📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
34.1/100
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D
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Criteri Critici
Gb, ex premier David Cameron curato per tumore alla prostata Adnkronos
In un'intervista l'ex inquilino di Downing Street, 59 anni, ha detto che è stata sua moglie, Samantha, a insistere affinché facesse dei controlli
L'ex premier britannico David Cameron è stato curato per un tumore alla prostata. Lo ha rivelato lui stesso. Al Times l'ex inquilino di Downing Street, 59 anni, ha detto che è stata sua moglie, Samantha, a insistere affinché facesse dei controlli dopo aver sentito su Bbc Radio un'intervista a Nick Jones, fondatore di Soho House, che invitava tutti a fare più controlli dopo aver raccontato la sua storia.
Cameron ha parlato dell'esame del Psa, a inizio anno, poi della risonanza magnetica e, infine, di una biopsia. Poi ancora, la terapia focale. "Non mi piace molto parlare dei miei problemi personali di salute, ma sento di doverlo fare - ha detto l'ex primo ministro, in carica tra il 2010 e il 2016, nelle dichiarazioni rilanciate dalla Bbc - Siamo onesti. Gli uomini non sono molto bravi a parlare della loro salute. Tendiamo a rimandare". Nel Regno Unito ogni anno sono circa 55.000 i nuovi casi diagnosticati di tumore alla prostata.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
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Criteri Critici
Leucemia mieloide cronica, ok della CE ad asciminib per tutti i pazienti adulti di nuova diagnosi Quotidiano Sanità
La Commissione Europea ha approvato asciminib per il trattamento dei pazienti adulti affetti da leucemia mieloide cronica (LMC) in fase cronica con cromosoma Philadelphia positivo (LMC-CP Ph+).
Asciminib è un inibitore STAMP, ovvero è in grado di legarsi in maniera altamente specifica e selettiva al sito miristoilico sul dominio chinasico di BCR-ABL1, arrestando la progressione delle cellule tumorali in maniera altamente efficace e tollerabile.
Con il via libera CE, Aaciminib è ora l’unico inibitore STAMP approvato per l’impiego in tutte le linee di trattamento, sia per i pazienti di nuova diagnosi, sia per quelli precedentemente trattati.
Lo studio ASC4FIRST
L’approvazione della CE segue il parere positivo espresso a ottobre dal Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), basato sui risultati dello studio di fase III ASC4FIRST, che ha confrontato il farmaco con gli inibitori della tirosin-chinasi (TKI) di prima o seconda generazione selezionati dagli sperimentatori (imatinib, nilotinib, dasatinib o bosutinib) in pazienti con Leucemia Mieloide Cronica -CP Ph+ di nuova diagnosi
Nello studio la terapia ha dimostrato tassi di risposta molecolare maggiore (MMR) significativamente superiori rispetto a tutti gli inibitori della tirosin-chinasi di confronto (74,1% vs 52%) e al solo imatinib (76,2% vs 47,1%) a 96 settimane.
I pazienti trattati con asciminib, inloltre, hanno avuto meno eventi avversi e, pertanto, non hanno dovuto ridurre o interrompere la terapia.
“Nonostante la disponibilità dei TKIs, circa il 20-30% dei pazienti con LMC di nuova diagnosi non raggiunge i principali obiettivi di efficacia entro il primo anno di trattamento; inoltre la scarsa tollerabilità, oltre a impattare sulla qualità di vita dei pazienti, può compromettere gli esiti della terapia”, osserva Massimo Breccia, Professore Associato di Ematologia della Sapienza Università di Roma, “Una buona tollerabilità può favorire l’aderenza terapeutica e aumentare la probabilità di ottenere risposte molecolari profonde e durature, requisiti per la sospensione del trattamento”.
“I risultati dello studio ASC4FIRST, che hanno portato all’approvazione europea dell’inibitore STAMP – prosegue Breccia – confermano il suo valore come opzione terapeutica in prima linea in grado di fornire risposte molecolari più rapide e profonde rispetto agli inibitori attualmente disponibili, riducendo al contempo il carico degli eventi avversi durante la terapia”.
Asciminib è raccomandato per il trattamento dei pazienti con Leucemia Mieloide in fase cronica con cromosoma Philadelphia positivo (LMC-CP Ph+) di nuova diagnosi nelle European LeukemiaNet Recommendations 2025 e nelle NCCN Clinical Practice Guidelines in Oncology (NCCN Guidelines)
Dal 2023 questo farmaco rappresenta uno standard di cura in Italia per i pazienti precedentemente trattati con due o più TKI. Nel nostro Paese l’impiego nelle linee precoci non è al momento rimborsato.
