Il mercato dei sistemi di somministrazione di terapie cellulari con siringhe preriempite è previsto in espansione fino al 2035, trainato dalla somministrazione decentralizzata di CAR-T - Notizie e Statistiche - IndexBox
📰 IndexBox📅 2026-10-06T16:41:04
CAR-T
Il mercato dei sistemi di somministrazione di terapie cellulari con siringhe preriempite è previsto in espansione fino al 2035, trainato dalla somministrazione decentralizzata di CAR-T - Notizie e Statistiche IndexBox
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Ecco Workon, progetto per reinserimento lavorativo donne in cura per tumore al seno Adnkronos
È stato presentato oggi al Senato della Repubblica Workon, il progetto dedicato al reinserimento lavorativo delle donne in cura per tumore al seno, promosso da Fondazione Poliambulanza e Komen Italia, in collaborazione con il Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro. La conferenza stampa, che si è tenuta nella Sala Caduti di Nassirya di Palazzo Madama su iniziativa dei senatori Francesco Zaffini e Paola Mancini, rispettivamente presidente e componente della 10ma Commissione permanente del Senato, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, della sanità, dell’associazionismo e del mondo del lavoro attorno a un tema che riguarda la continuità della vita personale e professionale dopo una diagnosi oncologica.
Sono intervenuti, oltre ai due senatori: Alba di Leone, presidente Komen Italia; Mario Taccolini, presidente di Fondazione Poliambulanza; Rosario De Luca, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro; Alessandra Huscher, principal Investigator di Workon; Amy Signorini, per Komen Italia. Ha chiuso i lavori il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Marina Calderone. L’incontro ha rappresentato un nuovo passaggio di un percorso già avviato. Difatti Workon era stato portato all’attenzione della Commissione permanente lo scorso luglio, ma solo questa conferenza stampa ha consentito di allargare il confronto, mettendo allo stesso tavolo soggetti con competenze differenti, chiamati ad affrontare un bisogno rilevato nella pratica clinica e nell’esperienza delle pazienti.
Workon nasce dalla constatazione che il ritorno al lavoro, pur rappresentando per molte donne una tappa importante del recupero della quotidianità, è spesso gestito ancora in modo frammentato. La paziente si trova a dover tenere insieme gli effetti delle terapie, i tempi della cura, le caratteristiche della propria mansione, il rapporto con l’azienda e l’accesso alle tutele disponibili. Il progetto si propone, quindi, di superare queste problematiche attraverso un modello che integri evidenze scientifiche e competenze cliniche e giuslavoristiche.
L’obiettivo non è creare una nuova figura sanitaria, bensì quello di costruire competenze specifiche e un raccordo stabile tra professionisti Il primo asse è scientifico. Workon prevede la validazione di uno strumento sviluppato per valutare i fattori che possono favorire o ostacolare un rientro al lavoro sostenibile dopo una diagnosi oncologica. Lo studio multicentrico italiano prevede il coinvolgimento di 380 donne in sei centri oncologici distribuiti tra Nord, Centro e Sud, con Fondazione Poliambulanza - Breast Unit di Brescia come centro coordinatore, oltre al coinvolgimento della rete Komen Italia.
Il secondo asse riguarda il mondo del lavoro. Il progetto prevede un percorso formativo rivolto in primo luogo ai consulenti del lavoro, professionisti centrali nel tessuto delle piccole e medie imprese italiane. La finalità è fornire loro gli strumenti per comprendere gli effetti concreti delle terapie sulla vita professionale per poterli tradurre in tutele, possibilità contrattuali e adattamenti organizzativi all’interno di piani di rientro che siano realistici, personalizzati e soprattutto sostenibili.
La prospettiva è infatti quella di formare la figura del job consultant oncologico, ovvero un consulente del lavoro con una preparazione specifica sulle problematiche oncologiche, capace di dialogare con le Breast Unit e di accompagnare la lavoratrice nel raccordo tra il datore di lavoro e gli altri interlocutori coinvolti, nel rispetto di quanto previsto dalla legge n.106/2025. Il modello sarà oggetto di sperimentazione nell’ambito del progetto, con l’obiettivo di raccogliere evidenze utili a valutarne una possibile diffusione su scala nazionale.
Il confronto al Senato ha messo in evidenza la necessità di collegare ambiti che ancora oggi tendono a procedere separatamente. La Breast Unit può individuare precocemente criticità e bisogni; la rete associativa porta l’esperienza delle donne e favorisce la diffusione territoriale del progetto; i consulenti del lavoro possono tradurre le tutele esistenti in soluzioni concretamente applicabili nelle aziende. Il coinvolgimento delle istituzioni ha permesso di portare questo modello all’interno di un confronto di carattere nazionale.
Gli output attesi comprendono una scala predittiva di rientro al lavoro, utilizzabile in ambito clinico e di ricerca, dati sulle differenze territoriali e contrattuali nel rientro al lavoro e la sperimentazione di un percorso formativo dedicato. Le evidenze raccolte potranno inoltre contribuire al confronto sull’attuazione delle tutele introdotte per i lavoratori con patologie oncologiche e sulle future politiche di riabilitazione lavorativa.
“Siamo orgogliosi di poter mettere la nostra professionalità al servizio di questo progetto, pensato per aiutare le donne che stanno affrontando un percorso di cura a non rinunciare a una parte importante della loro vita: il lavoro. Da sempre i Consulenti del lavoro svolgono un ruolo sociale rilevante e ora con Workon avranno la possibilità di acquisire una formazione specifica anche in questo campo, che consentirà di ampliare ulteriormente le loro competenze e il loro impegno a fianco dei lavoratori più fragili”, dichiara il presidente del Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, Rosario De Luca.
