Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?3
67.0/100
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Criteri Critici
Melanoma, in Abruzzo diagnosi sempre più precoci e un modello di cura che diventa eccellenza insalutenews.it
Prof. Paolo Amerio
Chieti, 24 novembre 2025 – I numeri disegnano una tendenza in crescita, che però non identifica, sotto il profilo epidemiologico, un aumento dei casi di melanoma. Se ne contano di più perché si è affinata, e parecchio, la capacità di diagnosi anche in uno stadio precoce, che fa la differenza perché amplifica le possibilità di guarigione.
A fare il punto su una patologia tra le più temute è la Clinica dermatologica della Asl Lanciano Vasto Chieti, diretta da Paolo Amerio, divenuta il riferimento senza dubbio più richiesto e apprezzato per pazienti abruzzesi e di regioni limitrofe. La ragione? Aver attivato un percorso dedicato, che funziona e fa sperimentare ai malati la reale presa in carico, in virtù della quale viene fornita una risposta assistenziale organizzata ed efficiente.
L’obiettivo è migliorare le possibilità di cura e la qualità di vita del paziente, sollevato dall’incombenza di dover provvedere in prima persona a prenotare accertamenti e terapie: è la stessa Clinica, per il tramite della Case manager, l’infermiera esperta Kristine Pelusi, a definire tutti i passaggi nell’ambito del GICO, Gruppo Interdisciplinare Cure Oncologiche.
“Se possiamo offrire un percorso ben strutturato ed efficiente – tiene a sottolineare Amerio, Professore Ordinario di Dermatologia all’Università D’Annunzio – è proprio grazie a questi colleghi che si trovano per confrontarsi su ogni singolo caso e costruire il percorso per ciascun paziente, dalla diagnosi alla terapia ai controlli successivi. È una bella realtà che ci permette di dare quel plus di qualità percepito come prezioso dai nostri assistiti, e che produce i numeri alti che facciamo: a novembre contiamo 340 pazienti presi in carico, a fronte degli 83 seguiti dal Gico a inizio attività nel 2016. La crescita è stata graduale, anche se più sensibile negli ultimi anni: erano 198 nel 2022, 250 l’anno successivo e 329 nel 2024”.
Una lettura corretta dei dati arriva proprio dal Coordinatore del GICO: “I casi in crescita ci dicono con chiarezza una cosa – spiega Gianluca Proietto, dermatologo – funziona l’integrazione tra ospedale e territorio. Si è instaurata una efficace collaborazione con gli specialisti e con i medici di medicina generale che ha generato una rete di sorveglianza, grazie alla quale possiamo avere un buon controllo sulla diffusione del melanoma. È migliorata, quindi, la nostra capacità di diagnosi, anche in uno stadio precoce, e con essa anche l’esito della malattia: oggi la sopravvivenza raggiunge percentuali altissime, circa il 70%, perché le terapie funzionano e si guarisce molto più che in passato, così come sono in aumento i casi in cui diventa patologia cronica. Abbiamo la conferma che la battaglia si vince con la diagnosi precoce”.
Ma proprio su quest’ultimo aspetto Amerio vuole dire una parola chiara: “Fare la mappa dei nei non esiste – dice senza mezzi termini il Direttore della Clinica dermatologica – è una narrazione distorta che mette fuori strada gli utenti e affolla le liste d’attesa. Esiste, invece, un controllo digitale in epiluminescenza che va fatto da specialisti e non può essere deciso da chiunque e deve essere deciso dagli Specialisti dermatologi. Un discorso a parte va fatto, invece, per le persone ad alto rischio per familiarità, carnagione chiarissima, tendenza a scottarsi in estate, che devono essere monitorate dai nostri medici. Consiglio, invece, alla popolazione restante di prendere l’abitudine di guardare i propri nei, anche con l’aiuto di un famigliare, e verificare se ce n’è qualcuno che cambia, secondo un criterio segnato da poche lettere dell’alfabeto, A,B,C,D,E: vanno tenuti sotto controllo l’asimmetria, i bordi, il colore, la dimensione e l’evoluzione. Se uno o più di questi aspetti mutano bisogna riferire al proprio medico, e successivamente rivolgersi alla nostra Clinica”.
Sul percorso melanoma strutturato dalla Dermatologia, che attrae pazienti di tutto l’Abruzzo e di fuori regione, si esprime anche il Direttore generale della Asl: “Le eccellenze sono quelle che i pazienti definiscono tali – sottolinea Mauro Palmieri – perché sperimentano efficienza organizzativa e qualità dell’assistenza, e a tal proposito riceviamo feedback molto positivi su questa équipe. Incontrerò Amerio a breve, per ascoltarne le esigenze e condividere progetti per consolidare i risultati della Clinica Dermatologica”.
Quelli del GICO Melanoma
Ne fanno parte, oltre a Gianluca Proietto che lo coordina, Barbara Seccia, radiologa, Gianluigi Martino e Maria Di Paoloantonio, medici nucleari, Maria Taraborrelli, radioterapista, Michele De Tursi, Nicola D’Ostilio e Simona Gildetti, oncologi, Adelchi Croce, otorino, Alessia Di Lorito, anatomopatologa, Severino Cericola e Massimo Ippoliti, chirurghi, Fabrizio Panarese e Roberto D’Astolto, dermatologi, l’infermiera Case Manager del GICO melanoma Kristine Pelusi.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?5
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
47.8/100
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C
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❌
Criteri Critici
La capacità di osservare in tempo reale come le cellule riparano i danni al proprio DNA rappresenta da decenni una delle sfide più complesse della biologia molecolare. Fino ad oggi, gli...
La capacità di osservare in tempo reale come le cellule riparano i danni al proprio DNA rappresenta da decenni una delle sfide più complesse della biologia molecolare. Fino ad oggi, gli scienziati hanno dovuto accontentarsi di istantanee statiche, ottenute fissando cellule in momenti diversi e perdendo così la continuità dei processi biologici. Un gruppo di ricercatori dell'Università di Utrecht ha ora sviluppato un sensore fluorescente che supera queste limitazioni, permettendo di seguire l'intero ciclo di danneggiamento e riparazione del DNA all'interno di cellule vive e persino in organismi interi. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications, promette di trasformare radicalmente gli approcci sperimentali in oncologia, farmacologia e ricerca sull'invecchiamento.
Il DNA delle nostre cellule subisce continuamente aggressioni di vario tipo: radiazioni ultraviolette, composti chimici, radicali liberi prodotti dal metabolismo normale e persino errori casuali durante la replicazione. La maggior parte di questi danni viene corretta con straordinaria efficienza da complessi sistemi enzimatici. Quando però questi meccanismi di riparazione falliscono, le conseguenze possono essere gravi: accumulo di mutazioni, invecchiamento cellulare accelerato e sviluppo di patologie tumorali. Comprendere esattamente come e quando avvengono questi processi di riparazione è quindi fondamentale per sviluppare terapie più efficaci.
Il principale ostacolo metodologico che ha frenato per anni questa ricerca riguardava la natura invasiva degli strumenti di osservazione disponibili. Anticorpi e nanobodies tradizionalmente utilizzati per marcare il DNA danneggiato si legano con tale forza alla molecola da interferire con i meccanismi di riparazione stessi, alterando il fenomeno che si vorrebbe studiare. Come spiega Tuncay Baubec, coordinatore della ricerca, questo equivale a osservare "l'interno di una cellula disturbandone profondamente il comportamento naturale".
La soluzione individuata dal team olandese è elegante nella sua semplicità biologica. Invece di introdurre molecole estranee, i ricercatori hanno isolato un piccolo dominio proteico che le cellule utilizzano già naturalmente per riconoscere specifici marcatori del DNA danneggiato. Questo frammento proteico è stato accoppiato a un marcatore fluorescente, creando un sensore che si lega e si stacca reversibilmente dai siti danneggiati. L'interazione è sufficientemente delicata da non ostacolare i complessi proteici deputati alla riparazione, ma abbastanza specifica da illuminare con precisione le regioni compromesse.