“Oggi, grazie all’inclusione sistematica dei patient-reported outcomes (PROs) negli studi clinici, possiamo valutare non solo l’efficacia dei trattamenti, ma anche il loro impatto sulla vita quotidiana dei pazienti,” sottolinea Fabio Efficace, Responsabile Health Outcomes Research Unit e Chair del Working Party Quality of Life della Fondazione GIMEMA, “Nella leucemia mieloide cronica, nonostante i progressi, gli effetti collaterali, anche se di basso grado, possono compromettere in modo significativo la qualità della vita. L’età media alla diagnosi è di circa 55-60 anni, una fase in cui la persona aspira a mantenere un ruolo sociale e lavorativo. In questo contesto, diventa fondamentale una scelta terapeutica che possa bilanciare efficacia e tollerabilità. I dati preliminari sui PROs dello studio ASC4FIRST sono molto promettenti e suggeriscono che la nuova terapia possa anche offrire importanti benefici sulla qualità di vita, rafforzando il suo profilo come opzione di valore anche nelle linee più precoci di trattamento”.
“Da oltre vent’anni il nostro impegno nella ricerca, nell’innovazione e nella collaborazione con la comunità scientifica e le associazioni di pazienti ha contribuito a trasformare la gestione della leucemia mieloide cronica” , conclude Paola Coco, Chief Scientific Officer & Medical Affairs Head di Novartis Italia, “Grazie ai progressi terapeutici, oggi questa patologia può essere gestita come una condizione cronica e l’aspettativa di vita è ormai sovrapponibile a quella della popolazione generale. Questo porta a nuovi bisogni: non solo efficacia e sopravvivenza, ma anche qualità di vita a lungo termine e gestione quotidiana. La ricerca continua a evolvere per rispondere a queste sfide, offrendo trattamenti innovativi che migliorano le prospettive fin dal momento della diagnosi.”
Con la nuova indicazione, il farmaco è ora approvato anche nel regime posologico da 80 mg una volta al giorno per tutte le linee di trattamento, oltre al dosaggio da 40 mg due volte al giorno.
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Criteri Critici
Svolta mondiale per la sindrome di Hunter: bimbo di 3 anni reagisce alla terapia genica The Social Post
Pubblicato: 24/11/2025 12:36
Un bambino di tre anni sta riscrivendo ciò che la medicina credeva possibile. Il piccolo, Oliver Chu, è infatti la prima persona al mondo ad aver ricevuto una terapia genica rivoluzionaria pensata per modificare il decorso della sindrome di Hunter, una malattia ereditaria gravissima e progressiva. Contro ogni previsione, i medici stanno osservando in lui miglioramenti che definiscono «straordinari», alimentando speranze mai viste per tutti i pazienti affetti dalla stessa patologia. «Ho aspettato 20 anni per vedere un bambino come Ollie reagire così bene, ed è davvero emozionante», ha dichiarato il professor Simon Jones, uno dei responsabili della sperimentazione.
La diagnosi e la svolta terapeutica
La sindrome di Hunter (MPSII) è una malattia che danneggia progressivamente gli organi e il cervello. I bambini nascono apparentemente sani ma, intorno ai due anni, compaiono i primi segnali: rigidità, bassa statura, alterazioni fisiche e un lento deterioramento delle funzioni cognitive. Nelle forme più severe, raramente si supera l’età di 20 anni.
A Oliver mancava un enzima essenziale, che il suo corpo non era in grado di produrre a causa di un gene difettoso. Prima della cura, la malattia aveva già iniziato a manifestarsi.
Eppure, qualcosa di mai tentato prima ha cambiato tutto. Per la prima volta al mondo, un’équipe del Royal Manchester Children’s Hospital ha modificato le cellule del bambino attraverso una terapia genica mirata, con l’obiettivo di fermare il declino sin dall’origine. Oliver è il primo di soli cinque piccoli pazienti trattati.
La madre, Jingru, non trattiene l’emozione: «Ogni volta che ne parliamo mi vengono le lacrime agli occhi, perché è semplicemente incredibile». A un anno dall’inizio della terapia, Oliver cresce e si sviluppa come un bimbo qualsiasi della sua età.
Una malattia rarissima e un trattamento finora insufficiente
La sindrome di Hunter colpisce quasi esclusivamente i maschi ed è estremamente rara: un caso su 100.000.
Fino a oggi l’unico trattamento disponibile era l’Elaprase, costosissimo — circa 300.000 sterline l’anno — e utile soltanto a rallentare i sintomi fisici. Il farmaco, infatti, non attraversa la barriera emato-encefalica e non può in alcun modo proteggere il cervello.
La novità di Manchester rompe quindi uno schema considerato immutabile: per la prima volta una terapia tenta di intervenire alla radice, correggendo il meccanismo genetico che causa la malattia.
Molti aspetti sono ancora oggetto di studio, ma per i genitori di Oliver ogni progresso è un dono. E i medici, per la prima volta dopo decenni, parlano apertamente di un possibile cambio di destino per questi bambini.