“Komen Italia - afferma Alba Di Leone, presidente di Komen Italia, che conclude - è da sempre accanto alle istituzioni per promuove la prevenzione e la salute nei luoghi di lavoro. Questo impegno si va concretizzando sempre di più attraverso la prevenzione terziaria: aiutare le donne a ridurre il rischio di recidiva e gestire gli effetti collaterali a lungo termine dei trattamenti. Tornare alla propria professione significa, per molte donne che hanno ricevuto una diagnosi di tumore al seno, ritrovare autonomia, relazioni e fiducia nel futuro. Attraverso l'impegno condiviso con le Istituzioni, vogliamo che fra gli effetti collaterali del tumore del seno non ci sia più la rinuncia alla vita lavorativa".
“Workon -sottolinea Mario Taccolini, presidente di Fondazione Poliambulanza - affronta un tema che riguarda direttamente la qualità della cura, perché accompagnare una persona significa guardare non soltanto alla malattia, ma anche alla possibilità di recuperare pienamente la propria vita familiare, sociale e professionale. Il valore del progetto sta nell’avere riunito competenze diverse attorno a un obiettivo concreto".
La rete prevista dal protocollo comprende Fondazione Poliambulanza a Brescia, Ospedale Bellaria di Bologna, Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli Irccs di Roma, Policlinico di Bari, Ospedale Perrino di Brindisi e Presidio Ospedaliero Madonna delle Grazie di Matera. La composizione geografica è stata pensata per raccogliere esperienze differenti per territorio, condizione socioeconomica e tipologia contrattuale, con l’obiettivo di costruire evidenze rappresentative del contesto italiano.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
Tumore al seno, al Policlinico Abano arriva la crioablazione: trattate le prime tre pazienti PadovaOggi
Il Policlinico Abano introduce la crioablazione nella lotta alle neoplasie del seno. Nella struttura sanitaria di Abano Terme, la Senologia, diretta dal dottor Luca Caruso, ha eseguito le prime procedure con una nuova apparecchiatura che consente di raggiungere il nodulo, di congelarlo ed eliminarlo in anestesia locale.
L’impiego di questa nuova tecnica mininvasiva non richiede ricovero né lascia cicatrici evidenti, viene effettuata in anestesia locale con la paziente, che rimane sempre sveglia e cosciente e può tornare a casa autonomamente al termine della procedura.
I vantaggi della mininvasività
«Questa metodica - spiega il dottor Caruso - viene utilizzata per il trattamento di lesioni benigne e, in casi altamente selezionati, di alcuni tumori maligni della mammella altrimenti inoperabili. La crioablazione permette di distruggere il tessuto da trattare attraverso temperature molto basse, con un approccio percutaneo, cioè mediante l’introduzione di un ago attraverso la pelle. La procedura dura circa quindici minuti e viene eseguita in anestesia locale, senza incisioni chirurgiche evidenti né cicatrici visibili, e consente alla paziente di tornare a casa nella stessa giornata. Si tratta di un’opzione particolarmente importante per le pazienti fragili, molto anziane o con importanti patologie concomitanti, per le quali l’anestesia generale o un intervento chirurgico possono comportare maggiori rischi, così come per le pazienti che, dopo un adeguato percorso di valutazione personale, non desiderino sottoporsi alla chirurgia tradizionale».
Tempi rapidi
L’impiego della crioablazione ha tra i suoi punti di forza anche la rapidità del recupero. Nella maggior parte dei casi, le pazienti riprendono le normali attività già dal giorno successivo, senza convalescenza prolungata né dolori post-operatori.
I parametri
«Questa nuova metodica - prosegue Caruso - ridefinisce i confini dei trattamenti mininvasivi in oncologia senologica, ma richiede precisi parametri di eleggibilità clinica che vengono vagliati caso per caso dal Gruppo Oncologico Multidisciplinare: in linea di massima risultano eleggibili per intervento le donne con tumore benigno della mammella accertato con agobiopsia oppure le donne con tumore maligno che abbiano più di 65 anni e una diagnosi di carcinoma mammario unifocale di dimensioni inferiori a 1,5 cm, di basso grado di aggressività istologica (G1 o G2), con espressione dei recettori ormonali positivi (ER+/PR+) e status HER2-negativo. In caso di trattamento per neoplasia maligna, la crioablazione deve sempre essere seguita dalla radioterapia e dalla terapia endocrina post-chirurgica. La corretta stratificazione biologica del tumore consente di standardizzare la procedura e garantisce la radicalità terapeutica senza l’impatto traumatico del bisturi».
La tecnologia del freddo
La crioterapia per il trattamento del tumore al seno prevede l’erogazione di azoto liquido direttamente nel nucleo della lesione attraverso aghi-criosonde micrometrici che genera un freddo estremo, inferiore a 170 °C. Questo repentino shock termico innesca una necrosi coagulativa che distrugge la massa neoplastica dall’interno, preservando l’integrità strutturale del tessuto sano circostante.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
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Criteri Critici
HAi più prevenzione contro il tumore al seno LILT Milano Monza Brianza
Campagna Nastro Rosa 2026: nei nostri ambulatori l’intelligenza artificiale affianca già i medici nella refertazione delle mammografie. Visite gratuite e un mese di appuntamenti dedicati alla prevenzione.
Due lettere racchiudono il messaggio della Campagna Nastro Rosa 2026: AI. L’intelligenza artificiale, già presente nei nostri ambulatori per la refertazione delle mammografie, affianca la competenza dei medici e il valore della diagnosi precoce. Da qui nasce “HAi più prevenzione“, il claim della 34ª edizione, con cui per tutto ottobre riportiamo al centro un tema fondamentale: la prevenzione del tumore al seno.
Hai più prevenzone significa anche questo: più occasioni per fare diagnosi precoce. Nel mese di ottobre, infatti, saremo a Milano e Monza con visite ed esami senologici gratuiti: 9 tappe nelle piazze con lo Spazio LILT Mobile e, il 31 ottobre, l’Open Day negli Spazi LILT selezionati.
Le visite gratuite sono disponibili solo su prenotazione e fino a esaurimento posti disponibili.
