📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
43.0/100
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Criteri Critici
Giancarlo Magalli: “Nel 2023 diagnosi di linfoma, ho rischiato di morire” Telemia
Giancarlo Magalli è stato ospite oggi, mercoledì 12 marzo, da Caterina Balivo a ‘La volta buona’. Il conduttore televisivo ha ricordato quando nel 2023 ha rischiato di perdere la vita perché gli era stato diagnosticato un linfoma.
Continua.... La Gru - Banner 1151x660 Screenshot 2026-03-11 110425 MedClinic autolinee-federico-agos-24 JonicaClima InnovusTelemia CompagniaDellaBellezza00
La figlia Michela è stata la prima a sapere della gravità della situazione: “Mi hanno detto o lo prendiamo in cura o lo perdiamo”, ha raccontato la giovane a ‘La volta buona’.
“Me lo hanno detto a telefono, ma io non l’ho detto a papà perché non volevo farlo preoccupare”, ha raccontato Michela Magalli che è stata la prima a sapere della diagnosi del papà. “Mi hanno detto ‘è un linfoma, deve curarsi altrimenti entro due mesi non c’è più’”.
“La cosa assurda è che lo hanno detto a mia figlia, a me no. Se io non mi fossi curato, mi rimanevano due mesi di vita”, ha spiegato Giancarlo Magalli che in ospedale si era preso anche un’infezione. “I dottori non era positivi. Infatti, da quel giorno ringrazio sempre quando ho un momento insieme a papà, è un regalo per me”, ha aggiunto Michela.
Giancarlo Magalli ha raccontato un divertente aneddoto legato alla figlia: “Io andavo sempre a prenderla di notte dopo le feste e una volta mi hanno sparato sul finestrino. Che dire? Lei usciva in zone dove il più onesto aveva un ergastolo…”, ha ironizzato il conduttore televisivo.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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57.4/100
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Criteri Critici
Ricerca e cura integrate: così l’INT affronta il tumore del pancreas MeteoWeb
In occasione della Giornata Mondiale del Tumore al Pancreas (20/11), la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (INT) si posiziona con la sua Pancreas Unit tra le realtà più attive nel contrastare una delle neoplasie più complesse. La ricerca clinica, l’esperienza operativa e il riferimento territoriale come garanzia di eccellenza al servizio del paziente. “È importante ricordare – sottolinea Vincenzo Mazzaferro, Coordinatore della Pancreas Unit di INT – che ogni procedura eseguita su pazienti portatori di tumore del pancreas è a rischio e che la riduzione di tale rischio dipende sia dalle caratteristiche dei pazienti, che da quelle del tumore, nonché dal Centro di cura a cui ci si affida. Per questo motivo la Regione Lombardia si è fatta capofila nel creare un numero limitato di Pancreas Unit sul territorio, dove le varie terapie oggi disponibili di tipo farmacologico, interventistico, chirurgico, endoscopico, radioterapico e di supporto possano esser erogate al meglio, in ambiti dove siano garantiti sufficienti volumi di lavoro e adeguata esperienza degli operatori. Alla componente clinica di cura dei pazienti affetti da questo tumore, la Pancreas Unit di INT affianca inoltre linee di ricerca innovative che molto puntano sull’affinamento delle capacità di prevedere l’evoluzione dei vari stadi in cui il tumore si presenta e modificandole con terapie convenzionali o sperimentali”.
Intelligenza artificiale e genetica
“Il tumore del pancreas resta la neoplasia a prognosi più severa tra i tumori gastrointestinali”, spiega Filippo Pietrantonio, Direttore della S.C. di Oncologia Gastrointestinale. “Per anni la chemioterapia è stata l’unica opzione terapeutica, ma oggi la ricerca sta aprendo nuove strade: l’intelligenza artificiale e la genetica ci stanno consentendo di sviluppare farmaci mirati contro mutazioni specifiche del gene RAS, responsabile di oltre il 90% dei casi. I risultati preliminari delle sperimentazioni in corso sono incoraggianti, ma è importante mantenere prudenza e rigore scientifico: solo i dati delle prossime fasi cliniche ci diranno se siamo davvero di fronte a un cambio di paradigma”.
Il ruolo cruciale della chirurgia e della ricerca
“I pazienti operabili sono quelli a miglior prognosi, ma non è quasi mai la sola chirurgia di asportazione del tumore, spesso complessa, a permettere la guarigione – sottolinea Vincenzo Mazzaferro, Direttore della S.C. di Chirurgia Oncologica 1 – in una ricerca recente, sviluppata con numerose Strutture cliniche e sperimentali dell’Istituto Tumori, stiamo osservando come la ri-programmazione dell’immunità locale influenzi positivamente il controllo di questa neoplasia e come lo sviluppo di modelli di laboratorio direttamente allestiti con le cellule di malattia rimosse dai pazienti possano permettere la creazione di aggregati tumorali coltivati in laboratorio su cui verificare l’efficacia di terapie potenzialmente applicabili poi nei pazienti. Condizioni di questo tipo aprono a un lavoro medico totalmente nuovo, con capacità previsionali impensabili nel passato, che crediamo possano produrre presto i primi risultati tangibili sui pazienti”.
Ricerca, assistenza e rete
Oltre all’area clinica e di ricerca, l’Istituto Nazionale dei Tumori investe risorse nella formazione, nella gestione dei dati clinici e nella creazione di reti di ricerca, con data managers e biostatistici dedicati alla massima integrazione di ogni aspetto riguardante le persone affette dal tumore del pancreas. La Pancreas Unit di INT è formata da chirurghi, oncologi, endoscopisti, radioterapisti, nutrizionisti, patologi, immunologi, ricercatori e palliativisti che lavorano in stretta sinergia e in costante dialogo con l’Associazione fondata da ex-pazienti di INT e da loro famigliari (Prometeo ODV), per garantire informazione corretta, continuità assistenziale e copertura dei bisogni sociali lungo tutto il percorso di cura.
“La speranza nasce dal lavoro di squadra”, conclude Filippo Pietrantonio. “Solo grazie alla integrazione tra ricerca e assistenza possiamo trasformare una malattia oggi difficile da curare in una sfida progressivamente più affrontabile”.