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Criteri Critici
Tumore alla prostata: l’importanza della diagnosi precoce Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi
Roma, 24 novembre 2025 (Agenbio) – In Italia un uomo su nove riceverà nel corso della vita una diagnosi di tumore alla prostata. Ogni anno si registrano circa 41mila nuovi casi, rendendola la neoplasia maschile più diffusa. È una malattia che spesso spaventa, ma grazie ai progressi della medicina non bisogna temerla: se scoperta in tempo, la guarigione supera il 90% dei casi. Questo è il messaggio al centro della campagna nazionale Nastro Blu 2025, promossa dalla Lilt per sensibilizzare gli uomini sull’importanza della prevenzione. Come ha ricordato il ministro della Salute, Orazio Schillaci, i programmi di screening oncologici stanno diventando più ampi e potrebbero presto includere anche la prostata, così da intercettare la malattia nei suoi stadi iniziali. Oltre alla prostata, ci sono altri tumori tipicamente maschili: quello del testicolo, frequente negli under 45 e con un tasso di guarigione superiore al 90%, e il carcinoma del pene, raro, ma curabile se diagnosticato precocemente. Fino al 30 novembre, la Lilt organizzerà in tutta Italia visite urologiche gratuite, incontri informativi, attività nelle scuole e nei luoghi di lavoro, e campagne social. “La prevenzione non è solo un controllo occasionale, ma uno stile di vita quotidiano che parte dalla consapevolezza”, sottolinea Francesco Schittulli, presidente nazionale della Lilt, invitando tutti gli uomini a prendersi cura di sé senza aspettare. (Agenbio) Des 12:00
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Criteri Critici
Tumore al seno. Quando la diagnosi diventa racconto: presentato a Milano il docufilm 'Il bagaglio' Adnkronos
In Italia il tumore al seno resta la neoplasia più frequente tra le donne, con circa 53.600 nuove diagnosi stimate nel 2024. Cosa prova una donna nel momento in cui riceve una diagnosi di cancro al seno? Non esiste una sola risposta. Ogni tumore è diverso, ogni storia è diversa. E ogni donna porta con sé un bagaglio di emozioni che la accompagna dalla diagnosi al percorso di cura. 'Il bagaglio' è il titolo scelto per il docufilm promosso da Msd Italia in collaborazione con Andos onlus Nazionale, Europa donna Italia, Fondazione Incontradonna, Komen Italia e Salute Donna Odv, realizzato dalla casa di produzione Brandon Box. Un racconto in prima persona di chi ha ricevuto una diagnosi di cancro al seno che evidenzia l'importanza di non affrontare questo percorso da sole, perché il supporto di chi sta accanto alle pazienti può cambiare il modo in cui vivono la malattia.
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Criteri Critici
Melanoma: diagnosi precoce e presa in carico, il modello vincente Asl Lanciano Vasto Chieti ilpomeriggio.it
Non è un aumento epidemiologico, ma un miglioramento nella capacità di diagnosi. I numeri parlano chiaro: i casi di melanoma intercettati sono in crescita, ma ciò che cresce davvero è la possibilità di guarigione. A fare il punto è la Clinica dermatologica della Asl Lanciano Vasto Chieti, diretta da Paolo Amerio, oggi riferimento regionale e interregionale per la gestione integrata del melanoma.
Il segreto? Un percorso dedicato, strutturato e funzionante, che garantisce ai pazienti una presa in carico reale e continua. Grazie alla Case Manager Kristine Pelusi, infermiera esperta, ogni passaggio – dalla diagnosi alla terapia fino ai controlli – viene definito all’interno del GICO, il Gruppo Interdisciplinare Cure Oncologiche.
«Se possiamo offrire un percorso efficiente – spiega Amerio, Professore Ordinario di Dermatologia all’Università D’Annunzio – è grazie al lavoro condiviso di un’équipe che discute ogni singolo caso. È questo che ci consente di offrire qualità percepita e risultati concreti: a novembre abbiamo preso in carico 340 pazienti, contro gli 83 del 2016. La crescita è stata costante: 198 nel 2022, 250 nel 2023, 329 nel 2024».
Una lettura corretta dei dati arriva dal Coordinatore del GICO, Gianluca Proietto: «La rete tra ospedale e territorio funziona. La collaborazione con medici di medicina generale e specialisti ha creato un sistema di sorveglianza efficace. Diagnostichiamo più melanomi, e più precocemente: oggi la sopravvivenza è intorno al 70%, le terapie funzionano e la malattia può diventare cronica. La battaglia si vince con la diagnosi precoce».
Su questo punto Amerio è netto: «La “mappa dei nei” non esiste. È una narrazione fuorviante che affolla le liste d’attesa. Esiste invece il controllo digitale in epiluminescenza, da effettuare solo su indicazione dello specialista dermatologo. Le persone a rischio – per familiarità, carnagione chiarissima, tendenza a scottarsi – devono essere monitorate. Per tutti gli altri, il consiglio è semplice: osservare i propri nei, anche con l’aiuto di un familiare, e segnalare cambiamenti secondo il criterio ABCDE: Asimmetria, Bordi, Colore, Dimensione, Evoluzione. Se uno di questi parametri cambia, è il momento di rivolgersi al medico».
