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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Leucemia linfatica cronica, l'arte dà voce all'esperienza dei pazienti: il progetto di Pregoni alla Biennale d'arte di Venezia Corriere della Sera
di Redazione Salute
La tela «NATURA VIVA: il malato e il secolo breve» esposta al SUPERNOVA - Exhibition Space. L’opera offre uno sguardo che va oltre gli aspetti clinici, per restituire la complessità del vissuto individuale, relazionale ed emotivo. Ogni anno in Italia circa 2.750 casi di questo tumore del sangue
L'opera di Pregoni esposta alla Biennale d'arte di Venezia
Una tela monumentale racconta malattia e cura: una figura umana in vestaglia, seduta in poltrona e circondata da alcune tra le personalità più iconiche del Novecento. Che restano però sullo sfondo e diventano sempre più indistinte e incomplete andando da sinistra a destra, a suggerire che l’esperienza di malattia è complessa e dinamica, e cambia inevitabilmente l’esistenza, anche una volta guariti. È il progetto dell’artista sinestetico Angelo Orazio Pregoni, esposto alla 61a Biennale d'arte di Venezia con il sostegno di BeOne Medicines. Un’iniziativa che utilizza il potere espressivo dell’arte per dare voce all’esperienza di chi vive con una diagnosi di leucemia linfatica cronica, offrendo uno sguardo che va oltre gli aspetti clinici, per restituire la complessità del vissuto individuale, relazionale ed emotivo.
La leucemia linfatica cronica è la forma più comune di leucemia negli adulti (30% di tutte le diagnosi). In Italia, sono stimati circa 2.750 nuovi casi ogni anno. «La leucemia linfatica cronica non coinvolge soltanto il corpo, ma investe profondamente la sfera psicologica, emotiva e relazionale della persona e dei familiari - afferma Livio Trentin, ordinario di Ematologia e direttore Unità complessa di Ematologia presso l'Azienda Ospedale-Università Padova -. La comunicazione della diagnosi di leucemia suscita inevitabilmente angoscia, anche quando la malattia presenta un decorso lento e, in molti casi, non richiede un trattamento immediato. Negli ultimi anni la ricerca ha determinato progressi terapeutici straordinari, rendendo disponibili trattamenti sempre più efficaci, mirati e meglio tollerati in quanto non più chemioterapici, preservando così una buona qualità di vita».
«Grazie ai progressi della ricerca, l’ematologia oncologica ci sta abituando a un significativo cambio di prospettiva per i malati e questa è la buona notizia - dichiara Davide Petruzzelli, presidente di La Lampada di Aladino ETS, vice presidente FAVO, vice presidente Fondazione AIOM -. La vera sfida che ci attende è garantire una qualità della vita che restituisca dignità e autonomia nella propria vita quotidiana: una presa in carico globale e territoriale che metta al centro l’individuo, prima ancora della prestazione sanitaria. Dove il sistema fatica, l’arte ha invece la capacità di dare voce a emozioni, fragilità e attese spesso difficili da esprimere. Per questo oggi siamo felici di essere qui per celebrare un’iniziativa che ci aiuta a mantenere l’attenzione sui bisogni reali delle persone e delle loro famiglie».
Angelo Orazio Pregoni si è avvicinato al tema della malattia a seguito dell'esperienza di una persona a lui vicina che sta affrontando la leucemia linfatica cronica, utilizzando l'arte come strumento di riflessione e confronto. La performance di «live painting» di Pregoni si è tenuta dal 27 agosto al 6 settembre al SUPERNOVA - Exhibition Space, sede del National Pavilion of United Republic of Tanzania (Cannaregio 3218/A, Venezia) dove sarà visibile fino al 22 novembre. Da questo coraggioso work in progress, aperto al pubblico è scaturita una tela monumentale (3 x 2 metri) «NATURA VIVA: il malato e il secolo breve». «Un elemento chiave dell’opera - spiega Pregoni - è il finto cartiglio in trompe-l'oeil, che riporta titolo, data e firma, nella parte destra della tela. Un dettaglio che richiama la massiccia produzione di documenti, referti e "scartoffie" burocratiche, generata sia dai percorsi clinici, che dagli archivi dell'arte. Entrambi cercano di tradurre qualcosa di instabile e complesso in un dato registrabile, ma quest’opera ci ricorda che una diagnosi non può e non deve mai definire una persona, così come una didascalia non può contenere un dipinto. Ecco perché la persona malata, al centro dell’opera, è l'unica a cercare lo sguardo dello spettatore, rivendicando la propria biografia, di fronte alla catalogazione medica».
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Prevenzione del tumore al seno: le iniziative dell'Ottobre Rosa in Veneto RaiNews
Ottobre un mese che mette al centro la salute delle donne con una campagna dedicata alla prevenzione e alla sensibilizzazione sul tumore al seno. Tante le iniziative delle quali abbiamo parlato conLoretta Pavan, vice presidente dell'associazione vicentina Oltre.
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Leucemia linfoblastica acuta, la svolta dell’immunoterapia: cosa cambia con blinatumomab OK Salute e Benessere
La leucemia linfoblastica acuta è un tumore del sangue caratterizzato dalla presenza di un numero abnorme di globuli bianchi immaturi, scarsamente differenziati, portatori di mutazioni genetiche nel midollo osseo, nel sangue e nei siti extramidollari. È una patologia acuta, con una progressione rapida e aggressiva che richiede una cura immediata, che ha lo scopo di ottenere la remissione completa della malattia.
Tuttavia, in una quota di pazienti adulti, anche dopo il raggiungimento della remissione può persistere una malattia minima residua. Si tratta di una piccolissima quantità di cellule tumorali che rimane nel corpo dopo una terapia oncologica, che è associata a un aumentato rischio di recidiva e a una prognosi meno favorevole.
Leucemia linfoblastica acuta, la svolta dell’immunoterapia: cosa cambia blinatumomab
Prima dell’arrivo dell’immunoterapia, la leucemia linfoblastica acuta veniva trattata principalmente con cicli intensivi e prolungati di chemioterapia, talvolta associati al trapianto di cellule staminali, ma circa dieci anni fa il farmaco blinatumomab ha dato il via a un importante cambiamento nell’immunoterapia per il trattamento di questa patologia. Inizialmente sviluppato per le forme di malattia recidivate e resistenti ai trattamenti convenzionali, ora blinatumomab ha ricevuto dall’Agenzia italiana del Farmaco l’ammissione alla rimborsabilità in prima linea di trattamento.
Blinatumomab: come agisce e che vantaggi offre
«Il progressivo miglioramento nella prognosi dei pazienti nelle ultime due-tre decadi è grazie a una identificazione sempre più sofisticata dei pazienti a rischio e dell’introduzione dell’immunoterapia» spiega Franco Locatelli, Direttore del Dipartimento di Onco-Ematologia all’Ospedale Bambino Gesù di Roma e Professore di Pediatria all’Università Cattolica Sacro Cuore di Roma.
«Blinatumomab agisce creando un ponte diretto tra i linfociti T, le cellule del sistema immunitario e le cellule tumorali che vengono così distrutte. Se inizialmente è stato sviluppato nelle forme di malattia recidivate e resistenti ai trattamenti convenzionali, in anni più recenti è stato studiato nei pazienti di nuova diagnosi in sostituzione o in aggiunta alla chemioterapia tradizionale. Tutto ciò ha consentito da un lato di migliorare le probabilità di guarigione, dall’altro di ridurre la tossicità del trattamento e gli effetti collaterali associati alla chemioterapia».
Una paziente oncologica, risultata precedentemente negativa al test per l'epatite B, ha scoperto inaspettatamente che il virus si era "riattivato". - Vietnam.vn
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Una paziente oncologica, risultata precedentemente negativa al test per l'epatite B, ha scoperto inaspettatamente che il virus si era "riattivato". Vietnam.vn
Secondo la dottoressa Duong Thi Huong, medico specializzanda presso il Centro per le malattie epatobiliari e digestive dell'Ospedale nazionale per le malattie tropicali, alla paziente NTT, di 38 anni, originaria di Hanoi , è stato diagnosticato un cancro al seno nel 2019. La paziente si è sottoposta a intervento chirurgico, radioterapia, chemioterapia e attualmente sta continuando la terapia ormonale. In precedenza, non le era mai stata diagnosticata l'epatite B o C e i risultati del suo test HBsAg erano stati negativi. Di recente, il paziente ha manifestato affaticamento e ittero ed è stato ricoverato in ospedale. Gli esami hanno rivelato un danno epatico acuto e livelli molto elevati di enzimi epatici, mentre i risultati dell'HBsAg sono risultati inconcludenti.
