in tre compresse una volta al giorno, agisce prendendo di mira una mutazione del gene KRAS presente in molti tumori, tra cui quello polmonare, del colon-retto, ovarico, endometriale e un tipo di tumore delle vie biliari chiamato colangiocarcinoma.
“Il cancro al pancreas potrebbe essere la prima patologia a beneficiare di questo farmaco, ma ce ne saranno altre”, ha affermato il dottor Brian Wolpin, che ha anche guidato la ricerca sul daraxonrasib e dirige l’Hale Family Center for Pancreatic Cancer Research presso il Dana-Farber Cancer Institute. “Ora si aprono le porte a nuove terapie”.
La Food and Drug Administration ha già avviato una procedura accelerata per l’approvazione del farmaco per il trattamento del cancro al pancreas e, all’inizio di questo mese, ha dichiarato che avrebbe autorizzato Revolution Medicines a somministrarlo ai pazienti al di fuori degli studi clinici, nell’ambito di un programma di accesso allargato.
La maggior parte dei tumori al pancreas viene diagnosticata in fase avanzata della malattia, quando l’intervento chirurgico non è più un’opzione.
“Anche con le nostre migliori chemioterapie, il beneficio medio è di circa 6 mesi, a volte anche solo di settimane o mesi”, ha affermato il dottor Sameek Roychowdhury, oncologo medico specializzato in gastroenterologia presso il Comprehensive Cancer Center dell’Ohio State University. “È un tempo appena sufficiente perché le famiglie comprendano la situazione.”
Secondo l’ American Cancer Society, solo il 3% dei pazienti a cui viene diagnosticato un cancro al pancreas metastatico è ancora in vita cinque anni dopo.
Il daraxonrasib agisce su una mutazione del gene KRAS, che funziona come un interruttore on/off controllando la crescita cellulare nell’organismo. Questa mutazione, presente in oltre il 90% dei tumori al pancreas, fa sì che l’interruttore rimanga bloccato in posizione “acceso”, consentendo alle cellule tumorali di crescere in modo incontrollato.
Gli scienziati sanno da anni che, se riuscissero a colpire la mutazione KRAS, potrebbero disattivare quell’interruttore, impedendogli di funzionare correttamente.
“È stato incredibilmente difficile trovare un farmaco in grado di contrastare quella mutazione”, ha affermato Wolpin. “Quella proteina mutata è come una palla rotonda, ed è impossibile far aderire il farmaco per bloccarne l’effetto”. Solo “grazie a un lavoro chimico davvero straordinario”, ha aggiunto, gli scienziati sono riusciti a sviluppare un farmaco efficace contro la mutazione.
Il daraxonrasib è il primo farmaco di questo tipo. Agisce legandosi a una proteina chiamata ciclofilina A all’interno delle cellule, comportandosi come una “colla molecolare”, ha spiegato Wolpin, aggrappandosi alla proteina mutata.
L’efficacia del daraxonrasib sembra estendersi oltre il semplice targeting della mutazione. La sopravvivenza complessiva è stata di 13,2 mesi per tutti i pazienti trattati con il farmaco, indipendentemente dalla presenza o meno della mutazione KRAS.
“In base ai dati che abbiamo a disposizione, credo che questo farmaco sia rilevante per tutti i pazienti affetti da tumore al pancreas, a condizione che presentino metastasi”, ha affermato Wolpin. “Questo è il primo passo per dimostrare che possiamo ridurre l’uso della chemioterapia”.
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Melanoma, parte la “super immunoterapia” prima dell’intervento: la nuova speranza per battere la resistenza ai farmaci Giornale La Voce
Una nuova frontiera nella lotta contro il melanoma potrebbe aprirsi grazie a una “super immunoterapia” da somministrare prima dell’intervento chirurgico. L’obiettivo è colpire uno dei principali ostacoli nelle cure oncologiche moderne: la resistenza ai farmaci che ancora oggi limita l’efficacia dell’immunoterapia in una quota significativa di pazienti.
Lo studio italiano, denominato Neo-Cyt, è stato presentato al congresso della Società americana di oncologia clinica (ASCO) in corso a Chicago da Paolo Ascierto, ordinario di Oncologia all’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus, che coordina il progetto insieme alla biotech canadese Medicenna.
Al centro della ricerca c’è MDNA11, una nuova citochina progettata in laboratorio per potenziare in modo selettivo le difese immunitarie dell’organismo e contrastare la capacità del tumore di sviluppare resistenza alle terapie.
«MDNA11 è una versione potenziata e a lunga durata dell'Interleuchina-2 (IL-2), una molecola che il nostro corpo già possiede per attivare le difese, ma che in passato era troppo tossica e poco selettiva», spiega Ascierto.
«Questa nuova super-citochina è stata ingegnerizzata per agire come una 'bomba di precisione': evita i tessuti sani e si dirige esclusivamente sui 'soldati d'assalto' del sistema immunitario, ovvero i linfociti T CD8+ e le cellule Natural Killer, moltiplicandoli e spingendoli ad aggredire il tumore con una forza mai vista prima, mantenendo al contempo un buon profilo di sicurezza».
Il protocollo è destinato ai pazienti con melanoma cutaneo in stadio III, una forma avanzata della malattia che può essere ancora rimossa chirurgicamente ma presenta un elevato rischio di recidiva.
Negli ultimi anni la terapia neoadiuvante, cioè il trattamento effettuato prima dell’intervento, è diventata il nuovo standard di cura per molti pazienti. L’approccio consente infatti di stimolare il sistema immunitario mentre il tumore è ancora presente nell’organismo, favorendo una risposta più efficace contro le cellule cancerose.
«Oggi il nuovo standard di cura è la terapia neoadiuvante, che consiste nel trattare il paziente prima della chirurgia», sottolinea Ascierto.
