Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
56.3/100
Punteggio Totale
B
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✅
Criteri Critici
Tumore del pancreas, un nuovo farmaco rivoluziona le cure Corriere della Sera
di Vera Martinella
Nei malati con cancro al pancreas, sottoposti al trattamento con il nuovo medicinale, è quasi raddoppiata la sopravvivenza, meno effetti collaterali rispetto alla chemio
(Getty Images)
La cautela è d'obbligo quando si parla di terapie sperimentali innovative. Serve ancora più prudenza se la malattia in questione è di quelle che lasciano poche speranze, come il tumore del pancreas. Questa volta, però, la novità è davvero strepitosa, tanto da far parlare di «rivoluzione» migliaia di specialisti riuniti a Chicago per il congresso della Società Americana di Oncologia (Asco): «E' la prima volta che si ottengono dei risultati simili nella cura del carcinoma pancreatico - conferma Giampaolo Tortora, direttore del Comprehensive Cancer Center e dell'Oncologia Medica della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli IRCCS di Roma, fra i maggiori esperti italiani su questa patologia -. Gli esiti dello studio RASolute 302, non a caso presentati nella sessione plenaria del convegno Usa, quella più importante, erano fra i più attesi e sono davvero molto significativi perché il nuovo farmaco daraxonrasib riesce a raddoppiare la sopravvivenza dei pazienti».
Oltre la metà dei pazienti ha metastasi già alla diagnosi Per capire la portata della notizia bisogna ricordare che oltre la metà dei tumori al pancreas viene diagnosticata dopo la comparsa di metastasi.
La sopravvivenza a cinque anni resta purtroppo ancora bassa (circa 8-11%), anche perché solo il 10-15% dei casi è operabile quando viene scoperto.
La chemioterapia viene in genere somministrata come trattamento di prima linea e, se necessario, come trattamento di seconda linea. Tuttavia, con la chemioterapia di seconda linea, la sopravvivenza media libera da progressione di malattia (ovvero l'intervallo tra la fine del ciclo di cure e il momento in cui la neoplasia riprende a crescere) è di 3-4 mesi e la sopravvivenza media del pazienti è di 6-7 mesi.
Sono disponibili poche terapie per i pazienti con carcinoma pancreatico metastatico precedentemente trattato, c7ure che peraltro presentano un'efficacia modesta e una tossicità considerevole.
Lo studio RASolute 302 è stato progettato con l'obiettivo di definire un nuovo standard di cura per questi malati che sia più efficace e abbia meno effetti collaterali rispetto alle chemioterapie attualmente disponibili.
Lo studio su 500 pazienti metastatici E' proprio in questo contesto difficile che si collocano i risultati dello studio RASolute 302 (di fase tre, l’ultima prima dell’approvazione e commercializzazione di una nuova cura) che ha testato il nuovo farmaco daraxonrasib su 500 pazienti con adenocarcinoma pancreatico duttale metastatico, che rappresenta il 95% dei tumori del pancreas.
Hanno partecipato centri americani, asiatici ed europei, fra cui due italiani: l'Istituto Nazionale Tumori di Milano con Filippo Pietrantonio e l'Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana con Chiara Cremolini.
I partecipanti avevano ricevuto in precedenza chemioterapia e, per la seconda linea di cure, sono stati divisi in due gruppi: una metà è stata trattata con una nuova linea di chemioterapia (ovvero lo standard attuale), l'altra metà ha ricevuto daraxonrasib da solo.
«Daraxonrasib è un nuovo tipo di inibitore di RAS, un gene che risulta mutato in oltre il 90% dei pazienti con cancro al pancreas- spiega Tortora -. È i risultati mostrano che è in grado di disattivare la proteina KRAS per arrestare la crescita del tumore, in tutte le possibili varianti di KRAS riscontrate nei pazienti. Non solo: il farmaco è risultato efficace anche nei partecipanti che non avevano questa mutazione. Una bella e inattesa notizia, di cui ancora non si conosce la spiegazione».
Raddoppia la sopravvivenza I risultati indicano che sia la sopravvivenza media libera da progressione di malattia (3,5 mesi con la chemio standard e 7,3 mesi con daraxonrasib) sia quella generale (6,6 mesi contro 13,2) sono raddoppiate nei pazienti che hanno ricevuto il nuovo farmaco.
«Possono sembrare pochi mesi, ma parliamo di pazienti metastatici e in seconda linea - chiarisce Tortora -. La speranza è che, anticipandone la somministrazione, si possano avere esiti migliori (come generalmente accade). E i prossimi studi, che partiranno a breve anche al Gemelli, verificheranno anche se si potenziano gli effetti combinandolo alla chemio standard. Quanto agli effetti collaterali, i più pesanti sono stati rash cutaneo e diarrea, non proprio lievi, ma meglio tollerati rispetti a quelli della chemioterapia».
Infatti ha interrotto il trattamento solo l'1,2% dei pazienti nel gruppo trattato con daraxonrasib rispetto all'11,2% del gruppo sottoposto a chemio standard.
14mila nuovi casi ogni anno in Italia Il tumore al pancreas resta una neoplasia difficile da curare nonostante negli ultimi anni la ricerca scientifica abbia fatto dei progressi e l’aspettativa di vita, che era per lo più di pochi mesi, ora supera i tre anni per un numero crescente di malati che oggi possono essere sottoposti a intervento chirurgico.
I nuovi casi diagnosticati ogni anno in Italia sono circa 14mila e, negli ultimi anni, è cresciuto il numero di persone vive dopo la diagnosi di questa malattia: nel 2024 erano 23.600, rispetto a 21.200 nel 2021, con un incremento del 10% in tre anni. Passi avanti importanti, che possono essere ricondotti soprattutto alla ricerca scientifica e ai progressi nelle cure.
Solo in un paziente su cinque, però, la malattia è identificata quando è ancora localizzata ed è possibile procedere con l’asportazione chirurgica, con maggiori possibilità di guarigione e sopravvivenza.
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Il robot da Vinci Xi, integrato con la tecnologia ICG, aiuta i chirurghi specializzati in chirurgia della vasculite polmonare a rimuovere i tumori polmonari con precisione, preservando al contempo la maggior quantità possibile di tessuto sano. - Vietnam.vn
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
64.1/100
Punteggio Totale
B
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✅
Criteri Critici
Il robot da Vinci Xi, integrato con la tecnologia ICG, aiuta i chirurghi specializzati in chirurgia della vasculite polmonare a rimuovere i tumori polmonari con precisione, preservando al contempo la maggior quantità possibile di tessuto sano. Vietnam.vn
Grazie alla chiara visualizzazione dei confini lobulari durante l'intervento chirurgico, i medici di FV sono riusciti a rimuovere un tumore polmonare di 11 mm da una paziente di 68 anni, preservando quasi il 90% del tessuto polmonare sano. In un organismo sano, un nodulo polmonare di 11 mm può comparire silenziosamente, senza causare sintomi. La signora N.D.TN (nata nel 1958, residente nella provinciadi Dak Lak) ha scoperto un nodulo di 11 mm nel polmone durante un controllo medico di routine. Non aveva tosse, né febbre, e le sue attività quotidiane erano normali, quindi quando ha ricevuto la diagnosi, non riusciva a credere che fosse vera. In preda a un profondo stato di angoscia, si è rivolta al Dott. Dang Dinh Minh Thanh, specialista di secondo livello e primario del reparto di chirurgia toracica, nonché responsabile del Centro di chirurgia robotica FV da Vinci, per una visita e un consulto. La TAC ha rivelato un nodulo di circa 11 mm nel lobo inferiore del polmone sinistro, clinicamente diagnosticato come stadio 1A. Il dottor Thanh ha richiesto ulteriori esami della testa e dell'addome, che non hanno evidenziato altre lesioni. Secondo le linee guida medicheinternazionali, in questo caso l'asportazione chirurgica del tumore è l'opzione preferibile, senza necessità di biopsia. "Nel caso della signora N., è stata una fortuna che il tumore sia stato individuato quando era ancora di piccole dimensioni. Non è stato necessario rimuovere l'intero lobo; è stato sufficiente asportare completamente solo circa il 10% della capacità polmonare sinistra", ha spiegato il dottor Dang Dinh Minh Thanh, specialista di secondo livello. Dopo aver ricevuto una consulenza approfondita sui vantaggi della chirurgia robotica – meno dolore, meno complicazioni, meno sanguinamento e guarigione più rapida – la paziente e la sua famiglia hanno deciso di optare per l'intervento chirurgico robotico con il sistema da Vinci Xi. "Il dottor Thanh mi ha spiegato in dettaglio i vantaggi della chirurgia robotica. Ho acconsentito immediatamente perché ho grande fiducia nelle sue capacità", ha affermato la signora N. Il dottor Dang Dinh Minh Thanh, specialista di secondo livello, illustra il funzionamento del robot da Vinci Xi ai pazienti e alle loro famiglie. Foto: FV. La resezione robotica dei tumori polmonari preserva quasi il 90% del tessuto sano grazie alla tecnologia ICG. La lobectomia polmonare è una tecnica chirurgica di estrema precisione, poiché i confini tra i lobi sono pressoché impossibili da distinguere a occhio nudo durante l'intervento. In particolare, il nodulo polmonare della signora N. era situato molto vicino al confine del lobo superiore del polmone sinistro, rendendo ancora più difficile identificare con precisione l'area da asportare. Secondo il dottor Dang Dinh Minh Thanh, in passato, prima dell'avvento delle tecnologie di supporto, molti chirurghi erano spesso costretti a praticare incisioni più ampie del necessario per garantire la completa rimozione della lesione. Con il robot da Vinci Xi, questo problema viene superato grazie alla tecnologia di fluorescenza ICG (verde di indocianina) integrata. Dopo essere stata iniettata nel corpo, la sostanza fluorescente contribuisce a creare un netto contrasto tra il tessuto da rimuovere e il tessuto sano circostante. Durante l'intervento chirurgico sulla signora N., dopo la rimozione del tumore (recisione dei vasi sanguigni e del bronco del segmento 6 sinistro) e la dissezione dei linfonodi, l'équipe ha attivato la modalità di fluorescenza sul monitor 3D. Immediatamente, il segmento da rimuovere è apparso chiaramente in verde sullo schermo in tempo reale, aiutando i medici a determinare con precisione i margini chirurgici prima di procedere con la resezione. Il dottor Dang Dinh Minh Thanh, medico e dottore di ricerca, manovra bracci robotici per eseguire la rimozione di un tumore e la dissezione dei linfonodi su un paziente affetto da cancro ai polmoni. Foto: FV. La tecnologia ICG visualizza i confini dei lobi polmonari utilizzando la luce fluorescente. (Immagine: FV) Dopo circa un'ora di intervento, l'équipe è riuscita a rimuovere il nodulo polmonare di 11 mm, asportare i linfonodi associati e preservare quasi il 90% del tessuto polmonare sano della paziente. Due giorni dopo l'intervento, la signora N. si è ripresa bene ed è stata dimessa dall'ospedale. "Vorrei ringraziare il dottor Thanh per i suoi consigli e per avermi curata. Le infermiere si sono prese cura di me in modo eccellente, anche di notte, quando ne avevo bisogno, arrivando subito, con gentilezza e disponibilità!", ha dichiarato commossa la signora Do Thi N. il giorno delle sue dimissioni. La tecnologia ICG amplia le possibilità di chirurgia di precisione nel trattamento del cancro. Presso l'ospedale FV, sempre più pazienti scelgono la chirurgia robotica per il trattamento del cancro grazie alla sua precisione e alla sua capacità di operare in modo minimamente invasivo. Con il sistema robotico da Vinci Xi, i chirurghi possonooperarecon flessibilità in spazi ristretti, accedendo ad aree profonde e difficilmente raggiungibili con l'endoscopia convenzionale. Di conseguenza, la rimozione del tumore e la dissezione dei linfonodi risultano più accurate, riducendo al minimo i danni ai tessuti sani circostanti. Rispetto alla chirurgia tradizionale a cielo aperto, la chirurgia robotica utilizza incisioni di soli 8 mm circa, riducendo la perdita di sangue, minimizzando il dolore post-operatorio e abbreviando i tempi di recupero. Anche il tasso di conversione alla chirurgia tradizionale è molto basso, inferiore all'1%. In particolare, negli interventi di chirurgia toracica e gastrointestinale, la tecnologia di fluorescenza ICG integrata nel robot da Vinci Xi assiste i chirurghi nella valutazione in tempo reale dei tessuti e del sistema vascolare durante l'intervento. Nella chirurgia gastrointestinale, l'ICG aiuta a controllare il flusso sanguigno a livello dell'anastomosi, riducendo così il rischio di ischemia che può causare perdite o ritardi nella guarigione della ferita, una delle complicanze postoperatorie più preoccupanti. Per agevolare l'accesso anticipato dei pazienti alle tecnologie più avanzate, l'ospedale FV sta implementando un programma che offre uno sconto di 40 milioni di VND su 50 interventi chirurgici con il robot da Vinci Xi, da oggi fino al 15 giugno 2026. Per ulteriori informazioni, si prega di contattare l'ospedale FV, 06 Nguyen Luong Bang Street, Tan My Ward (ex Distretto 7), Ho Chi Minh City, Telefono: (028) 3511 3333. Ospedale FV Fonte: https://suckhoedoisong.vn/robot-da-vinci-xi-tich-cong-nghe-icg-giup-bac-si-fv-cat-u-phoi-chinh-xac-bao-ton-toi-da-mo-lanh-169260601173742224.htm