"È stato il momento in cui ho visto il sensore illuminarsi esattamente dove si attivavano gli anticorpi commerciali che ho capito: questa tecnologia funzionerà davvero"
Richard Cardoso Da Silva, biologo molecolare che ha contribuito allo sviluppo e alla validazione del sistema, ricorda con precisione l'esperimento che ha confermato il potenziale dello strumento. Durante test con diversi farmaci genotossici, il sensore ha mostrato una corrispondenza perfetta con i metodi tradizionali, ma con un vantaggio cruciale: forniva dati continui invece di singoli fotogrammi temporali. Questa caratteristica permette di seguire l'intera sequenza degli eventi riparativi come un filmato ininterrotto, monitorando l'apparizione del danno, l'arrivo delle proteine riparatrici e la risoluzione finale del problema.
La versatilità del nuovo strumento va ben oltre la semplice visualizzazione. Il dominio proteico utilizzato può essere collegato ad altri componenti molecolari, aprendo possibilità sperimentali inedite. I ricercatori possono ora mappare con precisione genomica la distribuzione spaziale dei danni al DNA, identificare quali proteine si assemblano attorno alle lesioni e persino manipolare la posizione fisica del DNA danneggiato all'interno del nucleo per verificare se la localizzazione influenza l'efficienza della riparazione. Come sottolinea Cardoso Da Silva, "la flessibilità dello strumento dipende principalmente dalla creatività dello scienziato e dalle domande che vuole porre".
Una validazione cruciale della tecnologia è arrivata dagli esperimenti condotti su Caenorhabditis elegans, il microscopico verme nematode ampiamente utilizzato come organismo modello in biologia dello sviluppo. Collaboratori dell'Università di Utrecht hanno dimostrato che il sensore funziona altrettanto bene in organismi viventi completi, rivelando tra l'altro rotture programmate del DNA che si verificano normalmente durante lo sviluppo del verme. Per Baubec, questo risultato ha rappresentato una pietra miliare: "Ha dimostrato che lo strumento non è confinato alle colture cellulari, ma può essere impiegato in contesti biologici reali e complessi".
Le applicazioni mediche di questa tecnologia potrebbero rivelarsi particolarmente significative in oncologia. Molte terapie antitumorali, dalla chemioterapia alla radioterapia, basano la propria efficacia sull'inflizione di danni massicci al DNA delle cellule cancerose. Valutare con precisione l'entità di questi danni è essenziale sia nelle fasi precliniche di sviluppo farmacologico sia nel monitoraggio clinico dei pazienti. Attualmente, questo tipo di analisi si affida prevalentemente ad anticorpi, con costi elevati e tempi lunghi. Il sensore fluorescente potrebbe rendere questi test significativamente più rapidi, economici e accurati.
Oltre all'oncologia, la tecnologia apre prospettive interessanti nello studio dell'invecchiamento cellulare, un processo in cui l'accumulo di danni non riparati al DNA gioca un ruolo centrale. Potrebbe inoltre trovare applicazione nel rilevamento di esposizioni ambientali a mutageni, radiazioni ionizzanti o composti chimici genotossici, fornendo marcatori biologici più sensibili e dinamici rispetto ai metodi attuali. L'interesse della comunità scientifica internazionale è stato immediato: diversi laboratori hanno contattato il gruppo di Utrecht già prima della pubblicazione formale dello studio. Per facilitare l'adozione della tecnologia, i ricercatori hanno reso il protocollo completamente accessibile online, senza restrizioni di utilizzo.
Questa disponibilità immediata rappresenta un esempio virtuoso di scienza aperta, accelerando potenzialmente scoperte in campi che vanno dalla biologia del cancro alla tossicologia ambientale. I prossimi sviluppi potrebbero includere versioni del sensore ottimizzate per diversi tipi di danno al DNA o adattate a specifici contesti sperimentali. Rimangono inoltre domande fondamentali su come la riparazione del DNA vari tra diversi tipi cellulari, durante lo sviluppo embrionale e nel corso dell'invecchiamento, domande che questo nuovo strumento potrebbe finalmente aiutare a chiarire con il rigore che meritano.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
Il glioblastoma rappresenta uno dei nemici più temibili della medicina oncologica moderna. Questo tumore maligno, che origina dagli astrociti e colpisce circa tre persone ogni 100.000 abitanti...
Il glioblastoma rappresenta uno dei nemici più temibili della medicina oncologica moderna. Questo tumore maligno, che origina dagli astrociti e colpisce circa tre persone ogni 100.000 abitanti negli Stati Uniti, progredisce con velocità devastante ed è quasi invariabilmente letale. Ma la vera sfida nella lotta contro il glioblastoma non risiede solo nella sua aggressività biologica: la principale barriera che medici e ricercatori devono affrontare è la difficoltà estrema di veicolare farmaci efficaci all'interno del tessuto cerebrale, protetto dalla barriera emato-encefalica. Ora, una collaborazione scientifica tra la Washington University School of Medicine di St. Louis e la Northwestern University ha sviluppato un approccio radicalmente innovativo che aggira questo ostacolo attraverso nanostrutture somministrabili per via nasale, aprendo prospettive inedite nel trattamento di questa forma tumorale resistente.
La strategia terapeutica, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista PNAS nel corso di questo mese, si basa su un concetto apparentemente semplice ma tecnologicamente sofisticato: utilizzare le vie nasali come porta d'accesso diretta al cervello, sfruttando il collegamento nervoso naturale tra la regione facciale e il sistema nervoso centrale. Alexander H. Stegh, professore e vicedirettore della ricerca nel Dipartimento di Neurochirurgia Taylor Family della WashU Medicine e ricercatore principale dello studio, spiega l'obiettivo del team: "Volevamo cambiare questa realtà e sviluppare un trattamento non invasivo che attivasse la risposta immunitaria per attaccare il glioblastoma". La chiave di volta sono gli acidi nucleici sferici, nanostrutture precisamente ingegnerizzate capaci di trasportare composti antitumorali potenti direttamente al tessuto cerebrale malato.
Il glioblastoma viene classificato dai ricercatori come un "tumore freddo", un termine tecnico che indica la sua capacità di sfuggire al riconoscimento del sistema immunitario. A differenza dei cosiddetti "tumori caldi", più reattivi alle immunoterapie, il glioblastoma impiega sofisticati meccanismi di evasione che lo rendono praticamente invisibile alle difese naturali dell'organismo. Per riaccendere questa risposta immunitaria sopita, gli scienziati hanno puntato sulla via di segnalazione STING (acronimo di stimulator of interferon genes), un pathway molecolare che si attiva quando le cellule rilevano DNA estraneo, scatenando meccanismi di difesa immunitaria. Sebbene ricerche precedenti avessero dimostrato che farmaci capaci di stimolare STING possono preparare il sistema immunitario all'attacco del glioblastoma, questi composti si degradano rapidamente e necessitano di iniezioni dirette nel tumore, con procedure altamente invasive e ripetute.
Per superare questa limitazione, il gruppo di Stegh ha collaborato con Chad A. Mirkin, direttore dell'International Institute for Nanotechnology e professore di chimica alla Northwestern University. Mirkin ha sviluppato gli acidi nucleici sferici, particelle su scala nanometrica rivestite densamente con DNA o RNA, che hanno dimostrato un'efficacia superiore ai sistemi di somministrazione tradizionali. La versione specializzata progettata dai due team presenta nuclei di nanoparticelle d'oro circondati da brevi frammenti di DNA progettati per attivare il pathway STING nelle cellule immunitarie bersaglio. Akanksha Mahajan, ricercatrice post-dottorato nel laboratorio di Stegh e prima autrice dello studio, ha guidato lo sviluppo dell'approccio intranasale: "Volevamo davvero minimizzare le sofferenze dei pazienti già gravemente malati, e ho pensato che potessimo utilizzare le piattaforme di acidi nucleici sferici per somministrare questi farmaci in modo non invasivo".