I medici hanno continuato a indagare sulla causa e hanno scoperto un test anti-HBc positivo. Ciò indica che il paziente era stato precedentemente esposto al virus dell'epatite B, nonostante il test HBsAg fosse risultato negativo in precedenza. In particolare, il risultato del test del DNA del virus dell'epatite B (HBV) era superiore alla soglia di rilevamento, pari a 4,49 x 10². Considerando l'anamnesi del paziente relativa al trattamento oncologico, all'epatite acuta e ad ulteriori test specialistici, il medico ha stabilito che il paziente aveva riattivato il virus dell'epatite B. Se il test precedente è risultato negativo, perché il virus dell'epatite B può comunque ripresentarsi? Secondo il dottor Huong, si tratta di una situazione che molte persone tendono a sottovalutare. L'HBsAg è uno dei test più importanti per rilevare l'infezione da virus dell'epatite B, ma un singolo test HBsAg negativo non significa che la persona non sia mai stata infettata dal virus o che non sia più a rischio di riattivazione.
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In alcune persone che hanno già contratto l'epatite B, il sistema immunitario può controllare il virus, causando la negativizzazione dell'HBsAg. Tuttavia, il materiale genetico del virus può persistere nelle cellule epatiche. Quando il sistema immunitario funziona normalmente, il virus viene tenuto sotto controllo e il paziente potrebbe non manifestare sintomi insoliti. Ma quando le difese immunitarie dell'organismo si indeboliscono, il virus può moltiplicarsi nuovamente, causando danni al fegato. Questo fenomeno è chiamato riattivazione del virus dell'epatite B. Il rischio è particolarmente rilevante nelle persone affette da cancro sottoposte a chemioterapia o che assumono farmaci o terapie immunosoppressive. Pertanto, la valutazione del rischio di epatite B prima del trattamento non dovrebbe basarsi esclusivamente sui risultati dell'HBsAg. (Immagine: fornita dall'ospedale)
I virus riattivati possono compromettere il trattamento del cancro. La riattivazione dell'epatite B può svilupparsi in modo asintomatico. Alcune persone inizialmente non presentano sintomi evidenti e la diagnosi viene posta solo quando gli esami di funzionalità epatica mostrano delle anomalie. Quando il virus si moltiplica e causa l'epatite, i pazienti possono manifestare affaticamento, perdita di appetito, nausea, ittero (ingiallimento della pelle e degli occhi), urine scure o livelli elevati di enzimi epatici. Nei casi più gravi, la funzionalità epatica può risultare compromessa, mettendo a rischio la vita. Nei pazienti oncologici, questa complicanza può anche influire sul trattamento delle patologie sottostanti. Quando il fegato subisce un danno acuto, alcuni trattamenti antitumorali potrebbero dover essere temporaneamente interrotti, ritardati o modificati.
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Tumore al seno. All’Arnas Civico Cristina Benfratelli di Palermo il 22 ottobre si fa prevenzione Quotidiano Sanità
Appuntamento il 22 ottobre all’Arnas Civico di Cristina Benfratelli di Palermo per una giornata di prevenzione contro il tumore al seno. La Breast Unit dell’Arnas, diretta da Cristiana Duranti, organizza, in occasione del mese dedicato alla prevenzione del tumore della mammella, un Open Day di visite gratuite senologiche, dalle ore 14:00 alle ore 18:00, presso il Padiglione 16 dell’ospedale “Civico” di Palermo.
L’iniziativa rientra in una “giornata di accoglienza” per la prevenzione mammaria che, illustra una nota dell’Arnas, sarà così strutturata:
1) accesso a visite senologiche gratuite finalizzato alla prevenzione, alla valutazione clinica e all’individuazione delle pazienti che necessitino di eventuali successivi approfondimenti diagnostici. In linea con l’attuale organizzazione delle prestazioni ambulatoriali dell’azienda, la Breast Unit di ARNAS “Civico Di Cristina Benfratelli” di Palermo, garantirà visite senologiche gratuite fino ad un massimo di capienza di 50 pazienti. Pertanto, al fine di consentire un’adeguata organizzazione degli accessi, sarà richiesta la prenotazione preventiva. A tal fine l’utenza interessata deve inoltrare una e-mail all’indirizzo: [email protected], manifestando l’interesse ad accedere all’opportunità’ Open day offerta dall’azienda.
2) valutazione (nell’ambito della platea di donne accedenti all’open day per visite gratuite) di quelle eleggibili al programma organizzato di screening mammografico: le donne, che rientrano nella fascia di età prevista dallo stesso programma (indicativamente compresa tra i 50 ed i 70 anni) saranno direttamente prenotate per l’esecuzione successiva della mammografia attraverso il sistema informatico dello screening ASP.
Pertanto, l’open in oggetto attiene le visite senologiche gratuite e non implica in automatico contestualmente l’accesso alla stessa data presso la medesima Breast Unit dell’ARNAS Civico anche all’esame diagnostico di mammografia gratuita. Ma bensì solo – laddove individuato clinicamente- dell’opportunità di essere direttamente prenotati presso la ASP.
Le pazienti che non dovessero rientrare nei criteri previsti dal programma di screening saranno indirizzate – quando clinicamente indicato – all’eccesso alle prestazioni diagnostiche strumentali di mammografia ed ecografia mammaria secondo le ordinarie modalità di prescrizione ed erogazione previste dal Servizio Sanitario Regionale e ai relativi codici di esenzione. Tali esami potranno pertanto essere effettuati senza oneri per la paziente esclusivamente nei casi in cui ricorrano le condizioni di esenzione previste dalla normativa vigente.
“La prevenzione nell’ambito della neoplasia mammaria – afferma Cristiana Duranti responsabile UOSD Breast Unit dell’ARNAS Civico Di Cristina Benfratelli di Palermo – equivale a salvarsi la vita, perché favorisce la diagnosi precoce del tumore del seno e l’open day rappresenta un contributo a questo obiettivo sistemico e permette, altresì, di sensibilizzare ed informare sul punto la popolazione”.
L’iniziativa dell’Azienda palermitana, sottolinea la nota, è anche un modo per aderire agli indirizzi sistemici SSR previsti nella nota dell’Assessorato Regionale della Salute – Dipartimento Regionale per la Pianificazione Strategica; Servizio 4 Programmazione Ospedaliera ( n. prot. 42295, del 17.09.2026) avente ad oggetto: “Iniziative della prevenzione del tumore al seno”, rivolta ai manager delle aziende sanitarie /ospedaliere, ai centri di senologia individuati al DA n. 15 del 09.01.2025, ai responsabili delle Breast Unit Siciliane e delle UO screening mammografico, con l’obiettivo di “sensibilizzare verso la promozione e l’organizzazione di giornate appositamente rivolte alle donne, al fine di far conoscere loro la patologia; l’offerta sanitaria della nostra Regione in questo ambito e consentire l’effettuazione di visite e mammografie gratuite, per sostenere la diffusione della cultura della prevenzione primaria; secondaria e terziaria tra le donne di tutte le fasce di età.
Tale neoplasia, infatti, in Sicilia registra oltre 3600 nuovi casi all’anno, confermandosi il cancro al seno il tumore più frequente nelle donne e rappresentando circa il 32,1% di tutte le neoplasie femminili secondo i dati dell’atlante sanitario regionale (fonte nota assessorato).
“L’appuntamento – sottolinea Walter Messina coordinatore regionale di FIASO (Federazione Italiana Aziende Sanitarie Ospedaliere) per la Sicilia e direttore generale dell’ARNAS Civico Di Cristina Benfratelli di Palermo – mira a promuovere la cultura della prevenzione e della diagnosi precoce del carcinoma mammario tra la popolazione, favorendo un accesso immediato e diretto delle donne ai percorsi diagnostici della Breast Unit per realizzare un macro obiettivo fondamentale di salute pubblica e contribuire in tal senso alla mission principale di prevenzione svolta dal Territorio (le ASP), al fine di offrire un’ulteriore opportunità in tal senso alle donne”.
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X-Style: Le Fondazioni artistiche tra passato e sperimentazione Video Mediaset Infinity
Fermate quell'immagine. X-Time è il nuovo format di X-Style, scritto e realizzato da Giuditta Avellina, che riavvolge il nastro dei momenti che hanno segnato moda, musica, cinema e costume. Prima fermata: il 2000, dal Jungle Dress Versace di Jennifer Lopez alla catsuit rossa di Britney Spears, passando per Tom Ford da Gucci, gli 'NSYNC, Destiny's Child, American Psycho e il cucchiaio di Totti
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I vaccini contro il cancro potrebbero cambiare la vita di milioni di pazienti. Vietnam.vn
Hones sta partecipando a una sperimentazione di un vaccino contro il cancro. Dopo aver appreso che la maggior parte dei trattamenti chemioterapici difficilmente sarebbero stati efficaci contro il suo cancro, Hones decise di interrompere le cure, trascorrendo il tempo rimanente, stimato tra i 6 e i 24 mesi, "godendosi la vita". Da sempre impegnata nel sostegno a bambini e famiglie, Hones si è dedicata con passione al servizio della comunità. Quando ha appreso che la donazione di tessuti e organi dopo la morte avrebbe potuto aiutare gli scienziati a comprendere meglio la sua malattia, ha condiviso questo desiderio con il suo medico. Di conseguenza (nell'aprile del 2024), Hones è stata inserita in una sperimentazione clinica di una nuova terapia contro il cancro. Solo cinque mesi dopo (settembre 2024), gli esami hanno dimostrato che il cancro di Hones era completamente in remissione. Ad oggi, non ci sono stati segni di recidiva. La sua guarigione non è stata un miracolo, ma il risultato di un vaccino contro il cancro. A differenza della chemioterapia e della radioterapia, che possono danneggiare sia le cellule cancerose che quelle sane, i vaccini contro il cancro sono progettati per "addestrare" il sistema immunitario a riconoscere e attaccare le cellule maligne. Ciò consente al sistema immunitario di continuare a ricordare il suo bersaglio e a mantenere la sua capacità di combattere il cancro anche dopo la fine del trattamento.