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Innovazione e prevenzione
La campagna è partita da Palazzo Marino, con il sindaco Giuseppe Sala. «La sopravvivenza a cinque anni ha raggiunto l’88%, ma in Italia solo una donna su due aderisce allo screening mammografico regionale – spiega Marco Alloiso, Presidente LILT Milano. – Per conquistare l’ultimo tratto verso la guarigione totale puntiamo forte sull’innovazione: dall’intelligenza artificiale nei nostri ambulatori alla collaborazione a un database europeo con un milione di immagini mammografiche. L’innovazione è la nostra chiave vincente, ma la porta la apre ciascuna donna prenotando un controllo. Il mese rosa è il momento giusto».
Sul legame tra prevenzione e cura interviene Gustavo Galmozzi, presidente dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano: «La lotta contro il cancro comincia molto prima della cura: comincia dalla prevenzione e dalla ricerca. Sono dimensioni profondamente connesse, che devono procedere insieme per promuovere una cultura della salute sempre più consapevole. Per questo l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano è lieto di affiancare LILT nella Campagna Nastro Rosa 2026. Sostenere la prevenzione significa investire nella salute delle persone e contribuire a diffondere conoscenza e consapevolezza, perché la tutela della salute inizi prima ancora che la malattia si manifesti».
L’intelligenza artificiale è una delle novità su cui stiamo investendo per rendere più efficace la diagnosi precoce. Come funziona nella pratica clinica e a che punto siamo lo ha spiegato il nostro direttore sanitario Gianfranco Scaperrotta, responsabile della Radiologia senologica all’Istituto Nazionale dei Tumori, nell’intervista dedicata a intelligenza artificiale e mammografia.
Il Premio LILT for Women a Bianca Balti
Quest’anno il Premio LILT for Women, alla sua undicesima edizione, è stato assegnato a Bianca Balti, «per aver mostrato che è possibile trovare la bellezza anche attraverso gli ostacoli della vita». Attraverso la Fondazione Mind Your Cancer, la top model ha saputo trasformare la propria esperienza personale con la malattia in iniziative concrete a tutela di tutte le donne.
Tra le vincitrici delle scorse edizioni del Premio LILT for Women ci sono Milena Gabanelli, Miuccia Prada, Cristina Scocchia ed Emma Marrone.
Le altre iniziative del mese rosa
Si comincia con Salotto Salute: il 12 e il 19 ottobre due incontri con i medici per parlare di prevenzione.
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In centro città, dal 14 al 26 ottobre, il Quadrilatero della Moda si tinge di rosa con i fiocchi aerei, e le boutique aderenti sostengono anche un gesto concreto: la donazione di un mammografo di ultima generazione per Casa LILT Milano, il nuovo centro oncologico che LILT Milano sta preparando a Crescenzago.
In azienda, infine, da settembre a dicembre il tour della prevenzione porta controlli e prestazioni sanitarie direttamente a chi lavora, con 8.000 prestazioni in programma.
Grazie ad Avon e Sophos, partner della campagna, e ai partner del tour della prevenzione: DOC Pharma, Banca Mediolanum, BCC Milano, DHL, Elesa, Esselunga, Galleria Borromea, Istituto Gentili, Moccaldi Raffaele Srl e Redion.
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Il cancro cambia età: aumentano i tumori prima dei 50 anni, ma i nostri screening guardano ancora soprattutto dopo Mondosanità
C’è una domanda che nei prossimi anni potrebbe costringere i sistemi sanitari a rivedere una parte delle proprie strategie oncologiche: stiamo cominciando a cercare alcuni tumori troppo tardi?
I nuovi dati del World Cancer Research Fund sull’Inghilterra meritano attenzione proprio perché non riguardano soltanto il carcinoma colorettale, sul quale l’allarme per i giovani circola da tempo. Tra il 2001 e il 2023 sono aumentati significativamente diversi tumori diagnosticati prima dei 50 anni: mammella, colon-retto, rene, fegato, pancreas e utero nelle donne; colon-retto, rene, fegato, pancreas e prostata negli uomini.
I numeri assoluti rimangono piccoli per alcune neoplasie, ma le variazioni sono difficili da ignorare. Il tumore della prostata negli uomini sotto i 50 anni è passato da circa 1 a 3,6 casi per 100.000; quello colorettale, considerando uomini e donne, da 3,9 a 8,4 per 100.000. Per il tumore dell’utero si passa da 1,8 a 3,9, mentre quello della mammella sale da 42 a 47,5 casi per 100.000 donne under 50.
Attenzione però a non trasformare questi dati nell’ennesimo allarme sanitario. Il cancro resta soprattutto una malattia dell’età avanzata e oltre nove tumori colorettali su dieci continuano a essere diagnosticati dopo i 50 anni. Il problema interessante è un altro: persone appartenenti alla stessa fascia di età hanno oggi, per alcuni tumori, un’incidenza maggiore rispetto alle generazioni precedenti.
Qualcosa è cambiato prima del tumore
Non sappiamo ancora esattamente cosa.
Obesità e sovrappeso, minore attività fisica, alcol, diete povere di fibre e ricche di carni rosse o lavorate sono candidati evidenti. Ma probabilmente non esiste un solo responsabile. Nell’arco di poche generazioni sono cambiati contemporaneamente alimentazione, ambiente, uso dei farmaci, composizione del microbiota intestinale e molte esposizioni che iniziano già nell’infanzia.
È precisamente ciò che cercherà di capire PROSPECT-UK, uno studio appena avviato che punta ad arruolare 250.000 persone tra 18 e 50 anni. I ricercatori raccoglieranno informazioni su alimentazione, stile di vita, ambiente e salute collegandole ai dati sanitari; in un sottogruppo saranno studiati anche sangue e campioni fecali. È uno studio osservazionale e quindi non potrà, da solo, dimostrare rapporti causa-effetto. Ma le dimensioni sono necessarie proprio perché il carcinoma colorettale precoce rimane relativamente raro
Ed è qui che la questione diventa italiana.