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
54.8/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Una terapia sperimentale con farmaci orali offre nuove speranze nel trattamento del cancro al pancreas. Vietnam.vn
Il New England Journal of Medicineha presentato questo articolo il 31 maggio in occasione del congresso annuale dell'American Society of Clinical Oncology (ASCO) a Chicago, Illinois, USA. Il farmaco, chiamato daraxonrasib, agisce bloccando una proteina mutata, un fattore che promuove la crescita tumorale in oltre il 90% dei casi di cancro al pancreas. Si tratta di un obiettivo terapeutico chegli scienziatiperseguono da decenni, senza tuttavia ottenere risultati significativi. Lo studio è stato condotto su 500 pazienti affetti da carcinoma pancreatico metastatico che avevano smesso di rispondere ai trattamenti precedenti. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a ricevere daraxonrasib o a continuare la chemioterapia. I risultati hanno mostrato che i pazienti trattati con il nuovo farmaco hanno avuto un tempo di sopravvivenza medio di 13,2 mesi, quasi il doppio rispetto ai 6,7 mesi del gruppo sottoposto a chemioterapia. Oltre a un prolungamento del tempo di sopravvivenza, il gruppo di pazienti trattati con daraxonrasib ha mostrato una migliore qualità della vita, meno dolore e tumori di dimensioni significativamente inferiori. Molti pazienti hanno continuato ad assumere il farmaco anche dopo l'analisi dei dati, il che suggerisce che i benefici in termini di sopravvivenza potrebbero essere ulteriormente migliorati con un follow-up a lungo termine. Il dottor Brian Wolpin del Dana-Farber Cancer Institute ritiene che il daraxonrasib abbia il potenziale per diventare un nuovo standard di trattamento per i pazienti affetti da cancro al pancreas metastatico che sono stati precedentemente trattati. I ricercatori stanno anche esplorando la possibilità di utilizzare il farmaco in una fase più precoce della malattia, valutando ad esempio se sia in grado di ridurre le dimensioni dei tumori a sufficienza da rendere un maggior numero di pazienti idonei all'intervento chirurgico. Il cancro al pancreas è uno dei tipi di cancro più letali perché spesso è difficile da diagnosticare nelle fasi iniziali e metastatizza facilmente ad altri organi. Secondo l'American Cancer Society, quest'anno negli Stati Uniti a circa 67.000 persone verrà diagnosticata questa malattia e si prevede che oltre 52.000 moriranno. Il tasso di sopravvivenza a cinque anni è attualmente solo del 13% circa. Fonte: https://baoquangninh.vn/thuoc-uong-thu-nghiem-mo-ra-hy-vong-moi-trong-dieu-tri-ung-thu-tuyen-tuy-3409663.html
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
67.0/100
Punteggio Totale
A
Valutazione
✅
Criteri Critici
Pillole sperimentali offrono una nuova speranza nel trattamento del cancro al pancreas aggressivo. Vietnam.vn
Questo farmaco, chiamato Daraxonrasib, agisce inibendo una proteina mutata che promuove la crescita tumorale in oltre il 90% dei casi di cancro al pancreas. Questo è un obiettivo terapeutico chegli scienziatiperseguono da decenni, senza però ottenere risultati promettenti. Il dottor Zev Wainberg dell'Università della California, Los Angeles (USA), uno dei responsabili della ricerca, ha commentato che, sebbene non sia ancora in grado di curare il cancro, si tratta comunque di un passo avanti molto significativo. In uno studio condotto su 500 pazienti affetti da carcinoma pancreatico metastatico che non avevano più risposto ai trattamenti precedenti, il daraxonrasib è stato confrontato con la chemioterapia adiuvante. I risultati hanno dimostrato che la terapia farmacologica orale quotidiana ha raddoppiato il tempo di sopravvivenza, causando al contempo un minor numero di effetti collaterali gravi. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulNew EnglandJournal of Medicine e presentati al congresso annuale dell'American Society for Clinical Oncology a Chicago. I risultati dello studio hanno mostrato che i pazienti trattati con daraxonrasib hanno avuto una sopravvivenza mediana di 13,2 mesi, quasi il doppio rispetto ai 6,7 mesi del gruppo sottoposto a chemioterapia. Secondo i ricercatori, questa è la prima volta che un farmaco mirato dimostra un chiaro vantaggio rispetto alla chemioterapia nei pazienti con tumore al pancreas in stadio avanzato. "Dopo 16 anni di trattamento di pazienti affetti da cancro al pancreas, questa è la prima volta che vedo risultati di ricerca concreti", ha affermato la dottoressa Rachna Shroff del Cancer Center dell'Università dell'Arizona, che non ha partecipato allo studio, durante la conferenza dell'American Society of Clinical Oncology. Ha affermato che ciò che l'ha colpita maggiormente è stato il fatto che i pazienti abbiano continuato la terapia con questo farmaco perché offriva benefici duraturi e davvero significativi. I ricercatori affermano che l'efficacia del farmaco diminuirà col tempo. Tuttavia, i pazienti trattati con daraxonrasib hanno avuto durate di trattamento significativamente più lunghe rispetto al gruppo sottoposto a chemioterapia. Molti hanno riferito un miglioramento del dolore, una migliore qualità della vita e una riduzione del tumore durante il trattamento. In particolare, dall'analisi dei dati dello studio è emerso che molti pazienti continuavano ad assumere i loro farmaci. Secondo il dottor Zev Wainberg, ciò suggerisce che il divario nei tempi di sopravvivenza tra i due gruppi potrebbe ampliarsi ulteriormente man mano che gli scienziati monitoreranno i risultati in futuro. Il dottor Brian Wolpin del Dana-Farber Cancer Institute ha presentato i risultati della ricerca il 31 maggio. Ha affermato che questo nuovo farmaco dovrebbe diventare il "nuovo standard di trattamento" per i pazienti affetti da cancro al pancreas metastatico che hanno già ricevuto trattamenti precedenti. Secondo Wolpin, i ricercatori continueranno a valutare l'efficacia del farmaco nelle fasi iniziali della malattia, compresa la sua capacità di ridurre le dimensioni dei tumori per consentire a un maggior numero di pazienti di essere sottoposti a intervento chirurgico. Gli effetti collaterali più rilevanti che possono interferire con l'uso di questo farmaco sono eruzioni cutanee (a volte gravi) e ulcere in bocca. La ricerca è stata finanziata daRevolution Medicines,un'unità di sviluppo farmaceutico. Nel frattempo, la Food and Drug Administration statunitense ha dichiarato che accelererà la procedura di revisione della domanda di autorizzazione all'immissione in commercio del farmaco. Parallelamente, la FDA ha anche autorizzato l'applicazione di un meccanismo denominato "accesso esteso".Ciò consente ad alcuni pazienti che soddisfano specifici criteri di utilizzare il farmaco sperimentale prima della sua approvazione ufficiale. Questo farmaco ha attirato l'attenzione del pubblico dopo che l'ex senatore statunitense Ben Sasse ha dichiarato al programma televisivo60 Minutesdi aver avvertito una significativa riduzione del dolore durante il suo utilizzo. Molti oncologi riferiscono di ricevere ormai un gran numero di richieste da parte di pazienti che desiderano accedere a questo programma speciale. Una svolta neinuovi metodi di trattamento. Il cancro al pancreas è considerato una delle forme di cancro più pericolose, soprattutto perché è molto difficile da individuare nelle sue fasi iniziali e spesso viene diagnosticato solo quando si è già diffuso ad altri organi. Secondo l'American Cancer Society, si prevede che quest'anno negli Stati Uniti si registreranno circa 67.000 nuovi casi e oltre 52.000 decessi a causa di questa malattia. Il tasso di sopravvivenza a cinque anni per i pazienti è attualmente di solo il 13%. A differenza di molti altri tumori che oggi dispongono di più opzioni terapeutiche alternative alla chemioterapia, il cancro è rimasto a lungo una delle malattie più difficili da trattare. Esperti oncologici non coinvolti nel nuovo studio si sono detti ottimisti sul fatto che questo potrebbe rappresentare un punto di svolta cruciale nella ricerca di nuove terapie, soprattutto considerando che decine di farmaci sperimentali sono attualmente in fase di sviluppo. Il nuovo farmaco agisce sulle mutazioni della famiglia di geni RAS, un gruppo di geni che regolano la crescita cellulare nell'organismo. Tra questi, le mutazioni del gene KRAS sono considerate fattori particolarmente importanti nello sviluppo del cancro al pancreas. Tuttavia, per decenni, KRAS è stato considerato dagli scienziati un bersaglio "irrecuperabile".A causa della particolare struttura di questa proteina mutata, è molto difficile per i farmaci legarsi ad essa e agire efficacemente. Il farmaco di Revolution Medicines agisce come una "colla molecolare", legandosi a diverse forme di mutazioni del gene KRAS. Secondo il dottor Zev Wainberg, il prossimo passo della ricerca sarà quello di determinare se il farmaco sia più efficace in specifici gruppi di mutazioni del gene KRAS. Il dottor Andrew Coveler del Fred Hutchinson Cancer Center, che non ha partecipato allo studio, ha commentato che questo nuovo farmaco potrebbe cambiare il modo in cui il cancro al pancreas verrà trattato in futuro. Secondo il dottor Zev Wainberg, sono attualmente in fase di sviluppo molti altri farmaci mirati a specifiche mutazioni del gene KRAS. Inoltre, gli scienziati stanno anche studiando trattamenti in fasi di sperimentazione più precoci, tra cuivacciniprogettati per prevenire la recidiva del cancro al pancreas dopo l'intervento chirurgico. Questi vaccini agiscono "addestrando" il sistema immunitario a riconoscere le proteine mutate associate alla malattia, aiutando così l'organismo a individuare e distruggere le cellule tumorali in modo più efficace. Fonte: https://baovanhoa.vn/doi-song/thuoc-vien-thu-nghiem-mo-ra-hy-vong-moi-trong-dieu-tri-ung-thu-tuyen-tuy-nguy-hiem-233306.html
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Criteri Critici
‘Superimmunoterapia’ contro il melanoma, una nuova molecola prepara il sistema immunitario prima del bisturi insalutenews.it
Il trial tutto italiano coinvolgerà 80 pazienti, già in fase di arruolamento, con melanoma cutaneo in stadio avanzato, asportabile chirurgicamente ma ad alto rischio di ricaduta. I ricercatori metteranno alla prova una citochina “intelligente”, MDNA11, sviluppata per superare la resistenza alle terapie immunoterapiche standard
Chicago, 1 giugno 2026 – Una vera e propria “superimmunoterapia” da somministrare prima di entrare in sala operatoria per neutralizzare sul nascere la capacità del tumore di resistere ai farmaci. L’arma segreta di questo innovativo approccio si chiama MDNA11, una citochina ‘intelligente’ progettata in laboratorio per potenziare in modo mirato le difese biologiche dei pazienti e contrastare la possibile resistenza alle terapie.