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53.7/100
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Criteri Critici
Malnutrizione oncologica: emendamenti alla Manovra riconoscono la terapia nutrizionale come diritto Panorama della Sanità
Previsti fondi per le reti regionali di Nutrizione Clinica, detraibilità degli Afms e Iva al 10%. Sinuc: “Passo decisivo per migliorare esiti di cura, qualità di vita e sostenibilità del Ssn”
Gli emendamenti alla Legge di Bilancio riconoscono finalmente la nutrizione come cura essenziale per i pazienti oncologici. Con queste evidenze, la Società Italiana di Nutrizione Clinica e Metabolismo (SINuC) accoglie con favore la presentazione, nell’ambito della Legge di Bilancio 2026, degli emendamenti che intervengono in modo mirato sulla gestione nutrizionale del malato oncologico. Il testo dell’emendamento mira a sostenere la costituzione e il funzionamento delle reti regionali di Nutrizione Clinica, con un fondo sperimentale di 5 milioni. Da anni SINuC richiama l’attenzione sulla necessità di integrare in modo sistematico la valutazione e il trattamento nutrizionale nei PDTA oncologici, attraverso team multiprofessionali dedicati.
Le altre proposte riguardano la possibilità di detrazione fiscale per gli Alimenti a Fini Medici Speciali (AFMS) al 19%, l’introduzione di programmi strutturati di screening nutrizionale e misure volte a rendere più coerente e razionale il trattamento IVA applicato a tali prodotti, adeguandolo al 10% per tutti i prodotti.
Un problema clinico dalle conseguenze devastanti
In diversi studi è stato dimostrato che il tumore sottrae dalle 300 alle 500 calorie al giorno e da 15 a 20 grammi di proteine al giorno (Nutrition J. – 2010, 9:15). Ecco perché la perdita di peso è così repentina: anche solo un calo ponderale del 5% identifica un quadro di pre-cachessia, condizione che interferisce con l’efficacia delle terapie ed è fattore di rischio per la loro interruzione, tossicità e mortalità precoce. Dal punto di vista clinico e scientifico, si tratta di interventi che riconoscono esplicitamente il ruolo della nutrizione nel percorso oncologico: una condizione nutrizionale inadeguata è infatti associata a maggiori complicanze, minore tolleranza ai trattamenti, peggiori esiti clinici e maggiori costi per il SSN.
Investire in nutrizione significa investire in efficacia, equità e sostenibilità
“Alla luce della crescita dei fabbisogni sanitari e dei trend demografici in atto, è necessario trovare strade innovative per coniugare la qualità delle cure dedicate ai nostri pazienti con la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale“, dichiara Maurizio Muscaritoli, Presidente SINuC. “Un quadro normativo più favorevole alla nutrizione del malato oncologico, infatti, può tradursi in migliori esiti delle cure e in una più efficiente ed efficace allocazione delle risorse del Servizio Sanitario Nazionale oltre che ad un sostanziale miglioramento della qualità di vita di migliaia di malati oncologici ogni anno. Il fondo sperimentale del valore di 5 milioni rappresenta un investimento necessario nella salute dei pazienti oncologici nel percorso di cura”.
SINuC ringrazia così le Senatrici e i Senatori che hanno promosso questi emendamenti, “riconoscendo la centralità della Nutrizione Clinica nell’oncologia moderna. Allo stesso tempo, rivolgiamo un invito a una responsabilità bipartisan e universale a sostenere tali misure nella consapevolezza che una gestione nutrizionale adeguata del malato oncologico è parte integrante dell’etica e della qualità delle cure, e della sostenibilità complessiva del sistema sanitario”.
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Criteri Critici
Il trattamento del tumore del polmone negli stadi precoci. Se n'è discusso a Catanzaro (Video) Calabria Diretta News
Lunedì 17 novembre, alle ore 9, presso l’Aula Magna dell’Università Magna Graecia di Catanzaro, a Germaneto, si è svolto un congresso medico di grande rilevanza, organizzato dal provider Xenia di Francesca Mazza.
L’incontro, dal titolo “Il trattamento del tumore del polmone negli stadi precoci: stato dell’arte e prospettive nell’era dell’interattività”, ha visto come responsabili scientifici Marco Chiappetta e Vito Barbieri, mentre il presidente del Comitato scientifico è stato Francesco Givigliano.
Il razionale dell’evento sottolineava come il trattamento del tumore polmonare negli stadi iniziali rappresenti una sfida cruciale per la comunità medico-scientifica, soprattutto alla luce delle continue innovazioni diagnostiche e terapeutiche che stanno trasformando l’approccio clinico.
Il congresso ha offerto una panoramica aggiornata e multidisciplinare, con il contributo di esperti provenienti da diverse realtà ospedaliere e universitarie italiane e internazionali. Le sessioni hanno affrontato i principali aspetti della patologia: dalla diagnosi radiologica e molecolare alle tecniche chirurgiche, dalle strategie terapeutiche personalizzate all’impiego dell’intelligenza artificiale e della biopsia liquida. Particolare attenzione è stata dedicata agli strumenti innovativi di pianificazione chirurgica e alle opzioni per i pazienti non operabili, in linea con l’evoluzione delle terapie di precisione.
La prima parte del congresso ha esplorato le implicazioni radiologiche del tumore polmonare e il ruolo delle tecnologie di imaging avanzato nella caratterizzazione dei noduli. Successivamente, ampio spazio è stato riservato alla diagnostica moderna e alle nuove metodologie, tra cui la navigazione virtuale broncoscopica e le tecniche di biopsia guidata. Le sessioni pomeridiane hanno approfondito l’approccio terapeutico agli stadi iniziali e localmente avanzati della malattia, valutando non solo l’intervento chirurgico ma anche le terapie sistemiche neoadiuvanti e adiuvanti, in un’ottica integrata e multidisciplinare.
Il congresso si è rivolto a specialisti in pneumologia, chirurgia toracica e generale, oncologia, radioterapia, medicina nucleare, anatomia patologica, radiologia, medicina generale e biologia, configurandosi come un’occasione unica di aggiornamento professionale e confronto diretto tra clinici, ricercatori e professionisti del settore.
Gli organizzatori hanno espresso piena soddisfazione per la riuscita dell’iniziativa, sottolineando la qualità degli interventi e la partecipazione attiva dei relatori e del pubblico. Grazie alla presenza di esperti di alto profilo e alla varietà degli argomenti trattati, l’evento ha rafforzato la cultura della collaborazione multidisciplinare e promosso l’adozione delle strategie più efficaci di diagnosi e trattamento, con l’obiettivo di migliorare la prognosi e la qualità di vita dei pazienti affetti da tumore del polmone.
