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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
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Criteri Critici
La lotta contro il tumore del pancreas registra segnali incoraggianti: in Italia il numero di persone vive dopo la diagnosi è aumentato del 10% in soli tre anni. Un progresso...
diFrancesca Cerati 20 novembre 2025Aggiornato il 21 novembre 2025 ore 14:52 3' di lettura 3' di lettura La lotta contro il tumore del pancreas registra segnali incoraggianti: in Italiail numero di persone vive dopo la diagnosi è aumentato del 10% in soli tre anni.Un progresso che porta con sé un messaggio chiaro - la ricerca funziona - ma anche una sfida ancora aperta, perché la maggior parte dei casi continua a essere scoperta troppo tardi. Secondo i dati aggiornati al 2024, nel nostro Paese 23.600 persone sono vive dopo aver ricevuto una diagnosi di tumore pancreatico, contro le 21.200 registrate nel 2021. Un incremento significativo per una tra le neoplasie più difficili da trattare e che ancora oggi presenta una prognosi severa. I nuovi casi, tuttavia, non diminuiscono:13.585 nel solo 2024, distribuiti quasi equamente tra uomini e donne. Il dato più critico resta quello diagnostico: solo un paziente su cinque arriva all’osservazione clinica quando il tumore è ancora localizzato e può essere trattato chirurgicamente, condizione che offre le migliori chance di sopravvivenza.L’80% dei casi viene scoperto in fase avanzata, quando le possibilità terapeutiche sono limitate. È proprio ladiagnosi precoceil cuore dello slogan scelto dalla World Pancreatic Cancer Coalition per la Giornata mondiale del 2025, celebrata il 20 novembre: “Hello Pancreas. La diagnosi precoce è importante”. Un invito a prestare attenzione ai segnali del proprio corpo e a non sottovalutare sintomi iniziali spesso confusi con disturbi gastrointestinali comuni. A oggi, infatti, non esiste un test di screening standard per la popolazione generale, e riconoscere subito i sintomi può fare la differenza. Il 20 novembre 2025, l’Istituto Nazionale Tumori Irccs Fondazione G. Pascale di Napoli ha ospitato un incontro dedicato alla ricerca, alle terapie e al vissuto dei pazienti. All’evento hanno partecipato medici, caregiver, associazioni e ricercatori, tra cui la Fondazione Nadia Valsecchi, la Fondazione Gabriella Fabbroncini, l’Associazione Oltre la Ricerca Odv e la Italian Pancreatic cancer coalition (I-Pcc), con il patrocinio di Aiom e Airc. Durante l’appuntamento è stata inaugurata la Fondazione Nadia Valsecchi – Sezione Pazienti di Napoli, nuovo punto di riferimento per informazione, sostegno e diritti delle persone colpite da tumore del pancreas. «La diagnosi precoce, soprattutto nelle persone più a rischio, e le nuove terapie mirate stanno aprendo scenari impensabili fino a pochi anni fa», spiega Alfredo Budillon, direttore Scientifico dell’Irccs Pascale. Tra le innovazioni, cita le indagini molecolari eseguibili con un semplice prelievo di sangue, i farmaci mirati alle mutazioni Ras - presenti nel 90% dei casi - e i vaccini terapeutici di immunoterapia. «Nel convegno presenteremo alcuni studi che stiamo portando avanti al Pascale», aggiunge. Anche Antonio Avallone, direttore dell’Oncologia medica addominale del Pascale, conferma la “grande vitalità della ricerca”, grazie soprattutto all’introduzione di nuovi farmaci quali gli inibitori di Ras. La conferma viene dai risultati degli studi clinici presentati all’ultimo congresso Esmo di Berlino. «Il tumore del pancreas è destinato a diventare una delle neoplasie più frequenti nei prossimi trent’anni. Ma gli strumenti per affrontarlo stanno cambiando». Per Francesco Perrone, presidente di Fondazione Aiom, qualche progresso si vede: «In Italia la sopravvivenza netta a 5 anni è salita all’11% negli uomini e al 12% nelle donne. Ma non basta. Il tumore del pancreas resta una delle grandi sfide per l’oncologia, nella quale abbiamo ancora molta strada da compiere sia in termini di ricerca che di prevenzione. Spesso sintomi come dolore allo stomaco e al dorso, maldigestione e dimagrimento vengono confusi con quelli di altre patologie. E il fumo resta il principale fattore di rischio, seguito da obesità, sedentarietà, alcol, dieta scorretta, diabete e pancreatite cronica». Infine, Enza Lonardo, co-fondatrice di I-Pcc - che rappresenta un network italiano per la ricerca di base e traslazionale sul tumore al pancreas - e ricercatrice Airc, sottolinea l’importanza della collaborazione tra laboratori: «I-Pcc riunisce 28 gruppi di ricerca italiani. Solo condividendo conoscenze possiamo trasformare le scoperte scientifiche in terapie concrete e migliorare diagnosi e sopravvivenza». Francesca Cerati Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?2
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
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Dei 450 alberi che saranno messi a dimora nel 2026, come annunciato dall'assessore al Verde, "14 (delle 31 elencate) sono alloctone, cioè non originarie del continente". Tra sequoie e altri parliamo di "alberi delle montagne americane". Tra l'altro "2 sono infestanti e 3 non esistono in natura: possibili rischi per ambiente e uomo"
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Tumore della prostata: radioterapia alternativa efficace alla chirurgia radicale la Repubblica
La radioterapia, soprattutto per la cura del tumore della prostata, è un'efficace e valida alternativa alla chirurgia radicale, con tassi di guarigione sovrapponibili ed effetti collaterali ridotti, ma poco nota ai pazienti. Dovrebbe essere impiegata nel 50-60% dei casi ma nel nostro Paese raggiunge soltanto la quota del 15-20%, a causa dei molti e diffusi luoghi comuni, che vanno dal peso inferiore che viene attribuito all'efficacia di questo approccio rispetto a quello chirurgico e farmacologico, alla paura di non avere una vita sessuale normale, fino all'errata convinzione che il trattamento sia solo palliativo o limitato a casi estremi dove la chirurgia non possa essere più impiegata.
L’efficacia della radioterapia
A richiamare l'attenzione sull'importanza di abbattere questo preconcetto sono gli esperti dell'Irccs di Negrar, in occasione della campagna internazionale 'Movember' di sensibilizzazione sulle patologie maschili. "Nonostante il passare degli anni, la radioterapia - avverte Filippo Alongi, direttore del Dipartimento di radioterapia oncologica avanzata dell'Irccs Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar e ordinario di radioterapia oncologica all'Università di Brescia - continua a essere avvolta da un alone di diffidenza mista a disinformazione, e quando la proponiamo ai pazienti, la maggior parte all'inizio pensa di essere già condannata. E questo non per la gravità della malattia, ma perché crede di essere candidata a un trattamento di efficacia inferiore a quello chirurgico. Eppure, parliamo di uno dei cardini delle terapie oncologiche, in particolare per il tumore della prostata, che può essere definito curativo al pari del bisturi.
Un’idea distorta della radioterapia
"Come dimostra uno studio anglosassone, pubblicato di recente su 'European Urology', che ha messo a confronto la chirurgia robotica con la radioterapia di precisione, evidenziando come a parità di guarigione in oltre il 90% dei casi, quando il tumore è confinato all'interno della ghiandola prostatica, la radioterapia moderna è anche meglio tollerata in alcuni aspetti sintomatologici, preservando maggiormente la continenza urinaria e la funzionalità erettile. Un paziente su due sarebbe idoneo al trattamento radioterapico, ma soltanto un paziente su 5 viene sottoposto a questa metodica di cura non invasiva. Le conseguenze ricadono sui pazienti stessi che spesso ignorano un'opzione terapeutica alternativa alla chirurgia e di significativo beneficio in molte situazioni cliniche. L'idea distorta che si ha della radioterapia, frutto di un retaggio del passato, è una rappresentazione che poco a che fare con la realtà, Negli ultimi anni questa metodica infatti ha fatto grandissimi passi in avanti, grazie all'utilizzo di apparecchi sempre più sofisticati, che permettono di eseguire trattamenti molto selettivi e circoscritti, con riduzione degli eventuali effetti collaterali".
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Criteri Critici
Una nuova possibile strategia terapeutica per i pazienti con neoplasie del sangue Magazine Unimore
Una nuova possibile strategia terapeutica per i pazienti con neoplasie del sangue
La mielofibrosi č un tumore che colpisce le cellule staminali del sangue, per la quale a oggi non esiste una cura del tutto efficace. La malattia č caratterizzata dallo sviluppo di tessuto fibroso a livello del midollo osseo, con una compromissione progressiva della produzione delle cellule del sangue e delle condizioni cliniche dei pazienti.
Una nuova possibile terapia per inibire precocemente la trasformazione fibrotica del midollo osseo arriva dai ricercatori e dalle ricercatrici del Centro Interdipartimentale di Cellule Staminali e Medicina Rigenerativa (CIDSTEM) di Unimore, grazie al sostegno di Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro. I risultati sono stati ottenuti nell’ambito del programma “5 per mille” dal titolo “MYeloid NEoplasms Research Venture AIRC” (MYNERVA), coordinato dal professor Alessandro Vannucchi, oncoematologo dell’Universitą di Firenze.
I dati raccolti dal gruppo della professoressa Rossella Manfredini e colleghi mostrano che colpendo in maniera mirata la proteina osteopontina č possibile interferire con l’evoluzione della fibrosi del midollo osseo. I risultati sono stati pubblicati sul Blood Cancer Journal , un’importante rivista ematologica a livello internazionale, appartenente al gruppo Nature.
“Anche le terapie pił avanzate per i pazienti con mielofibrosi non sono in grado di interferire in modo significativo con lo sviluppo di fibrosi midollare, il che porta a un sostanziale aggravamento delle condizioni cliniche e a una riduzione della sopravvivenza dei pazienti – spiega la professoressa Manfredini, responsabile del programma di Genomica e Trascrittomica del Centro di Medicina Rigenerativa Stefano Ferrari –.“L’identificazione di nuove terapie anti-fibrotiche rimane quindi un bisogno clinico non soddisfatto, nonché una prioritą per la cura della malattia. Per questo studio abbiamo studiato in topi di laboratorio con mielofibrosi un farmaco gią utilizzato nella pratica clinica in pazienti affetti da melanoma e altri tipi di tumori. Lo scopo era anche accelerare il passaggio dei risultati dal banco di laboratorio al letto dei pazienti”.
“In un precedente studio, – aggiunge la dottoressa Lara Tavernari, collaboratrice della ricerca – avevamo scoperto che l'osteopontina, una molecola che favorisce la fibrosi, č significativamente aumentata nel plasma di pazienti affetti da mielofibrosi. I pazienti che presentano livelli maggiori di questa proteina mostrano anche un pił alto grado di fibrosi del midollo osseo associato a una prognosi peggiore. Sulla base di questi dati ci siamo quindi focalizzati sull’identificazione di nuovi approcci terapeutici volti a inibire l’attivitą dell’osteopontina. Dopo aver valutato in cellule in coltura ottenute da pazienti l’efficacia di numerosi inibitori dell’osteopontina, abbiamo selezionato il farmaco cobimetinib e lo abbiamo somministrato a topi di laboratorio con mielofibrosi. Il farmaco ha prodotto una marcata riduzione dei livelli sia di osteopontina nel plasma, sia della fibrosi midollare”.
“Il risultato pił significativo – conclude la professoressa Manfredini – č che l’associazione di cobimetinib con il ruxolitinib, la terapia mirata pił utilizzata per la mielofibrosi, mostra un effetto sinergico sia sull’inibizione della fibrosi midollare che sull’ingrossamento della milza. Ciņ suggerisce l’impiego di questa combinazione di farmaci nei pazienti come terapia curativa di prima linea, per inibire la progressione della malattia in una forma pił grave. Dunque, il cobimetinib, un farmaco gią approvato dagli enti regolatori e utilizzato in clinica contro il melanoma ed altri tumori, potrebbe essere riposizionato per la mielofibrosi, in combinazione con ruxolitinib, se la sperimentazione clinica nei pazienti affetti da mielofibrosi confermerą i dati preclinici”.
