📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
41.9/100
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Criteri Critici
Rivoluzione nella Terapia Antalgica a Chivasso: arriva la radiofrequenza contro il dolore da tumore al pancreas Il Risveglio
Sanità
ASL TO4 all'avanguardia nella Giornata del Sollievo: un intervento mininvasivo di 45 minuti per migliorare la qualità della vita
CHIVASSO (TORINO). In occasione della 25ª Giornata Nazionale del Sollievo, l’ASL TO4 annuncia una svolta cruciale nel trattamento del dolore oncologico sul territorio. Presso il Servizio di Terapia Antalgica dell’Ospedale di Chivasso è stata introdotta un’innovativa tecnica a radiofrequenza per contrastare le sofferenze acute provocate dalla neoplasia del pancreas.
L’iniziativa, supportata dall’Assessorato alla Sanità della Regione Piemonte, è stata presentata nell’ambito del Dipartimento Oncologico aziendale guidato dal dottor Giorgio Vellani. Il trattamento specifico è operativo grazie all’équipe di Terapia Antalgica (di cui è responsabile il dottor Paolo Pais), afferente alla struttura complessa di Anestesia e Rianimazione di Chivasso, diretta dal dottor Carlo Frangioni.
Come funziona l’intervento a radiofrequenza: i vantaggi clinici
Si tratta di una procedura altamente specializzata e mininvasiva, eseguita sotto guida radiologica. La tecnica permette di interrompere in modo mirato e duraturo i segnali nervosi che trasmettono il forte dolore addominale causato dal tumore pancreatico.
I principali vantaggi della procedura includono:
Durata ridotta: L’intervento richiede circa 30-45 minuti.
Nessun trauma generale: Non è necessaria l’anestesia generale.
Dimissioni rapide: Nella maggior parte dei casi il paziente viene dimesso in giornata (Day Hospital).
Riduzione dei farmaci: Riduce drasticamente il ricorso ai farmaci oppioidi e contrasta il dolore non più controllabile con le sole terapie orali.
Un percorso multidisciplinare integrato sul territorio
Per rendere il trattamento immediatamente accessibile, lo scorso mercoledì 27 maggio si è tenuto un vertice aziendale che ha coinvolto il Dipartimento Oncologico, l’Unità Operativa di Cure Palliative (UOCP) e gli specialisti di Chivasso. Durante l’incontro è stato formalizzato il percorso di accesso per i pazienti: i candidati alla radiofrequenza verranno individuati e indirizzati in modo integrato dagli oncologi, dai medici delle cure palliative o direttamente dai medici di famiglia.
«La tecnica a radiofrequenza non cura la neoplasia, ma restituisce una reale qualità di vita e dignità ai pazienti», spiega il Gruppo di lavoro multidisciplinare dell’ASL TO4.
La rete contro il dolore dell’ASL TO4
Il Direttore Generale dell’ASL TO4, il dottor Luigi Vercellino, ha espresso forte soddisfazione per questo traguardo: «L’introduzione della radiofrequenza dimostra che la lotta al dolore inutile è per noi una priorità clinica ed etica. La nostra Azienda vanta una rete capillare di servizi dedicati».
La rete di Terapia Antalgica copre l’intero territorio di competenza attraverso ambulatori specialistici attivi negli ospedali di Chivasso, Ciriè, Lanzo e Ivrea, coordinati dalle tre strutture di Anestesia e Rianimazione dirette dai primari Carlo Frangioni, Marco Fadde e Antonio Toscano.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Si aggravano le condizioni di Keegan: “Il cancro è al 4° stadio. Sto facendo una cura sperimentale" TUTTO mercato WEB
Già lo scorso gennaio l’ex stella del Liverpool e dell’InghilterraKevin Keeganaveva annunciato di essere in cura per un cancro che gli era stato diagnosticato di recente senza però soffermarsi sulla natura e sulla gravità della malattia. Ora a distanza di qualche mese l’ex vincitore del Pallone d’Oro nel 1978 e nel 1979 ha aggiornato la propria situazione di salute. E non con buone notizie. “Mi è stato detto che un medico di fama sta utilizzando un nuovo metodo per combattere il mio cancro al quarto stadio- ha dichiarato l'ex capitano dell'Inghilterra sul palco del Tyne Theatre and Opera House di Newcastle – Era un tifo del Liverpool quindi sono andato a incontrarlo e sapevo che non ‘avrei camminato da solo’ se capite cosa intendo”. Keegan ha poi spiegato di voler salutare degnamente il Newcastle, di cui è stato giocatore (dal 1982 al 1984) e poi allenatore (1992-97 e nel 2008), che sui propri canali social ha pubblicato un messaggio di sostegno al campione inglese: "Esprimiamo il nostro più sentito sostegno e i nostri più calorosi auguri a Kevin Keegan e alla sua famiglia in seguito alla recente diagnosi di cancro al quarto stadio. Kevin occupa un posto unico e prezioso nella storia del Newcastle United e nel cuore dei nostri tifosi. La sua passione, la sua leadership e il suo legame con il club e la città hanno contribuito a plasmare alcuni dei nostri momenti più memorabili. - si legge ancora - Tutti nel club sono vicini a Kevin e gli inviano forza e i migliori auguri per il futuro, a lui e alla sua famiglia. Kevin sarà sempre accolto calorosamente a St. James' Park e speriamo di rivederlo presto". We send our heartfelt support and warmest wishes to Kevin Keegan and his family following his recent diagnosis of stage four cancer.Kevin holds a unique and cherished place in the history of Newcastle United, and in the hearts of our supporters. His passion, leadership and…pic.twitter.com/Gft0meUQXJ— Newcastle United (@NUFC)June 1, 2026 We send our heartfelt support and warmest wishes to Kevin Keegan and his family following his recent diagnosis of stage four cancer.Kevin holds a unique and cherished place in the history of Newcastle United, and in the hearts of our supporters. His passion, leadership and…pic.twitter.com/Gft0meUQXJ
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Criteri Critici
Cancro vescica, con terapia allungata quasi 90% pazienti è vivo a 5 anni Adnkronos
Quasi il 90% (87,6%) dei pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio di recidiva è vivo a 5 anni. Un risultato ottenuto grazie all'aggiunta di 1 anno di trattamento con durvalumab di AstraZeneca alla terapia di induzione e mantenimento con Bacillus calmette-guérin (Bcg). Non solo. Il nuovo regime non ha mostrato un impatto clinicamente rilevante sulla qualità di vita, valutata attraverso questionari compilati dai pazienti. E' quanto emerge dallo studio di fase 3 Potomac, presentato al Congresso dell'American Society of Clinical Oncology (Asco), a Chicago. "Da oltre 10 anni non vi erano evidenti progressi per questi pazienti, che vengono trattati con intento curativo - afferma Patrizia Giannatempo, dirigente medico della Struttura dipartimentale di Oncologia medica genitourinaria, Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano - L'attuale standard di cura è costituito dalla Turbt, la resezione transuretrale del tumore, seguita dall'instillazione di Bcg direttamente nella vescica. Un'elevata percentuale di pazienti, però, presenta recidiva e progressione di malattia, che possono richiedere ripetute procedure invasive fino alla cistectomia, l'intervento chirurgico di rimozione della vescica. Da qui la necessità di nuove opzioni di cura".