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il cancro è una delle principali cause di morte a livello globale, con quasi 10 milioni di decessi nel 2024, pari a quasi un sesto di tutti i decessi. Tra questi, i tumori più comuni sono il cancro ai polmoni, il cancro al seno, il cancro del colon-retto e il cancro alla prostata. Kristen Dahlgren, direttrice delle relazioni esterne del Parker Institute for Cancer Immunology e sopravvissuta al cancro al seno, ha dichiarato: "Credo che questo sia il momento in cui possiamo davvero sconfiggere il cancro combinando i vaccini con altre terapie. Siamo alla vigilia di una rivoluzione che potrebbe cambiare il modo in cui trattiamo i pazienti oncologici". Con circa 18 milioni di americani che convivono con il cancro o che lo hanno superato, la prospettiva di una remissione a lungo termine come quella di Hones si fa sempre più concreta. Ad agosto, Moderna ha annunciato che il suo vaccino personalizzato contro il melanoma ha mostrato risultati positivi in una sperimentazione di fase 3, aprendo la strada all'approvazione da parte della FDA. Il vaccino potrebbe essere disponibile sul mercato già dal prossimo anno. Nel frattempo, numerosi altri vaccini sono in fase di sperimentazione per i tumori ai polmoni, alla vescica, ai reni, al pancreas e allo stomaco. Questi progressi sono il risultato di oltre un secolo di ricerca, particolarmente accelerata negli ultimi due decenni. Indicazioni per lo sviluppo di vaccini contro il cancro Quando si parla di vaccini, molti pensano solitamente alle iniezioni per prevenire malattie virali come il morbillo, la poliomielite o l'influenza. Tuttavia, un'area di ricerca che sta attirando sempre più attenzione è quella dei vaccini contro il cancro, volti ad aiutare il sistema immunitario ad attaccare i tumori già formati.
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Secondo la dottoressa Cathy Wu, ricercatrice sui vaccini contro il cancro presso il Dana-Farber Cancer Institute , sia i vaccini preventivi che quelli terapeutici contro il cancro si basano su un meccanismo comune: stimolare il sistema immunitario a formare una "memoria immunitaria", che aiuta l'organismo a mantenere la capacità di riconoscere e combattere le minacce per un lungo periodo di tempo. I dipendenti lavorano in un laboratorio specializzato nella ricerca sui vaccini contro il cancro presso la sede centrale di Moderna a Cambridge, nel Massachusetts. I vaccini contro il cancro possono essere sviluppati per più pazienti o personalizzati per ogni singolo individuo. I vaccini generici prendono di mira caratteristiche comuni a molti pazienti. Il caso di Hones rientra in questa categoria. Il tipo di cancro di cui è affetta spesso produce anomalie specifiche, consentendo agli scienziati di sviluppare un vaccino utilizzabile per molte persone con la stessa malattia. Per molti altri tipi di cancro, sviluppare un vaccino universale è più difficile. Il cancro si sviluppa quando le cellule accumulano mutazioni che ne causano una crescita incontrollata. Queste mutazioni variano da persona a persona e continuano a cambiare con il progredire della malattia, conferendo a ciascun tumore caratteristiche uniche. Pertanto, gli scienziati stanno sviluppando vaccini personalizzati. I medici sequenziano il DNA delle cellule tumorali per identificare marcatori caratteristici, creando così un vaccino specificamente progettato per addestrare il sistema immunitario a riconoscere e attaccare quel particolare tumore. Questa tecnologia è ancora nuova e molto costosa, con costi di produzione che possono superare i 100.000 dollari a dose. I ricercatori stanno cercando modi per abbreviare il processo e ridurre i costi in modo che i vaccini personalizzati possano raggiungere un maggior numero di pazienti.
Una nuova speranza per i malati di cancro. Il vaccino contro il cancro di Nakata utilizza l'elettrostimolazione per veicolare il farmaco all'interno delle cellule. Due anni dopo essersi sottoposta a un trattamento per il cancro al seno e aver ottenuto risultati stabili dagli esami, Ari Nakata ha improvvisamente iniziato ad avvertire un forte mal di schiena. Una risonanza magnetica ha rivelato che il cancro aveva metastatizzato nelle ossa, nei polmoni e nel fegato. Invece di arrendersi, la madre di due figli ha cercato attivamente delle alternative terapeutiche, dai metodi non convenzionali al trasporto personale di campioni di tessuto tra gli ospedali con ghiaccio secco, a causa della mancanza di un sistema di supporto adeguato. Alla fine, Nakata è stata ammessa a partecipare a una sperimentazione clinica su un vaccino contro il cancro presso l'Università di Washington. Il vaccino è stato somministrato tramite elettroterapia. A parte un po' di dolore alla gamba per alcuni giorni dopo l'iniezione, non ha riscontrato altri effetti collaterali. Dopo sei iniezioni mensili, i risultati hanno superato le aspettative, con 24 dei 59 bersagli di trattamento che hanno risposto bene alla terapia. "Sto ottenendo ottimi risultati dal vaccino e nutro grandi speranze per le possibilità che potrà offrire", ha affermato Nakata. Attualmente, Nakata si sente "davvero in salute". Anche i suoi capelli stanno ricrescendo.
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“Curare un bimbo con il cancro lontano da casa può costare fino a 35mila euro” Il Fatto Quotidiano
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Bambini malati di cancro e tutele insufficienti per i genitori lavoratori che sono al loro fianco durante la cura. In occasione del mese internazionale per la sensibilizzazione sul cancro pediatrico, definito il Settembre d’Oro, l’Organizzazione di volontariato (Odv) Peter Pan ha lanciato l’allarme sul problema: “non si può scegliere tra lavoro e cura”. L’associazione aiuta le famiglie a vedere riconosciuti i propri diritti e le accompagna nei lunghi e complessi percorsi di cura degli under 18. Peter Pan ha presentato delle statistiche che evidenziano “i costi altissimi che devono affrontare in particolare le famiglie per far curare un figlio lontano da casa, cifre che possono arrivare anche fino a 35mila euro”. Si tratta di spese indirette e non sanitarie. L’Odv ha analizzato questi costi: alloggio tra 600 e 1.200 euro al mese, vitto tra 500 e 600, trasporti urbani fino a 340 euro al mese quando l’immunodepressione del bambino impone il taxi al posto dei mezzi pubblici, viaggi interregionali fino a 300 euro a tratta per adulto, con un aggravio del 20-40% per chi parte dalle isole. E ancora il supporto psicologico – fino a 460 euro al mese – la riabilitazione neuro-psico-motoria e i costi delle pratiche amministrative. L’organizzazione offre una serie di servizi e accoglie in alloggi predisposti ad hoc gratuitamente a Roma le famiglie che arrivano da altre Regioni e da altri Paesi per curare i propri figli e supporta in particolare le famiglie laziali nel loro percorso di cura.
“Quando un bambino si ammala le spese familiari aumentano e, paradossalmente, a questo si aggiunge spesso una perdita di reddito”, evidenzia l’Odv. Non sempre, infatti, è possibile sottrarre al proprio lavoro il tempo necessario a seguire il percorso di cura, senza ripercussioni. Almeno un genitore si trova, così, a dover abbandonare o ridurre la propria occupazione. In Italia ogni anno ricevono una diagnosi di tumore circa 1.400 bambini tra 0 e 14 anni e altri 600-800 ragazzi tra i 14 e i 20 anni. Grazie alla ricerca e al progresso delle cure i percorsi di guarigione sono sempre più possibili: la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è dell’84%. I percorsi di cura, però, per le famiglie hanno un onere molto alto, sia in termini economici che di tempo, necessario per seguire le cure del proprio bambino che spesso avvengono negli ospedali di città diverse dalla propria. L’associazione spiega che “strumenti e tutele per evitare che ciò accada, in realtà, esistono, ma sono pensati per percorsi di cura più brevi rispetto a quelli oncologici pediatrici. E valgono solo per i lavoratori dipendenti”. Lo strumento principale, il congedo straordinario, ha, infatti, un limite complessivo di due anni nell’arco della vita lavorativa e non si rinnova.
