Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
57.4/100
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Valutazione
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Criteri Critici
Immunoterapia: il paradosso del peso e la scoperta che non ti aspetti The Wom Healthy
Quando si affronta una cura contro il tumore, anche il piatto diventa fonte di domande: cosa mangiare, quali cibi preferire, se preoccuparsi del peso. Sono dubbi legittimi, che pazienti e familiari si pongono ogni giorno. C’è poi un dato che da anni incuriosisce i ricercatori: alcune persone con un peso più elevato sembrano rispondere meglio a una moderna famiglia di farmaci antitumorali, l’immunoterapia. Un nuovo studio prova a capire da dove nasca questo apparente paradosso. La risposta chiama in causa qualcosa di meno ovvio dei chili in più.
Che cosa hanno cercato di capire i ricercatori
I farmaci in questione si chiamano inibitori dei checkpoint immunitari. Tolgono una sorta di freno alle difese dell’organismo e permettono ai linfociti di riconoscere e attaccare le cellule tumorali. In alcuni pazienti funzionano molto bene, in altri poco, e capire il perché è una delle grandi sfide dell’oncologia.
Il gruppo di ricerca ha lavorato sui topi. Li ha alimentati con dodici diete diverse per grassi, zuccheri, proteine e fibre, alcune ispirate a modelli alimentari umani. Ha poi misurato peso, glicemia, ormoni, cellule immunitarie e batteri intestinali. Infine ha valutato la risposta a un farmaco immunoterapico contro un tumore impiantato sotto la pelle.
Non il peso, ma l’intreccio tra cibo e batteri
Il risultato più interessante è che la risposta alla cura non seguiva il grado di alterazione metabolica. Contava di più la combinazione tra ciò che gli animali mangiavano e i microrganismi che popolavano il loro intestino, il cosiddetto microbiota.
Diversi indizi vanno in questa direzione:
Il microbiota si modificava già dopo poche settimane di dieta, prima che il peso aumentasse davvero.
Cambiare alimentazione per un paio di giorni bastava a spostare l’equilibrio dei batteri e, con esso, l’efficacia del farmaco.
Gli antibiotici, che impoveriscono la flora intestinale, riducevano il beneficio.
In topi nati privi di batteri, l’aggiunta di una singola specie di lattobacillo, insieme a una dieta ricca di grassi, portava a una netta riduzione dei tumori.
Il meccanismo proposto passa per alcune sostanze che i batteri producono a partire da aminoacidi presenti nelle proteine. Queste sostanze sembrano capaci di sostenere la risposta immunitaria.
Non tutte le diete ipercaloriche davano però lo stesso effetto: alcune favorivano la cura, altre no. È un segno che contano componenti specifici, non le calorie in sé.
C’è anche un esperimento con materiale umano. I ricercatori hanno trasferito nei topi le feci di donatori in sovrappeso e di donatori normopeso. Con le prime, la risposta al farmaco risultava migliore.
Che cosa non dice questo studio
Va detto con chiarezza: non è un invito a ingrassare né a mangiare peggio durante le cure. L’eccesso di peso resta un fattore di rischio per molte malattie, compresi diversi tumori.
Qui si parla di topi, e di tumori trapiantati che non si comportano come quelli che nascono spontaneamente nell’organismo. I meccanismi individuati sono considerati dagli stessi ricercatori solo una parte del quadro. I dati umani sono indiretti: indicano un’associazione, non un rapporto di causa-effetto dimostrato nelle persone.
Lo stesso vale per probiotici e integratori. Lo studio non autorizza a sceglierli da soli sperando di potenziare la terapia.
Che cosa puoi portare a casa
Se tu o una persona vicina siete in cura con l’immunoterapia, il messaggio utile è questo: alimentazione e intestino potrebbero avere un ruolo nella risposta ai farmaci, ma oggi nessuno sa ancora tradurlo in regole precise.
La strada più sensata resta parlarne con l’équipe oncologica, eventualmente con un nutrizionista esperto in pazienti oncologici. È importante anche segnalare l’uso di antibiotici o integratori.
In futuro gli scienziati immaginano interventi mirati e temporanei sulla dieta o sui batteri intestinali, da verificare con studi clinici sull’uomo. Per ora è una pista promettente, non ancora una cura.
Fonte scientifica
Paper originale: Diet–microbiome synergy underlies obesity-associated immunotherapy efficacy
Rivista: Nature
DOI: 10.1038/s41586-026-10750-x
Prime Medicine somministra la prima dose nella sperimentazione genica per la malattia di Wilson - Investing.com - Quotazioni, Borsa, Economia e Finanza
📰 Investing.com - Quotazioni, Borsa, Economia e Finanza📅 2026-10-05T12:05:00
terapia genica
Prime Medicine somministra la prima dose nella sperimentazione genica per la malattia di Wilson Investing.com - Quotazioni, Borsa, Economia e Finanza
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?4
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
42.6/100
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Criteri Critici
In Europa, dove si concentra il 25 per cento dei casi diagnosticati nel mondo, ventenni, trentenni e quarantenni sembrano essere più colpiti di un tempo dalle malattie oncologiche. Il video di Arte Leggi
Un mese dedicato alla sensibilizzazione sul cancro al seno: è questo l’obiettivo di campagne internazionali come “Ottobre rosa”, che si concentra sulla prevenzione e i controlli medici periodici. In Europa, dove si concentra il 25 per cento dei casi di tumore di qualunque tipo diagnosticati nel mondo, le persone sotto i cinquant’anni sembrano essere più colpite di un tempo dalle malattie oncologiche e aumentano i giovani che sui social media raccontano la loro condizione o condividono le fasi della loro chemioterapia. Il notiziario videoEuropa Settegiorni, che racconta la vita delle società del continente, spiega che la probabilità di remissione o guarigione tra i giovani è in generale più alta, perché sopportano meglio le terapie, ma la malattia ha spesso gravi conseguenze sulla loro vita. Il notiziario indica poi le possibili cause del fenomeno, le differenze tra i paesi e quali iniziative continentali ci sono per affrontare questa nuova emergenza. Questo notiziario settimanale è prodotto dalla piattaforma europea Arte ed è disponibile in dieci lingue grazie a un progetto di collaborazione tra vari giornali europei: Balkan Insight (Birn), El País (Spagna), Gazeta Wyborcza (Polonia), Internazionale (Italia), Ir (Lettonia), Kathimerini (Grecia), Le Soir (Belgio), Sinopsis (Birn Romania). Il progetto Beam, coordinato da Arte, è finanziato dall’Unione europea in seguito all’invito della Direzione generale delle reti di comunicazione, dei contenuti e delle tecnologie (Cnet) di creare piattaforme multimediali europee. Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a:posta@internazionale.it
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Criteri Critici
Si apre a Bari il prossimo 9 ottobre il primo processo pubblico simulato all'Intelligenza artificiale, che si svolgerà nell'aula della Corte di Assise per quattro udienze. (ANSA)
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Criteri Critici
Leucodistrofia. In Campania al via nuovo screening neonatale per la diagnosi precoce Quotidiano Sanità
Parte in Regione Campania un nuovo test neonatale per la diagnosi precoce di leucodistrofia metacromatica (MLD), una rara e grave malattia genetica neurodegenerativa progressiva, caratterizzata da un grave e rapido deterioramento delle funzioni, motorie e cognitive. Grazie ad un progetto pilota attivo al CEINGE, Centro di Ingegneria genetica e unico polo regionale per lo screening neonatale, il sistema sanitario regionale offre una nuova opportunità di prevenzione salvavita con l’attivazione del nuovo test.
“L’efficacia delle terapie geniche di ultima generazione ad oggi disponibili dipende esclusivamente dalla diagnosi precoce: i maggiori benefici si ottengono quando il bambino viene identificato e trattato prima della comparsa dei sintomi e del danno neurologico irreversibile. Riconoscere la malattia prima della comparsa dei sintomi può quindi consentire l’accesso alla terapia genica nelle fasi in cui offre i risultati migliori”, spiega la Regione Campania nella nota che annuncia il progetto.
Lo screening per la MLD, non obbligatorio e non incluso nei Livelli essenziali di assistenza (LEA), viene proposto ai nuovi nati in Campania nell’ambito di un progetto della durata di tre anni. L’adesione è volontaria e richiede la firma del consenso informato da parte dei genitori in ospedale. Non sono necessarie ulteriori punture: il test utilizza le stesse gocce di sangue già prelevate dal tallone del neonato, tra le 48 e le 72 ore di vita, per gli screening di routine e raccolte sul cartoncino di Guthrie.
“Con il nuovo test, che pone la Campania all’avanguardia per la diagnosi precoce sulla MLD, possiamo cambiare il futuro dei bimbi che ne sono affetti. La tempestività della diagnosi può salvare vite e ridurre gli effetti della malattia sullo sviluppo perché permette di avviare tempestivamente la valutazione specialistica per l’accesso alla terapia, prima che si producano danni neurologici irreversibili” commenta il presidente Roberto Fico.
Il progetto rafforza il percorso di screening della Regione Campania, affiancando agli esami già previsti un’ulteriore possibilità di individuare precocemente la patologia. “L’iniziativa rientra in un percorso di arricchimento progressivo che ci vede già impegnati in altre patologie non inserite nei Lea, quali le malattie lisosomiali – spiega Mariano Giustino, Amministratore delegato del CEINGE -. Tutti i bambini individuati sono stati curati tempestivamente”.