"Questa è la prima volta che è stato dimostrato che possiamo aumentare l'attivazione delle cellule immunitarie nei tumori di glioblastoma quando somministriamo terapie su scala nanometrica dal naso al cervello"
Per validare l'efficacia del metodo, i ricercatori hanno condotto esperimenti su modelli murini di glioblastoma, utilizzando un marcatore molecolare che emetteva fluorescenza nella banda del vicino infrarosso. Questo espediente ha permesso di tracciare il percorso delle nanoparticelle dopo la somministrazione nasale, osservandole mentre viaggiavano lungo il nervo principale che collega la regione facciale al cervello. Una volta raggiunto il tessuto cerebrale, la risposta immunitaria indotta dalla nanomedicina si è concentrata specificamente nelle cellule immunitarie presenti all'interno del tumore, con una certa attività rilevata anche nei linfonodi vicini. Crucialmente, la terapia non si è diffusa in modo sistemico attraverso l'organismo, riducendo significativamente il rischio di effetti collaterali indesiderati. L'analisi immunologica ha confermato che le cellule immunitarie nel tumore e nelle sue vicinanze avevano attivato il pathway STING, acquisendo la capacità di montare un attacco più vigoroso contro le cellule cancerose.
I risultati più promettenti sono emersi quando la nanoterapia è stata combinata con farmaci che stimolano i linfociti T, un altro tipo fondamentale di cellule immunitarie. Questo trattamento combinato, somministrato in sole due dosi, ha eliminato completamente i tumori nei topi e ha prodotto un'immunità duratura che ha prevenuto la ricomparsa del cancro. Questi esiti si sono rivelati significativamente superiori a quelli ottenuti con le attuali terapie mirate al pathway STING, che richiedono somministrazione invasiva. La metodologia rappresenta un avanzamento sostanziale anche rispetto ad altri approcci di somministrazione intranasale studiati in passato per trattamenti mirati al cervello: nessuna terapia su scala nanometrica aveva precedentemente dimostrato la capacità di attivare risposte immunitarie contro tumori cerebrali attraverso questa via di somministrazione.
Stegh riconosce tuttavia che la stimolazione del pathway STING da sola difficilmente potrà curare il glioblastoma, poiché il tumore impiega molteplici tattiche molecolari per indebolire o spegnere completamente la risposta immunitaria. Il suo gruppo sta ora esplorando modi per incorporare funzioni immunostimolanti aggiuntive nelle nanostrutture, il che potrebbe consentire di affrontare simultaneamente diversi bersagli terapeutici attraverso un unico trattamento. "Questo è un approccio che offre speranza per trattamenti più sicuri ed efficaci contro il glioblastoma e potenzialmente altri tumori resistenti all'immunoterapia, e rappresenta un passo critico verso l'applicazione clinica", afferma il ricercatore.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.4/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
«La prevenzione ti salva la vita»: screening mammografici gratuiti per il tumore al seno Città di Amalfi
“Gioca d’anticipo. La prevenzione ti salva la vita”. Si intensifica la campagna di sensibilizzazione promossa dall’Amministrazione Comunale di Amalfi guidata dal Sindaco Daniele Milano con test oncologici gratuiti. Mercoledì 3 dicembre 2025 in piazza Municipio, per la prima volta il Comune di Amalfi ospiterà il camper con medici specialisti per effettuare lo screening mammografico, dedicato alle donne over 35. La mammografia è un esame specifico e molto accurato per il tessuto mammario: l’Amministrazione ha deciso di sostenere con fondi di bilancio comunale questa prima iniziativa molto corposa, prevedendo 50 screening gratuiti per le utenti nella giornata (previa prenotazione).
La finalità è stimolare e diffondere la cultura della prevenzione, ma soprattutto promuovere la salute pubblica, sensibilizzando i cittadini alla diagnosi precoce, attraverso controlli regolari e uno stile di vita sano.
«Da anni, come Amministrazione, abbiamo avviato un percorso specificamente dedicato ai cittadini. La mammografia è un esame fondamentale perché permette di identificare lesioni in stadi iniziali: è un’arma importante per intervenire nella diagnosi precoce della malattia. – afferma il Sindaco di Amalfi, Daniele Milano - La prevenzione è tra le cure più efficaci: è fondamentale incoraggiare le persone a non rimandare controlli che sono essenziali. Intensifichiamo l’azione del Comune per il benessere e la qualità di vita dei cittadini, per stimolare il benessere collettivo, ma anche per sostenere il diritto alla sanità e l’accesso alle cure per tutti i cittadini, soprattutto per le fasce più deboli».
Per prenotarsi sarà indispensabile compilare il form di seguito: il Settore “Servizi alla Persona” procederà alle telefonate di conferma. LINK: https://docs.google.com/forms/u/4/d/1isJgKQLT3YeygqOrhkrYnNe2i8Pafl93lveSVAaqChs/edit?usp=drive-dynamite&ts=691c37e4
Dai dati dell’Osservatorio Nazionale Screening, emerge la propensione alla prevenzione ridotta al sud e nelle isole rispetto al resto d’Italia. Secondo i dati dell’indagine PASSI 2021-2022, una donna su 10 nella fascia di età 50-69 anni non ha mai fatto un esame mammografico e quasi il 20% riferisce di averlo eseguito da oltre due anni.
«La cultura della prevenzione riduce la necessità di interventi invasivi e aumenta, soprattutto, le prospettive di vita – sottolinea il consigliere Giorgio Stancati, con delega alla Sanità e alle Politiche della Salute – È la massima forma di cura che possiamo avere per i nostri concittadini. L’iniziativa di dicembre si inserisce nell’articolata programmazione annuale che il Comune ha sviluppato per la tutela della salute. Gli ultimi dati diramati evidenziano ogni anno in Campania 32.500 nuovi casi di tumore, con un’ampia incidenza del cancro alla mammella. La prevenzione, la diagnosi precoce, l’innovazione nella ricerca scientifica e i nuovi approcci terapeutici migliorano le prospettive di sopravvivenza».
Il carcinoma della mammella è il tumore più diagnosticato nelle donne. La positività alla mammografia non equivale a una diagnosi certa di tumore al seno: in caso di anomalie sospette, seguono poi ulteriori accertamenti per confermare o meno la diagnosi.
I dati resi noti da AIOM - l’Associazione Italiana di Oncologia Medica che ogni anno pubblica un report sulle principali neoplasie esistenti - aggiornati al 2024 (relativi all’anno 2023), evidenziano che in Italia sono 834.200 le donne viventi dopo una diagnosi di tumore al seno.
Le diagnosi nel 2023 sono state oltre 55mila: un numero, secondo le previsioni, destinato ad aumentare dello 0,2% ogni anno nel prossimo ventennio. Aumento non riservato esclusivamente al tumore del seno: in generale, ci si aspetta che le nuove diagnosi oncologiche crescano ogni anno di una percentuale compresa tra lo 0,6 (per le donne) e l’1,3% (per gli uomini).
Il carcinoma mammario rappresenta circa un terzo delle malattie neoplastiche che colpiscono le donne. Ogni anno in Italia si ammalano di tumore al seno circa 55.900 donne. Grazie, però, ai continui progressi della ricerca e agli screening per la diagnosi precoce, la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi ha raggiunto l'88%.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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47.0/100
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C
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Criteri Critici
Trapani: dalla Regione via libera ad ampliamento e Radioterapia del Sant'Antonio Abate TP24.it
23/11/2025 22:00:00
La Commissione regionale dei Lavori pubblici ha espresso parere favorevole al progetto esecutivo per l’ampliamento dell’ospedale “S. Antonio Abate” di Trapani e per la realizzazione del nuovo servizio di radioterapia. L’intervento, dal valore complessivo di oltre 40 milioni di euro provenienti da fondi statali e regionali, risorse Covid e finanziamenti dell’Asp, rappresenta una delle opere sanitarie più significative attualmente avviate in Sicilia.