“Vivissimi complimenti alla Collega Professoressa Manfredini per questo magnifico risultato, che apre, anzi ‘richiede’, l’avvio della sperimentazione di questa nuova proposta terapeutica combinata ai pazienti affetti da mielofibrosi. Questo risultato dimostra tra l’altro le grandi potenzialitą della ricerca di base presso il Dipartimento di Scienze Biomediche Metaboliche e Neuroscienze, e la sua potenziale applicabilitą diretta alla sperimentazione clinica negli esseri umani, nel contesto della stretta integrazione tra ricerca di laboratorio e clinica, – commenta il Professor Marco Vinceti, Direttore del Dipartimento – integrazione che caratterizza da tempo il nostro Dipartimento e il cui valore viene una volta di pił riconosciuto da riviste scientifiche internazionali di grande prestigio.”
Rossella Manfredini
Laureata nel 1988 in Scienze Biologiche all'Universitą di Modena con la votazione 110/110 e summa cum laude, nel 1994 ha conseguito il Dottorato in Ematologia Sperimentale e nel 1996 la Specializzazione in Biochimica e Chimica Clinica. Assegnataria di Borse di studio AIRC e della Lega Italiana Lotta contro i Tumori, ha svolto attivitą di Post doc negli Stati Uniti, alla Temple University di Filadelfia in Pennsylvania, ottenendo nel 1998 il Brevetto USA per "Utilizzo di oligonucleotidi AS c-fes e ATRA nelle leucemie di tipo M3". Dal 2013 č Professore Ordinario di Biologia Applicata al Dipartimento di Scienze della Vita dell’Universitą di Modena e Reggio Emilia. Č autrice di 119 pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali ad alto impatto. Si occupa da pił di trent’anni della biologia delle cellule staminali, normali e patologiche, con particolare riferimento ai meccanismi molecolari che stanno alla base dei processi di auto rinnovamento, proliferazione e differenziamento. I suoi principali temi di ricerca sono: la caratterizzazione molecolare e funzionale di cellule staminali emopoietiche normali e leucemiche, lo studio dell’eterogeneitą clonale del comparto staminale in malattie mieloproliferative croniche, e lo studio dell'esaurimento funzionale dei linfociti T citotossici nelle neoplasie mieloproliferative.
nella Foto da sx: Elisa Papa, Anita Neroni, Rossella Manfredini, Lara Tavernari, Matteo Bertesi
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Criteri Critici
Il cancro si può curare, ma non conviene Arianna Editrice
Il cancro si può curare, ma non conviene
di Giuseppe Di Bella - 20/11/2025
Fonte: Come Don Chisciotte
Il figlio del medico che sfidò l’oncologia ufficiale affronta il tema delle patologie tumorali e sostiene che il Metodo Di Bella rappresenta un progresso nella terapia del cancro poco compatibile con gli interessi dell’industria farmaceutica. Nella lunga intervista discute anche delle terapie proposte per gestire gli eventi avversi associati ai sieri mRNA anti-COVID e delle preoccupazioni sollevate riguardo il possibile aumento dei casi di cancro. Un confronto ampio, ricco di riferimenti scientifici, rivolto ai professionisti del settore e a chi cerca nuove prospettive di cura.
Il dottor Giuseppe Di Bella, da anni impegnato nella ricerca oncologica e nella divulgazione del Metodo Di Bella (MDB), continua la battaglia iniziata dal padre, Luigi Di Bella, contro i limiti della medicina convenzionale. Secondo quanto documentato dalla Fondazione Di Bella, sarebbero 553 i casi clinici in cui i pazienti, trattati con questo metodo, avrebbero mostrato un miglioramento significativo della qualità della vita, in alcuni casi fino alla remissione completa, senza i pesanti effetti collaterali associati alle terapie tradizionali.
“Viviamo il tempo dell’inganno universale profetizzato da George Orwell”, ha dichiarato Di Bella nel suo intervento del 20 settembre scorso all’Università di Chieti – Pescara, denunciando come spesso interessi economici e politici prevalgano sul diritto alla salute dei cittadini.
Nel suo discorso, il medico ha richiamato anche l’attenzione sulla galenica, l’antica arte di preparare farmaci all’interno delle farmacie, oggi quasi completamente assorbita dall’industria farmaceutica. “Oggi – afferma – sono i circoli mondialisti di potere a dettare le regole, non la scienza, con conseguenze dirette sulla salute delle persone”.
Lo abbiamo incontrato nel suo studio di Bologna per parlare dell’ultimo libro scritto, ‘La prevenzione antinfettiva e oncologica secondo la medicina basata sull’evidenza’ (Macro Edizioni), un saggio che approfondisce il concetto di immunità integrata e la logica scientifica alla base della Multiterapia.
Durante l’intervista, Di Bella non ha esitato a criticare la medicina ufficiale per la sua presunta tendenza a ignorare o ostacolare evidenze scientifiche che non coincidono con gli interessi economici in gioco. “Il cancro non si cura con la paura”. La medicina ignora le evidenze quando non conviene”, afferma, mostrando una serie di studi e dati che, secondo lui, non sarebbero stati valorizzati nei protocolli oncologici
L’incontro con Giuseppe Di Bella si è trasformato così in un viaggio attraverso un modo diverso di concepire la cura del cancro, dove scienza, etica e libertà di ricerca si intrecciano in una visione che punta a restituire alla medicina il suo ruolo originario: curare la persona, non il mercato.
* * *
Dottore, grazie di averci accolto nel suo studio e per la disponibilità a parlarci di un tema così complesso. Partiamo dal suo ultimo libro ‘La prevenzione antinfettiva e oncologica secondo la medicina basata sull’evidenza’ che sta suscitando grande interesse.
“È uscito con molto ritardo per tanti motivi. In pratica, il libro è diventato disponibile all’inizio di Agosto 2024. Il lavoro è stato impegnativo anche perché ho cercato di documentare scientificamente ogni affermazione: di ogni molecola ho dato i riferimenti della letteratura, il meccanismo d’azione e le interazioni. In questo modo, qualsiasi tipo di quesito o contestazione può essere chiarito accedendo alla letteratura internazionale. Infatti, ho indicato ‘secondo la medicina basata sull’evidenza’ perché per evidenze scientifiche si intendono dati definitivamente acquisiti e non più contestabili.
Secondo la medicina basata sull’evidenza (EBM –Evidence Based Medicine) un medico dovrebbe prescrivere prodotti di cui abbiamo la massima consapevolezza su tutti gli aspetti (attività, tossicità a medio e lungo termine, effetti collaterali, interazioni con altri farmaci). Tutte informazioni che un medico dovrebbe avere prima di prescrivere un farmaco e che oggi la letteratura fornisce. I circoli esercitano una gestione autoritaria delle linee terapeutiche e dei paradigmi di ricerca.”
I suoi precedenti libri hanno contribuito a far conoscere la sua visione terapeutica a un pubblico più ampio. Quando sono usciti questi lavori?
“Come prevenire i tumori, l’utilità di vitamine e melatonina nel 2002, Il Metodo Di Bella nel 2004 e La scelta antitumore nel 2020. Il Metodo Di Bella è stato pubblicato in coincidenza con il riconoscimento della Fondazione Di Bella e del primo congresso nazionale del Metodo Di Bella nel 2004. Quel congresso vide la partecipazione di molti medici, docenti universitari e oncologi autorevoli. Presentò una relazione il professor Stefano Iacobelli, eminente clinico, ordinario di Oncologia e direttore della Scuola di specializzazione in Oncologia. Fu significativa anche la partecipazione e relazione del Prof. Lucien Israel, caposcuola dell’oncologia francese e presidente dell’Accademia delle Scienze di Francia, un personaggio mitico, che intervenne con allievi e accettò la presidenza onoraria della Fondazione Di Bella. Il congresso durò due giorni, con una grande partecipazione e numerose relazioni. Dalle relazioni di Israel e allievi emerse un dato di grande interesse: i batteri possiedono un sistema di difesa chiamato risposta SOS, scoperto dal biologo molecolare Miroslav Radman, che si attiva in caso di danni al DNA, anche provocati da antibiotici.
Questo sistema induce geni per la riparazione del DNA e aumenta la probabilità di comparsa di mutazioni che conferiscono farmacoresistenza. Per questo, sebbene gli antibiotici siano inizialmente efficaci, nel tempo alcuni batteri possono sviluppare resistenza. La Penicillina, ad esempio, è inattivata dalla proteina enzimatica penicillinasi, prodotta dai geni del sistema SOS. La geniale intuizione del Prof. Israel, ormai scientificamente documentata, è che nel corso dell’evoluzione naturale, il sistema SOS dei germi è stato trasferito alle cellule umane. Gli esseri pluricellulari superiori con l’uomo, hanno sostituito il sistema SOS col sistema immunitario, lo hanno silenziato, represso, ma non soppresso. Le nostre cellule riattivano i geni SOS durante la loro trasformazione neoplastica. Questa sequenza di geni è alla base della farmaco-resistenza delle cellule tumorali e della loro capacità di selezionare e trattenere gradualmente la farmaco/radio/ormono/immuno-resistenza, fino alla refrattarietà ad ogni trattamento. Questi geni della mutabilità neoplastica costituiscono pertanto un bersaglio terapeutico, realizzato dal MDB con molecole definite “differenzianti” (retinoidi, Vitamine E, C, D3, Melatonina), che intervengono sulle sequenze dei geni del DNA responsabili delle mutazioni con efficacia legata alla precocità e tempestività del trattamento.
Consultando la banca dati biomedica Pub.Med.com vediamo che non esiste nessun caso di tumore solido (che rappresentano la stragrande maggioranza, gli altri tumori sono leucemie) stabilmente, definitivamente guarito senza asportazione chirurgica. Eppure, la gente su questo aspetto non si è mai fermata a pensare. Mostrano statistiche di sopravvivenza, ma queste ultime riguardano unicamente pazienti operati. Diversamente, malati oncologici stabili, definitivamente guariti dai protocolli oncologici senza interventi, non ce ne sono. Se i protocolli oncologici fossero realmente efficaci e risolutivi, la chirurgia oncologica non esisterebbe.”
Quali sono i meccanismi della scarsa efficacia di chemio e radio?
“Le attuali terapie di chemioterapia, radioterapia, immunoterapia, anticorpi monoclonali, ormonoterapia, possono avere ottimi e a volte sorprendenti risposte terapeutiche con sensibili riduzioni delle localizzazioni e dimensioni neoplastiche, sono però sempre limitate a periodi relativamente brevi, non raramente transitori, per il mancato impiego sia dell’inibitore fisiologico della proliferazione neoplastica, la somatostatina e analoghi, che delle citate molecole differenzianti MDB che intervengono contrastando il più insidioso, sottovalutato e potenzialmente letale percorso della cellula neoplastica: l’attività del complesso di geni definiti SOS da Radman, alla base della la mutabilità neoplastica che le consente di acquisire, trattenere e sviluppare progressivamente crescenti capacità di resistenza e aggressività fino alla refrattarietà. Per il MDB, come per qualsiasi patologia, le probabilità di successo sono strettamente legate alla precocità, tempestività e rigorosa continuità della terapia.
Non è certo un segreto che il tumore cresce, e che questa crescita non è né finalizzata né controllata. Perché il tumore cresce? Ogni evento ha una causa, e questa crescita anomala, in maniera matematica e incontestabile, a livello di evidenza scientifica, deriva dal fatto che la cellula tumorale è in grado di utilizzare l’ormone della crescita (GH) in quantità nettamente superiore rispetto alla cellula sana, e di conseguenza prolifera con maggiore velocità. È stato dimostrato che l’attività proliferativa delle popolazioni neoplastiche è in rapporto strettamente dose dipendente con l’ormone della crescita. La letteratura ha anche documentato che la maggior parte delle cellule tumorali, con meccanismo definito autocrino per mutazione, attiva geni che producono l’ormone della crescita e le relative proteine recettoriali, con proliferazione incontrollata. Questo spiega l’apparente contraddizione del calo progressivo dell’ormone della crescita (GH) con l’età in coincidenza con l’incremento di neoplasie. È proprio l’incremento delle mutazioni e del disordine epigenetico ad attivare la degenerazione neoplastica con produzione patologica (autocrina-paracrina) dell’ormone della crescita, come ulteriore conferma della razionalità dell’impiego antitumorale generalizzato in ogni tumore della somatostatina.