«Attaccare la malattia quando il tumore è ancora presente dà una spinta enorme al sistema immunitario, che impara a riconoscere e combattere le cellule neoplastiche in modo molto più efficace rispetto a quanto farebbe se i farmaci venissero dati solo dopo l'operazione».
Nonostante i risultati incoraggianti ottenuti finora, resta però un limite importante.
«Tuttavia, i dati più recenti dimostrano l'efficacia straordinaria di questo approccio ma evidenziano anche un limite biologico, dato che circa il 41% dei pazienti mostra ancora una resistenza all'immunoterapia classica spesso legata a carenza di IL-2 naturale. Lo studio Neo-Cyt punta a superare questo scoglio calando l'asso di MDNA11 e rendendo i 'soldati' del sistema immunitario più capaci di entrare nei tumori».
La sperimentazione coinvolgerà complessivamente 80 pazienti, suddivisi in tre gruppi differenti. Il cuore della ricerca sarà rappresentato dal cosiddetto Braccio C, che combinerà i due immunoterapici standard, ipilimumab e nivolumab, con la nuova molecola MDNA11.
I partecipanti seguiranno il trattamento per sei settimane prima di sottoporsi all’operazione chirurgica. L’obiettivo principale sarà verificare che al momento dell’intervento la percentuale di cellule tumorali ancora vive nel tessuto sia pari o inferiore al 10%.
«Centrare questo traguardo clinico significa abbattere drasticamente il rischio che la malattia possa ripresentarsi in futuro», afferma Ascierto.
Lo studio coinvolge alcuni dei più importanti centri oncologici italiani: oltre all’Istituto Nazionale Tumori Pascale di Napoli, che svolge il ruolo di centro coordinatore insieme alla Fondazione Melanoma Onlus, partecipano l’Istituto Nazionale Tumori di Milano, l’Istituto Oncologico Veneto, l’Istituto Romagnolo per lo Studio dei Tumori “Dino Amadori” di Meldola, l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, l’Azienda Ospedaliera Santa Maria della Misericordia dell’Università degli Studi di Perugia, l’Università della Campania Luigi Vanvitelli di Napoli e l’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano.
Se i risultati confermeranno le aspettative, la nuova strategia potrebbe rappresentare un passo decisivo nella cura del melanoma avanzato, rafforzando la capacità del sistema immunitario di riconoscere e distruggere il tumore prima ancora dell’ingresso in sala operatoria.
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Terapia genica: un raggio di speranza per le persone nate con problemi di udito. Vietnam.vn
(Immagine illustrativa: Audiologia) Una svolta nel trattamento della sordità ereditaria. Il 22 aprile, la rivista scientifica Nature ha pubblicato i risultati di uno studio internazionale sulla terapia genica per la sordità ereditaria, condotto congiuntamente da scienziati della Harvard Medical School, del Massachusetts Eye and Ear Hospital negli Stati Uniti e dell'Eye, Ear, Nose, and Throat Hospital della Fudan University (Cina). Secondo lo studio, la terapia genica sperimentale ha ripristinato con successo l'udito nella maggior parte dei pazienti affetti da sordità congenita correlata a mutazioni del gene OTOF, uno dei circa 200 geni identificati come associati alla sordità ereditaria. Lo studio ha coinvolto 42 pazienti in otto strutture mediche in Cina, di età compresa tra 9 mesi e oltre 32 anni. I pazienti hanno ricevuto una singola iniezione di terapia genica direttamente nell'orecchio interno per veicolare una copia del gene OTOF normale alle cellule uditive danneggiate. I risultati hanno mostrato che circa il 90% dei partecipanti ha riscontrato un miglioramento significativo dell'udito, con circa la metà che ha raggiunto un udito quasi normale dopo 2,5 anni di follow-up. Molti pazienti hanno iniziato a sentire i suoni già dopo poche settimane di trattamento. (Foto: Shutterstock) In particolare, i ricercatori hanno notato un significativo miglioramento nelle capacità linguistiche e di riconoscimento del parlato nei bambini piccoli. Molti bambini che non reagivano affatto ai suoni sono stati in grado di imitare il parlato, pronunciare brevi frasi, recitare poesie o cantare dopo il trattamento.
Il professor Zheng-Yi Chen, coautore principale dello studio e chirurgo otorinolaringoiatra presso il Mass Eye and Ear, ha affermato che i risultati sono stati davvero notevoli. Ha sottolineato che dopo 2 anni e mezzo, più della metà dei pazienti ha recuperato un udito normale, riuscendo persino a sentire i sussurri. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), circa 430 milioni di persone in tutto il mondo soffrono di perdita dell'udito che richiede riabilitazione, tra cui circa 34 milioni di bambini. Circa il 60% dei casi di sordità congenita è di origine genetica. Di questi, le mutazioni del gene OTOF rappresentano circa il 2-8% dei casi di sordità congenita ereditaria. I bambini portatori di questa mutazione spesso presentano una perdita dell'udito completa dalla nascita, con gravi ripercussioni sullo sviluppo del linguaggio e sulle capacità cognitive se non trattati precocemente con un intervento di impianto cocleare. Gli scienziati ritengono che la DFNB9, una forma di sordità causata dalla mutazione OTOF, sia un bersaglio adatto per la terapia genica poiché la malattia è associata a un solo gene e le cellule uditive dell'orecchio interno non sono completamente distrutte. Un aspetto degno di nota di questo studio è che la terapia si è dimostrata efficace non solo nei bambini piccoli, ma ha mostrato una certa efficacia anche negli adulti, un gruppo precedentemente escluso da studi simili. L'apertura di una nuova era per il trattamento delle malattie genetiche. Gli esperti ritengono che il successo della terapia genica OTOF sia significativo non solo per il trattamento della sordità congenita, ma apra anche nuove prospettive per la medicina di precisione e il trattamento di altre malattie genetiche. Il team di ricerca ha affermato che l'attuale piattaforma tecnologica può essere ulteriormente adattata per affrontare altre mutazioni genetiche associate alla perdita dell'udito. Gli scienziati hanno iniziato a studiare trattamenti per la mutazione del gene GJB2, la causa più comune di sordità ereditaria a livello globale, ma più complessa della mutazione del gene OTOF. Inoltre, l'approvazione da parte della Food and Drug Administration (FDA) statunitense di un'altra terapia genica OTOF sviluppata da Regeneron, avvenuta il 23 aprile 2026, è considerata una pietra miliare significativa per questo campo di trattamento.