Non basta abbassare l’età dello screening
In Italia lo screening organizzato del colon-retto mediante ricerca del sangue occulto viene normalmente offerto tra 50 e 69 anni, con alcune Regioni che arrivano a 74. Nel 2025, considerando i tre grandi programmi organizzati – mammella, cervice e colon-retto – sono state invitate oltre 17,7 milioni di persone, ma hanno aderito circa 7,5 milioni. (Ministero della Salute)
La risposta all’aumento dei tumori precoci non può però essere semplicemente: facciamo colonscopie, mammografie e altri esami a tutti a partire dai 30 o 40 anni. Screening significa anche falsi positivi, sovradiagnosi, procedure invasive, costi e capacità diagnostica sottratta alle persone con rischio maggiore.
La strada potrebbe essere più intelligente: passare progressivamente dallo screening basato quasi esclusivamente sull’età a una prevenzione basata anche sul rischio individuale.
Familiarità e genetica, obesità, fumo, alcol, malattie infiammatorie, precedenti clinici e, quando saranno validate, nuove informazioni biologiche potrebbero identificare una minoranza di quarantenni il cui rischio assomiglia più a quello di persone molto più anziane. È su di loro che avrebbe senso anticipare gli accertamenti.
E c’è un secondo cambiamento, forse ancora più immediato. Un quarantenne con sangue nelle feci, dimagrimento inspiegabile, anemia persistente, una massa o un sanguinamento anomalo non deve essere rassicurato soltanto perché “è troppo giovane per avere un tumore”. Anche il NHS, commentando i nuovi dati, ha richiamato proprio questo principio: il cancro può comparire a qualsiasi età e un sintomo nuovo e persistente merita valutazione.
Il Piano nazionale della prevenzione 2026-2031 prevede intanto di ampliare progressivamente lo screening colorettale fino a 70-74 anni e quello mammografico alle fasce 45-49 e 70-74. È importante, ma i dati inglesi pongono una domanda diversa: oltre ad allargare gli screening verso gli anziani, dovremo imparare a individuare molto prima i giovani ad alto rischio?
Il vero cambiamento potrebbe essere questo. Non anticipare indiscriminatamente tutti gli esami, ma costruire un SSN capace di capire chi deve essere controllato prima degli altri.
References:
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Criteri Critici
Chemioterapia, quando si può evitare? La risposta arriva dai test genomici LILT Milano Monza Brianza
I test genomici aiutano a individuare le donne con tumore al seno che possono evitare la chemioterapia senza aumentare il rischio di recidiva. Ne parliamo con Giancarlo Pruneri, Direttore Dipartimento Diagnostica Avanzata Istituto Tumori di Milano.
I testi genomici in alcuni tipi di tumore al seno riducono del 48% il ricorso alla chemioterapia, senza rischi per la salute. Non si verifica, infatti, un aumento del rischio di recidiva, cioè che la malattia ritorni. Un esame importante, dunque, ma ancora sottostimato. Dati alla mano, ogni anno andrebbero prescritti ad almeno 13mila donne nel nostro Paese, ma nella realtà, i numeri sono più bassi. Nel 2025 per esempio sono stati eseguiti, a livello nazionale, solo 9.800 test genomici. Eppure, secondo gli ultimi dati l’esame andrebbe prescritto a una paziente su quattro che ogni anno in Italia viene colpita da tumore al seno. Per saperne di più, ne abbiamo parlato con Giancarlo Pruneri, Direttore del Dipartimento di Diagnostica Avanzata presso la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.
Professor Pruneri, che cos’hanno di differente i test genomici?
Il referto istopatologico tradizionale, integrato con i risultati dei test genomici, ci permettono una selezione migliore e più accurata delle terapie. E questo è un vantaggio enorme. Il carcinoma della mammella in fase precoce è infatti sempre più curabile e guaribile, grazie all’evoluzione dei trattamenti che ha portato alla medicina di precisione. I test genomici sono esami multigenici di biologia molecolare che forniscono maggiori informazioni, rispetto a quelle garantite dall’anatomia patologica “tradizionale”. Abbiamo dunque a disposizione strumenti precisi per la previsione del beneficio della chemioterapia.
Non sono però per tutti i tipi di tumore al seno, è corretto?
I test genomici sono utilizzati nel tumore estrogeno-positivo, dove la proliferazione delle cellule tumorali è legata agli ormoni femminili. È il tipo più comune, che riguarda circa 7 diagnosi su dieci. Quando la diagnosi è precoce, la terapia prevede l’intervento chirurgico per asportare il nodulo, un’eventuale chemioterapia e la terapia ormonale. In caso di dubbio se eseguire o meno la chemioterapia, per questo tipo di tumore al seno si ricorre al test genomico.
Quali sono i vantaggi?
Il test genomico viene eseguito su un campione di tessuto tumorale prelevato durante l’operazione e indica in quello specifico paziente se il rischio di recidiva è basso e se la chemioterapia è evitabile perché non dà benefici aggiuntivi. I vantaggi sono importanti. A sottolineare la costo-efficacia del test genomico sono diversi studi. Uno in particolare, lo studio BONDx, è stato condotto in Lombardia, la prima Regione ad avere concesso la rimborsabilità al test. Numeri alla mano, ha permesso di risparmiare, nella sola Lombardia, circa mille chemioterapie, senza pericoli per la salute, evitando in più tutti i disturbi indotti dalla chemio.
Ci sono altri studi in corso?
C’è un ampio lavoro che riguarda i test genomici. Il primo passo è quello, nell’ambito dall’Osservatorio Nazionale sui Test Genomici, di creare tavoli di lavoro operativi per garantire l’accesso a tutte le pazienti eleggibili. Anche perché oggi sappiamo che è possibile anticipare l’esecuzione del test sulla biopsia diagnostica e ciò consentirebbe una migliore pianificazione terapeutica anche in ottica neoadiuvante, e quindi prima dell’intervento chirurgico.