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Criteri Critici
Leucemia mieloide acuta, aggressiva e tipica degli anziani: c'è una nuova cura Corriere della Sera
di Vera Martinella
Disponibile anche in Italia un nuovo medicinale in compresse per i pazienti con una forma molto aggressiva: raddoppia il tempo medio di sopravvivenza
(Getty Images)
Ogni anno sono circa duemila, in Italia, i nuovi casi di leucemia mieloide acuta, una neoplasia che origina nelle cellule staminali presenti nel midollo osseo e si sviluppa molto rapidamente. Una patologia aggressiva, difficile da combattere anche perché, non di rado, va incontro a una recidiva. E a complicare le cose c'è il fatto che colpisce soprattutto persone anziane (ma può insorgere anche nei bambini e persone più giovani): la maggior parte dei malati, infatti, riceve la diagnosi a un'età compresa fra i 65 e gli 85 anni.
È in questo contesto che s'inserisce un nuovo farmaco in compresse (quizartinib), da poco approvato dall'Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) e dunque disponibile tramite Sistema sanitario nazionale nel nostro Paese.
Mutazioni genetiche strategiche per decidere la cura A oggi la terapia più efficace per poter guarire resta il trapianto di midollo da donatore, ma la maggior parte dei malati (anche per via dell'età avanzata) non è candidabile a questa procedura «pesante» da tollerare. Inoltre è fondamentale che la cura venga differenziata in base al tipo di alterazioni molecolari presenti nel singolo caso: per questo è indispensabile che tutti i malati, prima di iniziare una terapia, facciano test genetici e molecolari, molto sofisticati, per identificare in modo rapido e preciso i target per i farmaci da associare al trattamento tradizionale. «Dopo 30 anni in cui era disponibile esclusivamente la chemioterapia, purtroppo solo parzialmente efficace, negli ultimi anni sono arrivate diverse cure innovative che stanno cambiando radicalmente il modo di curare la leucemia mieloide acuta - ricorda Roberto Cairoli, direttore dell'Ematologia presso l'Ospedale Niguarda Ca' Granda di Milano e Professore Associato di Ematologia all’Università Milano Bicocca -. Sono state identificate numerose mutazioni genetiche nella leucemia mieloide acuta e questo ci ha aiutato a mettere a punto terapie mirate, a comprendere i meccanismi della malattia e la prognosi dei pazienti. Le mutazioni FLT3-ITD sono sono tra le più comuni, sono presenti in circa il 25-30% dei malati, e il nuovo medicinale è diretto proprio contro questo bersaglio».
Si tratta, peraltro, di mutazioni che contribuiscono a una prognosi particolarmente sfavorevole, perché indicano un aumento del rischio di recidiva, una scarsa percentuale di risposta alla terapia di salvataggio e un’attesa di sopravvivenza più breve rispetto ai pazienti con leucemia mieloide acuta senza mutazione.
Terapia in tre fasi: induzione, consolidamento, mantenimento «Ecco perché il nuovo farmaco è prezioso - commenta Adriano Venditti, direttore del Dipartimento di Onco-Ematologia e Professore Ordinario di Ematologia all’Università Tor Vergata di Roma -. Aifa l'ha approvato per trattare questa patologia aggressiva fin dalla prima linea, così da diminuire il rischio (consistente) di ricaduta della malattia: quizartinib ha dimostrato di ridurre il tasso di mortalità e di raddoppiare la sopravvivenza globale mediana».
Il via libera di Aifa, infatti, è per il trattamento di pazienti adulti con leucemia mieloide acuta FLT3-ITD positiva di nuova diagnosi, in associazione a chemioterapia di induzione standard (a base di citarabina e antraciclina) e chemioterapia di consolidamento standard (a base di citarabina), seguite da quizartinib come monoterapia di mantenimento.
Qual è l'attuale terapia standard per le persone con questa neoplasia?
Le linee guida prevedono un trattamento diviso in tre fasi: induzione, consolidamento, mantenimento. «Si procede generalmente con una chemioterapia intensiva (ad alte dosi) che punta a ridurre al minimo le cellule leucemiche e raggiungere la remissione completa della malattia (induzione), per poi passare a una terapia di consolidamento o mantenimento, il cui obiettivo è quello di eliminare tutte le cellule tumorali residue e ridurre il rischio di ricadute - dice Venditti -. Se possibile, nei pazienti che raggiungono la remissione completa e che possono sopportarlo, si continua con il trapianto allogenico di cellule staminali. Altrimenti si procede con una terapia di mantenimento». Il trattamento iniziale di induzione e la successiva terapia di consolidamento e mantenimento vengono scelti in base all'età del paziente, al suo stato di salute generale e al rischio della sua specifica neoplasia (citogenetico/molecolare).
Lo studio QuANTUM-First e i bisogni dei malati Quizartinib si è dimostrato efficace, aggiunto alla chemioterapia, sia in fase iniziale d'induzione sia come mantenimento per un ciclo di 36 mesi.
Lo indicano i risultati dello studio QuANTUM-First, pubblicato sulla prestigiosa rivista The Lancet, che ha coinvolto 539 pazienti: quizartinib è stato valutato in combinazione con chemioterapia standard di induzione e consolidamento, incluso il trapianto di cellule staminali emopoietiche, e come monoterapia di mantenimento per un massimo di 36 cicli, in pazienti adulti di età compresa tra 18 e 75 anni con leucemia mieloide acuta di nuova diagnosi positiva per la mutazione FLT3-ITD. Quizartinib ha ridotto il rischio di mortalità del 22% rispetto alla sola chemioterapia standard e la sopravvivenza globale mediana è stata di 31,9 mesi per i pazienti trattati con quizartinib rispetto a 15,1 mesi per i pazienti trattati con la sola chemio standard.
La leucemia mieloide acuta è legata alla moltiplicazione incontrollata di blasti (cellule cancerose di derivazione mieloide) che invadono il midollo osseo, che non è più in grado di funzionare correttamente e, in particolare, di garantire la produzione di cellule del sangue normali. «Questa insufficienza midollare porta all'insorgenza di anemia (affaticamento, pallore, difficoltà a respirare e tachicardia), a una predisposizione alle infezioni (anche gravi) dovuta alla diminuzione dei granulociti neutrofili. Infine, la diminuzione del numero di piastrine (trombocitopenia) può causare emorragie, in particolare a livello della cute e delle mucose. «Il paziente con leucemia mieloide acuta è spesso anziano e quindi fragile per definizione - conclude Davide Petruzzelli, Presidente dell’Associazione Pazienti La Lampada di Aladino -. La malattia lo debilita ulteriormente provocando una diminuzione della sua qualità di vita, una condizione che condivide con molti altri malati ematologici. È fondamentale garantire un’assistenza globale a questi pazienti, che includa supporto psicologico, nutrizionale e una gestione efficace del follow-up. È necessario inoltre ridurre le disuguaglianze nell'accesso alle cure e promuovere una sinergia tra ospedale e territorio, passando da una logica di prestazione a una di presa in carico».
