📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Melanoma: sole e prevenzione in Liguria dopo l’estate 2025 Riviera24
A fine stagione, i numeri e i racconti di questi mesi parlano chiaro: in Liguria l’estate 2025 è stata più calda della media, con ondate di calore e giornate di forte irraggiamento che hanno inciso sulle abitudini di residenti e turisti. I primi dati diffusi da Arpal indicano un trimestre giugno–agosto termicamente sopra norma, con passaggi temporaleschi ma anche molte ore di sole intenso, un contesto che aumenta l’esposizione ai raggi UV e rende ancora più attuale il tema della prevenzione dei tumori della pelle.
Mentre la cronaca meteo segnava l’andamento della stagione, sul fronte sanitario arrivavano nuove conferme nazionali: il melanoma cutaneo è tra i tumori in più rapida crescita in Italia, con un aumento delle diagnosi nelle ultime annate registrato nei rapporti AIOM e nelle principali rassegne epidemiologiche. Per la Liguria, regione costiera con un’elevata vocazione all’outdoor e una popolazione che vive la spiaggia per molti mesi l’anno, la combinazione di irraggiamento elevato e abitudini all’aria aperta rende la vigilanza ancora più importante. Il quadro nazionale è un promemoria locale: diagnosi precoce e percorsi organizzati fanno davvero la differenza sugli esiti.
Dall’informazione all’azione: come organizzarsi tra costa, alture e vita all’aperto
La lezione dell’estate 2025 è semplice: la prevenzione è efficace quando diventa abitudine. In Riviera significa scegliere orari e luoghi più adatti, proteggere la pelle nei giorni di irraggiamento forte, ascoltare i segnali del corpo e programmare controlli senza rimandare. La Regione ha attivato come ogni anno il Piano Caldo, con raccomandazioni rivolte alle persone più esposte, mentre il Ministero della Salute ha pubblicato quotidianamente i bollettini sulle ondate di calore, utili anche per modulare l’esposizione al sole e organizzare le giornate in sicurezza. Usare bene queste informazioni non è un tecnicismo: aiuta a prevenire colpi di calore, disidratazione e, più in generale, a ridurre le esposizioni inutili ai picchi UV che nel lungo periodo influiscono sul rischio di lesioni precancerose e tumori cutanei.
Nel Ponente, tra Imperia e Ventimiglia, l’attenzione alla salute ha preso forma anche con il Festival della Salute 2025, settimana di incontri, screening e divulgazione che ha riaffermato la centralità dei comportamenti protettivi e dell’accesso informato ai servizi. È un modo per declinare in chiave locale messaggi spesso generali: più consapevolezza, percorsi chiari e tempi ragionevoli tra il sospetto clinico e la valutazione specialistica.
Dalla Riviera al resto del Paese: la rapidità come parte della cura
Quando serve passare dalle informazioni ai fatti, i tempi contano. Una lesione pigmentata che cambia colore o bordi, un neo che sanguina, un’area che non guarisce sono motivi validi per una valutazione rapida. In questa prima metà del percorso, quando si decide “chi vedere” e “quando”, gli strumenti digitali possono evitare settimane d’attesa e ridurre l’ansia. Oggi è possibile prenotare visite specialistiche online in tutta Italia, confrontando disponibilità di dermatologi e centri diagnostici in pochi passaggi.
La dimensione regionale aiuta a orientarsi. Tra i servizi organizzati spiccano le campagne di screening e informazione attivate da ASL e associazioni, dalla promozione della cultura della prevenzione nel territorio di Imperia alle iniziative nei distretti del Levante. Saperle riconoscere e usare è parte della tutela di sé, tanto quanto l’uso regolare della protezione solare o la scelta dell’ombra nelle ore centrali.
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<a href="https://news.google.com/rss/articles/CBMi-gFBVV95cUxPT3JUV1VQNDZjaTJOX2lDU3RfQzhZeE00RHRRbXJZSjVweE15d1VUbml5WFdUMmExd1RGMWM2QUxMU2U1N2oxMEtBeWQya09yTXR1a3RwMFhqV3E0SXNFNVJBRlEzZUJHLUxxbkZ5ckFzZzhWaDJTbDVCbWRBZEhqQ1pQR1BiaXBQMkpieWZvUXRnNDRxS3FqRktDR0tjTHgwSEp2ckxiTWtUQkxiVmNyVFZKSGVaQ2hoQ0FmUmVzaXh3dHJhV1dtb1lRRzFETXpKWDI2bHJ1STFJbFA5Y2xRSlZUUDJqak9tLWlBekZ6LXV3RHpTTzVTaTBB?oc=5" target="_blank">Immunoterapia anziché chirurgia. È il futuro per un raro tumore allo stomaco. Lo studio all’Istituto dei Tumori di Milano</a> <font color="#6f6f6f">La Voce dei Giornalisti</font>
Ridurre il divario e la distanza tra adulti e adolescenti richiede un ascolto autentico e costante e una rete capace di riconoscere per tempo...
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Criteri Critici
Tumore del pancreas: aumenta la sopravvivenza dei pazienti dopo la diagnosi, ma solo uno su 5 è operabile Corriere della Sera
di V. M.
Il 20 novembre si celebra la giornata mondiale: i progressi nelle cure consentono di migliorare la sopravvivenza. Ma i casi non diminuiscono e l’80% è scoperto in fase avanzata. E in Italia è nata la rete di Pancreas Unit
Ogni anno in Italia circa 14mila persone ricevono la diagnosi di tumore al pancreas, una neoplasia ancora molto difficile da curare per diversi motivi. Innanzitutto perché viene scoperta tardi nella grande maggioranza dei pazienti, quando è ormai in stadio avanzato e spesso ha già dato metastasi. Perché non da sintomi chiari nelle prime fasi e non esistono esami che si possono fare a tappeto su tutte le persone sane per scovare questo tipo di cancro precocemente. Perché è aggressivo, cresce e si diffonde in tempi rapidi. E, ancora, perché il pancreas si trova in una zona delicata e difficile da raggiungere, il che rende l'intervento chirurgico particolarmente complicato. C'è però una buona notizia: grazie ai progressi della ricerca scientifica, oggi l'aspettativa di vita dei pazienti si è allungata.
In Italia infatti, è cresciuto il numero di persone vive dopo la diagnosi di questa malattia: nel 2024 erano 23.600, rispetto a 21.200 nel 2021, con un incremento del 10% in tre anni. Passi avanti importanti, che possono essere ricondotti soprattutto alla ricerca scientifica e ai progressi nelle cure.
Solo in un paziente su cinque, però, la malattia è identificata quando è ancora localizzata ed è possibile procedere con l’asportazione chirurgica, con maggiori possibilità di guarigione e sopravvivenza.