È documentato anche il razionale delle citate molecole MDB che stabilizzano il DNA riducendo il disordine epigenetico, e pertanto le mutazioni, lo stress ossidativo e i radicali liberi, potenziando al tempo stesso l’immunità e associando proprietà preventive e terapeutiche, sia antinfettive che antitumorali.
Per questo il mio libro dedica ampio spazio all’ormone della crescita (GH) che attiva la cascata di fenomeni proliferativi e mette in atto una quantità impressionante di eventi biologici oncogeni.
La letteratura definisce ormai “Asse proliferativo” l’interazione proliferativa sinergica di “GH-PRL-GF (ormone della crescita, prolattina, fattori di crescita GH-correlati)
Questa cascata di fenomeni proliferativi è riportata nel libro specificandone i singoli componenti e il meccanismo proliferativo biomolecolare, con schemi e figure.
Inibendo con la somatostatina questa cascata, si riduce decisamente proliferazione e disseminazione neoplastica. L’ormone della crescita attiva la sua funzione biologica interagendo con la sua specifica struttura cellulare di riferimento definita recettore (GHR). Numerosi studi hanno accertato che le cellule tumorali hanno un’espressione recettoriale dell’ormone della crescita (GHR) molto più elevata rispetto alle cellule sane. È un’ulteriore evidenza che la proliferazione neoplastica è strettamente dose-dipendente dall’espressione recettoriale di GHR nelle cellule tumorali.
Il recente incremento delle conferme in letteratura di questi dati sta iniziando ad aprire uno spiraglio nei paradigmi di ricerca e linee terapeutiche oncologiche.”
Da cosa parte?
“Dalla constatazione che, malgrado i grandi sviluppi della biologia molecolare, ricerche anche tecnicamente perfette e interessanti, sono sterili di risultati risolutivi. Oggi, infatti, in tutto il mondo la prima causa di morte per le donne è il tumore della mammella e non esistono guarigioni oncologiche senza intervento. Una statistica di sopravvivenza relativa a tutti i tumori riporta che su cento pazienti, a sette anni, ne sopravvivono sedici. Il 33% di questi è mancato per tossicità delle terapie a cui è stato sottoposto, prevalentemente per cardiotossicità.
Non si può considerare accettabile una situazione del genere. È forse arrivato il momento di iniziare a considerare come obiettivo terapeutico oncologico primario, strategico, l’asse proliferativo GH-PRL-GF il cui antidoto naturale, biologico, è la somatostatina prodotta nel cervello a livello dell’ipotalamo.
Si inizia recentemente finalmente a riconoscere l’effetto proliferativo, potenzialmente oncogeno anche della prolattina. Nell’ipofisi anteriore viene prodotto l’ormone della crescita in stretta vicinanza alla prolattina, sono i due ormoni con la più potente attività di sintesi proteica e pertanto della crescita. Il loro sinergismo è evidenziato anche per l’affinità recettoriale nelle membrane citoplasmatiche.
Si sta cominciando a intuire che il bersaglio terapeutico oncologico non è tanto la presenza o meno nelle membrane citoplasmatiche delle cellula tumorale dei recettori della somatostatina (recettori comunque sempre presenti nei vasi tumorali delle stesse cellule), quanto l’espressione recettoriale del GH, dell’ormone della crescita: un tumore è tanto più aggressivo quanto più possiede recettori per l’ormone della crescita, cioè quanto più è in grado di utilizzarlo.
La grande maggioranza delle cellule tumorali può attivare i geni del GH , della prolattina e produrli acquisendo per mutazione proprietà autocrino-paracrine.”
In che modo le sostanze del Metodo Di Bella agiscono sul tumore e quali effetti producono a livello dell’organismo?
“Esistono diversi meccanismi: la somatostatina inibisce sia la produzione endocrina ipofisaria dell’ormone della crescita (GH) che la sua produzione autocrina-paracrina da parte delle cellule tumorali. Col meccanismo molecolare definito di trasduzione, la somatostatina interagisce con i suoi recettori di membrana, attivando le Fosfatasi, classe di enzimi idrolasi che catalizzano la rimozione di gruppi fosfato con reazione di defosforilazione e relativo blocco enzimatico dei meccanismi cellulari di induzione proliferativa neoplastica. Gli inibitori della prolattina, bromocriptina e cabergolina, agiscono nel cervello a livello dell’ipotalamo sui recettori dei nuclei dopaminergici, DR2 che regolano l’increzione ipofisaria. Ormone della crescita e prolattina sono apportatori di energia che la cellula tumorale usa per le sue funzioni vitali, per moltiplicarsi e muoversi.”
Che ruolo hanno le cellule staminali tumorali nella resistenza al trattamento e quale ruolo possono avere in una eventuale terapia?
“Sia le staminali tumorali (CSC) che non tumorali, come camaleonti hanno la capacità di assumere totalmente caratteristiche e funzioni di qualsiasi tipo di tessuto. Nel nostro organismo ci sono riserve di cellule staminali in vari organi. Se un tessuto è danneggiato, manda segnali di richiamo alle staminali. Ci sono lavori interessanti del professor Carlo Ventura a tal proposito.
Le staminali tumorali (CSC) hanno la caratteristica di essere refrattarie ai protocolli oncologici.
La strategia terapeutica che stiamo seguendo prevede la loro riprogrammazione intervenendo sulle loro funzioni vitali con farmaci biologici come retinoidi, melatonina, somatostatina, vitamina D3, Glucosammina e altre molecole che intervengono sul loro metabolismo, come gli inibitori dell’aldeide deidrogenasi. Il Butirrato di sodio e l’acido valproico, inibendo le deacetilasi, rilassano e decompattano il DNA, rendendolo bersaglio accessibile ai fattori di trascrizione attivati dai recettori sulle membrane nucleari di Ac. Retinoico, Melatonina e Vitamina D3. Il Metodo Di Bella è, in sostanza, una multiterapia biologica sinergica.”
Ad oggi, quante pubblicazioni sulle banche dati biomediche sono reperibili sugli effetti positivi del Metodo Di Bella?
“Oltre a quelle di mio padre e sue relazioni congressuali, reperibili nel sito ufficiale del Metodo Di Bella al link della http://www.metododibella.org/pubblicazioni-scientifiche.html, sono stati pubblicati 55 studi in totale: di cui 51 mie e della Fondazione, presenti su Pub.Med.com, e 4 di allievi di mio padre, dei quali due sui tumori polmonari del Dott. Achille Norsa e due sulle malattie proliferative e sui linfomi del Dott. Mauro Todisco. Oltre ai libri citati e quello di mio padre cui ho partecipato: “Cancro siamo sulla strada giusta?” (Travel Factory, 1997).
Quali interessi materiali si andrebbero a colpire se il Metodo Di Bella (MDB) fosse messo a sistema; quindi, se fosse incluso nel Servizio Sanitario Nazionale (SSN)?
“Non colpirebbe solo e non tanto rilevanti interessi materiali ed economici, quanto la credibilità dei circoli di potere che malgrado evidenze scientifiche, testimonianze di tanti pazienti e casi pubblicati, da decenni continuano a diffondere la disinformazione sul MDB. Un esempio: oggi, l’oncologia usa molto spesso anticorpi monoclonali. Contro cosa? Spesso contro i fattori di crescita che promuovono la proliferazione neoplastica. Per esempio, il più potente fattore oncogeno, la Somatomedina (IGF1), essendo strettamente GH-dipendente è bloccata dalla sua inibizione mediante somatostatina, vanificando pertanto la vendita del rispettivo anticorpo monoclonale. Lo stesso meccanismo biomolecolare e relativo riflesso economico sulla mancata vendita si estende a tutti i più potenti fattori di crescita tumorali come quello epidermico EGF, dell’angiogenesi tumorale VEGF, ecc., tutti strettamente GH-dipendenti e correlati come per IGF1.
L’emergere delle conferme cliniche ed evidenze scientifiche MDB comporterebbe una delegittimazione dei centri di potere politici, economici e istituzionali che lo hanno censurato e che forse un giorno, lontano o mai, potrebbero dover rendere conto delle loro scelte.
Dico a chi decide a livello globale le linee terapeutiche e i paradigmi di ricerca: c’è una logica semplice ed evidente nel MDB. L’inibizione della proliferazione e mutabilità neoplastica. Quanta gente si poteva salvare? Quante sofferenze si potevano evitare?
L’ho ripetuto tante volte, anche alla presentazione del libro. Ho mostrato il comunicato stampa del Ministero della Salute del dicembre 1997, firmato dalle principali autorità sanitarie italiane in cui prima della sperimentazione, si dava già un giudizio totalmente e gravemente negativo sul MDB dichiarando la mancanza di evidenze scientifiche e di documentazione del Metodo Di Bella e, pertanto, l’impossibilità di adottarlo.
Eppure, lo stesso giorno in cui uscì quel comunicato, facendo una ricerca nelle banche dati biomediche sull’effetto antitumorale dei componenti del Metodo Di Bella (possibile anche oggi, si può fare infatti una ricerca retrospettiva sulle banche dati), risultavano 7.400 pubblicazioni, a conferma della scientificità e proprietà antitumorali dei componenti del MDB.
Un’autorità istituzionale può emettere ovviamente comunicati stampa, ma se contemporaneamente come in questo caso, le evidenze scientifiche documentate nelle banche dati documentano l’esatto contrario, a me come cittadino oggi non è concessa alcuna possibilità di replica, né di accedere all’informazione. Oggi chi ha il potere decide in modo autoritario scelte terapeutiche senza preoccuparsi minimamente di documentarne razionalità e scientificità. Ci impongono ciò che vogliono, punto e basta.
Questo è il prodotto del globalismo, il Relativismo, per cui le scelte in vari campi e settori, le linee terapeutiche, sono semplicemente imposte secondo i loro interessi.
La gente avrebbe dovuto rifiutare di sottoporsi a terapie coercitive non scientificamente documentate.”
A proposito di terapie imposte, circa un anno fa l’allora vice primo ministro olandese e ministro della Salute, Fleur Agema, dichiarò in parlamento che, sia per l’emergenza Covid e le politiche annesse, sia per la gestione della sanità nazionale, il Governo ha preso ordini e risponde, ancora oggi, ai servizi interni e alla NATO.
“Questo è coerente con il fatto che il Covid è ancora coperto da segreto militare e con le recenti dichiarazioni di Robert Kennedy Jr. (attuale segretario alla Sanità USA, ndr).
Noi viviamo in un periodo di falso totale, nel senso più ampio del termine, una dittatura mascherata da democrazia detiene il monopolio dell’informazione, pertanto la disinformazione è la regola.
Qual è l’obiettivo? La degradazione massima possibile dell’individuo, della sua dignità, libertà, della sua capacità di discernimento, del livello culturale, dei valori che elevano moralmente e spiritualmente l’uomo. Più degradano e corrompono la gente, più facilmente la controllano e gestiscono.
L’élite di Davos ha oggi il potere di creare e gestire la maggioranza dei governi occidentali.”
Gli effetti collaterali della campagna vaccinale forzata stanno emergendo sempre di più nella popolazione, anche sotto l’aspetto oncologico. L’ematologo Claudio Perricone ha lanciato l’allarme sui farmaci anti-Covid: “Causano cancro e la Proteina Spike altera il DNA”. Cosa ne pensa e quali rimedi ci sono per prevenire eventuali danni?
“Sono frequenti e crescenti le richieste di cure per eventi avversi da vaccini. Due medici, docenti universitari, il Prof. Paolo Bellavite, fino a qualche anno fa Professore associato di patologia generale, e il Prof. Ciro Isidoro, professore ordinario di Patologia Generale e di Oncologia Sperimentale, hanno recentemente pubblicato un libro: Patologia Generale della Proteina Spike (Vanda Editore, 2024), in cui documentano le cause e i meccanismi biomolecolari di eventi avversi accertati nei vaccinati. La Spike non rimane per poche settimane nella sede di iniezione come era stato affermato, ma fino a settecento giorni dopo l’iniezione.
