Screening per mammografia, colon‑retto e Pap/Hpv test, gli inviti a farli arrivano a casa: perché vengono cestinati o rinviati all'infinito? - Corriere Milano
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
55.9/100
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Criteri Critici
Screening per mammografia, colon‑retto e Pap/Hpv test, gli inviti a farli arrivano a casa: perché vengono cestinati o rinviati all'infinito? Corriere Milano
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Dall’Unical una possibile nuova cura contro il melanoma LaC News24
L’importante novità arriva dalla collaborazione fra il dottore Giuseppe Barbarossa e il dipartimento di Farmacia dell’Ateneo di Arcavacata con la collaborazione economica della BCC che ha finanziato il progetto
Il male del secolo potrebbe avere un nuovo avversario che arriva dalla Calabria. La lotta al cancro si avvale di una possibile nuova scoperta la cui applicazione, se confermata, potrebbe avere del clamoroso. A permetterlo, una sinergia fra il dottor Giuseppe Barbarossa, il dipartimento di Farmacia dell’Università della Calabria e la BCC Mediocrati. Un medico, tre docenti, un direttore di dipartimento e un presidente di banca, e un solo obiettivo: far sì che il melanoma, cioè il tumore della pelle, possa avere una nuova cura meno invasiva e più efficace rispetto a quelle conosciute finora.
Il meccanismo è complesso da sviluppare ma non da capire: colpire, tramite l'utilizzo di nanoparticelle composte da sostanze naturali capaci di combattere il tumore, le cellule del cancro in modo diretto. Fin qui, tutto piuttosto semplice. Ma è il metodo di cura che diverrebbe innovativo: riuscire ad abbattere la malattia in modo diretto, senza dispersione del farmaco, tramite un gel all’interno del quale sono presenti le nanoparticelle, grazie al lavoro degli ultrasuoni. Spiegato semplicemente: l’applicazione del farmaco sarebbe pressocché identica a quella di un’ecografia, ma all’interno del gel ci sono le nanoparticelle necessarie ad abbattere il tumore. In questo modo, il cancro non riesce a sviluppare farmacoresistenza perché attaccato in modo più pesante rispetto agli altri metodi di cura. Si tratta di una vera e propria rivoluzione.
Da Barbarossa la scoperta, dall’Unical lo sviluppo
La scoperta è arrivata dal primo degli attori protagonisti, il dottore Giuseppe Barbarossa, specialista in radiodiagnostica all’ASP di Cosenza. «Essendo il melanoma un tumore superficiale – spiega – il nostro obiettivo è quello di fare una terapia selettiva». Barbarossa entra poi nello specifico e aggiunge: «Si tratta di andare a portare selettivamente il farmaco all’interno del melanoma o delle cicatrici, nelle quali potrebbero esserci ancora delle cellule presenti nonostante l’intervento chirurgico, e cercare quindi di portare a zero il rischio della recidiva». E questa è la scoperta: la possibilità di non avere dispersione, non attaccare in modo sistemico il paziente con il farmaco antitumorale ma andare direttamente a colpire esclusivamente le cellule maligne.
Dalla scoperta si è passati poi allo sviluppo del farmaco e al deposito del brevetto, arrivato grazie alla sinergia fra il dipartimento di farmacia dell’Unical e la BCC Mediocrati. Tre i docenti di Arcavacata che, in particolare, hanno lavorato al progetto. Si tratta di Roberta Cassano, Rocco Malivindi e Sonia Trombino tutti e tre facenti parte del DFSSN.
Il lavoro fra le aule e i laboratori del Polifunzionale di Arcavacata
E fra i laboratori del Polifunzionale Unical i tre docenti ci accolgono e ci spiegano quali siano stati i processi di studio e di sperimentazione portati avanti: «L’intuizione del dottor Barbarossa – ci dice la professoressa Cassano – ha permesso di individuare questo nuovo metodo di trasporto che abbiamo realizzato totalmente nei nostri laboratori di ricerca. La piattaforma è costituita da nanoparticelle ottenute da molecole di origine naturale, opportunamente funzionalizzate con specifici ligandi in grado di riconoscere recettori sovraespressi sulle cellule di melanoma metastatico».
Un discorso molto tecnico, ma Cassano semplifica subito: «Questo sistema è progettato per trasportare il principio attivo e rilasciarlo in modo selettivo e controllato a livello delle cellule tumorali, riducendo l'esposizione dei tessuti sani e, di conseguenza, i possibili effetti collaterali del trattamento».
Ed è questa la grande innovazione che arriva da Arcavacata, che si avvale della possibilità di utilizzare gli ultrasuoni «i quali – conclude la docente – inducono fenomeni di cavitazione, con la formazione di microbolle e un incremento locale della temperatura. Questi effetti fisici modificano temporaneamente la struttura delle nanoparticelle, favorendo il rilascio controllato del farmaco direttamente nel sito tumorale e aumentando l'efficacia del trattamento».
Dalle nanoparticelle al nanogel, la sperimentazione in vitro dà ottimi risultati
A spiegare ulteriormente la scoperta è Rocco Malivindi: «Il melanoma è uno dei tumori che ha maggiore farmacoresistenza e noi abbiamo effettuato sperimentazioni, in vitro, proprio su linee di melanoma. Tramite il nanogel – aggiunge – è stato fatto un upgrade: siamo andati ad aumentare la quantità di principio attivo veicolata alle cellule tumorali per superare la farmacoresistenza e massimizzare l’efficacia terapeutica del trattamento».
Non solo, perché le particelle inserite nel gel, oltre a trasportare e rilasciare il farmaco in maniera efficace, conservano, grazie alla loro origine da prodotti naturali, una spiccata capacità di ridurre i processi infiammatori presenti sia all’interno che all’esterno della massa tumorale. «Quindi – prosegue Malivindi – le nanoparticelle non solo hanno un effetto chemioterapico, ma sono anche in grado di interferire con il microambiente tumorale, che è fortemente infiammato, contribuendo a contrastare quei meccanismi che favoriscono la progressione della malattia e la resistenza ai trattamenti».
La professoressa Sonia Trombino ci tiene tuttavia a specificare che, nonostante i risultati in vitro siano più che positivi, la sfida successiva riguarda la sperimentazione clinica: «Queste nanoparticelle devono essere somministrate all’uomo. Per questo abbiamo pensato di inserirle in un gel da applicare sulla cute che, come proposto dal dottor Barbarossa, possa agire in modo sito-specifico grazie all'azione degli ultrasuoni». Del melanoma, infatti, spesso vediamo solo la punta dell’iceberg, mentre sotto la pelle si nasconde una realtà ben più devastante di un semplice neo: «È proprio lì che vogliamo arrivare – conclude Trombino – sfruttando la sinergia tra le nanoparticelle e gli ultrasuoni che, attraverso il gel, spingono il farmaco il più in profondità possibile».
Grande orgoglio per il direttore del dipartimento, Vincenzo Pezzi, che ci tiene a ringraziare il sesto (non in ordine di importanza, ovviamente) attore principale di questa grande scoperta, ovverosia la BCC Mediocrati e il presidente Nicola Paldino: «Noi stiamo cercando di creare un ambiente basato sull’innovazione che permetta ai nostri ricercatori di portare in campo scoperte importanti. Come obiettivo abbiamo la salute del paziente e per questo collaboriamo con le istituzioni e con i privati come, in questo caso, la BCC Mediocrati, che ha finanziato il progetto di ricerca con 30mila euro». Una sinergia totale per una scoperta che potrebbe rivoluzionare la cura del melanoma.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
63.7/100
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Criteri Critici
Come sta la salute dei pazienti trattati con farmaci antitumorali russi? Vietnam.vn
Un uomo di 71 anni è stato ricoverato in ospedale per dolore toracico persistente, tosse persistente e dolore osseo. Gli esami e le analisi hanno rivelato un adenocarcinoma polmonare in stadio IV con metastasi cerebrali, multiple lesioni ossee e a entrambe le ghiandole surrenali. I test di biologia molecolare non hanno rilevato mutazioni genetiche trattabili con terapia mirata, mentre il suo livello di PD-L1 era del 10%.
Il 9 giugno, l'ospedale oncologico Nghe An ha comunicato che un paziente affetto da tumore al polmone in stadio avanzato ha risposto positivamente a una terapia a base di Pembroria, un farmaco antitumorale russo.
Secondo la dottoressa Le Thi Hai Yen, del Dipartimento di Medicina Interna 2 dell'Ospedale Oncologico Nghe An, il pembrolizumab appartiene al gruppo degli inibitori del checkpoint immunitario PD-1. Questo principio attivo aiuta il sistema immunitario a riconoscere e attaccare le cellule tumorali in modo più efficace, contribuendo così al controllo della malattia in alcuni gruppi di pazienti affetti da carcinoma polmonare non a piccole cellule.