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Criteri Critici
Miastenia gravis: benefici dalla terapia cellulare CAR-T anti BCMA corrierenazionale.it
La terapia cellulare Descartes-08, un trattamento a base di cellule CAR-T dirette contro l’antigene di maturazione delle cellule B (BCMA), ha prodotto risposte cliniche sostenute nei pazienti con miastenia gravis generalizzata
La terapia cellulare Descartes-08, un trattamento a base di cellule CAR-T dirette contro l’antigene di maturazione delle cellule B (BCMA), ha prodotto risposte cliniche sostenute nei pazienti con miastenia gravis generalizzata (gMG), secondo i dati dell’estensione dello studio di fase IIb presentati al congresso annuale dell’American Association of Neuromuscular & Electrodiagnostic Medicine (AANEM), in corso a San Francisco.
Lo studio, condotto dal professor Tuan Vu dell’University of South Florida Morsani College of Medicine di Tampa, ha valutato la sicurezza e l’efficacia di sei infusioni settimanali di Descartes-08 rispetto a placebo in adulti con gMG non positivi per anticorpi anti-MuSK ma in terapia immunosoppressiva. La maggior parte dei partecipanti (circa l’80% nel gruppo attivo e il 75% nel gruppo placebo) era positiva agli anticorpi anti-recettore dell’acetilcolina (AChR+).
Risultati principali: miglioramenti rapidi e persistenti
L’endpoint primario era la proporzione di pazienti con un miglioramento di almeno 5 punti nel punteggio del Myasthenia Gravis Composite (MGC) a 3 mesi.
Nel gruppo trattato con Descartes-08, il 67% dei pazienti ha raggiunto questo obiettivo, contro il 31% nel gruppo placebo (P=0,048). La riduzione media del punteggio MGC è stata di 5,4 punti con Descartes-08 e di 2,4 punti con placebo.
Dodici partecipanti hanno proseguito nel braccio open-label extension per ulteriori 9 mesi. A 12 mesi, l’83% ha mantenuto una risposta clinicamente significativa nei punteggi MG-ADL (Myasthenia Gravis Activities of Daily Living), il 33% ha raggiunto un’espressione minima dei sintomi e il 55% ha potuto ridurre la dose giornaliera di prednisone. Il punteggio medio MG-ADL è diminuito di 4,8 punti al mese 12, un miglioramento più che doppio rispetto alla soglia considerata clinicamente rilevante (≥2 punti).
Nel sottogruppo AChR+, i risultati hanno confermato l’efficacia del trattamento: 64% dei pazienti trattati ha mostrato un miglioramento MGC ≥5 punti contro 20% del placebo (P=0,031). Tra i sette pazienti che non avevano ricevuto precedenti terapie biologiche, il 100% ha mantenuto una risposta clinicamente significativa a un anno, e il 57% ha ottenuto un’espressione minima dei sintomi.
Sicurezza e tollerabilità
Il profilo di sicurezza è apparso favorevole. Gli eventi avversi più comuni nei primi 3 mesi includevano brividi, cefalea, febbre e nausea, generalmente transitori e risolti entro 24 ore dall’infusione. Si sono verificati un solo episodio serio correlato all’infusione e un caso di febbre persistente; nessun evento avverso è stato segnalato dopo il terzo mese.
Importante sottolineare che non si sono verificati casi di sindrome da rilascio di citochine (CRS) né di neurotossicità associata alle cellule effettrici immunitarie (ICANS), due complicanze tipiche delle terapie CAR-T oncologiche. Inoltre, il rischio infettivo non è risultato aumentato rispetto al placebo e non si sono osservate variazioni significative nei livelli di cellule B CD19+, anticorpi circolanti o titoli vaccinali.
Un nuovo paradigma terapeutico
Secondo Vu, i trattamenti oggi disponibili per la miastenia gravis agiscono in modo non selettivo sui meccanismi immunitari, richiedendo spesso tempi lunghi per ottenere benefici clinici.
“Esiste ancora un gap per farmaci che agiscano più a monte, in modo selettivo, offrendo efficacia duratura e sicurezza accettabile”, ha commentato il ricercatore.
Descartes-08 si distingue per un meccanismo mirato e privo di chemioterapia, capace di eliminare selettivamente le cellule che esprimono BCMA, responsabili della produzione patologica di autoanticorpi, senza necessità di linfodeplezione. Si tratta inoltre di un trattamento somministrabile in regime ambulatoriale, un aspetto innovativo per una terapia cellulare di tipo CAR-T.
Prossimi passi: lo studio AURORA di fase III
Alla luce dei risultati di fase IIb, Descartes-08 è ora in valutazione nello studio pivotale di fase III AURORA, che arruolerà circa 100 pazienti adulti con miastenia gravis generalizzata AChR+. L’arruolamento è iniziato nel maggio 2025 e i primi risultati sono attesi per il 2027.
Se confermati, questi dati potrebbero aprire la strada alla prima terapia cellulare personalizzata per una malattia neuromuscolare autoimmune, con potenziale di remissione clinica a lungo termine e un profilo di sicurezza gestibile.
I risultati di Descartes-08 segnano un passo avanti importante nella gestione della miastenia gravis, mostrando che un approccio cell-based mirato alle plasmacellule autoreattive può offrire benefici clinici rapidi, duraturi e potenzialmente modificanti la malattia.
Per una condizione cronica come la gMG, dove le opzioni terapeutiche attuali spesso richiedono trattamenti continui e immunosoppressione generalizzata, questa nuova CAR-T potrebbe rappresentare una svolta terapeutica di prossimità, a metà tra la terapia cellulare e la medicina personalizzata.