Chi rischia di più e i sintomi Per questo la Giornata mondiale del tumore al pancreas organizzata dalla World Pancreatic Cancer Coalition, che si celebra ogni anno il terzo giovedì di novembre, ha come slogan per il 2025 «La diagnosi precoce è importante» e vuole essere un invito a non trascurare i possibili sintomi e contattare il proprio medico per un confronto immediato.
«Oltre a fumo, diabete, obesità e vita sedentaria, a far aumentare le possibilità di sviluppare un cancro del pancreas è la pancreatite cronica, uno stato d’infiammazione permanente fra le più gravi conseguenze di un abuso cronico di alcol - spiega Silvia Carrara, presidente dell’Associazione Italiana Studio Pancreas (Aisp) e gastroenterologa all’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Milano -. Infine, la storia familiare è responsabile di quasi il 10% dei tumori pancreatici, che in alcuni casi è possibile spiegare nel contesto di patologie geneticamente trasmissibili note: la sindrome di Peutz Jeghers (rischio aumentato di oltre 100 volte), la sindrome familiare con nevi atipici multipli e melanoma (20-30 volte), la mutazione del gene Brca-2 (3-10 volte), la pancreatite ereditaria (10 volte) e la sindrome di Lynch». Quali sintomi non vanno trascurati? «È bene parlare con un medico in caso di comparsa improvvisa del diabete in un adulto senza fattori di rischio specifici - risponde Francesco Perrone, presidente di Fondazione Aiom -; dolore persistente nella zona dello stomaco o a livello della schiena, al punto di passaggio tra torace e addome; importante calo di peso non giustificabile; steatorrea (cioè feci chiare, oleose, poco formate, che tendono a galleggiare); comparsa di trombi nelle vene delle gambe, soprattutto in età giovanile o senza fattori di rischio specifici; diarrea persistente non spiegata da altre cause».
Un evento per la Giornata (a Napoli e in streaming) Per la Giornata è stato organizzato un evento il 20 novembre alle 14.30 all’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione G. Pascale di Napoli (e in streaming a questo link per chi volesse collegarsi) che fa il punto su ricerca e terapie dando la parola a medici, pazienti, caregiver, rappresentanti della Fondazione Nadia Valsecchi, della Fondazione Gabriella Fabbroncini, dell’Associazione Oltre la Ricerca ODV e di Italian Pancreatic Cancer Coalition (I-PCC), con il patrocinio di Aiom e AIRC. In questa occasione viene inoltre inaugurata la Fondazione Nadia Valsecchi – Sezione Pazienti di Napoli, un nuovo punto di riferimento per il sostegno, l’informazione e la tutela delle persone colpite da tumore al pancreas e delle loro famiglie. L’associazione nasce con l’obiettivo di favorire il dialogo tra pazienti, medici e istituzioni, promuovere la consapevolezza sulla prevenzione e incoraggiare la ricerca scientifica nel campo dell’oncologia pancreatica. «Nonostante il tumore al pancreas abbia una prognosi peggiore rispetto a molti altri tumori, notizie incoraggianti arrivano dalla ricerca - dice Alfredo Budillon, direttore Scientifico dellPascale -: la possibilità di una diagnosi precoce, particolarmente nelle persone più a rischio (anche con l’ausilio di indagini molecolari su prelievi di sangue) o nuovi approcci di immunoterapia basati su vaccini terapeutici, sono alcuni esempi che fanno ben sperare per il futuro».
«All’ultimo congresso Europeo di Oncologia Medica (Esmo), tenutosi a Berlino lo scorso mese di ottobre, sono poi stati presentati studi clinici i cui risultati aprono nuovi orizzonti per il trattamento di questa patologia con i nuovi farmaci che hanno come bersaglio RAS (una delle principali alterazioni molecolari presente nel 90% dei casi di tumori del pancreas)» aggiunge Antonio Avallone, direttore dell'Oncologia Medica Addominale dell'Istituto.
Le Pancreas Unit: cosa sono e perché sono indispensabili Negli ultimi anni diversi studi hanno dimostrato, numeri alla mano, che servono centri specializzati nella cura del tumore del pancreas e che è fondamentale rivolgersi a ospedali di grande esperienza, soprattutto per quanto riguarda la chirurgia che è particolarmente complessa, ma anche per sorvegliare le persone più a rischio d'ammalarsi.
Così sono nate (con l’approvazione del documento nazionale da parte del Ministero della Salute a luglio 2025) le Pancreas Unit, dedicate ai pazienti con patologie benigne e oncologiche e connesse secondo un modello multidisciplinare, che mira a migliorare gli esiti clinici e garantire pari accesso alle cure su tutto il territorio nazionale.
«Le Pancreas Unit sono frutto di anni di lavoro portati avanti da società scientifiche, associazioni a tutela dei pazienti e professionisti sanitari, e rappresentano una svolta strategica per la sanità pubblica - sottolinea la presidente Aisp Silvia Carrara -. Sono una risposta organizzata alla complessità delle patologie pancreatiche . Una rete ad alta specializzazione, connessa con il territorio, è l’unico modo per garantire cure tempestive, appropriate e vicine al paziente».
«Questo modello fonda la sua forza sull’integrazione reale tra specialisti: gastroenterologi, endoscopisti, chirurghi, oncologi, radiologi, patologi, nutrizionisti e palliativisti - prosegue Luca Frulloni, presidente della Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (Sige) -.
Le stime indicano che entro il 2030 il tumore al pancreas potrebbe diventare la seconda causa di morte per cancro in Europa. Anche le forme benigne (come pancreatiti acute e croniche, lesioni cistiche e neoplasie a basso potenziale maligno) richiedono un’assistenza continua e altamente specialistica. Secondo studi recenti trattare i pazienti in centri ad alto volume e con esperienza multidisciplinare riduce significativamente la mortalità post-operatoria e migliora l’efficacia delle cure. In Italia, invece, troppi interventi sono ancora eseguiti in strutture a basso volume, con conseguente aumento del rischio clinico e dei costi sanitari».
La Regione Lombardia già nel 2022 ha attivato una rete di 14 centri Hub e numerosi Spoke, basata su criteri rigorosi (ad esempio: multidisciplinarietà reale; volumi minimi di attività, come almeno 50 resezioni pancreatiche ogni 3 anni e mortalità chirurgica sotto l’8%; incontri clinici multidisciplinari strutturati, con almeno 20 riunioni l’anno) che funge da modello di riferimento per la Cabina di Regia ministeriale. «Perché le Pancreas Unit diventino realtà effettiva in ogni regione è però necessario investire nella formazione di nuovi specialisti - conclude Frulloni -. Attivare e finanziare registri clinici nazionali per raccogliere dati; adeguare i LEA, includendo le procedure endoscopiche e radiologiche avanzate oggi non rimborsate;
e sostenere la ricerca multicentrica, attraverso reti coordinate e piattaforme condivise».