I dettagli scientifici di questo studio multicentrico italiano, coordinato dalla Fondazione Melanoma Onlus e in collaborazione con la biotech canadese Medicenna, sono stati presentati da Paolo Ascierto, professore ordinario di Oncologia all’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus, al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), in corso a Chicago.
“MDNA11 è una versione potenziata e a lunga durata d’azione dell’Interleuchina-2 (IL-2), una molecola che il nostro corpo già possiede per attivare le difese, ma che in passato era troppo tossica e poco selettiva – spiega Ascierto – Questa nuova super-citochina è stata ingegnerizzata per agire come una ‘bomba di precisione’: evita i tessuti sani e si dirige esclusivamente sui ‘soldati d’assalto’ del sistema immunitario, ovvero i linfociti T CD8+ e le cellule Natural Killer, moltiplicandoli e spingendoli ad aggredire il tumore con una forza mai vista prima, mantenendo al contempo un buon profilo di sicurezza”. Il protocollo si rivolge ai pazienti con melanoma cutaneo in stadio avanzato (stadio III), asportabile chirurgicamente ma ad alto rischio di ricaduta.
Prof. Paolo Ascierto
“Oggi il nuovo standard di cura è la terapia neoadiuvante, che consiste nel trattare il paziente prima della chirurgia – dichiara Ascierto – Attaccare la malattia quando il tumore è ancora presente dà una spinta enorme al sistema immunitario, che impara a riconoscere e combattere le cellule neoplastiche in modo molto più efficace rispetto a quanto farebbe se i farmaci venissero dati solo dopo l’operazione. Tuttavia, i dati più recenti dimostrano l’efficacia straordinaria di questo approccio, ma evidenziano anche un limite biologico, dato che circa il 41% dei pazienti mostra ancora una resistenza parziale o totale alle terapie standard. Per questo è necessario fare un passo avanti e superare le barriere poste dal tumore”.
La resistenza all’immunoterapia classica è spesso legata a tumori definiti “freddi”, cioè privi di una corretta stimolazione immunitaria proprio a causa della carenza di IL-2 naturale. Lo studio NEO-CYT punta a superare questo scoglio calando l’asso di MDNA11, rendendo i “soldati” del sistema immunitario più capaci di entrare nei tumori. Lo studio coinvolgerà in totale 80 pazienti che verranno divisi in tre gruppi. Il cuore della strategia è rappresentato dal Braccio C, un vero e proprio tris di farmaci che unisce i due immunoterapici standard, ipilimumab e nivolumab, alla potenza mirata della super-citochina MDNA11. Per valutare ogni sfumatura di efficacia e sicurezza, il protocollo prevede anche un Braccio B, che combina unicamente nivolumab alla molecola MDNA11. Mentre i pazienti del Braccio A costituiranno il gruppo di controllo standard e riceveranno solo la doppietta immunoterapica (ipilimumab e nivolumab). Infine, nel Braccio D si aggiungerà al “tris” (ipilimumab, nivolumab e MDNA11) un farmaco anti-infiammatorio, il tocilizumab.
“I pazienti seguiranno il trattamento per un periodo di 6 settimane prima di essere sottoposti all’intervento chirurgico – conclude Ascierto – L’obiettivo primario di questa ‘superimmunoterapia’ è ottenere la ‘Risposta Patologica Maggiore’, ovvero far sì che al momento dell’operazione la percentuale di cellule tumorali ancora vive nel tessuto sia pari o inferiore al 10%. Centrare questo traguardo clinico significa abbattere drasticamente il rischio che la malattia possa ripresentarsi in futuro”.
Oltre all’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione “G. Pascale” di Napoli, che fa anche da centro coordinatore insieme alla Fondazione Melanoma, lo studio vede la partecipazione attiva della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori (Milano), dell’Istituto Oncologico Veneto IOV-IRCCS (Padova), dell’IRCCS Istituto Romagnolo per lo Studio dei Tumori “Dino Amadori” – IRST (Meldola), dell’IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (Roma), dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria della Misericordia / Università degli Studi di Perugia (Perugia), dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” (Napoli) e dell’Istituto Europeo di Oncologia IEO – IRCCS (Milano).
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
53.0/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
CAR-T al San Camillo Forlanini: Roma entra nell’élite della medicina oncologica Anagnia
C’è un paziente che a metà aprile è entrato in un reparto del San Camillo Forlanini di Roma con una diagnosi difficile — un linfoma mantellare non rispondente alle terapie convenzionali — e ne è uscito il 6 maggio in buone condizioni. Non è un miracolo, ma qualcosa che alla scienza piace chiamare in modo quasi cinematografico: terapia CAR-T. E per il Lazio, quella dimissione rappresenta una data storica.
L’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini è diventata infatti il terzo ospedale pubblico della regione — e il primo tra quelli non universitari — ad introdurre ufficialmente la somministrazione delle CAR-T (Chimeric Antigen Receptor T Cell Therapies), una delle frontiere più avanzate della medicina oncologica mondiale. Una terapia che non si limita a contenere il tumore, ma punta all’obiettivo più ambizioso che esista in oncologia: l’eradicazione definitiva della malattia.
Come funziona: il sistema immunitario riprogrammato come arma
Per capire la portata di questa innovazione, vale la pena fermarsi un momento sulla biologia di ciò che accade. I linfociti T sono globuli bianchi che costituiscono il cuore del sistema immunitario adattativo — quei soldati del corpo capaci, in condizioni normali, di riconoscere e combattere agenti estranei. Con la terapia CAR-T, questi linfociti vengono prelevati direttamente dal paziente, inviati in laboratori specializzati chiamati “cell factory” e lì geneticamente riprogrammati per riconoscere le cellule tumorali e distruggerle con precisione chirurgica.
Il risultato è ciò che i clinici definiscono, non senza una certa meraviglia, «un tessuto umano che agisce da farmaco». Le cellule reingegnerizzate — criopreservate a -180 gradi durante il trasporto — vengono quindi reinfuse nel paziente, dove continuano a moltiplicarsi e a combattere il tumore. È, a tutti gli effetti, una terapia viva.
Il percorso clinico: dalla selezione alla reinfusione
Il trattamento si articola in più fasi, ciascuna governata da protocolli rigorosi. Tutto inizia negli ambulatori della UOC di Ematologia e Trapianto CSE (Cellule Staminali Emopoietiche), dove il paziente viene sottoposto a una serie di valutazioni per verificarne l’idoneità al trattamento. Segue la linfocito-aferesi: il sangue viene raccolto, centrifugato e separato nelle sue componenti dall’Unità Aferesi dell’UOC Medicina Trasfusionale e Cellule Staminali.
Il prodotto biologico così ottenuto viene spedito alla “cell factory” tramite corrieri specializzati con contenitori criogenici a temperatura controllata. Al termine della lavorazione, le CAR-T cells tornano al centro di trattamento pronte per la reinfusione. Questa fase finale richiede un ricovero di circa 10-15 giorni, necessario per monitorare e gestire eventuali effetti avversi: la potenza antitumorale di queste cellule è tale da poter generare, in alcuni casi, reazioni gravi che richiedono supervisione medica continua.
A sovrintendere ogni passaggio di questo percorso complesso è il CAR-T Cell-Team (CTCT), un gruppo multidisciplinare composto da ematologi, medici e biologi della medicina trasfusionale, rianimatori, neurologi e farmacisti, tutti formati con specifici corsi dedicati.
Le patologie trattabili e i risultati attesi
La terapia con CAR-T rappresenta oggi lo strumento terapeutico con le più elevate probabilità di successo nei casi in cui chemioterapia e trapianto autologo di cellule staminali non abbiano ottenuto risultati. Le indicazioni cliniche approvate includono alcune tra le forme più aggressive di tumore del sangue: Linfoma non Hodgkin a grandi cellule B, Linfoma Follicolare, Linfoma Mantellare, Leucemia Linfoblastica Acuta e Mieloma Multiplo.