HAI PIÙ PREVENZIONE
Nei nostri ambulatori, l’Intelligenza Artificiale lavora accanto ai medici per una diagnosi precoce senologica più accurata e tempestiva.
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Tumori, è italiano il primo presidente del network oncologico europeo insalutenews.it
Prof. Paolo De Paoli
Roma, 6 ottobre 2026 – Paolo De Paoli, Direttore Generale di Alleanza Contro il Cancro (ACC), la Rete Oncologica Nazionale del Ministero della Salute presieduta dal prof. Ruggero De Maria, è il primo Presidente dell’Assemblea europea dei Comprehensive Cancer Centres, costituita per riunire i centri partecipanti e contribuire alla definizione di una strategia comune. Guiderà la fase di avvio di un organismo che conta già 97 realtà, con una ventina in fase di ingresso.
La nomina assegna all’Italia una posizione di primo piano nella costruzione del nuovo network oncologico europeo e si colloca in continuità con il ruolo già assunto da ACC in EUnetCCC, acronimo di European Network of Comprehensive Cancer Centres: la Rete italiana coordina infatti il Work Package 7, dedicato alla governance del network, alla definizione delle regole di adesione e allo sviluppo degli organismi necessari al suo funzionamento.
EUnetCCC risponde al Flagship 5 dell’Europe’s Beating Cancer Plan, che prevede la creazione di una rete europea dei CCC per migliorare l’accesso dei cittadini a un’assistenza oncologica di elevata qualità. L’obiettivo indicato a livello europeo è consentire al 90% dei pazienti eleggibili di accedere a un CCC entro il 2030.
Il progetto coinvolge complessivamente 163 partner in 31 Paesi e punta a mettere in relazione strutture e competenze di eccellenza, riducendo le differenze nell’accesso alle cure e favorendo una maggiore integrazione tra attività assistenziale, ricerca scientifica e trasferimento dell’innovazione nella pratica clinica. Intende sviluppare una strategia condivisa anche sul fronte della formazione.
In questo quadro, l’Assemblea rappresenta uno degli snodi della futura governance: è chiamata a coinvolgere rappresentanti dei Paesi dell’Unione europea e a configurarsi come uno spazio stabile di confronto tra i centri, nel quale definire priorità e indirizzi comuni tenendo insieme le esigenze dei pazienti, dei professionisti e dei diversi sistemi sanitari nazionali.
Per l’Italia si tratta della prosecuzione di un percorso già avviato. ACC ha assunto nel progetto una responsabilità diretta sulla governance e sul coordinamento della partecipazione nazionale, per rendere il nostro Paese parte attiva nella definizione delle regole e delle strategie destinate a orientare il nuovo network europeo.
“Essere il primo presidente di questa Assemblea – ha detto De Paoli – significa assumersi la responsabilità di garantirne il kick-off e contribuire a costruire una strategia futura nell’interesse dei pazienti, dei professionisti e dei governi europei; dobbiamo definire una linea comune per migliorare la cura, la ricerca e la formazione, integrare sempre più ricerca e innovazione nei percorsi assistenziali e facilitare l’accesso dei pazienti ai centri di eccellenza oncologica in Europa. Ringrazio ACC ed il Ministero della Salute per il supporto fondamentale al buon esito del progetto e i partner europei per la fiducia e per l’incarico ricevuto”.
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Terapia genica: cura semplificata per beta-talassemia e anemia falciforme Il Sole 24 ORE
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La terapia genica è in grande espansione e trova sempre più ampi territori di applicazione, visto che rappresenta una tecnica medica avanzata che utilizza il Dna o materiale genetico come un farmaco per curare, prevenire o correggere malattie anche rare alla loro radice genetica. Lo fa introducendo una copia sana e funzionante di un gene per sostituire quello difettoso o assente responsabile della patologia. Il materiale genetico viene inserito nelle cellule spesso sfruttando il tramite di virus modificati e resi innocui, come i vettori adeno-associati o lentivirali, oppure sistemi non virali.
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Tra gli ultimi campi di utilizzo, la terapia genica viene utilizzata per combattere la beta-talassemia e anemia falciforme: da un anno è rimborsabe Casgevy, la prima terapia basata sulla tecnologia CRISPR-Cas9 approvata per il trattamento della beta-talassemia trasfusione-dipendente e dell’anemia falciforme. Queste cure hanno effetti positivi per le persone affette dalle due patologie ereditarie del sangue, caratterizzate da un impatto significativo sulla qualità della vita e sulle famiglie. Exa-cel apre nuove prospettive terapeutiche, con la possibilità di ridurre o eliminare la necessità di trasfusioni regolari nella beta-talassemia e di prevenire le crisi vaso-occlusive tipiche dell’anemia falciforme.
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Quanto pesano le patologie
Nel nostro Paese, infatti, si stima che siano circa 2.300 le persone affette da anemia falciforme e circa 5.000 quelle con beta-talassemia trasfusione-dipendente. Per quest’ultima patologia, l’Italia rappresenta il Paese europeo con la popolazione più numerosa di pazienti, un dato che rende particolarmente rilevante l’introduzione di una nuova opzione terapeutica. L’accesso a Exa-cel è subordinato a specifici criteri clinici e anagrafici definiti da Aifa. La terapia è destinata a pazienti selezionati, a partire dai 12 anni di età, e richiede una valutazione specialistica per stabilire l’idoneità al trattamento.
“Credo proprio che l’Italia abbia alcune caratteristiche che possono renderla un modello interessante anche per altri Paesi europei” spiega il prof. Marco Zecca, Direttore S.C. Pediatria 1 – Generale e Oncoematologica, Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia e del Dipartimento di Scienze Clinico-Chirurgiche, Diagnostiche e Pediatriche dell’Università di Pavia. Che spiega ancora: “Abbiamo una lunghissima esperienza nel trattamento delle emoglobinopatie, centri con una forte competenza nel trapianto di cellule staminali emopoietiche e nelle terapie cellulari e, soprattutto, un Servizio sanitario nazionale che garantisce l’accesso alle cure indipendentemente dalle condizioni economiche del paziente”.