«La forza della ricerca contro il tumore al pancreas risiede nella collaborazione - ricorda Enza Lonardo, co-fondatrice di Italian Pancreatic Cancer Community I-PCC, che rappresenta un network italiano per la ricerca di base e traslazionale sul tumore al pancreas -. I-PCC riunisce 28 laboratori italiani, creando un ecosistema unico dove la ricerca di base e quella traslazionale dialogano costantemente. È solo unendo le forze e condividendo conoscenze che possiamo sperare di trasformare scoperte scientifiche in terapie concrete e di impattare su diagnosi e sopravvivenza dei pazienti».
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Tumore al pancreas: perché oggi la diagnosi precoce può davvero cambiare tutto My-personaltrainer
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IN BREVE: Pancreas: i numeri in Italia tra progressi e criticità Nel 2024 si contano 23.600 persone vive dopo la diagnosi (erano 21.200 nel 2021). È un passo avanti per una neoplasia complessa, che resta tra le più difficili da trattare. I nuovi casi non calano: 13.585 nel 2024, distribuiti quasi equamente tra uomini e donne. La nota dolente? Solo 1 paziente su 5 arriva in condizioni da essere operato, mentre l’80% riceve la diagnosi in fase avanzata, quando le opzioni terapeutiche si riducono. La sopravvivenza netta a 5 anni in Italia è salita all’11% negli uomini e al 12% nelle donne, segno che la ricerca sta incidendo, anche se la strada è lunga. Fattori di rischio da tenere presenti, perché pesano: Fumo : è il principale fattore di rischio; impatto maggiore sul decorso.
: è il principale fattore di rischio; impatto sul decorso. Obesità e sedentarietà : stile di vita che può aumentare la vulnerabilità .
e : stile di vita che può aumentare la . Alcol e dieta scorretta : combinazione associata a rischio più elevato .
e : combinazione associata a . Diabete e pancreatite cronica: condizioni legate a un incremento del rischio. Per approfondire: Tumore al pancreas: quali sono i campanelli d’allarme e come si scopre
Diagnosi precoce: segnali da non ignorare Non c’è uno screening standard per tutti, quindi l’attenzione ai sintomi è cruciale. Spesso vengono confusi con disturbi comuni, cioè passano sottotraccia. Ma intercettarli presto può fare davvero la differenza. I campanelli da non sottovalutare includono: Dolore allo stomaco e al dorso : sintomi frequenti ma spesso minimizzati.
e al : sintomi frequenti ma spesso minimizzati. Maldigestione persistente: disturbo che può nascondere qualcosa in più .
persistente: disturbo che può nascondere . Dimagrimento non spiegato: segnale da osservare con attenzione. Il messaggio è chiaro: diagnosi precoce soprattutto nelle persone più a rischio. È il cuore dello slogan “Hello Pancreas”, un invito a ascoltare il corpo e a non archiviare sintomi che “sembrano” banali.
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Radioterapia. 9 pazienti su 10 si fidano della cura, ma quasi la metà segnala un forte impatto emotivo Quotidiano Sanità
La radioterapia, spesso percepita come una fase difficile del trattamento oncologico, viene invece raccontata dai pazienti stessi come un momento di cura efficace, precisa e umanamente sostenibile.
È questo il quadro che emerge dall’indagine dell’Associazione Italiana Radioterapia e Oncologia clinica (Airo) condotta da AstraRicerche su circa 300 pazienti sottoposti a radioterapia tra il 2012 e il 2022.
Il 77% dei pazienti si è sentito ben supportato dall’équipe e il 66% ha giudicato chiare e complete le informazioni ricevute. La fiducia nella tecnologia utilizzata per la radioterapia è alta (92%), così come la valutazione della gestione dei disturbi, ritenuta efficace o adeguata dal 93%. A sei mesi dal trattamento, il 71% non riferisce effetti, ma resta forte la componente emotiva.
Quasi uno su due (48%) indica come principale difficoltà la preoccupazione per la malattia, seguita da sintomi infiammatori o bruciore (21%) e dalla necessità di visite frequenti (20%).
“La ricerca ci mostra una radioterapia che i pazienti percepiscono come una cura affidabile e umanamente attenta – osserva Marco Krengli, Presidente Airo – ma ci ricorda anche che la qualità dell’esperienza non si misura solo in termini di efficacia clinica. Oggi la vera sfida è accompagnare il paziente oltre la fase tecnica del trattamento, costruendo percorsi di sostegno psicologico, informativo e relazionale più strutturati.”
Il rapporto con l’equipe medica fatto di empatia, chiarezza e fiducia Tra gli aspetti positivi più citati spiccano l’empatia del personale (66%) e il ruolo dei medici nello spiegare e accogliere (64%). Il rapporto con l’équipe è descritto primariamente come di grande supporto umano (43%) o professionale e cordiale (51%). Solo il 6% lo percepisce distaccato mentre nessuno lo giudica freddo. Sulle informazioni ricevute prima di iniziare la radioterapia, il 66% le indica come chiare e complete.
“Quando il paziente trova un’équipe presente e una comunicazione comprensibile – prosegue Stefano Pegolizzi, Presidente Eletto Airo – la fiducia nella tecnologia diventa un alleato concreto e l’esperienza clinica risulta più sostenibile”.
Come i pazienti vivono la ripresa Pensando al proprio stato sei mesi dopo la fine della terapia, il 71% non riferisce effetti. Tra il 29% che li segnala, l’impatto è quasi nullo per il 7%, lieve per il 53% ma moderato per il 30% e severo solo per il 10%. Le visite di controllo sono ritenute utili dal 93% (di cui 68% molto utili).
Sul ritorno alla vita quotidiana, il 39% lo ha fatto rapidamente, per il 47% ha richiesto un medio/lungo periodo, mentre il 13% ha dovuto modificare alcune abitudini.
I giovani e il bisogno di un supporto dedicato Tra i più giovani, in particolare nella fascia 18-40 anni, emerge una maggiore sensibilità nel percepire gli effetti del trattamento con il 34% segnala qualche disturbo nel periodo successivo al trattamento. Si tratta di una fascia d’età che, anche per la necessità di conciliare la cura con studio, lavoro e relazioni, mostra un’attenzione più alta verso i cambiamenti fisici ed emotivi post-terapia.
“I giovani pazienti ci ricordano quanto la radioterapia debba essere non solo precisa ma anche capace di ascoltare – sottolinea Antonella Ciabattoni, Segretario Airo – perché in questa fase della vita la percezione degli effetti, anche lievi, si intreccia con la costruzione della propria identità, e richiede un supporto psicologico e clinico più mirato. Un dato che rafforza l’importanza di un monitoraggio personalizzato e di un accompagnamento continuo, anche nelle fasi successive al trattamento, per favorire il ritorno a una piena quotidianità”.
Come i pazienti esprimono un’esperienza complessivamente positiva Il 43% riassume l’esperienza con “mi sono sentito curato bene e supportato come persona”; 33% la descrive come necessaria e ben gestita sul piano tecnico; 18% la definisce non traumatica rispetto ad altri trattamenti; 5% la percepisce negativa/traumatica.