«Per i pazienti affetti da linfomi o leucemie che non hanno risposto alle cure tradizionali, tutto questo si traduce in una reale e rivoluzionaria opportunità di guarigione», spiega la dottoressa Roberta Battistini, direttore f.f. della UOC Ematologia e Trapianto CSE. «Garantiamo loro l’accesso ai trattamenti più avanzati direttamente nella nostra struttura, senza costringerli a faticosi spostamenti».
Un aspetto tutt’altro che secondario: fino ad oggi, molti pazienti erano costretti a rivolgersi a centri specializzati fuori regione, con tutto il peso — fisico, psicologico ed economico — che questo comporta per chi è già alle prese con una malattia grave.
La Regione Lazio e il progetto di un centro di riferimento
L’introduzione delle CAR-T al San Camillo si inserisce in un disegno più ampio. Il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca ha inquadrato il risultato nel progetto del Centro Regionale per le Terapie Cellulari e Geniche, che prevede la collaborazione tra tutti gli istituti di ricerca e le università del Lazio per sviluppare nuove opportunità terapeutiche. «È un risultato reso possibile grazie al lavoro di squadra di medici, infermieri, biologi, tecnici e operatori sanitari», ha sottolineato Rocca, annunciando l’intenzione della Regione di continuare a sostenere gli investimenti nell’innovazione clinica e nel rafforzamento della rete ospedaliera pubblica.
Poter offrire questa tecnologia, ha aggiunto la dottoressa Battistini, significa «posizionare il San Camillo nel network dei centri di eccellenza ematologica a livello nazionale».
Una posizione guadagnata con rigore scientifico, lavoro di squadra e — per quel primo paziente dimesso in buone condizioni il 6 maggio — con qualcosa che assomiglia, molto concretamente, a una seconda possibilità.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Prevenzione tumori: visite dermatologiche gratuite, dove e come prenotare GenovaToday
Dopo il successo delle iniziative “Donna in Salute - Open Weekend 2026” e “Uomo in Salute - Open Weekend 2026”, dedicate rispettivamente alla salute femminile e maschile, torna a giugno un nuovo appuntamento con la prevenzione. Prende infatti il via “Pelle in Salute - Open Weekend. Prevenzione tumori cutanei”, iniziativa rivolta alla diagnosi precoce dei tumori della pelle.
Durante le giornate dedicate sarà possibile effettuare, previa prenotazione online, visite dermatologiche gratuite, con eventuali indicazioni per approfondimenti diagnostici qualora ritenuti necessari dagli specialisti.
Visite gratuite: quando e dove
L’iniziativa si svolgerà secondo il seguente calendario:
sabato 6 giugno - Fondazione Alberto Castelli presso Centro COL (visite prenotabili dal 3 giugno)
sabato 6 e domenica 7 giugno - Ospedale Galliera (visite prenotabili dal 3 giugno)
sabato 20 e domenica 21 giugno - Ospedale Policlinico San Martino (visite prenotabili dal 15 giugno)
All’iniziativa aderisce anche Lilt Genova - Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, che metterà a disposizione appuntamenti aggiuntivi nei giorni feriali (visite prenotabili dal 3 giugno).
Come prenotare
Per accedere alle visite è necessaria la prenotazione, da effettuare online secondo le modalità consultabili al seguente link: https://openweek.aomliguria.it/pelle/
Cosa è necessario portare (e cosa no)
Le visite offerte nell’ambito dell’iniziativa sono gratuite e non è previsto il pagamento del ticket. Non è necessaria alcuna impegnativa o prescrizione medica: sarà sufficiente presentarsi con la tessera sanitaria.
Qualora durante la visita emergesse la necessità di ulteriori accertamenti clinici o diagnostici, i pazienti saranno presi in carico dai professionisti delle strutture coinvolte e indirizzati ai percorsi di cura e approfondimento previsti, che seguiranno il normale regime di compartecipazione alla spesa, salvo eventuali esenzioni dal ticket.
Per questo appuntamento con la prevenzione, nel complesso saranno disponibili 260 visite dermatologiche gratuite distribuite tra le diverse sedi. Per chi non riuscirà a prenotare, l'iniziativa verrà replicata nel corso dell'anno.
In Liguria 20 casi di melanoma ogni 100mila abitanti
“L’iniziativa “Pelle in Salute” - spiega Monica Calamai, direttore generale Irccs Azienda Ospedaliera Metropolitana - si inserisce all’interno del percorso degli open weekend che abbiamo avviato come contributo concreto alla prevenzione delle patologie oncologiche e non, rivolti alla popolazione dell’area metropolitana e, più in generale, di tutta la Liguria. Il focus, in prossimità dell’estate, è dedicato alla salute della pelle: una scelta non casuale, perché mantenere la cute in salute significa anche proteggerla. In questo contesto, l’attenzione è rivolta in particolare ai tumori cutanei, tra i quali il melanoma rappresenta la patologia più aggressiva, con un’incidenza significativa anche nel nostro Paese".
“A livello mondiale si registra un tasso di circa 3,2 casi per 100 mila abitanti, mentre in Italia l’incidenza è di 12,7 casi per 100 mila abitanti; in Liguria il dato stimato è ancora più elevato, intorno ai 20 casi per 100 mila abitanti. Questi numeri - aggiunge Calamai - evidenziano quanto sia importante rafforzare le attività di prevenzione, soprattutto in un territorio come quello ligure, caratterizzato da un’importante esposizione al sole, dalla presenza del mare e da una diffusa abitudine a frequentarlo. Per questo è essenziale promuovere controlli periodici e adottare comportamenti protettivi adeguati”.
Conclude Calamai: "Le iniziative proposte non sono eventi isolati, ma fanno parte di un percorso di prevenzione: per chi non riuscirà a prenotare - conclude Calamai - l’iniziativa verrà ripetuta nel corso dell’anno, proprio per rispondere all’elevata richiesta e all’attenzione che si intende garantire su questi temi, offrendo a tutti la possibilità di accedere a percorsi di screening”.
Assessore Nicolò: “Attenzione all'esposizione ai raggi solari”
“Dopo il grande successo delle iniziative ‘Donna in Salute’ e ‘Uomo in Salute’, che hanno registrato una straordinaria partecipazione da parte dei cittadini, proponiamo un nuovo appuntamento dedicato alla prevenzione, questa volta focalizzato sulla salute della pelle e sulla diagnosi precoce dei tumori cutanei – dichiara l’assessore alla Sanità della Regione Liguria, Massimo Nicolò –. Si tratta di una grande opportunità per effettuare un controllo specialistico gratuito e verificare lo stato di salute della propria pelle, soprattutto in vista dell’estate, un periodo nel quale è fondamentale prestare ancora maggiore attenzione all’esposizione ai raggi solari e adottare comportamenti corretti per proteggersi dai rischi legati ai tumori cutanei. L’elevata adesione registrata nelle precedenti iniziative conferma quanto sia importante portare la prevenzione sempre più vicino ai cittadini. Per questo, dopo queste prime esperienze, stiamo lavorando insieme ai coordinatori delle diverse aree territoriali per proporre iniziative analoghe anche nelle altre province liguri, così da garantire opportunità di prevenzione sempre più diffuse e accessibili a tutta la popolazione”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?3
75.2/100
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Criteri Critici
Melanoma, lo studio italiano NEO-CYT porta MDNA11 prima della chirurgia: disegno, obiettivo e limiti clinici Sbircia la Notizia Magazine
Il nostro approfondimento
NEO-CYT va letto dentro una trasformazione precisa dell’oncologia del melanoma: il trattamento sistemico viene considerato anche prima dell’asportazione chirurgica, perché la presenza del tumore può rendere più leggibile il bersaglio immunologico. Questo cambia il momento in cui si misura l’efficacia e rende il tessuto operatorio una prova biologica immediata.
Avviso salute: questo articolo ha finalità giornalistica. Diagnosi, indicazione chirurgica, scelta dei farmaci e gestione degli effetti avversi restano competenza del team multidisciplinare. MDNA11 è un farmaco sperimentale e l’eventuale accesso passa solo attraverso criteri di eleggibilità clinica definiti dal protocollo.
Sommario dei contenuti
La notizia clinica: MDNA11 entra nel tempo preoperatorio
La novità di NEO-CYT supera la semplice aggiunta farmacologica. Il protocollo inserisce MDNA11 nella finestra che precede la chirurgia a intento curativo, quando la massa tumorale e le metastasi linfonodali resecabili sono ancora disponibili come sorgente di antigeni. In termini immunologici, questo significa tentare di amplificare la risposta dei linfociti effettori mentre il sistema immunitario può ancora incontrare il tumore nel suo ambiente reale.
Lo studio è stato presentato nel programma melanoma e tumori cutanei dell’ASCO 2026 a Chicago con abstract TPS9612. Il riscontro coincide con la cronaca sanitaria di ANSA, che ha collocato la presentazione del 31 maggio dentro il congresso americano e ha riportato il ruolo del gruppo italiano coordinato da Ascierto.
Che cosa distingue MDNA11 dalle vecchie terapie a base di IL-2
MDNA11 nasce dalla stessa logica biologica dell’interleuchina-2, una citochina capace di sostenere l’espansione delle cellule immunitarie antitumorali. Il problema storico dell’IL-2 ad alte dosi è stato il margine stretto tra stimolo immune e tossicità sistemica. Qui cambia il disegno molecolare: MDNA11 è definita una IL-2 Superkine beta-enhanced not-alpha, progettata per privilegiare il segnale attraverso CD122, la subunità beta del recettore e per limitare l’attivazione della componente regolatoria legata a CD25.
La conseguenza attesa è selettiva: aumentare la disponibilità di linfociti T CD8+ e cellule Natural Killer, cioè popolazioni che possono riconoscere e colpire cellule neoplastiche. La documentazione tecnica di Medicenna Therapeutics descrive anche sette mutazioni specifiche e la fusione con uno scaffold di albumina umana ricombinante, soluzione pensata per prolungare l’esposizione farmacologica e sfruttare la tendenza dell’albumina ad accumularsi in tessuti tumorali e linfonodi drenanti.
Il disegno dello studio evita scorciatoie interpretative
NEO-CYT è uno studio randomizzato, multicentrico e promosso da sperimentatori. La registrazione europea identifica il protocollo con il numero 2024-519010-31-00 e colloca l’indicazione nel melanoma ad alto rischio, chirurgicamente resecabile. La popolazione pianificata arriva a 80 pazienti. Il confronto tra bracci permette di separare il contributo della piattaforma IL-2 ingegnerizzata dalla quota di risposta già ottenibile con i checkpoint inhibitor.
Il braccio sperimentale più rilevante associa ipilimumab, nivolumab e MDNA11. Altri bracci servono da confronto e consentono di leggere il segnale biologico senza attribuire automaticamente ogni risposta alla nuova molecola. Questa architettura è importante perché una sperimentazione precoce può generare entusiasmo, però il suo valore clinico dipende dalla capacità di produrre un segnale distinto, riproducibile e coerente con la sicurezza del paziente.