Recentemente il Prof. Isidoro ha pubblicato un secondo ampio studio, dettagliato, documentato da 245 riscontri bibliografici, già recensito da Research Gate https://www.preprints.org/manuscript/202510.2201. Titolo: SARS-CoV2 and Anti-COVID-19 mRNA Vaccines: Is There a Plausible Mechanistic Link with Cancer? Abbiamo riportato la traduzione in italiano con la bibliografia nella prima pagina del sito della Fondazione Di Bella alla sezione “Novità e comunicazioni”, link: http://www.metododibella.org/it/notizie/2025-11-06/Vaccini-mRNA-SARS-CoV2-e-anti-COVID-19-esiste-un-legame-plausibile-con-il-cancro.html?.
La proteina iniettata è stata modificata nella sequenza amminoacidica, e per renderla più resistente e prolungarne la permanenza e l’effetto, è stata avvolta in una nanoemulsione lipidica, che la rende più difficilmente aggredibile dagli enzimi. Questo le conferisce una grande biodisponibilità, e la capacità di attraversare facilmente i fosfolipidi delle membrane cellulari. La diffusione è quindi globale, sistemica e multiorgano, con la capacità di superare ogni barriera, perfino quella emato-encefalica, e di invadere qualsiasi tessuto.
I meccanismi di azione variano a seconda del tessuto, perché la Spike provoca danni multiorgano in base ai contatti e all’affinità amminoacidica con determinati tessuti inducendo la formazione di autoanticorpi che aggrediscono il tessuto stesso. Per esempio, nelle proteine cardiache esiste un’affinità della Spike con una proteina chiamata Titina, la terza proteina della muscolatura cardiaca simile a determinate sequenze della Spike.
Cosa provoca questo? La formazione di autoanticorpi: l’organismo attacca se stesso. Ne deriva un danno cardiaco, evidenziato da numerosi e autorevoli studi.
Uno studio in Giappone su migliaia di pazienti vaccinati, con l’uso di radioisotopi ha dimostrato che oltre ai pazienti vaccinati sintomatici, sofferenti per cardiopatie, anche molti asintomatici presentano un danno cardiaco. Questo dato è documentato con tecniche non contestabili.
Sono possibili danni multiorgano, perché la Proteina Spike agisce anche sul recettore ACE2, un recettore di membrana vitale che regola il calibro dei vasi sanguigni. Se questo recettore viene compromesso, viene meno una regolazione fisiologica fondamentale, quella del calibro e pervietà vascolare.
Cosa succede allora? Si verifica una sovraregolazione dell’Angiotensina II, con una costrizione, una riduzione del calibro dei vasi che può diventare grave a livello coronarico e di varie arterie. A volte contemporaneamente, si può manifestare un effetto simile alla “trombocitopenia autoimmune”, con produzione di microemboli e microtrombi che circolano nell’organismo, alterando l’equilibrio coagulativo.
La combinazione di riduzione del calibro di vasi sanguigni e microemboli può portare ad un evento fatale improvviso. In queste situazioni sono indicati farmaci calcioantagonisti (ad esempio Adalat Crono), vasoprotettori come Quercetina in cps liposomiali 500 mg 3 volte al dì, Melatonina con Adenosina fino a 100 mg al dì, eventualmente insieme ad anti aggreganti in base agli esami completi dell’assetto coagulativo e del circolo arterioso e venoso.”
Possono esserci anche patologie che si sviluppano nel tempo. Esistono contromisure da adottare?
“Possono verificarsi, con tempi, modalità e intensità diverse, postumi ed eventi avversi multiorgano e multifunzione. Chi ha fatto i sieri genici per il Covid e vuole monitorare il proprio stato di salute, potrebbe eseguire una serie di indagini cliniche: emocromo, azotemia, glicemia, urine, sideremia, calcemia, elettroliti, VES, PCR, GOT, GPT, GGT, creatinina, ammoniemia, proteine totali e frazionate, CPK, FT3, FT4, TSH, assetto emocoagulativo (PT, PTT, fibrinogeno, antitrombina III°, D- DIMERO, INR, visita cardiologica, ECG. Andrebbero controllati anche marcatori tumorali come CEA, e per il seno Ca 15.3, per l’apparato riproduttivo Ca 125 e HE4, per l’apparato digerente Ca19.9, per la prostata PSA. Le indagini strumentali utili meno invasive sono ecografie del collo, dei seni, cavi ascellari e addome completo. Se l’ecografia dei seni dà qualche sospetto completare con risonanza magnetica dei seni, che rappresenta l’esame più affidabile.
Oltre a cardiotossicità e vasculopatie essendo diverse sequenze della Spyke comuni anche a tessuti cerebrali, possono formarsi anche a questo livello, come nei vasi e nel cuore autoanticorpi attivando formazione di prioni e meccanismi biomolecolari simili a quelli della “mucca pazza”. Possono pertanto insorgere sintomi neurotossici a livello del sistema nervoso centrale, periferico, di ordine sensitivo, motorio, con irritabilità, instabilità emotiva, riduzione delle capacità cognitive. I rimedi più utili sono rappresentati dagli esteri fosforici del gruppo B (fosforilasi), della Cianocobalamina (vitamina B12), da dosi particolarmente elevate di vitamine E allo stato chimico puro, e di vitamina C che intervengono sulla catena respiratoria e l’ossido-riduzione, contrastando il disordine epigenetico del DNA (pressoché costante in queste situazioni) e ristabilendo l’equilibrio organico.
In una situazione di danno multiorgano e multifunzionale sono utili e associabili anche il Glutatione ridotto liposomiale cps 500 mg 3 al dì, NAC 600 mg al dì 1 cps.
Nel loro libro, i Prof. Bellavite e Isidoro consigliano, per degradare rapidamente la Spike i bioflavonoidi, in particolare esperidina e quercetina. Ho trattato le proprietà antivirali e antitumorali della quercetina nella recente pubblicazione Prevenzione antinfettiva e oncologica. Non essendo idrosolubile, la quercetina deve essere preparata in forma liposomiale. Agisce anche nell’endometriosi e come antitumorale nel cancro al seno con attività apoptotiche, antiproliferative, e inibizione dell’aromatasi. Dosaggio giornaliero una cps da 500 mg x 3 volte al dì ai pasti.
Per l’azione anti-aggregazione piastrinica, di regolazione della permeabilità capillare e di degli scambi emo-tissutali è indicata anche nella prevenzione di vasculopatie e postumi da infezione e/o vaccinazione Covid. L’effetto antivirale della quercetina, anche sul Covid, è dovuto anche all’inattivazione della proteina 3CLprot (3C-like), una delle proteine fondamentali per la replicazione del virus SARS-Cov-2.
Sia le proprietà antivirali che antinfettive della quercetina sono potenziate decisamente dal sinergismo con la Lattoferrina (cps 200 mg 3 volte al dì) che mediante le ribonucleasi interviene sia sul RNA neoplastico che sul RNA virale. L’aggiunta di un’altra molecola biologica, il Lisozima (cpr 500 mg da 3 a 6 al dì) realizza un potenziamento rilevante antibatterico, antivirale, antiprotozoario in totale assenza di tossicità.
Un diverso orientamento utile, seguito da altri colleghi italiani e dal noto cardiologo statunitense Peter McCullough, prevede la degradazione enzimatica della Spike tramite nattokinasi e curcuma.
A questi trattamenti può essere associato un potenziamento immunitario e la riparazione di danni tissutali con la Soluzione retinoidi MDB: Betacarotene Gr 1, Axeroftolo acetato Gr 0,25, Ac. Retinoico Gr 0,25, in vitamina E Gr 500. I retinoidi hanno effetti antinfettivi, antinfiammatori e antitumorali. La letteratura scientifica in materia è immensa: basta verificare su
www.PubMed.gov.
Le loro proprietà di potenziamento immunitario sono ormai così documentate, che diversi ricercatori propongono di riclassificare l’intera l’immunità secondo la teoria dell’acido retinoico endogeno e la sindrome da deplezione dell’acido retinoico, considerando i retinoidi struttura portante dell’immunità.”
A parte gli specialisti del settore, la medicina in generale considera marginalmente il ruolo delle difese immunitarie come sistema primario di garanzia della nostra salute. Come mai, secondo lei?
“Dovrebbero essere approfonditi e valorizzati concetti di fisiologia, biochimica, e della vitaminologia. L’ordine, la funzionalità, gli equilibri vitali della biologia umana nei loro aspetti essenziali poggiano sul ricevimento, l’elaborazione e la cessione di materiale da parte delle vitamine. Questo con la finalità di mantenere costanti forma, struttura, rapporti endogeni, qualità, quantità, densità delle varie forme di energia. Andrebbero inserite nelle linee terapeutiche antinfettive di prevenzione e terapia, oltre ai retinoidi, molecole biologiche essenziali sinergiche non ancora valorizzate come il citato Lisozima, la Lattoferrina e l’Alfalattoalbumina.
Il lisozima, componente rilevante dell’immunità agisce su vari batteri, virus e protozoi. È una proteina basica enzimatica, biologica che si trova in diversi liquidi organici, come lacrime, saliva, sangue, latte. Non viene utilizzato, nonostante abbia una documenta efficacia terapeutica. A ciò si aggiunge la sua mancanza di tossicità. L’associazione lisozima-lattoferrina amplifica ed estende le proprietà antinfettive agendo sinergicamente sui potenziali di membrana dei germi e sul metabolismo del ferro, inibito nei batteri dalla Lattoferrina, chelante del ferro.
Un altro elemento immunitario fondamentale è l’alfa-lattoalbumina, siero-proteina del latte (latte così demonizzato dalle diete alla moda) che condivide con Lisozima e Lattoferrina l’efficacia terapeutica in assenza di tossicità (posologia: una cps 380 mg 3 volte al dì).
Se voglio potenziare il sistema immunitario, innanzitutto mi rivolgo a prodotti biologici, quelli a tossicità zero e, parallelamente, mi preoccupo di riportare a livello fisiologica la flora batterica intestinale e la funzionalità degli epiteli gastroenterici.”
Cosa direbbe ad un paziente bisognoso di cure che non si affida al Metodo Di Bella perché influenzato — spaventato o reso diffidente — dalla propaganda di sistema o dalla disinformazione, che arriva a coinvolgere anche colleghi medici del Servizio Sanitario Nazionale?
“Se vogliono verificare se il Metodo Di Bella, come disse un noto parlamentare di sinistra, è una stregoneria possono accedere alle principali banche dati biomediche ufficiali e verificarne la scientificità e razionalità: PubMed.gov, ResearchGate.net. Lì troveranno migliaia di risultati e la documentazione della solidità del lavoro che svolgiamo ogni giorno, sempre e solo per la salute dei pazienti.”
La grande stampa sta iniziando a propagandare la rivoluzione dei vaccini a mRNA nella cura e nella prevenzione dei tumori. Per non parlare del progetto Stargate tra l’amministrazione Trump e le Big Tech varato ad inizio 2025, secondo Larry Ellison, Fondatore e presidente Oracle: “Una volta sequenziato il tumore genetico, si può vaccinare la persona contro quel cancro, e si può realizzare il vaccino mRNA in modo robotico utilizzando l’intelligenza artificiale entro 48 ore”. Quindi, stiamo andando incontro a Vaccini mRNA personalizzati in 48h per tutti i malati di cancro? Che ne pensa e quali sono i principali rischi a cui andiamo incontro?
“Sarebbe bene esprimere valutazioni in base a risposte terapeutiche, a dati di fatto documentati, verificabili e sperimentalmente riproducibili. Al momento sui vaccini a mRNA nella cura e nella prevenzione dei tumori esistono solo progetti di ricerca, dati teorici, ipotesi, in totale assenza di conferme cliniche autorevoli e documentate. Sono iniziati da poco alcuni studi clinici, i più avanzati di fase 2, su numeri ancora limitati di casi. Questa rivoluzionaria panacea vaccinale nella prevenzione e terapia del cancro proclamata dai mainstream, prevede tecniche molecolari costose e complesse come il sequenziamento del DNA tumorale, che ricerca le alterazioni genetiche per identificare l’obiettivo terapeutico nelle specifiche mutazioni molecolari del tumore.