"Nella malattia non muscolo infiltrante ad alto rischio, l'obiettivo è evitare la cistectomia e le procedure invasive, che possono avere un impatto negativo sulla qualità di vita - continua Giannatempo - L'aggiunta di durvalumab, per 12 mesi, alla terapia di induzione e mantenimento con Bcg consente di raggiungere tassi elevati di sopravvivenza a 5 anni. Nello studio Potomac, la qualità di vita è stata misurata sulla base di tre questionari, Pro, Qlq-C30 e Qlq-Nmibc24. Qlq-C30 ha incluso la valutazione della funzionalità fisica, cioè è specificamente dedicato ai sintomi e agli aspetti psicologici correlati al tumore della vescica non muscolo-invasivo. Come atteso con un trattamento immunoterapico prolungato, è stato osservato un moderato peggioramento della fatigue riportata dai pazienti. Tuttavia, l'impatto complessivo sui patient-reported outcomes è risultato limitato e globalmente comparabile al solo trattamento con Bcg. Questi pazienti presentano molto spesso un bisogno improvviso e impellente di urinare, che può influire significativamente sulla quotidianità e sulla percezione della propria autonomia".
"Qlq-Nmibc24 - prosegue Giannatempo - è un questionario specificamente dedicato ai pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo e valuta, oltre ai sintomi urinari e agli effetti dei trattamenti intravescicali, aspetti legati alla percezione della malattia e alle preoccupazioni per il futuro. Come atteso con un trattamento immunoterapico prolungato, è stato osservato un moderato peggioramento della fatigue riportata dai pazienti. Tuttavia, l'impatto complessivo sui patient-reported outcomes è risultato limitato e globalmente comparabile al solo trattamento con Bcg. Si tratta di un elemento particolarmente rilevante in una patologia caratterizzata da trattamenti protratti nel tempo e dalla necessità di preservare, oltre al controllo della malattia, anche la funzionalità vescicale e la qualità di vita".
Queste evidenze illustrate all'Asco - ricorda una nota - si aggiungono ai dati dello studio Potomac già presentati nel 2025 al congresso della European Society for Medical Oncology (Esmo) e pubblicati su 'The Lancet', in cui il regime con durvalumab aveva dimostrato una riduzione del 32% del rischio di recidiva (o di morte in assenza di recidiva) rispetto al solo trattamento con Bcg. Inoltre, un'analisi esplorativa dello studio Potomac, presentata recentemente al congresso dell'American Urological Association (Aua), ha evidenziato che, nel primo anno di trattamento, il numero di eventi ad alto rischio e di recidive non sensibili a Bcg nel braccio trattato con durvalumab più Bcg era quasi la metà rispetto alla sola Bcg. Durvalumab più Bcg ha quindi migliorato il tempo all’intervento chirurgico di asportazione della vescica (cistectomia) e la sopravvivenza libera da cistectomia, con un numero inferiore di pazienti sottoposti a chirurgia.
"Nel 2025, in Italia, sono stimati circa 29.100 nuovi casi di tumore della vescica - spiega Rossana Berardi, presidente eletto Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e ordinario di Oncologia all'università Politecnica delle Marche e direttore della Clinica oncologica dell'azienda ospedaliero universitaria delle Marche - Circa il 70% delle diagnosi riguarda forme non infiltranti, individuate quindi in una fase iniziale della malattia, nella quale le nuove terapie possono aumentare significativamente le possibilità di guarigione e migliorare la qualità di vita dei pazienti. Per garantire il miglior percorso di cura è fondamentale un approccio multidisciplinare, che coinvolga diverse figure specialistiche, tra cui oncologo, urologo, radiologo e anatomo-patologo".
"Grande attenzione - rimarca Berardi - deve essere rivolta anche alla prevenzione. Circa la metà dei casi è legata al fumo di sigaretta, che aumenta di quasi 5 volte il rischio di sviluppare la malattia rispetto ai non fumatori. Un dato particolarmente rilevante riguarda la popolazione femminile, in cui il tabagismo è in crescita e, di conseguenza, aumentano anche le diagnosi di tumore della vescica. Sebbene questa neoplasia sia ancora più frequente negli uomini, nelle donne esiste un rischio maggiore di diagnosi tardiva. L'ematuria, che rappresenta il principale campanello d’allarme della malattia, viene infatti spesso inizialmente attribuita ad altre condizioni urologiche o ginecologiche, ritardando l'avvio degli accertamenti diagnostici. E' quindi fondamentale promuovere una maggiore consapevolezza anche in ottica di medicina di genere, per favorire diagnosi più tempestive e migliori possibilità di cura. Infine, circa il 10% dei casi è associato all'esposizione professionale a sostanze chimiche presenti, ad esempio, in coloranti, diserbanti e idrocarburi. Le categorie professionali maggiormente esposte devono pertanto essere sottoposte a programmi di monitoraggio e sorveglianza dedicati", conclude il presidente eletto Aiom.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
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Criteri Critici
Melanoma, a 5 anni sopravvive il 92% dei pazienti con vaccino a mRNA e immunoterapia ilsud24.it
Ascierto: «Possibile cambio di paradigma nelle cure».
Dal congresso mondiale ASCO di Chicago arriva una conferma pesante per la ricerca sul melanoma: il vaccino personalizzato a mRNA, combinato con l’immunoterapia, mantiene nel tempo risultati clinici rilevanti e rafforza una strada aperta anche dall’Italia, con il ruolo centrale dell’Istituto Pascale di Napoli e di Paolo Ascierto.
Il dato che emerge dallo studio di Fase 2b Keynote-942 è netto: a cinque anni dalla sperimentazione, avviata nel 2021, il 92,2% dei pazienti trattati con il vaccino è vivo, contro il 71,3% registrato nel gruppo di controllo. La terapia, totalmente personalizzata, è stata valutata in associazione all’immunoterapia standard e ha mostrato una riduzione del 49% del rischio di recidiva o morte nei pazienti con melanoma ad alto rischio.