I tumori pediatrici, invece, possono comportare recidive, ulteriori trapianti, complicanze tardive, follow-up intensivi ed effetti a lungo termine delle terapie. Contattato da ilfattoquotidiano.it Ferdinando Ricci, direttore generale di Peter Pan: “Continuare a considerare il tumore pediatrico solo come un problema sanitario significa perdere una parte importante del problema”. “Le cure sono naturalmente centrali”, afferma Ricci, “ma la malattia entra nella vita di un bambino e della sua famiglia e ne modifica profondamente gli equilibri”. Il dg sottolinea che “è per questo che dobbiamo ragionare sempre di più in termini di presa in carico complessiva. È una direzione indicata anche dal Piano Oncologico Nazionale: accanto alla qualità delle cure, occorre considerare i bisogni psicologici, sociali, educativi e assistenziali del paziente e della sua famiglia. Non sono aspetti accessori alla cura, ma fanno parte del percorso”. Il congedo straordinario retribuito, ad esempio, ha un limite complessivo di due anni e, se un bambino affronta una recidiva, quanto già utilizzato non riparte da zero. “Non è un’ipotesi residuale”, racconta Ricci, “delle 187 famiglie intercettate da Peter Pan dal 2024 a oggi, 40, più del 20%, stanno affrontando una recidiva. E ci sono poi lavoratori autonomi e partite IVA, per i quali le tutele scarseggiano”.
Chiara è una libera professionista e alla prima diagnosi di sua figlia “ho fermato tutto per stare con lei. Dopo i primi mesi di terapia”, racconta a ilfattoquotidiano.it, “quelli più intensi, sono rientrata al lavoro un po’ alla volta e con orario molto ridotto. In quel periodo mio marito Luca ha potuto prendere il congedo, quindi si è alternato con me”. Quando purtroppo la malattia della figlia è tornata, ha dovuto fermarsi di nuovo e per un periodo più lungo. “Questa volta, grazie all’aiuto dei miei soci di studio, ho seguito piccolissimi progetti senza scadenze strette. Lavoravo”, continua Chiara, “quando potevo, in ospedale o nella casa di Peter Pan e anche se era veramente poco quello che facevo mi ha aiutato moltissimo a livello personale, per non sentirmi completamente annientata dalla situazione”. Luca è un dipendente di banca, quando la bimba si è ammalata la prima volta ha chiesto il congedo straordinario. “Essendo una grande azienda ha da tempo introdotto varie soluzioni per venire incontro a queste esigenze. All’inizio prima di riuscire ad attivare il congedo straordinario ho potuto godere di svariati giorni donati da altri colleghi in una banca del tempo, utilizzata per queste emergenze, alternandomi con Chiara” racconta. “Queste giornate, unite a dei giorni di ferie”, conclude Luca, “mi permettevano di passare una settimana al mese a Roma con mia figlia. Ovviamente tutto questo anche grazie ai colleghi. Anche la famiglia ci ha supportato, durante le settimane passate a casa infatti la nonna era con noi per aiutarci con tutte le attività casalinghe, scolastiche ed extrascolastiche”.
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Intervento chirurgico robotizzato per la rimozione di un tumore polmonare su un uomo con una storia di fumo di 40 anni. Vietnam.vn
I medici dell'ospedale FV hanno utilizzato il sistema chirurgico robotico da Vinci Xi di nuova generazione per aiutare il signor Nguyen Van Hai (66 anni, di Ho Chi Minh City) a rimuovere un sospetto tumore polmonare maligno in un paziente affetto da grave tubercolosi fibrotica. Al signor Nguyen Van Hai è stato riscontrato un tumore polmonare di circa 17 mm. Tuttavia, l'intervento chirurgico si è rivelato complesso a causa della storia clinica del paziente, che fumava da 40 anni e soffriva di tubercolosi polmonare da circa 30 anni. Le sequele della tubercolosi avevano causato grave fibrosi e aderenze nei polmoni, rendendo difficile la distinzione tra i lobi polmonari. Presso l'ospedale FV, l'équipe guidata dal dottor Dang Dinh Minh Thanh, primario del reparto di chirurgia toracica ed esperto di chirurgia robotica da Vinci, ha eseguito l'intervento utilizzando il sistema robotico da Vinci Xi. Dopo quasi due ore di separazione del tessuto polmonare adeso, i medici hanno identificato la lesione e rimosso con successo il tumore. In un contesto di grave danno polmonare, compaiono piccoli noduli polmonari. Il signor Nguyen Van Hai ha una storia di fumo di circa un pacchetto di sigarette al giorno da 40 anni. Circa 30 anni fa, ha sofferto di tubercolosi polmonare. Inoltre, è anche diabetico. Gli esami e la TAC effettuati presso l'ospedale FV hanno rivelato un sospetto nodulo polmonare maligno su uno sfondo di esteso tessuto polmonare fibrotico. Secondo il dottor Dang Dinh Minh Thanh, si tratta di un caso con una complessa patologia di base. Il paziente era affetto da tubercolosi polmonare da 30 anni, che aveva causato l'adesione di tutti i lembi polmonari, rendendo difficile la distinzione tra i lobi, e anche l'adesione della pleura alla parete toracica. L'intervento chirurgico non mirava solo a rimuovere il tumore, ma anche a trattare le fortissime aderenze tra il polmone e la parete toracica. I medici dovevano inoltre ridurre al minimo il rischio di lacerare il parenchima polmonare, già indebolito da anni di danni. Dopo aver consultato il signor Hai e la sua famiglia, hanno acconsentito a sottoporsi all'intervento chirurgico robotico da Vinci Xi, controllato dal dottor Dang Dinh Minh Thanh. Sono state necessarie quasi due ore per separare le aderenze nel polmone prima di poter accedere al tumore. Il primo passo dell'intervento è stato separare il polmone dalla parete toracica. A causa delle gravi aderenze, l'équipe chirurgica ha dovuto procedere passo dopo passo, separando con estrema precisione gli strati di tessuto tra il polmone e la parete toracica. Si tratta di una procedura potenzialmente rischiosa. La superficie polmonare del paziente è ricoperta di bolle d'aria. Se la manipolazione è troppo energica, queste bolle possono rompersi, causando pneumotorace. "La parte più difficile del processo di rimozione delle aderenze è l'apice del polmone e la superficie interna, dove confina con il mediastino e i principali vasi sanguigni. Anche un piccolo errore può mettere il paziente in condizioni critiche", ha affermato il dottor Thanh. Il robot da Vinci Xi aiuta i medici a eseguire procedure di dissezione in spazi ristretti con elevata precisione, riducendo al minimo ulteriori danni al tessuto polmonare. Tuttavia, a causa della gravità delle aderenze polmonari, il solo processo di distacco ha richiesto quasi due ore. La tecnologia ICG identifica i confini dei lobi polmonari in tempo reale. Dopo aver liberato i polmoni dalla parete toracica, l'équipe ha dovuto determinare con precisione i confini tra i lobi polmonari. Anche questa fase si è rivelata complessa, poiché la struttura polmonare era stata alterata dalle conseguenze della tubercolosi. Per agevolare l'intervento, il dottor Thanh ha impostato il sistema robotico da Vinci Xi sulla modalità di fluorescenza ICG. Grazie a questa tecnologia, le aree di tessuto polmonare contrassegnate sono diventate chiaramente visibili sotto la luce fluorescente, aiutando così il medico a identificare i confini anatomici durante l'operazione. Grazie alla combinazione con tecniche di anestesia che consentono l'espansione isolata dei polmoni, l'équipe può individuare con precisione i confini tra i lobi polmonari e la posizione della lesione. Il robot da Vinci Xi aiuta inoltre i chirurghi a mantenere la stabilità in spazi ristretti, eliminando le vibrazioni naturali della mano del chirurgo. Ciò consente ai medici di accedere alla lesione e rimuoverla riducendo al minimo l'impatto sul tessuto polmonare sano circostante. Una volta definiti chiaramente i margini chirurgici, l'équipe ha proceduto alla rimozione del tumore. I risultati della biopsia hanno mostrato che il tumore aveva una dimensione di circa 17 mm ed era un carcinoma polmonare. Il paziente non presentava linfonodi ingrossati e gli è stato diagnosticato un carcinoma polmonare in stadio 1A. Secondo le linee guida terapeutiche applicate dall'équipe, per il tumore al polmone in fase iniziale sottoposto a chirurgia radicale, il paziente non necessita di trattamento adiuvante. In seguito all'intervento chirurgico, la funzione respiratoria del signor Hai si è quasi completamente ripristinata in meno di 24 ore. Questa stabilità ha rassicurato il paziente e la sua famiglia riguardo all'esito del trattamento. “Durante tutto il mio percorso di cura presso FV, dal servizio e dalla consulenza fino alle pratiche burocratiche, sono rimasto molto soddisfatto. Il team si è dimostrato professionale e dedito al lavoro”, ha affermato il signor Hai. Il caso del signor Hai dimostra che le dimensioni del tumore non sono l'unico fattore determinante per la difficoltà di un intervento chirurgico. Per le persone con polmoni gravemente danneggiati a causa del fumo o di patologie preesistenti, un'attenta valutazione delle condizioni polmonari e la scelta del metodo chirurgico più appropriato sono cruciali per il trattamento. Ospedale FV Indirizzo: 06 Nguyen Luong Bang Street, Tan My Ward, Ho Chi Minh City Numero di telefono: (028) 3511 3333. (Fonte: Ospedale FV) Fonte: https://vietnamnet.vn/ung-dung-robot-cat-u-phoi-cho-nguoi-dan-ong-co-tien-su-hut-thuoc-40-nam-2562442.html
Orgoglio Onco Med: l’associazione porta a Cosenza il professor Ascierto, luminare nella cura del melanoma | VIDEO-FOTO · CosenzaChannel.it - LaC News24
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Orgoglio Onco Med: l’associazione porta a Cosenza il professor Ascierto, luminare nella cura del melanoma | VIDEO-FOTO · CosenzaChannel.it LaC News24
Il direttore dell’Unità di tumori cutanei dell’Istituto Pascale di Napoli, insignito del prestigioso premio “Telesio d’Argento”, ha tenuto una lectio magistralis su fattori di rischio, prevenzione e nuove frontiere del vaccino terapeutico contro recidive e metastasi, che la scorsa estate ha superato con successo la terza fase di sperimentazione
Tra le antiche mura di Palazzo Arnone, si respira l’atmosfera delle grandi occasioni. Un nutrito gruppo di studenti del vicino liceo biomedico Telesio prende posto nella sala Leone, ospiti di Onco Med, instancabile associazione, da anni, al fianco dei pazienti oncologici.