Il sequenziamento di nuova generazione (NGS), studiando estesamente il DNA ed esaminando l’intero genoma del tumore, ha evidenziato un’altissima e in gran parte imprevista eterogeneità genetica neoplastica, sia nel contesto intratumorale di ogni singola localizzazione tumorale, che a livello intertumorale tra neoplasie di origine tissutale diversa, o fra tumori della stessa origine in pazienti diversi. A complicare ulteriormente l’identificazione di un bersaglio terapeutico è stato ormai accertato che la grande eterogeneità tumorale è dinamica, altamente variabile, instabile per un concorso di cause ambientali, psiconeuroendocrine, alimentari, infettive, terapeutiche, tra cui chemio-radioterapie e anticorpi monoclonali.
In questo contesto di accertata estrema complessità e mutabilità degli obiettivi terapeutici, sarebbe quanto meno auspicabile una maggiore prudenza, cautela, prima di annunciare la prossima, immancabile definitiva soluzione del problema cancro mediante la rivoluzione dei vaccini a mRNA.”
Come si può definire in sintesi la concezione terapeutica del Prof. Luigi Di Bella?
“Una nuova Scienza della Prevenzione e Terapia tumorale che si sta sempre più configurando come valorizzazione terapeutica delle evidenze scientifiche. Diversamente dalla concezione oncologica, non è finalizzata all’utopistica e illusoria uccisione citotossica, citolitica o mediante radiazioni ionizzanti di tutte le cellule tumorali, ma alla loro riprogrammazione. Questa nuova scienza, anticipata oltre 40 anni fa dal Prof. Luigi Di Bella, non può che basarsi su una multiterapia biologica razionale, che intervenga sulla molteplicità e varietà delle funzioni vitali sovvertite dal cancro. Considera i destini cellulari non necessariamente segnati in modo irreversibile, ma modulabili con una multiterapia che intervenga sequenzialmente e/o contemporaneamente e centripetamente sui bersagli strategici della proliferazione e mutabilità neoplastica e sulle molteplici reazioni vitali deviate nel cancro, riconvertendole gradualmente alla normalità. Prevenire dunque per potenziare la difesa dei nostri equilibri molecolari e biofisici più fini, valorizzando le notevoli potenzialità antitumorali e antinfettive aperte dai nuovi concetti e criteri d’impiego della vitaminologia del Prof. Di Bella, che, dal suo ruolo originario biochimico-vitale, è assurta a quello terapeutico razionale essenziale, volto a realizzare l’equilibrio organico mantenendo costante il rapporto tra materia vivente e contenuto energetico e attivando ed esaltando il nostro potenziale intrinseco di auto-riparazione, prerogativa di ogni vivente.”
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Di Valentina Bennati e Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.Org
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GIUSEPPE DI BELLA è un medico che da anni approfondisce e divulga il lavoro clinico e teorico sviluppato dal padre, il professor Luigi Di Bella. All’interno della Fondazione Di Bella – metododibella.org –Canale Telegram – https://t.me/METODO_DI_BELLA – si occupa di raccogliere, sistematizzare e pubblicare dati clinici relativi alla multiterapia ideata dal fondatore, contribuendo alla discussione scientifica sul potenziale ruolo dei singoli componenti del protocollo. È riconosciuto per la sua attività di ricerca, per l’impegno nella documentazione dei risultati ottenuti e per il confronto critico con l’oncologia convenzionale, sempre rivendicando la necessità di valutare le evidenze secondo criteri rigorosi e trasparenti.
Valentina Bennati. Giornalista professionista specializzata in tematiche di salute e ambiente. Naturopata membro FNNP (Federazione Nazionale Naturopati Professionisti).
Jacopo Brogi. Giornalista pubblicista e documentarista; freelance United Photo Press.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?2
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
33.3/100
Punteggio Totale
D
Valutazione
❌
Criteri Critici
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“Diagnostica molecolare: la medicina di precisione in oncologia” è il titolo dell'evento Ecm organizzato dall'Ordine dei Biologi della Toscana e Umbria e patrocinato FNOB...
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
51.1/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Fibrosi del midollo osseo, ricerca Unimore individua una nuova possibile terapia ModenaToday
La mielofibrosi è un tumore che colpisce le cellule staminali del sangue, per la quale a oggi non esiste una cura del tutto efficace. La malattia è caratterizzata dallo sviluppo di tessuto fibroso a livello del midollo osseo, con una compromissione progressiva della produzione delle cellule del sangue e delle condizioni cliniche dei pazienti.
Una nuova possibile terapia per inibire precocemente la trasformazione fibrotica del midollo osseo arriva dai ricercatori e dalle ricercatrici del Centro Interdipartimentale di Cellule Staminali e Medicina Rigenerativa (CIDSTEM) di Unimore, grazie al sostegno di Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro.
I risultati sono stati ottenuti nell’ambito del programma “5 per mille” dal titolo “MYeloid NEoplasms Research Venture AIRC” (MYNERVA), coordinato dal professor Alessandro Vannucchi, oncoematologo dell’Università di Firenze.
I dati raccolti dal gruppo della professoressa Rossella Manfredini e colleghi mostrano che colpendo in maniera mirata la proteina osteopontina è possibile interferire con l’evoluzione della fibrosi del midollo osseo. I risultati sono stati pubblicati sul Blood Cancer Journal, un’importante rivista ematologica a livello internazionale, appartenente al gruppo Nature.
Le dichiarazioni
“Anche le terapie più avanzate per i pazienti con mielofibrosi non sono in grado di interferire in modo significativo con lo sviluppo di fibrosi midollare, il che porta a un sostanziale aggravamento delle condizioni cliniche e a una riduzione della sopravvivenza dei pazienti – spiega la professoressa Manfredini, responsabile del programma di Genomica e Trascrittomica del Centro di Medicina Rigenerativa Stefano Ferrari –.“L’identificazione di nuove terapie anti-fibrotiche rimane quindi un bisogno clinico non soddisfatto, nonché una priorità per la cura della malattia. Per questo studio abbiamo studiato in topi di laboratorio con mielofibrosi un farmaco già utilizzato nella pratica clinica in pazienti affetti da melanoma e altri tipi di tumori. Lo scopo era anche accelerare il passaggio dei risultati dal banco di laboratorio al letto dei pazienti”.
“In un precedente studio, – aggiunge la dottoressa Lara Tavernari, collaboratrice della ricerca – avevamo scoperto che l'osteopontina, una molecola che favorisce la fibrosi, è significativamente aumentata nel plasma di pazienti affetti da mielofibrosi. I pazienti che presentano livelli maggiori di questa proteina mostrano anche un più alto grado di fibrosi del midollo osseo associato a una prognosi peggiore. Sulla base di questi dati ci siamo quindi focalizzati sull’identificazione di nuovi approcci terapeutici volti a inibire l’attività dell’osteopontina. Dopo aver valutato in cellule in coltura ottenute da pazienti l’efficacia di numerosi inibitori dell’osteopontina, abbiamo selezionato il farmaco cobimetinib e lo abbiamo somministrato a topi di laboratorio con mielofibrosi. Il farmaco ha prodotto una marcata riduzione dei livelli sia di osteopontina nel plasma, sia della fibrosi midollare”.
“Il risultato più significativo – conclude la professoressa Manfredini – è che l’associazione di cobimetinib con il ruxolitinib, la terapia mirata più utilizzata per la mielofibrosi, mostra un effetto sinergico sia sull’inibizione della fibrosi midollare che sull’ingrossamento della milza. Ciò suggerisce l’impiego di questa combinazione di farmaci nei pazienti come terapia curativa di prima linea, per inibire la progressione della malattia in una forma più grave. Dunque, il cobimetinib, un farmaco già approvato dagli enti regolatori e utilizzato in clinica contro il melanoma ed altri tumori, potrebbe essere riposizionato per la mielofibrosi, in combinazione con ruxolitinib, se la sperimentazione clinica nei pazienti affetti da mielofibrosi confermerà i dati preclinici”.
“Vivissimi complimenti alla Collega Professoressa Manfredini per questo magnifico risultato, che apre, anzi ‘richiede’, l’avvio della sperimentazione di questa nuova proposta terapeutica combinata ai pazienti affetti da mielofibrosi. Questo risultato dimostra tra l’altro le grandi potenzialità della ricerca di base presso il Dipartimento di Scienze Biomediche Metaboliche e Neuroscienze, e la sua potenziale applicabilità diretta alla sperimentazione clinica negli esseri umani, nel contesto della stretta integrazione tra ricerca di laboratorio e clinica, – commenta il Professor Marco Vinceti, Direttore del Dipartimento – integrazione che caratterizza da tempo il nostro Dipartimento e il cui valore viene una volta di più riconosciuto da riviste scientifiche internazionali di grande prestigio.”
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?2
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
36.7/100
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C
Valutazione
❌
Criteri Critici
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Verona20 Novembre 2025 Il Piano triennale delle opere pubbliche del comune di Verona prevede l’apertura di una nuova serie di interventi per 96 milioni. Il Piano triennale delle…Read More→
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
54.4/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
L'ultimo discorso pubblico nel 2023. L'occasione al Future Workforce Summit per sensibilizzare su una tematica a lei molto cara
La malattia in remissione grazie alle cure ma il nemico, il cancro, non ancora del tutto sconfitto: non per questo Kate Middleton, la principessa di Galles, si è mai fatta scoraggiare e adesso ritorna con una certa assiduità negli impegni pubblici come accaduto al Future Workforce Summit di Londra dove ha tenuto il suo primo discorso pubblico dopo oltre due anni.
La tematica di cui ha parlato Kate
Al centro di tutto il discorso su un argomento a lei molto caro: la prima infanzia. " La mia passione e il lavoro del Centre for Early Childhood nascono da una verità essenziale: l'amore che proviamo nei nostri primi anni di vita plasma fondamentalmente chi diventiamo e come prosperiamo da adulti ", ha affermato Kate davanti a una platea di top manager a cui ha ricordato, tra le altre cose, che il profitto viene sempre dopo l'importanza di avere alcuni valori fondamentali nella vita. " Come leader aziendali vi troverete ad affrontare la sfida quotidiana di trovare l'equilibrio tra redditività e impatto positivo. Ma le due cose non sono e non dovrebbero essere incompatibili ".
Le relazioni familiari
Il discorso di Kate è arrivato quattro anni dopo l' inaugurazione del Royal Foundation Centre for Early Childhood (Centro della Fondazione Reale per la Prima Infanzia) nel 2021 che fungerà da fulcro del suo lavoro sullo sviluppo della prima infanzia. Nel suo discorso ai professionisti un significativo passaggio su cosa si debba insegnare da adulti per avere una società migliore. "Credo nel restituire dignità al lavoro silenzioso, spesso invisibile, di prendersi cura, di amare, mentre cerchiamo di costruire una società più felice e sana ", ha sottolineato la principessa nell'ambito della sua campagna per sensibilizzare l'opinione pubblica sull'importanza dei primi anni di vita dei bambini e sulla costruzione di relazioni familiari sane.
Il primo intervento dal 2023
Come ha ricordato la Bbc, si tratta del primo intervento pubblico dal novembre del 2023 per Kate ma soprattutto il primo dalla diagnosi di cancro rivelata a marzo 2024 dove ha condiviso i momenti più difficili della chemioterapia ma anche i momenti positivi, con la remissione dalla malattia e il ritorno a un'agenda di impegni selezionati. Nel suo intervento pronunciato, come sempre, con grande sicurezza, Kate Middleton ha infine enfatizzato su quanto sia importante la gentilezza e che "l'amore è il primo e più essenziale legame. Ognuno di voi interagisce con il proprio ambiente: una casa, una famiglia, un'azienda, una comunità. Questi sono gli ecosistemi che voi stessi contribuite a tessere ", ha concluso la moglie dell'erede al trono William. " Immaginate un mondo in cui ognuno di questi ambienti fosse costruito dando valore al tempo e alla tenerezza tanto quanto alla produttività e al successo ".