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Criteri Critici
Roma, al San Camillo Forlanini svolta nella lotta ai tumori: arriva la terapia genica CAR-T Il Giornale dei Castelli Romani
Roma – Una nuova e promettente frontiera medica si apre all’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini, che ha ufficialmente introdotto la terapia cellulare CAR-T (Chimeric Antigen Receptor T Cell Therapies) per i pazienti ematologici. La struttura romana diventa così il terzo ospedale pubblico nel Lazio, e il primo non universitario, a dotarsi di questa innovativa terapia genica antitumorale personalizzata. L’obiettivo del trattamento è quello di addestrare il sistema immunitario del paziente a riconoscere e distruggere definitivamente le cellule tumorali. Il primo paziente a beneficiare di questa cura, affetto da un linfoma mantellare che non rispondeva più alle terapie convenzionali, è stato ricoverato a metà aprile e dimesso in buone condizioni il 6 maggio, dopo il necessario periodo di osservazione clinica.
La procedura fa parte di quel complesso gruppo di terapie immunologiche che sta rivoluzionando lo scenario dell’onco-ematologia, agendo a tutti gli effetti come un farmaco basato su tessuto umano. Il processo prevede il prelievo dei linfociti T del paziente, i quali vengono separati e inviati, a temperatura rigorosamente controllata, a una specializzata cell factory. Qui subiscono una complessa ingegnerizzazione genetica per essere riprogrammati, per poi essere reinfusi nel paziente al fine di attaccare e sconfiggere la malattia. A differenza di altre cure mirate al solo controllo del tumore, questo percorso offre una reale possibilità di completa guarigione. Per gestire in sicurezza ogni singola fase, l’ospedale ha istituito un apposito team multidisciplinare composto da ematologi, medici trasfusionali, biologi, rianimatori, neurologi e farmacisti.
“L’introduzione della terapia CAR-T presso l’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini rappresenta un importante passo avanti per la sanità del Lazio. Si tratta di una tecnologia innovativa che consente di ampliare l’accesso a cure altamente specialistiche per pazienti affetti da patologie ematologiche complesse”, ha dichiarato il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. “Questo traguardo si inserisce nel più ampio progetto del Centro Regionale per le Terapie Cellulari e Geniche, collocato presso il San Camillo Forlanini e che vedrà la collaborazione di tutti gli istituti di ricerca e delle università del Lazio per promuovere innovazione, ricerca e sviluppo di nuove opportunità terapeutiche a beneficio dei cittadini. La Regione Lazio continuerà a sostenere investimenti nell’innovazione clinica e nel rafforzamento della rete ospedaliera pubblica, con l’obiettivo di garantire ai cittadini cure sempre più avanzate e accessibili sul territorio”.
Attualmente le CAR-T rappresentano l’alternativa con le più elevate probabilità di successo per curare forme aggressive di tumori del sangue laddove i trattamenti standard, come la chemioterapia o il trapianto autologo di cellule staminali, non offrano più risposte adeguate. A sottolineare l’importanza dell’accessibilità territoriale delle cure è intervenuta la dottoressa Roberta Battistini, direttore facente funzione della UOC Ematologia e Trapianto CSE: “Poter offrire questa tecnologia d’avanguardia significa posizionare il San Camillo nel network dei centri di eccellenza ematologica a livello nazionale, un risultato possibile grazie all’impegno e al supporto della Regione Lazio. Per i pazienti affetti da linfomi o leucemie che non hanno risposto alle cure tradizionali, tutto questo si traduce in una reale e rivoluzionaria opportunità di guarigione, garantendo loro l’accesso ai trattamenti più avanzati direttamente nella nostra struttura, senza costringerli a faticosi spostamenti”.
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
49.3/100
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Criteri Critici
Cancro, tumori eliminati in 15 pazienti: i risultati di amivantamab salutelab.it
Una sperimentazione internazionale condotta in 11 Paesi apre nuove prospettive nella lotta contro alcune forme di tumore avanzato. Il trattamento sperimentale denominato amivantamab ha prodotto risultati definiti senza precedenti nei pazienti coinvolti nello studio, molti dei quali erano arrivati alle cure dopo il fallimento di precedenti terapie.
Secondo i dati che saranno presentati il 31 maggio durante il congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) a Chicago, il farmaco ha portato a una riduzione significativa delle masse tumorali in numerosi pazienti e, in alcuni casi, alla loro completa scomparsa.
Lo studio su 102 pazienti con tumori della testa e del collo
La sperimentazione ha coinvolto 102 persone affette da tumori della testa e del collo, considerati tra le neoplasie più diffuse a livello mondiale e particolarmente difficili da trattare nelle fasi avanzate.
I pazienti arruolati presentavano una malattia che si era diffusa ad altri distretti dell’organismo oppure era tornata dopo precedenti cure rivelatesi inefficaci.
I risultati raccolti hanno mostrato una risposta clinica in 43 pazienti.
Nel dettaglio:
28 persone hanno registrato una marcata riduzione delle dimensioni del tumore;
15 pazienti hanno ottenuto la completa scomparsa delle lesioni tumorali rilevabili.