Dopo una consultazione multidisciplinare, i medici hanno optato per un regime terapeutico che combina il farmaco immunoterapico Pembrolizumab, prodotto dall'azienda russa Pembroria, con i farmaci chemioterapici Pemetrexed e Carboplatino.
Per implementare il programma universale di screening sanitario entro il 2026, Vinh Long si trova ad affrontare una sfida importante in termini di finanziamenti, che superano i 1.200 miliardi di VND, e di ostacoli all'attuazione. La località ha recentemente presentato un documento in cui richiede il supporto del governo centrale in termini di stanziamento di fondi e l'emanazione tempestiva di linee guida specifiche per superare le difficoltà attuali.
Un paziente di 68 anni è stato ricoverato in condizioni critiche dopo aver creduto in un metodo di auto-trattamento per il cancro basato sul digiuno e sull'assunzione di acqua alcalina. I medici hanno messo in guardia dal rischio di squilibrio elettrolitico e malnutrizione. È fondamentale attenersi ai protocolli di trattamento scientificamente provati.
Dopo due cicli di trattamento, le condizioni di salute del paziente sono migliorate significativamente. Il dolore al petto e alle ossa è quasi completamente scomparso e la sua capacità di svolgere le attività quotidiane è migliorata considerevolmente. Gli esami di imaging hanno mostrato che il tumore polmonare di quasi 4 cm si era ridotto a circa 1,5 cm. Gli esami non hanno più evidenziato metastasi cerebrali, che si erano ridotte di dimensioni, e anche le lesioni in entrambe le ghiandole surrenali si sono ridotte.
La paziente sta rispondendo molto bene al trattamento, senza effetti collaterali significativi, e sta proseguendo la terapia secondo il protocollo prescritto.
L'immunoterapia si sta affermando come uno dei progressi più importanti nel trattamento del cancro al polmone. Oltre ai farmaci immunoterapici utilizzati da molti anni, l'approvazione in Vietnam di diversi farmaci contenenti il principio attivo Pembrolizumab ha ulteriormente ampliato le opzioni terapeutiche per i pazienti.
Tuttavia, non tutti i pazienti affetti da tumore al polmone sono idonei all'immunoterapia. La scelta del metodo di trattamento deve basarsi su numerosi fattori, come lo stadio della malattia, lo stato di salute generale, le caratteristiche biologiche molecolari, i livelli di PD-L1 e le comorbidità. Pertanto, è necessario che i pazienti vengano visitati da uno specialista per determinare la strategia terapeutica più appropriata.
Il farmaco antitumorale russo Pembroria ha ottenuto l'autorizzazione alla commercializzazione in Vietnam dall'Agenzia vietnamita per i farmaci, al costo di circa 18 milioni di VND a fiala, con un dosaggio tipico di 2 fiale per ciclo di trattamento.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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36.7/100
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Criteri Critici
VIDEO | Cura del tumore al pancreas, dopo 30 anni una svolta storica TgVerona
Dopo trent'anni di ricerca anni arriva la svolta tanto attesa nella cura del tumore al pancreas: il farmaco che raddoppia la sopravvivenza dei pazienti (sperimentato in soli quattro centri italiani, tra cui lo IOV di Padova). Alla presentazione, a Chicago, anche il direttore dell’Istituto del Pancreas di Verona, ospite della nostra diretta speciale VENETO ORE 12, condotto da Laura Peloso. Il servizio Tg di Virginia Vinco.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Un farmaco russo contro il cancro contribuisce a ridurre le dimensioni dei tumori polmonari da quasi 4 cm a 1,5 cm. Vietnam.vn
Un uomo di 71 anni è stato ricoverato in ospedale per dolore toracico persistente, tosse persistente e dolore osseo. Gli esami e i test hanno rivelato che era affetto da adenocarcinoma polmonare in stadio IV, con metastasi multiple al cervello, alle ossa e a entrambe le ghiandole surrenali.
Il 9 giugno, l'ospedale oncologico Nghe An ha segnalato il caso di un paziente affetto da tumore al polmone in stadio avanzato che ha risposto positivamente a un trattamento con il farmaco immunoterapico Pembroria.
Dopo due cicli di trattamento, le condizioni del paziente sono migliorate significativamente. I sintomi di dolore al petto e alle ossa sono quasi completamente scomparsi.
Secondo i medici, Pembroria è un farmaco contenente il principio attivo Pembrolizumab, che appartiene al gruppo di farmaci inibitori del checkpoint immunitario PD-1. Il farmaco aiuta il sistema immunitario a riconoscere e distruggere le cellule tumorali in modo più efficace.
Dopo un consulto multidisciplinare, i medici hanno deciso di trattare il paziente con una terapia combinata a base dell'immunosoppressore Pembrolizumab (Pembroria) e del farmaco chemioterapico Pemetrexed-Carboplatino.
Molti alimenti hanno un valore nutrizionale superiore ad altri e, di conseguenza, vengono etichettati come "sconsigliati" quando si cerca di perdere peso, tra cui alcune verdure.
Un paziente di 68 anni è stato ricoverato in condizioni critiche dopo aver creduto in un metodo di auto-trattamento per il cancro basato sul digiuno e sull'assunzione di acqua alcalina. I medici hanno messo in guardia dal rischio di squilibrio elettrolitico e malnutrizione. È fondamentale attenersi ai protocolli di trattamento scientificamente provati.
I risultati della valutazione hanno mostrato che il tumore polmonare si era ridotto da quasi 4 cm a circa 1,5 cm. Le metastasi cerebrali si erano ridotte significativamente di dimensioni, mentre le lesioni in entrambe le ghiandole surrenali non erano più visibili nelle immagini diagnostiche.
Il tumore polmonare si è ridotto da quasi 4 cm a circa 1,5 cm dopo 2 cicli di trattamento. Foto: fornita dall'ospedale.
Attualmente, la paziente sta rispondendo molto bene al trattamento, senza effetti collaterali significativi, e continua ad essere monitorata e curata secondo il protocollo prescritto.
Secondo i medici, il cancro ai polmoni è uno dei tumori più comuni e presenta un alto tasso di mortalità. I recenti progressi nell'immunoterapia hanno aperto nuove opportunità per molti pazienti in fase avanzata.
Il farmaco immunoterapico Pembroria è stato introdotto in diversi importanti centri oncologici in Russia. Foto: BIOCAD
L'approvazione della distribuzione di Pembroria in Vietnam contribuisce ad ampliare le opzioni terapeutiche per i pazienti. Tuttavia, i medici sottolineano che non tutti i casi di tumore al polmone sono adatti all'immunoterapia.
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Criteri Critici
Invecchiamento: somministrata per la prima volta terapia che ringiovanisce le cellule Il Sole 24 ORE
Come funziona
La terapia utilizza un virus modificato - un vettore Aav, comunemente impiegato nelle terapie geniche - per consegnare le istruzioni genetiche per la produzione delle tre proteine direttamente nelle cellule gangliari della retina, quelle i cui prolungamenti formano il nervo ottico. Il virus è stato ingegnerizzato per non poter causare malattie infettive. Una volta iniettato, i geni restano silenti finché il paziente non assume doxiciclina per via orale per 56 giorni, che funge da “interruttore” per attivarli. Se il farmaco viene sospeso, i geni si spengono. Un sistema di controllo pensato proprio per minimizzare i rischi.
La scelta di escludere il quarto fattore di Yamanaka, c-Myc - associato alla crescita cellulare incontrollata - è intenzionale: serve a ridurre il rischio di tumori che ha storicamente frenato questo filone di ricerca.
Cosa si testa e perché l’occhio
Lo studio di Fase 1 valuterà la sicurezza e la tollerabilità di una singola dose di ER-100 in adulti con glaucoma ad angolo aperto e con Naion (Neuropatia ottica ischemica anteriore non arteritica), una condizione più rara e acuta che causa anch’essa danni al nervo ottico. Fino a 12 partecipanti verranno trattati con due livelli di dosaggio diversi e seguiti per 5 anni. L’obiettivo primario non è, almeno per ora, ringiovanire l’intero organismo, ma dimostrare che l’approccio è sicuro e che i neuroni del nervo ottico - che normalmente non si rigenerano negli adulti - possano essere indotti a farlo. L’occhio è stato scelto anche per ragioni strategiche di sicurezza: eventuali effetti indesiderati resterebbero localizzati, senza conseguenze sistemiche potenzialmente letali.
Le cautele degli esperti
Nonostante l’entusiasmo, la comunità scientifica invita alla prudenza. «La riprogrammazione ha un grande potenziale se può essere utilizzata in modo sicuro nelle persone -, afferma Matt Kaeberlein, cofondatore di Optispan, società di medicina preventiva focalizzata sulla longevità con sede a Seattle -. Ma la tecnologia è ancora molto precoce e il rischio di effetti collaterali catastrofici è alto».
Di fatto, questo primo meccanismo, se sarà confermato sicuro, potrebbe riscrivere il modo in cui la medicina affronta l’invecchiamento.