I “consigli degli esperti” (i pazienti): affidarsi e avere fiducia (48%), pazienza e accettare la stanchezza (37%), fare domande (12%); del tutto marginale il “non fare domande” (2%).
Fattore critico dell’emotività Il primo fattore critico non è tecnico ma emotivo. È forte la preoccupazione legata alla malattia (primo per il 48%; primo/secondo per il 72%). Seguono sintomi infiammatori/bruciore (51%) e la necessità di molte visite in ospedale (47%). Nonostante ciò, la gestione dei disturbi è valutata efficace e tempestiva (44%) o comunque adeguata (49%).
“Il dato sulla preoccupazione ci parla di un bisogno che va oltre la parte clinica – conclude Michele Fiore, Consigliere Airo – perché anche quando la terapia funziona, il paziente vive un carico emotivo che non può essere trascurato. È lì che si gioca la vera qualità della cura: nel sapere offrire informazioni chiare, rassicurazione e continuità di ascolto. Per questo stiamo lavorando a percorsi di supporto psicologico e di informazione più integrati nella pratica quotidiana, così da prevenire l’ansia, contenere l’impatto dei sintomi e accompagnare il paziente durante tutto il trattamento e nel follow-up”.
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Anche Achille Polonara fa parte dei diciassette convocati di Luca Banchi, nuovo commissario tecnico della nazionale italiana di basket, per la sfida di qualificazione ai prossimi mondiali contro l’Islanda in programma a Tortona giovedì 27 novembre. “Spicca il…
I primi di novembre ha raccontato tutte le difficoltà post trapianto di midollo: "Avevano detto che al 90% sarei morto”
Anche Achille Polonara fa parte dei diciassette convocati di Luca Banchi, nuovo commissario tecnico della nazionale italiana di basket, per la sfida di qualificazione ai prossimi mondiali contro l’Islanda in programma a Tortona giovedì 27 novembre. “Spicca il nome di Achille Polonara che, pur non potendo aggregarsi alla squadra ne sarà il Capitano rimanendo parte integrante del gruppo”, si legge nel post social dell’Italbasket con la grafica dei convocati. 94 presenze con la maglia della Nazionale, Polonara – che da giugno è alle prese con la leucemia mieloide – aveva già ricoperto questo ruolo nella partita contro l’Ungheria disputata a febbraio 2024, valida per le qualificazioni a EuroBasket 2025.
Nei primi giorni di novembre infatti il cestista aveva raccontato a “Le Iene” che cosa è successo dopo il trapianto di midollo a cui si è sottoposto lo scorso 25 settembre, con Polonara rimasto in coma per diversi giorni. A metà giugno aveva svelato di essere affetto da leucemia mieloide, dopo che già nell’ottobre 2023 era stato costretto a fermarsi per affrontare una neoplasia testicolare. A metà settembre invece Polonara aveva annunciato che era stata trovata una ragazza compatibile e che si sarebbe sottoposto al trapianto.
Dopo l’operazione, però, la situazione è peggiorata giorno dopo giorno, come ricostruito in tv. Polonara ha accusato dolori sempre più forti, fino al coma. “Avevano detto che al 90% sarei morto”, ha ricordato Polonara in tv. “Io non ricordo quasi nulla di quello che è successo, è come se avessi dormito”. Oggi Polonara ha ripreso il percorso di riabilitazione e – dopo la scelta della Dinamo Sassari di metterlo sotto contratto – con la convocazione di Luca Banchi è arrivato un altro bel gesto di vicinanza dal mondo basket.
I convocati dell’Italia
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Gliomi di basso grado IDH mutati, una “Carta d’IDHentità” per la cura dei tumori rari del cervello latinanews.eu
È stata presentata a Roma la “Carta d’IDHentità dei gliomi di basso grado IDH mutati”, un documento che racchiude i tratti distintivi unici di questo gruppo di neoplasie del cervello rare, a lenta ma a progressiva e infausta crescita, per favorire il loro riconoscimento e avviare tempestivamente un’adeguata presa in carico dei pazienti. L’iniziativa, unita alla diffusione di un Manifesto che sintetizza bisogni e priorità, apre un percorso di dialogo e di confronto, patrocinato dalle Società Scientifiche di riferimento insieme alla Federazione delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (FAVO), per garantire la migliore gestione della malattia.
La cura di questi tumori, diagnosticati spesso all’improvviso, che colpiscono qualche decina di giovani adulti nel Lazio e che impattano pesantemente sulla vita emotiva, sociale e lavorativa, è oggi oggetto di un importante cambio di paradigma che vede le terapie a target un’innovativa e prossima opzione di trattamento.
I presidi terapeutici
“Ci sono tre presidi terapeutici fondamentali: la chirurgia, che ha lo scopo di rimuovere la lesione neoplastica nella maniera più estesa e di fornire al patologo il tessuto per dare il nome e cognome alla malattia e definirne le caratteristiche genetiche, e successivamente la radio e la chemioterapia, che sono trattamenti efficaci in termini di aspettativa di vita e di tempo alla ricrescita, ma che possono comportare effetti collaterali anche a lungo termine”, dice il Dr. Enrico Franceschi, coordinatore delle linee guida per i tumori cerebrali di AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica). “Nel corso degli ultimi anni la ricerca si è concentrata nell’elaborare terapie ad azione mirata su quella che è la caratteristica fondamentale di queste malattie, cioè la mutazione dei geni IDH1 e IDH2. Uno di questi farmaci è stato appena approvato dall’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) con lo scopo di posticipare il più possibile il ricorso alla radio-chemioterapia, e questa innovazione rappresenta un passo importante per la medicina di precisione nell’ambito della terapia dei tumori cerebrali”.
Al fianco delle terapie, resta tuttavia fondamentale aumentare la consapevolezza sui gliomi di basso grado IDH mutati per avviare azioni concrete a supporto dei pazienti lungo tutto il loro percorso di cura.
“Istituzioni, Associazioni di Pazienti e Società Scientifiche dovrebbero scendere in campo per rendere i percorsi diagnostici terapeutici non solo qualcosa di scritto, ma anche qualcosa di reale, di applicabile su tutto il territorio nazionale”, dice la Dr.ssa Veronica Villani, coordinatrice in carica del Gruppo di Studio in Neuro-Oncologia della SIN (Società Italiana di Neurologia). “I pazienti devono poter essere inviati a Centri di cura a elevata specialità, dove possono trovare un team multidisciplinare dedicato e attrezzato per gestire anche i loro sintomi e avere accesso alla riabilitazione cognitiva e motoria”.
È infatti importante poter contare su una gestione condivisa della malattia e su un insieme di esperti capaci di affrontare tutte le sfaccettature di queste neoplasie, al fine di ridurre la disabilità dei pazienti, personalizzarne la cura, migliorare l’assistenza e di conseguenza la loro qualità di vita.