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Criteri Critici
Tumore vescica, rimborsata prima terapia a bersaglio FarmaciaVirtuale.it
Il Servizio sanitario nazionale ha reso disponibile erdafitinib, primo trattamento a bersaglio molecolare per pazienti adulti con carcinoma uroteliale non resecabile o metastatico caratterizzato da specifiche alterazioni genetiche del fattore di crescita dei fibroblasti Fgfr3. L’accesso al farmaco è previsto per soggetti che hanno già ricevuto almeno un precedente ciclo di cura, comprendente un agente immunoterapico anti-Pd-1 o anti-Pd-L1. Si tratta di una terapia orale assunta una volta al giorno che è un progresso nell’ambito della medicina di precisione applicata alla patologia. La società Johnson & Johnson, sviluppatrice del prodotto, consolida con la sua introduzione la propria presenza nel settore delle neoplasie genito-urinarie.
Prima terapia a bersaglio molecolare per la tipologia di pazienti
Patrizia Giannatempo, oncologo medico Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano, ha osservato che «la diagnosi di tumore uroteliale avviene in un caso su quattro in una fase della malattia già avanzata o metastatica a causa dei sintomi aspecifici che spesso vengono sottovalutati. Circa il 20 per cento dei casi di tumore uroteliale metastatico o non resecabile presenta mutazioni di Fgfr3. In questo contesto, l’arrivo di erdafitinib in Italia è un importante traguardo perché rappresenta la prima terapia a bersaglio molecolare per questa tipologia di pazienti. Inoltre, gli studi clinici condotti con questo farmaco hanno dimostrato una superiorità rispetto alla chemioterapia in termini di efficacia, permettendo di diminuire di quasi il 40 per cento il rischio di morte. Il vantaggio di questo trattamento ha portato un comitato di revisione indipendente a decidere di permettere anche ai pazienti che avevano ricevuto il trattamento di controllo di beneficiare di erdafitinib».
Ampliamento del portfolio nell’area dei tumori dell’apparato genito-urinario
Alessandra Baldini, direttrice medica Johnson & Johnson Innovative Medicine Italia, ha evidenziato che «da oltre 30 anni Johnson & Johnson investe nella ricerca scientifica per lo sviluppo di farmaci innovativi che rispondano ai bisogni di cura dei pazienti e per essere al fianco di medici nel trattamento dei tumori ematologici e solidi. Con l’arrivo di erdafitinib, ampliamo il nostro portfolio nell’area dei tumori dell’apparato genito-urinario, sottolineando il valore della medicina di precisione, ormai vero e proprio caposaldo della ricerca e sviluppo di Johnson & Johnson».
Supporto agli ospedali italiani nell’identificazione delle alterazioni del gene Fgfr3
Baldini ha spiegato che «medicina di precisione vuol dire costruire un percorso terapeutico personalizzato affinché tutti i pazienti ricevano il trattamento più giusto e più efficace, basato sui bisogni di ciascuno. Proprio per questo, recentemente abbiamo dato il via ad un programma che avrà l’obiettivo di supportare gli ospedali italiani nell’identificazione delle alterazioni del gene Fgfr3. Si tratta del primo Diagnostic Support Program (Dsp) in Italia dedicato ai pazienti con carcinoma uroteliale non resecabile o metastatico, grazie al quale non solo forniremo alle strutture aderenti i kit per i test, ma anche una parte di formazione del personale di laboratorio, nonché di supporto tecnico post-training, con l’idea di essere un vero e proprio ponte tra il test diagnostico e l’accesso al trattamento, con la speranza che il sistema possa strutturarsi per rendere questo la norma».
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Tumore uroteliale avanzato, via libera Aifa a erdafitinib, prima terapia mirata per i casi con alterazioni di FGFR3 pharmastar.it
Rimborsata in Italia la prima target therapy per il trattamento del carcinoma uroteliale non resecabile o metastatico in pazienti adulti che presentino alterazioni genetiche del fattore di crescita dei fibroblasti, FGFR3, e che abbiano ricevuto in precedenza almeno una linea di terapia, tra cui un inibitore del recettore della morte programmata 1 (PD-1) o del suo ligando (PD-L1). Si tratta di erdafitinib, pan-inibitore di FGFR sviluppato da Johnson & Johnson, una monoterapia da assumere per via orale una volta al giorno. Il farmaco rappresenta la prima terapia di medicina di precisione per il carcinoma uroteliale che ha dimostrato un aumento della sopravvivenza rispetto alla chemioterapia.
Secondo il rapporto Aiom-Airtum, in Italia sono oltre 300 mila le persone che convivono con un tumore della vescica, rendendolo il quinto tumore più frequente, il quarto più diagnosticato se si considera unicamente il sesso maschile. In particolare, il carcinoma uroteliale, ovvero il tumore dell’urotelio - il tessuto che riveste le vie urinarie, tra le quali vescica, pelvi renali, ureteri e uretra - è la forma più frequente di tumore alla vescica, rappresentando oltre il 90 per cento di tutti i casi. Sebbene, la sopravvivenza a 5 anni per il tumore all’urotelio sia oggi tra il 60 e l’80 per cento, a seconda della localizzazione, nelle forme metastatiche la sopravvivenza si riduce drasticamente, fino ad arrivare all’8 per cento.
«La diagnosi di tumore uroteliale avviene in un caso su quattro in una fase della malattia già avanzata o metastatica a causa dei sintomi aspecifici che spesso vengono sottovalutati», ricorda Patrizia Giannatempo, oncologo medico I.R.C.C.S. Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. «Circa il 20 per cento dei casi di tumore uroteliale metastatico o non resecabile presenta mutazioni di FGFR3. In questo contesto, l’arrivo di erdafitinib in Italia è un importante traguardo perché rappresenta la prima terapia a bersaglio molecolare per questa tipologia di pazienti. Inoltre, gli studi clinici condotti con questo farmaco hanno dimostrato una superiorità rispetto alla chemioterapia in termini di efficacia, permettendo di diminuire di quasi il 40 per cento il rischio di morte. Il vantaggio di questo trattamento ha portato un comitato di revisione indipendente a decidere di permettere anche ai pazienti che avevano ricevuto il trattamento di controllo di beneficiare di erdafitinib».