"Kate non fa molti discorsi"
Secondo Victoria Murphy, collaboratrice reale dell'emittente ABCNews, le ultime dichiarazioni di Kate hanno messo in evidenza la sua costante passione per il lavoro sullo sviluppo della prima infanzia.
Non fa molti discorsi, non è una cosa che storicamente le è venuta naturale, ma credo che questo dimostri quanto questo tema sia importante per lei, il fatto che abbia fatto il suo primo discorso in due anni e che volesse davvero essere ascoltata su questo argomento, perché è qualcosa che le sta molto a cuore
".
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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57.8/100
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Criteri Critici
Tumore del colon-retto, lo studio del Policlinico di Bari: “Un semplice esame migliora le possibilità di cura” Telebari
Il Policlinico di Bari è stato tra i principali centri arruolatori dello studio PARERE, un importante studio tutto italiano sul tumore del colon-retto. La ricerca, coordinata dalla Fondazione GONO (Gruppo Oncologico del Nord Ovest) e condotta in 40 centri oncologici del Paese, ha dimostrato che grazie alla biopsia liquida – un semplice esame del sangue che analizza il DNA del tumore – è possibile capire con precisione quali pazienti con carcinoma colo-rettale RAS/BRAF wild type fortemente pretrattati, possono essere sottoposti nuovamente con farmaci già utilizzati in passato. Questo approccio consente di ottimizzare la scelta del trattamento nelle linee avanzate di terapia, prolungando il controllo della malattia e migliorando la qualità della vita.
Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Annals of Oncology e contemporaneamente presentato al congresso ESMO 2025 a Berlino, rappresenta un ulteriore piccolo passo avanti nella lotta contro il cancro colorettale metastatico. Il cancro del colon-retto è, infatti, una delle neoplasie più diffuse nel nostro Paese, seconda solo al tumore della mammella per frequenza. Quando la malattia si diffonde ad altri organi, diventando metastatica, le possibilità di cura si riducono e diventa fondamentale individuare quali pazienti possano beneficiare di terapie mirate e quale sequenza di farmaci adottare per ottenere un risultato migliore nel tempo.
L’analisi si è focalizzata su un particolare gruppo di pazienti con adenocarcinoma del colon e assenza di mutazione dei geni RAS/BRAF –circa il 50% dei casi ha questo assetto molecolare – che erano stati già pesantemente pretrattati e quindi con poche chance terapeutiche residue. Nello specifico i pazienti venivano valutati preliminarmente con una biopsia liquida, un semplice esame del sangue che permette di “leggere” il DNA del tumore circolante nel sangue del paziente. Questa tecnica all’avanguardia ha permesso ai ricercatori di selezionare con estrema precisione i pazienti che potevano ancora beneficiare di un ritrattamento con farmaci biologici anti-EGFR, in particolare il panitumumab.
Lo studio ha valutato 428 pazienti di cui 213 risultati alla biopsia liquida con un profilo molecolare favorevole (RAS e BRAF wild-type, ovvero senza mutazioni specifiche) per cui sono stati selezionati per ricevere il ritrattamento con panitumumab. Un dato particolarmente significativo emerso dallo studio è che la biopsia liquida ha permesso di escludere dal ritrattamento oltre un terzo dei pazienti che sarebbero stati altrimenti considerati candidabili sulla base dei criteri clinici tradizionali, ma che in realtà presentavano mutazioni di resistenza nel loro DNA tumorale circolante rendendo inutile l’eventuale riutilizzo di una terapia target anti-EGFR.
I pazienti selezionati per l’assenza di mutazioni di resistenza nel DNA circolante (ctDNA) sono stati randomizzati in due gruppi: il primo ha ricevuto panitumumab seguito alla progressione della malattia da regorafenib (un farmaco comunemente adottato in linee avanzate), mentre il secondo gruppo ha ricevuto la sequenza inversa. I risultati, pur non evidenziando differenze significative in termini di sopravvivenza globale tra le due sequenze di trattamento, hanno chiaramente dimostrato che il ritrattamento con panitumumab offre vantaggi significativi in termini di controllo della malattia rispetto al regorafenib.
Nello specifico, il panitumumab ha ottenuto un tasso di risposta obiettiva del 16% contro il 2% del regorafenib, e un tasso di controllo della malattia del 61% contro il 36%. Anche la sopravvivenza libera da progressione è risultata più lunga con panitumumab 4,2 mesi contro 2,4 mesi nella prima fase di trattamento, mentre la sopravvivenza globale è risultata sovrapponibile nei due gruppi.
La presenza dell’oncologia medica del ospedale universitario barese, diretta dal Prof. Camillo Porta, tra i principali centri arruolatori dello studio, certifica la qualità dell’assistenza offerta ai pazienti oncologici con neoplasie del tratto gastroenterico e si conferma un punto di riferimento per la Puglia nel trattamento delle neoplasie colo-rettali.
Il dottor Francesco Mannavola, uno degli autori dello studio e responsabile dell’ambulatorio dei “Tumori dell’Apparato Gastro-Enterico” presso l’Oncologia Medica del Policlinico, sottolinea come “questi risultati rappresentano un importante passo avanti verso una medicina sempre più personalizzata. La biopsia liquida, infatti, permette di selezionare con precisione i pazienti che possono ancora beneficiare di terapie mirate, anche nelle fasi più avanzate della malattia, e questo significa poter offrire ancora una piccola – seppur significativa – speranza a persone che hanno già affrontato diversi cicli di chemioterapia, evitando al contempo trattamenti inutili e tossici a chi non ne trarrebbe beneficio”.
I risultati dello studio PARERE rappresentano un forte messaggio di speranza per le persone con tumore del colon-retto metastatico: la ricerca italiana continua infatti a sviluppare cure sempre più personalizzate ed efficaci. Grazie all’impiego di tecniche avanzate come la biopsia liquida, i pazienti possono ricevere cure d’avanguardia direttamente in Puglia, e sebbene la strada da percorrere sia ancora lunga, ogni passo avanti nella comprensione della biologia molecolare del tumore e nello sviluppo di tecniche diagnostiche innovative come la biopsia liquida ci avvicina all’obiettivo di rendere il cancro del colon-retto una malattia cronica sempre più controllabile e, in prospettiva, curabile.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
56.3/100
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B
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Criteri Critici
Cancro alla prostata, radioterapia «efficace e valida alternativa alla chirurgia» Corriere della Calabria
campagna internazionale “Movember”
La radioterapia, soprattutto per la cura del tumore della prostata, è un’efficace e valida alternativa alla chirurgia radicale, con tassi di guarigione sovrapponibili ed effetti collaterali ridotti, ma ancora poco conosciuta dai pazienti. Dovrebbe essere impiegata nel 50-60% dei casi, ma nel nostro Paese raggiunge soltanto il 15-20%, a causa di molti e diffusi luoghi comuni: dal presunto minor valore terapeutico rispetto all’approccio chirurgico o farmacologico, alla paura di non poter condurre una vita sessuale normale, fino alla falsa convinzione che si tratti di un trattamento solo palliativo o riservato a casi estremi in cui la chirurgia non è più praticabile. A richiamare l’attenzione sull’importanza di superare questi preconcetti sono gli esperti dell’IRCCS di Negrar, in occasione della campagna internazionale “Movember”, dedicata alla sensibilizzazione sulle patologie maschili. «Nonostante il passare degli anni, la radioterapia – avverte Filippo Alongi, direttore del Dipartimento di radioterapia oncologica avanzata dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar e ordinario di radioterapia oncologica all’Università di Brescia – continua a essere avvolta da un alone di diffidenza e disinformazione. Quando la proponiamo ai pazienti, molti pensano inizialmente di essere già condannati. E non per la gravità della malattia, ma perché credono di essere candidati a un trattamento meno efficace rispetto alla chirurgia. Eppure parliamo di uno dei cardini delle terapie oncologiche, in particolare per il tumore della prostata, che può essere considerato curativo al pari del bisturi».
Uno studio anglosassone, pubblicato di recente su European Urology, ha confrontato la chirurgia robotica con la radioterapia di precisione, evidenziando come, a parità di guarigione in oltre il 90% dei casi quando il tumore è confinato alla ghiandola prostatica, la radioterapia moderna risulti anche meglio tollerata in diversi aspetti sintomatologici, preservando maggiormente continenza urinaria e funzionalità erettile. «Un paziente su due sarebbe idoneo al trattamento radioterapico», continua Alongi, «ma solo uno su cinque vi accede davvero. Le conseguenze ricadono sui pazienti, che spesso ignorano un’opzione terapeutica alternativa e, in molti casi, vantaggiosa rispetto alla chirurgia». L’idea distorta della radioterapia deriva da un retaggio del passato, una rappresentazione ormai lontana dalla realtà: negli ultimi anni questa metodica ha compiuto passi enormi grazie ad apparecchiature sempre più sofisticate, in grado di offrire trattamenti altamente selettivi e circoscritti, con un netto calo degli effetti collaterali.
L’innovazione tecnologica vede l’IRCCS di Negrar tra i centri più avanzati e riconosciuti in Italia e in Europa nell’ambito radio-oncologico per il trattamento del tumore della prostata e di molte altre patologie oncologiche. «Grazie alla dotazione di quattro acceleratori lineari, tra cui una macchina di ultima generazione dotata di risonanza magnetica ad alto campo e un dispositivo guidato da intelligenza artificiale – di recente potenziato con un software in grado di identificare e colpire il tumore in soli sei secondi – nel nostro Dipartimento è possibile trattare la malattia con una precisione e una velocità senza precedenti», spiega Alongi. «Questo consente di curare il tumore della prostata in sole cinque sedute, contro le 20 o 28 della tecnica standard, in pochi minuti, senza dolore, senza ricovero e senza anestesia, riducendo liste d’attesa e costi diretti e indiretti. Le nuove tecnologie permettono inoltre di ricalibrare in tempo reale il piano di cura sulla base dei cambiamenti del tumore – posizione, forma, dimensioni – che possono verificarsi da una seduta all’altra, preservando i tessuti sani e garantendo una migliore qualità di vita». E conclude: «La radioterapia moderna merita di essere conosciuta di più dai pazienti, che possono così accedere a un’opzione alternativa alla chirurgia, sicura, efficace e con effetti secondari ormai rari nel tumore della prostata. È fondamentale comunicare questi risultati innovativi, che confermano l’IRCCS di Negrar come uno dei centri più avanzati per il trattamento radioterapico di precisione del cancro alla prostata e di molte altre neoplasie, con una casistica tra le più ampie e l’utilizzo delle tecnologie più moderne, con oltre 2.200 sedute eseguite ogni anno per la cura di più di 2.000 pazienti».
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Kate Middleton ha tenuto il suo primo discorso pubblico dalla diagnosi di cancro arrivata nel marzo del 2024. La principessa del Galles, la cui malattia è oggi in remissione, ha parlato al Future Workforce Summit, che riunisce i top manager della City di Lond…
Kate Middleton ha tenuto il suo primo discorso pubblico dalla diagnosi di cancro arrivata nel marzo del 2024. La principessa del Galles, la cui malattia è oggi in remissione, ha parlato al Future Workforce Summit, che riunisce i top manager della City di Londra, parlando del Centre for Early Childhood, una fondazione della corona, creata da Kate nel 2021, che promuove la consapevolezza e l’azione sullo straordinario impatto dei primi anni di vita al fine di trasformare la società per il futuro.