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La TC che salva la vita: al San Camillo lo screening scopre il tumore al polmone prima che sia troppo tardi insalutenews.it
Roma, 21 novembre 2025 – A quasi un anno dall’avvio del programma di diagnosi precoce del tumore polmonare, l’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini fa il punto sui risultati raggiunti fino al 1° novembre 2025, aggiornando i dati già presentati il 9 luglio. Rivolto alla fascia di popolazione più a rischio – i forti fumatori over 55 – il progetto ha permesso di identificare neoplasie in fase iniziale in diversi pazienti, consentendo diagnosi tempestive e, in molti casi, trattamenti chirurgici radicali con successo.
In totale sono stati compilati, sul sito online della Azienda San Camillo Forlanini, 2.100 questionari – tutti fondati su criteri internazionali di rischio di sviluppare un tumore polmonare in relazione all’età (superiore ai 55 anni) e all’abitudine tabagica dei pazienti (20 sigarette al giorno per 30 anni) – dei quali 1.220 sono stati ritenuti idonei. Sulle 700 tomografie computerizzate (TC) a basso dosaggio sino ad oggi eseguite, sono stati già individuati 13 tumori polmonari. Ad essi si aggiungono 1 mesotelioma pleurico, 1 tumore della ghiandola timica, 2 tumori al rene e 1 tumore al seno, per un totale di 18 tumori. I risultati sono stati analizzati da un team dedicato.
Oltre ai tumori, la TC ha rilevato 20 noduli indeterminati, piccole anomalie che non sempre indicano cancro ma richiedono ulteriori controlli dal board multidisciplinare composto da radiologi, pneumologi, anatomopatologi, chirurghi toracici, oncologi e radioterapisti.
“Il progetto di diagnosi precoce dell’Ospedale San Camillo-Forlanini – sottolinea il prof. Giuseppe Cardillo, direttore della UOC di Chirurgia Toracica – ha ottenuto risultati straordinari in termini di partecipazione, confermando quanto sia sentita nella popolazione l’esigenza di contrastare il tumore polmonare attraverso la diagnosi precoce. Ad oggi sono già stati operati dodici tumori polmonari, tutti con tecnica mininvasiva perlopiù attraverso l’uso di un robot chirurgico. L’esame istologico ha confermato che si trattava di neoplasie in stadi molto precoci, in alcuni casi addirittura “in situ”, una condizione in cui le probabilità di guarigione raggiungono il 100%. Rilevanti anche i risultati del Centro Antitabagico, che ha registrato un tasso di cessazione del fumo di circa il 30%”.
L’importanza della diagnosi precoce
Il tumore del polmone rappresenta una delle principali cause di morte oncologica in Italia, con oltre 44.000 nuove diagnosi e circa 36.000 decessi ogni anno. A livello europeo invece sono circa 376.000 i decessi causati da cancro al polmone. Tuttavia, la mortalità risulta elevata poiché la diagnosi arriva spesso in fase avanzata, quando le opzioni terapeutiche sono limitate e poco efficaci, con un tasso di sopravvivenza ai 5 anni che può essere inferiore al 10%. In occasione del Summit europeo degli esperti sullo screening del cancro al polmone, tenutosi nel luglio 2025 presso l’Ospedale San Camillo Forlanini di Roma e sostenuto da una sovvenzione incondizionata di Johnson & Johnson, esperti provenienti da tutta Europa hanno presentato prove che dimostrano che la mortalità per cancro al polmone può essere significativamente ridotta in caso di diagnosi precoce e successivo trattamento.
Secondo uno studio condotto da C.R.E.A. Sanità e Università di Roma Tor Vergata, lo screening del tumore polmonare tramite TC a basso dosaggio (LDCT) risulta non solo clinicamente efficace, ma anche economicamente vantaggioso per il sistema sanitario italiano. In un orizzonte di 30 anni, il programma potrebbe prevenire 36.061 decessi, ridurre i costi totali legati al cancro al polmone del 1,8% e totalizzare un guadagno di 0,9 milioni di QALY – unità di misura sanitaria che incrocia gli anni di vita e il coefficiente di qualità della stessa. In totale, l’analisi suggerisce che una diagnosi precoce del cancro al polmone basato sulla LDCT in Italia porterebbe a un miglioramento di 9,2 anni nella sopravvivenza media dei pazienti – a livello globale – diagnosticati tramite screening piuttosto che tramite sintomi.
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Ospedale Trapani: via libera all’ampliamento servizio radioterapia Free Press Online
Ospedale Trapani: via libera all’ampliamento servizio radioterapia
Ospedale “S. Antonio Abate” Trapani: approvato progetto ampliamento e radioterapia
Trapani fa un passo decisivo verso la modernizzazione sanitaria: la Commissione regionale dei Lavori pubblici ha approvato il progetto esecutivo per l’ampliamento dell’ospedale “S. Antonio Abate” e la realizzazione del nuovo servizio di radioterapia. Con un investimento di oltre 40 milioni di euro, il progetto rientra nel programma di potenziamento della rete ospedaliera siciliana e prevede la costruzione di strutture moderne e tecnologicamente avanzate.
«Questo intervento rappresenta una risposta concreta alle esigenze di salute del territorio trapanese», ha dichiarato il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani. L’ampliamento consentirà di potenziare servizi oncologici e chirurgici, migliorare la qualità delle cure e garantire sicurezza ed efficienza nella gestione dei pazienti.
Il nuovo edificio avrà quattro piani e ospiterà il servizio di radioterapia con due bunker, un’unità di terapia subintensiva con 18 posti letto, un blocco operatorio con quattro sale ad alta specializzazione, i reparti di chirurgia generale, vascolare e toracica, ortopedia e chirurgia pediatrica. È previsto anche un collegamento interrato con il Pronto soccorso, la riorganizzazione delle centrali tecnologiche e un nuovo parcheggio da 102 posti auto.
Secondo l’assessore alle Infrastrutture, Alessandro Aricò, l’opera rappresenta un investimento strategico per il futuro della sanità trapanese e un segnale concreto dell’impegno della Regione nel potenziare strutture e servizi. Il parere favorevole della Commissione apre ora la strada alla fase di gara e all’avvio dei lavori, segnando un passo storico per la sanità siciliana.
Negrar abbatte i tabù sulla radioterapia per il tumore alla prostata - La Piazza Web
📰 La Piazza Web📅 2025-11-21T07:48:00
radioterapia
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Demenza e tecnologia: il sistema che migliora la diagnosi senza costi aggiuntivi
Scoprire i sintomi dell'Alzheimer con questionari e cartelle cliniche oggi è possibile, medicina e tecnologia superano ostacoli importanti per la prevenzione.
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Editoriale Ci risiamo. È arrivato quel momento dell'anno: i TGA. Puntuale come il cambio di stagione e, apparentemente, come le polemiche che lo accompagnano.