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I risultati sono stati illustrati al congresso dell’American Society of Clinical Oncology, in corso a Chicago, e pubblicati in contemporanea sul Journal of Clinical Oncology. Al centro dello studio c’è la combinazione tra intismeran, vaccino anti-cancro personalizzato, e pembrolizumab, immunoterapia standard già utilizzata nel trattamento del melanoma.
Leggi anche: Paolo Ascierto è il primo al mondo nella ricerca sul melanoma
Ascierto: «La strada intrapresa è quella giusta»
In Italia, come in altre parti del mondo, è già partita la sperimentazione di Fase 3. Il primo centro ad avviarla nel nostro Paese è stato l’Istituto Pascale di Napoli, con Paolo Ascierto, professore ordinario di Oncologia all’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus.
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«I risultati presentati all’ASCO confermano che la strada intrapresa con il vaccino a mRNA è quella giusta e che l’efficacia della combinazione con l’immunoterapia si mantiene costante nel tempo», commenta Ascierto.
Per l’oncologo, il valore clinico dei numeri sta soprattutto nella loro tenuta a distanza di anni: «Ridurre del 49% il rischio di recidiva e del 59% quello di metastasi a distanza a cinque anni apre prospettive cliniche importantissime per il futuro dei pazienti ad alto rischio».
La sperimentazione ha coinvolto 157 pazienti operati per melanoma, suddivisi in due gruppi per misurare l’efficacia della terapia adiuvante, cioè somministrata dopo l’intervento chirurgico. Nel gruppo trattato con vaccino più immunoterapia, il 68,8% dei pazienti risulta completamente libero da tumore dopo cinque anni. Tra coloro che hanno ricevuto soltanto l’immunoterapia, la percentuale si ferma al 49,1%.
«Inoltre, la combinazione ha ridotto del 59% il rischio che il melanoma si diffonda in altri organi del corpo», riferisce Ascierto. Poi sottolinea il dato più forte: «Ma il dato forse più impressionante è che il 92,2% dei pazienti del gruppo vaccino è vivo a cinque anni».
Come funziona il vaccino personalizzato
L’elemento innovativo del trattamento è la costruzione della terapia sul profilo biologico del singolo paziente. Non si tratta, chiarisce Ascierto, di un vaccino preventivo tradizionale, ma di un intervento terapeutico progettato dopo l’analisi del tumore rimosso chirurgicamente.
Da quel campione vengono individuati fino a 34 neoantigeni, cioè le «firme» proteiche specifiche ed esclusive di quel melanoma. Su questa base viene sintetizzato un filamento di mRNA che, una volta iniettato, serve a orientare la risposta immunitaria.
«Istruisce i linfociti T, cioè i soldati del sistema immunitario, a riconoscere e distruggere qualsiasi cellula tumorale residua che tenti di nascondersi o riprodursi», spiega Ascierto.
Il meccanismo della combinazione si fonda su due azioni complementari. Pembrolizumab rimuove il «freno» che il tumore utilizza per difendersi dal sistema immunitario. Intismeran, invece, consegna ai linfociti T l’identikit preciso del bersaglio da colpire.
Dalla Fase 3 al possibile cambio di paradigma
Secondo Ascierto, i dati disponibili rafforzano anche il profilo di sicurezza del trattamento. «La sicurezza del trattamento è ormai comprovata, con effetti collaterali assolutamente gestibili e sovrapponibili a quelli di una normale reazione influenzale», afferma.
La sperimentazione internazionale di Fase 3 è già in corso e, aggiunge l’oncologo, «vede l’Italia fortemente protagonista». Ma il passaggio più rilevante riguarda la prospettiva aperta dalla tecnologia dell’mRNA nella cura dei tumori.
La «vera notizia», per Ascierto, è che questo approccio «fa da apripista». L’applicazione dell’mRNA ai tumori ad alto tasso di mutazione, come il melanoma, è infatti già in fase di valutazione anche nel tumore al polmone e in altre neoplasie difficili da trattare. «Siamo di fronte a un potenziale cambio di paradigma: se i dati della Fase 3 confermeranno questi trend, la medicina di precisione diventerà uno standard terapeutico consolidato per queste patologie».
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
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Criteri Critici
Tumore della vescica, nuova terapia riduce le recidive: quasi 9 pazienti su 10 vivi a 5 anni la Repubblica
Ricevere una diagnosi di tumore della vescica significa spesso entrare in un percorso lungo, fatto di controlli, terapie e, in alcuni casi, procedure invasive ripetute. Per molti pazienti, quindi, l’obiettivo non è soltanto controllare la malattia, ma anche preservare il più possibile la quotidianità, l’autonomia e la qualità di vita. Da questo punto di vista arrivano dati importanti dallo studio di fase III Potomac, presentato al Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) in corso a Chicago. Nei pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio di recidiva, quasi il 90%, per la precisione l’87,6%, è vivo a 5 anni grazie all’aggiunta di un anno di trattamento con durvalumab alla terapia standard con Bacillus Calmette-Guérin, più noto come BCG.
Che cosa ha mostrato lo studio Potomac
Lo studio ha valutato l’efficacia dell’aggiunta di durvalumab, farmaco immunoterapico, alla terapia di induzione e mantenimento con BCG. Il risultato principale è rilevante: il nuovo regime si associa a una riduzione del rischio di recidive e, allo stesso tempo, non ha mostrato un impatto clinicamente rilevante sulla qualità di vita dei pazienti. Quest’ultimo aspetto è stato valutato attraverso questionari compilati direttamente dai pazienti, i cosiddetti patient-reported outcomes, strumenti che aiutano a capire come la terapia venga vissuta nella vita reale, al di là dei soli dati clinici.
Un bisogno di cura ancora aperto
Il tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio viene trattato con intento curativo, ma può ripresentarsi e, in alcuni casi, progredire. Questo può costringere il paziente a nuove procedure, fino alla cistectomia, cioè l’intervento chirurgico di rimozione della vescica. “Da oltre 10 anni non vi erano evidenti progressi per questi pazienti, che vengono trattati con intento curativo - afferma Patrizia Giannatempo, dirigente medico della struttura Dipartimentale di Oncologia Medica Genitourinaria, Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. “L’attuale standard di cura è costituito dalla Turbt, la resezione transuretrale del tumore, seguita dall’instillazione di BCG direttamente nella vescica. Un’elevata percentuale di pazienti, però, presenta recidiva e progressione di malattia, che possono richiedere ripetute procedure invasive fino alla cistectomia, l’intervento chirurgico di rimozione della vescica. Da qui la necessità di nuove opzioni di cura”.