La leucodistrofia metacromatica, ricorda la nota, è una malattia genetica rara, progressiva e neurodegenerativa, con un’incidenza stimata tra un caso ogni 40mila e uno ogni 160mila nati vivi. È causata dal deficit dell’enzima arilsulfatasi A, che determina l’accumulo di sostanze chiamate sulfatidi e il conseguente danneggiamento del sistema nervoso. Nelle forme più precoci può provocare una rapida perdita delle capacità motorie e cognitive, con conseguenze gravissime per la vita del bambino.
Oggi è disponibile una terapia genica autorizzata nell’Unione europea per specifiche forme e fasi della malattia, in grado di modificarne il decorso. I maggiori benefici si osservano nei bambini trattati prima della comparsa dei sintomi.
Il nuovo test si inserisce nella rete regionale dello screening neonatale, che ha nel CEINGE il proprio Centro Unico di riferimento. Il Centro esegue già lo screening su tutti i nati della Campania per le 48 patologie previste dalla legge 167/2016 e inserite nei LEA del 2017. Il progetto pilota è finanziato da Orchard Therapeutics ed è stato approvato dal Comitato Etico dell’Università di Napoli, con protocollo 309/2024. L’obiettivo è offrire a tutti i nuovi nati della regione un’ulteriore opportunità di diagnosi precoce e contribuire a ridurre le disuguaglianze nell’accesso alle cure.
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Criteri Critici
Radioterapia al Responsible, interrogazione M5S alla Camera sulla golden power isNews - Molise
Gravina e Primiani chiedono al Governo se l’operazione sul centro ‘Molise Art’ sia stata notificata e sollecitano Roberti e la Giunta a riferire
CAMPOBASSO. Il futuro della radioterapia oncologica del Responsible arriva in Parlamento. Su sollecitazione dei consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle Roberto Gravina e Angelo Primiani, la deputata Marianna Ricciardi ha presentato un’interrogazione a risposta scritta al presidente del Consiglio e ai ministri della Salute e dell’Economia. Chiede se l’operazione che riguarda il ‘Molise Art’ sia stata notificata ai fini della golden power.
Il ‘Molise Art’ è il centro di radioterapia oncologica della struttura di Campobasso, punto di riferimento per i pazienti molisani e delle regioni vicine. I due consiglieri ricordano che Petracca, del Responsible, ha parlato alla stampa di trattative per una partnership sulla radioterapia.
“Parliamo di un servizio essenziale e insostituibile per i pazienti oncologici di tutto il Molise”, dichiarano Gravina e Primiani. “Ora che le trattative sono confermate, il Governo deve chiarire subito se è stato informato e se ha verificato l’operazione. Partnership, conferimento o cessione: quale che sia la formula, se cambia la titolarità, il controllo o la disponibilità di attivi strategici, il Governo deve poterla valutare prima che si compia”.
Il nodo, spiegano, è anche normativo. “Nel 2021 il Consiglio dei ministri, pur non esercitando i poteri speciali sull’ingresso di Responsible Capital AG in Gemelli Molise, raccomandò la continuità delle attività e la preventiva notifica di future operazioni sul capitale. La normativa prevede la notifica anche per il trasferimento di rami d’azienda con attivi strategici: cambiare la forma dell’operazione non può essere un modo per sfuggire al controllo del Governo”.
“Non siamo arrivati a questo punto senza avvertire”, proseguono. “Con la nostra mozione, bocciata dalla maggioranza di centrodestra il 4 agosto, avevamo indicato una strada concreta: un tavolo permanente di gestione della crisi, il coinvolgimento di UniMol attraverso una Fondazione universitaria con scopo sanitario, la richiesta al Governo di attivare in via preventiva la golden power. Proposte per programmare invece di rincorrere l’emergenza, e che oggi si rivelano ancora più attuali. La questione è stata poi rilanciata con una comunicazione formale a Palazzo Chigi, e ringraziamo la deputata Marianna Ricciardi per la tempestività con cui ha portato il caso in Parlamento”.
“Ora il Governo è chiamato a rispondere”, concludono i due consiglieri. “Ma anche la Regione non può restare a guardare: il presidente Roberti e la Giunta riferiscano, atti alla mano, e dicano come intendono tutelare pazienti e lavoratori. Sulla cura dei tumori non c’è spazio per ritardi o ambiguità: la sanità non si cede a pezzi, nel silenzio”.
Successo terapeutico di sacituzumab govitecan in una paziente affetta all’esordio da triplice neoplasia: carcinoma mammario localmente avanzato triplo negativo, carcinoma del colon e del polmone - Recenti Progressi in Medicina
📰 Recenti Progressi in Medicina📅 2026-10-05T11:00:27
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Criteri Critici
Successo terapeutico di sacituzumab govitecan in una paziente affetta all’esordio da triplice neoplasia: carcinoma mammario localmente avanzato triplo negativo, carcinoma del colon e del polmone Recenti Progressi in Medicina
titolo - split_articolo,controlla_titolo - art_titolo
Successo terapeutico di sacituzumab govitecan in una paziente affetta all’esordio da triplice neoplasia: carcinoma mammario localmente avanzato triplo negativo, carcinoma del colon e del polmone
autori - vau_aut_id
Gianfranco Pernice1, Massimiliano Spada1
affiliazione_autori - art_affiliazioni
1Uoc Oncologia medica, Fondazione Istituto G. Giglio, Cefalù (Palermo).
testo - art_testo
Pervenuto il 23 marzo 2026. Accettato il 30 marzo 2026.
riassunto - art_riassunto
Riassunto. Il carcinoma mammario triplo negativo (TNBC) rappresenta ancora oggi la forma più aggressiva di tumore al seno con prognosi peggiore rispetto agli altri sottotipi. L’elevato potenziale metastatico, la limitata disponibilità di terapie mirate e la maggiore probabilità di essere diagnosticato in fase avanzata, lo rendono una delle sfide cliniche più complesse nell’ambito dei tumori della mammella. Oggi, grazie all’avvento degli anticorpi farmaco coniugati (ADC), gli esiti clinici sono notevolmente migliorati. In questo contesto, il sacituzumab govitecan (SG) è stato un’autentica rivoluzione. Il caso che qui viene riportato rappresenta proprio come tale opportunità terapeutica abbia prodotto un beneficio clinico duraturo in una paziente altamente complessa affetta al suo esordio da triplice neoplasia: TNBC localmente avanzato inoperabile, carcinoma del colon operabile e carcinoma del polmone localizzato. La paziente chemiorefrattaria (rapida progressione in corso delle prime due linee di chemioterapia) ha ricevuto SG come terza linea di trattamento, mostrando una risposta sostenuta per più di 12 mesi e un beneficio in termini di qualità della vita considerevole. Tale caso sottolinea come un corretto percorso multidisciplinare possa portare a un beneficio clinico duraturo della terapia. Discostandosi dai casi rappresentati negli studi clinici, è importante sottolineare come in tale contesto abbia prevalso la scelta clinica, per la quale in considerazione dello stadio localmente avanzato del tumore mammario, caratterizzato da mastite carcinomatosa tendente all’ulcerazione e dell’alto indice di proliferazione, a fronte dello stadio localizzato dell’adenocarcinoma polmonare, si è deciso in ambito multidisciplinare di trattare la patologia a più rapida evoluzione ovvero il TNBC. A fronte di ciò si sottolinea l’importanza di raccogliere dati di pratica clinica proprio per supportare le complesse sfide che ci troviamo a fronteggiare quotidianamente.
parolechiave - lingua - vke_key_id
Parole chiave. Debulking chirurgico, malattia triplo negativo, risposta clinica, triplice neoplasia.
title - art_title
Therapeutic success of sacituzumab govitecan in a patient with a primary diagnosis of triple-cancer: locally advanced triple-negative breast cancer, colon cancer and lung cancer.
abstract - art_abstract
Summary. Triple-negative breast cancer (TNBC) remains the most aggressive form of breast cancer with a worse prognosis than other subtypes. Its high metastatic potential, limited availability of targeted therapies, and increased likelihood of being diagnosed at an advanced stage make it one of the most complex clinical challenges in breast cancer. Today, thanks to the advent of antibody-drug conjugates (ADCs), clinical outcomes have improved significantly. In this context, sacituzumab govitecan (SG) has been a true revolution. The case reported here illustrates how this therapeutic opportunity produced lasting clinical benefit in a highly complex patient with a triple neoplasm at presentation: inoperable locally advanced TNBC, operable colon cancer, and localized lung cancer. The chemorefractory patient (rapid progression of the first two lines of chemotherapy) received SG as a third-line treatment, showing a sustained response lasting more than 12 months and a significant benefit in terms of quality of life. This case highlights how a proper multidisciplinary approach can lead to a lasting clinical benefit from therapy. Deviating from the cases reported in clinical studies, it is important to underscore how, in this context, clinical choice prevailed. Given the locally advanced stage of the breast cancer, characterized by carcinomatous mastitis tending to ulceration and the high proliferation rate, compared to the localized stage of lung adenocarcinoma, a multidisciplinary decision was made to treat the more rapidly progressing disease, TNBC. In light of this, the importance of collecting clinical practice data to support the complex challenges we face daily is emphasized.
keyword - lingua - vke_key_id
Key words. Clinical response, surgical debulking, triple-negative breast cancer, triple-negative tumour.
testo - art_testo
Introduzione
Il carcinoma mammario triplo negativo (TNBC) rappresenta un sottotipo clinicamente eterogeneo di tumore al seno, definito dall’assenza di espressione sia del recettore degli estrogeni (ER) sia del recettore del progesterone (PR) e dell’amplificazione del recettore 2 del fattore di crescita epidermico umano (HER2). Questa caratteristica ha reso la gestione clinica del TNBC molto difficoltosa per lungo tempo, limitando le opzioni terapeutiche alla chemioterapia classica in considerazione dell’assenza di target specifici. La chemioterapia citotossica per anni ha rappresentato infatti lo standard di trattamento nel setting metastatico. E, sebbene abbia parzialmente migliorato gli esiti clinici, il TNBC rimane la forma più aggressiva di tumore al seno, con il più alto tasso di recidiva nella malattia in fase iniziale e più breve sopravvivenza globale in presenza di metastasi. Proprio per questo rappresenta, ancora oggi, una delle sfide cliniche più complesse nell’ambito dei tumori della mammella. L’elevato potenziale metastatico, la limitata disponibilità di terapie mirate e la maggiore probabilità di essere diagnosticato in fase avanzata contribuiscono a definire il TNBC come la forma più aggressiva di tumore al seno con conseguente prognosi peggiore rispetto agli altri sottotipi di tumore1,2.