Il progetto prevede un nuovo edificio di quattro elevazioni, costruito secondo gli standard NZEB e dotato di elevati requisiti antisismici e impiantistici. Il piano terra ospiterà il servizio di radioterapia, articolato su due bunker, e l’unità di terapia subintensiva con 18 posti letto. Ai livelli superiori verranno realizzati un nuovo blocco operatorio con quattro sale ad alta specializzazione, i reparti di chirurgia generale, vascolare e toracica, mentre il piano più alto accoglierà ortopedia e chirurgia pediatrica. L’intervento include inoltre un collegamento sotterraneo con il Pronto soccorso, la riorganizzazione delle centrali tecnologiche e la creazione di un parcheggio da 102 posti.
«Con questo progetto diamo una risposta concreta alle esigenze di salute del territorio trapanese – afferma il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani –. L’ampliamento dell’ospedale si inserisce in un più ampio programma di modernizzazione della rete sanitaria regionale».
Soddisfazione anche dall’assessore alle Infrastrutture, Alessandro Aricò, che definisce l’opera «un intervento strategico, necessario per migliorare la qualità delle cure e potenziare i servizi oncologici e chirurgici».
Al tavolo della Commissione erano presenti i rappresentanti dei dipartimenti regionali competenti, del Genio civile, dell’Asp di Trapani e del gruppo di progettazione RPA–RGM. Secondo l’istruttoria, l’opera risponde all’esigenza di superare l’attuale congestione del presidio ospedaliero e di rafforzare servizi considerati fondamentali per l’utenza della provincia. Il parere favorevole consente ora di procedere verso le successive autorizzazioni, passo necessario per avviare la gara e, successivamente, i lavori.
Il Comitato: «Ora la gara d’appalto»
Dopo anni di attese e passaggi amministrativi, la Commissione regionale dei Lavori pubblici ha dato parere favorevole al progetto di ampliamento dell’ospedale “Sant’Antonio Abate” di Trapani, che prevede la realizzazione del servizio di radioterapia nell’area adiacente al presidio ospedaliero. Un passaggio considerato decisivo per l’avvio della fase di gara, come sottolineato dall’assessore regionale alle Infrastrutture e alla Mobilità, Alessandro Aricò.
Il tema della radioterapia a Trapani è al centro del dibattito pubblico da oltre 14 anni. L’assenza del reparto ha costretto migliaia di pazienti oncologici a spostarsi quotidianamente verso Mazara del Vallo o le strutture palermitane, con disagi evidenti per i malati e le loro famiglie. Per questo motivo, il parere favorevole è accolto con cauto ottimismo dal Comitato per la Radioterapia, che negli anni ha mantenuto alta l’attenzione sul tema.
Il progetto approvato prevede un edificio di quattro elevazioni: al piano terra sorgerà il servizio di radioterapia con due bunker, accanto all’unità di terapia subintensiva con 18 posti letto. I piani superiori ospiteranno un nuovo blocco operatorio con quattro sale ad alta specializzazione e i reparti di chirurgia generale, vascolare e toracica; al livello più alto troveranno posto ortopedia e chirurgia pediatrica. Il piano infrastrutturale comprende anche un collegamento interrato con il Pronto soccorso, la riorganizzazione delle centrali tecnologiche e un parcheggio da 102 posti auto.
«Siamo fiduciosi che l’iter possa concludersi positivamente – affermano i rappresentanti del Comitato – ma continuiamo a monitorare ogni passaggio. È una battaglia per la sanità e una battaglia di civiltà che il territorio porta avanti da anni».
Con il parere della Commissione, la procedura amministrativa compie un passo rilevante verso la realizzazione di un servizio atteso da migliaia di pazienti e considerato essenziale per l’offerta sanitaria provinciale.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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56.3/100
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Criteri Critici
Tumore alla prostata: nel 90% dei casi la diagnosi precoce salva la vita La Gazzetta dello Sport
La prevenzione maschile resta un tabù, ma la diagnosi precoce può cambiare tutto: il tumore alla prostata è curabile nella maggior parte dei casi
Daniele Particelli
In Italia un uomo su nove, nel corso della sua vita, riceve una diagnosi di tumore alla prostata. Con 41.000 nuovi casi ogni anno, questa neoplasia è la più diffusa tra gli uomini e, proprio per questo, una delle più temute. La buona notizia, però, è che oggi il tumore della prostata è tra quelli con la più alta probabilità di guarigione: se individuato in fase precoce, oltre il 90% dei pazienti può guarire o convivere a lungo termine con la malattia.
È questo il messaggio lanciato da Nastro Blu 2025, la campagna nazionale della Lega Italiana per la Lotta ai Tumori (LILT) dedicata alla prevenzione oncologica maschile, presentata a Roma con il sostegno del ministero della Salute. L'obiettivo della campagna è chiaro: informare, incoraggiare i cittadini ai controlli e combattere la paura e lo stigma che ancora oggi tengono molti uomini lontani dagli ambulatori.
La malattia più comune tra gli uomini — Il tumore alla prostata rappresenta più del 20% di tutte le neoplasie maschili e colpisce soprattutto dopo i 65 anni. Questo tipo di cancro, nelle sue fasi iniziali, è spesso silente: non dà sintomi e può rimanere nascosto per lungo tempo. È proprio per questo che gli specialisti insistono sull’importanza della diagnosi precoce, attraverso visite urologiche periodiche e test come PSA e visita rettale quando indicati.
Secondo Francesco Schittulli, oncologo e presidente nazionale LILT, la prevenzione maschile è ancora segnata da reticenze psicologiche e falsi pudori: “La prevenzione è un metodo di vita che parte dalla consapevolezza. Non possiamo lasciare che la paura ostacoli la salute”.
Screening e nuove politiche di prevenzione — Durante la presentazione della campagna, il ministro della Salute Orazio Schillaci ha anticipato che la legge di bilancio 2026 prevede un potenziamento dei programmi di screening oncologico con l’obiettivo di ampliare l'accesso e valutare l’introduzione progressiva di screening anche per alcune neoplasie maschili, tra cui proprio il tumore della prostata: un passo in linea con il Piano Oncologico Nazionale e con le raccomandazioni europee che puntano a colmare le lacune della prevenzione maschile e a favorire la diagnosi precoce anche in assenza di sintomi.
Non solo prostata: i tumori da non ignorare — Accanto al carcinoma prostatico, la campagna Nastro Blu richiama l’attenzione su altre due neoplasie: il tumore del testicolo, il più frequente negli uomini sotto i 45 anni, con circa 2.400 nuovi casi l’anno e una curabilità superiore al 90%, e il carcinoma del pene, più raro, ma con una sopravvivenza media a 5 anni del 74% in caso di diagnosi precoce. La campagna lanciata in questi giorni non si limita alla sensibilizzazione: fino al 30 novembre 2025 tutte le sedi territoriali della LILT organizzeranno visite, incontri informativi, attività nelle scuole e nei luoghi di lavoro, campagne social e spazi di ascolto per avvicinare la prevenzione alla vita quotidiana.
"La diagnosi precoce è un vero salva-vita. Non possiamo più permettere che la paura o la vergogna tengano gli uomini lontani dagli ambulatori", ha sottolineato il professor Bernardo Rocco, direttore della Clinica Urologica del Policlinico Gemelli.
Se la prevenzione è fondamentale, molto importante è anche lo stile di vita: mantenere un peso adeguato, seguire un’alimentazione equilibrata, fare attività fisica regolarmente, abolire il fumo e ridurre il consumo di alcol sono gesti concreti che abbassano significativamente il rischio di tumori maschili, ha ribadito Giuseppe Tonini, Professore Ordinario di Oncologia Medica e Direttore UOC di Oncologia Medica presso il Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma.