È una giornata importante, e il pubblico (accorso numeroso) ne è testimonianza tangibile. «Siamo riusciti a portare a Cosenza il professor Paolo Antonio Ascierto, oncologo di fama internazionale, che ha accettato di tenere per noi una lectio magistralis sul melanoma». C’è orgoglio nelle parole della presidente di Onco Med Francesca Caruso, ed è un orgoglio sacrosanto: «Lo abbiamo inseguito a lungo, perché era sempre in giro per il mondo, ma appena possibile ha accettato il nostro invito, e lo ha fatto con l’umiltà che contraddistingue “i grandi”.
Direttore dell’Unità di melanoma e tumori cutanei dell’Istituto Pascale di Napoli, presidente della Fondazione melanoma, della Società italiana di oncologia e pioniere dell’immunoterapia oncologica, nel decennio 2013-2023 ha guidato la classifica Expertscape come massimo esperto di melanoma al mondo: questi (alcuni) dei titoli del professore Paolo Antonio Ascierto, che alla platea di Palazzo Arnone ha parlato di fattori di rischio, cultura della prevenzione e nuove frontiere legate al vaccino terapeutico contro le recidive e le metastasi del melanoma.
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Professore Ascierto, cos’è il melanoma?
Il melanoma è il tumore della pelle più aggressivo e ha origine dalle cellule che formano i nei, i melanociti. Si può sviluppare su cute sana o, nel 30% dei casi, a partire da un neo. È la forma di tumore cutaneo più pericolosa per via della elevata capacità di generare metastasi, se non trattata in tempo.
Quali sono i fattori di rischio?
I fattori di rischio sono essenzialmente le radiazioni ultraviolette. Ciò significa che prendere il sole in maniera non corretta può causare il melanoma. Anche scottature risalenti all’età infantile ed adolescenziale possono essere all’origine della comparsa del tumore.
Esiste anche una componente genetica?
Sicuramente c'è una componente genetica e familiare, nel senso che i familiari di un paziente che ha un melanoma sono più a rischio degli altri.
Qual è il ruolo della prevenzione?
La prevenzione è fondamentale, prevenire è meglio che curare. Negli ultimi anni abbiamo avuto un incremento dei casi di melanoma. Tra l'altro basta un po' di accortezza, quindi evitare le scottature e soprattutto evitarle in giovane età, perché sono quelle che aumentano il rischio. Il sole bisogna saperlo prendere.
Ad agosto il vaccino Moderna ha superato con successo la sperimentazione della fase tre. Di cosa si tratta?
È un vaccino personalizzato, che viene prodotto a partire dal melanoma dell'individuo. Viene processato, e da lì vengono tirate fuori delle proteine che si chiamano antigene, tipiche del tumore, contro il quale noi istruiamo il sistema immunitario che viene iniettato insieme all'immunoterapia al paziente. Serve non per prevenire il melanoma, ma per curarlo, quindi è un vaccino terapeutico.
L’associazione Onco Med le ha consegnato il prestigioso premio Telesio d’Argento.
Sono molto grato di aver ricevuto un riconoscimento tanto importante. Ovviamente, ogni premio è una testimonianza del lavoro svolto. Il lavoro non è mai del singolo, ma del gruppo, quindi quello che mi fa piacere, quando si riceve un premio, è che si conferisca un riconoscimento a tutta la squadra che lavora al mio fianco».
A Cosenza, dove il professor Paolo Antonio Ascierto, vincitore del Telesio d’Argento, ha tenuto una lectio magistralis sul melanoma e sulle nuove
possibili cure
L’evento Onco Med di Palazzo Arnone ha fatto registrare la presenza dell’artista di origini napoletane Vincenzo De Lucia che ha commosso, e anche fatto sorridere il pubblico, con alcune delle sue imitazioni più celebri, tra cui quella di Maria De Filippi.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Di Battista e il tumore al cervello, in Italia circa 6mila diagnosi ogni anno: quali sono i sintomi ‘spia’ Forche Caudine-Molisani
(Adnkronos) – Prima apparizione televisiva per Alessandro Di Battista dopo la diagnosi di tumore al cervello e l’intervento al quale è stato sottoposto a Cuba. Dal glioblastoma alle forme più rare, i tumori al cervello sono un gruppo di neoplasie molto diverse fra loro. Si sviluppano da una crescita incontrollata di cellule nel sistema nervoso centrale che ne altera il funzionamento e, come si ricorda nel report annuale ‘I numeri del cancro in Italia’, di Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e Airtum (Associazione italiana registri tumori), “non esiste la possibilità di una ‘diagnosi precoce'”. La maggior parte di questi tumori “viene diagnosticata a seguito della comparsa di sintomi e finora non sono riconosciuti test efficaci a livello di popolazione”. Sono neoplasie relativamente rare, rappresentando circa l’1,6% di tutti i tumori registrati in un anno: in Italia si viaggia al ritmo di circa 6mila nuove diagnosi annue, le stime 2025 ne indicano 5.730 (su un totale di 362.100 nuovi casi di cancro censiti nel Paese), più comuni negli uomini (3.240 casi) che nelle donne (2.490 casi).
Esistono tumori cerebrali primitivi (che originano nel sistema nervoso centrale) e secondari (o metastasi), che si sviluppano originariamente in altri organi e poi si diffondono al tessuto nervoso. Tra i tumori cerebrali primitivi – si spiega in un focus dell’Irccs Humanitas – esiste un’ulteriore distinzione in tumori gliali, o gliomi, che rappresentano circa il 40% di tutti i tumori del sistema nervoso centrale dell’adulto, e in tumori non gliali. In generale la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è di poco più del 25%. In Europa vengono diagnosticati in media 5 casi all’anno di tumori primitivi del sistema nervoso centrale ogni 100.000 abitanti, e rappresentano il 2% di tutti decessi per cancro. A differenza di alcuni Paesi industrializzati quali gli Usa e l’Inghilterra, dove si assiste a un costante incremento, l’incidenza negli ultimi anni dei tumori del sistema nervoso centrale (Snc) in Italia appare stabile, si osserva nel volume di Aiom e Airtum.
Il tumore del Snc maligno più frequente nell’adulto è il glioblastoma, con un tasso di incidenza stimato intorno a 3-4 casi su 100 mila abitanti per anno. Il glioblastoma fa parte del gruppo degli astrocitomi, che rappresentano l’85% circa di tutti i gliomi dell’adulto e sono i più comuni di questa tipologia, seguiti dagli oligodendrogliomi e dagli ependimomi (nomi che derivano al tipo di cellule da cui originano). I gliomi tradizionalmente vengono suddivisi in tumori a basso grado, più frequenti dai 20 ai 40 anni – spiega l’Humanitas nel focus – o ad altro grado, più frequenti dai 40 ai 70. Dopo i 70 anni, il glioblastoma multiforme è la forma più frequente e aggressiva. Per quanto riguarda i tumori non gliali, in questo gruppo molto vario rientrano per esempio il medulloblastoma, il meningioma, i linfomi primitivi del sistema nervoso centrale, i tumori dell’ipofisi.