In effetti l’Italia ha una tradizione molto importante nella cura della talassemia e, più recentemente, anche dell’anemia falciforme. Negli anni si sono sviluppati centri specializzati, programmi trasfusionali e di ferrochelazione, competenze multidisciplinari e una notevole esperienza trapiantologica. Credo che tutto questo abbia creato un terreno particolarmente favorevole per introdurre oggi una terapia completamente nuova come il gene editing per le emoglobinopatie.
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Il Medico Risponde - Tumore al polmone, come fare prevenzione Primocanale
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"Promuovere la prevenzione del tumore al seno significa coinvolgere tutta la comunità: sport e cultura possono contribuire a diffondere l'importanza della diagnosi precoce". (ANSA)
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Mattarella va a Candiolo: la sua visita a pazienti e ricercatori Vita.it
«Accogliere il Presidente della Repubblica a Candiolo è un onore che condividiamo con chi ha reso possibili questi quarant’anni: ricercatori, medici, infermieri, pazienti e tutte le persone che con le loro donazioni hanno costruito questo Istituto», dichiara Allegra Agnelli, Presidente della Fondazione, in occasione della visita del Capo dello Stato all’Inoc Istituto Nazionale Oncologico Candiolo, per i quarant’anni della Fondazione Allegra Agnelli per la Ricerca sul Cancro. Ad accoglierlo la Presidente Agnelli e il Presidente Inoc Andrea Agnelli. Nel corso della visita Mattarella ha incontrato ricercatori, medici, pazienti e personale dell’Istituto
La foto di gruppo del presidente Mattarella con medici e ricercatori Under40 a Candiolo
Il Presidente ha visitato i laboratori e il reparto di Medicina interna. Ha incontrato anche quattro persone che gli hanno regalato il miele prodotto all’interno del Parco di Stupinigi. Ciascuno di loro racconta, da prospettive diverse, il loro legame con il centro: Vincenzo Meccariello, 73 anni, arrivato dalla Sardegna e ricoverato da quaranta giorni per un tumore al polmone dopo una precedente diagnosi di linfoma, e Serafina Fiorillo, 59 anni, dirigente infermieristico giunta dalla Calabria per curare un tumore al colon. Con loro Vittorio Vizzini, 60 anni, che dopo le cure per un tumore del tratto digerente diagnosticato nel 2017 ha scelto di diventare volontario per restituire ad altri la speranza ricevuta, e Daniela Zoia, 66 anni, in follow up per la mutazione Brca1, che dopo l’asportazione delle ovaie e una mastectomia preventiva è diventata a sua volta volontaria della Fondazione.
«Lo ringraziamo» prosegue Allegra Agnelli «per aver accettato il nostro invito in un momento così importante. Celebriamo quarant’anni, ma guardiamo avanti: con il piano di investimenti dei prossimi dieci anni e con tecnologie come quelle che abbiamo mostrato oggi, vogliamo che la ricerca di Candiolo diventi cura sempre più in fretta, per ogni paziente oncologico». Nei laboratori, il Capo dello Stato ha incontrato ricercatori di ogni nazionalità. «Candiolo è una comunità aperta e internazionale», osserva Allegra Agnelli. «Qui lavorano fianco a fianco ricercatori provenienti da tutto il mondo, con un unico obiettivo: dare un contributo significativo alla sconfitta del cancro».
La giornata è stata anche l’occasione per inaugurare la nuova Tac Photon-Counting, alla presenza del presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, e del sindaco di Torino Stefano Lo Russo. L’apparecchiatura è un ulteriore tassello del piano di ammodernamento finanziato dalla Fondazione. Consente immagini più nitide, capaci di mostrare dettagli di pochi decimi di millimetro, con dosi di radiazioni più basse e meno mezzo di contrasto. Per il paziente oncologico questo significa diagnosi e stadiazione più precise, controlli nel tempo con una minore esposizione e una pianificazione più accurata della radioterapia: un investimento del valore di quasi tre milioni, reso possibile dai sostenitori della Fondazione.
Durante la visita del Capo dello Stato gli è stata consegnata la copia numero uno del Bilancio Sociale e di Sostenibilità della Fondazione. «La generosità» dichiara il Direttore generale della Fondazione Allegra Agnelli, Giammarco Sala «è il tratto distintivo della Fondazione Allegra Agnelli per la Ricerca sul Cancro: una comunità che in quarant’anni ha permesso la nascita e lo sviluppo di Candiolo, grazie a persone, imprese e istituzioni che attraverso donazioni, 5×1000 e lasciti, continuano a credere nei valori della scienza e della ricerca».
Foto dell’Istituto Nazionale Oncologico Candiolo
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Linfoma diffuso a grandi cellule B, arriva una nuova terapia: «Una nuova opzione anche dopo la recidiva» OK Salute e Benessere
Il linfoma diffuso a grandi cellule B è la forma più comune e tra le più aggressive di linfoma non Hodgkin, un tumore maligno del sistema linfatico che origina dai linfociti, un tipo di globuli bianchi. Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni nel trattamento ddi questa patologia, quattro pazienti su dieci vanno incontro a recidiva o sviluppano una patologia refrattaria ai farmaci dopo la prima linea di trattamento, trovandosi ad affrontare un percorso di cura spesso complesso e con opzioni terapeutiche ancora limitate.
Per questo la disponibilità di nuovi trattamenti aumenta la possibilità di migliorare costantemente i percorsi di diagnosi e cura. «Ricevere una diagnosi di linfoma o affrontare una recidiva significa vedere la propria vita e quella dei propri cari improvvisamente sospesa, tra la paura del futuro e il bisogno di risposte il più possibile rapide ed efficaci» sottolinea Davide Petruzzelli, presidente dell’associazione di pazienti La Lampada di Aladino Ets. «Per chi convive con una patologia aggressiva come il linfoma diffuso a grandi cellule B, l’innovazione scientifica rappresenta prima di tutto una possibilità concreta di speranza».