I cambiamenti sono stati osservati in molti casi già dopo poche settimane dall’inizio del trattamento.
Le parole dei ricercatori
Kevin Harrington, professore di terapie biologiche contro il cancro presso l’Institute of Cancer Research (ICR) di Londra, ha commentato i risultati ottenuti:
“Sono risposte eccezionalmente forti in pazienti la cui malattia è diventata resistente sia alla chemioterapia che all’immunoterapia. Si tratta di un gruppo di pazienti per i quali le opzioni terapeutiche sono estremamente limitate: osservare questi effetti positivi è davvero straordinario”.
Lo stesso ricercatore ha aggiunto:
“Questo trattamento ha il potenziale per giovare a migliaia di pazienti ogni anno”.
Come agisce amivantamab
Amivantamab è un farmaco sviluppato da Johnson & Johnson e attualmente al centro di circa 60 studi clinici in tutto il mondo.
La maggior parte delle sperimentazioni riguarda il tumore del polmone, ma il trattamento viene valutato anche per neoplasie del colon-retto, del cervello e dello stomaco.
Il meccanismo d’azione si basa su tre strategie contemporanee.
Innanzitutto blocca l’EGFR (recettore del fattore di crescita epidermico), una proteina che favorisce la proliferazione delle cellule tumorali.
In secondo luogo inibisce il MET, una delle vie biologiche che molti tumori utilizzano per sviluppare resistenza ai trattamenti.
Infine contribuisce ad attivare il sistema immunitario affinché riconosca e attacchi le cellule cancerose.
Perché il risultato è considerato particolarmente importante
Lo studio si è concentrato esclusivamente su pazienti con tumori della testa e del collo non associati al papillomavirus umano (HPV), escludendo quindi i casi di carcinoma squamocellulare orofaringeo HPV-positivo.
Questo aspetto è ritenuto particolarmente rilevante dalla comunità scientifica perché le forme non correlate all’HPV tendono a essere più aggressive e presentano generalmente maggiori difficoltà terapeutiche.
Per questo motivo i risultati ottenuti assumono un valore ancora più significativo.
Sopravvivenza superiore alle attese
Un altro dato che emerge dalla ricerca riguarda la sopravvivenza dei pazienti trattati.
Nonostante la prognosi iniziale fosse particolarmente sfavorevole, la sopravvivenza media registrata dall’inizio della terapia è stata di 12,5 mesi.
Si tratta di un elemento che rafforza l’interesse verso il farmaco e che potrebbe aprire la strada a ulteriori studi destinati a confermare l’efficacia del trattamento su un numero sempre maggiore di pazienti.
FAQ
Che cos’è amivantamab? È un farmaco antitumorale sperimentale sviluppato per colpire specifici meccanismi utilizzati dalle cellule tumorali per crescere e resistere alle terapie.
Quanti pazienti hanno ottenuto la scomparsa completa del tumore?
Nello studio presentato all’ASCO, 15 dei 102 pazienti trattati hanno mostrato una completa eliminazione delle lesioni tumorali rilevabili.
Su quali tumori è stato testato?
La sperimentazione riportata riguarda pazienti con tumori della testa e del collo in fase avanzata o recidivante.
Il trattamento è già disponibile per tutti i pazienti?
No. Il farmaco è ancora oggetto di studi clinici e valutazioni scientifiche.
Quali altri tumori vengono studiati con amivantamab?
Sono in corso ricerche sul tumore del polmone, del colon-retto, del cervello e dello stomaco.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
68.5/100
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Criteri Critici
GLP-1 e tumori legati all’obesità: il dato sulla progressione metastatica dopo la diagnosi Sbircia la Notizia Magazine
La nostra analisi clinica
La novità reale riguarda il punto scelto dallo studio per misurare il fenomeno. Dopo una diagnosi oncologica in stadio I-III, l’esposizione a farmaci incretinici può cambiare la probabilità di arrivare allo stadio IV?
Nota sanitaria: questo articolo informa su dati di ricerca e sui loro limiti. Nessuna scelta su inizio, dose, sospensione o associazione di farmaci GLP-1 deve essere presa senza valutazione medica.
Il perimetro esatto dello studio: progressione oltre l’incidenza
Il lavoro utilizza dati real world della rete TriNetX e parte da pazienti con uno tra sette tumori solidi collegati al contesto obesità-metabolismo. Il farmaco viene osservato dopo la diagnosi, in una fase già oncologica. L’endpoint è stretto: tra chi ha già ricevuto diagnosi in stadio I, II o III, quanti passano allo stadio IV dopo l’avvio di una terapia GLP-1 rispetto a chi inizia una gliptina.
Questa distinzione è decisiva perché sposta la lettura dalla prevenzione primaria alla prevenzione della progressione metastatica. In oncologia lo stadio IV cambia intento terapeutico, prognosi, carico di trattamento e bisogni assistenziali. Un segnale su questo passaggio merita attenzione molto più di una semplice associazione generica tra peso e rischio oncologico.
Perché il confronto con le gliptine rende il dato più leggibile
Il comparatore scelto è una classe antidiabetica, le gliptine, cioè inibitori DPP-4. Questo rende il confronto più pulito rispetto a una comparazione con persone non trattate, perché entrambi i gruppi appartengono a un’area clinica metabolica e condividono una gestione del diabete più vicina. Il disegno non elimina ogni distorsione; riduce una parte della confusione prodotta da indicazione terapeutica, accesso alle cure e sorveglianza medica.
Il matching ha considerato variabili che in oncologia pesano davvero: età e caratteristiche demografiche, indice di massa corporea, fattori glicemici, fumo, comorbidità, frequenza degli screening, trattamenti oncologici e farmaci concomitanti. Questo passaggio metodologico dà forza alla lettura, perché il risultato non poggia su un confronto grezzo tra popolazioni sbilanciate.