Come raccomandato dalle linee guida della European Association of Urology - EAU 2024, poter riconoscere la presenza di alterazioni di FGFR attraverso l’uso dei test molecolari/genomici precoci, già alla diagnosi di carcinoma metastatico, è fondamentale. «I test per la diagnosi delle mutazioni di FGFR nei pazienti con carcinoma uroteliale rivestono un ruolo fondamentale per una gestione realmente personalizzata della malattia. L’identificazione di tali alterazioni molecolari consente di selezionare i pazienti che possono beneficiare di terapie a bersaglio specifico, come erdafitinib, migliorando la risposta clinica e la sopravvivenza in uno specifico setting di pazienti già sottoposti a chemioterapia e immunoterapia. Purtroppo, nel nostro Paese questi test non vengono ancora rimborsati. L’inserimento del test di FGFR3 nei livelli essenziali di assistenza per il carcinoma della vescica garantirebbe un accesso equo e omogeneo su tutto il territorio nazionale a un approccio diagnostico e terapeutico ormai imprescindibile nell’oncologia di precisione, contribuendo a ottimizzare le risorse del sistema sanitario e ad aumentare le possibilità di cura per i pazienti», commenta Fabio Calabrò, Direttore Oncologia medica 1 dell’IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma.
Da non tralasciare, inoltre, l’aspetto psicologico e umano, dove una corretta diagnosi si associa necessariamente al bisogno di supporto, anche al di fuori della terapia: «Sempre più pazienti con carcinoma uroteliale vivono un percorso diagnostico e terapeutico complesso, che incide profondamente sulla loro salute fisica e psicologica, nonché su quella dei loro familiari, a causa di sintomi più o meno impattanti sulla qualità di vita e sulla propria autonomia, quali incontinenza, alterazioni della funzionalità intestinale e problematiche legate alla sessualità. Nonostante il supporto del personale medico-infermieristico sia cruciale, è spesso limitato ai periodi di degenza ospedaliera, lasciando spesso il paziente da solo e disorientato negli “spazi vuoti”: quando riceve la diagnosi oppure quando è fuori dall’ospedale, seppur nel calore della sua abitazione. La nostra associazione si prefigge di colmare questi vuoti temporali e di non fare sentire il paziente solo nel suo percorso di malattia», aggiunge Laura Magenta, Paziente, Volontaria e Assistente alla Presidenza APS Associazione PaLiNUro - Pazienti Liberi Dalle Neoplasie Uroteliali.
La decisione dell’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) si basa sui risultati dello studio di fase 3 THOR che ha valutato l'efficacia e la sicurezza di erdafitinib rispetto alla chemioterapia, in pazienti con tumore uroteliale localmente avanzato non resecabile o metastatico con selezionate alterazioni FGFR, progrediti dopo uno o due trattamenti precedenti, almeno uno dei quali con un agente anti-PD-(L)1. I risultati hanno dimostrato, nei pazienti che hanno ricevuto erdafitinib, una sopravvivenza globale (OS) mediana di oltre un anno al cut-off dei dati, con un miglioramento significativo rispetto a quelli del braccio di chemioterapia (12,1 mesi vs. 7,8 mesi). Il trattamento con erdafitinib ha anche mostrato un miglioramento della sopravvivenza mediana libera da progressione (PFS) rispetto alla chemioterapia, con un valore di 5,6 mesi contro 2,7 mesi e un tasso di risposta obiettiva (ORR) confermato del 35,3 per cento contro l'8,5 per cento.
«Da oltre 30 anni Johnson & Johnson investe nella ricerca scientifica per lo sviluppo di farmaci innovativi che rispondano ai bisogni di cura dei pazienti e per essere al fianco di medici nel trattamento dei tumori ematologici e solidi. Con l’arrivo di erdafitinib, ampliamo il nostro portfolio nell’area dei tumori dell’apparato genito-urinario, sottolineando il valore della medicina di precisione, ormai vero e proprio caposaldo della ricerca e sviluppo di Johnson & Johnson. Medicina di precisione vuol dire costruire un percorso terapeutico personalizzato affinché tutti i pazienti ricevano il trattamento più giusto e più efficace, basato sui bisogni di ciascuno. Proprio per questo, recentemente abbiamo dato il via ad un programma che avrà l’obiettivo di supportare gli ospedali italiani nell’identificazione delle alterazioni del gene FGFR3. Si tratta del primo Diagnostic Support Program (DSP) in Italia dedicato ai pazienti con carcinoma uroteliale non resecabile o metastatico, grazie al quale non solo forniremo alle strutture aderenti i kit per i test, ma anche una parte di formazione del personale di laboratorio, nonché di supporto tecnico post-training, con l’idea di essere un vero e proprio ponte tra il test diagnostico e l’accesso al trattamento, con la speranza che il sistema possa strutturarsi per rendere questo la norma», conclude Alessandra Baldini, Direttrice medica Johnson & Johnson Innovative Medicine Italia.
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Mandibola gonfia e mal di denti, la diagnosi errata dei medici: «È un ascesso». Mamma di 39 anni scopre un tumore rarissimo grazie a... - Corriere Adriatico
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Mandibola gonfia e mal di denti, la diagnosi errata dei medici: «È un ascesso». Mamma di 39 anni scopre un tumore rarissimo grazie a... Corriere Adriatico
Aveva pensato fosse un semplice problema ai denti. Invece per Nancy Major, 39 anni, mamma single di due figli del Texas, quel piccolo nodulo sulla mandibola era l’inizio di un incubo. Tutto comincia a gennaio: quello che sembra un ascesso vicino al dente del giudizio si gonfia, fa male, non passa con gli antibiotici. Nancy perde peso, respira a fatica e perfino salire le scale diventa difficile. Il dente le viene estratto, ma il dolore resta. E il nodulo cresce.
La diagnosi errata
Per settimane i medici insistono: «È un ascesso». Le TAC mostrano la massa, ma nessuno immagina altro. Provano persino a drenarla, ma «non esce niente, solo sangue», racconta lei. Finché un’infermiera capisce che c’è qualcosa di più serio. Una nuova biopsia rivela la verità: linfoma a cellule B, rarissimo e aggressivo, con tassi di sopravvivenza molto bassi, riporta il Daily Mail.
Nancy però ha un piccolo vantaggio: il tumore è allo stadio iniziale.
Le difficoltà
Viene trasferita al NIH nel Maryland e ammessa a una sperimentazione clinica. Inizia la chemioterapia e accade ciò che nessuno si aspettava: dopo tre cicli, della massa resta solo un puntino. «Il mio cancro è quasi sparito», dice ai follower su TikTok.
Ma guarire ha un prezzo altissimo: vivere a 2.200 km dai suoi due figli, D’siah (8 anni) e Kannon (7), affidati agli zii in Texas. Senza lavoro, Nancy sopravvive con 900 dollari al mese e apre una raccolta fondi. Intanto trasforma TikTok nella sua ancora di salvezza, raccontando ogni passo e vendendo prodotti per sostenersi. Durante la chemio dona anche i suoi capelli per realizzare parrucche per bambini malati: «Qualcosa di bello può nascere anche da questo».