Evitare interventi invasivi è un obiettivo centrale
Nel tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio, la sfida è controllare la malattia limitando, quando possibile, trattamenti che possono pesare sulla quotidianità del paziente. “Nella malattia non muscolo infiltrante ad alto rischio, l’obiettivo è evitare la cistectomia e le procedure invasive, che possono avere un impatto negativo sulla qualità di vita”, continua Patrizia Giannatempo. “L’aggiunta di durvalumab, per 12 mesi, alla terapia di induzione e mantenimento con BCG consente di raggiungere tassi elevati di sopravvivenza a 5 anni. Nello studio Potomac, la qualità di vita è stata ‘misurata’ attraverso tre questionari compilati dai pazienti, che hanno valutato il benessere generale, la funzionalità fisica, i sintomi urinari e l’impatto psicologico della malattia. Come atteso con un trattamento immunoterapico prolungato, è stato osservato un moderato peggioramento della fatigue riportata dai pazienti. Tuttavia, l’impatto complessivo sui patient-reported outcomes è risultato limitato e globalmente comparabile al solo trattamento con BCG. Questi pazienti presentano molto spesso un bisogno improvviso e impellente di urinare, che può influire significativamente sulla quotidianità e sulla percezione della propria autonomia”.
I questionari raccontano anche il vissuto dei pazienti
Valutare il benessere durante le cure significa considerare non solo i sintomi fisici, ma anche autonomia, attività quotidiane e preoccupazioni per il futuro. Per questo nello studio Potomac sono stati utilizzati anche strumenti specifici per questa patologia. “QLQ-NMIBC24 è un questionario specificamente dedicato ai pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo e valuta, oltre ai sintomi urinari e agli effetti dei trattamenti intravescicali, aspetti legati alla percezione della malattia e alle preoccupazioni per il futuro”, spiega Patrizia Giannatempo. “Si tratta di un elemento particolarmente rilevante in una patologia caratterizzata da trattamenti protratti nel tempo e dalla necessità di preservare, oltre al controllo della malattia, anche la funzionalità vescicale e la qualità di vita”.
Meno recidive e più tempo prima della chirurgia
I dati presentati all’Asco si aggiungono a quelli già illustrati nel 2025 al Congresso della European Society for Medical Oncology e pubblicati su The Lancet. In quell’occasione il regime con durvalumab aveva dimostrato una riduzione del 32% del rischio di recidiva, o di morte in assenza di recidiva, rispetto al solo trattamento con BCG. Un’analisi esplorativa dello studio Potomac, presentata anche al Congresso dell’American Urological Association, ha inoltre mostrato che nel primo anno di trattamento il numero di eventi ad alto rischio e di recidive non sensibili a BCG nel gruppo trattato con durvalumab più BCG era quasi la metà rispetto al gruppo trattato con la sola BCG. Il nuovo regime ha quindi migliorato anche il tempo all’intervento di asportazione della vescica e la sopravvivenza libera da cistectomia, con un numero inferiore di pazienti sottoposti a chirurgia.
Il tumore della vescica in Italia
Il tema riguarda da vicino anche l’Italia. Nel 2025 sono stati stimati circa 29.100 nuovi casi di tumore della vescica. Circa il 70% delle diagnosi riguarda forme non infiltranti, cioè individuate in una fase iniziale della malattia. È proprio in questa fase che nuove strategie terapeutiche possono aumentare le possibilità di guarigione e contribuire a preservare la qualità di vita. “Per garantire il miglior percorso di cura - spiega Rossana Berardi, presidente eletto Aiom (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e Ordinario di Oncologia all’Università Politecnica delle Marche e Direttore della Clinica Oncologica dell’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche - è fondamentale un approccio multidisciplinare, che coinvolga diverse figure specialistiche, tra cui oncologo, urologo, radiologo e anatomo-patologo”.
Il ruolo della prevenzione
Grande attenzione deve essere rivolta anche alla prevenzione. Circa la metà dei casi è legata al fumo di sigaretta, che aumenta di quasi cinque volte il rischio di sviluppare la malattia rispetto ai non fumatori. “Un dato particolarmente rilevante - prosegue Berardi - riguarda la popolazione femminile, in cui il tabagismo è in crescita e, di conseguenza, aumentano anche le diagnosi di tumore della vescica. Sebbene questa neoplasia sia ancora più frequente negli uomini, nelle donne esiste un rischio maggiore di diagnosi tardiva. L’ematuria, che rappresenta il principale campanello d’allarme della malattia, viene infatti spesso inizialmente attribuita ad altre condizioni urologiche o ginecologiche, ritardando l’avvio degli accertamenti diagnostici. È quindi fondamentale promuovere una maggiore consapevolezza anche in ottica di medicina di genere, per favorire diagnosi più tempestive e migliori possibilità di cura. Infine, circa il 10% dei casi è associato all’esposizione professionale a sostanze chimiche presenti, ad esempio, in coloranti, diserbanti e idrocarburi. Le categorie professionali maggiormente esposte devono pertanto essere sottoposte a programmi di monitoraggio e sorveglianza dedicati”.
Il campanello d’allarme da non ignorare
Uno dei segnali più importanti del tumore della vescica è l’ematuria, cioè la presenza di sangue nelle urine. Può comparire anche senza dolore e proprio per questo non deve essere sottovalutata. Il messaggio degli specialisti è chiaro: una diagnosi tempestiva può fare la differenza. Questo vale per tutti, ma ancora di più per le donne, nelle quali il sintomo può essere confuso con altre condizioni urologiche o ginecologiche, ritardando gli accertamenti.
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Criteri Critici
Melanoma, con vaccino e immunoterapia a cinque anni è vivo oltre il 90% dei pazienti più gravi la Repubblica
Meno recidive, meno metastasi e sopravvivenza maggiore per il vaccino terapeutico e immunoterapia contro il melanoma rispetto alla sola immunoterapia dopo chirurgia. Il risultato arriva da Chicago, con la presentazione, durante il congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) dei nuovi risultati della sperimentazione KEYNOTE-942, annunciati come un successo non solo per il melanoma, ma potenzialmente anche per altri tipi di cancro. "I nostri risultati rappresentano anche un incoraggiamento per i ricercatori oncologici di tutto il mondo, dimostrando che i vaccini a mRNA come l'intismeran potrebbero funzionare bene in combinazione con l'immunoterapia per altri tumori le cui elevate percentuali di mutazioni si sono rivelate difficili da trattare", ha infatti commentato Janice Mehnert dalla Nyu Grossman School of Medicine, a capo dello studio. I dettagli dei risultati sono stati pubblicati su Journal of Clinical Oncology.