Perché la finestra di 6 settimane è il punto operativo
Le 6 settimane prima dell’intervento diventano il periodo in cui il trattamento deve attivare il sistema immunitario e trasformare il tumore operato in un documento biologico. Il chirurgo rimuove la malattia resecabile, il patologo misura il residuo vitale e l’oncologo interpreta se la risposta raggiunge la soglia considerata clinicamente favorevole.
La scelta di osservare il tessuto dopo terapia rende la valutazione più concreta rispetto alla sola riduzione radiologica. Una lesione può cambiare volume per necrosi, infiltrato immune o regressione parziale; il campione chirurgico permette di distinguere quante cellule tumorali vitali restano. In uno studio neoadiuvante questa differenza pesa perché l’obiettivo comprende la riduzione della massa visibile e l’abbassamento del rischio che cellule residue possano riaccendere la malattia.
La soglia del 10%: cosa misura davvero la risposta patologica maggiore
Il parametro chiave è la risposta patologica maggiore, definita nel perimetro del melanoma neoadiuvante come presenza di tumore vitale residuo pari o inferiore al 10%. Questo numero conta perché traduce un effetto immunologico in un esito misurabile sul pezzo operatorio. Quando il residuo vitale è basso, la probabilità di controllo duraturo tende a essere più favorevole rispetto ai casi in cui il tumore resta biologicamente attivo in quota elevata.
Il riferimento regolatorio italiano rende ancora più chiara la scala di lettura. Nei documenti regolatori italiani sulla combinazione nivolumab e ipilimumab in neoadiuvante, la risposta patologica parziale viene collocata tra 11% e 50% di tumore vitale residuo, mentre la mancata risposta patologica parte da 50% o oltre. NEO-CYT usa la soglia più severa del 10% come punto di prova: il valore clinico sta nell’arrivare all’intervento con un tessuto che racconti una regressione sostanziale.
La rete italiana porta il trial in centri ad alta competenza
Il perimetro operativo coinvolge una rete oncologica nazionale con il Pascale di Napoli come snodo di coordinamento insieme alla Fondazione Melanoma Onlus. Nel circuito compaiono l’Istituto Nazionale Tumori di Milano, l’Istituto Oncologico Veneto, l’IRST Dino Amadori di Meldola, il Regina Elena di Roma, l’Azienda Ospedaliera Santa Maria della Misericordia con l’Università di Perugia, l’Università della Campania Luigi Vanvitelli e l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.
La geografia dei centri ha valore clinico. In un trial neoadiuvante sul melanoma servono dermatologia oncologica, chirurgia, anatomia patologica, imaging, gestione delle tossicità immuno-correlate e coordinamento dei tempi. Il margine tra terapia, valutazione e intervento è breve; una rete abituata alla ricerca clinica riduce il rischio di dispersione organizzativa.
Il contesto: la terapia prima dell’intervento ha già cambiato il melanoma
La direzione neoadiuvante precede MDNA11. Gli studi su nivolumab e ipilimumab prima della chirurgia hanno già mostrato che anticipare l’immunoterapia può migliorare il controllo degli eventi rispetto allo schema solo postoperatorio in pazienti selezionati con melanoma macroscopico resecabile in stadio III. Il New England Journal of Medicine ha pubblicato il trial NADINA e quel passaggio ha dato base scientifica al cambio di sequenza.
Le linee guida europee più aggiornate, ricostruite nel quadro ESMO, inseriscono ormai il trattamento neoadiuvante tra le opzioni da considerare nel melanoma cutaneo invasivo in scenari appropriati. NEO-CYT si colloca nel passaggio successivo: mantenere il vantaggio del timing preoperatorio e capire se una citochina progettata per potenziare T CD8+ e Natural Killer può aumentare la profondità della risposta.
Perché nel protocollo compare anche tocilizumab
Il titolo tecnico del protocollo include anche tocilizumab, anticorpo contro il recettore dell’interleuchina-6. La sua presenza indica che il disegno include il controllo dell’infiammazione sistemica accanto alla misura dell’efficacia antitumorale. In una strategia che riattiva il compartimento immune, la sicurezza va studiata nello stesso perimetro sperimentale dell’efficacia.
Questo dettaglio aiuta a leggere il termine “super immunoterapia” con precisione. Il senso corretto è combinazione immunologica ad alta intensità, costruita con farmaci checkpoint e una citochina ingegnerizzata, dentro un protocollo che misura risposta patologica, tollerabilità e fattibilità prima dell’operazione.
Cosa cambia oggi per i pazienti
Per i pazienti la conseguenza immediata è molto concreta: MDNA11 resta fuori dalla routine clinica. L’accesso dipende da diagnosi, stadio, resecabilità, condizioni cliniche generali, criteri di inclusione e valutazione del centro. Chi ha un melanoma in stadio III deve parlare con il proprio team oncologico, perché solo il gruppo che conosce esami, istologia e imaging può valutare un eventuale percorso sperimentale.
Il nostro dossier interno sul melanoma resta utile per il versante della prevenzione e della diagnosi precoce. Abbiamo già ricostruito il peso del melanoma sotto i 50 anni e le misure di fotoprotezione nel pezzo Melanoma under 50: terzo tumore in Italia, prevenzione 2026. Qui il livello è diverso: il tema è la ricerca terapeutica quando la diagnosi è già entrata in un percorso oncologico specialistico.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
È combattuta tra la vendita della casa e la possibilità di prolungare la vita di suo padre, malato di cancro, di 2-3 anni. Vietnam.vn
È indeciso se vendere la casa per pagare le cure mediche del padre. La storia di una famiglia costretta a vendere la propria casa per pagare le cure contro il cancro del padre ha scatenato un dibattito sui social media, poiché presenta un doloroso dilemma tra legami familiari, responsabilità e la realtà della vita. Di recente, un account sui social media di nome PVB ha condiviso la situazione disperata della famiglia: "Mio padre ha il cancro e, se proseguiamo con il piano di cure ora, dovremo vendere la casa per garantirgli altri 2-3 anni di vita. I miei fratelli non sono d'accordo e io sono troppo piccolo, quindi non so da che parte stare." Le sorelle hanno optato per le cure palliative per preservare una casa per i loro figli e nipoti in futuro. "Da una parte c'è la pietà filiale – fare tutto il possibile per guadagnarsi da vivere – e dall'altra c'è la realtà di arrivare a fine mese. Cosa succederebbe se mio padre morisse un giorno? Come farebbero a sopravvivere le persone che restano se perdessero tutto, casa compresa?", il post di B. ha ricevuto migliaia di commenti. Due punti di vista opposti
Nella sezione commenti, molti hanno osservato che i genitori sono unici e si trovano solo una volta nella vita, mentre la ricchezza può essere ricostruita.
"Una volta ho venduto la mia casa per prendermi cura di mia madre. Lei ha vissuto ancora qualche anno. Ora vivo in affitto, ma non me ne sono mai pentita. I beni materiali sono solo cose; ciò che mi dà pace interiore è la sensazione di aver fatto del mio meglio", ha condiviso l'utente QTA. Prendersi cura dei malati di cancro. Illustrazione: Mạnh Trần. Molti altri concordano sul fatto che, se il paziente ha ancora la volontà di lottare, la famiglia dovrebbe cercare di continuare le cure fino alla fine, in modo da non dover convivere in seguito con rimpianti. Tuttavia, molte persone vedono la storia da una prospettiva più realistica. "Se la casa persa è riparabile, allora vendere due case ne vale la pena. Ma cosa succede se la prognosi è molto negativa e alla fine perdiamo sia la persona che la casa?", ha chiesto una persona. Molti ritengono che le decisioni su quanto procedere con il trattamento debbano basarsi sul tipo di cancro, sullo stadio della malattia, sulla risposta del paziente ai farmaci e sulla prognosi, piuttosto che unicamente sulle emozioni. Le riflessioni del medico
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
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67.4/100
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Criteri Critici
Melanoma: parte lo studio sulla superimmunoterapia” pre-operatoria Dazebaonews
Una nuova frontiera nella lotta al melanoma potrebbe arrivare dalla cosiddetta “superimmunoterapia”, un approccio innovativo che mira a potenziare il sistema immunitario prima dell’intervento chirurgico, aumentando le probabilità di eliminare il tumore e riducendo il rischio di recidive.
La nuova ricerca, coordinata dalla Fondazione Melanoma Onlus in collaborazione con la biotech canadese Medicenna, è stata presentata al congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) di Chicago dal professor Paolo Ascierto, tra i maggiori esperti internazionali nel trattamento del melanoma.
Cos’è la nuova “superimmunoterapia”
Al centro dello studio c’è MDNA11, una nuova molecola sviluppata in laboratorio a partire dall’Interleuchina-2 (IL-2), una proteina naturalmente presente nell’organismo che svolge un ruolo fondamentale nell’attivazione delle difese immunitarie.
Secondo gli esperti, la tradizionale IL-2 aveva mostrato in passato importanti limiti dovuti alla tossicità e alla scarsa selettività. MDNA11, invece, è stata progettata per colpire esclusivamente le cellule immunitarie più efficaci nella distruzione del tumore:
Linfociti T CD8+
Cellule Natural Killer (NK)
L’obiettivo è aumentare in modo significativo la capacità del sistema immunitario di riconoscere e attaccare le cellule tumorali, mantenendo al tempo stesso un profilo di sicurezza favorevole.
Perché il trattamento viene somministrato prima dell’intervento
Lo studio riguarda pazienti affetti da melanoma cutaneo in stadio III, una fase avanzata della malattia in cui il tumore è ancora operabile ma presenta un elevato rischio di ricomparsa.
Negli ultimi anni si è affermato il concetto di terapia neoadiuvante, ovvero la somministrazione dei farmaci prima dell’intervento chirurgico.
Questo approccio permette al sistema immunitario di “allenarsi” contro il tumore mentre la massa tumorale è ancora presente, sviluppando una risposta più efficace rispetto a quanto avviene quando la terapia viene somministrata solo dopo l’operazione.
Il problema della resistenza all’immunoterapia
Nonostante i notevoli progressi dell’immunoterapia, una quota significativa di pazienti continua a non rispondere completamente alle cure.
I dati più recenti indicano infatti che circa il 41% dei pazienti manifesta una resistenza parziale o totale ai trattamenti standard.
Una delle principali cause è rappresentata dai cosiddetti “tumori freddi”, tumori poco infiltrati dalle cellule immunitarie e quindi meno riconoscibili dalle difese dell’organismo.
MDNA11 è stata progettata proprio per trasformare questi tumori “freddi” in tumori più vulnerabili all’attacco immunitario, aumentando la presenza e l’attività delle cellule difensive all’interno della massa tumorale.
Lo studio Neo-Cyt
La sperimentazione clinica, denominata Neo-Cyt, coinvolgerà complessivamente 80 pazienti suddivisi in diversi gruppi di trattamento (bracci A, B, C e D).