I quattro tumori in cui il segnale supera la prova statistica
Nel tumore del polmone non a piccole cellule, la coorte comprende 2.157 coppie bilanciate: la progressione a stadio IV riguarda il 10,0% del gruppo GLP-1 contro il 22,3% del gruppo gliptine, con hazard ratio 0,50 e intervallo di confidenza 0,43-0,59. È il risultato più netto perché dimezza il rischio relativo misurato nell’analisi.
Nel carcinoma mammario, su 1.187 coppie, l’incidenza cumulativa di progressione è 10,2% contro 20,1%, con hazard ratio 0,57 e intervallo 0,46-0,71. Nel colon-retto, su 784 coppie, il dato è 13,4% contro 22,2%, con hazard ratio 0,69 e intervallo 0,54-0,88. Nel carcinoma epatocellulare, su 275 coppie, la progressione è 18,9% contro 28,4%, con hazard ratio 0,62 e intervallo 0,44-0,89. Il quadro operativo è chiaro: i quattro tumori non danno la stessa intensità di segnale e convergono nella stessa direzione clinica.
Prostata, rene e pancreas: il numero più basso non basta
La parte da maneggiare con maggiore cautela riguarda i tumori in cui il gruppo GLP-1 mostra meno progressioni in termini numerici senza raggiungere significatività statistica. Nel carcinoma prostatico, su 1.010 coppie, il passaggio allo stadio IV è 8,2% contro 13,6%, con hazard ratio 0,79 e p pari a 0,09. Il segnale esiste sul piano descrittivo e resta fuori dalla soglia convenzionale.
Nel carcinoma renale, su 523 coppie, la differenza è 14,3% contro 18,9%, con hazard ratio 0,95 e p pari a 0,76: qui il risultato è sostanzialmente non conclusivo. Nel pancreas, su 120 coppie, il dato è 23,3% contro 30,8%, con hazard ratio 0,69 e p pari a 0,14. La numerosità ridotta pesa molto e impedisce di trasformare il segnale in indicazione clinica.
Il recettore GLP-1R è il dettaglio biologico che impedisce una lettura solo dimagrante
Lo studio affianca alla coorte clinica una lettura dei dati di The Cancer Genome Atlas. Il punto tecnico è l’espressione tumorale del recettore GLP-1R. Quando questa espressione è alta, la sopravvivenza globale risulta migliore sull’insieme dei sette tumori, con hazard ratio 0,67 e intervallo 0,54-0,83. Nel carcinoma mammario il segnale è ancora più marcato, con hazard ratio 0,55.
Questo dettaglio non dimostra che il farmaco agisca direttamente sulla cellula tumorale, però rende insufficiente spiegare tutto con la sola perdita di peso. La via GLP-1 potrebbe dialogare con metabolismo cellulare, infiammazione, risposta immune e microambiente tumorale. La ricerca dovrà separare questi livelli con studi prospettici e campioni biologici disegnati per rispondere a una domanda meccanicistica.
Il limite metodologico: associazione forte, causalità ancora da provare
Un’analisi propensity-matched resta osservazionale. Anche quando il bilanciamento è ben costruito, possono restare fattori non catturati dalle cartelle: aderenza reale al farmaco, intensità del follow-up, variazioni di peso nel tempo, performance status, composizione corporea, qualità delle cure oncologiche ricevute e fragilità cliniche che non entrano in modo completo nei codici disponibili.
La conseguenza è tecnica. Il dato autorizza studi randomizzati e approfondimenti biologici, non una prescrizione oncologica anticipata. Chi usa già questi farmaci per diabete o obesità deve comunicarlo al team oncologico, soprattutto se sono presenti nausea da terapia, perdita di massa muscolare, rischio di disidratazione, problemi biliari o terapie che richiedono tempi precisi di assorbimento.
La classe farmacologica va chiamata con precisione
Nel dibattito pubblico si tende a riunire sotto la sigla GLP-1 prodotti con profili diversi. Semaglutide, liraglutide, dulaglutide ed exenatide appartengono agli agonisti del recettore GLP-1. Tirzepatide richiede una denominazione più precisa perché è un doppio agonista GIP/GLP-1. Questa distinzione ha valore clinico: cambia bersaglio recettoriale, indicazione regolatoria, titolazione e profilo clinico.
La lettura corretta del nuovo studio parte dal principio metodologico: esposizione farmacologica incretinica dopo diagnosi oncologica, comparatore antidiabetico attivo, endpoint di progressione a stadio IV. Ridurre tutto a un singolo farmaco sarebbe una semplificazione fuorviante.
Perché proprio i tumori legati all’obesità
L’obesità clinica non agisce solo come massa corporea in eccesso. Modifica insulina, glicemia, adipokine, ormoni sessuali, infiammazione sistemica e disponibilità energetica per i tessuti. In alcuni tumori questi circuiti possono incidere sia sul rischio di sviluppare la malattia sia sul comportamento dopo la diagnosi.
I sette tumori scelti dal disegno comprendono distretti in cui il peso del metabolismo è biologicamente plausibile. Il dato non va esteso a ogni neoplasia. Polmone, mammella, colon-retto e fegato sono i quattro punti in cui lo studio trova una differenza statisticamente solida. Estendere la lettura a tutto il cancro sarebbe un errore clinico.
Che cosa cambia oggi in Italia per pazienti e medici
Per l’Italia il cambiamento immediato riguarda il colloquio clinico, non il prontuario oncologico. I GLP-1 e i doppi agonisti GIP/GLP-1 restano farmaci da usare dentro indicazioni autorizzate, prescrizione, controlli e filiera sicura. Nel diabete tipo 2 il percorso rimborsato segue regole specifiche e schede dedicate. Nell’obesità clinica il profilo regolatorio e la sostenibilità economica vanno verificati prodotto per prodotto.