Un vaccino terapeutico contro il cancro
Gli ultimi dati presentati ad Asco si riferiscono a un follow-up di cinque anni, confermano e rinforzano i risultati positivi di sicurezza ed efficacia di questo approccio terapeutico in pazienti con malattia avanzata, operati e già osservati a follow-up più ristretti. Il vaccino intismeran (mRNA-4157) è un vaccino a mRna terapeutico sviluppato da Msd e Moderna, ideato per pazienti ad alto rischio di recidiva. Il vaccino spinge il sistema immunitario a scatenare una risposta contro il tumore, colpendo gli antigeni tumorali (identificati sequenziando il Dna tumorale di ciascun paziente).
Già a cavallo tra il 2022 e il 2023 i primi risultati dello studio - che ha coinvolto 157 pazienti tra Australia - che associava il vaccino a un immunoterapico (il pembrolizumab) facevano ben sperare. Rispetto alla sola immunoterapia - somministrata come standard di cura in terapia adiuvante – a due anni, il vaccino terapeutico aveva mostrato di ridurre del 44% il rischio di recidive o morte. Un risultato incoraggiante e che permetterebbe di superare i limiti associati all’immunoterapia in questo tumore: pur rivoluzionaria, infatti, scrivono gli esperti, alcuni pazienti sviluppano resistenza e non ci sono prove di efficacia a sostegno dell’uso di immunoterapie combinate (intese come combinazioni di inibitori del checkpoint immunitario).
Meno recidive e aumento della sopravvivenza a cinque anni
Oggi, come anticipato, i risultati su un follow up più esteso appaiono ancora più incoraggianti: il rischio di recidiva o morte si riduce del 49% nei pazienti che hanno ricevuto la combinazione vaccino terepeutico e immunoterapico (la sopravvivenza libera da recidiva era del 68% nel gruppo dei pazienti trattati con la terapia combinata, rispetto al 49% di quelli che avevano ricevuto solo l’immunoterapia). Altri dati che arrivano da Chicago (qui l’abstract della presentazione) mostrano inoltre che intismeran combinato a pembrolizumab riduce del 59% il rischio di metastasi e che la sopravvivenza globale a cinque anni con questo schema terapeutico è del 92% contro il 71% del gruppo che ha ricevuto pembrolizumab. Confermati e ritenuti gestibili gli effetti collaterali associati alla terapia.
“Questi risultati a lungo termine dimostrano che i benefici del trattamento con intismeran + pembrolizumab si sono mantenuti e sono duraturi nel tempo, nonostante tutti i pazienti avessero completato il trattamento previsto dallo studio prima dell'analisi primaria (2021) - concludono gli autori, dalle pagine del Journal of Clinical oncology - Come già riportato in precedenza, intismeran è risultato ben tollerato, con un profilo di sicurezza gestibile per la combinazione intismeran + pembrolizumab. Intismeran + pembrolizumab è attualmente in fase di valutazione in uno studio di fase 3 su pazienti con melanoma in stadio II-IV resecato ad alto rischio e in studi su pazienti affetti da altre neoplasie”.
Anche l’Italia partecipa alla ricerca nel campo
Lo studio di fase 3 per il melanoma in stadio avanzato è quello che vede anche la partecipazione dell’Italia, ha ricordato Paolo Ascierto, ordinario di Oncologia all’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus, che con l’Istituto Pascale di Napoli vi prende parte. “I risultati presentati all’Asco confermano che la strada intrapresa con il vaccino a mRNA è quella giusta e che l'efficacia della combinazione con l’immunoterapia si mantiene costante nel tempo. La vera notizia è che questo approccio fa da apripista - conferma l’esperto italiano - Siamo di fronte a un potenziale cambio di paradigma: se i dati della Fase 3 confermeranno questi trend, la medicina di precisione diventerà uno standard terapeutico consolidato per queste patologie”.
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Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
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Tumore del fegato, una nuova strategia di cura migliora la sopravvivenza dei pazienti inizialmente non operabili Corriere della Sera
di Vera Martinella
I dati dello studio presentato al convegno Asco: quasi un malato su tre è vivo e senza progressione di malattia a due anni dal trattamento
(Getty Images)
Una nuova strategia terapeutica è destinata a cambiare l'attuale standard di cura per i pazienti con un carcinoma epatocellulare non operabile. Gli esiti dello studio di fase tre (l’ultima prima dell’approvazione di una nuova cura) EMERALD-3, presentati al congresso annuale dell'American Society of Clinical Oncology (Asco) in corso a Chicago, indicano infatti che la combinazione di una doppia immunoterapia unita alla chemioembolizzazione può rallentare la crescita del tumore e allungare la sopravvivenza dei pazienti. Obiettivi importanti soprattutto in considerazione del fatto che il cancro al fegato è una ancora oggi patologia difficile da curare, spesso individuata tardi e, di conseguenza, con una prognosi spesso sfavorevole.
Situazione attuale: le cure standard finora Ogni anno in Italia sono stimate oltre 12.500 nuove diagnosi di tumore del fegato e, a cinque anni dalla diagnosi, è vivo in media il 22%dei pazienti. Il tipo più comune di tumore al fegato è il carcinoma epatocellulare (rappresenta oltre 8 casi su 10) che viene spesso diagnosticato in fase avanzata, quando l'intervento chirurgico, che potrebbe far sperare nella guarigione, non è più un'opzione praticabile. In fase avanzata della malattia, circa il 30% dei pazienti è idoneo al trattamento con TACE, la chemioembolizzazione transarteriosa: ovvero una procedura di radiologia interventistica che blocca l’afflusso di sangue alla neoplasia e permette di somministrare la chemioterapia o la radioterapia direttamente nel fegato. Per oltre 20 anni questo è stato il trattamento standard per le persone con epatocarcinoma non operabile, ma la malattia spesso riprende a crescere o si diffonde nei pazienti entro un anno dal trattamento e per questi pazienti attualmente non esistono altre cure approvate né in Italia né altrove.
Lo studio EMERALD-3: un terzo dei pazienti vivo a 2 anni dalla cura «È in questo contesto che s'inserisce lo studio EMERALD-3 che ha sperimentato il regime STRIDE, basato su un innovativo approccio di doppia immunoterapia con una singola dose di tremelimumab seguita da durvalumab in monoterapia - spiega Lorenza Rimassa, professore associato di Oncologia medica all’Humanitas University e responsabile dell’Oncologia epatobiliopancreatica all’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Milano -. I pazienti affetti da tumore al fegato idonei all’embolizzazione hanno urgente bisogno di nuove opzioni terapeutiche per ritardare la progressione di malattia e migliorare la prognosi e i risultati presentati a Chicago aprono uno spiraglio». La sperimentazione ha coinvolto 760 partecipanti che sono stati divisi in tre gruppi: uno trattato con STRIDE e lenvatinib (una target therapy) più TACE (293 partecipanti); uno con STRIDE con TACE (175 partecipanti) e l'ultimo con l'attuale cura standard, TACE da sola (292 partecipanti). «Gli esiti indicano che un’unica somministrazione di tremelimumab, infatti, è in grado di fornire una "spinta" alla risposta immunitaria, offrendo maggiore efficacia: quasi un partecipante su tre è vivo e senza progressione di malattia a due anni dal trattamento. Si tratta di un progresso significativo associato a una tendenza al miglioramento della sopravvivenza (con o senza l’aggiunta di lenvatinib)».