Oggi Nancy vede finalmente un futuro possibile: «Voglio solo tornare a casa dai miei figli». La sua storia sta facendo il giro dei social, dove è diventata un simbolo di forza. «Sono una combattente. Siamo una squadra. E questa è solo una parte del viaggio».
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La sfida al tumore passa attraverso un percorso di cura, che va definito caso per caso dallo specialista. Ma non può esulare dalla protezione nei confronti di malattie infettive che...
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La sfida al tumore passa attraverso un percorso di cura, che va definito caso per caso dallo specialista. Ma non può esulare dalla protezione nei confronti di malattie infettive che possono in qualche modo modificare la traiettoria di salute della persona con tumore, sia direttamente sia attraverso complicanze legate ai quadri patologici. In questo senso, cinque sono le vaccinazioni che non debbono mancare nel percorso di prevenzione per le persone con tumore: l'anti-pneumococcica, l'antinfluenzale, quella contro l'Herpes Zoster, l'anti-HPV e quella contro il Covid-19. A segnalarlo sono gli esperti riuniti in occasione del convegno La Vaccinazione nel Paziente Oncologico, tenutosi presso l'Azienda Ospedaliera Cannizzaro di Catania. L'iniziativa di sensibilizzazione (che prevede diversi strumenti) è promossa da Fondazione AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) nell'ambito di un tour in 10 Regioni in cui sono organizzati incontri con oncologi medici, associazioni pazienti e altre figure del team multidisciplinare oncologico.
La situazione in Sicilia
Ogni anno in Sicilia i tumori fanno registrare più di 26mila nuove diagnosi. Sono poi responsabili di 36mila ricoveri ospedalieri. Ma per fortuna i tassi di sopravvivenza risultano in crescita, come del resto nell'intera penisola. “Il cancro è una malattia sempre più curabile e guaribile - indica Giuseppa Scandurra, Direttore UOC Oncologia Medica presso Azienda ospedaliera Cannizzaro Catania -. Diventa importante preservare a 360 gradi la salute del paziente e la prevenzione delle malattie infettive permette di evitare ritardi o interruzioni del trattamento oncologico attivo. Alcuni agenti patogeni possono essere davvero pericolosi per persone che stanno già affrontando una neoplasia. La patologia e le successive cure tendono, infatti, a compromettere il buon funzionamento del nostro sistema immunitario”. Le vaccinazioni, considerando anche il calo delle risposte immunitarie legato alla patologia e in qualche caso anche alle stesse terapie antineoplastiche, rappresentano quindi uno strumento fondamentale per la prevenzione di complicanze che possono pesare moltissimo in termini di salute e qualità di vita per il paziente.
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Vaccinazioni più “semplici”
Dagli esperti giunge una raccomandazione. Sarebbe importante che le vaccinazioni vengano eseguite nelle stesse strutture di riferimento per i trattamenti oncologici. E soprattutto occorre contrastare la cosiddetta “esitazione vaccinale” che può accompagnare gli stessi pazienti o i loro familiari. “Sono timori del tutto ingiustificati in quanto la ricerca scientifica ha dimostrato la totale sicurezza delle immunizzazioni e la loro non interferenza con le terapie – continua Scandurra.” La protezione da Herpes zoster appare importante visto che la patologia può determinare complicanze come disseminazione cutanea, miocardite, ulcere e pancreatiti: “da qualche anno è disponibile un vaccino ricombinante che è particolarmente indicato per le persone colpite da neoplasia solida e sottoposte a diversi tipi di trattamento oncologico – ricorda Carmelo Iacobello, Direttore UOC Malattie Infettive presso Azienda ospedaliera Cannizzaro Catania”. Gli esperti segnalano anche come le conseguenze dell'influenza possono essere molto negative e portare a sindromi da distress respiratorio acuto o polmoniti. “Va infine sempre suggerita l'immunizzazione sia al malato che ai caregiver e lo stesso vale per il Covid-19 – conclude Iacobello. Nonostante la sua minore diffusione il virus rappresenta comunque un pericolo da non sottovalutare”.
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Un comune farmaco può rallentare la crescita di tumori cerebrali aggressivi: la scoperta Brevenews
Un comune farmaco può rallentare la crescita di tumori cerebrali aggressivi: la scoperta. Un comune farmaco può rallentare la crescita di tumori cerebrali aggressivi, secondo i risultati di una ricerca condotta dall’Università della Pennsylvania, che ha riportato l’attenzione su un vecchio principio attivo utilizzato da decenni per il controllo dell’ipertensione. L’idralazina, nata prima dell’era delle terapie mirate e rimasta un cardine nel trattamento della preeclampsia, viene ora indicata come un potenziale alleato contro uno dei tumori cerebrali più difficili da trattare, il glioblastoma. A rivelarlo è uno studio pubblicato sulla rivista Science, frutto della collaborazione tra specialisti di biologia molecolare, biochimica e neuroscienze provenienti dagli Stati Uniti.
Il team guidato dal medico e scienziato Kyosuke Shishikura ha chiarito per la prima volta il meccanismo d’azione dell’idralazina, rimasto finora parzialmente oscuro nonostante l’ampio utilizzo clinico. Il farmaco è risultato capace di bloccare l’attività dell’enzima 2-amminoetantiol diossigenasi, un sensore di ossigeno che agisce come primo segnale di allerta quando i livelli di ossigeno nell’organismo iniziano a diminuire.
L’inibizione di questo enzima impedisce l’attivazione della cascata biochimica che normalmente porta alla degradazione delle proteine regolatorie RGS. La loro stabilizzazione produce un effetto diretto sulla contrazione dei vasi sanguigni, con una conseguente riduzione dei livelli di calcio intracellulare e un rilassamento della muscolatura liscia vascolare.
I dati
Lo studio ha però spinto lo sguardo oltre l’ambito cardiovascolare. Gli scienziati hanno dimostrato che lo stesso enzima svolge un ruolo cruciale per la sopravvivenza delle cellule di glioblastoma, aiutandole ad adattarsi a condizioni di scarsa ossigenazione tipiche del microambiente tumorale. Per verificarlo, il gruppo ha lavorato insieme ai biochimici dell’Università del Texas, che tramite cristallografia a raggi X hanno osservato direttamente il legame tra idralazina e il nucleo metallico dell’enzima, e ai neuroscienziati dell’Università della Florida, che hanno valutato gli effetti sulle cellule tumorali.