Negli ultimi anni, grazie all’avvento degli anticorpi farmaco coniugati (ADC) all’interno del panorama di trattamento del TNBC metastatico gli esiti clinici sono notevolmente migliorati. In questo contesto si inserisce il sacituzumab govitecan (SG). Questo farmaco combina la componente anticorpale diretta contro l’antigene di superficie cellulare trofoblastico 2 (Trop-2) con un “payload” (SN-38) appartenente alla famiglia degli inibitori della topoisomerasi I3. Tale farmaco è disponibile per il trattamento del TNBC avanzato/metastatico pretrattato con almeno due linee di terapia sistemica, di cui almeno una per la malattia metastatica. Il farmaco è stato approvato sulla base dei risultati dello studio di fase III ASCENT, che ha dimostrato la superiorità di SG rispetto alla monochemioterapia classica a scelta dello sperimentatore (eribulina, vinorelbina, capecitabina o gemcitabina) nelle pazienti con TNBC. Le pazienti (pz) trattate con SG hanno dimostrato un più lungo tempo alla progressione di malattia (progression-free survival - PFS) rispetto a quelle trattate con la monochemioterapia standard: la PFS mediana è risultata di 5,6 vs 1,7 mesi (hazard ratio [HR] 0,41). Tale beneficio si è tradotto anche in un beneficio in sopravvivenza globale (overall survival - OS), la cui mediana è passata da 6,7 mesi a 12,1 mesi (HR 0,48)4,5. SG ha anche mostrato miglioramenti significativi nella qualità di vita correlata alla salute (health-related quality of life - HRQoL) rispetto alla chemioterapia6. Lo studio ASCENT ha dimostrato che, grazie a una terapia mirata, è possibile migliorare significativamente non solo l’OS ma anche la QoL, aspetto decisivo nel trattamento della malattia metastatica. Il TNBC metastatico è spesso associato a una significativa diminuzione della QoL per cui la valutazione dell’impatto dei sintomi è particolarmente importante per queste pz. Nonostante questi dati, rimane la sfida della pratica clinica in cui spesso ci si interfaccia con popolazioni di pz che non rispondono perfettamente a quelle incluse negli studi clinici, come la pz del nostro caso con triplice neoplasia all’esordio, in cui la terapia con SG si inserisce nel percorso di trattamento in un contesto di gestione particolarmente complesso.
Caso clinico
Paziente di anni 73, in anamnesi, ipertensione arteriosa e fibrillazione atriale in trattamento. In data 21/06/2024, in seguito al riscontro autopalpatorio di un nodulo alla mammella destra (dx) la pz eseguiva esame mammografico con evidenza al quadrante supero esterno (QSE) di un addensamento radiopaco sfumato di circa 3 cm e linfonodi a ecostruttura sovvertita al cavo ascellare omolaterale.
In data 08/07/2024 si eseguiva core biopsy con esito di carcinoma duttale infiltrante G3, ER 0%, PgR neg Ki67 85%, HER 2 1+, TNM clinico: cT2cN1Mx. Si programmava stadiazione con TC total body con mdc e scintigrafia ossea total body. In data 25/07/2024 la TC evidenziava presenza in corrispondenza del QME/IE di dx di una formazione nodulare ovalare (diametro max 40 mm circa) disomogeneamente ipodensa con cercine iperdenso. Linfonodi con morfologia rotondeggiante del diametro (DT) max di 15 mm circa in sede ascellare dx. Presenza in corrispondenza del segmento anteriore del lobo superiore polmonare di dx di una formazione nodulare, con margini sfrangiati e irregolari del DT max di 31,5 mm (figura 1). In corrispondenza del III medio del sigma si evidenziava un irregolare ispessimento parietale concentrico substenosante di 37,3 mm circa, con associato sfumato ispessimento/iperdensità dell’adipe contiguo in cui si rilevavano multipli e millimetrici linfonodi.
Centimetrici linfonodi in sede inguino-femorale bilaterale.
La scintigrafia ossea risultava negativa. Si richiedeva quindi PET total body che documentava iperfissazione a carico della voluminosa formazione nodulare nel QME/IE della mammella dx. Si evidenziava ipercaptazione di pertinenza linfonodale in regione ascellare dx e a carico della nota formazione nodulare polmonare, come anche a livello del III medio del sigma, come da TC del 25/07/24. Dopo colonscopia, in data 20/09/2024 eseguiva intervento chirurgico di emicolectomia sinistra VL il cui istologico deponeva per adenocarcinoma di basso grado pT2 pN0. Nel frattempo, venivano eseguite le caratterizzazioni della biopsia mammaria (PDL-1 negativa, BRCA 1-2 negative) e le valutazioni NGS della biopsia polmonare (mutazione somatica c.2573T>G EGFR, e riarrangiamento genico con sbilanciamento 5-3 del gene ALK). In data 05/11/2024, visto il quadro di mastite carcinomatosa, in assenza di target si avvia trattamento di prima linea con carboplatino + paclitaxel. In data 17/12/2024, vista la progressione clinica della mastite con tendenza all’ulcerazione, dolore poco controllato che impattava nel peggioramento della QoL della pz, si anticipava ristadiazione. In data 19/12/2024 la TC evidenziava netto incremento della neoformazione della mammella dx, del DT di 14 cm (vs 4 cm), che non mostrava piani di clivaggio con il muscolo pettorale omolaterale e superficialmente con il piano cutaneo. Invariati i linfonodi in sede ascellare dx. Lievemente incrementata per dimensioni la lesione al segmento anteriore del lobo polmonare superiore dx del DT di 35 mm (vs 31 mm). In data 08/01/2025 si eseguiva valutazione chirurgica: la pz riferiva dolore in sede ascellare e dorsale destra e difficoltà deambulatorie date dalla massa tumorale. La mammella dx risultava aumentata di dimensioni, cute iperemica su tutto il polo inferiore e al QIC area nodulare esofitica ulcerata, purulenta di circa 20 cm. Alla TC si apprezzava ulteriore incremento della neoformazione della mammella dx, del DT di 17 cm (vs 14 cm) (figura 2), invariato il resto rispetto alla TC precedente. Dopo discussione multidisciplinare la pz viene definita oltre i limiti di operabilità.
Si programmava, pertanto, trattamento chemioterapico di seconda linea con doxorubicina cloridrato in forma liposomiale pegilata. Dopo appena 2 cicli, ulteriore progressione clinica, mammella ulcerata ed eritematosa, le condizioni cliniche della pz risultavano in ulteriore peggioramento: pz non deambulante per la massa a livello mammario, dolore poco controllato nonostante incremento della terapia antidolorifica. Pertanto, si programmava nuova linea terapeutica con SG. Alla prima rivalutazione di malattia, eseguita dopo 4 cicli con TC, si riscontrava significativa riduzione dimensionale della nota lesione mammaria dx (96x66 mm) e del numero e della dimensione dei linfonodi in sede ascellare dx, subcm (figura 3).
La TC ha mostrato una buona risposta al trattamento con benefit clinico. Durante la terapia la pz ha mostrato migliore controllo del dolore e buona tolleranza; si proseguiva quindi trattamento con SG. Alla luce della risposta obiettiva seguiva nuova rivalutazione chirurgica con RMN e PET. In data 20/08/2025 si confermava aspetto sovvertito per la presenza di voluminosa formazione della mammella dx, che coinvolge entrambi i QI e il QME, parzialmente esofitica, infiltrante il piano cutaneo ai QI e con vasta componente necrotico-colliquativa centrale, delle dimensioni assiali di circa 12 x 8 cm circa ed estensione longitudinale di 13 cm circa; la lesione posteriormente infiltrava il muscolo pettorale per un tratto di circa 3 cm e anteriormente giungeva a ridosso del complesso areola-capezzolo. In data 11/09/2025 l’indagine PET, in confronto con la precedente del 02/09/24, documentava riduzione dell’attività metabolica (bwSUVmax 6,5 vs 25,1) a carico della voluminosa formazione nel QME/ IE della mammella dx, ma che in atto appariva incrementata in dimensioni con diffusione ai QS e QI e con comparsa di area di ipocaptazione centrale come da fenomeni necrotico-colliquativi contestuali. Non più apprezzabile captazione linfonodale descritta in regione ascellare dx e quella segnalata a carico della nota formazione nodulare polmonare. Dopo 8 cicli di trattamento con SG visto il quadro di risposta parziale al trattamento, dopo discussione del caso in riunione multidisciplinare si inviava a chirurgia palliativa in data 18/09/2025 debulking palliativo (mastectomia), che evidenziava diagnosi di carcinoma metaplastico della mammella, G3, con differenziazione mesenchimale maligna condroide. Dimensioni approssimative: 16x8,5 cm, estesa necrosi tumorale. ER 0%, PgR neg Ki67 70%, HER 2 0.