Speranze di guarigione Il regime STRIDE in combinazione con lenvatinib e TACE ha dimostrato una riduzione del 30% del rischio di progressione di malattia o di morte in assenza di progressione rispetto alla sola TACE. È probabile che questi risultati cambino l'attuale trattamento standard e siano un punto di svolta per questa patologia: «Lo studio EMERALD-3 evidenzia il ruolo importante del regime immunoterapico STRIDE in combinazione con la TACE, quando la funzionalità epatica non è compromessa - commenta Vincenzo Mazzaferro, professore di Chirurgia all’Università degli Studi di Milano e direttore della Chirurgia oncologica (epato-gastro-pancreatica) e trapianto di fegato alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano- . Sulla base di questi risultati è verosimile che sarà significativo il numero di pazienti in cui il livello di risposta tumorale sarà compatibile con terapie che possono portare a guarigione, come la resezione del tumore o il trapianto. Va ricordato che la miglior gestione dell’epatocarcinoma, che frequentemente complica un quadro di cirrosi, richiede il contributo di diversi specialisti, che compongono i team multidisciplinari».
Otto casi su 10 si potrebbero evitare Una recente indagine ha evidenziato che quasi l'80% dei tumori al fegato si può evitare solo con la prevenzione: «La maggioranza dei casi, infatti, è riconducibile a fattori di rischio noti, quali l’infezione da virus dell’epatite B e C - ricorda Massimo Di Maio, presidente dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) -. Negli ultimi anni, però, si è osservato un progressivo incremento dei casi "non virali", cioè collegati a sovrappeso e diabete oppure a questi fattori e all'eccesso di bevande alcoliche, dato che la cirrosi epatica predispone all'insorgenza di questa neoplasia. Questo cambiamento epidemiologico è dovuto all’effetto positivo della vaccinazione anti-HBV, in Italia obbligatoria da più di 30 anni, e alle terapie antivirali per l’HCV che hanno fatto calare il rischio di cancro». D'altro canto però qualcosa lo ha fatto salire: gli stili di vita scorretti diffusi in molti Paesi Occidentali e pure in Italia, specie l’alimentazione eccessiva e ricca di grassi, la sedentarietà e l'abuso di alcolici. «La sorveglianza con ecografia epatica semestrale delle persone a rischio (cioè con epatopatia cronica) consente la diagnosi di tumore del fegato in stadio precoce, con interventi potenzialmente guaritivi, e permette di migliorare la sopravvivenza - conclude Di Maio -. L’immunoterapia ha già dimostrato di essere efficace nello stadio metastatico, dove è diventata standard di cura. I risultati dello studio EMERALD-3 sono un esempio della possibilità di sperimentare l’impiego di trattamenti già dimostrati efficaci nella malattia avanzata anche in stadi più precoci, come accaduto in molti tipi di tumori».
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Tumore del pancreas, nuova speranza dalla ricerca: una terapia sperimentale raddoppia la sopravvivenza · LaC News24 LaC News24
I risultati dello studio Resolute, presentati al congresso Asco, accendono l’attenzione della comunità scientifica. Il farmaco daraxonrasib ha portato la sopravvivenza media dei pazienti con tumore pancreatico metastatico da 6,7 a oltre 13 mesi Il tumore del pancreas continua a essere una delle neoplasie più temute e difficili da trattare.In Italia provocaogni anno circa 15 mila decessie, nonostante i progressi della medicina oncologica, le opzioni terapeutiche disponibili restano ancora limitate, soprattutto nelle forme metastatiche più avanzate.Per questo motivo la comunità scientifica guarda con enorme interesse ai risultati dellostudio Resolute, presentati al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), uno degli appuntamenti più importanti al mondo nel settore oncologico. Al centro dell’attenzione c’è una nuova molecola sperimentale, chiamata daraxonrasib, che potrebbe aprire una nuova era nella cura del tumore del pancreas.Il farmaco che quasi raddoppia la sopravvivenzaI risultati dello studio hanno coinvolto circa500 pazienti affetti da adenocarcinoma duttale pancreatico metastaticogià sottoposti a precedenti trattamenti. I dati mostrano un risultato che gli oncologi definiscono straordinario: i pazienti trattati con daraxonrasib hanno raggiuntouna sopravvivenza media superiore a 13,2 mesi, contro i 6,7 mesi ottenuti con la chemioterapia tradizionale.In pratica, la nuova terapia è riuscita quasi a raddoppiare l’aspettativa di vita in una categoria di pazienti per la quale, fino a oggi, le possibilità terapeutiche erano estremamente limitate. Continua a leggere suLaCapitalenews.it Il tumore del pancreas continua a essere una delle neoplasie più temute e difficili da trattare.In Italia provocaogni anno circa 15 mila decessie, nonostante i progressi della medicina oncologica, le opzioni terapeutiche disponibili restano ancora limitate, soprattutto nelle forme metastatiche più avanzate. Per questo motivo la comunità scientifica guarda con enorme interesse ai risultati dellostudio Resolute, presentati al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), uno degli appuntamenti più importanti al mondo nel settore oncologico. Al centro dell’attenzione c’è una nuova molecola sperimentale, chiamata daraxonrasib, che potrebbe aprire una nuova era nella cura del tumore del pancreas. I risultati dello studio hanno coinvolto circa500 pazienti affetti da adenocarcinoma duttale pancreatico metastaticogià sottoposti a precedenti trattamenti. I dati mostrano un risultato che gli oncologi definiscono straordinario: i pazienti trattati con daraxonrasib hanno raggiuntouna sopravvivenza media superiore a 13,2 mesi, contro i 6,7 mesi ottenuti con la chemioterapia tradizionale. In pratica, la nuova terapia è riuscita quasi a raddoppiare l’aspettativa di vita in una categoria di pazienti per la quale, fino a oggi, le possibilità terapeutiche erano estremamente limitate. Continua a leggere suLaCapitalenews.it
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I nuovi dati indicano che l’efficacia del vaccino combinato all’immunoterapia, oltre a ridurre il rischio che il tumore ritorni, è in grado di abbattere del 59% il rischio di...