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Tumore al colon: scoperto come rendere la chemio di nuovo efficace The Wom Healthy
Quando una terapia smette di funzionare, per chi affronta un tumore il problema non è solo tecnico: significa meno opzioni, più incertezza, più timore che la malattia riprenda terreno. Per questo gli studi che cercano di capire come le cellule tumorali diventino resistenti ai farmaci sono importanti anche per il pubblico generale. In questo caso i ricercatori si sono concentrati sul tumore del colon-retto e su un chemioterapico molto usato, cercando un modo per rendere di nuovo sensibili le cellule che avevano imparato a “sfuggirgli”.
Che cosa ha studiato il lavoro
Il punto di partenza è la resistenza al 5-fluorouracile, un farmaco impiegato da tempo nel tumore colorettale. Lo studio ha cercato di capire quali meccanismi biologici permettano ad alcune cellule tumorali di sopravvivere nonostante il trattamento.
I ricercatori hanno lavorato su più livelli: cellule rese resistenti in laboratorio, modelli animali e organoidi, cioè piccoli “mini-tumori” coltivati a partire da tessuti umani. Hanno anche confrontato dati di pazienti trattati con questo farmaco. L’attenzione si è concentrata su EHMT2, una proteina che regola l’attività dei geni attraverso modifiche epigenetiche, cioè cambiamenti che influenzano quali geni vengono accesi o spenti senza alterare il DNA.
Che cosa è emerso
Nelle cellule resistenti EHMT2 risultava più abbondante. Lo stesso andamento compariva nei dati dei pazienti che avevano risposto peggio al trattamento, con un’associazione anche a una sopravvivenza più bassa. Questo non dimostra da solo un rapporto di causa-effetto, ma è un indizio coerente.
Quando i ricercatori hanno ridotto o bloccato EHMT2, le cellule resistenti hanno mostrato un comportamento diverso: si sono fermate nel ciclo cellulare e sono andate più facilmente incontro ad apoptosi, cioè morte cellulare programmata. In pratica, hanno perso parte della loro capacità di continuare a proliferare nonostante la chemioterapia.
Il lavoro suggerisce che EHMT2 agisca spegnendo un altro gene, PPM1B, coinvolto nel controllo della crescita e della sopravvivenza cellulare. Riattivare questo circuito avrebbe reso le cellule più vulnerabili al farmaco.
Perché può interessarti
Per una persona comune il messaggio non è “è stata trovata una nuova cura”, ma qualcosa di più realistico: si sta cercando di prolungare l’efficacia di terapie già esistenti. Questo approccio è rilevante perché, in oncologia, riuscire a recuperare la risposta a un farmaco noto può essere molto utile quanto svilupparne uno completamente nuovo.
Nei topi con tumori resistenti, il solo 5-fluorouracile funzionava poco, mentre il blocco di EHMT2 riduceva la crescita tumorale. La combinazione dei due trattamenti ha dato risultati ancora migliori. Segnali simili sono stati osservati anche negli organoidi derivati da pazienti, un modello più vicino alla realtà clinica rispetto alle sole colture cellulari.
Che cosa possiamo e non possiamo concludere
I risultati sono promettenti, ma restano preliminari dal punto di vista clinico. Non siamo davanti a una prova che questo approccio funzioni già nelle persone nella pratica quotidiana. Lo studio include dati umani, ma l’effetto terapeutico è stato testato soprattutto in laboratorio e negli animali.
C’è anche un altro punto importante: il composto usato per bloccare EHMT2 in questo studio non equivale automaticamente a un trattamento pronto per l’uso clinico. Servono studi ulteriori per capire sicurezza, dosi, benefici reali e quali pazienti potrebbero trarne vantaggio.
Il dato più utile da portare a casa è questo: la resistenza ai farmaci non è sempre un muro definitivo. A volte dipende da meccanismi biologici specifici e potenzialmente aggirabili. Ma tra una scoperta sperimentale e una cura disponibile c’è ancora una distanza significativa, che solo studi clinici ben condotti possono colmare.
Fonte scientifica
Paper originale: Targeting EHMT2 overcomes 5-fluorouracil resistance in colorectal cancer by modulating cell cycle and apoptosis
Rivista: Signal Transduction and Targeted Therapy
DOI: 10.1038/s41392-026-02692-7
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Criteri Critici
Terapia genica: ottimizzare i vettori virali per la malattia di Huntington Osservatorio Terapie Avanzate
Terapia genica
Terapia genica: ottimizzare i vettori virali per la malattia di Huntington
All’ultima edizione dell’ASGCT, la genetista Beverly Davidson ha presentato i suoi studi e discusso strategie per ideare terapie efficaci che mirano al cervello
Inserire, produrre, riparare. Volendo riassumere al massimo il funzionamento di una terapia genica si può parafrasare la celebre locuzione di Giulio Cesare per indicare un successo rapido e inconfutabile. Nella realtà però le terapie avanzate sono tutt’altro che semplici e non si liquidano in tre parole (quattro se volessimo aggiungere la “cura” come risultato finale dell’operazione); molto spesso, infatti, la più evidente criticità associata al funzionamento di questi trattamenti risiede proprio nel primo passaggio, cioè l’inserimento del gene terapeutico tramite un vettore specifico. Lo ha ricordato la genetista Beverly Davidson in un intervento durante il Meeting Annuale dell’American Society of Gene and Cell Therapy (ASGCT), che si è tenuto a Boston lo scorso maggio, adducendo come esempio la ricerca sulla malattia di Huntington.
HUNTINGTON: UNA MALATTIA POCO NOTA E SENZA CURE RISOLUTIVE
Genetista di fama mondiale e direttrice del Raymond G. Perelman Center for Cellular and Molecular Therapeutics presso il Children’s Hospital di Filadelfia, Davidson ha svolto gran parte delle proprie ricerche nel campo delle patologie neurodegenerative, divenendo un’indiscussa autorità sulla malattia di Huntington, patologia ereditaria del sistema nervoso per la quale non è ancora disponibile un trattamento risolutivo. A causa dei terribili sintomi cognitivi, psichiatrici e fisici (in passato veniva chiamata còrea in conseguenza dei movimenti involontari e della disartria di cui sono spesso vittime i malati), la Huntington è stata da sempre permeata da un forte stigma sociale, costringendo chi ne soffriva all’isolamento e alla vergogna per un destino non modificabile.
Per fortuna - e grazie all’impegno di alcune figure pubbliche rilevanti - nel tempo tale atteggiamento è stato combattuto e ridimensionato ma, ancora oggi, la consapevolezza del grande pubblico di cosa sia questa malattia è assai ridotta; soprattutto nel confronto con altre patologie neurodegenerative, quali l’Alzheimer o la SLA. Ciò non agevola l’ottenimento di fondi per la ricerca scientifica. Insieme alla rarità e al profilo molecolare della malattia, questo quadro dà ragione del motivo per cui sia tanto difficile mettere a punto una terapia valida.
La mutazione che causa la malattia di Huntington consiste nell’espansione della tripletta CAG (Citosina-Adenina-Guanina) all’interno della sequenza del gene HTT, che codifica per la proteina huntingtina: maggiore è il numero di triplette, più precoce sarà la prima manifestazione dei sintomi. La scoperta della mutazione della malattia di Huntington ha una storia straordinaria che risale al lavoro di Nancy Wexler, la quale all’inizio degli anni Novanta pubblicò il lavoro in cui si identificava per la prima volta il gene responsabile della malattia. Da allora sono trascorsi più di trent’anni senza che siano state elaborate terapie efficaci: numerosi fallimenti si sono succeduti nel tempo ma oggi la comunità di ricercatori, clinici e pazienti ripone concrete speranze nelle terapie avanzate. Alcuni mesi fa a suscitare entusiasmo furono i risultati di uno studio clinico di Fase I/II con un trattamento sperimentale a base di un microRNA (AMT-130) che lega in maniera specifica l’RNA messaggero codificante per l’huntingtina, riducendo così la produzione della proteina tossica.
VIRUS ADENO-ASSOCIATI (AAV): IL CUORE PULSANTE DI UNA TERAPIA GENICA
Il “veicolo” di trasporto del microRNA dentro le cellule è un virus adeno-associato di tipo 5 (AAV5), uno fra quelli a cui ha dedicato il proprio impegno Beverly Davidson. Nel corso della sua carriera, infatti, la genetista statunitense ha perseguito il miglioramento dei virus adeno-associati da utilizzare nella realizzazione di terapie geniche per le patologie del sistema nervoso centrale, guardando in modo particolare alla selezione dei carichi più adatti (alcuni geni, ad esempio, sono troppo lunghi e richiedono vettori con maggior capienza) in relazione ai più appropriati schemi di somministrazione. Un lungo percorso che, a partire dai modelli in vitro, l’ha portata a perfezionare gli esperimenti nei modelli animali con l’obiettivo di tagliare presto il traguardo della sperimentazione sui pazienti affetti dalla malattia.