A confermare il valore del percorso è anche il Direttore generale della Asl, Mauro Palmieri: «Le eccellenze sono quelle che i pazienti riconoscono come tali. Riceviamo feedback molto positivi su questa équipe. Incontrerò Amerio per condividere progetti e consolidare i risultati della Clinica dermatologica».
Il GICO melanoma è composto da un’équipe multidisciplinare: Gianluca Proietto (coordinatore), Barbara Seccia (radiologa), Gianluigi Martino e Maria Di Paoloantonio (medici nucleari), Maria Taraborrelli (radioterapista), Michele De Tursi, Nicola D’Ostilio e Simona Gildetti (oncologi), Adelchi Croce (otorino), Alessia Di Lorito (anatomopatologa), Severino Cericola e Massimo Ippoliti (chirurghi), Fabrizio Panarese e Roberto D’Astolto (dermatologi), Kristine Pelusi (infermiera Case Manager).
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Criteri Critici
Infarto ed ictus, prevenzione del futuro con cellule CAR-T attive sul Colesterolo LDL la Repubblica
Siamo solo all’inizio. E la strada sarà ancora lunga e irta di difficoltà. Ma fanno davvero sperare i risultati di uno studio sperimentale che ha dimostrato come un trattamento con CAR-T, del tutto simile a quello che si impiega nel trattamento di alcune patologie ematologiche ed oncologiche, potrebbe diventare una sorta di “anti-placca” per le arterie, con conseguente diminuzione del rischio di infarti ed ictus. Grazie all’azione su una molecola infiammatoria, specifiche cellule pacificatrici, i linfociti Treg (protagonisti della ricerca dei premi Nobel per la Medicina del 2025), potrebbero diventare strumenti fondamentali nella prevenzione delle lesioni aterosclerotiche, ovviamente nei soggetti ad alto rischio che non trovano risposte nelle terapie disponibili. Pensate: nei test sui topi, le cellule CAR-T sperimentali hanno bloccato l'infiammazione nelle arterie, prevenendo oltre due terzi dell'accumulo di placca osservato nei controlli non trattati. Lo studio che lo dimostra è stato condotto da esperti della Perelman School of Medicine dell'Università della Pennsylvania, coordinati da Avery Posey, ed è stato pubblicato su Circulation.
Azione mirata sull’infiammazione
Gli esperti hanno progettato un particolare sistema di CAR-T con i linfociti Treg attivi sulle LDL ossidate (OxLDL), ovvero quelle lipoproteine trasportatrici che alimentano l’infiammazione e determinano l'accumulo di placche nell'aterosclerosi. Si tratta di una molecola proinfiammatoria, che in qualche modo innesca l’infiammazione, come commenta il primo autore dello studio Robert Schwab: “l'ipotesi di lavoro è che, se riuscissimo a far sì che il sistema immunitario “vedesse” l'OxLDL e provocasse una risposta antinfiammatoria, si potrebbe ridurre l'infiammazione e quindi arrestare arresterebbe la patogenesi sul nascere".
I primi test in vitro con cellule umane hanno confermato che i CAR-Treg anti-OxLDL sopprimono l'infiammazione riducendo notevolmente l'accumulo di cellule che sono una caratteristica centrale delle placche aterosclerotiche. Ma soprattutto, testando l’approccio sui topi geneticamente predisposti al colesterolo alto e all'aterosclerosi, dopo quasi tre mesi di trattamento il cuore e l'aorta dei topi trattati hanno mostrato un carico di placca aterosclerotica inferiore di circa il 70% rispetto ai topi di controllo, indicando un chiaro effetto preventivo dei CAR-Treg. Il tutto, senza alterazioni della funzione immunitaria generale nei topi trattati.
Il ruolo delle cellule da Nobel
Qualcuno le ha chiamate cellule “pacificatrici”. Altri le hanno definite sentinelle. Quale che sia la metafora che prova a spiegare la realtà e la complessità biologica delle cellule Treg, così chiamate per la loro funzione regolatrice, di certo sono importanti. la loro presenza nell’organismo consente di spiegare un importante meccanismo di riconoscimento del self (cioè del proprio) e, oltre ad aprire la strada alla comprensione delle malattie autoimmuni, consente di cogliere prospettive affascinanti nella sfida ai tumori e al rigetto dopo trapianto. Ed ora, con questo studio, pur se lontano nel tempo dalla prima scoperta, il Nobel per la Medicina e la Fisiologia a Shimon Sakaguchi, Mary E. Brunkow e Fred Ramsdell diventa motivo di speranza anche nella prevenzione delle cardiovasculopatie.