In questo articolo Toggle Glofitamab e GemOx: come funziona la nuova combinazione
Glofitamab e GemOx: come funziona la nuova combinazione
Per rispondere a questa sfida è oggi disponibile anche in Italia la prima combinazione dell’anticorpo bispecifico glofitamab con la chemioterapia GemOx (gemcitabina e oxaliplatino) per i pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B recidivato/refrattario dalla seconda linea di trattamento. «La combinazione di glofitamab e GemOx ha dimostrato un miglioramento significativo della sopravvivenza globale e della sopravvivenza libera da progressione rispetto allo standard di cura, con un beneficio particolarmente evidente nei pazienti trattati in seconda linea» conferma Paolo Corradini, professore di Ematologia all’Università degli Studi di Milano e direttore della divisione di Ematologia della Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano.
«L’efficacia osservata anche nella popolazione più anziana, insieme a un profilo di sicurezza gestibile, rende questa combinazione un’opzione terapeutica di grande interesse nella pratica clinica. In più è una terapia a durata fissa e questo amplia le possibilità di trattamento per quei pazienti che non sono eleggibili o non
possono essere sottoposti a trapianto autologo o a terapia con Car-T, contribuendo a rispondere a un bisogno clinico ancora oggi rilevante e offrendo una nuova opzione con un potenziale curativo anche in seconda linea».
Aor San Carlo e Amethyst Radioterapia Italia: al via il potenziamento della Radioterapia. Ecco la TAC di ultima generazione che “segue” il respiro - Melandro News
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Aor San Carlo e Amethyst Radioterapia Italia: al via il potenziamento della Radioterapia. Ecco la TAC di ultima generazione che “segue” il respiro Melandro News
Aor San Carlo e Amethyst Radioterapia Italia: al via il potenziamento della Radioterapia. Ecco la TAC di ultima generazione che “segue” il respiro. Partono i lavori all’ospedale di Potenza con il primo partenariato pubblico-privato in Italia dedicato alla Radioterapia
Prosegue il percorso di innovazione e rafforzamento dell’offerta dell’Azienda Ospedaliera Regionale San Carlo con il recente avvio dei lavori per potenziare il servizio di Radioterapia.
La stipula dell’accordo di partenariato pubblico-privato con Amethyst Radioterapia Italia, parte di Stingray Healthcare Group e specializzata nello sviluppo e nella gestione di servizi di radioterapia oncologica, ha dato il via a un importante progetto di sviluppo che permetterà di innalzare ulteriormente gli standard assistenziali e a consolidare il ruolo dell’Aor nell’ambito delle cure oncologiche.
“Il potenziamento della Radioterapia – dichiara il Direttore Generale dell’Aor San Carlo, Giuseppe Spera – rappresenta un passaggio strategico nel percorso di crescita della nostra Azienda. Continuiamo a investire in innovazione, tecnologia e competenze con un obiettivo preciso: offrire ai pazienti cure sempre più qualificate, tempestive e vicine ai loro bisogni. Questo progetto rafforza il ruolo dell’Azienda nella rete oncologica e contribuisce a costruire una sanità pubblica regionale sempre più moderna ed efficace”.
“L’avvio dei lavori per potenziare il servizio di Radioterapia conferma la concreta attuazione delle azioni programmate dalla Regione per potenziare e qualificare la rete oncologica di Basilicata – afferma l’Assessore regionale alla Salute e Politiche della Persona, Cosimo Latronico, evidenziando che “garantire l’accesso a tecnologie d’avanguardia all’interno delle nostre strutture pubbliche permette di innalzare il livello delle prestazioni erogate, rispondendo alla domanda di cura dei cittadini lucani e riducendo la necessità di migrazione sanitaria fuori regione”.
L’azione avviata prevede la realizzazione di un secondo bunker, il rinnovamento delle tecnologie, la riorganizzazione degli spazi e dei percorsi clinico-assistenziali e il consolidamento delle professionalità dedicate. L’investimento consentirà di ampliare la capacità di presa in carico dei pazienti e di rendere disponibili trattamenti radioterapici tra i più avanzati utilizzati attualmente in ambito oncologico.
Tra i primi interventi in programma figura l’installazione di una TAC di ultima generazione, dotata di una tecnologia d’avanguardia per il monitoraggio e la gestione automatica della respirazione del paziente in modo da calibrare l’acquisizione delle immagini sull’effettivo ciclo respiratorio. Si tratta di un’automazione che consente di coprire l’area di interesse più velocemente rispetto ai sistemi tradizionali e di concludere l’esame in pochissimi cicli respiratori, riducendo i tempi di apnea e aumentando il comfort del paziente. È una soluzione particolarmente efficace per l’esame di organi soggetti a movimento costante, come cuore e torace, poiché permette di acquisire rapidamente immagini ad altissima risoluzione indispensabili per una pianificazione terapeutica rapida e accurata.
“La partnership – dichiara Ralph Hefti, CEO di Stingray Healthcare Group – segna un nuovo importante capitolo nel nostro impegno a fianco dell’Ospedale San Carlo di Potenza e della popolazione della Basilicata. Negli ultimi quattro anni, lavorando a fianco delle équipe cliniche dell’ospedale, abbiamo sostenuto la crescita del suo servizio di radioterapia, più che triplicando il numero di cicli di trattamento effettuati. Il nuovo partenariato pubblico-privato ci consentirà di rafforzare ulteriormente il servizio di radioterapia, raddoppiando la capacità di trattamento, introducendo due acceleratori lineari di nuova generazione e modernizzando il reparto. Crediamo fortemente che ogni paziente debba avere accesso a cure oncologiche di livello qualitativamente elevato vicino a casa propria, attraverso tecnologie avanzate, competenze cliniche e investimenti a lungo termine a supporto del sistema sanitario”.