Vista la storia di malattia (pz con storia di k polmone non operato mai trattato), in riunione multidisciplinare si valutava radioterapia (RT) su parete toracica/mediastino. Eseguiva quindi ristadiazione con PET in data 22/10/25 (negativa per ripresa di malattia) e con TC in data 31/10/2025 in cui risultavano ridotti per numero e dimensione i linfonodi in sede ascellare dx (9 mm circa vs 12 mm (figura 4).
Eseguiva quindi RT della parete toracica dx e linfonodi locoregionali e al termine proseguiva trattamento con SG. A oggi sono stati eseguiti 12 cicli di terapia con SG in atto ben tollerato, con beneficio clinico e in termini di QoL della pz rilevante.
Discussione e conclusioni
Il caso qui riassunto rappresenta un caso emblematico di una paziente con triplice malattia neoplastica all’esordio in cui la terapia con SG si inserisce nel percorso di trattamento in un contesto di gestione particolarmente complessa. La paziente sicuramente non rappresenta la paziente standard di uno studio clinico e ci permette di riflettere sui vari aspetti. Partiamo dall’esordio di malattia: TNBC localmente avanzato inoperabile, inserito in un quadro complesso in cui, durante la valutazione clinico-diagnostica di stadiazione, vengono riscontrati anche un nodulo polmonare sospetto e un’area del sigma a elevato metabolismo glucidico, meritevoli entrambi di ulteriori approfondimenti. Tale esordio di malattia, quindi, non è caratterizzato da esclusivo coinvolgimento mammario e locoregionale, ma a contemporaneo riscontro di adenocarcinoma del colon sx e adenocarcinoma polmonare dx. Dopo gli opportuni approfondimenti diagnostico-strumentali, in prima istanza la nostra paziente è stata sottoposta a intervento chirurgico di emicolectomia sx in cui è stato confermato un adenocarcinoma di basso grado del colon sx. Nel frattempo, è stata effettuata anche una biopsia polmonare per la caratterizzazione molecolare del nodulo polmonare che ha confermato la diagnosi di adenocarcinoma polmonare localizzato in cui è stata identificata sia una mutazione somatica a carico del gene EGFR sia un riarrangiamento genico del gene ALK. Contemporaneamente si è proceduto alla caratterizzazione della neoformazione mammaria le cui valutazioni riportavano: negatività sia per l’espressione del PD-L1 <10% sia per le mutazioni a carico dei geni BRCA 1 e 2. Quindi, vista la natura complessa dell’esordio neoplastico, lo stadio localmente avanzato del tumore mammario, la mastite carcinomatosa tendente all’ulcerazione e l’indice di proliferazione 85%, rispetto allo stadio localizzato dell’adenocarcinoma polmonare, si è deciso collegialmente di trattare la patologia a più rapida evoluzione, ovvero il TNBC. L’esordio pluritumorale e l’evoluzione dell’istologia inquadrano il caso come raro e con prognosi negativa. La malattia mammaria, infatti, durante i trattamenti è evoluta verso un’istologia di carcinoma metaplastico della mammella con differenziazione condroide, ovvero un sottotipo raro e aggressivo caratterizzato da una rapida crescita e dalla trasformazione delle cellule tumorali, spesso associato al sottotipo TN e noto per l’elevato potenziale metastatico e la resistenza alla chemioterapia standard7.
Tra le poche evidenze in merito, nel 2025 è stata pubblicata una analisi di RWE multi-country, multicentrica e retrospettiva, in cui 13 pz su 303 affette da mTNBC presentavano un’istologia metaplastica e hanno ricevuto SG in pratica clinica. Questa prima RWE ha mostrato una attività clinicamente rilevante in termini di mPFS e mOS (3,2 mesi e 8,9 mesi rispettivamente) con un profilo di tossicità maneggevole8. Alla luce di ciò il nostro risultato appare straordinario con una PFS ampiamente superiore (12 mesi). Tali dati confermano ulteriormente l’utilità clinica di SG in pazienti real-life, anche con prognosi più sfavorevole. Negli ultimi anni l’algoritmo terapeutico nel mTNBC ha vissuto una significativa rivoluzione grazie all’introduzione di farmaci innovativi, quali gli inibitori dei checkpoint immunitari (ICI) e gli ADC. Nonostante ciò, la chemioterapia standard rimane il trattamento di scelta per le pazienti non candidate a ICI e anche per le pazienti nelle linee terapeutiche successive nonostante i bassi tassi di risposta e una breve PFS.
Per la nostra paziente, non candidabile a ICI, purtroppo i precedenti trattamenti, ovvero la prima e la seconda linea, dal punto di vista dell’efficacia terapeutica sono risultati vani, con progressioni di malattia rapide in un quadro clinico gravoso, che ha comportato anche un deterioramento clinico e della QoL. Quindi sulla base dei risultati dello studio ASCENT, si è optato per il trattamento con SG in 3L metastatica come da indicazione. In tale contesto il nostro caso dimostra come, anche una paziente di 73 anni, con una storia complessa di esordio di malattia, definita anziana negli studi clinici, e con una malattia per nulla responsiva ai precedenti trattamenti chemioterapici, il SG possa rappresentare una valida opzione terapeutica. Il trattamento ha portato beneficio clinico e strumentale garantendo efficacia, tollerabilità e soprattutto un impatto importante sulla QoL della paziente con la riduzione del dolore e della terapia analgesica con un riflesso diretto sulla vita di relazione della paziente. La risposta sostenuta per un anno era inaspettata anche per l’assenza di evidenze a supporto.
In generale, l’inserimento dei nuovi farmaci dovrebbe sempre essere accompagnato dalla realizzazione di studi RWE che maggiormente riflettono la pratica clinica. Il caso presentato, pur con i limiti intrinseci di un case report, può fornire un prezioso riferimento in tal senso.
Conflitto di interessi: GP ha percepito diritti d’autore da Il Pensiero Scientifico Editore – soggetto portatore di interessi commerciali in ambito medico scientifico. MS dichiara l’assenza di conflitto di interessi.
Acknowledgement: l’open access del documento è stato reso possibile grazie al contributo non condizionante di Gilead.
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Bibliografia
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1. Chatterjee A, Chakraborty A, Chatterjee S, Pal S. Immunotherapy in triple-negative breast cancer: from molecular mechanisms to precision medicine-overcoming resistance and optimizing clinical outcomes. Crit Rev Oncol Hematol 2026; 221: 105174.
2. Peiffer DS, Hennessy MA, Nanda R. Triple negative breast cancer: what clinical progress have we seen in the last 5 years? Expert Opin Investig Drugs 2026; 35: 223-38.
3. Goldenberg DM, Cardillo TM, Govindan SV, Rossi EA, Sharkey RM. Trop-2 is a novel target for solid cancer therapy with sacituzumab govitecan (IMMU-132), an antibody-drug conjugate (ADC). Oncotarget 2015; 6: 22496-512.
4. Bardia A, Hurvitz SA, Tolaney SM, et al.; ASCENT Clinical Trial Investigators. Sacituzumab govitecan in metastatic triple-negative breast cancer. N Engl J Med 2021; 384: 1529-41.
5. Bardia A, Rugo HS, Tolaney SM, et al. Final results from the randomized Phase III ASCENT clinical trial in metastatic triple-negative breast cancer and association of outcomes by human epidermal Growth Factor Receptor 2 and trophoblast cell surface antigen 2 expression. J Clin Oncol 2024; 42: 1738-44.
6. Loibl S, Loirat D, Tolaney SM, et al. Health-related quality of life in the phase III ASCENT trial of sacituzumab govitecan versus standard chemotherapy in metastatic triple-negative breast cancer. Eur J Cancer 2023; 178: 23-33.
7. Bragg AC, Legha RS, Ding Q, Yang WT. Metaplastic breast carcinoma: radiologic-pathologic correlation. J Breast Imaging 2026; 8: 77-86.
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Immunoterapia e colon-retto: cambia la strategia sui tumori «freddi» (quelli invisibili al sistema immunitario) Corriere della Sera
di Redazione Salute
I risultati di uno studio condotto da ricercatori di IFOM, l’Istituto Fondazione AIRC di Oncologia Molecolare di AIRC, e dell’Università di Torino, in collaborazione con medici e scienziati dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas
(Getty Images)
Solo per il 2024 e solo in Italia sono state stimate oltre 48.000 nuove diagnosi di tumore del colon-retto. L'immunoterapia ha migliorato fortemente la prognosi di alcuni pazienti i cui tumori sono sensibili a questi trattamenti, ma questo vale per solo il 5% circa dei casi metastatici, ossia per tumori «caldi», cioè riconoscibili da parte del sistema immunitario anche per l’instabilità dei microsatelliti (MSI). Quest’ultima è un'alterazione per cui si accumulano molte mutazioni che rendono le cellule colpite più “visibili” al sistema immunitario.
Per il restante 95%, ossia per i tumori «freddi» a microsatelliti stabili (MSS) e dunque geneticamente più “silenziosi”, questo approccio terapeutico rimane largamente inefficace. La spiegazione finora accettata puntava proprio su questo silenzio genetico, ma non bastava a rendere conto di tutti i casi di resistenza osservati clinicamente.
«Per anni abbiamo immaginato i tumori «freddi» come bersagli semplicemente poco visibili» spiega Alberto Bardelli, direttore scientifico di IFOM e professore ordinario presso il Dipartimento di Oncologia dell'Università di Torino e autore corrispondente dell’articolo pubblicato su Cancer Discovery. «I risultati ci inducono a rivedere l'idea: questi tumori non si limitano a nascondersi, ma attivano meccanismi molecolari precisi, in grado bloccare i linfociti T anche quando questi ultimi riescono a identificarli. È una distinzione che cambia il modo in cui dobbiamo progettare le strategie terapeutiche».