Speranze per il futuro
Come detto siamo solo all’inizio. Ma come rivela Avery Posey, “la scoperta preclinica rappresenta un importante passo avanti per continuare a estendere l'impatto della terapia con cellule CAR-T a malattie comuni oltre al cancro". La speranza, insomma, è che l’immunoterapia anti-placca possa davvero cambiare le carte in tavola per chi, (soprattutto per motivi genetici) non riesce ad arrivare agli obiettivi target di colesterolo pur essendo ad altissimo rischio infarto. Come segnala nella nota uno degli autori, Daniel J. Rader, “l'uso di un approccio CAR-T per colpire la molecola proinfiammatoria oxLDL potrebbe fornire un importante approccio terapeutico complementare per ridurre l'elevato rischio residuo di malattie cardiovascolari aterosclerotiche nei pazienti sottoposti a una terapia ipocolesterolemizzante efficace".
Cosa potrebbe cambiare
“L’efficacia dell’utilizzo di CAR-T contro il colesterolo LDL ossidato, dimostrando sperimentalmente nell’animale una marcata riduzione della formazione della placca aterosclerotica, apre una serie di potenziali prospettive di rilevanza clinica, anche al di là del contesto specifico testato nello studio, cioè la presenza di severa dislipidemia su base familiare – segnala Giuseppe Patti, Ordinario di Malattie dell’Apparato Cardiovascolare e Direttore della Cattedra di Cardiologja dell’Università del Piemonte Orientale, oltre che Direttore del Dipartimento Toraco-Cardio-Vascolare - Ospedale Maggiore della Carità di Novara”. In primo luogo, occorre considerare in prospettiva il teorico abbattimento del rischio residuo in pazienti che hanno eventi cardiovascolari ricorrenti, nonostante un adeguato controllo dei cosiddetti fattori di rischio “tradizionali”. Non solo. In teoria con questa immunoterapia si può sperare di far “retrocedere” lesioni già presenti. “Visto che il trattamento è focalizzato sulla neutralizzazione del ruolo pro-infiammatorio del colesterolo LDL ossidato, cioè della molecola che rappresenta l’agente causale più importante per la formazione e la progressione delle placche aterosclerotiche, si possono aprire possibili scenari anche in termine di “regressione” di placche aterosclerotiche già formatesi – conclude Patti”.
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Ospedale Maggiore di Trieste. 26 novembre inaugurazione del Murales della sala di radioterapia interventistica della SC Radioterapia AgenSalute
TRIESTE, 24 novembre 2025 –mercoledì 26 novembre alle ore 10:30 presso la SC Radioterapia del Polo tecnologico, sito al piano sotterrano dell’Ospedale Maggiore – Trieste, si svolgeràl’Inaugurazione del Murales “Abbiamo un sogno” della sala di radioterapia interventistica della SC Radioterapia. Interverranno Antonio Poggiana,Direttore Generale ASUGI Roberto Dipiazza, Sindaco Comune di Trieste Alessandro Magli,Direttore presso SC Radioterapia Francesca Ciriello, Responsabile presso SS Brachiterapia Nerina Candotti, Interior designer – ideatrice Murales
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Criteri Critici
Leucemia mieloide acuta, arriva in Italia un nuovo farmaco: cambia la prospettiva di cura latinanews.eu
La leucemia mieloide acuta (LMA) rimane una delle patologie ematologiche più difficili da affrontare, conoltre duemila nuove diagnosi ogni anno in Italia e un’incidenza stimata tra 3 e 4 casi ogni 100mila abitanti.Si tratta di un tumore del sangue a rapida evoluzione che interessa le cellule immature del midollo osseo, impedendo la normale produzione di globuli bianchi, rossi e piastrine.L’aggressività della malattia è tale che la sopravvivenza media a cinque anni non supera il 20%,rendendo urgente l’arrivo di terapie più efficaci. In questo scenario si inserisce un’importante novità terapeutica:l’introduzione in Italia di un trattamento mirato destinato ai pazienti con LMA caratterizzata dalla mutazione FLT3-ITD,presente in circa un quarto dei casi e associata a una maggiore probabilità di recidiva. Il farmaco, somministrato per via orale, viene utilizzato in combinazione con la chemioterapia di induzione e di consolidamento e può essere impiegato anche in seguito come terapia di mantenimento. I dati clinici disponibili mostrano risultati particolarmente significativi. Nello studio internazionale che ha valutato l’efficacia del medicinale, l’aggiunta della nuova molecola al trattamento standard ha evidenziato una riduzione del rischio di mortalità pari a circa il 22% rispetto alla sola chemioterapia. La sopravvivenza globale mediana dei pazienti trattati con la nuova terapia ha superato i 31 mesi, contro poco più di 15 mesi per il gruppo di controllo, con un follow-up vicino ai quattro anni. Secondo gli specialisti, si tratta di un passo avanti rilevante nella gestione della malattia, soprattutto per una categoria di pazienti spesso fragile e con bisogni clinici complessi. L’età media alla diagnosi, infatti, si colloca tra i 68 e i 70 anni, e non sempre è