I risultati hanno evidenziato che il blocco di ADO non si limita a influenzare la funzione vascolare, ma provoca nelle cellule di glioblastoma un ingresso in stato di senescenza. In questa condizione le cellule cessano di proliferare, limitando la progressione del tumore senza generare un aumento dell’infiammazione né favorire forme di resistenza ai trattamenti, due elementi che rappresentano spesso un ostacolo significativo nelle terapie oncologiche.
Secondo i ricercatori, queste scoperte aprono prospettive rilevanti sia per il miglioramento dei trattamenti dell’ipertensione correlata alla gravidanza sia per l’oncologia. La comprensione dettagliata del meccanismo d’azione dell’idralazina potrebbe sostenere lo sviluppo di versioni più mirate e più sicure del farmaco, mentre l’identificazione dell’enzima ADO come bersaglio terapeutico offre un nuovo punto d’ingresso per progettare inibitori più selettivi, capaci di superare la barriera emato-encefalica.
Il gruppo ha infatti annunciato l’intenzione di proseguire con la progettazione di molecole in grado di colpire con precisione il tessuto tumorale, ampliando le possibilità di intervento su patologie oggi difficili da trattare.
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Kate Middleton, primo discorso pubblico dopo la diagnosi di cancro per parlare di cura dei bambini - RaiNews
📰 RaiNews📅 2025-11-18T17:11:52
cura cancro
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Ogni posto in più in un asilo nido pubblico cambia le possibilità di lavoro di una madre. È questo il punto centrale dello studio “Does expanding nursery places affect mothers’ La cultura della prevenzione è un pilastro del welfare, soprattutto alla luce delle difficoltà del Sistema sanitario nazionale. Se ne è parlato oggi, 18 novembre 2025, presso Palazzo dell’Informazione di Come affrontare le conseguenze dell’andamento della demografia? La scarsa natalità e l’invecchiamento della popolazione sono trend ormai consolidati. Per invertirli servono decenni. Intanto, è necessario investire per adeguare il mercato del lavoro e le pensioni, In Italia la paura ha preso il posto della programmazione. Nove persone su dieci temono per il futuro del pianeta, oltre l’80% guarda con inquietudine al destino del Paese e Uno spazio per le emozioni dei bambini, un kit per educarli a gestirle. È con questi strumenti che nasce a Roma “Spazio Emozione”, il progetto pilota ideato da ScuolAttiva Onlus con il sostegno dell’azienda Boeing “Ristabilire l’ordine e il controllo”. Sembra un motto di ispirazione conservatrice, invece, è il nome della riforma sull’immigrazione presentata dal governo laburista di Keir Starmer, in Uk. Due capisaldi: rendere lo status di rifugiato solo temporaneo e aumentare da 5 a 20 anni il tempo necessario per ottenere la residenza
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.0/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Tumore del polmone, sempre più possibile operare i pazienti fragili. Grazie al robot la Repubblica
Il piccolo braccio robotico passa attraverso un unico foro di appena 3-4 centimetri di diametro e, una volta all’interno della parete toracica, è libero di utilizzare i suoi tre strumenti flessibili. Mano, polso e gomito meccanici si muovono con estrema precisione e senza tremori, comandati dal chirurgo, per rimuovere i tumori di polmone e mediastino, riducendo al minimo i rischi e i traumi per il paziente.
Il robot ad “accesso unico”
A spiegare i progressi della chirurgia mininvasiva robotica per queste ed altre neoplasie è Edoardo Mercadante, a capo dell’Unità di Chirurgia Toracica dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (Ire) di Roma, dove si è appena svolta la prima masterclass europea in live surgery, per formare i chirurghi di tutto il continente sulla tecnologia più avanzata: quella che impiega il robot Single Port, ossia con un solo accesso chirurgico. Un protocollo che amplia le possibilità anche per pazienti particolarmente fragili e anziani, un tempo esclusi, e che consente di tornare a casa propria in pochi giorni, con meno dolore.
L’esperienza dell’Istituto dei Tumori di Roma
Dei vantaggi della chirurgia mininvasiva - ormai prassi - si parla da tanto: recuperi più rapidi, meno complicanze, i principali. Presso l’Irccs romano, si eseguono circa 500 interventi chirurgici l’anno, di cui almeno il 95% di tipo mini-invasivo. E, di questi, il 70% avviene con i robot. Dallo scorso aprile, in particolare, il robot Single Port viene impiegato di routine, ed oggi è utilizzato in circa un caso su cinque (tra quelli robotici).
Ridurre i traumi che causano complicanze
“È come entrare da un buco della serratura in una stanza – spiega Mercadante – ma una volta dentro, è possibile muoversi liberamente nello spazio toracico”. Il chirurgo è seduto a una consolle e - grazie alla telecamera 3D ad alta definizione che permette una visione ingrandita e stabile del campo operatorio - comanda ogni movimento con precisione millimetrica. “In chirurgia toracica il vero nemico è il trauma sulla parete del torace, che compromette la meccanica respiratoria - prosegue il medico - I pazienti con tumore del polmone, infatti, sono spesso grandi fumatori, affetti da enfisema o Bpco (broncopneumopatia cronica ostruttiva, ndr), polmoni fragili che tollerano male il dolore e l’immobilità. Un intervento troppo invasivo può innescare una catena di complicanze: dolore, respirazione superficiale, accumulo di secrezioni, infezioni. Ridurre il trauma significa ridurre questi rischi. Con il Single Port, il paziente respira meglio, si alza prima e in pochi giorni torna a casa”.
L’importanza dell’approccio multidisciplinare
Ovviamente, la tecnologia da sola non basta. Ormai nel tumore del polmone (come in tutte le neoplasie), la parola d’ordine è multidisciplinarietà: chirurghi, oncologi, radioterapisti e biologi molecolari e molte altre figure devono lavorare insieme per stabilire, con il paziente, la strategia terapeutica più adatta al suo caso. Valutando anche il profilo molecolare, ossia le mutazioni presenti, in ciascun tumore: elementi fondamentali che guidano oggigiorno la scelta della cura. Anche perché disponiamo di terapie efficaci che vengono somministrate per ridurre la massa tumorale anche prima dell’intervento (neoadiuvanti): in questo modo è possibile operare molti pazienti che un tempo sarebbero stati esclusi da questa possibilità.