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La prevenzione corre veloce Polesine24
La delegazione Ant Occhiobello continua la propria opera a servizio della prevenzione dei tumori. Il prossimo appuntamento riguarda la disponibilità di 72 visite specialistiche finalizzate alla prevenzione dei tumori della pelle, come spiega Ivo Caprili, responsabile della fondazione Ant delegazione di Occhiobello: “Sono aperte le prenotazioni per le 72 visite programmate, le visite si svolgeranno a bordo dell'ambulatorio mobile della Fondazione Ant, martedì 2 e mercoledì 3 dicembre dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18 a Santa Maria Maddalena, in piazza don Aldo Rizzo, mentre, giovedì 4 dicembre saremo a Occhiobello, in piazza Giacomo Matteotti, negli stessi orari”. Visite tra Occhiobello e Santa Maria Maddalena, ma potranno usufruirne le cittadine e i cittadini del territorio circonstante: “Potranno prenotarsi - continua Caprili - esclusivamente al numero 051/7190170, i cittadini residenti nei territori dei Comuni di Occhiobello, Stienta, Gaiba, Ficarolo, Castelmassa, Trecenta, Fiesso Umbertiano, Pincara, Canaro, Arquà Polesine e Polesella”. La fondazione Ant delegazione di Occhiobello, sempre in prima fila nell’organizzazione di appuntamenti finalizzati alla prevenzione dei tumori nel territorio di Occhiobello, è ormai, in questo senso, un vero e proprio punti di riferimento per la cittadinanza. Un lavoro, quello dell’Ant, preziosissimo, che a livello nazionale porta migliaia di persone, ogni anno, ad usufruire di queste opportunità. La prevenzione del melanoma è solo una delle attività portate avanti da Ant, sul territorio nazionale iniziative di prevenzione sono messe in atto anche per i tumori alla tiroide, al seno, ginecologici, al rene e alla vescica, al testicolo e al cavo orale.
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Tatiana Schlossberg, nipote di JFK, ha annunciato di avere un cancro terminale. La terribile diagnosi dopo il parto
Un nuovo dramma si è abbattuto sulla famiglia Kennedy.Tatiana Schlossberg,nipote di John Fitzgerald Kennedy, ha annunciato di avere un cancro terminale. La giornalista 35enne, figlia di Caroline Kennedy ed Edwin Schlossberg, ha parlato della propria malattia in un articolo pubblicato sulNew Yorkerlo scorso sabato. A quanto pare la giovane è affetta daleucemia mieloide acuta, e il suo medico curante l'ha informata che le rimane meno di un anno di vita. L'incubo è cominciato nel maggio del 2024, quando è arrivata la diagnosi. Tatiana Schlossberg aveva da poco dato alla luce il suo secondo figlio. Da allora la donna sta seguendo un lungo percorso di cure. La 35enne ha criticato il cuginoRobert F. Kennedy Jr., attaccando le sue politiche come Segretario della Salute e dei Servizi Umani. A suo dire, queste avrebbero avuto una certa influenza sulla sua esperienza con la malattia. "Non credevo, non potevo credere che stessero parlando di me", ha confessato la Schlossberg nel pezzo da lei scritto per il New Yorker. "Il giorno prima avevo nuotato per un miglio in piscina, incinta di nove mesi. Non ero malata. Non mi sentivo male. Ero anzi una delle persone più sane che conoscessi", ha aggiunto. Poi, l'attacco al cugino:"Mentre trascorrevo sempre più tempo sotto le cure di medici, infermieri e ricercatori impegnati a migliorare la vita degli altri, ho visto Bobby tagliare quasi mezzo miliardo di dollari per la ricerca sui vaccini a mRNA, una tecnologia che potrebbe essere utilizzata contro alcuni tipi di cancro". E, ancora:"Improvvisamente, ilsistema sanitariosu cui facevo affidamento si è sentito teso, traballante". Nel suo articolo, Tatiana Schlossberg ha poi accusato Kennedy di aver tolto miliardi di finanziamenti daiNational Institutes of Health, sponsor mondiale della ricerca medica. "Cerco divivere e stare con loro ora. Ma essere nel presente è più difficile di quanto sembri, quindi lascio che iricordivadano e vengano... Continuerò a cercare di ricordare", ha concluso la giornalista.
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Radioterapia a Trapani, il Comitato: «Passo avanti importante» Telesud
Il Comitato promotore per la Radioterapia a Trapani accoglie con soddisfazione il parere favorevole espresso venerdì pomeriggio dalla Commissione regionale dei Lavori Pubblici sul progetto di ampliamento dell’ospedale Sant’Antonio Abate.
Un via libera che, secondo i rappresentanti del Comitato, segna un passaggio decisivo in un percorso che dura ormai da quattordici anni. Una notizia attesa dall’intera comunità trapanese: il reparto di Radioterapia è considerato essenziale, soprattutto per i pazienti costretti finora a rivolgersi all’ospedale di Mazara del Vallo o alle strutture palermitane.
Anni di spostamenti, disagi e attese che hanno reso ancora più urgente l’attivazione del servizio nel territorio provinciale.
Il parere positivo della Commissione è ritenuto un segnale incoraggiante, che dovrebbe portare rapidamente alla pubblicazione della gara di appalto e all’avvio dei lavori, come indicato dall’assessore regionale alle Infrastrutture Alessandro Aricò.
Ma il Comitato mantiene un atteggiamento prudente.
«Siamo fiduciosi che l’iter possa concludersi positivamente – si legge nella nota – ma non allentiamo il nostro impegno. È una battaglia per la sanità e una battaglia di civiltà, alla quale per troppo tempo istituzioni e politica si sono sottratte».
Il progetto approvato prevede la costruzione di un edificio di quattro elevazioni destinato a ospitare il servizio di Radioterapia, con due bunker, e l’unità di terapia subintensiva con 18 posti letto. Previsti inoltre un nuovo blocco operatorio con quattro sale ad alta specializzazione, i reparti di Chirurgia generale, vascolare e toracica e, all’ultimo piano, Ortopedia e Chirurgia pediatrica.
L’intervento comprende anche un collegamento interrato con il Pronto soccorso, la riorganizzazione delle centrali tecnologiche e la realizzazione di un parcheggio da 102 posti auto.
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Tumore della prostata, esperti IRCCS di Negrar contro il tabù radioterapia Daily Verona Network
Superare lo stigma ingiustificato della radioterapia che ha invece grande efficacia, in particolare per la cura del tumore della prostata. Con la conseguenza che Italia continua a rivestire un ruolo minore in ambito oncologico, rispetto all’impiego della chirurgia.
A richiamare l’attenzione sull’importanza di abbattere questo preconcetto sono gli esperti dell’IRCCS di Negrar, ospedale dotato delle tecnologie radioterapiche più avanzate e all’avanguardia per il trattamento del tumore prostatico e di molti altri tipi di neoplasie, in occasione della campagna internazionale Movember di sensibilizzazione sulle patologie maschili.
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La radioterapia, soprattutto per la cura del tumore della prostata, è un’efficace e valida alternativa alla chirurgia radicale, con tassi di guarigione sovrapponibili ed effetti collaterali ridotti, ma poco nota ai pazienti. Dovrebbe essere impiegata nel 50-60% dei casi, ma nel nostro Paese raggiunge soltanto la quota del 15-20%.
Le cause sono i molti e diffusi luoghi comuni, che vanno dal peso inferiore che viene attribuito all’efficacia di questo approccio rispetto a quello chirurgico e farmacologico, alla paura di non avere una vita sessuale normale, fino all’errata convinzione che il trattamento sia solo palliativo o limitato a casi estremi dove la chirurgia non possa essere più impiegata.
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«Nonostante il passare degli anni, la radioterapia continua a essere avvolta da un alone di diffidenza mista a disinformazione, e quando la proponiamo ai pazienti, la maggior parte all’inizio pensa di essere già condannata. E questo non per la gravità della malattia, ma perché crede di essere candidata a un trattamento di efficacia inferiore a quello chirurgico» avverte Filippo Alongi, direttore del Dipartimento di radioterapia oncologica avanzata dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar e ordinario di radioterapia all’Università di Brescia.