Per mettere alla prova l’ipotesi, i ricercatori hanno sviluppato una piattaforma sperimentale basata su organoidi tumorali derivati da campioni di pazienti. Si tratta di colture cellulari in tre dimensioni in cui è possibile riprodurre con maggiore fedeltà il tumore originale rispetto alle tecniche precedenti. Con questo approccio, tumori “caldi” e “freddi” sono stati messi nelle medesime condizioni di riconoscimento immunitario, eliminando la variabile legata alla diversa presenza di antigeni.
Chiara Cattaneo, autrice corrispondente e co-prima autrice dell’articolo, ha svolto gli esperimenti all’IFOM durante il post-dottorato svolto nel laboratorio del Professor Bardelli ed è oggi Group Leader del Laboratorio di Precision Immuno-Oncology dell'IRCCS Istituto Clinico Humanitas. Spiega la dottoressa Cattaneo: «Anche quando il riconoscimento dell’antigene è perfettamente sovrapponibile nei due sistemi sperimentali in cui abbiamo riprodotto i tumori “caldi” e “freddi”, i tumori con MSS mantengono una capacità di resistenza alla risposta delle cellule T».
«Questo – prosegue Sharon Scardellato, co-prima autrice e post-dottoranda nel laboratorio del Professor Bardelli all’IFOM – non dipende da una differenza nella presentazione degli antigeni, ma da meccanismi intrinseci del tumore che agiscono sul microambiente immunitario».
La causa del blocco è stata individuata proprio nel cosiddetto secretoma, ovvero l’insieme delle molecole rilasciate dal tumore nell’ambiente circostante. I tumori «freddi» rilasciano fattori che interferiscono con ciò che viene chiamata sinapsi immunologica, ovvero il contatto funzionale tra linfociti T e cellule tumorali. Inoltre essi riprogrammano la superficie delle cellule vicine, tramite alterazioni della glicosilazione. Inibendo farmacologicamente la glicosilazione, la risposta immune è stata completamente ripristinata, confermando la rilevanza funzionale di questo meccanismo.
I risultati hanno dunque ridefinito la comprensione della resistenza all'immunoterapia nei tumori del colon-retto e possibilmente anche di altri tipi. La presenza di antigeni riconoscibili da parte delle difese rimane una condizione necessaria, ma non sufficiente: anche quando il sistema immunitario identifica il tumore, quest'ultimo può neutralizzarne l'azione attraverso meccanismi attivi di soppressione.
«I risultati di questo studio segnano un cambio di paradigma - continua Chiara Cattaneo -. Ci siamo sempre concentrati sul rendere il tumore visibile, immaginandolo come un bersaglio statico: una volta scoperto dal sistema immunitario, doveva venire attaccato. Ma il tumore non è inerme: ha strumenti propri che può attivare in modo da neutralizzare i linfociti T anche quando viene riconosciuto. La nostra piattaforma ha smascherato questi strumenti. Ora che li conosciamo, possiamo colpirli».
Oltre a chiarire un aspetto fondamentale della biologia dei tumori del colon-retto, lo studio apre la strada a nuove prospettive terapeutiche: la piattaforma sviluppata dai ricercatori potrà infatti essere utilizzata per studiare meccanismi analoghi anche in altri tumori refrattari all'immunoterapia. «Per rendere efficace l'immunoterapia contro i tumori «freddi» del colon-retto dovremo agire su due fronti: aumentare la visibilità del tumore e inattivare i meccanismi con cui neutralizza i linfociti T» conclude Bardelli. «La glicosilazione è oggi un bersaglio molecolare concreto. I prossimi passi saranno validare questi risultati in sistemi sperimentali più complessi e identificare le molecole specifiche del secretoma responsabili della riprogrammazione della superficie tumorale».
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D’Antona Europa Donna ‘Poche pazienti con tumore del seno sono informate sul rischio recidive’ Zazoom Social News
Secondo un rappresentante di Europa Donna, poche pazienti affette da tumore al seno sono consapevoli del rischio di recidiva. Le associazioni di pazienti vengono considerate un punto di riferimento per offrire supporto e informazioni a chi riceve una diagnosi di questo tipo. ‘Le associazioni sono un luogo di accoglienza, accompagnamento e ulteriore informazione per quante ricevono questa diagnosi’.🔗 Leggi su Quotidiano.net Tumore seno, D'Antona (Europa Donna): "Con test genomico terapia mirata"Grazie a un test genomico, il numero di chemioterapie inutili è diminuito significativamente rispetto al passato, quando circa il 30% delle donne con... D’Antona (Europa Donna Italia): “Dopo la diagnosi 88% pazienti chiede più informazioni sul cancro seno”Dopo la diagnosi di cancro al seno, l’88% delle donne chiede più informazioni sul tumore. Temi più discussi:D'Antona (Europa Donna Italia): Dopo la diagnosi 88% pazienti chiede più informazioni sul cancro seno; Tumore al seno, solo 4 donne su 10 si sentono pienamente informate: le domande senza risposta; D'Antona (Europa Donna Italia): ''Dopo la diagnosi 88% pazienti chiede più informazioni sul cancro seno''; Tumori, l'indagine: Sul cancro al seno informazioni adeguate solo per 4 donne su 10. D'Antona (Europa Donna Italia): Dopo la diagnosi 88% pazienti chiede più informazioni sul cancro seno(Adnkronos) - Una donna al momento della diagnosi, nell'88% dei casi, chiede di avere maggiori informazioni. Se poi andiamo a vedere qual è l’informazione specifica sul suo rischio di recidiva, lì ve ...msn.com Tumore seno, D'Antona (Europa Donna): Con test genomico terapia mirataRoma, 9 set. (Adnkronos Salute) - In passato, nel 30% dei casi le donne affrontavano un trattamento chemioterapico che si rivelava purtroppo inutile. Oggi, invece, grazie al test genomico il numero ...lagazzettadelmezzogiorno.it Cerca News e Video
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Il tumore al polmone può crescere senza dare sintomi: 28 diagnosi mostrano perché trovarlo prima cambia tutto Mondosanità
Non avevano tosse persistente, dolore toracico o fiato corto. Eppure, tra 939 persone senza sintomi sottoposte a TC del torace a basso dosaggio, 28 avevano un tumore del polmone. Il dato che colpisce ancora di più viene subito dopo: 27 di quei 28 tumori erano stati individuati al primo stadio. I numeri arrivano da un programma di diagnosi precoce condotto dall’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma. Il percorso era partito da 3.150 questionari online, aveva individuato 1.854 persone inizialmente eleggibili ed era proseguito con circa 1.350 visite pneumologiche, fino alle 939 TC effettuate. Ma il punto più interessante va oltre il singolo ospedale. Questi dati mostrano in modo molto concreto che il tumore del polmone può essere presente quando una persona si sente ancora bene e che cercarlo nelle popolazioni ad alto rischio può spostare la diagnosi verso una fase molto più favorevole.
Perché il tumore al polmone può restare silenzioso
Uno dei problemi di questa neoplasia è proprio la possibilità di svilupparsi senza produrre inizialmente disturbi specifici. Tosse che non passa, sangue nell’espettorato, dolore toracico, affanno o perdita di peso possono comparire, ma spesso non sono segnali precoci. Aspettare i sintomi, quindi, non sempre significa arrivare al momento migliore per intervenire. I dati nazionali spiegano perché la questione è così rilevante. In Italia sono state stimate 44.831 nuove diagnosi di tumore del polmone nel 2024 e circa 35.700 decessi nel 2022. Il principale fattore di rischio resta il consumo di tabacco. Quando invece la malattia viene individuata in una fase iniziale, le possibilità terapeutiche possono essere molto diverse. Nei tumori polmonari non a piccole cellule, che rappresentano la maggior parte dei casi, lo stadio iniziale può consentire trattamenti con intento curativo, compresa la chirurgia nei pazienti idonei. Ed è proprio qui che entra in gioco lo screening.
Non significa fare una TAC “per sicurezza”
C’è però un equivoco da evitare. La TC a basso dosaggio non è un esame da prescrivere a tutte le persone sane. Lo screening polmonare è stato studiato soprattutto nei soggetti ad alto rischio, in particolare forti fumatori ed ex forti fumatori selezionati secondo criteri di età ed esposizione al tabacco. La Rete Italiana Screening Polmonare, RISP, promossa dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, prevede per esempio l’arruolamento di persone tra 55 e 75 anni, forti fumatori oppure ex forti fumatori che abbiano smesso da meno di 15 anni. Tra i criteri indicati figurano consumi equivalenti, per esempio, a un pacchetto al giorno per 30 anni. Il programma coinvolge 18 centri in 15 regioni italiane e ha l’obiettivo di reclutare 10.000 persone ad alto rischio. Questo è un passaggio decisivo: screening non significa moltiplicare gli esami, ma selezionare bene le persone che possono trarne beneficio.
Che cos’è la TAC a basso dosaggio
La tecnica utilizzata è la TC torace a basso dosaggio, spesso indicata con la sigla LDCT. Permette di ottenere immagini molto dettagliate del polmone utilizzando una quantità di radiazioni più contenuta rispetto a molte TC diagnostiche convenzionali. Il vantaggio è la possibilità di individuare noduli anche molto piccoli, prima che provochino sintomi. Ma trovare un nodulo non significa automaticamente trovare un tumore. Molti noduli polmonari sono benigni. Per questo il vero valore dello screening non sta semplicemente nell’eseguire una TAC, ma nel costruire un percorso capace di interpretare correttamente ciò che emerge, stabilire quando sia sufficiente un controllo e quando invece servano ulteriori accertamenti. Anche il programma romano che ha portato all’individuazione dei 28 casi prevedeva una selezione iniziale, una visita pneumologica e una successiva valutazione multidisciplinare. In due pazienti operati, l’esame istologico ha poi dimostrato che il nodulo era benigno. È una buona dimostrazione del perché lo screening non possa ridursi alla logica del “facciamo una TAC e vediamo”.