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L'uomo in passato era già stato condannato per altri atti persecutori perpetrati nei confronti di un’altra ex fidanzata e, dopo aver commesso una serie di violazioni, è stato portato dalla polizia di Stato nella casa circondariale veronese
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Tumore del colon-retto: studio su biopsia liquida migliora le possibilità di cura nelle fasi avanzate di malattia BariViva
Il Policlinico di Bari è stato tra i principali centri arruolatori dello studio PARERE, un importante studio tutto italiano sul tumore del colon-retto. La ricerca, coordinata dalla Fondazione GONO (Gruppo Oncologico del Nord Ovest) e condotta in 40 centri oncologici del Paese, ha dimostrato che grazie alla biopsia liquida – un semplice esame del sangue che analizza il DNA del tumore – è possibile capire con precisione quali pazienti con carcinoma colo-rettale RAS/BRAF wild type fortemente pretrattati, possono essere sottoposti nuovamente con farmaci già utilizzati in passato. Questo approccio consente di ottimizzare la scelta del trattamento nelle linee avanzate di terapia, prolungando il controllo della malattia e migliorando la qualità della vita.Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Annals of Oncology e contemporaneamente presentato al congresso ESMO 2025 a Berlino, rappresenta un ulteriore piccolo passo avanti nella lotta contro il cancro colorettale metastatico.Il cancro del colon-retto è, infatti, una delle neoplasie più diffuse nel nostro Paese, seconda solo al tumore della mammella per frequenza. Quando la malattia si diffonde ad altri organi, diventando metastatica, le possibilità di cura si riducono e diventa fondamentale individuare quali pazienti possano beneficiare di terapie mirate e quale sequenza di farmaci adottare per ottenere un risultato migliore nel tempo. La studio si è focalizzato su un particolare gruppo di pazienti con adenocarcinoma del colon e assenza di mutazione dei geni RAS/BRAF –circa il 50% dei casi ha questo assetto molecolare – che erano stati già pesantemente pretrattati e quindi con poche chance terapeutiche residue. Nello specifico i pazienti venivano valutati preliminarmente con una biopsia liquida, un semplice esame del sangue che permette di "leggere" il DNA del tumore circolante nel sangue del paziente. Questa tecnica all'avanguardia ha permesso ai ricercatori di selezionare con estrema precisione i pazienti che potevano ancora beneficiare di un ritrattamento con farmaci biologici anti-EGFR, in particolare il panitumumab.Lo studio ha valutato 428 pazienti di cui 213 risultati alla biopsia liquida con un profilo molecolare favorevole (RAS e BRAF wild-type, ovvero senza mutazioni specifiche) per cui sono stati selezionati per ricevere il ritrattamento con panitumumab. Un dato particolarmente significativo emerso dallo studio è che la biopsia liquida ha permesso di escludere dal ritrattamento oltre un terzo dei pazienti che sarebbero stati altrimenti considerati candidabili sulla base dei criteri clinici tradizionali, ma che in realtà presentavano mutazioni di resistenza nel loro DNA tumorale circolante rendendo inutile l'eventuale riutilizzo di una terapia target anti-EGFR.I pazienti selezionati per l'assenza di mutazioni di resistenza nel DNA circolante (ctDNA) sono stati randomizzati in due gruppi: il primo ha ricevuto panitumumab seguito alla progressione della malattia da regorafenib (un farmaco comunemente adottato in linee avanzate), mentre il secondo gruppo ha ricevuto la sequenza inversa. I risultati, pur non evidenziando differenze significative in termini di sopravvivenza globale tra le due sequenze di trattamento, hanno chiaramente dimostrato che il ritrattamento con panitumumab offre vantaggi significativi in termini di controllo della malattia rispetto al regorafenib.Nello specifico, il panitumumab ha ottenuto un tasso di risposta obiettiva del 16% contro il 2% del regorafenib, e un tasso di controllo della malattia del 61% contro il 36%. Anche la sopravvivenza libera da progressione è risultata più lunga con panitumumab 4,2 mesi contro 2,4 mesi nella prima fase di trattamento, mentre la sopravvivenza globale è risultata sovrapponibile nei due gruppi.La presenza dell'oncologia medica del ospedale universitario barese, diretta dal Prof. Camillo Porta, tra i principali centri arruolatori dello studio, certifica la qualità dell'assistenza offerta ai pazienti oncologici con neoplasie del tratto gastroenterico e si conferma un punto di riferimento per la Puglia nel trattamento delle neoplasie colo-rettali.Il dottor Francesco Mannavola, uno degli autori dello studio e responsabile dell'ambulatorio dei "Tumori dell'Apparato Gastro-Enterico" presso l'Oncologia Medica del Policlinico, sottolinea come "questi risultati rappresentano un importante passo avanti verso una medicina sempre più personalizzata. La biopsia liquida, infatti, permette di selezionare con precisione i pazienti che possono ancora beneficiare di terapie mirate, anche nelle fasi più avanzate della malattia, e questo significa poter offrire ancora una piccola - seppur significativa - speranza a persone che hanno già affrontato diversi cicli di chemioterapia, evitando al contempo trattamenti inutili e tossici a chi non ne trarrebbe beneficio".I risultati dello studio PARERE rappresentano un forte messaggio di speranza per le persone con tumore del colon-retto metastatico: la ricerca italiana continua infatti a sviluppare cure sempre più personalizzate ed efficaci. Grazie all'impiego di tecniche avanzate come la biopsia liquida, i pazienti possono ricevere cure d'avanguardia direttamente in Puglia, e sebbene la strada da percorrere sia ancora lunga, ogni passo avanti nella comprensione della biologia molecolare del tumore e nello sviluppo di tecniche diagnostiche innovative come la biopsia liquida ci avvicina all'obiettivo di rendere il cancro del colon-retto una malattia cronica sempre più controllabile e, in prospettiva, curabile.
VIDEO | Tumore alla prostata: 20% si cura con la radioterapia - TgVerona
📰 TgVerona📅 2025-11-21T06:04:00
radioterapia
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Salute, per il tumore gastrico un policy paper: obiettivo equità di diagnosi e di cura - Il Sole 24 ORE
📰 Il Sole 24 ORE📅 2025-11-21T05:40:48
cura cancro
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Radioterapia per curare i tumori promossa dai pazienti: fiducia alta e senza effetti collaterali rilevanti per sette malati su 10 - Corriere della Sera
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Criteri Critici
Radioterapia per curare i tumori promossa dai pazienti: fiducia alta e senza effetti collaterali rilevanti per sette malati su 10 Corriere della Sera
di Vera Martinella
Il sondaggio presentato al convegno dell'Associazione Italiana Radioterapia Oncologica: esperienza positiva e buono il supporto ricevuto dagli specialisti
(Getty Images)
Sono oltre 390mila gli italiani che ogni anno ricevono una diagnosi di tumore e a quasi il 70% verrà prescritta, a un certo punto, la radioterapia: come prima scelta con l'obiettivo di guarire; come trattamento aggiuntivo per limitare il rischio di una recidiva o con altri scopi, ad esempio per contrastare il dolore causato dalle metastasi ossee. E se per molto tempo questa strategia è stata temuta, poco conosciuta e persino oggetto di molti «falsi miti», oggi le cose sono nettamente cambiate: più di nove pazienti su dieci hanno alta fiducia nella radioterapia e considerano efficace la gestione degli effetti collaterali. A promuovere questa cura e a giudicarla efficace, precisa e umanamente sostenibile sono i pazienti stessi, interpellati da AstraRicerche per un'indagine presentata oggi a Rimini in apertura del congresso nazionale dell'Associazione Italiana Radioterapia e Oncologia clinica (Airo).