La principessa ha parlato dell’amore come “primo ed essenziale legame” che viene creato, sottolineando l’importanza che questo ha fin dalla primissima infanzia. “Credo nel restituire dignità al silenzioso e spesso invisibile lavoro di chi si prende cura”, ha aggiunto Kate Middleton cercando di sensibilizzare anche i manager presenti.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Tumore del pancreas, AIGO: urgente la diagnosi precoce Doctor33
In Italia nel 2024 si stimano 13.585 nuove diagnosi di tumore del pancreas, con un incremento del 21% negli ultimi dieci anni e una sopravvivenza a cinque anni pari a un paziente su dieci. I dati, riferiti dalla Fondazione Veronesi, sono riportati da AIGO, Associazione Italiana Gastroenterologi ed Endoscopisti Italiani, in occasione della Giornata Mondiale del Tumore al Pancreas celebrata il 20 novembre. Il tumore del pancreas, sottolinea la nota Aigo, è una neoplasia caratterizzata da elevata aggressività e da sintomatologia spesso assente nelle fasi iniziali. Questo elemento determina una diagnosi tardiva e una ridotta possibilità di intervento chirurgico. Nel 10% circa dei casi è presente una predisposizione genetica legata a forte familiarità o a mutazioni note. «Il problema maggiore è che il tumore del pancreas è una malattia silente: spesso non dà sintomi fino a quando non raggiunge stadi avanzati, quando la chirurgia non è più praticabile», dichiara Filippo Antonini, consigliere nazionale AIGO. Non sono attivi programmi di screening per la popolazione generale. I sintomi iniziali, quando presenti, possono risultare aspecifici. AIGO segnala che negli ultimi anni la ricerca ha identificato lesioni precursori come le cisti pancreatiche. «Queste lesioni necessitano di una valutazione specialistica per la loro corretta gestione», afferma Germana De Nucci, responsabile Commissione Pancreas AIGO, ricordando che la maggior parte resta benigna e che molti tumori insorgono senza lesioni cistiche preesistenti. La sorveglianza è rivolta soprattutto a persone con familiarità per carcinoma pancreatico o predisposizione genetica. Le metodiche principali per lo studio del pancreas sono la risonanza magnetica e l’ecoendoscopia, che consente di individuare lesioni di pochi millimetri e di effettuare biopsie mirate. «Una diagnosi tempestiva permette di individuare lesioni ancora curabili, aumentando significativamente le possibilità di sopravvivenza», aggiunge Antonini. AIGO segnala anche il ruolo terapeutico dell’ecoendoscopia nei pazienti con malattia avanzata, con procedure mirate volte a migliorare la qualità di vita e ridurre interventi chirurgici più invasivi. Tra gli obiettivi indicati dall’associazione figurano formazione specialistica, promozione di stili di vita sani e potenziamento della prevenzione nei soggetti a rischio. Gli algoritmi relativi alla medicina di emergenza rappresentano una risorsa fondamentale per i professionisti sanitari che, ciascuno nel proprio ambito... L’impatto dell’Intelligenza Artificiale (AI) e dei Big Data nel settore sanitario è innegabile. L’AI sta rivoluzionando la scoperta di farmaci, la... Edra, sempre attenta a garantire una formazione completa e adeguata alle esigenze del sistema salute, ha progettato il nuovo corso... Introdurre la Medicina Narrativa nella progettazione dei percorsi di cura. Integrare la narrazione nel sistema cura e nel sistema persona... Inserisci le tue chiavi di accesso
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L’Agenzia di Stampa Parlamentare Agenparl è una delle voci storiche ed autorevoli dell’informazione italiana parlamentare ed è una delle principali news company italiane. Nel 1950 Francesco Lisi fondò la più antica Agenzia giornalistica parlamentare italiana, con il nome di S.P.E.; con l’ingresso nell’ASP (Associazione stampa parlamentare) nel 1953 ne mutò il nome in Agenparl.
Dal 1955 affianca con i suoi notiziari il mondo istituzionale, editoriale, economico e finanziario, diventando oggi una tra le fonti più autorevoli dell’informazione con i propri prodotti, servizi e soluzioni all’avanguardia. Dal 2009 il Direttore è Luigi Camilloni che ha proseguito lungo la strada tracciata da Lisi e cioè quella che da sempre ha contraddistinto l’Agenzia, ossia l’imparzialità.
Una formula editoriale veloce ed innovativa che garantisce un’informazione puntuale e degli approfondimenti originali. Per noi di Agenparl, fare informazione significa mantenere un alto livello di esattezza, obiettività e imparzialità, attraverso un codice linguistico chiaro, ma soprattutto senza far ricorso a formule e luoghi comuni giornalistici.
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Tumore del pancreas: il test PancreaSure per migliorare la diagnosi nei soggetti a più alto rischio AboutPharma
Se non ancora il presente, il futuro delle cure in oncologia è rappresentato dalla possibilità di valutare l’evoluzione delle neoplasie attraverso il dosaggio di biomarcatori e del Dna di cellule tumorali circolanti.
È questo il principio alla base della biopsia liquida, oggi validata in diversi contesti nel follow-up dei pazienti affetti da tumori solidi (seno, colon-retto, polmone, ovaio). A questa prospettiva si guarda però sempre con più interesse anche per anticipare la diagnosi, a uno stadio (ancora più precoce) in cui le tecniche attualmente disponibili potrebbero non essere sufficienti.
La realtà è ancora guidata dalla combinazione di esami di imaging e di citologia o istologia, ma la possibilità di avere (a partire da un prelievo ematico) una combinazione di biomarcatori sempre più affidabile è indagata in quasi tutti gli ambiti dell’oncologia.
Anche nel contesto del tumore del pancreas, di cui oggi (20 novembre) si celebra la giornata mondiale.
Tumore del pancreas: un’emergenza da guardare negli occhi
Con oltre tredicimila nuovi casi registrati in Italia nel 2024, l’adenocarcinoma duttale del pancreas non è uno dei più diffusi. Ma il suo impatto – in termini di mortalità e di limitata sopravvivenza: inferiore al quindici per cento, a cinque anni dalla diagnosi – è significativo.
Pressoché orfana di nuovi trattamenti, in attesa di conferme da alcune ricerche promettenti, la malattia è considerata potenzialmente curabile soltanto a fronte di un trattamento chirurgico: supportato (prima e dopo o soltanto a seguito dell’intervento) dalla chemioterapia.
Se la diagnosi precoce è quasi sempre decisiva nella gestione delle malattie oncologiche, in questo caso lo è ancora di più. Da qui anche l’urgenza di istituire le pancreas unit su tutto il territorio nazionale.
Rendere più accurato l’approccio già nelle prime fasi è considerata una priorità non inferiore allo sviluppo di nuove terapie. Come primo step, si punta a partire dai soggetti più a rischio: non soltanto familiare o genetico, ma anche perché chiamati a convivere con neoformazioni cistiche (a rischio degenerativo) e (in ultima istanza) in quanto esposti a condizioni che aumentano il rischio di sviluppare la malattia (fumo di sigaretta, diabete di tipo 2 di nuova insorgenza non compensato).
A lungo termine, però, le stesse prospettive potrebbero essere considerate anche per quei pazienti in cui l’attuale approccio iniziale (esami ematochimici e imaging) non è dirimente ai fini della decisione riguardante la necessità di procedere all’indagine endoscopica (ecoendoscopia).
Test PancreaSure: i risultati della sperimentazione clinica
L’affinamento della diagnosi – a partire dai soggetti ad alto rischio, come quelli in sorveglianza per familiarità, predisposizione genetica o in quanto affetti da cisti a rischio di degenerazione carcinomatosa – appare più vicina dopo la pubblicazione di uno studio su Gastroenterology.
In un’analisi retrospettiva, è stata validata l’efficacia del test PancreaSure: confrontando l’esito ottenuto in un gruppo di pazienti con adenocarcinoma pancreatico in stadio iniziale (202) e in una coorte di soggetti (864) osservati speciali per familiarità (almeno due casi tra i congiunti di primo grado), rischio genetico acclarato, poiché aventi neoformazioni cistiche in sorveglianza o affetti da condizioni patologiche sospette (poi non rivelatesi di natura tumorale). Tutti erano in cura o in sorveglianza in poco più di venti centri – parte del consorzio internazionale Precede (Pancreatic cancer early detection) – sparsi tra gli Stati Uniti, il Canada e l’Europa.
Il test, la cui efficacia era già stata testata anche nel carcinoma pancreatico in stadio precoce, ha ricevuto una ulteriore validazione clinica e ha distinto l’adenocarcinoma duttale pancreatico in stadio iniziale con sensibilità (78,5 per cento) e soprattutto specificità (93,5 per cento) rilevanti.
Un’indagine precoce su cinque biomarcatori
Come funziona il dispositivo sviluppato dall’azienda svedese Immunovia? Dosando a partire dal sangue una serie di biomarcatori – antigene carboidratico 19.9 (Ca 19.9), inibitore tissutale delle metalloproteinasi 1 (Timp1), molecola di adesione intercellulare 1 (Icam1), catepsina D (Ctsd) e trombospondina (Thbs1) – la cui analisi attraverso un algoritmo si è rivelata più affidabile rispetto al dosaggio del solo Ca 19-9 (pratica clinica attuale).
Quasi il 94 per cento di tutti i campioni analizzati ha indicato la presenza o meno di una neoplasia (confermata con il supporto dell’imaging e dell’analisi citologica o istologica), con una certezza assoluta. In meno del due per cento dei casi l’affidabilità è stata considerata inferiore all’ottanta per cento.
Nessuna differenza, infine, è stata rilevata nell’esame di campioni di malattia in stadio 1 (localizzata) e 2 (con coinvolgimento dei linfonodi).
Nella validazione clinica, “PancreaSure ha dimostrato una specificità eccezionale nei controlli ad alto rischio genetico o familiare e un’elevata specificità nei controlli ad alto rischio senza una storia familiare documentata di variante germinale patogenetica o adenocarcinoma duttale pancreatico”, è quanto messo nero su bianco dagli autori nella discussione dello studio.
Una prospettiva (inizialmente) per i pazienti a più alto rischio
Salvatore Paiella, professore associato di chirurgia generale all’Università di Verona, è l’unico italiano ad aver partecipato alla ricerca. “I risultati sono molto promettenti, ma è bene per prima cosa chiarire che il test non è attualmente in uso nella pratica clinica”. Se e quando sarà disponibile, “PancreaSure potrebbe essere destinato in prima battuta ai pazienti sottoposti a sorveglianza per familiarità, presenza di varianti germinali patogeniche ad alto rischio (nel nostro Paese è attivo il Registro italiano del carcinoma pancreatico familiare, ndr) o presenza di cisti pancreatiche mucinose in sorveglianza in quanto a rischio di degenerazione carcinomatosa”.
In questi gruppi, per cui a livello di ricerca è già attivo un programma di sorveglianza stretta, il test “potrebbe essere utilizzato tra una risonanza o una ecoendoscopia e l’altra – chiarisce lo specialista, che lavora come dirigente medico nell’unità di chirurgia Generale e del pancreas dell’ospedale Policlinico Giambattista Rossi del capoluogo scaligero, che ha arruolato 163 soggetti inseriti nel gruppo di controllo dello studio –. L’obiettivo è aumentare la diagnosi precoce dei tumori di intervallo e intercettare quelle neoplasie non chiaramente distinguibili all’imaging. Il test potrebbe inoltre consentire di personalizzare la sorveglianza in maniera costo-efficace e proporre una chirurgia appropriata”.
Negli Stati Uniti test sul mercato già entro la fine dell’anno?
Le sperimentazioni proseguiranno, con uno studio prospettico finalizzato a consolidare i dati già disponibili e a definire come e con quale frequenza utilizzare PancreaSure nei programmi di sorveglianza.
Non si punta a un esame rivolto a tutta la popolazione. Non è escluso, però, che nel tempo “l’inserimento di un test più affidabile rispetto al dosaggio del solo Ca 19.9 possa supportare il work-up diagnostico di una più ampia categoria di pazienti: a partire da coloro che sono affetti anche da pancreatite cronica, per arrivare a tutti quei casi in cui né il dosaggio del Ca 19.9 né l’imaging risultano dirimenti”, conclude lo specialista, che è anche segretario dell’Associazione italiana per lo studio del pancreas (Aisp).
“Anche nella gestione del tumore del pancreas, la ricerca di firme molecolari della malattia rappresenta un filone di studi interessante, grazie a cui potrebbe essere possibile superare gli attuali limiti dell’imaging e dell’endoscopia ed evitare una quota di interventi chirurgici inutili o eseguiti in ritardo”.