In una specifica sessione dell’ASGCT, durante cui ha ricevuto un riconoscimento per la lunga carriera in questo settore, Davidson ha affermato che tra i principali ostacoli connessi alle malattie genetiche del cervello, figurano soprattutto la scalabilità e la scarsa efficienza dei trattamenti, ricordando come negli ultimi venticinque anni gli scienziati abbiano esplorato vettori alternativi all’AAV2 attraverso cui raggiungere le cellule neuronali. La somministrazione endovenosa non sembrava, infatti, essere la via ottimale per raggiungere le cellule del cervello interessate dalla patologia - che risiedono nel nucleo caudato e nel putamen - e questo ha avuto enormi conseguenze sulle capacità di produzione su larga scala dei vettori.
In un articolo pubblicato lo scorso anno su Nature Communications, Davidson e il suo team hanno descritto le potenzialità di un nuovo vettore virale - AAV-DB-3 - in grado di raggiungere il putamen e i nuclei caudati senza dispersione in altri organi. Altri sierotipi virali (fra cui AAV9 e AAVrh10) iniettabili per via endovenosa riescono a superare la barriera emato-encefalica, ma con una minor efficenza nei confronti della loro destinazione finale e mantenendo una carica virale in grado di indurre risposte immunitarie e provocare tossicità epatica. Sono state anche testate delle varianti per via intraparenchimale, più efficienti nel raggiungere il bersaglio giusto, ma col problema che richiedono multiple somministrazioni per conseguire l’effetto voluto. Nelle malattie come la Huntington la precisione con cui centrare il bersaglio rimane un aspetto cruciale.
Nel corso degli anni, Davidson ha personalizzato i vettori AAV da infondere nel cervello, in maniera tale da consentire un targeting mirato, facendo ricorso ad approcci di apprendimento automatico per più fini miglioramenti del capside virale. Così, dopo aver generato enormi librerie composte da decine di milioni di capsidi innovativi, il gruppo di Filadelfia si è focalizzato sui più promettenti e, al termine di un serrato processo di screening e di valutazioni su modelli animali, ha selezionato il sierotipo AAV-DB-3. “L’AAV-DB-3 si è davvero distinto per la sua capacità di trasdurre i neuroni corticali degli strati profondi, importanti nella malattia di Huntington”, spiega Davidson. Inoltre, i risultati pubblicati sono stati ottenuti con dosi relativamente basse e hanno richiesto una sola infusione per emisfero, superando le prestazioni dell’AAV5, ampiamente utilizzato in vari protocolli.
MSH3 E L’INSTABILIT À GENOMICA
E non finisce qui. Infatti, le ricerche di Beverly Davidson si sono estese anche alle modalità di espansione della tripletta CAG, guardando al ruolo del gene MSH3 che codifica per una proteina chiave, coinvolta nei sistemi di riparazione del DNA (MMR). Da alcuni anni è noto che nella malattia di Huntington MSH3 favorisce le espansioni di CAG perciò, insieme a Paul Ranum, Davidson ha dimostrato l’impatto della riduzione dei livelli di MSH3 sull’instabilità somatica tipica della malattia. La ricerca è stata pubblicata in pre-print a gennaio su bioRxiv: dimostra che nei modelli animali la riduzione di MSH3 abbassa l’instabilità somatica e ritarda l’insorgenza dei sintomi della malattia. Latus Bio - l’azienda biotech fondata da Ranum e Davidson che poche settimane fa ha annunciato di aver raccolto 97 milioni di dollari di finanziamenti destinati alla ricerca scientifica - spera di presentare la domanda di autorizzazione per LTS-201, un nuovo farmaco sperimentale per la malattia di Huntington prima della fine dell’anno in corso, aggiungendosi ad altre due aziende biotecnologiche già orientate nel prendere di mira il gene MSH3 (seppur con approcci diversi).
Tutto ciò conferma come la ricerca sulla malattia di Huntington continui a spaziare dalla messa a punto di innovative terapie geniche, all’impiego di tecniche di editing genetico, considerando persino i punti più remoti e sconosciuti del genoma, in quelle regioni che compongono il cosiddetto “junk DNA” (DNA spazzatura, che poi in realtà, come raccontato da Osservatorio Terapie Avanzate, spazzatura non è).
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Sindrome di von Hippel-Lindau: arriva belzutifan, prima terapia mirata alla mutazione responsabile della malattia pharmastar.it
L’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha approvato la rimborsabilità di belzutifan per il trattamento di pazienti adulti affetti dalla malattia di von Hippel-Lindau (VHL) che hanno sviluppato carcinoma a cellule renali (RCC) localizzato, emangioblastomi del sistema nervoso centrale (SNC) o tumori neuroendocrini del pancreas e per i quali le procedure locali non sono adeguate.
La decisione di Aifa segue l’approvazione della Commissione Europea avvenuta in seguito ai risultati dello studio di Fase 2 LITESPARK-004. Nello studio LITESPARK-004, belzutifan ha continuato a dimostrare benefici clinici dopo un follow-up mediano di circa 50 mesi, con un tasso di risposta obiettiva (ORR) del 67% nei pazienti con carcinoma renale associato a VHL. Inoltre, lo studio ha evidenziato risposte durature sia nei tumori neuroendocrini del pancreas che negli emangioblastomi del SNC, riducendo o ritardando la necessità di ricorrere a interventi chirurgici ripetuti. Belzutifan è una molecola first in class appartenente alla famiglia degli inibitori del fattore 2α inducibile dall’ipossia (HIF-2α) ed è la prima e unica opzione di trattamento sistemico approvata per questi pazienti.
La VHL è una malattia genetica rara e multisistemica che predispone allo sviluppo di tumori, sia benigni che maligni, in diversi organi del corpo. Nel corso della loro vita, circa il 70% dei pazienti sviluppa carcinomi renali a cellule chiare, il 60-80% emangioblastomi del SNC e circa il 5-10% tumori neuroendocrini pancreatici. La prevalenza è di 1/53.000 casi e l'incidenza annuale alla nascita è di 1/36.000. Colpisce uomini e donne in modo equivalente ed esordisce solitamente tra la seconda e la quarta decade di vita (l'età media alla diagnosi è 26 anni), sebbene i primi segni possano talvolta apparire già nell'infanzia.
Fino a oggi, la gestione clinica si è basata prevalentemente sulla sorveglianza attiva seguita da procedure locali. Questo approccio espone i pazienti alla necessità di sottoporsi a diversi interventi chirurgici nel corso della vita, con possibili disabilità quali la riduzione o perdita della vista, la compromissione motoria o neurologica e l'insufficienza renale, riducendo la qualità di vita.
«Quello a cui assistiamo oggi rappresenta un cambiamento rilevante nella gestione clinica delle persone con malattia di von Hippel-Lindau (VHL), una patologia ereditaria rara associata allo sviluppo di neoplasie benigne e maligne in differenti distretti anatomici, in particolare a carico di rene, pancreas e SNC. La VHL è una patologia complessa caratterizzata da elevata eterogeneità clinica e da un decorso cronico che richiede sorveglianza continuativa, valutazioni specialistiche integrate e, frequentemente, interventi chirurgici ripetuti nel tempo. In questo contesto, belzutifan rappresenta un avanzamento significativo, introducendo un nuovo paradigma terapeutico nella gestione della malattia di VHL nelle sue diverse manifestazioni cliniche. Si tratta infatti della prima e unica terapia sistemica target rimborsata in Italia per i pazienti con VHL che necessitino di trattamento per carcinoma renale a cellule chiare localizzato, tumori neuroendocrini pancreatici ed emangioblastomi del SNC.» ha dichiarato il Dr. Alfonso Massimiliano Ferrara, Endocrinologo presso UOSD Unità Tumori Ereditari, Istituto Oncologico Veneto (IOV) - IRCCS, Padova.
«La disponibilità di un trattamento mirato, in grado di agire simultaneamente sulle principali manifestazioni della malattia, consente di rispondere a un importante bisogno clinico ancora insoddisfatto, con il potenziale di ridurre la necessità di procedure locali e di interventi chirurgici ripetuti nel corso della storia clinica del paziente, preservando più a lungo la funzionalità d’organo e contribuendo a migliorare la gestione complessiva della patologia oltre che la qualità di vita del paziente. Rimane tuttavia fondamentale un approccio multidisciplinare alla patologia, elemento imprescindibile nella presa in carico dei pazienti con VHL, per definire nel tempo il percorso assistenziale e terapeutico più appropriato sulla base delle caratteristiche cliniche individuali, dell’evoluzione della malattia e del coinvolgimento dei diversi organi interessati. » conclude Ferrara.