Ventisette diagnosi su ventotto al primo stadio
Il dato dei 27 tumori individuati al primo stadio è quello che rende questa esperienza particolarmente interessante. Su 939 TC effettuate sono stati trovati 28 tumori polmonari, circa il 3% degli esami. La quasi totalità era ancora in una fase localmente trattabile. Naturalmente questi numeri appartengono a un programma specifico e non possono essere trasformati automaticamente in una percentuale valida per tutta la popolazione. Ma illustrano molto bene il principio sul quale si basa lo screening: anticipare la diagnosi prima che la malattia si manifesti clinicamente. E le evidenze raccolte negli anni vanno nella stessa direzione. I documenti italiani più recenti ricordano che lo screening con TC nei forti fumatori ha mostrato una riduzione della mortalità specifica per tumore del polmone e un aumento delle diagnosi in stadio iniziale.
Dall’esperienza locale alla rete nazionale
La sfida ora non è dimostrare soltanto che si possono trovare tumori prima. È capire come organizzare questa possibilità su larga scala, con criteri omogenei e senza trasformare la diagnosi precoce in una corsa agli esami. In Italia questo lavoro passa anche dalla RISP, coordinata dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e finanziata dal Ministero della Salute. Il progetto confronta strategie di utilizzo della TC a basso dosaggio e affianca allo screening interventi di prevenzione primaria e supporto alla cessazione del fumo. Anche l’Unione europea ha indicato il tumore del polmone tra gli screening emergenti da sviluppare con un approccio graduale, attraverso programmi pilota e raccolta di ulteriori evidenze sulla loro efficacia e sostenibilità. In Italia, infatti, lo screening polmonare non è ancora inserito tra i programmi pubblici organizzati come quelli per mammella, colon-retto e cervice uterina. Le linee guida oncologiche raccomandano però di prenderlo in considerazione nei fumatori ed ex fumatori con un profilo di rischio elevato.
Il messaggio non è “fatevi una TAC”
Ed è forse questo il punto più importante. La lezione dei 28 casi non è che ogni persona dovrebbe chiedere una TC del torace. È che nelle persone davvero ad alto rischio può avere senso cercare la malattia prima che dia sintomi, all’interno di programmi controllati e con professionisti capaci di gestire correttamente ciò che viene trovato. Per chi ha una lunga storia di fumo, quindi, il tema può valere una conversazione con il medico per capire se rientra nei criteri dei percorsi di screening disponibili. Per tutti resta invece una certezza molto più semplice: non iniziare a fumare o smettere il prima possibile rimane la prima forma di prevenzione del tumore del polmone. I 28 tumori individuati in persone apparentemente sane raccontano però qualcosa che vale la pena ricordare. A volte il corpo non avverte in tempo. La diagnosi precoce serve proprio ad arrivare prima del sintomo.
Fonti: Ministero della Salute; Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – Rete Italiana Screening Polmonare; I numeri del cancro in Italia 2025; dati del programma di diagnosi precoce del San Camillo Forlanini riportati da RaiNews il 2 ottobre 2026.
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Salute, la ricerca italiana alla prova dei pazienti: YntraDose® debutta al Gemelli contro il tumore del pancreas Meta Magazine
Un progetto di ricerca raggiunge un passaggio decisivo quando entra nella pratica della sperimentazione clinica. Per YntraDose®, la colla biologica radioattiva sviluppata dalla biotech italiana BetaGlue Therapeutics, questo passaggio è avvenuto al Policlinico Gemelli, dove è stata realizzata la prima procedura al mondo.
La notizia, diffusa il 2 ottobre dalla Fondazione Tech e Biomedical, partecipante della società, riguarda il trattamento di una donna di 63 anni affetta da adenocarcinoma duttale del pancreas localmente avanzato e non operabile. La finalità è creare le condizioni per una successiva operabilità.
È un obiettivo che dà una direzione precisa al lavoro clinico: verificare la possibilità di arrivare alla chirurgia attraverso il percorso sperimentale. La prima applicazione costituisce una tappa di questo cammino; gli esiti del trattamento non sono ancora riportati nella nota.
La procedura è stata eseguita dal professor Roberto Iezzi, direttore della radiologia interventistica della Fondazione Policlinico Gemelli, nell’ambito di un trial internazionale il cui principal investigator è il professor Giampaolo Tortora.
Attorno alla prima paziente trattata c’è dunque un progetto che unisce sviluppo biotecnologico e ricerca clinica. La sperimentazione coinvolge centri in Italia, Belgio e Gran Bretagna, continua con l’arruolamento dei pazienti e prevede ulteriori trattamenti nel mese di ottobre.
Cinzia Marchese, presidente della Fondazione Tech e Biomedical, considera il debutto clinico mondiale un momento fondamentale per BetaGlue e una conferma del valore concreto del progetto.
«Vedere la tecnologia di BetaGlue raggiungere la sua prima applicazione clinica al mondo rappresenta un momento fondamentale e la conferma del valore concreto del progetto», dichiara.
La presidente richiama anche il compito che la Fondazione intende svolgere: contribuire a creare le condizioni perché una tecnologia nata in Italia possa procedere dal progetto alla sperimentazione e arrivare fino al letto del paziente. In questa prospettiva, BetaGlue mostra quanto sia strategico costruire un ecosistema capace di accompagnare la ricerca biomedica durante l’intero percorso.
Al Gemelli questo lavoro ha raggiunto la sua prima applicazione clinica. Ora il prosieguo del trial dovrà fornire gli elementi per valutare le prospettive di YntraDose® nel trattamento del tumore del pancreas localmente avanzato e non operabile.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Potenza, al San Carlo si potenzia la Radioterapia: arriva la TAC che “segue” il respiro TRM network
Avviati i lavori con Amethyst Radioterapia Italia. Previsti anche un secondo bunker e due nuovi acceleratori lineari
All’ospedale San Carlo di Potenza sono partiti i lavori per potenziare la Radioterapia. Il progetto prevede nuove tecnologie, un secondo bunker e il raddoppio della capacità di trattamento.
L’Aor San Carlo ha avviato il potenziamento del servizio di Radioterapia attraverso un partenariato pubblico-privato con Amethyst Radioterapia Italia, parte di Stingray Healthcare Group.
Tra i primi interventi è prevista una TAC di ultima generazione capace di monitorare automaticamente la respirazione del paziente e calibrare l’acquisizione delle immagini sul ciclo respiratorio. La tecnologia consente esami più rapidi ed è indicata in particolare per organi in movimento come cuore e torace.
Il progetto comprende anche un secondo bunker, due acceleratori lineari di nuova generazione e la riorganizzazione degli spazi e dei percorsi clinico-assistenziali. L’obiettivo è raddoppiare la capacità di trattamento e ampliare le prestazioni disponibili per i pazienti oncologici.
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Tumore del polmone, l’importanza della diagnosi precoce: al San Camillo 28 casi individuati su 939 TC Frosinone News
Su 939 persone senza sintomi sottoposte a TC (la comune TAC) del torace a basso dosaggio, cioè con una quantità ridotta di radiazioni, 28 avevano un tumore del polmone, circa il 3%, mentre altre 5 mostravano neoplasie extrapolmonari. La quasi totalità è stata individuata a uno stadio ancora trattabile localmente. Sono i risultati del programma di diagnosi precoce dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini, presentati a Roma il 29 settembre, che ora passa alla seconda fase con il coinvolgimento anche di medici di famiglia e farmacie.
Il percorso parte da un questionario online, compilato da 3.150 persone. Di queste, 1.854 sono risultate inizialmente eleggibili; sono state effettuate circa 1.350 visite pneumologiche e 939 TC del torace. Ventinove pazienti sono stati sottoposti a intervento chirurgico, tutti con approccio mininvasivo e con un ricorso rilevante alla chirurgia robotica; in due casi l’esame istologico ha poi documentato la natura benigna del nodulo.
«Non abbiamo semplicemente offerto una TC del torace: abbiamo costruito un percorso», spiega Giuseppe Cardillo, Direttore della UOC Chirurgia Toracica. «Il questionario disponibile online con risultato di idoneità al percorso immediata, la visita pneumologica e la valutazione multidisciplinare servono a fare l’esame giusto alla persona giusta e a evitare accertamenti inutili. Il risultato è che su 939 TC abbiamo individuato 28 tumori polmonari, di cui 27 al I stadio di malattia, pertanto curabili con un intervento mini-invasivo (per la maggior parte utilizzando il robot Da Vinci) e con una aspettativa di vita superiore al 90%, che significa in termini pratici guarire dal tumore del polmone: questo è il risultato straordinario del nostro progetto».
«Questi risultati nascono da un confronto tra la Direzione aziendale e i professionisti che hanno creduto nel progetto», dice il Direttore Generale Angelo Aliquò. «Abbiamo dimostrato che la diagnosi precoce del tumore del polmone si può organizzare con metodo, utilizzando competenze e tecnologie già presenti in ospedale. Ora il passo successivo è portare i QR code di accesso negli studi dei medici di famiglia e nelle farmacie, per raggiungere le persone a rischio prima che compaiano i sintomi, e lavorare con la Regione perché questa esperienza possa diventare un modello replicabile anche in altre aziende, soprattutto nel Lazio».
La “fase 2” del progetto
Il percorso di diagnosi precoce prevede anche l’accesso dei fumatori a un programma anti-tabagismo, per ridurre il rischio futuro intervenendo sul principale fattore prevenibile: il fumo.