Il test dovrebbe potrebbe essere lanciato sul mercato statunitense entro la fine del 2025 o nei primi mesi del 2026.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Nuovo farmaco «agnostico» per curare il cancro: la storia di Mario, 88 anni, tre tumori in meno di un decennio ma sta bene Corriere della Sera
di Vera Martinella
Dal 2018 gli hanno diagnosticato un linfoma di Hodgkin, un melanoma e un carcinoma del colon trattati con successo con terapie standard e innovative
(Getty Images)
Il signor Mario ha 88 anni e tre tumori. Nel 2018 va in pronto soccorso all'ospedale di San Bonifacio, in provincia di Verona: non si sente bene. I sintomi sono quelli di una digestione difficile dopo una cena pesante, ma gli esami mettono in evidenza ben altro. C'è un tumore del sangue, un linfoma di Hodgkin, una malattia rara (sono soltanto 1.200 circa i nuovi casi ogni anno in Italia) che però fortunatamente oggi si cura bene, con buone prospettive di farcela. L'allora 81enne non si perde d'animo e inizia le cure: chemio e immunoterapia, intervallate dai controlli. Ed è proprio durante una visita che i medici scoprono un neo sospetto, lo asportano: è un melanoma, il tipo più pericoloso di tumore cutaneo. Le brutte notizie, purtroppo non finiscono qui e Mario deve affrontare prima una recidiva del linfoma e, praticamente in contemporanea, la scoperta di un tumore del colon. «Quando nel 2024 ha avuto la recidiva del linfoma, andando a cercare i linfonodi positivi agli esami per fare una biopsia ci siamo accorti che c'era anche un carcinoma del colon, lo abbiamo operato, ma è diventato metastatico - racconta l'oncologo che lo ha in cura, Michele Milella, direttore del dipartimento di Ingegneria per la medicina di innovazione dell’università di Verona -. Una sfida non da poco, che a guardarla un anno dopo, però, è un successo: c'era una terapia nuovissima e dopo aver soppesato a lungo i possibili pro e contro l'abbiamo iniziata».
Era l'ottobre 2024, a che punto della storia siamo lo spiega il diretto interessato nell'ultimo episodio del podcast «Prima, durante, dopo. Prevenire, affrontare, superare il cancro» (una serie del Corriere della Sera in collaborazione con Aiom, l’Associazione italiana di oncologia medica):
«Faccio un po' tutto quello che facevo prima, io vivo autonomo, mi faccio da mangiare, vado al bar a guardarmi una partita di calcio. Faccio anche un po' di assistenza: vado a trovare una persona non vedente che conosco da tanti anni e ora è in una casa di riposo. Poi ho anche altri interessi, quello che mi sento di fare, faccio».
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La normalità ritrovata del signor Mario, 40 anni da salumiere nel veronese, e la sua quotidianità riconquistata sono la prova tangibile di quanto le terapie oncologiche siano migliorate, in efficacia e anche in una riduzione della tossicità, tanto da consentire a quasi 90enne di essere trattato per tre neoplasie diverse e, nonostante tutto, continuare a fare la sua vita.
«Da ottobre 2024 il paziente è in trattamento con un nuovo farmaco agnostico, senza effetti collaterali di rilievo e con la scomparsa di tutte le localizzazioni di malattia visibili alla PET... - precisa Milella -. Vista l'età avanzata di Mario ci siamo interrogati a lungo, anche in considerazione della sua necessità di assumere diversi medicinali per altre malattie di cui soffre. Serviva tanta prudenza anche per il rischio di effetti collaterali. Invece la terapia si è rivelata non solo estremamente efficace, ma anche un successo per la qualità di vita».
I farmaci agnostici sono una delle innovazioni più recenti nella cura dei tumori. Devono il loro nome a un termine greco che significa «senza sapere», che è anche un’indicazione di come lavorano questi medicinali: non colpiscono un solo tipo di tumore, come fa la gran parte dei medicinali attuali, ma vanno a bersagliare un gruppo di geni mutati, potenzialmente responsabili dello sviluppo della malattia. Si tratta di geni «ubiquitari», che sono cioè comuni a diversi tumori, indipendentemente dall’organo in cui originano.
Quanto queste cure sono già una realtà oggi in Italia?
«Moltissimi nuovi farmaci possono essere utilizzati soltanto se nelle cellule tumorali (o, talvolta, nel sangue o in altri campioni biologici prelevati dal malato) si rileva la presenza di specifici biomarcatori - risponde l'oncologo -. Oltre il 30% dei pazienti con un tumore può ricevere una cura basata sualterazioni del Dna ed è una percentuale destinata a crescere, visto che i farmaci di precisione sono la gran parte dei trattamenti innovativi in arrivo nel prossimo futuro».
Insomma, verificare se e quali mutazioni genetiche sono presenti nel tumore di ogni paziente oggi è un passaggio fondamentale e sempre più ricerche lo dimostrano. L'attenzione degli specialisti, infatti, si sta spostando dall'organo interessato dalla neoplasia (colon, polmone, seno o altro) alle alterazioni del Dna, sempre più determinanti per scegliere la terapia maggiormente indicata e con probabilità di successo più elevate.
La vicenda di Mario lo dimostra: «Il suo tumore del colon è risultato avere la cosiddetta "instabilità dei microsatelliti", un'alterazione molecolare che comporta, in genere, un'elevata efficacia dell'immunoterapia - dice l'oncologo -. Nel suo caso, però, l'immunoterapia si è rivelata poco efficace e la malattia è peggiorata in pochi mesi... A questo punto i colleghi dell'ospedale di San Bonifacio, che seguivano il paziente, sono stati molto bravi nell'andare a fare una nuova biopsia che ha consentito di identificare una rara alterazione (fusione del gene NTRK) per la quale esiste un farmaco agnostico, già disponibile nel nostro Paese».
Se per le terapie servono bravi oncologi e la ricerca scientifica, sul fronte psicologico Mario ha una sua ricetta, molto pragmatica: «Sarà la saggezza dell'età, non so. Però bisognerebbe affrontarla in una maniera positiva, tenersi occupati nei momenti in cui si può farlo, quando si sta bene. Deprimersi e isolarsi non serve, bisogna prendere la vita e pure la malattia al meglio possibile».
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Innovazione oncologica: Terapie mirate e multidisciplinarità nella farmacia ospedaliera Panorama della Sanità
A Roma Pharmacon25, l’evento Sifo che esplora l’impatto delle nuove terapie oncoematologiche, la gestione delle Unità Farmaci Antiblastici (Ufa) e il ruolo chiave del farmacista ospedaliero Da anni Pharmacon, evento multidisciplinare promosso da Sifo e ideato e coordinato da Alessandro D’Arpino (Direttore Farmacia Ospedaliera, AOU Perugia), è occasione di approfondimento e dialogo sul vasto tema dell’innovazione in oncologia. Quest’anno, Pharmacon25 si sposta a Roma (precedentemente il corso si era tenuto in varie regioni del Centro-Nord) e propone un titolo, Come cambia la farmacia oncologica tra terapie avanzate, modelli gestionali e aspetti regolatori, che nelle intenzioni dell’ideatore, intende fissare l’attenzione sui processi complessivi di cambiamento in atto in quest’area di patologia, per meglio comprendere come il farmacista ospedaliero può contribuire ad una svolta d’eccellenza nel comparto.
“La Farmacia Oncologica”, sottolinea D’Arpino presentando l’iniziativa, “è stata la prima area nella quale i Farmacisti ospedalieri, a cavallo tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, si sono trovati ad interagire in maniera multidisciplinare con medici, infermieri, tecnici, direzioni mediche ospedaliere, risk manager, statistici e responsabili della sicurezza. Ciò significa che da oltre 25 anni il Farmacista ospedaliero si trova al centro di un meccanismo organizzativo che parte dalla prescrizione medica, passa per la preparazione per poi arrivare alla somministrazione dei farmaci oncologici. E’ chiaro – prosegue Alessandro D’Arpino – che il gran numero di prodotti in sperimentazione in questa area terapeutica rende ancora più strategica l’azione dei farmacisti. Rimane da sottolineare che, anche a causa della pericolosità dei farmaci che ci troviamo ad allestire in forme estremamente personalizzate, l’argomento oncologico ci porta a scoprire risvolti particolarmente interessanti in tema di sicurezza degli operatori ed appropriatezza dei trattamenti”.
L’agenda di Pharmacon25, sviluppata in collaborazione con Barbara Meini e Silvano Giorgi, componenti del board scientifico dell’evento, si sviluppa su quattro Main session suddivise in due giornate di Nuove frontiere nel trattamento delle patologie ematologiche; Programmazione e gestione delle risorse; Aspetti tecnici, legislativi ed organizzativi nella gestione delle UFA. Ventisei comunicazioni, una lettura magistrale (Appropriatezza ed Innovazione: modelli sostenibili per l’oncoematologia di oggi e di domani, a cura di Nicola Magrini, già Direttore Generale Aifa ed oggi al Sant’Orsola di Bologna) ed una tavola rotonda finale a cui parteciperanno (tra gli altri) il presidente Sifo Arturo Cavaliere, Annalisa Mandorino (Cittadinanzattiva), Bruna Vinci (Aifa), Ugo Trama (Vicepresidente Sifo), Antonio D’Urso (DG dell’Azienda Ospedaliera di Perugia) ed Eugenio Di Brino (Altems). Quali obiettivi professionali e formativi si è posta Sifo con questo programma? “L’obiettivo prioritario di Pharmacon25 è favorire l’interazione fra i Farmacisti ospedalieri che si occupano di farmacia oncoematologica e i clinici”, precisa D’Arpino, “per raggiungere una concreta condivisione di quelle che sono le procedure e i protocolli delle terapie più innovative di tale specifico ambito. Si affronterà inoltre una panoramica delle criticità che caratterizzano questo settore, è fondamentale avere presente l’orizzonte che ci attende per programmare le risorse necessarie alla gestione delle patologie oncoematologiche ed efficientare l’organizzazione delle UFA”.
Tra gli interventi programmati a Pharmacon25 anche quelli di Caterina Donati, Coordinatrice dell’Area Scientifico-Culturale Sifo Onco-ematologia e Domenico Tarantino, Coordinatore dell’Area Scientifico-Culturale Sifo Oncologia, che precisa che oggi “la Farmacia Oncologica è al centro di una trasformazione epocale. Stiamo assistendo a un passaggio cruciale: dai chemioterapici tradizionali a farmaci mirati che agiscono su specifici antigeni o alterazioni molecolari, o che sfruttano il sistema immunitario, come gli anticorpi bispecifici e le terapie CAR-T. A questi si aggiungono i farmaco-anticorpo coniugati, capaci di veicolare il principio attivo direttamente nella cellula bersaglio. Il tutto con un mutamento in atto degli effetti collaterali delle terapie. E quindi in un contesto dove innovazione terapeutica e tecnologia avanzano a ritmi vertiginosi, il farmacista è chiamato a mantenere standard di qualità sempre più elevati per garantire la sicurezza delle cure, anche all’interno delle sperimentazioni cliniche. Le sfide sono molteplici e cercheremo di rappresentarle durante Pharmacon25 – conclude Tarantino – ma tutte convergono verso un obiettivo comune: assicurare al paziente oncologico cure sicure, efficaci e personalizzate. Una sfida entusiasmante, che ci chiede di evolvere e ci offre l’opportunità di fare davvero la differenza nella vita dei pazienti”.
Da ultimo una considerazione che riguarda il “trasferimento” di Pharmacon a Roma, dove Emilia Scotti è Segretario regionale della Società scientifica: con che spirito Sifo-Lazio accoglie e sostiene questo evento che ha l’oncologia al centro dei suoi contenuti? “Sifo-Lazio accoglie questo evento con la convinzione che la cura oncologica sia un lavoro di squadra”, risponde Scotti, “Gli obiettivi migliori sono raggiunti in oncologia quando si realizza la stretta collaborazione tra farmacisti, oncologi, infermieri, tecnici di laboratorio, strutture territoriali, decisori politici ed istituzioni. Pharmacon rappresenta proprio tutto questo, con una chiara attenzione ad innovazione e multidisciplinarietà, riconoscendo nell’oncologia un ambito strategico in cui il farmacista è decisivo per l’efficacia, la sicurezza e la sostenibilità del sistema sanitario. Per questo – conclude Emilia Scotti – in qualità di Segretario Sifo Lazio ed a nome di tutti i soci, ringrazio il coordinatore dell’evento che da tanti anni porta avanti egregiamente questo appuntamento di altissimo valore professionale”.