L’obiettivo principale sarà verificare se l’aggiunta di MDNA11 alle terapie immunologiche già disponibili possa aumentare il numero di pazienti che ottengono una risposta completa al trattamento prima dell’intervento chirurgico.
Che cos’è il melanoma
Il melanoma è il tumore maligno che origina dai melanociti, le cellule responsabili della produzione della melanina, il pigmento che conferisce colore alla pelle.
Pur rappresentando una quota relativamente limitata dei tumori cutanei, il melanoma è la forma più aggressiva di cancro della pelle per la sua capacità di diffondersi rapidamente ad altri organi.
In Italia vengono diagnosticati ogni anno oltre 15.000 nuovi casi.
Le principali forme di melanoma
Melanoma superficiale diffuso
È la forma più frequente e rappresenta circa il 70% dei casi. Si sviluppa inizialmente sulla superficie della pelle e tende a crescere lentamente prima di infiltrare i tessuti più profondi.
Melanoma nodulare
È una delle forme più aggressive. Cresce rapidamente in profondità e presenta un elevato rischio di metastasi precoci.
Melanoma lentigginoso acrale
Colpisce prevalentemente palmi delle mani, piante dei piedi e area sotto le unghie. È più frequente nelle persone con pelle scura.
Melanoma lentigo maligna
Compare soprattutto nelle persone anziane e nelle aree della pelle maggiormente esposte al sole, come volto e collo.
Melanoma mucosale
Forma rara che interessa le mucose di bocca, naso, apparato genitale o tratto gastrointestinale.
Melanoma oculare
Origina all’interno dell’occhio e rappresenta la forma più comune di melanoma non cutaneo.
Diagnosi precoce e prevenzione
La diagnosi precoce resta l’arma più efficace contro il melanoma. Gli specialisti raccomandano controlli dermatologici periodici e l’osservazione dei nei seguendo la regola dell’ABCDE:
A simmetria
simmetria B ordi irregolari
ordi irregolari C olore non uniforme
olore non uniforme D imensioni superiori a 6 mm
imensioni superiori a 6 mm Evoluzione nel tempo
L’utilizzo di protezioni solari adeguate e la riduzione dell’esposizione ai raggi UV rappresentano inoltre strumenti fondamentali per ridurre il rischio di sviluppare la malattia.
L’avvio dello studio Neo-Cyt rappresenta un importante passo avanti nella medicina personalizzata e nell’immunoterapia oncologica, con l’obiettivo di migliorare ulteriormente le prospettive di cura dei pazienti affetti da melanoma avanzato.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
58.9/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
L'ospedale oncologico di Da Nang perfeziona il suo modello di cura per i pazienti affetti da cancro. Vietnam.vn
Secondo i rappresentanti dell'ospedale, durante il trattamento del cancro, oltre a sottoporsi a terapie intensive come interventi chirurgici, chemioterapia, radioterapia o terapia mirata, i pazienti spesso devono affrontare numerosi sintomi prolungati ed effetti collaterali indesiderati come affaticamento, debolezza fisica, insonnia, mal di testa, sindrome vestibolare, dolori muscoloscheletrici, intorpidimento di mani e piedi, perdita di massa muscolare, diminuzione della forza muscolare e mobilità limitata. Questi problemi influiscono significativamente sulle condizioni fisiche e mentali del paziente, nonché sulla sua capacità di rispondere al trattamento. Esecuzione di una terapia con coppettazione sottovuoto presso l'Ospedale Oncologico di Da Nang . Foto: fornita dall'ospedale. Nata da esigenze pratiche, l'Unità di Medicina Tradizionale e Riabilitazione è stata istituita per supportare i pazienti nel miglioramento delle loro condizioni fisiche, nell'incremento della mobilità, nell'attenuazione dei sintomi e nel ripristino delle funzioni durante tutto il percorso terapeutico. Qui, i pazienti vengono sottoposti a esami e valutazioni complete per sviluppare piani di trattamento personalizzati in base alle loro condizioni di salute. I metodi di trattamento includono agopuntura, impianto di fili, massaggi e digitopressione, coppettazione ed esercizi terapeutici, oltre a programmi di riabilitazione specializzati con esercizi appropriati e ausili specifici.
La combinazione coordinata di questi metodi non solo contribuisce a ridurre il dolore, migliorare il sonno e promuovere uno stato di salute generale più sano, ma contribuisce anche a minimizzare gli effetti collaterali durante il trattamento, favorendo una guarigione sicura ed efficace per i pazienti. Ciò che contraddistingue il modello dell'Ospedale Oncologico di Da Nang è che la medicina tradizionale e la riabilitazione non operano in modo indipendente, ma sono integrate nel processo di trattamento oncologico a circuito chiuso dell'ospedale. Tutte le indicazioni vengono formulate sulla base di valutazioni multidisciplinari tra oncologi, medici di medicina tradizionale e specialisti della riabilitazione, al fine di selezionare la soluzione più appropriata per ciascun paziente. In alcuni casi, a seguito di una consultazione multidisciplinare, il piano di trattamento iniziale può essere adattato o modificato per garantire la massima efficacia terapeutica e la sicurezza del paziente. Questo è il valore fondamentale di un modello di trattamento a circuito chiuso, in cui i pazienti hanno accesso a decisioni specialistiche basate su una valutazione olistica, anziché su singole opzioni di trattamento. Nel corso della cerimonia di annuncio, il dottor Nguyen Thanh Hung, direttore dell'Ospedale Oncologico di Da Nang, ha affermato che oggi il trattamento del cancro si concentra non solo sul controllo della malattia, ma anche sul miglioramento della qualità della vita dei pazienti. Secondo il signor Hung, oltre alle cure specialistiche, le attività di supporto come la consulenza psicologica, il lavoro sociale e la riabilitazione svolgono un ruolo importante nell'aiutare i pazienti a mantenere la mobilità, migliorare le proprie condizioni fisiche e tornare alle attività quotidiane il prima possibile.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Criteri Critici
Tumore al pancreas, la nuova cura con compresse di daraxonrasib dà speranza: come funziona la molecola Virgilio
Giornalista pubblicista esperto di cultura, sport e cronaca, scrive anche di attualità, politica e spettacolo. Laureato in Scienze della Comunicazione, inizia a collaborare con testate locali di Benevento per poi passare a testate nazionali, per le quali si è occupato principalmente di approfondimenti sportivi e culturali. Lavora anche come editor.
Lo studio clinico presentato all’Asco 2026 segna una svolta storica nel contrasto al tumore al pancreas tramite l’impiego di daraxonrasib. Una terapia in compresse promette di ridefinire gli standard di cura internazionali, offrendo una reale speranza di sopravvivenza e una migliore qualità della vita ai pazienti colpiti da questa grave patologia.
Lo studio Rasolute e la svolta sul tumore al pancreas
Il tumore del pancreas rappresenta ancora oggi una delle neoplasie più aggressive e difficili da curare, registrando ogni anno circa 15mila decessi solo in Italia.
Al congresso della Società americana di oncologia clinica (Asco 2026), i risultati dello studio clinico internazionale di Fase 3 denominato “Rasolute 302” hanno suscitato enorme entusiasmo, culminando in una standing ovation da parte degli specialisti. La complessa sperimentazione ha coinvolto 500 pazienti affetti da adenocarcinoma pancreatico metastatico già sottoposti a precedenti terapie.
I dati indicano che la somministrazione quotidiana della terapia orale basata su daraxonrasib ha quasi raddoppiato la sopravvivenza media globale rispetto alla classica chemioterapia standard, portandola da 6,7 a ben 13,2 mesi, riducendo al contempo gli effetti collaterali gravi.
Come agisce daraxonrasib
L’estrema efficacia terapeutica della molecola risiede nella sua spiccata capacità di colpire in modo mirato i meccanismi biologici della patologia.
In oltre il 90% dei casi, questa aggressiva neoplasia è guidata dalla mutazione del gene Kras, che nella sua forma alterata favorisce la proliferazione incontrollata delle cellule maligne. Il nuovo farmaco agisce come un potente inibitore in grado di bloccare l’azione di questo gene mutato, dimostrandosi però efficace anche nei pazienti privi di tale alterazione genetica.
La professoressa Rachna Shroff ha commentato: “Stiamo osservando livelli di sopravvivenza ed efficacia senza precedenti nel trattamento di seconda linea. La ‘rivoluzione’ legata a questa mutazione è ormai realtà e questo studio ne costituisce la prova: colpire il gene Kras nel cancro del pancreas è fattibile ed efficace“.
Il futuro della cura del tumore al pancreas
La portata di questa innovazione scientifica apre scenari totalmente inediti per il futuro della medicina oncologica globale. Negli Stati Uniti il trattamento è già parzialmente accessibile attraverso il programma nazionale di Expanded Access, in attesa del via libera definitivo della FDA, mentre si attende l’avvio delle procedure regolatorie da parte di Ema e Aifa per l’Europa e l’Italia.
Spiegando il valore della ricerca, il professor Brian Wolpin ha dichiarato: “Sono poche le terapie disponibili per i pazienti affetti da cancro del pancreas metastatico precedentemente trattato; tali terapie presentano un’efficacia modesta e una tossicità sostanziale”.
“Lo studio Rasolute 302 è stato concepito per valutare un trattamento di seconda linea – ha poi concluso il professore – con l’obiettivo di definire un nuovo standard di cura per questi pazienti che risulti più efficace e comporti minori effetti collaterali rispetto alle chemioterapie ora disponibili”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
Tumori, al San Camillo arriva la terapia con le cellule Car-T per pazienti onco-ematologici RomaToday
Il San Camillo Forlanini ha introdotto la terapia cellulare delle Cart-T (Chimeric antigen receptor T Cell therapies) per pazienti ematologici. Si tratta del terzo ospedale nel Lazio, il primo non universitario, a dotarsi della possibilità di somministrare l’innovativa terapia genica antitumorale personalizzata, che ha lo scopo di “addestrare” il sistema immunitario del paziente a riconoscere e distruggere le cellule tumorali.
Il primo paziente a ricevere la terapia, affetto da linfoma mantellare non rispondente alle terapie convenzionali, è stato ricoverato alla metà del mese aprile e dimesso in buone condizioni il 6 maggio, dopo un periodo di necessaria osservazione.
Rocca: “Importante passo in avanti per la sanità del Lazio”
A commentare la novità è il presidente della Regione, Francesco Rocca, che spiega: “L’introduzione della terapia Car-T presso l’Azienda ospedaliera San Camillo Forlanini rappresenta un importante passo avanti per la sanità del Lazio. Si tratta di una tecnologia innovativa che consente di ampliare l’accesso a cure altamente specialistiche per pazienti affetti da patologie ematologiche complesse. È un risultato reso possibile grazie al lavoro di squadra di medici, infermieri, biologi, tecnici e operatori sanitari che hanno affrontato con professionalità un percorso articolato e altamente qualificato”
E poi: “Questo traguardo si inserisce nel più ampio progetto del Centro Regionale per le Terapie Cellulari e Geniche, collocato presso il San Camillo Forlanini e che vedrà la collaborazione di tutti gli istituti di ricerca e delle università del Lazio per promuovere innovazione, ricerca e sviluppo di nuove opportunità terapeutiche a beneficio dei cittadini. La Regione Lazio continuerà a sostenere investimenti nell’innovazione clinica e nel rafforzamento della rete ospedaliera pubblica, con l’obiettivo di garantire ai cittadini cure sempre più avanzate e accessibili sul territorio”.