Difficile inquadrare i sintomi, nel senso che le manifestazioni dei tumori cerebrali sono varie, come spiega in un approfondimento il Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs di Roma e legate principalmente alla zona in cui si sviluppano e alla loro grandezza, per cui mostrano sintomi sia nelle forme benigne che in quelle maligne. Si parla di sintomi profondamente diversi come: forte mal di testa refrattario ai trattamenti farmacologici; crisi epilettiche (che assieme al mal di testa sono i sintomi più comuni); variazioni della personalità e del carattere; progressiva perdita della deambulazione e difficoltà nella coordinazione; confusione generalizzata; disturbi del linguaggio; problemi improvvisi all’udito; problemi di equilibrio; disturbi visivi; nausea; vomito; perdita dell’appetito; disturbi emotivi; progressiva ipoestesia (perdita parziale o totale della sensibilità); allucinazioni sensoriali; e nel bambino ritardi nella crescita.
In linea di massima, segnalano gli esperti dell’Irccs romano, si può affermare che i sintomi si presentano nel lato del corpo opposto all’emisfero in cui si trova il tumore, nello specifico mostrando indebolimento o paralisi di un arto. Considerando, infine, che lo spazio disponibile per la crescita del tumore nel cervello è ridotto, si verifica un accumulo di liquido (edema), che può causare un innalzamento della pressione endocranica.
La diagnosi di tumore al cervello deve tenere in considerazione la sintomatologia riscontrata (in particolare se il mal di testa assume caratteristiche specifiche o si presentino crisi epilettiche mai viste prima) e si avvale, per la conferma, degli esami di imaging, come risonanza magnetica e tomografia computerizzata. Si ricorre, infine, a biopsia del tumore per comprenderne la malignità, in alcuni casi eseguita con tecnica stereotassica. Inoltre, oggi le moderne tecniche di risonanza funzionale permettono di sapere quali aree cerebrali adiacenti e quali fibre nervose sono coinvolte per permettere al chirurgo di eseguire la procedura chirurgica rispettando tali aree.
Il trattamento dei tumori cerebrali è variabile e può prevedere: l’intervento chirurgico (craniotomia); la radiochirurgia senza incisioni (con raggi gamma o fasci protonici); l’inserimento di un impianto che rilascia gradualmente un farmaco chemioterapico; l’applicazione di un dispositivo chiamato shunt per drenare il liquido cerebrospinale (nell’addome, in cui viene smaltito, grazie a un impianto sottocutaneo); la chirurgia stereotassica.
Chi è più a rischio? Come evidenzia un focus dell’Airc, tra i fattori di rischio accertati c’è l’esposizione a radiazioni gamma e X ad alto dosaggio, agenti per i quali, secondo l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), vi è sufficiente evidenza di effetto cancerogeno negli esseri umani. Per quanto riguarda l’esposizione a campi elettromagnetici, anche quelli prodotti dai telefoni cellulari, non è riconosciuta al momento un’evidenza significativa di possibili effetti di questo tipo nell’uomo. Raramente alcuni tipi di neoplasie del sistema nervoso ricorrono nell’ambito di una stessa famiglia. In questi casi è probabile che vi sia una componente genetica ereditaria, anche se non è ancora chiaro quali siano i geni interessati né come le alterazioni si trasmettano e siano in grado di causare la malattia. Per dare un’idea, si stima che solo il 5% dei tumori gliali presenti una componente ereditaria. Alcune sindromi genetiche sono associate a un maggior sviluppo di tumori del sistema nervoso centrale: tra queste la neurofibromatosi di tipo 1 e di tipo 2, la sclerosi tuberosa, la sindrome di Li-Fraumeni, la sindrome di Von Hippel-Lindau e altre (sindromi di Turcot, Gorlin, Cowden).
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Intervista a Francesco Selvaggi: «Colon, sfida prevenzione: spazio ai giovani medici» Il Mattino
Si è parlato di prevenzione per le patologie colorettali, nel corso di una diretta della web tv de Il Mattino condotta dal caporedattore e coordinatore delle Cronache, Gerardo Ausiello, alla quale ha preso parte Francesco Selvaggi, ordinario di Chirurgia generale dell’Università Vanvitelli.
Professore, ottobre è il mese della prevenzione. Quanto sono importanti gli screening per il tumore del colon-retto?
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«Sono fondamentali. Si parte dalla ricerca del sangue occulto nelle feci: se il risultato è positivo, si procede con la colonscopia. In realtà, in una persona senza sintomi, la probabilità di trovare una malattia grave è molto bassa, circa lo 0,5%, quindi significa un tumore su 200 colonscopie. Nella fascia tra 50 e 70 anni, però, la probabilità di individuare un polipo adenomatoso, che poi può trasformarsi in carcinoma, è più alta, oltre il 10% dei casi. E questa è la vera prevenzione secondaria, cioè la possibilità durante la colonscopia di rimuovere un polipo con un intervento minimo che consente al paziente di tornare a casa dopo poco tempo».
Detenuto sedicenne ingoia chiodi, piantonato per dieci giorni su un barella del pronto soccorso
Asportare un polipo risolve il problema definitivamente o saranno necessari ulteriori controlli?
«Servirà fare controlli, fino ai 70-75 anni d’età. Dopo una polipectomia, i tempi dipendono dalle caratteristiche del polipo: per quelli a maggiore rischio, la colonscopia può essere ripetuta dopo 2 anni, mentre per quelli meno rischiosi si può arrivare anche a 4 anni, o a 5 se non ci sono problemi».
Lei ha alle spalle oltre 4mila interventi chirurgici, più di 270 pubblicazioni scientifiche, e ha contribuito alla definizione di linee guida sul tumore del colon-retto. Come mai ha deciso di specializzarsi nella chirurgia colon-rettale?
«Ho svolto uno stage in un ospedale di Londra, il San Marco Hospital, riferimento mondiale per questa specialità, fino a conseguire il board di chirurgia colorettale, che si occupa non solo di tumori, ma anche di numerose altre patologie. Nell’ospedale londinese sono state sviluppate molte tecniche utilizzate in tutto il mondo. Per la colite ulcerosa, ad esempio, sono state messe a punto procedure che permettono di rimuovere la malattia e ricostruire un serbatoio intestinale mantenendo l’ano e quindi la possibilità di evacuare per via naturale. Il San Marco ha, inoltre, avuto un ruolo importante nello sviluppo delle tecniche per la malattia di Crohn e nella chirurgia dei tumori intestinali».
Prevenzione significa anche adottare una corretta alimentazione?
«Certo. La dieta mediterranea continua a rappresentare un modello valido. Dobbiamo limitare alcuni tipi di grassi e cercare di ridurre il consumo di alimenti con molti additivi. La prevenzione non passa quindi soltanto dagli esami, ma anche dalle nostre abitudini quotidiane».
In tanti tendono a sottovalutare alcuni sintomi. Cosa consiglia a chi ha problemi intestinali?
«Di rivolgersi a un buon medico. Non necessariamente a un chirurgo, anche al medico di medicina generale o a uno specialista, che saprà indicare il percorso corretto. Non bisogna sottovalutare i sintomi, ma neppure vivere con un’eccessiva preoccupazione. È importante affidarsi a professionisti qualificati e seguire le indicazioni appropriate».
In questo campo quanto è importante il lavoro di squadra?
«È fondamentale. Confrontarsi con altri professionisti permette di arricchirsi e di individuare la strada migliore. Le linee guida sul tumore del colon-retto nascono dal lavoro di gruppi di esperti e rappresentano un indirizzo per gli altri professionisti. Non sono però un verbo assoluto: ogni paziente è diverso e le decisioni devono essere adattate alla persona».
In Campania si parla spesso di migrazione sanitaria. È davvero una necessità?
«Nella nostra regione ci sono eccellenze e professionisti di grande valore, spesso inseriti in team multidisciplinari. Alcuni aspetti organizzativi delle strutture e del personale possono essere migliorati, ma dal punto di vista professionale esistono competenze assolutamente valide. È importante valorizzarle e organizzare meglio i servizi».
Che messaggio vuole rivolgere ai giovani medici indecisi sulla specializzazione?
«Di appassionarsi. Dove c’è passione non ci sono orari né ostacoli che possano fermarti. Appassionarsi a qualcosa è una delle cose più belle che ci possano essere, non soltanto nella professione, ma nella vita».
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
La Sette Campanili di Cavaria con Premezzo corre per i bambini malati di leucemia VareseNews
Una giornata di sport, ma soprattutto un’occasione per sostenere una causa importante. In vista dellaSette Campanili, in programmadomenica 18 ottobreaCavaria con Premezzo,l’associazioneInsieme ad Andrea si può – ETSlancia un appello a runner, camminatori, famiglie e gruppi di amici: partecipare alla manifestazione entrando a far parte della squadra dell’associazione. L’obiettivo è trasformare la corsa in unmomento di solidarietàa sostegno dei bambini malati di leucemia e delle loro famiglie, attraverso le attività che l’associazione porta avanti sul territorio. La 7 Campanili è una manifestazione aperta a tutti e propone diversi percorsi,competitivi e non competitivi, pensati sia per gli sportivi più allenati sia per chi vuole semplicemente trascorrere una mattinata all’aria aperta. Possono partecipare adulti e bambini, correndo o camminando, individualmente oppure in gruppo. Quest’anno, però, accanto all’aspetto sportivo si aggiunge una forte componente solidale. Le iscrizioni effettuate attraverso illinkdedicatoa Insieme ad Andrea si può – ETScontribuiranno direttamente a sostenere iprogetti dell’associazione, impegnata nell’aiuto ai bambini che affrontano la leucemia. Tutti gli eventi diottobrea Materia Via Confalonieri, 5 - Castronno Noi della redazione di VareseNews crediamo che una buona informazione contribuisca a migliorare la vita di tutti. Ogni giorno lavoriamo cercando di stimolare curiosità e spirito critico.