«Eppure, parliamo di uno dei cardini delle terapie oncologiche, in particolare per il tumore della prostata, che può essere definito curativo al pari del bisturi» continua Alongi. «Come dimostra uno studio anglosassone, pubblicato di recente su European Urology, che ha messo a confronto la chirurgia robotica con la radioterapia di precisione, evidenziando come a parità di guarigione in oltre il 90% dei casi, quando il tumore è confinato all’interno della ghiandola prostatica, la radioterapia moderna è anche meglio tollerata in alcuni aspetti sintomatologici, preservando maggiormente la continenza urinaria e la funzionalità erettile».
«Un paziente su due – evidenzia Alongi – sarebbe idoneo al trattamento radioterapico, ma soltanto un paziente su 5 viene sottoposto a questa metodica di cura non invasiva. Le conseguenze ricadono sui pazienti stessi che spesso ignorano un’opzione terapeutica alternativa alla chirurgia e di significativo beneficio in molte situazioni cliniche. L’idea distorta che si ha della radioterapia, frutto di un retaggio del passato, è una rappresentazione che poco a che fare con la realtà. Negli ultimi anni questa metodica infatti ha fatto grandissimi passi in avanti, grazie all’utilizzo di apparecchi sempre più sofisticati, che permettono di eseguire trattamenti molto selettivi e circoscritti, con riduzione degli eventuali effetti collaterali».
L’innovazione tecnologica vede l’IRCCS di Negrar tra i centri più avanzati in Italia e in Europa nella cura in ambito radio-oncologico del tumore della prostata, come per molti altri tipi di patologie tumorali. «Grazie ai quattro acceleratori lineari – evidenzia Alongi – , tra cui una macchina di ultima generazione dotata di risonanza magnetica ad alto campo e un dispositivo guidato da intelligenza artificiale, di recente integrato e potenziato con un software che identifica e colpisce il tumore in pochi secondi, è possibile, nel nostro dipartimento, trattare il tumore con una altissima precisione. Ciò consente di curare il tumore della prostata in sole 5 sedute, contro le 20 o 28 della tecnica standard, in tempi rapidi, senza dolore, né ricovero, né anestesia, abbattendo liste d’attesa e costi diretti e indiretti. Questi nuovi dispositivi all’avanguardia permettono inoltre di ricalibrare in tempo reale il piano di cura, sulla base dei cambiamenti di posizione, forma o dimensione del tumore, che avvengono di seduta in seduta, preservando i tessuti sani e garantendo una migliore qualità di vita».
Il Dipartimento di Radioterapia Oncologica dell’IRCCS di Negrar esegue all’anno più 20mila sedute in più di 2mila pazienti, la metà dei quali trattati con radioterapia per tumore alla prostata.
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La Radioterapia Oncologica dell’AOU Maggiore della Carità di Novara, struttura di eccellenza con apparecchiature di ultima generazione ed un team multidisciplinare al servizio dei pazienti con diagnosi di tumore - Buongiorno Novara
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La Radioterapia Oncologica dell’AOU Maggiore della Carità di Novara, struttura di eccellenza con apparecchiature di ultima generazione ed un team multidisciplinare al servizio dei pazienti con diagnosi di tumore Buongiorno Novara
Novara – La Struttura di Radioterapia Oncologica
dell’Azienda ospedaliero-universitaria Maggiore della Carità di Novara ha
incontrato la città nel pomeriggio del 5 novembre nel Salone dell’Arengo del
Broletto: si è trattato di un momento importante e ricco di contenuti
organizzato da Lilt Novara Odv per far conoscere una realtà d’eccellenza dove
le apparecchiature più innovative si uniscono alla preparazione e umanità di
un team multidisciplinare.
“Sono circa 1500 i pazienti con diagnosi di tumore che trattiamo ogni anno –
ha detto Pierfrancesco Franco, Direttore della Struttura e Professore
associato dell’Università del Piemonte Orientale- sia nella sede dell’ospedale
di Novara che in quella dell’ospedale Sant’Andrea di Vercelli. L ’80% arriva dal
Novarese, Vercellese, Biellese e Vco, il restante dalla Lombardia ed altre zone
del Piemonte, una percentuale significativa che riflette il valore della nostra
Struttura. La radioterapia dà ottimi risultati in molti dei casi trattati ma non è
una pratica sanitaria molto conosciuta, per questo ringrazio Lilt Novara per
averci dato la possibilità di presentarci alla città”. Il professor Franco ha
anche spiegato che la radioterapia è una specialità clinica, cioè, dedicata alla
cura diretta del paziente oncologico. Il percorso del paziente inizia con una
valutazione generale e una serie di esami per immagini come risonanza
magnetica, pet, tac. I dati raccolti vengono rielaborati dall’équipe medica per
stabilire il percorso terapeutico e si procede quindi alla elaborazione dei dati
con i fisici sanitari per arrivare con approvazione del medico radioterapista
oncologo alle sedute di radioterapia molte volte anche in combinazione con le
terapie sistemiche: i due trattamenti combinati danno risultati positivi in una
buona percentuale di pazienti.
“La radioterapia è uno dei pilastri della cura del cancro – ha sottolineato poi il
prof. Marco Krengli, già direttore fino al 2022 a Novara e ora Direttore
dell’Istituto Oncologico Veneto all’Università di Padova e presidente dell’AIRO,
A ssociazione I taliana R adioterapia e O ncologica clinica– è indicata per il 60-
70% dei pazienti oncologici, quantificati lo scorso anno in Italia in circa
390.000 nuovi casi, secondo il Rapporto Airtum , di cui 250000 necessiteranno
di Radioterapia. Contribuisce inoltre a più del 40% dei trattamenti curativi”. Il
prof. Krengli ha poi offerto una panoramica della tipologia e dotazione degli
acceleratori lineari in Italia (circa 8 per milione di abitanti, in linea con la
media europea) e segnalato che la radioterapia impatta per il 5% dei costi
delle cure oncologiche ed è quindi definita una disciplina conservativa
(preserva gli organi trattati), poco costosa e con un ottimo rapporto costo-
efficacia.
“Nell’opinione pubblica ancora sussistono paure o informazioni scorrette, in
un contesto in cui ancora troppi pazienti rinunciano o arrivano tardi ai
trattamenti – spiega la presidente Lilt Novara Odv, dottoressa Giuseppina
Gambaro – per questo abbiamo voluto sensibilizzare sul tema la popolazione
presentando l’Istituto di Radioterapia Oncologica Novarese. Un’eccellenza
novarese e il terzo Istituto in Italia dotato di un’apparecchiatura ibrida di
ultima generazione. Lilt Novara è da sempre legata all’Istituto
Radiologico/Radioterapico Oncologico con gli storici Presidenti Prof. Massimo
Lupo e Prof. Giovanni Pisani, che hanno fondato ormai circa un secolo fa ciò
che divenne negli anni la Radioterapia di Novara. Il radioterapista oncologo è
a tutti gli effetti un clinico che prima di tutto conosce il paziente nella sua
globalità e poi ne stila il programma terapeutico avvalendosi di indispensabili
figure professionali rappresentate dai Fisici Sanitari, dai Tecnici di
Radioterapia Oncologica e dal personale infermieristico e amministrativo che
accoglie e accompagna con professionalità ed empatia il paziente in tutto il
suo percorso”.
A concludere il pomeriggio una brillante e articolata presentazione di tutto il
team della Radioterapia Oncologica Novarese comprensivo della sede di
Vercelli, la cui responsabile è la dottoressa Laura Masini.
L ’evento è stato molto partecipato e apprezzato dalla popolazione e ha visto la
presenza di numerosi rappresentanti delle istituzioni: l’assessore Teresa
Armienti in rappresentanza del Sindaco e del Comune di Novara, il Rettore
dell’Università del Piemonte Orientale prof. Menico Rizzi, il direttore dell’Asl
Novara dottor Angelo Penna, la consigliera regionale Daniela Cameroni, il
Questore Fabrizio La Vigna, il viceprefetto Carla Milazzo, gli assessori
comunali Maria Cristina Stangalini ed Elisabetta Franzoni e la consigliera
Patrizia Bonelli, oltre al vicepresidente del Cst Novara Vco Daniele Giaime.