Nel paziente oncologico già trattato per diabete o obesità, la domanda pratica è più raffinata: il farmaco favorisce un assetto metabolico migliore senza compromettere nutrizione, massa muscolare, tollerabilità delle cure e sicurezza? Questa valutazione deve essere individuale. Una perdita di peso rapida durante chemioterapia, immunoterapia o terapia mirata può avere un significato diverso rispetto a una perdita programmata in un paziente stabile.
La prova che serve adesso
Il passo successivo è un trial prospettico in cui popolazione, stadio, terapia oncologica, farmaco metabolico, durata di esposizione e obiettivi siano stabiliti prima dell’arruolamento. Servono anche misure di peso, circonferenza vita, emoglobina glicata, insulina, marcatori infiammatori, composizione corporea e campioni tumorali per leggere GLP-1R nel tessuto.
Solo così si potrà capire se il beneficio nasce dal miglioramento metabolico generale, da un effetto immunologico, da una pressione diretta sul microambiente tumorale o da una combinazione ordinata di meccanismi. Fino a quel punto, il dato è già abbastanza forte per orientare la ricerca e abbastanza incompleto per evitare scorciatoie prescrittive.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Tumore del pancreas, un nuovo farmaco allunga la sopravvivenza Corriere del Ticino
Dopo anni in cui non si è registrato alcun passo avanti sostanziale sul fronte della ricerca, arriva una novità importante per il trattamento del tumore del pancreas, una delle neoplasia ad oggi più difficili da curare: un nuovo farmaco che utilizza la molecola daraxonrasib quasi raddoppia la sopravvivenza con meno effetti collaterali rispetto alla chemioterapia. La sopravvivenza media è infatti di oltre 13,2 mesi rispetto ai 6,7 ottenuti con la chemioterapia. Si tratta di un farmaco sperimentale in fase clinica, ovvero già testato sull'uomo. I risultati sono promettenti ed arrivano dallo studioResolutesu 500 pazienti, che ha riscosso grande interesse al congresso della Società americana di oncologia clinica (ASCO) in corso a Chicago, guadagnandosi la presentazione in sessione plenaria. Il farmaco è somministrato in compresse ed è indicato per i pazienti con tumore al pancreas metastatico già sottoposti a precedenti terapie. Si tratta di un risultato che rappresenta, secondo i ricercatori, il maggiore successo nel trattamento di questa neoplasia da decenni, anche se la molecola è ancora in fase sperimentale.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
Tumore al pancreas, un nuovo farmaco quasi raddoppia la sopravvivenza Ticinonline
CHICAGO - Dopo anni senza progressi sostanziali nella ricerca, emerge una novità importante nel trattamento del tumore del pancreas, una delle neoplasie più difficili da curare. Un nuovo farmaco sperimentale basato sulla molecola daraxonrasib mostra infatti risultati promettenti, quasi raddoppiando la sopravvivenza rispetto alla chemioterapia tradizionale. Secondo i dati disponibili, la sopravvivenza media supera i 13,2 mesi contro i 6,7 mesi ottenuti con le terapie standard. Il trattamento presenta inoltre meno effetti collaterali, rappresentando un possibile passo avanti anche sul piano della qualità di vita dei pazienti. Il farmaco è attualmente in fase clinica ed è già stato testato sull’uomo. I risultati provengono dallo studio "Resolute", condotto su circa 500 pazienti, e hanno attirato grande attenzione al congresso della Società americana di oncologia clinica (ASCO) in corso a Chicago, dove sono stati presentati in sessione plenaria. La terapia viene somministrata in compresse ed è destinata a pazienti con tumore del pancreas metastatico già sottoposti a precedenti trattamenti. Secondo i ricercatori, si tratta del progresso più rilevante degli ultimi decenni in questo ambito, pur trattandosi ancora di una molecola in fase sperimentale.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Tumore pancreas, nuova terapia «raddoppia sopravvivenza con meno effetti collaterali rispetto alla chemioterapia» Il Messaggero
I risultati sono promettenti ed arrivano dallo studio 'Resolute', che ha riscosso interesse al congresso della Società americana di oncologia clinica (ASCO), g...
Il tumore del pancreas resta, ad oggi, una delle forme più difficili da trattare e le opzioni terapeutiche utilizzabili sono limitate. Solo in Italia fa registrare circa 15mila decessi ogni anno.
Il tumore del pancreas resta, ad oggi, una delle forme più difficili da trattare e le opzioni terapeutiche utilizzabili sono limitate. Solo in Italia fa registrare circa 15mila decessi ogni anno.
Ora, una nuova molecola che ha portato ad un farmaco sperimentale in fase clinica, ovvero già testato sui pazienti, segna un passo avanti significativo.
I risultati sulla ricerca per il farmaco
I risultati sono promettenti ed arrivano dallo studio 'Resolute', che ha riscosso interesse al congresso della Società americana di oncologia clinica (ASCO), guadagnandosi la presentazione in sessione plenaria. La molecola si chiama daraxonrasib ed è somministrata in compresse: nei pazienti con tumore al pancreas già metastatico che nello studio - che ha coinvolto 500 pazienti già sottoposti a precedenti terapie - hanno ricevuto il trattamento, il daraxonrasib quasi raddoppia la sopravvivenza con meno effetti collaterali rispetto alla chemioterapia: il farmaco ha portato la sopravvivenza media a oltre 13,2 mesi rispetto ai 6,7 ottenuti con la chemioterapia.