L’accesso a belzutifan in regime di rimborsabilità segna un punto di svolta per la gestione della VHL in Italia, offrendo una nuova speranza ai pazienti e alle loro famiglie e rafforzando l’importanza di un approccio multidisciplinare.
«L’approvazione da parte di AIFA della rimborsabilità di belzutifan rappresenta un traguardo di grande rilievo e, per MSD, motivo di autentico orgoglio, perché consente di rendere disponibile anche in Italia la nuova opzione terapeutica per le persone che convivono con la sindrome di von Hippel-Lindau, una patologia ereditaria rara, complessa e multisistemica per la quale, per lungo tempo, sono mancate risposte mirate. In uno scenario in cui la gestione della VHL si è basata prevalentemente sulla sorveglianza clinica e sul ricorso a interventi locali o chirurgici spesso ripetuti, la disponibilità di belzutifan — prima e unica terapia target sistemica rimborsata in Italia per questa sindrome — apre oggi la possibilità di un concreto cambio di paradigma.
La decisione di AIFA segna un passaggio particolarmente significativo, perché permette di offrire finalmente ai pazienti un’innovazione terapeutica in un ambito caratterizzato da elevata complessità clinica e da bisogni rimasti a lungo insoddisfatti. Questo risultato rappresenta inoltre una nuova, importante tappa nella nostra storia nelle malattie rare e in oncologia, aree in cui MSD è impegnata da anni nello sviluppo di soluzioni all’avanguardia. Ed è anche grazie a traguardi come questo che rinnoviamo la nostra volontà di portare innovazione dove ce n’è più bisogno: proprio in quei contesti in cui la rarità rischia di tradursi in minore visibilità, ma dove è fondamentale continuare a fare la differenza, contribuendo in modo concreto a migliorare la vita delle persone», ha affermato Nicoletta Luppi, Presidente e Amministratrice Delegata MSD Italia.
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Dalla Calabria una possibile cura contro il melanoma · Video LaC News24 LaC News24
Impossibile caricare il contenuto. Riprova più tardi. Una scoperta rivoluzionaria nella cura contro il melanoma arriva dal cosentino e ha visto collaborare medici, docenti universitari e anche la BCC Mediocrati.
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Auricolari hi-tech, algoritmi, terapia genica: per chi non sente c’è un futuro tutto da scoprire Avvenire
Tutte le innovazioni in cantiere per migliorare la qualità della vita dei quanti hanno problemi di udito. L’Associazione “Liberi di sentire” mette in campo «forme di assistenza etica e proattiva» per superare il «mero assistenzialismo»
Per chi soffre di problemi dell’udito, riuscire a migliorare la qualità della vita grazie allo sviluppo di nuove tecnologie, disponibili e accessibili in modo capillare, da Nord a Sud, è un obiettivo che si può e si deve raggiungere. Al convegno “Sordità: Ascoltiamo il Futuro” – promosso di recente dall’ Associazione italiana “Liberi di Sentire” all’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri Irccs di Milano – esperti clinici, ricercatori e professionisti italiani e internazionali lo hanno ribadito con esempi pratici e risultati scientifici: il mondo della sordità sta vivendo una fase di profonda evoluzione, in cui ricerca e innovazione tecnologia si intrecciano sempre di più. A cominciare dal modo in cui il cervello delle persone sorde elabora i suoni e come questo processo si traduca nella pratica verbale e linguistica degli oralisti.
«È un campo di studio che continua ad aprire nuove prospettive di ricerca e comprensione – spiega Silvia Vicario, responsabile informatico e ufficio stampa dell’associazione –. Accanto agli aspetti neuroscientifici, cresce anche il ruolo della teleaudiologia, una realtà già presente che consente assistenza da remoto sui dispositivi acustici. Una modalità sempre più diffusa, che permette interventi e supporto a distanza, ma che necessita ancora di un quadro normativo chiaro».
Numerosi poi i progetti innovativi. «Tra questi – continua Vicario – un algoritmo in grado di migliorare e normalizzare la voce delle persone sorde con difficoltà espressive, con l'obiettivo di rendere la comunicazione più accessibile ed efficace. Uno degli ambiti più importanti resta però quello della terapia genica, considerata oggi una delle frontiere più avanzate della ricerca. Le prospettive aperte da questi studi potrebbero cambiare concretamente il futuro delle nuove generazioni. Un futuro che non appare più lontano, ma già iniziato».
Infine, l’innovazione messa in campo dal settore audioprotesico. «Dalle protesi Otc (over the counter) alle nuove classificazioni di mercato, fino all’utilizzo dell'intelligenza artificiale per migliorare la regolazione dei dispositivi acustici, il settore continua a evolversi rapidamente. Tra gli strumenti più innovativi figurano anche i Nuance Audio e i nuovi AirPods Pro 3, utilizzabili come protesi acustiche per sordità lievi o moderate».
L’Associazione italiana “Liberi di Sentire”, promossa e partecipata da giovani sordi riabilitati, come spiegano i promotori, «ha l’obiettivo tra l’altro di difendere e tutelare i diritti delle persone sorde e di contribuire al miglioramento del loro futuro attraverso forme di assistenza etica e proattiva e non attraverso un mero assistenzialismo o sindacalismo, incoraggiando la ricerca e diffondendo cultura e informazione, attraverso anche attività di opinione».
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Tumori del sangue negli anziani: il ruolo del caregiver decisivo per l’aderenza terapeutica e l’efficacia dei percorsi di cura TecnoMedicina
Le nuove terapie stanno cambiando la storia clinica dei tumori del sangue, soprattutto nei pazienti anziani. Linfomi e leucemie, sempre più frequenti con l’invecchiamento della popolazione, possono oggi contare su opzioni innovative come anticorpi bispecifici e terapie orali chemio-free, che migliorano la prognosi offrendo cure più personalizzate, efficaci e meglio tollerate rispetto alla chemioterapia tradizionale. Ma questa trasformazione apre una nuova sfida per il SSN: non basta avere trattamenti più efficaci, serve un’organizzazione capace di accompagnare il paziente nella gestione quotidiana della malattia. È questo il tema al centro del convegno “Tumori del sangue nel paziente anziano: percorsi di cura e ruolo del caregiver”, che si è svolto presso la Sala Zuccari del Senato della Repubblica, su iniziativa del Sen. Guido Quintino Liris, con il contributo non condizionante di AbbVie. Durante l’incontro è stato presentato un policy paper dedicato ai percorsi terapeutici, ai modelli assistenziali e al ruolo del caregiver nelle patologie oncoematologiche dell’anziano. Il paper propone alcune linee di intervento concrete fra cui: formazione e supporto ai caregiver, con percorsi strutturati per rafforzare le competenze nella gestione degli aspetti clinici, sociali ed emotivi della malattia, e un accesso più sistematico al supporto psicologico per pazienti e familiari. Proposto anche l’inserimento formale del caregiver nei PDTA ematologici, attraverso standard minimi che garantiscano un coinvolgimento omogeneo. La terza proposta riguarda il rafforzamento dell’assistenza territoriale e domiciliare, in coerenza con il PNRR, attraverso una maggiore integrazione tra ospedale, distretto, medici di medicina generale, personale infermieristico e reti di supporto.
“L’innovazione terapeutica nei tumori del sangue offre una grande possibilità sia per i pazienti anziani sia per il Servizio Sanitario Nazionale, ma comporta anche una significativa responsabilità organizzativa – dichiara il Sen. Guido Quintino Liris – Dobbiamo sviluppare percorsi che accompagnino il paziente nella vita quotidiana, rafforzando l’integrazione tra ospedale, territorio e domicilio. È prioritario riconoscere, formare e sostenere il caregiver, poiché la sua presenza è spesso determinante per garantire l’accesso alle terapie più innovative”.
L’invecchiamento della popolazione rende linfomi e leucemie una sfida sempre più rilevante per il SSN. In Italia gli over 65 sono quasi 15 milioni e molte neoplasie ematologiche hanno un picco di incidenza nelle fasce di età più avanzate. I linfomi non Hodgkin sono fra i 10 tumori più frequenti nel nostro Paese, colpiscono oltre 160.000 persone e nel 2024 hanno causato quasi 6.000 decessi. I due più frequenti sono il Linfoma Diffuso a Grandi Cellule B, la forma aggressiva più comune con un’età media alla diagnosi di 66 anni e una possibilità di recidiva fino al 40% dei casi e il Linfoma Follicolare, a lungo considerato incurabile, con un’incidenza di 4-5 casi ogni 100.000 abitanti. Anche le leucemie riguardano in larga parte la popolazione anziana: la Leucemia Linfatica Cronica, la forma più diffusa nei paesi occidentali, ha un picco tra i 60 e i 75 anni, mentre la leucemia mieloide acuta, che rappresenta circa l’80% di tutte le leucemie acute negli adulti, ha un’età mediana alla diagnosi di 68 anni. Negli ultimi anni l’oncoematologia ha visto una rapida evoluzione terapeutica. Si stanno affermando opzioni terapeutiche sempre più mirate, come le terapie cellulari CAR-T, gli anticorpi bispecifici e i farmaci target orali, anche in formulazioni chemio-free. In particolare, gli anticorpi bispecifici rappresentano una delle innovazioni più significative nel trattamento di alcuni linfomi, potendo costituire un’alternativa o un complemento alle CAR-T nei pazienti non eleggibili alla terapia cellulare. Nella Leucemia Linfatica Cronica, invece, è di grande importanza la personalizzazione della cura: l’ematologo può scegliere diverse combinazioni terapeutiche, non solo sulla base delle caratteristiche biologiche e cliniche della malattia ma anche delle necessità/preferenze dei pazienti. Queste innovazioni stanno modificando profondamente i percorsi di cura: molte terapie vengono oggi gestite in day hospital, day service, outpatient o al domicilio, riducendo il ricorso al ricovero ordinario. Una prospettiva positiva per qualità di vita dei pazienti e sostenibilità del sistema, che richiede modelli assistenziali più integrati e meno ospedale-centrici.