Lilt Novara Odv ringrazia tutta la popolazione intervenuta e le autorità
presenti. Un grande grazie al prof. Marco Krengli, al Prof. Pierfrancesco
Franco ed a tutta la sua équipe per la chiarezza, la professionalità e l’empatia
con cui hanno saputo presentare una disciplina così complessa.
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C’è un paradosso che in Italia facciamo finta di non vedere: lo Stato racconta la confisca antimafia come la grande vittoria della legalità, ma troppo spesso chi ha subito il reato resta fuori dalla porta. Prima vengono il sequestro, la misura di prevenzione,…
La sentenza delle Sezioni Unite ridisegna l'equilibrio tra confisca dei beni mafiosi e diritti di chi ha subito il reato
C’è un paradosso che in Italia facciamo finta di non vedere: lo Stato racconta la confisca antimafia come la grande vittoria della legalità, ma troppo spesso chi ha subito il reato resta fuori dalla porta. Prima vengono il sequestro, la misura di prevenzione, le conferenze stampa, i beni “liberati” consegnati a enti e istituzioni; solo dopo ci si accorge che le vittime sono rimaste senza risarcimento, perché il patrimonio è stato inghiottito dal circuito pubblico.
La sentenza delle Sezioni Unite dello scorso 14 novembre 2025, n. 37200, prova a mettere un freno a questa schizofrenia: in questa materia e art. 52 del Codice antimafia, la Cassazione dice che il credito della vittima non può essere cancellato solo perché la macchina della prevenzione corre più veloce della giustizia ordinaria. Non è un colpo alla confisca, né un regalo al garantismo di maniera: è il contrario, è il tentativo di renderla più solida e meno attaccabile.
Il caso è minuscolo nei numeri ma enorme nei principi: una vittima di furto, un credito di 4.000 euro, i beni del proposto sotto sequestro di prevenzione. Il tribunale esclude il credito dal passivo perché, pur essendo il fatto anteriore al sequestro, la decisione che accerta il danno arriva dopo la misura. Lettura rigidissima dell’art. 52: conta solo ciò che “risulta da atti aventi data certa anteriore al sequestro”. Le Sezioni Unite ribaltano la prospettiva: il credito della vittima deve nascere prima della misura (cioè dal fatto illecito già consumato), ma può essere accertato anche dopo, purché entro i termini per l’ammissione al passivo; in sede penale occorre una decisione definitiva, in sede civile basta una pronuncia provvisoriamente esecutiva.
Più rigido, invece, il regime per le spese giudiziali, che devono essere liquidate in una decisione precedente al sequestro. Tradotto: il diritto della vittima non nasce il giorno in cui il giudice trova posto in ruolo per firmare la sentenza, ma nel momento del reato. Se lo Stato pretende di aggredire i patrimoni senza aspettare la condanna definitiva, non può nello stesso tempo usare i ritardi del processo come arma contro chi è stato danneggiato.
L’art. 52 diventa davvero una clausola di compensazione del potere ablativo della prevenzione: la confisca resta, e deve restare, ma non può schiacciare in blocco i terzi incolpevoli. Proprio perché nessuno che conosca i territori mette in discussione la necessità di colpire i patrimoni mafiosi, è essenziale che le regole siano chiare: altrimenti si buttano argomenti in mano a chi sogna il ritorno all’intangibilità dei patrimoni criminali.
La sentenza parla anche a un altro equivoco: la prevenzione patrimoniale non è solo duello fra Stato e mafie, è anche il luogo dove si decide il destino delle vittime, dei creditori, dei lavoratori. Ed è qui che entra in gioco il riuso sociale. Da anni celebriamo il mantra “i beni dei boss tornano ai cittadini”: associazioni, cooperative, enti locali che subentrano in ville, aziende, terreni. È una narrazione importante, che va difesa, ma va resa coerente. Questo significa ridisegnare piani economici, ricalibrare destinazioni, assumersi la responsabilità di scelte che non si consumano sul palco di una conferenza stampa ma nelle stanze in cui si fa contabilità e si decidono, silenziosamente, chi viene pagato e chi no.
Non siamo alla rivoluzione, ma è un passo importante. È lavoro duro, poco fotogenico, ma è esattamente la frontiera dove si misura la serietà del sistema. Detto questo, sarebbe ingenuo leggere le Sezioni Unite come il lieto fine della storia. La sentenza disegna un bilanciamento sotto la pressione di un sistema giudiziario che resta lentissimo e diseguale. Perché la vittima possa entrare nel passivo, non basta che il suo credito sia sorto prima del sequestro: occorre che riesca a ottenere un provvedimento di condanna (o una sentenza civile provvisoriamente esecutiva) entro i termini per l’ammissione ordinaria o tardiva. In altre parole, la tutela funziona se la vittima ha la forza economica, culturale, organizzativa di mettere in moto un’azione civile o penale e portarla rapidamente a decisione. Chi è assistito da un buon avvocato, chi ha la capacità di muoversi in fretta, di monitorare i termini e presentare in tempo la domanda, entra. Chi è povero, disorientato, lasciato solo – e spesso sono proprio le vittime dei reati di matrice mafiosa – rischia di arrivare fuori tempo massimo, quando il bene è già stato stabilmente assorbito nel circuito della prevenzione e del riuso sociale.
Il filtro temporale, così come disegnato, è un filtro anche per censo processuale. Ma assumere questo dato non significa depotenziare le confische: significa chiedere allo Stato di mettere le vittime in condizione di giocare davvero la partita, con difesa tecnica, informazioni tempestive, accompagnamento nei labirinti del procedimento a partire, però, da un punto fermo che troppo spesso viene eluso: la confisca di prevenzione – e in generale la confisca “senza condanna” – non è una pena mascherata. È un istituto diverso, che si muove su un binario autonomo rispetto al giudizio di colpevolezza penale della persona, e che colpisce un’altra cosa: non la responsabilità per un fatto tipico, ma la pericolosità sociale espressa da un certo modo di accumulare e usare ricchezza.
È lo strumento che consente di aggredire i patrimoni che vivono stabilmente nella zona grigia tra illecito penale, elusione, intestazioni fittizie, reti societarie che rendono impossibile o inefficace la via della condanna. Se noi la confisca senza condanna la trasformiamo, anche solo nel linguaggio, in “pena patrimoniale”, facciamo esattamente il gioco di chi vuole riportarci all’epoca dei patrimoni intoccabili: basterà non arrivare mai a una condanna definitiva perché il sistema collassi. Dentro questo quadro, la sentenza numero 37200/2025 va collocata, dunque, al suo giusto posto.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
38.9/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Scoperta rivoluzionaria nel trattamento del Carcinoma Colorettale The Monopoli Times
L’IRCCS “De Bellis” identifica la chiave per bloccare la resistenza ai Chemioterapici
Un’importante svolta nel trattamento del carcinoma colorettale arriva dall’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) “Saverio de Bellis” di Castellana Grotte. Un gruppo di ricercatori della Genetica Medica, coordinato dal Prof. Cristiano Simone, ha concluso uno studio durato oltre tre anni, che promette di rivoluzionare l’approccio terapeutico contro uno dei tumori più diffusi, spesso definito un “big killer”.
La Chiave di Svolta: Bloccare le Cellule Staminali Tumorali
La scoperta si concentra su una nuova strategia terapeutica mirata contro le cellule staminali tumorali per evitare due dei principali ostacoli in oncologia: la resistenza ai comuni chemioterapici e le recidive del carcinoma colorettale.
I ricercatori del de Bellis hanno dimostrato che le cellule staminali tumorali utilizzano una specifica proteina, denominata SMYD3, per resistere alle terapie convenzionali e per causare metastasi e ricadute.
La sensazionale conclusione è l’aver messo a punto un nuovo farmaco sperimentale (EM217), coperto da brevetto internazionale, che agisce specificamente bloccando la proteina SMYD3.