La svolta terapeutica
La terapia cellulare con Cart-T fa parte del complesso gruppo delle terapie immunologiche che sta rivoluzionando lo scenario terapeutico in onco-ematologia. Le Chimeric antigen receptor T Cells sono linfociti T - un tipo di globuli bianchi fondamentali per il sistema immunitario adattativo - prelevati dal paziente stesso e geneticamente riprogrammati, per “attaccare e sconfiggere” le cellule tumorali.
Si tratta, fanno sapere dal San Camillo, di un eccezionale esempio di tessuto umano che agisce da farmaco. La caratteristica più importante di questo trattamento, infatti, è che a differenza di altre terapie che mirano solo al controllo della malattia, le Car-T permettono la guarigione del paziente attraverso l'eradicazione del tumore.
“Poter offrire questa tecnologia d'avanguardia significa posizionare il San Camillo nel network dei centri di eccellenza ematologica a livello nazionale, un risultato possibile grazie all’impegno e al supporto della Regione Lazio - sottolinea la dottoressa Roberta Battistini, direttore facente funzione dell’unità operativa complessa di Ematologia e trapianto Cse (Cellule staminali emopoietiche) -. Per i pazienti affetti da linfomi o leucemie che non hanno risposto alle cure tradizionali, tutto questo si traduce in una reale e rivoluzionaria opportunità di guarigione, garantendo loro l'accesso ai trattamenti più avanzati direttamente nella nostra struttura, senza costringerli a faticosi spostamenti”.
Attualmente, sottolineano ancora dal San Camillo, le Car-T rappresentano la terapia con le più elevate probabilità di successo nei casi in cui il trattamento standard (come la chemioterapia e il trapianto autologo di cellule staminali) offrono scarse possibilità di ottenere la remissione completa della malattia. La terapia viene quindi utilizzata per trattare forme aggressive di tumore del sangue, come Linfoma non Hodgkin a grandi cellule B, Linfoma non Hodgkin a grandi cellule B primitivo del Mediastino, Linfoma follicolare, Linfoma mantellare, Leucemia linfoblastica acuta, Mieloma multiplo.
Per raggiungere questo traguardo e governare in sicurezza ogni fase di un percorso clinico così complesso, è stato istituito presso l’azienda un Car-T Cell-Team (Ctct) multidisciplinare composto da ematologi, medici e biologi dell’Uoc di Medicina Trasfusionale, rianimatori, neurologi e farmacisti, che ha svolto specifici corsi di formazione e riunioni di coordinamento tra i diversi reparti coinvolti.
Dall’ingegnerizzazione alla somministrazione
Il processo prevede diverse fasi. Prima il paziente viene sottoposto, presso gli ambulatori della Uoc di Ematologia e trapianto Cse (Cellule staminali emopoietiche), ad una serie di valutazioni specifiche al fine di verificarne l'eleggibilità al trattamento. Successivamente si passa alla raccolta dei linfociti (linfocito-aferesi) del paziente presso l’Unità Aferesi dell’Uoc Medicina trasfusionale e cellule staminali. Il sangue viene raccolto, centrifugato e diviso nelle sue componenti da un separatore cellulare.
Il prodotto viene quindi inviato dal personale dell'Unità di processazione Cellulare, tramite corriere specializzato dotato di dry-shipper a temperatura controllata, alla “cell factory” dove avverrà l’espansione e ingegnerizzazione dei linfociti T. Al termine della lavorazione i linfociti trasformati in Car-T cells vengono reinviati al Centro di Trattamento criopreservati a -180 gradi.
La terza fase prevede la reinfusione al paziente delle sue “super cellule T”. Le Car-T sono una potentissima “terapia viva”: la loro forte capacità antitumorale può anche produrre eventi avversi gravi e per questo è necessario un periodo di ricovero di circa 10 -15 giorni per eseguire
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Tumore al pancreas, la terapia che cambia tutto: sopravvivenza quasi raddoppiata TGLA7
Presentato al congresso della Società americana di oncologia clinica il farmaco che offre risultati senza precedenti contro uno dei tumori più aggressivi
Una nuova molecola ha portato a un farmaco sperimentale, in fase clinica (quindi già testato sui pazienti), per la cura del tumore al pancreas. I risultati sono promettenti ed arrivano dallo studio "Resolute", che ha riscosso interesse al congresso della Società americana di oncologia clinica (Asco), guadagnandosi la presentazione in sessione plenaria. I presenti si sono alzati e hanno applaudito tutti insieme durante la presentazione. Una standing ovation che è stata ripresa dai telefonini di alcuni medici presenti e pubblicata sui social.
La molecola e il farmaco sperimentale
La molecola si chiama daraxonrasib ed è somministrata in compresse: nei pazienti con tumore al pancreas già metastatico che nello studio - che ha coinvolto 500 pazienti già sottoposti a precedenti terapie - hanno ricevuto il trattamento, il daraxonrasib quasi raddoppia la sopravvivenza con meno effetti collaterali rispetto alla chemioterapia: il farmaco ha portato la sopravvivenza media a oltre 13,2 mesi rispetto ai 6,7 ottenuti con la chemioterapia. Un risultato che rappresenta, secondo gli oncologi, il maggiore successo nel trattamento di questa neoplasia da decenni, anche se la molecola è ancora in fase sperimentale.
Il tumore al pancreas
Il tumore del pancreas resta, ad oggi, una delle forme più difficili da trattare e le opzioni terapeutiche utilizzabili sono limitate. Solo in Italia fa registrare circa 15mila decessi ogni anno. La nuova molecola che ha portato al un farmaco sperimentale segna un passo avanti significativo.
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Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Tumore al seno iniziale: terapia post-intervento più efficace e meno tossica con tamoxifen a basse dosi TecnoMedicina
Uno studio appena pubblicato sul prestigioso “Journal of Clinical Oncology” sancisce definitivamente l’ingresso nella pratica clinica del tamoxifene a basse dosi come terapia post-intervento per la prevenzione dei carcinomi mammari duttali in situ, la forma iniziale non invasiva che rappresenta circa il 25% di tutti i tumori alla mammella diagnosticati attraverso lo screening mammografico.
Il lavoro, firmato come primo autore da Sara Gandini, epidemiologa e biostatistica, Direttore dell’Unità di Epidemiologia Farmacologica e Molecolare dell’Istituto Europeo di Oncologia, e ultimo autore Andrea DeCensi, oncologo della Fondazione Champalimaud di Lisbona, combina i dati individuali di tre studi clinici. Si tratta della casistica più ampia mai studiata fino ad oggi: 1.545 pazienti seguite per oltre nove anni i cui dati sono stati raccolti dalla Divisione di Prevenzione e Genetica Oncologica IEO, di cui sono responsabili Bernardo Bonanni e Aliana Guerrieri Gonzaga, in collaborazione con l’Ospedale Galliera di Genova e la Fondazione Champalimaud.
Per l’importanza dei risultati e l’impatto immediato sulla pratica clinica, lo studio è stato selezionato tra i lavori “practice changing” e presentato nella sessione “Best of ASCO” del congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology, il più importante appuntamento mondiale dell’oncologia medica.
Nel complesso, il tamoxifene a basse dosi ha dimezzato significativamente gli eventi oncologici mammari, con un beneficio particolarmente evidente nelle donne in post-menopausa, nelle quali si è osservata una riduzione del 59% del rischio di recidiva o nuovo tumore mammario rispetto alle donne senza terapia. Nelle donne in pre-menopausa, invece, il beneficio maggiore è stato osservato nella riduzione del 55% dei tumori insorti nella mammella opposta a quella già operata.
“Questi risultati dimostrano in modo definitivo che, nei carcinomi duttali in situ e nelle lesioni mammarie ad alto rischio, la diminuzione della dose della terapia anti-ormonale con tamoxifene permette di mantenere l’efficacia preventiva della dose standard, riducendo però in modo sostanziale gli effetti collaterali. Il tamoxifene a 5 mg al giorno, o a 10 mg a giorni alterni, può oggi essere considerato uno standard di cura preventivo dopo l’intervento chirurgico”, afferma Andrea DeCensi, Direttore del Dipartimento mammella a Lisbona.
Il beneficio del tamoxifene ad alte dosi – 20 mg al giorno per cinque anni – è noto da decenni, ma il suo impiego clinico è stato limitato dalla tossicità, che include un aumento del rischio di tumore dell’endometrio, tromboembolia venosa, vampate, sintomi ginecologici e disturbi sessuali.
Lo studio pubblicato oggi risponde finalmente a interrogativi rimasti aperti, grazie a un’analisi combinata con il follow-up più lungo disponibile. I risultati mostrano che l’effetto protettivo del tamoxifene a basse dosi persiste per molti anni dopo la fine della terapia, senza incremento significativo degli eventi avversi gravi.
“Il nostro studio cambia realmente la pratica clinica perché elimina le principali incertezze sull’impiego del tamoxifene a basse dosi. Oggi sappiamo con maggiore precisione quali pazienti ne traggono il massimo beneficio e possiamo offrire una terapia preventiva più tollerabile e sostenibile nel lungo periodo”, commenta Sara Gandini
Secondo i ricercatori, questi risultati aprono inoltre nuove prospettive per la prevenzione primaria nelle donne sane ma ad alto rischio di sviluppare un tumore mammario, ad esempio per familiarità o presenza di lesioni precancerose.
“Il prossimo passo sarà valutare strategie di prevenzione sempre più personalizzate nelle donne ad alto rischio, soprattutto nelle pazienti più giovani, che spesso rifiutano il trattamento standard a causa degli effetti collaterali. Una terapia efficace e meglio tollerata potrebbe aumentare significativamente l’adesione alla prevenzione farmacologica. Allo IEO stiamo estendendo gli studi multicentrici con Tamoxifen a basse dosi alle donne sane ad alto rischio familiare/germinale”, conclude Bernardo Bonanni.
“Questa ricerca dimostra come la collaborazione tra epidemiologia, biostatistica, oncologia e biologia traslazionale possa generare risultati concreti per migliorare la qualità di vita delle pazienti e l’efficacia delle cure preventive”, aggiunge Aliana Guerrieri Gonzaga.