La “fase 2” del progetto punta a portare la prevenzione fuori dall’ospedale. Il Direttore Generale Aliquò ha raccolto la disponibilità dei rappresentanti della medicina generale e della farmacia di comunità, indicando come prima azione operativa la diffusione dei QR code di accesso al progetto attraverso Medici di Medicina Generale, Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT) e farmacie. L’Ordine dei Farmacisti ha espresso la disponibilità a partecipare con attività formative, diffusione del questionario e sensibilizzazione dei cittadini. L’obiettivo è passare da un modello basato sull’adesione spontanea a un sistema proattivo, che non lasci l’accesso alla diagnosi precoce al solo livello di informazione del singolo cittadino.
Numeri importanti
Il tema riguarda un numero di persone molto ampio. In Italia vengono diagnosticati ogni anno circa 42.000 nuovi casi di tumore del polmone, che resta una delle principali cause di mortalità oncologica (la prima per gli uomini, la seconda per le donne). Il nodo è il ritardo: una quota elevata delle diagnosi, circa l’80%, arriva quando la malattia è già in stadio avanzato, con conseguenze pesanti sulla prognosi e sulle possibilità di cura. Lo screening del tumore polmonare, che secondo i diversi studi riduce la mortalità del 20-24%, non rientra però tra quelli previsti dai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).
La questione non riguarda soltanto la salute e il benessere delle persone, ma anche i costi e l’efficacia della sanità pubblica. Filippo Rumi, economista della Salute e Co-Founder & Partner di Altems Advisory, ha indicato per esempio che una revisione sistematica di circa 93 valutazioni economiche giudica favorevole alla costo-efficacia la TC a basso dosaggio nelle popolazioni ad alto rischio in 79 casi. Rumi ha precisato che costo-efficacia e riduzione immediata della spesa non coincidono.
La dottoressa Maria Rita Migliorino, del Consiglio Direttivo di WALCE APS (Women Against Lung Cancer, associazione che cura iniziative di informazione e supporto per persone affette e per le loro famiglie e di sensibilizzazione per la popolazione), ha illustrato il nuovo PDTA regionale del tumore del polmone, pubblicato nel dicembre 2025 dopo circa dieci anni dal precedente aggiornamento.
Il Presidente del Consiglio Regionale del Lazio, Antonello Aurigemma, ha inserito il progetto in una riflessione più ampia su un Servizio Sanitario Regionale meno dipendente dall’ospedale e più orientato al territorio, manifestando la disponibilità ad approfondire una possibile estensione dell’esperienza del San Camillo ad altre strutture. Il confronto istituzionale proseguirà dopo la metà di ottobre.
Il convegno, organizzato da DreamCom, si è svolto con il patrocinio del Consiglio Regionale del Lazio, dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini, della FIMMG Sezione Provinciale di Roma e di WALCE, e con il contributo non condizionante di AstraZeneca.
Prevenzione del virus respiratorio sinciziale : FIMP, SIP e SIN raccomandano l’anticorpo monoclonale nirsevimab per i bambini più fragili - clicMedicina
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Prevenzione del virus respiratorio sinciziale : FIMP, SIP e SIN raccomandano l’anticorpo monoclonale nirsevimab per i bambini più fragili clicMedicina
Il rischio di ricovero correlato all’infezione da virus respiratorio sinciziale RSV non si esaurisce nella prima stagione invernale in cui il neonato è maggiormente esposto all’infezione: nei bambini nati prematuri e in presenza di condizioni cliniche di particolare fragilità resta elevato anche nel secondo anno, esponendolo a gravi conseguenze di salute. Per questo la Federazione Italiana Medici Pediatri FIMP, la Società Italiana di Pediatria SIP e la Società Italiana di Neonatologia SIN hanno elaborato il documento congiunto Prevenzione del VRS: Raccomandazioni per la Prima e la Seconda Stagione di Vita, al fine di estendere la profilassi con nirsevimab nella seconda stagione epidemica anche ai bambini sotto i 24 mesi nati prematuri prima delle 32 settimane di gestazione, oltre a quelli che presentano condizioni di vulnerabilità clinica, tra cui gravi malformazioni tracheo-bronchiali congenite, fibrosi cistica con segni precoci di compromissione polmonare, displasia broncopolmonare o malattia polmonare cronica, sindrome di Down.
Il documento è stato presentato al XX Congresso Nazionale Scientifico FIMP 2026, recentemente svoltosi a Napoli, in concomitanza con l’avvio della campagna di prevenzione contro il virus, il 01 ottobre. La proposta si basa sulle evidenze riportate dall’American Academy of Pediatrics, che mostrano la correlazione tra prematurità e rischio di ricovero per RSV. Nei bambini al di sotto dei 2 anni il tasso di ospedalizzazione è 3 volte maggiore nei bambini nati prima delle 29 settimane, rispetto ai nati a termine (25 casi ogni 1.000 vs 8 ogni 1.000). Attualmente la protezione da RSV del lattante a rischio, che nella seconda stagione conserva una specifica indicazione, avviene attraverso la somministrazione di un anticorpo monoclonale a lunga durata d’azione, come nirsevimab.
“Sul virus respiratorio sinciziale bisogna superare l’idea che il rischio riguardi esclusivamente i primi mesi di vita”, sottolineano i Presidenti delle Società Scientifiche, Antonio D’Avino (FIMP), Rino Agostiniani (SIP) e Massimo Agosti (SIN). “Estendere la protezione al secondo anno di vita per i bambini più fragili, prevedendo il richiamo durante la seconda stagione invernale, significa tradurre le evidenze scientifiche in una prevenzione realmente mirata al rischio clinico. Per questo raccomandiamo ai Decisori di includere all’interno delle attuali strategie di immunizzazione la somministrazione dell’anticorpo monoclonale nella seconda stagione epidemica.”
In Italia l’organizzazione dell’offerta è demandata alle Regioni: i neonati che nascono durante la stagione epidemica (dal 01 ottobre al 31 marzo) vengono immunizzati nei Punti Nascita, mentre i nati tra il 01 aprile e il 30 settembre possono ricevere l’anticorpo presso gli ambulatori dei Pediatri di Famiglia o i Centri vaccinali, sulla base dei singoli modelli organizzativi regionali. Ma le differenze regionali spesso determinano disuguaglianze significative nell’offerta di prevenzione. “La prevenzione contro il VRS non può dipendere dal luogo o dal momento in cui nasce un bambino”, aggiungono. “Riteniamo prioritario definire strategie di immunizzazione chiare e uniformi a livello nazionale, fondate sulle evidenze scientifiche oggi disponibili e capaci di garantire equità di accesso su tutto il territorio. Il VRS rappresenta un banco di prova importante: abbiamo oggi strumenti efficaci per proteggere i bambini e il Servizio Sanitario Nazionale deve creare le condizioni affinché questa opportunità raggiunga tutti coloro per i quali è indicata. La salute dei nostri bambini viene prima di ogni valutazione di carattere economico e organizzativo.”
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Terapia genica ripara la retina nei cani: cosa può significare per l’uomo Pazienti.it
Una rara alterazione genetica capace di compromettere la vista fin dall’infanzia può colpire sia gli esseri umani sia i cani. Il gene coinvolto si chiama CaBP4 ed è fondamentale per la corretta trasmissione dei segnali all’interno della retina. Proprio studiando alcuni cani affetti da questa condizione, un gruppo di ricercatori guidato dalla Michigan State University ha ottenuto un risultato che potrebbe avere implicazioni importanti anche per la ricerca sulle malattie retiniche umane.
L’esperimento, però, è stato condotto esclusivamente sugli animali. I ricercatori hanno somministrato ai cani una terapia genica capace di fornire alla retina una copia funzionante di CaBP4 e hanno osservato non soltanto un miglioramento della funzione visiva, ma anche modificazioni strutturali compatibili con la riparazione di connessioni nervose che si erano sviluppate in modo anomalo.
Il dato più interessante non è quindi che esista già una nuova cura per la retina umana, ma che un tessuto nervoso adulto abbia mostrato una plasticità che potrebbe aprire nuove strade di ricerca.
Il gene CaBP4 può provocare problemi visivi anche nell’uomo
CaBP4 produce una proteina importante per la comunicazione tra i fotorecettori, le cellule sensibili alla luce, e gli altri neuroni della retina. Quando il gene presenta alterazioni che ne compromettono il funzionamento, la trasmissione del segnale visivo può risultare difettosa. Nell’uomo, mutazioni di CaBP4 possono essere associate a rare forme ereditarie di deficit visivo presenti già durante l’infanzia.
Una condizione simile può verificarsi anche nei cani ed è proprio su questi animali che è stato condotto il nuovo studio. I ricercatori avevano identificato una mutazione di CaBP4 responsabile della perdita della vista in un gruppo di whippet. Da qui è nata l’idea di intervenire direttamente sulla causa genetica, fornendo alle cellule retiniche una versione funzionante del gene.
La terapia è stata testata sui cani
Per effettuare il trattamento, gli studiosi hanno utilizzato un virus modificato e reso innocuo, impiegato come vettore per trasportare una copia corretta del gene CaBP4 all’interno della retina. La terapia è stata somministrata una sola volta.
Dopo il trattamento, la funzione visiva dei cani è migliorata in maniera significativa, soprattutto in condizioni di scarsa illuminazione, nelle quali il deficit legato a CaBP4 tende a manifestarsi maggiormente.
Nelle regioni trattate è stato osservato anche un deterioramento minore della retina rispetto alle aree non sottoposte alla terapia. La parte più sorprendente dello studio, tuttavia, è arrivata osservando la struttura del tessuto retinico.