“Oggi possiamo offrire possibilità di trattamento che fino a poco tempo fa erano impensabili per pazienti anziani o fragili, che in passato venivano spesso accompagnati soprattutto con terapie di supporto – sottolinea il Prof. Massimo Breccia, Professore Associato di Ematologia, Università ‘La Sapienza’ di Roma – ma l’innovazione diventa beneficio reale solo se il paziente è inserito in un percorso sostenibile. Accessi frequenti al centro, corretta assunzione dei farmaci, monitoraggio degli effetti collaterali e comunicazione tempestiva con i clinici richiedono spesso il coinvolgimento attivo di un caregiver. Senza questo supporto, anche la terapia più avanzata può risultare difficilmente praticabile”.
In questo contesto, il caregiver costituisce una componente operativa della cura: non si limita ad accompagnare il paziente alle visite in ospedale, ma contribuisce alla gestione delle terapie orali, all’aderenza terapeutica, al monitoraggio dei sintomi, alla comunicazione con i clinici, all’organizzazione degli accessi, dei controlli e dell’assistenza domiciliare. In Italia oltre 7 milioni di persone assistono regolarmente un familiare non autosufficiente senza compenso, dedicando in media più di 20 ore settimanali. Il carico è particolarmente rilevante nei percorsi oncoematologici: circa l’80% dei caregiver di questi pazienti segnala un carico psicologico elevato, il 50% manifesta sintomi depressivi significativi e solo il 14% cerca supporto da un professionista sanitario.
“L’assenza di un adeguato supporto del caregiver può compromettere l’appropriatezza della scelta terapeutica, favorendo il ricorso a soluzioni meno innovative e potenzialmente meno efficaci, con un conseguente aggravio di costi per il SSN legato a una gestione non ottimale del paziente – sottolinea il Prof. Roberto Marasca, Professore Associato di Ematologia, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia – questo non è solo un problema clinico, ma anche organizzativo ed economico: una presa in carico non ottimale può generare complicanze, accessi non programmati, ricoveri prolungati e quindi maggiori costi per il SSN”.
Nel corso dei lavori per la redazione del Policy Paper e durante l’evento, particolare attenzione è stata dedicata al punto di vista dei pazienti e dei caregiver, grazie alla partecipazione di Giuseppe Gioffrè, Presidente della Sezione Udine-Gorizia e componente del CdA dell’Associazione Italiana contro Leucemie, linfomi e mieloma e di Davide Petruzzelli, Presidente Associazione La Lampada di Aladino ETS, che quotidianamente affrontano le complessità del percorso di cura. Il confronto ha inoltre evidenziato la necessità di rafforzare l’equità di accesso ai percorsi diagnostico-terapeutici e assistenziali su tutto il territorio nazionale, promuovendo modelli di presa in carico sempre più integrati e vicini ai bisogni delle persone.
“Nei percorsi oncoematologici più moderni il paziente e il caregiver non possono essere lasciati a una gestione informale, affidata solo alla buona volontà dei singoli professionisti o della famiglia – spiega Annalisa Arcari, Dirigente medico UOC Ematologia e Centro trapianti, Azienda Usl di Piacenza – una figura chiave in questo contesto può diventare il case manager infermieristico per garantire educazione terapeutica, continuità assistenziale, monitoraggio dei sintomi e raccordo operativo tra centro ematologico, territorio e domicilio. È una funzione indispensabile soprattutto quando le cure si spostano fuori dall’ospedale e richiedono attenzione quotidiana, tempestività e capacità di orientarsi tra servizi diversi”.
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Lo screening del colon-retto anche in farmacia quinewsarezzo.it
AttualitàMartedì09 Giugno 2026ore 18:05 La nuova modalità dello screening per il tumore del colon-retto arriva nel territorio dell'Asl Toscana sud est. Ecco come funziona PROVINCE DI AREZZO, GROSSETO E SIENA —Da domani, mercoledì 10 Giugno, una nuova modalità dello screening per il tumore del colon-retto arriva nel territorio dell'Asl Toscana sud est. I cittadini residenti nelle province di Arezzo, Grosseto e Siena potranno infatti ritirare e riconsegnare il kit per il test del sangue occulto direttamente nella rete delle farmacie pubbliche e private aderenti.Questo nuovo servizio nasce dal protocollo d'intesa regionale, siglato con la necessità di rendere la prevenzione un gesto semplice e accessibile a tutti, eliminando i disagi legati al numero limitato di sedi aziendali e agli orari di consegna finora disponibili. Grazie alla capillarità e all'ampio orario di apertura delle farmacie di prossimità, l'obiettivo è aumentare sensibilmente la percentuale di adesione a uno screening fondamentale per la salute.Come funziona:tre passi per salvare una vitaIl programma è rivolto a tutta la popolazione (uomini e donne) di età compresa tra i 50 e i 69 anni. Il percorso si articola in tre semplici passaggi, completamente gratuiti: 1. L'invito a casa: I cittadini riceveranno per posta una lettera di invito inviata dall'Azienda sanitaria in collaborazione con Ispro. All'interno della lettera sarà presente un QR Code che rimanda al sito di Regione Toscana per consultare l'elenco aggiornato delle farmacie aderenti. 2. Il ritiro del kit: Presentando la lettera e il proprio codice fiscale in una delle farmacie aderenti, sarà possibile ritirare gratuitamente la provetta per il test. Il farmacista si occuperà di fornire il materiale e tutte le istruzioni necessarie. 3. Il test a casa e la riconsegna: Il test consiste nella raccolta a domicilio di un piccolo campione di feci. Una volta eseguito, il campione andrà riconsegnato in farmacia esclusivamente nei giorni dal lunedì al giovedì. È possibile riconsegnare il test anche in una farmacia diversa da quella del ritiro.Il test per la ricerca del sangue occulto fecale viene proposto ogni due anni ed è uno degli strumenti di sanità pubblica più efficaci per intercettare la malattia nelle prime fasi, o per individuare e rimuovere i polipi intestinali prima che si trasformino in un tumore. Nel caso in cui il test dovesse risultare positivo (evento che si verifica in circa il 5% dei casi), il sistema sanitario contatterà direttamente il cittadino per programmare, sempre gratuitamente, una colonscopia di approfondimento.I cittadini che riceveranno la lettera di invito potranno trovare le istruzioni, l'illustrazione del materiale e l'elenco delle farmacie aderenti direttamente sul sito web dell'Asl. I cittadini residenti nelle province di Arezzo, Grosseto e Siena potranno infatti ritirare e riconsegnare il kit per il test del sangue occulto direttamente nella rete delle farmacie pubbliche e private aderenti.Questo nuovo servizio nasce dal protocollo d'intesa regionale, siglato con la necessità di rendere la prevenzione un gesto semplice e accessibile a tutti, eliminando i disagi legati al numero limitato di sedi aziendali e agli orari di consegna finora disponibili. Grazie alla capillarità e all'ampio orario di apertura delle farmacie di prossimità, l'obiettivo è aumentare sensibilmente la percentuale di adesione a uno screening fondamentale per la salute.Come funziona:tre passi per salvare una vitaIl programma è rivolto a tutta la popolazione (uomini e donne) di età compresa tra i 50 e i 69 anni. Il percorso si articola in tre semplici passaggi, completamente gratuiti: 1. L'invito a casa: I cittadini riceveranno per posta una lettera di invito inviata dall'Azienda sanitaria in collaborazione con Ispro. All'interno della lettera sarà presente un QR Code che rimanda al sito di Regione Toscana per consultare l'elenco aggiornato delle farmacie aderenti. 2. Il ritiro del kit: Presentando la lettera e il proprio codice fiscale in una delle farmacie aderenti, sarà possibile ritirare gratuitamente la provetta per il test. Il farmacista si occuperà di fornire il materiale e tutte le istruzioni necessarie. 