«Il maggiore successo nel trattamento di questa neoplasia da decenni»
Un risultato che rappresenta, secondo gli oncologi, il maggiore successo nel trattamento di questa neoplasia da decenni, anche se la molecola è ancora in fase sperimentale. In oltre il 90% dei casi questo tumore (adenocarcinoma duttale pancreatico) è favorito dalla mutazione del gene Kras che, in questa forma mutata, agevola la proliferazione incontrollata delle cellule tumorali. La nuova molecola si è dimostrata efficace sia nei tumori che presentano questo gene mutato, bloccandone l'azione, sia nei tumori al pancreas senza mutazione di Kras.
Il trattamento
In Usa il trattamento è già accessibile per i pazienti, proprio per i benefici riscontrati, attraverso il programma di Expanded Access, in attesa della definitiva approvazione commerciale. Il farmaco è inoltre in fase di sperimentazione in diversi altri studi clinici: per il trattamento di prima linea per il cancro al pancreas ancora non metastatico e per il trattamento di altri tumori correlati a mutazioni del gene RAS. I ricercatori stanno anche lavorando per comprendere come i tumori possano sviluppare resistenza e per identificare altre terapie che possano essere utilizzate in combinazione con daraxonrasib per migliorarne l'efficacia. «Sono poche le terapie disponibili per i pazienti affetti da cancro del pancreas metastatico precedentemente trattato; tali terapie presentano un'efficacia modesta e una tossicità sostanziale.
Lo studio
Lo studio Rasolute 302 è stato concepito per valutare un trattamento di seconda linea, con l'obiettivo di definire un nuovo standard di cura per questi pazienti che risulti più efficace e comporti minori effetti collaterali rispetto alle chemioterapie ora disponibili», spiega Brian Wolpin, del Gastrointestinal Cancer Center presso il Dana-Farber Cancer Institute di Boston. Gli oncologi dall'Asco sottolineano come questi risultati «cambino radicalmente il panorama terapeutico» per i pazienti affetti da cancro del pancreas metastatico con mutazione Kras. «Stiamo osservando livelli di sopravvivenza ed efficacia senza precedenti nel trattamento di seconda linea. La 'rivoluzione' legata a questa mutazione è ormai realtà e questo studio ne costituisce la prova: colpire il gene Kras nel cancro del pancreas è fattibile ed efficace», afferma Rachna Shroff, capo della Divisione di Ematologia-Oncologia presso la University of Arizona Cancer Center ed esperta in tumori gastrointestinali.
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Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
52.2/100
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B
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Criteri Critici
Cancro recidivante e resistente ai farmaci: una nuova speranza dalla terapia con cellule CAR-T. Vietnam.vn
Alla conferenza, scienziati del VRISG e importanti esperti nazionali e internazionali nel campo delle scienze biomediche provenienti da Stati Uniti, Europa, Giappone, Italia, ecc., hanno presentato relazioni e discusso le ultime ricerche e applicazioni: terapia con cellule CAR-T e trapianto di cellule staminali ematopoietiche nel trattamento del cancro, malattie autoimmuni, terapia genica e modifica genetica, terapia con cellule staminali e secrezioni... Gli esperti hanno inoltre aggiornato e scambiato conoscenze professionali nel campo della terapia cellulare e genica.
La terapia cellulare è oggetto di ricerca e applicazione da parte di scienziati e medici nazionali per il trattamento del cancro e di alcune malattie rare e autoimmuni.
La Conferenza Internazionale sulle Scoperte nella Terapia Cellulare e nell'Edizione Genetica per il Cancro, le Malattie Metaboliche e Genetiche si è tenuta oggi, 31 ottobre, presso l'Università VinUni di Hanoi , organizzata dal Vinmec Stem Cell and Gene Technology Research Institute (VRISG) dell'Ospedale Vinmec.
Nel corso dell'ultimo anno, otto pazienti affetti da leucemia linfoblastica acuta (LLA) e sette pazienti affetti da linfoma non Hodgkin (LNH) sono stati trattati con cellule CAR-T. I periodi di follow-up sono variati da 1 a 10 mesi. Cinque dei sei pazienti affetti da LNH (un paziente in attesa di valutazione) e tutti e sette i pazienti affetti da LLA (un paziente in attesa di valutazione) hanno raggiunto la remissione completa dopo il trapianto di cellule CAR-T.
Si tratta del primo studio clinico di fase 1 condotto in Vietnam per valutare la sicurezza e l'efficacia iniziale della terapia con cellule CAR-T nel trattamento della leucemia linfoblastica acuta (LLA, un tumore del sangue comune nell'infanzia) e del linfoma non Hodgkin (LNH) recidivanti o resistenti ai farmaci. Lo studio è in corso da agosto 2023 ad oggi.
Nell'ultimo aggiornamento sui risultati del trattamento del linfoma e della leucemia acuta con la terapia CAR-T presso l'ospedale Vinmec, il professor Nguyen Thanh Liem, direttore del VRISG, ha affermato che la terapia con cellule CAR-T rappresenta un potenziale metodo di trattamento per i pazienti affetti da linfoma non Hodgkin (NHL) e leucemia acuta (ALL) recidivanti o resistenti ai farmaci.
Il professor Nguyen Thanh Liem ha fornito informazioni sui risultati preliminari del trattamento del linfoma e della leucemia acuta con la terapia Car-T.
Durante il periodo di follow-up, 5 pazienti affetti da linfoma non Hodgkin (NHL) e 4 pazienti affetti da leucemia linfoblastica acuta (ALL) hanno mantenuto la remissione completa, mentre 1 paziente affetto da NHL e 3 pazienti affetti da ALL hanno avuto una ricaduta.
Secondo il professor Liem, le cellule Car-T prodotte sono di alta qualità, paragonabili a quelle di altri Paesi, con tempi di trattamento più brevi (8 giorni rispetto a 12), riducendo così i costi e soddisfacendo le esigenze terapeutiche. "Possiamo produrre prodotti a base di cellule Car-T a un prezzo ragionevole. I risultati iniziali dimostrano che il trattamento con Car-T è relativamente sicuro e offre speranza nel trattamento dei linfomi non Hodgkin e delle leucemie linfoblastiche acute recidivanti o resistenti ai farmaci", ha affermato il professor Liem.