Gli esiti del sondaggio: un'esperienza positiva La ricerca è stata realizzata a inizio ottobre 2025 intervistando circa 300 pazienti oncologici sottoposti a radioterapia tra il 2012 e il 2022: «Ne emerge un'esperienza in gran parte positiva, caratterizzata da un forte senso di supporto, una qualità relazionale elevata e la priorità alla persona - commenta Marco Krengli, presidente Airo e direttore della Radioterapia all'Istituto Oncologico Veneto IRCCS di Padova -. La ricerca ci mostra una radioterapia che i pazienti percepiscono come una cura affidabile, ma oggi la vera sfida è accompagnare il paziente oltre la fase tecnica del trattamento, costruendo percorsi di sostegno psicologico, informativo e relazionale più strutturati».
Il 76% dei pazienti si è sentito, infatti, o ben supportato dall’équipe e il 66% ha giudicato chiare e complete le informazioni ricevute. E se a sei mesi dal trattamento, il 71% non riferisce effetti collaterali, resta forte la componente emotiva: quasi un intervistato su due (48%) indica come principale difficoltà la preoccupazione per la malattia, seguita da sintomi infiammatori o bruciore (51%) e dalla necessità di visite frequenti (47%). La fiducia nella tecnologia è alta (92%), così come la valutazione della gestione dei disturbi, ritenuta efficace o adeguata dal 93%. Tra gli aspetti positivi più citati spiccano l’empatia del personale (66%) e il ruolo dei medici nello spiegare e accogliere (64%).
Radiazioni mirate e personalizzate «Prima o dopo l’intervento chirurgico oppure da sola, con scopi e molti macchinari differenti, la radioterapia viene utilizzata cercando sempre di ottenere il massimo effetto curativo e ridurre l'impatto su organi e tessuti sani – dice Stefano Pergolizzi, direttore della Radioterapia dell'Azienda Ospedaliera Universitaria «G. Martino» di Messina e presidente eletto Airo -. Grazie ai progressi fatti negli ultimi anni la radioterapia è diventata sempre più precisa e meno invasiva, efficace (anche per guarire) persino in molti pazienti fragili, over 70 e over 80, che non sono operabili o faticano a sostenere gli effetti collaterali dei farmaci». Le radiazioni sono in grado di guarire, da sole o in combinazione con le altre terapie, un malato di tumore. Oppure allungargli la vita. O ancora migliorargliela, per esempio tenendo a bada il dolore per le metastasi ossee. Non sono più «tossiche» come una volta, ma sempre più precise, mirate sul bersaglio da colpire, risparmiando i tessuti sani. E, proprio come tanti farmaci innovativi, possono venire personalizzate sul singolo paziente, grazie a tecniche e macchinari che col tempo si sono evoluti: si possono avere dosi più elevate con meno sedute.
La tecnica più efficace? Non ne esiste solo una A confermare i passi avanti compiuti sul fronte radioterapia sono anche i dati del sondaggio relativi alla ripresa dei pazienti: l’impatto delle sedute è lieve per il 53% degli intervistati (moderato per il 30% e severo solo per il 10%) e il 39% torna rapidamente alla vita quotidiana, mentre per il 47% serve un medio/lungo periodo.
La tecnica più efficace? Non ne esiste solo una: tridimensionale, a intensità modulata (IMRT), volumetrica, stereotassica, brachiterapia, cyberknife e gammaknife, adroterapia e altro ancora . Sono molte le varianti e i tipi di macchinari esistenti per eseguire un trattamento radioterapico e non ha senso inseguire l'ultima novità, quella che credono la più moderna o hi-tech. Una ricerca fuorviante, perché «la tecnica che utilizza radiazioni per distruggere le cellule tumorali viene stabilita dal radio-oncologo che sceglie le dosi di radiazioni, il numero di sedute e la tecnica d’esecuzione più indicata al singolo paziente, prendendo in considerazione tutte le variabili del caso, a partire dal tipo di tumore, la sede corporea, lo stadio, l’età e lo stato di salute generale» aggiunge Pergolizzi.
Supporto psicologico per contenere l'ansia Tra i più giovani, in particolare nella fascia 18–40 anni, emerge una maggiore sensibilità nel percepire gli effetti del trattamento in cui il 34% segnala qualche disturbo nel periodo successivo alle cure. Si tratta di una fascia d’età che, anche per la necessità di.
«I giovani pazienti devono conciliare la cura con studio, lavoro e relazioni e hanno un’attenzione più alta verso i cambiamenti fisici ed emotivi post-terapia - sottolinea Antonella Ciabattoni, segretario Airo – . Ci ricordano l'importanza di un supporto psicologico, di un monitoraggio personalizzato e di un accompagnamento continuo, anche nelle fasi successive al trattamento, per favorire il ritorno a una piena quotidianità».
Infine, l'aspetto più critico in assoluto durante la radioterapia è l'ansia legata allo stato di malato oncologico: la preoccupazione per l'essere malati è lo stato d’animo preponderante con cui la metà dei pazienti deve fare i conti durante le cure. «Anche quando la terapia funziona, il paziente vive un carico emotivo che non può essere trascurato – conclude Michele Fiore, consigliere Airo – . È lì che si gioca la vera qualità della cura: nel sapere offrire informazioni chiare, rassicurazione e continuità di ascolto. Per questo stiamo lavorando a percorsi di supporto psicologico e d'informazione più integrati nella pratica quotidiana, così da prevenire l’ansia, contenere l’impatto dei sintomi e accompagnare il paziente durante tutto il trattamento e nel follow-up».
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Moderna guarda al futuro: vaccini stagionali, oncologia mRNA e sostenibilità economica entro il 2028 pharmastar.it
Nel suo Analyst Day 2025 di ieri, Moderna ha tracciato una strategia molto chiara: trasformarsi, nei prossimi tre anni, da azienda fortemente connotata dal vaccino COVID a una realtà mRNA pienamente diversificata, capace di generare ricavi ricorrenti dai vaccini stagionali e di reinvestirli in oncologia personalizzata e malattie rare. La visione — illustrata dal CEO Stéphane Bancel — punta al cash breakeven nel 2028, sostenuto da un portafoglio prodotti in crescita e da un robusto processo di contenimento dei costi.