possibile affrontare percorsi terapeutici intensivi. La leucemia mieloide acuta si manifesta con sintomi inizialmente sfumati – stanchezza persistente, facilità ai lividi, infezioni ricorrenti, sanguinamenti – legati al crollo della normale funzionalità del midollo osseo. Proprio la severità dell’esordio e la rapidità di progressione rendono cruciale l’accesso a terapie innovative capaci di migliorare sia la quantità sia la qualità della vita. Accanto agli aspetti clinici, le associazioni di pazienti e i professionisti sanitari sottolineano l’importanza di un approccio integrato che consideri non solo l’efficacia dei farmaci, ma anche il percorso quotidiano di chi convive con la malattia. L’arrivo di una nuova opzione terapeutica – dicono – rappresenta un segnale concreto di avanzamento nella presa in carico della LMA e un ulteriore passo verso trattamenti sempre più personalizzati. Un progresso che apre la strada a nuove prospettive e che potrebbe cambiare in modo significativo il futuro di molti pazienti. Condividi sui social Più letti
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?3
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Melanoma, diagnosi sempre più precoce: la clinica dermatologica di Chieti punto di riferimento per Abruzzo e regioni limitrofe ChietiToday
I numeri raccontano una crescita costante, ma non indicano un aumento reale dei casi di melanoma. "Se ne contano di più perché si è affinata, e parecchio, la capacità di diagnosi anche in uno stadio precoce", spiega Paolo Amerio, direttore della Clinica dermatologica della Asl Lanciano Vasto Chieti. Una diagnosi tempestiva che fa la differenza, migliorando le possibilità di guarigione e la qualità della vita.
Nel solo mese di novembre sono stati presi in carico 340 pazienti, rispetto agli 83 del 2016, anno di avvio del Gico (Gruppo interdisciplinare cure oncologiche). "La crescita è stata graduale, anche se più sensibile negli ultimi anni: erano 198 nel 2022, 250 nel 2023 e 329 nel 2024", evidenzia Amerio. Il merito, aggiunge, è del lavoro del team multidisciplinare che si riunisce per discutere ogni caso e costruire percorsi personalizzati. "È una bella realtà che ci permette di dare quel plus di qualità percepito come prezioso dai nostri assistiti".
Il sistema funziona grazie anche alla figura della case manager, l’infermiera Kristine Pelusi, che si occupa di gestire tutte le fasi del percorso del paziente, sollevandolo dall’onere di prenotare esami e visite. Un’organizzazione che attira pazienti da tutto l’Abruzzo e da fuori regione.
"I casi in crescita ci dicono con chiarezza una cosa", aggiunge Gianluca Proietto, dermatologo e coordinatore del Gico: "funziona l’integrazione tra ospedale e territorio. Si è instaurata una collaborazione efficace con gli specialisti e i medici di medicina generale, che ha creato una rete di sorveglianza capace di individuare i casi in fase iniziale". Proietto sottolinea che oggi "la sopravvivenza raggiunge percentuali altissime, circa il 70%, perché le terapie funzionano e si guarisce molto più che in passato".
Amerio interviene con decisione su un tema ricorrente: "Fare la mappa dei nei non esiste, è una narrazione distorta che mette fuori strada gli utenti e affolla le liste d’attesa". E chiarisce: "Esiste, invece, un controllo digitale in epiluminescenza che va fatto da specialisti dermatologi". Rivolge infine un consiglio: "Chi è ad alto rischio per familiarità, carnagione chiarissima o tendenza a scottarsi in estate deve essere seguito da noi. Agli altri suggerisco di osservare i propri nei e segnalare cambiamenti su asimmetria, bordi, colore, dimensione ed evoluzione".
"Le eccellenze sono quelle che i pazienti definiscono tali", commenta il direttore generale della Asl Mauro Palmieri. "Riceviamo feedback molto positivi su questa équipe e a breve incontrerò Amerio per ascoltare le esigenze e condividere nuovi progetti".
Il Gico melanoma è composto, oltre che da Gianluca Proietto, da Barbara Seccia (radiologa), Gianluigi Martino e Maria Di Paoloantonio (medici nucleari), Maria Taraborrelli (radioterapista), Michele De Tursi, Nicola D’Ostilio, Simona Gildetti (oncologi), Adelchi Croce (otorino), Alessia Di Lorito (anatomopatologa), Severino Cericola, Massimo Ippoliti (chirurghi), Fabrizio Panarese, Roberto D’Astolto (dermatologi) e dalla case manager Kristine Pelusi.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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"Modello Verona", novità di cura e multidisciplinarietà, per trattare il tumore al pancreas VeronaSera
È una patologia complessa da diagnosticare per la posizione anatomica profonda dell’organo ed è una malattia in aumento nella popolazione. Nonostante questo, la pratica clinica di eccellenza e la ricerca avanzata rendono il tumore al pancreas più curabile con migliore qualità di vita del paziente, come sottolineano dall'Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona.