La strada giusta
«I risultati presentati all’Asco confermano che la strada intrapresa con il vaccino a mRna è quella giusta e che l’efficacia della combinazione con l’immunoterapia si mantiene costante nel tempo - commenta Ascierto -. Ridurre del 49% il rischio di recidiva e del 59% quello di metastasi a distanza a cinque anni apre prospettive cliniche importantissime per il futuro dei pazienti ad alto rischio». Lo studio ha coinvolto 157 pazienti con melanoma operati, divisi in due gruppi per valutare l’efficacia della terapia adiuvante (post-chirurgica). «A cinque anni dall’intervento, il 68,8% dei pazienti trattati con l’accoppiata vaccino più immunoterapia è completamente libero da tumore, contro il 49,1% di chi ha ricevuto solo l’immunoterapia - riferisce Ascierto -. Inoltre, la combinazione ha ridotto del 59% il rischio che il melanoma si diffonda in altri organi del corpo. Ma il dato forse più impressionante è che il 92,2% dei pazienti del gruppo vaccino è vivo a cinque anni, rispetto al 71,3% del gruppo di controllo».
Terapia su misura
Il segreto del successo del vaccino anti-cancro testato risiede nella personalizzazione assoluta. «Non si tratta di un vaccino preventivo tradizionale, ma di una terapia creata “su misura” per ogni singolo paziente - spiega Ascierto -. Attraverso l’analisi del tumore rimosso chirurgicamente, sono stati identificati fino a 34 neoantigeni, ovvero le “firme” proteiche specifiche ed esclusive di quel determinato melanoma. Sulla base di queste informazioni, è stato sintetizzato un filamento di mRna che, una volta iniettato, istruisce i linfociti T, cioè i soldati del sistema immunitario, a riconoscere e distruggere qualsiasi cellula tumorale residua che tenti di nascondersi o riprodursi». L’immunoterapia con pembrolizumab toglie il “freno” al sistema immunitario che il tumore usa per difendersi; il vaccino intismeran, invece, fornisce ai linfociti T l’identikit esatto del bersaglio da colpire.
«Una nuova era»
I risultati dello studio aprono le porte a una nuova era della medicina oncologica. «La sicurezza del trattamento è ormai comprovata, con effetti collaterali assolutamente gestibili e sovrapponibili a quelli di una normale reazione influenzale - conclude Ascierto -. La sperimentazione internazionale di Fase 3 è già in corso e vede l’Italia fortemente protagonista. Ma la vera notizia è che questo approccio fa da apripista: la tecnologia dell’mRna applicata ai tumori ad alto tasso di mutazione, come il melanoma, sta già venendo testata con successo anche per il tumore al polmone e altre neoplasie difficili da trattare. Siamo di fronte a un potenziale cambio di paradigma: se i dati della Fase 3 confermeranno questi trend, la medicina di precisione diventerà uno standard terapeutico consolidato per queste patologie».
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Tumore del pancreas, il nuovo farmaco che accende la speranza alanews
Per anni il tumore del pancreas è rimasto una delle sfide più difficili dell’oncologia. In Italia si stimano ogni anno oltre 14 mila nuove diagnosi e la malattia rappresenta una delle principali cause di morte per cancro. Spesso silenzioso nelle fasi iniziali, diagnosticato quando la malattia è già avanzata e con opzioni terapeutiche ancora limitate, è considerato uno dei tumori più aggressivi. Per questo i risultati arrivati dallo studio internazionale su daraxonrasib hanno attirato grande attenzione: non parlano di una cura miracolosa, ma di un possibile cambio di passo reale.
Che cos’è daraxonrasib
Daraxonrasib è un farmaco sperimentale orale, quindi assunto in pillola, sviluppato per colpire una delle alterazioni più importanti alla base di molti tumori pancreatici: le mutazioni della famiglia RAS, in particolare KRAS. Per molto tempo questa proteina è stata considerata quasi impossibile da bloccare con farmaci efficaci, nonostante sia coinvolta nella crescita e nella diffusione di moltissime neoplasie.
La novità è proprio qui: il medicinale agisce come inibitore multi-selettivo di RAS, mirando a spegnere uno dei motori molecolari che alimentano il tumore.
I risultati dello studio
Lo studio di fase 3 RASolute 302 ha coinvolto circa 500 pazienti con adenocarcinoma pancreatico duttale metastatico, già sottoposti a una precedente linea di chemioterapia. È una condizione in cui, fino a oggi, le alternative disponibili offrivano benefici spesso modesti.
Secondo i dati presentati, i pazienti trattati con daraxonrasib hanno raggiunto una sopravvivenza mediana di 13,2 mesi, contro circa 6,7 mesi osservati con la chemioterapia standard. In altre parole, il tempo di sopravvivenza è risultato quasi raddoppiato.
Non solo. Il farmaco ha mostrato anche un miglior controllo della progressione della malattia e un profilo di tollerabilità considerato gestibile. Gli effetti collaterali non sono assenti, il più frequente è stato il rash cutaneo, ma le interruzioni del trattamento per tossicità sono risultate inferiori rispetto alla chemioterapia.
Perché è una notizia importante per la lotta contro il tumore del pancreas
Nel tumore del pancreas metastatico ogni mese guadagnato ha un peso enorme. Oggi meno del 15% dei pazienti riceve una diagnosi in una fase in cui il tumore può essere rimosso chirurgicamente. Per la maggior parte delle persone le terapie disponibili hanno l’obiettivo di rallentare la malattia e prolungare la sopravvivenza.
Per questo motivo il dato emerso dallo studio è stato accolto con particolare interesse dagli oncologi: negli ultimi anni i progressi sono stati più lenti rispetto ad altri tumori, come quello del polmone o della mammella, dove le terapie mirate hanno già cambiato radicalmente la prognosi di molti pazienti.
L’aspetto più rilevante è che daraxonrasib potrebbe aprire una nuova strada terapeutica: non sostituire semplicemente una chemioterapia con un altro trattamento, ma intervenire su un bersaglio biologico centrale della malattia.
Cosa manca prima dell’arrivo ai pazienti
Il farmaco non è ancora approvato come terapia standard. Negli Stati Uniti la FDA ha autorizzato un programma di accesso allargato per alcuni pazienti, ma serviranno ancora valutazioni regolatorie complete prima di una disponibilità più ampia.
La prudenza resta quindi necessaria: daraxonrasib non elimina il tumore e non impedisce sempre la comparsa di resistenze. Ma i dati raccolti indicano un avanzamento raro in un ambito in cui, per decenni, le svolte sono state poche.