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Tumori under 50 in aumento: cosa cambia per la prevenzione La Voce di New York
Il cancro continua a essere soprattutto una malattia dell’età avanzata. Ma qualcosa sta cambiando prima dei 50 anni. Una nuova analisi del World Cancer Research Fund International mostra che, nelle ultime due decadi, diversi tipi di tumore sono diventati più frequenti tra gli adulti più giovani in Inghilterra, Stati Uniti e Paesi Bassi. Non si tratta di dire che il cancro sia diventato comune tra i ventenni, i trentenni o i quarantenni. L’età rimane il principale fattore di rischio e la maggior parte delle diagnosi continua ad arrivare dopo i 50 anni. Il dato nuovo è un altro: per alcune neoplasie, chi oggi appartiene alle fasce più giovani presenta tassi di incidenza superiori rispetto a chi aveva la stessa età alcuni decenni fa. Il WCRF ha analizzato l’andamento di dodici tipi di tumore utilizzando registri oncologici statunitensi, olandesi e inglesi tra il 2000-2001 e il 2023. Non è un nuovo trial clinico, ma un’analisi dei dati epidemiologici: sono stati studiati sia i numeri assoluti delle diagnosi sia l’andamento dei tassi di incidenza.
Dal colon-retto alla prostata
In Inghilterra, tra le donne sotto i 50 anni, il WCRF ha rilevato un aumento significativo nel tempo del numero di casi di tumore della mammella, colon-retto, cervice uterina, utero, rene, fegato, pancreas e stomaco. Tra gli uomini la crescita riguarda colon-retto, rene, fegato, pancreas e prostata. Negli Stati Uniti e nei Paesi Bassi emergono tendenze analoghe, anche se non perfettamente sovrapponibili. Alcuni numeri inglesi rendono bene la dimensione del fenomeno. Negli uomini under 50 il tasso di tumore della prostata è passato da circa 1 a 3,6 casi ogni 100 mila persone tra il 2001 e il 2023. Per il colon-retto è salito da 4 a 8,4. Tra le donne, il tumore colorettale è passato da 3,8 a 8,3 casi ogni 100 mila, quello dell’utero da 1,8 a 3,9 e quello del rene da 1,2 a 2,3. Per la mammella l’aumento è stato da 42 a 47,5 casi ogni 100 mila donne. Serve però una cautela: un aumento del numero assoluto delle diagnosi non coincide necessariamente con un aumento equivalente dell’incidenza. È il caso, per esempio, del tumore della cervice in Inghilterra, per il quale il numero di casi mostra una tendenza crescente mentre il tasso riportato dal WCRF è sceso da 8 a 6,8 ogni 100 mila. La fotografia è quindi più complessa di un semplice aumento generalizzato di tutti i tumori giovanili.
Il colon-retto è il segnale più internazionale
È soprattutto il tumore del colon-retto ad aver acceso negli ultimi anni l’attenzione degli oncologi. Uno studio pubblicato su The Lancet Oncology, basato sui registri di 50 Paesi e territori, aveva già riscontrato un aumento dell’incidenza tra i 25 e i 49 anni in 27 di essi. In 20, l’aumento riguardava esclusivamente i più giovani oppure era più rapido rispetto a quello osservato nelle fasce di età superiori. L’Inghilterra era tra i Paesi con la crescita più rapida, circa il 3,6% l’anno nel periodo più recente analizzato. Cancer Research UK calcola inoltre che nel Regno Unito l’incidenza del tumore colorettale tra i 25 e i 49 anni sia aumentata di oltre il 50% rispetto ai primi anni Novanta. Eppure più di nove casi su dieci continuano a verificarsi dopo i 50 anni. È proprio questo apparente paradosso a rendere difficile la risposta sanitaria: il rischio dei giovani rimane basso in termini assoluti, ma la sua crescita nel tempo è sufficientemente netta da richiedere una spiegazione.
Perché sta succedendo?
Una risposta definitiva ancora non c’è. Il WCRF indica una combinazione possibile di fattori: aumento di sovrappeso e obesità, minore attività fisica, consumo di alcol, alimentazione povera di fibre e ricca di carni rosse o lavorate, ma anche esposizioni ambientali che possono essersi modificate tra una generazione e l’altra. Sono allo studio inquinanti, sostanze chimiche e plastiche, inquinamento di aria e acqua, oltre ai cambiamenti del microbiota intestinale. Anche dieta, utilizzo di antibiotici e altre esposizioni precoci potrebbero modificare infiammazione, metabolismo e risposta immunitaria nel corso della vita. Nessuno di questi fattori, però, è stato identificato come la singola causa dell’aumento. Una parte della crescita potrebbe inoltre dipendere dal fatto che oggi si diagnostica meglio e prima. I giovani sono più consapevoli dei sintomi, ricorrono maggiormente agli accertamenti e tecniche diagnostiche più efficaci possono individuare tumori che in passato sarebbero sfuggiti. Secondo il WCRF, tuttavia, questo non basta a spiegare interamente il fenomeno.
Uno studio seguirà 250 mila persone
Per provare a isolare i fattori coinvolti è appena partito PROSPECT-UK, progetto guidato dal King’s College London che punta ad arruolare 250 mila persone tra i 18 e i 50 anni. I partecipanti forniranno informazioni dettagliate su alimentazione, stile di vita, ambiente e salute, che verranno poi collegate alle loro cartelle sanitarie nel tempo. Un sottogruppo compilerà diari alimentari più approfonditi e fornirà anche campioni di sangue e feci, utili per studiare biomarcatori e microbiota. Una delle novità sarà il livello di dettaglio sull’alimentazione: i ricercatori intendono andare oltre categorie generiche come quella dei cibi ultra-processati e raccogliere informazioni anche sui singoli prodotti e marchi consumati. Lo scopo è capire se determinati alimenti o combinazioni alimentari siano associati a un rischio maggiore o minore di carcinoma colorettale precoce.
PROSPECT-UK rimane però uno studio osservazionale: potrà trovare associazioni, non dimostrare da solo rapporti di causa-effetto. E non prenderà in esame tutti i possibili fattori, come quelli genetici e alcune caratteristiche biologiche dei tumori, che vengono studiati parallelamente dal progetto internazionale PROSPECT.
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Tumore del pancreas, daraxonrasib: al Gemelli partono i trial sul farmaco che raddoppia la sopravvivenza Dossier Salute
Il tumore del pancreas ha una nuova arma mirata. Il daraxonrasib, un farmaco orale approvato dalla FDA americana il 26 agosto 2026, ha quasi raddoppiato la sopravvivenza dei pazienti con malattia metastatica già trattati. In Italia sono appena partiti due studi al Policlinico Gemelli di Roma, ma il farmaco non è ancora disponibile nel Servizio sanitario nazionale. Gli oncologi invitano alla cautela: è un passo avanti importante, non una cura definitiva.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
In sintesi
Il daraxonrasib è un inibitore RAS(ON) orale che colpisce la proteina RAS, mutata in oltre il 90% dei tumori del pancreas.
Nello studio di fase 3 RASolute 302, su 500 pazienti, la sopravvivenza mediana è stata di 13,2 mesi contro circa 6,7 con la chemioterapia.
La FDA lo ha approvato il 26 agosto 2026 per il tumore pancreatico metastatico già trattato.
Il 2 ottobre al Gemelli di Roma sono partiti due trial, uno in prima linea e uno dopo l’intervento chirurgico.
In Italia il farmaco è disponibile solo nei trial o con l’uso compassionevole, in attesa dell’esame dell’EMA.
Cos’è il daraxonrasib e come funziona
Il daraxonrasib è un inibitore RAS(ON) multi-selettivo. Agisce sulla proteina RAS nella sua forma attiva, quella che invia alle cellule tumorali un segnale di crescita continuo. Nel tumore del pancreas il bersaglio è decisivo. Le mutazioni del gene KRAS, che appartiene alla famiglia RAS, sono presenti in oltre il 90% dei casi. Per decenni questa proteina è stata considerata quasi impossibile da colpire con un farmaco.
Il farmaco si assume per bocca, in compresse. È sviluppato dall’azienda Revolution Medicines e negli Stati Uniti è venduto con il nome Rasonque. L’autorizzazione della FDA riguarda l’adenocarcinoma pancreatico metastatico. Possono riceverlo i pazienti che hanno già fatto almeno una terapia o che non possono sottoporsi a una chemioterapia con più farmaci.