INCIDENZA - Nel 2024 sono stati diagnosticati in Italia 13.585 nuovi casi (6.873 negli uomini; 6.712 nelle donne) e sono oltre 23mila le persone nel nostro paese che vivono dopo una diagnosi di tumore del pancreas, equamente distribuiti tra uomini e donne. Nella nostra Regione, il tumore del pancreas è il settimo tumore più frequente, costituendo complessivamente il 4% di tutte le neoplasie.
A livello globale, sia incidenza sia mortalità sono previsti in netto aumento nei prossimi 30 anni. Nonostante questa neoplasia rimanga tra quelle a maggior letalità, la sopravvivenza per tumore del pancreas nella Regione del Veneto ha avuto negli anni un incremento statisticamente significativo: la sopravvivenza relativa standardizzata, calcolata a 1 anno dalla diagnosi, è aumentata negli ultimi 20 anni con un incremento medio annuo del 3,1%; la sopravvivenza a 3 e 5 anni dalla diagnosi ha avuto un incremento medio annuo dello 5,1%.
LA GIORNATA MONDIALE “PANCREATIC CANCER” IN LETTERARIA - Organizzata dall’Università di Verona e dall’Azienda Ospedaliera insieme a Fimp onlus (Fondazione italiana per lo studio delle malattie del pancreas) e con la partecipazione dell’associazione di pazienti “Codice viola”, giovedì la giornata è stata aperta dai tre medici del comitato organizzatore: il professor Aldo Scarpa direttore Uoc Anatomia patologica, il professor Roberto Salvia direttore Uoc Chirurgia del pancreas e il professor Michele Milella direttore Uoc Oncologia. L’evento aperto alla cittadinanza è stato di sensibilizzazione sulla cura con interventi di autorità, del presidente dell’Ordine dei Medici, il professor Alfredo Guglielmi, esperti, pazienti e associazioni. La giornata si è conclusa con l’illuminazione di viola, alle 18, del Palazzo della Gran Guardia, il colore del tumore del pancreas.
CURA DEL PANCREAS, IL “MODELLO VERONA”: LE NOVITÀ DI MINISTERO E REGIONE - L’approccio multidisciplinare è la modalità di cura più efficace che l’Aoui di Verona ha da decenni messo in campo nei reparti dell’ospedale di Borgo Roma. Non a caso, il 75% dei pazienti viene da tutta Italia e, per qualsiasi problema al pancreas, il “Modello Verona” può intervenire con le sue unità operative altamente specializzate: Radiologia, Chirurgia del pancreas, Anatomia patologica, Radioterapia, Gastroenterologia e Oncologia. La ricerca universitaria sta alla base di tutte le innovazioni per diagnosi sempre più precise, nuovi farmaci e nuovi trattamenti.
La tradizione e gli specialisti veronesi sono stati coinvolti e presenti nei gruppi di lavoro del ministero della Salute e della Regione Veneto, che hanno introdotto strumenti organizzativi di cura sul modello multidisciplinare. Il ministero ha istituito quest’anno, le “Pancreas unit” una rete nazionale di centri specializzati per rendere omogenei i trattamenti; la Regione ha quindi deliberato i nuovi Percorsi diagnostico terapeutici assistenziali (Pdta), illustrati da Sara Lonardi Oncologia IOV.
DIAGNOSI SEMPRE PIÙ PRECISE - La Giornata è stata aperta dal professor Scarpa, che è anche presidente Fimp e direttore del dipartimento di Diagnostica e sanità pubblica Univr. L’Anatomia patologica è il passaggio fondamentale per i successivi trattamenti oggi in grado di fare diagnosi sempre più personalizzate e corrette per aspetti che nei decenni precedenti non erano noti. Infatti, l’Anatomia patologica veronese del professor Scarpa, attraverso la Fimp, è entrata a far parte del Consorzio internazionale del Genoma del cancro (ICGC) per la ricerca sui tumori del pancreas con l’Università di Verona che ha rappresentato l’Italia nel consorzio. Con la partecipazione di pazienti, sono stati sequenziati i genomi di centinaia di casi che hanno portato a risultati pioneristici permettendo l’identificazione di biomarcatori di valore diagnostico, prognostico e predittivo. Questi progressi sono stati possibili grazie al finanziamento del ministero della Salute alla Fimp, che nel 2015 era presieduta da Paolo Pederzoli. I nuovi Pdta nascono anche grazie ai risultati della ricerca veronese degli ultimi anni.
CHIRURGIA DEL PANCREAS - Nel 2024 in Aoui sono stati eseguiti 499 interventi di chirurgia pancreatica. I pazienti avevano un’età mediana di 66 anni e nel 57% dei casi si è trattato del tumore pancreatico più comune. La degenza mediana è stata di 8 giorni e le complicanze severe hanno riguardato il 17% dei pazienti. Delle procedure effettuate nel 2024, 150 (30%) sono state eseguite in mini-invasiva, e tra queste 129 (87%) in chirurgia robotica. Nel 2025, fino ad oggi, gli interventi eseguiti sono 411, con 101 procedure robot- assistite. Poco più della metà dei pazienti proviene dall’Italia settentrionale.