“Coniugare innovazione tecnologica, organizzazione e qualità clinica – dichiara il dottor Giuseppe Giovinazzo, responsabile della Radioterapia dell’ospedale San Carlo di Potenza – significa creare un centro capace di rispondere alle esigenze dei pazienti con standard elevati e una visione orientata al futuro. Poter contare su tecnologie e competenze di eccellenza vicino a casa significa offrire ai pazienti una scelta in più che valorizza il sistema sanitario regionale e ne rafforza l’attrattività, anche verso i pazienti delle aree limitrofe”.
Grazie alle nuove tecnologie sarà possibile affrontare casi di elevata complessità, offrire prestazioni altamente specialistiche capaci di garantire trattamenti sempre più precisi, cure mirate e maggiore protezione dei tessuti sani. L’introduzione di apparecchiature di ultima generazione e di nuovi modelli organizzativi consentirà di migliorare l’efficienza del servizio, ampliare la tipologia dei trattamenti e ridurre i tempi dei percorsi terapeutici nei casi in cui le condizioni cliniche lo consentano. È previsto anche un supporto psicologico che può apportare benefici concreti per i pazienti e per le loro famiglie.
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Insonnia, la terapia cognitiva può rallentare l’invecchiamento tecnoandroid.it
Curare l’insonnia potrebbe fare molto più che regalare notti tranquille. Secondo uno studio pubblicato su The Lancet Healthy Longevity, negli adulti più anziani una terapia cognitivo comportamentale mirata ai disturbi del sonno sembra avere un doppio effetto: migliora la qualità del riposo e, allo stesso tempo, potrebbe rallentare il ritmo dell’invecchiamento biologico. Dormire male infatti non lascia soltanto una stanchezza pesante il giorno dopo. Nella terza età l’insonnia è stata collegata a diversi problemi di salute e a segnali di un corpo che invecchia più in fretta del previsto.
La ricerca porta la firma di un gruppo dell’Università della California a Los Angeles (UCLA) e ha coinvolto 92 persone di almeno 60 anni con problemi di sonno. In 47 hanno seguito il percorso di terapia cognitivo comportamentale per l’insonnia, mentre gli altri 45 hanno partecipato a un programma di educazione al sonno usato come termine di paragone. Il trattamento vero e proprio si articolava in cinque elementi: terapia cognitiva, controllo degli stimoli, restrizione del sonno, igiene del sonno e tecniche di rilassamento. L’idea era abbassare l’attivazione fisica e mentale che accompagna chi fatica a dormire e ritrovare un riposo davvero ristoratore. Il gruppo di confronto invece ha ricevuto informazioni sull’igiene e sulla biologia del sonno, sulle differenze tra abitudini sane e dannose e sull’effetto dello stress sulle notti. Entrambi i percorsi sono durati otto settimane.
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Gli orologi epigenetici e il risultato più netto
Per capire se la terapia avesse qualche legame con l’età biologica, chiamata anche età fisiologica, i ricercatori hanno analizzato campioni di sangue prelevati prima dell’intervento e circa due anni dopo. Nelle cellule hanno cercato i modelli di metilazione del DNA, una modifica chimica che permette di stimare vari aspetti dell’invecchiamento attraverso i cosiddetti orologi epigenetici. Gli indicatori utilizzati erano tre: DunedinPACE, GrimAge e PCPhenoAge.
Il dato più chiaro è arrivato da DunedinPACE, uno strumento pensato per misurare la velocità con cui invecchiano i diversi sistemi dell’organismo. Una volta corretti i calcoli per fattori come età, sesso e indice di massa corporea, chi aveva seguito la terapia mostrava un ritmo di invecchiamento più lento rispetto a chi aveva ricevuto solo nozioni sul sonno. Anche l’andamento del disturbo è cambiato parecchio tra i due gruppi. Il 34% dei pazienti trattati con la terapia, cioè 16 su 47, ha ottenuto una remissione completa dell’insonnia durante il periodo di osservazione, contro il 13% del gruppo di confronto, sei persone su 45. Le analisi successive hanno poi evidenziato che proprio chi era rimasto insonne nel gruppo di educazione al sonno registrava l’aumento più marcato di DunedinPACE.
Il ruolo dello stress e i limiti dello studio
Una possibile spiegazione, secondo gli autori, riguarda la risposta allo stress. Chi dorme poco tende a mantenere accesi i sistemi di allerta dell’organismo, favorendo processi come l’infiammazione e lo stress cellulare. DunedinPACE sarebbe particolarmente sensibile a questi cambiamenti relativamente rapidi perché raccoglie segnali provenienti da più sistemi biologici, tra cui appunto l’infiammazione e il metabolismo del glucosio.
Judith Carroll, autrice principale dello studio e professoressa associata di Psichiatria presso UCLA Health, ha spiegato in un comunicato che nella terza età l’insonnia viene spesso considerata solo una questione di qualità della vita, ma questi risultati suggeriscono che potrebbe essere anche un fattore di rischio modificabile nel processo di invecchiamento. Come ai pazienti si consigliano attività fisica e alimentazione corretta per invecchiare in salute, allo stesso modo il sonno emerge come un altro comportamento importante su cui vale la pena intervenire.
Gli stessi ricercatori però invitano alla cautela e definiscono i risultati preliminari. L’analisi ha incluso soltanto una parte dei partecipanti di una sperimentazione precedente, riducendo così il campione. In più si trattava di anziani in condizioni di salute piuttosto buone, seguiti da un centro medico universitario della California meridionale, quindi le conclusioni potrebbero non valere per altre popolazioni. Lo studio non dimostra che trattare l’insonnia allunghi la vita o ringiovanisca letteralmente l’organismo. Mostra piuttosto un’associazione sperimentale tra la terapia e un cambiamento favorevole in uno degli indicatori epigenetici del ritmo di invecchiamento. Per stabilire se questi effetti durano nel tempo e si traducono in benefici concreti per la salute, secondo gli autori serviranno sperimentazioni più ampie, con popolazioni più varie e monitoraggi più approfonditi.
Fonte: TecnoAndroid