La parola “rivoluzione” in medicina va usata con cautela. In questo caso, però, i numeri spiegano perché l’entusiasmo sia alto: per il tumore del pancreas avanzato, un farmaco orale capace di quasi raddoppiare la sopravvivenza rappresenta una prospettiva concreta. Non è il punto d’arrivo, ma potrebbe essere l’inizio di una nuova fase nelle cure.
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Tumore al seno: il tamoxifene a basse dosi è più efficace, meno tossico e dimezza le recidive insalutenews.it
Lo studio internazionale coordinato da Istituto Europeo di Oncologia e Champalimaud Foundation di Lisbona cambia lo standard di cura post- intervento chirurgico per tumori mammari nelle donne con carcinoma duttale in situ e lesioni ad alto rischio. I risultati della ricerca, appena pubblicati sul Journal of Clinical Oncology, confermano l’efficacia del farmaco Tamoxifene a basse dosi nella prevenzione delle recidive e dei nuovi tumori, per le donne sia in pre-menopausa che in post-menopausa. Lo studio è stato presentato al congresso ASCO di Chicago nella sezione “Best of ASCO come lavoro “practice changing”
Milano, 1 giugno 2026 – Uno studio appena pubblicato sul prestigioso Journal of Clinical Oncology sancisce definitivamente l’ingresso nella pratica clinica del tamoxifene a basse dosi come terapia post-intervento per la prevenzione dei carcinomi mammari duttali in situ (DCIS), la forma iniziale non invasiva che rappresenta circa il 25% di tutti i tumori alla mammella diagnosticati attraverso lo screening mammografico.
Il lavoro, firmato come primo autore da Sara Gandini, epidemiologa e biostatistica, Direttore dell’Unità di Epidemiologia Farmacologica e Molecolare dell’Istituto Europeo di Oncologia, e ultimo autore Andrea DeCensi, oncologo della Fondazione Champalimaud di Lisbona, Portogallo, combina i dati individuali di tre studi clinici. Si tratta della casistica più ampia mai studiata fino ad oggi: 1.545 pazienti seguite per oltre nove anni i cui dati sono stati raccolti dalla Divisione di Prevenzione e Genetica Oncologica IEO, di cui sono responsabili Bernardo Bonanni e Aliana Guerrieri Gonzaga, in collaborazione con l’Ospedale Galliera di Genova e la Fondazione Champalimaud.
Per l’importanza dei risultati e l’impatto immediato sulla pratica clinica, lo studio è stato selezionato tra i lavori “practice changing” e presentato nella sessione “Best of ASCO” del congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), il più importante appuntamento mondiale dell’oncologia medica.
Nel complesso, il tamoxifene a basse dosi ha dimezzato significativamente gli eventi oncologici mammari, con un beneficio particolarmente evidente nelle donne in post-menopausa, nelle quali si è osservata una riduzione del 59% del rischio di recidiva o nuovo tumore mammario rispetto alle donne senza terapia. Nelle donne in pre-menopausa, invece, il beneficio maggiore è stato osservato nella riduzione del 55% dei tumori insorti nella mammella opposta a quella già operata.
“Questi risultati dimostrano in modo definitivo che, nei carcinomi duttali in situ e nelle lesioni mammarie ad alto rischio, la diminuzione della dose della terapia anti-ormonale con tamoxifene permette di mantenere l’efficacia preventiva della dose standard, riducendo però in modo sostanziale gli effetti collaterali. Il tamoxifene a 5 mg al giorno, o a 10 mg a giorni alterni, può oggi essere considerato uno standard di cura preventivo dopo l’intervento chirurgico”, afferma Andrea DeCensi, Direttore del Dipartimento mammella a Lisbona.
Il beneficio del tamoxifene ad alte dosi – 20 mg al giorno per cinque anni – è noto da decenni, ma il suo impiego clinico è stato limitato dalla tossicità, che include un aumento del rischio di tumore dell’endometrio, tromboembolia venosa, vampate, sintomi ginecologici e disturbi sessuali.
Lo studio pubblicato oggi risponde finalmente a interrogativi rimasti aperti, grazie a un’analisi combinata con il follow-up più lungo disponibile. I risultati mostrano che l’effetto protettivo del tamoxifene a basse dosi persiste per molti anni dopo la fine della terapia, senza incremento significativo degli eventi avversi gravi.
“Il nostro studio cambia realmente la pratica clinica perché elimina le principali incertezze sull’impiego del tamoxifene a basse dosi. Oggi sappiamo con maggiore precisione quali pazienti ne traggono il massimo beneficio e possiamo offrire una terapia preventiva più tollerabile e sostenibile nel lungo periodo”, commenta Sara Gandini
Secondo i ricercatori, questi risultati aprono inoltre nuove prospettive per la prevenzione primaria nelle donne sane ma ad alto rischio di sviluppare un tumore mammario, ad esempio per familiarità o presenza di lesioni precancerose.
“Il prossimo passo sarà valutare strategie di prevenzione sempre più personalizzate nelle donne ad alto rischio, soprattutto nelle pazienti più giovani, che spesso rifiutano il trattamento standard a causa degli effetti collaterali. Una terapia efficace e meglio tollerata potrebbe aumentare significativamente l’adesione alla prevenzione farmacologica. Allo IEO stiamo estendendo gli studi multicentrici con Tamoxifen a basse dosi alle donne sane ad alto rischio familiare/germinale”, conclude Bernardo Bonanni.
“Questa ricerca dimostra come la collaborazione tra epidemiologia, biostatistica, oncologia e biologia traslazionale possa generare risultati concreti per migliorare la qualità di vita delle pazienti e l’efficacia delle cure preventive”, aggiunge Aliana Guerrieri Gonzaga.
Il prossimo passo alla Fondazione Champalimaud è l’attivazione di un programma personalizzato di diagnosi precoce e determinazione del rischio con intelligenza artificiale per offrire una terapia preventiva efficace e sicura alle donne con rischio aumentato di sviluppare il cancro alla mammella.
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Tumori ginecologici, nuove possibilità di cura per la malattia dell'endometrio la Repubblica
Nel tumore dell’endometrio nuovi risultati mostrano una sopravvivenza a 4 anni che supera il 70% per le pazienti con una particolare mutazione. E un modello matematico prevede una possibilità di cura nel 54% aggiungendo l’immunoterapia alla chemio. Sono i dati presentati al congresso dell’American Society of Clinical Oncology, dove è stata protagonista anche una classe di farmaci, gli anticorpi farmaco coniugati. Gli studi di fase precoce fanno vedere un’efficacia importante nei tumori di ovaio, cervice e utero. Ne parliamo con Ketta Lorusso, direttore del programma di Oncologia ginecologica in Humanitas.di Letizia Gabaglio