L’attività clinica si articola in 7 ambulatori specialistici settimanali (neoplasie cistiche, endocrine, pancreatologia, familiarità oncologica, psico-oncologia, nutrizione clinica, post- operatori e chirurgia generale) e in 4 meeting multidisciplinari ogni settimana dedicati al pancreas, ai tumori neuroendocrini, alla discussione gastroenterologico-radiologica e alla revisione preoperatoria. Ogni anno vengono presi in carico dagli 8 ai 10 mila pazienti. Nel biennio 2024–2025 la produzione scientifica consta di 110 pubblicazioni, 45 partecipazioni a congressi, oltre 30 progetti di ricerca attivi e un brevetto.
ONCOLOGIA - Sono oltre 400 l’anno i pazienti presi in carico dall’Unità operativa, che ha all’attivo una decina di studi clinici innovativi per nuove terapie o nuovi trattamenti. L’ultima novità è la ricerca appena pubblicata dalla prestigiosa rivista scientifica The Lancet. Lo studio interamente italiano è stato finanziato dalle associazioni di pazienti e consta di un nuovo schema di chemioterapia che può essere usato prima dell'intervento chirurgico per renderlo più efficace. La ricerca è stata realizzata dall’ospedale San Raffaele di Milano con la partecipazione attiva dell’Uoc Oncologia Aoui Verona.
Il professor Giovanni De Manzoni, prorettore Univr e direttore Uoc Chirurgia Stomaco Esofago, ha detto: «Oggi porto i saluti in questa importante occasione con piacere. Lo faccio nella mia triplice veste di rappresentante dell’ateneo veronese e della sua forte capacità di ricerca, come direttore di Unità complessa ospedaliera e della sua propensione all’innovazione, ma anche come past direttore del dipartimento universitario di Scienze chirurgiche e nel ricordo del compianto professor Claudio Bassi. L’integrazione realizzata a Verona fra la realtà universitaria e la pratica ospedaliera si rivela sempre più vincente per le sfide sanitarie e il progresso della medicina, particolarmente importanti in un ambito complesso come quello del tumore al pancreas».
«Verona ha avuto un grande ruolo nella cura delle malattie del pancreas e una forte tradizione nello studio di queste patologie e nella ricerca - ha spiegato il professor Aldo Scarpa, direttore Uoc Anatomia patologica -. Siamo stati i capofila del progetto Genoma dei tumori dal 2010 sino ad oggi, e ci siamo occupati, tra gli altri, particolarmente del tumore del pancreas. La situazione è cambiata in questi 15 anni di attività, grazie al grande impegno che c'è stato a Verona oggi i tumori del pancreas sono conosciuti meglio e possono essere meglio trattati».
Il professor Roberto Salvia, direttore Uoc Chirurgia del pancreas, ha aggiunto: «La chirurgia generale del pancreas dell'Azienda Ospedaliera è un centro di riferimento per la patologia pancreatica. In questi anni l’abbiamo affrontata dal punto di vista chirurgico, ma sempre con la multidisciplinarità che caratterizza la terapia di questa malattia. Il numero di pazienti è crescente per una neoplasia la cui incidenza tende ad aumentare. In Europa si prevede che nel 2030 questo tumore rappresenterà la seconda causa di morte per neoplasia. L’anno scorso siamo arrivati a 499 resezioni, quest'anno ad oggi siamo a oltre 410. Un dato non indifferente e circa il 30% di queste oggi vengono eseguite in chirurgia robotica mininvasiva nonostante l'alta complessità dell’intervento. Queste nuove tecniche hanno sensibilmente cambiato la qualità di vita dei pazienti».
«Quello del pancreas rimane ancora il tumore solido dell'adulto più grave dal punto di vista della prognosi. Nonostante questo, sono stati fatti molti i progressi che stanno migliorando il percorso di cura dei pazienti. Laddove le terapie ancora non sono efficaci come vorremmo, la nostra forza sta proprio nel lavoro di squadra tra medici e nel legame che si stabilisce con i pazienti e i loro familiari, che ci consente di affrontare la malattia anche quando le armi a disposizione che abbiamo sono ancora spuntate. Ma la ricerca in cui tutti noi siamo anche impegnati produce nuovi elementi e nuovi trattamenti, come quello che è appena stato pubblicato su Lancet. In questo momento, al di là delle indicazioni sugli stili di vita corretti che possono ridurre il rischio, l’aspetto destinato ad avere probabilmente il maggiore impatto sarà lo studio genetico nelle situazioni di rischio che oggi stimiamo intorno al 10% e sarà possibile intervenire in modo più efficace. Dalla profilazione genetica di questi tumori ci aspettiamo inoltre che nascano le terapie del futuro, quelle che verosimilmente cambieranno la prospettiva attuale», ha concluso il professor Michele Milella, direttore Uoc Oncologia.