Il tumore del pancreas è tra i più difficili da curare. Spesso viene scoperto quando la malattia è già avanzata e la chirurgia non è più possibile. Per questo ogni guadagno di sopravvivenza nella forma metastatica pesa molto, anche quando si misura in mesi. Il daraxonrasib è il primo farmaco mirato che attacca direttamente questo motore genetico del tumore.
La storia di questa molecola mostra quanto sia lungo il cammino dalla ricerca di base al paziente. Il gene KRAS è noto ai ricercatori da oltre quarant’anni. Solo negli ultimi anni sono arrivati i primi farmaci capaci di colpirlo, all’inizio in altri tumori come quello del polmone. Il daraxonrasib estende questa strategia a una malattia che finora ne era rimasta quasi priva.
I risultati dello studio RASolute 302
I dati arrivano dallo studio di fase 3 RASolute 302. Sono stati presentati al congresso dell’ASCO il 31 maggio 2026 da Brian Wolpin, del Dana-Farber Cancer Institute di Boston, e pubblicati sul New England Journal of Medicine. Hanno partecipato 500 pazienti con tumore pancreatico metastatico già trattato, in Nord America, Europa e Asia.
La sopravvivenza globale mediana è stata di 13,2 mesi con il daraxonrasib. Con la chemioterapia standard è stata di circa 6,7 mesi. La mediana è il valore che divide a metà i pazienti: metà è vissuta più a lungo, metà meno. La sopravvivenza libera da progressione è stata di poco più di 7 mesi contro circa 3,5 mesi.
Anche la tollerabilità ha dato segnali favorevoli. Eventi avversi gravi, di grado 3 o superiore, si sono verificati nel 43,6% dei pazienti trattati con il nuovo farmaco e nel 57,5% di quelli in chemioterapia. Hanno interrotto la cura per gli effetti collaterali l’1,2% dei pazienti con daraxonrasib e l’11,2% con la chemioterapia. Tra i disturbi più frequenti ci sono eruzioni cutanee e problemi gastrointestinali, descritti come gestibili. Il dato sulle interruzioni è importante, perché una terapia che si tollera meglio può essere proseguita più a lungo.
Questi risultati riguardano però la seconda linea di trattamento, cioè i pazienti che avevano già ricevuto una terapia. Non dicono ancora cosa accada quando il farmaco viene usato come primo trattamento o dopo un intervento chirurgico. È proprio ciò che i nuovi studi cercheranno di chiarire. Serviranno anni di osservazione per capire quanto durino i benefici e se la resistenza al farmaco limiti il vantaggio nel tempo.
Cosa succede in Italia: trial, accesso e costi
Il 2 ottobre il Policlinico Gemelli di Roma ha annunciato l’avvio di due sperimentazioni. La prima è in prima linea e prevede tre bracci: daraxonrasib da solo, daraxonrasib con chemioterapia e sola chemioterapia. La seconda è in terapia adiuvante, cioè dopo l’intervento chirurgico, e riguarda pazienti operati per tumore del pancreas.
Giampaolo Tortora, direttore del Comprehensive Cancer Center del Gemelli, ha spiegato che restano molte incognite su efficacia in prima linea e tossicità. Ha ricordato che alcuni studi descrivono già meccanismi di resistenza acquisita al farmaco. A suo giudizio non è vero che con questa terapia cambia tutto. Anche altri oncologi parlano di un punto di partenza più che di un traguardo.
Per quanto riguarda l’accesso, il daraxonrasib non è ancora rimborsato dal Servizio sanitario nazionale. L’EMA ha avviato una valutazione progressiva, la cosiddetta phased review, che non equivale a un’autorizzazione all’immissione in commercio. Fuori dai trial resta l’uso compassionevole, che secondo Quotidiano Sanità fatica a decollare. Il sottosegretario Gemmato ha confermato che l’AIFA sta trattando con Revolution Medicines per programmi di accesso anticipato.
Pesa anche il costo. Negli Stati Uniti la terapia supera i 30mila dollari al mese, e questo costringe chi non rientra nei trial a pagare di tasca propria. Per i pazienti e le famiglie il consiglio resta uno: parlare con l’oncologo curante e valutare con lui l’eventuale accesso a un centro che conduce sperimentazioni.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo. Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.
Domande frequenti (FAQ)
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Potenza, l’ospedale San Carlo punta sulla radioterapia Il Quotidiano del Sud
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Potenza, l’ospedale San Carlo punta sulla radioterapia. L’impegno: secondo bunker, nuove tecnologie, maggiori professionalità. Un accordo di collaborazione pubblico-privata con la Amethyst.
POTENZA – Il «recente avvio dei lavori per potenziare il servizio di Radioterapia» porta avanti «il percorso di innovazione e rafforzamento dell’offerta dell’Azienda ospedaliera regionale San Carlo». Lo si legge in una nota. Il progetto di sviluppo nelle cure oncologiche è partito con «la stipula dell’accordo di partenariato pubblico-privato con Amethyst Radioterapia Italia, parte di Stingray Healthcare Group e specializzata nello sviluppo e nella gestione di servizi di radioterapia oncologica».
Dice il direttore generale del San Carlo, Giuseppe Spera: «Il potenziamento della Radioterapia rappresenta un passaggio strategico nel percorso di crescita della nostra Azienda. Continuiamo a investire in innovazione, tecnologia e competenze con un obiettivo preciso: offrire ai pazienti cure sempre più qualificate, tempestive e vicine ai loro bisogni. Questo progetto rafforza il ruolo dell’Azienda nella rete oncologica e contribuisce a costruire una sanità pubblica regionale sempre più moderna ed efficace».
POTENZA, IL POTENZIAMENTO DELLA RETE ONCOLOGICA IN OSPEDALE E LE NUOVE TECNOLOGIE IN RADIOTERAPIA
L’assessore regionale alla Salute e Politiche della Persona, Cosimo Latronico, parla di «concreta attuazione delle azioni programmate dalla Regione per potenziare e qualificare la rete oncologica di Basilicata. Garantire l’accesso a tecnologie d’avanguardia all’interno delle nostre strutture pubbliche permette di innalzare il livello delle prestazioni erogate, rispondendo alla domanda di cura dei cittadini lucani e riducendo la necessità di migrazione sanitaria fuori regione».
Dal San Carlo promettono «la realizzazione di un secondo bunker, il rinnovamento delle tecnologie, la riorganizzazione degli spazi e dei percorsi clinico-assistenziali e il consolidamento delle professionalità dedicate. L’investimento consentirà di ampliare la capacità di presa in carico dei pazienti e di rendere disponibili trattamenti radioterapici tra i più avanzati utilizzati attualmente in ambito oncologico. Tra i primi interventi in programma figura l’installazione di una Tac di ultima generazione, dotata di una tecnologia d’avanguardia per il monitoraggio e la gestione automatica della respirazione del paziente in modo da calibrare l’acquisizione delle immagini sull’effettivo ciclo respiratorio».
«Si tratta di un’automazione che consente di coprire l’area di interesse più velocemente rispetto ai sistemi tradizionali e di concludere l’esame in pochissimi cicli respiratori, riducendo i tempi di apnea e aumentando il comfort del paziente. È una soluzione particolarmente efficace per l’esame di organi soggetti a movimento costante, come cuore e torace, poiché permette di acquisire rapidamente immagini ad altissima risoluzione indispensabili per una pianificazione terapeutica rapida e accurata».
IL PARTENARIATO PUBBLICO-PRIVATO E I VANTAGGI PER I PAZIENTI
«La partnership – aggiunge Ralph Hefti, amministratore delegato di Stingray Healthcare Group – segna un nuovo importante capitolo nel nostro impegno a fianco dell’Ospedale San Carlo e della popolazione della Basilicata. Negli ultimi 4 anni, lavorando a fianco delle équipe cliniche dell’ospedale, abbiamo sostenuto la crescita del suo servizio di radioterapia, più che triplicando il numero di cicli di trattamento effettuati».
«Il nuovo partenariato pubblico-privato ci consentirà di rafforzare ulteriormente il servizio di radioterapia, raddoppiando la capacità di trattamento, introducendo due acceleratori lineari di nuova generazione e modernizzando il reparto. Crediamo fortemente che ogni paziente debba avere accesso a cure oncologiche di livello qualitativamente elevato vicino a casa propria, attraverso tecnologie avanzate, competenze cliniche e investimenti a lungo termine a supporto del sistema sanitario».
«Coniugare innovazione tecnologica, organizzazione e qualità clinica – spiega il dottor Giuseppe Giovinazzo, responsabile della Radioterapia dell’ospedale San Carlo di Potenza – significa creare un centro capace di rispondere alle esigenze dei pazienti con standard elevati e una visione orientata al futuro. Poter contare su tecnologie e competenze di eccellenza vicino a casa significa offrire ai pazienti una scelta in più che valorizza il sistema sanitario regionale e ne rafforza l’attrattività, anche verso i pazienti delle aree limitrofe». Previsto anche un supporto psicologico. «Può apportare benefici concreti per i pazienti e per le loro famiglie», concludono dai vertici dell’azienda ospedaliera regionale San Carlo.