Il prossimo passo alla Fondazione Champalimaud è l’attivazione di un programma personalizzato di diagnosi precoce e determinazione del rischio con intelligenza artificiale per offrire una terapia preventiva efficace e sicura alle donne con rischio aumentato di sviluppare il cancro alla mammella.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Bernard amplia i contatti internazionali nel campo dell'ematologia e dell'oncologia. Vietnam.vn
La Dott.ssa Nguyen Thi Thu Thao, specialista in ematologia e assistente del consiglio di amministrazione, in rappresentanza di Bernard Healthcare, ha partecipato al Simposio Internazionale JSH 2026 in Giappone.
Quest'anno, i principali temi accademici vertono sull'invecchiamento delle cellule staminali ematopoietiche, sul loro legame con la leucemia, il rischio di malattie cardiovascolari e l'ictus; sulle terapie cellulari, tra cui le cellule CAR-T di nuova generazione, le CAR-NK e le CAR-Macrofagi; e sulla tendenza della medicina preventiva basata sui geni attraverso la valutazione del rischio di ematopoiesi clonale (CHIP). Bernard Healthcare sta monitorando, studiando e gradualmente implementando questo ambito nella pratica clinica, in particolare attraverso la collaborazione con Luchence (Singapore) per la valutazione precoce del rischio di leucemia, ictus e malattie cardiovascolari basata sull'analisi genetica.
Oltre ad aggiornare le competenze accademiche, la conferenza ha offerto a Bernard Healthcare l'opportunità di ampliare la propria rete di collaborazione internazionale con numerosi esperti e importanti centri nel campo dell'ematologia e dell'oncologia, tra cui: il professor Itsuzu (NCC Hospital East, Giappone) - attualmente in cura per 3 pazienti vietnamiti; il professor Yamazaki (Università di Tokyo), il professor Kaneko (CiRA - Università di Kyoto), il professor Laurenti (Blood journal, presidente a rotazione dell'EHA), la professoressa Stephanie Xie (Università di Toronto), il dottor Chien-Chin Lin (National Taiwan University Hospital) e il professore associato Watanuki (Università di Tohoku).
Il dottor Thao (Bernard) e il professor Itsuzu – Ospedale NCC Est, Kashiwa, Giappone. Il professor Itsuzu sta attualmente curando tre pazienti vietnamiti.
Ospedale universitario di Yamanashi: un ambiente di cura umano per i pazienti oncologici.
A seguito della conferenza JSH, la Dott.ssa Nguyen Thi Thu Thao, rappresentante di Bernard Healthcare, ha partecipato a una serie di incontri professionali presso l'Ospedale Universitario di Yamanashi, uno dei centri di oncologia e radioterapia più rinomati del Giappone, nonché partner strategico di Bernard Healthcare per la collaborazione professionale diretta.
L'Ospedale Universitario di Yamanashi, partner strategico in diretta collaborazione professionale con Bernard Healthcare, offre un ambiente di cura umano per i pazienti oncologici.
Gli incontri con il Consiglio di Amministrazione e il team di professori si sono svolti in un'atmosfera aperta e cordiale. L'ospedale ha fornito un supporto attivo sia a Bernard Healthcare sia ai pazienti vietnamiti inviati per le cure.
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Criteri Critici
Tumore alla prostata, un farmaco può cambiare i tempi della cura tomshw.it
Un farmaco già usato in alcune forme avanzate di tumore alla prostata potrebbe entrare molto prima nel percorso di cura dei casi più aggressivi. Nel trial di fase 3 PROTEUS, apalutamide aggiunta alla terapia ormonale prima e dopo l’intervento ha ridotto il rischio di metastasi o morte rispetto alla sola terapia ormonale. Il dato è rilevante perché riguarda pazienti con malattia localizzata o localmente avanzata, quindi ancora trattata con intento curativo, ma ad alto rischio di tornare.
Il problema clinico è proprio questa finestra iniziale. Molti pazienti con tumore prostatico ad alto rischio affrontano prostatectomia radicale, radioterapia e blocco ormonale, ma una quota importante va incontro a recidiva nei cinque anni successivi. L’idea dello studio era intensificare il trattamento prima che la malattia sfugga al controllo locale, usando una terapia sistemica già capace di colpire il segnale androgenico che alimenta molte cellule tumorali prostatiche.
PROTEUS ha arruolato 2.109 pazienti con nuova diagnosi di tumore prostatico localizzato ad alto rischio o localmente avanzato, candidati a prostatectomia radicale con dissezione dei linfonodi pelvici. I partecipanti sono stati assegnati in modo randomizzato a ricevere apalutamide più terapia di deprivazione androgenica, oppure placebo più la stessa terapia ormonale. Il trattamento è stato somministrato per sei mesi prima e sei mesi dopo l’intervento, una scelta che rende lo studio diverso dalla logica di intervenire solo quando il tumore è già recidivato.
Dopo un follow-up mediano di 61,7 mesi, il gruppo trattato con apalutamide ha mostrato una riduzione del 20% del rischio di sviluppare metastasi o morire. La sopravvivenza libera da metastasi a cinque anni è stata del 78,2%, contro il 73,5% nel gruppo con sola terapia ormonale. Il vantaggio è apparso anche sul tessuto rimosso durante l’operazione: l’8,9% dei pazienti trattati con apalutamide aveva risposta patologica completa o malattia minima residua, contro l’1,0% nel gruppo di controllo.
La notizia si inserisce in una tendenza più ampia dell’oncologia: spostare le decisioni terapeutiche verso fasi sempre più precoci, quando il tumore è ancora più vulnerabile. Lo stesso principio, con strumenti molto diversi, emerge anche nella ricerca sui metodi per scoprire segnali del tumore prima che diventino visibili. Qui però il punto non è diagnosticare prima, ma provare a ridurre il rischio biologico prima e dopo la chirurgia.
Il salto non è nella chirurgia, ma nel momento in cui entra la terapia sistemica.
Apalutamide è un inibitore del recettore degli androgeni. In pratica cerca di impedire agli ormoni androgeni di attivare uno dei motori molecolari della crescita del tumore prostatico. Questo non elimina la necessità dell’intervento nei pazienti candidati alla chirurgia, ma suggerisce che chirurgia e terapia sistemica possano lavorare insieme in modo più aggressivo nei casi ad alto rischio.
Il risultato va letto con cautela, perché non equivale a una disponibilità automatica del farmaco per tutti i pazienti con tumore localizzato. Apalutamide è già approvata in alcune forme avanzate di carcinoma prostatico, ma l’uso perioperatorio valutato in PROTEUS resta un impiego specifico da inquadrare con autorità regolatorie, linee guida e specialisti. Anche la sicurezza pesa nella valutazione: il profilo è risultato coerente con studi precedenti, ma gli eventi avversi severi sono stati più frequenti nel gruppo trattato con apalutamide.
Un dettaglio pratico è la tempistica della terapia successiva. Nel trial, l’aggiunta di apalutamide ha ritardato in modo marcato il momento in cui i pazienti hanno avuto bisogno di un altro trattamento oncologico, con un vantaggio misurato in decine di mesi. Se il dato verrà recepito nella pratica clinica, il tumore prostatico ad alto rischio potrebbe essere trattato meno come una malattia solo locale e più come una minaccia sistemica da contenere fin dall’inizio.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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Criteri Critici
Lotta ai tumori, dall’Italia una nuova speranza: presentata una “super immunoterapia” Metropolisweb
MEDICINA E RICERCA
A guidare lo studio è il professor Paolo Ascierto, oncologo dell'Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus
Andrea Ripa
Una nuova arma contro il melanoma arriva dalla ricerca italiana e potrebbe rappresentare un importante passo avanti nella lotta contro una delle forme più aggressive di tumore della pelle. È stata presentata al congresso mondiale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), in corso a Chicago, una sperimentazione che punta a potenziare l’efficacia dell’immunoterapia attraverso una innovativa molecola chiamata MDNA11, già ribattezzata dagli esperti una vera e propria “super immunoterapia”.A guidare lo studio è il professor Paolo Ascierto, oncologo dell’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus, da anni tra i principali punti di riferimento internazionali nella ricerca sul melanoma.
L’obiettivo è affrontare uno dei limiti più importanti delle attuali cure immunoterapiche: la resistenza ai farmaci. Sebbene negli ultimi anni l’immunoterapia abbia rivoluzionato il trattamento di molti tumori, una parte significativa dei pazienti continua infatti a non rispondere adeguatamente alle terapie o a sviluppare nel tempo meccanismi che ne riducono l’efficacia. La nuova molecola MDNA11 nasce proprio per superare questo ostacolo. Si tratta di una versione modificata e potenziata dell’Interleuchina-2, una proteina naturalmente presente nell’organismo che svolge un ruolo fondamentale nell’attivazione delle difese immunitarie. In passato l’utilizzo terapeutico di questa sostanza era stato limitato da effetti collaterali importanti e da una scarsa selettività. Grazie all’ingegneria biotecnologica, però, i ricercatori sono riusciti a sviluppare una versione molto più precisa e sicura.
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La molecola è stata progettata per stimolare in maniera mirata le cellule più efficaci nella lotta contro il tumore, come i linfociti T e le cellule Natural Killer, aumentando la loro capacità di riconoscere e distruggere le cellule cancerose senza colpire i tessuti sani. Lo studio coinvolgerà 80 pazienti affetti da melanoma in stadio avanzato ma ancora operabile. La particolarità del protocollo consiste nella somministrazione della terapia prima dell’intervento chirurgico. Una strategia che oggi rappresenta uno dei fronti più promettenti dell’oncologia moderna.Curare il paziente quando il tumore è ancora presente permette infatti al sistema immunitario di “allenarsi” direttamente contro la malattia, imparando a riconoscerla e combatterla con maggiore efficacia anche dopo l’intervento.
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I pazienti saranno divisi in diversi gruppi di trattamento e, nel protocollo più innovativo, MDNA11 verrà associata a due immunoterapici già ampiamente utilizzati nella pratica clinica, ipilimumab e nivolumab. Dopo sei settimane di terapia, i pazienti verranno sottoposti all’intervento chirurgico.L’obiettivo dei ricercatori è ottenere una drastica riduzione delle cellule tumorali ancora presenti al momento dell’operazione. Un risultato che, secondo gli esperti, potrebbe tradursi in una significativa diminuzione del rischio di recidiva e in migliori prospettive di sopravvivenza a lungo termine. La sperimentazione vede coinvolti alcuni dei più importanti centri oncologici italiani, con il coordinamento dell’Istituto Pascale di Napoli e della Fondazione Melanoma Onlus. Un progetto che conferma ancora una volta il ruolo centrale della ricerca italiana nello sviluppo di nuove strategie terapeutiche contro il cancro.
Se i risultati attesi verranno confermati, questa nuova “super immunoterapia” potrebbe aprire la strada a trattamenti sempre più personalizzati ed efficaci, offrendo una concreta speranza a molti pazienti che oggi non riescono a beneficiare pienamente delle cure disponibili.