Le connessioni della retina si sono riorganizzate
I ricercatori hanno osservato cambiamenti nello strato plessiforme esterno, o OPL, una regione fondamentale della retina nella quale i fotorecettori comunicano con le cellule che trasmettono il segnale verso le strutture successive del sistema visivo.
Quando CaBP4 non funziona correttamente, questo strato può svilupparsi in modo incompleto. Dopo la terapia genica, l’OPL nelle aree trattate è risultato significativamente più esteso, mostrando una configurazione più vicina a quella normale.
Sono inoltre aumentati e maturati i cosiddetti nastri sinaptici, strutture specializzate necessarie alla comunicazione tra le cellule sensibili alla luce e i neuroni della retina. Secondo Billie Beckwith-Cohen, oftalmologa veterinaria della Michigan State University, il gruppo ha individuato tre differenti cambiamenti strutturali che sostengono l’esistenza di una plasticità della retina adulta.
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Non si trattava soltanto della formazione di nuove componenti: alcune anomalie presenti prima del trattamento sembravano essere state almeno parzialmente corrette.
Una retina adulta può ancora modificarsi
Questo aspetto è particolarmente importante. Le alterazioni osservate nei cani derivavano infatti da un problema genetico che aveva interferito con lo sviluppo della retina già nelle prime fasi della vita.
Ci si sarebbe quindi potuti aspettare che, una volta raggiunta l’età adulta, l’organizzazione anomala delle connessioni nervose fosse ormai definitiva. Lo studio suggerisce invece che la retina adulta conservi una capacità di rimodellamento: una volta ripristinata l’informazione genetica corretta, alcune strutture hanno continuato a maturare e riorganizzarsi. Gli autori descrivono un recupero che ha portato l’organizzazione anatomica dello strato plessiforme esterno verso una configurazione quasi normale.
I miglioramenti sono durati fino a tre anni
Gli animali sono stati seguiti, in alcuni casi, per periodi fino a tre anni. Le modificazioni osservate non sono quindi risultate soltanto temporanee.
I ricercatori hanno rilevato una persistenza del miglioramento funzionale e delle modificazioni strutturali della retina, suggerendo che le connessioni sviluppate dopo la terapia possano mantenersi nel tempo.
Lo studio mostra in particolare che i nastri sinaptici possono maturare e allungarsi anche nell’età adulta, dopo che la terapia genica ha ripristinato il corretto funzionamento di CaBP4.
Perché il risultato interessa anche la medicina umana
Il collegamento con l’uomo deriva dal fatto che CaBP4 svolge un ruolo simile anche nella retina umana e che mutazioni dello stesso gene possono causare rare patologie visive nelle persone.
I ricercatori ritengono quindi possibile che un approccio simile possa, in futuro, essere studiato anche nell’uomo. Ma si tratta ancora di una possibilità da verificare. Lo studio non comprende pazienti umani e non dimostra che una terapia analoga sarebbe altrettanto efficace o sicura nelle persone. Prima di arrivare a un eventuale utilizzo clinico saranno necessari ulteriori studi preclinici e, successivamente, sperimentazioni sull’uomo.
Il risultato potrebbe andare oltre la singola malattia
La patologia legata a CaBP4 è rara sia nei cani sia nelle persone, ma il valore della ricerca potrebbe essere più ampio. Il punto centrale è infatti la dimostrazione che un circuito nervoso retinico adulto danneggiato o sviluppato in modo anomalo può ancora essere modificato dopo la correzione del difetto genetico.
Questo principio potrebbe aiutare a comprendere meglio la capacità di recupero della retina anche in altre condizioni. I ricercatori intendono ora approfondire il ruolo della segnalazione del calcio, processo nel quale la proteina CaBP4 è direttamente coinvolta e che contribuisce alla comunicazione tra le cellule retiniche.
Non è ancora una terapia disponibile per le persone
Il risultato va quindi letto per quello che è: un importante studio preclinico su un modello animale. Nei cani trattati, la terapia genica ha migliorato la funzione visiva, ridotto il deterioramento della retina e favorito la riorganizzazione di strutture nervose che non si erano sviluppate correttamente.
Il fatto che lo stesso gene sia coinvolto anche in alcune rare patologie della vista umana rende il risultato particolarmente interessante per la ricerca. Ma non significa che oggi sia possibile utilizzare questa terapia per riparare la retina delle persone.
La scoperta più solida riguarda, per ora, la biologia della retina: anche nell’età adulta, almeno nei cani studiati, alcune connessioni nervose conservano la capacità di maturare, riorganizzarsi e avvicinarsi a una struttura normale quando viene corretta la causa genetica del problema.
Fonte:
Molecular Therapy Advances - Gene therapy induces synaptic ribbon maturation, synaptogenesis and vision recovery in an adult dog model of retinal degeneration
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Caregiver oncologici, il welfare invisibile: in Piemonte una settimana di iniziative per sostenerli insalutenews.it
Torino, 5 ottobre 2026 – Martedì 6 ottobre 2026, in occasione della Giornata Europea del Caregiver, il Piemonte e la Valle d’Aosta accendono i riflettori su una figura spesso invisibile ma indispensabile: il caregiver oncologico, la persona che ogni giorno accompagna un familiare o un amico lungo il percorso della malattia, condividendone paure, speranze, terapie e fragilità.
La ricorrenza è stata tradotta in una settimana di iniziative promosse dalla Rete Oncologica del Piemonte e Valle d’Aosta, in collaborazione con le Aziende Sanitarie Regionali, iNOC, Humanitas e Cottolengo, dedicando un’attenzione particolare ai caregiver oncologici: figure ormai riconosciute come parte integrante del percorso di cura.
Sono 23 tra ospedali e aziende sanitarie coinvolti nell’iniziativa, ciascuno con attività dedicate aperte al pubblico: open day, tavole rotonde e banchetti informativi per accendere i riflettori su una figura tanto fondamentale quanto spesso invisibile, quella del caregiver familiare.
Presso il Coes dell’ospedale Molinette di Torino dalle ore 10.00 alle ore 15.00 del 6 ottobre si terrà un punto informativo dedicato all’utenza. A seguire dalle ore 12.00 alle ore 13.00 si terrà un momento musicale “Dove le parole non arrivano…la Musica parla”, con Daniela Camoletto al violino, Patrizia Granero al pianoforte e Maurizio Palermo tecnico del suono.
Nel corso della giornata verranno distribuiti opuscoli informativi, pensati e realizzati, per raccontare la complessità della realtà quotidiana di chi si trova, spesso all’improvviso, ad assistere un familiare non autosufficiente.
La giornata assume un significato strategico in una regione che, come l’intero Paese, si confronta con l’invecchiamento della popolazione e con l’aumento della prevalenza delle patologie croniche e oncologiche.
I dati più recenti dell’ISTAT mostrano come il caregiving rappresenti uno dei pilastri nascosti del welfare italiano. Nel 2024 i caregiver, definiti come persone che prestano attività di cura a conviventi e/o non conviventi, rappresentano il 24,9% della popolazione adulta italiana. Secondo l’elaborazione ISTAT, ciò corrisponde a oltre 12 milioni di persone, spesso di sesso femminile, impegnate in attività assistenziali gratuite verso familiari, amici o vicini. Tra questi, circa 4,4 milioni sono caregiver familiari conviventi, ossia persone che condividono la propria abitazione con la persona assistita e che spesso garantiscono supporto quotidiano e continuativo.
In ambito oncologico il caregiver svolge una funzione ancora più complessa. Accompagna il paziente durante visite, esami e trattamenti, gestisce la terapia domiciliare, sostiene l’aderenza alle cure, si occupa delle pratiche burocratriche e offre supporto emotivo nei momenti più critici della malattia.
Per molte famiglie il caregiver diventa il principale coordinatore del percorso assistenziale, una sorta di “case manager informale” che collega ospedale, territorio e domicilio. Non a caso, numerose associazioni di pazienti e professionisti sottolineano come il benessere del caregiver influenzi direttamente gli esiti assistenziali e la qualità di vita del malato.
Ma chi si prende cura di chi cura il familiare ammalato? È questa la domanda al centro della Giornata del 6 ottobre. Per anni il dibattito sanitario si è concentrato quasi esclusivamente sul paziente. Oggi cresce invece la consapevolezza che la qualità delle cure dipenda anche dalla salute fisica e psicologica di chi assiste. Stress, isolamento sociale, difficoltà economiche e burnout sono condizioni frequentemente riportate dai caregiver.
La stessa Regione Piemonte riconosce formalmente il valore sociale ed economico del caregiver familiare e continua a destinare risorse specifiche ai programmi di sostegno. Nel 2025 sono stati assegnati alla Regione 2,373 milioni di euro del Fondo nazionale destinato al riconoscimento del ruolo di cura e assistenza del caregiver familiare.
In occasione della Giornata sono previsti incontri e iniziative dedicate ai familiari che quotidianamente affiancano le persone malate. Un programma pensato per offrire occasioni di ascolto, confronto e sostegno, favorendo la costruzione di reti di supporto e la condivisione di esperienze tra caregiver, professionisti sanitari e associazioni del territorio.
L’obiettivo è promuovere una maggiore attenzione al benessere di chi assiste, una dimensione troppo spesso trascurata lungo il percorso di cura (per l’elenco delle iniziative collegarsi al sito della Rete Oncologica del Piemonte e Valle D’Aosta https.//reteoncologica.it).
Prendersi cura del caregiver significa garantire cure migliori al paziente, sostenere le famiglie e rafforzare l’intero Sistema sanitario. Questo è probabilmente il messaggio più importante che la Giornata Piemontese del Caregiver Oncologico 2026 consegna alle istituzioni, ai professionisti e alla società civile.