3. Il test a casa e la riconsegna: Il test consiste nella raccolta a domicilio di un piccolo campione di feci. Una volta eseguito, il campione andrà riconsegnato in farmacia esclusivamente nei giorni dal lunedì al giovedì. È possibile riconsegnare il test anche in una farmacia diversa da quella del ritiro.Il test per la ricerca del sangue occulto fecale viene proposto ogni due anni ed è uno degli strumenti di sanità pubblica più efficaci per intercettare la malattia nelle prime fasi, o per individuare e rimuovere i polipi intestinali prima che si trasformino in un tumore. Nel caso in cui il test dovesse risultare positivo (evento che si verifica in circa il 5% dei casi), il sistema sanitario contatterà direttamente il cittadino per programmare, sempre gratuitamente, una colonscopia di approfondimento.I cittadini che riceveranno la lettera di invito potranno trovare le istruzioni, l'illustrazione del materiale e l'elenco delle farmacie aderenti direttamente sul sito web dell'Asl. Questo nuovo servizio nasce dal protocollo d'intesa regionale, siglato con la necessità di rendere la prevenzione un gesto semplice e accessibile a tutti, eliminando i disagi legati al numero limitato di sedi aziendali e agli orari di consegna finora disponibili. Grazie alla capillarità e all'ampio orario di apertura delle farmacie di prossimità, l'obiettivo è aumentare sensibilmente la percentuale di adesione a uno screening fondamentale per la salute.Come funziona:tre passi per salvare una vitaIl programma è rivolto a tutta la popolazione (uomini e donne) di età compresa tra i 50 e i 69 anni. Il percorso si articola in tre semplici passaggi, completamente gratuiti: 1. L'invito a casa: I cittadini riceveranno per posta una lettera di invito inviata dall'Azienda sanitaria in collaborazione con Ispro. All'interno della lettera sarà presente un QR Code che rimanda al sito di Regione Toscana per consultare l'elenco aggiornato delle farmacie aderenti. 2. Il ritiro del kit: Presentando la lettera e il proprio codice fiscale in una delle farmacie aderenti, sarà possibile ritirare gratuitamente la provetta per il test. Il farmacista si occuperà di fornire il materiale e tutte le istruzioni necessarie. 3. Il test a casa e la riconsegna: Il test consiste nella raccolta a domicilio di un piccolo campione di feci. Una volta eseguito, il campione andrà riconsegnato in farmacia esclusivamente nei giorni dal lunedì al giovedì. È possibile riconsegnare il test anche in una farmacia diversa da quella del ritiro.Il test per la ricerca del sangue occulto fecale viene proposto ogni due anni ed è uno degli strumenti di sanità pubblica più efficaci per intercettare la malattia nelle prime fasi, o per individuare e rimuovere i polipi intestinali prima che si trasformino in un tumore. Nel caso in cui il test dovesse risultare positivo (evento che si verifica in circa il 5% dei casi), il sistema sanitario contatterà direttamente il cittadino per programmare, sempre gratuitamente, una colonscopia di approfondimento.I cittadini che riceveranno la lettera di invito potranno trovare le istruzioni, l'illustrazione del materiale e l'elenco delle farmacie aderenti direttamente sul sito web dell'Asl. Questo nuovo servizio nasce dal protocollo d'intesa regionale, siglato con la necessità di rendere la prevenzione un gesto semplice e accessibile a tutti, eliminando i disagi legati al numero limitato di sedi aziendali e agli orari di consegna finora disponibili. Grazie alla capillarità e all'ampio orario di apertura delle farmacie di prossimità, l'obiettivo è aumentare sensibilmente la percentuale di adesione a uno screening fondamentale per la salute.Come funziona:tre passi per salvare una vitaIl programma è rivolto a tutta la popolazione (uomini e donne) di età compresa tra i 50 e i 69 anni. Il percorso si articola in tre semplici passaggi, completamente gratuiti: 1. L'invito a casa: I cittadini riceveranno per posta una lettera di invito inviata dall'Azienda sanitaria in collaborazione con Ispro. All'interno della lettera sarà presente un QR Code che rimanda al sito di Regione Toscana per consultare l'elenco aggiornato delle farmacie aderenti. 2. Il ritiro del kit: Presentando la lettera e il proprio codice fiscale in una delle farmacie aderenti, sarà possibile ritirare gratuitamente la provetta per il test. Il farmacista si occuperà di fornire il materiale e tutte le istruzioni necessarie. 3. Il test a casa e la riconsegna: Il test consiste nella raccolta a domicilio di un piccolo campione di feci. Una volta eseguito, il campione andrà riconsegnato in farmacia esclusivamente nei giorni dal lunedì al giovedì. È possibile riconsegnare il test anche in una farmacia diversa da quella del ritiro.Il test per la ricerca del sangue occulto fecale viene proposto ogni due anni ed è uno degli strumenti di sanità pubblica più efficaci per intercettare la malattia nelle prime fasi, o per individuare e rimuovere i polipi intestinali prima che si trasformino in un tumore. Nel caso in cui il test dovesse risultare positivo (evento che si verifica in circa il 5% dei casi), il sistema sanitario contatterà direttamente il cittadino per programmare, sempre gratuitamente, una colonscopia di approfondimento.I cittadini che riceveranno la lettera di invito potranno trovare le istruzioni, l'illustrazione del materiale e l'elenco delle farmacie aderenti direttamente sul sito web dell'Asl. Questo nuovo servizio nasce dal protocollo d'intesa regionale, siglato con la necessità di rendere la prevenzione un gesto semplice e accessibile a tutti, eliminando i disagi legati al numero limitato di sedi aziendali e agli orari di consegna finora disponibili. Grazie alla capillarità e all'ampio orario di apertura delle farmacie di prossimità, l'obiettivo è aumentare sensibilmente la percentuale di adesione a uno screening fondamentale per la salute.Come funziona:tre passi per salvare una vitaIl programma è rivolto a tutta la popolazione (uomini e donne) di età compresa tra i 50 e i 69 anni. Il percorso si articola in tre semplici passaggi, completamente gratuiti: 1. L'invito a casa: I cittadini riceveranno per posta una lettera di invito inviata dall'Azienda sanitaria in collaborazione con Ispro. All'interno della lettera sarà presente un QR Code che rimanda al sito di Regione Toscana per consultare l'elenco aggiornato delle farmacie aderenti. 2. Il ritiro del kit: Presentando la lettera e il proprio codice fiscale in una delle farmacie aderenti, sarà possibile ritirare gratuitamente la provetta per il test. Il farmacista si occuperà di fornire il materiale e tutte le istruzioni necessarie. 3. Il test a casa e la riconsegna: Il test consiste nella raccolta a domicilio di un piccolo campione di feci. Una volta eseguito, il campione andrà riconsegnato in farmacia esclusivamente nei giorni dal lunedì al giovedì. È possibile riconsegnare il test anche in una farmacia diversa da quella del ritiro.Il test per la ricerca del sangue occulto fecale viene proposto ogni due anni ed è uno degli strumenti di sanità pubblica più efficaci per intercettare la malattia nelle prime fasi, o per individuare e rimuovere i polipi intestinali prima che si trasformino in un tumore. Nel caso in cui il test dovesse risultare positivo (evento che si verifica in circa il 5% dei casi), il sistema sanitario contatterà direttamente il cittadino per programmare, sempre gratuitamente, una colonscopia di approfondimento.I cittadini che riceveranno la lettera di invito potranno trovare le istruzioni, l'illustrazione del materiale e l'elenco delle farmacie aderenti direttamente sul sito web dell'Asl. Come funziona:tre passi per salvare una vitaIl programma è rivolto a tutta la popolazione (uomini e donne) di età compresa tra i 50 e i 69 anni. Il percorso si articola in tre semplici passaggi, completamente gratuiti: 1. L'invito a casa: I cittadini riceveranno per posta una lettera di invito inviata dall'Azienda sanitaria in collaborazione con Ispro. All'interno della lettera sarà presente un QR Code che rimanda al sito di Regione Toscana per consultare l'elenco aggiornato delle farmacie aderenti. 2. Il ritiro del kit: Presentando la lettera e il proprio codice fiscale in una delle farmacie aderenti, sarà possibile ritirare gratuitamente la provetta per il test. Il farmacista si occuperà di fornire il materiale e tutte le istruzioni necessarie. 3. Il test a casa e la riconsegna: Il test consiste nella raccolta a domicilio di un piccolo campione di feci. Una volta eseguito, il campione andrà riconsegnato in farmacia esclusivamente nei giorni dal lunedì al giovedì. È possibile riconsegnare il test anche in una farmacia diversa da quella del ritiro.Il test per la ricerca del sangue occulto fecale viene proposto ogni due anni ed è uno degli strumenti di sanità pubblica più efficaci per intercettare la malattia nelle prime fasi, o per individuare e rimuovere i polipi intestinali prima che si trasformino in un tumore. Nel caso in cui il test dovesse risultare positivo (evento che si verifica in circa il 5% dei casi), il sistema sanitario contatterà direttamente il cittadino per programmare, sempre gratuitamente, una colonscopia di approfondimento.I cittadini che riceveranno la lettera di invito potranno trovare le istruzioni, l'illustrazione del materiale e l'elenco delle farmacie aderenti direttamente sul sito web dell'Asl. Come funziona:tre passi per salvare una vitaIl programma è rivolto a tutta la popolazione (uomini e donne) di età compresa tra i 50 e i 69 anni. Il percorso si articola in tre semplici passaggi, completamente gratuiti: 1. L'invito a casa: I cittadini riceveranno per posta una lettera di invito inviata dall'Azienda sanitaria in collaborazione con Ispro. All'interno della lettera sarà presente un QR Code che rimanda al sito di Regione Toscana per consultare l'elenco aggiornato delle farmacie aderenti. 