L’espansione della franchise dei vaccini stagionali
La prima grande direttrice riguarda la franchise dei vaccini stagionali. Moderna prevede di passare dai tre prodotti attualmente approvati — Spikevax, mRESVIA per RSV e mNEXSPIKE per COVID — a un portafoglio che potrebbe includere fino a sei vaccini entro il 2028. Questo ampliamento sarà guidato dall’arrivo del vaccino antinfluenzale mRNA-1010, del combinato influenza/COVID mRNA-1083 e del più innovativo vaccino contro il Norovirus, oggi in fase 3. L’idea è costruire un’offerta stabile dedicata alle popolazioni a rischio e integrata su scala globale, con lancio progressivo in Stati Uniti, Europa, Canada, Australia e Asia-Pacifico.
Le prospettive commerciali: 2026, 2027 e 2028
Sul piano commerciale, Moderna immagina un percorso di crescita graduale ma solida. Nel 2026 il boost arriverà da nuove approvazioni e dall’impatto pieno delle partnership strategiche con Regno Unito, Canada e Australia, che garantiscono domanda prevedibile e collaborazioni produttive in loco. Nel 2027 sarà l’Europa a offrire la principale opportunità: un contratto COVID concorrente giungerà al termine e lo spazio per nuovi prodotti respiratori aumenterà. Infine, nel 2028, l’azienda intende portare sul mercato il suo primo vaccino combinato influenza/COVID, una mossa che potrebbe ridefinire l’intero segmento. A questo si aggiungerà l’espansione del vaccino Norovirus, contribuendo a costruire una vera piattaforma stagionale multisorgente.
La trasformazione del network produttivo
Per sostenere questa crescita, Moderna ha ridisegnato la propria infrastruttura produttiva. Dal 2022 a oggi l’azienda ha razionalizzato il network industriale, uscendo da otto contratti con produttori esterni e puntando su un modello proprietario distribuito tra Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia. I siti di Laval, Harwell e Clayton garantiranno produzione locale e risposta rapida alle esigenze sanitarie nazionali, mentre l’hub di Norwood — fortemente automatizzato — sarà il cuore della produzione statunitense. Questo lavoro di reingegnerizzazione dovrebbe tradursi in un miglioramento superiore al 10% dei margini lordi entro tre anni. Parallelamente, l’impianto di Marlborough è già operativo per supportare intismeran autogene, il vaccino neoantigenico personalizzato sviluppato in collaborazione con MSD.
Oncologia e malattie rare: il nuovo pilastro strategico
Ed è proprio l’oncologia l’altro pilastro del nuovo corso Moderna, quello su cui l’azienda sta costruendo la sua identità post-pandemica. Dopo aver dimostrato la maturità tecnologica dell’mRNA nei vaccini, il gruppo punta ora a trasferire la stessa logica di personalizzazione e rapidità di sviluppo nel campo dei tumori solidi e delle malattie genetiche gravi.
Il programma più avanzato è intismeran autogene (mRNA-4157), il vaccino personalizzato sviluppato con MSD che mira a trasformare l’approccio terapeutico ai tumori solidi. Intismeran è progettato a partire dal profilo mutazionale del singolo paziente, generando una sequenza di neoantigeni unica, capace di “istruire” il sistema immunitario a riconoscere e colpire le cellule neoplastiche residue dopo la chirurgia o ridurre il rischio di recidiva in combinazione con immunoterapia. Moderna ha confermato che tre studi di fase 3 sono ormai in corso: melanoma ad alto rischio, carcinoma polmonare non a piccole cellule e tumori uroteliali. Queste letture, previste tra il 2025 e il 2026, rappresentano uno snodo decisivo per il futuro dell’azienda, che punta a essere la prima a portare sul mercato una piattaforma vaccinale oncologica pienamente personalizzata.
Accanto a intismeran si sta consolidando mRNA-4359, una terapia più “universale” rispetto al vaccino neoantigenico. Il suo obiettivo è modulare in modo mirato la risposta delle cellule T, potenziandone l’attività contro le componenti tumorali e contro l’ambiente immunosoppressivo che circonda molti tumori solidi avanzati. Se validato clinicamente, questo approccio potrebbe affiancare o potenziare le immunoterapie esistenti, creando combinazioni di nuova generazione.
Un’altra direttrice strategica riguarda le malattie rare di origine metabolica, dove Moderna vede un terreno particolarmente adatto alla tecnologia mRNA come “terapia sostitutiva funzionale”.
I due programmi più avanzati sono:
• mRNA-3927 per l’acidemia propionica, già in studio registrativo
• mRNA-3705 per l’acidemia metilmalonica, che entrerà in uno studio registrativo nel 2026 dopo essere stato selezionato per il programma FDA START
In entrambe le indicazioni, l’obiettivo è fornire alle cellule l’istruzione per produrre gli enzimi mancanti o difettosi, superando i limiti delle terapie tradizionali e offrendo un’opzione potenzialmente continuativa e meno invasiva per patologie devastanti.
Questo riposizionamento strategico non è però privo di scelte difficili. Per concentrare risorse e capacità produttiva sui programmi a maggior potenziale clinico e regolatorio, Moderna ha deciso di interrompere quattro sviluppi: CMV congenito, Herpes Simplex Virus (HSV), Varicella-Zoster (VZV) e GSD1a. Una mossa che riflette una strategia più selettiva, orientata alla priorità terapeutica e al potenziale di impatto sui pazienti, nonché alla sostenibilità dell’investimento in un contesto biotech globale più competitivo.
Nel complesso, l’oncologia e le malattie rare rappresentano oggi la scommessa più ambiziosa di Moderna: trasformare l’mRNA da piattaforma vaccinale a tecnologia terapeutica di nuova generazione, capace di competere — e forse ridefinire — i paradigmi della medicina personalizzata.
Disciplina finanziaria e sostenibilità entro il 2028
Il capitolo finanziario racconta un’azienda intenzionata a rafforzare la propria disciplina interna: le spese operative attese per il 2026 scenderanno a 4,2 miliardi di dollari, con un’ulteriore riduzione prevista nel 2027. Nel frattempo, un prestito quinquennale fino a 1,5 miliardi di dollari siglato con Ares Management contribuirà a migliorare la liquidità complessiva, con una previsione di cassa a fine 2025 rivista al rialzo. Tutto ciò converge verso l’obiettivo principale: raggiungere la sostenibilità finanziaria nel 2028 senza rinunciare all’ambizione di costruire la prossima generazione di terapie mRNA.
Una nuova fase per Moderna
Moderna entra così in una nuova fase, più matura e più articolata: un’azienda che vuole restare protagonista del settore mRNA, espandersi oltre i confini dei vaccini respiratori e diventare un player rilevante anche in oncologia personalizzata e malattie rare. Una trasformazione che non sarà immediata, ma che — almeno sulla carta — appare ben pianificata e sostenuta da una pipeline tra le più ricche del settore biotech.
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