I risultati preliminari suggeriscono che questa terapia offra una possibilità ai pazienti affetti da cancro in stadio avanzato e da tumori resistenti ad altri trattamenti.
Secondo il team di ricerca, una delle difficoltà nell'accesso a questo metodo in Vietnam è l'alto costo rispetto alle possibilità economiche di molte persone, sebbene il prezzo sia molto inferiore rispetto ai paesi che lo hanno già adottato. Attualmente, il costo del prodotto CAR-T per un paziente è di circa 80.000 dollari; il costo del trattamento è di circa 60.000 dollari. Il costo totale si aggira intorno ai 140.000 dollari. Questa cifra rappresenta solo circa un quinto di quella applicata in altri paesi.
Secondo gli scienziati, le cellule CAR-T hanno la capacità di attaccare le cellule tumorali. Le cellule CAR-T sono considerate un importante progresso nel trattamento del cancro e offrono speranza a molti pazienti oncologici, soprattutto a coloro che non rispondono alle terapie convenzionali.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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62.2/100
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Criteri Critici
Un farmaco per le donne in menopausa spegne le vampate e riduce i disturbi del sonno Corriere della Sera
di Vera Martinella
Uno studio dimostra l'efficacia del medicinale anche per le donne in terapia ormonale per un tumore al seno: riduce frequenza, numero e gravità delle vampate, migliorano il riposo e la qualità di vita in generale
(Getty Images)
Vampate e problemi del sonno addio. La notizia arriva dal congresso della Società Americana di Oncologia (Asco), in corso a Chicago, e interessa moltissime donne con un tumore al seno, ma non solo: un nuovo farmaco, in compresse, può ridurre gli effetti collaterali legati alla terapia ormonale. Lo studio presentato al convegno negli Stati Uniti riguarda le donne con cancro al seno, alle quali (dopo l'intervento chirurgico) viene spesso prescritta una terapia ormonale per cinque, sette o persino dieci anni con l'obiettivo di abbassare il rischio di una ricaduta. Tante pazienti, però, interrompono la cura proprio a causa degli effetti indesiderati che peggiorano notevolmente la loro qualità di vita.
I molti disagi legati alla menopausa Ogni anno in Italia a 40mila donne circa viene prescritta una terapia ormonale (chiamata anche endocrina) per il tumore al seno Utilissima per trattare in modo efficace la malattia e per prevenire le recidive, l’ormonoterapia va assunta a lungo (da 5 fino a 10 anni) ed è generalmente considerata «ben tollerata» dalle pazienti, soprattutto se messa a confronto con l’assai più temuta chemioterapia. Il suo impatto però può essere importante, con conseguenze sull’intimità e i rapporti sessuali, sul benessere psicologico e sulla salute delle ossa, cui si aggiungono vampate di calore e disturbi del sonno. «In generale la terapia ormonale può esacerbare, nelle donne già in menopausa, o far comparire nelle donne in pre-menopausa, sintomi tipici della menopausa - dice Saverio Cinieri, past president dell'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) -. Oltre a quelli più noti possono essere molto impegnativi da gestire anche sudorazione abbondante, sbalzi di umore, difficoltà di memoria, senso di affaticamento, calo del desiderio sessuale, dolori osteoarticolari, riduzione della densità ossea (osteoporosi), secchezza vaginale con possibili implicazioni sul rapporto di coppia, ritenzione idrica, insonnia».
Lo studio sul nuovo farmaco Lo studio OASIS (di fase tre, l’ultima prima dell’approvazione di una nuova cura) ha valutato il nuovo medicinale elinzanetant (una doppia terapia mirata a base di neurochinina, antagonista dei recettori NK-1 e NK-3) e i suoi effetti sui disturbi del sonno e la qualità di vita correlata alla menopausa in base alle diverse tipologie di terapie endocrine (tamoxifene, inibitore dell’aromatasi o soppressione della funzione ovarica). I primi risultati relativi a elinzanetant erano già stati presentati a Chicago nel meeting Asco 2025 e il farmaco aveva dimostrato di ridurre la frequenza, il numero e la gravità delle vampate di calore ed è risultata solitamente ben tollerata. In totale sono state coinvolte 316 donne, d’età compresa tra 18 e 70 anni, con carcinoma mammario con recettori ormonali positivi che hanno ricevuto il trattamento per 52 o 40 settimane e sono state confrontate con pazienti a cui è stato somministrato solo placebo. Gli esiti illustrati ad Asco 2026 indicano che i sintomi sono nettamente migliorati indipendentemente dalla tipologia di terapia endocrina somministrata. Inoltre, il farmaco non risulta interferire sulle cure anti-tumorali.
Valutazione dell'Aifa attesa a breve «La gestione degli effetti collaterali delle terapie non è più un aspetto secondario delle cure - conclude Cinieri, direttore dell'Oncologia medica e Breast Unit dell'Ospedale Perrino di Brindisi -. Per la prima volta avremo un trattamento farmacologico specifico per contrastare vampate e altri disturbi che interessano le donne con carcinoma mammario ormono-positivo. Finora abbiamo potuto utilizzare solo antidepressivi generici o l’agopuntura. Quindi ci auguriamo che elinzanetant sia presto disponibile in Italia anche con l’indicazione per le pazienti oncologiche. La valutazione dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) è attesa a breve e il farmaco sarà prescrivibile a tutte le donne con vampate e disturbi del sonno d'intensità media-forte. Attendiamo di conoscere anche se sarà rimborsato dal Ssn e per chi».
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