Torna l’Efficacia dei Farmaci Noto
Il Direttore Scientifico, Prof. Gianluigi Giannelli, ha sottolineato come la capacità delle cellule tumorali di sviluppare resistenza rappresenti uno dei limiti attuali in oncologia, riducendo l’efficacia dei farmaci.
”La strategia dei ricercatori è stata quella di bloccare tale resistenza mediante una nuova strategia che rende nuovamente efficace i farmaci antitumorali comunemente già utilizzati nella pratica clinica”.
Si tratta quindi di un nuovo modo per tornare ad utilizzare farmaci già noti, evitando di ricorrere a cure particolarmente costose. Secondo il Prof. Giannelli, aver compreso i motivi della resistenza alla terapia consentirà in futuro di personalizzare la terapia nei pazienti che diventano resistenti alla chemioterapia. Lo studio è definito di “seminale importanza” e modificherà il modo di concepire la terapia per il tumore colorettale.
Sinergia e Futuro della Ricerca
Il Presidente del CIV, Enzo Delvecchio, ha evidenziato come questo successo sia frutto di un essenziale lavoro di squadra che ha coinvolto ricercatori, oncologi, chirurghi e anatomopatologi, in linea con la modalità di lavoro quotidiana dell’Irccs S. de Bellis, basata sulla condivisione e sul confronto tra esperienze professionali.
L’Avv. Luigi Fruscio, Commissario Straordinario, ha ribadito l’attenzione dell’Istituto nello sviluppare innovazioni per migliorare la salute dei cittadini, sottolineando come il team di ricercatori sia all’avanguardia per apportare nuove soluzioni a problemi ancora irrisolti.
La ricerca, i cui dettagli sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista Nature Communications, apre nuovi orizzonti per i pazienti che soffrono di questa forma di tumore molto comune.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
62.6/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Come una nuova terapia cerebrale potrebbe cambiare il futuro della neurologia QuotidianPost
L’idea di poter modulare l’attività del cervello senza bisturi, guidando in modo mirato una terapia contro crisi epilettiche e altri disturbi neurologici, è sempre più concreta. Un team della Rice University ha sperimentato un approccio che combina ultrasuoni focalizzati, terapia genica e chemogenetica, dimostrando che è possibile “spegnere” selettivamente alcuni circuiti neurali responsabili delle crisi. Una prospettiva che potrebbe cambiare in profondità la gestione dell’epilessia resistente ai farmaci e aprire la strada a cure di precisione per molti altri disturbi.
Il lavoro dei ricercatori mostra come onde ultrasoniche a bassa intensità possano aprire in modo transitorio la barriera emato-encefalica e permettere l’ingresso controllato di vettori genici in regioni cerebrali specifiche. Attraverso un farmaco assunto per via orale, diventa poi possibile modulare nel tempo l’attività di quei neuroni, accendendo o attenuando i circuiti coinvolti nelle crisi epilettiche. Una descrizione dettagliata dell’esperimento e dei primi risultati è disponibile nello studio sul controllo ultrasonico dei circuiti epilettici.
Terapia mirata con ultrasuoni: come funziona il metodo ATAC
Il cuore di questa innovazione è il metodo acoustic targeted chemogenetics (ATAC), un protocollo che unisce tre elementi chiave: ultrasuoni focalizzati, vettori di terapia genica e recettori chemogenetici. L’idea è “attrezzare” solo i neuroni di un’area precisa con speciali recettori, che rispondono a un farmaco di controllo, permettendo di modulare l’attività del circuito cerebrale in modo programmabile.
In pratica, la sequenza del processo prevede:
l’iniezione in vena di microbolle di gas, che circolano insieme al sangue;
l’invio di onde ultrasoniche focalizzate verso la regione bersaglio (per esempio l’ippocampo);
la vibrazione delle microbolle, che crea piccole aperture temporanee nella barriera emato-encefalica;
l’ingresso di vettori virali “addomesticati” che portano le istruzioni per produrre recettori chemogenetici inibitori;
la successiva somministrazione di un farmaco orale che interagisce con questi recettori e riduce l’attività dei neuroni coinvolti nelle crisi.
Il risultato è una sorta di “interruttore molecolare” che consente di attenuare selettivamente i circuiti epilettogeni, con un’invasività minima rispetto a un intervento neurochirurgico tradizionale, in cui sarebbe necessario impiantare elettrodi o rimuovere porzioni di tessuto cerebrale.
Terapia di precisione per l’epilessia e altri disturbi neurologici
L’epilessia farmacoresistente rappresenta una delle sfide più difficili in neurologia. Per molti pazienti, i farmaci antiepilettici non sono sufficienti a controllare le crisi, e le opzioni restano limitate a interventi chirurgici complessi o alla stimolazione elettrica profonda. Il metodo ATAC propone una strada diversa: una terapia di precisione che colpisce i circuiti malfunzionanti, lasciando intatte le aree sane del cervello.
L’idea di poter somministrare un semplice farmaco per modulare circuiti che sono stati precedentemente “marcati” tramite terapia genica apre scenari del tutto nuovi. Non si tratta solo di sopprimere le crisi, ma di modellare l’attività neurale in modo fine e reversibile, adattando l’intensità del controllo alle esigenze cliniche del paziente.
Barriera emato-encefalica: da ostacolo a alleata
Una delle maggiori sfide della neurologia è sempre stata la barriera emato-encefalica, la struttura che protegge il cervello da tossine e patogeni presenti nel sangue. Questa barriera rende complessa la somministrazione di molti farmaci, che non riescono a raggiungere concentrazioni efficaci nel tessuto cerebrale.
L’uso di ultrasuoni focalizzati permette di aprire la barriera emato-encefalica in modo temporaneo e localizzato, riducendo il rischio di effetti collaterali diffusi. Questo approccio, già sperimentato anche per veicolare chemioterapici e anticorpi monoclonali in ambito oncologico, diventa, con ATAC, un vero canale di ingresso per una terapia genica di precisione nel trattamento dei disturbi neurologici.
Nuove prospettive per il controllo dei circuiti cerebrali
La possibilità di agire con tanta precisione sui circuiti cerebrali porta con sé implicazioni che vanno oltre l’epilessia. Lo stesso principio potrebbe essere applicato, in futuro, a disturbi come il Parkinson, alcune forme di tremore essenziale, il dolore cronico refrattario, e persino a sintomi resistenti di disturbi psichiatrici come la depressione maggiore o il disturbo ossessivo-compulsivo.
A differenza delle classiche terapie farmacologiche sistemiche, un approccio mirato ai circuiti potrebbe ridurre significativamente gli effetti collaterali, perché non agisce sull’intero cervello ma solo sulle reti neurali realmente implicate nel disturbo. Anche rispetto agli impianti di stimolazione cerebrale profonda, una procedura basata su ultrasuoni focalizzati e recettori chemogenetici avrebbe il vantaggio di non lasciare dispositivi hardware permanenti nel cranio.
Questioni etiche e prossimi passi della ricerca
Intervenire in modo mirato sui circuiti cerebrali solleva domande etiche delicate: fino a che punto è lecito modulare l’attività neurale? Come garantire che una tecnologia così potente venga utilizzata solo per finalità terapeutiche e non per alterare tratti della personalità o del comportamento non patologici?
Per arrivare all’applicazione clinica sull’uomo sarà necessario completare studi preclinici approfonditi, valutare il profilo di sicurezza a lungo termine della terapia genica e definire protocolli rigorosi di selezione dei pazienti. In parallelo, dovranno essere elaborati linee guida e quadri normativi che regolino uso, consenso informato, gestione dei rischi e tutela della dignità delle persone coinvolte.
L’impressione è che, con approcci come ATAC, si stia aprendo una nuova stagione per la neurologia: una stagione in cui l’unione di imaging avanzato, ultrasuoni, terapia genica e farmacologia di precisione permette di immaginare cure sempre più cucite su misura sui singoli pazienti e sui loro circuiti neurali specifici.