2. Il ritiro del kit: Presentando la lettera e il proprio codice fiscale in una delle farmacie aderenti, sarà possibile ritirare gratuitamente la provetta per il test. Il farmacista si occuperà di fornire il materiale e tutte le istruzioni necessarie. 3. Il test a casa e la riconsegna: Il test consiste nella raccolta a domicilio di un piccolo campione di feci. Una volta eseguito, il campione andrà riconsegnato in farmacia esclusivamente nei giorni dal lunedì al giovedì. È possibile riconsegnare il test anche in una farmacia diversa da quella del ritiro.Il test per la ricerca del sangue occulto fecale viene proposto ogni due anni ed è uno degli strumenti di sanità pubblica più efficaci per intercettare la malattia nelle prime fasi, o per individuare e rimuovere i polipi intestinali prima che si trasformino in un tumore. Nel caso in cui il test dovesse risultare positivo (evento che si verifica in circa il 5% dei casi), il sistema sanitario contatterà direttamente il cittadino per programmare, sempre gratuitamente, una colonscopia di approfondimento.I cittadini che riceveranno la lettera di invito potranno trovare le istruzioni, l'illustrazione del materiale e l'elenco delle farmacie aderenti direttamente sul sito web dell'Asl. Il test per la ricerca del sangue occulto fecale viene proposto ogni due anni ed è uno degli strumenti di sanità pubblica più efficaci per intercettare la malattia nelle prime fasi, o per individuare e rimuovere i polipi intestinali prima che si trasformino in un tumore. Nel caso in cui il test dovesse risultare positivo (evento che si verifica in circa il 5% dei casi), il sistema sanitario contatterà direttamente il cittadino per programmare, sempre gratuitamente, una colonscopia di approfondimento.I cittadini che riceveranno la lettera di invito potranno trovare le istruzioni, l'illustrazione del materiale e l'elenco delle farmacie aderenti direttamente sul sito web dell'Asl. Il test per la ricerca del sangue occulto fecale viene proposto ogni due anni ed è uno degli strumenti di sanità pubblica più efficaci per intercettare la malattia nelle prime fasi, o per individuare e rimuovere i polipi intestinali prima che si trasformino in un tumore. Nel caso in cui il test dovesse risultare positivo (evento che si verifica in circa il 5% dei casi), il sistema sanitario contatterà direttamente il cittadino per programmare, sempre gratuitamente, una colonscopia di approfondimento.I cittadini che riceveranno la lettera di invito potranno trovare le istruzioni, l'illustrazione del materiale e l'elenco delle farmacie aderenti direttamente sul sito web dell'Asl. I cittadini che riceveranno la lettera di invito potranno trovare le istruzioni, l'illustrazione del materiale e l'elenco delle farmacie aderenti direttamente sul sito web dell'Asl. I cittadini che riceveranno la lettera di invito potranno trovare le istruzioni, l'illustrazione del materiale e l'elenco delle farmacie aderenti direttamente sul sito web dell'Asl. Se vuoi leggere le notizie principali della Toscana iscriviti allaNewsletter QUInews - ToscanaMedia.Arriva gratis tutti i giorni alle 20:00 direttamente nella tua casella di posta.Basta cliccareQUI
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
48.1/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Giorni decisivi per il destino della Radioterapia oncologica di Carpi VOCE.IT
Le prese di posizione politiche sono tutte lì, pubbliche e leggibili, essendo state portate Consiglio comunale da Fratelli d'Italia e centro sinistra, e in Assemblea regionale da Fratelli d'Italia. Tant'è che il settimanale diocesano ne ha fatto uso proficuo nel suo ultimo numero, titolando un servizio del direttoreLuigi Lammasul presente e il futuro della Radioterapia di Carpi "A difesa del bunker”. Il fatto è che a livello di Commissione territoriale sociale e sanitaria se ne sta parlando sul serio, in quello che viene definito "tavolo tecnico” sollecitato a Carpi proprio da Pd, Avs e Carpi a Colori. E a rendere ancora più terribilmente seria la questione del destino della Radioterapia di Carpi c'è una precisa scadenza. Si parla qui della fine di giugno, termine entro il quale dovrà essere messo a bando il progetto di fattibilità tecnico economica del futuro Ramazzini che uscirà dal confronto tra la Cmb, risultata vincitrice del concorso per aggiudicarsi il titolo di “promotore del project financing”, e l'Ausl di Modena, ovvero la Regione. E' il motivo per il quale fervono i contatti fra i sindaci dei comuni a capo dei distretti sanitari, le autorità politiche regionali e i vertici delle aziende sanitarie, per chiarire una volta per tutte se nell'ospedale di Carpi prossimo venturo, ci sia o meno la Radioterapia, del tutto assente nelle indicazioni preliminari fornite dall'Ausl Modena per la scelta del promotore del progetto al momento dell'approvazione dell'Accordo operativo con il Comune. Non è ovviamente questione da poco, perché l'alternativa la conoscono tutti: un accorpamento della Radioterapia di Carpi con Policlinico o Baggiovara. Una prospettiva, quest'ultima, che al momento sia l'Assessore regionale alla Sanità,Massimo Fabi, che il Direttore generale dell'Ausl di Modena,Mattia Altini, si sono affrettati a esorcizzare con un ragionamento che suona più o meno così: da qui a dieci anni, quando sarà pronto il nuovo Ramazzini, chissà quali progressi avrà compiuto la tecnologia applicata alla Medicina oncologica. Potrebbe perfino accadere che i pazienti vengano curati standosene nel loro letto in ospedale o a casa propria, per cui è inutile ora pensare a soluzioni troppo rigide che potrebbero rivelarsi obsolete in poco tempo. La riposta, fornita qualche tempo fa, non ha tranquillizzato nessuno, né a livello politico, ma soprattutto a livello tecnico. Perché nel giro di due settimane circa la Cmb dovrà pure sapere dall'Ausl se nel progetto che verrà messo a bando la Radioterapia è prevista o meno, dato, fra l'altro, che gli attuali acceleratori lineari avranno al massimo dieci/quindici anni di vita e occorrerà sapere se verranno sostituiti per Carpi o per gli ospedali modenesi. I progetti di fattibilità sono mica parole: sono architettura, edilizia, dotazioni tecnologiche, risorse finanziarie: cose, insomma sulle quali occorre avere le idee chiare, qui e ora, non nel corso del tempo. Anche perché la Radioterapia di Carpi ha un valore che va ben oltre i 5,5 milioni investiti nel 2011 si può dire dall'intera città, visto che vi concorsero, insieme alle aziende sanitarie modenesi, la Fondazione CR Carpi, il maggior sovventore, e i volontari dell'Amo. Non solo, ma come si legge nella mozione della maggioranza del febbraio scorso, ha svolto in questo quindicennio un lavoro egregio. I trattamenti hanno raggiunto la media di circa 30 al giorno per 251 giorni lavorativi (7mila 530 all’anno). Le patologie trattate sono quelle della mammella, prostata, encefalo, gastrico, palliativi. L’utenza proviene da tutta l’area Nord (Finale Emilia, Mirandola, San Felice, Bomporto, San Prospero, Novi di Modena, Soliera): 10 pazienti dal Mantovano circa all’anno, dalla provincia di Reggio Emilia e anche da Modena per snellire le liste d’attesa. Oltre ai trattamenti, vengono eseguite visite radioterapiche (596 nel 2024 solo prime visite a cui segue una seconda visita) e i controlli di follow up. E il personale si compone di 2 infermieri, 1 oss, 1 amministrativo e di due radiologi part time. Sono cifre che depongono clamorosamente contro ogni tentativo accentratore dettato da logiche di risparmio aziendale, perché qui si parla di pazienti molto particolari, come sottolinea l'ex parlamentarManuela Ghizzoniin una intervista al giornale della Diocesi, per i quali un viaggio potrebbe trasformarsi in un'odissea. Una politica che sorvolasse su dettagli come questo.